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CATTIVA COMPAGNIA sul sito ROCK IN ITALIA

21 Ott

Sul sito ROCK IN ITALIA di Marco Priulla (vedi link qui sotto) è apparso questo articolo sulla CATTIVA, o meglio sul cd ALL’INCROCIO. Roba di 10/15 anni fa, ma è sempre un piacevole ricordo. Ora la CATTIVA ha una formazione diversa (con cui spero di entrare in studio prossimamente) ma ad ogni modo…belle parole. Grazie Marco.

http://www.rockinitalia.com/2012/10/21/cattiva-compagnia-allincrocio/

(Tim in studio – All’Incrocio sessions)

(Picca e Mel Previte ai cori – All’Incrocio sessions)

 

Life on Mars (serie televisiva 2008) – TTTTT

21 Ott

Luca Bottura la consiglia spesso nel suo programma LATERAL su RADIO CAPITAL, così dai una volta dai un’altra ho deciso di darmi da fare e cercare le puntate di questa serie. Ne ho 17, al momento ne ho viste solo tre ma ho deciso di segnalarvela, perché è davvero bella. Sono entusiasta, mi piace un casino.

La serie originale è della BBC (2006), ma la americana ABC ne ha fatto il remake nel 2008 ambientandola a New York. E’ questa che sto guardando. Il tutto inizia come una solita serie poliziesca, senonché nel corso di una indagine, il protagonista SAM TYLER ha un incidente che lo catapulta nella New York del 1973. Non aggiungo altro, per non rovinarvi le sorprese. Mentre guardo la serie non posso non pensare che quella era la New Yorl al tempo di HOUSES OF THE HOLY e di THE SONG REMAINS THE SAME. Il titolo della serie viene dalla omonima canzone di DAVID BOWIE.

LED ZEPPELIN – Celebration Day (il film) – TTT

19 Ott

Le reunion sono una delle cose inevitabili della vita, se sei una delle poche rockstar che non ha bisogno di soldi alla reunion pensi comunque perché hai di nuovo voglia di essere adulato e di richiamare folle oceaniche, se sei una delle molte rockstar che, nonostante i dischi primi in classifica negli anni settanta, ha bisogno di soldi, rispolverare il vecchio magico brand ti assicura un riscontro dignitoso. Poco importa se alla chitarra hai un altro al posto dell’originale guitar god, o se ti ritrovi insieme al tuo chitarrista storico e tre sconosciuti a suonare sulle rive del Po in un contesto quasi paesano. Sei poi hai pochissimi soldi la reunion, fosse anche con un solo membro originale, è essenziale per il tuo mantenimento. I LZ sono uno dei quattro cinque gruppi che non han bisogno di soldi, il brand vale moltissimo (e un po’ come quello APPLE per la tecnologia, genera frenesia), le uscite sono centellinate e quasi sempre soggette ad un quality control quasi ossessivo (il che  a volte si trasforma in una cosa negativa). Se esce un nuovo live ufficiale degli YES vende 20.000 copie, se ne esce uno dei LZ vende 1.000.000 di copie… una discreta differenza.

Nel 2007 hanno fatto questa reunion per beneficenza a favore dell’AHMET ERTEGUN EDUCATION FUND, così, per celebrare il loro mentore nonché creatore della più bella etichetta discografica di tutti i tempi (la ATLANTIC ), hanno deciso di rimettersi insieme per una sera insieme al figlio del loro batterista scomparso per un ultimo ruggito (arrugginito) nel tentativo di far scordare le tre tristissime reunion passate (LIVE AID 85 / ATLANTIC 40TH ANNIVERSARY / ROCK AND ROLL HALL OF FAME 1995). Record di richieste per i biglietti, evento mediatico planetario, etc etc… quello che il nome LED ZEPPELIN può scatenare insomma. Naturalmente il tutto è stato filmato e nonostante abbiano impiegato cinque anni per decidersi, ecco che oggi esce il film e tra un mese il Bluray o DVD + CD. Fare uscire qualcosa di ufficiale dei LZ attuali incentrato su una sola data, da una band sciolta dal 1980 con un chitarrista che ha smesso di essere tale nell’estate del 1973, è un atto coraggioso, perché il paragone col passato sarà impietoso e soprattutto perché Jimmy Page farà la solita figura, diciamo così, non del tutto convincente. Ma le pressioni devo essere state forti, il giro di soldi che può nascere da una cosa del genere è  evidentemente troppo grosso per essere snobbato.

Il martedì sera entro in clima CELEBRATION DAY, a cena nel posto in riva al mondo ho il mio amico RISE e la sua compagna MARIE, due finlandesi amanti dell’Italia. Quasi ogni anno si fanno una settimanina da noi, e quasi ogni anno si fermano a MUTINA o a REGIUM LEPIDI per vedermi e cenare insieme. RISE ovviamente l’ho conosciuto grazie ai miei giri zeppelin. Parliamo di tutto e quindi anche di LZ davanti ad una cenetta niente male cortesy of the groupie: tris di primi (cappelleti in brodo, tortelloni di zucca, tortelloni verdi), sfogliate di manzo con salsina di rucola e sedano, torta “sbrisolona”, sangiovese della gran  riserva del Marchese (il mio amico Ludo), birra artigianale (già… il mio finnish friend beve contemporaneamente vino e birra). Verso le due li riaccompagno all’hotel St. Lorenz (il nome è tutto un programma e non posso non pensare al mio fratellino guitar god di Litte Vineyard). Mentre torno e attraverso la Regium Lepidi deserta mi ascolto NO QUARTER, al momento dell’assolo di Jimbo sono nelle campagne nere… oscurità, civette, gufi, ombre di animali selvatici, fronde di alberi che sembrano ghermire la blues mobile… mi infilo nella stradina lunga e tortuosa, scendo per aprire il garage… latrati di cani lontani, chiudo la macchina e corro verso la scala. Mi chiudo la porta alle spalle, sono di nuovo al sicuro nella domus saurea.

