Immagino sia questo il perché lo chiamano blues

28 Apr

Uno di quei martedì mattina di fine aprile in cui piove, fa freddo e i pensieri sono cupi. Appena alzato la prima cosa che faccio è chiedere ad Alexa di sparare gli AC/DC … o così o non riuscirò ad uscire di casa …

Al lavoro la mattina passa veloce, un paio di riunioni, i soliti impicci e sono già le 13. Il tempo non permette di stazionare nei tavolini all’aperto dei ristobar, un panino veloce e un giro a piedi in compagnia di me stesso. Non ho una meta precisa, voglio proprio vedere dove mi porta il pilota automatico.

Illustration from 19th century – getty images

Poco dopo mi ritrovo di nuovo in Three Kings Road, la via di cui ho parlato qualche giorno fa qui sul blog. Rigurgiti sentimentali relativi alla tipa con cui stavo e che abitava in quella stradina del centro? Nah, ci mancherebbe altro, giusto la necessità della mia maruga di trovare rifugio nei posti in cui ho vissuto o che ho frequentato nella fascia d’età della mia giovinezza o giù di lì, quella che va dai venti ai trent’anni, trentacinque to’! Ne parlo spesso con i Clarksdale Rebels (i miei streminati amici del blues), c’è evidentemente un riflesso autonomo del cervello che porta un individuo ad avere come riferimenti quegli anni. Non importano le belle cose che possono essere successe dopo, i fatti avvenuti tra i 18/20 anni e i 30/33 sembrano avere la precedenza assoluta nell’immaginario individuale di ognuno di noi, o perlomeno di ogni uomo o donna di blues degno di questo nome.

Sembro spinto da un bisogno ancestrale di ripercorrere luoghi in cui ho formato il mio essere, d’incontrare – anche solo metaforicamente – le persone che mi hanno conosciuto in quegli anni, le persone che sanno o sapevano chi sono e da dove vengo. E allora rigiro quella stradina, rincorro con lo sguardo le finestre da cui mi affacciavo, quel palazzo del 1500 che ancora sembra reggere allo scorrere veloce del tempo.

Mi chiedo se sono il solo a rosolarmi in questo tipo di blues, poi penso a Julia, nove anni fa mi diceva che più un albero diventa grande più le sue radici affondano nella terra … già … poi dopotutto anche un mio carissimo amico a volte rimane intrappolato in un rituale del tutto simile al mio.

Lascio via Tre Re, percorro qualche altra back street e mi ritrovo in via Camatta, la stradina chiusa dove c’era il Wienna, il locale musicale storico della città. Chiunque abbia mai suonato o frequentato il giro dei musicisti è passato per di lì.

Wienna Club – Mutina – Aprile 2021 – foto TT

Quante serate passate tra quelle mura, quanti sogni costruiti intorno alle canzoni che scrivevo con Tommy, il mio cantante di allora e che proponevamo insieme al nostro gruppo …

Mi sposto verso l’heart of the city, facendo un pezzo di via Canalino, riannuso i ricordi allora, il negozio di dischi, l’ortofrutta di un mio conoscente, il negozio dove compravo regali per le mie ex, tutti esercizi che oggi non ci sono più.

Attraverso la via Emilia, passo davanti ai palazzi in cui ai miei tempi vi erano i cinema Splendor e Metropol, quindi davanti alle vetrate dove c’era la Casa Della Musica, negozio di strumenti e libri di didattica musicale.

Quando sento che inizio a commuovermi e a sentirmi sperduto in a time and a place che non sento più miei, cerco di  uscire dal tunnel di strade secondarie,

Mutina – aprile 2021 – foto TT

arrivare a Roma square è quasi un sollievo, gli spazi ampi aiutano a respirare meglio …

Roma Square – Mutina – Aprile 2021 Foto TT

e capire che in fondo sono solo sentimenti umani, inevitabili per chi si sofferma a valutare la vita, impulsi, emozioni che arrivano all’animo di chi magari è un po’ più coraggioso e si affaccia a sullo sprofondo e su malinconie e nostalgie strutturali. Immagino sia questo il perché lo chiamano blues …

