Ritorno alla normalità dopo il bel break di quindici giorni a Cuba. Quel che rimane, oltre alla nostalgia, è un’eco della deriva alcolica vacanziera, il rum ha sostituito il Southern Comfort e mi si versa nel caffè anche a colazione. Mah.
Due settimane di vacanza sono forse troppe, perché ti disabitui al monotono scorrere della tua vita miserella e finisci per interrogarti circa eventuali scelte drastiche, che poi alla fine non farai mai, ma i cui pensieri intanto ti destabilizzano l’animo. Con tali presupposti intontito e confuso cerco di darmi da fare in ufficio, ma i risultati non sono granché…
Tim at the office – aprile 2015 (Foto Sarwooda)
Sto comprando biglietti per alcuni dei prossimi concerti che si terranno in Italia, ho bisogno di distrazioni, di allontanarmi da me stesso almeno per una notte. Così, dopo aver ticketoneannato per AC/DC, CROSBY STILLS & NASH, SUPERTRAMP, ho aggiunto gli UFO, previsti per il primo novembre al Legend Club di Milano. Certo, non c’è SCHENKER e nemmeno PAUL CHAPMAN, ma vedere PHIL MOGG, ANDY PARKER, PAUL RAYMOND e forse PETE WAY, non sarà male.
Vedendo che l’animo mi scivola via, cerco di tenermi su ascoltando spesso i THIN LIZZY, in particolare FIGHTING, BAD REPUTATION e CHINATOWN. Il periodo 1974-80 della MAGRA LISETTA mi piace molto. Di base potrebbe anche essere un gruppo Hard Rock, ma le aperture del songwriting di LYNOTT e dei ragazzi collocano la band forse al di fuori degli stretti confini del genere citato. I THIN LIZZY mi fanno bene al cuore e non li ringrazierò mai abbastanza per questo…
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And when the music that makes you blue Unfolds its secrets, the mysteries are told to you
Anche la sera, a casa, riesco a far poco, sarà il residuo blues del fuso orario, ma oltre che dissolvermi davanti a SKY non faccio nulla. E’ iniziata la nuova stagione de IL TRONO DI SPADE, così Daenerys Targaryen mi tiene a galla, aiutata anche da Palmiro, che dopo qualche giorno di atteggiamento scorbutico (mi deve far pagare i 15 giorni di lontananza) sta tornando il gatto sentimentale che è.
Tim & Palmiro – April 2015 (Foto Saura T)
Quando posso vado a trovare il vecchio Brian che piuttosto sorprendentemente sta sbocciando di nuovo; ha lasciato la sedia a rotelle quando pensavo non sarebbe stato più possibile, e, compatibilmente con l’alzheimer blues, è tonico, pronto, presente. Ogni volta che vado a trovarlo in orari decenti è in salone che chiacchiera con i suoi amici e con le sue amiche e non appena mi vede esclama “Tim!” e poi informa gli altri che “quello è mio figlio”. Quando invece vado da lui in pausa pranzo, lo trovo a letto per il pisolino pomeridiano, lo sveglio e prima di caricarsi tutta la memoria serve almeno mezz’ora. In quella fase un po’ appannata, mi chiede se sono Giuseppe, “sente” che sono un Tirelli, ma non riesce a fare il collegamento preciso. Questo però solo se consciamente cerca di ricordare chi sono esattamente, se si estrania un momento da sé stesso e gli sovviene di avere la mia attenzione, mi chiama per (sopran)nome senza problemi: “veh Tim, at vliva dìr che ier sìra…”.
Quando però torna a cercare di essere in controllo di se stesso e la memoria ram non si è ancora del tutto caricata e gli faccio vedere un po’ di foto di sua moglie che non c’è più, gli parlo dei suoi genitori che ovviamente non sono più con noi, di uno dei suoi fratelli che se ne è andato qualche anno fa e poi passo a foto di noi due insieme, mi chiede se siamo al mondo: “ma me te sommia al mond?”. “Certo Brian, se siam qui che parliamo, siamo al mondo.” “Ah, mei acsè”…meglio così, mi dice con dolcezza Brian. Che razza di pantani che mette in atto la demenza senile. Però, anche nelle sue difficoltà il vecchio Tirelli non molla del tutto: “Quant’an goia me?” “85? Bemo’, alora a sun vech!” Quanti anni ho? 85? Ma allora son vecchio! Caro, tenero, Brian.
Brian, aprile 2015 (foto TT)
In certi weekend, l’INTER batte la ROMA, e il TORO la J**e, così una botta di adrenalina è sicura, poi passo il resto della domenica pomeriggio a guardar la groupie che taglia l’erba intorno alla domus saurea. Suo padre invece di regalarle che so un weekend in una spa o in una città europea le ha preso un trattorino JOHN DEER; la groupie è contentissima essendo una motorhead, così sfreccia felice sui campi erbosi di questa fetta di pianura…
Mowin’ on (the fantastic drowse of the afternoon Sundays) – photo TIm Tirelli
Primo sabato di maggio, prima matinée con i ragazzi in centro a Modena. Erano anni che l’ avevo in mente, ma fino al mese scorso il sabato mattina era tutto dedicato a Brian, ora che lo vedo sistemato nella struttura giusta, posso rallentare e riprendermi lentamente la mia vita. Rendez vous alle 10 in piazza Matteotti, presenti Nonantolaslim, Livin’ Lovin’ Jaypee, il Pike boy e Lorenzo Stevens. Facciamo colazione al Caffé Bicicletta in Sant’Eufemia, uno degli angoli medievali più belli di Modena a ridosso del Duomo. Ordino succo di frutta, cornetto con marmellata, caffé corretto; gli amici mi guardano “Zio can, Tim, caffè corretto alle 10 di mattina?”“Quando scrivo di deriva alcolica, cosa credete, che lo faccia per fare il fighetto sul blog?”. Chiacchieriamo di musica, non ne avremmo mai abbastanza. Picca mi promette di scrivere qualcosa per il blog a proposito di un recente articolo apparso su A.V. Club che parla dell’età in cui si smette di cercare musica nuova e si torna indietro.
Facciamo poi un salto da DISCHINPIAZZA, in piazza Mazzini. Avevo detto che avrei resistito, ma poi ho ceduto e ho preso la deluxe edition di TRILOGY degli ELP. Già che c’ero ho aggiunto anche il cofanettino di HAMPTON 1981 dei ROLLING. Jaypee è stato costretto a comprare la deluxe edition del primo della BAD COMPANY, pena la perdita della mia amicizia. Lorenzo ha già preso STRAIGHT SHOOTER e Picca mi ha promesso che procederà all’acquisto quanto prima. D’altra parte, se non le comprano gente come noi le deluxe edition della BAD CO, chi cavolo le compra? Picca mi fa vedere la versione in vinile di STRAIGHT SHOOTER. Mi viene un mezzo accidente: quando vedo quella copertina fremo. Per un momento valuto se spendere i 30 euro per questo bel doppio vinile, mi trattengo quando capisco che nella versione in vinile manca qualcosa del bonus material. Però il long playing mi rimane negli occhi per un bel po’.
Salutiamo Robby e ci sdraiamo per un po’ al sole in Piazza Grande, che bella la mia città in un sabato mattina di sole di inizio maggio. Il Duomo ripulito è di una bellezza emozionante.
Tim & Jaypee Modena 02/05/2015 – Foto Lorenzo Stefani
Torno a Borgo Massenzio facendo la via Emilia, da Mutina fino a Regium Lepidi, non ho voglia di tangenziali oggi. Mentre attraverso il cuore pulsante della mia terra, sento che sto tornando nel groove a me tanto caro, che il crush avuto per CUBA sta iniziando a mollare la presa, e che torna a galla la passione carnale per l’Emilia. E adesso che le sono sopra, che la guardo negli occhi mentre le nostre anime tornano ad essere una sola, che la sento così morbida sotto di me, le sussurro che è tutto quel che ho, che è tutta la mia vita, che senza di lei non sarei. In breve siamo di nuovo avvinghiati e raggiungiamo l’estasi… le acque tiepide del Panàro e del Secchia raggiungono il delta di venere e una pace ci pervade l’animo. Io e l’Emilia ci amiamo.
Ero convinto che il 2014 e il 2015 sarebbero stati gli anni delle deluxe edition dei LED ZEPPELIN, che nulla avrebbe potuto distogliere la mia attenzione totale dalle nuove ristampe con bonus del mio gruppo preferito e invece, col pessimo lavoro fatto da JIMMY PAGE, i veri avvenimenti nel campo reissues sono per me diventate le deluxe edition dei primi due album della mia amata BAD COMPANY (e a dire il vero anche di DEATH WISH II°, edizione di cui parleremo a breve).
E’ questo il modo di fare le deluxe edition: nuovo remaster del disco originale su un dischetto, materiale bonus raggruppato su un dischetto apposito contenente tutto quanto di significativo relativo alle session in questione, un booklet a cura di un fan/studioso (in questo caso il grande DAVID CLAYTON) con le giuste riflessioni con credit e dati corretti e infine un prezzo accessibile a tutti. JIMMY PAGE dovrebbe imparare.
Bad Company – 1974 (2015)
ORIGINAL ALBUM – BC FAN: TTTTT+
ORIGINAL ALBUM – CASUAL FAN: TTTTT
ORIGINAL ALBUM – TIM TIRELLI: TTTTT
BONUS DISC – BC FAN: TTTT
BONUS DISC – CASUAL FAN: TTT½
BONUS DISC – TIM TIRELLI: TTTTT+
PACKAGING: TTTT½
ORIGINAL ARTWORK: TTTTT
Siamo nel 1971, i FREE si sono sciolti, PAUL RODGERS forma i PEACE con i quali fa da supporto ad alcuni concerti dei MOTT THE HOOPLE. Nel backstage PAUL incontra MICK RALPHS, chitarrista dei MOTT. MICK è frustrato, IAN HUNTER si rifiuta di cantare un paio di suoi pezzi (CAN’T GET ENOUGH e MOVINì ON) perchè non crede di essere adatto a quel tipo di canzoni. MICK e PAUL iniziano ad ipotizzare una collaborazione. I FREE poi si rimettono insieme, i MOTT all’improvviso hanno successo così il tutto viene rimandato fino all’estate del 1973 quando i due finalmente si ritrovano; a loro si aggiunge SIMON KIRKE e, dopo lunghe audizioni, anche BOZ BURRELL. RODGERS stavolta non vuole problemi, esige una management di alto livello e chiama PETER GRANT. Si danno appuntamento in una stanza che funge da sala prove ad Albury, Guilford. E’ il 4 settembre del 1973. La band suona mentre aspetta GRANT, ma il possente manager dei LZ non si vede. Si fa vivo dopo averli ascoltati per un bel pezzo di nascosto fuori dall’edificio. “Mi piace quello che ho sentito. Qui la mano”.
Novembre 1973, i LZ stanno iniziando le registrazioni per PHYSICAL GRAFFITI, ma c’è un problema con JONES: si ammala o sta ancora decidendo se lasciare il gruppo oppure no, di preciso non si sa. GRANT ha già prenotato HEADLEY GRANGE e il RONNIE LANE MOBILE STUDIO, così chiede a RODGERS di approfittare della cosa.
