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D.Lewis – M.Tremaglio “Evenings With Led Zeppelin – The Complete Concert Chronicle” (Omnibus Press 2018)

15 Dic

D.Lewis – M.Tremaglio “Evenings With Led Zeppelin – The Complete Concert Chronicle” (Omnibus Press 2018) – TTTTT

ITALIAN/ ENGLISH

Omnibus Press continua a pubblicare ottimi libri, lo fa sempre con professionalità e competenza, condizioni essenziali per centrare l’obbiettivo. Questo nuova uscita a nome Dave Lewis & Mike Tremaglio è curata da Chris Charlesworth e questo è un bene; Charlesworth con la sua esperienza e le sue capacità rende questo libro il meno ostico possibile e fa sì che il gran lavoro di Tremaglio e Lewis risplenda nella maniera più chiara.

Questo è un libro “tecnico”, gira infatti intorno alla lunga (?) lista dei concerti fatti dai Led Zeppelin. Detta così può sembrare una faccenda noiosa, ma il libro intrattiene più del previsto.

Naturalmente è un tomo per i fan dei Led Zeppelin in senso più o meno stretto, un libro a cui fare riferimento quando si sta ascoltando una registrazione dal vivo e si vuole approfondire, ma ripeto è più scorrevole del previsto. Per ogni concerto vengono proposte scaletta (quando possibile), note generali, note sul luogo del concerto, registrazioni live disponibili, recensioni dell’epoca apparse sulla stampa.

Queste ultime sono forse una delle cose più interessanti del libro, si passa dai leggendari resoconti dei primi anni (sebbene anche nel 1969 ci fosse chi proprio non sopportava – e non capiva – la proposta del gruppo) alle recensioni meno positive relative agli ultimi grandi tour, 1975 e 1977 in particolare. Pur essendo grandi fan del gruppo, Dave e Mike hanno lasciato per intero anche gli articoli più sprezzanti e denigratori nei confronti del gruppo, per questo plaudo alla loro onestà intellettuale. Dal punto di vista del fan quale sono, è molto chiarificatore leggere cosa scrivessero i giornalisti musicali a proposito dei grossi problemi alla voce di Plant nel tour del 1975 e della pessima forma “chimica” e chitarristica di Page ad esempio nel tour del 1977.

Nel libro però c’è anche altro, molto altro. Sfogliando le pagine una volta di più mentre scrivo queste righe mi saltano agli occhi alcune faccenduole che ho imparato dal libro e che vale la pensa sottolineare, tra cui, ad esempio:

  • Page chiese a Terry Reid di unirsi agli Yardbirds già nel marzo del 1968 (nei giorni che andarono dal 3 al 16)
  • Reid consigliò Plant a Page il 17/03/1968 dopo che Band Of Joy (con Robert alla voce) aprì un suo concerto.
  • la prima prova fatta dai Led Zeppelin nell’agosto del 1968 potrebbe non essere stata fatta in Gerrard Street a Londra, bensì a Lisle Street.

Possono sembrare quisquilie, ma se si è studiosi e appassionati del gruppo di Page, sono cosette assai succose.

Il libro poi offre, come ho anticipato, la storia dei locali che hanno ospitato i LZ, quella del Fillmore West ad esempio è molto gustosa.

A pag. 414 c’è la tabella riassuntiva relativa ai pezzi che sono finiti nell’album ufficiale The Song Remains The Same, con specificato all’interno della stessa traccia da che concerto/i  essa proviene (tabella improntata sul gran lavoro fatto da Eddie Edwards).

Sono poi presenti le date del tour estivo del 1975 annullato e i fatti relativi… questo e naturalmente molto altro. Mi tolgo il cappello davanti alla Omnibus press che ha avuto il coraggio di pubblicare un titolo così particolare e di averlo fatto in confezione davvero encomiabile: il tomo pesa più di 2 kg, è di grande formato, è cartonato e ha 576 pagine.

Prima di finire è bene precisare che sono amico di Dave Lewis (lo seguo dai primissimi anni ottanta, quando misi le mani su uno dei primi numeri della sua fanzine Tight But Loose, diventammo amici poco dopo quando iniziai la mia di fanzine) e anche con Tremaglio ho avuto qualche contatto nel corso degli anni, ma sapete che di solito sono schietto e sincero quindi scevro da qualsiasi carineria dovuta, posso tranquillamente concludere dicendo che – se ci si considera fan dei Led Zeppelin – questo è un libro da avere ad ogni costo. Dave e Mike hanno davvero fatto un lavoro straordinario.

 

(broken) ENGLISH

Omnibus Press continues to publish excellent books, it always does so with professionalism and competence, essential conditions to achieve the goal. This new release written by Dave Lewis & Mike Tremaglio is edited by Chris Charlesworth and that’s good; Charlesworth, with his experience and abilities, makes this book the least difficultas as possible so the great work of Tremaglio and Lewis may shine in the clearest possible way.

This is a “technical” book, it is centered around the long (?) list of concerts made by Led Zeppelin. This may seem a bit of a boring affair, but the book has more than expected.

Of course it is a tome for Led Zeppelin fans in a more or less strict sense, a book to refer to when you are listening to a live recording and you want to deepen it, but I repeat it is smoother than expected. For each concert it is offered the songlist (when possible), general notes, notes on the concert venue, live recordings available, reviews of the time that appeared in the press.

The latter are perhaps one of the most interesting things of the book, we pass from legendary reports of the early years (although even in 1969 there were those who just could not stand – and did not understand – the proposal of the group) to the less positive reviews of the last big tours , 1975 and 1977 in particular. Despite being big fans of the group, Dave and Mike have left in full even the most disdainful and disparaging articles against the group, so I applaud their intellectual honesty. From the fan’s point of view as it is, it is very clarifying to read what music journalists wrote about Plant’s big problems in the 1975 tour and Page’s bad shape for example on the 1977 tour.

But there is also something else in the book. Little things like these for example:

_Page asked Terry Reid to join the Yardbirds as early as March 1968 (in the days from 3 to 16)
_Reid suggested Plant to Page on 17/03/1968 after Band Of Joy (with Robert on vocals) opened one of his concerts.
_the first Led Zeppelin rehearsals in August 1968 might not have been on Gerrard Street in London, but on Lisle Street.

They may seem trifling things, but if you are scholars and enthusiasts of Page’s group, they are very juicy.

The book then offers, as I anticipated, the history of the venues that hosted  LZ, the Fillmore West’s one for example is very tasty.

On page 414 there is a summary table of the pieces that ended up in the official live album The Song Remains The Same, with song breakdown by concert (a table based on the great work done by Eddie Edwards on his web site The Garden Tapes ).

Then there are the dates of the 1975 summer tour canceled and the related facts … this and of course much more. Hats off to Omnibus press that had the courage to publish such a particular book and to have done it in a truly commendable package: the tome weighs more than 2 kg, is big sized, has hardcover and has 576 pages.

Before I end this review I must clarify that I am a friend of Dave Lewis (I have been following him since the early eighties, when I put my hands on one of the first numbers of his Tight But Loose fanzine, we became friends shortly after when I started my own fanzine Oh Jimmy) and also have had some contacts over the years with Tremaglio, but you know that usually I am a straight shooter so free from any cuteness due, I can safely conclude by saying that – if you consider yourself a Led Zeppelin fan – this is a book you must have. Dave and Mike really did an amazing job.

FILM: “BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer (Gran Bretagna, USA, 2018 – 20th Century Fox)

6 Dic

“BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer (Gran Bretagna, USA, 2018 – 20th Century Fox) – TTTT

Un film su Freddie Mercury è un evento che non potevo lasciarmi sfuggire. Ho amato molto i Queen, soprattutto quelli dal 1975 al 1980, fanno parte di me ed è stato un vero piacere recarmi al cinema per affrontare questa pellicola. Scrivo affrontare perché, pur cercando di non documentarmi troppo a proposito, mi sono comunque saltate agli occhi le stroncature di certi fan e di conoscitori del rock un po’ snob oltre alle titubanze spirituali di fan ben predisposti ma in difficoltà con quelli che chiamo “paradossi temporali” contenuti all’interno del film.