DINO BUZZATI “Un Amore” (1965)(2016 Mondadori) – TTTT

27 Apr

Che Buzzati sia un gigante non lo scopriamo certo noi, ogni suo scritto che leggiamo ci colpisce, succede anche per questa sorta di romanzo erotico, questa discesa nell’animo di un uomo di una incerta età folgorato dall’amore per una giovanissima meretrice. 

dino buzzati un amore

SINOSSI:

Una Milano che è insieme ritratto della metropoli e simbolo della babele d’ogni tempo. Su questo sfondo si muove il protagonista di “Un amore”: un uomo inconsapevole di aver atteso troppo, che è rimasto nell’intimo un giovane e crede che il sentimento possa compiere miracoli. E così il professionista maturo si innamora perdutamente di una donna giovanissima, ma già carica della cinica spregiudicatezza e della stanchezza morale di un’epoca. Unico romanzo erotico di Buzzati, “Un amore” continua l’indagine nelle inquietudini dell’uomo contemporaneo descrivendo la parabola di un amore vero, di esemplare limpidezza, destinato a smarrirsi nella menzogna come in un labirinto.

SERIE TV: Snabba Cash (Svezia 2021 – Netflix) – TTTT

26 Apr

L’attrice svedese di origine armena Evin Ahmad è la indiscussa protagonista di questa bella serie svedese tratta in qualche modo dalla Trilogia di Stoccolma di Jens Jacob. Siamo appassionati di Nordic Noir, dunque non poteva non piacerci  questa nuova serie TV, un crime/thriller ambientato in Svezia appunto. I protagonisti sono in massima parte immigrati o comunque svedesi di etnia non nordica. Sei episodi davvero riusciti. Confido in una seconda stagione.

Unico neo la musica che fa da colonna sonora: il rap che sfortunatamente rappresenta la realtà in cui viviamo oggi.

L'attrice svedese Evin Ahmad

L’attrice svedese Evin Ahmad

'attrice svedese Evin Ahmad

L’attrice svedese Evin Ahmad

SnabbaCash serie tv

IL DIFFICILE RAPPORTO COL CHITARRISMO ODIERNO

24 Apr

E’ un venerdì dell’ultima decade di aprile, il sole splende sulla campagna sveglia da poco, sono quasi le 8, salgo sulla Sigismonda diretto al lavoro; qualche metro della carreggiata John Miles (lo stradello principale della Domus Saurea)

Carreggiata John Miles - Domus Saurea aprile 2021 - foto Tirelli

Carreggiata John Miles – Domus Saurea aprile 2021 – foto Tirelli

e mi immetto sulla stradina lunga e tortuosa. Nemmeno il tempo di fare qualche metro e dal fossettino lì accanto si alzano in volo due anatre, le guardo salire nel cielo, mi chiedo se siano germani reali, alzavole, marzaiole o chissà cosa.

Il Fossettino delle anatre - Domus Saurea aprile 2020 - foto Tirelli

Il Fossettino delle anatre – Domus Saurea aprile 2020 – foto Tirelli

Giusto il tempo di fare la doppia curva sul torrente Bondeno e due lepri fuggono verso campi lontani.

Il Torrente Bondeno, dove giocano le lepri - nei paraggi della Domus Saurea - aprile 2021 - Foto Tirelli

Il Torrente Bondeno, dove giocano le lepri – nei paraggi della Domus Saurea – aprile 2021 – Foto Tirelli

Vivere in campagna a volte ha i suoi vantaggi, incontrare anatre, lepri, aironi, gufi, fagiani, falchi, corvi e merli (per non parlare di volpi, lupi e caprioli) ti aiuta a ritrovare la posizione in questo cavolo di pianura.
Sia io che lo stereo della macchina siamo in modalità (sì Mr Bodhrán, so che è un termine che non puoi soffrire) random. Mentre dalle strade campagnole mi sposto a strade provinciali che portano verso Mutina, la chiavetta mi propone:

