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IL NOBEL A DYLAN di Francesco Giuseppe Prete

17 Ott

Un paio di considerazioni del nostro France’ sul recente Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.

Nobel a Dylan sì, Nobel a Dylan no: e va bene, se proprio se ne deve parlare – aggiungendo altre parole alle altre, troppe, che già si sono sprecate – facciamolo. Nobel per la Letteratura, dunque, e allora partiamo proprio da qui, da questo termine, “Letteratura”. Cito testualmente dal dizionario Garzanti della lingua italiana: “Le opere scritte in prosa o in versi che hanno valore artistico; l’insieme di tali opere scritte in una lingua o proprie di un paese, di un’epoca, di un genere”. Ora, chi con le parole lavora, e mi riferisco a coloro – non molti comunque, alla fine rischia di essere il classico “tanto rumore per nulla”, ma tant’è – che hanno messo in discussione il riconoscimento dato dall’Accademia di Svezia a Bob, dovrebbe sapere che “le parole sono importanti”, mi si perdoni la citazione. Quindi l’affermazione “cosa c’entra Dylan con la Letteratura” e altre amenità del genere è innanzitutto semanticamente sbagliata, e l’errore è tanto più grave se commesso da gente che di Letteratura vive.

Insomma, non v’è dubbio che le opere di Dylan, oltre a un indiscutibile valore artistico, abbiano avuto sulla cultura popolare – tutta – del secolo scorso un impatto, un’influenza, una pervasività che rende Dylan forse il personaggio più importante del 1900, anche per il fatto che le sue opere hanno travalicato l’appartenenza a un paese, a un’epoca e a un genere. Ora, il fatto che tali opere letterarie (anzi, Opere Letterarie) siano state veicolate attraverso la forma canzone nulla toglie al loro valore, anzi! C’è più cultura in “Desolation Row” che in intere bibliografie, e questo anche limitandosi a leggerne il testo su carta stampata (a tal proposito, per me a tutt’oggi il miglior lavoro di traduzioni Dylaniane è “Lyrics 1962-2001” di Alessandro Carrera). Certo, poi uno ascolta la canzone e la magia si moltiplica all’infinito.

bob-dylan

Del resto, e vado oltre, Dylan è stato quello che ha cambiato per sempre le coordinate della musica Rock, anzi, della musica popolare tout-court, a partire da quel doppio colpo di batteria a cui seguiva “quel” riff di Hammond, prima che arrivasse lui con la sua voce ad ammonirci che “Once Upon a Time You Dressed so Fine…” L’anno era il 1965 e Dylan decideva di imbracciare la chitarra elettrica e farsi accompagnare da un gruppo Rock, senza rinunciare all’importanza dei testi che è fondamentale nel Folk. E già, prima di allora era il Rock’n’Roll, energia allo stato puro, ma fino a quel momento nei testi c’era ben poco di “letterario”, appunto, la voce era uno strumento come gli altri che, spesso declamando versi al limite del banale, serviva a trasmettere quell’energia, non è vero Mr. Presley? Mentre i testi “importanti”, “seri”, impegnati? erano prerogativa del Folk. Da ora non più, perché, come ebbe a dire un certo Bruce Springsteen, “Elvis ci ha liberato il corpo, Dylan ci ha liberato la mente”: per questo motivo oggi, abbondantemente passati i 50, ancora mi appassiono al Rock, e con me tanti altri, a cominciare dal curatore di questo Blog. Non è più solo una musica da ballare ma è molto di più, e questo passaggio lo dobbiamo a Mr. Zimmermann, altro che storie. Da quel leggendario 1965 nulla è stato più lo stesso, con quell’anno hanno dovuto fare i conti tutti, Beatles e Stones compresi.

