Ieri ero perso in una delle mie domeniche problematiche, non avevo tempo per internet, sky, e cose del genere. Verso sera ricevo un sms di Picca che mi informa della dipartita di LOU REED, in allegato un bella foto di lui vecchio con i ray ban. Io comunque non mi sorprendo più, gli artisti che abbiamo seguito ed amato oramai sono tutti sulla settantina, e tutti alle spalle hanno una vita a dir poco dissoluta, logico che s ne vadano con sempre maggior frequenza. Da ieri sera è tutto un proliferare sui social network e sui quotidiani online di tributi, articoli, post e di “ciao Lou”…d’improvviso tutti amano LOU REED e poi…quei “ciao” usati per salutare qualcuno che se ne va non mi sono mai piaciuti. Per fortuna su facebook incappo in una considerazione (che tovate qui sotto) del mio amico Marco Priulla, finalmente scevra di isterismi e romanticume da strapazzo, considerazione molto simile a quella che avrei fatto io. Il mio LOU REED è quello del 1972/75..LOU REED, TRASFORMER, BERLIN, SALLY CAN’T DANCE, CONEY ISLAND BABY ma soprattutto quello di ROCK AND ROLL ANIMAL. Si potrà obiettare, come giustamente fece Picca tempo fa, che è un disco della band più che di LOU, lo so ma mi riconosco in toto nel frutto di quell’unione: rock and roll universale, patrimonio dell’umanità. Il pezzo scelto da Marco è meno banale di quel che si possa pensare e comunque rimane (intro compresa) un brano imprescindibile: rock at its best. Addio LOU.
Quanti Lou Reed ci sono stati!
Quello dei Velvet Underground, quello di Transformer, quello di Berlin, quello di Sally Can’t Dance, quello di Metal Machine Music, quello del disco coi Metallica…ora violento ora delicato, vizioso e pentito, minimalista e menefreghista, ammiccante e romantico.
Spesso, coraggioso.
Il mio rapporto con la sua musica è dei più controversi, certe cose mi irritano, altre mi sembrano sopravvalutate, certe altre mi sembrano più fortuna dipinta di nero che sangue lasciato sulla strada.
Altre, invece, le trovo irresistibili, sognanti, nel bene e nel male, dolci, anche nel rumore, nella morbosità, in quel senso di disfacimento, di lacerazione che si avverte nella sua musica.
Liricamente, il suo è stato vero decadentismo urbano, l’estetica del brutto elevata a comandamento rock.
Sono atterrito, anche se non è mai stato tra le mie prime preferenze.
Se ne va una colonna del rock, che piaccia o meno; un padre, anche di tanta musica che non mi piace o non mi appartiene, ma pur sempre un padre, riconosciuto, nonostante tutto.
Questo è il MIO Lou Reed: nessuna sorpresa.
Quello più fragoroso e compatto, quello più “animale” da palcoscenico, più rockstar, ambiguo e scintillante, col suo accattivante heavy rock che esplode assieme alle glorie di Steve Hunter e Dick Wagner.
Il Lou Reed di “Rock’n’Roll Animal”, uno dei tanti, quello mio.
SCRIVE PICCA: “Attimi d’angoscia oggi alle ore 12’45. Mentre sono in macchina e faccio zapping alla radio becco My Generation degli Who su RTL. Trasalisco: cazzo, penso, My Generation su RTL? La My Generation del ’65? Cazzo è successo?? Sta a vedere che è morto Townshend!! Oddio, non ho visto le news aggiornate sul Web e magari è morto Townshend? Caaaazzzzoo!!! Oppure…oppure è morto Daltrey! No, no, no… Tra Townshend e Daltrey mi sa che muore prima Pete perchè Daltrey mi dà l’idea di campare fino ai 99…Cazzo, è morto Townshend… chissà cosa dice Tim… cazzo…Poi lo speaker Charlie Gnocchi rientra in diretta e dice ‘Era My Generation degli Who, quelli che spaccavano gli strumenti…chissà quando torneranno in Italia…’
Ecco quello che succede al giorno d’oggi quando passa un bel pezzo su una radio di merda!
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RISPONDE L’ESPERTO: non c’è da meravigliarsi caro Picca, visto le tonnellate di immondizie musicali quotidiane a cui siamo sottoposti. Anyway, long live Pietro Imovilli.