Arriva il mercoledì, qualche vibrazione negativa per beghe personali, qualche defezione (Paolino Lisoni è bloccato al lavoro, Riff per motivi più seri), ma è ora di mettersi in moto, oggi è il giorno della festa…

Ci presentiamo al cinema UCI (Koochie) di Regium Lepidi puntualissimi. Siamo in preda ad una strana frenesia, siamo io, la bassista preferita, Picca, Sutus e Lorenz. Mi precipito alla cassa con in mano la prenotazione, c’è una discreta fila. Il tabellone della sala 2 dice: Film LED ZEPPELIN, posti disponibili 0 (zero). Uh. Mentre aspetto il mio turno sento che il tipo che ho davanti dice qualcosa a proposito di “una faccia blues” mi guarda e  mi fa “ciao sono Lorenzo Stefani”. Cazzo, Lorenzo, uno dei più fedeli e affettuosi followers del blog. Ci abbracciamo e iniziamo a parlare. Abbiamo un sacco di cose da dirci, come se fossimo due buoni amici che non si vedono da un po’. Lorenzo è di Mutina, ma è venuto a Regium per vedere il film insieme a noi, ha prenotato anche il posto vicino al mio. Il tutto tenendomi all’oscuro.

In preda a quella frenesia di cui dicevo prima entriamo nella sala e con nostra grande sorpresa notiamo che è vuota. Già, siamo un anticipo di almeno mezzora (un’ora dall’effettivo inizio del film). La groupie ci scatta una foto nella sala vuota.

(da sx: Suto, Picca, Lorenz, Tim, Lorenzo Stevens)

Pian piano la sala si riempie, qualche posto rimane vuoto, evidentemente qualcuno ha prenotato e poi si è trovato impossibilitato a venire. Entrano ragazzini con le magliette dei LZ… mi rivedo ai tempi di THE SONG REMAINS THE SAME. Ah. Suto con orgoglio mostra la sua. Mezzora di trailer di film dell’orrore, con Picca che inizia a cagarsi addosso e poi, ringraziando satana, finalmente il film.

Avevo già visto il DVD bootleg, avevo ascoltato il CD bootleg, non è che mi aspettassi poi chissà che, ma i commenti entusiastici degli ultimi giorni da parte di fan illuminati mi avevano fatto titubare, vuoi vedere, mi dicevo, che mi sono sbagliato e che Page ha suonato bene?

Purtroppo non è così, Page è il solito Page degli ultimi 40 anni. Questa volta non fa figuracce, ma non brilla nemmeno. Ha avuto tutto il tempo per prepararsi, ha persino finto di essersi rotto un dito per far posticipare il tutto, ma non è riuscito a portare a casa un risultato convincente. Assoli corti, poco fluidi, in alcuni casi brutti, un suono di chitarra a volte davvero lofi, nonostante quel popò di produzione che aveva alle spalle. Certo, ogni tanto ha dato la zampata del vecchio leone, ma non è stato sufficiente. Ai miei occhi – dal punto di vista di Page – era meglio non fare uscire questo film.

Plant mi ha colpito invece positivamente, me lo ricordavo svogliato e poco presente nel bootleg, invece è parso sufficientemente dentro alla cosa, non canta più come un tempo, le tonalità di molti pezzi sono state abbassate (anche di un tono), ma la sua performance è stata buona.

Jones è risultato essere il solito gran professionista, eccellente al basso, bravo alla tastiere (e contemporaneamente alla pedaliera basso). Jason Bonham è stato una sorpresa, meno legnoso di come me lo ricordavo, quasi sempre puntuale e prontissimo sulle figure ritmiche del padre. Fa forse un po’ troppe cose, a volte bisognerebbe saper essere essenziali, ma non dimentichiamoci che era una data unica, molti occhi erano puntati su di lui… in quelle occasioni si tende a strafare.

I primi due pezzi sono un po’ imbarazzanti, i ragazzi sono freddi, un po’ imballati, con BLACK DOG (con headbaging in sala due file sotto di noi) iniziano a smollarsi. JONES col basso fretless in IN MY TIME OF DYING è una novità piacevole.

(Jones, Plant and Page)

FOR YOUR LIFE si conferma come uno dei pezzi venuti meglio, mai fatta dal vivo ai tempi degli Zep originali qui prende la vibrazione giusta e va come un treno. TRAMPLED UNDERFOOT molto buona, NO QUARTER  quasi. SIBLY piuttosto fiacca con PAGE sottotono. DAZED ha qualche edit imbarazzante, ma l’intermezzo con PLANT che risponde a PAGE con l’archetto di violino è suggestivo (“Sembra di essere sulla barca di Caronte mentre attraversa lo Stige” dirà la groupie). STAIRWAY tutto sommato non male, in TSRTS PAGE butta la mano, non si capisce bene cosa faccia negli assoli ma non sfigura troppo. Buona MISTY MOUNTAIN HOP e buonissima KASHMIR. Quest’ultima è il miglior pezzo dell’intero concerto. Chitarristicamente parlando è il brano più semplice suonato stasera, in accordatura aperta e senza assoli, ma il superbo incedere viene interpretato a meraviglia. Maestosi i Led in questo frangente. Le ultimi frasi dell’assolo di WLL sono bruttine e in ROCK AND ROLL PAGE riesce persino a perdersi nel riff.

1. Good Times Bad Times
2. Ramble On
3. Black Dog
4. In My Time Of Dying
5. For Your Life
6. Trampled Under Foot
7. Nobody’s Fault But Mine
8. No Quarter
9. Since I’ve Been Loving You
10. Dazed And Confused
11. Stairway To Heaven
12. The Song Remains The Same
13. Misty Mountain Hop
14. Kashmir
15. Whole Lotta Love
16. Rock And Roll

(Page alla premiere di Tokyo)

Il film in sé, come è girato intendo, ci ha un po’ deluso, troppi cambi di inquadrature, ed è incentrato esclusivamente su quello accaduto on stage. Nessun diversivo che dia un po’ di respiro alla cosa, che so un PAGE che arriva in macchina, un PLANT che  si sistema la camicia mentre guarda un vecchio disco di blues, un porta di un camerino che si chiude… Poi quello che veniva trasmesso sul grande schermo dietro al palco non mi ha mai convinto.

Usciamo senza dire tanto, ci fermiamo ad un ristorante messicano… Lorenz è il più deluso, è chiaro che vede tutto da un punta di vista chitarristico, il suo voto è 2 MM su cinque, Lorenzo Stevens invece è il più entusiasta per lui le stelle sono 4 SSSS. Suto non si è divertito, tre CCC. Picca elabora un voto diviso in tre parti: PP per il film, PPPP per la performance, PPPPP per l’operazione. La groupie è d’accordo con lui. Le mie stelle sono 3.

E’ stata tutto sommato una serata molto piacevole passata con gli amici a vedere la nostra rock band preferita, seppure in versione terza età.