Solo una considerazione, del tutto personale sulla grandezza artistica di quest’uomo. “Planet Waves”, disco del 1974, secondo molti non uno dei suoi migliori, anzi, mentre secondo me è un lavoro meraviglioso e imprescindibile, anche perché è il commiato dalla sua “Band”. Sul disco un brano, “Forever Young”, peraltro il più bello del disco e in assoluto uno dei migliori scritti da Bob, è presente due volte, in due differenti versioni. Cosa questa che, ma guarda un po’, in futuro faranno molti, ma che fino ad allora non mi risulta avesse mai fatto nessuno, e del resto, perché due volte lo stesso pezzo nello stesso album? Eh, e allora? Signori, è di Dylan che stiamo parlando. “Forever Young” è dedicata al figlio Jakob, nato da poco, ed è – la faccio breve – l’augurio di una vita che sia sempre giusta e sincera, coraggiosa e operosa, quasi una raccomandazione affinché il marmocchio possa, in tal modo, restare “per sempre giovane”. La versione che chiude la prima facciata (ragiono in termini vinilici) è una ballata struggente, lenta e solenne, quasi malinconica: è il padre che recita la sua raccomandazione al figlio, con tutto l’amore e la speranza ma anche la paura del futuro che può avere un genitore. Però si sa come sono i figli, fanno finta di starti a sentire e poi fanno sempre di testa loro… E così la versione che apre la seconda facciata del disco è una cantilena veloce e sghemba, quasi tirata via, divertita e divertente, uno sberleffo, altro che malinconia! Ed è come il figlio legge la raccomandazione paterna, facendogli il verso, accelerando i versi quasi si volesse sbrigare, ‘che non ho tempo da perdere con te papà! Ecco, se non è (anche) grande Letteratura questa!

Ma al di là di tutto, sono sicuro che il primo a provare fastidio per tutto questo chiasso sia proprio lui, Bob, fedele al suo personaggio ma soprattutto alla sua persona (‘che di personaggi Dylan ne è stati tanti). Se leggesse questa cosa, forse mi romperebbe in testa una delle sue Stratocaster, perché – ne sono sicuro – secondo lui “sono solo canzonette”.

 

Francesco Giuseppe Prete © 2016

 

 

Primo semestre 2016: vendite vinile in discesa

21 Set

Secondo i dati ufficiali della RIAA la vendita di vinili nel primo semestre 2016, in USA, è calata del 9%, dopo 10 anni di crescite continue. I supporti fisici su cui è commercializzata la musica stanno soffrendo, la vendita di cd , stando alla stessa fonte, è calata del 11% dunque nulla di cui sorprendersi, però il vinile sembrava fosse sganciato da simili trend, sembrava una enclave a sé, i vecchi collezionisti, i vecchi appassionati di musica, i giovani hipster… quelli vicino ai trenta con la barba e il cappellino che trovano interessante, nei loro loft, mettere su un disco e ascoltare la musica in modo differente.

Che sia dunque finita la recente moda del vinile? Chissà. Certo, per noi non cambia molto, qualche centinaia di vecchi LP ancora li abbiamo, e nelle sere tempestose, quelle in cui abbiamo l’animo in subbuglio, la luce soffusa della nostra stanzetta, due dita di Southern Comfort e un disco sul piatto…magari (OH I WEPT dei FREE) ci fanno ancora un certo effetto e ci fanno sentire tutto sommato vivi in questa valle di lacrime.

Per chi ne vuole sapere di più, qui il link all’articolo apparso sul sito digitalmusic:

http://www.digitalmusicnews.com/2016/09/20/vinyl-records-drop-9-us-2016/

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Grazie a Picca per il link.

JOHN PAUL JONES’ Becvar 8 string bass

10 Set

Alcuni strumenti musicali hanno per me un qualcosa che va al di là del fascino, è una sorta di reazione chimica che mi fa innamorare proprio come capita con le donne. E’ il caso delle chitarre elettriche solid body GIBSON LES PAUL (standard, traditional, custom), delle GIBSON FIREBIRD, delle DANELECTRO DC59, della PAUL REED SMITH MD 10, della EKO M24, di pianoforti a gran coda STEINWAY & SONS e di certe batterie LUDWIG.

Per i bassi ho una predilezione per il FENDER JAZZ, ma quello che mi fa davvero girare la testa è il basso custom a 8 corde usato da JOHN PAUL JONES dal 1976 in poi.

JPJ Becvar 8 corde

JPJ Becvar 8 corde

L’altro giorno ne parlavo con amici americani sul forum di quel club esclusivo ed esoterico sui LZ di cui faccio parte, e mi è venuta voglia di scrivere due righe anche qui sul blog.

