Phil Collins alle prese con le sue memorie. Missione riuscita. Il libro si legge bene, tutto scorre, l’attenzione rimane sempre alta.
E’ interessante immergersi una volta di più nella Londra degli anni sessanta, capire come era la situazione in quel periodo e come un musicista poteva e riusciva a farsi strada. Divertenti le sue peripezie e curioso come sia diventato il batterista di un gruppo messo in piedi da tre fighetti benestanti incontratisi in una esclusiva scuola privata.
Phil racconta di come gli piacesse far parte dei Genesis dell’era di P. Gabriel, ma io continuo a non esserne certo. Collins non amava certo la musica che oggi chiamiamo prog e a vederlo nei filmati d’epoca le sue espressioni sono inequivocabili. E’ comunque intrigante leggere di quegli anni, avere la conferma di come Tony Banks fosse lontano dall’immagine che noi, negli anni settanta, avevamo di lui, seguire le avventure del gruppo – allora una cult band – in terra americana. Niente cronologie e ricordi particolari, solo le sincere (almeno sembra) impressioni del Collins di allora. Alla trasformazione del gruppo dopo l’addio di Peter Gabriel, con Collins nelle vesti di cantante, è dedicato sufficiente spazio, ma non quanto avrei voluto.
Buona parte del libro è invece dedicata alla fase dei Genesis alle prese con il gran successo degli anni ottanta e alla fortunatissima carriera solista di Collins. Personalmente avrei preferito diversamente ma inaspettatamente ho letto con piacere anche questa lunga parte.
Collins cade più volte nella trappola dell’autocommiserazione, dice di odiare il personaggio Phil Collins, quello degli anni ottanta, perché l’immagine riflessa sul palco non è quella corrispondente alla realtà, cerca di giustificare il fatto relativo ai tre matrimoni ed altrettanti divorzi, tre fallimenti che non avrebbe voluto; lo fa anche raccontando il suo periodo da alcolista, dai 55 anni in poi. E’ tutto molto umano, credo che Phil sia in qualche modo sincero quando si stupisce di queste faccende, ma dalla fin fine c’era lui in quei panni. La trasformazione dei Genesis è avvenuta anche grazie a lui, certo Banks voleva avere successo commerciale, ma Collins ha contribuito in maniera evidente. Io non sto a sindacare, a processare il gruppo per essersi spostato dalla magnifica musica proposta dal 1970 al 1978 alle produzioni commerciali degli anni ottanta, io dico solo che, a parte i singoli, gli album di quel decennio erano brutti. E’ questo che contesto a lui (a Banks e a Rutherford), ma in fondo io non sono nessuno mentre loro, con quegli album brutti, hanno avuto un successo planetario.
PhilCo si autocommisera anche per il fatto che era considerato il cantante da canzoni lente e tristi che parlavano di divorzi e della fine di rapporti sentimentali… beh, Phil, in tutta franchezza, non è così? La formuletta di te che canti al pianoforte una canzone strappalacrime con l’aiuto della batteria elettronica (e quindi della tua vera e propria) l’hai sfruttata mica poco, no? L’unica variante era il tuo pop-rhythm’n’blues di plastica messo nei dischi forse per evitare che chi acquistava i tuoi dischi si buttasse giù da un ponte dopo aver ascoltato tutta quella tristezza. Lo so che sei stato un gigante dal punto di vista del successo, sei uno dei tre soli artisti (insieme a McCartney e Michael Jackson) ad aver venduto più di 100 milioni di dischi sia col gruppo di appartenenza che come solista, alcuni tuoi singoli sono carini, ma la tua rimane musichetta perfetta per il sabato mattina quando si fanno le pulizie di casa, per i supermercati e per gli yuppies che giravano in BMW, suvvia.
Collins infine cerca il compatimento anche per quello che successe al Live Aid, nel luglio del 1985. E’ bene ricordare che in quegli anni PC era dappertutto, tra classifiche, produzioni e collaborazioni aveva una sovraesposizione esagerata, e lui che fece? Suonò nel concerto di Londra, prese il Concorde, volò in America e suonò anche nel concerto di Philadelphia, e adesso pretende che la gente non pensi che fosse andato sopra le righe. Dedica un discreto spazio alla sua performance insieme ai Led Zeppelin, e anche qui cerca di svignarsela, e di addossare le colpe a Robert Plant e a Jimmy Page per le loro prove opache. Io invece credo che la colpa fu sostanzialmente sua. Inizialmente lui e Plant pensarono di fare qualcosa insieme a Clapton, poi pian piano prese corpo la reunion dei Led Zeppelin, e lui che fece? Rifiutò di fare qualche prova. Io mi sorprendo sempre quando leggo queste cose. Voglio dire, siete degli artisti di grandissimo successo, avete grande esperienza, come potete pensare di trovarvi a suonare insieme in un evento di proporzioni enormi, per giunta trasmesso in tutto il mondo, senza prepararvi almeno un po’ ? Già l’avere tanti artisti sul palco renderà il tutto caotico, se ci si presenta anche in maniera improvvisata è la fine.
Ad ogni modo, i LZ – che non suonavano insieme da 5 anni e che a quel punto erano morti e sepolti – vista la impossibilità di fare un minimo di prove con Collins chiamarono Tony Thompson degli Chic (e Paul Martinez per la parte di basso di STH mentre Jones è alle tastiere), si dice fecero una prova di 90 minuti; ormai era comunque troppo tardi per disdire la presenza di Collins ed è così che si ritrovarono sul palco insieme. Il risultato non fu certo un granché, ma sono sicuro che se fossero saliti sul palco senza Collins la cosa sarebbe stata perlomeno dignitosa. Collins ovviamente racconta la sua versione dei fatti, giusta o sbagliata che sia, senza dubbio possiamo dire che perlomeno ha peccato di leggerezza.
Nonostante questo aspetto legato all’autocommiserazione, questa autobiografia è riuscita, Collins si racconta in modo candido, non tralascia gli aspetti più personali e le proprie debolezze. Dopo aver letto questo libro Phil mi è più simpatico, che piaccia o no l’artista c’è sincerità in lui, e credo che chiunque si fosse trovato alle prese con quel successo, con quelle pressioni, in quegli anni, avrebbe commesso degli errori.
Il libro è in inglese, ed è facilmente comprensibile a chi mastica la lingua della Britannia ed è appassionato di musica (Rock).
Nel 1971 BILL GRAHAM decise di chiudere i FILLMORE EAST e WEST, due spazi per concerti leggendari e fondanti per la musica Rock. Li chiuse perché iniziava a vedere che i gruppi, i musicisti e la scena Rock in generale iniziavano a diventare troppo corporate, troppo orientati al business, troppo distanti dallo spirito originario, pensate un po’… stiamo parlando del 1971! Così, per quanto riguarda il FILLMORE EAST, organizzò tre serate di chiusura nel giugno del 1971. Parte degli show fu trasmessa dalla radio WNEW-FM e dunque la registrazione relativa circola da parecchio tempo nel circuito degli appassionati di registrazioni live, in qualità “fm” (dunque compressa e lossy). Da qualche anno è entrata in circolo anche la registrazione “pre-fm”, cioè da fonte precedente alla messa in onda, il master da cui la radio trasmise il programma, di qualità naturalmente migliore della precedente.
