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Tim Tirelli’s School Of Rock

9 Lug

Nel dicembre scorso, durante il secondo video colloquio prima di essere assunto, quello che sarebbe diventato il mio presidente, mi disse:

“Tim, per me è molto importante che tu sia un esperto e un amante della musica Rock, e se verrai assunto tu per la posizione aperta in questione, come presidente ti chiederò – quando potremo ritornare ad organizzare queste cose in presenza – di tenere degli incontri sul Rock, in modo che anche i colleghi più giovani possano approfondire queste tematiche”.

Al che io mi dissi:

“vuoi vedere mio caro Tim Tirelli che essere caduto in mare potrebbe non essere così male in caso fossero questi a ripescarti?”

Come ho scritto qui sul blog più volte, ripartire da zero – professionalmente parlando – per un uomo di una (in)certa età non è roba da poco, reinventarsi non è automatico, ma quando i disegni del blues per una volta girano nel modo giusto, quando i pianeti si allineano, quando la vibrazione universale prende la giusta direzione, allora anche avere un blog, un gruppo rock e una visione blu della vita fanno punteggio e ti ritrovi a vivere una nuova esperienza in una realtà davvero speciale.

Sei mesi esatti di appartenenza ad una delle più belle realtà italiane in campo ipertecnologico, sei mesi a contatto di colleghi giovanissimi (almeno rispetto a me, che naturalmente sono il più vecchio) e dotatissimi con cui, in qualche caso, sono persino diventato amico, una direzione illuminata, un ensemble insomma davvero rimarchevole.

Da qualche mese l’AD mi diceva “Tim, quando sarà il momento giusto faremo la prima (non) lezione di School Of Rock, tieniti pronto”.

Martedì sera il momento giusto è arrivato, e dopo un lungo e importante meeting aziendale, ecco che la School Of Rock di Tim Tirelli ha preso forma.

Non sapevo cosa aspettarmi, credevo ci sarebbero state 10/15 persone, e invece quasi tutta l’azienda era presente. C’era anche Saura, la quale proprio non voleva perdere l’evento.

TT’s School of Rock – Good Company

Ho voluto fare una non-lezione, perché credo che il Rock non si possa insegnare, il Rock lo si riceve in dono da una predisposizione spirituale e lo si impara col chilometraggio. Piuttosto che sciorinare una lista di gruppi e album (che poi ho citato brevemente – alla fine – tanto per dare qualche riferimento cronologico) ho preferito fare delle considerazioni, parlare dell’impatto che il Rock ha avuto sulle vite di un paio di generazioni, sulla spinta che ha dato alla più grande rivoluzione socio culturale del secolo scorso, dei viaggi che inconsciamente ci spinge a fare nelle profondità cosmiche. 

TT’s School of Rock – photo by the CEO

E infine ho preferito far loro toccare con mano cos’è il vero senso del rock. Non potendo portare la band con me (siamo in centro storico, in un contesto protetto dai beni culturali) ho portato comunque con me la Les Paul e il Marshall per far “vivere” ai miei colleghi uno degli strumenti del rock. Ho preferito pormi in maniera schietta, e sopra le righe, ho voluto lasciarmi trasportare dalla mia emilianità, perché è vero che il rock è anche profondità, commozione e intelletto, ma di sicuro una fetta importante del suo fascino è data dal battito primordiale e dallo lo scambio di energia, il Rock è un ballo da strappamutande, è cantare l’Hare Hare e ballare l’Hoochie-Koo.

TT’s School of Rock – photo by the CEO


TT’s School of Rock – photo by the CEO

Io credo di essere stato bravino nell’aver saputo catturare per quasi due ore la loro attenzione, penso che non si aspettassero nulla del genere, questo perché molti di loro non avevano tutta questa confidenza con il concetto del Rock.

Tim Tirelli's School Of foto Saura T

Tim Tirelli’s School Of Rock – foto Saura T


Tim Tirelli's School Of foto Saura T

Tim Tirelli’s School Of Rock – foto Saura T

Lo sapete che disdegno la autoreferenzialità, certo ho il mio ego da soddisfare, ma cerco sempre di tenere i piedi per terra, e la perfetta riuscita della serata la imputo alla magia universale che ha questa meravigliosa musica che amiamo.

Sono bastati un paio di riff e qualche svisata per proiettare i miei colleghi nel Madison Square Garden nel 1973.

Riguardando oggi gli spezzoni dei video inviatemi (e che trovate qui sopra), mi imbarazzo un po’, quando prende il controllo ITTOD (uno dei tre uomini che sono) sono dolori per le altre due sfumature più riservate di me stesso. Ma cerco di non pensarci e di soffermarmi sui commenti che la sera stessa e il giorno dopo hanno fatto i miei colleghi:

♦ ♦ ♦

_The Tuscany Boy : “sei la Rockstar numero uno, serata spettacolare, sei un grande. Sei davvero il numero uno.”

_Mr SMST: “Tim, è stato uno spettacolo, sei la figura più importante dell’azienda. Sei una luce guida”.

_TYM: “è stato il discorso più importante che io abbia mai sentito in tutta la mia vita. Quando hai parlato della ricerca del Nido di Stelle mi sono emozionato fino alle lacrime, perché quello sono io. Quando hai detto che il blues più che tristezza è inquietudine, mi ci sono ritrovato in pieno”

al che io ho risposto: “Figliolo, vedi, se oltre ad essere colleghi siamo diventati amici nonostante la grande differenza di età, ci sarà un perché.  Senza saperlo anche tu sei un uomo di blues. Se ci siamo trovati così bene non è un caso, il nostro incontro è un segno del blues”

E lui, che fino a sei mesi fa probabilmente non aveva la minima idea di che cosa fosse il blues, con un candore commovente mi ha detto “Sì, Tim, hai ragione, è un segno del blues”

_Mr Zlatan: il mattino dopo si affaccia davanti alla mia vetrata con le braccia alzate e le mani che fanno le corna e mi grida:  “Tu sei il demonio!”

Mr IT: ” ….comunque … una sola parola: mitico!!!! Dovresti andare in TV!!!!!”

Mr TOGA: “ciao Tim, super ieri sera, davvero super, davvero superlativo!”

Mr Chairman: “Grande Tim, che Rock, che uomo! Ieri hai dimostrato di essere una vera rock star del blues. Sei un grande Tim!

Il responsabile HR: “Grazie per questa serata. Hai fatto una cosa importante per l’azienda e i ragazzi.”

Tim Tirelli's School Of foto Saura T

Tim Tirelli’s School Of Rock – foto Saura T

♦ ♦ ♦

Pensate che questi commenti li abbia pubblicati per soddisfare il mio ego? No, non è così, lo faccio solo per far capire una volta di più la forza propulsiva del Rock, per mettere a nudo le reazioni delle gente (o meglio di certa gente) quando è a contatto con questa musica universale.

Non posso che ringraziare ancora la persona che, una volta saputo che stavo cercando lavoro, ha fatto da tramite, perché pensava che il connubio tra Timmy Blue e la azienda in questione avrebbe funzionato. Thank you baby, I will always love you.

Early In The Morning Blues

5 Lug

La groupie si sveglia alle 4,30, Palmiro evidentemente ha reclamato la sua razione di cibo, espletato con pazienza il compito di sfamare il felino di cui è innamorata, prima di rimettersi a letto e di ripiombare nel sonno ristoratore, alza un poco la tapparella per far entrare il fresco dl mattino al che io mi desto. Guardo la sveglia, so che non mi riaddormenterò più. Ci provo con tutte le mie forze, ma la maruga ha ripreso a macinare … i personaggi della saga miserella di Aramis Reinhardt vanno e vengono nei miei pensieri formando scie che si trasformano in storie, prendo appunti mentali, ho sonno ma resto intrappolato nella ragnatela del processo che si esplica nella formazione delle idee, dei concetti, della coscienza, dell’immaginazione, dei desideri, della critica, del giudizio, e di ogni raffigurazione del mondo. Minnie alle 5:00 miagola perché vuole uscire. Sottovoce le lancio un urlo: “Minnie!”. Lei capisce e va a posizionarsi nel suo posticino preferito.