Non ho in simpatia bassi e bassisti che suonano con i bassi a 5 o 6 corde, il basso a 8 corde non deve trarre in inganno, è come una chitarra 12 corde, sono le solite 4 corde ma raddoppiate. Il sound è dunque più corposo, pieno, terrificante. Il basso di Jones ha la forma molto simile ad un ALEMBIC SERIES II con il corpo TRIPLE OMEGA , ma come accennato non è un Alembic. Fu costruito da BRUCE BECVAR, un liutaio che lavorò per la Alembic diversi anni prima di mettersi in proprio. Una volta costruito il basso di JONES, la Alembic lo diffidò di continuare ad usare quella forma. Jones lo comprò nel 1975 in un negozio di strumenti a San Francisco. Lo portò in studio per la prima volta nel gennaio 1976 quando i LED ZEPPELIN iniziarono le registrazioni di PRESENCE. Il basso fu ribattezzato THE RIFF KING.

Jones lo usò in ACHILLES LAST STAND e il risultato fu fenomenale.

Naturalmente fu usato anche nelle versioni dal vivo del pezzo durante il tour del 1977, le quattro date del 1979 e il tour del 1980.

John Paul Jones col Becvar live 1977

Nell’album seguente, IN THROUGH THE OUT DOOR del 1979, non ci sono – tra i pezzi pubblicati – brani con l’otto corde (forse in HOT DOG ma non si capisce bene), la cosa è dovuta all’ uso al massiccio uso di tastiere che già riempivano a sufficienza, ma in due delle tre outtakes di quelle session al Polar Studio di Stoccolma nel novembre del 1978, il RIFF KING tornò fuori. Almeno in una la cosa è certa, OZONE BABY, probabilmente anche in WEARING AND TEARING.

Jones possiede (o possedeva) anche un ALEMBIC SERIES II  a 4 corde.

JPJ Live 1979 con l'Alembic Series II 4 corde

JPJ Live 1979 con l’Alembic Series II 4 corde

Il Becvar a 8 corde ora è in mostra permanente alla ROCK AND ROLL HALL OF FAME di Cleveland.

Costume di scena e Bevar a 8 corde di John Paul Jones alla Rock And Roll Halla Of Fame.

Costume di scena e Bevar a 8 corde di John Paul Jones alla Rock And Roll Halla Of Fame.

Questo post miserello è dunque un piccolo tributo al BECVAR 8 CORDE di JOHN PAUL JONES, uno degli strumenti più belli che io abbia mai visto. Che meraviglia, ragazzi.

Thanks to Pete Echanique

 

Just one night at Lido Po

8 Set

Primo sabato di settembre. Il bayou reggiano alla sera continua a rimandare vapori. Le due zanzariere principali sono in riparazione (Palmiro ci si allenava a fare free climbing), i due finestroni devono rimanere chiusi se non voglio morire divorato dalle “sarabighe”; il caldo umido si avvinghia come l’edera se decidi di tenere spenta l’aria condizionata. Alfin bisogna uscire.

Io e la groupie montiamo sulla Aor mobile (ne deve fare di km prima di diventare una blues car) e ci spingiamo nella bassa, alla ricerca della brezza che spira sul grande fiume, il MississipPo. Nel buio della notte attraversiamo tratti di campagna così isolata che ci stringiamo stretti l’uno all’altra, nella speranza che la strada ci conduca da qualche parte e non ci lasci in balia dei demoni che intravediamo tra i pioppeti. Nel car stereo – in modalità random – passa ad un certo punto il mio padre putativo, proprio mentre attraversiamo un ponte incorniciato da frasche nere che sembrano ghermire la Aor mobile… sincronicità, ah.

Arriviamo a Bis Ruptus (Boretto insomma); siam venuti fin qua perché stasera al Lido Po suonano i Killer Queen. Di tribute band dei Queen ormai non se ne può più, ma questi li vedemmo qualche anno fa a Bosco Albergati e ci piacquero parecchio. Sono le 22 passate, il gruppo ha già iniziato. Arriviamo nello spazio palco e notiamo subito che il gruppo ha cambiato il cantante; è un gran peccato, l’ex vocalist era il motivo per cui stasera siamo qui. Stanno facendo un tributo a Bowie, LET’S DANCE. Storco il naso. Segue ANOTHER ONE BITES THE DUST. Così di primo acchito non rimaniamo impressionati. C’è parecchio pubblico, ma come spesso succede è di bocca buona. Basta riconoscere qualche melodia familiare, qualche successo che riporti alla propria storia personale per essere contenti ed applaudire. Notiamo un nuovo elemento, un chitarrista con in braccio un’acustica. Cosa ci faccia lì è un mistero.