Nel 2016 la Echoes (etichetta britannica) ha pubblicato un cofanetto di 4 cd tratto dalla fonte pre-fm. Questo piccolo box set è una di quelle uscite legali ma non esattamente autorizzata, quelle pubblicazioni sempre un po’ borderline dovute a leggi differenti delle varie nazioni sul diritto d’autore. In alcuni paesi d’Europa sembra che le trasmissioni radio di concerti non avvenuti in Europa siano di dominio pubblico. Ad ogni modo, non potevo perdere l’occasione di avere in un cofanetto unico la testimonianza live delle ultime tre notti al Fillmore EAST, non fosse altro per la partecipazione degli EDGAR WINTER’S WHITE TRASH. La qualità audio è buona, ma non bisogna aspettarsi il livello degli album da vivo ufficiali, qui non ci sono nastri multitraccia con cui potere miscelare il tutto a dovere, qui c’è solo il nastro stereo registrato direttamente dal mixer durante i concerti. I livelli degli strumenti non sempre sono corretti, l’audio non è esattamente cristallino ma è tuttavia godibilissimo. Disc: 1
1. Bill Graham Intro – ALBERT KING
2. Knock On Wood
3. Got To Be Some Changes
4. Nothing But The Blues
5. Crosscut Saw
6. Personal Manager
7. Bye Bye Blues 8. Bill Graham Intro – J. GEILS BAND
9. Sno-Cone
10. Wait
11. First I Look At The Purse
12. Whammer Jammer
13. Homework
14. Pack Fair And Square
15. Cruisin’ For A Love
16. Serves You Right To Suffer
17. Hard Drivin’ Man
Disc: 2
1. Bill Graham Intro – EDGAR WINTER’S WHITE TRASH
2. Where Would I Be (Without You)
3. Let’s Get It On
4. Tobacco Road
5. Turn On Your Love Light
6. Bill Graham Intro – MOUNTAIN
7. Never In My Life
8. Theme From An Imaginary Western
9. Roll Over Beethoven
10. Dreams Of Milk And Honey-Swan Theme
Disc: 3
1. Silver Paper
2. Mississippi Queen 3. Bill Graham Intro – THE BEACH BOYS
4. Heroes And Villains
5. Do It Again
6. Cotton Fields
7. Help Me, Rhonda
8. Wouldn’t It Be Nice
9. Your Song
10. Student Demonstration Time
11. Good Vibrations
12. California Girls
13. I Get Around
14. It’s About Time 15. Bill Graham Intro -COUNTRY JOE McDONALD
16. Kiss My Ass
17. Entertainment Is My Business
18. Fixin-To-Die-Rag
19. Rockin’ All Around The World
20. Hold On It’s Coming
Disc: 4 1. Bill Graham Intro – ALLMAN BROTHERS
2. Statesboro Blues
3. Don’t Keep Me Wonderin’
4. Done Somebody Wrong
5. One Way Out
6. In Memory Of Elizabeth Reed
7. Midnight Rider
8. Hot ‘Lanta
9. Whipping Post
10. You Don’t Love Me
ALBERT KING – TTTT
Visto il genere, la qualità audio del primo set è molto buona, il blues di solito è una musica che lascia respirare la musica, condizione necessaria per una fonte come quella in questione. L’unico KING di cui sono fan è FREDDIE, devo dire però che in questa occasione ALBERT KING si esprime molto bene. La versione strumentale di KNOCK ON WOOD non convince appieno, ma già con GOT TO BE SOME CHANGES le cose si mettono a posto. Il gruppo accompagna con il giusto vigore, i fiatai scaldano l’ambiente e la chitarra solista di KING fa il resto. L’andamento di NOTHING BUT THE BLUES non si discosta molto dal pezzo precedente, ma la performance rimane avvincente.
Albert King, Fillmore East june 1971 – foto Getty Images.
Per circa un paio di minuti ALBERT parla e spiega alcune cosette sul blues, ottimo eloquio, gran timbro di voce e bell’atteggiamento, il resto del brano è una improvvisazione strumentale. CROSSCUT SAW non è propriamente un pezzo che amo, è un blues da boscaioli, ma anche in questo caso ALBERT si distingue per un’intenzione davvero ammirevole … quando il blues non è tristezza ma una giocosa scenetta piena di doppi sensi. PERSONAL MANAGER è un blues lento e di maniera mentre BYE BYE BLUES è lo scatenato rhythm’n’blues che chiude l’esibizione di ALBERT KING.
J. GEILS BAND – TTTTT
Il successo vero e proprio per il gruppo arrivò tra il 1978 e 1981, nel 1971 i JGB erano una scatenata band di Boston dedita ad un Rock piuttosto deciso imbevuto di blues e rhythm and blues e con un solo album pubblicato. Uno strumentale eccitante per iniziare e a seguire WAIT e FIRST I LOOK AT THE PURSE. WHAMMER JAMMER è un brillante rock blues veloce creato per far brillare la inconfondibile armonica di MAGIC DICK. Che attacco ragazzi! HOMEWORK di Otis Rush e PACK FAIR AND SQUARE di Big Walter Price sono due scelte sintomatiche, le radici del gruppo sono tutte qui.
J. Geils Band
CRUSIN’ FOR A LOVE è un pezzo scritto da tutta la band ma potrebbe essere una delle qualsiasi cover che il gruppo era solito proporre. Con SERVES YOUR RIGHT TO SUFFER di John Lee Hooker si entra nel blues nero suonato da bianchi più canonico. PETER WOLF ha la giusta propensione nel cantare questo brano. HARD DRIVIN’ MAN chiude a dovere un set spettacolare.
EDGAR WINTER’S WHITE TRASH – TTTTT
La “Spazzatura Bianca” di EDGAR WINTER è uno dei miei gruppi super preferiti. Nel 1971 e 72 furono una band semplicemente F E N O M E N A L E. Batteria, basso, chitarra, tastiera, sezione fiati e due cantanti strabilianti per un misto di hard rock-blues-rhythm’n’blues-funk-soul imputanito. E’ sufficiente sentire come il magnifico JERRY LA CROIX canta WHERE WOULD I BE (WITHOUT YOU) per capire di pasta sono fatti gli EW’S WT. LET’S GET IT ON è un altro orgasmo musicale, testosterone sonoro lasciato libero. Ancora JERRY LA CROIX, assoli di tromba, di chitarra, di armonica, un tripudio di sesso e Rock.
Edgar Winter’s White Trash 1971
Dopo due pezzi originali si procede e si chiude con due cover. TOBACCO ROAD dura quasi 16 minuti, al canto EDGAR stesso, la band e la sezione fiati spingono sui primi due accordi del pezzo – ripetuti più volte… in pratica l’ossatura del pezzo – in modo pazzesco. L’assolo al sax di EDGAR è selvaggio oltre ogni limite. Gli strumenti a tratti vanno e vengono nel soundboard, nemmeno il mixer del FILLMORE EAST riesce a contenere tanta potenza d’animo. Il finale non è consigliato ai deboli di cuore. La versione di TURN ON YOUR LOVE LIGHT (il brano reso celebre da Bobby Bland e quindi dai Blues Brothers) è da strappamutande. Il gruppo porta il pubblico talmente in alto che ben presto ognuno è preda di una sorta di isteria collettiva. Non credo che si sia mai più sentito nulla del genere da un gruppo di bianchi (e di qualche meticcio). Per me tra i tre migliori gruppi americani di quei due anni.
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MOUNTAIN – TTTT½
In quegli anni il livello medio delle performance era molto alto, tutti (o quasi) suonavano bene, e i MOUNTAIN non facevano eccezione. NEVER IN MY LIFE parte subito alla grande col basso di PAPPALARDI in evidenza e con la inconfondibile batteria di CORKY LANG. THEME FROM AN IMAGINARY WESTERN ci porta nell’immaginario dei MOUNTAIN. Prima di ROLL OVER BEETHOVEN c’è un momento solo per LESLIE WEST poi si rocca e si rolla col classico del 1956 di CHUCK BERRY. Gran tocco, gran chitarrista Mr WEST.
Mountain al Fillmore East
DREAMS OF MILK AND HONEY-SWAN THEME è il contenitore per le improvvisazioni già apparso sul lato B dell’album del 1971 FLOWERS OF EVIL. Che i MOUNTAIN siano nati con il template dei CREAM in testa qui è molto evidente. Erano davvero un gran gruppo in quei primi due anni (1970-71), perdersi nell’ascolto di questa improvvisazione è sempre un’emozione. Gli anni settanta, ah! Lo spazio dedicato ai MOUNTAIN si chiude con SILVER PAPER e MISSISSIPPI QUEEN, entrambi dal loro primo album CLIMBING (1970).
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THE BEACH BOYS – TTTT
Niente male i BEACH BOYS negli anni settanta. Dopo HEROES AND VILLAINS, il rock and roll di DO IT AGAIN e il “country” di COTTON FIELDS. R’n’R e country trattati alla maniera dei BB, of course. Sulle stesse coordinate HELP ME RHONDA. WOULDN’T IT BE NICE non è riuscitissima. OUR SONG (Elton John) sembra un po’ pretenziosa. STUDENT DEMONSTRATION TIME è un rock blues quasi improvvisato. GOOD VIBRATIONS e CALIFORNIA GIRLS, i due grandi successi, dal vivo perdono un po’ di quella coralità che le rende sublimi nelle versioni da studio. I GET AROUND ha un po’ lo stesso problema. IT’S ABOUT TIME chiude il set dei BEACH BOYS.
Beach Boys Fillmore East 1971
COUNTRY JOE McDONALD – TTTTT
L’atteggiamento di Country Joe è sicuro e determinato, sono sufficienti la sua voce e la sua chitarra per infiammare la platea. Sono canzoni di protesta che in quegli anni non faticano a ricevere approvazione ma Joe è davvero un maestro nell’esibirsi. KISS MY ASS e ENTERTAINMENT IS MY BUSINESS scaldano il pubblico e FIXIN-TO-DIE-RAG lo trascina verso l’isteria. Grandissimo Country Joe. Seguono e chiudono ROCKIN’ ALL AROUND THE WORLD e HOLD ON IT’S COMING.
Country Joe McDonald.