SPECIALE DYLAN DOG N°: 27 – Periodicità: annuale – LA BOMBA! Uscita:19/09/2013
Soggetto: Giovanni Gualdoni / Sceneggiatura: Giovanni Gualdoni / Disegni di: Bruno Brindisi / Copertina: Angelo Stano
Dal sito BONELLI: Dylan si ritrova misteriosamente rinchiuso in un manicomio, dove viene sottoposto a terapie di elettroshock, a lavaggio del cervello e ad altri trattamenti disumani. Ma come ci è finito, in quell’infernale struttura? E perché nessuno viene a cercarlo, per toglierlo di lì? Per cercare di fuggire dall’istituto , l’Indagatore dell’Incubo si allea con gli altri pazienti, non sapendo che oltre le mura di quel luogo terribile lo aspetta ben di peggio…
Storia godibile. Il finale mi è piaciuto, mi chiedevo giusto che escamotage avrebbero usato per risolvere la storia. Non sono un esperto o un critico di fumetti, quindi prendete il mio giudizio con le molle, ma con la spensieratezza di un semplice appassionato non posso che dare un bel 7 pieno a questo numero.
Le sorelline WILSON in copertina… numero dunque che ho atteso con una certa fibrillazione. 11 pagine dedicate alla miglior band di Seattle di sempre, scritte da Derek Oliver, un veterano, il corrispettivo inglese del nostro BEPPE RIVA. L’articolo è buono, peccato che vada in profondità solo sul periodo anni settanta della band, che sì, è quello che ci interessa e piace di più, ma non sarebbe stato male leggere qualche leccornia intellettuale riguardante anche la seconda metà degli anni ottanta, lustro in cui gli HEART (dal punto del successo) partirono per viaggi interstellari, piombando al contempo negli abissi di una insoddisfazione spirituale mica da ridere. Ad ogni modo, gruppo di qualità, scriba di qualità…bella accoppiata.
Due pagine poi dedicate al grande Graham Bonnet, cantante che apprezzo molto. Bella intervista seppur non lunga a sufficienza.
6 pagine per THE BABYS, poi SAMMY HAGAR e altri nomi di seconda fila del genere in questione.
Il CD allegato, come succede quasi sempre, è davvero brutto. 15 pezzi, 15 pressioni sul pulsantino che ti fa passare alla canzone successiva dopo nemmeno un minuto d’ ascolto. Sono queste le “15 canzoni di rock melodico estremamente di successo”? O sono io giunto ad un punto in cui non mi va più bene niente, ripiegato ed incattivito su me stesso tanto da non riuscire a godere più nulla, o il rock melodico sta finendo giù per il cesso.
LE STORIE n. 13, mensile / IL MOSCHETTIERE DI FERRO/ Soggetto e sceneggiatura: Giovanni Gualdoni/ Disegni: Giorgio Pontrelli/ Copertina: Aldo Di Gennaro
Dal sito BONELLI:
Il crudele cardinale Richelieu trama alle spalle di Luigi XIII per conquistare il trono e… Il mondo intero! Chi può fermarlo, ora che i moschettieri sono caduti in disgrazia? Solo una spada è pronta alla lotta, quella del giovane Duca d’Enghien. Ma al suo fianco sorge un inaspettato e sorprendente alleato: un guerriero che si cela dietro una maschera di ferro…
Giusto un anno fa parlavo sul blog del primo numero, ne sono già usciti altri 12 (ma cazzo , come fischia il tempo!). Diversi non mi sono piaciuti, un paio dopo le prime pagine li ho accantonati, questo invece l’ho letto volentieri. Ne il MOSCHETTIERE DI FERRO personaggi di fantasia e storici cambiano caratteristiche, e si trasformano così addirittura in cattivi. Non che sia una novità nella letteratura, ma può essere un espediente divertente.
TITLE: BAD COMPANY, Apollo, Glasgow, Scotland, march 6 1979
LABEL: no label
TYPE: audience
SOUND QUALITY: TTTT+
PERFORMANCE: TTTT+
ARTWORK: self made
BAND MOOD: TTTT
COLLECTION: TTTT
Questo era un bootleg che stranamente mancava alla mia collezione, non che della BAD COMPANY ce ne siano a bizzeffe, ma il meglio di quanto c’è in giro (relativo alla BAD COMPANY originale del periodo live 1974/79) credevo di averlo. E invece, ecco qua che sbuca all’improvviso da una semplice ricerca, questa registrazione audience del concerto del 1979 tenuto in una delle rock venue e città più calde della storia del Rock. Sì, Glasgow è nota per essere una piazza che sa eccitarsi, far festa, lasciarsi andare.