Certo, anche io sono uno studioso/amante del rock un po’ snob, ma per fortuna sono riuscito a godermi il tutto senza troppi problemi. Una volta che si è venuti a patti con il fatto che Bohemian Rhapsody non è un docu-film di 10 ore sulla carriera musicale di Freddie e dei Queen (che solo un pubblico ristretto avrebbe guardato), le inesattezze si fanno più sfumate e si gode di questo spettacolo incentrato su 15 anni della carriera di FM e dei suoi colleghi. E’ un film che racconta una storia, una storia vista con gli occhi del regista, il quale si prende più di una libertà per mettere in scena la sua visione, ma che riesce a farsi seguire anche dal pubblico più generico, che ricordiamo è il pubblico dei Queen e che forse non noterà nemmeno le incongruenze di cui stiamo parlando.

Qualche anno fa su questo blog ci siamo interrogati proprio su questo:

https://timtirelli.com/2012/01/06/ma-i-queen-sono-un-gruppo-rock/

Mi reco al multisala Emiro di Herberia insieme ad altri due fan: la pollastrella e Mr Tomay, the midnight rambler.

Tre ottimi posti in zona centrale in alto, ottima compagnia, il film dei Queen (si, insomma, di FM) … bel modo di passare la domenica pomeriggio.

Il film è fatto molto bene, mi ha tenuto incollato alla poltroncina per 134 minuti, a volte mi ha fatto sobbalzare, a volte emozionare e commuovere, ed è finito troppo in fretta (giusto dopo il Live Aid) … mi sarei sparato almeno un’altra mezz’ora.

Rami Malek interpreta Freddie Mercury in maniera sensazionale, ne coglie l’enfasi creativa un po’ sopra le righe e un po’ candida in maniera esemplare. Spettacolare Gwilym Lee, a tratti sembra proprio di vedere Brian May. Non è immediato identificare Roger Taylor e John Deacon in Ben Hardy e Joseph Mazzello ma una volta che ci si è acclimatati poi non è difficile sovrapporre le immagini dei due musicisti a quelle dei due attori.

Emozionante vedere nei primi fotogrammi riprodotti gli Smile (il gruppo di May e Taylor da cui nacquero i Queen) con Tim Staffel al basso, figura che mi è sempre stata cara, non fosse altro per Doin’ Alright canzone che amo moltissimo.

Sicuro, certi paradossi ci hanno un po’ scombussolato … gli Smile (che sono un trio) sono ripresi dal vivo e mentre May suona l’assolo si sente la chitarra ritmica sotto … i Queen sono alle prese col primo album da cui viene fatta sentire la versione cantata di Seven Seas Of Rhye, ma tale versione apparve solo su Quen II (su Queen I era uno strumentale) …  i Queen sono ripresi nel loro primo tour in Usa (del 1974) mentre suonano Fat Bottom Girl (pezzo del 1978) … FM viene proposto con capelli corti e baffi già nel 1976/77 (succederà ad inizio anni ottanta) … i Queen sono ripresi sul palco del MSG di NY alla fine degli anni settanta quando il visual è chiaramente quello di Montreal 1981 … nel film siamo ancora nella seconda metà degli anni settanta quando FM fa vedere il filmato di Love Of My Life live a Rock in Rio (del 1985) a Mary Austin … la discussione se darsi o meno alla disco music avvenne per l’album Hot Space (1982) e non per The Game (1980) etc etc… ogni tanto scambiavo occhiate con Tomay e Saura, deglutivamo, scuotevamo la testa come a far passare quelle inesattezze dai pensieri e tornavamo a goderci il film.

Qualcuno si chiederà come mai Brian May e Roger Taylor (ben coinvolti nel progetto) abbiano dato il loro assenso a certe incoerenze, io credo che quando si tratta di produzioni del genere, occorra essere disposti ad arrivare a compromessi perché poi quello che conta è il risultato finale (e commerciale), che secondo me è ottimo. Un buon mix tra rock, frivolezze, la vita dissoluta di Freddie (poco più che accennata) e le personalità della band e di chi ad essa girava intorno.

E’ un po’ come andare a vedere film (e serie tv) tratti da libri che si sono letti, tutto viene condensato in sole due ore e a volte avvenimenti e personaggi sono spostati su prospettive diverse, difficilmente si resta pienamente soddisfatti dal un punto di vista del rigore, ma se – come in questo caso – il flusso della storia e della sceneggiatura funziona, ci si può passar sopra.

Per me, questo è un film che va visto.

 

Wizard Bloody Wizard (Electric Wizard Roma 16/11/2018) di Paolo Barone

1 Dic

Il nostro Polbi ci manda due riflessioni sul concerto di un paio di settimane fa degli Electric Wizard a Roma. Nel farlo elabora e cerca di esorcizzare il blues dei concerti che si è perso e a cui non è andato per motivi che ancora non sa spiegarsi. Se la prende con se stesso e chiede conforto a questo blog miserello. Tra un po’ metteremo in piedi un articolo-discussione sui patemi che ci portiamo dentro per i concerti che ci siamo incredibilmente persi, mi pare un escamotage niente male per cercare di lenire certi dolori. Nel frattempo godiamoci la sempre deliziosa prosa di Mr Barone.

◊ ◊ ◊

Caro Tim, sono finalmente andato a vedere gli Electric Wizard l’altra sera a Roma.

Sono una band che fa pochi concerti, e questo tour italiano e’ stato un ulteriore conferma in questo senso con solo due serate. Mi dicono che loro sarebbero venuti in aereo, volando fra Roma e Milano, lasciando a un paio di persone l’onere di portare le cose fra le due date. Essenzialmente otto Marshall d’ordinanza e un Ampeg. Sono diventati una band non piu’ soltanto del circuito underground in senso stretto, ma anche ormai di riconoscimento e spessore piu’ ampio. Basti pensare che sono stati headliner dell’ultima edizione del festival Reverberation, senza dubbio il piu’ importante festival di psichedelia al mondo, che si tiene ogni anno in Texas. D’altronde sono in giro da ormai vent’anni, e hanno riscritto il canone Sabbathiano creando non solo un suono, ma un estetica, un espressione artistica definitivamente originali.

I biglietti costavano 25 euro o poco piu’ e hanno suonato all’Orion Club subito fuori il Raccordo Anulare nella zona di Ciampino. Non e’ un posto enorme e anche se molto pieno non era sold out, il che mi ha un po’ sorpreso. Credo la data al nord Italia sia andata ancora meglio, considerando anche che in quel caso condividevano il palco con i nostri Ufomammut, che gia’ di loro hanno un buon seguito.

