Il blues di questo periodo svolazza intorno ai rimpianti: al mattino mi sveglio con l’impellente desiderio di scrivere, e naturalmente lo faccio, ma poi mi maledico per non aver cercato con maggiore determinazione una strada che mi permettesse di sopravvivere con l’unica cosa che mi viene naturale, l’unica dote attitudinale di cui può darsi io sia in possesso. Ho dedicato troppo tempo al rock, alla musica, senza ricavarne un bel nulla (e forse è giusto così), compromettendo il mio futuro professionale e quindi tutta la mia vita. Sono pensieri che inducono alla melancolia, financo ad una dolorabilità psichica o, per dirla alla Rocco Schiavone, “ad un gran rompimento di coglioni”. Cerco di non annoiare nessuno, ma qualcosa mi scappa con la pollastrella (che è talmente oberata da questi miei blues che prima o poi finirà col gettarmi fuori di casa), con Wlady ( amico musicista) e con Jaypee (figura insostituibile che mi fa da confidente ormai da 26 anni).
AC/DC “Power Up” (Sony 2020) – TTT¼
13 Nov
Tornano gli AC/DC (addirittura in una delle formazioni storiche … naturalmente Steve Young è al posto di Malcom), un nuovo album per ridar vigore al rock di pancia di cui tutti – perlomeno in certi momenti – abbiamo bisogno. 12 nuovi pezzi tutti a nome Angus e Malcom Young, dunque generati da idee musicali di anni fa. Cosa aspettarci già lo sappiamo, un rock da strappa mutande che vada dritto all’urgenza primitiva che alberga dentro di noi, quella che ci induce alla trance innescata da un ritmo primario sempre uguale e da chitarre (meravigliosamente) concrete. Rock in senso stretto che non considera minimamente varianti articolate insomma. L’unico problema è rimanere credibili: dopo 16 album basati su un rock che volutamente tende a ripetere la stessa formula, riempire il diciassettesimo di brani che non siano l’esatta copia carbone dei precedenti è un’impresa.
Realize infatti non è un apertura particolare, non c’è una sfumatura diversa che sia una rispetto ai brani standard del passato. Rejection è più o meno sulla stessa linea, nessun accenno a linee melodiche che possano anche solo distrarre un momento. Stessi cantati, stessi riff d’accordi, stessa ritmica, stessi interventi della solista. Shot in the Dark è il singolo dell’album, titolo piuttosto banale ma il brano sembra funzionare. Qualche battito d’ali in più pare esserci.
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Through the Mists of Time ha un buon titolo e un andamento più fresco. Buona la melodia e buono lo sviluppo. Finalmente un brivido. Kick You When You’re Down è divertente, fraseggi blues, spontaneità e – in alcuni punti – ritmo tribale. Con Witch’s Spell si torna decisamente verso formule trite.
Demon Fire è un tempo veloce alla AC/DC, il giro di chitarra è intrigante, così come gli stacchi. Siamo sempre nel solito campo ma perlomeno vi sono soluzioni movimentate. Il basso pulsante di Wild Reputation trascina ma il brano non è granché. In No Man’s Land il lavoro delle chitarre ha il suo perché ed è un peccato non sia valorizzato da un cantato più variegato. I riff sincopati in Systems Down sono un bene, ma anche qui le melodie del cantato sono le solite. Al minuto 1:30 di Money Shot c’è un bel riff di chitarra, l’inizio di Code Red richiama Back In Black ma poi diventa un bel pezzo rock, gran riff di chitarre.
Immagino ci siano fan degli AC/DC che non vogliano null’altro che questo, personalmente ritengo che un briciolo di vivacità compositiva in più sarebbe necessaria, non certo per snaturare il caratteristico sound del gruppo ma per rendere il prodotto finito di livello musicalmente più elevato.