ALLMAN BROTHERS – TTTTT
Gli ALLMAN sono forse il gruppo che nell’immaginario collettivo più sono riconducibili al Fillmore East, “…the finest contemporary music...” dice Bill Graham nella presentazione, non è troppo distante dal vero. Nel 1971 gli ALLMAN erano semplicemente meravigliosi. Questo set è lo stesso presente nel bonus disc della deluxe edition di EAT A PEACH e nel cofanetto FILLMORE EAST RECORDING, ma riascoltarlo ancora una volta è un imperativo. Cos’altro aggiungere a STATESBORO BLUES, Un pezzo di musica che descrive la nostra stessa essenza? In DON’T KEEP ME WONDERING l’attacco della voce di GREGG, la slide di DONE SOMEBODY WRONG, il cristallizzarsi del suono del gruppo in ONE WAY OUT. Il viaggio nelle profondità cosmiche di IN MEMORY OF ELIZABETH REED, il Rock di MIDNIGHT RIDER, le meraviglie chitarristiche di DICKEY BETTS e DUANE ALLMAN in HOT’LANTA, il blues stravolto e dilatato di WHIPPING POST, ed infine l’irresistibile YOU DON’T LOVE ME con momenti strabilianti lasciati alle chitarre.
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Bel cofanetto dunque, per chi si vuole immergersi per qualche oretta nel groove senza tempo del 1971. Long Live The Fillmore.
L’EMPRESS VALLEY ha pubblicato recentemente le due date all’Alexandra Palace del dicembre 1972. Niente di particolare, registrazioni in circolazione da moltissimi anni, se non che si tratta di versioni ben fatte e intelligentemente assemblate. La registrazioni per entrambi i concerti sono audience, dunque si tratta di materiale For Zeppelin Fans Only.
Il tour britannico del 1972/73 fu il più lungo tenuto dalla band nella perfida Albione, ed è interessante notare come certi brani raggiungano in questo contesto la loro forma più conosciuta; questo tour infatti sarà il template per il tour americano del 1973. L’Alexandra Palace non aveva un grande acustica, il suono quindi è confuso, in più era un posto piuttosto freddo e la band risentì non poco della gelida atmosfera, tuttavia sono due ottimi concerti.
La masterizzazione fatta dalla Empress Valley sembra ben fatta, il tutto pare miscelato a dovere. La confezione sembra carina (scrivo sembra perché ho la versione tratta dal download); curioso che per il box set abbiano scelto una pagina di un articolo preso da una rivista italiana.
Alexandria Palace, London, England – December 22, 1972
Disc 1 (53:11) Announcements, Rock And Roll, Over The Hills And Far Away, Black Dog, Misty Mountain Hop, Since I’ve Been Loving You, Dancing Days, Bron-YR-Stomp, The Song Remains The Same, The Rain Song
Disc 2 (66:09) Dazed And Confused, Stairway To Heaven, Whole Lotta Love
Disc 3 (21:54) Immigrant Song, Heartbreaker, Mellotron Solo, Thank You
L’Empress Valley per la prima data ha usato quasi esclusivamente la source 1, che è una registrazione audience niente male. La source 2 (quella del famoso bootleg RIOT HOUSE), di qualità superiore, è presentata per intero sul bonus cd allegato alla seconda data. Il gruppo parte bene, la transizione tra MM HOP e SIBLY è quella nota del film TSRTS (NY 1973), ma era già stata proposta nel tour giapponese di ottobre 1972. Bello l’assolo di PAGE, che da qualche mese aveva iniziato ad espandere ed arricchire il suo chitarrismo con quell’uso meraviglioso della scala minore. DANCIN’ DAYS nel 1972 era presentata spesso, pezzo particolare e per questo rinfrescante, una deep cut insomma. BRON-YR-AUR STOMP è l’unico momento acustico del tour. I brani di HOUSES OF THE HOLY tipo TSRTS e THE RAIN SONG sono presentati come parecchi mesi d’anticipo rispetto alla data d’uscita dell’album (maggio 1973) ma risultano già convincenti.
DAZED AND CONFUSED dura 29 minuti, ed ormai ha la veste definitiva, c’è pure già la sezione SAN FRANCISC, 29 minuti di stregoneria chitarristica, a quel tempo nessuno, nessuno, in campo Rock, era al livello di PAGE. STAIRWAY risplende nel buio e nel freddo dell’Alexandra Palace, sarà anche un pezzo ascoltato fin troppe volte, ma sentirlo dal vivo nel periodo 1971-1973 è sempre, sempre, una emozione fortissima. Bello scoprire come PAGE cerchi, al minuto 7,48, nuovi fraseggi sulle corde basse. Il pubblico si guadagna la razione di piombo Zeppelin con WHOLE LOTTA LOVE. 26 minuti di hard rock, di improvvisazioni e di pruriti rock and roll. Prima dell’iconico assolo c’è il tempo per EVERYBODY NEEDS SOMEBODY, dopodiché la BOOGIE CHILLUM bonanza ha inizio, e ben presto si trasforma in BOOGIE MAMA, l’irresistibile momento rock and roll caro a tutti noi fan del dirigibile di piombo. Io ogni volta che lo sento inizio a fremere. La leggera e dinamica potenza dei LED ZEPPELIN è davvero qualcosa di sublime. Seguono LET’S HAVE A PARTY, HEARTBREAK HOTEL,I CAN’T QUIT YOU BABY. I LED ZEPPELIN a questo punto della loro carriera sono invincibili.
Segue IMMIGRANT SONG, e mi chiedo come facesse PLANT a cantare un pezzo come questo alla fine di un concerto impegnativo come di solito erano quelli del gruppo; sebbene fu in questo periodo che si intravidero i primi problemi vocali, all’epoca ROBERT PLANT era stupefacente. HEARTBREAKER (gran assolo di PAGE) e THANK YOU (con tanto di intro di 3 minuti di JONES al Mellotron) chiudono il concerto. Trionfo.
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Alexandria Palace, London, England – December 23, 1972
Disc 1 (55:06) Rock And Roll, Over The Hills And Far Away, Black Dog, Misty Mountain Hop, Since I’ve Been Loving You, Dancing Days, Bron-YR-Stomp, The Song Remains The Same, The Rain Song
Disc 2 (75:29) Dazed And Confused, Stairway To Heaven (stopped), Stairway To Heaven, Whole Lotta Love, Heartbreaker
Anche per la seconda data la qualità audio della registrazione audience non è niente male. Una volta che ci si abitua alla dimensione bootleg il concerto scorre bene, ancora meglio se ascoltato in cuffia. Il freddo della sala concerti è presente ovviamente anche nella seconda serata, per i primi due pezzi i ragazzi soffrono la temperatura, PLANT ha qualche incertezza, ma una volta passati i primi minuti l’anima Zeppelin si ricompone. ROCK AND ROLL, OTHAFA, BLACK DOG fungono da apripista, con MM HOP si è già perfettamente in volo. In SIBLY dal minuto 5,25 JOHN PAUL JONES curiosamente passa all’organo. DANCING DAYS, TSRTS e THE RAIN SONG, essendo pezzi che all’epoca devono ancora essere pubblicati, sono accolti nel silenzio quasi assoluto. Il pubblico torna attivo per DAZED AND CONFUSED, durante la quale PAGE continua a provare nuove soluzione in attesa di arrivare alla formula definitiva del tour europeo e americano del 1973.
STAIRWAY TO HEAVEN viene interrotta dopo circa 30 secondi, PLANT chiede a tutti di darsi una calmata. La band quindi riparte dall’inizio. In WHOLE LOTTA LOVE dopo il secondo ritornello si lanciano in THE CRUNGE a cui segue una sezione funk rock improvvisata degna di nota. Il medley rock and roll blues è simile a quello della serata precedente. HEARTBREAKER chiude un altro concerto riuscitissimo.
Bonus Source first released on “Riot House” vinyl album Alexandria Palace, London, England – December 22, 1972
Bonus Disc (59:00) Stairway To Heaven, Whole Lotta Love, Immigrant Song, Heartbreaker, Mellotron Solo, Thank You
Il bonus disc è relativo alla source 2 del concerto della prima sera, per quanto riguarda la performance vale quanto scritto per gli ultimi 5 pezzi, se non che la qualità audio è un deciso passo avanti. E’ sempre una registrazione audience, ma di qualità ottima. Ci si gusta ancor di più i LED ZEPPELIN post solstizio d’inverno di 44 anni fa.
Non è semplice per me guardare programmi che non siano dal satellitare, sono ormai 12 anni che ho SKY e da allora non guardo altro. Ieri sera però verso le 21 mi sono sintonizzato su CANALE 5 in occasione della prima puntata del programma MUSIC, chiamato così in onore del capolavoro di JOHN MILES, musicista deputato ad aprire lo spettacolo.
Vederlo di nuovo in pista mi ha elettrizzato. Ben vestito, in forma, con l’atteggiamento di chi la sa lunga, ha dato prova di sé suonando e cantando come sa fare, e a quasi 68 anni non è da tutti. Non ho trovato particolarmente gradevole l’arrangiamento dell’orchestra, mi è parso ridondante e con un’enfasi moderna che non mi ha convinto. Non so poi cosa c’entrasse quel balletto, è sembrato poco adatto ad un brano del genere ma alla fin fine chi se ne importa, la mia attenzione era tutta rivolta a lui.