Il suono del piano di SOMEBODY TO LOVE è inadeguato, sembra il primo suono che trovi quando vai a provare una tastiera da Lenzotti. Nessuno si accorge di questa cosa, ma il cagacazzo che c’è in me inizia a fare il maestrino. Anche la groupie, che fu amante dei QUEEN, fa una smorfia di disgusto. La chitarra acustica accompagna lo stacco gospel, mi sembra una cosa da matti. Sta proprio male.

Buona INNUENDO, ma benché sul palco ci sia il chitarrista acustico, lo stacco spagnoleggiante è fatto utilizzando una base con i fraseggi di chitarra acustica preregistrati. Mah.

Mai piaciuta SHOW MUST GO ON, ma la gente applaude.

Lunghissima la presentazione della band, per ultimo l’ospite alla chitarra acustica che dicono abbia suonato con diversi artisti italiani famosi. Il tipo si lancia in una improvvisazione fatta di accordini e corde vuote, niente di particolare per qualsiasi chitarrista che non sia alle prime armi. Il tutto è sostenuto dalla batteria, la cosa si dilunga un po’ e diventa surreale quando il baffo inizia ad accennare riff conosciuti. La scelta è così ovvia che inizio a scuotere la testa: SMOKE ON THE WATER (e notare che qui pasticcia il riff), OWNER OF A LONELY HEART, SWEET HOME ALABAMA (Sweet Home Alabama! Si può?) in cui si aggiunge tutto il gruppo che vince il premio per la versione più “centuriona”, e infine LONG TRAIN RUNNING. Finché c’erano avrebbero potuto fare anche LA DONNA CANNONE di De Gregori, (tu dimmi) QUANDO di Pino Daniele e CARO AMICO TI SCRIVO di Dalla.

KQ a Boretto 2016 - foto TT

KQ a Boretto 2016 – foto TT

Finalmente il “buraccione” finisce e allora ripartono con i QUEEN: CRAZY LITTLE THING CALLED LOVE. Tutti ballano sul ritmo di questo gustoso rock and roll , il gruppo allunga troppo la coda e la poveretta vicino a me (ragazza di nemmeno trentanni, bassa, culo grosso, occhiali) deve continuare a ballare (ovvero a darsi continuamente dei calci una volta sulla caviglia destra, una volta sulla caviglia sinistra e così via) fino quasi allo sfinimento. Alla fine le chiedo “devo accompagnarla al pronto soccorso?”

Arriva poi I WANT IT ALL, uno di quei pezzi dei QUEEN che trovo piuttosto brutti. Già il brano per me non è un granché, già non lo suonano i QUEEN ma questi qui, già la gente si mette a suonare la air guitar…è venuto il momento di togliermi di torno.

Il chitarrista e fondatore ha un suo perché, suona bene, è bravo, ha il piglio del leader, ma mi pare che il gruppo si sia spegnendo. Il nuovo cantante (ad occhio e croce direi di origine araba) ha della voce ma non è esattamente bellissima, è soprattutto sembra non avere personalità, e per uno che deve mettersi nei panni di FREDDIE MERCURY è un bel problema. Sì, sono rimasto deluso dato che si vantano di esser stati la prima tribute band italiana dei Queen (since 1995…per i meno accorti: badate che i miei inglesismi esasperati sono ironici), di aver suonato all’Arena di Verona con BRIAN MAY, di essere un gruppo che si appoggia ormai da tanto tempo ad una agenzia … ecco, visto tutto questo lo spettacolo non mi è sembrato sufficientemente professionale.

Ci allontaniamo, compriamo un paio di gelati e facciamo due passi. Ci sono le solite bancarelle di zavaglieria. Di fianco al ristorante c’è un locale da ballo all’aperto. Si balla discomusic anni settanta. La “dimension”, come direbbe Riff, è spumeggiante…

Lido Po Dancing - foto TT

Lido Po Dancing – foto TT

Costeggio il fiume, osservo la barca comunale Amico del Po che ora si chiama Padus…

La "Padus" - foto TT

La “Padus” – foto TT

Chiudo gli occhi e per un momento rivivo l’emozione di essere stato, con Mixi, sul vero bayou intorno a New Orleans, parecchi anni fa. Ritorno in me, il gruppo ha smesso di suonare, ora la mia attenzione è rivolta alla Stradivari, motonave in attesa di trasformarsi in discoteca.