Il blues che ho nella maruga stamattina è quello relativo alla chitarra, ai chitarristi, al chitarrismo. Sono un tipo social, ho account sulle diverse piattaforme, avendo il blog, gestendo un gruppo sulla mia squadra del cuore, uno sulla mia band e curando la pagine del gatto Palmiro sono uno attivo su quel fronte.
Questa attività porta con sé anche molti aspetti negativi, leggere i commenti e le idee di certa gente mi fa capire che l’evoluzione umana deve compiere ancora tantissima strada per raggiungere un livello dignitoso, anzi molto spesso arrivo alla conclusione che proprio non abbiamo futuro … è davvero spaventosa la melma di violenza, volgarità, assenza di rispetto, sovranismo, populismo, nazionalismo (che viene spacciato per patriottismo), omofobia, misoginia e integralismo religioso che viene messa in circolazione.

Passando a faccende meno tremende, anche dal punto musicale vi sono aspetti che fatico a digerire. Ne parliamo spesso sul blog, mi riferisco alla mancanza di capacità critica di chi scrive di musica (anche su testate nazionali), al peccato mortale di non saper distinguere tra capitoli importati della musica e della propria vita. Essendo poi in qualche modo un chitarrista, noto con grande fastidio cosa siano diventati oggi la chitarra e il chitarrismo. Lo strumento è sempre più sganciato dal valore artistico, dall’espressione umana ed individuale, è sempre più vissuto come omologazione e funambolismo. La chitarra come uno strumento acrobatico dove fare evoluzioni ardite, e pazienza se nessuna emozione sgorga più da quello che una volta era LO strumento passionale.

Facebook mi inonda di consigli relativi a video di cosiddetti maestri di chitarra, tipetti di mezza età che si fingono giovani, qualche chilo di troppo, cappellino alla Breaking Bad, effetti a pedale che ti permettono di mandare in loop sequenze di accordi e di accorgimenti ritmici appena suonati su cui poi improvvisare sopra. Il solismo che si snoda attraverso le inaccettabili coordinate del funky blues, con quelle svisatine tutte uguali, perfettine, con i bending (il tirare le corde) precisi, quel sapore rock blues che i veri uomini di blues come noi – amanti del genere – rifuggono come fossero la peste.

Quei professorini ormai cinquantenni forzatamente vestiti da giovani che hanno un nome nel panorama italiano per aver suonato con diversi artisti famosi (la cui proposta musicale, diciamolo, era però una cagata pazzesca) che ci insegnano su che nota finire una frase, la formula per saltare da un accordo all’altro, come fare un assolo insomma  senza però aggiungere che il sentimento che guida dovrebbe essere quel qualcosa di indefinibile che abbiamo dentro di noi che ci fa prendere in mano uno strumento e condividere sensazioni con gli altri. Si creano così legioni di insipidissimi aspiranti musicisti senza nessuno stile personale e senza nessuna particolarità. E’ davvero questo che vogliamo? Poi ci si chiede come mai da decenni la musica popolare e rock non offra assolutamente più nulla di rilevante (se non rarissime gemme germogliate in piccolissime nicchie di resistenza).
Altro tema è quello del virtuosismo fine a se stesso, ma magari ne parliamo un altra volta.

Intanto è già passato il venerdì, otto ore al lavoro piuttosto intense e volate velocemente il cui momento top è stato vedere entrare dal portone l’amministratore delegato mentre dall’impianto stereo della sua macchina usciva l’assolo di Stairway To Heaven versione New York 1973. “Ehi Tim, senti che roba” mi dice.

Qualcuno che sa cos’è il vero chitarrismo rock c’è ancora.

Dark Lord, in te confidiamo.

JIMMY PAGE The Dark Lord "“La tecnica non conta, io mi occupo di Emozioni”

The Dark Lord ““La tecnica non conta, io mi occupo di Emozioni”

Genesis live at Bataclan, Paris (France), 10 january 1973 – 16mm footage

19 Apr

Qualche giorno fa su youtube è stato caricato un filmato dei Genesis con Peter Gabriel a cura dei tipi del sito Genesis Museum, il tutto completamente rimesso a nuovo nella parte video e nella parte audio e dunque presentato per la prima volta in questa prodigiosa qualità. Probabilmente il miglior filmato del gruppo con PG. Trentotto minuti da non perdere.

