50 euro (più 7,5 di prevendita) non sono pochi per andare a vedere una tribute band, seppur professionale, ma il richiamo dello swing a cui mia madre da bambino mi iniziò è troppo forte per rinunciare. Piove forte in questo martedì di febbraio, sono davanti al Teatro Municipale Romolo Vialli di Reggio Emilia, con me la groupie e la Lucy. Siamo in terza fila, posti ottimi dunque. Ore 21,15, il teatro è pieno, il pesante sipario si muove, è tempo di serenate al chiar di luna. Infatti si parte con MOONLIGHT SERENADE, la scelta mi sorprende, è come se i LZ aprissero un concerto con STAIRWAY TO HEAVEN, immagino verrà ripetuta a chiusura del concerto (infatti sarà così).
L’orchestra mi sembra buona, su tutti il contrabassista. Meglio precisare che questa è la GLENN MILLER ORCHESTRA che gira in Europa, sono ormai 24 anni che Wil Salden, il direttore, ha la licenza per usare il brand in questione e girare il vecchio continente con i suoi ragazzi. Salden è olandese, il suo inglese si capisce perfettamente, non mi sfugge nemmeno una parola. Tipo buffo questo Salden, a tratti si muove come una marionetta e ha i modi di una “nuffia”(per i non modenesi: i modi effemminati di chi all’apparenza sembra gay). Ad ogni modo è un buon pianista, un buon cantante e un buon leader.
Wil Salden
Bravina anche la cantante, così come gli altri tre musicisti che la affiancano al canto, insieme a Salden, quando le melodie necessitano di un quintetto.
Buon batterista (ma sempre con gli occhi appiccicati allo spartito), buone le sezione dei sax/clarini, dei tromboni e delle trombe. Uno dei sassofonisti, il primo a sinistra, sembra MARIO MONTI, è uno delle figure principali dell’orchestra, suona, canta, fa lo spiritoso, ma porta i calzini corti. Roba da crucchi.
Glenn Miller Orchestra RE 16-2-2016 – foto TT
Lo spettacolo si divide in un due atti di circa 45 minuti l’uno divisi da un intervallo di 20 minuti. Spesso i musicisti si intervallano davanti al microfono principale e si esibiscono in assoli piacevoli. Il repertorio si basa sulle musiche di GLENN MILLER, su pezzi di altri che questi aveva interpretato e su classici di altri artisti quali BENNY GOODMAN ed ELLA FITZGERALD.
Teatro Romolo Valli – Glenn Miller Orchestra RE 16-2-2016 – photo TT
Tra i pezzi che mi sono rimasti, oltre a MOONLIGHT SERENADE …
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IN THE MOOD …
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TUXEDO JUNCTION …
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DON’T SIT UNDER THE APPLE TREE …
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e CHATTANOOGA CHOO CHOO.
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Teatro Romolo Valli – Glenn Miller Orchestra RE 16-2-2016 – photo TT
Pubblico composto in maggior parte da over 70, tra cui FRANCESCO (80 anni quest’anno) cugino di mia madre che rivedo con molto piacere e che mi dice, in dialetto reggiano stretto: “mi piace molto questa musica, ci sono cresciuto, non potevo mancare…e poi sai, ho l’abbonamento per la stagione del teatro, vengo qui tutti i sabati sera”. Evidentemente questa passione per lo swing deve essere una cosa di famiglia, mi chiedo se questa mia predisposizione per lo swing e il boogie non sia una cosa genetica, e non solo una cosa dovuta ai dolci ricordi dell’infanzia (i dischi di Miller, Goodman e Henghel Gualdi, quest’ultimo amico di mia madre, da bambini abitavano nella stessa piazza).
Tuttavia tra il pubblico anche persone di mezza età (tra cui yours truly) e alcuni ragazzi giovani. Il grosso comunque sta tra i 65 e gli 80. Mi chiedo se tra dieci o vent’anni non mi ritroverò insieme ai miei amici nei teatri a vedere orchestre del genere che rendono omaggio ai nostri gruppi o personaggi preferiti. Già mi vedo insieme a Picca, Liso, Riff, Jaypee e agli illuminati tutti al teatro Romola Valli di Reggio nel febbraio del 2036 a vedere la World Famous Jimmy Page Orchestra e commuoverci nel sentire versioni di TEN YEARS GONE, DARLENE, WHO’S TO BLAME, SATISFACTION GUARANTEED e TAKE A LOOK AT YOURSELF.
L’anniversario di quest’anno cade in un momento particolare, non ho tanta voglia di festeggiare, ma non potevo tralasciare di scrivere due righe a proposito. Cinque anni per un blog sono un traguardo mica piccolo, per tenerlo attivo occorre una certa autodisciplina e, nel bene o nel male, una vena di una certa profondità. Avere cose da dire e da condividere per un tempo così lungo e solitario (long & lonely time, insomma) non è scontato se nella vita fai anche altre cose.
Eppure eccomi qui, in fin dei conti sorpreso della cosa e orgoglioso della comunità che si è formata intorno a questo spazio per l’uomo di blues.
Sì, il merito è vostro, donne e uomini di blues, il vostro aiuto, il vostro affetto, il confronto che sempre garantite, sono la linfa che mantiene in vita questa piccola avventura. Più di mezzo milione di visite, 1483 articoli, 6640 commenti, mica robetta da tutti.
Ancora un volta quindi mando a voi il mio più sincero ringraziamento, I love you all. Che il signore dell’oscurità vegli su di noi.
Lunedì 15/02/2016 ho visto la prima puntata della serie tivù “VINYL” su Sky Atlantic, in lingua originale con i sottotitoli. Per chi conosce l’inglese questa modalità permette di cogliere le sfumature del linguaggio crudo di quegli anni in quegli ambienti ed evita di far raggelare il sangue quando il doppiaggio cade rovinosamente su certi termini sbagliati (tutti ancora rabbrividiamo quando riguardiamo i film BLUES BROTHERS e CADILLAC RECORDS e sentiamo tradurre HARP – armonica a bocca- con ARPA)
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La serie mi interessa molto, questa è una ovvietà, il Rock è la mia vita e il 1973 è il mio anno, ossia quello che avrei voluto vivere per quanto riguarda la musica Rock, ma forse Scorsese ha un po’ esagerato riguardo il sesso e la droga. Magari è stato davvero così, Jagger c’era, inutile discutere, ma in questa prima puntata questi due elementi sono praticamente in ogni fotogramma. Capisco che il pubblico del giorno d’oggi ha continuamente bisogno di sensazioni forti, ma qui si rischia la deriva caricaturale.
Noto con piacere il poster di JOHNNY WINTER negli ufficia dell’etichetta discografica messa in scena e mi infiammo quando parte il riff di FRANKENSTEIN di EDGAR WINTER in una delle sequenze.
Non mi aspettavo citazioni così dirette dei LED ZEPPELIN e sul momento sono sobbalzato sul divano.
ROBERT PLANT e JOHN BONHAM nel backstage (che nella realtà non era quello del MSG) che si vede nel film dei LZ “THE SONG REMAINS THE SAME”, nella scena in cui PETER GRANT prende a male parole il responsabile dell’organizzazione per aver lasciato via libera a chi vende merchandising farlocco.