Mi dannavo l’anima di averli persi una sera di qualche anno fa che suonavano a Roma all’Init, il mio club preferito della capitale, ormai chiuso. Non ero andato essenzialmente perche’ sono un coglione. Avevo degli amici che erano passati a salutarmi, ho tentennato fino alle dieci e mezza e poi ha vinto la pigrizia. Quante cazzo di volte mi e’ successo di perdere concerti anche irripetibili per questioni da niente…No guarda, per me questo e’ proprio un cruccio ricorrente, un mantra negativo che mi gira sempre in testa…ma come cazzo ho fatto?!? Ma che madonna avevo da fare che, per dirne una delle piu’ clamorose, una sera a Detroit non sono andato a vedre gli Stooges con i fratelli Asheton, e nemmeno i Blue Cheer che suonavano la stessa sera a un ora di distanza?!! Che cazzo mai potevo avere in testa io quella sera?!? O tutte le volte che ho detto, va be’ va, vado la prossima volta….Motorhead, Nirvana, Velevet Underground, Gregg Allman… e chi piu’ ne ha piu’ ne metta…Voglio dire, io non ho mai visto Lemmy. Uno che e’ praticamente morto sul palco, che e’ venuto in Italia centomila volte, sono riuscito a perdermelo. E i Velevet Underground?!!? Si va bene, ho visto Lou in un concerto memorabile al Circo Massimo nel 1983 con sfondamento delle recinsioni a piu’ di due ore dal concerto, lacrimogeni e Robert Quine alla chitarra, ma i VU diosanto! Ma come cazzo ho fatto a non prendere una merda di treno per Milano (che a Napoli dove aprivano per gli U2 non era pensabile) e vedere una delle band piu’ importanti di tutta la storia del Rock?!? E i Ramones? Per dire…Ho visto due volte, dico due volte, i New Trolls e non ho mai visto i Ramones…L’elenco del Blues del Concerto Perduto potrebbe essere infinito, e nulla potra’ mai lenirlo che purtroppo certe cose se ne vanno per sempre caro mio. Band intere se ne sono andate, penso ai gia’ citati Motorhead & Ramones, e altre sono ormai impossibili da riformare. E’ per questo che nonostante abbia avuto modo di vedere tantissimi concerti anche di artisti ormai scomparsi, mi rode il culo per tutto quello che ho perso. E’ un mondo che svanisce, come e’ anche normale che sia, e quel che resta diventa sempre piu’ prezioso.

Mi sto sul cazzo da solo quando entro in modalita’ pianto nostalgico, e penso a Lemmy che a volte gli dicevano che il Rock era moribondo e lui si metteva a ridere e gli sbatteva in faccia i numeri di qualche mega festival a cui era appena stato. Ma io non sono certo lui, anzi forse mi piace cosi tanto quell’uomo proprio perche’ e’ un contrario di me che vorrei essere. Pur sapendo che esiste ancora tantissima passione in giro per questa nostra forma d’arte, qualcosa di storto e’ successo e non ne vedo una facile via di uscita. I locali in grado di ospitare concerti da qualche centinaio di persone chiudono uno dopo l’altro (perlomeno a Roma), quelli da qualche migliaio o non ci sono mai stati o non aprono quasi mai, mentre resistono i piccoli posti da trenta cinquanta anime massimo, e imperano i mega eventi che non hanno piu’ nulla a che fare con questa storia, con veramente pochissime eccezioni in merito.

Qualcuno da qualche parte ha deciso che doveva cambiare tutto. Milioni spesi per supporti tecnologici, e tutto sentito a cazzo di cane ma gratis in streaming. E se suoni musica rock originale non devi piu’ essere pagato o quasi. Ricordo benissimo tour dei primi anni duemila con serate in cui le band prendevano fra i mille e i duemila euro. Ora negli stessi locali, con lo stesso pubblico, fai fatica a prendere quattrocento euro. Va bo’, basta dai che queste riflessioni lasciano un po’ il tempo che trovano, e le cose prenderanno una loro strada, magari come il Jazz che cazzo ne so io…

Devo pero’ dire che in questi ultimi dodici mesi sono stato a tre concerti strepitosi delle ultime tre band in attivita’ che avrei veramente voluto vedere. King Crimson, Sleep e Electric Wizard. E ora…? Ho esaudito tutti i miei sogni Live, restando soltanto con ricordi esaltanti e rimpianti per quello che ho perso? Possibile mai? Si, si, certo, ci sono ancora molti che andrei a vedere di corsa e piu’ ancora a rivedere, ma quella sensazione di quando vuoi beccare una band dal vivo e per anni ci giri intorno e poi finalmente hai i biglietti in mano…ecco, quella sensazione che noi possiamo capire e condividere credo che forse per me sia finita…Guarda caso sulle note di Funeralopolis, ultimo brano del concerto dei Wizard…

Ok, basta, basta davvero adesso che mi viene da fare le corna, toccarmi le palle e ridere di me stesso e di tutto sto Doom & Gloom da due soldi che mi sta uscendo in queste righe, Ian Curtis in una giornata storta mi fa una sega!

Basta, parliamo del concerto che e’ stato grandioso cazzo…E in fin dei conti so benissimo che tanti altri ce ne saranno.

Siamo arrivati trafelati dopo un odissea di treno Intercity Reggio Calabria – Roma, e ho serenamente saltato la opening band.

L’Orion pur essendo un club discutibile con un atmosfera fredda da discoteca tardo anni ottanta, anche se non sold out era bello pieno.

Al solito barbe di ordinanza stoner, pubblico trentenne con qualche picco sui sessanta portato con classe, bella folla al bar esterno dove si poteva fumare.

Gli Electric Wizard erano dati sul palco per le 22.15 e con una precisione maniacale o forse casuale, hanno aperto il loro fiume di watt alle dieci e diciassette. E per un ora e venti o poco piu’, il mondo si e’ fermato fra le Gibson SG di Elizabeth Buckingham e Jos Oburne. Una potenza incredibile, un vortice ipnotico oscuro, un sabba elettrico.

EW a Roma 16/11/2018 – Foto SALVATORE MARANDO/METALITALIA.COM

Lo so, ho usato dei cliche’, ma io non lo so descrivere diversamente questo concerto. Come da tradizione, dietro il palco scorrevano filmati di vecchie pellicole sexyhorror, e altre elaborazioni video credo curate personalmente da loro, una cosa di grande effetto, anche se un po’ sminuita da uno schermo a led troppo freddo.

Certo, ormai a forza di youtube non ci sorprendiamo piu’ nei live, sappiamo sempre cosa ci verra’ proposto.

Ma l’impatto di volume e presenza degli Electric Wizard e’ stato veramente unico, da provare sulla propria pelle e sprofondarci fisicamente.

Le zampate di Oburne sul Wha Wha e i bassi ipnotici della sezione ritmica hanno mantenuto un vento psichedelico densissimo, riuscendo a creare un suono opprimente e liberatorio al tempo stesso. Non e’ da tutti una cosa del genere. Dopethrone e Witchcult Today sono i capolavori da cui arrivano la maggior parte dei pezzi, ma anche qualcosa dagli ultimi tre. A proposito, il nuovo Wizard Bloody Wizard che ha ricevuto diverse recensioni negative a me sembra un gran disco, e se gia’ avete i due colossi che ho menzionato vi consiglio proprio di prenderlo… Funeralopolis chiude le danze macabre e zero bis. Lentamente, con le orecchie che ronzano un sorriso ebete stampato in faccia e la maglietta Legalize Drugs and Murder sotto braccio, torniamo alla realta’….

EW a Roma 16/11/2018 – Foto SALVATORE MARANDO/METALITALIA.COM

A conferma del fatto che i nostri si stanno muovendo ormai sempre piu’ vicini a una vera popolarita’ rock, fuori dal locale ci sono ben due banchetti di merchandising non ufficiale e personalmente non me lo aspettavo. Così come lo scoprire che una cassetta audio di un loro concerto negli States, venduta sul sito ufficiale della band, abbia esaurito la seconda tiratura di 500 copie in pochi giorni.

Forse andarli a rivedere sara’ il mio prossimo sogno live, oppure mi mettero’ a fare una Fanzine di Elizabeth Buckingham in fotocopie e spedita solo per posta…

Paolo Barone©2018

 

RINGO STARR & HIS ALL STARR BAND – Lucca Summer Festival 8/7/2018 – di Giancarlo Trombetti

10 Lug

Il nostro Giancarlo Trombetti (rock scriba extraordinaire) ci parla del concerto di Ringo di qualche giorno fa a Lucca. Lettura consigliatissima.