Brian Johnson fa la sua porca figura, è un cantante dallo stile esclusivo che a me è sempre piaciuto un sacco; Angus Young si conferma esemplare chitarrista rock, se solo cercasse di arricchire con qualche sfumatura diversa gli assoli potrebbe prolungare il suo status all’infinito. Gli altri tre – Steve Young, Cliff Williams e Phil Rudd fanno ciò che devono fare, e lo fanno in maniera efficace ed efficiente.
Disco dunque certamente sufficiente, ma sarebbe bastato poco per renderlo più incisivo, in un periodo in cui di una rinascita del rock ci sarebbe un gran bisogno.
Blue Öyster Cult “The Symbol Remains” (Frontiers Records 2020) – TTT+
7 Nov
Da un decennio l’Italia è diventata punto di riferimento per l’hard & heavy internazionale, la Frontiers Records di Napoli ha infatti sotto contratto decine e decine di artisti di nome, molti dei quali vecchie glorie vogliose di un ultimo guizzo da campioni. Uno dei recenti acquisti della scuderia di Serafino Perugino sono i nostri amati Blue Öyster Cult, uno dei gruppi americani di hard rock più eccentrici e interessanti di sempre.
Del nucleo storico solo Eric Bloom e Buck Darma sono rimasti, ma dopotutto cantante e chitarrista sono pur (quasi) sempre il fulcro di ogni band e dunque anche in questa formazione la band mantiene una continuità più che onorevole.
Affronto questo tipo di uscite sempre con trepidazione inquinata dalla paura, quella di dover assistere a prove imbarazzanti di vecchi leoni spelacchiati.
That Was Me irrompe con cattiveria, Eric Bloom alla voce. Metallo pesante versione moderna, assolo di chitarra di Ritchie Castellano. Il video relativo genera perplessità … capisco sia indispensabile girarne uno ma la produzione è quella che è, i mezzi pochi, le idee quasi nulle ed è triste vedere un gruppo di rango ripreso in un video più consono ad una band di seconda / terza fascia. I tempi sono quelli che sono, certo, ma già nessuno dei tre nuovi membri della band ha il physique du role, se poi aggiungiamo video del genere il risultato non può certo essere esaltante.
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Altro video per Box In My Head, cantata da Buck Darma. Il pezzo è brioso e gradevole e benché non vi siano assoli di chitarra i brevi interventi di Darma sono proprio azzeccati. Anche qui il problema è il video, dozzinale e con soluzioni grafiche così scadenti che mi chiedo se esista il quality control nello staff della produzione.
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Richie Castellano canta Tainted Blood, brano musicalmente piuttosto consunto, accompagnato da ennesimo video. Castellano con la voce se la cava ma ha un timbro e un’enfasi che non reggo.
Nightmare Epiphany (voce Darma) in certe armonie vocali ricorda Don’t Feel The Reaper, il lavoro delle chitarre in alcuni punti è originale sebbene un po’ bislacco.
Edge of the World (voce Bloom) è scritta dal solo Castellano e non è male, tempo medio che funziona. The Machine ” (voce Castellano) – altro pezzo del solo Castellano, è invece più scontata, solito hard rock melodico contemporaneo.
Train True (Lennie’s Song) (voce Darma) risolleva l’animo: ritmo alto, costruzione musicale semplice ma efficace, assolo (di Buck) degno di nota.
The Return of St. Cecilia (voce Castellano) è un brano di nuovo guidato da Richie Castellano, per quanto mi riguarda niente da segnalare. Non fosse inserita in un album dei BOC sarebbe musica che non ascolterei.