Con certi nomi poi la città dei RANGERS sa esaltarsi, e la BAD COMPANY è uno di questi. Per quanto concerne la qualità audio, trattasi di un’ottima registrazione audience, adatta anche al casual fan. Il tour del 1979 fu l’ultimo della original BAD COMPANY, che da lì a due/tre anni andò a dissolversi in cometa. A quel tempo il mood del gruppo non era certo quello dei primi tre anni, a dispetto del grande successo che l’album DESOLATION ANGELS (Swan Song 1979) ebbe in quel periodo (3° nella classifica USA, ROCK AND ROLL FANTASY al 13° posto nella classifica dei singoli USA, 10° nella classica inglese degli album).
Tuttavia il tour del 1979 può considerarsi assolutamente riuscito: concerti sold out, scaletta interessante, prova d’insieme ottima. Come sappiamo, a parte Rodgers, non è che nel gruppo ci siano musicisti straordinari, ma KIRKE, BURREL e RALPHS assicurano una solidità che non tutti riescono a garantire.
KIRKE poi non sarà BONHAM o COZY POWELL, ma è un gran batterista rock…bel suono, interventi dosati, eleganti e al contempo potenti e risoluti, batteria come si deve (pochi elementi, un solo tom).
BAD COMPANY – Wembley 1979 photo by Addy Nijenboer
SIMON KIRKE – Wembley 1979 photo bt Addy Nijenboer
In questo bootleg non ci sono assoli di chitarra sorprendenti, RALPHS e RODGERS si concedono alla solista con parsimonia, con fraseggi ben strutturati ma tutto sommato semplici, ma il tutto viene compensato come detto poc’anzi con prove caparbie e tenaci.
PAUL RODGERS – Wembley 1979 photo by Addy Nijenboer
Ben cinque pezzi provengono da DESOLATION ANGELS, l’abum che sarebbe uscito in quel marzo, c’è persino SHE BRINGS ME LOVE, ballata semi gospel che certo non è unpezzo di punta. Insieme a questi ovviamente anche alcuni dei classici del gruppo.
MICK RALPHS -Wembley 1979 photo by Addy Nijenboer
Durante tutta la registrazione è impossibile non notare il caldo abbraccio che il pubblico dell’Apollo riserva ai ragazzi, anche dopo BURNIN’ SKY, pezzo d’apertura suonato senza la dovuta sicurezza. Dopo MOVIN’ ON, CANT’GET ENOUGH e FEEL LIKE MAKIN’ LOVE a chiusura del concerto, le grida e gli applausi si trasformano un una sorta di isteria collettiva. Doveva essere davvero una gran cosa suonare per un pubblico così. Ah, cosa avrei dato per vedere la BAD CO in concerto negli anni settanta.
Bel bootleg dunque, ottimo per riscaldarci l’animo in vista del lungo inverno che sta arrivando. BAD CO RULES!
BOZ BURRELL – Wembley 1979 photo by Addy Nijenboer
Per me leggere Zagor (e lo stesso discorso vale per Il Comandante Mark e forse anche per Mr No e Tex) è come ascoltare un vecchio disco di blues nero diciamo degli anni quaranta/cinquanta. Il tutto è permeato da ingenuità genuina, d’approccio naif, da purezza e semplicità d’intenti che il tutto ti arriva al cuore direttamente e senza filtri. Questo è il primo Color Zagor e a seconda di come andrà nelle vendite avrà un seguito oppure no. Una lunga storia di Zagor tutta a colori…io non ho saputo resistere.
MARTIN MYSTERE n.328 agosto/settembre 2013 “Protocollo Leviathan” (Sergio Bonelli Editore – Euro 5,00) – TTTT
Profondità marini, leviatani, poteri della mente, forze oscure. E via, altri 5 euro che se ne vanno.