John Miles Italian TV January 2017 – photo TT
Ci sono certi musicisti che amo in modo inspiegabile. Al di là dei miei idoli noti a tutti (Jimmy Page, Keith Emerson, Paul Rodgers, Johnny Winter, Edgar Winter, Robert Johnson etc etc) ci sono alcune figure che amo con un fervore particolare, uno è MICK RALPHS e l’altro è JOHN MILES appunto.
Li vedo i sorrisetti di certi miei amici quando inizio a parlare di MILES, forse il lignaggio Rock e musicale del biondo di Jarrow non è sufficiente per talune persone, ma per me – pur mettendolo nella giusta prospettiva – rimane un gigante. Cantare e suonare le tastiere e la chitarra in quel modo, scrivere in maniera brillante e maestosa…che talento! MrJohn Errington, we salute you!
Non è il primo libro di Hawking che leggo, affronto sempre con piacere i suoi scritti. Mi interessano scienza e metafisica, sono un uomo di blues non posso farci niente, guardo le stelle e mi pongo ogni volta qualche centinaio di domande. Meglio specificare che questa non è una recensione, la sinossi qui sotto spiega già tutto, ma bensì una semplice e veloce riflessione su questo libro di quel gran genio di Stephen Hawking.
L’autore cerca di spiegare certi concetti in modo semplice e lineare, ma spesso sono sono così complessi che non è sempre facile seguirne il dipanarsi, tuttavia è eccitante cercare di capire e carpire certe leggi, certe intuizioni, certe teorie.
Sicuro, è un libro che va letto nelle ore diurne, se lo si affronta prima di dormire può provocare angosce esistenziali mica da ridere con conseguente caduta tra le grinfie del demone delle notti senza sonno, ma è un libro che vale la pena leggere sebbene interpellarsi su questioni così grandi, specie se si è uomini di una (in)certa età, può spaventare.
Qualche frasetta rubata qua è là:
“La concezione ingenua della realtà (che le cose siano come sembrano, così come sono percepite dai nostri sensi), non è compatibile con la fisica moderna”
“Perché c’è qualcosa invece di nulla? Perché esistiamo? Perché questo particolare insieme di leggi e non qualche altro?
“L’idea rivoluzionaria che siamo semplicemente abitanti ordinari dell’universo, e non esseri speciali contraddistinti dal fatto di vivere al suo centro, fu proposta per la prima volta da Aristarco (c.310-230 a.C.)…”
“…poi, nel 1929, Edwin Hubble pubblicò le sue osservazioni che dimostravano che l’universo è in espansione.”
“Le teorie fisiche fondamentali descrivono le forze della natura e il modo in cui i corpi vi rispondono. Le teorie classiche come quelle di Newton sono costruite su una base che riflette l’esperienza quotidiana… La fisica quantistica fornisce una struttura che consente di come la natura operi su scala atomica e subatomica…Così, sebbene i componenti dei corpi ordinari obbediscano alla fisica quantistica, le leggi di Newton costituiscono una teoria efficace che descrive con grande precisione il comportamento delle strutture composite che formano il nostro mondo di tutti i giorni.”
“..D’altra parte, l’universo non può avere molto più di 10 miliardi di anni, perché nel lontano futuro tutto il combustibile delle stelle si sarà esaurito, e noi abbiamo bisogno di stelle calde per il nostro sostentamento. Perciò l’universo deve avere circa 10 miliardi di anni. Questa non è una predizione estremamente precisa, ma è vera: secondo i dati attuali il big bang ebbe luogo circa 13,7 miliardi di anni fa”.
“Ma, risalendo a sufficienza all’indietro nel tempo, l’universo aveva dimensioni dell’ordine della lunghezza di Plack, pari a un miliardesimo di trilionesimo di trilionesimo di centimetro e su questa scala si deve per forza tener conto della teoria quantistica. Così, sebbene non disponiamo ancora di una teoria quantistica completa della gravità, sappiamo per certo che l’origine dell’universo fu un evento quantistico.”
Vi ho spaventato abbastanza? Niente paura baby, questo è il blues.
SINOSSI:
Nel “Grande disegno” il celebre astrofisico si cimenta con la sfida scientifica per eccellenza, affrontando la questione che da sempre divide filosofi, scienziati e teologi: l’origine del cosmo e della vita stessa. Insieme al fisico Léonard Mlodinow, Hawking ripercorre le più recenti scoperte della fisica spiegando come il cosmo, in base alla teoria quantistica, non abbia una sola esistenza, e come tutte le possibili storie dell’universo esistano simultaneamente. Approdiamo così alla teoria del “multiverso”, la coesistenza del nostro universo accanto a una moltitudine di universi apparsi spontaneamente dal nulla, ciascuno con proprie leggi di natura. Nel corso della storia della scienza si è scoperta una serie di teorie o modelli sempre migliori, da Platone alla teoria classica di Newton, fino alle moderne teorie quantistiche. E naturale chiedersi se si arriverà a una teoria dell’universo che non possa essere ulteriormente migliorata. Oggi disponiamo di una candidata alla teoria ultima del tutto: la “teoria M”. Se confermata, sarà la teoria unitaria di cui Einstein era alla ricerca, e il trionfo della ragione umana. Quanto a un presunto creatore del Grande disegno, la scienza dimostra che l’universo può crearsi dal nulla sulla base delle leggi della fisica. Un saggio scientifico che spiega con linguaggio accessibile e attraverso eleganti illustrazioni come l’astrofisica sia ormai vicina a comprendere i segreti più nascosti della materia.
Uscito nel novembre scorso, questo doppio cd contiene quelle che sono reclamizzate come the complete BBC session. In verità esiste anche la versione cofanetto a sei cd, con tre dischetti dedicati alle interviste (sempre relative alla BBC) e un dischetto di pezzi live 1973-1986, ma ho preferito concentrarmi sulla edizione essenziale dato che inizio ad averne abbastanza di materiale bonus e zavorra, chiaro però che per i fan dei QUEEN in senso stretto e per i completisti la versione a sei cd risulterà comunque appaetibile.
La confezione digipack è dignitosa, il booklet non è niente di speciale, l’artwork in sé è piuttosto misero ma il digipack fa sempre presa su di me.
A differenza dei veri fan dei QUEEN non vado pazzo per i primi anni e i primi tre album, prediligo i QUEEN più maturi, quelli che vanno dal 1975 al 1981 (da A NIGHT AT THE OPERA sino al live di Montreal), tuttavia è difficile non lasciarsi irretire dalla purezza, dalla energia e dall’atteggiamento determinato dei primi anni.
SESSION 1 – 5 FEBBRAIO 1973
MY FAIRY KING mette in mostra le complessità dei primi QUEEN, è un gran bel pezzo del primo Freddie, il quale ci lascia dare un’occhiata ad un pezzetto del proprio mondo incantato. Tra l’altro è la canzone da cui il cantante prenderà spunto per tramutare il suo cognome da Bulsara a MERCURY. Bella versione.
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Segue KEEP YOURSELF ALIVE, compatta come al solito e quindi una delle mie superfavorite: DOING ALL RIGHT, scritta da MAY e STAFFEL al tempo degli SMILE (e anche la loro prima versione del 1969 mi scalda sempre il cuore). L’esibizione presa dalle BBC sessions mi è sempre piaciuta tantissimo. Gran pezzo.
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LIAR con la sua sublime potenza chiude la prima seduta di registrazione.
SESSION 2 – 25 LUGLIO 1973
SEE WHAT A FOOL I’VE BEEN mi colpì sin dalla prima volta che la sentii, credo sul bootleg A RAPSODHY IN RED. Se c’è una cosa che i QUEEN non sono è essere un gruppo di derivazione blues ma MAY, essendo chitarrista cresciuto negli anni del blues revival inglese, qualche imprinting se lo porta dietro. In realtà il pezzo è costruito intorno a THAT’S HOW I FEEL di BROWNIE McGHEE, ma resta comunque un episodio di grande spessore: blues nero filtrato attraverso la cultura musicale bianca europea. Peccato che MAY abbia avuto modo di fare delle sovraincisioni, un assolo con meno enfasi ed effetti sarebbe stato perfetto.
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Il problema che ho in generale con le BBC sessions è che certi pezzi si ripetono spesso (basta pensare a quelle dei LZ) anche a pochi mesi di distanza, qui è il caso di KEEP YOURSELF ALIVE e LIAR.
SON AND DAUGHTER discende direttamente da LED ZEP, BLACK SABBATH e DEEP PURPLE, dal primo hard rock inglese più nobile; chiara anche l’influenza di JIMI HENDRIX.
