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The Beatles – Let It Be (2CD Deluxe Edition) (1970/2021 Capitol) – TTTTT

1 Nov

Nuovo stereo mix di Giles Martin e dell’ingegnere del suono Sam Okell che riprendono come riferimento la versione originale di Phil Spetcor usando naturalmente i master 8 piste. Questa versione include anche un cd dedicato al meglio delle outtake. Occasione per parlare un po’ di Beatles qui sul blog.

In breve: i 4 di Liverpool nel gennaio del 1969 si ritrovano ai Twickenham Film Studios per girare una sorta di documentario con l’idea di ritornare a essere un gruppo che suona dal vivo, le cose tra i quattro non funzionano più a dovere da un po’, Harrison ad un certo punto se ne va, il gruppo si ricompatta in aprile agli studi della Apple, esce il singolo Get Back, Glyn Johns prepara un missaggio dell’album – a quel punto chiamato come il singolo – ma il tutto viene bloccato e il progetto abbandonato. Il gruppo si mette di nuovo all’opera ma su di un progetto diverso – Abbey Road – che viene pubblicato nel settembre del 1969, Lennon se ne va e i tre membri rimanenti da gennaio ad aprile 1970 si ritrovano per completare il vecchio progetto ora rinominato Let It Be, album che esce in maggio di quell’anno dopo che il produttore Phil Spector rivede alcune canzoni  aggiungendo le sue tipiche orchestrazioni (McCartney ne sa sarà disgustato).

The Beatles - Let It Be (Special Edition) (2021 Capitol)

Pur tribolato rimane un disco dei Beatles, dunque (quasi tutto) magnifico. Two Of Us di Macca è un gioiellino acustico, il nuovo mix mi pare renda tutto più chiaro.

Dig A Pony di Lennon è un gran bel momento, lento ma dall’andamento Rock … mi imbarazza un po’ mettere i link di Youtube, sono brani così noti, ma poi penso che magari qualche giovane lettore non ha tutta questa confidenza con i Fab Four.

The Beatles - Let It Be (Special Edition) (2021 Capitol)

Di nuovo Lennon per la meravigliosa Across The Universe … uhm, sono di nuovo colto dai dubbi,  difficile recensire oggi un disco dei Beatles, che cosa si può aggiungere? Si finirebbe per usare tanti aggettivi ed iperbole, ma va beh, ormai mi ci sono messo…

I Me Mine è di Harrison, canzone dolce che sa trasformarsi in un rockaccio senza sembrare ridicola, altro pezzo rilevante.

Dig It è invece una di quelle sciocchezzuole dei Beatles che non mi hanno mai preso.

Let It Be di Macca è un patrimonio dell’umanità, la semplicità da “ballata” in DO non deve trarre in inganno, il brano è profondo, completo, riuscito. Sarà che sono sensibile al tema toccato e dunque all’ispirazione che ebbe McCartney ma per me rimane un capolavoro. Magari dico un’eresia ma il nuovo mix sembra migliorarla …

Maggie Mae, 40 secondi di un vecchio traditional che parla di una prostituta che derubò un marinaio, momento inutile.

I Got A Feeling è il bel rock che conosciamo

The Beatles - Let It Be (Special Edition) (2021 Capitol)

One After 909 ci riporta ai vecchi Beatles, con The Long And Winding Road non ci resta che piangere, Macca at his best, cosa si può scrivere di una canzone dalla purezza compositiva definitiva? Macca is god!

For You Blue è una canzoncina di Harrison sull’acustica, mentre Get Back di MacCartney è il classico che tutti amiamo e che sembra beneficiare del nuovo mix.

Il materiale bonus consiste in massima parte di registrazioni alternative dei vari pezzi, segnalo Don’t Let Me Down (First Rooftop Performance), The Long And Winding Road (Take 19) e Across The Universe (Unreleased Glyn Johns 1970 Mix)

The Beatles - Let It Be (Special Edition) (2021 Capitol)

In caso qualcuno non abbia questo (ultimo) album da studio dei Beatles questa uscita potrebbe essere un bel pretesto per rimediare, sempre che non siate dei puristi e vogliate i mix originali degli album (io lo sono stato ma ora sono più morbido a riguardo, sarà l’età). Di solito riguardo i grandi album dei Beatles sono altri titoli ad essere citati, ma Let It Be rimane un grandissimo disco.

Tracklist
CD 1 Let It Be

01. Two Of Us (3:36)
02. Dig A Pony (3:55)
03. Across The Universe (3:48)
04. I Me Mine (2:25)
05. Dig It (0:51)
06. Let It Be (4:03)
07. Maggie Mae (0:40)
08. I’ve Got A Feeling (3:38)
09. One After 909 (2:54)
10. The Long And Winding Road (3:38)
11. For You Blue (2:33)
12. Get Back (3:08)

CD 2 Outtake Highlights

01. Morning Camera (Speech – Mono) – Two Of Us (Take 4) (3:42)
02. Maggie Mae – Fancy My Chances With You (Mono) (0:58)
03. For You Blue (Take 4) (2:53)
04. Let It Be – Please Please Me – Let It Be (Take 10) (4:33)
05. The Walk (Jam) (0:56)
06. I’ve Got A Feeling (Take 10) (3:38)
07. Dig A Pony (Take 14) (4:01)
08. Get Back (Take 8) (3:53)
09. Like Making An Album (Speech) (0:43)
10. One After 909 (Take 3) (3:27)
11. Don’t Let Me Down (First Rooftop Performance) (3:29)
12. The Long And Winding Road (Take 19) (3:47)
13. Wake Up Little Suzie – I Me Mine (Take 11) (2:16)
14. Across The Universe (Unreleased Glyn Johns 1970 Mix) (3:31)

Queste le varie versioni della nuova edizione:

The Beatles

LET IT BE – 5CD+BLU-RAY SUPER DELUXE WITH BOOK
LET IT BE – 5LP VINYL BOX WITH BOOK
THE BEATLES GET BACK – BOOK
LET IT BE – 2CD DELUXE EDITION
LET IT BE – SINGLE LP
LET IT BE – SINGLE CD

Eric Clapton – “Eric Clapton” (Anniversary Deluxe Edition) (1970/2021 Polydor)

31 Ott

Dunque vediamo un po’ cosa success, grosso modo, e a Clapton dal 1963 al 1969: due/tre anni con gli Yardbirds, uno con John Mayall & The Bluesbreakers, tre con i Cream e uno con i Blind Faith, senza contare le collaborazione con John Lennon & The Plastic Ono Band (1969) e Delaney & Bonnie & Friends (1969/1970). Sette anni circa spesi ad una velocità folle quando il fenomeno della musica Rock era in divenire e lui dunque era uno degli apripista principali. Chiaro che poi può succedere di avere qualche mancamento, di interrogarti sullo status di dio della chitarra che il pubblico ti ha appiccicato, di essere un po’ in confusione (dopo questo album partì l’avventura Derek & The Dominos a cui seguirono un paio d’anni di black out dovuti anche al uso di droghe pesanti).

Primo album solista dunque ma schiacciato fra un travolgente passato e l’imminente disco e tour con i Dominos. Album dunque interlocutorio, in cui Clapton elaborava i primi tentativi di capire chi fosse realmente. L’album arrivò al n. 13 della Top 200 americana, ma non fu un tondo successo. La copertina originale dell’album era questa:

immagine non usata per l’artwork di questo cofanetto a 4 CD mentre regolarmente appare nella nuova edizione in vinile (1 solo LP). Il box set include il mix ufficiale fatto da Tom Dowd (UK version), quello di Delaney Bramlett (già apparso nella edizione del 2006) e infine quello di Eric Clapton proposito nella sua completezza qui per la prima volta. Il materiale bonus era già apparso nella edizione precedente con la sola eccezione di un mix alternativo di Comin’ Home. Il mix usato per il vinile dovrebbe essere quello classico di Tom Dowd (non ne sono certo, però, non avendo l’LP).