00:00 The Musical Box

10:03 Supper’s Ready

21:22 Return Of The Giant Hogweed

26:48 The Knife

33:21 Interviews

Sulla strada dei re, le chiavi per il blues africano

18 Apr

ARROTINO BLUES

Devo fare duplicati di alcune chiavi, mi dirigo quindi dall’arrotino da cui mi servo già da un po’, in pieno centro storico di Mutina, in Luke’s Narrow Lane (va beh, in Calle di Luca), di fronte a Saint Francis Church. Il knife grinder ha il cognome modenese e uno di quei nomi esotici che venivano dati ai bimbi qui in Emilia alcuni decenni fa, nome di origine greca che significa forte. Il negozietto è uno di quelli rimasti fermi nel tempo. Macchinari di una volta, spazi ristretti, bancone anni settanta o sessanta e via dicendo. Osservo l’artigiano nel suo grembiule grigio tornire le chiavi con maestria.

arrotino

arrotino

Chiedo di pagare con bancomat, diligentemente digita il prezzo sul macchinino e mi dice “Ah, prima o poi chiudo il negozio”,

“Come mai Athos (nome di fantasia)?” gli chiedo.

“Sono stanco, sa, non ne posso più, è diventato tutto troppo complicato” mi dice, riferendosi al pos …”

Sono basito ma sto al gioco “beh guardi sono un po’ stanchino anche io, due anni fa lavorativamente parlando ho dovuto reinventarmi e ributtarmi nella mischia ed effettivamente non è semplice …”

Mi confida la sua età, siamo coetanei (ha un anno in più), e quando lo informo di cosa si occupa la azienda per cui lavoro da tre mesi (senza entrare nello specifico, trattasi di faccende ipertecnologiche) sbianca e mi lancia uno sguardo di terrore. Uno che già trova difficile gestire un pos e la fatturazione elettronica non può che sentirsi sbigottito dinnanzi ad un mondo sconosciuto come quello dove sono capitato.

Esco dal negozio ricaricato, a differenza del mio coetaneo arrotino mi sembra di essere ancora on the brighter side of the road dopotutto, riuscire a galleggiare nell’humus ipertecnologico in cui sono capitato alla mia età non è automatico, ad esempio l’altro giorno a pranzo nei soleggiati tavoli all’aperto del giardino intorno a cui si dipana la azienda ho tenuto banco di fronte ad alcuni miei giovani colleghi, mica mammolette, bensì scienziati e ingegneri, una sorta di geni alla Big Bang Theory, però fighi.

Così mi sono ribattezzato Tim Tirelli, l’Ingegnere dell’algorhythm and blues.

KINGS ROAD BLUES

Mentre prendo la strada del centro, la piazza è spazzata dal vento e penso che stasera rientro da te.

Svolto in Three Kings Road, una stradina costruita tra palazzi cinquecenteschi, un’era geologica fa una mia ex groupie abitava lì, e per circa sette anni quel sentiero di ciotoli fu un po’ la mia seconda casa. Siamo perfettamente nell’heart of the city ma quella stradina e le altre vicine non sono mai state esattamente posti eleganti, e possono essere catalogate come facenti parte dell’inner city, ovvero the central part of a city where people live and where there are often problems because people are poor and there are few jobs and bad houses (Cambridge Dictionary).
 Mentre passeggio sotto ai portici, poveri stili architettonici si susseguono ogni dieci metri, le porticine di legno o di metallo sono consunte da decenni di incuria, sui campanelli segni di etichette rimosse e rimesse, i cognomi rimandano a genti che nulla hanno che fare con l’originale etnia territoriale. La pavimentazione è così sconnessa che mi viene il mal di mare.

Three Kings Road (foto Alefilobus2012)

Alzo lo sguardo, rivedo la finestrella da cui osservavo i tetti di quella parte della città; in certi pomeriggi, nelle domeniche piovose d’inverno, era bello guardare i coppi  lavati dalla pioggia e perdersi nel perenne Rambling On My Mind blues.