In un paio di settimane la BAD COMPANY (nome preso dal titolo dell’omonimo film del 1972 con JEFF BRIDGES) registra i pezzi che finiranno sul primo album. Sono tutte canzoni registrate in diretta, abbellite con overdubs in un secondo momento. In aprile 1974 la band parte per un primo tour in UK (dopo qualche warm up gig in Germania) e, sebbene l’album non sia ancora uscito, è un trionfo. Poco dopo partono per gli USA dove fanno da supporto a gente tipo EDGAR WINTER, SANTANA, ZZ TOP. In maggio esce il singolo CAN’T GET ENOUGH, nello stesso mese l’album in UK e in giugno negli USA. BAD CO diventa disco d’argento in Britannia e d’oro in America, dove ad oggi ha venduto cinque milioni di copie.
La formula della BAD COMPANY è chiara: belle e semplici canzoni Rock, suonate con eleganza, passione e senza tanti fronzoli. Un misto di Hard Rock, Blues e soul da brividi. Quattro i pezzi trainanti: CAN’T GET ENOUGH, MOVIN’ ON e READY FOR LOVE (già pubblicata nel 1972 dai MOTT THE HOOPLE) di RALPHS e BAD COMPANY di RODGERS & KIRKE. Rock felice e spensierato e ballate struggenti e appassionate.
Col pezzo BAD COMPANY RODGERS mette su tela in maniera definitiva l’epica per cui è famoso. Molto belli pure un altro paio di momenti lenti, DON’T LET ME DOWN e THE WAY I CHOOSE. Un po’ retorico il quadretto di SEAGULL, Rodgers con la chitarra acustica che parla di gabbiani, è un pelo statica (ma comunque godibile) ROCK STEADY.
Molto interessante il CD 2 contenente materiale bonus, nonostante il fatto che non ci siano inediti (ma non esistono pezzi in più relativi alle session del 1973). C’è una CAN’T GET ENOUGH un po’ misteriosa, come lo stesso DAVID CLAYTON (eminenza mondiale in campo FREE e BAD CO) fa notare. La data riportata sul nastro indica giugno 1974 (l’album uscì in maggio) così è probabile ci siano incongruenze, ma ad ogni modo è una gran versione live in studio (con gli assoli sovraincisi). Tocca poi a LITTLE MISS FORTUNE (tratta dai nastri demo), brano a firma RALPHS/RODGERS che uscì a suo tempo solo come side B del singolo CAN’T GET ENOGH. Ottima versione alternativa suonata dal vivo nello studio senza pianoforte, con RODGERS alla chitarra ritmica suonata attraverso l’effetto Leslie e con RALPHS addetto ai ricami e all’assolo. THE WAY I CHOOSE proviene ancora dai nastri demo, dunque versione precedente alle sessioni ufficiali fatte per il disco; il tutto è piuttosto spoglio, ma non privo di fascino. Con questo arrangiamento sembra proprio una ballata soul. Lungo assolo di MICK sulla coda finale. In alcune parti mi sembra pericolosamente vicina a LOVE ME SOMEBODY, brano che apparirà sul terzo album RUN WITH THE PACK.
E’ vero, non ci sono inediti in questo materiale aggiuntivo, ma sin da qui è facile capire che le versione alternative sono davvero alternative e, se sei un fan, molto, molto interessanti. BAD COMPANY proviene dai nastri delle session vere e proprie del novembre 1973, ed è suonata a tre, senza MICK RALPHS. Deve essere uno dei primi serie tentativi. Bello sentire PAUL che nel finale dice (riferito a KIRKE): “Simo, il tempo che stavi tenendo…è quello giusto” (“Si… You know that beat you were just doing. That’s the one…“).
Segue una seconda THE WAY I CHOOSE, con tanto di falsa partenza, cantata da RODGERS un’ottava sopra. E’ intrigante per un fan capire come si sono evolute certe canzoni. EASY ON MY SOUL è un pezzo che in origine apparve sull’album HEARTBREAKER(1973) dei FREE. La BAD COMPANY ne registrò una sua versione quando nel novembre del 1974 iniziò a registrare i pezzi per il secondo album (STRAIGHT SHOOTER) che però finì – in formato single edit – sul lato b del singolo Usa MOVIN’ ON. Questo è un nuovo mix che presenta per la prima volta la versione completa, il cui finale è davvero tutto da scoprire.
Dai session reel di nuovo BAD COMPANY in forma ormai definitiva, secondo DAVID CLAYTON questa è la versione immediatamente precedente a quella poi finita sull’album. Il disegno ritmico di RALPHS però è un poco diverso dall’originale. SUPERSTAR WOMAN era un inedito pubblicato – con un missaggio diverso da questo – per la prima volta sulla Original BAD COMPANY Anthology del 1999. Questo è il secondo mix presente sul nastro ed è relativo alla versione completa.
Seguono i single-edit originali di CAN’T GET ENOUGH, LITTLE MISS FORTUNE e EASY ON MY SOUL. Nulla di nuovo quindi, ma fa piacere avere tutto il possibile su un unico dischetto. Una delle zavorre mentali che mi porto dietro da decenni è quella che mi fa “sentire” i LITTLE FEAT quando ascolto certe cose dalla BAD COMPANY. LITTLE MISS FORTUNE è una di queste.C hiude il materiale bonus il mix di CAN’T GET ENOUGH con l’aggiunta dell’organo Hammond. Divertente, soprattutto nel ritornello.
Una bellissima ristampa dunque, che risolve una volta per tutte gli errori riportati più volte nelle edizioni precedenti per quanto concerne l’artwork e le liner notes. Finalmente un lavoro fatto come si deve grazie a JOHN ASTLEY, RICHARD DIGBY SMITH, DAVID CLAYTON e tutto lo staff coinvolto. Da grandissimo fan della BAD COMPANY a loro la mia eterna gratitudine.
Consiglio dunque a tutti i lettori di questo blog l’acquisto delle deluxe edition dei primi due album della BC (di STRAIGHT SHOOTER parleremo a giorni), per il sottoscritto sono così fondamentali che ho minacciato di rompere l’amicizia con alcuni miei amici in caso di mancato acquisto. Baaaad , Baaaad Company ‘til the day I die!
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(broken) ENGLISH
I was convinced that 2014 and 2015 were the years of the deluxe edition of LED ZEPPELIN, that nothing could divert my total attention from the new reissues with bonus material of my favorite band, and instead, thank to the poor job done by JIMMY PAGE, the real events in reissue matters have become for me the deluxe editions of the first two albums of my beloved BAD COMPANY (and indeed even DEATH WISH II, edition of which will be discussed shortly).
This is the way of doing deluxe edition: new remaster of the original album on a disc, bonus material gathered on a separate disc and containing everything of significance concerning the session in question, a booklet wriitten by a dedicated fan (in this case DAVID CLAYTON the great) with the right sleeve notes-credits–correct data and finally an affordable price. JIMMY PAGE should learn.
We are in 1971, the FREE disbanded, PAUL RODGERS forms PEACE, a trio that becomes the opening act of some MOTT THE HOOPLE concerts. PAUL meets MICK RALPHS during the time they spend together backstage. MICK is frustrated, IAN HUNTER refuses to sing a couple of his pieces (CAN’T GET ENOUGH and MOVIN’ ON) because he believes his voice is not suitable for the kind of songs. PAUL and MICK begin to suppose a collaboration. Then FREE get together again, MOTT suddenly succeed so everything is set aside until the summer of 1973 when the two finally get together; Simon KIRKE jumps on the ship and after lengthy audition, BOZ BURRELL does the same. RODGERS does not want problems this time, he requires a management of high level, so he calles PETER GRANT. They meet in a room that serves as a rehearsal room in Albury, Guilford. It’s september 4, 1973. The band play while waiting for Grant, but the powerful manager of LZ seems to be late. He finally appears after listening the band for a while secretly out of the building. “I like what I hear. Let’s shake-hands.”
November 1973, LZ are starting the recordings for PHYSICAL GRAFFITI, but there is a problem with JONES: he gets ill or he is still deciding whether to leave the group or not. GRANT has already booked HEADLEY GRANGE and the RONNIE LANE MOBILE STUDIO, so he asks RODGERS to take advantage of it.
In a few weeks the BAD COMPANY (name taken from the title of the 1972 film with JEFF BRIDGES) records the pieces that will end on the first album. All songs are recorded live, embellished with overdubs later. In April 1974 the band goes on a first tour in the UK (after warm-up gigs in Germany), and although the album is not out yet, it is a triumph. Shortly after they leave for the US where they open shows fot people like EDGAR WINTER, SANTANA, ZZ TOP. In May, the new single CAN’T GET ENOUGH is out, in the same month the album see the light inUK and in June in the USA. It Becomes silver disc in Britain and gold in America, where to date it has sold five million copies.
The formula of BAD COMPANY is clear: beautiful and simple Rock songs played with elegance, passion and no frills. A mixture of Hard Rock, blues and soul. Four songs lead the way: CAN’t GET ENOUGH, MOVIN ‘ON and READY FOR LOVE (already published in 1972 by MOTT THE HOOPLE) writtenby RALPHS and BAD COMPANY a RODGERS /KIRKE composition. Happy and and carefree Rock numbers and poignant and passionate ballads.
With the song BAD COMPANY RODGERS puts on canvas permanently his epic feel for which he is famous. DON’T LET ME DOWN and THE WAY I CHOOSE are also two great slow moments. SEAGULL is a bit rhetorical, Rodgers with acoustic guitar who sings about seagulls, ROCK STEADY is a bit static but after all it rocks anyway.
The bonus material CD is very interesting, despite the fact that there are not inedits (no abundance in the 1973 sessions). There is a CAN’T GET ENOUGH that is a bit mystery, as DAVID CLAYTON (world eminence in the FREE and BAD CO field) points out. The date on the tape says June 1974 (but the album was released in May) so it’s likely there are inconsistencies, but either way it is a great live version in the studio (with overdubbed solos). Then it comes LITTLE MISS FORTUNE (taken from demo reel), a piece by RALPHS / RODGERS that came out at the time only as B side of the single CAN’T GET ENOUGH. It’s a excellent alternative take played live in the studio without piano, with RODGERS on rhythm guitar played thru’ a Leslie effect and with RALPHS decorating the song. THE WAY I CHOOSE comes from demo reel too; everything is rather bare, but not without charm. With this arrangement it looks like a soul ballad. Long solo by MICK on the coda. In some parts it seems dangerously close to LOVE ME SOMEBODY, a song that will appear on the third album RUN WITH THE PACK.
It ‘s true, there may be no inedits in this additional material, but it is easy to understand even at the beginning of the cd that the alternative versions are really alternative and, if you’re a fan, very, very interesting. BAD COMPANY comes from the tapes of the actual session of November 1973, and it played as a trio, without MICK RALPHS. It must be one of the first serious attempts. It’s nice to hear PAUL after the song end (referring to KIRKE): “Si… You know that beat you were just doing. That’s the one…”.
A second THE WAY I CHOOSE follows, complete with a false start, RODGERS sings it an octave higher. It’s intriguing for a fan to understand how certain songs evolved. EASY ON MY SOUL is a piece that originally appeared on the album HEARTBREAKER (1973) by FREE. BAD COMPANY recorded a version in November of 1974 when they began recording songs for the second album (STRAIGHT SHOOTER) but it ended up – in single edit format – as b-side of the american single MOVIN ‘ON. This is a new mix which presents for the first time the full version of the song, the passion showed at the end is really worth discovering.