◊ ◊ ◊

Credo sia stato più di quarant’anni fa. Mi capitò di leggere una novella, che mi commosse. All’epoca non ero incline alla facile commozione, quella arriva con l’età, che ti porta a essere più nostalgico e debole. Era una storia semplice. In breve, raccontava che i Beatles venivano rapiti, uno per volta. Prima toccava a Lennon, poi spariva Macca, poi Harrison. La polizia era disperata, dovevano proteggere l’ultimo Beatle rimasto e d’altra parte dovevano ricercare gli altri scomparsi. Ma nulla accadeva a Ringo, fino a che, seguendone le tracce, si scopriva che il colpevole dei rapimenti era proprio lui. Gli altri erano stati tenuti in una villa in campagna, nessuno gli aveva fatto male, ed erano in eccellenti condizioni di salute e ben curati. All’inevitabile interrogatorio, Ringo rispondeva così, più o meno : “L’ho fatto perché mi sentivo solo. Loro erano i miei migliori amici, senza di loro la mia vita era più povera e triste…volevo che i Beatles si riformassero.”.

Ringo è sempre stato il Calimero del gruppo. Il meno dotato, il più brutto, quello che senza di lui tutto sarebbe rimasto com’era. Ci sbagliavamo alla grande. Ringo era il più felice, il più fortunato, il più buono di tutti. A lui non si chiedevano dichiarazioni altisonanti, nessuno da lui si aspettava il cambiamento del mondo, né, da quello che trapelava, che indirizzasse il suono e l’evoluzione del più importante gruppo pop del Pianeta Terra. A lui veniva concesso dal duo debordante e dal malinconico, ascetico George, di cantare proprio su quel pezzo che, a tutti, era sembrato il modo vile di fargli urlare al mondo che, senza di loro, non sarebbe stato niente più di un ragazzotto seduto male dietro a una batteria, con gli occhi penduli e le orecchie troppo grosse. E un attimo prima che Cocker, rendesse quella canzone immortale per sempre con una esecuzione sconvolgente e irripetibile, per tutti, Ringo, era l’uomo che …senza l’aiuto degli amici…

Incredibile come le valutazioni possano mutare nel tempo e con la conoscenza. Ringo è sopravvissuto all’impatto mortale dello scioglimento del gruppo, al suo stesso mito, e, poco per volta, lo ha rafforzato, pubblicando dischi con piccole, minuscole perle che solo gli appassionati hanno saputo distinguere. Ringo è cresciuto, forte del suo nome indimenticabile ed è sopravvissuto anche al dolore della morte di due dei suoi unici, immensi, amici. Una straziante intervista alla BBC ce lo aveva reso piccolo e fragilissimo, mentre parlava, quasi balbettando, del suo dolore per le perdite. E dalle sue parole, pareva che fosse Harrison, quello per cui aveva sofferto maggiormente.

Come non essere, per sempre, dalla sua parte ?

Dalla parte del brutto anatroccolo fortunatissimo e reso immensamente ricco dagli altri. Dall’omino che non aveva mai alzato la testa rivendicando un ruolo che, forse, nessuno gli avrebbe mai riconosciuto. Eppure ricordo bene di una serata passata con un famoso batterista, che alla mia esaltazione di musicisti incredibili, da me idolatrati… Colaiuta, Bozzio, Wackerman, Bonham, Dunbar, Moon…mi spiegava con cortesia che erano proprio Ringo e Watts che avevano un suono così semplice e personale che non dovevano essere messi da parte. Mai! Ma non solo. Mi disse una frase che da allora non dimentico: i batteristi che lasciano un segno sono quelli che ascoltando la sola batteria, ti fanno riconoscere immediatamente il brano che stanno suonando… Ma ero troppo ottuso allora, per rendermene conto.

Però Ringo mi aveva sempre suscitato un enorme simpatia, a pelle. Inversamente proporzionale al fastidio nei confronti di Lennon…oh, beh…ognuno ha le sue fisse, no ? Così, quando la All Starr Band debuttò nel 1989, presi a seguirlo a distanza. E credo sia stato proprio verso la fine di quell’anno che ebbi l’occasione di poter vedere la prima incarnazione di quel gruppo. Nessun eccezionale gruppo spalla, ma una formula logica e vincente : grandi musicisti, che portano in dote le loro grandi canzoni, che suonano la propria musica e accompagnano il Mito in alcune sue canzoni. Geniale.

La sera della mia prima volta, me ne innamorai. Anche perché capitava poche volte di avere davanti Joe Walsh, Nils Lofgren, Tim Schmit, Todd Rundgren, Dave Edmunds…

Per questo motivo domenica sera ho affrontato un salasso per sedermi di traverso, troppo sotto il palco, con un paio di sedicenti critici davanti che commentavano senza indovinarne una e dall’inglese zoppicante, visto che non ridevano a nessuna battuta e che grazie al cielo non conoscevo, convinto di trovarmi per l’ultima volta davanti a un vecchietto fresco di 78 anni, con un gruppo di cui un paio di soggetti il cui ricordo non mi esaltava più di tanto. A Lucca fa caldo, ed i lucchesi tirchi e lamentosi mi spillano una cifra da svenimento per una cena veloce e poco gustata. Colpa mia. Sono pure della zona, avrei dovuto far cadere l’occhio sul menù prima di dire di sì. Con la cena che non ha ancora raggiunto lo stomaco, sono un ruminante, mangio pianissimo, mi rendo conto di essere esasperante ma non posso farci niente, volo, voliamo in due verso Piazza Napoleone, o come diavolo si chiama.

Il palco fa un po’ meno schifo dell’ultima volta che l’avevo visto, disadorno e povero e il pubblico mi stupisce. Niente solo vecchietti ultrasessantenni, ma anche giovani che cantano anche le canzoni meno note a squarciagola. L’impatto con il gruppo è notevole. E difficilmente avrebbe potuto essere diversamente. Gregg Rolie alle tastiere era l’uomo dietro Santana all’era di Abraxas, Steve Lukather è tutt’ora un piccolo mostro di tecnica, i Toto erano lui, Colin Hay era il principale compositore dei Men at Work, Graham Gouldman, come ricorderà più volte Ringo stesso nel corso dello spettacolo, è Mr. Ten CC e Warren Ham il polistrumentista dei Kansas. Alla batteria un mostruoso Greg Bissonette, uno dei sessionmen più apprezzati al mondo, in grado di non perdere una battuta anche quando suona insieme a Ringo, dedicandosi alle rullate e ai tom, da sempre invisi all’anzianotto Beatle. Ma quando era necessario tenere il tempo insieme, non c’era una sbavatura nelle casse e nei piatti. Nessun doppio tocco. Per capirsi : Hart e Kreutzmann o Butch Trucks e Jaimoe o Chester Thompson e Ralph Humphrey non avevano i medesimi compiti.

Ma la sorpresa migliore è lui, Mr. Ringo Starr. In eccellente forma, magro ma scattante, con la solita voce, ancora in ottimo grado di suonare il suo strumento, di scherzare, ironicissimo, su di sé e il suo passato, le sue canzoni. Certamente, i capelli saranno ovviamente tinti, ma le mani e il collo, inquadrate spesso in primo piano, rendono l’immagine di un agile quasi ottantenne, alla faccia del compleanno festeggiato il giorno prima. Ed è in quel momento, quando vedi quella manciata di grandi musicisti, divertirsi a resuscitare il proprio passato, recuperandolo senza nostalgia, ma con affetto, coccolandosi ognuno i propri migliori momenti delle loro vite, quando ti accorgi che per loro rivivere le canzoni di mezzo secolo prima non è un peso ma un onore, quando senti il gruppo “partire” sulle non rare evoluzioni strumentali, comprendi quanto logica e vincente sia una formula che da quasi trent’anni permette a una selezione accurata di artisti sempre diversi, di sentirsi vivi nell’affiancare un uomo minuto che ha attraversato la Storia del rock and roll.