Prima di salutarmi Lorenzo Stevens mi dice che ha un pensiero per me: 1 cd digipack e un minicofanetto. La prima volta che ci vediamo e si premura di regalarmi qualcosa, come siam soliti fare nella Congregazione del Blues, e pure in confezione digipack. Sono stupito dal senso di fratellanza blues che questo blog riesce ad esprimere.

Ritorno a casa, sono un po’ interdetto, il film non è male, ma vedere per l’ennesima volta un PAGE pallidissima copia di quel che era nel 1973 mi mette tristezza. Faccio il collegamento con un’altra reunion simile, quella del 2010 degli ELP, una data unica con relativo filmato ufficiale, Emerson che pasticcia sulla tastiera, qualche base in aiuto e la forma fisica di Lake fuori controllo. Mica facile conciliare il rock con i segni del tempo che passa.

Considerazioni a tiepido dopo il Celebration Day  – di Picca

PERCHE’ MI PIACCIONO I LED ZEPPELIN:
1-perché io volevo diventare un chitarrista come Jimmy Page e invece è Jimmy Page che è diventato un chitarrista come me.
2-perché non li ho mai visti ad una sfilata di Armani o Versace.
3-perché suonano come si suona in sala prove. Non sono mai diventati completamente competenti. Gli idraulici o i chirurghi devono essere competenti.
4-perché non hanno mai avuto coriste nere, sezione fiati, robe pre-registrate o percussionisti napoletani (si lo so…ma Page & Plant è un’ altra storia).
5-perché nella loro musica c’è qualcosa di incompleto, di imprendibile, di lasciato al caso, di dilettantesco. Alcuni la chiamano ARTE.
6-perché il diavolo è quello che ha le canzoni migliori.
7-perché nessun loro brano ha mai pubblicizzato la Levi’s .
8-perché ascoltarli prevede uno sforzo, fisico e intellettuale.
9-perché il prossimo anno saranno 40 anni dall’ultimo assolo ben fatto di Jimmy (auguri!).
10-perché abbiamo sempre pensato che fossero dei virtuosi e invece probabilmente fanno parte della categoria dei ‘beautiful cazzons’ che buttano lì note alla ricerca dell’ estasi (mentre tutti i loro epigoni sono ossessionati a indovinare stacchi, sciorinare diteggiature e ad andare a tempo perdendo di vista Sua Maestà il Feeling), così come Bob Dylan, Miles Davis, John Lee Hooker, gli Who, Howlin’ Wolf, Neil Young, gli Stones, Lou Reed…
11- perché piacciono a Tim Tirelli e Tim Tirelli piace a me.
12- perché se Ludwig Van avesse sentito Kashmir si sarebbe abbonato a Tight But Loose.
13- perché, quando ne ha voglia, Jimmy Page è l’uomo più figo del globo.

LE FRASI STORICHE DI PICCA: “Se l’accezione del rock è ‘musicista sincero che propone musica scaturita dall’anima…”

17 Ott

TT Blog, 1 ottobre 2012, post “Gente insospettabile che pensa che MADONNA sia rock”, commento n.10…sono ormai due settimane che ho in testa quelle parole, soprattutto la descrizione del rock nella parte finale, che evidenzio in grassetto. Lo ripropongo perché poche altre volte mi è capitato di leggere o sentire una descrizione così azzeccata, che unisca  la fredda  logica alla musica con un cuore pulsante  per eccellenza. Sono dell’idea che questa frasetta meriti un post tutto suo e quindi il fatto di ritrovarla tra i nostri pensieri.  Hats off to Picca. 

… Il dibattito su cosa sia o meno rock mi pare un po’ sterile. Chi è che decide dove va posta l’asticella per dividere i campi? A me pare molti gruppi ‘rock’ estremamente popolari si limitino a usare una certa iconografia rock da fumetto per sbolognare pessima musica diretta a ‘simple minds’ a cui piacciono gli stivaletti di pitone, le Les Paul zebrate e le foto di gente spappolata col Jack Daniel’s in mano. Lenny Kravitz è un rocker o solo uno che ‘roccheggia’ di comodo? I Guns n’ Roses sono rock o solo una cover band da comic book che ha venduto milioni di dischi di una carnevalata? Il punto è: nel momento in cui il rock significa poco, quanto può essere credibile un rocker? Si tratta di ‘poseurs’ o di gente sincera? E’ possibile riconoscere la sincerità? Ed è così importante? In fondo vogliono tutti diventare ricchi, famosi e giganteschi scopatori, da sempre. Qual’è e dov’è il semino etico che distingue il ‘reale’ dal ‘farlocco’.

Se l’accezione del rock è ‘musicista sincero che propone musica scaturita dall’anima suonata con strumenti in variabile distorsione con sezione ritmica prevalentemente in 4/4, che ha forgiato il suo look, il suo sound e la sua ‘attitude’ su modelli riconducibili al blues elettrico e alla prima ondata di rock ‘n’ roll poi sviluppato da Stones, Who e Zeppelin’…beh, allora possiamo cominciare a potare il 75 per cento della gente che dice di suonare rock.

NEIL YOUNG Official Release Series Disc 1-4 (Reprise 2009 / 2012 re-release) – TTTTT

16 Ott

Cofanetto con le versioni rimasterizzate dei primi 4 grandi album di NEIL YOUNG originariamente uscito nel 2009 e riproposto ora per il 40esimo anniversario di HARVEST. Prezzo conveniente, 4 album molto belli, roba da storia del rock.

NEIL YOUNG (1969) – TTTT

EVERYBODY KNOWS THIS IS NOWHERE ( 1969) – TTTT

AFTER THE GOLD RUSH (1970) – TTTT½

HARVEST (1972) – TTTTT

GUITAR WORLD Readers Poll: The Greatest Guitarist Of All Times

15 Ott

GUITAR WORLD è un magazine americano sulla chitarra, più orientato al rock rispetto a Guitar Player è una rivista seria, competente e rinomata. In aprile il giornale ha lanciato il referendum dei lettori per votare il più grande chitarrista di tutti i tempi. La settimana scorsa si è chiuso il tutto con la vittoria di EDWARD VAN HALEN che ha battuto in finale BRIAN MAY. Quest’ultimo a sorpresa aveva battuto Jimmy Page nei quarti e Jimi Hendrix nelle semifinali. Qui sotto lo schema finale.

Pur amando molto MAY, vederlo battere PAGE e HENDRIX mi ha lasciato un po’ perplesso. Nulla da dire su VAN HALEN finalista, posizione ampiamente meritata.