L’attore che impersona Mr G non è imponente come lo era il manager dei LZ. Poca somiglianza anche con l’attore che impersona ROBERT PLANT. La scena si chiude con una ripresa dei LZ presi da dietro dove si nota anche JIMMY PAGE. Non ho fatto caso se il suo costume di scena fosse consono all’anno 1973. Di sicuro non lo sono stati i rifacimenti di I CAN’T QUIT YOU BABY, di YOU SHOOK ME e SOMETHING ELSE brani non presenti nelle scalette del tour del 1973. Da sottolineare il fatto che non si trattava delle versioni originale, ma di cover fatte apposta per la serie TV. Immagino che i LZ chiedano cifre molto alte per permettere l’uso della loro musica originale e che pure storcano il naso di fronte a richieste di questo tipo, ma possibile che due pesi massimi come Scorsese e Jagger non siano riusciti a trovare un accordo con loro? Possibile che Jagger non sia stato capace di andare da PAGE e PLANT e cercare di mediare?
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(clip aggiunto il 18/2/2016)
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Jagger, Bobby Cannavale, Scorsese
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Nonostante tutto sono rimasto attaccato allo schermo fino alla fine, molto interessato alla cosa. Registro però un appagamento non totale, una sorta di orgasmo non esattamente riuscito. Spero che le prossime puntate mi permettano di raggiungere l’estasi.
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PS: posto il link all’articolo su Facebook, il primo commento è di Picca che scrive: “Non può piacerti del tutto. Tu la tua serie Vinyl ce l’hai in testa da 40 anni”. Ecco, in una frase risolto il problema.
Non so come mai ma PAUL GILBERT mi è sempre piaciuto. Il tipo di musica che ha prodotto durante la sua carriera non è esattamente la mia preferita, il tipo di musicista che è di solito è lontano dai miei canoni, fisicamente non mi sono mai rivisto in lui eppure c’è qualcosa che mi ha portato ad avere un occhio di riguardo per questo PIPPO disneyano dell’hard and heavy moderno. Non nego di aver amato un paio di album dei MR BIG, di aver giudicato interessanti un paio di suoi album solisti, ma di solito mi tengo alla larga da questi chitarristi virtuosi moderni (anche se ormai moderno PAUL non lo è forse più). Eppure in lui c’è qualcosa che mi ha attrae. Mi piace anche quello che pensa e dice (considerando il mondo musicale di cui fa parte)…
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Tra la fine degli ottanta e i primissimi anni novanta certe cose dei MR BIG mi è piacquero davvero parecchio…
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Ora leggo su CLASSIC ROCK MAGAZINE UK qualcosa sui cinque album che hanno formato il suo DNA musicale, tra questi LIVE (del 1978 con registrazioni live del 1977) di FRANK MARINO e THE SONG REMAINS THE SAME, il disco dal vivo dei Led Zeppelin del 1976 (relativo registrazioni dal vivo del 1973), senza scordare il primo dei VH.
Ora, che gli piacessero i LZ non è una novità, ricordo la sua partecipazione al tour giapponese GUITAR WARS e ai suoi duetti con JOHN PAUL JONES…
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o il suo tributo ai LZ insieme a MIKE PORNOY…
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ma vedere che due (tre) album che lo hanno formato sono anche i miei è davvero piacevole. Ho molto goduto nel leggere quello che pensa di FRANK MARINO…
Frank Marino & Mahogany Rush – Live (1978)
(In a low, menacing voice) “’Ladies and Gentleman… Will you please welcome… Frank Marino… and MaHOOOOOOOgany Rush…’ BOOM!
“This album is another example of superior shred being produced before ‘shred’ was a musical term. Frank Marino plays blindingly fast guitar with a tone that sounds like it will form a new indestructible metal alloy – once it cools. Only it stays molten for the whole record.
“Frank is another victim of Hendrix-clone accusations. He does cover Purple Haze, and he also does Johnny B. Goode, which Hendrix covered, but to my ear, Frank’s playing and tones have a flavour and intensity that are unique to him.
“I still marvel at Frank’s jazz lines in I’m a King Bee. I’ve tried working on similar changes for years, and I still don’t get close to how good he sounds. Either Frank is really smart, or I’m really dumb. But let’s take me out of the equation – just listen to the record and dig it!”
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e di THE SONG REMAINS THE SAME…
Led Zeppelin – The Song Remains the Same (1976)
“Before there was guitar, there was air guitar, at least for me. I spent years in front of the mirror with my Sears ‘Deluxe’ stamped-aluminium, suction-cup, yarn-cabled toy guitar before I ever played a note on an actual instrument.
“My mom was cool enough to take me to see The Song Remains the Same at a midnight showing. I was surprised at how boring the jams were and how few of the songs I knew. But I bought the soundtrack album anyway, and it grew on me. And grew. And grew. Until I could follow every Jimmy Page riff, solo, violin-bow howl, Theremin scream, and wah-wah move… all performed while pouting, duck-walking and strutting around Madison Square Garden, with a Les Paul slung low and pants worn unusually high to maximise the effect – a trick I didn’t work out until years later and am still hesitant to imitate.
“The boredom was gone. This was the best air-guitar workout imaginable! Jimmy had one other trick up his sleeve that put him far beyond his Yardbirds alumni. That trick?… Forming a rock band with Robert Plant, John Paul Jones and John Bonham. It took decades for my body to feel old and tired enough where I could begin to appreciate the low-energy goodness of the Clapton records that came out around the same time, or the singerless guitar fusion of Jeff Beck. As Robert Plant scats in ‘Whole Lotta Love,’ “He’s got to Boogie! He’s got to Boogie! Boogie! Boo-boo boo-boo baa-baa baa-waa-waa… BOOGIE!’ Ahh, have mercy.”
Gli scienziati hanno rilevato le onde gravitazioni ipotizzate 100 anni fa da Einstein. Queste cose mi emozionano sempre molto. Qui sotto il link all’articolo e il fumetto pubblicato da LA REPUBBLICA che fa capire cosa siano le onde gravitazionali.
Giovedì 4 febbraio, attraverso quello spicchio di campagna che sta tra le fabbriche di Stonecity e quelle di Mutina in questo soleggiato e tiepido giovedì pomeriggio. E’ davvero una bella giornata, ma mi chiedo se si possa chiamare così visto che in pratica non piove e non nevica da tre mesi. Leggo i pensieri di certe amiche, le sento felici che l’inverno sia così mite e avaro d’acqua, ma io scuoto la testa, penso alla nostra terra, alle riserve d’acqua, al fatto che il pianeta ha la febbre.
Mi sto recando, per lavoro, nel nuovo ufficio del commercialista e benché Mutina la conosca più o meno come le mie tasche non azzecco la svolta per quel desolation row che è via Cantelli. Non posso nemmeno svoltare alla successiva, Joseph Greens Boulevard viene a buttarsi sulla Emily Road sotto forma di senso unico in quel punto. Svolto così in St John Wood e parcheggio poco più avanti. Non mi dispiace, parcheggiare lontano dai posti dove devo andare sta diventando un piacevole stratagemma per farmi qualche passeggiata a passo sostenuto. Non sono tipo d’andare in palestra (an s’è mai vest Johnny Winter fèr chi lavor lè… non si è mai visto Gianni Inverno fare di quei lavori lì) e la lunga sgambata della domenica mattina non è sufficiente per restare in forma.