From the session reel it comes again the song BAD COMPANY, according to DAVID CLAYTON this is the version immediately preceding the one of the finished album. The rhythmic pattern of RALPHS however, is a bit different from the original. SUPERSTAR WOMAN is a track published – with a mix different from this – for the free time on the Original BAD COMPANY Anthology in 1999. This is the second mix on the reel and it features the full version of the the piece.
Then we have CAN’T GET ENOUGH, LITTLE MISS FORTUNE and EASY ON MY SOUL in their single-edit form. Nothing new then, but it’s nice to have everything possible on a single disc. A mental ballast which I carry around for decades is the one that makes me hear LITTLE FEAT when listening certain things from BAD COMPANY. LITTLE MISS FORTUNE is one of those. CAN’T GET ENOUGH with the addition of the Hammond organ closes this bonus bonanza. Fun, especially in the chorus.
A beautiful reissue therefore, that solves once and for all the errors mentioned several times in previous years editions regarding the artwork and liner notes. Finally a work properly done thanks to JOHN ASTLEY, DIGBY RICHARD SMITH, DAVID CLAYTON and all the staff involved. Being a huge fan of BAD COMPANY they have my eternal gratitude.
I recommend therefore to all the readers of this blog the purchase of the deluxe editions of BC first two albums (we will talk STRAIGHT SHOOTER soon), for myself they are so fundamental that I threatened to break the friendship with some of my friends in case they don’t buy them.
La avventura del Wakeman Trophy 2015 è del tutto simile a quella dell’anno passato: partenza alle 15, arrivo a Vicenza alle 17, appostamento in zona Teatro Olimpico per vedere se RICK compare per il soundcheck, chiacchiere con nuovi e vecchi amici che nel frattempo arrivano, toast e birretta, entrata, concerto e qualche momento passato con the keyboards wizard in persona. Che meraviglia quando tutto si dipana bene.
Arrivare sul posto alle 17 forse è un po’ troppo, ma non voglio frenare la groupie, è il suo momento e se lo vuole godere tutto. Stazioniamo in zona per un ora e mezza, un paio di proghead si avvicinano. Poco dopo arriva PAOLO BOLLA, di SchioLife, ci ricorda dal concerto dello scorso anno così fraternizziamo e iniziamo amabilmente a parlare di musica. Un quarto d’ora e arrivano due fotografi. Ci presentiamo, loro sono MARCO CHIERICO, fotografo ufficiale degli eventi di SchioLife, e RAFFAELLA VISMARA. Non so come mai ma in pochi minuti si gettano le fondamenta di un rapporto d’amicizia probabile e profondo. Credo si tratti di reazione chimica, ancora non sappiamo se abbiamo affinità elettive tali da impegnarci in un rapporto serio, ma la gentilezza e l’educazione di MARCO e il sincero approccio di RAFFAELLA fanno scattare qualcosa. Mentre siamo lì, RAFFAELLA prova la sua nuova macchina fotografica e ci scatta qualche foto, MARCO fa lo stesso…
Groupie & Uomo Di Blues – Saura e Tim – Vicenza 24-4-2015 PHOTO RAFFAELLA VISMARA
Saura & Tim Vicenza 24-4-2015 – PHOTO MARCO CHIERICO
Parliamo un po’ e scopro che Raffaella è una grande amica di MEL PREVITE, esimio chitarrista modenese (ROCKING CHAIRS e LIGABUE) nonché mio grande amico e che gli amici bolognesi che sta aspettando sono anche i nostri, infatti GIANLUCA GOLLINI, GABRY MARTELLI e company arrivano di lì a poco. Poi d’improvviso dalla strada principale arriva RICK WAKEMAN accompagnato dal manager e da CLAUDIO CANOVA promoter di Schio Life. Non ci permettiamo di disturbarlo, sta andando a provare il pianoforte, ci limitiamo a seguirli. La groupie si mette a filmare col cellulino, potrebbe essere uno di quei video che si vedono su YOUPROG nella categoria RILF (Rockstar I Love …).
In breve anche altri storici YES/PROG fan ci raggiungono, UMBERTO MONTANARI, MAURIZIO CAVALCA, RICCARDO SCIVALES su tutti, nomi pesanti per il contesto in cui siamo. Arriva anche il vecchio DOC che però prima si ferma in pizzeria. Ore 20:30, si entra. Il teatro è uno spettacolo, probabilmente il più bello del mondo. La profondità e la prospettiva sono un qualcosa di incredibile.
RW Vicenza 24-4-2015 (photo Tim Tirelli)
La gente inizia a prender posto, cerco con lo sguardo DOC, lo vedo lassù in tribuna. Io e la groupie siamo in platea, seconda fila, di fronte al pianoforte: posti eccellenti. Alla fine ci sarà il sold out.
Doc in Vicenza (photo TT)
Tim & Groupie Vicenza 24-4-2015 – Photo Doc Marena
Prima del concerto mi viene a salutare GIANNI DELLA CIOPPA, è in the house perché deve scrivere un articolo per CLASSIC ROCK Italia.
Verso le 21,15 entra CLAUDIO CANOVA appunto, due parole e dà spazio al sindaco di Vicenza. Chiosa finale di CLAUDIO ed ecco RICHARD CHRISTOPHER WAKEMAN. Si parte come nel 2014: THE JIG.
RW Vicenza 24-4-2015 (Saura Terenziani)
La scaletta e il mood del concerto sono molto simili a quelli dello scorso anno a Schio, andando a memoria l’unico pezzo nuovo dovrebbe essere Children Of Chernobyl, ad ogni modo le dita di RICK incantano grazie a:
The Jig”, lunghe parti tratte da “King Arthur” e da “Journey to the Centre of the Earth”, “Catherine Of Aragon”, “Catherine Howard”, “Life On Mars” di DAVID BOWIE, “And You And I” e “Wonderous Stories” degli YES, “Children Of Chernobyl”, “Merlin The Magician”, “Eleanor Rigby” dei BEATLES versione PROKOFIEV, “The Meeting”, “Morning Has Broken” di CAT STEVENS
RW Vicenza 20-4-2014 – PHOTO MARCO CHIERICO
RW d Vicenza 24-4-2015 – PHOTO MARCO CHIERICO
Come prevedibile, i pezzi che forse ho gustato di più sono stati i miei due preferiti: THE JIG e CATHERINE HOWARD, quest’ultimo catturato su video dalla groupie tramite cellulare:
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RW Vicenza 24-4-2015 – PHOTO MARCO CHIERICO
Rispetto al 2014, RICK mi sembra un pelino più appoggiato, ma suona comunque divinamente. Che pianista meraviglioso che è. Ogni tanto vedo MARCO CHIERICO che scatta fotografie, foto che sono a corredo di questo misero articoletto e che rendono giustizia alla grandezza del personaggio di cui sto parlando.
RW Vicenza 24-4-2015 – PHOTO MARCO CHIERICO
RW Vicenza 24-4-2015 – PHOTO MARCO CHIERICO
RW Vicenza 20-4-2014 – PHOTO MARCO CHIERICO
RW Vicenza 20-4-2014 – PHOTO MARCO CHIERICO
Ogni tanto catturo con la coda dell’occhio anche la chioma bionda di RAFFAELLA VISMARA che si adagia sull’obbiettivo, anche le sue foto aiutano questo post a dare le esatte coordinate dell’evento…
RW Vicenza 24-4-2015 – PHOTO RAFFAELLA VISMARA
RW Vicenza 24-4-2015 – PHOTO RAFFAELLA VISMARA
RW d Vicenza 24-4-2015 – PHOTO RAFFAELLA VISMARA
Un paio di bis e il concerto finisce. Applausi scroscianti. Un trionfo. Guardo la groupie, sembra molto soddisfatta. Di nuovo quattro chiacchiere con GIANNI, col quale ci ripromettiamo di vederci quanto prima e poi via verso l’uscita.
Tim & Gianni Della CioppaVicenza 24-4-2015 (photo Saura T)
In molti escono definitivamente, altri – come noi – si fermano in attesa che venga aperto l’accesso ad una grande sala interna dove sembra RICK si intratterrà con i fan. Incontro finalmente DOC. Quattro chiacchiere sul DARK LORD e poi diligentemente ci mettiamo in fila.
Tim & Doc Vicenza 24-4-2015 (photo Saura T)
Questa volta il tutto è organizzato meglio, ci sono persone dello staff che gestiscono il flusso di fan per far sì che ogni gruppetto di amici abbia un minimo di tempo da passare con RICK con la dovuta privacy. Osservo questa rockstar disponibile, paziente, gentile e mi interrogo circa le possibilità che potrei avere io con le rockstar preferite che mi sono rimaste: JIMMY PAGE, MICK RALPHS, KEITH EMERSON, PAUL RODGERS. Nessuna, naturalmente. Tocca a noi tre. La groupie mi dice “vieni anche tu con me”. Salutiamo RICK, la groupie gli chiede se gentilmente può autografare un paio lp (SIX WIVES OF HENRY VIII e CLOSE TO THE EDGE) e la sua autobiografia. RICK diligentemente assolve il compito …
e mentre lo fa io ripeto più o meno quello che gli dissi l’anno scorso: “She is my girl, Rick, but she’s crazy on you”. Poi mi sposto per immortalare il momento col cellulino. RICK guarda di nuovo la groupie, ride e le dice “Saoourra, you need to see a doctor”. Rido di gusto.
Taking the picture – Tim Vicenza 24-4-2015 – PHOTO RAFFAELLA VISMARA
Ho la groupie e RW nell’obbiettivo, cerco di fare la foto migliore che posso, guardo the girl from Gavassa, lì abbracciata al suo idolo, è raggiante. Che culo che hai, groupie!
Saura & RW Vicenza 24-4-2015 (Photo Tim Tirelli)
Vedo lì di fianco RAFFAELLA che ci sta scattando foto, che il padre dei quattro venti la benedica, mica da tutti avere una fotografa professionista a disposizione quando sei lì con una delle tue rockstar preferite.
Ora chiedo a RICK se è possibile fare una foto anche con me, lui acconsente senza nessun problema, la groupie mi inquadra…
RW & Tim Vicenza 24-4-2015 (Photo Saura Terenziani)
e anche RAFFAELLA fa il suo dovere…
RW & Tim Vicenza 24-4-2015 – PHOTO RAFFAELLA VISMARA
Un ultima foto con DOC e il nostro momento è terminato. Vado da RICK, gli stringo la manona e gli dico “Thank you for everything, Rick, you are always too kind“, e lui di rimando “noproblem, you are welcome … Tim Tirelli master of the blog” (va beh, quest’ultimissima l’ultima parte me la sono inventata).
Cincischiamo ancora un po’ in zona mentre altri lo vanno ad incontrare. Ringrazio RAFFAELLA per la pazienza e la disponibilità. Thank you baby, we do love you.
Tim & Raffaella Vismara Vicenza 24-4-2015 (photo Saura T)
Siamo tra gli ultimi a lasciare il teatro. Ci fermiamo lì fuori insieme a RICK, al suo manager, allo sponsor, allo staff di Schio Life, a MARCO e RAFFAELLA e a qualche altro fan. Mi sposto un momento e osservo la scena, noi lì in strada con RICK WAKEMAN a un metro, come se stessimo tirando tardi dopo una serata in pizzeria con gli amici. E’ poi il momento del commiato, RICK se ne torna in albergo visto che è a dieta ferrea e non può sgarrare, abbraccio e ringrazio PAOLO e CLAUDIO, MARCO e RAFFAELLA, saluto gli amici e, con la groupie che cammina a due metri da terra, mi avvio verso il parcheggio.