Verso le 6 dal comò si lancia sul letto, si viene ad accoccolare tra il mio braccio destro e il torace e inizia a fissarmi. Io chiudo gli occhi nella speranza che averla lì mi concili il sonno, li riapro poco dopo e lei è ancora lì che mi fissa, li richiudo, li riapro e lo sguardo di Minnie è sempre fisso sui miei occhi, li riapro e li richiudo almeno altre cinque volte e lei è lì che mi osserva attentamente. Non so dire se sia adorazione o cosa, se sta semplicemente cercando di capire cose che il suo cervellino non è in grado di elaborare, so solo che in quello sguardo sospeso tra il call of the wild e la interazione col suo umano di riferimento deve esserci – seppur minimo – un barlume di coscienza, dunque di anima.

Ma devo sbarazzarmi di me stesso, mi alzo e vado ad estirpare le erbacce in una lunga aiuola giù in giardino, come mi ha chiesto ieri la groupie. Chino in versione El Jardinero, nel misty morning sun di questa calda domenica mattina di luglio, mi chiedo se Johnny Winter abbia mai fatto di quei lavori qua.

LA SALA DEL BLUES

Dopo pochi mesi dal mio arrivo, una delle grandi stanze dell’azienda in cui lavoro è stata ribattezzata sala Blues. Certo che la Direzione ha una bella pazienza …

la sala blues del posto in cui lavora TT – foto TT

MEA CULPA, MEA CULPA, MEA MAXIMA CULPA

Al telefono con Lollo; come sempre tra di noi non si parla mai del più e del meno, casomai del blues e del treno ovvero del sentimento che per certi versi ci porterebbe a salire sul primo convoglio ferroviario con destinazione il Bayou. Percepisco che il mio amico deve dirmi qualcosa … inizia informandomi che si è comprato un nuovo paio di Adidas e che sta iniziando a provare qualche brivido per questo brand di sneakers (va beh, questo marchio di scarpe da ginnastica) poi, sperando di avermi messo di buon umore, se ne esce con un “devo confessarti che ogni tanto esco in braghe corte anche se devo girare in centro … lo so, ho peccato, ho molto peccato” mi dice sconsolato.

“indossavi i sandali?” gli chiedo

“no, i sandali mai!”

“Va bene, stasera prima di addormentarti tre testi dei The Firm e due dei Bad Company, e che non si ripeta. Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Emerson et Lake et Palmer. Amen”.

 

ADIDAS MANIA

Anche il mio amico LIZN si sta dando all’Adidas, l’altra sera durante il sinodo d’estate degli Illuminati del Blues mi dice: “vecchio, mi son comprato due paia di Adidas, adesso ne compro altre”. E niente, ho capito che sono davvero un influencer, l’Adidas dovrebbe tenerlo presente.

E’ PIU’ FORTE DI ME

Quando entro alla Coop, il sabato mattina, do sempre un’occhiata al reparto libri. Da alcune settimane il libro della leader di Fascisti d’Italia è in vetta alle classifiche. Fatico a capacitarmene, e pensare che il suo partito, la Tega e quello del cavaliere nero hanno ormai più del 50% delle preferenze mi getta nello sconforto. Così mi soffermo un po’ davanti alle copie del libro di Donna Cantaloupe, cerco di resistere, ma poi cedo e lo capovolgo. Non ne vado fiero, ma è più forte di me.

L’ANGOLO DELLA POSTA

Da quanto conosco Marco Borsani, Led Zep uber fan & guitarist extraordinaire? E chi se lo ricorda…direi più o meno da trent’anni, era uno dei fedelissimi lettori della fanzine (1985-2003) che dirigevo. Ci siamo visto un paio di volte recentemente … Robert Plant a Milano, Jeff Beck al Vittoriale … forse anche John Paul Jones all’Alcatraz nel 1999.

L’altro giorni mi manda un messaggio su messenger:

“Ciao carissimo, tutto bene? Ti scrivo per dirti che ho riletto il tuo Oh Jimmy qualche giorno fa! So che sei molto (auto)critico su quel libro scritto troppo “col cuore”, ma mi sento di dirti una cosa. Ho parecchi altri libri musicali degli anni ’80 (Gammamlibri, Arcana, ecc) e direi che nessuno di loro svetta per scrittura, italiani o internazionali che siano. Salvo solo Casamonti, accorato e polemico, ma con una certa personalità in un bel libro su Neil Young. Quindi il tuo Oh Jimmy direi che non ha nulla di che impallidire, ma soprattutto ha retto bene il tempo, meglio di quanto tu pensi. Sarò condizionato dall’argomento e dall’autore, ma è stato piacere rileggerlo! Cerca di scrivere qualcosa d’altro, ti leggo sul blog ma lì è spizzichi e bocconi…. Buona giornata e saluta Saura!”

Ora, pur essendo dotato di un certo ego, sono uno che rifugge (o almeno crede di farlo) la autoreferenzialità. Oh Jimmy (il libro) lo scrissi nel 1987 e oggi mi pare un poco obsoleto e deboluccio, come è giusto che sia, ma ne vado comunque fiero. Certo, magari dal punto di vista critico non ero ancora del tutto maturo, avevo letto da poco Hammer Of The Gods e forse in certe parti il libro ne risente, ma dopotutto è un libretto scritto in un periodo in cui era assai complicato recuperare notizie, verificarle, confrontarle. Tutti i mezzi odierni di comunicazione non esistevano, per cui è stato un lavoro da certosino e mica così semplice. Credo di aver fatto del mio meglio, per le possibilità che avevo allora. Ecco, avrei potuto ribellarmi all’editore per un paio di battute “politiche” da lui inserite, battute che magari oggi condivido anche, ma che sono forzature gratuite. 

Che Marco, experienced man and musician, mi scriva questo mi riempie il cuore. Avrei forse dovuto tenere le sue considerazioni per me, ma ehi, il blog è il mio, il blog sono io, potrò concedermi qualche gratificazione no?

PS: Thank you mate, I appreciate.

 

 

L’architetto delle nuvole (just another white summer blues)

19 Giu

Dalla mia postazione lavorativa osservo le mura che formano il perimetro visivo del posto in cui da cinque mesi lavoro, sono mura che hanno 410 anni, piene di storia e di sacralità, mura che inducono a riflessioni, come non fossero già sufficienti quelle in cui mi perdo ogni cavolo di giorno della mia vita blues. Rifletto sull’equilibrio che dopo tutto riesco a mantenere, un delicato gioco di contrappesi tra l’eccitazione data dal mio approccio Rock e il tenebroso esistenzialismo della mia propensione Blues. Già, la problematicità dell’esistenza del singolo individuo capitato chissà come su un pianeta posto nel buco del culo dell’universo e l’effimera eppur gioiosa forte vibrazione spirituale data dalla musica Rock.

Essendo dotato (almeno così pare) di empatia, di solito riesco ad entrare in sintonia con le persone, perlomeno con quelle che non hanno infilato un manico di scopa su per il sedere, quando questo accade è sempre uno spettacolo farlo con tipetti che magari hanno menti scientifiche brillantissime e che, non contenti del loro talento verticale, cercano in tutti i modi di avere anche la più completa visione orizzontale. Interagire con questi giovani uomini è una goduria. Poco dopo le nove del mattino si ferma da me Mr Miller, sbrigate le faccende lavorative spendiamo un paio di minuti a interpretare a nostro modo il vivere quotidiano, il suo giocoso e molto emiliano atteggiamento scientifico rimane per un attimo spiazzato quando, dopo aver parlato per lavoro di cloud architect, gli dico “beh, in fondo sono anche io un cloud architect, nel senso che costruisco strutture con le nuvole che poi si dissolvono alla prima raffica di vento”. Cavolo, Tim, non avrei mai fatto questa associazione … questa deve finire sul blog!” mi dice il mio amico e collega.