Stradivari - foto TT

Stradivari – foto TT

Incontro per caso amici della mia vita precedente con i quali scendo verso l’attracco. Chiediamo info alla security. Stasera è prevista una serata a tema anni sessanta, con discoteca e viaggio sul Po. 28 euro a testa. Verso mezzanotte arrivano i primi pulmini con giovani uomini e giovani donne agghindati in stile sixties. Dagli altoparlanti BEATLES, JANIS JOPLIN, ANIMALS…

La groupie è gasatissima, vorrebbe andare, ma 56 euro in due non sono pochi. Decidiamo di rincasare e mentre lo facciamo medito sul fatto che alle 0,30 io torno verso casa e tutti questi giovani, che sembrano usciti dal film Easy Rider, iniziano la loro serata. Sapranno qualcosa della musica al cui ritmo stasera balleranno?

Lido Po Boretto - internet

Lido Po Boretto – internet

Riattraversiamo le campagne; è l’una di notte, la selezione casuale propone WHO’S TO BLAME dalla colonna sonora di DEATH WISH II e a seguire SONIC TEXTURES 2 dal disco bonus di LICIFER RISING del cofanetto JIMMY PAGE SOUND TRACKS.

https://soundcloud.com/jimmypage

Prigioniero dalla suggestione, nelle vicinanze di un incrocio accosto. La groupie si chiude in macchina, io prendo la chitarra dal bagagliaio. Avanzo fino a che le due carreggiate di campagna si intersecano. Guardo la luna, mi inginocchio. Attendo qualche minuto, mi sembra di intravedere un bagliore, ma forse è solo un’impressione. Non succede nulla, mi alzo, provo un giro di blues ma sono rimasto il chitarrista miserello che sono. Anche stavolta è andata male.

Mesto me torno nel posto in riva al mondo. Mi infilo sotto al lenzuolo e sospiro. Rosedale, goodnight.

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Di TAURUS di STAIRWAY e di altre sciocchezze …

22 Giu

Questa faccenda di TAURUS sta veramente diventando surreale. Trattasi pur sempre di una mera introduzione basata su di un giro in minore che è presente da sempre nel patrimonio genetico musicale di ogni musicista. Cosa avrebbe dovuto dire allora GIOVANNI BATTISTA GRANATA che nel 1659 scrisse la stessa cosa?  (minuto 0:32)

Ma se anche Page si fosse davvero ispirato al pezzo degli SPIRIT, cosa avrebbe copiato, l’arrangiamento? Se i LZ dovessero essere condannati immagino che ogni brano Rock diventerebbe potenzialmente oggetto di cause.

Non me ne importerebbe nulla se non fosse che ognuno adesso si sente in diritto di dire la sua, dal pizzaiolo che non sa niente di Rock allo zio Fedele, e tutti ci tengono a farmelo sapere. Va beh, c’è di peggio, naturalmente.

Jimmy Page STH 1973

Jimmy Page STH 1973

Niente e nessuno comunque riuscira a scalfire quello che provo per questo pezzo, così  metto il vinile sul giradischi, accendo lo stero, mi verso un Southern Comfort, spengo la luce e mi godo alla mia maniera la canzone della speranza…

Robert Plant STH 1973

Robert Plant STH 1973

Tra compact disc e long playing (LA WEEKLY “Why CDs May Actually Sound Better Than Vinyl”)

3 Mag

LA Weekley è una rivista assai autorevole di Los Angeles, specializzata in musica ed arte in genere. Questo è un articolo apparso ormai più di un anno fa, ma è molto interessante. Spiega il perché i cd si sentano meglio dei vinili. Simpatica la frase d’accompagnamento: “Tutti sono d’accorso sul fatto che il vinile ha una migliore qualità sonora rispetto al digitale, tranne gli ingegneri del suono e gli inventori del compact disc”.