Eric Clapton - Eric Clapton (Anniversary Deluxe Edition) (2021) EAC Rip | FLAC (tracks, cue, log, scans) - 1.1 GB | MP3 CBR 320 kbps - 536 MB 2:35:16 | Rock, Blues Rock, Classic Rock | Label: Polydor

Slunky (Bramlett – Clapton) è lo strumentale che apre l’album e che rappresenta bene lo spirito che aleggiava ai tempi: fiati che spingono, buon groove, qualche ottimo intervento con la Stratocaster. Bad Boy (Bramlett – Clapton) è un blues infettato di funk, il sapore e quello americano visto il produttore, i musicisti e il nuovo corso di Eric, blues semplice ed efficace. La voce di Clapton non è ancora al livello di ciò che sarà dal 1974 in poi.

Il tema di Lonesome And A Long Way From Home (Bramlett · Leon Russell) è esattamente quello di Bad Boy ma il brano è più ritmato, la firma di Leon Russell si sente, momento gradevole di nuovo spinto da un bel lavoro di fiati. After Midnight del grandissimo J.J. Cale aggiunge substrato alla caratura dell’album, la versione di Clapton è riuscita, velocità diversa dall’originale e confezione più ricca. Assolo d’obbligo col tipico suono della Fender Stratocaster.

Easy Now (Clapton) gioca con l’acustica, pezzo che ricorda un po’ lo stile del suo grande amico George Harrison. Blues Power (Clapton – Russell) è uno dei grandi pezzi di questo album malgrado all’epoca – mi par di ricordare, criticarono l’aspetto, diciamo così, solare del pezzo (probabilmente da lui volevano sentire solo blues che avessero a che fare con tematiche e suoni più profondi e cupi).

Il ritmo frizzantino continua con Bottle Of Red Wine (Clapton) canzonetta senza troppe velleità, un po’ come Lovin’ You Lovin’ Me (Bramlett · Clapton), gradevoli certo, ma leggerine. I’ve Told You For The Last Time (Bramlett – Steve Cropper) non di discosta troppo da queste ultime, I Don’t Know Why (Bramlett – Clapton) è un pelo più riflessiva e prepara il campo per il brano finale, la bella Let It Rain (Bramlett – Clapton) con quell’andamento molto americano (nell’accezione positiva), Jim Gordon e Carl Radle alla sezione ritmica fanno un ottimo lavoro.

Chi vuole  sbizzarrirsi nel cercare le di differenze dei due mix alternativi può naturalmente farlo, ma son cose secondo me riservate ai fan in senso strettissimo.

Materiale bonus piacevole, Teasin’ (Performed by King Curtis with Delaney Bramlett, Eric Clapton & Friends) è uno strumentale molto accattivante,

Comin’ Home (Alternate Mix) (Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton  – unreleased mix) è altrettanto amabile. Quando parte un blues il mio animo entra sempre in mobilità allerta sebbene io sia molto esigente a riguardo e dunque alla fin fine tenda a disdegnare buona parte dei blues canonici che sento. Questo Blues In “A” (Session Outtake) è uno di quelli, ma è suonato da musicisti che lo hanno nel sangue e dunque anche un esercizietto come questo mi risulta carino. Belle chitarre, bello l’organo di Bobby Whitlock, bel bluesetto insomma, il tocco di Eric era davvero speciale. She Rides (Let It Rain alternate version), I’ve Told You For The Last Time (Olympic Studios version), I Don’t Know Why (Olympic Studios version) seguono e si chiude con Comin’ Home (single a-side) (Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton), e Groupie (Superstar) (single b-side) (Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton), quest’ultima è giusto una b side di un 45 giri, niente male però, uno di quei brani alla Cry Me A River che ascolto sempre con piacere.

Sarà che ho una predilezione per gli album obliqui e non del tutto definiti ma il primo di Clapton a me piace parecchio, questa edizione in pratica aggiunge pochissimo a quanto già pubblicato in passato  (purtroppo ormai siamo abituati a queste speculazioni) tuttavia per chi non avesse l’album o possedesse solo una vecchia musicassetta beh, potrebbe essere l’occasione giusta per portarsi a casa un buon disco incastonato in un bel box set.

  • CD 1: The Tom Dowd Mix – The UK Version
    1. Slunky 3.40
    2. Bad Boy 3.59
    3. Lonesome And A Long Way From Home 3.50
    4. After Midnight 3.14
    5. Easy Now 3.03
    6. Blues Power 3.15
    7. Bottle Of Red Wine 3.12
    8. Lovin’ You Lovin’ Me 3.39
    9. I’ve Told You For The Last Time 2.36
    10. I Don’t Know Why 3.23
    11. Let It Rain 5.06
  • CD 2: The Eric Clapton Mix
    1. Slunky 3.34 unreleased mix
    2. Bad Boy 4.20 unreleased mix
    3. Lonesome And A Long Way From Home 3.58 unreleased mix
    4. After Midnight 3.19 released on Life in 12 Bars Soundtrack
    5. Easy Now 2.57 released – this was the only EC mix inserted into the original 1970 Tom Dowd mix LP
    6. Blues Power 3.53 unreleased mix
    7. Bottle Of Red Wine 2.58 unreleased mix
    8. Lovin’ You Lovin’ Me 3.44 unreleased mix
    9. I’ve Told You For The Last Time 2.32 unreleased mix
    10. I Don’t Know Why 3.35 unreleased mix
    11. Let It Rain 5.18 released on Life in 12 Bars Soundtrack
  • CD 3: The Delaney Bramlett Mix ) all mixes released on 2005 Deluxe Edition CD
    1. Slunky 3.35
    2. Bad Boy 3.44
    3. Easy Now 3.00
    4. After Midnight 3.19
    5. Blues Power 3.20
    6. Bottle Of Red Wine 3.09
    7. Lovin’ You Lovin’ Me 4.07
    8. Lonesome And A Long Way From Home 3.52
    9. I Don’t Know Why 3.45
    10. Let It Rain 5.02
  • CD 4: Singles, Alternate Versions & Session Outtakes
    1. Teasin’ 2.17 Performed by King Curtis with Delaney Bramlett, Eric Clapton & Friends
    2. Comin’ Home (Alternate Mix) 3.44 Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton  – unreleased mix
    3. Blues In “A” (Session Outtake) 28
    4. She Rides (Let It Rain alternate version) 5.08
    5. I’ve Told You For The Last Time (Olympic Studios version) 6.49
    6. I Don’t Know Why (Olympic Studios version) 5.14
    7. Comin’ Home (single a-side) 3.15 Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton
    8. Groupie (Superstar) (single b-side) 2.50 Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton

Credits:

  • Eric Clapton – lead guitar, lead vocals
  • Delaney Bramlett – rhythm guitars, backing vocals
  • Stephen Stills – guitars, bass (“Let It Rain”), backing vocals
  • Leon Russell – pianos
  • John Simon – pianos
  • Bobby Whitlock – organ, backing vocals
  • Carl Radle – bass
  • Jim Gordon – drums
  • Tex Johnson – percussion
  • Bobby Keys – saxophones
  • Jim Price – trumpet
  • Jerry Allison – backing vocals
  • Bonnie Bramlett – backing vocals
  • Rita Coolidge – backing vocals
  • Sonny Curtis – backing vocals
  • Producer and arranged by Delaney Bramlett
  • Engineer – Bill Halverson
  • Recorded at The Village Recorder (Los Angeles, California)
  • Photography and album design – Barry Feinstein
  • Equipment – Bill Reed, Clark