Poco dopo entra un altro giovane uomo, anch’egli dotatissimo, uno dei più promettenti under 30 italiani (secondo una nota rivista di settore). Il Tuscany boy, con la cadenza tipica della sua terra, mi informa di certe faccende lavorative e poi mi chiede un po’ di cosette su di me. Gli spiego in due e due quattro che fino ad una paio di anni fa avevo una aziendina mia che ho dovuto lasciare causa visioni e rapporti mutati e quindi professionalmente reinventarmi e riiniziare da capo, faccenda non semplice alla mia età. Pur sottolineando il fatto di aver avuto una buona stella che mi ha condotto nel posto in cui ora mi trovo, il mio collega – attento com’è – coglie le sfumature blues che percorsi accidentati di quel tipo comportano per uomini di una (in)certa età, così se ne esce con un ” Beh, Tim, allora siamo stati fortunati noi ad averti qui”.

Colpito e lusingato da questo istintivo apprezzamento, invece di bearmici sopra, inizio subito ad interrogarmi sulla percezione di me che hanno alcuni colleghi, percezione che ritengo eccessiva, ça va sans dire. Ho l’impressione che l’individuo che sono, il mio presunto umanesimo, le eventuali doti attitudinali e la conoscenza in campo musicale siano caratteristiche che vengano amplificate. Ho perennemente dubbi riguardo le mie capacità, dubbi che invece gli altri sembrano non avere, è tutto un fiorire di “grandissimo Tim!”, “spaziale Tim!”, “mitico Tim!”.

Quello che mi scoraggia un po’ e che non sono nemmeno capace di godermi queste piccole soddisfazioni che dovrebbero risolvermi la giornata. Ah, essere uomini di blues è un bel tormento.

Timmy blue – autoscatto

PS: nel tardo pomeriggio Mr Miller sulla chat aziendale mi scrive: 

“Oh, Maestro del blues globale, eravate molto belli tu e il tuo capo in pausa pranzo” (stavamo suonando la chitarra … già, ne abbiamo una a portata di mano ndtim) “e mi sono anche un po’ ingelosito … non hai mai suonato per me, ma ti perdono perchè sei il sommo”.
 
A parte che non ho mai suonato per lui perché Mr Miller è un guitar player extraordinaire, sorrido nel leggere gli appellativi usati: “Maestro del blues globale” e “il Sommo”…
Saura direbbe:  “Cosa? Hai messo in piedi anche lì il buraccione del blues?!”
 

DOMENICA SCLEROTICA

Domenica scorsa non ce n’era per nessuno, Ittod (uno dei tre uomini che sono) aveva preso il sopravvento e ho rischiato davvero, in senso lato of course, di andare a dissolvermi in cometa. Non m’importava più di nulla, non mi andava più bene niente, progettavo di scappare, fuggire, cambiare vita, trovare “una stella che sia tutta mia“.

Come non sapessi che il nido di stelle di cui l’uomo di blues è sempre alla ricerca non esiste.

Ma niente da fare, salgo in macchina, non saluto nessuno, fuggo, punto il muso della Sigismonda (la blues mobile insomma) verso le blue highway, come le chiamano gli americani, le stradine basse che portano almeno spiritualmente verso spazi infiniti, verso la libertà d’animo, verso altri orizzonti, sapori, odori.

L’estate emiliana è in piena sbocciatura, campagne assolate, umidità, balle di fieno nei campi, mari dorati di spighe di grano. Dallo stereo della macchina il Golden God canta versi che ho incisi sull’animo … Il mio amore è in combutta con l’autostrada, le luci posteriori si dissolvono con l’arrivo della notte, e le domande a migliaia prendono il volo.

Vago per stradine desolate contando le chiuse dei fossi gonfi d’acqua pronti per l’irrigazione; in questo viaggio tra le campagne che mi hanno generato mi accompagnano il canto delle cicale e le lunghe ombre dei cipressi che segnano le coordinate di piccoli cimiteri di campagna, mi immergo in una nuova estate bianca.

Mi fermo nei pressi di una vecchia villa padronale che pare abbandonata, scendo dalla macchina, all’ombra di grandi querce contemplo il mio povero mondo e il mio stato d’animo.

Ma dove credo di andare, cosa credo di fare, troverei davvero il coraggio, la forza e la determinazione per dare una netta svolta alla mia vita? Suvvia, non scherziamo. E così, mentre Ittod si stempera in Tim e quindi in Stefano, la domenica viene declassata da Sclerotica a Lunatica. E tutto torna alla normalità. Più o meno.

BRAGHETTE CORTE & CALZINI

Con l’estate torna il grosso problema degli uomini in braghette corte, calzini e sandali o ciabatte, un argomento evergreen qui sul blog. Esemplari maschi di umani sui trent’anni che senza porsi nessun problema girano per la città con quelle mise, molti dei quali in puro zio Fedele style. Trent’anni e già conciati così, nessun bon ton estetico, nessun amor proprio, nessuna speranza di vita scintillante.

Altri raggiungono livelli di abbruttimento ancor più sorprendenti. Sono alla Coop, in giro col carrello mi imbatto in un essere surreale. Altezza circa 175 cm, peso circa 110 kg, età indefinibile (tra i 39 e i 59), maglietta bianca beige aderente, calzino corto marrone, sneakers viola e calzoncino verde smeraldo con foggia tipo squadra di calcio del 1974, dunque cortissimo.

squadra di calcio (comunque fighissima) del 1974

Un abominio estetico. Mi chiedo cosa spinga gli uomini a una tale De-Evolution.

 

BEER FOR BREAKFAST

Sabato mattina, solita puntatina mensile a Nonatown, il paesello natio. Mi fermo a far colazione al caffè di fronte al Vox. Ordino un cappuccino e un krapfen alla crema. Mentre vado a sedermi ad un tavolino della veranda esterna, sento l’ordinazione del cliente dopo di me: “Mi porti una birra media? Che sia fredda, eh?”.

La schiuma del cappuccio mi scende lenta in gola mentre osservo quest’uomo – anch’egli dall’età indefinita (39/59 anni) – chino sul cellulare spararsi per colazione alle 10 del mattino una media chiara gelata. Braghetta corta modello cargo, calzino corto di spugna, sneakers pesanti, maglietta della salute di lana anni sessanta, cappellino da baseball in testa.

Ognuno ha il suo blues da piangere.

ARAMIS REINHARDT

Lavoro a parte, in queste settimane sono preso soprattutto dallo scrivere capitoletti delle Avventure di Aramis Reinhardt, un tipetto che qui sul blog si troverebbe bene, presumo. Ho già pubblicato in questo spazio i primi tre capitoli, ora sono alle prese con la stesura del quarto. Siccome nella mia maruga temo sempre di dovermi confrontare con giganti tipo Jack London, Franz Kafka, Philip Roth e Greg Iles, mi chiedo se sia il caso di pubblicare le mie sciocchezzuole.

Sì certo, Lollo, Jaypee e un paio di amici del blog mi hanno dato la loro benedizione, ma poi il dubbio rimane, fino a quando mi scrive il Michigan Boy su whatsapp:

“Ho appena letto il tuo ultimo pezzo sul blog” (ARA III, ndTim) “e mi sono perso in quella atmosfera dark e umanissima. Non vedo l’ora di leggere il resto… Come direbbe Rocco Schiavone, meij cojioni”.

Ecco, la vita poi riassume un senso with a little help from my friends. 

 

SUL PIATTO DELLA DOMUS

 

OUTRO

Tra un paio di giorni ci sarà il solstizio d’estate, sarebbe bello passarlo tutti insieme – noi del blog – alla Boleskine House.

Boleskine House 1876

Non sarà possibile certo, ma almeno sogniamolo, e facciamo un brindisi tutti insieme, con un rum o un Southern Comfort … Alla nostra, donne e uomini di blues, buona estate a tutti, e che il Dark Lord ci protegga … ognuno di noi”

(Ognuno di noi © Tim Cratchit)

Immagino sia questo il perché lo chiamano blues

28 Apr

Uno di quei martedì mattina di fine aprile in cui piove, fa freddo e i pensieri sono cupi. Appena alzato la prima cosa che faccio è chiedere ad Alexa di sparare gli AC/DC … o così o non riuscirò ad uscire di casa …

Al lavoro la mattina passa veloce, un paio di riunioni, i soliti impicci e sono già le 13. Il tempo non permette di stazionare nei tavolini all’aperto dei ristobar, un panino veloce e un giro a piedi in compagnia di me stesso. Non ho una meta precisa, voglio proprio vedere dove mi porta il pilota automatico.

