Ogni volta che penso a Stieg Larsson mi assale la tristezza. Autore della trilogia di Millenium, morì poco prima che i suoi tre libri diventassero autentici bestseller. Non godé mai della sicurezza economica a cui anelava, era certo però che la saga di Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist lo avrebbe ricompensato rendendogli la seconda parte della vita tranquilla, e invece …
Stieg Larsson
Come scrivemmo in occasione dell’uscita di Millenium 4, dopo la sua morte padre e fratello (per lui quasi due sconosciuti) affidarono a David Lagercrantz il compito di proseguire le storie dei personaggi creati da Stieg. L’Uomo Che Inseguiva La Sua Ombra è il quinto capitolo e secondo me è davvero riuscito. Una volta che ci si rende conto che Larsson non c’è più e che non si può rimpiangerlo all’infinito, le qualità di Lagenrcrantz vengono in superficie in maniera decisa. Il romanzo è ben scritto, la storia avvincente e i personaggi rimangono credibili. L’autore sta trovando una sua via, il genere è quello, le ambientazioni anche, ma sembra proprio che Lagercranz si sia scrollato di dosso definitivamente l’ombra di Larsson. I personaggi hanno le caratteristiche dei primi tre romanzi , ma Lagercrantz riesce ad arricchirle di sfumature niente male, lo sviluppo futuro promette bene.
L’aver portato alla luce un intrigo criminale internazionale, mettendo in mano al giornalista investigativo più famoso di Svezia lo scoop del decennio, non è bastato a risparmiare a Lisbeth Salander una breve condanna da scontare in un carcere di massima sicurezza. E così, mentre a Mikael Blomkvist e a Millennium vanno onori e gloria, lei si ritrova a Flodberga insieme alle peggiori delinquenti del paese, anche se la cosa non sembra preoccuparla più di tanto. È in grado di tener testa alle detenute più spietate – in particolare una certa Benito, che pare avere l’intero penitenziario ai suoi piedi, guardie comprese -, e ha altro a cui pensare. Ora che è venuta in possesso di informazioni che potrebbero aggiungere un fondamentale tassello al quadro della sua tortuosa infanzia, vuole vederci chiaro. Con l’aiuto di Mikael, la celebre hacker comincia a indagare su una serie di nominativi di un misterioso elenco che risveglia in lei velati ricordi. Soprattutto quello di una donna con una voglia rosso fiammante sul collo. Nella sua inestinguibile sete di giustizia, Lisbeth rischia di riaccendere le forze oscure del suo passato che ora, in nome di un folle e illusorio bene più grande, quasi sembrano aver stretto un’alleanza per darle di nuovo la caccia. Come un drago, quello stesso drago che ha voluto tatuarsi sul corpo, per annientare i suoi avversari Lisbeth è pronta a sputare fiamme e a distruggere il male con il fuoco che brucia dentro tutti quelli che vengono calpestati.
David Lagercrantz
David Lagercrantz (1962), affermato scrittore e giornalista, vive a Stoccolma. Oltre alla celebre biografia Io, Ibra sulla vita di Zlatan Ibrahimovic´, ha pubblicato diversi romanzi, tra cui La caduta di un uomo. Indagine sulla morte di Alan Turing (Marsilio 2016). Dopo Quello che non uccide, pubblicato con successo in 40 paesi, con L’uomo che inseguiva la sua ombra Lagercrantz firma il quinto episodio della saga creata da Stieg Larsson e intitolata alla rivista d’inchiesta Millennium – uno dei più clamorosi fenomeni editoriali di tutti i tempi, con oltre 80 milioni di copie vendute nel mondo.
Quando il nostro Michigan boy mi ha informato circa la possibilità di intervistare per il blog Susan Whitall – giornalista e scrittrice americana – mi sono sentito euforico, la rivista musicale CREEM è stata un punto fermo per la musica rock e per il sottoscritto. Per quelli della mia generazione il giornale in questione è stato un punto di riferimento. Difficilissimo trovarla in Italia, l’unica era farsela spedire da qualche conoscente, quei pochi numeri arrivati sulle mie sponde illuminarono per mesi la mia voglia rock. Sono sempre stato uno da CREEM, Rolling Stone pur essendo un alto snodo cruciale per lo sviluppo del rock, non mi ha mai appassionato appieno, e molte delle altre testate rock americane mi parevano dozzinali e superficiali … e se avevo questa sensazione in giovanissima età è segno che lo erano davvero. Il figura più conosciuta di CREEM era ed è Lester Bangs, preparatissimo giornalista musicale che ammiravo (e ammiro) molto pur avendo con lui un rapporto conflittuale. Spesso Polbi (Paolo Barone insomma) mi dice che a volte glielo ricordo, quando il fervore per il rock più essenziale mi assale la mia visione della musica rock si sovrappone a quella di Bangs secondo il mio amico. Sarà, fatto sta che è un grande onore per noi ospitare su questo blog miserello Susan Whitall.
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Birmingham e’ una zona dell’area metropolitana di Detroit a una ventina di minuti dal confine fra poveri e ricchi segnato da Eight Mile. Belle case, negozi sulla main street, ristoranti, banche e un teatro. Insomma il solito incubo del Midwest americano. Eppure e’ qui, fra tutta questa disarmante normalita’, che negli anni settanta ha abitato Creem, la piu’ leggendaria rivista di musica Rock di tutti i tempi. E in qualche modo le istituzioni locali si devono essere rese conto di aver avuto da quelle parti un qualcosa di veramente memorabile, tanto da aver deciso ultimamente di dedicargli un piccolo museo cittadino ricostruendo, con il contributo e le donazioni dei redattori, una parte degli uffici della rivista. Niente di che logicamente, ma quando lo hanno inaugurato e’ stata l’occasione per riunire molti dei fotografi e giornalisti, fra cui Susan Whitall che fino a meta’ anni ottanta e’ stata una delle presenze piu’ importanti nella storia di Creem. Oggi oltre ad essere una giornalista molto affermata, e’ anche una scrittrice con diversi libri pubblicati e altri in cantiere.
Per chi legge di musica Creem e’ una leggenda al pari delle band di cui parlavano le sue pagine, e molti dei suoi redattori delle Rockstar. E’ quindi con una certa emozione che mi ritrovo in uno Starbucks di sabato mattina per una lunga chiacchierata con Susan Whitall…
Susan Whithall
Allora Susan, proviamo a partire dall’inizio, come sei arrivata a lavorare per Creem Magazine?
Ero appena tornata da un lungo soggiorno a Londra, e cercavo un lavoro. Non avevo trovato ancora nulla di stabile, e un giorno mentre in una libreria sfogliavo un numero di Creem, il proprietario mi avvicina e mi dice che quelli che fanno questa rivista sono un branco di stronzi, che gli devono dei soldi e che stanno proprio al piano di sopra dello stesso stabile! Non ero una grande appassionata di musica, anche se avevo visto i Beatles due volte, gli MC5 e altri. Ma Creem mi aveva veramente colpito…Decisi sul momento di andare direttamente a bussare alla porta e provare. Mi apri’ uno dei redattori, dentro c’era un casino indescrivibile, gli dissi che cercavo un lavoro, che sapevo scrivere a macchina e parlavo Francese…Bene! Mi disse, il tuo primo lavoro per ora lo hai trovato, traduci il prima possibile quest’articolo della rivista francese Rock & Pop e poi vediamo come te la cavi, sia a scrivere che a passare un po’di tempo con noi.
Creem settembre 1973
Come era una tipica giornata di lavoro a Creem in quel periodo?
Iniziava tardi! Il primo giorno ricordo che sono arrivata alle dieci pensando di essere un po’ in ritardo, ma l’unica persona li’ era la segretaria che non mi ha nemmeno fatto entrare! Qualche ora dopo e’ arrivato Lester Bangs che non avevo mai visto prima, si e’ incazzato con la poveretta che non mi aveva lasciato passare e tutto e’ cominciato.
Diciamo che una tipica giornata di lavoro a Creem iniziava verso l’una e andava avanti a tempo indeterminato. Io per prima cosa vedevo se avevamo ricevuto telefonate urgenti da qualche casa discografica, poi chiamavo chi scriveva i pezzi per sapere come andavano gli articoli. Dovevamo chiudere i numeri con un paio di mesi di anticipo, e ricordiamoci che tutto si faceva per telefono e posta. La rivista prendeva forma fisicamente, costruivamo il numero e lo si mandava in stampa. Una volta per un disguido postale abbiamo perso tutto, un mese di lavoro buttato, un incubo. Da quella volta in poi, uno di noi prendeva ogni mese l’aereo e lo portava personalmente in stampa in Canada!
Susan Whithall
In quanti eravate a lavorare per Creem?
Eravamo tanti. Almeno dodici persone fisse in redazione, più tutti i free lance e quelli che si aggiungevano per aiutare a chiudere il numero quando si avvicinava la data di consegna. Pensa che per tutti era un lavoro sufficiente a poterci vivere decentemente. Ci pagavamo la casa, le bollette e tutto con lo stipendio del giornale. Nella prima fase ero precaria e mi occupavo dell’inserto dedicato alla scena locale “Extra Creem” che usciva in Michigan, Ontario e Ohio. Poi grazie a un piano di sviluppo dello stato del Michigan venimmo assunti in molti, con un contributo statale del 50%. Tutto questo oggi sarebbe impensabile. Cosi come lo era a fine anni sessanta quando la redazione di Creem era composta da un gruppo variabile di appassionati che venivano pagati in dischi.
Lo staff di Creem nel 1975
Compri riviste di musica oggi?
A volte si, compro le riviste inglesi pur trovandole molto costose. Ma devo dire che sono sempre impegnata a scrivere, e le riviste musicali non sono le mie letture principali oggi.
C’e’ qualche band che ha un posto speciale nei tuoi ricordi?
E’ difficile dirlo, erano tante e con molti si sono creati dei rapporti di vera amicizia. Ma forse il legame piu’ forte in quegli anni lo avevamo sviluppato con i Led Zeppelin. Ricordo che una volta mi mandarono a Chicago per consegnare il premio di Creem “ Boy Howdy “ del referendum dei lettori, che loro avevano stravinto in ogni categoria. Il fotografo con me era Neil Preston, bravissimo e in ottimi rapporti con la band. Era il 1977 e loro erano in un grande albergo, assediato da centinaia di groupies. Io ero una ragazza come loro, non avevano la minima idea che fossi una redattrice di Creem, e quando entrammo nell’ascensore fui letteralmente presa a schiaffi da una pazza che voleva il mio posto ad ogni costo! Una follia! Una volta sopra trovammo Plant ad accoglierci, gentile e affascinante come sempre, disponibilissimo a farsi fotografare. Ma di Page nessuna traccia…Pensammo che era in camera chiuso nel suo mondo, sicuramente non disponibile per fare questa cazzata…C’era un giornalista di un altra rivista in lacrime davanti alla porta della sua stanza, doveva fare un intervista con loro in copertina e non c’era verso di parlare con Mr. Page. Oggi sappiamo che era all’apice della sua dipendenza da eroina, ma all’epoca non ne avevamo idea. Per farsi perdonare ci fece arrivare in redazione due intere file di biglietti per lo show al Silverdome di Pontiac. Erano talmente tanti biglietti che non sapevamo piu’ chi invitare, andammo con il furgone che si usava per le consegne, con noi venne pure Mitch Ryder e porto’ dei bottiglioni di vodka e succo di arancia, che non so come siamo arrivati tutti sani e salvi quella volta…
Creem aprile 1977
Chissà quanto avete festeggiato in quel periodo…
Andai al mio primo r’n’r’ party con Lester Bangs. Lo invitavano sempre tutti, anche quelli che lui distruggeva sulle pagine della rivista. I Faces avevano suonato alla Cobo Hall, e noi siamo entrati nel backstage…Ron Wood urla Leeesteeeerr!! Cazzo eravamo Creem Magazine! Dopo un po’ Ron ci dice di andare a una festa privata, e ci mette in macchina Bobby Womack che sa la strada. Arriviamo in una casa molto di classe e David Ruffin della Motown ci apre la porta…erano tutti vestiti benissimo, e noi eravamo tre rock and roll kids totalmente fuori luogo. Lester si mise subito a ballare in maniera a dir poco sconveniente con la padrona di casa, moglie di Ruffin… poi siamo finiti tutti a cantare, Ron alla chitarra e tutti noi a fare i cori. Tutto bene finche’ Bangs decide di cantare una sua canzone, ecco diciamo che le parole non erano appropriate proprio come le sue danze di inizio serata…molto gentilmente venimmo messi alla porta, e fini il mio primo rock an roll party da redattrice di Creem!
Cosa pensi che rendesse Creem diversa dalle altre riviste?
La nostra assoluta liberta’ e il fatto che gli altri si prendevano molto sul serio, mentre noi ci divertivamo da pazzi! Parlavamo e scrivevamo delle nostre cose, di libri, film, trasmissioni televisive, droghe, tutto, e ridevamo sempre, era un lavorare sempre gioioso, tutto il giorno andava avanti cosi.
Avevate un rapporto speciale con qualche band locale?
MC5! Lester era molto vicino a Rob Tyner che veniva spesso in redazione. Cosi’ come Mitch Ryder e gli altri membri degli MC5, che erano tutte persone molto interessanti con cui parlare di qualsiasi cosa. Ma non abbiamo mai avuto una particolare vocazione locale, ci siamo sempre rivolti a tutto quello che di interessante stava succedendo nella scena musicale internazionale.
Pensi che essere a Detroit abbia avuto un ruolo importante nella storia di Creem?
Senza alcun dubbio e per diverse ragioni. Intanto vivere qui e’ sempre stato abbastanza economico e quindi non eri sotto la pressione dei soldi. A fare il nostro lavoro a NYC o Los Angeles avevi sempre tutti sul collo, qui invece ci sentivamo protetti. Quando andavamo in quelle citta’ era un delirio: Concerti, open bar, labels, tutto 24 ore su 24, sette giorni alla settimana, non so come la gente potesse reggere! Da noi qui era l’opposto, la realta’ ti teneva con i piedi per terra. Guarda cosa e’ successo a Lester. A New York lo incoraggiavano ad andare piu’ fuori di testa possibile. Qui una volta un DJ della radio locale lo ha trovato su Woodward Avenue nella sua macchina rossa sportiva, con lo sportello aperto, la radio e il motore accesi e lui completamente privo di sensi. Tutto quello che ha fatto e’ stato portarlo a casa e aspettare che si riprendesse. Mentre poi a NYC lo avrebbero trattato come un pagliaccio da circo. Qui eravamo piu’ liberi e piu’ veri. Alle volte le case discografiche ci chiedevano la copertina del numero per una loro band. Noi non le abbiamo mai garantite a nessuno “ Possiamo scrivere un pezzo, proporlo in riunione di redazione, ma la decisone e’ nostra non vostra! Ma come…Rolling Stone lo fa, ci dicevano increduli…Ecco, noi siamo Creem, non Rolling Stone! “ La nostra integrità per noi era irrinunciabile.
Quante copie vendevate?