 

LE STORIE n.1 “Il Boia di Parigi”” (Bonelli – ottobre 2012 – Euro 3,50) – TTTTT

15 Ott

LE STORIE n. 1, mensile / IL BOIA DI PARIGI / Soggetto e sceneggiatura: Paola Barbato / Disegni: Giampiero Casertano / Copertina: Aldo Di Gennaro

Nuova collana per la Bonelli, mossa coraggiosa visti i tempi. Storie, sembra, dedicate a personaggi storici. Il numero uno è ambientato in piena rivoluzione francese; Paola Barbato si sofferma sulla figura del boia, sulla sua fredda sensibilità, sui suoi moti interiori. Grand bel numero, bella storia, disegni azzeccati…davvero un ottimo inizio.

Bluesin’ away aspettando CELEBRATION DAY

14 Ott

Mi accorgo ogni giorno di più che sono in quell’età in cui si ha bisogno degli amici, di tenere saldi i rapporti, di fare quadrato.  Non ci sono cazzi, ho bisogno di loro, non solo dal punto di vista fisico, ma dal punto di vista spirituale e di contatto. Ho la necessità di sentirli tramite telefono, sms, email, social network o blog quasi quotidianamente. Oltre al piacere di confrontarmi con gente con cui ho affinità elettive, credo sia il bisogno atavico di sentirmi meno solo in questo sconfinato universo, a maggior ragione adesso che gli anni sembrano bruciare alla svelta.

Mi trovo di giovedì in ufficio di primo pomeriggio, sto inserendo dei dati in uno schema excel, fuori un cielo plumbeo e pesante che contrasta con la temperatura tutto sommato mite, la pioggia che va e viene. Cerco di trovare un po’ di sollievo nel famoso  Bernard Purdie shuffle ( quello che pare abbia ispirato Bonham per FOOL IN THE RAIN) ascoltandomi in sottofondo gli STEELY DAN di Home Again…

Poi mi sintonizzo tramite sms sulle frequenze di Liso e Picca. Liso è a Roma ad un convegno per un paio di giorni e ha i maroni già trifolati. Picca sta andando al lavoro a piedi con ipod e cuffiette, quando gli è partita in random CARAVAN di VAN MORRISON dall’ULTIMO VALZER si è commosso come un bambino.

Inserisco i miei dati, sbuffo, la pioggia continua a cadere, penso ad un’email di Biccio in cui mi diceva – dopo aver ascoltato per radio un pezzo di IVAN GRAZIANI e di essersi intenerito – ” Mi prenderai per pazzo ma perché non ci rimettiamo a suonare insieme?”. Biccio, il Tony Banks delle campagne modenesi, carne della mia carne… chissà se mai succederà qualcosa, intanto – in onore del nostro comune passato – ho già il nome pronto: LA BANDA DEL SALICE PIANGENTE.

Venerdì pranzo con Jaypee: il Leon Wilkeson di Soliera ha appena cambiato posto di lavoro – robetta mica semplice di questo tempi e alla nostra età – mi ragguaglia sulla cosa e sul fatto che ha scritto un testo in inglese per un pezzo commissionato a Lorenz (il guitar god di Little Vineyard) che funga da auto tributo ad uno dei due gruppi in cui suonano. Jaypee che si mette a scrivere i testi. Ci mancava anche questa! Me lo fa leggere… la prima strofa è scomodissima e il resto funziona… Mogol e Pete Sinfield gli fanno una sega. Pizza da Rock a Stonecity, Giuditta per me e Gitana per lui. Acqua naturale fuori frigo e coca cola. Me lo spupazzo ancora un po’ nel nome del blues e del rock e poi lo lascio andare.

(Jaypee & Tim – foto di Kerlo)

Prima che apra la porta gli passo un bootleg dei LZ (San Francisco 27-4-69 versione della Liquid Mercury), un bootleg degli Heart (Cleveland 76), un bootleg di Ivan Graziani (San Giuliano Milanese 1979) e una copia di LA FUTURA, l’ultimo degli ZZTOP. Gli dico di ascoltare il quarto pezzo. Non aggiungo altro.

Poco dopo mi arriva una sua email: “OVER YOU va ascoltata all’imbrunire, quando le cose assumono forme ambigue e ombre silenziose ti accompagnano nel posto dei ricordi.”

Già, OVER YOU è uno dei nostri pezzi, una di quelle ballad bluesate, sporche di quell’olio che la coppa della tua vita inizia a perdere.

Sabato mattina, vado da Brian, mi sono addormentato alle 4, non sono esattamente un fiore. Di nuovo il cielo scuro e cupo, ma è quella cupezza alla nostra portata, di quella che la infili nella borsa e il giorno vien da sé. Mi ascolto SANTANA. Sono dentro ad uno dei miei buraccioni, da quando Paolino Lisoni quest’estate dal mare mi mandò a dire via sms che stava ascoltando CARAVANSERAI non riesco a togliermi Carletto dalla testa. Sono tornate a galla tutte le mie pulsioni trascendentali e jazz rock su cui sognavo a 18 anni. Ci si mette poi Donato con una delle sue risposte all’intervista dell’altro giorno (” Lotus dei Santana: un triplo live che è come un salto nell’alto dei cieli e un tuffo nel magma della materia”)… non ci voleva altro: nonostante i tempi grami ho riempito il carrello di Amazon con i CD del periodo che mi interessa in versione rimasterizzata. Son quasi tutti album che ho, ma naturalmente non posso più vivere senza le upgrade version. Stamattina c’è WELCOME che gira sul car stereo. FLAME-SKY, Carlos e JOHN MCLAUGHLIN che suonano insieme, penso a Liso, lancio la blues mobile sulla tangenzialina campagnola e inizio la rotta verso galassie inesplorate.

 

Pomeriggio, ho sonno, penso a domani che sono di turno da Brian, prima di coricarmi mi bevo un caffè corretto Southern Comfort… mossa sbagliata, il sonno non arriva. Mi alzo, il cielo alterna soleggiate improvvise a dritti e rovesci d’acqua. Nello studiolo al pc. Ieri sera a Londra e l’altro giorno a NYC si sono tenute le due premiere di CELEBRATION DAY, il film sulla reunion del 2007 dei LZ. Guardo le foto su facebook scattate dai miei amici americani ed inglesi. Vedo il mio amico di lunga data (27 anni) Billy Fletcher e sua moglie Alison abbracciati a Page e Jones, leggo i commenti del mio amico newyorkese Bill McCue (anch’egli inizialmente poco tenero verso la reunion)… sembra che il film sia spettacolare, che i LZ abbiano suonato bene, che i bootleg apparsi sino ad ora non rendano giustizia. Anche con gli errorini lasciati e qualche edit per sistemare certe cosette (ricordate lo scazzo in DAZED AND CONFUSED?) pare che il filmato sia una meraviglia e che i LZ ne escano bene.