Three Kings Road (foto Alefilobus2012)

Mi allontano, mentre torno verso Piazza Grande quel terrazzo col glicine fiorito in Servants Little Square mi accoglie ora come allora,

via-dei-servi

Il balconcino di piazzetta dei Servi – Mùtina

mi si scioglie il cuore; a poche decine di metri the Little Garland Tower guida il mio cammino. Città mia città mia, pur piccina che tu sia tu mi sembri una magia …

BLUES AFRICANO

I’ve got a new friend, and his name is Mr Anthony Ruby from Rosespring (down there in Wolvesland), non è un caso che sia anch’egli un uomo di blues, un amante della grande musica (sponda jazz ma non solo), un appassionato di football (non dei miei stessi colori ma di una squadra che mi sta simpatica) e una mente illuminata.

Ci scambiamo spesso dritte su artisti che meritano di essere scoperti, ieri mi ha suggerito Nanà Vasconcelos, un percussionista afro-brasiliano il cui album del 1972 Africadeus mi sta scombussolando. Blues africano alla massima potenza, percussioni, berimbao e voce intrise di sperimentazione e di litanie esistenziali.

Già la copertina mi pare emblematica, quello stile anni settanta legato al magnetismo di certi musicisti neri e al potere della musica del loro spirito. Mamma mia che lavoro!

Nanà Vasconcelos

Poi uno mi chiede come mai sono così legato agli anni settanta, solo in quel decennio una etichetta discografica poteva pubblicare un disco come questo.

PS Thank you Anto’.

MOUSE PAD BLUES

Nella vita quotidiana accadono sciocchezzuole che mi fan capire che ancora non conosco del tutto la pollastrella con cui sto, pollastrella che ricordiamo è una sorta di amazzone: centaura, musicista, fan sfegatata della musica Rock, regina delle corse in Go-Kart, figlia dell’Emilia più concreta e rivoluzionaria. Una scimmietta forza della natura dunque, fino a quando …

IO “Saura, mi serve un tappetino da mouse, non trovo più il mio dell’Inter. Ne hai uno da prestarmi?”
LEI: “Sì”

Mouse pad con gattini – foto TT

An s’è mai vèst Johnny Winter con chi mouse pad chè.

OUTRO

Nei pigri sabati di aprile non resta altro da fare che perdermi nella luce aranciata del pomeriggio, cercando di trovare l’algoritmo giusto che risolva i miei quesiti esistenziali, che aiuti a staccare gli sticker adesivi che ho appiccicati all’animo, che dia un po’ di pace alla mia worried mind. Basterebbe poco, che stasera l’Inter battesse il Napoli e che Jimmy Page facesse uscire un nuovo disco.

La luce aranciata del pomeriggio – Domus Saurea, Aprile 2021 – Foto TT

Le fredde e umide domeniche emiliane mitigate dall’imperituro fuoco sacro dei Led Zeppelin

11 Apr

Domenica fredda e umida qui in Emilia, una mia cara amica straniera, quando ancora non parlava bene l’italiano, avrebbe detto “c’è piove”. La primavera sembra imprigionata dagli strascichi invernali. Scendo a fare due passi, perso nei miei pensieri seguo impronte di giorni perduti. Potrei telefonare a qualche amico, ma la mia timidezza invincibile me lo impedisce. Sarebbe bello sognare insieme del prenderci una tazza di caffè, del fare due chiacchiere davanti ad essa in un posticino accogliente, magari al tepore di una cucina dove sul fornello borbotta un pentola e una grossa sveglia tiene pigramente il ritmo del tempo con i suoi tic toc; qualche biscotto caldo, succo d’arancia, marron glacé, un paio di diplomatiche la cui bagna intrisa di Rum ci solleticherebbe l’intelletto.