150.000 copie piu’ o meno. Eravamo secondi dopo Rolling Stone…solo che loro vendevano un milione di copie a botta! Il gap era enorme, ma eravamo secondi. Non ci posso pensare che con quei numeri promettessero copertine e altro alle case discografiche. Ricordo che i Journey compravano la quarta di copertina e noi distruggevamo i loro dischi! Ma essere su Creem era importante comunque e per fortuna il nostro editore, lo straordinario Berry Kramer, non ci faceva nessuna pressione. Soltanto una volta mi disse di andare assolutamente ad incontrare Barry Manilow, e devo ammettere che non morivo dalla voglia…Comunque, busso al camerino dicendo che sono di Creem Magazine, e quello salta fuori con la testa piena di bigodini, urlandomi contro che il mio era uno schifo di giornale, e che Lester Bangs aveva scritto che era un cazzone! Non potei fare altro che tagliare la corda, dicendogli che non potevo prendere sul serio gli insulti di un uomo con i bigodini…
Chi ti e’ piaciuto di piu’ intervistare in quel periodo?
Come gia’ ti dicevo, avevamo rapporti molto profondi con molti. Ma devo dire che avere a che fare con Rory Gallagher era una cosa a parte. Io e lui eravamo veramente molto vicini, sono stata in tour con lui in Europa e nella sua Irlanda, ho conosciuto la sua famiglia, gente meravigliosa. Condividevamo una grande passione per i film Noir. Magari eravamo in un ristorante a New York, e ci mettevamo a trovare somiglianze fra le cameriere e le attrici dei film anni ’40 di cui lui sapeva proprio tutto. Ho incontrato piu’ volte gli Stones lavorando a Creem, ma poi li ho potuti intervistare solo anni dopo. E’ un piacere parlare con loro, cosi come con Paul Mc Cartney. Una volta andammo a Toronto nel pieno dei casini di Keith. Loro suonavano a El Mocambo, ma era impossibile avvicinarsi per quanta gente c’era. Un po’ disperati decidiamo di lasciar perdere e andiamo in un caffe’ fuori dal caos. Appena entriamo vedo Mick e Charlie seduti a un tavolino! Mi presento e gli dico che sono la capo redattrice di Creem e vorremmo parlare con loro dopo il concerto. Mick mi guarda incredulo, e dice che deve verificare chi sono…quindi si alza e va al telefono a gettoni a chiamare qualcuno, all’epoca senza cellulari anche Mick Jagger doveva andare al telefono pubblico! Torna dopo poco e mi dice che sono una bugiarda, che per Creem Magazine c’e’ gia’ Linda Robinson. Certo, l’ho mandata io! Gli rispondo, e allora Mick sempre un po’ incredulo propone una mediazione: Potevamo andare direttamente nel backstage senza passare dal concerto, avrebbe dato disposizioni in questo senso. Ma al ritorno a El Mocambo la situazione era ancora piu’ fuori controllo, e di arrivare alla porta del backstage non se ne parlava, cosi tornammo a casa dovendoci accontantare del resoconto di Linda. Anni dopo lo incontro per intervistarlo, e giusto per rompere il ghiaccio gli dico, io e te ci siamo incontrati tanti anni fa in un caffe’ vicino a El Mocambo, ti ricordi? Lui alza le mani e mi dice, aspetta un attimo prima di andare avanti, questa storia ha un happy ending o finisce male?! Mi ha fatto morire dal ridere, una delle migliori frasi da Rockstar di sempre! Anche Keith e’ un piacere da intervistare, totalmente innamorato della musica di Detroit.
Oggi Creem e’ ancora molto famosa in tutto il mondo.
Senza dubbio una cosa bellissima che lo spirito di Creem abbia viaggiato cosi nello spazio e nel tempo. In questo senso anche internet e’ stato fondamentale, si possono trovare tutti i numeri di Creem dalla prima all’ultima pagina.
C’e’ un numero della rivista a cui sei piu’ affezionata?
Si, un numero a cui non riuscivamo a trovare una copertina. A quel punto per noi i Led Zeppelin erano una certezza, e cosi mi misi io a scrivere un pezzo lunghissimo e fuori di testa, Led Zeppelin: A Psycho History . La gente ancora mi chiede di quell’articolo!
Creem – Led Zeppelin A psycho Story – Febbraio 1979
Scrivevate a casa o in redazione?
In redazione. Lester Bangs ci si era praticamente trasferito! Lavoravamo tutti tantissimo, e avevamo delle macchine da scrivere fantastiche e velocissime, delle Selectors, le migliori del tempo. Nessuno di noi poteva avere una cosa del genere a casa. E poi era bello condividere lo spazio, c’era sempre qualche discussione in corso, uno scambio continuo. Se volevi un po’ di pace ti dovevi mettere le cuffie o stare oltre le normali ore di lavoro. La sera andavamo tutti insieme a cena da Pasquale, un ristorante bar italiano, poi qualcuno tornava in ufficio fino a tardi. Nei giorni prima della chiusura di un numero eravamo praticamente tutti in ufficio senza tregua, ci passavamo anche la notte.
Pasquale’s Restaurant – Detroit
Una bella mole di lavoro…
Si, e piu’ di tutti mi colpiva Lester. La gente pensa, voglio essere come Lester Bangs, mi sballo di alcool e di droghe, sento la musica, vado ai concerti e scrivo tutta la notte! Tutte cazzate. Per essere come lui dovresti essere una dinamo di scrittore, lavorare instancabilmente, essere brillante, competente ed estremamente accurato. Eravamo tutti estremamente concentrati. Lester a volte scriveva apposta una fesseria nel suo pezzo, per poi vedere se ce ne accorgevamo prima di andare in stampa…Un modo per essere sicuro che leggessimo tutto, parola per parola! Oggi per controllare qualcosa si guarda Wikipedia, noi facevamo una telefonata ai diretti interessati.
Creem dicembre 1977
Avevate contatti con Rolling Stone?
Ufficiali no, personali logicamente si. Specialmente con Cameron Crowe, alle volte ci chiamava addirittura per sapere se avevamo bisogno di aiuto per chiudere il numero! Una persona sempre molto dolce con noi. Almost Famous non e’ stato accolto bene da alcuni ex Creem, ma io invece, forse anche perche’ all’epoca avevo la sua stessa eta’, credo sia un punto di vista molto valido nella sua innocenza. La sua visione di Lester Bangs puo’ essere stata riduttiva per qualcuno, ma il loro rapporto era veramente quello, Lester lo aiutava tantissimo per telefono. Quando uscì il film feci un intervista a Phillip Seymour Hoffman, e gli dissi che mi aveva colpito molto come aveva fatto a centrare la voce di Bangs. Mi disse che aveva studiato dei nastri di conversazioni di Crowe molto a fondo. Il film manca forse della descrizione del lato gioioso di Lester Bangs, ma e’ la visione di Cameron, quello era il suo mentore. Ed era un lato enorme della sua personalità.. Mi ha aiutato tantissimo, mi stimolava sempre a cogliere il punto in quello che stavo scrivendo. Il mio primo vero articolo fu su Peter Frampton, un artista che lui aveva stracciato. Eppure si mise per ore seduto con me ad aiutarmi a tirare fuori un pezzo nel modo più serio possibile. Insisto, vorrei tanto che questa sua grande professionalità venisse riconosciuta, almeno quanto il suo lato più folle. Aveva una grande disciplina.
Mi dicevi che stanno girando un documentario su Creem…
ìi, proprio in questi giorni. Molti di noi sono coinvolti attivamente, speriamo che venga fuori un buon lavoro. Ci sarebbe anche bisogno che qualcuno scrivesse un vero libro sulla storia di Creem, qualcosa che andasse nei dettagli di quegli anni e di quelle persone. Per me e’ stata un esperienza incredibilmente formativa, tutto il mio lavoro di giornalista e scrittrice venuto dopo ne ha beneficiato. Ricordo sempre i due grandi consigli che mi dava Lester: Se scrivi quando sei sballato o ubriaco, sul momento sembra un gran lavoro, ma il giorno dopo e’ quasi sempre spazzatura. E poi non esiste il blocco dello scrittore, muoviti e comincia a scrivere! Probabilmente tirerai fuori anche un mucchio di cazzate, ma poi con un po’ di lavoro quelle vanno via, e il buono resta. Continua a scrivere!
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Che ne pensi dello scrivere di musica adesso?
Oggi quando scriviamo lo facciamo con e per internet, il che dovrebbe voler dire infinite possibilita’. Ma io la vedo diversamente. Io credo nei limiti, nelle scadenze, nei confini che ti aiutano ad essere a fuoco e tirare fuori l’essenziale. E poi credo che ci sia ancora spazio per qualcuno che voglia dare una bussola, un aiuto, per orientarsi in questo mare di musica che oggi e’ immediatamente disponibile.
Undicesimo episodio della saga dell’Inquisitore Eymerich, personaggio creato da Valerio Evangelisti. Mettersi a leggere questo libro è un po’ come iniziare a seguire la nuova stagione di una serie TV a cui siamo affezionati.
Evangelisti non delude nemmeno questa volta, il romanzo è deciso, pieno, ben scritto. Benché la formula sia quella ormai consolidata, colpisce sempre la capacità di Evangelisti di non stancare e anzi di farsi seguire con fervore lungo i sentieri della storia medievale, dell’esoterismo e dei segmenti temporali che si alternano all’interno del romanzo. Un’altra inchiesta dell’inquisitore Nicolas Eymerich di Gerona dunque, il cui sunto potete trovare nella sinossi qui sotto.
Amo questo genere di letture colte e al contempo tranquillamente fruibili. Tengo a precisare che è un romanzo che può leggere anche chi non ha confidenza con il personaggio e con l’autore in questione.
Per chiudere, tanto per iniziarvi al tenore del romanzo, una delle frasette di Eymerich contenute nel libro:
“L’iconografia popolare, dagli scopi pedagogici, purtroppo trae in inganno. Gli angeli non sono affatto creaturine innocenti. Sono potenze immateriali che fungono da tramite fra Dio e l’uomo. Messaggeri, custodi o giustizieri, a seconda dei casi. A essi mi sento di paragonare l’inquisitore, che protegge la chiesa da bestie feroci ed erbacce velenose.”
È il 1374. Eymerich questa volta è alle prese con un’indagine su un consigliere valdese del re d’Aragona sospettato di eresia e di arti magiche. Intraprende così una spedizione che lo conduce dalla Francia del Sud al Piemonte. Il cammino, di castello in villaggio, è segnato da prodigi, strane apparizioni, misteriosi fenomeni celesti. L’inquisitore deve destreggiarsi tra la guerra contro i Visconti, che insanguina l’Italia, e le insidie che gli tende un rivale nel Santo Uffizio, lo spietato François Borrel. Ma, grazie a un’antica simbologia cristiana, svelerà una delle più minacciose cospirazioni mai ordite contro il cattolicesimo romano. Parallelamente, in un futuro prossimo lo scienziato Marcus Frullifer viene rapito e condotto in un osservatorio sul monte Graham, negli Stati Uniti, retto dai Gesuiti. I religiosi hanno scopi ambiziosi che coinvolgono il futuro della Chiesa e dell’umanità. Frullifer, grazie a una formula matematica che sconvolge le fondamenta della fisica moderna, li aiuta nell’intento, dando via a un prodigioso processo che sovverte le nozioni comuni di tempo, di vita e di morte. Tutto ciò è scandito dai capitoli del Vangelo della Luna, scritto in un lontanissimo futuro, in cui un oscuro Magister, che altri non è che lo stesso Eymerich, espone ai discepoli il dogma cristiano della “resurrezione dei corpi”. E applicando questi princìpi a se stesso riesce a uscire dal continuum spazio-temporale e a risolvere l’intreccio.
Mi accorgo del volgere della stagione partendo tutti i giorni più o meno alla stessa ora dall’ufficio e arrivando alla Domus Saurea sotto un cielo dalla gradazione sempre più buia. Entriamo nella fase più matura dell’autunno, entra in vigore l’ora solare, i pomeriggi si fanno brevi, i pensieri più malinconici. Sento cambiamenti arrivare, ne annuso gli spifferi, cerco di tranquillizzarmi osservando il cielo, passeggiando per la campagna, meditando tra me e me sul mistero buffo della vita. Le distrazioni come sempre mi sono di grande aiuto, i (pochi) concerti degli Equinox, le uscite con gli illuminati del blues, le canzoni che ancora scrivo, le partite dell’Inter, gli ellepì che ogni tanto metto sul piatto, le giravolte che fa la pollastrella che vive con me e le chiacchierate che faccio col gatto Palmiro. Insieme a tutto ciò anche le faccenduole del quotidiano della mia vita blues.
Sono alcuni anni che i film d’autore argentini mi prendono e mi portano via con una determinazione che mi sorprende, cerco di non perderne nemmeno uno di quelli presenti su on demand di Sky.
Questo film ha come protagonista Oscar Martìnez e parla di uno scrittore che vince il Nobel e, a dispetto dei mille impegni e di una certa idiosincrasia per quel genere di cose, accetta l’invito del suo paesino d’origine affinché si rechi sul posto a ritirare l’onorificenza di cittadino illustre.
Nel film si tratta della differenza culturale tra lo scrittore e la gente del suo paese, si dipinge la grottesca realtà in cui certe piccole comunità vivono; a volte gli accenti con cui lo si fa sembrano surreali ma non lo sono.
Al film manca un po’ di spettacolarità, tutto è piuttosto sciatto, asciutto, assolutamente razionale e legato alla misera realtà che ci arriva dal punto di vista scenografico. Immagino sia una scelta voluta, ponderata, ma in cuor mio avrei preferito una pennellata di “cinema”, qualche cromatismo poetico per la Argentina profonda.
Comunque sia, buon film. Visto su SKY.
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Film: CHE DIO CI PERDONI (que dios nos perdone – ES – 2016) – TTT½
Film spagnolo visto su SKY. Roberto Alamo e Antonio De La Torre sono i bravissimi protagonisti di questo thriller/poliziesco, film che a tratti potrà anche disturbare ma che usa crudezza e realismo in maniera perfetta. Altro film da vedere.
Un milione e mezzo di fedeli stanno attendendo la visita del Papa a Madrid, nel 2011. In una città sorvegliata diverse donne mature vengono brutalmente violentate e uccise. Due ispettori sono chiamati a risolvere il caso in silenzio.
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TEN YEARS GONE
Il pezzo che sto studiando per piacere personale in questi giorni è Ten Years Gone dei LZ, brano di Physical Graffiti. Le parti relative a strofa e “ritornello” le avevo nelle mani già da alcuni decenni, ma non avevo mai approfondito a dovere il resto.
Chi mi conosce mi ha sentito dire più di una volta che TYG è probabilmente la mia canzone preferita in assoluto. I malinconici accordi arpeggiati iniziali (LA e FA7+ con baso in LA) rappresentano perfettamente il mio essere blues, quelli poi che fanno da ponte tra la strofa e il resto definiscono in maniera netta i contorni della mia animuccia, quei LA/MIb°/MI-/RE7+/DO7+/ aprono non solo le porte al refrain ma anche a suggestioni emotive profondissime.
Il giro del ritornello gioca su LA / LA9 / RE col LA al basso/ RE-con LA al basso/, un piacevole ostinato che inquadra il refrain in un disegno musicale efficace.
Gli accordi che fanno da base all’assolo poi sono di una bellezza disarmante, RE7+, DO col SOL al basso, SOL e quel MI-9 mi fa venire i brividi ogni volta che lo suono. Il MI della sesta corda è abbassato a RE, così la profondità di certi passaggi acquista maggiore forza.