Suono, salgo, mi accomodo. Questioni lavorative con chi ci segue e poi due chiacchiere con il titolare e la sua socia. Riscendo, passeggio, salgo in macchina.
Faccio tappa alla House of the Rising Sun (down), la struttura dove risiede Brian. Il vecchio è di nuovo ammalato. Una ricaduta dopo una prima influenza. Questa volta sento il dottore parlare di colecisti. Entro nella stanza in penombra. L’altro ospite (59 anni) dorme, la tv è accesa. Brian sta farfugliando qualcosa, sembra stia parlando con qualcuno, e a quel qualcuno dice “Veh che c’è mia figlia Tim”. Sorrido, immagino che con una sola frase abbia pensato contemporaneamente a me e a mia sorella, cerco di gestire le emozioni, ma anche oggi ho subito una strana sensazione, la sento la nera mietitrice dietro la porta. E’ una sensazione che ho da qualche giorno. Non è solo questione di febbre, di bronchite o chissà cosa, Brian è provato, è sofferente nel suo quasi lucido delirio, si sta spegnendo, lo vedo. Lunedì mi aveva riconosciuto, avevamo parlato, cercando di capirci e di far allineare gli alfabeti diversi che in quel momento usavamo. Gli avevo chiesto se mi voleva bene e lui mi aveva risposto in dialetto reggiano “non hai nemmeno da pensarci , te ne voglio tanto” e al momento di salutarci mi aveva detto “Ciao Piròn”. Mentre uscivo ero cosciente che quel “ciao Piròn” me lo sarei ricordato a lungo.
Martedì e mercoledì passa da lui mia sorella, anche lei sente che c’è qualcosa che non va, mi confida le sue paure.
Oggi Brian parla, faccio finta di capirlo, annuisco. In alcuni momenti fa quello sguardo tipico di quando raccontava fatti di una certa importanza con un po’ di ironia, porta spesso la mano alla bocca come se volesse bere qualcosa. Gli do un po’ d’ acqua. La mano sotto la sua testa, con cautela lo sollevo e lui beve. Gli chiedo se mi riconosce, gli dico, nel mio miscuglio di dialetto modenese-reggiano “sono tuo figlio” e lui di rimando “al so!” (lo so). Sto lì con lui 15/20 minuti, poi gli dico che devo tornare a lavorare, lui dice qualcosa sulla importanza del lavoro e poi torna ad inseguire i suoi fantasmi. Gli do un bacio, lo saluto, vorrei che mi dicesse ciao anche oggi, ma non lo fa. Allora gli do la mano, lui risponde al saluto. Prima di uscire lo guardo un’ultima volta.
Esco con un fardello pesante sull’animo. C’è il sole, ho la scusa per infilarmi i Ray Ban. Mi butto sulla tangenziale, il terzo di JONI MITCHELL nel lettore cd della blues mobile, sono verso la fine al disco per una sequenza mica da ridere: YELLOW BIG TAXI…
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WOODSTOCK, con l’intro che mi ricorda ovviamente il pezzo BAD COMPANY dell’ omonima band…
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e la bellissima THE CIRCLE GAME che ogni volta mi fa venire in mente GOING TO CALIFORNIA.
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Arrivo in ufficio, poi esco, arrivo nel posto in riva al mondo, il solito susseguirsi di eventi di un giorno feriale. La doccia, la cena e poi mi riguardo su MY SKY l’ultima puntata registrata di LILYHAMMER. Lei è con me sul divano, sorridiamo, LITTLE STEVEN è divertente, ma il mio pensiero corre spesso a Brian. C’è qualcosa che non va. Sono preoccupato. Vado a letto, leggo qualche pagina di UN GIOCO QUIETO di GREG ILES, il primo capitolo della saga di PENN CAGE e poi, a fatica, mi addormento. Nel buio della notte squilla il telefono, mi alzo dal letto immediatamente, corro verso il cellulare, guardo l’ora, sono le 4 e 10, so già cosa mi aspetta. Mi sorella mi avvisa che hanno appena chiamato dalla struttura, Brian è morto. Mia sorella accenna un comprensibile singhiozzo, la riprendo subito, come a dire, non è il tempo delle lacrime questo, prima organizziamoci e affrontiamo l’urgenza. La mia autodisciplina a volte mi fa paura. Mi siedo un attimo sul letto, sento lei che da dietro mi abbraccia. Faccio il punto della situazione e decido le prime mosse. Mentre mi vesto e poi mentre preparo la colazione i primi singhiozzi e le prime lacrime. Alle sei siamo alla struttura. L’infermiera ci racconta come è successo. Brian se ne è andato, più o meno tranquillamente, nel sonno verso le 4. Lo accompagnano giù nella camera ardente della struttura, arriva il fondatore della casa protetta, Don Sergio, per una prima benedizione e una parola di conforto. Chiamo la funeral home Terracielo, arrivano immediatamente. Inizio ad avvisare i parenti. La Terracielo funeral home è una casa funeraria all’avanguardia, di impostazione americana. Le camere ardenti sono chiamate sale e sono composte da un salottino (riscaldato) con divani e poltroncine e una stanza refrigerata dove viene messa la salma. Il complesso è molto bello, bagni pulitissimi, bar, ristorante, cappella per le funzioni cristiane, sale per le funzioni di diverse religioni, credo o convinzioni. Con loro definiamo tutte le cose da fare. Porteremo Brian a San Martino in Rio, dove riposa mia madre. Il problema è che non ci sono più tombini liberi, ne stanno costruendo 260 nuovi ma prima di alcuni mesi non saranno pronti. Rimango basito, ma verrò a sapere che parecchi altri cimiteri hanno le stesse problematiche. Decidiamo così di cremare i resti di mia madre in modo che nel loculo ci sarà spazio per entrambi. E’ davvero strano dover prendere decisioni di quel genere in un momento in cui non hai ancora elaborato la dipartita di tuo padre.
Brian
Mi fiondo quindi a San Martino, devo firmare delle carte per dare l’autorizzazione alla cosa. Terminate le pratiche decido di andare insieme a lei a fare una seconda colazione, siamo affamati. Il bar è di fianco alla chiesa, quella dove Brian e mia madre si sono sposati. Sospiro. Al pomeriggio torno a Modena, Brian è nella “Sala delle Stelle”, sala che cromaticamente vira al blu. Entro nella stanza dove lo hanno preparato, subito non mi sembra nemmeno lui. Mi metto a piangere. Inizia ad arrivare qualche zia e qualche cugina. Verso le 19 si torna a casa. Al momento sono occupate due delle dieci sale. Sono sveglio dalle 4, sento tutta la stanchezza fisica e spirituale mentre mi corico nel letto, spero solo di riuscire a dormire.