Gregg Rolie estrae da Abraxas Evil Ways, Black Magic Woman (presentata come una canzone scritta da Peter Green) e Oye Como Va e la sua presenza scenica è del tastierista che ne ha viste di tutti i colori, sguardo disincantato e tranquillo, ci riporta a suoni dimenticati, dal vivo, con il suo Hammond. A far volare le lunghe parti strumentali, ci pensa Lukather, perfetto interprete che non ha bisogno certamente di ricalcare la chitarra di Santana per suscitare l’ammirazione. Bissonette, alla prova, è maestoso. Anche se talvolta un po’ troppo picchiatore per i miei gusti, ma sa passare dal tocco raffinato jazz al rock duro in un attimo. D’altra parte la sua estrazione resta quella.

Un quasi immobile Colin Hay, si illumina con i suoi due pezzi migliori, Down Under e Who can it be now ? che nell’atmosfera magica suonano perfettamente. Non ho mai amato il suo gruppo, ma quei due brani, suonati con trasporto, sono stati emozionanti.

A lui, in seguito, il compito di eseguire i due solo in stile “vecchio rock and roll”, quando tutti i trucchi sulle tastiere delle chitarre erano ancora da venire. Lukather non ce l’avrebbe fatta a resistere, contenendosi in pochi, semplici tocchi…

Dei tre pezzi dei Ten CC mi sono goduto Dreadlock Holiday un reggae dal testo corrosivo che negli 80 mi faceva sempre sorridere e che mi ha ricordato delle mie ore in auto, in coda, a Roma, nel tornare dal lavoro. Niente da dire : quando il pop è così di lusso, consapevole della sua forza, tutto è piacevole, digeribile. A Ringo l’onere di confrontarsi con se stesso. Ed è la sua profonda ironia, il suo gusto nel vivere il più bel mestiere del mondo, che lo tiene sull’onda dal 1962.

“Quando suonavo con il mio gruppo, ho composto moltissime canzoni…ma nessuna di queste è mai stata registrata…”, ride mentre presenta Boys, una cover delle Shirelles che i Beatles eseguivano nei loro primi giorni. E ancor più corrosivo, scherza un attimo dopo Don’t Pass me By nel presentare “…una canzone che non potrete non cantare e che se non conoscete, fareste bene ad andare a un concerto dei Led Zeppelin!”… e ce lo dice mentre all’acustica Lukather esegue l’intro di Stairway to Heaven, un attimo prima di far partire Yellow Submarine, l’unica canzone dei Beatles ad avere una parola, anzi due, in italiano… lo sapevate ?

Rosanna e Hold The Line sono gli inevitabili ricordi dei Toto che Lukather canta con l’aiuto di Ham nelle parti vocali più alte. Un bel personaggio, quest’ultimo: sax, percussioni, voce…un vero sessionman perfetto.

Ringo si allontana dicendo che quello che sta per venire sarà “un momento magico, musicale…e un momento, appunto!”. E va nel retropalco a riposarsi, cambiare giacchetta e chiacchierare con i ragazzi del pullman regia. Un vero easy living, quest’uomo.

Ride, danza, canticchia pezzi di storia che ci scorre via dentro le orecchie e non perde una battuta di quello che il pubblico gli urla…”Ringo!” si sente dal centro… “Yes…I know my name!”, risponde al volo. Un piacere per occhi e orecchie. La prova che il rock ti può salvare la vita e rendertela bella e fresca come un gelato. L’approccio di Ringo, però, è molto più lineare, umano, rispetto, che so…alla sopravvivenza rock di un Keith Richards. Entrambi icone, entrambi al limite del soprannaturale, ma con un aspetto di Starr che ce lo rende più simile a tutti noi. Il simpatico vecchietto tutto “peace and love”…la parola d’ordine della serata…del piano di sopra, quello che ti racconta le storie quando lo incontri al bar o in ascensore, storie bellissime, narrate con il distacco di chi non potrà mai più essere sorpreso dalla vita. Perché è lui che la guida.

E mentre Steve riesce a piazzare un solo anche all’interno della conclusiva With a little help from my friends, Ringo si inchina, ringrazia, vola via e sbuca per un attimo solo, per aggiungere in coda a tutto una citazione di Give peace a chance. Perché è quello il messaggio : quello che vorremmo dire è di dare una possibilità alla pace.

Grazie. Per sempre, amico mio.

©Giancarlo Trombetti 2018

Santana a Cattolica (RN) 01/07/2018

4 Lug

Cattolica (RN). Più o meno 1500 anni fa quelli erano territori bizantini e come tali amministrati. Dove sorge oggi Cattolica vi era un insediamento con un deposito di derrate alimentari, un magazzino insomma, Katholikà in lingua bizantina. Vi sono altre ipotesi, che il nome derivi da un fiumiciattolo, il rivus Catholice o dalle controversie tra i vescovi “ariani” e quelli cattolici, questi ultimi  rifugiati nella zona in cui oggi sorge Cattolica, dando il nome alla località.

E’ una cittadina che da sempre guardo con curiosità. Mio nonno materno aveva – negli anni quaranta – una azienda di autolinee che, oltre a collegare le città e i paesi della zona, arrivava fino all’Adriatico, a Cattolica appunto. Ho qualche foto di mia madre ventenne e sorridente su quelle spiagge e dunque questo posto fa in qualche modo parte della mia storia famigliare. Andare a vederci Santana, il primo chitarrista che abbia mai amato – laggiù nella seconda metà degli anni settanta – mi sembra cosa buona e giusta.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018

Anche in questo caso non ho voluto preparami, non so nulla di musicisti, scaletta, qualità della proposta.
La Arena Della Regina è uno spazio sito in Piazza Della Repubblica (l’accostamento dei due nomi è un ossimoro curioso), direi che di posti a sedere ne contiene circa 3000.

E’ una bella serata estiva. Mi godo le fasi pre tramonto immerso nell’aria dell’Adriatico che respira lì accanto.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

TT – Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Il gruppo è previsto per le 21:15, l’orario è rispettato al minuto tant’è che in parecchi per quell’ora sono ancora alla ricerca del proprio posto (e io mi chiedo se ad un concerto del genere ci si debba presentare all’ultimissimo secondo).

Lo schermo inizia a mandare un’ introduzione tratta da Woodstock, il festival del 1969, poi entra la band e per ultimo Carlos… eccolo il mio mito adolescenziale. Che brividi.

Sono in estasi, il concerto inizia come meglio non poteva. Soul Sacrifice, Jingo, Evil Ways, A Love Supreme, Black Magic Woman/Gypsy Queen, Oyo Como Va, Europa. Sono circa 40 minuti di bruciante passione, di musica trascendentale, di rock come ormai non se ne sente più. Carlos suona ancora molto bene e sfoggia, come sempre, grandi chitarre. Per me rimane il chitarrista con la Yamaha SG – 2000 (periodo 1976/1982)

La Yamaha di Santana

Carlos e la Yamaha nel 1977

ma le Paul Reed Smith che suona adesso sono altrettanto magnifiche. Io amo le chitarre elettriche solid body ed ho una ossessione per le Gibson Les Paul, non ne amo molte altre, ma da quando le suona Carlos sono sempre attratto anche dalle Paul Reed Smith. Fino ad una paio d’anni fa suonava la classica PRS,

da un paio d’anni si è affidato alla PRS SC245 Custom e stasera non ha usato altro (alternandone un paio), a parte qualche minuto su di una acustica.

PRS SC245

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Carlos ha ancora un suono spettacolare e un tocco unico. A 70 anni (quasi 71) ha una tecnica e un controllo dello strumento davvero notevoli. Incantato lo ammiro mentre si immerge in quei flussi sonori universali. Quando attacca Black Magic Woman/Gypsy Queen, Saura quasi sviene, io scuoto la testa sorridendo, scontato svenire per quel pezzo, ma poi io faccio quasi lo stesso per Europa, dunque posso anche evitare di fare lo snob attaccato ai pezzi meno usuali. La sera prima del concerto ero ad un sinodo con i miei confratelli e Magister Piccus – saputo dell’appuntamento con Carlos del giorno dopo – mi diceva tra le altre cose “quando attaccherà Europa ti metterai a piangere”. Siamo entrambi conoscitori del rock ma siamo arrivati ad un punto che ci esaltiamo per i pezzi più noti degli artisti che abbiamo amato. Sì certo, per quanto riguarda Carlos io sarei un tipo da Song Of The Wind e  Flame Sky

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ma quando parte Europa inizio a piangere. I miei 15/16 anni, la musica che ti arriva al cuore, la bellezza che a volte sanno creare gli esseri umani. Vibro, ho la pelle d’oca, sento di essere un tutt’uno col cosmo.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Mi ricompongo, pregustando il seguito e sognando pezzi in scaletta che non arriveranno, il mio concerto infatti finisce qui. Quella che segue è una selezione di brani che non mi scalda e che verso la fine mi deprime.