Stand and Fight (voce Bloom) opta per espedienti banali, heavy rock gloom and doom ordinario, nemmeno la voce di Bloom può far qualcosa a riguardo. Florida Man (voce Darma) è un buon pezzo, meno scontato di quanto possa sembrare, e contiene un assolo come di deve del nostro Buck. The Alchemist (voce Bloom) è scritta dal solo Castellano e per quanto questo musicista/autore a me non piaccia, devo dire che questo pezzo di heavy metal tenebroso alla Blue Öyster Cult fa la sua figura; sarà la voce di Bloom (qui più convinto che in altri momenti), sarà il duetto di chitarre un po’ pretenzioso ma efficacie, sarà che mi mancano i vecchi BOC ma il tutto funziona. Il video è pieno di effetti grafici da due soldi ma mi piace pensarlo momento di eccentrica ironia (e vedere Eric Bloom incappucciato nelle veste d’alchimista mi strappa un sorriso).
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Secret Road (voce Darma) è scritto da Buck Darma, non sarà un capolavoro ma contiene espedienti compositivi quantomeno interessanti, la classe c’è e si sente. Bravo Buck. There’s a Crime (voce Bloom) è veloce e convinta; non sono sicuro che Fight (voce Darma) sia un brano con cui chiudere un disco, ma ad ogni modo è un altro di quei bei momenti alla Buck Darma, alla Blue Öyster Cult: interventi di chitarra intelligenti, scrittura riuscita, estro in full flight.
14 brani sono troppi, vista anche la qualità non esaltante di alcuni di essi, ma capisco che a 19 anni dall’ultimo album da studio il gruppo avesse voglia di inserire quanta più ultima produzione possibile.
Sbirciando nei social mi sono imbattuto su riflessioni di alcuni giornalisti musicali a proposito di The Symbol Remains. Un paio di loro (amici personali ed entrambi estimatori dei vecchi BOC) hanno giudizi sostanzialmente simili ai miei (anche se a pensarci bene sono forse meno teneri col gruppo) altri invece usano iperbole a mio avviso fuori luogo.
I gusti sono gusti, certo, ma soprattutto se si è giornalisti musicali occorre mettere tutto nella giusta prospettiva e non venire risucchiati dalla tendenza degli ultimi lustri dove il senso critico è andato a farsi benedire. In troppi sembrano assuefatti a formule trite e ritrite, a generi ingabbiati in un proposte sempre uguali, incapaci ormai di distinguere musica di livello e non. Mi soffermo spesso su questo punto, lo so, ma continuo ad essere basito, in senso più ampio poi quasi nessuno riesce più a distinguere tra capitoli importanti della propria vita (ad esempio, per me, i Bad Company) e capitoli importanti della musica (ad esempio Beatles, Mahavishnu Orchestra, Rachmaninov eccetera eccetera).
Ad ogni modo, disco più che sufficiente, alcune tracce davvero carine altre da dimenticare. I tre nuovi musicisti non dicono granché, sanno suonare, ma lo fanno in maniera neutra, e non è questo quello di cui avrebbero bisogno vecchie glorie come i Blue Öyster Cult. Detto questo, Eric e Buck nel cuore.
Antonio Manzini “7-7-2007” (Sellerio 2016) – TTTTT+
6 Nov
Pag. 119:
“… il suo sogno era aprirsi un …”
“Bar sulla spiaggia eccetera eccetera” lo interruppe Schiavone “il solito sogno dell’italiano frustrato da ‘sto paese. Poi vanno lì e si accorgono che il chiringuito va male, che il Costa Rica non è quel paradiso che pensavano, che non hanno più la sanità, che il mare ogni giorno è una rottura di coglioni, e che i culi delle ragazze sudamericane si allontanano insieme ai soldi dal portafogli. Tornano a 45 anni in Italia e finiscono i giorni mettendo su una ditta per svuotare le cantine”
Pag. 192:
“Ora ti chiedo una cosa, Rocco: esiste la giustizia in natura?”
“No. la giustizia è cosa umana.”
“E sbaglia?”