Illustration from 19th century – getty images

Poco dopo mi ritrovo di nuovo in Three Kings Road, la via di cui ho parlato qualche giorno fa qui sul blog. Rigurgiti sentimentali relativi alla tipa con cui stavo e che abitava in quella stradina del centro? Nah, ci mancherebbe altro, giusto la necessità della mia maruga di trovare rifugio nei posti in cui ho vissuto o che ho frequentato nella fascia d’età della mia giovinezza o giù di lì, quella che va dai venti ai trent’anni, trentacinque to’! Ne parlo spesso con i Clarksdale Rebels (i miei streminati amici del blues), c’è evidentemente un riflesso autonomo del cervello che porta un individuo ad avere come riferimenti quegli anni. Non importano le belle cose che possono essere successe dopo, i fatti avvenuti tra i 18/20 anni e i 30/33 sembrano avere la precedenza assoluta nell’immaginario individuale di ognuno di noi, o perlomeno di ogni uomo o donna di blues degno di questo nome.

Sembro spinto da un bisogno ancestrale di ripercorrere luoghi in cui ho formato il mio essere, d’incontrare – anche solo metaforicamente – le persone che mi hanno conosciuto in quegli anni, le persone che sanno o sapevano chi sono e da dove vengo. E allora rigiro quella stradina, rincorro con lo sguardo le finestre da cui mi affacciavo, quel palazzo del 1500 che ancora sembra reggere allo scorrere veloce del tempo.

Mi chiedo se sono il solo a rosolarmi in questo tipo di blues, poi penso a Julia, nove anni fa mi diceva che più un albero diventa grande più le sue radici affondano nella terra … già … poi dopotutto anche un mio carissimo amico a volte rimane intrappolato in un rituale del tutto simile al mio.

Lascio via Tre Re, percorro qualche altra back street e mi ritrovo in via Camatta, la stradina chiusa dove c’era il Wienna, il locale musicale storico della città. Chiunque abbia mai suonato o frequentato il giro dei musicisti è passato per di lì.

Wienna Club – Mutina – Aprile 2021 – foto TT

Quante serate passate tra quelle mura, quanti sogni costruiti intorno alle canzoni che scrivevo con Tommy, il mio cantante di allora e che proponevamo insieme al nostro gruppo …

Mi sposto verso l’heart of the city, facendo un pezzo di via Canalino, riannuso i ricordi allora, il negozio di dischi, l’ortofrutta di un mio conoscente, il negozio dove compravo regali per le mie ex, tutti esercizi che oggi non ci sono più.

Attraverso la via Emilia, passo davanti ai palazzi in cui ai miei tempi vi erano i cinema Splendor e Metropol, quindi davanti alle vetrate dove c’era la Casa Della Musica, negozio di strumenti e libri di didattica musicale.

Quando sento che inizio a commuovermi e a sentirmi sperduto in a time and a place che non sento più miei, cerco di  uscire dal tunnel di strade secondarie,

Mutina – aprile 2021 – foto TT

arrivare a Roma square è quasi un sollievo, gli spazi ampi aiutano a respirare meglio …

Roma Square – Mutina – Aprile 2021 Foto TT

e capire che in fondo sono solo sentimenti umani, inevitabili per chi si sofferma a valutare la vita, impulsi, emozioni che arrivano all’animo di chi magari è un po’ più coraggioso e si affaccia a sullo sprofondo e su malinconie e nostalgie strutturali. Immagino sia questo il perché lo chiamano blues …

IL DIFFICILE RAPPORTO COL CHITARRISMO ODIERNO

24 Apr

E’ un venerdì dell’ultima decade di aprile, il sole splende sulla campagna sveglia da poco, sono quasi le 8, salgo sulla Sigismonda diretto al lavoro; qualche metro della carreggiata John Miles (lo stradello principale della Domus Saurea)

Carreggiata John Miles - Domus Saurea aprile 2021 - foto Tirelli

Carreggiata John Miles – Domus Saurea aprile 2021 – foto Tirelli

e mi immetto sulla stradina lunga e tortuosa. Nemmeno il tempo di fare qualche metro e dal fossettino lì accanto si alzano in volo due anatre, le guardo salire nel cielo, mi chiedo se siano germani reali, alzavole, marzaiole o chissà cosa.

Il Fossettino delle anatre - Domus Saurea aprile 2020 - foto Tirelli

Il Fossettino delle anatre – Domus Saurea aprile 2020 – foto Tirelli

Giusto il tempo di fare la doppia curva sul torrente Bondeno e due lepri fuggono verso campi lontani.

Il Torrente Bondeno, dove giocano le lepri - nei paraggi della Domus Saurea - aprile 2021 - Foto Tirelli

Il Torrente Bondeno, dove giocano le lepri – nei paraggi della Domus Saurea – aprile 2021 – Foto Tirelli

Vivere in campagna a volte ha i suoi vantaggi, incontrare anatre, lepri, aironi, gufi, fagiani, falchi, corvi e merli (per non parlare di volpi, lupi e caprioli) ti aiuta a ritrovare la posizione in questo cavolo di pianura.
Sia io che lo stereo della macchina siamo in modalità (sì Mr Bodhrán, so che è un termine che non puoi soffrire) random. Mentre dalle strade campagnole mi sposto a strade provinciali che portano verso Mutina, la chiavetta mi propone:

Il blues che ho nella maruga stamattina è quello relativo alla chitarra, ai chitarristi, al chitarrismo. Sono un tipo social, ho account sulle diverse piattaforme, avendo il blog, gestendo un gruppo sulla mia squadra del cuore, uno sulla mia band e curando la pagine del gatto Palmiro sono uno attivo su quel fronte.
Questa attività porta con sé anche molti aspetti negativi, leggere i commenti e le idee di certa gente mi fa capire che l’evoluzione umana deve compiere ancora tantissima strada per raggiungere un livello dignitoso, anzi molto spesso arrivo alla conclusione che proprio non abbiamo futuro … è davvero spaventosa la melma di violenza, volgarità, assenza di rispetto, sovranismo, populismo, nazionalismo (che viene spacciato per patriottismo), omofobia, misoginia e integralismo religioso che viene messa in circolazione.

Passando a faccende meno tremende, anche dal punto musicale vi sono aspetti che fatico a digerire. Ne parliamo spesso sul blog, mi riferisco alla mancanza di capacità critica di chi scrive di musica (anche su testate nazionali), al peccato mortale di non saper distinguere tra capitoli importati della musica e della propria vita. Essendo poi in qualche modo un chitarrista, noto con grande fastidio cosa siano diventati oggi la chitarra e il chitarrismo. Lo strumento è sempre più sganciato dal valore artistico, dall’espressione umana ed individuale, è sempre più vissuto come omologazione e funambolismo. La chitarra come uno strumento acrobatico dove fare evoluzioni ardite, e pazienza se nessuna emozione sgorga più da quello che una volta era LO strumento passionale.

Facebook mi inonda di consigli relativi a video di cosiddetti maestri di chitarra, tipetti di mezza età che si fingono giovani, qualche chilo di troppo, cappellino alla Breaking Bad, effetti a pedale che ti permettono di mandare in loop sequenze di accordi e di accorgimenti ritmici appena suonati su cui poi improvvisare sopra. Il solismo che si snoda attraverso le inaccettabili coordinate del funky blues, con quelle svisatine tutte uguali, perfettine, con i bending (il tirare le corde) precisi, quel sapore rock blues che i veri uomini di blues come noi – amanti del genere – rifuggono come fossero la peste.

Quei professorini ormai cinquantenni forzatamente vestiti da giovani che hanno un nome nel panorama italiano per aver suonato con diversi artisti famosi (la cui proposta musicale, diciamolo, era però una cagata pazzesca) che ci insegnano su che nota finire una frase, la formula per saltare da un accordo all’altro, come fare un assolo insomma  senza però aggiungere che il sentimento che guida dovrebbe essere quel qualcosa di indefinibile che abbiamo dentro di noi che ci fa prendere in mano uno strumento e condividere sensazioni con gli altri. Si creano così legioni di insipidissimi aspiranti musicisti senza nessuno stile personale e senza nessuna particolarità. E’ davvero questo che vogliamo? Poi ci si chiede come mai da decenni la musica popolare e rock non offra assolutamente più nulla di rilevante (se non rarissime gemme germogliate in piccolissime nicchie di resistenza).
Altro tema è quello del virtuosismo fine a se stesso, ma magari ne parliamo un altra volta.