E’ in inglese, ed è piuttosto lungo, ma ne vale la pena.

http://www.laweekly.com/music/why-cds-may-actually-sound-better-than-vinyl-5352162

cc

http://www.laweekly.com/music/why-cds-may-actually-sound-better-than-vinyl-5352162

 

 

NOT THE HOOPLE (Songwriter’s blues)

28 Mar

Se nasci con qualche dote attitudinale per il songwriting e non trovi sbocco professionale, sei fritto. Sì perché per tutta la vita ti crogiolerai al pallido sole delle tue composizioni, un sole che non ti scalderà, che non riuscirà a togliere il pallore che ti porti dentro e fuori. Devi allora inventarti una vita, un lavoro, accontentarti di magre soddisfazioni perché nella tua testa tu eri nato per fare qualcosa d’altro, per vivere della tua musica. Al sabato vai a fare la spesa e ti dici, in dialetto, “non si è mai visto JOHNNY WINTER far quei lavori qui”.

Perché il problema principale è con chi ti confronti. Se hai davanti PAUL McCARTNEY, i LED ZEPPELIN, KEITH EMERSON,PETE TOWNSHEND PROKOFIEV, che altro puoi fare se non piegare il capo e dire ” è giusto che siate voi a fare musica, anzi la storia della musica” ma se come termine di paragone hai certi nomi di successo la cui gamma espressiva è vicina allo zero, il cui canto è monocorde, e che in venticinque anni di carriera hanno scritto più che altro canzoni che sono la fotocopia l’una dell’altra, beh allora qualche mal di stomaco ti viene.

Sì perché, quando poi leggi certi commenti di taluni operatori musicali dove vengono criticate le cover band e le tribute band e tu, pur capendo il senso della cosa,  ti ci ritrovi in mezzo, t’ incazzi. Sì perché che ne sanno loro? Magari hanno suonato in un paio da band da giovani, poi a vent’anni hanno smesso, ma per quelli come te che non sono riusciti a smettere di stare attaccati ad una chitarra, al Rock, ad una canzone, giunti a questa età, cosa dovrebbero fare, vendere tutto e non farsi più vedere in giro? Sarebbe cosa buona e giusta probabilmente, ma chi è che ne ha il coraggio?

Fa presto JOHN PAUL JONES a dire che le tribute band proprio non gli piacciono, luì è nato negli anni giusti, nel posto giusto (poi certo, ha aiutato il fatto che fosse un gran musicista). Fosse nato in Italia tre o quattro lustri dopo, che avrebbe fatto? Il session man? Avrebbe arrangiato Jingle per  laTV? Bassista per ANGELA BARALDI? Produttore degli STADIO? Tutte cose nobili, ma un pelo lontano dal mega successo interplanetario avuto con i LED ZEPPELIN (quel tipo di successo che ti dà la tranquillità economica per tutto il resto della tua vita). E forse per arrotondare sarebbe approdato anch’egli ad una tribute band (di professionisti) degli ABBA o dei QUEEN.

Non sono qui a difendere in senso stretto le tribute e le cover band, ci mancherebbe, anche io le critico spesso… se fai una tribute band devi farlo perché ami in modo completo un certo artista, perché conosci nel profondo i significati della sua proposta, perché hai il senso, perché la tua rilettura ha in qualche modo un suo motivo di esistere. Molte tribute band nascono per calcolo, trovano un nome di successo da replicare, assemblano musicisti bravi e partono in tour. E’ sufficiente che il cantante o le cantanti indossino il costumino giusto per irretire il pubblico da sagra da paese, solo una esigua minoranza mette in piedi uno spettacolo coerente, ben fatto e degno di plauso.