Ci buttiamo sulla Venezia-Milano e arrivati sulla Brennero mi metto io alla guida, la groupie è esausta, scende e crolla sul sedile. Troppe emozioni immagino. La sua yes-mobile attraversa di buon passo la notte nera, rollando sicura sull’autostrada, adelante adelante c’è un uomo di blues al volante. Amo questi momenti, quando la notte profonda rende tutto più lieve, un po’ come succede con la neve. Mi sento bene, lontano dai miei blues, due settimane a Cuba e questa piccola grande avventura vicentina sono una panacea per i dolori del (non più) giovane Tim. I fari della freccia giallo di Borgo Massenzio fendono la coltre di notte che copre le corsie, nei miei pensieri prendono corpo la melodia e il testo del pezzo che preferisco in assoluto in questi momenti …
And I think it’s gonna be a long long time Till touch down brings me round again to find I’m not the man they think I am at home Oh no, no, no, I’m a rocket man Rocket man burning out his fuse up here alone
… no, non sono l’uomo che credono io sia, non sono nemmeno quello che io stesso credo di essere, sono solo un uomo di blues che vaga su questo piccolo pianeta sperduto e sospeso chissà come nelle profondità siderali, un uomo di blues che grazie a serate come queste riesce a trovare il carburante per continuare il cammino. Thank you Rick, thank you groupie.
Un’altra avventura Rock direttamente dai ricordi del nostro amico Massimo Bonelli.
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Era una mattinata uggiosa. Normale a metà settembre, soprattutto nel Regno Unito, ma noi eravamo a Milano e quel giorno non doveva piovere per alcun motivo. Stavamo ultimando i preparativi per l’arrivo della “regina” Freddie Mercury e dei suoi nobili accompagnatori.
Erano trascorsi pochi mesi dalla loro presenza al Festival di Sanremo con Radio GaGa. Ricordo che ci veniva comunicato di continuo l’aumentare delle persone del loro staff e, di conseguenza, diminuivano le stanze in albergo a disposizione nostra. Finimmo costretti a dormire in otto nella stessa camera, come in collegio. Fu comunque molto rock’n roll. Quattro limousine, una per ogni componente della band altrettante macchine per lo staff. Cinque bodygard, una per ciascuno, due per la regina, di cui uno procurato da me, che si presentò con il braccio ingessato, cosa che per fortuna divertì e piacque molto a Freddie Mercury. Dal loro arrivo all’aeroporto di Nizza sino alla ripartenza, non ci fu un attimo di tregua. Ma l’organizzazione fu perfetta e i Queen erano una vera macchina da spettacolo.
Torniamo nuovamente a quel disgraziato mattino di pioggia di metà settembre. La villetta, così chiamavamo la nostra sede Emi, luogo dell’evento, era molto spaziosa all’interno, ma l’idea di far incontrare, nell’ampio giardino, i Queen con i media, sarebbe stata sicuramente apprezzata da tutti. Il personale del catering, lo staff tecnico, i collaboratori della Emi, tutti in attesa del miracolo che ci permettesse di allestire ogni cosa all’esterno. Ma la pioggia persisteva ed il cielo era di umore nero.
A metà mattinata bisognava prendere una decisione. L’arrivo della band era previsto alle 12.30, quello dei nostri ospiti giornalisti alle 12.00. Seppur la pioggia continuasse a cadere, riuscivo ad intravvedere un velato raggio di sole che lottava per farsi spazio ed io, naturalmente, tifavo per lui. Ma coloro che stavano scalpitando per allestire, iniziando a preparare bevande, cibo, luci e microfoni all’interno, tifavano per la razionalità. Affacciato verso la strada, vedevo la gente che camminava con gli ombrelli aperti, le auto con i tergicristalli in funzione, le pozzanghere stracolme.
Certo, viene da pensare che bastava controllare il meteo su internet con un computer o un cellulare…. ma eravamo nel 1984 e la tecnologia era ancora scarsa. L’unica virtù esistente all’epoca stava nel fatto che si ascoltavano tanti dischi, album in vinile con grandi copertine colorate ricche di informazioni, si ascoltavano interamente e più volte. Questa conferenza stampa veniva infatti organizzata per presentare, oltre ai due concerti milanesi dei Queen, anche il loro album “The Works”, pubblicato successivamente alla loro apparizione sanremese.
Il tempo scorreva crudele come i rigagnoli di pioggia verso i tombini. I primi giornalisti si presentarono con indiscreto anticipo. Pian piano arrivarono tutti gli altri. Mentre li accoglievo, lanciai uno sguardo all’esterno e vidi qualche coraggioso passante che chiudeva l’ombrello. Era oramai mezzogiorno, mezzogiorno di fuoco. Un raggio di sole prevalse prepotentemente sull’oscurità ed illuminò la strada. Con stoico coraggio, ordinai immediatamente l’allestimento in giardino. Tutti si diedero precipitosamente da fare, camerieri, tecnici, collaboratori ed anche i giornalisti. Con frenetica arte organizzativa, tutto fu pronto in pochi istanti.
Deacon, Taylor, Bonelli & May
Puntuali come un orologio svizzero, alle 12.30, su splendide carrozze reali, arrivarono i Queen e, con loro, un sole caldo e totale. Brian May, John Deacon, Roger Taylor e, naturalmente, Freddie Mercury fecero un pomposo ingresso nel giardino della villetta, accolti da un sonoro applauso. Il sole aveva reso tutti di ottimo umore e naturalmente anche me. L’incontro con i media, seguito da un aperitivo, fu estremamente gradevole ed informale. Freddie, sempre professionale e molto rilassato, confessò di amare il nostro Paese, in quanto culla della musica operistica, di cui lui era grande estimatore. Arrivando verso la villetta, aveva avuto modo di ammirare la statua di Giuseppe Verdi, compositore che gli aveva regalato tante emozioni.
Massimo Bonelli & Freddy Mercury – Milano. Sept 1984
La sera organizzai la cena con loro in un ristorante vicino all’Università Statale. Una serata piacevole con lunghe chiacchierate, sia con la band che con il loro manager Jim Beach, sulle bellezze nazionali. Fu forse per questo che, tempo dopo, Jim Beach decise di prendere casa all’isola d’Elba.
Più tardi la “regina” si fece accompagnare in un club molto, molto esclusivo…
God save the Queen… because… Freddie you’re a boy make a big noise… playing in the street, gonna be a big man someday … singing… We will We will Rock you…
Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.
Ormai non riesco a leggere niente altro che GREG ILES. Da quando comprai un suo libro attratto dai posti in cui era ambientato, son dentro ad un buraccione (come direbbe Riff) c’an sa menga. Ho già scritto che grazie a lui mi sono definitivamente scoperto amante dei thriller, che poi a pensarci bene non è mica vero, ho appena tentato di leggerne uno non suo (Sarò La Tua Ombra di Jeffrey Deaver, un altro in confidenza con i bestseller) ma mi son fermato a pagina 89, non mi prendeva più di tanto. E’ dunque GREG ILES a farmi amare i thriller, con la sua prosa di gran lignaggio, le sue trame intriganti, il suo savoir faire narrativo. I suoi romanzi sono ambientati a NATCHEZ e zone limitrofe, a tratti arrivano fino a NEW ORLEANS, il territorio è dunque denso di humus basilare per l’uomo di blues che è in noi, i personaggi sono più o meno tutti collegati, personaggi che di volta in volta assumono il ruolo principale. ILES è LA scoperta degli ultimi anni, un autore per me fondamentale in questa parte della mia vita. Questi sono due dei cinque suoi libri che ho recensito qui sul blog, a quattro di essi ho dato quattro stellette e mezzo, per LA MEMORIA DEL FIUME mi spingo oltre: punteggio massimo, libro davvero spettacolare.
Bella, intelligente, tranquilla: Kate Townsend è per tutti una ragazza speciale, una diciassettenne dal viso d’angelo. Silenziosa, e sola, compie anche il suo ultimo viaggio attraverso la città che dorme. Il suo corpo nudo, che mostra evidenti segni di violenza, viene trasportato dalla corrente del ruscello, gonfiato dalla pioggia, fino al Mississippi. E domani, al risveglio, la città sarà travolta da un ciclone ben più impetuoso delle acque del fiume. Professionista di successo, cittadino stimato, padre modello, il dottor Drew Elliott è un pilastro della comunità di Natchez. Ma ha superato il confine di ciò che è lecito, l’invisibile linea di demarcazione che domani, da eroe, lo trasformerà in mostro. Perché domani si scoprirà che é stato lui il primo a trovare il cadavere di Kate, ma non ha dato l’allarme per salvare le apparenze. Perché domani non si potrà più nascondere la relazione che lo legava alla ragazza nonostante gli oltre vent’anni di differenza tra i due. Perché domani, per tutti, sarà lui il principale indiziato dell’omicidio. Non gli resta che chiedere aiuto a Penn Cage, il suo migliore amico nonché ex avvocato. Per difenderlo, quest’ultimo dovrà scavare sotto la patina di tediosa normalità che avvolge la cittadina, dalla quale emergeranno scomode verità di sesso e droga, ricatto e corruzione politica. Verità che costringeranno lo stesso Cage a mettere in discussione la sua fiducia nell’amico e nell’impeccabile comunità che credeva di conoscere da sempre.
Qui un video girato da un lettore nel cimitero di NATCHEZ alla ricerca di THE TURNING ANGEL (titolo originale de IL PIANTO DELL’ANGELO). Impressionante vedere come una cittadina di 20.000 abitanti come NATCHEZ abbia un cimitero di quelle dimensioni.
Il delta del Mississippi è un posto inquietante. Nella palude che si estende a pochi chilometri da New Orleans, guardata a vista dagli alligatori, predatori e prede si sfidano in un’incessante danza macabra. C’é un altro predatore che semina la morte, nel mondo degli uomini: un assassino che sceglie le sue vittime entro i confini della città, tutti maschi, bianchi, sopra i quaranta, con famiglia. Senza legami apparenti tra loro. La tecnica é sempre la stessa, ripetuta con meticolosità maniacale: due colpi di pistola, segni di morsi sul corpo e una scritta tracciata con il sangue sulla scena del crimine – «Il mio lavoro non è mai finito.» L’FBI e il Dipartimento di polizia di New Orleans decidono di contattare Catherine “Cat” Ferry, celebre dottoressa specializzata in odontoiatria, che già in passato ha collaborato a varie indagini. Ma Catherine non è un personaggio facile: è una donna che ha avuto un’infanzia tormentata, segnata da una madre assente, un nonno dispotico a fare da capofamiglia, un padre alienato dall’esperienza in Vietnam e poi ucciso in circostanze mai chiarite quando lei era bambina. Su tutto, l’ombra degli abusi sessuali, di cui Cat paga tuttora le conseguenze. Ha smesso di tentare il suicidio, ma non ha smesso di bere, ed è in cura da una terapeuta, che la aiuta ad affrontare le ombre che albergano dentro di lei. Quando viene coinvolta nella caccia al serial killer, per Catherine inizia una doppia indagine: quella ufficiale e quella, molto più personale e dolorosa, nel suo passato, nella sua infanzia violata. Perché forse, tra le due, esiste un filo sottilissimo. E risolvere la prima potrebbe liberarla dagli incubi della sua vita.