Intanto è già passato il venerdì, otto ore al lavoro piuttosto intense e volate velocemente il cui momento top è stato vedere entrare dal portone l’amministratore delegato mentre dall’impianto stereo della sua macchina usciva l’assolo di Stairway To Heaven versione New York 1973. “Ehi Tim, senti che roba” mi dice.

Qualcuno che sa cos’è il vero chitarrismo rock c’è ancora.

Dark Lord, in te confidiamo.

JIMMY PAGE The Dark Lord "“La tecnica non conta, io mi occupo di Emozioni”

The Dark Lord ““La tecnica non conta, io mi occupo di Emozioni”

Sulla strada dei re, le chiavi per il blues africano

18 Apr

ARROTINO BLUES

Devo fare duplicati di alcune chiavi, mi dirigo quindi dall’arrotino da cui mi servo già da un po’, in pieno centro storico di Mutina, in Luke’s Narrow Lane (va beh, in Calle di Luca), di fronte a Saint Francis Church. Il knife grinder ha il cognome modenese e uno di quei nomi esotici che venivano dati ai bimbi qui in Emilia alcuni decenni fa, nome di origine greca che significa forte. Il negozietto è uno di quelli rimasti fermi nel tempo. Macchinari di una volta, spazi ristretti, bancone anni settanta o sessanta e via dicendo. Osservo l’artigiano nel suo grembiule grigio tornire le chiavi con maestria.

arrotino

arrotino

Chiedo di pagare con bancomat, diligentemente digita il prezzo sul macchinino e mi dice “Ah, prima o poi chiudo il negozio”,

“Come mai Athos (nome di fantasia)?” gli chiedo.

“Sono stanco, sa, non ne posso più, è diventato tutto troppo complicato” mi dice, riferendosi al pos …”

Sono basito ma sto al gioco “beh guardi sono un po’ stanchino anche io, due anni fa lavorativamente parlando ho dovuto reinventarmi e ributtarmi nella mischia ed effettivamente non è semplice …”

Mi confida la sua età, siamo coetanei (ha un anno in più), e quando lo informo di cosa si occupa la azienda per cui lavoro da tre mesi (senza entrare nello specifico, trattasi di faccende ipertecnologiche) sbianca e mi lancia uno sguardo di terrore. Uno che già trova difficile gestire un pos e la fatturazione elettronica non può che sentirsi sbigottito dinnanzi ad un mondo sconosciuto come quello dove sono capitato.

Esco dal negozio ricaricato, a differenza del mio coetaneo arrotino mi sembra di essere ancora on the brighter side of the road dopotutto, riuscire a galleggiare nell’humus ipertecnologico in cui sono capitato alla mia età non è automatico, ad esempio l’altro giorno a pranzo nei soleggiati tavoli all’aperto del giardino intorno a cui si dipana la azienda ho tenuto banco di fronte ad alcuni miei giovani colleghi, mica mammolette, bensì scienziati e ingegneri, una sorta di geni alla Big Bang Theory, però fighi.

Così mi sono ribattezzato Tim Tirelli, l’Ingegnere dell’algorhythm and blues.

KINGS ROAD BLUES

Mentre prendo la strada del centro, la piazza è spazzata dal vento e penso che stasera rientro da te.

Svolto in Three Kings Road, una stradina costruita tra palazzi cinquecenteschi, un’era geologica fa una mia ex groupie abitava lì, e per circa sette anni quel sentiero di ciotoli fu un po’ la mia seconda casa. Siamo perfettamente nell’heart of the city ma quella stradina e le altre vicine non sono mai state esattamente posti eleganti, e possono essere catalogate come facenti parte dell’inner city, ovvero the central part of a city where people live and where there are often problems because people are poor and there are few jobs and bad houses (Cambridge Dictionary).
 Mentre passeggio sotto ai portici, poveri stili architettonici si susseguono ogni dieci metri, le porticine di legno o di metallo sono consunte da decenni di incuria, sui campanelli segni di etichette rimosse e rimesse, i cognomi rimandano a genti che nulla hanno che fare con l’originale etnia territoriale. La pavimentazione è così sconnessa che mi viene il mal di mare.

Three Kings Road (foto Alefilobus2012)

Alzo lo sguardo, rivedo la finestrella da cui osservavo i tetti di quella parte della città; in certi pomeriggi, nelle domeniche piovose d’inverno, era bello guardare i coppi  lavati dalla pioggia e perdersi nel perenne Rambling On My Mind blues.

Three Kings Road (foto Alefilobus2012)

Mi allontano, mentre torno verso Piazza Grande quel terrazzo col glicine fiorito in Servants Little Square mi accoglie ora come allora,

via-dei-servi

Il balconcino di piazzetta dei Servi – Mùtina

mi si scioglie il cuore; a poche decine di metri the Little Garland Tower guida il mio cammino. Città mia città mia, pur piccina che tu sia tu mi sembri una magia …

BLUES AFRICANO

I’ve got a new friend, and his name is Mr Anthony Ruby from Rosespring (down there in Wolvesland), non è un caso che sia anch’egli un uomo di blues, un amante della grande musica (sponda jazz ma non solo), un appassionato di football (non dei miei stessi colori ma di una squadra che mi sta simpatica) e una mente illuminata.

Ci scambiamo spesso dritte su artisti che meritano di essere scoperti, ieri mi ha suggerito Nanà Vasconcelos, un percussionista afro-brasiliano il cui album del 1972 Africadeus mi sta scombussolando. Blues africano alla massima potenza, percussioni, berimbao e voce intrise di sperimentazione e di litanie esistenziali.

Già la copertina mi pare emblematica, quello stile anni settanta legato al magnetismo di certi musicisti neri e al potere della musica del loro spirito. Mamma mia che lavoro!

Nanà Vasconcelos

Poi uno mi chiede come mai sono così legato agli anni settanta, solo in quel decennio una etichetta discografica poteva pubblicare un disco come questo.

PS Thank you Anto’.

MOUSE PAD BLUES

Nella vita quotidiana accadono sciocchezzuole che mi fan capire che ancora non conosco del tutto la pollastrella con cui sto, pollastrella che ricordiamo è una sorta di amazzone: centaura, musicista, fan sfegatata della musica Rock, regina delle corse in Go-Kart, figlia dell’Emilia più concreta e rivoluzionaria. Una scimmietta forza della natura dunque, fino a quando …

IO “Saura, mi serve un tappetino da mouse, non trovo più il mio dell’Inter. Ne hai uno da prestarmi?”
LEI: “Sì”

Mouse pad con gattini – foto TT

An s’è mai vèst Johnny Winter con chi mouse pad chè.

OUTRO

Nei pigri sabati di aprile non resta altro da fare che perdermi nella luce aranciata del pomeriggio, cercando di trovare l’algoritmo giusto che risolva i miei quesiti esistenziali, che aiuti a staccare gli sticker adesivi che ho appiccicati all’animo, che dia un po’ di pace alla mia worried mind. Basterebbe poco, che stasera l’Inter battesse il Napoli e che Jimmy Page facesse uscire un nuovo disco.

La luce aranciata del pomeriggio – Domus Saurea, Aprile 2021 – Foto TT

Le fredde e umide domeniche emiliane mitigate dall’imperituro fuoco sacro dei Led Zeppelin

11 Apr

Domenica fredda e umida qui in Emilia, una mia cara amica straniera, quando ancora non parlava bene l’italiano, avrebbe detto “c’è piove”. La primavera sembra imprigionata dagli strascichi invernali. Scendo a fare due passi, perso nei miei pensieri seguo impronte di giorni perduti. Potrei telefonare a qualche amico, ma la mia timidezza invincibile me lo impedisce. Sarebbe bello sognare insieme del prenderci una tazza di caffè, del fare due chiacchiere davanti ad essa in un posticino accogliente, magari al tepore di una cucina dove sul fornello borbotta un pentola e una grossa sveglia tiene pigramente il ritmo del tempo con i suoi tic toc; qualche biscotto caldo, succo d’arancia, marron glacé, un paio di diplomatiche la cui bagna intrisa di Rum ci solleticherebbe l’intelletto.