STORIE DI ALTROVE n.16 ottobre 2013 “Il Vampiro Che Fece La Rivoluzione” (Sergio Bonelli Editore – Euro 5,20) – TTT½
Soggetto: Carlo Recagno / Sceneggiatura: Carlo Recagno/ Disegni: Alfredo Orlandi/ Copertina: Giancarlo Alessandrini-Alessandro Muscillo
Dal sito della Bonelli:
Parigi, anno 1792. Sono in atto i terribili sconvolgimenti che porranno fine all’ancien régime. Il generale Lafayette è caduto in disgrazia presso l’Assemblea Nazionale dopo i fatti di sangue del Campo di Marte, e teme che presto i Giacobini lo dichiareranno un traditore e chiederanno il suo arresto. Il generale si rivolge quindi al suo vecchio amico George Washington affinché lo aiuti a lasciare il Paese. Il primo presidente dei neonati Stati Uniti d’America invia subito in Francia Jean-Louis Bientot e Amanda Janosz, ovvero la squadra di “Altrove”, poiché Lafayette sa dove potrebbe trovarsi un’antica reliquia che, se cadesse in mani sbagliate, potrebbe stravolgere le sorti dell’intera Europa. Ma sulle tracce del manufatto non si muovono soltanto gli agenti della mysteriosa base… Dalla Transilvania è arrivato anche un sinistro personaggio: il principe delle tenebre, Vlad l’Impalatore, l’immortale conte Dracula!
Niente male, magari non riuscito al 100%, ma niente male davvero. La rivoluzione francese (a noi cara), Geaorge Washington, Vlad Tepes e le squadre speciali di Altrove.
Qualche giorno fa, ero da poco tornato a Detroit, e’ venuto a trovarmi un mio caro amico uno dei pochi veri che ho da queste parti. Dopo un po’ che parliamo mi dice, “Ehi lo sai che la band italiana Goblin suonera’ qui a Pontiac il 12…Io vado, se vuoi andiamo insieme..“.Non ci potevo credere, i Goblin di Roma in tour da queste parti??? Certo che ci sarei andato, fosse solo per la curiosita’ di un evento cosi strano.
Cosi, il giorno dopo mi sono messo in rete a cercare informazioni su questa cosa. Scopro che si, sono in tour con i tre membri fondatori originali Simonetti, Guarini e Morante, e che suoneranno alla Crofoot Ballroom a Pontiac, una bel locale rock molto noto in zona. Non solo, ma essendo questo il loro primo tour in assoluto negli States, il concerto e’ considerato un evento, si consiglia di prendere i biglietti (25 dollari) in prevendita e volendo e’ disponibile anche un pacchetto speciale a 70 dollari con poster autografato del concerto, accesso al soundcheck e qualche minuto con la band. Cose da pazzi. Prendo il mio da venticinque, e mi chiedo quanta gente andra’ a vedere questo show…Mah, misteri della musica….Intanto con il passare dei giorni scopro che molte persone di mia conoscenza conoscono i Goblin, probabilmente anche molto meglio di me, e che saranno al concerto, nonostante la stessa sera ci sara’ in citta’ anche Lee Renaldo dei Sonic Youth. Indago un po’, magari sono segretamente tutti fans del prog italiano, invece niente, non hanno idea di PFM, Banco e compagnia bella, mai sentiti nemmeno nominare. I Goblin invece si, altroche’! Come se non bastasse, il settimanale che si occupa di musica e spettacolo nell’area metropolitana di Detroit, Metrotimes, segnala il live della band romana come l’evento imperdibile della settimana, presentandoli come di gran lunga la band italiana piu’ famosa negli States, quasi al pari degli onnipresenti Lacuna Coil.
Goblin vintage
Finalmente arriva la sera del concerto e io e i miei amici andiamo a Pontiac, praticamente un quartiere nella zona nord di Detroit metro. La serata e’ stranamente molto calda, sembra ancora estate, e’ sabato sera e le strade sono piene di gente. Troviamo a malapena un parcheggio, strano perche’ da queste parti ci sono piu posti auto che abitanti, e ci infiliamo dentro la Crofoot Ballroom. Rimango subito stupito: La sala e’ strapiena! Tantissima gente di ogni eta’ e tipo, ma con una netta maggioranza di magliette e abbigliamento metal. La band di supporto ha appena finito di suonare, l’atmosfera e’ carica di energia, sono tutti su di giri. Come si possa conciliare tutto questo con i lunghi e lenti brani strumentali delle colonne sonore dei Goblin, per me e’ un mistero, ma ormai mi comincio ad abituare alle sorprese. C’e’ un banco con magliette 25 dollars, poster numerati 50 dollars, vinili, cd, dvd, e poster alternativi. Tutto molto bello, vinili e magliette vengono venduti a ritmo continuo, io come sempre resisto per pentirmene il giorno dopo. Ma in fin dei conti non sono mai stato un fan di questa band. Da piccolo la loro musica, perlomeno quei due pezzi che conosciamo tutti, mi spaventava da morire e i film di Dario Argento mi attraevano tantissimo ma non li potevo proprio vedere, pena mesi di incubi e notti in bianco. Poi per una serie di circostanze ho avuto modo di conoscere Dario, la ex moglie e attrice di alcuni film Daria Nicolodi, e sua figlia Asia e’ una mia carissima amica, con la quale spesso trascorro serate intere a condividere le nostre insane passioni musicali. Ma i film rimangono per me un tabu’, anche oggi non riesco a guardarli. Pero’ mi rendo conto che sono parte della mia storia, della cultura collettiva del nostro paese. Sono parte di noi, lo e’ la colonna sonora di Profondo Rosso cosi come la musica di Ennio Morricone, i film di Toto’ e i sogni di Fellini. Ma cosa c’entra tutto questo con gli americani, con tutta questa gente che e’ venuta qui stasera? Mi ritrovo perso in queste ed altre mie cosmiche riflessioni quando si spengono le luci e sul palco arriva una ballerina che inizia a danzare nel cono di un riflettore rosso porpora. Arrivano i Goblin, attaccano a suonare ed e’ un ovazione.