Ad un certo punto mi sveglio, è ancora buio fuori ma spero siano almeno le 5 o le 6, speranza vana: è l’1,50 di sabato. Mi alzo, mi faccio una camomilla, cerco di distrarmi. Alle quattro faccio per tornare a letto, Palmiro è nel mio posto, lo sposto, mi infilo sotto il piumone, lui si rigira verso di me, pianta il suo muso umido sotto il mio mento e con le zampe mi abbraccia il collo. E’ un riflesso casuale di un felino, è pura suggestione, ma che Palmir mi abbracci mi fa davvero tanto piacere.
Brian e Palmir – estate 2012
Alle 6 mi alzo definitivamente tanto non riesco a dormire, nel dormiveglia vedo Brian che popola i miei mezzi sogni e le mie visioni.
Sabato mattina si ritorna a Terracielo. Lei è sempre con me, mi tiene sotto controllo. E’ una presenza costante, riservata, attenta; mi fa sentire al sicuro. Il salottino è molto accogliente e rende meno faticosa la cosa. C’è uno schermo che rimanda le foto di Brian che abbiamo scelto, sono tutte foto degli ultimi anni, foto “simpatiche” e oneste: Brian che si mangia un gelatino, Brian al bar che si beve un crodino, Brian che fa il segno del Rock, Brian con la tshirt degli Allman Brothers e di Jimmy Page.
The Allman Brian Band
Brian yr aur
Tra mattina e pomeriggio arrivano amici e parenti a consolarci e a salutare Brian. Io e mi sorella facciamo possibile per essere forti. A volte non è facile. Ci sono momenti in cui devo appartarmi o trovare una scusa per uscire perché non riesco a contenere le lacrime e i singhiozzi. E’ spossante ma molto salutare ripetere a tutti le stesse cose, dare le stesse risposte alle domande che tutti fanno, butti fuori tutto e arrivi a sera che sei in qualche modo più sereno. Osservo la gente che va e che viene. E’ spesso presente anche la mia ex compagna, era molto legata a mio padre e alla mia famiglia. La vedo persino chiacchierare con la mia compagna attuale. Merito del vecchio Brian, senza dubbio.
Un mio cugino, il più vecchio di quelli dalla parte di mia madre, racconta un aneddoto che non sapevo. Siamo nei primissimi anni sessanta, io sono praticamente appena nato, abito insieme ai miei nella vecchia stazione dei treni di Nonantola. Mio cugino era molto, molto legato a mia madre e quando poteva veniva da noi. Un suo vicino di casa era un camionista che faceva la spola tra San Martino e Ferrara, partiva al mattino e tornava la sera. Mio cugino chiedeva un passaggio e l’autista lo lasciava di fronte al viale della stazione a Nonantola per poi riprenderlo alla sera. Mia madre e sua madre si mettevano d’accordo telefonando ai bar più vicini alle loro rispettive abitazioni. Mi cugino aveva otto/nove anni e ci racconta che lo “zio Lino”, Brian appunto, lo faceva sempre divertire. Nella vecchia stazione a piano terra c’era, dice lui, uno stanzone enorme e buio, col soffitto molto alto e un grosso camino. Brian gli diceva “dai che andiamo sotto al mare ad esplorare”, si metteva in testa il suo berretto da autista di corriere e lo portava nello stanzone a giocare ai palombari in esplorazione negli abissi marini; mio padre che cammina piano davanti e mio cugino dietro, con Brian che simulava il rumore del respiratore della bombola ad ossigeno azionando una vecchia pompa manuale da bicicletta. Ah, solo Brian! La giornata è lunga ma le persone che vanno e vengono, i tanti messaggi a cui devo rispondere e le telefonate fan sì che poi alla fine voli via.
Brian
Ognuno ha il suo modo di fare le condoglianze, ma ognuna fa certamente molto piacere, le testimonianze di affetto rendono il tutto meno difficile. Qualcuno arriva a dire la solite cose che si dicono in questi momenti: “Se doveva soffrire, forse è meglio così”. Capisco che non sia automatico comprendere le varie sfumature, uno che soffre di alzheimer in forma grave da qualche anno e che è ospite di una struttura deve per forza essere su di una sedia a rotelle e passare la giornata avulso dalla realtà fissando il muro. Per alcuni è davvero così, l’ho visto con i miei occhi, ma fortunatamente non era il caso di Brian. Con lui era ancora possibile avere un rapporto, seppur confuso ogni volta mi riconosceva, a volte era anche in grado di fare ironia sulla sua condizione (“Brian, ma cosa c’è dentro alla tua testa?” “Mah, ormai non c’è più niente”) (Brian sai quanti anni hai?” “Uhmmm, 20? 50?” “No, ne hai molti di più papà, ne hai 86” “Beh mo’, allora son vecchio!), quindi posso tranquillamente dire che Brian me lo sarei tenuto volentieri per altri anni anche perchè, in generale, come mi ha scritto il padre di un mio caro amico in un telegramma “Quando se ne vanno è sempre troppo presto”. Non mi posso lamentare, 86 anni sono una discreta cifra, ma ne avrei voluti altri.
Domenica mi addormento alle due del mattino, quando vado a letto, mentre mi stendo, allungo un braccio e sfioro con la mano Palmiro che dorme lì da qualche parte, lui si gira e mi prende la mano tra le sue zampe. Ancora, è un riflesso casuale, è pura suggestione, ma che Palmir mi tenga la mano mi fa davvero tanto piacere. Alle 6.30 sono già sveglio. Non andrò alla Funeral Home stamattina, va mia sorella, così faccio colazione e cerco di stendermi sul divano con NAT GEO WILD canale 409 in sottofondo, stratagemma che uso per cercare di addormentarmi. Non riesco. Cerco di tenermi occupato, sistemo l’armadio e i conti di casa. Poi quasi senza accorgermene accendo il Marshall che ho in casa, attacco la Les Paul e provo a suonare qualcosa. Mi tengo lontano dai giri in minore, non voglio cadere sul banale, così abbozzo un giretto di SOL, SIm, FA, DO, ripeto gli accordi due e tre volte e poi parto con una improvvisazione morbida color pastello, intreccio la pentatonica minore con la maggiore, aggiungo la scala minore e qualche sghiribizzo delle scale modali. Ne fuoriesce una solista malinconica ma non troppo triste col selettore posizionato sul pick up al manico che dà al tutto la timbrica giusta. Battezzo all’istante questa cosuccia “Blues per Brian”. Mi metto a piangere di nuovo. Ripongo la chitarra ed elaboro il fatto che è la mia GIBSON LES PAUL CUSTON, quella che comprai all’indomani della scomparsa di mia madre (la chitarra infatti si chiama Mara). Tipiche considerazioni blues di Tim Tirelli. L’Inter pareggia 3 a 3 con l’ultima in classifica, nemmeno una gioia nel momento in cui ne ho più bisogno. Torno a Terracielo. E’ vero, quattro giorni di presenza alla funeral home sono tanti, per questione tecniche abbiamo dovuto organizzare il funerale solo per lunedì pomeriggio, ma d’altra parte bisogna dire che così si ha il modo di salutare con calma tutti gli amici e i parenti che vengono a fare una visita e lo stesso Brian.