Un pezzo del 199 (Right On) , una cover del rapper  Mos Def (Umi Says), una cover di un pezzo soul psichedelico del 1970 (Totatl Destruction To Your Mind) con all’interno richiami a Satisfaction, Day Tripper e altri classici, prima di andare alla deriva verso la musica (?) latino americana commerciale. Da questo momento il cantante nero invita tutti ad alzarsi e io mi chiedo perché ho pagato 93 euro per una “poltronissima” se per più di metà del concerto mi tocca stare in piedi ad ascoltare scorribande commerciali.

Chiaro che mi aspettassi Corazòn Espinado Smooth ma impostare più di metà concerto su quei toni e, come detto, tramutare tutto in una festa sulla spiaggia a ritmo della maledetta musica commerciale latino americana è un vero peccato. Certo, qui la band suona davvero, ma tutto diventa un fritto misto miserello. Pezzi del 1969 e 1971 (Love Peace And Happiness e Toussaint L’Ouverture) fagocitati dalla vibrazione commerciale, la gente in braghe colte ed infradito che si scalda davvero solo per i pezzi tratti da Supernatural (compresi Maria Maria e  Foo Foo); la dice lunga il fatto che ad oggi su youtube è presente solo il video di Maria Maria benché tutti (tutti!) abbiano passato buona parte del tempo a filmare il concerto. Per come si era messa Carlos avrebbe potuto mettersi a suonare Despacito e (quasi) nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi avrebbero tutti continuato a ballare. Per dare una idea del concerto comunque metto il link di un concerto completo di 3/4 mesi fa in Canada.

IL VIDEO CHE SEGUE E’ RELATIVO AL CONCERTO di MARZO 2018 IN BRITISH COLUMBIA

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MARIA MARIA – Cattolica (RN) 1/7/2018

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Fatti 420 km. Speso 186 euro per due biglietti, 40 euro di carburante, 30 di autostrada. Più di 250 euro per gustarsi 7 pezzi, un po’ troppo direi. Alla fin fine però son contento di avere visto Carlos, uno degli eroi musicali. Come detto avrei preferito uno svolgimento diverso, una attenzione più decisa verso la buona musica anche nella parte più commerciale dello show, ma io sono Tim Tirelli e non Carlos Santana, quindi alla fin fine ha ragione lui, il tripudio che il pubblico gli tributa a fine concerto è inequivocabile.

SANTANA a Cattolica (RN) 1/7/2018

  1. Woodstock Intro
  2. Soul Sacrifice
  3. Jin-go-lo-ba
  4. Evil Ways
  5. A Love Supreme
  6. Black Magic Woman/Gypsy Queen
  7. Oye como vaPlay Video
  8. Europa (Earth’s Cry, Heaven’s Smile)
  9. Right On
  10. Umi Says
  11. Total Destruction to Your Mind / Dancing in the Street / Proud Mary / Satisfaction / Day Tripper / Total Destruction to Your Mind
  12. Mona Lisa
  13. Maria Maria
  14. Foo Foo
  15. Corazón espinado
  16. Toussaint L’Ouverture
  17. Are You Ready People
  18. Smooth
  19. Love, Peace and Happiness
  20. For the Highest Good

Foo Fighters Firenze 14/06/2018 – Pearl Jam Padova 24/06/2018 di Bodhrán

29 Giu

Due riflessioni del nostro Bodhran sui recenti concerti in Italia di Foo Fighters e Pearl Jam.

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Foo Fighters a Firenze il 14 giugno, Pearl Jam a Padova il 24, val la pena riassumere le due serate in un racconto unico. Racconto che, nel solito tentativo di essere oggettivo, è ovviamente di parte.

Partiamo dai Foo Fighters, che si sono esibiti all’Ippodromo del Visarno, nel Parco delle Cascine di Firenze.

FF – Firenze 24/6/2018 – foto Michele Squillantini

Da un paio d’anni il luogo, perfetto per manifestazioni di questo tipo, ospita Firenze Rocks, festival che non corre troppi rischi: quest’anno con la band di Dave Grohl che apriva il festival hanno suonato nei giorni successivi Guns’n’Roses, Iron Maiden e Ozzy, l’anno scorso Aerosmith ed Eddie Vedder. In precedenza ricordo David Gilmour nel 2015. Lo spazio è molto grande (per gli organizzatori eravamo 70.000, per la Questura non è dato sapere, chissà perché in questi casi non c’è mai la divertente guerra di cifre), sono arrivato alle 20,30 ed era praticamente pieno. Mi sono sistemato di lato e, una volta venuto a patti con gli odiosi “token” e presa una birra con nipote e amici (contattati per miracolo perché di lì a poco il cellulare non si sarebbe più collegato nell’orgia collettiva di audio, immagini e video) mi sono preparato a guardare il concerto sugli schermi. Oramai comunque la visibilità è tutta monetizzabile, a poco servono levatacce, buone gambe e qualche gomitata, ora spendi di più, e con il “pit” compri anche la comodità di arrivarci all’ultimo minuto.

Allora, non sono un “fan” dei Foo Fighters, ci sono pezzi che mi piacciono ma per i miei gusti pendono troppo verso un lato pop/punk che comprime i pezzi sempre nello stesso gioco di dinamica e rende i loro album tutti molto simili; riconosco però a Dave Grohl un’abilità incredibile nell’essersi ritagliato uno spazio (e che spazio) senza restare schiacciato dal nuvolone chiamato Kurt Cobain, sia collaborando con chiunque gli capiti a tiro sia spostando la sua musica in una direzione meno “drammatica” e più divertente. Ecco, una volta visto il concerto – e visto quello dei Pearl Jam – direi forse troppo.

La band è partita a rotta di collo sciorinando 4 singoli uno dietro l’altro; come sapevo Dave Grohl dal vivo diciamo non è poi questo gran cantante, urla come un ossesso e se questo dà ai brani la dovuta grinta penalizza però quelli in cui servirebbe un filino più di timbro, visto che poi le canzoni dei FF hanno un impianto molto pop e sono canticchiabili. Comunque sia avanti savoia! un pezzo dietro l’altro, spesso con stop & go fatti di chiacchiere al pubblico per riprendere fiato prima di rinfilarsi nel riff di turno. Assolo di batteria con la pedana che si sopraeleva di 3-4 metri – roba degna dei Kiss ma in un clima che si prende poco sul serio ci sta bene – e, a seguire, con la presentazione della band, un tuffo nelle cover: un’improbabile ma divertente mix tra la musica di Imagine e il testo di Jump, poi “Blitzkrieg Pop” dei Ramones, “Under Pressure” dei Queen

e poi, sorpresa!, salgono sul palco i Guns’n’Roses (Axl Rose, Slash e Duff McKagan) per eseguire “It’s so easy”. A me i G’n’R non sono mai piaciuti, trovavo insopportabile il timbro vocale di Axl Rose all’epoca, ora quel verso da gatto a cui hanno pestato la coda è un’ottava sotto per cantare il pezzo che altrimenti non ce la fa, in più mi pare davvero patetico vederlo conciato come 30 anni fa (bandana, camicia legata alla “vitona” e un set di denti “bianco WC” che sui maxi schermi fanno il loro effetto). Questo il mio giudizio. Intorno a me il delirio. Pubblico in visibilio, e giù foto e video.