Sette anni che non faccio un viaggio e ora che Brian è sistemato nella struttura giusta e che mi sembra di aver finito di attraversare un periodo difficile e turbolento della vita, mi pare il momento adatto per farne uno. Fantastico di mete esotiche tipo Vietnam spinto dal tour che fece lì non troppo tempo fa il mio amico Massimo Bonelli o tipo Patagonia grazie alle suggestioni mai sopite ricevute dai libri di Sepulveda, ma poi mi faccio due conti in tasca, sondo il mio animo e decido di venire a più miti consigli. Una sera su SKY Tg 24 sento che gli Usa stanno riallacciando le relazioni diplomatiche con Cuba … guardo la groupie e le dico: “devo portarti a Cuba prima che ...”. Il riflesso è incondizionato, è la considerazione più banale da fare, ma voglio che abbia la possibilità di vedere l’ultimo afterglow di quello che fu un’idea di mondo diverso. Io ci son già stato dieci anni fa ma poco importa, amo quell’isola, la sua storia, e ci torno volentieri.
Pochi mesi dopo mi trovo a Malpensa in procinto per partire due settimane per la “chiave del golfo”, Cuba appunto. Sono un pochino nervoso, soffro di vertigini (e ti pareva…) e i voli aerei mi danno da fare, in più ho dormito solo due ore ma ad ogni modo son qui.
Malpensa – Blue Panorama Starship (foto di TT)
Imbarco, allacciarsi le cinture, si parte. Stringo forte la mano alla groupie, lei si gasa per l’accelerazione del decollo, io perdo l’equilibrio, la testa acquista una rotazione tutta sua, cerco di pensare a MICK RALPHS, recito i titoli di WILDLIFE dei MOTT, quelli di STRAIGHT SHOOTER, non basta, aggiungo i nomi dei titoli dei due album dei FIRM, quelli di CUT LOOSE, di IN THROUGH THE OUTDOOR according to Tim Tirelli. L’aereo non smette di salire e di destabilizzarmi, sto per iniziare con gli album dei DETECTIVE ma poi mi dico “ecchecazzo an s’ pol menga”, svuoto la mente, guardo la mano della groupie: è viola, mollo la presa … siamo finalmente ad alta quota, il Boeing 767 adesso rolla placidamente, posso ricompormi. A metà traversata do un’occhiata al finestrino, ma solo un momento, è meglio che non mi soffermi troppo a guardare di sotto…
Atlantic crossing (foto di TT)
Il comandante è Roberto Reggianini, un modenese ex pilota di caccia dell’areonautica militare, mi sento tranquillo. Undici ore in economy sono lunghe da passare, mi chiedo quando e se mai potrò permettermi un viaggio in business class. Penso al mio amico Athos, lui dice che in realtà sono un radical chic … forse ha ragione: faccio tanto il guevarista ma poi voglio volare in prima classe.
Alle 22,30 atterriamo al José Marti. A Cuba sono le 16,30. Dieci anni fa il viaggio dall’aeroporto all’albergo Havana Libre, in centro, fu una folgorazione, ero nel bel mezzo dei miei studi sulla rivoluzione, e toccare finalmente con mano la città che sentivo mia fu una rivelazione, piena com’era di cartelloni di propaganda alla revoluciòn e alle figure ad essa centrali. Questa volta niente di tutto ciò, il Chateau Miramar è all’estrema periferia, ci arriviamo attraversando anonime calle e piccole avenida. L’albergo è un quattro stelle, ma per i nostri standard non è nemmeno un due. In camera nulla funziona, il cibo lofi, il servizio di basso ordine, tutto molto diverso dalla mia precedente esperienza. L’Habana Libre era ed è un splendido cinque stelle che mostrava (e immagino mostri tuttora) i segni decadenti della realtà cubana post rivoluzione, oltre che simbolo della rivoluzione stessa ( in origine era L’Hotel Hilton, requisito da Fidel Castro quando questi entrò trionfalmente all’Avana i primi giorni del 1959 trasformato in base operativa iniziale.)
Mi torna in mente di nuovo Athos. Che posso farci, sono un europeo, un occidentale, i miei standard sono questi. Ad ogni modo faccio il reset, mi posiziono in modalità Cuba, seguo lo stream della città e tutto diventa più morbido e meno impegnativo.
Jet lag blues: lunedì mattina, Havana – sveglio alle 3.
L’Avana mi sembra la stessa di dieci anni fa, senonché sono spariti tutti i visual “pubblicitari” propagandistici della Rivoluzione come ho già detto. È un colpo al basso ventre che per un po’ mi lascia senza fiato. Parlando con alcuni cubani capisco che loro apprezzano la mancanza di questi cartelloni, io invece mi sento orfano di icone che sentivo fondamentali. Ma lo skyline della città mi lascia comunque a bocca aperta, sento di appartenere ad essa, quasi quanto l’Emilia …
Habana skyline (Foto TT)
Tappa d’obbligo alla Plaza De La Revoluciòn, contemplo con ammirazione i due visual giganteschi del CHE e di CAMILO CIENFUEGOS, la groupie si emoziona un po’; sento turisti che confondono CAMILO e lo stesso CHE con FIDEL CASTRO, scuoto la testa e penso che l’umanità non ha futuro… posso capire CIENFUEGOS, ma GUEVARA!!!
Tim in Plaza De La Revoluciòn (foto Saura T.)
Camilo Cienfuegos – Plaza De La Revoluciòn (foto Saura T.)
Giro per la città vecchia e per le sue quattro piazze principali con piacere, ma porto in giro la mia nostalgia per un’era che si sta inesorabilmente concludendo. Alcuni cubani sui trent’anni mi vedono passare e intonano l’ultima frase del ritornello di quello che per me è l’inno nazionale della mia anima …“comandante Che Guevara” canticchiano, mi volto e li saluto militarmente.
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Mi chiedo cosa possano pensare dell’ennesimo europeo imbevuto della retorica guevarista, ma d’altra parte la mia mise lascia pochi dubbi sul mio essere …
Il Che Guevara dei poveri (Poor man Che Guevara) Playa Veja, Habana (photo Saura T.)
Mi sembra che i turisti siano aumentati in modo esponenziale, c’è ne sono davvero tantissimi, d’altra parte lo sono anche io, ma la sensazione è quella che Cuba sia diventata giusto una delle varie mete caraibiche, spogliata come sembra dal turismo più romantico, quello legato alla storia degli ultimi sessant’anni.
Mi fermo a bere un Rum. Il barista ci fa ” Rum for two?” e io, visto che la groupie non beve alcolici, “No, rum for one” e mentre lo dico sento JIMMY PAGE che parte col riff …
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Prima di tornare al quartiere Miramar, dove ho l’albergo, sosta obbligata al teatro Karl Marx dove la groupie deve fotografare la venue dove dieci anni fa RICK WAKEMAN ha tenuto un concerto.
Teatro Karl Marx, Habana (photo Saura Terenziani)
Dopo cena decidiamo di tornare in centro. Passiamo dal Taberna Café lì a ridosso della Plaza Veja, dove nel pomeriggio avevamo tentato di prenotare un tavolo per la sera (30 cuc, quindi 30 euro a testa, e tre consumazioni comprese), ma tutti i posti erano esauriti. Era prevedibile, è probabilmente il locale migliore dell’Avana, quello dove puoi ascoltare il vero son di Cuba, dove ogni sera si materializza il Buona Vista Social Club. Venti minuti ad ascoltare, lì fuori, quel sound così profondo e poi un salto all’ Ambus Mundo (sito nel palazzo dove soggiornava Hemingway) e al Café Paris. Passeggiare di sera tra quelle vie è molto suggestivo, la notte rende sfumate le ferite e le difficoltà della città e il tutto assume un aspetto più dolce. Una giovane cubana mi si avvicina, mi chiede il nome e intavola un discorso fatto di luoghi comuni sull’Italia. Poi mi dice che è incinta e che non ha da mangiare. “Tieni un dollaro baby, ma non raccontarmi storielle”.
Plaza Veja by night, Habana (photo Saura Terenziani
Per tornare ci affidiamo ad uno di quei taxi “privati”, una Chevrolet Bel Air del 1955 rosso scuro. Il cubano alla guida sfreccia senza paura lungo il Malecon, e percorrerlo su una delle macchine per cui Cuba è famosa, in una notte stellata col mare che sbuffa poco lontano, è una sensazione notevole.
1955 Chevrolet Bel Air (Photo TT)
Jet lag blues: martedì mattina, Havana – sveglio alle 4.
Diretto a sud destinazione Santa Clara. Mi fermo a pranzo sul bayou cubano vicino Playa Giron e poi proseguo verso il mausoleo di Che Guevara. Mentre la attraverso, Santa Clara, non sembra cambiata di una virgola. Povera, malmessa, spoglia eppure accogliente. La grande piazza della Rivoluzione appare quasi d’improvviso, la groupie ha un sobbalzo. Entriamo subito a visitare le lapidi del Che e dei suoi companeros. La groupie individua quella del Che e inizia a commuoversi sul serio, ha gli occhi umidi e rossi, la capisco, io feci lo stesso dieci anni fa, e anche oggi un fervore particolare mi scuote. Appoggio la mano sulla lapide, saluto il Comandante. Non si possono fare foto, così ne rubo una da internet …
Interno del mausoleo Guevara – santa Clara (photo internet)
Rivedo con piacere anche il museo a lui dedicato, e il mio guevarismo risale come un fiotto purissimo dal mio animo.
Mi fermo per un momento di raccoglimento anche nel parco lì accanto, dove sono sepolti altri guerriglieri che hanno combattuto col Che …
Santa Clara, il riposo dei guerriglieri del Che (photo Sauta T)
Santa Clara, Plaza de la Revoluciòn (photo TT)
Santa Clara, Plaza de la Revoluciòn (photo TT)
Un salto poi a rivedere il treno pieno di soldati che il Che fece deragliare, mossa che gli permise di conquistare la città di Santa Clara. Lì nelle vicinanze un vecchio e una vecchia male in arnese chiedono l’elemosina. Do 5 dollari ad ognuno. Mi abbracciano, mi augurano tutto il bene, sembrano sinceri. Io ricambio l’abbraccio, il vecchio sembra interrogarsi circa la mia gentilezza, gli dico in spagnolo “y soi un hombre de esquierda“. Mi sorride e mi abbraccia di nuovo. Poco dopo mi corre dietro, mi chiama, “Hombre, hombre” e mi allunga una banconota della valuta locale per i residenti, il valore economico è irrisorio, ma quello spirituale immenso: su entrambi i lati appare Che Guevara. Ci lasciamo guardandoci negli occhi, augurandoci buona fortuna. Te quiero Santa Clara.
Santa Clara, the train to nowhere (photo TT)
Santa Clara gets it right (Photo TT)
Spiritual Graffiti – Santa Clara (Photo Saura T)
A Santa Clara alloggiamo nel bel complesso Los Caneyes, struttura di un certo livello. Abbiamo una “capanna” tutta nostra, semplici architetture ad omaggiare gli indios che vivevano qui prima che arrivassero i conquistadores spagnoli.