(LZ in NYC)

(LZ premiere ieri a Londra – Foto Tight But loose)

Tramite il mio amico Massimiliano Pizzimenti scovo il clip di STAIRWAY filmato al cinema da uno spettatore. Tenendo conto che STH è stato il pezzo suonato con meno convinzione sono molto risollevato, non è mica male.

 

Penso a mercoledì quando buona parte della Congregazione del Blues si troverà al cinema UCI di Reggio per assistere all’evento. L’eccitazione sale ma con essa anche il blues di non essere stato a Londra o a New York e di non avere le stesse oppurtunità dei miei amici inglesi e americani. Mi commisero pensando alla mia condizione di fan dei LZ perso nelle campagne reggiane. Per distrarmi un attimo scendo e mi perdo nelle impressioni di ottobre, tra la corteccia bagnata degli alberelli e la bruma che si preannuncia.

(In dla bàsora in ùtober in dal post in riva al mond – foto di TT)

Rientro in casa, sul fuoco il pentolone pieno d’acqua con la carne e le verdure per fare il brodo, quell’odore è così familiare e così emiliano che l’animo si distende, il piombo zeppelin si scioglie e si raffredda in un rivolo di pensieri leggeri e al tempo stesso profondi. Dopotutto non è mica male blueseggiare la propria vita nelle campagne reggiane. Davanti allo stereo, BORBOLETTA… vai Carlos.

 

Conversazione con DONATO ZOPPO, scrittore e proghead

12 Ott

Visto che ho da poco finito il suo bel libro sul prog mi è sembrata una cosetta simpatica fare due chiacchiere con Donato visto l’interesse comune e la sua completa disponibilità. Sono sicuro troverete piacevole scoprire quest’uomo di qualità, amante della buonissima musica e scriba extraordinaire. Tipetto scomodo Donato. Teniamolo d’occhio.

Intro:

In questo momento – momento importante poiché mi accingo a rispondere a questa gustosa intervista – sono qui nel mio studietto. Luci fioche, tazza di tè fumante, Into The Blues di Joan Armatrading in sottofondo (in tuo onore): quando le parole devono fluire è doveroso appoggiarle su dell’ottima musica. È quanto faccio da un po’ di anni: la mia attività di “scrittore di musica” cominciò nel 2002 con Le vie della musica, gloriosa pagina settimanale del Sannio Quotidiano, giornale di Benevento, città in cui vivo e opero (spero ancora per poco…). Da allora ho scritto per tante testate, intervallando questa attività con quella di autore di libri, l’ultimo dei quali (inorridite miei rockers!) su Claudio Baglioni. Oggi scrivo per Jam, a mio avviso il più autorevole dei magazine rock in Italia, conduco per la sesta stagione il mio radio show Rock City Nights (Radio Città BN), coordino il portale progressive MovimentiProg, scrivo di libri per i mensili L’Idea e Totemblueart e per il blog TranSonanze. Parallelamente a questa attività giornalistica dirigo l’ufficio stampa Synpress44.

 Donato, in Italia si può vivere di rock?

La vedo davvero molto dura, più in generale temo che nel nostro paese non si possa vivere di musica, non solo di rock. Non è la solita menata esterofila, è che il mio contatto con i musicisti è quotidiano: giorno dopo giorno mi rendo conto che chi fa musica in Italia – e a maggior ragione chi fa rock, ma quello vero, non Ligabove e compagnia latrante – ha delle difficoltà incredibili. Credo che il problema sia legato ai valori della contemporaneità: ogni proposta artistica dovrebbe avere come parametro la qualità, la sincerità di intenti, anche la provocazione se necessario, mentre oggi sono altri i riferimenti che premiano, come la volgarità gratuita, l’esibizionismo della sessualità (che ha sempre il moralismo come rovescio della medaglia), l’approssimazione. Se un personaggio pubblico come la Minetti dice che per fare politica non è necessario essere preparati, evidentemente non fa che amplificare un sentore che c’è nel nostro paese. Se Celentano (che sotto sotto non mi dispiace neanche…) fa record di ascolti per il suo spettacolo, evidentemente non c’è voglia di novità ma di musica familiare e rassicurante, anche se spacciata per rock. Qualcuno ce la fa ma si tratta di pochi tenaci che hanno avuto qualcosa di importante da dire, che hanno pianificato con acume la propria attività artistica, che hanno puntato anche all’estero. Molti altri ce la fanno perché adepti di varie conventicole, fenomeno costante nella storia italiana, come ha segnalato di recente l’ottimo Fabio Zuffanti nel suo libro O casta musica.

Vista la tua esperienza, ci dai un commento sullo stato del Rock in Italia?

Io sono un estimatore del rock italiano: sono convinto che l’Italia, con tutti i limiti derivanti da una cultura diversa rispetto a quella anglosassone e da una lingua “geneticamente” aliena alle armonie, agli accordi e ai ritmi del rock, abbia prodotto e produca dell’ottimo rock. Persino nell’esperienza, così provinciale e ingenua, del beat c’erano cose pregevoli, e mi viene in mente l’Equipe 84. Gli anni ’70 sono stati il momento di massima creatività per il nostro rock, ma anche i decenni successivi hanno avuto nomi importanti, dagli Skiantos ai CSI, dai Gaznevada agli Afterhours, dai Birdmen of Alkatraz ai Finisterre, dai primi Litfiba ai Kina. Oggi forse c’è maggiore omologazione però il grande disco rock spunta fuori quando meno te lo aspetti: Thee Jones Bones, Davide Tosches, Tunatones, El Santo Nada, Nohaybandatrio, Bradipos IV, Chaos Conspiracy, Hypnoise, i primi che mi vengono in mente. Mi sta un bel po’ sulle palle questo giro indie di facce cantilenanti-baffute tutte uguali per giovincelli da vacanza in Salento, con gente che arriva su XL e Mucchio senza sapere perché, senza qualità, senza cose da dire, tutti quanti invaghiti ora di Rino Gaetano e dei Sigur Ros (ma cazzo dove eravate quando usciva Ágætis byrjun? Pare che per l’Italietta indie i Sigur Ros siano usciti solo ora…) e proprio per questo tutti acclamati…

Donato, Dio esiste?