L’assolo è anch’esso una meraviglia e diventa uno dei momenti più memorabili della solista di Page registrati nei latter days dei Led Zeppelin. Credo che Page fino al 1971/73 concepisse l’assolo di chitarra in maniera molto decisa, molto maschia, mentre negli anni successivi spesso gli assoli diventarono meno urgenti e presero a dissorlversi dolcemente in una sorta di abbellimenti chitarristici. Non sempre certo, gli assoli di Achilles Last Stand, Tea For One, Fool In The Rain e I’m Gonna Crawl ad esempio sono assoli in senso stretto, ma è indubbio che dal 1974 in poi seppe cambiare approccio.
Il giro del ponte (su cui risplende il RE6/9 suonato pennando dal basso verso l’alto su una 12 corde) poi altro passaggio strumentale di accordi indimenticabili: LA7+ / RE7+/SOL 7+ (SOL)/ DO7+/.
A questa costruzione meravigliosa va aggiunto il cantato di Plant e il relativo testo, uno dei più riusciti del biondo di Birmingham. Le armonie di chitarra poi consegnano questo pezzo agli archivi dove vengono riposti i capolavori.
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THE DEUCE – serie TV
Deuce è una nuova serie in programmazione su SKY la cui ambientazione è una delle mie preferite: New York inizio anni settanta (in questo caso il 1971). Ho visto solo la prime puntate ma mi son bastate per capire che questo sceneggiato TV fa proprio per me. La New York che immaginavo quando ascoltavo i bootleg dei LZ di quegli anni, o che vedevo scorrere sotto i miei occhi quando guardavo certi film dell’epoca. James Franco (il protagonista), la musica nera imputanita, le miserie e le avventure di un pezzo di umanità dissoluta, disperata, protagonista delle canzoni di Lou Reed. Da non perdere.
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Cat tales: STRICHETTO
Pochi mesi fa in una casa vicino alla Domus Saurea qualcuno ha preso un paio di gattini per allietare la vita delle figlie piccole. Evidentemente non se ne cura più di tanto, perché col tempo i due micro felini hanno cercato rifugio da noi. Il maschio (che ho ribattezzato Rodolfo) tende a stare alla larga perché Palmiro non gli permette di avvicinarsi più di tanto, mentre la femmina (che ho chiamata Strichetto), impudente com’è, si è intrufolata nella nostra vita e non riusciamo più a staccarcene. Palmiro non è contento, all’inizio le soffiava contro, adesso in qualche modo la sopporta, ma non apprezza certo la sua presenza. Le altre tre nostre gatte (Raissa, Spaventina e Ragnatela) la tollerano appena, le mandano segnali precisi alzando le zampe in modo inequivocabile, Strichetto si ritrae, si acquatta, ma non arretra.
Una volta sgattaiolata in casa, capìto dove teniamo le ciotole di Palmiro, la lettiera e che siamo due animalisti, si è accasata.
Strichetto – foto TT
Fin dalla prima volta, una volta saziatasi, mi ha fatto gli occhi dolci e si è venuta a rannicchiare sul divano insieme a me.
Strichetto – foto TT
Strichetto – foto TT
In verità abbiamo provato a rimetterla fuori, lo scompiglio di avere in casa una gattina un po’ isterica, iperattiva, alla quale all’inizio non è stato dato evidentemente sufficiente amore e non è stato insegnato nulla, non è il massimo, ma l’indomani mattina ce la ritrovavamo in garage a chiedere attenzione, cibo e coccole.
Strichetto in garage – foto TT
Strichetto in garage – foto TT
Chi non vive con animali in famiglia fatica a capire, chi non li ama di sicuro leggerà con sufficienza queste righe, ma chi si sforza di non avere una visione antropocentrica ed è un amante degli animali come noi, sa che è davvero impossibile lasciare una gattina che miagola fuori dalla porta d’ingresso.
Strichetto e Rodolfo fuori dalla porta – foto TT
Al di là di tutte le facili battute su chi pubblica foto di gattini su facebook (lo riconosco, faccenda piuttosto melensa), se non hai un cuore di pietra ti risulterà assai complicato resistere agli sguardi di un/a gattino/a di pochi mesi.
Così ecco che Strichetto non appena si accorge che siamo a casa o che apriamo la porta, scatta come un diavoletto della Tasmania, si lancia dalla cancellata di quella che dovrebbe essere casa sua, percorre la distanza che separano le due case con una foga mai vista, si lancia sulle scale ed entra alla Domus in derapata. Si tuffa poi sulla ciotola di cibo di Palmiro, ingurgita tutto in pochi minuti, si lecca i baffi e inizia la sua danza isterica fatta di fusa rumorose, non sapendo se giocare con le varie cordelle che teniamo a portata di gatto, se saltarci addosso per mostraci il suo affetto, o rotolarsi sui tappetini in uno stato stato di beatitudine frenetica.
Passato un po’ di tempo si calma, mi cerca e viene a sedersi accanto a me mentre suono la chitarra.
Strichetto e la musica – foto TT
Palmiro è geloso, non lo vuol dare a vedere così si rifugia nello studiolo, guarda fuori dalla finestra e sospira.
Palmir fa finta di niente – foto TT
Palmir fa finta di niente – foto TT
Strichetto dorme un poco, poi la porto fuori e la lascio davanti alla cancellata della casa dove dovrebbe vivere. Torno verso la Domus Saurea, non faccio in tempo a chiudere la porta che lei si è di nuovo intrufolata in casa. La cerco e non la trovo. E’ sera, cerco un documentario su Rai 5 o un film su Sky, ed eccola che sbuca da dietro la TV. La guardo e rido, come si fa a resisterle?
Strichetto e la TV – foto TT
Strichetto e la TV – foto TT
Le serate si fanno fresche, mi metto un panno addosso, lei scende dalla tele, mi sale sopra, cerca la posizione giusta, poi si allunga e si lascia cadere in un sonnellino ristoratore, mentre continua a fare fusa che hanno gli stessi decibel di una betoniera in funzione.
Strichetto riposa beata – foto TT
Palmiro si sente trascurato, così al mattino gli permetto di stare a letto con me, sfrego il muso contro il suo e mentre mi preparo lo lascio nella sua postazione preferita (la mia).
Palmiro, bed company – foto TT
La domenica pomeriggio – se non ho impegni – me ne sto a casa, se riesco cerco di recuperare un po’ di sonno, inutile dire che Stricchetto si accoccola immediatamente su di me.
“It’s the fantastic drowse of the afternoon Sundays” Tim & Strichetto – foto TT
La Ragni è molto gelosa, fino a poco fa era lei la principessina, la gatta col pelo lungo, bella e smorfiosetta. Così la prendo accanto a me e le dico che le voglio ancora bene, che dobbiamo cercare di andare tutti d’accordo.
La Ragni – foto TT
Come cantava Roger Taylor, l’assopimento della domenica pomeriggio è fantastico,
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anche Palmiro ci prova, ma la presenza di Strichetto (e di Rodolfo) lo annoia, si sdraia in cortile e con i suoi occhioni sembra chiedermi “ma è proprio necessario averli tra le zampe?”
Palmiro: Domus Saurea daze – foto TT
Anche la Ragni mi lancia occhiate che sono tutto dire…
Ragnatela (aka La Ragni) – foto TT
Strichetto non se ne preoccupa, se non le apriamo la porta si arrampica sulla zanzariera della cucina, vuole stare da noi, non c’è nulla da fare. Vorrei evitare di convivere con un altro gatto (per giunta non mio) ma quando mi guarda coi suoi occhietti desisto da ogni proposito e da ogni veto.
Strichetto mi ama – foto TT
Qualche sabato fa c’è stato il derby Inter-Milan. Mi son posizionato sul divano in preda ai soliti tremori pre partita, Palmiro sale sul divano e Maurito segna il primo goal. Dopo un po’ arriva la Ragni e Maurito segna il secondo, verso la fine Saura apre la porta, Strichetto si butta dentro, sale sul divano, si accoccola su di me e Maurito segna il terzo goal (quello della vittoria). Ora, io non sono superstizioso ma…
Tribuna Arancio Domus Saurea durante il Derby. Tim, Strichetto, La Ragni, Palmir – foto TT
Che ne sarà della nostra storia con Strichetto? Non è nostra, ma vive con noi. Ha da sempre un po’ di tosse, occorrerebbe farla vedere al veterinario, tra un paio di mesi poi bisognerebbe farla sterilizzare, ma chi se ne occuperà? Ci mancava solo un altro blues peloso nella mia vita.
50 anni dalla scomparsa di Che Guevara
9 ottobre 1967 – 9 ottobre 2017 – 50 anni dalla scomparsa di Che Guevara. Mi chiedo cosa direbbe fosse ancora vivo oggi (avrebbe 89 anni) della situazione attuale… Popoli occidentali (e non) prede di un neoliberismo sfrenato, movimenti neonazisti che alzano la testa e si fanno sempre più audaci, patetici satrapi nord coreani che spaventano e rovinano il mondo lanciando missili negli oceani, la più grande potenza mondiale democratica (?) in mano ad un presidente scellerato, razzista, guerrafondaio, senza sensibilità alcuna e common sense free, la Russia in mano ad un padre padrone altrettanto discutibile, guerre di religione, regioni che chiedono la secessione da stati di cui ancestralmente fanno parte da 500 anni, popolazioni in preda ad un individualismo sfrenato e isterico. Fatico a capacitarmene io che da ragazzino negli anni settanta semplicemente pensavo che la società del futuro sarebbe stata migliore, figuriamoci un gigante come lui che riuscì in una impresa titanica. Che direbbe poi nel vedere che l’embargo economico su Cuba è ancora attivo? 188 nazioni contrarie, 2 astenute e solo 2 a favore (Usa e Israele) eppure el bloque ancora tiene per il collo la nostra isoletta preferita. Chissà come sarebbero tristi i suoi occhi di vecchio Comandante, tristezza mitigata forse dalla consapevolezza che ancora tante persone mostrano amore , rispetto e devozione per la sua figura, al di là della retorica e delle bandiere. Che uomo che è stato il Comandante Guevara! A 50 anni dalla sua scomparsa, laggiù in Bolivia, ancora mi commuovo – e al contempo mi rafforzo – se penso a lui.
The Boys Are Back In Town: CDA degli illuminati Del Blues
Si riunisce il CDA degli Illuminati del Blues, il board (composto da Tirelli, Simoni, Gilioli, Piccagliani, Lisoni e Cappi) si tiene al Bistrot Premiere di Locus Nonantulae, non riesco a farne a meno, almeno una volta l’anno devo trovarmi con la blusaglia in quel angolino medioveale del paese dove io e Lord Simon siamo nati. Le luci gialle e calde dei lampioncini, la Torre dei Modenesi che si erge sopra di noi, gli antichi portici di via Maestra del Castello (oggi via Roma), quell’atmosfera un po’ spaurita che hanno i paesi della provincia i sabato sera … non riesco a resistere. Il Bistrot Premiere è un ristorantino davvero carino sito dove negli anni della mia infanzia c’era la salumeria/drogheria Marchesi, a volte accompagnavo mia madre la quale mi comprava sempre un po’ di confettini colorati, e io impazzivo dalla gioia. Sarà che, pur essendo ancora ivi residente, non abito più nel paesello natio da 9 anni, ma ho sempre nostalgia delle stradine del minuscolo centro storico, così costringo anche i miei amici a ciucciarsi un po’ di quelle vibrazioni.
Prenoto a nome Stefano Tirelli, yep that’s me baby, ma sul tavolo trovo il biglietto col mio soprannome, la mia misera fama mi precede.
Bistrot Premiere – Locus Nonantulae
Ordino un piatto di passatelli in brodo, una delle minestre che più amo, originaria del territorio che va da Pesaro all’Emilia, a seguire filetto alla brace. Lambrusco grasparossa, poi il dolce e un rum con schegge di cioccolato. Al Bistrot Premiere non si rimane mai delusi.
Gli argomenti all’ordine del giorno: le prossime elezioni politiche, la legge elettorale, Jack London, la faccenda Weinstein/Asia Argento, il fascino di Berlino Est, la DDR, la Carmen di Bizet.
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Parliamo naturalmente anche di Rock e durante le circumnavigazioni di certi pensieri, Picca arriva a dire: “il Rock è finito quando hanno inventato gli accordatori elettronici”. Io e Liso ci guardiamo e scoppiamo a ridere, sapendo perfettamente cosa intende il nostro amico. Ripenso a quando iniziai ad usarlo. Il primo lo comprai nel 1986, ricordo poi di averne visto usare uno dal vivo da Maurizio Solieri durante un concerto di Vasco Rossi nel 1983 al Picchio Rosso di Formigine. Oggi sembra impossibile pensare di farne senza.
Mentre discutiamo allegramente mi soffermo ad osservare i miei pards, siamo tutti pezzi (beh, pezzetti) di uomini eppure ci sembra di essere sempre gli inesperti ragazzi dei nostri vent’anni. Soppeso il 5 davanti alla nostra età e ricordo che quando una mia cugina, allora quarantenne, ebbe una liason con un cinquantenne, la cosa mi fece scalpore, ma come – mi chiesi – con un cinquantenne? Come ci siamo arrivati anche noi a quell’età nessuno lo capisce, eppure riverenti come sempre siam tutti qua, Tire, siamo noi, il poeta, l’assassino e sua santità, tutti fedeli amici miei …
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Dopo il banchetto lasciamo il locale, ringraziamo i titolari, usciamo fare due passi e a parlare di quello che parlano gli uomini come noi. Fighe? Pallone? Politica? Dischi? Macché, crisi di panico, crisi d’ansia, le ombre tenebrose del futuro, valori del colesterolo.
The Boys Are Back In Town – Bistrot Premiere – Locus Nonantulae . L to R: Sir Lyson, Pike boy, Jaypee, Lord Simon, Steven Tyrrell, Riffy Betts. – Foto Valentina
Intoniamo così un ultimo blues e poi ognuno torna alla propria capanna.
Ol’ Man River, dat Ol’ Man River He mus’ know sumpin’, but don’t say nuthin’ He jes’ keeps rollin’ He keeps on rollin’ along
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THE WALKING DEAD – ottava stagione
Ho scritto qui sul blog che mai avrei pensato che una serie TV sugli zombi avesse attecchito sul mio animo, eppure sono diventato un grande amante di questa serie. E’ partita da poco la ottava stagione, i primi due episodi non mi sono apparsi granché, pieni di confusione e di qualche incertezza narrativa come sono. Vedremo come si svilupperà il resto.
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FRIENDS WILL BE FRIENDS
Qualche giorno fa, nella casella della posta elettronica una email da uno sconosciuto:
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Ciao Tim e perdona il disturbo…
Ti seguo ormai da tanto tempo, prima sulle riviste di settore, ed ora sul tuo blog; adesso che anche io ho ceduto al fascino un po’ perverso di facebook, mi son detto che se proprio amici devo avere, meglio siano persone con cui avvero mi sento in sintonia, e questo è il motivo per cui ti scrivo.
Perchè sì, tu non lo sai, ma sei mio amico da un sacco di tempo: più o meno coetanei – e dio sa quanto dà da pensare questa nostra (in)certa età…- interisti, stessa parte politica, e dai gusti musicali quasi sovrapponibili, magari un po’ più prog io e più blues tu…
E se Rick Wakeman è uno dei miei miti, Mike Ralphs non gli è da meno, oltretutto mio malgrado mi scopro anche tuo follower, nel senso che fino a poco tempo fa, ad esempio, Jack London era per me solo slitte, cani e grande nord e adesso invece …
Ma è soprattutto nelle tue riflessioni in cui trovo modo e motivo di fermarmi e ragionare, di sentire che molte delle domande che mi pongo, delle malinconie che vivo, delle passioni che coltivo, non sono in fondo merce così rara in un mondo e tra persone da cui talvolta è faticoso affrancarsi.