“Come tutte le cose umane”
Come scrissi anche nell’articolo precedente relativo a Manzini, le indagini del vicequestore Rocco Schiavone sono piene di fulminanti considerazioni, molto vicine al modo di vedere e sentire di Ittod, una delle personalità di questo blog. Questo 7-7-2007 è forse il noir di Manzini che più mi è piaciuto, presente e passato si intrecciano, una nuova indagine e ampi squarci del doloroso passato di Rocco Schiavone. Libro che tiene incollati ade esso sino a notte fonda.
Nota a margine: dal punto di vista musicale da questo noir si evince che al nostro vicequestore preferito l’heavy metal non piace (Judas Priest e Motorhead), che i Pink Floyd e Bowie sono tra i suoi preferiti e che non disdegna i Led Zeppelin.
Sinossi
https://sellerio.it/it/catalogo/7-7-2007/Manzini/8898
«Lo sai cosa lasciamo di noi? Una matassa ingarbugliata di capelli bianchi da spazzare via da un appartamento vuoto».
Rocco Schiavone è il solito scorbutico, maleducato, sgualcito sbirro che abbiamo conosciuto nei precedenti romanzi che raccontano le sue indagini. Ma in questo è anche, a modo suo, felice. E infatti qui siamo alcuni anni prima, quando la moglie Marina non è ancora diventata il fantasma del rimorso di Rocco: è viva, impegnata nel lavoro e con gli amici, e capace di coinvolgerlo in tutti gli aspetti dell’esistenza. Prima di cadere uccisa. E qui siamo quando tutto è cominciato.
Nel luglio del 2007 Roma è flagellata da acquazzoni tropicali e proprio nei giorni in cui Marina se ne è andata di casa perché ha scoperto i «conti sporchi» di Rocco, al vicequestore capita un caso di bravi ragazzi. Giovanni Ferri, figlio ventenne di un giornalista, ottimo studente di giurisprudenza, è trovato in una cava di marmo, pestato e poi accoltellato. Schiavone comincia a indagare nella vita ordinata e ordinaria dell’assassinato. Giorni dopo il corpo senza vita di un amico di Giovanni è scoperto, in una coincidenza raccapricciante, per strada. Matteo Livolsi, questo il suo nome, è stato finito anche lui in modo violento ma stavolta una strana circostanza consente di agganciarci una pista: non c’è sangue sul cadavere. Adesso, l’animale da fiuto che c’è dentro Rocco Schiavone può mettersi, con la spregiudicatezza e la sete di giustizia di sempre, sulle tracce «del figlio di puttana che ha accoltellato due ventenni alla base del cranio». Ma se fosse la storia di un balordo solitario, sarebbe troppo liscia. Rocco invece ha un appuntamento con il fato tragico, e non sa di averlo. E quell’appuntamento gli lascia in eredità un nemico appostato quasi dieci anni dopo, quando, finito il ricordo, si ritorna al presente e Rocco ha da chiudere definitivamente il caso.
Il ritmo dei noir di Antonio Manzini dà il senso di un meccanismo dai mille ingranaggi che non perde mai un colpo, che gira all’unisono col travaglio esistenziale di un personaggio che resta nella mente, mentre lo sguardo di chi lo muove si posa critico e triste sulla realtà sociale dei tempi che corrono.
Rocco Schiavone sul blog:
https://timtirelli.com/2020/09/15/antonio-manzini-era-di-maggio-sellerio-2015/
https://timtirelli.com/2019/10/05/antonio-manzini-non-e-stagione-sellerio-2015-2018-tttt/
https://timtirelli.com/2019/05/16/antonio-manzini-la-costola-di-adamo-sellerio-2014-2018/
https://timtirelli.com/2019/04/21/antonio-manzini-pista-nera-sellerio-2013-2018/
La pelle del latte caldo che scende nella tazza malgrado il colino
3 NovGiornata inconcludente e svogliata, nonostante la tua autodisciplina – di solito ferrea – ti arrendi all’umore neutro, all’accidia, alla misantropia … già, quel sentimento di avversione nei confronti dei propri simili, per lo più provocato da incapacità di prender parte alla vita attiva e accompagnato da uno scontroso desiderio di solitudine.