La capanna dello zio Tim – Los Cayenes, Santa Clara (photo Saura Terenziani)
Los Cayenes -Santa Clara (photo Saura TT)
Cenetta a due con la groupie. Osservo i turisti canadesi, l’ambiente del ristorante credo varrebbe un minimo di etichetta seppur informalissima, ci sono tra l’altro due flautiste e una contrabassista che emanano aria sonora gradevole, ma vedo piccole mandrie di nord americani arrivare con le braghe corte ed infradito oppure vestiti come lo zio Fedele. Usciamo, due passi in questa oasi isolata dalla città, contemplo la luna cubana che romantica splende sopra di noi. Ci fermiamo al bar a bordo piscina, al barista indico una bottiglia di rum, “Rum for two?” mi fa, vorrei spiegargli che non sono un nordamericano, ma il riff di PAGE che sento nelle orecchie mi ferma ancora una volta.
Jet lag blues: mercoledì mattina, Santa Clara – sveglio alle 5.
Ripartiamo, di nuovo southbound. Trinidad, nella parte vecchia, è uno splendore di città, ristrutturata per il cinquecentesimo anniversario dalla fondazione dello scorso anno, ti mostra le vesti del colonialismo spagnolo di cinque secoli fa. Giro per la città e mi dico “sei a Cuba Tim Tirelli … niente male”.
A man and his blues in Trinidad (Photo Saura T)
Trinidad blues (photo Saura Terenziani )
Trinidad (photo Saura T)
Tardo pomeriggio in albergo, tre stelle, sul mare. C’è il tempo di fare il primo bagno della stagione, prendo la groupie e mi butto. Il mare in questa zona non è quello del nord, qui raggiunge si è no la sufficienza, ma ci si adatta. Mi sdraio sul lettino ad asciugarsi al sole con un cuba libre in mano … la vita potrebbe andar peggio.
La cena si svolge in un ristorante affollatissimo, di nuovo mandrie di umani che si alimentano. Slavi, russi, canadesi … una calamità. Uomini in sandali con e senza calzino e in maglietta o in canottiera, donne vestite come se fossero le modelle di una sfilata di moda del cattivo gusto. Cuba, sempre dignitosa da questo punto di vista, è sfregiata da questa fiera della cafonaggine. La formula è all inclusive e una banda di croati prende possesso del bar ordinando tre drink ciascuno. Mi intrufolo, ordino un mojito, ringrazio il barman e me ne fuggo lontano. Sto diventando misantropo.
E’ il primo viaggio che faccio con la groupie, ed è anche il suo primo vero viaggio di una certa importanza, la osservo alle prese con situazioni a lei tutto sommato nuove, vedo che si adatta senza tanti problemi, sorrido, che razza di donna è la groupie …
Groupie in Cuba (foto TT)
Jet lag blues: giovedì mattina, Trinidad, sveglio alle 6 (il blues del fuso orario allenta la presa)
Lascio dunque la bella Trinidad, dopo un viaggio di circa due ore arrivo a Sancti Spiritus e rimango a bocca aperta. E’ la prima città di questa parte di Cuba che vedo per la prima volta e l’impatto mi esalta. Sempre stile coloniale ovviamente ma piuttosto differente da quello di Trinidad, comunque uno spettacolo.
Sitting and Thinking in Sancti Spiritus (Photo Saura T)
José Marti blues in Sancti Spiritus (Photo Saura T)
Downtown Sancti Spiritus (photo Saura T)
Ripartiamo. Ci fermiamo a mangiare al Fiume Blu, al Rio Azul insomma, in piena campagna zona Ciego de Avila. Bella atmosfera campagnola e buon cibo. Un orchestrina suona su un palchetto sito di fianco a un fiumiciattolo per allietare gli avventori. Inizialmente non ci faccio caso, penso sia il solito complesso mediocre alle prese con la muzak latino americana e invece dopo un paio di pezzi vengo attratto dalla loro proposta, una sorta di jazz-son suonato benissimo e molto, molto elegante. La groupie drizza le orecchie, il bassista deve essere il leader e suona molto, molto bene. Dopo qualche pezzo vado da loro e lascio 5 cuc e, nel mio spagnolo improbabile, li ringrazio per la bella musica. La cantante mulatta e i musicisti mi sorridono e mi inondano di gracias. Si avventurano quindi a mo’ di dedica per me in qualche evergreen italiano, suonato con una delicatezza ed eleganza invidiabili. La groupie va a complimentarsi con il bassista, gli stringe la mano, lui, un tipo riservato e sulle sue, è colpito. La cantante viene a chiederci se siamo musicisti e, una volta capito, ci spiega come sia importante per loro, i GENS, questo nostro apprezzamento. Ci tiene a sottolineare che stanno facendo il possibile per diversificati dai mille complessini cubani che fanno la solita roba commerciale.Rinaldo, credo che il bassista si chiami così, va al microfono e dice che il prossimo pezzo lo dedica a noi. E’ una splendida cavalcata strumentale dove si alternano in momenti solisti lui all basso, il trombettista, il pianista e i percussionisti. Un trionfo. Devo scappare, vado a stringe la mano a tutti i musicisti, la cantante mi bacia, mi chiedono il nome, opto per quello ufficiale “Stefano, Estèban…” ,”Ciao Stefano, buena suerte, buon viaggio”, ormai ci sentiamo fratelli, prima di scappare via dico ” viva Cuba, viva Italia, viva la buena musica, viva la revoluciòn”.
Gens, Rio Azul, Ciego de Avila, (photo TT)
Che bello quello spirito di fratellanza.
Attraverso un altro pezzo di pianura cubana e arrivo a Camagüey, città spesso snobbata dai turisti. La visiterò stasera dopo cena e domattina, intanto mi sistemo in hotel, mi faccio una doccia e mi piazzo nel cortile interno a scrivere queste note sul tablet mentre sorseggio un daiquiri. Mucho gusto, Camagüey.
Writes of springtime in Camaguey (photo Saura T)
La sera dopo cena cerco il locale La Casa Della Trova, pago un cuc e vi entro. Sono insieme ad altri amici italiani conosciuti a Cuba. La atmosfera è quella da centro sociale ricreativo, o da dopo lavoro ferroviario, tavolini posti in un bel cortile interno, il palco posto in fondo con i bagni alla sinistra e alla destra. Arriva il complesso, 13 anziani musicisti cubani che sembrano usciti anch’essi da Buena Vista Social Club; 40 minuti di musica eccellente piena di verve. Il chitarrista fa spavento.
La Casa della Trova, Camaguey, aprile 2015 (photo TT
Mentre mi godo lo spettacolo, ringrazio il padre dei quattro venti che mi ha spinto fin qui e osservo la groupie che si gode ogni piccola sfumatura della musica, mi bevo l’ennesimo drink ed elaboro il fatto che sto cadendo in un vortice alcolico. Faccio mente locale, oggi ho già bevuto due birre, una piña colada, un mojito, un daiquiri e un cuba libre, ed è la media che sto tenendo da inizio settimana. Sopporto molto di più l’alcol e a volte non mi riconosco più. Non ero io quello che fino a due anni fa era succube della dispepsia funzionale, quello che se beveva una bibita fredda se ne stava un giorno intero sul divano con nausea fortissima e con un mal di testa inimmaginabile, incapace di qualsiasi azione? E ora guardatemi un po’, butto giù drink alcolici on the rocks come se niente fosse, misteri del blues! Rientro in camera, mi preparo per la notte, prima di coricarmi do un’occhiata al frigo bar, valuto se aprire una bottiglietta di rum … uhm … desisto, per oggi va bene così, chi mi credo di essere, Ernest Hemingway?
Jet lag blues: venerdì mattina, Camagüey, sveglio alle 5.30.
Camagüey fu costruita a mo’ di dedalo per disorientare i pirati, leggo che è consigliabile noleggiare un bici taxi e toccare le quattro o cinque piazzette caratteristiche che non potrebbero essere raggiunte con altri mezzi. La guida aggiunge che così si aiuta chi fa il bici-tassinaro. Dopo un minuto mi sono già pentito, sono in imbarazzo … io e la groupie nei due posti coperti posteriori e il poveretto ad arrancare sui pedali per le stradine strette. Mi sento come il colonizzatore bianco e ricco che sfrutta l’indigeno o il negro. Il giro ad ogni modo vale la pena, Camagüey è assai particolare e ti regala in alcuni momenti il vero sapore di Cuba. Aiuta poi il fatto che la parte orientale dell’isola sembra ancora legata alla retorica della rivoluzione: cartelloni, installazioni, murales sono lì a ricordarlo spesso. Ogni volta che ne incontriamo uno io e la groupie incrociamo lo sguardo e ci scambiamo un veloce segno di assenso.
Camaguey (photo Tim Tirelli)
Camaguey (photo Saura Terenziani)
Camaguey (photo Saura Terenziani)
Home chat in Camaguey (photo Saura T)
Inizia poi il lungo viaggio verso Santiago de Cuba lungo la carrettera Central.
Santiago bound (Photo Saura Terenziani)
Una breve visita a Bayamo e arriviamo a Santiago verso sera, prima di arrivare all’albergo sosta alla Plaza de la Revolucion (le piazze principali a Cuba si chiamano tutte così).
Jet lag blues: sabato mattina, Santiago, sveglio alle 6,45 … inizio a riprendere il ritmo.
Santiago non è male ma non mi prende. Sì certo, la bella piazzetta principale, la casa di Velasquez, il municipio dal cui balcone Fidel fece il primo discorso, la via con le belle case dei francesi scappati da Haiti, ma il feeling non scatta. Però di prima mattina siamo alla Caserma Moncada, quella dove Fidel il 26 luglio 1953 tentò il primo assalto insieme ad un gruppetto di disperati. L’operazione fallì dal punto di vista militare, ma dal punto di vista politico fu un successo, in quella mezz’ora l’epopea castrista e rivoluzionaria iniziarono il percorso.
Il museo all’interno dell’edificio con visita guidata e spiegazione in italiano e una cosa che non potevo perdermi. Sto attaccato alla bella cubana che ci spiega con sobrietà ma anche con passione la vicenda. Non mi perdo uno parola, mi emoziono, a tratti ho gli occhi lucidi. Riguardo i fori dei proiettili che ancora incorniciano l’esterno di quest’ala della caserma, caserma che ora è una bella scuola.
Caserma Moncada (photo Saura T)
Raul Castro giovanissimo e improgionato – Museo Moncada (photo Saura Terenziani)
Nel cortile attiguo c’è una festa, si celebra il 4 aprile, gli alunni avranno una settimana di vacanza, sono intenti a fare una sorta di saggio, bambini che ballano antiche danze francesi, i genitori tutt’ intorno che assistono … poi la festa termina, agli scolari viene dato un diploma in ricordo della giornata, qualcuno rimette musica cubane nell’impianto … genitori che ridono, bambini che corrono, il sole che batte forte, un sentimento di gioia che pare sincero … in quelle stanze e in quei cortili in cui vennero torturati e uccisi i ribelli sessant’anni fa.
Pranzo al ristorante vicino al Morro, il forte che difendeva l’entrata sul mare della città, una terrazza dove mangi all’aperto mentre contempli il mar dei Caraibi. Nel ristorante ci è venuto anche Paul McCartney, è tutto scritto sulle tovagliette di carta. Mentre gironzolo attorno a Santiago, la Sierra Maestra fa da contorno … al solo pensiero mi viene un brivido. Devo tornare di nuovo a Cuba e fare le escursioni sulla Sierra nei posti da dove è partita la rivoluzione.