Sì, credo che tutti noi abbiamo un lato più oscuro che per timori o pudori vari preferiamo tacere, parlarne invece aiuta ed è pure buon argomento di discussione, non c’è elemento nella vita che non meriti di essere rappresentato.
Leggendo di te, di tuo padre, delle difficoltà trovate e delle debolezze avute, mi sono trovato a rivivere i molti momenti passati con mia madre, le sensazioni provate, compresa quella triste e brutale consapevolezza che tutto stava per terminare.
Per quanto delicati, è stato liberatorio leggere di quegli argomenti, si può e si deve parlare di tutto, perchè in fondo su certe cose siamo molto più uguali di quanto pensiamo…
Due parole sulla musica: la prima consapevolezza di essere musicalmente “diverso” l’ho avuta alle medie, leggevo Ciao 2001 allora, e ricordo la notizia dello scioglimento dei Deep Purple.
Da lì in poi un exploit che è divenuto ragion di vita, dischi, riviste, concerti, ancora oggi se non mi dessi delle regole finirei con lo spendere lo stipendio in musica, brutta cosa le passioni, per quanto fondamentali, rimangono pur sempre la bright side di una erosiva malattia :-)
E di dischi a casa ne ho una montagna, Zep e Bad Company compresi, e su una cosa ti devo dare assolutamente ragione: un’automobile senza lettore cd è davvero il segno del decadimento della razza umana.
E tu e Gianni Della Cioppa eravate e rimanete due delle mie letture preferite, per cui sì, sono contento di questa mia, e al prossimo concerto sarà un piacere offrire un calice a te e a Saura.
Ti ho visto a Piazzola al concerto di Nei Young, ma eri in compagnia e non mi sembrava il caso, adesso però, visto che da ogni cosa bisogna sempre saper tirar fuori il meglio, ne approfitto da par mio e ti chiederò quindi l’amicizia…
In bocca al lupo per tutto, provvedo subito a farmi sentire in fb e magari chissà, un giorno vengo pure a vederti live…
Ciao Stefano, un caro saluto che estendo a tutta la Domus Saurea, Palmiro compreso.
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Ecco, cosa dire? E’ bello sapere di avere amici così, gente che personalmente ancora non conosco ma che evidentemente avverte in maniera forte e decisa le affinità elettive e il senso di comunità sorto intorno a questo blog. E’ una soddisfazione sapere che i miei miseri scritti capitino sotto gli occhi e tra le pieghe dell’anima di gente così. Rob C, eye thank yew!
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Il derby: INTER – MILAN 3 a 2
L’inizio di stagione dell’Inter è a dir poco fenomenale. 11 partite, 29 punti, 9 vittorie e due pareggi. Nonostante ciò – pur essendo al secondo posto a due punti dal Napoli – siamo invischiati in una lotta dove 5 squadre 5 sono in pochissimi punti. Tutte le grandi – Milan a parte – stanno andando fortissimo. Campionato al momento davvero imprevedibile. Pur felice per il lavoro di Mister Spalletti, rimango guardingo, dentro di me faccio sogni selvaggi, ma tengo i piedi per terra, troppa sofferenza gli ultimi 7 anni e troppo in forma gli avversari con cui stiamo confrontandoci.
Se non altro mi godo i buono risultati degli scontri diretti, battuta la Roma all’Olimpico, usciti indenni dal San paolo contro un Napoli super e 3 a 2 nel derby contro il Milan (che fino all’ultimo se la è giocata). 3 goal di Maurito Icardi, l’ultimo al novantensimo. Gioia incontenbile, godimento massimo. Grazie ragazzi.
Inter – Milan 15/10/2017 – La Curva Nord – foto TT
Seguendo su facebook il cantastorie Matteo Pedrini, milanista tutto d’un pezzo, non posso non citare il suo commento messo sul social network in questione a fine partita, io ho riso molto.
“Tanti nomi di divinità cattoliche seguiti da altrettanti nomi di animali da cortile. W il Milan. Lasciatemi solo.”
A pranzo con Doc
Doc vuole fare due chiacchiere, è un annetto che non ci vediamo, così decide che dobbiamo trovarci a pranzo in un giorno feriale. Il problema è che lui abita a Mediolanum e io qui sulle rive del Bondenus. Poco male, il mio amico è risoluto, si prende qualche ora, si butta sull’autostrada del sole e verso le 13 eccoci seduti ad un tavolo della clinica gastronomica di Herberia. Parliamo di faccende private e del Dark Lord, e mentre lo facciamo osservo questo mio amico in giacca e cravatta (Doc lavora in una avvocateria) e che si fa più di 300 km solo per potere offrirmi un pranzo. Che razza di amici che ho.
Clinica gastronomica Arnaldo – Herberia – foto TT
COOP TALES: il vecchio e la torta di crema pasticcera (Custard Pie Blues)
In questi ultimi tempi ogni sabato mattina andare alla Coop a fare la spesa per la settimana è un piacere. Certo, conta anche il fatto che amo fare le cose insieme alla pollastrella che vive con me, ma la Coop Ariosto di Regium Lepidi è stata da pochissimo ristrutturata e la nuova veste mi piace un sacco. Luminosa, spaziosa, armoniosa, potrei continuare con altri aggettivi a iosa, e percorrerla spingendo il carrello in queste settimane mi dà vibrazioni positive.
Coop Ariosto Regium Lepidi – foto TT
Anche i carrelli sono (finalmente) stati cambiati, ora abbiamo quelli rossi molto più funzionali (a Mutina, al Big Emily, sono anni che li hanno ma va beh).
I nuovi carrella della Coop di Regium Lepidi – foto TT
Attraverso i vari reparti, scelgo prodotti con cura e mentre lo faccio a tratti sono sopraffatto dai ricordi. Spesa alla Coop fatta con certe mie ex che non mi permettevano mai di scegliere i prodotti che volevo, e con certi amici. Rammento ad esempio che tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta capitavo alla Coop con Tommy, il progetto che avevamo messo in piedi – la CATTIVA COMPAGNIA – era in pieno svolgimento, e tra un demo tape e l’altro, tra una canzone e l’altra, capitava di dover fare un po’ di spesa e allora non perdevamo occasione di osservare con attenzione giovani signore forse un po’ annoiate che mettevano in mostra le loro curve piegandosi nel cercar prodotti tra gli scaffali. Rido al pensiero di questi episodi della nostra giovinezza, e mi metto a canticchiare una delle canzoni che scrivemmo insieme.
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Ritorno al presente mentre mi aggiro nei pressi del reparto gastronomia. In attesa di essere servito osservo un signore che sta cercando di comprare una torta nel banco panetteria; sembra abbia intorno agli ottanta anni, è solo e si vede benissimo che la decisione che deve prendere lo mette in difficoltà. Maschera tutto dietro un modo di fare vagamente scorbutico, parla con voce bassa e scura. Il commesso cerca di aiutarlo, le due torte su cui si è arenato sono completamente diverse, una tutta bianca e piena di panna, l’altra di cioccolato. Sembra infastidito da se stesso, non sa che torte pigliare, o meglio sembra preferire quella al cioccolato, ma valutati i prezzi sceglie la bianca, quella meno costosa. Avrebbe bisogno di una donna, in queste cose (e non solo ovviamente) di solito hanno una marcia in più, chissà se la sua l’ha persa, oppure se è putto (celibe insomma) o cosa. Mi chiedo per chi sia quella torta, per i suoi figli, per sua moglie, per suoi nipoti, per i suoi vicini, fatto sta che invece di 23 Euro sceglie di spenderne 15. Se ne va con un alone di rassegnazione, immagino stia pensando “tanto non piacerà a nessuno”.
Non mi piacere vedere vecchi soli, anche semplicemente alle prese con sciocchezze del genere. Per un attimo penso a lasciar uscire il supereroe Super Tim, quello di cui parlavamo nel post Autumnus” di qualche settimana fa, ma poi desisto, che avrebbe potuto fare? Il signore in questione magari avrebbe reagire in malo modo, che so “Tot ded chè, mo sa vot, s’pol savèr?” (Togliti di qui, ma cosa vuoi, si può sapere?). Ad ogni modo spero che la torta in questione non sia finita nella pattumiera.
Universale Economica Feltrinelli Classici Blues
Niente, non riesco a resistere, le nuovi edizioni di classici della letteratura della Feltrinelli mi fanno lo stesso effetto che anni fa mi facevano le deluxe edition dei cd rimastrerizzati. Cerco di resistere ma ogni volta che mi avvicino troppo ad una libreria ne compro un paio (visto anche i prezzi vantaggiosissimi.
Universale Economica Feltrinelli Classici: Robinson Crusoe e i Tre Moschettieri – Foto TT
Giradischi blues
E’ sempre più faticoso mettere su dei cd, oramai mi sento a mio agio solo se ascolto musica su vinile. Non è questione di qualità sonora – qui sul blog abbiamo scritto più volte che è indubbio che tra un cd e un lp presi dai master originali è il cd a vincere in prestazioni audio – ma avere per le mani un LP, posarlo sul piatto, abbassare il braccio, prendersi venti minuti e assaporarsi in pace un’intera facciata, magari guardando i colori dell’autunno che come diamanti smeravigliano fuori dalla finestra e con due dita di Matusalem invecchiato 15 anni in un bicchiere, beh è una sensazione bellissima.
Award-winning Marconi Bakery sul piatto – foto TT
The Tirelli Legacy fades away
Se ne va lo zio Mario. In 20 mesi 3 Tirelli della 4a generazione si sono diretti verso l’ignoto. Il vecchio Brian, suo fratello Tonino e ora anche Mario. Ora rimane solo una sorella di 86 anni. Ci siamo ritrovati a dire addio allo zio e un paio di miei cugini hanno fatto la stessa osservazione: “Ora Tim sei tu il più vecchio dei Tirelli”. C’è ancora la zia certo, ma – seppur in forma – ogni tanto va in fuorigioco causa le nebbie date dall’età, così rifletto sulla cosa. Sono il più vecchio della 5° generazione, fui il primo ad arrivare tra i figli dei 5 fratelli Tirelli, è un dato di fatto, nessun dramma, però ci penso sopra, genitori e zii che se ne vanno e io e i miei cugini che ne prendiamo il posto. E’ il ciclo della vita, però sono sempre passaggi che ti turbano e che ti fanno capire una volta di più come il tempo scorra velocemente.
Ricordo con molto amore lo zio, ha sempre creduto in me, mi ha aiutato nel momento del bisogno ed è sempre stato paziente con suo fratello Brian. Una delle più grandi gioie della mia vita la devo a lui. Lido di Pomposa, inizio della seconda metà degli anni settanta, estate. Ero al mare, con noi anche gli zii. E’ una splendida mattina di fine agosto / inizio settembre, sono un ragazzino che sta per scoprire il rock e che è appassionato di fumetti. Spendo tutta la paghetta in “giornalini”, non posso permettermene uno “nuovo”uscito da poco più di un anno che però mi interessa moltissimo: Mr No. Entriamo in edicola, sono con Brian, e i suoi fratelli Renato e Mario. I grandi iniziano a chiacchierare con l’edicolante, io mi guardo in giro, in quegli anni le edicole sono un qualcosa di magico per me. Noto che hanno tutti i primi 15 arretrati di Mr No, li prendo in mano, li guardo con la stessa aria con cui qualche mese dopo guarderò gli ellepì di LZ, ELP, Johnny Winter e Free. Sono estasiato, Mario si avvicina “Che c’è Stefi?“”Niente zio, è che hanno tutti gli arretrati di questo fumetto che è da tanto che vorrei collezionare…sono bellissimi” . Lo zio avverte qualcosa nel mio sguardo e nel mio tono, così – mentre Brian è perso nei suoi discorsi con l’edicolante – prende in mano i 15 numeri usciti sino ad allora, li compra e me li regala. Da quell’istante lo zio Mario, per me, un eroe.
Getting ready for Christmas
Ho deciso di non fare il presepe questo dicembre, ogni anno interrogo me stesso circa l’eventualità di farlo, combattuto tra il mio ateismo e il dolce ricordo dell’infanzia, così stavolta opto per mettere in scena un quadretto della Londra di metà ottocento in omaggio al Canto Di Natale di Dickens. Mi gioco 60/70 euro in un batter d’occhio per comprare qualche casetta e statuina che mi permetta di ricreare un angolo del natale che ho nel mio immaginario. Anche qui sono sull’abisso della contraddizione, non sono esattamente un amante della Britannia, ma in attesa di trovare i pezzi giusti che mi permettano di ricreare una scenetta dicembrina dell’Emilia di inizio/metà secolo scorso, per quest’anno va bene anche il mio omaggio a Dickens. (Continua – prossimamente su questo blog).
Getting ready for a Dickens mock up – foto TT
Getting ready for a Dickens mock up – foto TT
The Lucia Ganassi Emilian Experience
Novembre, Saura compie gli anni. Càpito da Lucia il giorno precedente al pranzo che faremo tutti insieme per festeggiare la nostra Yamaha Girl. Vederla all’opera ai fornelli mi manda in estasi e mi commuove allo stesso tempo. Odori, vapori ed umori dell’Emilia profonda, quella che si sta stemperando nella foschia del tempo che passa, quella che temo perderemo quando la generazione della Lucia deciderà di ritirarsi. Il vassoio di cappelletti, il ragù sul fuoco, il coniglio, la carne e le verdure che bollono e che presto produrranno il brodo, il magnete con la foto di Berlinguer attaccato al frigorifero, il dialetto reggiano stretto con cui interagiamo, i vetri delle finestre appannate dalle particelle di vapore acqueo rilasciato da ciò che bolle in pentola. Non amo i localismi e i campanilismi, mi sento figlio del mondo o se proprio vogliamo dell’Europa, ma non posso dimenticare che sono prima di tutto figlio dell’Emilia, di Reggio Emilia. Long Live The Little Caps (i cappelletti insomma).
Lucy’s ragù di verdure
Lucy’s coniglio – foto TT
Il bollito di Lucy – foto TT
La Premiata Cappelletteria Ganassi – foto TT
FADE
L’alberello giapponese della Domus Saurea mette in mostra le sue foglie rossastre, come ogni cambio di stagione mi prendo qualche momento per rimirarlo.
Autumn 2017 at Domus Saura – photo TT
Autumn 2017 at Domus Saura – photo TT
Respiro l’autunno, misuro l’anno che sta finendo, mi chiedo cosa ho combinato in questi ultimi 12 mesi, che cosa porterà il futuro che di nuovo trovo incerto e fosco. Ogni tanto il sabato mattina mi metto in macchina di buon ora, avendo come detto ancora la residenza a Locus Nonantulae talvolta ho impicci da sbrigare in quella parte d’Emilia, così percorro le tangenzialine campagnole che si infilano sotto la coperta dell’autunno, in fronte a me il sole nella sua versione sbiadita,
Driving on a saturday morning thru Regium Lepidi countryside – photo TT
dentro di me il Tim bluesy che tanto mi assilla. Non c’è che una cosa da fare: fermare la macchina, cambiarmi d’abito e dare la mia esistenza in mano a Ittod, uno dei tre me stesso, quello disinvolto, iconoclasta e ready to rock. E’ così che le polveri della malinconia vengono spazzate via, che il corso dei fiumi torna a raggiungere il mare e che l’hard rock torna prepotente a dar vigore al maestoso respiro dell’universo. Baby I’m a bad man, now, now. Oh yes, yes indeed, indeed I am.