Brian
Lunedì di primo mattino mi aspetta un compito gravoso, devo essere presente per la estumulazione e la esumazione di mia madre. Alle 4,30 sono già sveglio. Non mi meraviglio. Preparo la colazione. Alle 8,20 sono al cimitero. Lei è con me. Gli addetti del comune tolgono la bara dal loculo e la portano alla camera mortuaria. L’addetto di Terracielo mi spiega la cosa, il modo è professionale ma il suo forte accento reggiano rende l’argomento meno ostico. Ad un certo punto chiede se vogliamo guardare prima che si faccia l’operazione e si prepari il tutto nella nuova bara di cellulosa per la cremazione. Mi gira la testa, mi allontano di qualche metro, lei si assicura che io stia bene e poi mi dice ” io vado, voglio vederla la Mara”. Guardo questa donna, questa amazzone, questa valchiria che ho per compagna… che carattere, che forza, che spirito. Torna e mi dice che è contenta di averlo fatto. Vado anche io, do solo un’occhiata. La cosa è meno scabrosa di ciò che possa sembrare. Sembra ancora che riposi. In qualche modo sono contento di aver rivisto mia madre dopo 24 anni e so che quell’immagine non scalfirà il dolce ricordo che ho di lei, che è solo la rappresentazione del cerchio della vita. Mi sono chiesto se siano cose queste da scrivere in un blog, ma credo che questo sia, se non altro, un blog che non ha paura di affrontare le prove difficili a cui un uomo nella propria vita deve essere pronto, eventualmente, ad andare incontro.
Se fino adesso quest’ultima pagina della vita di Brian era iniziata tutto sommato a velocità ridotta, da questo momento prende una velocità imprevista. Torno a casa, mi preparo e torno al Terracielo per l’ultima oretta nella sala dove è Brian e quindi per il funerale. Arrivano gli amici, lo zoccolo duro degli illuminati del Blues è lì con me, arrivano amici di mio padre, parenti e conoscenti. Venerdì le sale occupate erano due, domenica erano dieci e dieci sono i funerali. Tutto è organizzato al minuto e tutto si consuma velocemente. Siamo i primi del pomeriggio ad usufruire della grande cappella interna. Prima della messa parte l’AVE MARIA di Schubert e io non riesco a trattenermi, mi metto a singhiozzare come un bimbo. Lei e mia sorella mi accarezzano. Penso al ricordino che ho fatto fare anche per mia madre vista la cremazione, la frasetta che ho fatto scrivere è “Ave Maria, piena di grazia”… ai più sembrerà l’incipit della preghiera, ma per me è il saluto a mia madre, che di nome faceva Maria ed era sì, piena di grazia.
Mi ricompongo. Il prete inizia il sermone che devo dire mi è anche piaciuto, semplice, diretto, senza troppa enfasi, tipico dell’Emilia. Mentre il prete parla sul grande schermo passano le foto del vecchio Brian, mi verrebbe da ridere nel vederlo fare il segno del Rock lì in chiesa se non fosse che sto affogando tra le lacrime.
Brian
Nemmeno mezz’ora e tutto termina. Mentre la bara esce parte WISH YOU WERE HERE, ma io sono così preso che non me ne accorgo nemmeno. Giusto il tempo di uscire dalla cappella che è già il turno di qualcun altro. Saluto e ringrazio tutti quelli che sono venuti, vorrei trattenermi un po’ ma il carro funebre (davvero bellissimo) è già pronto. Alle 16 siamo a San Martino, dove ci aspettano i parenti e amici e procediamo alla sepoltura. Ci tratteniamo per più di un’ora e poi ce ne andiamo.
Una volta a casa scatta il riflesso incondizionato di fare una doccia e di mettere a lavare tutti i vestiti usati in questi ultimi quattro giorni, quasi a voler togliere anche dalle fibre le particelle di tristezza.
Martedì sono già al lavoro, ho alcune cose inderogabili da fare; è stranissimo passare da un periodo di quattro giorni dove, tuo malgrado, sei al centro dell’attenzione e tutto gira intorno al ricordo di tuo padre, alla quotidianità che riprende come se nulla fosse. Forse sarebbe stato meglio prendersi qualche giorno in più per elaborare il lutto, ma, oltre alle incombenze lavorative, ricordo quello che disse una mia amica che tornò a lavorare poco dopo la morte del padre: “non voglio fare della morte un mito.”
Brian
Terminano dunque qui le avventure del vecchio Brian, storielle che incredibilmente hanno conquistato parecchi lettori di questo blog. Ne ho parlato alla mia maniera, con la scusa di parlare delle inezie della mia personale quotidianità ho cercato di affrontare un argomento non esattamente facile, quello della vecchiaia, della gestione di un vecchio ai giorni nostri e, specificatamente, dell’alzheimer. Ho cercato di essere sobrio, ma so di non esserci riuscito, sono italiano e sentimentale, sono portato al melodramma e all’enfasi, spero di non aver indugiato troppo nella retorica. In questi giorni alcuni mi hanno detto o scritto cose del tipo ” gli ultimi anni di Brian sono stati un po’ il tuo capolavoro”. Lo hanno fatto in diversi sottolineando e ripetendo più volte il concetto. Li ho ringraziati, capisco il loro punto di vista, ma mi sono sentito in imbarazzo. Sono stato davvero così bravo? Non credo. Come dice mia sorella “alla fine pensi sempre che avresti potuto fare qualcosa di più”.
Già, avrei potuto restare da lui un po’ più a lungo il sabato mattina, invece di starci a volte solo 40 minuti per poi andare a fare le mie cose, avrei potuto allungare le mie pause pranzo e passare più tempo con lui, i sensi di colpa ci sono, ma sono solo un uomo, anche io evidentemente faccio quello che posso.
Ho avuto negli anni un rapporto burrascoso con Brian, non starò certo a scrivere che è stato il miglior padre che uno potesse desiderare, perché non è così, ha fatto del suo meglio secondo le sue possibilità, forse non meritava un figlio così esigente e rompicoglioni. Gli ultimi anni sono stati però quelli in cui il nostro rapporto si è finalmente risolto. Ho fatto fatica ad accettare la sua malattia. Ricordo ancora le prime avvisaglie… Brian che non riesce ad infilare la spina del televisore in una riduzione particolare, Brian che fatica a memorizzare la funzione di accensione, spegnimento e cambio canale nel telecomando della TV e io che lo incalzo incazzato. Mi dolgo di certi miei comportamenti, di certe bacchettate, di certe urla ma per un figlio è davvero arduo venire a patti con la menomazione cognitiva o fisica di un genitore, si vorrebbe che fossero sempre un punto di riferimento per noi. Mi sento male se penso a quanto stronzo sono stato certe volte, facile prendersela con i più deboli, con un vecchio affetto da demenza senile. Spero che mi abbia perdonato e che nonostante tutto abbia capito quanto bene gli ho voluto. Cerco di convincermi che sia così, perché negli ultimissimi anni quando gli chiedevo chi fossi (per vedere se capiva che ero suo figlio), non ricordando sempre esattamente il mio nome o che grado di parentela avevamo, mi descriveva con le prime parole o i primi concetti che gli venivano in mente: “sei il miocapo”, “sei il generale“, “sei il dirigente” fino al dolcissimo “sei quello che mi protegge“.