Cerchi di trovare un passaggio trai i rovi che hanno invaso la tua mente, un modo per evitarli ma fallisci ad ogni tentativo.
La tua squadra del cuore pareggia dopo una partita dominata dall’inizio alla fine così ti alzi dal divano che sei messo peggio di prima. Ti ci ributti e passi un’ ora a scorrere i film e le serie TV di Netflix, Prime Video e de Il Castamasso Della Cesira Channel senza trovare qualcosa che ti interessi davvero.
Scendi in cortile, ritorni in casa. Riscendi. Ti metti a far le scale più volte nella speranza che lo sforzo fisico dia un po’ di pace alle tue gambe in preda alla smania tipica di questi momenti. Strichetto, una delle gatte che vive con te, ti segue su e giù alcune volte poi – una volta capito che non hai intenzione di entrare in casa e che hai un comportamento strano – desiste e torna a seguire percorsi tutti suoi.
Rientra un vicino in moto e ti indispone. Rientrano le figlie di un altro vicino (abusivo) suonando il clacson per farsi aprire il cancello e la rottura di palle diventa massima. Passa uno dei trattori giganteschi del fattore che abita in zona e molli tutto.
In casa provi a leggere ma passi mezz’ora sulle stesse tre righe, vecchi rancori irrisolti tornano a galla, la mente e i suoi tarli non ti lasciano concentrare. Ogni sciocchezza viene amplificata all’infinito, il tuo animo parte per uno dei suoi blues cosmici.
Prendi in mano la chitarra ma ogni riff, ogni accordo, ogni costruzione musicale ti riesce male così decidi finalmente che non suonerai mai più.
Guardi lo scaffale dei cd e decidi di metterci mano; riposizioni intere sezioni spostando da un piano all’altro decine e decine di titoli. Ti accorgi che la nuova disposizione esteticamente non funziona e la riadatti alle rigide regole del bon ton esteriore che abitano il tuo cervello. Raggiungi un compromesso con te stesso ma per completare l’opera devi aggiustare l’allineamento delle custodie dei cd, tutto deve seguire una riga perfetta.

Ti metti a scrivere, l’unica faccenda umana che (forse) ti riesce, ma quello che esce dalla tua tastiera è una miscela di prosa gotica, tenebrosa e inutile.
La personalità che oggi ha preso possesso di te è quella di Ittod versione easiness & indolence. Sai che – fino a che non passerà – non avrai scampo.
Non sai cosa diavolo fare di te stesso, così entri nei panni di uno dei personaggi di Italo Svevo, uno dei mentori della tua giovinezza, e decidi di prepararti un caffellatte.
Il latte si scalda nel pentolino, prepari la tazza e il colino, odi la “pelle” che si forma sulla superfice calda del liquido bianco opaco prodotto per secrezione dalle ghiandole mammarie delle femmine dei mammiferi, in questo caso delle mucche.
Una volta pronto il latte, inspiri e poni attenzione, sei un uomo e troppe volte hai rovesciato parte del latte fuori dalla tazza …
con cura quindi lo versi nella tazza tramite il colino certo che otterrai il risultato voluto, ma non è serata: non puoi fare a meno di notare la pelle del latte che misteriosamente galleggia nella tazza nonostante il colino. Niente da fare, è una domenica da buttare.
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ROBERT PLANT “DIGGING DEEP: SUBTERRANEA” (Es Paranza / Warner 2020) – TTT
2 Nov
Nuova raccolta per il biondo di Birmingham, un doppio cd che contiene alcuni suoi “classici” pezzi del periodo migliore della sua carriera solista (1982 – 1993), brani del periodo successivo, e tre inediti. Copertina standard, nessuno sforzo creativo e realizzativo particolare.