Pur non essendo un fan dei suoi ultimi lustri musicali, quelli della svolta “rock alternativo / afro / rock / roots / americana” son contento che Plant non sia diventato come David Coverdale o come Ian Gillan, costretti a recitare una parte che non possono più sostenere. Benché Robert sia stato il modello di tutti i cantanti del panorama hard & heavy, si è sempre distinto dalle imitazioni, non ha mai insistito con certe pantomime nei rapporti col pubblico. Una volta (nel 1972) si è autoproclamato “Golden God”, ma lo ha fatto con una certa autoironia e in ambito privato. Sul palco – negli anni settanta – ogni tanto andava sopra le righe con le sue “plantations” (le cose che diceva tra un pezzo e l’altro), ma niente di cui vergognarsi troppo, d’altra parte la cocaina produce un senso di onnipotenza a volte. Questo è un aspetto che ho sempre ammirato in Plant, il non “sbracare” mai, restare sempre con i piedi per terra, evitare certe grossolanità. Credo che sia anche per questo che i LZ si distinguono dagli altri. Intendiamoci, ho amato molto anche David Coverdale, uno che come atteggiamento sul palco è l’esatto contrario di RP, ma la differenza di stile è indubbia.
Detto questo devo ammettere che è molto ormai che non amo più tanto quello che fa. Ho tutti i suoi dischi, sono un fan, ma i suoi ultimi 5/6 album non fanno per me. Stimo la sua voglia di provare strade diverse, di adattarsi a nuove suggestioni sonore, ma ahimè, quel tipo di proposte mi lasciano indifferente.
Carry Fire è il suo nuovo capitolo musicale registrato insieme al gruppo che lo segue ormai da qualche anno, gruppo dove nessun emerge ma tutti danno il loro (piccolo) contributo alla causa.
La copertina dell’album è piuttosto brutta, in linea con la pochezza degli artwork dei dischi che escono adesso. L’arte delle copertine è davvero morta, e registrare questo fatto anche con uno dei miei miti porta molta amarezza.
Tutti i pezzi sono scritti da Robert e da vari membri dei Sensational Space Shifters a parte Bluebirds Over The Mountain che fu scritta nel 1958 da Ersel Hickey e che qui Plant canta con l’aiuto di Chrissie Hynde. L’album si è mosso bene nelle classifiche (teniamo presente però che le vendite di dischi al giorno d’oggi raggiungono cifre quasi irrilevanti.) 3° in UK, 14° in USA, persino 23° in Italia.
The May Queen – 4:14
New World… – 3:29
Season’s Song – 4:19
Dance with You Tonight – 4:48
Carving up the World Again… A Wall and Not a Fence – 3:55
The May Queen riporta a galla suggestioni proprie del III album dei LZ e di Poor Tom. Il cantato di Plant in certi parti non è granché, quello strascicare un po’ buttato lì a mio parere non funziona. Più che un tempo di batteria ci sono dei simil-loop ritmici su cui si attorcigliano i vari strumenti. Nonostante tutto niente male.
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New World sembra uscito dritto dritto da Walking In To Clarksdale (1998), l’album che il biondo di Birmingham registrò con Jimmy Page. Brano di buona fattura.
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Season’s Song si affida ad un arpeggio di chitarra acustica su cui piano piano si inseriscono gli altri musicisti. Momento quieto e di una bellezza che sgorga liquida.
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Con Dance With You Tonight si inizia a sentire una certa ridondanza, troppo simile alla traccia precedente nella foggia. Carving up the World Again… A Wall and Not a Fence è un altro momento francamente inutile. Non si può dire che siano pezzi brutti, semplicemente sono neutri e nel contesto di un album del genere è facilissimo vederli passare senza lasciar traccia.
A Way With Words non si discosta molto dal mood dell’LP, se non altro però è presente un piano che lo caratterizza un po’.
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Carry Fire pesca nel bacino world-oriental-arabian music. Il cantato e la chitarra si chiamano a vicenda. E’ musica degna di nota, ma niente di nuovo per quel che riguarda l’artista in questione.
Bones Of Saints è ritmata e non si allontana per niente dalla concezione musicale su cui RP e gli SSS fanno affidamento da tanti (troppi) anni.
Keep It Hid è un altro episodio che si perde all’interno del disco.
Bluebirds Over the Mountains, cover di un vecchio pezzo del 1958 e presente anche nell’album postumo di da Ritchie Valens nel 1959, è trattato alla maniera di RP&SSS, nulla di indimenticabile per quanto mi concerne, seppur la presenza di Chrissie Hynde porti qualche brivido.
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Heaven Sent è l’ennesimo tentativo di destrutturare le canzoni e presentarle sotto nuove spoglie. Per quanto sia meritevole l’intento, i risultati non sono però poi così rilevanti.
L’album, pur essendo affrontato con professionalità, è concepito sulla parvenza di provvisorietà, sentimento che può aprire i portali del cosmo ma che spesso fa implodere il tutto. Carry Fire è un album abbastanza coraggioso di uno che fece parte di un gruppo che costituì, e costituisce, i principi fondanti della musica rock. Non gli si può dunque imputare troppo, è ragguardevole il fatto che il Golden God cerchi di non ripetere quello che fece nella sua giovinezza, ma nel farlo finisce per ripetere sentieri già percorsi troppo spesso negli ultimi anni. Per quanto – come dice il nostro amico Beppe Riva – si debba rispetto a Robert Plant, non credo che un album come Carry Fire riesca a passare su nostri giradischi e lettori più di un paio di volte.
Il Circolo Il Livello è un locale della bassa reggiana sito sugli argini di Po e Crostolo, impossibile sfuggire dunque alle vibrazioni blues quando lo si frequenta, sembra proprio di essere in un juke joint nei pressi di Helena o di Baton Rouge. Io e Riff ci sguazziamo in questa iconografia, ma queste atmosfere sanno rapire anche Saura, Lele e Pol.
E’ sabato mattina, prima la spesa alla Coop, poi le operazione di carico.
Heavy Load – The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto TT
Pranzo, doccia, breve relax e alle 17 circa siam pronti per partire per Walters (Gualtieri insomma). Inoltrarsi nella bassa reggiana in un tardo pomeriggio di ottobre ha il suo fascino, percorrendo tangenziali che attraversano la campagna sotto un cielo color perla
Driving thru’ the low lands – The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto Saura T
osservo vecchie costruzioni tipiche della terra da cui provengo, edifici che ci riportano a inizio del secolo scorso mentre dai finestrini passano acquitrini e terre incolte tanto che mi par d’essere nella regione Acadiana della Louisiana
Driving thru’ the low lands – The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto Saura T
Tra me e me inizio anche a pensare in francese suggestionato come sono da quei territori francofoni,
così cerco – nelle chiavette – un po’ di musica che mi riporti su quelle sponde…
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Raggiunta Walters, svoltiamo a destra per Level road e ci inoltriamo nella dimension delle MississipPO, dove il blues emiliano sgorga dalle paludi.
Driving thru’ the low lands – The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto Saura T
Di lì a qualche minuto arriva anche Lele, ci mettiamo in attesa di Yurj, il titolare.
Lele & Tim – The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto Saura T
Il palco è posto nella veranda invernale, una dépendance riscaldata niente male. Montaggio, soundcheck e cazzeggio pre concerto. Do un’occhiata al palco apparecchiato, il riflesso delle luci colorate sulle pareti del tendone dona all’ambiente un tocco molto blues, molto cajun.
The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto Saura T
Da qualche settimana ho l’animo in subbuglio, mi interrogo sul mio futuro e annuso qualche cambio di rotta, anche stasera mi sento così, obnubilato e confuso. Ci mettiamo a tavola, ci raggiunge anche Riff. Sembriamo una gruppo di cajun che torna dalle paludi e che si raccoglie intorno ad un piatto di roux. La cena offerta dal locale è ottima. Arrivano alcuni amici di Saura e gli immancabili Mario & Patty, Giovanni & Maura, amici e fan degli Equinox che ci seguono in tutte le “trasferte”. Accendo il tablet, c’è Napoli – Inter, non posso perdere l’occasione di vedere come si comporta la beneamata alle prese con una delle migliori squadre europee. 0 a 0, l’Inter regge, contiene il Napoli e in alcune occasione va vicinissima al goal. Bene, possiamo cominciare a sognare. Ore 22,45, si va in scena.
Train Kept-a Rollin’ e Nobody’s Fault But Mine. Il locale si è riempito, il pubblico sembra caldo, l’Equinozio prende il volo. Segue Black Dog. Durante l’assolo di Heartbreaker qualcuno inizia ad urlare. Bella sensazione. Il gruppo è caldo, Pol, Saura e Lele fanno il loro porco lavoro. Dazed And Confused fila via liscia, seguita da What Is And What Should Never Be.
The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto Giovanni Sandri
La Valentino Rossi del rock and roll passa alle tastiere e alla pedaliera basso per Misty Mountain Hop. In Sibly sento la mano sinistra andarsene per i fatti suoi, sembra quasi che qualcuno abbia preso possesso delle mie funzioni. Alla fine Riff mi dirà che è stata una versione molto buona.
SIBLY – The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto foto Federica P.
SIBLY – The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto Federica P.
Ramble On, giro di Moby Dick a mo’ di intro e poi via con Bring It On Home. Sulle ali dell’andamento blues la gente batte il tempo. Dai c’andòm, ragàs. (dai che andiamo ragazzi). Mi pare venuta benino anche I’m Gonna Crawl. Federica riprende la parte finale col cellulino.
The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto Federica P.
The Song Remains The Same è la solita cavalcata elettrica, ci divertiamo sempre molto a suonarla. Lele e Saura scatenati e Pol che raggiunge note altissime.
Per quanto Bigly (Babe I’m Gonna leave You insomma) sia un pezzo davvero fantastico nella versione dei LZ, suonarlo dal vivo mi dà sempre da fare, devo prendere una sedia, suonare da seduto e con una chitarra elettrica. Cerco di arricchire il suono della chitarra con un po’ di riverbero ma non sono mai soddisfatto del risultato. Non è un caso che anche il LZ dopo i primi mesi la accantonarono per sempre.
Per quanto suonare Kashmir non sia esattamente eccitante per me e Lele, il pubblico apprezza ogni volta. Quando parte l’incedere ci sono sempre ululati di approvazione. Finito il momento epico, imbraccio la doppiomanico per Stairway To Heaven.
La Patty filma la prima parte col suo cellulare.
The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto Giovanni Sandri
Solita chiusura col piombo zeppelin, Whole Lotta Love, Communication Breakdown e Rock And Roll. Durante la parte del Theremin la gente si elettrizza, stavolta parte anche l’applauso. Che spasso. Divertente vedere Yurj ballare durante Rock And Roll.
Noi avremmo finito, siamo stanchini ma ci chiedono un paio di bis. E allora chiudiamo con How Many More Times e Custard Pie.
The Equinox – Circolo Il Livello Gualtieri (RE) 21/10/2017 – foto Giovanni Sandri
Scendo dal palco soddisfatto, la dimension de Il Livello ci ha fatto divertire, pubblico magnifico, vibrazioni positive, tanto positive che Yurj ci prenota per una data anche per il prossimo marzo. Una ragazza mi viene a chiedere lumi circa il Theremin, l’aggeggio infernale – come lo chiama Pol – attira anche le pollastrelle. La ragazza ascolta rapita quelle poche cose che so, mi ringrazia per la serata e conclude con “ne ho viste diverse di tribute band dei LZ, ma nessuno è come voi”. Mi sciolgo in un sorriso, non perché sia una gara a chi è più talentuoso tecnicamente, ma perché capisco che è il “senso” che abbiamo che arriva alle persone, e di questo ne vado orgoglioso.
Gio – che Page lo benedica – ha filmato tutto ( prima o poi qui sul blog la pubblicazione di qualche filmato come si deve).
La gente inizia ad andare, abbracciamo tutti. Mi stringo anche a Yurj e alla combriccola del Livello, li ringrazio per l’ospitalità.
Con la Sigismonda carica ci inoltriamo nella notte. Arrivati alla Domus Saurea scarichiamo, facciamo una doccia e poi a letto. Spengo la luce alle 4 precise (e alle 8 sarò già in piedi). Chiudo gli occhi e nel breve passaggio tra la veglia e il sonno, come rintocchi lontani di campane, sento le note di Stairway dal quarto album, New York … goodnight.
Più volte mi sono chiesto perché sul blog non avessi ancora parlato del cofanetto Sound Tracks di Jimmy Page uscito nel 2015 (e venduto direttamente dal sito ufficiale del nostro chitarrista preferito) e ad oggi non sono arrivato ad avere una risposta. E’ molto strano, reputo il cofanetto in questione un articolo fondamentale per i fan del Dark Lord, penso inoltre che sia stato assemblato in modo superlativo, eppure io, Tim Tirelli, veneratore del chitarrista in questione, mi accosto con le mie riflessioni ad esso con più di 2 anni ritardo. Misteri della psiche umana.
Sound Tracks raccoglie le due colonne sonore composte da Jimmy Page nel 1973 e nel 1981. La prima, Lucifer Rising, sarebbe dovuta essere il commento sonoro all’omonimo film del regista Kenneth Anger, come Page studioso di Aleister Crowley. Per una serie di ragioni e incomprensioni la cosa non andò mai in porto ed è questa la prima volta che questa colonna sonora viene pubblicata ufficialmente. In passato fu tuttavia pubblicata semilegalmente da piccole etichette discografiche indipendenti e comparve anche in versione bootleg.
La seconda invece uscì per l’etichetta Swan Song nel 1982 e in America raggiunse la 50esima posizione in classifica, risultato non indifferente per una colonna sonora di un film non certo indimenticabile.
Il cofanetto in questione, uscito dunque nel marzo del 2015, è assai ben fatto, di piccole dimensioni, messo insieme con cura e con un gran bel libretto interno.
LUCIFER RISING (1973) – TTTT
Lucifer Rising è un lavoro sperimentale, un tentativo di sondare le sfumature del misticismo, una raccolta di mantra musicali che incorniciano gli spettri di certe espressioni umane, espressioni che dipingono di volta in volta pensieri sacri e pensieri profani. Il Main Title è l’opera originaria registrata al Plumpton Home Studio nel ’73. Venti minuti di vertigini sonore, di formule musicali magiche, mistiche, demoniache. Ghironde, sintetizzatori, percussioni, (a tratti) chitarre acustiche, il tutto suonato da Jimmy Page, qui nelle vesti magnifiche di Dark Lord. Incubus ele altre quattro tracce appartengono invece a registrazioni effettuate allo Sol Studio anni più tardi. Incubus è un breve giochetto inquietante creato probabilmente con l’aiuto dell’archetto di violino. Damask porta ai sensi il profumo d’oriente, anche qui tutto si gioca sull’archetto di violino, a tratti pare di ascoltare spezzoni presi dal violin bow solo di Dazed And Confused nelle sue mille versioni live. Parte di Unharmonics fu usata per la colonna sonora del 1982; inquietudini sonore e armonici fungono da sostegno a bizzarri fraseggi chitarristici. Damask Ambient si basa ancora sull’uso dell’archetto e sì ha qualche accento ambient. LR Percussive Return vede percussioni innestate su una sezione del Main Title.