Chi potrebbe essere l’amico adatto? Ne ho diversi da scegliere nel pezzo d’Emilia in cui vivo, un altro vive in tre posti diversi, rispettivamente a 350, 1100 e 7100 chilometri da me, un paio lungo la dorsale appenninica che sorregge lo Stivale, altri a nord del MississiPo. In totale 12 amici, dopotutto niente male, non fosse altro per i potenti riferimenti simbolici di questo bel numero. Gli dèi principali del monte Olimpo sono Dodici (se diamo importanza alla mitologia greca), Dodici i cavalieri della tavola rotonda (se crediamo che Re Artù sia esistito), Dodici gli apostoli (se si crede alla favoletta di Giosuè, il figliastro del falegname Giuseppe), Dodici le categorie dell’intelletto secondo Kant, Dodici le stelle della bandiera Europea (uno dei pochi vessilli che non ci danno nausea), Dodici i mesi, Dodici i semitoni che formano un’ottava nel sistema musicale occidentale, Dodici gli anni d’età che servono per compiere i riti di iniziazione in molte culture, … un numero che qualcuno dice essere un modello cosmico di pienezza ed armonia. E poi sì, sono nato in dicembre, dodicesimo mese

Ma gli amici oggi sembrano irraggiungibili, così cammino sulla lunga stradina tortuosa da solo, come uno sciocco sotto la pioggia; passo davanti alle case dei vicini e ne rimiro i cortili lucidi di pioggia. Folate di vento mi spostano l’animo, tempo di tornare in casa.

C’è solo una cosa di fare in mattine come questa per tornare a respirare la vita, chiedere aiuto al Dark Lord e ai Led Zeppelin, infilarsi nella macchina del tempo con destinazione New York 1973, e guardarli mettere in scena la musica Rock migliore mai vista e sentita su questo pianeta. L’hard rock variopinto di The Song Remains The Same e la magniloquenza poetica di The Rain Song. Quale altro gruppo di hard rock avrebbe potuto proporre musica Rock di un tale ampio respiro?

Ringrazio il nulla cosmico onnipotente di avermi creato fan dei Led Zeppelin.

 

 
 
Jimmy Page - The Song Remains The Same Movie - New York 1973

Jimmy Page – The Song Remains The Same Movie – New York 1973

Robert Plant TSRTS Movie

Robert Plant – The Song Remains The Same Movie 

Virginia Parker - Led Zeppelin Movie

Virginia Parker – The Song Remains The Same Movie

Led Zeppelin Film The Song Remains The Same

Led Zeppelin movie The Song Remains The Same

 

Aprīlis blues

10 Apr

 

Irrequieto, ecco cosa sono in questi giorni; certo, è la condizione di default del mio animo, ma in questa prima decade di aprile mi sento mosso più del solito. Sarà che la primavera ormai è dappertutto uhh! si struscia come un gatto contro i piedi del letto, e sono già agitato, sono già agitato, sono già agitato tutto.

 

… sarà che si passa dai 27 gradi di fine marzo agli 0 gradi di questo inizio aprile, sarà che la pollastrella mi dice che lei è felice mentre io invece non riesco mai a districarmi dai fili del blues in cui sono intrappolato.

Cerco di trovare stratagemmi per sbarazzarmi di me stesso: lunghe camminate a passo sostenuto, due tigelle mangiate in Roma Square, in pieno centro a Mutina, con alcuni illuminati del blues,

The Clarksdale Rebels – da sinistra: Pike Boy, Nonantola Slim, Livin’ Lovin’ Jaypee, Lollo Wylde. – Foto Young Picca

video chiamate su Teams con Doc dove lui cerca di costringermi ad ascoltare in diretta certi brani dei Blackmore’s Night mentre disquisiamo sul Dark Lord, lettura di Un Amore di Dino Buzzati, ma nonostante tutto questo non riesco nell’intento.

Allora inizio e abbandono racconti che ho in mente di scrivere, accenno e sviluppo idee musicali che mi arrivano all’improvviso, ipotizzo di trasferirmi sul cucuzzolo della montagna a vivere da asceta, fino a che, spossato, mi getto sul divano a guardare una serie TV qualunque o a seguire una partita del mio grande amore bevendo un bicchiere di bourbon.

Guardando le partite dell’Inter – foto TT

Continuo ad ogni modo ad andare a lavorare ogni mattina, oltrepasso il solito cantiere sul grande svincolo per Chèrp all’altezza di High Bridge

Traffic roundabout to Chèrp – foto TT

Svincolo all’altezza di High Bridge – foto TT

High Bridge  – foto TT

High Bridge (on the Bucket River) – foto TT

… il cielo è nuvoloso, fa freddo e mi appresto a raggiunger l’heart of the city” in balia dei miei pensieri, quelli che mi portano ad essere sempre sul punto di prendere decisioni drastiche atte a destabilizzare (e probabilmente rovinare) la mia vita.

Perché poi sono così solo il nulla cosmico onnipotente lo sa. Il fatto è che, come cantava McKinley Morganfield, I just can’t be satisfied …

 

SUL PIATTO DELLA DOMUS

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OUTRO

Come sempre non ci resta che confidare nel Dark Lord, possa egli condurci attraverso i sentieri dove gli altri non vanno, possa ricordarci ogni giorno che se anche a volte il loro corso può cambiare i fiumi sempre raggiungono il mare, possa infine vegliare su di noi affinché il sole torni a battere sui nostri visi, le stelle a riempire i nostri sogni e il padre dei quattro venti a gonfiare le nostre vele. 

Quel maledetto adesivo dei Grateful Dead attaccato alla Cadillac.

6 Mar

Non avrei mai creduto di arrivare a questo punto, ovvero di smettere di acquistare dischi e di leggere Rock. Certo, per i saturnali faccio acquisti di long playing e cd da regalare agli amici, ogni tanto mi scappa un ordine fatto a oscure etichette americane che commerciano in cd di delta blues anni 20 e 30 del secolo scorso, inoltre se esce qualche nuova edizione di dischi storici e o nuovo materiale d’archivio dei miei gruppi preferiti è ovvio che mi ci butto a testa bassa, ma in generale ho smesso di interessarmi al Rock.

Non so come sia potuto accadere, ma il punto a cui sono arrivato è questo. La noia e lo sdegno mi assalgono quando leggo i commenti sui gruppi facebook dedicati alle band e agli artisti che più amo, quando mi capita di finire su blog musicali italiani o di dare un’occhiata alle riviste musicali. Raramente trovo spunti degni di nota, scritti appassionanti o innovativi, la quasi totalità degli articoli è vittima della pigrizia dei giornalisti (?) i quali raccontano le stesse storie senza aggiungere nulla (!) non dico di nuovo  ma almeno di personale, impantanati inoltre nelle ormai insopportabili iperbole e negli assoluti. Il senso critico, la prospettiva, la differenza tra capitoli importanti della musica e della propria vita sono andati a farsi friggere.

Oltre a tutta questa miseria si aggiunge anche il problema derivante dall’idea che mi ero fatto del Rock, avevo infatti idealizzato questa forma di musica e i suoi relativi contenuti, mi ero costruito castelli nella maruga, fatto viaggi intellettuali e spirituali, innalzato mondi intorno alla immacolata concezione che avevo della musica che tanto ho amato, mentre invece, mi duole moltissimo ammetterlo, mi sa che il Rock – a parte rarissimi casi – sia sempre stato solo una forma di intrattenimento.