SESSION 3 – 3 DICEEMBRE 1973
Di nuovo hard rock, stavolta scritto da MERCURY, ORGE BATTLE è meno ripulita e più diretta rispetto alla futura versione da studio. MODERN TIMES ROCK AND ROLL è tipica del primo TAYLOR, un sorta di punk rock ante litteram vestito di glam. Ancora MERCURY alle prese con l’heavy rock in GREAT KING RAT. Chiude la session una nuova proposta di SON AND DAUGHTER.
SESSION 4 – 15 APRILE 1974
A MODERN TIMES ROCK AND ROLL dell’aprile del 1974 segue il quadretto mercuriano di NEVERMORE e infine WHITE QUEEN, l’idea della donna perfetta di MAY.
SESSION 5 – 4 NOVEMBRE 1974
NOW I’M HERE di MAY è uno dei superclassici rock del gruppo e qui è esposto molto bene. STONE COLD CRAZY è davvero tiratissima e FLICK OF THE WRIST la segue con convinzione, non sono pezzi che amo ma è comunque una esperienza ascoltarli qui nelle BBC Sessions, perchè lo senti tutto l’impeto magico del gruppo di quegli anni. Chiude la quarta seduta TENEMENT FUNSTER, uno dei pezzi un po’ bislacchi di TAYLOR.
SESSION 6 – 14 NOVEMBRE 1977
Questa è ovviamente la mia session preferita, NEWS OF THE WORLD è uno dei due album dei Queen con cui sono cresciuto (l’altro è A DAY ATHE RACES). WE WILL ROCK YOU versione classica è seguita dalla versione veloce che qui nelle BBC sessions mi piace un bel po’.
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Ammiro JOHN DEACON, sia come bassista che come autore. SPREAD YOUR WINGS è un gioiellino. Che gran pezzo! Questa trasposizione è simile a quella ufficiale apparsa su NEWS OF THE WORLD, certo però più diretta e carica con un grande assolo finale di BRIAN MAY. Uno spettacolo. Che gruppo!
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Non fosse per l’amore spropositato e un po’ inspiegabile che ho per SOMEBODY TO LOVE, IT’S LATE sarebbe certamente la mia canzone dei Queen preferita. Ho una predilezione per i pezzi di BRIAN MAY e questo li supera tutti. Qui negli studi della BBC la batteria di TAYLOR ha un suono che mi piace un sacco. Peccato il pezzo sia interrotto a metà per lasciare spazio ai vocalizzi pieni di effetti di MERCURY, vocalizzi che non ho mai sopportato granché.
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Si chiude con un altro masterpiece, MY MELANCHOLY BLUES…finale perfetto, con un assolo bluesy e obliquo di MAY. Trionfo.
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Mi fanno scappar da ridere i puristi del Rock, quelli che il lignaggio lo riconoscono unicamente se si tratta di Rock americano e di gruppi da intellettuali tipo King Crimson…i QUEEN sono criticabili per certe mosse da centurioni fatte negli anni ottanta, ma ciò non toglie che per diversi anni, nei settanta, sono stati un gruppo rock entusiasmante. CD consigliato. Rock save the Queen.
In questi ultimissimi mesi WINSTON REMASTER, noto fan del pianeta Zeppelin, ha pubblicato i remaster della seconda parte del tour del 1980 dei LZ. Il suo labour of love è disponibile sulle consuete piattaforme di download bootleg che ricordiamo sono assolutamente legali e sono frequentate da appassionati interessati alle registrazioni dal vivo. Non si tratta di pirateria dunque, ma di “scambio” di materiale live tra fan che non interferisce col materiale pubblicato ufficialmente dagli artisti.
Il segreto per gustarsi i concerti dei 1980 dei LZ è ascoltarsi bootleg tratti da fonte “audience”, semplici registrazioni fatte da qualcuno tra il pubblico con un registratore. Sì, meglio quelle piuttosto dei bootleg soundboard (registrazioni prese dal mixer), spesso troppo secchi e in questo caso impietosi nel mettere alla berlina il fragile chitarrismo dell’epoca di JIMMY PAGE. Ecco dunque perché scelgo di parlare del concerto di Monaco piuttosto che concentrarmi sui soundboard delle tre date precedenti. Mettersi in cuffia, magari sdraiati sul divano e con due dita di Matusalem invecchiato 15 anni a portata di mano, in una serata libera è l’ideale per ritagliarsi l’illusione di assistere ad un concerto del proprio gruppo preferito. La registrazione audience del concerto di MUNICH del 5 luglio del 1980 è eccellente, non è dunque faticoso mettersi all’ascolto del bootleg in questione. I pochi vuoti lasciati dalla fonte n.1 sono riempito con la fonte n.2, la qualità scade un po’ in quei momenti ma è tutto transitorio.
Come sempre scarno l’artwork di WR, ma è bella la foto scelta per la copertina con Simon Kirke alla batteria e con Jones e Plant sorridenti, foto che personalmente non avevo mai visto.
TRAIN KEPT A-ROLLIN’ apre il concerto, tirata al punto giusto non fa prigionieri, sebbene all’epoca mica tutti i fan conoscevano quel pezzo reso famoso dagli YARDBIRDS e usato dai LZ per aprire i primissimi concerti del 1968/69.
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La ferocia con cui il gruppo affronta NOBODY’S FAULT BUT MINE è notevole. Siamo agli albori degli anni ottanta, la musica sta cambiando, l’atteggiamento dei LZ è consono al mood in voga. Dall’assolo si capisce che non siamo davanti al PAGE di THE SONG REMAINS THE SAME (il live del 1973), ma il tutto risulta convincente. Molto bello l’attacco del basso Becvar di JONES. Finito il brano PAGE si avvicina al microfono.
JP “Good evening. Good evening! Right, a happy gathering? Yes. Well we got a little number now from the annals of rock history, and it’s called ‘Black Dog.’
Con l’ascolto in cuffia la potenza del gruppo è impressionante nononstante la precaria condizione fisica e psichica di PAGE e BONHAM. Di nuovo il basso Becvar 8 corde su BLACK DOG è spaventosamente efficace.
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PLANT saluta il pubblico.
RP “Well alright! Uh, it’s very nice to be, to, uh, good evening to Munich, Munchen. It’s been quite a while since we’ve been here, nonetheless, we haven’t been wasting our time. Before we carry on there is a plea from the front here. If you could move back a little bit, there’s lots of people gettin, uh, so can you move back one meter please, everybody. From the back, from by Benji is what we have hope. Move back. Thank you. I trusted that you could do that. This is a track from the last album, In Through the Out Door. It’s called ‘In The Evening.’
IN THE EVENING viene accolta con grande calore, l’album IN THROUGH THE OUT DOOR uscito l’anno prima, non sarà oggi uno dei capisaldi del gruppo, ma ricordo che allora fu un gran successo in termini di vendite anche qui in Europa. Forse un pelo veloce la versione dal vivo di questo pezzo, con un incedere meno frenetico avrebbe mantenuto il groove greve che avrebbe giovato alla performance. Inizio concerto ad ogni modo assai possente, quattro pezzi veloci, quattro cannonate.
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RP “Eye thank yew. It’s, uh, it’s getting a little warm in here, yeah? This is, uh, a song that will maybe cool things out just a touch. It’s a little quieter, and a little more laid back. It’s called ‘The Rain Song.’
Non appena il pubblico risente il famigliare giro inizale scatta l’ovazione; anche in THE RAIN SONG il chitarrista parte troppo veloce, ma d’altra parte erano anni di alterzaione chimica per PAGE, normale purtroppo che si facesse prendere dalla foga del momento. Il lavoro chitarristico è spartano, mancano le finezze e gli abbellimenti del 1973. Bravissimo JONES con la pedaliera basso; PLANT canta le parti lente con molto pathos.
Led Zeppelin Munich 5-7-1980
RP “Thank you. May we please, uh, first of all let me thank you. And certainly, can you keep on moving back? ‘Cuz there’s a lot of people here who aren’t enjoying it as much as you are, so just push it back a little bit. This is not Wolverhampton Wanderers winning the European Cup Final, you know. Eye thank yew. It’s a song that deals with the preoccupation for, uh, the southern states of, uh, United States of America. It’s about Texas. It’s called ‘Hot Dog.”
HOT DOG, pur essendo un pezzo sciocchino e semplice nello sviluppo, chitarristicamente parlando è piuttosto impegnativo, non è dunque del tutto comprensibile il perché fu messo in scaletta in quegli anni. Come di consueto durante l’assolo PAGE evita le difficili frasi della versione da studio e se la gioca su note tirate allo spasimo con lo stringbender. Va evidenziato ancora una volta il gran lavoro di JONES che mentre suona una parte al piano tutt’altro che semplice con i piedi tiene un giro da pazzi sulla pedaliera basso.