UFO “Force It” (Deluxe Edition) (2021 Chrysalis Records) – TTTTT

28 Ott

Seconda metà anni settanta, provincia modenese, sono già l’appassionato di musica Rock che vive in funzione di essa. Il sabato pomeriggio andare al Peecker Sound di Formigine (di fianco alla storica discoteca Picchio Rosso), il più grande negozio di dischi della provincia, è il clou dell’intera settimana: qualche ora passata ad aggirarsi tra i tanti scaffali e ad immergersi in quel mondo da sogno fatto di centinaia, migliaia, di LP. Sono in compagnia di Biccio, il mio amico fraterno nonché tastierista della band di cui faccio parte (la Sallow Band, ora tramutatasi in The Strangers) e di suo fratello più piccolo, Màrcel, batterista del gruppo. Biccio compra Trilogy degli ELP, Marcel News Of The World dei Queen e io Force It degli Ufo. Su Ciao 2001, la rivista più in voga tra noi appassionati, un recente articolo parlava di questo gruppo inglese dedito all’Hard Rock di stampo Zeppelin (ma il riferimento al dirigibile di piombo era presente in ogni articolo e in ogni recensione che avessero a che fare con l’Hard Rock). Nel tardo pomeriggio, a casa di Biccio, iniziammo ad ascoltare, quei tre dischi sarebbero diventati album che avremmo amato molto, a me in particolare avrebbero fatto parte delle fondamenta su cui costruire il mio essere.

Ufo - Force It (Remastered Deluxe Edition) (2021) Chrysalis Records

Force It fu il primo album degli UFO ad entrare nella TOP200 americana, la classifica ufficiale più importante al mondo, arrivando sino al 71esimo posto. E’ il secondo album con Schenker alla chitarra e il primo vero album davvero corposo del gruppo. La copertina della copia che acquistai (printed in USA) aveva le due figure nel bagno sfumate (la censura statunitense è sempre stata ridicola) così da ragazzino in balia delle prime vere pulsioni date dal testosterone, immaginavo che nella vasca fossero raffigurate due donne. L’artwork è della famosa Hipgnosis, io ci ho sempre visto un po’ di Magritte, ad ogni quella prospettiva volutamente sghemba la ho sempre apprezzata.

UFO 1975 (L to R) Andy Parker- Pete Way - Phil Mogg - Michael Schenker

UFO 1975 (L to R) Andy Parker- Pete Way – Phil Mogg – Michael Schenker

Let It Roll è un po’ centurionica nell’andamento, ma è trascinante e le chitarre soliste di Schenker sono uno spettacolo. Costruzione elementare, sezione ritmica giusto sufficiente ma la voce di Mogg e i fraseggi di Schenker sono stupefacenti. Ricordo il Tim adolescente rapito dalla sezione lenta dove i ricami chitarristici si fanno magnifici. Pezzo che è un classico della band ancora in scaletta.

Shoot Shoot è un Hard Rock And Roll di gran livello pur nella sua semplicità, di nuovo gli interventi della solista di MS sono fenomenali. Anche Shoot Shoot a tutt’oggi è considerato un classico del gruppo.

High Flyer mi irretì completamente, quadretto acustico delizioso, belle melodie, chitarra acustica gentile e assolo ispirato. Le tastiere (di Chuck Churchill dei Ten Years After) sono invece lofi, quei tappeti che riempiranno anche ma che sono noiosi e dozzinali.

Love Lost Love è di nuovo hard rock con un respiro melodico apprezzabile. La ritmica teutonica e quadrata della chitarra di Schenker è scalfita meravigliosamente dall’ennesimo bell’assolo del biondo di Sarstedt. La sequenza di bei pezzi continua con Out In The Street, un grazioso pianino su cui emerge la bella voce di Phil Mogg e la chitarra geometrica di Schenker. L’alternarsi tra momenti dolci e ruvidi, l’inizio incntevole dell’assolo di Schenker, la genuinità del gruppo.

Mother Mary parte decisa, Hard Rock europeo cazzuto trascinato da un gran cantante e da un giovane asso della chitarra. Quello che fa vincere questo gruppo è l’aspetto melodico (ma mai mieloso), anche nei brani più duri c’è sempre un momento di dolcezza che poi dà ancora più corpo agli sviluppi chitarristici sempre riusciti. Dopo sei grandi pezzi ci sta che arrivino un paio di brani meno incisivi come Too Much of Nothing e Dance Your Life Away che comunque contengono momenti validi al loro interno. La sezione ritmica sembra qui meno efficace. This Kid’s / Between the Walls è una sorta di pezzo diviso in tre parti: dapprima il capitolo hard rock, poi quello blues (un po’ troppo quadrato e pesante) e infine la chiusura psichedelica che in qualche modo riporta ai primi due album del gruppo. Niente male. Degna outro di un gran disco.

L’outtake A Million Miles inizia come una ballata, magari non proprio originalissima, ma una di quelle in cui mi ci riconosco sempre …

Seems I lost my direction
Was it all just in a word?
Thought I found that something’s real
Now I’m lost, don’t know where to go

poi si fa hard rock prima di ritornare al mood iniziale. Giusto che al tempo non sia finita sull’album, roba per fan come me.

Il secondo CD/LP contiene il concerto del 23 settembre 1975 allo studio Record Plant di Sausalito (California) davanti ad un ristretto numero di fan. In formazione era arrivato da poco d Danny Peyroneli alle tastiere, che col suo stile percussivo cercava di dare un colore in più alla musica degli UFO. In scaletta soprattutto brani presi dai primi due album con Schenker (dunque Phenomen del 1974 e appunto Force It) e un paio di cosette dal primo periodo. La qualità della registrazione non è il top, in più all’inizio Schenker a tratti sembra un po’ fuori fuoco (le prime fasi di Doctor Doctor traballano), ma poi la band prende confidenza e porta a casa un buon risultato.

LP vinyl  •  2CD set • Remastered audiUFOLa deluxe edition dunque non è male, anche se non contiene nulla di nuovo (se non il remaster), visto che la outtake e il concerto furono già pubblicati in edizioni passate. Detto ciò va ribadito che Force It è stato, è, e rimarrà sempre uno dei più fulgidi esempi di hard rock britannico degli anni settanta. Probabilmente il culmine dell’era Schenker è Lights Out del 1977, ma Force It vi è subito dietro. Per chi segue questo blog, album da avere.

◊ ◊ ◊

2LP vinyl  •  2CD set • Remastered audio

Tracklist

(nella versione 2 LP, la outtake non è presente / il concerto di LA 1975 esce per la prima volta su LP con questa edizione)
CD1
1. Let It Roll (2021 Remaster) (3:55)
2. Shoot Shoot (2021 Remaster) (3:36)
3. High Flyer (2021 Remaster) (4:04)
4. Love Lost Love (2021 Remaster) (3:20)
5. Out in the Street (2021 Remaster) (5:13)
6. Mother Mary (2021 Remaster) (3:48)
7. Too Much of Nothing (2021 Remaster) (3:58)
8. Dance Your Life Away (2021 Remaster) (3:32)
9. This Kid’s / Between the Walls (2021 Remaster) (6:14)
10. A Million Miles (2021 Remaster) (4:46) BONUS TRACK

CD2

1. Intro (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (1:12)
2. Let It Roll (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (5:01)
3. Doctor Doctor (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (5:15)
4. Oh My (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (4:17)
5. Built For Comfort (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (4:42)
6. Out In The Street (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (5:29)
7. Space Child (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (4:43)
8. Mother Mary (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (4:43)
9. All Or Nothing (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (4:39)
10. This Kid’s (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (4:39)
11. Shoot Shoot (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (3:51)
12. Rock Bottom (Live at Record Plant, NYC, 1975 / 2021 Remaster) (9:07)

UFO
  • Phil Mogg – vocals
  • Michael Schenker – guitar
  • Pete Way – bass
  • Andy Parker – drums
Additional musicians
  • Chick Churchill – keyboards (studio album)
  • David Peyroneli – Keyboards (live set)
Production
  • Leo Lyons – producer
  • Mike Bobak, Mike Thompson – engineers
  • Hipgnosis – cover art