Lo stesso discorso vale più o meno per le cover band, serve un filo logico, un comune denominatore tra i pezzi in scaletta, uno straccio di proposta sensata e con una identità precisa. Difficile usare il concetto di originalità quando si fanno cover, ma per lo meno occorrerebbe provare. Al di là delle concessioni che bisogna fare quando suoni all’interno di un gruppo (se vuoi un po’ di pace e di good vibrations un minimo di democrazia la devi garantire) è necessario trovare un equilibrio tra pezzi che possano piacere al pubblico, a te stesso e che al tempo stesso non siano consunti. Io sono il primo a non sopportare i gruppi che al giorno d’oggi se fanno un pezzo di HENDRIX suonano FOXY LADY o PURPLE HAZE, se affrontano i CREAM propongono WHITE ROOM e SUNSHINE OF YOUR LOVE, e magari per far urlare la gente ci infilano anche SWEET HOME ALABAMA dei LYNYRD SKYNYRD. Quei pezzi andavano bene al massimo fino agli anni novanta, se devi fare HENDRIX hai almeno altri venti pezzi piuttosto conosciuti a cui attingere, perché cedere alla pigrizia e appoggiarti al trito e ritrito? Il pubblico in quel caso invece di applaudire dovrebbe alzarsi e andarsene. Va bene che la gente vuole ascoltare solo cose che conosce, ma che so, SPANISH CASTLE MAGIC no? Persino ALL ALONG THE WATCHTOWER andrebbe bene, non la senti spesso suonare dal vivo. Non ci vuole tanto, non sto mica dicendo di fare BURNING OF THE MIDNIGHT LAMP (che ad ogni modo se qualcuno la facesse mi inginocchierei davanti al palco durante l’intro) o PALI GAP…

Non parliamo poi dei gruppi di musicisti che si ritrovano senza aver provato a fare del pseudo blues, dozzinale, scolastico, da avanspettacolo. Non basta un cappello in testa, una canottiera, l’aria da working man americano per essere credibili, occorre che il gruppo abbia un progetto. Cerchiamo allora di fare le giuste distinzioni, e di non mettere tutti sotto lo stesso tetto generico della “Cover band”.

Eppure quando leggo queste critiche all’imperante dittatura delle tribute band mi faccio prendere dai sensi di colpa, perchè anche io ho la mia naturalmente. Così faccio un breve excursus circa la mia modestissima carriera musicale, riporto a galla i nomi dei gruppi e il tipo di repertorio:

1978/79 THE QUARCK, THE SALLOW BAND, THE STRANGERS –  cover cantautori e pezzi Rock.

The Strangers 1979 - Marcel, Tim, Biccio, Mario

The Strangers 1979 – Marcel, Tim, Biccio, Mario

1980/81 FANTASCA CENDER – pezzi originali

1982/83 MIDNIGHT RAMBLERS – cover Rock anni settanta.

Midnight Ramblers - Nonantola (MO) Cinema Arena 13 feb 1982 - Tim & Tom

Midnight Ramblers – Nonantola (MO) Cinema Arena 13 feb 1982 – Tim & Tom

1986 TIM TIRELLI And The Candy Store Rockers – pezzi originali (registrazione demo tape)

1988/1993 CATTIVA COMPAGNIA –  pezzi originali (registrazione 4 demotape)

Cattiva Compagnia 1991 - Gigi, Mixi, Tommy,Tim - the classic line up

Cattiva Compagnia 1991 – Gigi, Mixi, Tommy,Tim – the classic line up

1993 MALAVOGLIA – pezzi originali – (registrazione 2 demotape)

1994/1995 TRENI LOCALI – pezzi originali (registrazioni 2 demotape)

Tim & March - TRENI LOCALI 1995

Tim & March – TRENI LOCALI 1995

1996/1997 TIM TIRELLI Radioblues – pezzi originali (registrazione demotape)

Tim & Mel Previte - TT RADIOBLUES 1996

Tim & Mel Previte – TT RADIOBLUES 1996

1999 CATTIVA COMPAGNIA – pezzi originali (registrazione CD autoprodotto)

Jaypee-Mixi-Fausto-Tim CATTIVA COMPAGNIA 1999

Jaypee-Mixi-Fausto-Tim CATTIVA COMPAGNIA 1999

1999/2006 ZEPPELIN EXPRESS – tribute band

ZEPPELIN EXPRESS live 2003

ZEPPELIN EXPRESS live 2003

2006/2015 CATTIVA COMPAGNIA – cover, tribute, pezzi originali

Lele-Lorenz-Pol-Saura-Tim CATTIVA COMPAGNIA 2014

Lele-Lorenz-Pol-Saura-Tim CATTIVA COMPAGNIA 2014

2015/2016 THE EQUINOX – tribute band

THE EQUINOX 2015 - Pol-Lele-Saura-Tim

THE EQUINOX 2015 – Pol-Lele-Saura-Tim

Così, a chi ti conosce solo per quanto fatto negli ultimi anni e ti viene a tirare le orecchie perché fai cover e tributi ti verrebbe da prenderlo per il copetto, fargli leggere questo misero elenco e dirgli “cover e tribute a chi?”