Apre Rainbow, che fa parte dell’ultimo periodo del Golden God, il periodo che critici e molti fan apprezzano, il periodo che fa scrivere frasi già lette mille volte su come RP ricerchi strade nuove, su come non abbia dormito sugli allori, su come sia sempre riuscito sempre a rimettersi in gioco. Tutto vero, noi però non riusciamo ad esaltiamo troppo per gli ultimi album di Percy; certo non avremmo voluto vederlo – come ad esempio Gillan, Coverdale e parecchi altri – perpetuare il ruolo di cantante hard rock perché quando fisico e voce finiscono per tradirti ti mettono ovviamente in grande imbarazzo, ma non siamo nemmeno pronti a sostenere a cuore aperto quel miscuglio di americana-space-afro-rock alternativo.
Sono i pezzi dei primi lustri post Zeppelin a risplendere: Hurting Kind, buon brano rock tirato e scevro dai luoghi comuni del rock duro,
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e la delicata meraviglia di Ship of Fools ad esempio.
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Il mai pubblicato prima Nothing Takes the Place of You (Alan Robinson / Toussaint McCall) è in perfetta sintonia con le ultime voglie di Robert, traccia che proviene dalla colonna sonora del film del 2013 “Winter In The Blood
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Per Heaven Knows (comprensivo di un bell’assolo con lo stringbender di Jimmy Page) e In The Mood vale il discorso fatto in precedenza, due grandi brani del primo periodo da solista
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In Charlie Patton Highway (Turn It Up – Part 1) (Giovino/Miller/Robert Plant), secondo inedito, Plant torna alle radici del blues, lo fa in maniera meno scontata di tanta altra gente, ma secondo noi aggiunge poco.
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Altri classici del passato più remoto: Like I’ve Never Been Gone, splendida ballata del 1982 con Cozy Powell alla batteria e I Believe del 1993, commovente secondo omaggio a Karac, il figlio che perse nel 1977.
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Notevole anche la versione acustica di Great Spirit registrata nel 1993 insieme all’indimenticato Rainer Ptacek e alla sua chitarra National. Blues tenebroso e intenso.
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La solenne Anniversary (1990) ha ancora il suo perchè
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così come la frizzante Fat Lip del 1982
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e il gran singolo del 1993: 29 Palms
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Agli appassionati del genere americana piacerà l’inedito Too Much Alike (Feat. Patty Griffin).
Finale lasciato a due bei brani rock del 1993 venati di blues e di piombo Zeppelin e al contempo moderni come Memory Song (Hello Hello) e Promised Land, prima di essi però non poteva mancare probabilmente il singolo più riuscito di Robert Plant, l’evocativa Big Log: atmosfera superlativa, gran testo perfetto e videoclip d’accompagnamento pressoché perfetto.
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Una raccolta molto articolata (di diversi brani abbiamo scelto di non parlare), forse pure troppo, che spazia tra i bei classici e le ottime deep cut anni ottanta e novanta e le prove – a nostro giudizio non proprio indimenticabili – degli ultimi due decenni. Detto questo, riascoltare certi pezzi di Robert Plant è sempre un’emozione.
CD1
- Rainbow
- Hurting Kind
- Shine It All Around
- Ship of Fools
- Nothing Takes the Place of You *
- Darkness, Darkness
- Heaven Knows
- In the Mood
- Charlie Patton Highway (Turn It Up – Part 1) *
- New World
- Like I’ve Never Been Gone
- I Believe
- Dance with You Tonight
- Satan Your Kingdom Must Come Down
- Great Spirit (Acoustic)
CD2
- Angel Dance
- Takamba
- Anniversary
- Wreckless Love
- White Clean & Neat
- Silver Rider
- Fat Lip
- 29 Palms
- Last Time I Saw Her
- Embrace Another Fall
- Too Much Alike (Feat. Patty Griffin) *
- Big Log
- Falling in Love Again
- Memory Song (Hello Hello)
- Promised Land
* Previously Unreleased
Joe Bonamassa – Royal Tea (Provogue Records 2020) – TTT
1 Nov
Joe Bonamassa, bravissimo chitarrista americano nato nel 1977 fortemente influenzato dal blues rock inglese fine sessanta / inizio settanta, e guidato dal suo tutor personale Kevin Shirley (produttore, ingegnere del suono, etc etc) che ancora lo spinge verso quel mondo musicale. In quest’album infatti il team di compositori è allargato all’autore di testi Pete Brown (a suo tempo collaboratore dei Cream) e a Bernie Marsden (abile chitarrista/compositore già con Ufo, Cozy Powell, Paice Ashton Lord , Whitesnake, Alaska).