Chissà che ingorghi di traffico nei suoi pensieri quando mi confidava, in dialetto reggiano, “Tim, an capès più gninto… Tim, non capisco più niente“, eppure era sempre sorridente e sempre felice di stare in mezzo alla gente. Nonostante l’alzheimer riconosceva ancora il suo soprannome senza problemi. Già, Brian, mutuato da un fumetto che nella seconda metà degli anni settanta pubblicavano su L’INTREPIDO o su IL MONELLO, BRIAN DEI GHIACCI appunto (le storie di uno scienziato che si era ritirato a vivere al Polo). Una sera di un freddo inverno mio padre tornò a casa dal lavoro con la sua giacca di pelle col grande bavero tirato su e disse qualcosa – con la sua solita enfasi – circa il freddo e il gelo che c’era per strada, da lì scattò il BRIAN DEI GHIACCI.
A volte mi chiedo se l’alzheimer non sia un escamotage del cervello per lenire in certi individui l’angoscia della consapevolezza del diventare vecchi. Chissà. Spero solo che questi ultimi anni si sia accorto del bene che gli abbiamo voluto, e che si sia sentito accudito e protetto.
Faccio un po’ di conti, è almeno dal 2009 che ho iniziato ad seguirlo con più attenzione fino alla totale gestione dei quattro anni che vanno dal 2011 al 2014 con totale annullamento della mia vita privata. Poi gli ultimi 14 mesi nella struttura di cui era ospite. Oggi delle lunghe giornate passate a fargli da badante mi restano più che altro i bei ricordi. I nostri sabati mattina a far colazione al bar di Nonantola,
Brian
le domeniche pomeriggio sul divano a vedere un film su Rai 5 o ad ascoltare un concerto di musica classica, cosa che aveva iniziato a piacergli un sacco, lui che colora disegni che stampavo da internet. Mi mancheranno le sue mani nelle mie, mi teneva forte, quasi fossi un appiglio che gli impediva di scivolare verso l’abisso e mi mancherà lui, per come era.
In questi ultimi 14 mesi in cui è stato ospite della struttura la mia vita ha subito un miglioramento drastico, era un piacere andare a trovarlo anche se a volte dovevo farlo di fretta in pausa pranzo. Adesso mi chiedo cosa farò al sabato mattina, avrò senza dubbio maggior tempo per me stesso, ma non era tempo per me stesso anche andare a trovare il mio vecchio? E una sensazione molto strana, negli ultimi sei sette anni hai dovuto gestire tuo padre in toto e adesso d’improvviso non hai più quella responsabilità, quell’onere e quell’onore. Ci si sente spaesati. E sradicati: non avere più nessun genitore ti costringe a fare i conti con te stesso, ora sei davvero tu l’adulto.
Pieno di questi pensieri strambi contemplo il cielo, non sono religioso, non credo nell’al di là, non sono nemmeno sicuro che esista l’al di qua, ma forse quando lasciamo questo pianeta la nostra scintilla di energia inizia a girare per le misteriose profondità dell’universo. Chissà se la sua ha raggiunto quella di mia madre, guardo il cielo e lo spero.
Buon viaggio papà, ovunque tu sia diretto.
Brian
Lino Tirelli – Villa Bagno (RE) 30/11/1929 – Modena 5/2/2016
Mr Bonelli stavolta ci parla del Festival di Sanremo; gustose considerazioni di chi lo ha vissuto dall’interno.
Con il passare degli anni, nel mondo, cambiano tante cose. In Italia ne cambiano alcune. A Sanremo nessuna. Ma perchè, Sanremo non è Italia? No, Sanremo è la Repubblica Autonoma della Canzonetta.
Confesso che, nel passato, come milioni di italiani possessori di un televisore, avevo seguito il Festival nel suo periodo meno discriminatorio sui generi musicali, quando si fondeva la voce di Lucio Dalla con i suoni rock degli Yardbirds, o quella di Bobby Solo con le armonie dei New Christy Minstrels, Tony Dallara con Ben E. King, Ricchi e Poveri con Jose Feliciano, Fausto Leali con Wilson Pickett, Ricky Maiocchi con la musa rock Marianne Faithfull, Mino Reitano con gli Hollies di Graham Nash, Caterina Caselli con il beat di Sonny & Cher e quella di Lara Saint Paul con l’immortale Luois Armstrong. Con il tempo il festival è divenuto più classista, separando gli artisti emergenti dai big e questi ultimi dalle superstar nazionali ed internazionali.La prima volta che ci andai, alla fine degli anni settanta, come discografico, non certo come cantante, fu un trauma, ma non per la qualità della musica. Mi ricordo che avevo parcheggiato la macchina, a fianco di molte altre, in un sotterraneo di fronte all’albergo dove alloggiavo. Il giorno in cui andai a riprenderla, le altre auto non c’erano più e la mia era circondata e sommersa da cassette di fiori. Era il luogo destinato al mercato della merce più preziosa di Sanremo. La lasciai li. La stessa notte, rientrando ovviamente a piedi verso l’albergo, chiacchierando con un paio di colleghi, e quindi distratto, attraversai letteralmente un vetro antivento esterno ad un bar, cadendo sopra ad un milione di microscopici frammenti. Questo fu il mio primo Festival, da dimenticare, come fu dimenticato Mino Vergnaghi, il vincitore.
Successivamente, andai al Festival per anni ed anni, al seguito di decine e decine di artisti: esordienti, famosi, molto famosi e superstar internazionali. Ne ho vinti alcuni, ho sofferto per tutti. Ho trascorso intere notti in bianco a fare da psicologo ai drammi artistici, ho fatto l’autista, ho dato consigli da stilista, altri da parrucchiere, altri da arrangiatore ed altri ancora, per fortuna, da ingegnoso e creativo uomo marketing. Ho visto cantanti felici ed altri disperati: ho accompagnato sul palco Loredana Bertè incinta di fantasia, ho tolto il chewingum dalle labbra di Patty Pravo e dalle scarpe di Alessandro Bono, ho aggiustato la cravatta al collo taurino di Fausto Leali, ho fatto da medico per la Oxa, da calmante per Bobby Solo, da pescivendolo per la paranza di Silvestri, da bodyguard ad Alice, da consulente matrimoniale per Di Cataldo e divorzista per Alexia. Ogni loro angoscia era un mio problema ma, come diceva un celebre filosofo napoletano: “ze sciò mast go-on”.
Ho sempre sostenuto che lavorare a Sanremo con gli artisti internazionali, è più semplice che con quelli nostrani: arrivano e, il giorno dopo, se ne vanno. Nessun dramma.
Quindi, se per i nostri artisti, raccontare qualche episodio diventa una lunga e, talvolta, nevrotica e lacrimosa biografia, per gli ospiti internazionali è più facile, più pratico e, sicuramente, più divertente.
C’ero quando, in eurovisione, a Patsy Kensit degli Eight Wonder, cadde la spallina facendo bella mostra di un seno, anzi, del suo breve successo fui regista. Era una moderna groupie diventata cantante. Durante un trasferimento in macchina, scendendo con lei, dalla mischia mi arrivò un pugno in faccia. L’invidia è una brutta bestia. Il suo trasloco più famoso fu dall’appartamento di Jim Kerr dei Simple Minds a quello di Liam Gallagher degli Oasis.