Il materiale bonus è composto dal mix iniziale del Main Title e da trame sonore che prendono forma grazie all’impiego inusuale del Theremin
Non è ovviamente materiale facile, occorre immergersi in questa tenebrosa liquidità sonora e lasciarsi naufragare nei grandi oceani neri creati dalla mente per carpirne significati e suggestioni, ma al di là della venerazione o meno che si può avere nei confronti di Page, rimane materiale singolare e intrigante.
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DEATH WISH II (1992) – TTTTT
Non so quanto DEATH WISH II (colonna sonora dell’omonimo film che in Italia fu intitolato Il Giustiziere delle Notte 2) possa essere importante per la storia del rock, immagino non lo sia per nulla, ma per Planet Zeptune (come lo chiama il mio amico Billy McCue) credo sia un album basilare, probabilmente il migliore di tutta la discografia post 1980 dei membri dei LZ. Certo, i fan di Robert Plant non saranno d’accordo, ma lo spessore dell’album è davvero notevole ed è l’unico che possa lasciar intravedere come sarebbe potuto essere il successore di IN THROUGH THE OUT DOOR. Il film non è granché, incentrato come è su sentimenti di pancia che piacciono tanto a un certo pubblico: la figlia di un architetto viene rapita e violentata da alcuni balordi, finisce per morire e il padre, Charles Bronson, inizia farsi giustizia da solo.
Il fatto è che il regista, Michael Winner, abitava di fianco a Page, e che quest’ultimo nel primo dopo Zeppelin stava passando un periodo di inattività, fu dunque non difficile organizzare una collaborazione e trovare così un modo per riportare in attività il chitarrista dei Led Zeppelin.
Michale Winner: “I’d lived next door to Jimmy for many years. It was a very bad time for him – the drummer had died, and he was in a very inactive period. Peter Grant and I made arrangements for Jimmy to do the Death Wish II score, for which he wasn’t actually paid, because Grant wanted to restore Jimmy back to creativity. Jimmy rang the doorbell, and I thought if the wind blew he’d fall over. He saw the film, we spotted where the music was to go, and then he said to me “I’m going to my studio. I don’t want you anywhere near me, I’m going to do it all on my own.” My editing staff said this is bloody dangerous! Anyway, we gave him the film, we gave him the timings, and he did it all on his own. Everything hit the button totally! I’ve never seen a more professional score in my life.”
Michael Winner & Jimmy Page 1981
Rammento ancora con molta gioia quel periodo del 1982, quando finalmente i due membri principali dei LZ tornarono alla vita con i loro primi album, PICTURES AT ELEVEN e DEATH WISH II appunto. Si intuì subito che Plant sarebbe stato il più convinto, che il suo progetto aveva fondamenta robuste e che avrebbe ripreso a suonare dal vivo con una vera band, per Page le sensazione furono diverse ma fu ugualmente bello vederlo rimettersi in pista.
Who’s To Blame è un gran pezzo che sarebbe stato perfetto per i LZ. Andamento rock e riff dissonanti sempre sul limite del tempo si amalgamo con i colori del mistero. Il cantato di Chris Farlowe è particolare, molti non ne sopportano l’enfasi né il cantarsi addosso, pur non potendomi dire fan io ne apprezzo certi aspetti. L’uso della chitarra sintetizzatore è vincente, gli interventi alla solista sono incisivi, Page non era certo ai massimi livelli dal punto di vista della tecnica e della mano, ma gli assoli sono di una ricchezza emotiva notevole. Alla batteria buon lavoro di Dave Mattacks (Fairport Convention), al basso Dave Paton (Alan Parsons Project, Kate Bush e mille altri).
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The Chase è costruita su un riff ipnotico, dapprima con tempo moderato poi trasformato in tempo più ritmato. Ancora molto buono il lavoro di Mattacks e Paton alla batteria e al basso. Ancora presente la chitarra sintetizzatore. Nella parte funk il lavoro della chitarra (la Telecster con lo stringbender) è inusuale e carico di belle sonorità. Quando ritorna il riff principale la chitarra ricerca sempre strade alternative, spesso con risultati più che buoni, seppur non nelle migliori condizioni Page all’epoca aveva ancora parecchie cose da dire. La parte centrale è molto colonna sonora, scritta e suonata per la parte del film a cui deve fare da sottofondo, con effetti alla Page e lavoro d’archi molto efficace. Si aggiunge al piano Dave Lawson, che Page conobbe durante il breve esperimento XYZ, gruppo ipotizzato insieme a Chris Squire e Alan White (e allo stesso Lawson alle tastiere).
Con City Sirens si ritorna al rock, altro riffone alla Jimmy Page tutto giocato su stacchi e controtempi. Due minuti di buon rock cantato da Gordon Edwards (qui anche alle tastiere) del gruppo The Pretty Things, legati alla Swan Song negli anni settanta.
Jam Sandwich proviene da It’s Your Thing degli Isley Brothers. I LZ erano soliti inserirne il riff (da loro riarrangiato) nella sezione funk della versione live di Communication Breakdown. Qui Page indurisce il riff e lo arricchisce con altro riff discendente sovrainciso. Assolo di nuovo suonato con lo stringbender. Il pezzo è tutto strumentale. I soliti Mattocks e Paton formano la sezione ritmica.
Carole’s Theme è di una bellezza definita e pura. Momento intimo e dolce con l’intro di piano di Dave Lawson che va a sfociare nel preludio orchestrale della GLC Philarmonic, tutto sembra perfetto. L’arrivo della chitarra acustica sancisce l’inizio vero e proprio del brano, uno strumentale toccante e ben scritto. La parte della chitarra viene doppiata dal piano di David Sinclair Whittaker, la GLC Philarmonic sul fondo dipinge un quadretto delizioso; i ghiribizzi finali di Page sulla acustica sono riuscitissimi. Questo è uno dei miei momenti preferiti di Page in assoluto. Chissà cosa sarebbe potuta diventare questa idea musicale in mano ai Led Zeppelin.
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The Release inizia con la GLC Philarmonic intenta a creare un sottofondo di tensione nello stile classico delle colonne sonore di quel tipo in quegli anni. Entrano poi in scena Page, Mattocks e Paton per un altro strumentale niente male. Sempre avvincente il lavoro delle varie chitarre sovraincise.
copertina interna del long playing originale del 1982
Hotel Rats And Photostats è divisa in due parti, nella prima (Hotel Rats) la chitarra sintetizzatore di Page e la GLC Philarmonic tessono oscure trame che con l’arrivo del solito trio chitarra, basso e batteria diventano ancor più fosche.
A Shadow In the City parte con lo stesso tenore, poi l’archetto di violino diventa protagonista, l’effetto è garantito. E’ qui che A Shadow In The City si fonde con Unharmonics (vedi paragrafo di Licifer Rising). Mattocks e Paton aggiungono pathos con spettrali pennellate ritmiche. C’è tutto il Jimmy Page versione Dark Lord qui dentro, chitarra elettrica suonata con l’archetto di violino, chitarra sintetizzatore, theremin. Un trionfo della essenza misteriosa e siderale di Page.
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Jill’s Theme è un lavoro orchestrale, quello che ci si aspetta da certe colonne sonore.
Prelude non è null’altro che la rivisitazione del Preludio in Mi minore di Chopin. Malgrado si faccia ascoltare, lo trovo inutile e ridondante. Rifare con un gruppo rock un pezzo di musica classica è sempre pericolosissimo, si precipita sempre nel abisso del kitsch, nel immondezzaio musicale abitato dai centurioni del rock, pochissime sono le eccezioni, pochissimi i talenti che sono riusciti nell’ardua impresa. Qui la chitarra solista suona la melodia e il risultato non è certo entusiasmante, il pezzo si trascina, fatica ad uscire. Forse sono così freddo a riguardo a causa delle ridicole e catastrofiche versioni dal vivo che ne fece Jimmy nel tour dell’Arms (1983).
Hypnotizing Ways (Oh Mamma) è un bel rock, cantato ancora da Chris Farlowe. Dave Mattocks alla batteria, Gordon Edwards al piano elettrico e Page alla chitarra e al basso. Almeno tre le chitarre che tirano il pezzo e due gli assoli.
Main Title è Who’s To Blame in versione strumentale con la chitarra solista che sostituisce la voce. Nell’album che uscì nel 1982 questa traccia non c’era, al suo posto (prima di Hypnotizing Ways) c’era Big Band, Sax And Violence che in questa nuova edizione stranamente manca.
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Il materiale bonus è una sorpresa, pieno com’è di inediti e versioni alternative. Si dice che non sia stato Page a seguire questa riedizione, io tendo a dar peso a questa ipotesi, perché immagino che in caso contrario non avremmo goduto di materiale bonus così interessante (e a proposito, è così che i bonus disc delle deluxe edition dei LZ andavano assemblati).
Jill’s Orchestral Theme comincia col bel piano di David Whittaker che interpreta l’idea che Page aveva scritto per la chitarra, continua poi con tutto il tema orchestrale.
Alternate Jill’s Theme vede al piano Dave Lawson alle prese con una melodia alternativa che Jimmy aveva scritto alla chitarra. 90 secondi di soavi ricami pianistici.
9M1 , come spiega Page nelle note del libretto interno, è un intermezzo che incorpora elementi di The Chase arricchiti dalle percussioni di Dave Mattacks.
City Sirens è una outtake del brano omonimo.
Baby I Miss You So è un inedito e si può intuire perché Jimmy lo abbia tenuto fuori dalla versione ufficiale del disco, essendo infatti un brano leggero e pop sarebbe stato fuori fuori posto in un album dal mood ben definito. Alla voce Gordon Edwards, alla batteria Simon Kirke della Bad Company. Il lavoro di Page alla chitarra è comunque degno di nota.
Hey Mama / Swinging Sax si sviluppa in due parti, la prima è la versione strumentale di Hypnotizing Ways la seconda è in pratica Sax And Violence di cui ho parlato sopra, il pezzo (o almeno parte di esso) che appariva nella prima edizione della colonna sonora.
Carole’s Theme – strings versione di un minuto suonata interamente dagli archi. Suggestiva.
Prelude in versione leggermente diversa dall’originale.
Country Sandwich è un inedito, trattasi di un classico pezzo country, buono più che altro per saggiare il chitarrismo di Page alle prese col genere in questione.
A Minor Sketch è un idea registrata da Jimmy Page al Plumptum Home Studio nei primi anni settanta. La qualità è quella di una registrazione casalinga fatta per fissare su nastro alcune idee. Ci sono ricami, fraseggie arpeggi che si rincorrono, chitarre sovraincise … è un momento sublime sebbene si senta che è tutto appena abbozzato. L’unico nesso con le registrazioni del 1981 è che alcune idee di questo lavoro provvisorio furono usate per Death Wish II. Bizzarro ma, per un fan di Page, davvero significativo
Questo cofanetto fa dunque la sua figura: le due colonne sonore registrate da Page in versione rimasterizzata, materiale bonus rilevante, libretto interno eccellente e confezione elegante ed in perfetto stile Dark Lord. Intendiamoci, è roba essenzialmente per fan, e forse nemmeno per quelli, è materia infatti per chi è interessato a scrutare negli abissi musicali empirici e nelle profondità sonore di Jimmy Page, il miglior chitarrista rock della storia umana.
(broken) ENGLISH
Several times I wondered why I had not talked about Jimmy Page’s Sound Tracks (the box set released in 2015) yet (and sold directly from the official website of our favorite guitarist) on the blog and I have not come to an answer yet. It is very strange, I think the box in question is a fundamental article for The Dark Lord fans, I also think it has been assembled in a superlative manner, yet I, Tim Tirelli, worshiper of the rock guitarist in question, I join with my reflections to it with more than 2 years delay. Mysteries of the human psyche.
Sound Tracks collects two soundtracks composed by Jimmy Page in 1973 and 1981. The first, Lucifer Rising, was supposed to be the sound commentary on the film directed by director Kenneth Anger, like Page an Aleister Crowley studant. For a series of reasons and misunderstandings, the thing never succeeded and this is the first time this soundtrack is officially released. In the past, however, it was published semi-legally by small independent record labels and appeared also as a bootleg as well.
The second came out for the Swan Song label in 1982 and in America reached the 50th position in the Top200 chart, a not bad result for a soundtrack of a forgettable movie.
The box in question, which was released in March 2015, is very well done, small in size, put together with care and with a great inner booklet.
LUCIFER RISING (1973) – TTTT
Lucifer Rising is an experimental work, an attempt to probe the nuances of mysticism, a collection of music mantras that frame the spectra of certain human expressions, expressions that paint the profane and the sacred. The Main Title is the original work recorded at Plumpton Home Studio in ’73. Twenty minutes of sonorous dizziness and magical, mystical and demonic musical formulas. Hurdy gurdy, synthesizers, percussion, (at times) acoustic guitars, all played by Jimmy Page, here in the magnificent robes of The Dark Lord. Incubus and the other four tracks belong instead to recordings made at Sol Studio years later. Incubus is a short disturbing game created with the help of the violin bow. Damask brings in the fragrance of the east, even here everything is played on the violin bow, at times it seems to hear parts taken from the violin bow sections of Dazed And Confused in its many live versions. Part of Unharmonics was used for the 1982 soundtrack; even here, sonic restlessness and harmonics that serve as a backdrop to bizarre guitar licks. Damask Ambient is still based on the use of the bow and has some ambient accent. LR Percussive Return sees percussion engraved on a section of the Main Title.
The bonus material is made up of the initial mix of the Main Title and sonorous plots that take shape thanks to the unusual use of Theremin.
It is obviously no easy material, you have to dive into this dark liquidity and let yourself drift into the great black oceans created by the mind to snatch meanings and suggestions, but beyond the veneration or not that one can have towards Page, it remains singular and intriguing material.
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DEATH WISH II (1992) – TTTTT
I do not know how much DEATH WISH II, soundtrack of the same movie that in Italy was named The Night Avenger (Executioner) 2, may be important to Rock history, I guess it is not at all, but for Planet Zeptune (as my friend Billy McCue calls the LZ world) I believe it is a basic album, probably the best of all the post-1980 discography by LZ members. Of course, Robert Plant’s fans will not agree, but the album’s thickness is really remarkable and it is the only one that let you imagine how the successor to IN THROUGH THE OUT DOOR could have been. The film is not a great deal, as it is focused on the “belly feelings” (as we say in Italy… “the gut instincrs” in other words) that appeal to a certain audience: the daughter of an architect is raped by some villains, she ends up dying and his father, Charles Bronson, begins to make justice by himself.
The fact is that the director, Michael Winner, lived next to Page, and that the latter in the first post Zeppelin years was going through a period of inactivity, it was therefore not difficult to organize a collaboration and thus find a way to bring back the guitarist of the Led Zeppelin.
Michale Winner: “I’d lived next door to Jimmy for many years. It was a very bad time for him – the drummer had died, and he was in a very inactive period. Peter Grant and I made arrangements for Jimmy to do the Death Wish II score, for which he wasn’t actually paid, because Grant wanted to restore Jimmy back to creativity. Jimmy rang the doorbell, and I thought if the wind blew he’d fall over. He saw the film, we spotted where the music was to go, and then he said to me “I’m going to my studio. I don’t want you anywhere near me, I’m going to do it all on my own.” My editing staff said this is bloody dangerous! Anyway, we gave him the film, we gave him the timings, and he did it all on his own. Everything hit the button totally! I’ve never seen a more professional score in my life.”