In vent’anni Joe ha pubblicato qualcosa come 14 album da studio e 17 album dal vivo (più 15 video), senza contare i 4 album registrati con i Black Country Communion, tutto questo in un periodo in cui dischi non si vendono più (o meglio, le vendite ormai sono attestate – tranne RARISSIMI casi – su quantità risibili). Fisiologico dunque che con tutte queste produzioni il livello qualitativo delle stesse (ovvero il valore delle canzoni) possa livellarsi verso il basso.
When One Door Opens si fa aiutare dall’orchestra e potrebbe essere un buon pezzo per uno dei nuovi film di 007. Avrò anche le orecchie molto sensibili per quanto riguarda i LZ, ma mi sembra di sentire chiari echi dello stringbender suonato da Page in All My Love. Il problema di questo pezzo è la parte centrale dedicata ai riferimenti: al primo ascolto sembra sia il bolero di Ravel ripreso dai Deep Purple di Child In Time ma poi ad una ascolto più accurato si capisce che ad essere rifatto è il bolero ripreso dai Led Zeppelin in How Many More Times (lo si evince anche dal riff successivo, molto simile a quello dei LZ). E’ un peccato perché i primi minuti e gli ultimi del brano sono delicati e suggestivi.
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Royal Tea avvicenda consunti riff blues ad aperture apprezzabili. Assolo prevedibile. Di nuovo una citazione, stavolta è I Ain’t Superstitious di Jeff Beck. In Why Does It Takes So Long To Say Goodbye c’è la mano di Bernie Marsden, una ballatona blues alla Gary Moore;
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Lookout Man invece è tutta un ostinato riffaccio hard rock blues su cui si affaccia l’armonica. High Class Girl è noioso: giro blues usatissimo, uno di quelli che al giorno d’oggi non si riesce proprio più ad ascoltare, su cui si intravedono Green Onions di Booker T. & the M.G.’s. e l’immortale The Hunter (versione Free).
A Conversation With Alice è scritta insieme a Marsden e non dispiace, buon rock frizzante con una bella slide guitar.
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Uso frenetico del wah wah in I Didn’t Think She Would Do It, con Hendrix che fa capolino qua e là. Behind The Silence è l’unico pezzo scritto dal solo Bonamassa, brano musicalmente riflessivo. Lonely Boy è uno swing scritto insieme a Jools Stewart e Dave Stewart, nessun brivido particolare (a me pare che voglia fare il verso a Brian Setzer e alla sua Orchestra). Il genere americana è quello su cui Savannah si sdraia. Chitarre acustiche e mandolino, molto carino.
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Se Bonamassa (a proposito, cognome italiano, direi calabrese) continua a fare dischi e tour con tale frequenza significa che alla fine il suo blues rock revival paga; immagino ci sia un pubblico che non voglia altro che sentire questo tipo di classic rock basato sul blues. Personalmente batto sempre sullo stesso tasto: occorre fare sforzi maggiori per quanto riguarda il songwriting, se vogliamo tenere in vita il blues è necessario fare degli innesti e avere alte capacità compositive. A me non basta un bravo chitarrista, una produzione di rilievo e una buon gruppo, serve un po’ di magia, di tensione compositiva, di emozioni forti. Qui è tutto troppo calcolato.