Sierra Maestra vicino a Santiago (photo Saura Terenziani
Pomeriggio di relax, risalgo da una bella nuotata nella piscina dell’albergo, mi sdraio sul lettino al sole e sorseggio una piña colada. Passa la groupie ” Dura la vita del rivoluzionario eh ?!” Già.
È sabato sera. Insieme agli amici italiani decidiamo di fare un salto in centro. Cinquanta minuti di passeggiata attraverso la città. Molti giovani in giro, tantissimi davanti alla discoteca da dove proviene pessima musica. Ma poi entriamo alla Casa della Trova e la musica diventa subito vera, profonda, sincera. Ancora una volta il Buena vista Social Club ti si materializza davanti. Il locale, 5 metri x 5, dove siamo stipati in parecchie decine è il posto più blues che io abbia mai visto dopo l’Old Absinthe House di New Orleans (sul cui modello fu ricreato il bar della cover di In Through The Out Door dei LED ZEPPELIN). Il bagno è un qualcosa di terribilmente caratteristico. Vi si accede dalla stanzetta adiacente, la porta di legno è a “tendine”, la privacy non è certo il massimo. Un metro e mezzo per un metro e mezzo, al centro un water, lo sciacquone che non funzione, la tazza ormai piena di piscio. Niente altro, nemmeno un lavandino. Vi vedo entrare anche alcune donne, non capiscono come facciano.L’esperienza però è fantastica. Sono in piedi appoggiato ad una porta laterale e osservo questi esseri umani quasi in preda all’isteria, alla fine di ogni pezzo tutti si spellano le mani, un trionfo per il gruppo.
La Casa Della Trova -Santiago De Cuba – aprile 2015 (photo TT)
Tre donne austriache di fianco a me continuano ad ordinare rum. Sono brille. Una di loro si mette a ballare con un nero nello stanzino accanto alla sala principale. Io sono appoggiato al varco di passaggio. Dietro di me un baretto derelitto, la atmosfera è da blues profondo del centro america, siamo nel 2015 ma sembra di essere in una epoca lontana. Una delle due austriache rimaste sedute attacca bottone al mio amico di Roma, di qualche anno più vecchio di me; si chiama come me, ma in quell’occasione si fa chiamare Francisco. E’ un tipo fantastico, entra in empatia con tutti in pochi secondi. Sta al gioco, si diverte, e gli piace entrare in contatto con l’umanità. La tipa lo punta, dopo un po’ gli chiede il nome dell’albergo in cui sta, Francisco si defila. Mi racconta la cosa, ci facciamo due risate, che si tramutano presto in una sorta di tristezza: le donne di una incerta età e sole a volte sono davvero disperate.
Usciamo, non resistiamo più al caldo e al tanfo di sudore-piscio-rum del locale. La groupie resta dentro a godersi fino in fondo il son cubano genuino. Nemmeno il tempo di uscire e Francisco è già lì che parla con due cubane. Certo, sono donne che cercano quel tipo di avventure, ma mi chiedo come faccia Francisco ad entrare in contatto così facilmente con tutti. E’ uno spettacolo d’uomo. Ripenso a quello che ho visto poco fa nella backroom del locale, due italiani di mezza età, più o meno miei coetanei ma che sembrano miei zii e vestiti appunto come lo zio Fedele, accompagnati da due giovani cubane tiratissime. Niente di cui sorprendersi, accade in tutte le parti del mondo, ma vederle abbracciate a due matusa un po’ sfigati mentre un po’ annoiate si bevono una bibita, mi fa male, molto male, e capisco che idealizzo troppo Cuba.
Santiago De Cuba (Photo Saura Terenziani)
Santiago by night (photo Saura Terenziani)
Santiago de Cuba blues (photo Tim Tirelli )
Santiago de Cuba blues (photo Tim Tirelli)
Domenica mattina, termina la settimana di tour, lasciamo Santiago diretti a Guardalavaca via Holguin. L’arrivo al resort Playa Pesquero è un po’ traumatico, per lo spirito. Dopo giorni passati on the road, rilassarsi un po’ non è affatto male, ma le comodità, i comfort e il lusso di questo bel cinque stelle stride con quello che abbiamo appena visto. Io e la groupie siamo un po’ in difficoltà, non è facile passare da una situazione all’altra senza un po’ di trambusto nell’animo. Mi dico che non mi devo sentire in colpa, che non posso cambiare il mondo, che dopotutto sto aiutando Cuba visto che il resort è per il 51% in mano allo stato e per il 49% in mano a privati, che lo stesso Fidel è venuto nel 2003 ad inaugurare questo bel complesso, e che è il turismo a tenere in vita Cuba … ma la sensazione di disagio persiste.
Il resort è grandissimo, più di novecento stanze, ad occhio e croce ci deve essere una media di mille/duemila presenze a settimana, ma non sembra, gli spazi sono enormi e a volte sembra sia deserto. Certo, il bar principale nella lobby alla sera è pieno zeppo di persone, lo stesso dicasi per il ristorante a buffet principale, ma se vuoi evitare le proposte dell’ animazione e la vita da turista standard puoi farlo e ritagliarti i tuoi spazi. Io e la groupie siamo fortunati, ci hanno riservato una stanza in una della case più vicine al mare, in più al primo piano, così evitiamo che animaletti entrino a trovarci.
Play Pesquero (Photo TT)
La piscina è da mille e una notte e il mare davvero splendido. Me lo ricordavo bene, ma immergermi di nuovo in quelle acque smeraldo è una sensazione meravigliosa.
Piscina di Play Pesquero (foto di TT)
Playa Pesquero Beach (Photo TT)
Meditabondo al mar dei Caraibi (photo Saura T)
Mi ritrovo con alcuni amici italiani, il già citato Stefano-Francisco, Elisa, Paola, Franca, Michi e Gabri. I primi quattro partiranno a metà settimana, mentre noi rimaniamo fino a domenica. L’unica escursione che faccio è quella sul katamarano, con snorkeling e bagno coi delfini in una delfinario naturale sito in una baia sul mare. Non avevo considerato il fatto che navigare su quel tipo di imbarcazioni mi rende seasick, così non mi godo appieno la gita, ma riesco ugualmente a sfangarla. Un tuffo con maschera e pinne per vedere quel po’ di pesci colorati che ci sono da queste parti e poi il bagno con i delfini. Nel gruppetto siamo io, la groupie, Franca, Michi e la Gabri; l’istrutture ci affibbia una delfina chiamata Doris (penso subito alla mia amica e collega Simona che in ufficio tutti chiamiamo Doris appunto). Anche qui io e Saura ci facciamo qualche scrupolo, delfini ammaestrati e pazienti che giochicchiano con i turisti, non ci sentiamo esattamente a nostro agio, ma il delfinario non è male, è ampio, è sul mare, e qui ci portano anche i bambini con problemi per un po’ di Dolphin Therapy; organizzano queste escursioni coi turisti proprio per sostenere economicamente la struttura. Con questa giustificazione io e Saura cerchiamo di goderci il momento, perché dopo tutto giocare con un delfino non è una esperienza da poco. Un ultimo bacio a Doris e di nuovo sul katamarano.
A Salty Dog – sul Katamarano zona Guardalavaca (foto Saura T)
La settimana a Playa Pesquero mette sul piatto un paio di questioni: la Deriva Alcolica e il Problema Canadese.
DERIVA ALCOLICA: anche qui bevo più del solito. Almeno due birre e in media quattro drink (tutti a base di rum) al giorno. Una sera dopo cena mi sparo un margarita, e poco dopo Michi mi porta un Santiago 11 (rum invecchiato). Non sono duro da grattare, ma la groupie deve guidarmi fino alla nostra casetta. Non perdo mai il controllo ma rimango in quella bolla di quasi felicità dove tutto è più bello. Se aggiungiamo che per quindici giorni mi scordo completamente di internet, del lavoro, di Sky, dell’Inter, di quello che succede nel mondo, direi che ho quasi raggiunto il nirvana. Non mi scordo del tutto del Rock, non so perché ma ho in mente PRESENCE, e avrei una voglia matta di ascoltarlo, ma sul telefonino ho solo PHYSICAL GRAFFITI, ITTOD (according to TT) e una manciata di altri dischi (BILLY JOEL, ELTON JOHN, RICK DERRINGER, BAD CO, YES, JOHNNY WINTER, UFO, RICK WAKEMAN, CLAPTON. VAN HALEN, WHO e GENESIS). Ma dopo tutto lanciare la modalità random, contemplare il mare e bere un bel drink on the rocks è un gran bel vivere.
IL PROBLEMA CANADESE: avevo letto su internet qualcosa a proposito, ma non vi avevo dato il giusto peso. Il 30% del turismo di Cuba è costituito da canadesi e fin qui niente di male, il fatto è che, come dice Alejandro – il cubano che si occupa degli italiani nel resort- una volta che atterrano a Cuba i canadesi si trasformano. Evidentemente passare dai -30 ai +30 gradi li stordisce. Così, li vedi tutti, e dico tutti, passeggiare per il resort con dei thermos. Caffè? Acqua? Macché, sono pieni di cuba libre, di daiquiri, di mojito. Roba da non credere. Alle sette e mezza hanno già occupato tutti i posti della piscina, bivaccano lì fino alle 16, bevendo a più non posso, fanno una salto in stanza e alle 18 (alle 18!) sono tutti a tavola pronti per la cena. Dalle 19 alle 24 li trovi seduti ai tavoli o ai divani del bar principale della lobby a sorseggiarsi un drink (alcolico) dietro l’altro. Quei pochi che vengono in spiaggia, si tengono sempre stretto il loro thermos. Alcuni fanno addirittura il bagno con esso. Uno invece del thermos ha un boccale di birra da una pinta con un coperchio in metallo con annessa cannuccia. Dentro vi sono due/tre piantine di menta, e ogni volta che il bicchiere si svuota va al bar a riempirlo di mojito. Sono basito. A colazione mi capita di vedere due donne sui trentacinque anni, bersi un cappuccino e poi un prosecchino a testa. Mi guardo in giro e vedo che su altri tavoli di sono dei calici pieni di prosecco. Sono le otto di mattina.
Questa formula dell’all inclusive mi sa che reca danni, certo è comoda, ma chi non riesce a contenersi è destinato ad una brutta fine. Come buona parte dei nord americani almeno il 50% dei canadesi è sovrappeso, per non dire obeso, e vederli gonfiarsi senza sosta di drink è triste. Non parliamo poi del cibo che ingurgitano, a colazione è frequentissimo vedere piatti stracolmi di frittata, bacon e patatine fritte, e si tratta di uomini e donna di almeno (e ripeto almeno) 100 chili. Ho sempre pensato ai canadesi come ad un popolo civile, riservato, illuminato, ma devo ricredermi. Non fanno troppo casino, ma non sono un bello spettacolo. Poi, alla sera mentre percorri i romantici vialetti che portano alla tua casetta, tra cieli stellati, brezze marine e sguardi languidi, li vedi barcollare e fermarsi a pisciare sulle aiuole perché non ce la fanno a trattenerla fino al prossimo lavatory, oppure lasciare bicchieri mezzi pieni sui bei vasi che ornano i vialetti, tanto che gliene importa, ci pensano poi gli schiavi cubani a rimettere tutto a posto. Poveri canadesi, che misere vite che devono avere.