Alla fine però, a questa età, che altro puoi finire a fare – se vuoi ancora avere la possibilità di fare qualche data – se non una tribute band o una cover band, dove se hai fortuna il gestore del locale ti lascia suonare tre o quattro pezzi tuoi? Io non so come sia per chi scrive pezzi di musica diversa, ad esempio per chi fa metal, black metal, neo prog, garage… magari per loro è più naturale – visto il genere meno immediato – pensare ad autoproduzioni, al mercato indipendente, ma  per chi scrive canzoni (che poi siano Rock, Blues, punk , alternative o che altro non ha importanza), per chi in qualche modo è cresciuto con i cantautori, con la canzone d’autore, l’unica approdo voluto era il rapporto con una etichetta discografica, perché i tuoi pezzi li vedevi lì, in classifica. E’ così per tutti gli autori di canzoni che conosco. Molti sono amici. C’è quello che ha pubblicato un disco per una major che però è diventata una cosa fine a se stessa e sembra aver elaborato il fatto, ma poi tra le pieghe dei discorsi scorgi che sotto sotto la brace è ancora vivissima, quello che pensa di essere un incompreso, il miglior autore in circolazione e continua a sfornare cd auto prodotti che nemmeno i suoi amici  ascoltano, quello che si appoggia al ricordo di un successo sfiorato, quello che quando riascolta i suoi vecchi demotape cerca di nascondere il pianto amaro dietro ad una risata auto ironica, quello che ha fatto parte di una cult band, che ancora vive come se fosse al culmine della sua esperienza e che parla di se stesso in terza persona. Siamo tutti simili, tutti pensiamo che le nostre canzoni fossero (e siano) potenzialmente dei successi “ah, se solo…”

Chissà, forse non è così, o forse sì, fatto sta che non riusciamo a sganciarci dalla cosa, a metterci il cuore in pace. Quando riascolti i demotape o le registrazioni casalinghe relative alle canzoni che scrivesti e registrasti tanti anni fa insieme al tuo partner musicale di allora, rimani stupefatto, irretito. Magari non eravate BATTISTI, DE GREGORI, DE ANDRE’, JAGGER-RICHARDS, LENNON-MACCA, ma paiono così graziose e migliori di tante, troppe, cose uscite in quegli anni in Italia. Quando poi durante i pochi concerti che fai con uno dei tuoi gruppi  proponi una delle tue ultime canzoni, quella a cui forse soei più legato, quella che chiami la tua TEN YEARS GONE (con le dovutissime proporzioni) e senti che a fine pezzo, qualcuno tra il pubblico ti grida “bravo Tim!” scuoti la testa e ti commuovi. Quando poi, invi la stessa registrazione live ad un amico giornalista musicale per farti dare un parere e questi ti scrive ““Ti faccio i sinceri complimenti per QUEL CHE CANTAI, rubacchia la solita scala in minore, ma è tremendamente bella, anche le parole, e il tuo assolo è davvero molto bello”, ecco che poi ti sento peggio del solito. Perché è chiaro che se scrivi dei pezzi vuoi solo sentirti dire che sono belli, ma se li fai sentire a gente selezionata – per capire da fuori come possono sembrare, per sapere se sei tu suggestionato da te stesso o se qualcosa di un qualche valore riesci davvero a scriverlo – e il ritorno è positivo… beh i rimpianti aumentano.

Durante una recente chiacchierata un tuo amico ti ha detto “il Rock è una passione e basta“. Tu vuoi bene a questo tuo amico ma in fondo che ne sa, lui è avvocato e non si è mai cimentato col songwriting, lui fruisce il tutto da fan, da amante della musica, e va benissimo, fortunato lui ti viene da dire, ma non riesce ad immaginare il tormento interiore e il baccano che fa quel cassetto strapieno di canzoni che non ne vogliono sapere di mettersi a dormire.

Così, continui la tua esistenza miserella, e ogni mattina in macchina mentre vai al lavoro, quando senti che divaghi e naufraghi tra le tue canzoni, ti dici “Piedi per terra Tim Tirelli, non sei MICK RALPHS, you’re NOT THE HOOPLE”.

Centro Musica ott96-gen97257

Tim – studio daze 1996