Boutade? Forse, ma non ne sono sicuro. Sì, certo, tra il 1967 e il 1971 ci sono stati cinque anni in cui la rivoluzione culturale nata con la musica Rock è stata totalizzante, la summer of love, gli hippies, il sessantotto, la controcultura  … I Grateful Dead, Dylan, i Jefferson, i Doors, CSN con o senza Y (e qualche anno dopo i Clash) … parevano davvero soffiare venti nuovi, ma poi già nel 1973 tutto era terminato, i musicisti divennero rockstar, le rockstar scivolarono nell’edonismo, il Rock divenne una musica con cui fare essenzialmente dei gran profitti. Non che ci sia nulla di male, solo se fai profitti poi puoi portare avanti il tuo disegno, i tuoi sogni, ma la musica avrebbe potuto rimanere anche altro.

Nella canzone The Boys Of Summer del 1984, Don Henley canta:

Out on the road today I saw a Deadhead sticker on a Cadillac” frase che per me (e forse anche per il nostro Pike) significa “the end of innocence”, la perdita degli ideali che si avevano un tempo o in generale l’appannamento degli ideali della musica Rock. Un’adesivo dei Gratetful Dead su una macchina molto costosa non ha tanto senso … immaginiamo una BMW di grossa cilindrata con l’adesivo degli Aerea, o più banalmente dell’hippie che si fuma una canna e che se ne va libero per il mondo rinunciando alle logiche del mondo occidentale. La cosa sarebbe inadeguata e un po’ patetica, un paradosso insomma. C’è addirittura la possibilità che il possessore di quella Cadillac fosse un business man di successo venduto alla logica del capitalismo ma a cui piaceva pensare di essere in fondo ancora il giovane hippie/libero pensatore che era da ragazzo. Questa seconda ipotesi sarebbe ancor più patetica.

Ed è per questo che mi sto affrancando dal Rock, un po’ come quando t’innamori perdutamente di una donna (o di un uomo), la idealizzi ma poi – passata la sbrusia passionle – ti accorgi che forse non è esattamente come te la eri dipinta. Pensavo che il Rock fosse chissà cosa, ma ora non ne sono per niente sicuro

Mi chiedo anche perché io debba sempre farmi intrappolare da questi tarli, non sarebbe meglio godersi la musica per quel che è senza farsi condizionare troppo dal costrutto che può o non può esserci?

Perché poi come ebbe a scrivere Pike qui sul blog già nel 2012, in un articolo che toccava lo stesso tema:

… Il dibattito su cosa sia o meno rock mi pare un po’ sterile. Chi è che decide dove va posta l’asticella per dividere i campi? A me pare molti gruppi ‘rock’ estremamente popolari si limitino a usare una certa iconografia rock da fumetto per sbolognare pessima musica diretta a ‘simple minds’ a cui piacciono gli stivaletti di pitone, le Les Paul zebrate e le foto di gente spappolata col Jack Daniel’s in mano. Lenny Kravitz è un rocker o solo uno che ‘roccheggia’ di comodo? I Guns n’ Roses sono rock o solo una cover band da comic book che ha venduto milioni di dischi di una carnevalata? Il punto è: nel momento in cui il rock significa poco, quanto può essere credibile un rocker? Si tratta di ‘poseurs’ o di gente sincera? E’ possibile riconoscere la sincerità? Ed è così importante? In fondo vogliono tutti diventare ricchi, famosi e giganteschi scopatori, da sempre. Qual è e dov’è il semino etico che distingue il ‘reale’ dal ‘farlocco’.

Se l’accezione del rock è ‘musicista sincero che propone musica scaturita dall’anima suonata con strumenti in variabile distorsione con sezione ritmica prevalentemente in 4/4, che ha forgiato il suo look, il suo sound e la sua ‘attitude’ su modelli riconducibili al blues elettrico e alla prima ondata di rock ‘n’ roll poi sviluppato da Stones, Who e Zeppelin’…beh, allora possiamo cominciare a potare il 75 per cento della gente che dice di suonare rock.”

Credo che Picca abbia ragione, anche perché per gestire il disordine universale che regola le nostre vite dobbiamo pur attaccarci a qualcosa, e l’Inter e gli ordini Adidas – seppur fondamentali – forse non mi bastano mica.

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Februare blues

21 Feb

E’ ormai giunta l’ultima decade del mese, fino a qualche giorno fa c’era un freddo becco, come diciamo qui in Emilia, la settimana scorsa  è caduta persino la neve, ma ora le temperature verso mezzogiorno si fanno più miti, il Generale Inverno sembra ormai ritirarsi dietro la collina dove ci sta la notte crucca e assassina, possiamo pensare di riporre i maglioni più pesanti, indossare i nostri cappottini, mettere il naso fuori la porta e cercare di catturare i primi segnali di primavera. Con la nuova stagione dietro l’angolo cercheremo di scrollarci di dosso il Delta Blues anni venti e trenta del secolo scorso che ci ha tenuto compagnia durante l’inverno, l’Hard Rock, il Jazz Rock e il Rock in generale sapranno richiamarci alla vita e iniziare così la nuova stagione concretamente.

Febbraio proviene dal latino februare, purificar, espiare o rimediare agli errori, nel calendario romano infatti questo era il periodo dei rituali della purificazione, in onore della dea Romana Febris e del dio etrusco Februus, in origine derivato dal sabino februm ovvero purificazione, appunto.

Cerco dunque di purificarmi, di mondare i miei blues, immergendo la mano nell’acquasantiera della Domus Saurea, invocando colui che fa scivolarello su ringhiere di scale rinascimentali,

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e richiamando col theremin i flussi cosmici provenienti dalle profondità dell’animo umano

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in modo da far uscire i vecchi blues dalla maruga ed essere vestito di nuova energia in vista, come detto, della springtime of my loving, the second season I am to know

DOWNTOWN TALES

Congiuntivo blues

In pausa pranzo in giro per Mutina. Mi dirigo verso Altero per il paio di (squisite) pizzette calde settimanali.

Passo sostenuto, scarponcini adidas blu, pantaloni rocciatore di velluto blu, maglione blu, calze blu, maglietta blu, boxer blu, giaccone Superdry blu, zainetto blu (già, ho finito per portare lo zainetto anche io …an s’è mai vest Johnny Winter con lo zainetto), come sempre  I’m walking in the shadow of the blue.

Son lì che zampetto in piazza Mazzini, circumnavigando la sinagoga quando – proveniente dalla direzione opposta – incontro una donna su 35/40 anni, parla al telefono, anch’ella come se stesse varando il piano quinquennale dell’ex Unione Sovietica. Una frase mi arriva all’orecchio: “ … allora quante vuoi che ne prendo?”.

Mi viene un mancamento, mi piego su me stesso pronto a precipitare sul marciapiede, ma mi riprendo in fretta, le corro dietro e sto per dirle: “signorina, signorina, mi scusi, ma in questo caso è necessario usare il congiuntivo, deve dire quante vuoi che ne prenda, dio bonino …” ma poi desisto, Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, nel libro Lezioni di italiano dice che forse “non è il caso di farne un dramma”, gli psicodrammi della lingua italiana parlata sono quattro e tra questi ovviamente c’è il congiuntivo, casi che infiammano gli animi e che a molti tolgono il sonno, ma invitando però a una “minore schizzinosità”.

Sarà, ma io so che nel mio intimo stanotte non riuscirò a prendere sonno e che se fosse per me quella gente andrebbe portata nei campi di rieducazione.

Sinodi improvvisati

Uno degli aspetti positivi del lavorare a ridosso del centro di Mutina è avere un paio di confratelli a portata di mano, Lollo Stevens infatti abita poco distante e Pike qualche viale più in là, è quasi fisiologico dunque organizzare in pausa pranzo dei mini sinodi con i miei confratelli più prossimi. Questo venerdì si aggiunge anche il pontefice del blues, aka Livin’ Lovin’ Jaypee, che pur di stare con la confraternita di cui fa parte parte arriva dalla lontana Sulêra .

L’anfratto in cui è sito il ristorante è piuttosto inner city, ma la pizza è squisita, i locali molto spaziosi e la distanza di sicurezza garantita.

In attesa dell’arrivo di Pike e di Livin’ Lovin’ io e Lollo osserviamo un gothic dandy col ciuffo biondo platino sfrecciarci davanti a bordo di un monopattino elettrico un paio di volte, scuotiamo la testa, an s’è mai vest Frank Marino andèr su un monopattino.