Gli UFO sul Blog:

https://timtirelli.com/2015/11/04/ufo-milano-legend-club-1-nov-2015-tttt/

https://timtirelli.com/2013/06/05/ufo-at-the-bbc-1974-1985-2013-chrysalis-tttt%c2%bd/

https://timtirelli.com/2012/04/24/ufo-the-chrisalys-years-1980-86-chrisalys-emi-2012-box-set-ttttt/

https://timtirelli.com/2012/03/25/ufo-seven-deadly-spvsteamhammer-2012-ttt/

https://timtirelli.com/2012/02/10/ufo-the-chrysalis-years-1973-1979-chrysalis-emi-2011-ttttt/

Santana – Blessings And Miracles (2021 BMG ) – TT¾

27 Ott

Quello che un tempo lontano fu il mio chitarrista preferito (fino a che non arrivò il Dark Lord) pubblica, con l’omonima band, il 26esimo album da studio. Per un come me, che ha smesso di seguirlo davvero nel 1978, non aspettarsi granché è d’obbligo, la svolta commerciale del 1999 (con Supernatural, 15 milioni di copie vendute negli USA) non mi ha mai preso e gli album seguenti  non sono mai stati all’altezza del bel tempo che fu, il che è ovvio, la vena creativa dura al massimo 10 anni e oggi siamo già a 40 anni oltre il limite. Tuttavia con l’avanzare dell’età si diventa più sentimentali, e così l’amore per il chitarrista col dolcevita bianco  e con la splendida Yamaha al collo del 1976 , tanto per dire, si fa di nuovo sentire.

il chitarrista col dolcevita bianco e con la splendida Yamaha al collo del 1976

Santana - Blessings And Miracles (2021)

Ghost of Future Pull/New Light funge da intro, misticanza e trascendenza mentre Santana Celebration è uno strumentale che ci trascina nel mondo dei Santana più classici. Rumbalero senza scadere troppo si rifà alle cose degli ultimi decenni. 

Joy ci dà di reggae e sembra di sentire Amy Winehouse, Move torna a battere le strade dell’easy listening odierno, con quei cantati insopportabili e quella aria da commedia latinoamericana da due soldi. 

La versione di Whiter Shade Of Pale (Feat. Steve Winwood) dei Procol Harum poteva tranquillamente essere evitata, pur cercando un arrangiamento contemporaneo, non decolla, nemmeno con Winwood. Break (Feat. Ally Brooke) vuole riportare il gruppo al centro della musica popolare moderna, ma quel che riesce a fare è allontanare i vecchi fan come me. Simile a certe noiose ballate pop velate di jazz di Sting.

She’s Fire è inascoltabile, i Santana che cercano di fare il verso alla musica di melma di questi anni non si possono sentire. Peace Power (Feat. Corey Glover) porta un venticello Rock che ritempra, America For Sale (Feat. Kirk Hammett & Marc Osegueda) cerca di fare lo stesso, ma questo alternarsi di generi confonde. Ci sono dei gran chitarroni ma sembrano fini a se stessi.

Breathing Underwater ricaccia il Rock all’angolo e la musichetta pop un po’ astratta torna alla ribalta. E via di nuovo sull’ottovolante con Mother Yes, tentativo di tornare agli origini.

Song For Cindy è piacevole, uno strumentale dove la chitarra di Carlos ci rimanda in posti famigliari, in Angel Choir/All Together (Feat. Chick Corea & Gayle Moran Corea) viene scomodato addirittura Chick Corea, e meno male, il livello della musica migliora notevolmente. Ghost Of Future Pull II è un brano breve ma degno dei Santana, nulla di che, nemmeno un paio di minuti a mo’ di outro, ma con un sapore musicale buono. 

I primi e gli ultimi tre brani salvano il disco, il resto è superfluo e inutile.

Carlos alla chitarra è sempre un portento, alla sua età sono pochi che ancora suonano così, il materiale però è troppo debole, non essendoci un minimo di continuità e coerenza poi l’ascoltatore non può che rimanere con un bel po’ di punti interrogativi in mano.

Tracklist:
01. Ghost of Future Pull/New Light
02. Santana Celebration
03. Rumbalero
04. Joy
05. Move
06. Whiter Shade Of Pale (Feat. Steve Winwood)
07. Break (Feat. Ally Brooke)
08. She’s Fire
09. Peace Power (Feat. Corey Glover)
10. America For Sale (Feat. Kirk Hammett & Marc Osegueda)
11. Breathing Underwater
12. Mother Yes
13. Song For Cindy
14. Angel Choir/All Together (Feat. Chick Corea & Gayle Moran Corea)
15. Ghost Of Future Pull II

Total time: 56:51

Lou Reed – Live At Alice Tully Hall (January 27, 1973 – 2nd Show) (Remastered) (2021RCA Records) -TT½

26 Ott

Quando si tratta di ascoltare Lou Reed dal vivo nel 1973 (e 1974) sono sempre pronto, gli album Rock And Roll Animal (1974) e Live (1975) tratti dallo stesso concerto del 21 dicembre 1973 a NYC, sono indimenticabili, il primo soprattutto è uno dei migliori album dal vivo di tutti i tempi. Quella band era spettacolare, se penso ai due giganti della chitarra, Dick Wagner e Steve Hunter, mi vengono i brividi.  In occasione dello Record Store Day del 2020 la RCA ha fatto uscire questo live relativo al secondo show tenuto al Lincoln Center di Manhattan del 27 gennaio 1973. La band che accompagnava Lou nei mesi successivi all’uscita di Transformer (1972) era quella dei Tots, un insieme di ragazzi piuttosto inesperti che Lou licenziò ad inizio maggio del 1973. Tuttavia per me è impossibile tralasciare una registrazione del genere, visto che considero quel paio danni che vanno dal 1972 al 1974 il momento di maggior scintillio per quanto riguarda le esibizioni dal vivo di Lou Reed. Certo, le performance di questa band lasciano a desiderare, ma tant’è …

Cover

White Light/White Heat mette subito in evidenza la caratura dei Tots: livello mediocre, nessun arrangiamento, chitarre non  distorte e basiche, bassista e batterista impalpabili. Perché Lou scelse questo gruppo per portare dal vivo un disco potente come Transformer é un mistero. Anche in Wagon Wheel le cose non cambiano, è tutto ridotto all’osso, sembra esserci poco o niente di artistico, al di là delle grandi canzoni di Lou. Per alcuni magari l’aspetto scarno della cosa potrà anche avere un senso ma in una prospettiva più ampia non si può non notare la pochezza della proposta strumentale. Risentire però pezzi come I’m Waiting for the Man è sempre toccante, malgrado l’accompagnamento non all’altezza (sul finale sono tutti imbarazzanti … livello da gruppo parrocchiale). Walk and Talk It mette in scena un pelo di brio in più ma Sweet Jane riporta tutti alla realtà, che nullità di band! Le cose sembrano andare meglio in New Age, l’andamento lento e strascicato sembra nascondere le magagne. Con Vicious si torna alla sofferenza, in I Can’t Stand It il batterista è chiaramente inadeguato. Satellite of Love è quel tipo di pezzo dove persino un gruppetto come questo può portare a casa senza tragedie. Senti Heroin, ti viene alla mente la versione su Rock And Roll Animal e fatichi ad ascoltarla. Arrivato a I’m So Free pensi a quello che scrisse Paul Nelson di Rolling Stone, presente sia ai concerti del Lincoln Center che a quelli dell’Academy:

“As it happens, I had seen Reed and a mediocre pickup band at Lincoln Center some months earlier in his first New York non-Velvets appearance and he was tragic in every sense of the word. So, at the Academy, I didn’t expect much and when his new band came out and began to play spectacular, even majestic, rock & roll, management’s strategy for the evening became clear: Elevate the erratic and unstable punkiness of the centerpiece into punchy, swaggering grandeur by using the best arrangements, sound and musicians that money could buy; the trimmings, particularly guitarists Dick Wagner and Steve Hunter, were awesome enough so that if Reed were merely competent, the concert would be a success. And it was, as one can judge from the resultant albums. The band does not emulate the violent, hypnotic, dope-trance staccato power and subway lyricism of the Velvet Underground, but rather opts for a hard, clean, clear, near-royal Mott the Hoople/Eric Clapton (Layla) opulence and Reed sings out most of the songs in his effective street-talk style. Animal, coming first, naturally contains the best performances (“Intro/Sweet Jane,” “White Light/White Heat,” the first half of “Rock ‘n’ Roll”).