Secondo me sì, e in questo momento si sta chiedendo: ma Tirelli e Zoppo esisteranno? L’unica cosa è che non mi piace chiamarlo Dio: i nomi sono importanti, hanno un valore simbolico potentissimo, e il termine “Dio” mi rimanda troppo al cattolicesimo, cultura imperialista e invasiva che detesto. Io sono molto credente ma non sono cattolico, né cristiano (anche se alcuni elementi del cristianesimo sono presenti nel mio personale orizzonte spirituale): i pensieri che sento a me più vicini sono il buddismo e il taoismo, non hanno mai fatto crociate e nella loro semplicità (pur avendo alla base un universo simbolico e concettuale assai complesso) arrivano subito al dunque, però poi sparigliano, ti mettono in difficoltà e devi ricominciare da capo. Tocca anche divertirsi con il regno dello spirito, no?

Film: i tuoi 5 preferiti

Quando alla fine di ogni anno mi tocca stilare la classifica dei miei 5 dischi dell’anno (i mitici Jammies!) per Jam, vado sempre nel panico. Odio leggere le classifiche, figuriamoci farle. Anche perché cambio idea dopo cinque minuti. Dunque questi miei 5 film preferiti sono del tutto provvisori: se i tuoi lettori vorranno conoscere gli aggiornamenti della classifica possono contattarmi… Te li dico in ordine sparso: Profondo rosso (Dario Argento) per la tensione, la musica e le atmosfere decadenti; Magnificat (Pupi Avati) per l’accuratezza storica, per la tensione spirituale, per il naturalismo; Totò Diabolicus (Steno) perché Totò esiste più di Dio; The Blues Brothers (John Landis) per la musica, le gag, gli occhiali scuri, il Fender Rhodes scassato che suona da Dio, quello che esiste meno di Ray Charles; Twin Peaks (David Lynch) perché è una serie che considero film, perché i pini e le ciambelle li vorrei sempre qui con me.

Fumetti: i tuoi 5 preferiti

Premessa come sopra, con l’aggiunta che non sono un fumettomane. Però ho letto i seguenti fumetti: Martin Mystere (mio preferito in assoluto!), Dylan Dog, Nick Raider, Zagor e Mister No. E devo segnalare che ho imparato a leggere con Topolino.

Musica: 5 artisti o gruppi che ti piacciono da morire.

Ommioddio questa è tosta più delle altre. Mi limito a dirti i nomi che rivestono per me maggiore importanza, per motivi personali, spirituali, sentimentali. Miles Davis, Led Zeppelin, John Coltrane, Santana, Beatles.

Musica: 5 album senza i quali non potresti vivere?

Ok, disciplina. In a silent way di Miles Davis: una notte l’ho sognato, nota per nota, esperienza mistica irripetibile e ancora incredibile. Lotus dei Santana: un triplo live che è come un salto nell’alto dei cieli e un tuffo nel magma della materia. Led Zeppelin: fu il primo disco del Dirigibile che ascoltai e ancora adesso se penso a Baby I’m gonna leave you mi vengono i brividi. Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band dei Beatles: è tutto lì, passato e futuro. A love supreme di John Coltrane: illuminazione.

Per Donato Zoppo chi sono i Led Zeppelin?

Una lunga, tosta e vigorosa erezione, pulsante ancora oggi. Il culto della Dea Elettricità, che pratico con rigore ogni giorno, è nato grazie a loro. E poi un pezzo più bello di Kashmir deve ancora nascere.

Donato, qual è il senso della vita?

Non so se la vita abbia un senso, ognuno segue – in parte consapevolmente, in parte a naso – la sua direzione e giunge alle sue conclusioni. Prima mentre scrivevo c’era Woman in love della Armatrading in sottofondo, mi si è avvicinata mia moglie con la nostra piccola in braccio (una femmenona di 47 giorni). Ecco il senso della vita.

Un libro che hai divorato.

Io i libri non li leggo ma li divoro, letteralmente. È un rapporto quasi sessuale quello che ho con la carta, infatti con me l’ebook non attecchirà mai, non per un rifiuto ideologico ma per un’attrazione fatale che ho con le pagine. Comunque, l’ultimo libro che ho divorato, e l’ho finito ieri pomeriggio, è il delizioso Questo sangue che impasta la terra, di Guccini e Macchiavelli. Assolutamente consigliato, godibile e piacevole! Ora sto divorando London Calling di Barry Miles…

Gli scrittori che segui con più passione?

Ne ho alcuni che sono proprio i miei preferiti: Piero Chiara, Laura Mancinelli, Gesualdo Bufalino. Di questa terna amo tutto, anche quello che non ho ancora letto. Poi Bradbury, Tolkien, Renè Guenon, il grande maestro della scrittura rock Greil Marcus, De Filippo, Bertoncelli, Piovene, Eco, Agatha Christie (però solo Poirot, Miss Marple mi sta sulle palle).

Qualche pulsione per il calcio?

Sì, una sola: repulsione.

Quando guardi l’infinito, di solito a cosa pensi?

Non l’ho mai visto l’infinito, a volte credo di averlo percepito, ma in quegli istanti il pensiero non era attivo.

Il tuo pezzo rock preferito?

Non credo di averlo “un” pezzo preferito, però credo che Stairway to heaven racchiuda in sé diverse anime: la ballata, la spinta rock, l’articolazione cara al progressive, l’intensità, il pathos, la vibrazione elettrica.

l tuo pezzo easy listening preferito (scusa ma non riesco a scrivere Pop, sono cresciuto musicalmente negli anni 70 e la musica Pop era altra cosa rispetto a ciò che si intende oggi).

L’easy listening è per definizione usa e getta e a me non piace questo modo di “consumare” la musica, però ascolto molta musica leggera. Mi piace la definizione che Paolo Talanca, giovane saggista musicale che vi segnalo, ha dato della musica di Baglioni, parlando di “canzone pop d’autore”. Ecco, La piana dei cavalli bradi di Baglioni è un capolavoro di musica leggera ma “pensante”. Riascoltatela.

Ci snoccioli qualche nome di artisti o gruppi italiani che ami particolarmente (anche al di fuori dall’ambito Prog)?