RP “Lifting your right hand in the air, please, everybody, right hand in the air. With the fingers spread like this, see. Take them down to your nose and then say, Eye thank yew. After three: one, two, three. Excellent, the show begins”
Il pubblico gradisce molto l’intro di ALL MY LOVE, è chiaro che i nuovi pezzi sono molto apprezzati. Tutto bene sino all’assolo di PAGE, al solito sconclusionato. Salta all’orecchio di quanto JONES fosse imprescindibile nei latter days dei LED ZEPPELIN. Quando suona in contemporanea tastiere e pedaliera basso è in modo evidente il punto focale del gruppo. Bello comunque il finale del pezzo.
RP “Ok, we’re gonna hot things up a little bit, but you gotta move back in exchange. Just push a little bit. Push, push, push! Move it back a little bit. Eye thank yew. Ok, well we’ll dedicate this to all the wonderous times that we’ve all had in Munich, both recording here, and all that sort of thing, and, uh, and, uh, especially to Vera, wherever you are, Vera.”
In TRAMPLED UNDERFOOT il pubblico tiene il tempo con le mani, pur essendo un pezzo dal punto di vista strumentale vagamente sinistro la voglia di ballare e di lasciarsi andare non viene meno. Il gruppo è solido e convinto e sembra quasi che voglia cantarle ai gruppi punk del periodo…vecchi dinosauri un cazzo sembra vogliano dire; JONES pompa sul clavinet che è un piacere. Assolo tipicamente trascendentale da parte di Jimmy. Hardrock-funk psichedelico.
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Led Zeppelin Munich 5-7-1980
SIBLY è il sesto pezzo di fila con JONES alle tastiere. Il pubblico tiene il tempo sul terzinato del più bel blues bianco di sempre. JONES al piano elettrico pulito fa scendere un manto di candore quantomeno insolito rispetto alla carnalità elettrica del passato. Le differenze tra il PAGE del 73 e quello del 1980 si notano tutte in questo blues. Non ho mai capito il perché dell’allungamento della parte dedicata all’assolo di chitarra proposta negli anni 1979/80. Sarebbe stato uno stratagemma efficace per far risaltare ancora di più il cosmico chitarrismo di PAGE del 1973, ma nel 1980 forse non era il caso.
RP “Thank you very much. Jimmy Page was on guitar there. Now as this tour is the first tour we’ve done for three years and, uh, it’s been quite an, uh, an interesting sketch actually, but it’s getting a little bit towards the end now. We’ve got one more show after this, and then who knows, you know? Perhaps we’ll have to do another one after that one. But this is about where it leaves us, ‘Achilles Last Stand.”
Pure la scelta di suonare ACHILLES LAST STAND, pezzo impegnativo, con un PAGE un po’ in confusione non fu azzeccatissima. Il Becvar 8 corde di JONES comunque spinge a tutto vapore. L’assolo di chitarra non è un granché; a circa metà pezzo la qualità audio peggiora per poi tornare a quella ottima della source 1.
Anche in questo concerto trova conferma il fatto che JOHN BONHAM fa giusto il suo nl tour del 1980. Rimane il batterista formidabile che conosciamo, ma il suo drumming è più controllato e meno appariscente.
RP “A little virtuoso piece, and there are a few about. Jimmy Page, guitar.”
Altra scelta discutibile fu quella di riproporre i lunghi ricami chitarristici di WHITE SUMMER / BLACK MOUNTAIN SIDE, un poco per l’inadeguatezza rispetto ai tempi musicali che correvano in quegli anni un po’ perché PAGE non era in grado di offrire prestazioni convincenti. WHITE SUMMER ad ogni modo entusiasma il pubblico nella parte veloce con BONHAM a supporto. Il pubblico torna a scaldarsi durante il giro di BMS. Tra i tanti orpelli ridondanti PAGE porta comunque in scena alcune figure molto molto interessanti, fino a che il tutto non sfuma in KASHMIR, che si distingue per una coda finale interminabile…sembra quasi che i tre musicisti non sappiano decidere quale sia il giro conclusivo.
RP “John Bonham was on drums, John Bonham. John Henry Bonham, ‘Moby Dick.’ Well, alright.Did that sound a bit American to you? Sorry about that”
Page parte con l’arpeggio di STAIRWAY a cui segue il prevedibile boato. La velocità data al brano è ancora errata, troppo veloce, ma l’arpeggio ha sempre un qualcosa di virginale e candido, l’incanto è assicurato. In momenti come questo mi chiedo ancora come abbia fatto a perdermi il concerto di Zurigo di qualche giorno prima. Uno dei miei rimpianti più grandi.
Led Zeppelin Munich 5-7-1980
Al “Does anybody remember laughter?” la risposta del pubblico è commovente. La versione convince e anche l’assolo di Page non è niente male, da segnalare l’accompagnamento reggae. In cuffia si percepisce la convinzione del gruppo e il sound tutt’altro che spiacevole, ricordo che in quegli anni tutti i grandi gruppi Rock avevano un sound spesso modesto e incerto. La frase finale cantata insieme al pubblico dà qualche brivido. Plant saluta un pubblico a quel punto caldissimo.
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RP “Good evening! I said, good evening! Good evening!! Eye thank yew”
Il gruppo torna per una tonante ROCK AND ROLL. Ancora, sembra una risposta al punk in voga all’epoca. Assolo di Page sghembo mentre Plant appare molto determinato.
RP “Thank you. Thank you very much. It’s extremely nice of you. Right now we’re, uh, before the clubs shut we’d like to do, uh, one more. We’d also like to say that what you read in the papers today, and in the … magazine, is not true. The doctor isn’t in fact behind the stage, he’s playing the drums. And we’re gonna bring on a drummer, a very good friend of ours, uh, a guy from a group called Bad Company. Does anybody remember Bad Company? Simon Kirke on drums. Simon Kirke. Another man from mother England, Simon Kirke. And this is gonna be, uh, a little bit of an experiment for the, uh, next show that you’ll have in town. In other words, it sells more if there are more people on stage. Thank you.”
Per WHOLE LOTTA LOVE si aggiunge alla band SIMON KIRKE della BAD COMPANY. Page accenna a MOBY DICK e poi si lancia nel riff che immortale il piombo zeppelin nella sua precisa essenza. La doppia batteria aggiunge ulteriore groove, il gruppo si lancia in una furiosa sezione funk compresa tra la fine del secondo ritornello (cantato dal pubblico) e l’assolo di Page. I cinque musicisti sperimentano e improvvisano, ci sono dei cambi di tempo sempre sull’onda del funk più spericolato e dissoluto. Le sei frasette dell’assolo di chitarra sono suonate in modo quasi ridicolo. C’è da chiedersi perché Page non abbia mai voluto ripassarle o suonarle nel modo classico e abbia sempre preferite, negli ultimi due tour, gettarle via senza motivo. Seguono ad ogni modo BOOGIE CHILLUM e BOOGIE MAMA. Il risultato non è esattamente quello del film THE SONG REMAINS THE SAME (sempre NY 1973), ma va riconosciuto a Page il coraggio: buttarsi (nelle sue condizioni) in parti come quelle non è da tutti. Il risultato non è malaccio. I ragazzi chiudono un po’ a fatica la sezione rock and roll, si sente che stanno improvvisando, ma per il finale di WLL tornano in pista con la potenza della doppia batteria.
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RP “Simon Kirke on drums. Goes to the back of the stage, where there’s, uh. Thank you very much, Munchen. Good night and thank you very much, good night.”
Questo di Monaco di Baviera fu il penultimo concerto dei LED ZEPPELIN. Due giorni dopo a Berlino per il final acclaim e nemmeno tre mesi dopo, con la morte di BONHAM, la chiusura definitiva. Rimane questa testimonianza, questa gran bella registrazione audience che ci lascia cintendere che, sebbene alle prese con uno stato di forma certamente non ottimale, vedere i LZ in concerto era comunque una esperienza da non lasciarsi sfuggire.
Il seguente spezzone video è relativo a Munich 5-7-1980
(e non a Zurich come erroneamente scritto nel corso del filmato)
Per chi fosse interessato l’album del 1999 del mio gruppo CATTIVA COMPAGNIA è disponibile sulle piattaforme digitali, allego il link di alcune di esse:
Solstiziereggio a ritmo di blues in questi giorni, tutto sommato quello tra il 13 dicembre e il 24 è il periodo dell’anno che mi piace di più, i dodici giorni che preferisco. Non amo l’eccesso di decorazioni, i sentimenti forzati, il romanticume che ci propinano, non amo le forzature provenienti dagli stati uniti, ogni volta che in un film o in una pubblicità vedo un babbo natale che fa “ho ho ho” mi vien voglia di vomitare, tuttavia amo l’atmosfera natalizia sebbene il culto del cristianesimo abbia da tanti secoli sostituito il culto del sole. Il gesto di scambiarsi un dono, una buona parola come augurio per la nuova stagione è uno dei pilastri dell’umanesimo. Sarebbe bello avere un po’ di neve, un manto bianco che per un giorno o due ci faccia rallentare, che ci riporti un po’ di candore, che ci faccia illudere che per un momento siamo meno meschini di quello che in realtà sembriamo. Cerco di evitare i trabocchetti dell’umore, degli impicci quotidiani e mi rifugio nei bagliori delle luci ad intermittenza, nei sentimenti di felice malinconia che ogni dicembre mi porta in dono. Detto questo, naturalmente vivo e osservo le minuzie quotidiane a cui un uomo di blues miserello come me è sottoposto.