Gli amici che ho incontrato in questa Cuba adventure, una volta capito che sono un appassionato dell’argomento, mi hanno spesso fatto domande sulla storia della rivoluzione castrista, a volte mi sono fatto prendere dal fervore guevarista che mi pervade e mi sono lasciato andare ad approfondimenti intensi, spero di non averli annoiati, ma direi di no dalla continua attenzione che dimostravano. Tutti mi hanno chiesto un consiglio su quale libro leggere a proposito, a tutti ho consigliato “Che Guevara – una vita rivoluzionaria” di JOHN LEE ANDERSON, giornalista americano del Time che per cinque anni studiò a fondo la vita di Guevara e la rivoluzione cubana. E’ una biografia sobria, veritiera, ben fatta, scritta da un americano, lontano perciò da certe partigianeria tipiche di alcune biografie scritte da autori sudamericani.
Una cosa che ho visto confermata è l’ossessione che hanno tutti con il tipo di vita che fanno i cubani. Non è certo un bel vivere, ma noto che il sottolineare continuamente la cosa succede solo con Cuba. Io non ho girato molto, ma qualcosa l’ ho vista, e non mi pare ad esempio che gli egiziani, i maldiviani, gli abitanti di Capo Verde o di Zanzibar se la passino meglio. Ma non ho mai sentito nulla a riguardo, se non qualche veloce considerazione. Con Cuba invece tutti a pontificare. Sembra quasi che non si sia capaci di considerare null’altro che un sistema capitalista. A Santo Domingo, ad Haiti, in Giamaica, i poveri fanno una vita di merda ma nessuno si scandalizza come si scandalizza con Cuba. Fidel ha le sue colpe, nessuno lo mette in dubbio, ma credo anche che cinquant’anni (cinquanta!) di embargo avrebbero affossato qualunque nazione. E poi non dimentichiamo che a Cuba la alfabetizzazione è al 100%, la percentuale di laureati è al 27% (in Italia siamo al 22%), le cure sanitarie garantite a tutti e di livello altissimo se comparate con quelle del centro e sud america, e la mortalità infantile è tra le più basse al mondo (stessa percentuale del Canada ad esempio). Certo occorre cambiare, Raul lo sta facendo, il popolo ha bisogno di tante cose, ma lo stesso vale per tanti, troppi paesi.
Forse sono di parte, ma mi pare di riuscire a notare in parti eguali i pro e i contro. Alla fine quello che conta è che Cuba la sento dentro di me e che venire qui mi rende la vita migliore. L’ultimo giorno inizio a sentire turbamenti. L’ultimo bagno, l’ultimo sole e poi al pomeriggio il pullman per Holguin. All’areoporto la fila per il check in è lunga. Una parte del nastro trasportatore non funziona, e tutto va avanti a singhiozzo. Capisco solo alla fine cosa sta succedendo, quando vedo il mio amico Michi, d’accordo con la cubana che sta allo sportello, che si mette a spostare le valige bloccate in zona check in. Roba da matti: quello che non funzionava erano solo i primi metri di nastro trasportatore. Bastava che uno degli addetti spostasse via via le coppie di valige dei passeggeri che di volta in volta si presentavano allo sportello per risolvere il tutto. Invece, quasi nessuno interveniva, nemmeno i passeggeri davanti agli sportelli che da quella posizione avrebbero dovuto capire tutto. Si sparge la voce che non ci sono più posti vicini, impreco, passare nove ore e mezzo a fianco di uno sconosciuto in classe economica mi pare una tortura. Tocca a noi. In un misto di italiano, spagnolo, inglese chiedo con la massima gentilezza se per noi e nostri amici c’è la possibilità di avere quattro posti vicini. La cubana, evidentemente grata a Michi dell’aiuto, fa un cenno con la testa, stampa i biglietti e mi indica le posizioni. Capisco che sono vicini, ma deve esserci qualcosa d’altro, il suo sguardo, serio ma ammiccante deve avere un secondo significato. Ci rechiamo di corsa a pagare le tasse e poi al controllo passaporti e bagagli a mano. Giusto il tempo per andare in bagno ed è già tempo per imbarcarsi. Non ho nemmeno un momento per spendere gli ultimi cuc rimasti. Saliamo sull’aereo e li scopriamo il perchè dell’ammiccamento della cubana allo sportello: ci ha messi in “blue class” (la business class della Blue Panorama). Con Michi e Gabri ci abbracciamo, non ci pare vero. Sciampagnino, menù, cena niente male, gambe allungate quanto vuoi, e bella dormita dalle 23 alle 5. Tutti dovrebbero volare in questo modo.
Tim in Blue Class (photo Saura T)
Chiedo alla groupie che voto da alla vacanza, “9” mi risponde, il 10 sarebbe arrivato se fossimo riusciti a cenare con Raul Castro, ma evidentemente il comandante in jefe del momento è troppo occupato con Barack …
Ad ogni modo ripensando al viaggio e alla vacanza, devo dire che tutto è andato bene e che sono molto soddisfatto di quanto ho fatto, visto, goduto. Cuba ha avuto un effetto notevole sul mio spirito, sul mio corpo, sotto tutti i punti di vista, e sottolineo tutti. Sì, perché anche dal punto del sexual drive, mi sono ritrovato di colpo ventenne. Che cazzo di effetto hanno i viaggi, i nuovi orizzonti, le piccole avventure come queste. Hasta siempre, Cuba.
POSTILLA:
siamo tornati ormai da quattro giorni, ma non riusciamo a liberarci dal Cuba blues. Saura ha persino pubblicato un breve video su youtube con foto e brevi riprese, video che allego qui sotto. L’Emilia ci va stretta in questi giorni, io mi sento un po’ soffocare, avrei già voglia di ripartire, ma l’heat of the moment passerà e spero di mettermi tranquillo, almeno per un po’, perché so che prima o poi tornerò.
Il nostro caro amico MASSIMO BONELLI ci regala un ricordo del 1977 legato ai PINK FLOYD…
Londra non è mai uguale, pur essendo sempre la stessa. Il conservatorismo british si è trovato a lottare ogni decennio con nuovi nemici del sistema: dalle zazzere e le gonne corte dell’era beat, alle creste colorate ed i piercing dell’epoca punk, sino al new romantic. Dai Beatles ai Sex Pistols sino ai Duran Duran. Su tutti, solo la Regina Elisabetta II ed i Pink Floyd ad incensare la grandezza e la continuità del Regno Unito.
Proprio nel periodo in cui il punk prendeva le distanze dal rock, i Pink Floyd prendevano le distanze da tutti con tre album di straordinaria fattura: Wish You Were Here (1975), Animals (1977) e The Wall (1979).
Era mercoledì 16 marzo del 1977, stavo andando alla Wembley Arena di Londra, in macchina con lo staff dei Pink Floyd, per la prima assoluta del concerto di presentazione di “Animals”. Due mesi prima era stato pubblicato l’omonimo album. Una folla di persone aveva esaurito la capienza. I Pink Floyd conquistarono il pubblico con la grandezza e la potenza della loro musica, con imprevedibili effetti speciali e, per la prima volta, con il gigantesco Pink Floyd Pig, l’enorme maiale rosa che volava sopra le teste del pubblico. Il concerto fu fantastico, ma la serata riservava sorprese migliori.
Dopo il concerto, sempre con la macchina del management, fui condotto in un club a Park Lane, dove la Emi Records, casa discografica per cui lavoravo, aveva organizzato un party per la band. L’aperitivo si teneva nella Red Room del Les Ambassadeurs. La stanza, molto grande, era interamente tappezzata di velluto rosso: pareti, soffitto e pavimento. Un unico mobile al centro con bicchieri e bottiglie di vino e champagne. Gli invitati arrivavano a gruppi, dopo aver lasciato il concerto. Molti gli artisti Emi e soprattutto Harvest, l’etichetta progressive per la quale incidevano i Pink Floyd. Avevo riconosciuto Roy Wood ex Move ora con Electric Light Orchestra, Edgar Broughton, Kevin Ayers ex Soft Machine, Jon Lord e Ian Paice dei Deep Purple, Twiggy, Cliff Richard. C’erano anche Peter Jenner e Steve O’Rourke, primo e ultimo manager dei Floyd.
Proprio mentre stavo chiacchierando con Peter Jenner dei geniali lavori musicali di Roy Harper, artista di cui lui si occupava e da me molto apprezzato, sentii scricchiolare sotto di me. Mi resi conto che il tacco della mia scarpa destra si era staccato di netto dalla suola. Nulla di veramente grave, non mi sarei certamente messo a zoppicare, visto che il tacco era molto sottile. Ma l’incubo fu un altro. Dove far sparire l’oggetto inutile in una stanza che non aveva alcuna nicchia, insenatura, sottomobile o altra preziosa rientranza? Il tacco abbandonato lo avrebbero visto tutti e sicuramente mi avrebbero additato con spregio, per cui me lo tracinai sotto il piede con falsa agilità. Sembrava che ognuno stesse notando il mio imbarazzo, anche i camerieri del Les Ambassadeurs mi guardavano con britannica disapprovazione.
L’arrivo in sala di David Gilmour, Roger Waters, Richard Wright e Nick Mason distolse l’attenzione dei presenti dalla mia vergogna. Fu in quel momento che notai un angolo della sala meno illuminato e con un consistente gruppo di persone che chiacchierava. Mi avvicinai con cautela, non dovevo perdere il tacco nel trascinamento. Riconobbi, tra gli altri, Storm Thorgerson dello studio Hipgnosis, creatore delle più belle copertine dei Pink Floyd e di molti altri artisti, che stava dialogando amichevolmente con Alan Parsons, anche lui collaboratore dei Pink Floyd ed artista di successo. Mi avvicinai a loro per salutarli e, mentre stringevo vigorosamente le mani che mi venivano sottoposte, con il piede calciai il tacco con un rasoterra perfetto verso la parete che era ancor più in ombra. Determinato come un rigore, più preciso di un colpo alla 18a buca. Mi parve di sentire degli applausi, probabilmente era frutto della mia fantasia.
Lasciammo finalmente la Red Room (il mio tacco giace sicuramente ancora in quel luogo) e fummo invitati a recarci nella sala da pranzo ove ognuno aveva il posto assegnato. Io fui sistemato ad un tavolo con Nick Mason alla mia sinistra e Roger Waters alla mia destra. Il primo mi raccontò della sua collezione di auto Ferrari, il secondo del nuovo progetto musicale su cui stava lavorando e che aveva come tema un muro… un insieme di mattoni… Forse non avevo capito bene o lui non era stato chiaro.
Comunque, vi garantisco che non fu una serata noiosa.
Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.
Dall’album CHOCOLATE KINGS (1975) (2CD mini lp replica K2HD 2014)
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Harlequin came at night bowing to the ghosts of freedom square stretching a silver rope jester of frozen minds
and everyone of us junkees and ghosts of freedom square spoke through his waving hands wept on his brother face wispered through painted lips rusty phrases forgotten lines
thinking of arrows lost shooting them past the pain
and everyone of us losers and lost and underdogs just scraps of our younger minds we danced all around the square jumped to his see-through horn screaming shouting forgotten lines
shooting our rage again like arrows far past the pain
(and when the dogs fast arrived baying across the town we were there all of us a million harlequins
and the town bloomed alive like a beautiful night fair and we were thereall of us to be the rite of many …)
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