Finora credo di non averti fatto neanche un nome prog… Alla fine dei conti il prog è un genere che ho amato molto e che oggi convive con altri ascolti, dal folk all’elettronica. I nomi italiani che preferisco in assoluto sono: PFM, Battisti, Le Orme, Kina, Litfiba (fino a El diablo), CSI, Massimo Volume, Battiato, Banco, Ivan Graziani, Osanna, Umberto Palazzo, De André, Notturno Concertante, Afterhours e tantissimi altri. Roba classica insomma!

Che giornali musicali leggi?

Li leggo praticamente tutti: Jam, Mucchio, Rockerilla, XL (che giornale musicale non lo è del tutto), RockHard, Musica Jazz, Jazzit, a volte Buscadero. Leggo anche molto sul web: Onda Rock, Arlequins, L’Isola della musica italiana, Spazio rock e tanti altri.

Che quotidiani leggi?

Quelli istituzionali: Repubblica e Corsera. Poco tempo fa ho scoperto che mi piace molto La Stampa. E Alias, ogni sabato con il manifesto, è molto interessante anche se inguaribilmente snob. Ah poi il domenicale del Sole24 ore, davvero ben fatto.

Qual è la prima cosa a cui “guardi” quando senti un pezzo musicale?

Cerco di capire se funziona, se ha una direzione, se i tre elementi fondamentali (melodia armonia ritmo) sono organizzati bene. Però dipende dal “genere”: un bel pezzo rock funziona solo se tira, se cammina dritto e senza cedimenti. Di una canzone cerco di seguire come si incastrano parole e musica, da un brano progressive invece mi aspetto le tre cellule auree: dramma, teatralità, imprevisto.

Cosa fai adesso? Hai qualche progetto per il futuro?

Il futuro non so se esiste, sto provando a fabbricarlo ora nel laboratorio del presente. Proprio adesso sto scrivendo un libro: trattandosi di roba top secret posso solo dirvi che riguarda un grande – ma grande davvero – gruppo rock che non ho nominato, fino ad ora… Poi ne ho altri 3-4 nel cassetto, uno di questi spero di tirarlo fuori quanto prima, e riguarda un gruppo italiano che amo e che ho nominato prima, forse più di una volta. A breve riparte la mia Rock City Nights, come sempre tre sere alla settimana ma con un approccio un po’ diverso dal solito.

Quale è la cosa che ti manca di più dell’epopea classica della musica rock (seconda metà sessanta/seconda metà settanta)?

Io quell’epoca non l’ho vissuta personalmente, visto che sono nato nel 1975, dunque non ho particolari nostalgie. Però dischi come quelli di Deep Purple, Santana, Genesis, Grateful Dead, Roxy Music, Can, Rush e Gentle Giant certo che mi mancano! All’epoca il “basic bargain” messo a disposizione dall’industria discografica consentiva a tutti di pubblicare degli album, e in generale il contesto era favorevole culturalmente e artisticamente a delle opere complete, ricche e stimolanti. Oggi l’appiattimento del nuovo millennio non risparmia nemmeno il rock…

Quando si tratta di concerti rock vissuti in prima persona, quali sono i ricordi a cui sei più legato?

Per mestiere e per passione ne ho visti moltissimi, te ne cito due. Il primo è quello di una grande star, BB King, che ho visto al Pistoia Blues la scorsa estate e che mi ha un po’ deluso. Il secondo è quello di una misconosciuta band africana, i Terakaft: sono del Mali, il loro desert blues è assolutamente magico. Li ho visto a Correggio l’anno scorso e mi hanno incantato, ci sono andato alla cieca, sapevo solo che il loro chitarrista faceva parte dei Tinariwen e sono partito. È appena uscito il loro nuovo disco, prodotto da Justin Adams, cercatelo!

Con che impianto Donato Zoppo ascolta musica? Puoi entrare nel dettaglio?

Non ho un impianto fisso, uso ciò che capita a seconda di dove mi trovo. Ora che scrivo ho in azione un vecchio piatto in un affare di legno che fa tanto anni ’50, al pc che ho in studio ho fatto mettere due belle casse potenti che mi danno soddisfazione, in cucina e in studio ho due volgarissimi stereo Sony che però pompano bene a colazione e nel pomeriggio, quando mi muovo ho lettore e cuffiette, devo decidermi di riparare un impiantone serio che ho lasciato dai miei, anche questo Sony ma perdonami non ricordo il modello…

Un amante della musica della mia generazione non può che essere affezionato al vinile, tu che sei più giovane riesci a sentire il fascino per i 33 giri? Riesci a provare qualcosa di simile anche per i CD, magari quelli in deluxe edition?

Ho una discreta collezione di 33 giri, hanno un potere simbolico che va oltre l’ascolto del vinile, oltre l’impatto della copertina. Per lo stesso motivo simbolico non ho 45 giri: mi rimandano troppo alle logiche estive da juke-box. Certamente i cd sono meno affascinanti del vinile, però io amo la musica, non tanto il suo supporto, quindi mi va bene anche l’mp3 (però se volete farmi un favore, oh voi che mi fate scaricare o che mi mandate i link, i Wave suonano meglio…).

Ti senti più vicino alla scuola inglese o a quella americana, parlando naturalmente di musica rock?

La mia estrazione è totalmente inglese: dai Beatles ai Porcupine Tree passando per Genesis, Police, Clash e Elbow. Tuttavia il rock americano è altrettanto accattivante, pensa ai Dead, a Hendrix, ai Doors, oppure ai Black Keys, alla Dave Matthews Band, ai mitici Phish. In linea di massima il rock inglese ha sempre avuto maggiore raffinatezza: se voglio classe, creatività e imprevedibilità godo con i Soft Machine, i Family, i Jethro Tull, anche i Black Sabbath e i T. Rex. Se però cerco l’impatto anche un po’ grezzo, i Blue Oyster Cult sono imbattibili. Se cerco roba oscura e puzzolente, l’ultimo di Dr. John è il top. E Stevie Wonder il vero genio del secondo Novecento…

Che rapporto hai con gli mp3, li usi senza troppi problemi o sei anche un cultore del lossless (file senza perdita di qualità)?