Anche all’epoca il concerto di cui stiamo scrivendo apparve tragico.

Walk On The Wild Side non fa troppi danni, Rock And Roll non funziona e Sister Ray finalmente chiude il concerto.

Mi chiedo come mai esistano registrazioni multitraccia di questo concerto, evidentemente qualcuno ai piani alti decise valesse la pena registrare la band per un possibile album dal vivo (e allora questo comportava un dispendio di mezzi tecnici notevole e quindi un budget rilevante). Un bel coraggio, un bello spreco di risorse.

Album dunque insufficiente, i pezzi di Lou e dei Velvet sono meravigliosi ma confezionati in maniera sciatta.

Tracklist:
1. White Light/White Heat (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (03:53)
2. Wagon Wheel (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (04:22)
3. I’m Waiting for the Man (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (08:09)
4. Walk and Talk It (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (04:01)
5. Sweet Jane (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (05:25)
6. New Age (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (05:30)
7. Vicious (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (03:33)
8. I Can’t Stand It (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (04:01)
9. Satellite of Love (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (03:46)
10. Heroin (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (09:20)
11. I’m So Free (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (03:53)
12. Walk On the Wild Side (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (06:51)
13. Rock and Roll (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (07:28)
14. Sister Ray (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (10:58)

Backing Band – The Tots 

  • Bass – Bobby Resigno
  • Drums – Scottie Clark
  • Guitar – Eddie ReynoldsVinnie Laporta
  • Vocals, Guitar – Lou Reed

Dream Theater – A View From The Top Of The World (2021 Inside Out Records) – TTT+

24 Ott

Ecco il nuovo album dei Dream Theater, non esattamente my cup of tea, ma ogni tanto uscire dai propri orizzonti non può che fare bene. La copertina mi pare brutta (ma ormai tutte lo sono) comunque in linea col visual del progressive metal. Sette pezzi, tutti molto lunghi, solite impeccabili performance strumentali, metodo compositivo articolato (sempre troppo per i miei gusti), ritmi irregolari e batteria usata alla maniera che tutti conosciamo. Questo è il 15esimo album da studio.

Dream Theater - A View From The Top Of The World (2021) Label: Inside Out Records

The Alien apre le danze con tempi dispari alternati a passaggi metal e ad aperture melodiche. Il pezzo è scritto da La Brie, che alla voce mi sembra meglio di quanto mi aspettassi. Mike Mangini alla batteria è indubbiamente sospinto dal genere che caratterizza il gruppo e non lascia nulla di intentato pur di farsi sentire. Petrucci, che si occupa anche della produzione, alla chitarra è il solito portento. Nove minuti di progressive metal ai massimi livelli.  

Answering the Call continua il solco, grandi prove strumentali, nessuna melodia vocale che si discosti dal genere, ma la band sembra ancora alive and kicking. Con Invisible Monster si inizia a sentire un il limite della gamma espressiva messa in campo, magari sono io, amante del rock anni settanta attento prima di tutto alla qualità dei pezzi, alla varietà del mood musicale e alle linee melodiche. Sleeping Giant conferma quanto appena detto, le soluzioni musicali cominciano a ripetersi e a perdere mordente. L’intro strumentale di Transcending Time mi pare molto bella così come la parte dopo la strofa e certi riffoni di Petrucci. Forse il pezzo che preferisco. Verso il minuto 5:00 c’è un bell’intermezzo di piano dopo di che ancora il bel lavoro di chitarra. 

Awaken the Master è un concentrato di metal sposato al progressive, non che sia una novità per questa band ovviamente, che però non sembra nulla di particolare. A View from the Top of the World è una suite musicale di oltre venti minuti, una avventura epica. Dal minuto 9:00 al 14:00 vi è un parte più riflessiva e lenta, su cui lirica si alza la chitarra, il momento che preferisco del brano.

Al di là dei gusti personali non è da tutti suonare certi lavori musicali, occorre essere molto capaci e concentrati, però credo che la batteria stanchi parecchio, quel drumming incessante senza un attimo di respiro non fa per me, e certe soluzioni come i riff di chitarra alla Kashmir (come li chiamo io) si ripetono troppo spesso all’interno delle composizioni, ma capisco che sia il marchio di fabbrica del gruppo.

Di sicuro i Dream Theater sono un gruppo ancora in salute ma non so quanto abbiano ancora da dire, magari dovrebbero rivedere certe cose, ma capisco che in un genere come questo, in tempi come questi, rivedere le proprie convinzioni e la propria storia non sia automatico.

Tracklist:
1. The Alien (09:31)
2. Answering the Call (07:35)
3. Invisible Monster (06:30)
4. Sleeping Giant (10:04)
5. Transcending Time (06:24)
6. Awaken the Master (09:47)
7. A View from the Top of the World (20:23)

Dream Theater

  • James LaBrie – vocals
  • John Petrucci – guitars, production
  • John Myung – bass
  • Jordan Rudess – keyboards
  • Mike Mangini – drums

Production

  • James “Jimmy T” Meslin – engineering, additional production
  • Andy Sneap – mixing, mastering
  • Hugh Syme – art direction, illustration, design
  • Rayon Richards – band photos

 

Brian May “Back To The Light (1992) – (2021 reissue – Universal Music) – TTT+

22 Ago

Ricordo bene questo album di Brian, uscì in piena Queenmania a un anno di distanza dalla morte di Freddie e qualche mese dopo il celebre concerto tributo a lui dedicato. In quel momento in Europa (e in buona parte del mondo – nord America escluso) non si ascoltava altro, pareva non ci fossero che i Queen. Avevo molte aspettative per Back To The Light, nel 1989 ero tornato a seguire il gruppo con passione e speravo che il disco di May potesse essere all’altezza. Ho amato parecchio i Queen, ma in un loro periodo ben preciso, diciamo dal 1975 al 1980 perché a differenza dei veri fan non ho mai avuto un attaccamento speciale per i primi tre dischi e quelli usciti dopo The Game mi mandarono in confusione. Flash (dicembre 1980) e Hot Space (1982) furono delusioni mica da ridere. Tornai a frequentarli con The Works (1984) che fu un album non incredibile ma importante per la mia vita (insieme a Slide It In degli Whitesnake fu la mia colonna sonora di quell’anno). A Kind Of Magic e The Miracle non mi convinsero del tutto, d’altra parte conobbi i Queen con A Day At The Race (1976) e News Of The World (1977) e dunque non potevo che pretendere maggiore qualità. Poi, nel gennaio del 1991 ascoltai per radio l’anteprima del singolo Innuendo. Ero in un albergo a una stella a Milano, in un contesto urbano e spirituale molto, molto blues, prima di prendere sonno in quella umida e squallida stanza accesi la radio e il dj passò quello che era il nuovissimo singolo del gruppo. Mi colpì molto e ancora oggi ritengo sia l’unico pezzo epico degno di Kashmir dei LZ. Accadde poi l’inevitabile, a cui seguì il Freddie Mercury Tribute Concert, evento teletrasmesso live in tutto il mondo che contribuì a spedire i Queen nell’iperspazio. 