Il live è proseguito con una parte più tranquilla e (vado a memoria quindi mi pare a questo punto) il palco si è abbuiato, come ci fosse un black-out, ma l’intoppo si è risolto subito, invocate da Grohl si sono accese le torce dei cellulari del pubblico… e luce fu, in un effetto molto bello da vedere. Pausa e poi un’infilata di tre bis prima di salutare tutti. Come dicevo l’oggettività è solo un tentativo, e quindi devo confessare che io durante il concerto, in questa atmosfera festosa ed allegra, mi sono anche un po’ annoiato, poca dinamica nel paio d’ore di live, poco spazio alla band – ci sono 3 chitarre ma sono impastate tra loro e a parte un paio forse di brevissimi soli di chitarra e un brutto solo di tastiere gli altri membri del gruppo non emergono, anche sugli schermi i FF sono Grohl e Hawkins.

Si potrebbe dire un concerto dei nostri tempi, allegria e spensieratezza ma poca sostanza (rock).

https://www.setlist.fm/setlist/foo-fighters/2018/visarno-arena-firenze-florence-italy-1bea89c8.html

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Altra storia i Pearl Jam: “quello dei FF è stato un concerto divertente, questo è stato un concerto rock”, così ho detto a mio nipote mentre uscivamo dallo stadio di Padova dopo 2 ore e 45 di live (con due set di bis).

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

E sì che partivamo con i pronostici contro: data di Londra del 19 annullata per problemi alla voce di Vedder, data del 22 a Milano con scaletta cortissima e tante canzoni cantate praticamente solo dal pubblico. In più il meteo che prometteva pioggia proprio nell’orario del concerto. E l’idea di partire dalla Toscana per arrivare a Padova e, sotto l’acqua, sentire un concerto corto con un cantante senza voce non era proprio il massimo delle mie aspettative per un gruppo che seguo dall’esordio e che, dopo la morte di Chris Cornell un anno fa, è in pratica quello che resta di quella generazione musicale.

Comunque sia, arrivo a Padova alle 18, scopriamo che non si parcheggia intorno allo stadio, un paio di svolte e troviamo un “posto” a dir poco rocambolesco tra una Panda (in cui però il proprietario sarebbe potuto entrare dal lato passeggero) e una transenna che ci consente di raggiungere lo stadio in un quarto d’ora scarso (scoprirò dopo di gente che ha lasciato 20€ di parcheggio e ha scarpinato per km), una birra per smaltire il viaggio e dentro.

Come in tutti i concerti rock oramai il pubblico è “diversamente giovane”, gente di tutte le età (e di tutte le nazionalità – tanti dalle vicine Slovenia e Croazia, oltre ai soliti pellegrini dei PJ), i giovani quelli veri nel 2018 sono sotto i palchi dei rapper, non dei rocker. Soliti “token” e, novità – ma forse non in un concerto in Veneto – uno stand dentro lo stadio non di birra ma di spritz, il che mi ha fatto immaginare un’ulteriore possibile deriva “borghese” del r’n’r: mega palco, schermi giganti e volume tremendo, band attempata vestita da “giovane ribelle” (un esempio? Axl Rose a Firenze) per un pubblico di ricchi che comprano il posto in un enorme esclusivo “pit” con divanetti e tavolini con drink, olive e noccioline.

PEARL JAM Padova 2018 foto Bodhran

Posto prato, più in su che si poteva prima del pit, e attesa con Polonia-Nigeria sui maxi-schermi (è destino che guardi una partita ai concerti dei PJ, 4 anni fa a San Siro trasmettevano Italia-Costa Rica). Alle 21 puntali sul palco: il concerto parte morbido, “Pendulum” prima e “Low Light” poi, intuiamo che la voce di Vedder è tornata, e ne abbiamo l’assoluta certezza quando, senza prendere fiato, seguono “Last Exit”, “Do the Evolution” e “Animal”.

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

Anche il meteo è dalla nostra, velato e ventilato durante il pomeriggio, si rasserena via via che cala la notte. Diciassette i brani del set, e poi due bis per un totale di 29 brani e, come detto, due ore e tre quarti. Ovviamente sono tanti i brani d’obbligo (“Better Man”, “Corduroy”, “Given To Fly”) ma riescono comunque a stupire suonando brani eseguiti raramente come “Smile” e “Down” o tirando fuori dal cilindro la bellissima “Crazy Mary” (cover di Victoria Willimas che ha particolarmente emozionato sia me sia gli altri diversamente giovani vicino a me).

Ecco, i Pearl Jam danno la sensazione di essere una band – sezione ritmica inappuntabile (l’avrò già detto ma ritengo Matt Cameron uno dei grandi della batteria rock, anche se più per il lavoro con i Soundgarden che quello con i PJ), Mike McCready è un chitarrista con i fiocchi, stampa dei soli molto belli e non manca di spettacolarità: sul lungo assolo di Even Flow si è piazzato la chitarra dietro le spalle e ha ovviamente infiammato gli appassionati del genere.

Spazio anche per l’altro chitarrista, Stone Gossard (almeno 3 soli, andando a memoria).

Perché preferisco questo modo di fare spettacolo a quello dei FF? Non lo so, sicuramente li trovo più “rock”, e poi forse mi sembrano più “sinceri”, e lo scrivo sapendo benissimo che quando monti sul palco dopo quasi 30 anni la sincerità va a farsi benedire.

Non sono mancati i momenti acustici (Daughter, con un’invettiva velenosa contro Trump e poi nei bis Elderly Woman…) e quelli più distesi, ovviamente “Black”, ma la voce ritrovata pareva aver dato un bonus di sprint in più, e così “Spin the Black Circle”, “Mind Your Manners”, “Porch”, “Once” hanno messo a dura prova la mia tenuta fisica.

Finale col botto con “Alive”, “Baba o Riley” (e fortunatamente non i 10 minuti buoni di “Rockin’ in a Free World”) e poi a nanna coccolati da “Indifference”.

Dico sempre che i concertoni mi hanno stufato (ed è vero quando penso che spendo un fottio di soldi per stare in piedi ore ed ore e non vedere un cazzo) ma anche stavolta mi pento di non aver comprato anche un secondo biglietto del tour.

https://www.setlist.fm/setlist/pearl-jam/2018/stadio-euganeo-padua-italy-1bea3910.html

 

Jeff Beck, Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera (BS), 23 giugno 2018

26 Giu

Sabato 23 giugno, ore 16,55, partiamo per Gardone Riviera, all’Anfiteatro del Vittoriale si terrà il concerto di Jeff Beck, non potevamo certo perdere l’occasione di rivedere on stage the Guv’nor.

La mildly blues mobile rolla placida sull’autostrada.

Highway – Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

Alle 18,30 siamo quasi a destinazione, sulla statale che costeggia il lago c’è un po’ di traffico, serve un’altra mezz’oretta.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

10,50 euro per il parcheggio, il panorama è strepitoso, iniziamo sentirci bene.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

L’entrata del Vittoriale è a Gardone alto, piccolo borgo suggestivo, nella piazzetta antistante incontro il mio amico di lunga data Frank Romagnosi, anche lui testa di piombo come me. Chiacchieriamo amabilmente con lui e Silvia, mentre arrivano anche Marco Borsani e Sara. Marco lo conosco dai tempi della fanzine. Si parla di Led Zeppelin ovviamente. Un saluto veloce anche a Paolo Bolla di Schio Life, con cui abbiamo passato avventure Wakemaniane e Yessiane sia a Vicenza che a Londra.

Alle 20 entriamo. Siamo in posizione ottima, seconda fila sulla sinistra guardando il palco, a due passi dagli amplificatori di Jeff, su cui capeggia la scritta “Becktone”. Frank e Silvia sono sulle gradinate (dove mi dicono altri amici c’è anche Maurizio Solieri, storico chitarrista di Vasco Rossi).