Per mestiere, ho assistito alla progressiva sostituzione del cd con gli mp3, e mi riferisco proprio ai meccanismi promozionali: oggi quasi tutte le label ti propongono il link per il download, se ti va male lo streaming… Non mi scandalizzo, però se devo recensire un disco gradirei un ascolto dignitoso: nella popular music il suono è parte integrante degli elementi costitutivi di una canzone e di un disco, inutile girarci intorno. In ogni caso ho un rapporto normalissimo con gli mp3, prossimamente dovrò partire per un viaggio di lavoro e ho già la playlist pronta: Robert Plant, Joan Armatrading, Iron & Wine, Ahmad Jamal, Rocket Juice & the Moon.

Qual è lo strumento musicale che più ti affascina, e nel caso tu ne abbia uno, che marca e che modello?

Ho un modesto basso elettrico Sunburst della Prestige a 4 corde (una sorta di fratello minore e sfortunato del Fender Jazz) che devo quanto prima rispolverare. Il basso è lo strumento che sento più “mio”, quando ascolto un brano è la ritmica che naturalmente mi colpisce per prima, poi molti dei miei musicisti preferiti sono bassisti: Paul McCartney, Bill Laswell, Geezer Butler, Jack Bruce, Tony Levin, Patrick Djivas, Glenn Hughes, Geddy Lee, Greg Lake, John Wetton, Jaco Pastorius, il compianto Mick Karn infine il mitologico e amatissimo James Jamerson. Ho anche scritto un paio di pezzi con dei vamp eccezionali…

Se ti trovassi all’incrocio, una calda sera d’estate verso mezzanotte, lo faresti il patto? Cosa chiederesti in cambio della tua anima?

Forse ti deluderò, ma al crocicchio al massimo farei una partitina a scopetta con Satanasso. Tanto lo so già che vince lui. Messer Lo Diablo la sa lunga ed è bene che con lui facciano affari i coraggiosi, gli audaci e i temerari. Io non sono che un tizio qualunque che si accontenta del poco che ha, e proprio per questo sa di avere tanto…

Hai mai scorto nei personaggi che nel corso degli anni hai intervistato, una luce negli occhi che ti ha fatto dire: beh, grand’uomo (o gran donna)?

Ne ho intervistati molti ma me ne vengono in mente due. Il primo è Franz Di Cioccio, PFM master of ceremonies. Ho avuto a che fare con lui molte volte: l’entusiasmo, l’energia, la disponibilità e la memoria di Franz sono eccezionali. Il secondo è Niccolò Fabi: lo intervistai nel 2006 in uno sperduto borgo molisano, una bella, lunga e profonda chiacchierata “alla pari” (spesso l’artista sale in cattedra naturalmente…), poi lui si scusò, doveva lasciarmi perché aveva poco tempo prima del concerto e voleva fotografare alcuni vicoletti di questo paesino… Un’altra cosa: non l’ho intervistata, l’ho solo vista da vicino, ma Alice è una donna stupenda. Me la ricordo ancora, in un auditorium nei dintorni di Bergamo: pellicciotto, colbacco, spartiti sotto al braccio, una donna d’altri tempi con un fascino incredibile.

Ci sono giornalisti musicali italiani che ammiri e stimi?

Certo, sono molti. In primis Claudio Todesco di Jam: è il miglior giornalista musicale che abbiamo in Italia, competente, preparato, per niente attivo nei siparietti di Facebook e completamente dedito alla rivista. Ce ne fossero così. Poi Mario Giammetti, Carmine Aymone, Ezio Guaitamacchi, Aurelio Pasini, Antonio Oleari, Enrico Ramunni, Vittore Baroni, Gianni Della Cioppa, Michelangelo Iossa, Floriano Ravera, Claudio Lancia, Michele Manzotti, Francesco Paracchini, Antonio Puglia, Eleonora Bagarotti. Devo dire che abbiamo un ottimo panorama di “columnist” musicali in Italia.

Che canzone o che brano ascolta Donato Zoppo nelle sere un cui si ritrova solo in casa?

Mi capita raramente di ritrovarmi da solo in casa, di sera. Ora sono qui in camera, da solo al portatile, e sto terminando l’intervista con Joan Armatrading, partita all’inizio… In solitudine non suono mai roba aggressiva, vado sul meditativo: Dead Can Dance, Miles Davis, Ahmad Jamal, Bill Laswell & Method Of Defiance, McCoy Tyner.

Nel congedarci da te vorremmo un tuo pensiero o una citazione che ti sta a cuore.

Onorevole? Ma mi faccia il piacere!

Donato Zoppo “PROG – una suite lunga mezzo secolo” (Arcana 2011 – 24 euro)

10 Ott

Una sera della scorsa estate ero con i confratelli della Congregazione degli Illuminati del Blues, una di quelle sere in cui ci troviamo nella campagna nera dell’Emilia profonda a discutere di Rock sorseggiando Southern Comfort (tutti tranne Lorenz, lui è uno di quei fighetti blues che bevono solo  Macallan invecchiato perlomeno 10 anni) e a scambiarci piccoli regali nel segno di una amicizia blues che ci lega come un fascio di catene (per dirla alla Ivan Graziani). Per me quella sera Picca portò PROG di Donato Zoppo. Avevo letto qualcosa a proposito, il libro mi solleticava, ma non mi azzardavo a prenderlo: non conoscevo abbastanza l’autore, non sapevo dunque cosa aspettarmi e sul comodino avevo già almeno 15 libri che aspettavano in coda.

In questi ultimi tempi mi sono finalmente avvicinato al volume in questione, e devo dire che mi ha piacevolmente sorpreso. La analisi è profonda e ben fatta, la prosa spesso piacevole, la descrizione degli eventi è trattata in modo ordinato e logico e Zoppo dimostra di saperne davvero un bel po’. Certi approfondimenti poi sono proprio interessanti. Oltre ai nomi e agli anni classici (il progressive inglese insomma), si tocca il periodo pre-progressive e cosa ha portato alla creazione di tale musica, il progressive nei paesi non anglofoni (i movimenrti tedeschi, italiani, francesi, olandesi, scandinavi, iberici, sudamericani, persino quelli del blocco sovietico), e il progressive moderno. Non tutto mi ha interessato, i miei gusti prog sono orientati quasi esclusivamente verso i nomi classici, ma mi fa molto piacere avere un volume ben fatto a cui far riferimento in caso di bisogno. Consigliato.

PS: un unico appunto…la grafica è praticamente inesistente e la copertina è brutta. Capisco il contenimento dei costi ma qualcosa in più la si doveva fare.

Vi segnalo il sito/blog di Donato Zoppo: http://www.donatozoppo.it/

(Donato Zoppo)