Il singolo Driven By You mi piacque, benché provenisse dagli spot pubblicitari che May scrisse per la casa automobilistica Ford, come mi piacque il fatto che Cozy Powell fosse della partita, ma poi gli entusiasmi si affievolirono, gli album solisti di membri dei grandi gruppi non hanno mai retto il confronto con quelli dei gruppi di provenienza.

Back To The Light è riproposto adesso in versione superdeluxe.

Brian May Back to The Light reissue

The Dark funge da introduzione, Back To The Light (Powell alla batteria) è brillante, sospesa com’è tra momenti di dolcezza e sfuriate elettriche, buono l’assolo di chitarra.

Con Love Token (Powell alla batteria) ci si dà all’Hard Rock velato di Rock Blues,  peccato abbia certe parti melodiche uguali a Headlong dei Queen, inoltre io ci sento echi degli Eurorhytmics e di Robert Palmer.

Resurrection (Powell alla batteria) è un pezzo da centurioni, costruzione scontata, tempo di batteria da gruppo teutonico pronto per il Rockpalast. Ci si sono messi in tre per scrivere questa brodaglia metallica. Tastiere banali, arrangiamenti dozzinali, assolo tra hammers on e tapping da dimenticare. Pezzo sopra le righe che sconfina nel kitsch.

Too Much Love Will Kill You la ascoltai la prima volta al Freddy Mercury Tribute e già allora mi parve una canzoncina caruccia ma nulla più. Risentirla oggi non mi fa cambiare idea. Magari ci sono momenti della vita in cui ci si può far cullare dalla retorica contenuta nel testo e dalla melodia gradevole (ma comune), però temo non sia un capolavoro sebbene in alcuni momenti l’uomo di blues che sono si commuove.

backtothelight reissue Brian May

Driven By You è altrettanto ruffiana, giretto armonico usatissimo, chitarrone distorte, approccio alla Bryan Adams, assolo alla Brian May. Canzoncina da ascoltare il sabato mattina mentre si è intenti a riassettare casa.

Nothin’ But Blue (Powell alla batteria / John Deacon al basso) è una sorta di pop blues in minore su cui la solista di May cerca di suonare qualcosa di ispirato, e a tratti riesce nell’intento.

I’m Scared (Powell alla batteria) è un altro brano di Hard Rock, questa volta forse più riuscito ma sempre sopra le righe. A questo punto temo sia stata l’influenza esercitata da Cozy Powell a rendere centurioniche le canzoni di Brian. Last Horizon è uno strumentale alla Beppe Maniglia (https://it.wikipedia.org/wiki/Beppe_Maniglia), a me oggi fa scappare da ridere (proprio come Prelude di Jimmy Page, intendiamoci) ma magari qualcuno lo trova fruibile. Let Your Heart Rule Your Head è imbarazzante, che senso ha una copia carbone di ’39 dei Queen? Mah! L’assolo in stile country però ha il suo perché. Just One Life è un momento riflessivo, un poco enfatico e senza una melodia particolare ma fa parte di quel tipo di canzoni che fregano gli uomini come me.  Rollin’ Over è una cover degli Small Faces che riporta un po’ di brio.

Il bonus disc offre versioni differenti (in massima parte con l’aggiunta della solista), un’ alternate take e cosette registrate dal vivo. Nulla di memorabile.

Quando fai parte di un gruppo che ha vari compositori al suo interno sei costretto a scegliere i migliori due o tre pezzi che hai scritto in un dato periodo per avere chances che vengano approvati dalla band e messi sul nuovo album, quando invece sei in veste di solista pensi che tutto quello che hai prodotto sia degno di pubblicazione così dai alle stampe un disco annacquato, soprattutto se la vena compositiva (che dura tra i 5 e i 10 anni) si è ormai esaurita.

I dischi solisti dei musicisti di grandi band sono – tranne rarissime eccezioni – cose per fan, e Back To The Light non si discosta da questo assunto. Magari assumono un grande valore nella vita delle persone, ma se messi in prospettiva paiono insignificanti per la storia del Rock.

  • CD 1 – Back to the Light
    1. The Dark
    2. Back To The Light
    3. Love Token
    4. Resurrection
    5. Too Much Love Will Kill You
    6. Driven By You
    7. Nothin’ But Blue
    8. I’m Scared (Justin’s Mix ’92)
    9. Last Horizon
    10. Let Your Heart Rule Your Head
    11. Just One Life
    12. Rollin’ Over
  • CD 2 – Out of the Light
    1. Nothin’ But Blue – Guitar Version
    2. Too Much Love Will Kill You – Guitar Version
    3. Just One Life – Guitar Version
    4. Driven By You Two
    5. Driven By You – Ford Ad Version
    6. Tie Your Mother Down – Live Version
    7. Too Much Love Will Kill You – Live Version
    8. ’39 / Let Your Heart Rule Your Head – Live Version
    9. Last Horizon – Live Version
    10. We Will Rock You – Live Version
    11. Driven By You – Cozy and Neil Version ’93
  • Vinyl LP – Back to the Light
    1. The Dark
    2. Back To The Light
    3. Love Token
    4. Resurrection
    5. Too Much Love Will Kill You
    6. Driven By You
    7. Nothin’ But Blue
    8. I’m Scared (Justin’s Mix ’92)
    9. Last Horizon
    10. Let Your Heart Rule Your Head
    11. Just One Life
    12. Rollin’ Over

BOOTLEGS: Led Zeppelin, Bloomington (MN) january 18th, 1975 – EVSD 2021 (soundboard) – TTT½

29 Mag

Dopo due warm up gigs in Europa, il tour nord americano del 1975 si apre a Bloomington, piccola città del nord degli Stati Uniti nello stato del Minnesota. Minneapolis è solo a 16 km e naturalmente i 15.000 posti del Metropolitan Center sono tutti esauriti.

Per anni di questo concerto non vi è stata traccia sonora poi, pochi mesi fa, la registrazione audience che fa capolino e oggi arriva addirittura anche il soundboard. Molti fan dei LZ non vedevano l’ora di poter ascoltare una registrazione (non ufficiale, ricordiamolo) di buona qualità relativa alle prime date del tour del 1975, un po’ per potersi gustare le rarissime versioni live di The Wanton Song e When The Leeve Breaks con alta qualità audio, un po’ per verificare le condizioni della voce di Plant e capire se i grossi problemi fossero davvero relativi all’influenza presa nelle date successive o cosa.

Ecco dunque che la Empress Valley Supreme Disc ci regala (si fa per dire, i cofanetti bootleg hanno prezzi stratosferici e trovarli è tutt’altro che semplice) il soundboard del primo concerto americano del tour.

“Ladies And gentleman, the American return of Led Zeppelin” dice al microfono il presentatore e poco dopo parte Rock And Roll. Il suono della chitarra lascia allibiti: non c’è praticamente distorsione, è vero che questo è il tour in cui Page sfoggia il suo suono più pulito di sempre, ma così è davvero inquietante. La voce di Robert Plant non sembra granché, è rauca, roca e in alcuni punti cede. Prende così corpo la teoria che sostiene che i grossi problemi siano dovuti alla operazione alle corde vocali del 1974. L’assolo di chitarra è suonato senza distorsore, l’effetto è comico. E’ vero che Page si è presentato negli USA con l’anulare della mano sinistra fuori uso, ma …

In Sick Again sembra andare meglio ma il primo assolo di chitarra non è all’altezza del nome Jimmy Page. In Over the Hills and Far Away la chitarra è scordata, così la parte iniziale non è godibile come dovrebbe essere. RP fatica con la voce. Il gruppo non suona davanti ad un pubblico dal luglio 1973, diciotto mesi di interruzione si sentono, il gruppo sembra essere poco rodato, i problemi alla mano sinistra di Page, alla voce di Plant e al consumo di certe sostanze poi amplificano le difficoltà.