WORKS
La tipa della reception ci fa accomodare in una delle due sale riunioni. Sono insieme alla mia socia Kerlit, a minuti abbiamo una riunione con un cliente. Ci accomodiamo. Lei scrive su un grosso blocco note i punti salienti da affrontare, io riguardo un paio di documenti e poi volgo lo sguardo all’alto soffitto dell’edificio. Vengo da giorni di ascolto di CLASH (il primo e il terzo) e FINARDI (1976/79), il mood è un po’ ribelle, fatico più del solito nel “far la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarmi da persona civile”. Entrano i due della controparte. Affrontiamo subito le questioni meno simpatiche, me ne occupo io, quindi procediamo sulle restanti faccende, se ne occupa la Kerlit. In alcuni momenti l’attenzione cerca di sfuggirmi, nella testa mi frullano i soliti blues: le mie canzoni, i miei racconti, il Rock, l’Inter, la donna scarlatta, il Paul Gauguin blues: da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Scuoto il capo, riacciuffo l’attenzione e la incollo al tavolo. La riunione dura più o meno 90 minuti. Usciamo. Sono le 19. E’ una sera cupa, nebbiosa, fredda. Salgo sulla Aor-blues mobile. Aziono lo scalda sedile. Sul lettore ENZO JANNACCI 1975-79.
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QUELLI CHE… e FOTO RICORDO sono due tra i più bei album di musica italiana e il JANNACCI di quegli anni è la colonna sonora perfetta per questa serata: sono nella Regiun Lepidi county e sto andando al paesello natio, ho una cena col mio amico, quello che è carne della mia carne, quello con cui ho passato parte dell’infanzia e tutta la adolescenza, quel tipo di amico che ti capisce come nessun altro, a maggior ragione quando sei sul procinto di ricordare gli anni andati e sei travolto dalla nostalgia.
LET IT BICCIO
Veleggio a velocità di crociera, quando deve rallentare in prossimità di centri abitati mi diverto ad osservare i lampadari che si intravedono dalle finestre illuminate. Quasi tutti sono di una bruttezza inenarrabile. Quelle che osservo sono case o palazzine degli anni sessanta e settanta, ma immagino ci viva anche gente di generazioni più recenti, e nessuno che abbia sentito il bisogno di cambiare il lampadario. A forza di guardare cose brutte, ci si abitua a non ricercare il bello, a non cercare stimoli per l’animo. Mi piacerebbe che nelle scuole insegnassero il senso per il buon gusto, perché non è vero che è bello ciò che piace, è bello ciò che è bello.
Parcheggiare a Nonantulae ormai è come cercare un biglietto di un concerto di un grande nome del Rock un’ora dopo che i tagliandi sono stati messi in vendita. D’accordo che si è passati in pochi anni da 10.000 a 15.000 abitanti, ma ogni sera che vengo sembra che ci sia la reunion dei Pink Floyd. Trovo un buco. Mi stringo nel paletot, svolto l’angolo e lo vedo, sotto la Torre dell’Orologio. Biccio, il mio amico, è identico a come era sua padre…mi sembra di essere proiettato indietro nei decenni. Ho prenotato al BISTROT PREMIERE, piccolo e accogliente locale sotto la Clock Tower. Tortellini in brodo, Faraona D’Autunno e Lambrusco. C’è qualcosa di meglio? Parliamo fitto fitto per un paio d’ore. Essere sempre rivolti al passato non sarà il massimo, ma rivivere nei discorsi certe esperienze rafforza le radici, aiuta a volte a comprendere meglio il presente. Magari i decenni della nostra infanzia e adolescenza, gli anni sessanta e settanta, sono stati davvero meglio di questi ultimi (beh, francamente non ci vuole granché) ma il tutto è filtrato attraverso i nostri sedici anni, ed è naturale che ci sembrino più belli quegli anni lontani, eravamo ragazzi, avevamo il futuro davanti e meno preoccupazioni. Non eravamo a New York o Londra, bensì in un paese di provincia, ma tutto sommato ci sentivamo ugualmente titanici dinnanzi al futuro.
Usciamo e ci giriamo due volte il centro. Un flashback ci rapisce, ritorniamo al 1977, rammentiamo con chiarezza una sera di dicembre, esattamente 39 anni fa, … facevamo la stessa cosa, respirando le suggestioni blues che respiriamo oggi, in fondo siamo rimasti gli stessi.Le luci dei lampioncini che si riflettono sulla pavimentazione di via Maestra Del Castello, noi due che parliamo della vita, delle speranze, delle disillusioni, dei nostri sogni, le vecchie mura del paese che pazientemente ci stanno a sentire.
Locus Nonantulae una sera di dicembre 2016 – foto TT
La nostra Inter, le nostre fighe, i Genesis e i Led Zeppelin, le cazzate fatte da ragazzi…non si può chiedere troppo a due uomini di una (in)certa età come noi, ricordare i bei tempi è naturale, il futuro spaventa, il passato è un qualcosa di famigliare a cui appoggiarsi nei momenti di difficoltà, sì perché aver raggiunto questa età mette in difficoltà uomini come noi, chi se lo spettava che la avremmo raggiunta così in fretta e a velocità supersonica?
Biccio e Tim alias Joe & Slim – Locus Nonatulae 15/12/2016 – autoscatto
Mi chiedo quanta pazienza debba aver portato Biccio, come “tastierista” deve aver passato momenti non facili con un “chitarrista” come me, ma se siamo ancora qui, legati da un forte affetto, significa che deve essere passato sopra alle asperità del mio essere. Salgo sulla sua macchina mentre mi accompagna alla mia. Nel lettore ha il doppio dal vivo ELP Live At Nassau Coliseum ’78, un bootleg ufficiale. Lo abbraccio e ci diamo appuntamento al prossimo anno (quindi a tra due o tre settimane insomma). In macchina, mentre torno, seleziono la nostra canzone.
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LED HEADS talking about Jimmy Poige
Conversazione esoterica col mio amico STEFANO LUMMI di Roma sul messanger di facebook (Stef mi manda un commento a proposito delle foto limited edition che Page pubblicizza e vende in questi giorni sul suo sito a prezzi alti).
WARNING: for Zeppelin fans only!
SL: “sono nauseato. Le cose per me stanno così: ‘sti fotografi che hanno immortalato Page in passato sono in bancarotta. Hanno telefonato a Jimmy chiedendogli se poteva autografargli ‘ste foto di merda per poi venderle a 3000 euro ognuna. Il nostro per pietà ha acconsentito”.
TT: “Che i fotografi nell’era internet dove tutto è disponibile e gratis abbiamo bisogno di soldi è indubbio. Però in generale lui ci tiene a far pagare salato gli articoli Limited Edition…”
SL:” solite storie Tim….. spreco immane di tempo e talento…”
TT: “Guarda Stef io cerco di non pensarci … sono razionale e tutto sommato illuminato ma non voglio rovinare del tutto l’ardore che sentivo e sento per lui. Dormire sugli allori, lui non fa altro, atteggiamento disdicevole ma voglio concentrarmi sul tour europeo del 1973, voglio continuare a sognare…il presente di Page è tragicomico e preferisco rivolgere il pensiero altrove. A proposito, hai un bootleg preferito?”
SL: sì Tangible Vandalism perchè più che i live amo le sessions e gli outtakes e poi ho gusti un po’ necrofili in tema Zep, mi piacciono le cose in embrione, vedere la luce nel buio, amo ad esempio la data di rodaggio a Brussels del 1975, prendono una clamorosa imbarcata su Kashmir, con Bonham che prova delle variazioni e manda fuori gli altri ma l’energia emanata è bestiale.
TT: “Grande. Stef. Abbiamo tutti le nostre ossessioni. Io per sentire inediti dei LZ non so cosa farei”
SL:” in termini di pura adrenalina ti dico Montreux 07-03-70 poi ovviamente da anzianotto citerei il mitico Blueberry Hill (LA Forum 4/9/70 ndt)
TT :“Io per il 70 sono fissato con Vancouver 21 marzo e poi lo sai… Three Days After (LA Forum 3/6/73) é la mia ossessione”
SL: “poi metterei Knebworth (4 e 11/8/79 ndt) miscelando alcune cose della prima data con la seconda”
TT: “Io preferisco Copenhagen 79 (23 e 24 luglio ndt) …uscisse il soundboard fare salti di gioia.”