Chi potrebbe essere l’amico adatto? Ne ho diversi da scegliere nel pezzo d’Emilia in cui vivo, un altro vive in tre posti diversi, rispettivamente a 350, 1100 e 7100 chilometri da me, un paio lungo la dorsale appenninica che sorregge lo Stivale, altri a nord del MississiPo. In totale 12 amici, dopotutto niente male, non fosse altro per i potenti riferimenti simbolici di questo bel numero. Gli dèi principali del monte Olimpo sono Dodici (se diamo importanza alla mitologia greca), Dodici i cavalieri della tavola rotonda (se crediamo che Re Artù sia esistito), Dodici gli apostoli (se si crede alla favoletta di Giosuè, il figliastro del falegname Giuseppe), Dodici le categorie dell’intelletto secondo Kant, Dodici le stelle della bandiera Europea (uno dei pochi vessilli che non ci danno nausea), Dodici i mesi, Dodici i semitoni che formano un’ottava nel sistema musicale occidentale, Dodici gli anni d’età che servono per compiere i riti di iniziazione in molte culture, … un numero che qualcuno dice essere un modello cosmico di pienezza ed armonia. E poi sì, sono nato in dicembre, dodicesimo mese

Ma gli amici oggi sembrano irraggiungibili, così cammino sulla lunga stradina tortuosa da solo, come uno sciocco sotto la pioggia; passo davanti alle case dei vicini e ne rimiro i cortili lucidi di pioggia. Folate di vento mi spostano l’animo, tempo di tornare in casa.

C’è solo una cosa di fare in mattine come questa per tornare a respirare la vita, chiedere aiuto al Dark Lord e ai Led Zeppelin, infilarsi nella macchina del tempo con destinazione New York 1973, e guardarli mettere in scena la musica Rock migliore mai vista e sentita su questo pianeta. L’hard rock variopinto di The Song Remains The Same e la magniloquenza poetica di The Rain Song. Quale altro gruppo di hard rock avrebbe potuto proporre musica Rock di un tale ampio respiro?

Ringrazio il nulla cosmico onnipotente di avermi creato fan dei Led Zeppelin.

 

 
 
Jimmy Page - The Song Remains The Same Movie - New York 1973

Jimmy Page – The Song Remains The Same Movie – New York 1973

Robert Plant TSRTS Movie

Robert Plant – The Song Remains The Same Movie 

Virginia Parker - Led Zeppelin Movie

Virginia Parker – The Song Remains The Same Movie

Led Zeppelin Film The Song Remains The Same

Led Zeppelin movie The Song Remains The Same

 

Aprīlis blues

10 Apr

 

Irrequieto, ecco cosa sono in questi giorni; certo, è la condizione di default del mio animo, ma in questa prima decade di aprile mi sento mosso più del solito. Sarà che la primavera ormai è dappertutto uhh! si struscia come un gatto contro i piedi del letto, e sono già agitato, sono già agitato, sono già agitato tutto.

 

… sarà che si passa dai 27 gradi di fine marzo agli 0 gradi di questo inizio aprile, sarà che la pollastrella mi dice che lei è felice mentre io invece non riesco mai a districarmi dai fili del blues in cui sono intrappolato.

Cerco di trovare stratagemmi per sbarazzarmi di me stesso: lunghe camminate a passo sostenuto, due tigelle mangiate in Roma Square, in pieno centro a Mutina, con alcuni illuminati del blues,

The Clarksdale Rebels – da sinistra: Pike Boy, Nonantola Slim, Livin’ Lovin’ Jaypee, Lollo Wylde. – Foto Young Picca

video chiamate su Teams con Doc dove lui cerca di costringermi ad ascoltare in diretta certi brani dei Blackmore’s Night mentre disquisiamo sul Dark Lord, lettura di Un Amore di Dino Buzzati, ma nonostante tutto questo non riesco nell’intento.

Allora inizio e abbandono racconti che ho in mente di scrivere, accenno e sviluppo idee musicali che mi arrivano all’improvviso, ipotizzo di trasferirmi sul cucuzzolo della montagna a vivere da asceta, fino a che, spossato, mi getto sul divano a guardare una serie TV qualunque o a seguire una partita del mio grande amore bevendo un bicchiere di bourbon.

Guardando le partite dell’Inter – foto TT

Continuo ad ogni modo ad andare a lavorare ogni mattina, oltrepasso il solito cantiere sul grande svincolo per Chèrp all’altezza di High Bridge

Traffic roundabout to Chèrp – foto TT

Svincolo all’altezza di High Bridge – foto TT

High Bridge  – foto TT

High Bridge (on the Bucket River) – foto TT

… il cielo è nuvoloso, fa freddo e mi appresto a raggiunger l’heart of the city” in balia dei miei pensieri, quelli che mi portano ad essere sempre sul punto di prendere decisioni drastiche atte a destabilizzare (e probabilmente rovinare) la mia vita.