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Una volta arrivati anche gli altri entriamo. Pike mi chiede come va col mio nuovo impiego e aggiunge “tra l’altro sei nella zona dell’ex Manifattura Tabacchi, complesso che fa molto zona industriale di Londra inizi secolo scorso…”, “Già, molto Battersea Power Station…” rispondo io.

Battersea, Power Station, London.

Manifattura Tabacchi – Mutina . foto TT

Manifattura Tabacchi – Mutina . foto TT

Poi torniamo ai nostri argomenti prediletti, poco più di un ora per spararci una pizza a La Smorfia 2 (la sorella de La Smorfia, rinomata pizzeria del centro di Nonatown) e per ubriacarci di nuovo di Rock e di Blues, così tanto per non morire (come canterebbe la Mannoia). Friends will be friends.

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PEOPLE

Redneck in Springfield.

L’altro ieri di prima mattina, diretto alla stazione Mediopadana. Esco da Borgo Massenzio, mi inoltro nella campagna desolata che porta a Springfield (Pratofontana, insomma).

Springfield – Regium Lepidi

Un paio di curve e dal parabrezza della Sigismonda inquadro un tipo che cammina a bordo strada (naturalmente sul lato errato). Sembra uscito da una porcilaia dell’Arkansas: salopette di jeans, camicia giallastra, fazzolettone al collo, stivali di gomma, stelo d’erba in bocca, baffi pronunciati e cappello di paglia simil cowboy. Lo guardo stupito temendo di essere preda di una delle mie solite allucinazioni temporali, quelle che mi catapultano spesso in Mississippi e talvolta in Louisiana e Arkansas appunto. Elijah Zachry, come lo ribattezzo all’istante, mi guarda fisso negli occhi, e in quei due secondi in cui incrociamo lo sguardo mi sfida dall’alto del suo redneckismo, ostenta infatti la sua mise da farmer statunitense, da orgoglioso membro di un mondo immaginario che si è creato in testa. Mi piacerebbe fermarmi e scattargli una foto, ma sono pavido, sotto quella salopette potrebbe avere un fucile e star andando ad un incontro segreto con altri proud boys come lui per pianificare un assalto a Montecitorio. Via via, meglio stare lontani da Springfield.

Old Man Peter.

Ieri mattina visita a Nonatown, essendo l’ultimo giorno in zona gialla – prima dell’ennesimo ritorno in zona arancione – mi regalo un colazione nel mio amato paese natale. Incontro amici, colori, sapori e profumi del mio passato. Come sempre due passi in via Maestra del Castello, in piazza Liberazione, in piazza Caduti Partigiani. Sbrigo le mie commissioni, mi godo il tepore di una giornata di quasi primavera e quindi torno nel piazzale dove ho parcheggiato la macchina. Dalla farmacia vedo uscire un vecchio, lo guardo al di sopra della mascherina, lui fa lo stesso, mi riconosce immediatamente e mi fa “Veh, Tirelli, ciao!”.

E’ Pirèn (Peter insomma, come l’ho sempre chiamato io) uno dei grandi amici di Brian. Lo guardo con ammirazione, 89 anni e in giro da solo per il paese, che spettacolo. Gli chiedo aggiornamenti sulla famiglia e su suo suo figlio (mio amico) e poi finiamo come sempre a parlare di politica essendo lui stato una figura di spicco in quel campo a Nonatown.

“Allora Peter, il governo Draghi?” gli faccio, lui mi risponde in dialetto stretto … “cosa vuoi che ti dica, si fa fatica a stare insieme a … e … , quello là fino a due giorni prima andava a dire peste e corna dell’Europa, adesso sembra ne sia diventato il primo cultore … mo’ che razza di politici … sai cosa ti dico, non ci sono più personaggi come De Gasperi e Moro …” mi parla come se fossi uno che la pensa esattamente come lui e come Brian, non ho cuore di spiegargli che in verità pendo decisamente verso altri colori e che sono refrattario ad ogni sfumatura religiosa, così sto al gioco e aggiungo “e Zaccagnini e Mino Martinazzoli”. Il suo viso si illumina, mi abbraccia virtualmente e mi saluta. Faccio lo stesso, con affetto e rimpianto … in lui ho rivisto Brian, sarebbe bello averlo ancora con me e portarlo a Nonatown a bere un caffè come facevamo qualche anno fa. Mi giro un’ultima volta e vedo Peter andare per i fatti suoi. Sorrido e gli mando un bacio, anche perché, dopotutto, mi sa che ha ragione.

Old Friend

Dopo quasi un decennio mi ritrovo con Dennis, un piacere immenso. Gli ultimi anni li ha passati per lavoro in giro per il mondo a supervisionare cantieri, per poi ritirarsi a fare l’eremita tra i picchi più solitari dell’appennino. Welcome back my friend to the blues that never ends.

Tim & Dennis – Regium Lepidi febbraio 2020 – foto Saura T.

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Nastassja Kinski a Borgo Massenzio

Sabato scorso, diretto alla Coop per la spesa settimanale. Il Burian soffia, l’aria è freddissima, la neve caduta nella notte è un velo di ghiaccio steso sulla campagna.

Neve alla Domus – febbraio 2020 – foto TT

Prima di imboccare la strada che ci porta in città mi fermo nel parcheggio della chiesa, devo gettare pile e farmaci scaduti negli appositi contenitori di raccolta posizionati lì vicino. Dal bar lì accanto esce una giovane donna, da lontano pare una tipa alla Nastassja Kinski, magari non lo è, ma se la tira come se lo fosse. E’ vestita in modo accurato: pantalone simil zuava, maglioncino lilla, cappottino appoggiato alle spalle come le dive di certi film anni cinquanta / sessanta. Esce con enfasi, si accende una sigaretta e spavalda si appresta a fare due passi nel piazzale; nemmeno il tempo di fare tre / quattro metri che si rifugia di nuovo sotto al piccolo portico nell’antro più riparato. Siamo a -4 gradi, il Burian sferza il viso senza pietà, c’è poco da fare le star. Ma ormai Nastassja ha fatto la sua entrata, non può certo tirarsi indietro e rientrare nel bar, il pubblico (quei due o tre disperati – sottoscritto compreso  – che stanno guardando il suo spettacolo non vanno delusi). Stoica rimane al vento col cappotto sulle spalle a fumare più in fretta possibile la sigaretta che si è accesa. Mi verrebbe da andarle incontro e dirle “Signorina, venga, entriamo, le offro una China calda”, ma quei tempi sono passati, la lascio lì fuori al freddo e al gelo come una povera fiammiferaia qualunque e me ne vado alla Coop.

Nastassja Kinski a Borgo Massenzio – febbraio 2020 – foto TT

CHARTS

Ehi, niente male vedere due album dei LZ nella Top 20 dei vinili più venduti oggi in Italia.

Italian Top 20 vinyl chart week jan 29 / feb 4 2021 LZ IV at n.11 and LZ I at number 20. (FIMI official charts)

GATTI ALLA DOMUS

Ancora oggi mi soffermo ad osservare le espressioni dei gatti che vivono con me alla Domus, a volte la Stricchi sembra essere cosciente del suo fascino e lo usa per farmi fare tutto quello che vuole… che smorfiosa.

Stricchi – Domus Saurea febbraio 2020

Palmir invece fa lo spiritoso, sulla sua pagina di facebook pubblica una sua foto con il seguente commento: “L’altra sera la squadra di Tyrrell non è riuscita a qualificarsi per la finale di Coppa Italia, stamattina Tyrrell ha una faccia tipo questa.”

Palmiro – Domus Saurea febbraio 2020

SUL PIATTO DELLA DOMUS

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OUTRO

E va bene dunque, finiamo pure di purificarci e prepariamoci alla primavera, ritiriamo fuori i buoni propositi, le Gibson dalle custodie, i dischi dallo scaffale. Lasciamo che i bei tempi scorrano, che la musica sia la nostra padrona, che Mister Tamburino suoni una canzone, che il treno continui a rollare tutta la notte.

Sono già stanco al solo pensiero. Che la forza sia con me.