SL: “la versione di Ten Years Gone del 4 (agosto 79 Knebworth ndt) la trovo superba, nonostante le diverse imperfezioni, Page a pezzi, ma l’assolo finale è pura poesia. Sì, Copenaghen è da brividi.”
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TT: “Anche lì, per Knebworth…sai che state per fare la rentrée, cazzo preparati un po’ meglio no?”
SL: “maledizione sì!”
TT: “Secondo me tra Copenhagen e Knebworth Page non ha suonato la chitarra”
SL: “ad esempio, il lavoro fatto da Kevin Shirley sul dvd (uscita ufficiale del 2003) per Knebworth ha del clamoroso, penso ad Achilles e tu Page mi piazzi il solito solo improvvisato di merda…i nervi guarda…”
TT: “Vogliamo parlare dell’assolo di Whole Lotta Love (sempre da Knebworth 1979 ndt) …ma santo demonio, sono le sei frasette che suoni da 10 anni…vuoi dargli una ripassata e farle bene? È uno stacco iconico non puoi buttarlo via così!”
SL: “gli riconosco un coraggio unico per la sua ostinazione nel cambiare ad ogni show le carte in tavola, ma farlo richiede preparazione…”
TT: “Questo sì, ha molto coraggio, cerca sempre nuove soluzioni anche quando non è il caso.”
SL: “nel film It Might Get Loud riesce a sbagliare anche il riff di WLL”
TT: “Non mi parlare di quello…preferisco dimenticare…anche il mandolino davanti alla Headley Grange fa piuttosto schifo”
SL: “…e lì pensi cazzo, ma è un film, avrà avuto la possibilità di rifare il tutto, rendere il tutto dignitoso…niente, one shot, prendere o lasciare”
TT: “Il fatto è che lui non va in internet, non rivede le cose dunque non gli fanno male come a noi. Certo mi piacerebbe sapere cosa pensa quando ascolta certi bootleg del 77 o dell’80”
TT: “Mah, chiudiamo pensando ai bei momenti, Amburgo 21 marzo 1973, cristo che gruppo…nessuno ha suonato il Rock come loro.”
SL: “concordo, io ci metto anche Vienna però di quel tour. Okay, alla prossima allora, ti abbraccio forte, Palmiro incluso”
TT: “Tutte le date tedesche del 73 sono incredibili! Palmir ricambia con affetto. Ciao Stef. La prossima volta che scendo a Roma ci vediamo.”
SL: “Ci conto”.
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COOP TALES:
Sabato. Lascio la groupie iniziare la spesa mentre io mi fermo al reparto telefonia e piccoli elettrodomestici. Devo comprarmi un rasoio. Prendo il numerino: 35, stanno servendo il 30.
Uno dei commessi parla almeno un quarto d’ora con una donna, sulla quale è ovvio voglia far colpo, si dilunga nel spiegare inezie. C’è poi una ragazza insieme ai genitori che acquista uno smartphone. Hanno le idee chiare, se la sbrigano in fretta. Una signora avanti con gli anni prova a saltare davanti a tutti con la scusa che fatica a stare in piedi. Uno dei commessi le offre una sedia. Lei rifiuta. Ha un forte accento del sud, i capelli lunghi, riccioluti e neri ma la tinta non è perfetta e così sembra male in arnese. Il marito ogni tanto arriva per mettere qualcosa nel carrello: una confezione di cotton fioc, due yougurt… Entra poi in scena Long Tall Sally, una tipa alta almeno 1,85. Vuole uno smartphone per qualcun altro che le ha detto di non spendere più di 70/80 euro. Il commesso le spiega le specifiche del modello che avrebbe scelto, le fa notare che ha solo 512 mb di ram e 8 GB di memoria e che funziona bene ma in internet è piuttosto lento. Ci sarebbe quello con 1 GB di ram e che è decisamente consigliato per avere un minimo di velocità, ma costa 98 euro. La cavallona Sara è indecisa, “sa, mi hanno detto di stare sui 70/80 euro…mi dia il primo”. Finalmente tocca a donna Concetta, la ricarica la vuole da 20 euro. Tira fuori il bigliettino col numero del cellulare e lo passa al commesso. “35, chi è il 35?” “Sono io, vorrei un rasoio”. Il Commesso esce dalla postazione della telefonia, ci avviciniamo alla vetrina riservata ai rasoi “Vorrei quello, il Braun Series 3 340s”. “Ah, ha già scelto allora” mi chiede il commesso, sollevato e incuriosito dal fatto che non starò a tempestarlo di domande per 20 minuti. La scelta è stata semplice: BRAUN era la marca dei rasoi usati da Brian negli anni sessanta, BRAUN recentemente ha avuto come testimonial JOSE’ MOURINHO, il rasoio è nero con il bordo blu. Nella vetrina c’è anche il modello un pochino meno caro, quello da 89 euro, ma è nero con il bordo rosso, non posso farcela, così spendo 30 euro in più solo per il bordino blu…INTER, guarda quanto sono innamorato di te! Mentre pago e aspetto la ricevuta della carta di credito, vicino a me c’è un nero, ha due cellulari in mano, non sono smartphone, ha due numeri in un foglietto e venti euro in mano. E’ vestito in modo sobrio: maglione giallo, scarpe rosse. Evito di giudicare, magari tiene la Roma.
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INTORNO A TE O ALBERO
L’abero della Domus Saurea (courtesy of the groupie) non è uno di quegli alberi di natale da fighini attenti a certe regole del design e del gusto contemporaneo, è un albero di natale con richiami dei decenni passati della terra di cui fa parte. E’ un po’ démodé ma mi piace così.
Domus Saurea 2016 – foto TT
Il presepe laico invece l’ho fatto io. Tra i teneri ricordi d’infanzia, il presepe fatto insieme a mia madre, e la presa di coscienza che feci da adulto, sono ateo, ho trovato un compromesso: fare il presepe con qualche variazione. Nella prima scenetta al posto del bambin gesù c’è il figlio del dio del Rock ad esempio…
Presepe laico di TT 2016 – particolare: Il bambinello Giacomino
la seconda scenetta è rappresentata nel modello Standard (senza camere tonali of course), la statuina della donna con le anfore vicina alla fontana(da cui sgorga acqua vera) proviene dal presepe che fu di mia madre e in qualche modo la rappresenta…
Presepe laico di TT 2016 – particolare: Mother Mary
per la terza scenetta ci sono delle Revolution Blues Variation: è quella dove si canta Adeste Fidel(es) per i due rivoluzionari che dalla Sierra osservano il tutto…
Presepe laico di TT 2016 – particolare: il Che e Fidel sulla Sierra Maestra
Quest’anno fa il suo debutto anche l’alberino illuminato. Non è un abete, ma un semplice prugno, alberello blues.
Il Prigno Illuminato 2016 -foto di TT
Alla Domus Saurea, in questo dicembre inoltrato, sembra di essere nella tundra. La galaverna adorna gli alberi e rende dura la terra. Scendo a prendere sacchi di pellet per la stufa, respiro la nebbia, penso a te.
Galaverna alla Domus Saurea – dicembre 2016 – foto TT
Oggi è il 21, la notte scorsa è stata la più lunga dell’anno ed è ormai passata, abbiamo davanti un lungo inverno ma da oggi i giorni si fanno più lunghi e il sol invictus riprende il suo cammino. Oggi sul blog si festeggiano due compleanni, il mio e quello di Francesco B, ma soprattutto si festeggia la festa del solstizio d’inverno, quella del Sole Invitto appunto; a tutti voi, donne e uomini di blues che vi siete raccolti intorno a questo blog, giunga dunque il mio augurio affinché il padre dei quattro venti gonfi le vostre vele, il sole batta sul vostro viso e le stelle riempiano i vostri sogni. Ricordate sempre che benché il loro corso a volte possa cambiare, i fiumi sempre raggiungono il mare.
Ego benedico vos in nomine Emerson, Lake et Palmer. Il post è finito, andate in pace ad ascoltare il vostro vinile preferito. Buone feste, my pretty boys and girls.
Risistemando i miei archivi è saltata fuori una vecchia videocassetta del mio vecchio gruppo, la CATTIVA COMPAGNIA. La qualità non è un granché, ma rivedere certe cose fa sorridere. Allora io e Tommy eravamo davvero concentrati sulle nostre canzoni. Bei momenti. Quando si poteva proporre quasi esclusivamente materiale proprio nei locali…
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CATTIVA COMPAGNIA
“Sì”
(Tirelli-Togni) – Siae 1991)
Live at WIENNA club, Modena, 3rd may 1991
Tommy Togni – vocals
Tim Tirelli – guitar
Luigi Manni – keyboards
Claudio Saguatti – bass
Mixi Croci – drums
CATTIVA COMPAGNIA 1991:da sx a dx Luigi Mammi – Mixi Croci – Tim Tirelli – Tommy Togni (sotto)
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