Perché poi sono così solo il nulla cosmico onnipotente lo sa. Il fatto è che, come cantava McKinley Morganfield, I just can’t be satisfied …

 

SUL PIATTO DELLA DOMUS

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OUTRO

Come sempre non ci resta che confidare nel Dark Lord, possa egli condurci attraverso i sentieri dove gli altri non vanno, possa ricordarci ogni giorno che se anche a volte il loro corso può cambiare i fiumi sempre raggiungono il mare, possa infine vegliare su di noi affinché il sole torni a battere sui nostri visi, le stelle a riempire i nostri sogni e il padre dei quattro venti a gonfiare le nostre vele. 

SERIE TV: “Che fine ha fatto Sara?” (2021 Messico – Netflix) – TT½

5 Apr

Di questi tempi guardare Serie TV è quasi d’obbligo, il covid ci costringe a casa, l’apatia generale ci incatena davanti ai teleschermi, l’offerta è tanta. E’ ovvio che quando ne esce una a marchio Netflix ci si tuffa guardarla. Questo almeno è quello capitato a me. Il problema è che già alla seconda puntata ho avuto una sorta di repulsione e mi son detto: “ma che differenza c’è tra le telenovele che criticavamo tanto e questa serie TV?”.

Non sono il solo ad aver fatto quanto pensiero, su serialminds.com scrivono “La verità, la dura verità, è che prendevamo in giro le nostre nonne perché guardavano le telenovele sudamericane su Rete4 e siamo finiti a guardare le telenovele sudamericane su Netflix”. 

Di solito non leggo recensioni o pareri prima di scrivere le mie sciocche riflessioni, ma stavolta sono inciampato su di esse ed ho notato che il termine telenovela viene sempre usato per parlare di questa serie.

Sono comunque arrivato sino alla fine (10 episodi), il finale ovviamente è apertissimo, già si parla di una seconda stagione, ma la sensazione è quella di aver gettato via del tempo. Serie TV sconsigliata. Il segno dei tempi è che è una delle più guardate su Netflix. 

Marc Augé “Le tre parole che cambiarono il mondo” (2016 – Raffello Cortina Editore) – TTTTT

4 Apr

Novanta paginette, tempo di lettura un’oretta, 8 euro. Questo è un libro che dovrebbero leggere tutti, i lettori di questo blog in particolare. Per i senzadio come me significa passare un’oretta di divertente godimento intellettuale, per tutti gli altri potrebbe essere uno spunto di riflessione un po’ insolente ma certamente stimolante.

le-tre-parole-che-cambiarono-il-mondo-2480

http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/marc-auge/le-tre-parole-che-cambiarono-il-mondo-9788860308399-2480.html

Sinossi:

Il giorno di Pasqua del 2018, durante il tradizionale di‌scorso urbi et orbi, il papa, dopo un lungo silenzio, esclama a gran voce: “Dio non esiste!”. Tre parole che gettano nello sconcerto cristiani, ebrei, musulmani, agnostici, atei, e scatenano uno tsunami nel mondo intero. È l’inizio di una settimana folle, che incendierà il pianeta e farà piazza pulita di ogni sentimento religioso.
Ma che cosa ha spinto il sommo pontefice a un intervento così intempestivo?
In tempi di massacri nel nome della religione, questa favola contemporanea, visionaria e insolente, che tiene il lettore con il fiato sospeso, lascia trasparire gli accenti di una fede illuministica nella ragione: forse, senza la violenza che a volte il sentimento religioso comporta, la fratellanza tra gli esseri umani non sarebbe più un’utopia.

Marc Augé

Marc Augé, uno dei più importanti antropologi contemporanei, è stato presidente dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales dal 1985 al 1995. Nelle nostre edizioni ha pubblicato, fra gli altri, Il tempo senza età (2014), Un etnologo al bistrot (2015), Le tre parole che cambiarono il mondo (2016), Momenti di felicità (2017), Chi è dunque l’altro? (2019) e Risuscitato! (2020).