So che in una recensione parlare dei riferimenti è la cosa più ovvia e sicuramente noiosa, ma sembra impossibile evitare di parlare dei richiami che i pezzi di Bonamassa riportano alla mente. Chiedo scusa a chi troverà i miei rilievi ridondanti. Chiaro comunque che dopo due o tre ascolti il disco sembri migliore di quel che è e che i vari riferimenti tendano a sfumare, tuttavia a caldo rimangono validi i ragionamento fatti.
Per finire, apprezzo il fatto che contenga solo dieci pezzi (troppo spesso i cd sono TROPPO lunghi), ma il disco per me rimane interlocutorio, è suonato e confezionato bene, ma come accennato manca il fremito, il batticuore, il pezzo che ti fa restare con la bocca aperta…
SERIE TV: “Rebellion” – TTTT
26 Ott
Rebellion di Colin Teevan e Aku Louhimies (Eire 2016)
Due stagioni, cinque episodi l’una, per questa bella serie ambientata a Dublino nel 1916 (e anni successivi) che parla della rivolta di Pasqua che diede il via a un lungo e sanguinoso conflitto tra le forze militari britanniche e i rivoluzionari irlandesi.

Alcuni protagonisti sono stati tratteggiati molto bene, altri forse un pelo meno, lo sviluppo mi sembra comunque ottimo; la società patriarcale, l’imperialismo britannico, l’universo femminile in quei tempi bui, la prima guerra mondiale in sottofondo e la necessità ancestrale di liberare la propria terra dal giogo inglese.
Consigliata.
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Robert Louis Stevenson “L’Isola Del Tesoro” (Feltrinelli 2016) – TTTTT
22 Ott
Rileggere certi libri in età adulta molto spesso significa riscoprire in toto certi capisaldi della letteratura umana, capita anche con l’Isola Del Tesoro, una delle opere più note di Stevenson. L’etichetta “romanzo d’avventura” deve essere vissuta come medaglia al valore e non come frettolosa archiviazione sotto la voce “libro per ragazzi”.
Tra le righe del romanzo ci sono naturalmente molte sfumature intellettuali, tuttavia per un volta ci piace restare legati in senso stretto alla storia e alla “fotografia”: l’Inghilterra del 1700, un paesello con tanto di porto sul mare, bettole, pirati dai nomi tipo Long John Silver, viaggio in mare – su una nave dal nome evocativo (Hispaniola) – alla ricerca di un isola su cui è stato nascosto un tesoro. In questo periodo di coprifuoco, lockdown e cautela sociale potersi immergere in una avventura simile è una meraviglia.
Come sempre magnifica l’edizione della Universale Economica Feltrinelli, spartana eppure ricca di una bella grafica, di una prefazione di Domenico Scarpa, e di nota bibliografica e breve biografia dell’autore. Traduzione di Lilla Maione.
SINOSSI:
https://www.lafeltrinelli.it/libri/robert-louis-stevenson/l-isola-tesoro/9788807901393
Il romanzo è ambientato in un paesino sul mare, nell’Inghilterra del Settecento: il giovane Jim Hawikins e sua madre, proprietaria della locanda “Ammiraglio Benbow”, scoprono nel baule di un marinaio morto la mappa di un tesoro nascosto su un’isola. Si tratta del tesoro di un famoso pirata, il capitano Flint. Jim, il dottor Livesey e il nobile Trelawney organizzano una spedizione a bordo della “Hispaniola” e portano con sé come cuoco di bordo un uomo dalla gamba di legno, Long John Silver, e il suo pappagallo. Inizia una grande avventura che per Jim sarà anche l’iniziazione alla vita adulta e la scoperta della malvagità umana. Silver infatti si rivela il capo dei pirati superstiti di Flint …

























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