A proposito di pugni, più inquietante fu la volta che il quindicenne Luis Miguel, miliardaria baby star della musica latina e, più tardi, compagno di Mariah Carey per un paio d’anni, venne a Sanremo in gara con il brano “Noi ragazzi di oggi”. Lo raggiunsi in camerino poco prima dell’esibizione e mi si presentò una scena allarmante: il road manager lo teneva fermo bloccandogli le braccia mentre il padre-manager lo colpiva con pugni nello stomaco. Accortosi del mio imbarazzo, il padre mi disse:”Lo sto eccitando, sul palco sarà un leone”. Dato che il brano era scritto da Toto Cutugno, arrivò secondo.
L’arrivo dei Queen fu devastante; ogni giorno annunciavano un persona in più nel loro staff: per noi significava una stanza in meno. Finì che dormimmo in otto discografici nella stessa camera e per uscire dovevamo camminare sui letti e sui corpi altrui. Ciascuno dei Queen arrivò con la propria guardia del corpo ma Freddie Mercury ne volle una in più, locale. La trovammo, si presentò con un braccio ingessato, a Freddie piacque comunque, molto, troppo.Con i Duran Duran, il fanatismo popolare era tale che rischiai di lasciarci la pelle sotto le transenne d’ingresso al Teatro, travolto dalla folla. L’attesa del loro arrivo, mobilitò migliaia di fan che arrivarono alla spicciolata facendo accampamento intorno all’albergo. Vestiti tutti di nero si moltiplicavano come gli uccelli di Hitchcock.Simon Le Bon non volle perdere l’occasione di flirtare con una celebre deejay e così, in piena notte, ruzzolò dalle scale dell’hotel, presentandosi sul palco, il giorno dopo, con la gamba ingessata. Posseggo ancora il certificato medico del biondo wild boy. L’anno successivo, dopo il mio divorzio dalla Emi, i Duran Duran mi videro al seguito dei loro rivali Spandau Ballet e, amichevolmente, mi minacciarono.
Quando portai a Sanremo gli svedesi Europe, con la loro hit “The final count-down”, durante l’affollatissima conferenza stampa irruppero i carabinieri con una denuncia. Secondo il giudice, gli Europe avrebbero utilizzato il nome già appartenente ad un altro gruppo italiano. Non so come si chiamino ora questi ultimi, ma il gruppo di Joey Tempest continuò a chiamarsi Europe.
I Toto a Sanremo costarono più in grappe e cibo che in camere d’albergo e voli aerei. Devo dire che anche molti altri, soprattutto tra gli artisti italiani, avevano il vizio di guardare il menù dalla parte del prezzo e non da quella dell’elenco dei piatti, scegliendo, che piacesse o no, quello più caro.
Liza Minnelli, che ebbi come ospite nell’edizione del Festival che si tenne ad Arma di Taggia, era una vera signora. Si irritò solamente quando ebbe il sospetto che, durante le prove, quello che volteggiva poco distante da lei, fosse un pipistrello. Avrei voluto dirle che era un drone mascherato, ma non esistevano ancora. La calmai assicurandola che sarei stato al suo fianco per difenderla. Quando eravamo nel suo camerino, si presentò, per salutarla, il più importante, attempato e storico discografico francese. Era accompagnato da una giovanissima fanciulla. Gli chiesi se voleva far entrare anche sua nipote e lui, offeso, mi rispose che era sua moglie (la settima).
Gli Oasis, come da copione, fecero il buono, Noel, ed il cattivo Liam. Il brutto lo lasciarono fare a Luciano Pavarotti, che venne in camerino per invitarli al suo prossimo incontro Pavarotti & Friends. Mentre Noel prestava attenzione, Liam sproloquiava sulle dimensioni del tenore, con aria beffarda. I fratelli, guarda caso, litigarono anche a Sanremo, come ovunque.
Tra i miei artisti a Sanremo ci fu anche Bruce Springsteen. Non ci sono aneddoti che non siano già storia. Lui volle che la gente capisse il testo della sua canzone “The ghost of Tom Joad”, che quindi fu sottotitolata durante l’emozionante interpretazione. Lo stesso Baudo decise che sul palco doveva esserci solo il Boss e, con rispetto, lo presentò stando in platea.
Potrei terminare dicendo che, tra gli artisti internazionali che ho avuto a Sanremo, il più antipatico è stato Art Garfunkel (Simon & Garfunkel), i più simpatici gli America (quelli di A Horse with no name), i più professionisti i Queen. Fuori quota Bruce Springsteen.
Gli italiani? Si prendono tutti troppo sul serio, senza tener conto che Sanremo, ovvero la Repubblica Autonoma della Canzonetta, prospera sul commercio di papaveri e papere.
(Pubblicato in origine su http://www.spettakolo.it/ il 2/2/16)
Con i libri mi capita l’opposto che con i dischi: leggo solo cose nuove o comunque uscite di recente. I classici li ho affrontati da giovane, quando ero mosso da una passione furiosa, quando robetta leggera come Kafka, Svevo e Dostoevsky dava refrigerio alla mia lussuria letteraria. Capita però che sei in vacanza e in una di quelle calde serate estive in cui passeggi beato sul lungomare, ti fermi in una libreria e vedi la nuova edizione di racconti di un autore che col suo titolo più famoso ti ha fatto sorvolare il deserto, e allora ti raggiunge quel fremito, quello sghiribizzo, quella voglia di gettarti di nuovo tra le sue parole.
I racconti e gli scritti di Buzzati sono magnifici. In molti lo hanno paragonato a Kafka, equazione che lui non ha mai amato troppo, ma naturalmente non avevano tutti i torti, il “genere” è quello, ma detto questo Buzzati ha una dimensione tutta sua, in lui c’è una forza, una malcelata sinistra ironia che Kafka non aveva.
Buzzati era uno scrittore meraviglioso, il suo italiano è bellissimo, supremo, definitivo. La sua trasposizione della realtà è straordinaria.
Dino Buzzati
Su sessanta racconti, circa una decina li ho abbandonati dopo una pagina o poco più, ma i rimanenti mi hanno tenuto incollato a loro sino alla fine, e mi sono spesso rammaricato della loro brevità, del mancato sviluppo, perché sono storie superbe. Inutile citare qualche titolo, i cinquanta che mi sono piaciuto sono tutti tra l’otto e il dieci. Gran bella raccolta.
“Sarà logora romanticheria, ma ci consolò il sapere che mentre gli altri erano sprofondati nel tetro sonno, lassù, alla luce di una solitaria lampada, lui stesse poetando. Questa era infatti l’ora remota e massima, il profondo recesso della notte dove nascono i sogni, e l’anima, se può, si libera dei dolori accumulati, spaziando sopra i tetti e le caligini del mondo, cercando le parole misteriose che domani soccorrendo la grazia, trapaneranno i cuori della gente, inducendola a pensare cose grandi. Sarebbe infatti mai possibile che i poeti lavorassero, poniamo, alle dieci del mattino, con la barba appena fatta, dopo una abbondante colazione?” (dal racconto UNA PALLOTTOLA DI CARTA).