In quelle condizioni ci vuole coraggio ad affrontare un pezzo come When the Levee Breaks, ma il gruppo ne ha sempre avuto, persino troppo. Per il fan che sono avere WTLB in qualità soundboard è una gran cosa, la versione tuttavia è slabbrata, il lavoro alla slide di Page è impreciso ma la improvvisazione finale – se vogliamo – ha un suo perché. La qualità audio sembra un poco sbilanciata verso frequenze alte.

Led Zeppelin, Bloomington (MN) january 18th, 1975 - EVSD 2021 (soundboard)

The Song Remains the Same fila via piuttosto bene, il gruppo sembra iniziare ad ingranare pur con le magagne tipiche della prima data di un tour. Nel registro basso di The Rain Song RP mostra di essere ancora un cantante molto espressivo e i LZ di essere – nonostante tutto – il più grande gruppo della storia del Rock (sì, perché poi se vi vanno ad ascoltare i bootleg soundboard degli altri gruppi non è che siano tutte rose e fiori).

Led Zeppelin - Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN, 18 january 1975

Kashmir (anch’essa in accordatura aperta, come la precedente) procede liscia e apre la strada a The Wanton Song l’altro pezzo che noi amanti del gruppo avremmo sempre voluto sentire in buona qualità audio e lasciatemi dire che con questo pezzo tornano i LZ che conosciamo, se non altro nell’atteggiamento. Il gruppo sembra più caldo e dunque rockeggia bene, peccato che al momento in cui Page parte con l’assolo la registrazione si interrompa e riprenda con No Quarter, più a meno durante l’assolo di piano di John Paul Jones, brano questo che si sviluppa piuttosto bene.

Led Zeppelin, Bloomington (MN) january 18th, 1975

Led Zeppelin soundcheck – Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN, 17 january 1975 – Photo Neil Preston

Anche Trampled Underfoot contribuisce a riportare il gruppo su buoni livelli, in Moby Dick Page cambia i break di chitarra, forse per il problema all’anulare.

In My Time of Dying è un altro brano in accordatura aperta e Page sembra a suo agio in questo contesto (solo in WTLB  – anch’essa in G open tuning – e sembrato in difficoltà). Durante la prima parte di Stairway To Heaven le tastiere di John Paul Jones non sono presenti e un fastidioso rumore di fondo, dovuto probabilmente a contatti vari, rovina un po’ la performance. Verso il minuto 3 il piano di Jones torna in vita. Malgrado qualche silenzio di troppo l’assolo di Page sembra sufficientemente vitale. Versione senza dubbio dignitosa, per il pubblico certamente superba vista la lunghissima ovazione.

“Questo è il primo concerto del tour, siete davvero buoni con noi, sappiamo di essere arrugginiti” dice Robert al pubblico adorante. 50 secondi del riff di Whole Lotta Love senza cantato servono da trampolino di lancio per Black Dog, ultimo pezzo della serata, suonato discretamente.

Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN january 18 1975 b

Soundcheck – Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN, 17 january 1975 – Photo Neil Preston

 
Bootleg dunque non certo memorabile (ma sappiamo che per quanto riguarda il tour nord americano del 1975 pochi lo sono, qualità audio a parte) ma di sicuro intrigante in quanto prima data e notevole per le versioni soundboard di The Wanton Song e When the Levee Breaks.
◊ ◊ ◊
 
LED ZEPPELIN
 
MET CENTER, BLOOMINGTON, MN, USA JANUARY 18th, 1975
 
JESUS, LIVE IN MINNEAPOLIS 1975, BOX SET EMPRESS VALLEY [EVSD-1280/1281]
 
EVSD-1280/1281 > WAV > FLAC
 
Soundboard recording:
 
CD 1:
01 Intro
02 Rock and Roll
03 Sick Again
04 Over the Hills and Far Away
05 When the Levee Breaks
06 The Song Remains the Same
07 The Rain Song
08 Kashmir
09 The Wanton Song
 
CD 2:
01 No Quarter
02 Trampled Underfoot
03 Moby Dick
04 In My Time of Dying
05 Stairway to Heaven
06 Whole Lotta Love
07 Black Dog
 
 
 
 
 
 
 

GRETA VAN FLEET “The Battle at Garden’s Gate” (Lava/Republic 2021) – TT½

7 Mag

Qui sul blog parliamo dei GVF dal 2017, quattro anni fa ci colpì l’aria sbarazzina con cui quattro monelli del Michigan portavano in giro il loro amore per i Led Zeppelin, ma già l’anno successivo iniziammo a ricrederci. Quest’anno mi sa che il giudizio continui a non essere proprio positivo. Non è per supponenza, invidia o chissà che, ma solo constatazioni circa lo stato della musica Rock al giorno d’oggi e la non riuscita maturazione del gruppo. Mi sono messo all’ascolto di questo album di buon voglia, ma al primo tentativo dopo quattro pezzi ho dovuto smettere. Volendo poi parlarne qui sul blog mi sono impegnato e ho finito per ascoltarlo tutto. Credo ci siano spunti carini, ma troppe volte i Led Zeppelin tornano prepotentemente a galla. Dopo due extended play e un album vero e proprio sarebbe stata l’ora di un disco da Greta Van Fleet, dove le naturali ispirazioni ed influenze (se non le capisco io!) fossero carburante per l’anima e non un foglio di carta carbone. Al momento i GVF non sembrano riuscire a replicare il percorso degli Heart, altro gruppo innamorato dei LZ, ma capace di tenere a bada le influenze o perlomeno di usarle non in maniera grossolane, per questo i GVF si avvicinano sempre più pericolosamente a Kingdome Come e Great White, gruppi oggi inascoltabili.

I GVF non riescono dove i led Zeppelin stessi hanno costruito il loro successo, magari riciclare idee e riff di altri ma riproporli con stile e marchio di fabbrica proprio.

Ultimo appunto prima di partire con qualche considerazione sui pezzi: la voce di Joshua Kiszka è diventata quasi insopportabile. A furia di rifarsi al primissimo Robert Plant è si è trasformato in una macchietta. Oggi è un cantante difficile da reggere.

greta-van-fleet-the-battle-at-gardens-gate-2021

Parte Heat Above e ti dici, ma veh, in modo autoironico iniziano subito con una citazione (l’intro di Your Time Is Gonna Come) ma poi il pezzo funziona, organo, chitarra, acustica e un sviluppo niente male.

My Way, Soon è un rockettino che sa di già sentito ma che funziona. Assolo alla Joe Perry Aerosmith fine anni ottanta.

Broken Bells parte in maniera riflessiva, ci sono echi di Ship Of Fools di Robert Plant ma fai finta di niente, il pezzo ti fa ben sperare ma poi compare la parte finale di Stairway To Heaven ed inizi a scuotere la testa.

Built By Nations ha un riff alla LZ, un po’ Black Dog, un po’ Whole Lotta Love versione live, il resto non dice nulla.

Age Of Machine continua col songwriting basato su svolgimenti musicali articolati e ricami chitarristici di buon livello, ma anche qui Page è sempre presente: stavolta è il momento di Whisper A Prayer For The Dying dall’album Coverdale-Page.

Tears Of Rain ha una partenza un po’ alla Hotel California, il brano è rovinato dal cantato di Joshua Kiszka, sopra le righe e sempre al limite della propria estensione.

Arrivati a Stardust Chords l’album inizia a stancare. Light My Love non riesce a lenire il tedio, la voce continua ad essere un elemento di disturbo. Il giro di chitarra di Caravel è molto americano, lo spessore del brano non è granché.

The Barbarians continua sugli stessi sentieri, brano per niente memorabile e cantato ridondante. Trip the Light Fantastic non di discosta da quanto appena scritto. 

The Weight Of Dreams inizia con un arpeggio preso pari pari da Babe I’m Gonna Leave You e tu non sai più dove sbattere la testa, anche perché il resto della canzone non si differenzia di un millimetro dalle precedenti: stesso andamento, steso cantato, stessi arrangiamenti.