Michael Winner & Jimmy Page 1981
I still remember with great joy that period in 1982, when the two main LZ members finally came back to life with their first albums, PICTURES AT ELEVEN and DEATH WISH II. It was easy to immediately realize that Plant’s project would be the most convinced, that his project had a real foundation and that he would resume playing live with a real band, for Page the feelings were different but it was nice anyway to see him back on the saddle.
Who’s To Blame is a great piece that would have been perfect for LZ. Rock vibes, dissonant riffs always on the limit of tempo blended with the colors of the mystery. Chris Farlowe’s singing is particular, many do not endure the emphasis of his singing, even though I can not say I am a fan I fancy some aspects. The use of the synthesizer guitar is winning, the guitar solo work is incisive, Page was by no means at the highest level from the point of view of technique and hand, but solos are of considerable emotional richness. Good work by Dave Mattacks (Fairport Convention) on drums and Dave Paton (Alan Parsons Project, Kate Bush and a thousand others) on bass.
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The Chase is built on a hypnotic riff, first with moderate tempo and then with a faster pace. Mattacks and Paton’s work on drums and bass is good. There is still the synthesizer guitar. In the funk part the guitar work (the Telecaster with the stringbender) is unusual and loaded with beautiful sonority. When the main riff returns, the guitar is always looking for alternative ways, often with more than good results, though Page was not in the best conditions at the time he still had several things to say. The central part is “very soundtrack” but it has the Jimmy Page touch anyway, the strings work is very effective. In the piece we can hear Dave Lawson who Page met during the brief XYZ experiment, a group hypothesized along with Chris Squire and Alan White (and Lawson himself at keyboards).
Rock returns with City Sirens, another Jimmy Page big riff played on syncopation on the edge of tempo. Two minutes of good rock sung by Gordon Edwards (here also at the keyboards) of The Pretty Things group, in the 70s associated with Swan Song.
Jam Sandwich comes from Isley Brothers’ It’s Your Thing. LZ used to insert the riff (rearranged) into the funk section of the live version of Communication Breakdown. Here Page hardens the riff and enriches it with another overdubbed descending riff. The guitar solo is played again with the stringbender. The piece is all instrumental. The usual Mattocks and Paton form the rhythm section.
Carole’s Theme is a tune of a definite and pure beauty. An intimate and sweet moment with Dave Lawson’s piano intro that flows into the orchestral prelude of the GLC Philarmonic, everything sounds perfect. The arrival of the acoustic guitar marks the real beginning of the song, a touching and well-written instrumental. The part of the guitar is dubbed by David Sinclair Whittaker’s piano, the GLC Philarmonic in the background painta a delightful picture; the acoustic guitars whims are well-done. This is one of my favorite JP moments. Who knows what this musical idea might have become in the hands of Led Zeppelin.
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The Release begins with the GLC Philarmonic creating a background of tension in the classical style of the soundtracks of that kind in those years. Then Page, Mattocks and Paton enter the scene for another not bad at all instrumental piece. The work of the various overdubbed guitars is exciting.
copertina interna del long playing originale del 1982
Hotel Rats And Photostats is divided into two parts, in the first (Hotel Rats) the synthesizer guitar of Page and the GLC Philarmonic weave obscure plots that with the arrival of the usual guitar trio, bass and battery become even darker.
Shadow In the City starts with the same tenor, then the violin bow becomes the protagonist and the effect is guaranteed. It’s here that Shadow In The City blends with Unharmonics (see Licifer Rising paragraph). Mattocks and Paton add pathos with spectral rhythmic brushstrokes. Here Jimmy Page step into The Dark Lord shoes, electric guitar played with the violin bow, synthesizer guitar, theremin. A triumph of mysterious and sidereal essence of James Patrick Page.
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Jill’s Theme is an orchestral work, what you expect from certain soundtracks.
Prelude is nothing but the revision of Chopin’s Prelude in E minor. Despite it’s easy to listen to, I find it unnecessary and redundant. Reverting with a rock band a piece of classical music is always very dangerous, very often the falling into the abyss of kitsch is just around the bend, in that musical obscurity inhabited by rock centurions (tout court and kitsch rock musicians, in other words), there are very few exceptions, very few talents that have succeeded in the harsh enterprise. Here the guitar plays the melody and the result is not quite exciting, the piece drags, struggling to get out. Maybe I’m so cold about it because of the ridiculous and catastrophic live versions that Jimmy made on the US ARMS tour (1983).
Hypnotizing Ways (Oh Mamma) is a beautiful rock song, still sung by Chris Farlowe. Dave Mattocks on drums, Gordon Edwards on electric piano and Page on guitar and bass. There are at least three guitars and two solos.
Main Title is the instrumental version of Who’s To Blame with the guitar solo replacing the voice. On the album that came out in 1982 this track was omitted, in its place (before Hypnotizing Ways) there was Big Band, Sax And Violence, which is not included in this new edition.
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The bonus material is a surprise, given that it has unpublished tracks and alternative versions. There’s a rumor out there about the fact that it was not Page who assembled this releaase, I tend to give this weight to the hypothesis, because I guess otherwise we would not enjoy such interesting bonus material.
Jill’s Orchestral Theme begins with David Whittaker’s piano, which interprets the idea that Page had written for the guitar, then it segues with all the orchestral theme.
Alternate Jill’s Theme sees Dave Lawson’s piano with an alternative melody that Jimmy had written on the guitar. 90 seconds of soothing piano embroidery.
9M1, like the inner booklet esplains, is an interlude that incorporates elements of The Chase enriched by percussion of Dave Mattacks.
City Sirens is an outtake song of the same song.
Baby I Miss You So is unusual and you can guess why Jimmy kept him out of the official version of the record, being a light piece it would have been out of place in an album with a well-defined mood. Gordon Edwards on vocals, Simon Kirke of Bad Company on drums. The work of Page on the guitar is still worthy of note.
Hey Mama / Swinging Sax develops itself in two parts, the first is the instrumental version of Hypnotizing Ways, the second is Sax And Violence, the piece that appeared in the first issue of the soundtrack I mentioned before.
Carole’s Theme – String version: a minute played entirely by the strings. Suggestive.
Prelude is pretty close to the original.
Country Sandwich is a never heard before track, a classic country piece, good enough to test Pag’s guitar playing with the genre in question.
Minor Sketch is an idea recorded by Jimmy Page at Plumptum Home Studio in the early seventies. The quality is that of a house recording made to fix some ideas on tape. There are embroidery, arpeggios, licks, overdubbed parts that run after each other … It’s a sublime moment though you feel it’s all just sketched. The only connection with the 1981 recordings is that some ideas of this provisional work were used for Death Wish 2. Odd but, for Jimmy Page fan, really significant.
This box set is therefore a valuable item : the two remastered soundtracks recorded by Page, relevant bonus material, excellent interior booklet and elegant packaging in perfect Dark Lord style. I mean, it’s essentially stuff just for fans, and maybe not even for those, it’s a thing for those who are interested in scrutinizing the empirical music abysses and sound depths of Jimmy Page, in our opinion the best rock guitarist in human history.
Nel giro di un weekend si è passati da una estate rovente all’autunno, per mesi non una goccia (o quasi) di acqua e all’improvviso settimane di maltempo. Inizio di settembre dunque impegnativo dal punto di vista meteorologico, anche se ora – ad inizio ottobre – il tempo sembra si sia regolarizzato. Giorni velati, giorni assolati, vigne ormai prossime alla sbalorditiva colorazione autunnale, umore interno che vira al blu dipinto di blu(es).
Nei dintorni della Domus Saurea – photo TT
Per tenermi a galla leggo Jack London, il nuovo capitolo della saga di Eymerich, seguo con la passione di sempre le partite della mia squadra del cuore, ascolto i dischi giusti e mi gusto qualche bel film, il tutto blueseggiando come sempre a proposito delle piccole grandi cose della vita.
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Film: CAPITAN FANTASTIC – TTTTT
Film davvero incantevole. Una famiglia sceglie di vivere un’utopia, isolata tra i monti e boschi vive lontana da capitalismo, consumismo, religioni e tutte le aberrazioni della vita moderna. Viggo Mortensen è superbo, così come la regia. Colonna sonora meritevole. Film da vedere a tutti i costi. Visto su Sky.
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Film: DUNKIRK – TTT½
Pellicola che racconta dell’evacuazione di alcune centinaia di migliaia di soldati inglesi bloccati dai tedeschi sulle spiagge francesi, a Dunkerque. Pochi dialoghi e tre punti di vista differenti che si intersecano: terra, mare, cielo. Molto realismo, il sibilo delle pallottole, gli Spitfire in picchiata, i bombardamenti, il nemico che non vi vede quasi mai, poca enfasi e riflettori sullo spavento e sulla paura umana di fronte alla guerra e alla morte. Visto al cinema un tardo pomeriggio festivo.
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Film: LA FORESTA DEI SOGNI – TTTT
Interpreti di gran livello (Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe), un luogo – la foresta Aokigahara alle pendici del Monte Fuji – pieno di suggestioni oniriche (e, volendo, ultraterrene) e il percorso di un uomo atto a trovare la fine o un nuovo inizio dopo un evento che piega in due la vita. Film profondo. Nota: nel film, en passant, si cita Stairway To Heaven. Visto su Sky.
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NATIONAL AERONAUTICS and SPACE ADMINISTRATION
Venerdì sera, sono fuori a cena con Lollo Stevens e Mister P., località Herberia in una pizzeria niente male; mentre siamo in attesa che qualcuno ci consideri, parliamo delle nostre faccenduole. Finalmente si avvicina un cameriere. “Buonasera, siamo in tre ma non abbiamo prenotato, c’è posto?” gli chiedo, in risposta ricevo un “Ma certo ragazzi, un bel tavolo ve lo trovo di sicuro”; soddisfatto della cortesia, mi interrogo sulla pronuncia del cameriere, un ragazzone in carne e non più giovanissimo, simile a quella della moglie di Bob nella serie dei cartoni animati BOB’S BURGER. Il “certo” diventa un “ciuerto”. Il locale come dicevo è carino, l’atmosfera giusta, la compagnia ottima. Pur leggendo il menù, io e Lollo non riusciamo ad evitare l’argomento musica, mentre Mister P ci ascolta paziente. Per un attimo ritorniamo sull’impressione che ci ha fatto il cameriere. Siamo in libera uscita, siamo tra amici, possiamo essere schietti e usare, tra noi, termini che potrebbero sembrare, ad altri, pecorecci ed offensivi. “Ma il cameriere … non sembra anche a voi un po’ troppo enfatico? Che sia una nuffia?” chiedo ai ragazzi, “magari è una nasa” aggiunge Lollo. “Nuffia” e “Nasa” sono due termini della lingua mutinense, quella della nostra città. Secondo il nuovo dizionario PICCAGLIANI, dicesi nuffia uomo con atteggiamenti e modi di fare femminili, che veste o sceglie oggetti (o bevande tanto per capirci) dal taglio non precisamente maschile, uomo insomma che ti fa chiedere “ci è o ci fa”? Citando il dizionario di cui sopra “a differenza della nasa che è omosessuale conclamato, la nuffia ha atteggiamento nuffiesco ma può anche non essere integralmente omosessuale. Molte nuffie hanno moglie e figli” .
Intendiamoci, niente di disdicevole questo non è certo un blog omofobo, tutt’altro, solo che – come abbiamo scritto più volte – l’enfatizzazione di certi comportamenti (siano per sottolineare i propri orientamenti sessuali o un certo machismo ad esempio) ci dà noia.
“Allora ruagazzi, avete deciso? Cosa vi porto di buello?” ci chiede Isidoro.
“Ecco qui le vostre pizze ruagazzi. Per chi era la birrua ruossa?” declama sottolineando il tutto con atteggiamenti inequivocabili. Lollo fatica a trattenere la risata.
Io mi chiedo sempre cosa sia che fa scattare comportamenti simili, quegli accenti ridondanti che trasformano tristemente il personaggio in questione in macchietta. Immagino che in passato essere omosessuali sia stata molto dura e che oggi – al di là della feroce omofobia che circola ancora in tanti, troppi starti dell popolazione – ci si senta un più liberi nel rivendicare in maniera esplicita le proprie tendenze sessuali e che sia quasi una liberazione, però che ci volete fare, il troppo a mio parere stroppia.
“Era tutto buono? Gruadite qualcos’altro?” ci chiede Isi.
Mentre ci porta il resto … “ecco qui il caffè e due bei … suorbetti”.
Ci guardiamo imbarazzati. Consumiamo, paghiamo ed usciamo.
“Ciuao ruagazzi, spero di rivedervi pruesto!”
A parte che, volendo, parlando di prendersi delle confidenze, “ciao” lo vai a dire a tua sorella, una volta usciti il verdetto è unanime: nasa!
GROWING OLDER
In macchina in giro per lavoro tra Stonecity e Scandilius. Passo davanti alla scuola elementare di Saint Little Anthony, bambini e bambine con grembiuli neri e bianchi giocano sui prati del cortile durante la ricreazione, d’improvviso – come una lancia che mi trafigge il costato- mi sale vivido il ricordo di me stesso sui prati della scuola elementare di Locus Nonantulae alcuni decenni fa. E’ da sempre uno dei ricordi più vividi che ho. E’ primavera, sono in prima elementare, ho sei anni e felice gioco sul prato della scuola. Lo ricordo come un momento di gioia assoluta, uno dei primi gradini verso la scoperta del mondo. Il sole, la primavera, la natura, gli altri bambini e le bambine che giocano poco lontano, una certa libertà di movimenti al sicuro del cortile recintato. Lo vedo il bambino biondo che ero con gli occhioni aperti e il sorriso sulle labbra. Scuoto la testa, come sia passato tutto questo tempo proprio non so.
Kids playing in the elementary school yard from car window (Saint Little Anthony – Emilia Romagna – Italy) – photo TT
Ritorno in me, sulla tangenziale circumnavigo rotonde curate e di un certo design, mentre osservo che sul costone di cemento del sottopasso qualcuno ha disegnato qualche cazzetto, e un talebano reggiano afflitto da campanilismo ha scritto “Parma merda”.
Prima della pausa faccio un salto al Sigma dove incontro la madre di un mio amico, le chiedo come va e come sta il marito (di 83 anni)
“Ma sa, stiamo da poveri vecchietti…” mi risponde. Le faccio forza, “ma signora siete in forma, siete insieme, state bene, su, dovete essere contenti.”
“L’altro giorno mio marito mi ha chiesto ‘ma come abbiamo fatto a mettere su tutti questi anni?’ Cosa vuole che le dica, è che gli anni volano via così’ in fretta…”
“Guardi che è un pensiero che faccio anche io con i miei amici, a volte non ci capacitiamo di come il tempo proceda veloce e dell’età che abbiamo raggiunto.”
“Allora, se mi dice che anche lei che è giovane fa questi pensieri …”
Ritornando in ufficio rifletto su come deve sentirsi un essere umano quando scollina una certa fascia di età e si avvicina al precipizio. Speriamo di scoprirlo.
Mangio un’insalata, qualche porzione di frutta e mi accingo a fare una delle mie camminate di qualche km tra i parchi di Stonecity, in caso vediamo di arrivarci il più in forma possibile a quell’età.