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

L’anfiteatro è molto carino, l’atmosfera perfetta: il tramonto, il Lago di Garda e pini e cipressi a far da cornice. Il posto tiene 1500 persone, l’ideale per assistere come si deve ad un concerto.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

Frank dalle gradinate scatta una foto da cui si capisce il bel quadro in cui siamo. Sulla sinistra, vicino al tizio che alza il braccio si riconosce la testina bionda di Saura.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Anche per questo concerto non ho voluto documentarmi, non so nulla di scaletta e formazione, so solo che c’è la grande Rhonda Smith al basso (che abbiamo già visto a Lucca nel 2010) e Colaiuta alla batteria. A loro si aggiungono la violoncellista Vanessa Freebairn-Smith e il cantante Jim Hall.

Ore 21,30 circa, entra la band. Vedere Jeff Beck è sempre una emozione. Domani (il 24 giugno) compirà 74 anni, è ancora molto in forma sebbene i segni del tempo siano evidenti. Forse continuare a presentarsi dal vivo con magliette senza maniche è un azzardo, il gilet poi è troppo corto e quando si volta e dà la schiena al pubblico si nota che non è più un ragazzino. Ad ogni modo, dietro ai suoi Ray Ban scuri, e alla sua chioma tinta si cela ancora un chitarrista straordinario.

Si parte con Pull It dall’ultimo album, un esercizio di riflessi elettrici e sperimentazioni. Jeff indossa la sua Stratocaster bianca con la paletta rovesciata che è uno spettacolo, chitarra che non cambierà e non accorderà mai per tutta la durata del concerto. Che razza di strumenti possono permettersi queste rockstar! Sospiro pensando che a me tocca accordare le mie quasi dopo ogni pezzo.

Col secondo brano si parte con i motivi più conosciuti: Stratus di Billy Cobham. Jeff inizia a scaldarsi e a proporre la sua solita magia. Segue Nadia, dolce e melodica. Un incanto.

Stratus & Nadia

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Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Si passa poi a You Know You Know della Mahavishnu Orchestra. Giro di accordi ipnotico e andamento articolato, Nel pezzo si ricavano spazi per assoli di basso e batteria.

Dopo questi quattro pezzi le prime impressioni sono più che positive, l’unico che non mi convince è Vinnie Colaiuta. Mi rendo conto che mettere in discussione uno come lui mi mette in pericolo, tutti gli appassionati della musica complicata – i talebani del prog e del jazz rock –  lo venerano come un dio, ma correrò il rischio.

Io credo che quando Colaiuta tiene il tempo e quando mostra la sua bravura con intelligenza sia un vero godimento ascoltarlo: dinamica, groove, tocco e talento sono evidenti, ma quando – la maggior parte del tempo – è impegnato a ostentare la sua tecnica a discapito della coerenza del pezzo e della bellezza della musica, diventa alle mie orecchie insopportabile. E’ vero che la musica di Beck vira per una largihssima parte al jazz rock, genere che tra l’altro amo parecchio e che si presta a virtuosismi, ma prediligo sempre e comuque un certo gusto e una certa moderazione; il dover far veder quanto si è bravi ad ogni battito di ciglia secondo me rovina la musica. Il sound dei piatti della batteria è anch’esso fastidioso e l’uso (smodato) della doppia cassa (o meglio del doppio pedale) è roba da centurioni, ma capisco che ormai sia solo un problema mio. Rhonda Smith al basso invece è meravigliosa, lo vedi che è dotatissima, ma fa sfoggio della sua tecnica nei due momenti in cui Beck le lascia il giusto spazio e per il resto suona al servizio della musica e del gruppo (pur esibendosi in passaggi complicati e articolati).

Entra quindi in scena Jim Hall; proviene da Birmingham Alabama, all’inizio degli anni ottanta ebbe due singoli di un certo successo in Usa e nel 1985 cantò nell’album Flash dello stesso Beck.

E’ una gioia ascoltare Morning Dew, dal primo album del Jeff Beck Group (1968).

Morning Dew

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

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Segue I Have To Laugh e poi si torna alla musica strumentale con la classica Star Cycle. In questo genere di pezzi Jeff si avvale di basi con le tracce delle tastiere.

Star Cycle

Un tributo (obliquo) alla musica roots di Lonnie Mack poi un bel duetto tra la chitarra arpeggiata di Beck e il violoncello di Vanessa Freebairn-Smith.

Mnà na h-Éireann

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

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Dall’album del 1977 Melodies del Jan Hammer Group viene proposta Just For Fun. Jazz Rock cantato, ma non esattamente un pezzo d’impatto.

Just For Fun

Little Wing di Jimi Hendrix viene proposta nell’arrangiamento chitarristico di Beck ed è seguita da A Change is Gonna Come

A Change is Gonna Come (filmed by Franco “John Sunday” Romagnosi)

Big Block arriva dall’album Guitar Shop del 1989, poi è il momento di ‘Cause We Have Ended As Lovers di Stevie Wonder. Questo brano fu pubblicato su Blow By Blow (1975) di Jeff Beck, il suo album forse più celebrato, il primo album che il nostro dedicò interamente all’jazz rock, album che conquistò il disco di platino in Usa. E’ una delle canzoni simbolo di Beck, come sussurro a Saura nell’orecchio “la si può considerare la sua Stairway To Heaven”. Mi sorprendo che il pubblico non sottolinei in maniera più incisiva l’entrata del brano. Me la godo, ma non è una versione da strapparsi l’anima.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Ecco poi You Never Know (dall’album There And Back del 1980), Brush With The Blues (da Who’s Else, 1999) e Blue Wind (da Wired, 1976). Brush With The Blues è uno dei pezzi di Beck che più adoro, ma anche qui mi sembra una versione leggermente sottotono.

Ci si riprende col il finale: Superstition di Stevie Wonder dall’album Beck Bogert & Appice del 1973 e la splendida A Day In The Life dei Beatles.

Superstition

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A Day In The Life

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Il bis ci fa sobbalzare: You Shook Me (!) e Going Down, rispettivamente dal primo (1968) e dal quarto (1972) album di Beck. Entrambe sono assai familiari per i fan dei LZ (diverse le magliette indossate stasera tra il pubblico con l’iconografia del gruppo di Page) a causa della versione della prima apparsa sul primo album del gruppo e delle varie versioni della seconda inserite nel medley di Whole lotta Love versione dal vivo 1973 (la più riuscita quella a LA il 6 giugno 1973, presente nel bootleg Three Days After).

Sono stupefatto, non me le aspettavo. Avesse suonato anche Train Kept A-Rollin’ e Beck’s Bolero sarei probabilmente svenuto.

You Shook Me & Going Down

(filmed by Franco “John Sunday” Romagnosi)

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

Jeff Beck saluta e se ne va. Mi dico che probabilmente non lo vedrò più, difficile immaginare un’altra tournée, ma poi chi può dirlo. La gente inizia ad uscire, io mi dico che è stato un bel concerto. Niente di straordinario, ma ormai Jeff Beck è questo, anche l’ultimo album e bluray (Live At Hollywood Bowl 2017) lo testimoniano, ma rimane uno spettacolo da andare a vedere se se ne hanno le possibilità, Jeff è un musicista magnetico, sulla chitarra è sempre magnifico, e la sua musica sa ancora regalare emozioni, sebbene un po’ più annacquate rispetto al passato.

Usciti dall’anfiteatro mi fermo con Saura, Silvia e Frank a mangiare un gelato nella piazzetta di Gardone Alto. Io e Frank malediciamo per l’ennesima volta l’accidia musicale di Page, come sarebbe bello poterlo vedere on stage un ultima volta in posti simili.

Ci Incamminiamo al parcheggio, una abbraccio, uno scatto e via. Gardone Riviera goodnight.

Tim & Frank Romagnosi – Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.