Goblin in Detroit 12 ottobre 2013 – foto di Paolo Barone
Il loro approccio live e’ molto rock, niente brani lenti, l’audio in sala e’ di una qualita’ e potenza strabilianti, come e’ normale da queste parti, e ti senti fisicamente investito dall’onda sonora che e’ un piacere. Il pubblico conosce tutti i pezzi, io qualcuno, durante i brani legati alle colonne sonore proiettano su un grande schermo dietro il palco montaggi dei film in questione. l’effetto e’ molto suggestivo e altrettanto sanguinolento…L’atmosfera pero’ non ha proprio nulla di inquietante o misterioso, anzi, direi che e’ proprio gioiosa. Loro a sessanta e passa anni di eta’ sono al loro primo tour americano, e l’entusiasmo e’ talmente palese da essere quasi imbarazzante. Specialmente il chitarrista, sembra una versione prog di Maurizio Solieri, con tutto il contorno poprock cafone che mi fa venire i brividi, non proprio di paura…Ma il pubblico in sala apprezza e ricambia, mentre io, forse unico Italiano in sala, un po’ arrossisco….Per non dire di quando Simonetti, prima del bis, attacca Jump dei Van Halen con la tastiera…Mah!
Goblin – Claudio Simonetti – foto di Paolo Barone
Vabbe,’ lasciamo perdere… Qualche caduta di stile, dettata forse dal troppo entusiasmo,e’ in questo contesto inevitabile. Ma pensiamo al resto del concerto…Che e’ stato molto intenso, una cavalcata dark prog veramente notevole, al punto che anche i miei amici che sono soliti frequentare tutt’altre sonorita’, alla fine si spellavano le mani. Per non dire il resto del pubblico, totalmente in delirio con tanto di ripetute invasioni di palco! Il finale e’ veramente impressionante, Suspiria, Dawn of the Dead, Profondo Rosso, Phenomena, Zaratozom si abbattono su di noi una dopo l’altra, mentre sullo schermo e’ un orgia di sangue e paura.
Loro parlano in Inglese con il pubblico, ringraziano per aver avuto 45 anni di pazienza prima di un tour da queste parti, scherzano palesemente emozionati e felici, scattano foto fra di loro e alla gente che balla e spinge sotto il palco. Alla fine, dopo quasi due ore, se ne vanno con il locale invaso di luce rossa, mentre il pubblico li chiama uno ad uno per nome, specialmente Claudio Simonetti.
Goblin – Detroit 12 ottobre 2013
Io torno a casa con le orecchie che ronzano, il suono delle tastiere ficcato in testa, e la sensazione di aver visto un concerto speciale, al di la’ della musica, uno di quelli che ricordero’ negli anni. Sono sempre piu’ convinto che il contributo piu’ importante dato dal nostro paese alla cultura poprock sia nelle colonne sonore e nei film. Questo tour trionfale dei Goblin negli Stati Uniti rende questa cosa secondo me ancora piu’ palese. Direi che ne possiamo, per una volta, essere contenti.
Questo è il libro a carattere musicale più illuminante che io abbia mai letto. La biografia di AHMET ERTEGUN, il fondatore dell’etichetta discografica ATLANTIC RECORDS non è solo il resoconto accurato della vita straordinaria di un uomo, ma anche (o forse soprattutto) uno spaccato sull’evolversi della musica americana e quindi del rock in generale.