CAROUSELAMBRA
In questi giorni sto studiando CAROULSELAMBRA dei Led Zeppelin, così, per piacere personale. Come a volte capita quando cerco di inoltrami nelle foreste incantate del chitarrismo di Jimmy Page, la mia considerazione per lui si alza di una ulteriore spanna. Seppure sia un pezzo in apparenza dominato dalle tastiere e sebbene Page nel 1978/79 non fosse più lo splendido chitarrista dell’immaginario collettivo, la ricchezza e il fascino del suo lavoro sulla chitarra mi stordisce. E’ forse l’episodio del gruppo più prossimo al concetto di progressive, oltre 10 minuti di galoppate elettriche ed elettroniche, di cambi di tonalità e caroselli musicali. Di cosa canti Plant non lo ho mai capito, ma il suo fraseggio e le sue melodie sono indiscutibilmente piene di fascino. La parte lenta poi è sublime. Quell’alternarsi tra l’accordo di LA e quel DO7+ (suonato in seconda posizione col il sol al basso) è semplicemente magnifico. Quando poi Page tra un cambio e l’altro vi pennella qualche scivolata di chitarra l’effetto e ancor più incisivo. Penso alla prima volta che l’ ascoltai, nell’agosto del 1979, subito pensai avesse un ritmo troppo disco, ora sorrido a quella ingenuità, ma erano anni un cui la disco-music era dappertutto e un rocker come me (per di più ancora inesperto) soffriva. E ora guardatemi qui, 38 anni dopo, completamente irretito da quel pezzo e dai Led Zeppelin. Lo so, spesso scrivo qui sul blog che non riesco più ad ascoltare il Rock, ma poi arrivano momenti come questo e capisco quanto questa musica attorcigliata al mio stesso DNA sia per me un qualcosa di cosmico, di inevitabile. D’altra parte come riporta il titolo di uno dei dischi del Joe Perry Project: once a rocker always a rocker.
NB: I LZ e la Warner hanno ormai fatto togliere da Youtube molte delle versioni originali dei loro brani. Per Caroulselambra sono riuscito a trovare solo questa versione col missaggio provvisorio, presa dalla recente deluxe edizion dell’album di riferimento (In Through The Out Door del 1979)
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L’ITALIANO
Segnalo che con LA REPUBBLICA (e altri 15 quotidiani) ogni sabato (fino a dicembre) esce L’ITALIANO, volumetti sul “conoscere e usare una lingua formidabile” e sappiamo quanto bisogno ci sia di rispolverare l’uso corretto della nostra lingua.
L’Italiano – LA REPUBBLICA
UN SABATO ALLA COOP (old lady money blues)
Giovedì sera, scambio di battute con mia sorella su Whatsapp “Guarda, ho un sonno che non ti dico, non vedo l’ora che arrivi il fine settimana così sabato posso rimanere a letto”, le scrivo.
Sabato mattina, apro gli occhi, guardo la sveglia: ore 3,40. Mi alzo, do da mangiare a Palmiro, faccio uscire Raissa e torno a letto. Cerco di riaddormentarmi, ma è tutto inutile, rimango tre ore e mezza a rimuginare sui miei blues. Alle 7,30 fresco come un carciofino bollito mi alzo e mi preparo per andare a fare la spesa alla Coop di Regium Lepidi. La pollastrella che vive con me ride “ma che ci fai tutto pronto? La Coop apre tra 40 minuti!”.
Son fatto così, tutto sommato mi piace svegliarmi e mettermi in “ovra”, come diciamo qui in Emilia, di buon ora. Colazione nel nostro baretto e poi via a seguire la morbida scia del carrello. La ristrutturazione dei locali della Coop è ormai alla fine, il risultato mi pare ottimo. Il finto legno chiaro del pavimento, i muri e il soffitto bianchi danno nuove suggestioni che apprezzo molto. La nuova disposizione degli scaffali e dei reparti poi mi mette di buon umore, qualche cambiamento anche nelle piccole quotidianità non può che far bene, allo spirito e al cervello.
La Coop di Regium Lepidi ristrutturata con pollastrella in primo piano – foto TT
Devo essere il solo a pensarla così, perché sento molti avventori chiedere informazioni e lamentarsi con gli addetti.
Nel reparto elettricità sento una signora parlare a voce altra tra sé e sé, è affranta dall’alto costo delle nuove lampadine a vite piccola.
” 5 euro e 99… ma come si fa?” esclama col suo accento del sud.
“Eh signora, le nuove tecnologie hanno a volte costi più alti”.
“Sì ma io come faccio con la pensione? Ero venuta a cercarle anche ieri, ma non credevo costassero così, non avevo abbastanza soldi, così sono tornata oggi'”.
Entra allora in azione SuperTim, il supereroe locale che accorre in soccorso dei bisognosi.
“Mi faccia vedere la vecchia lampadina che ha in mano signora, adesso vediamo se riusciamo a trovarne una meno costosa”.
In meno di un minuto la faccenda si risolve, la signora si impossessa finalmente due lampadine dal costo di 1,99 euro l’una, e così finisce per spendere 3,98 euro invece di 11,98. Il sorriso che le spunta in viso è la miglior ricompensa per il supereroe che, nella sua tutina bianca ornata da ricami di papaveri e draghi, si eclissa tra gli scaffali.
CIRCO MASSIMO – Radio Capital:
Orfano di Lateral – la trasmissione di Luca Bottura – pensavo mi sarei allontanato da Radio Capital, e invece devo dire che il programma di informazione radiofonica di Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto, che in qualche modo ne ha preso il posto, mi piace davvero tanto. Condotta molto bene da entrambi, Circo Massimo mi riempie le mattine dalle 7 alle 9, dapprima in casa e poi in macchina sulla via del lavoro. Interviste fatte come si conviene, pochi sconti agli intervistati ma educazione sempre sotto controllo, parola agli ascoltatori, a politici e personaggi pubblici e a luminari di tutti i campi. Bottura mi manca e mi mancherà (adesso è su Radio Deejay dalle 19 alle 20 tutti i giorni con TUTTORIAL), ma Giannini e Bellotto mi appassionano molto.
Jean Paul Bellotto – Radio Capital
GANASSI – cappelletti makers since 1940.
L’arrivo dell’avtunno (con la v) lo intuisco anche dal momento in cui la Lucia decide di fare cappelletti (per i non emiliani: in parole povere i cappelletti sono i tortellini di Regium Lepidi); La Lucy (come la chiamo io) chiama a rapporto le figlie Patrizia e Saura per alcuni pomeriggi dedicati alla sublime arte. Vedere all’opera la Ganassi Legacy è uno spettacolo, un momento commovente… è il cuore dell’Emilia che palpita.
La Premiata Cappelletteria Ganassi – foto TT
La Premiata Cappelletteria Ganassi – foto TT
BACK TO MY YOUTH
Dal punto di vista musicale continuo a stare ripiegato su me stesso. Non riesco a trovare nulla di eccitante nei dischi nuovi che escono, siano essi di nomi nuovi (o presunti tali) o di vecchie glorie. Del nuovo disco postumo di GREG ALLMAN ascolto due pezzi, il tutto mi basta. Temo di avere qualcosa che non va, così mi confronto col mio pard, il Pike boy, il quale mi risponde così:
“Vecchio, è un disco telefonato, suoni anonimi, interpretazioni svogliate, arrangiamenti banalissimi, prevedibilità. Prodotto da Don Was che ormai, si è capito, è uno che produce col Bignami in mano. Impossibile affezionarsi ad un disco così. Vedi Paul Rodgers con le covers Soul. Dovremmo produrla noi quella gente lì. Altro che cazzi. Disco da 6. Odio i dischi da 6. Preferisco i dischi da 3 meno meno”.
Non aggiungo null’altro, Picca descrive tutto molto lucidamente. E c’è ancora chi dice che il Rock non è morto.
Così mi ributto sui dischi della mia giovinezza. Mi lascio risucchiare dalla musica italiana che mi si infilò nelle fibre da ragazzino, mi faccio scorpacciate di De Gregori, Bennato, Piero Marras (Fuoricampo, quello del 1978 e non quello rifatto qualche anno fa, rimane uno dei più bei dischi del cantautorame italico), persino il primo di Fabio Concato, già … quel primo 45 giri del 1977 con A Dean Martin e Festa Nera fu un singolo importante per me e il mio amico Biccio (Lord Simon insomma). Arrivo fino a Loredana Bertè, quella del periodo 1979/83, quella che irretiva gli imberbi ragazzini come me. Quando torno al Rock internazionale lo faccio con i Cheap Trick di All Shook Up, col Bruce Springsteen di Live In Tempe 1980 o mettendo sul piatto il Greatest Hits/Live degli Heart, quello del 1980.
TT Stereo Choice: HEART Greatest Hits / Live 1980
The DELLA CIOPPA connection.
Chissà cosa ne direbbe Gianni Della Cioppa del mio appoggiarmi sempre ai vecchi dischi, lui vive, lotta e combatte per l’esatto contrario. Invidio quella sua forza, quella sua voglia di crederci ancora, mentre io – vittima della fredda razionalità – mi rifugio unicamente nei castelli musicali che mi sono costruito nella fine degli anni settanta. Lo incontro per una paio di faccenduole, il rendez vous si tiene a metà strada: Mantua. Faccio un po’ i conti, sono 29 anni che ci conosciamo, da quando – sotto l’ala protettrice di Trombetti e Riva … o almeno fu così per me – iniziammo a scrivere per la rivista musicale Metal Shock nel 1988.
Prendiamo un aperitivo insieme e chiacchieriamo dei blues della vita; prima di salutarci chiede ad Elena di scattarci un foto. Per l’occasione vuole avere in mano il cd della Cattiva Compagnia, il mio gruppo. Gianni è uno di quelli che come autore ha sempre creduto in me. Che Page lo benedica.
GDC & Tim – tardo settembre 2017 – Foto Elena
PFM a MODENA – 29 settembre 2017
Arriva la PFM a Mutina, serata organizzata dal comune. Vado con Lollo Stevens, il Pike Boy e Mr Daniel Lazy. Dapprima una pizza e una Brùton bianca alla Smorfia 2 e poi via in piazza a vedere che combinano Di Cioccio, Djivas e Lucio Violino Fabbri. Il colpo d’occhio è notevole, l’atmosfera giusta, le vibrazioni niente male. Piazza Roma da quando è stata finalmente ristrutturata e trasformata è diventata uno degli angoli più belli della città. Aiutati da 4 comprimari il gruppo mi è piaciuto più di quel che pensassi. Certo, il chitarrista fraseggia alla Joe Satriani, Mussida non si rimpiazza facilmente, i due tastieristi non sono esattamente Flavio Premoli, ma nell’insieme lo spettacolo convince. Non sono un fan del gigioneggiare che Di Cioccio sfoggia sul palco, ma la gente è coinvolta dunque tutto ok. I classici della PFM, tre pezzi dal live del 1979 registrato insieme a Fabrizio De André e una paio di versioni rock di pezzi di musica classica. Se ad esempio Guglielmo Tell di Rossini ha un senso, anche petrché è dagli anni settanta che la suonano, Romeo And Juliet di Prokofiev è roba da centurioni con arrangiamenti kitsch e sopra le righe. Ma è solo un momento, la PFM seppur orfana di 2/3 elementi fondanti funziona. Un plauso a Lucio Violino Fabbri che è bravissimo e suona le cose giusta nella maniera giusta, e a Patrick Djivas che nell’assolo di basso di Maestro Della Voce inserisce il riff di Luglio Agosto Settembre Nero degli Area, omaggio nell’omaggio a Stratos.
PFM a Modena 29-9-2017 – foto TT
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Settembre dunque è passato, ottobre mi si apre davanti con tutti i suoi colori suggestivi e potenti , l’inverno è lì dietro la siepe, lo sento arrivare e così, come Zanna Bianca, non posso che puntare il muso verso gli astri gelidi ai quali raccontare le mie pene, i miei blues insomma. Auuuuhh auuuuhh auuuuhh …
Ho chiesto a Picca di scrivere due righe a proposito della dolorosa dipartita di Tom Petty, tra i miei amici è quello più indicato visto che non volevo pubblicare le solite banalità scritte da uno, il sottoscritto, che non ne sa abbastanza. Certo, comprai anche io DAMN THE TORPEDOS all’epoca, ebbi fin da subito una fascinazione particolare per HERE COMES MY GIRL, ma non posso certo dire di avere su Petty la stessa preparazione del mio amico, così meglio lasciare a lui la parola, conoscenza, lucidità e schiettezza non gli mancano di certo. Buon viaggio Tom, grazie di tutto.
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Comprai Damn The Torpedoes nell’80, al negozio Rock Dreams di Modena in viale Medaglie D’Oro. Me lo ricordo benissimo, Tom era biondo e quindi si trattava di un acquisto rischioso perché quei capelli avrebbero complicato l’eventuale processo di identificazione tra il me 15enne e questo nuovo artista che mi accingevo a scoprire. Un paio di ascolti a casa e poi subito via a cercare i primi due lp (Torpedoes era il terzo).
Tom Petty
Petty mi conquistò subito, il minimo comune denominatore era il suono alla Byrds che era indiscutibile. Ma c’era molto di più, anche se non era del tutto evidente. Un pizzico di glam, che allora non sapevo neanche cosa fosse, una sorta di sfacciataggine pop che usciva dagli schemi seriosi del cantautorame rock dell’epoca. Un briciolo di sudismo, nel senso del Southern Rock, con l’aggiunta di una bella dose di sole losangeleno. In più c’erano gli Heartbreakers, una band che aveva un sound inconfondibile, dalle mille derivazioni certo, ma un sound tutto suo.
Tom Petty & The Heartbreakers
Petty, come altri, arrivò sui nostri giradischi quando negli scaffali c’erano pochi dischi da portare a casa per noi che amavamo quello che poi si sarebbe chiamato ‘classic rock’. Springsteen, DeVille, Dire Straits … Petty riassumeva tutto quello che mi piaceva della musica americana, le 12 corde Jingle Jangle, il ritorno ai padri fondatori, qualche riferimento ‘garage’, i Creedence, una puntina di psichedelia. Gli Heartbreakers erano bravissimi e misuratissimi, consumati eppure ancora sbarbini.
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Poi uscì Hard promises (preso da Mati in via Farini) e il mio fanatismo controllato si consolidò. Petty era una rock star particolare, attraversò gli anni ‘80 con poche paturnie, riuscì benissimo a gestire l’era MTV producendo video godibilissimi, non si snaturò mai e mantenne sulla faccia un sorrisetto ironico che significava ‘Divertiamoci baby, è solo rock ‘n roll’. Con Mike Campbell, il suo chitarrista, sfoggiò tour dopo tour la più fantastica collezione di chitarre mai vista. Gli piaceva suonare agli Heartbreakers, mica infinocchiare il pubblico. Non si fece mai spennare da modelle, si sparò un po’ di pere senza pubblicizzare la cosa, collaborò con molti, sopportò il bizze del suo amico e idolo Bob Dylan, fu amico di George, di Paul, di Ringo, di Bruce, di Lindsey & Stevie, di Jackson, di Cash, di Crosby, di Stills, di Neil, di Roy, di Chris, di Roger, di tutti.
Quando cominciò artisticamente a bollire – inevitabile – riformò la sua band del liceo, i Mudcrutch, e la portò in tour, alternandola agli Heartbreakers. Just for fun. Lascia un catalogo di canzoni invidiabile, costruito tutto in punta di piedi, senza mai sbracare. La carriera perfetta. Mi mancherà moltissimo. Into the great wide open.
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