I GVF si sforzano di scrivere musica ricca, questo glielo si deve riconoscere, ma alla fin fine il progetto da un punto prettamente musicale non decolla, le tracce di valore sono poche e ancora sotto la pesante influenza dei Led Zeppelin. Arrangiamenti troppo simili, pezzi troppo lunghi, deriva verso il massimalismo … troppi orpelli negli arrangiamenti e nella scrittura dei pezzi, la ricchezza e l’eccesso vanno dosate con molta, moltissima cura.

L’influenza dei Led Zeppelin risalta particolarmente nella prima parte del disco, come scritto all’inizio alla quarta prova discografica ci si aspettava maggiore originalità. Temo siano della stessa lega di Frank Marino e Robin Tower, musicisti incapaci di evolversi e togliersi dalla pesante ombra dei propri idoli musicali.

greta-van-fleet-

Nelle classifiche l’album è arrivato in alto: primo nella regione belga della Vallonia, terzo in Germania, sesto in Italia, ottavo nel Regno Unito, secondo in Scozia, undicesimo in Svezia. Da un parte è bello che un disco puramente (hard) rock torni in classifica, significa che ancora c’è un pubblico, e che non tutti si sono rassegnati ed assuefatti alla melma che c’è in giro oggi, ma mi chiedo se non sia l’ennesima conferma che il Rock è prigioniero di se stesso.

Per me il disco non raggiunge la sufficienza, ma se è questa la roba che piace, se è questo il futuro del rock, allora ce ne faremo una ragione. Solo un avvertenza: non venite a romperci le scatole se preferiamo continuare ad ascoltare gli originali.

I Greta Van Fleet sul blog:

https://timtirelli.com/2017/08/13/greta-van-fleet/

https://timtirelli.com/2018/10/22/greta-van-fleet-anthem-of-the-peaceful-army-republic-records-2018/

 

Australian Albums (ARIA)[28]42
Belgian Albums (Ultratop Flanders)[29]13
Belgian Albums (Ultratop Wallonia)[30]1
Dutch Albums (Album Top 100)[31]16
German Albums (Offizielle Top 100)[32]3
Irish Albums (IRMA)[33]62
Italian Albums (FIMI)[34]6
Japanese Albums (Oricon)[35]39
Norwegian Albums (VG-lista)[36]30
Scottish Albums (OCC)[37]2
Swedish Albums (Sverigetopplistan)[38]11
UK Albums (OCC)[39]8
UK Rock & Metal Albums (OCC)[40]

Blackberry Smoke “Live From Capricorn Sound Studios” (3 Legged Records 2020) TTT¾

16 Mar

Mi scrive Livin’ Lovin’ Jaypee e mi propone di mangiare qualcosa in centro durante la pausa pranzo. E’ un giovedì in zona arancione. Ci diamo appuntamento davanti ad una piadineria non distante da dove lavoro, in pieno centro storico. Lui ordina una “Leggenda” io una “Emilia”; ci spostiamo a consumare il pasto sulle panchine di Roma Square. Fa freddo, c’è il sole, intirizziti buttiamo giù le specialità romagnole con una certa voracità mentre osserviamo una coppia di non più giovani sposi che sono stati depositati al centro della piazza da un macchinone blu. Osserviamo l’autista attendere pazientemente mentre la giovane fotografa cerca di immortalare la coppia in scatti suggestivi.

Sono ormai più di cinque lustri che con Jay condivido un bel po’ di vita, dodici anni passati a suonare insieme e altri quindici a far parte della stessa cerchia esoterica di illuminati del blues hanno cementato un rapporto d’amicizia che sembra (ed è) indissolubile (indifferente al calcio Jaypee si professa comunque di religione interista in omaggio al sottoscritto). Lui bassista, quieto, riflessivo, di poche parole, io (il solito) chitarrista rock cagacazzo. Entrambi convinti di essere nati e cresciuti nel bayou della Louisiana.

“Jay, hai comprato qualche disco ultimamente?”

“Dischi no, ma ho fatto il download a pagamento dell’EP dei Blackberry Smoke “Live From Capricorn Sound Studios” del 2020.”

Raccolgo questa informazione e la deposito in un angolo della mia maruga. Condividiamo qualche altro blues e ci separiamo, sono ormai le 14.

Il venerdì sera mi scarico pure io le sessions in questione.

I Blackberry Smoke sono una band di Atlanta formatasi vent’anni fa, il loro rock è di matrice southern ma sono cresciuti ascoltando altresì gli stessi gruppi che abbiamo ascoltato noi (diverse le cover di pezzi dei LZ presenti nelle loro scalette ad esempio). Per un paio d’anni li ho seguiti con attenzione e ho acquistato i loro album, ma poi – vittima del rapporto di amore odio che ho con il Rock oggigiorno – li ho persi per strada.

Ci voleva giusto il mio amico JPC a riportarmi in carreggiata.

In attesa del nuovo album vero e proprio previsto per quest’anno, il gruppo ha deciso di rendere omaggio allo studio celebre per essere stato negli anni settanta il punto d’attracco per il southern rock, lo fa proponendo sei cover di pezzi legati a doppio filo allo studio e alla etichetta Capricorn.

Il bon ton musicale della band nell’eseguire la musica che tanto amiamo c’è ancora tutto: arrangiamenti esemplari, prova d’insieme ottima, sound rotondo e umido.

Per affrontare un classico come Midnight Ryder (Allman Brothers) serve una certa personalità, evitare di essere schiacciati dalla versione originale è un attimo. I BBS ne escono vincitori. Versione riuscita, simile all’immortale masterpiece di Gregg Allman che abbiamo tutti nel cuore, con qualche nuova sfumatura

https://www.youtube.com/watch?v=KxhK5xTDVNg

Take The Highway (Marshall Tucker Band) con Marcus Henderson al flauto. Questa è una delle mie preferite, un po’ per l’ottima dimostrazione che ne dà il gruppo un po’ perché nel mio cuoricino la Marshall Tucker Band ha un posticino riservato. Il flauto riporta nell’aria profumi di un meraviglioso tempo che fu. Bello l’assolo di chitarra dopo quello di flauto. Il caldo suono delle Gibson è sempre un balsamo per le nostre anime tormentate. Bel rock elettrico che ancora sa distinguersi dall’hard rock pur mantenendo una carica decisa. 

https://www.youtube.com/watch?v=Pd-wis4z8o0

Due gli omaggi ai Wet Willie, gruppo di seconda fascia della Capricorn Records negli anni settanta, il primo è Keep On Smiling (Wet Willie)

https://www.youtube.com/watch?v=gXQXukq6wqw

il secondo Grits Ain’t Groceries (Wet Willie) entrambi con Jimmy Hall (dei WW, alla voce) e le Black Bettys (duo vocale anch’esso di Atlanta).

https://www.youtube.com/watch?v=h8ggSs7G3J4

Personalmente li ritengo i momenti più deboli dell’EP, pur essendo affrontati con la solita verve non riescono a convincere del tutto.

Con Revival (Allman Brothers), sempre con le Black Bettys, si torna su livelli degni di nota, è chiaro che la band ha gli Allman Brothers nel sangue.

https://www.youtube.com/watch?v=pFyvy3Rheew

Southern Child (Little Richard) con le Black Bettys. Il pezzo è del 1972 ed è un misto di country-rock, boogie e funk. I BBS la fanno loro e il risultato è uno spettacolo: ritmo irresistibile, Telecaster, slide guitar, armonica. Uno dei due momenti più brillanti dell’album.

https://www.youtube.com/watch?v=LiN0Q3ULbKY

Un buon EP dunque, niente di incredibile, dopotutto trattasi di cover, ma ogni tanto ricordarsi di come va suonato, interpretato e confezionato il rock non è male.