Leggendolo ho capito molte cose, o meglio, ho collocato nei posti giusti le nozioni che avevo a proposito della musica nera e del rock. Greenfield racconta in maniera superba le varie fasi della vita di ERTEGUN, e attraverso di essa il nascere e il fiorire della cultura e del costume americani, del business legato alle case discografiche, e della società in genere.
Occorre aggiungere che questa biografia mi ha toccato nel profondo anche perché la ATLANTIC, in quanto casa discografica dei LED ZEPPELIN, è sempre stata la mia label preferita, ma è indubbio che sia stata probabilmente l’etichetta discografica più importante di sempre. RAY CHARLES, RUTH BROWN e tutti quegli artisti neri che forgiarono la musica che diventerà poi rock and roll. E inoltre tutta l’epopea rock, dai BUFFALO SPRINGFIELD ai CSN&Y, dai CREAM AI LED ZEPPELIN, dagli YES agli ELP, fino ai ROLLING STONES (per citare solo i primi artisti, a noi più cari, che ci vengono in mente).
sì, dai va beh, questa l’ho messa per farvi sorridere…la conoscete la mia ossessione per LB, no?
JERRY WEXLER poi , uno dei soci di ERTEGUN, fu quello che se ne venne fuori con il termine RHYTHM AND BLUES, se ci pensate mica una robetta da poco.
Visto che siamo su questo blog notoriamente LED ZEPPELIN-oriented, aggiungo che l’argomento LZ non è trattato con particolari riguardi come magari ci si poteva aspettare, solo sette le paginette a proposito, con una imprecisione grossolana.
Ahmet Ertegun & Jimmy Page
Ahmet Ertegun & Robert Plant
Al di là di questo, il libro è da leggere assolutamente. AHMET ha fatto una vita da rockstar, con una eleganza e una intelligenza che probabilmente nessuna rockstar ha mai avuto.
Ahmet Ertegun & Mick Jagger
Il libro è in inglese, ed un inglese un po’ sofisticato e ricco , lontano dalla prosa semplice e facile delle autobiografie tipiche dei musicisti rock…a volte bisogna tornare sulla stessa frase un paio di volte per capirla appieno, ma è una lettura molto piacevole, che arricchisce, al di là della storia in sé. Credo che i libri musicali di questa portata andrebbero letti nella lingua originale, per coglierne le sfumature esatte, visto che troppo spesso le traduzioni in italiano sono fatte frettolosamente e da gente non preparata sull’argomento. Capisco tuttavia che ci sia molta gente non pronta ad affrontare un libro tutto in inglese… è un peccato però.
Il nostro amico DONATO ZOPPO ha appena pubblicato per l’ARCANA questo volume sui KING CRIMSON. Sembra succulento. Ne riparleremo.
KING CRIMSON
Islands. Testi commentati
Arcana TXT
pp. 380
22,00 euro
Le beibe beibe a gambe spalancate care ai Led Zeppelin, i pruriti e gli sberleffi di casa Zappa, i diavolacci su di giri a zonzo con i Black Sabbath, i mattoni in caduta sui Pink Floyd, le strade di tuono per raggiungere Springsteen: i King Crimson sono davvero lontani.
Uomini schizoidi, divinità marine, risvegli di principi e isole lontane, lingue di allodola, grandi ingannatori e incubi rossi, chiacchiere da elefante, nevrotiche e uomini modello, dinosauri, luci in costruzione e curve pericolose. Altro che musica leggera. Qui ci sono anomalie dentro altre anomalie, una matrioska rock tutta da smontare.
Se il progressive rappresenta una grande “deviazione” nella storia popular, i King Crimson – che del prog sono stati gli artefici e tuttora la massima incarnazione – sono una cellula impazzita a dir poco sorprendente. Hanno inventato un genere, se ne sono distaccati senza abbracciare i suoi opposti, hanno un padre-padrone-fondatore-demiurgo senza il quale non esisterebbero, ma i testi delle varie incarnazioni del Re Cremisi sono opera di personalità esterne come Peter Sinfield e Richard Palmer-James, o di un alter ego conflittuale e pacifico come Adrian Belew.
Un gruppo/progetto che cammina tra esoterismo e humour, letterature e surrealtà, razionalismo e follia, allegorie e clare loqui. Un’isola nel mare magno del rock, una piccola unità collettiva dove si parla con il vento e si attende il ritorno di me, Neal e Jack.
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