Quando Tim mi ha chiesto di scrivere due righe su questo libro ci ho messo qualche giorno a trovare il bandolo della matassa per raccontarlo. È stata una lettura intensa che ha smosso tante riflessioni e mi piacerebbe riuscire a riproporvele tutte, nei limiti delle mie capacità. Parto dal fatto che sono convinto che chi ama il “reale” ha bisogno di ascoltare una musica che lo vada a smuovere nel profondo, magari andando a toccare qualcosa di sconosciuto, di pericoloso, di privato, e non si accontenta solo di un innocuo sottofondo di compagnia. Non sono la bellezza formale, la complessità armonica o la precisione nell’esecuzione gli ingredienti necessari per ottenere questo effetto, credo capiti a tutti di restare completamente indifferenti a tante “belle voci” o a tanti “begli assoli”.
Delta blues parla (chiaramente) di “quel blues”, quello vero, del Mississippi, descritto molto bene da John Lee Hooker: “because it’s the worst state, you have the blues all right if you’re down in Mississippi”, lo stato che negli anni ’20 e ’30 era il più povero degli Stati Uniti.
Il libro inizia con W. C. Handy, considerato “il padre del blues”, che raccontando di un suo viaggio nel 1903, nella stazione di Tutwiler, Mississippi, scrisse: “Un nero dinoccolato cominciò a pizzicare una chitarra accanto a me mentre dormivo… Mentre suonava, utilizzava la lama di un coltello sulle corde della chitarra, nella maniera resa popolare dai chitarristi Hawaiani… Il cantante ripeteva lo stesso verso tre volte mentre si accompagnava alla chitarra con una delle musiche più strane che avessi mai sentito” (trad. Wikipedia),
W. C. Handy 1892 circa
La fascinazione provata da W. C. Handy nel 1903 continua da più di un secolo, e ad intervalli più o meno regolari il blues riemerge da solo o in altra musica, dandogli vita e senso, e il libro affronta in maniera interessante questa continua ricerca di realtà e verità in un mondo, anche quello musicale, che è diventato via via più artificiale. In parole povere, Robert Johnson è ancora un personaggio “affascinante” eppure è l’antitesi totale dell’artista moderno, nemmeno minimamente paragonabile ad altri eroi rock in quanto a successo, soldi e fama, non solo per un amore nostalgico dei bei tempi andati, ma perché il carattere di verità di quella musica e quelle parole è troppo forte e riesce ancora ad essere credibile.
Durante la lettura dei capitoli, dedicati ai personaggi maggiori di questa storia (Charlie Patton, Son House, Skip James, Robert Johnson, Muddy Waters, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf e B.B. King), il libro si sviluppa su più livelli: uno appunto quello cronologico delle biografie dei grandi, un secondo, in parallelo, quello dedicato ai cantanti “minori”, o più semplicemente quelli che hanno avuto meno occasione di farsi ascoltare, legati ai maggiori in quanto loro ignari maestri, precursori o eredi musicali, in un spostamento nel tempo che descrive anche i cambiamenti sociali che hanno portato a certi cambiamenti musicali (un esempio su tutti, l’introduzione della raccolta meccanica del cotone che spinge una massa di ancor più diseredati a cercare fortuna verso nord, Memphis e Chicago).
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Da come scrive si capisce che Ted Gioia di musica ne sa, ne scrive anche in termini tecnici, e la descrizione di alcuni brani in dettaglio aiuta ad entrare in quel mondo di miseria, paure, leggende e capire anche le differenze e gli sviluppi del genere.
Un altro livello, fondamentale per capire questa storia, è la scelta di raccontare le storie degli antropologi, discografici o dei semplici appassionati che sin dagli inizi si sono dannati a registrare questi disgraziati solitari davanti alle loro catapecchie o portandoli in primitivi studi di registrazione, anche per guadagnarci soldi ovviamente con quei vecchi 78 giri prima, 45 e 33 poi, e che hanno consentito che quella musica, appartenente alla tradizione orale, fosse fermata e potesse autoalimentarsi, prima solo dentro gli Stati Uniti e poi fino a scavalcare l’Oceano Atlantico, sbattere contro l’Inghilterra e farci diventare quello che siamo.
E se è ovviamente fondamentale il lavoro fatto ad inizio ‘900 lo è anche quello fatto poi negli anni ’60, senza il quale non sarebbero stati riscoperti ad esempio personaggi come Son House, ritrovato grazie ad una indagine degna dei migliori romanzi polizieschi.
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Ah, un’altra cosa: non c’è mai retorica, eppure la storia è prepotente e affascina. Il capitolo dedicato a Robert Johnson è pieno di mancate informazioni, poche ce ne sono e poche se ne riportano, ma non è stato riempito da fantasiose e colorite leggende per fare effetto, non si indulge con “il diavolo all’incrocio”, storia peraltro di un altro Johnson, tal Tommy, che la raccontava come sua, ma chissà ovviamente ripresa da chi prima di lui. Piuttosto si cerca di spiegare bene come il blues fosse considerato pericoloso, di quanta superstizione girava intorno e dentro questa musica in quei tempi, in quegli ambienti, e come mai si decidesse di cantare una musica così malata. E di come spesso tanti bluesmen, anche tra i migliori, abbiano voluto allontanarsene, perché quella musica era sofferenza e dolore, reali.
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Un piccolo inciso: durante la lettura mi sono chiesto quante rockstar che si sono crogiolate in sogni di”dannazione” tra dollari mignotte e cocaina sarebbero riuscite a reggere le condizioni vissute da questi cantanti per più di una settimana?
Comunque sia, Ted Gioia non concede niente al sensazionalismo o all’invenzione, è un libro che si propone come rigoroso; Robert Johnson, oggi il simbolo e il re di quella storia, ai suoi tempi era praticamente uno sconosciuto e così viene delineato, per quello che era.
Robert Johnson early 1930s
Tanti gli aneddoti riportati, citando accuratamente le fonti, tanti quelli toccanti, con l’intento di farci capire di come sia accaduto tutto “per davvero”, non gonfiando a posteriori per renderci la storia più accattivante. E diventa talvolta anche comico quando alcuni dei personaggi, raggiunto il successo, inizino loro sì ad inventare, nascondere e mentire, per aggiungere fascino ad una storia che Delta Blues ci rivela essere incredibilmente affascinante per quel che è stata.
Arrivare in fondo a questo libro è stato tutto tranne che una lettura noiosa.
In ultimo, alla fine del libro è organizzata una discografia, composta da canzoni e non album, ricchissima e che apre un universo di ascolti.
La BOTTEGA DEI BRIGANTI a OROLOGIA di MONTECAVOLO (RE) è un bel locale, tra il post atomico e il rustico. Si mangia carne ma l’approvvigionamento arriva da fattorie della zona in cui l’allevamento del bestiame è fatto con una certa etica. E’ bello che ci siano posti attenti a queste cose. Si suona esclusivamente il mercoledì sera, il locale non è enorme e se non c’è il gruppo c’è il posto per altri tre tavoli sul palco, il venerdì, il sabato e la domenica (col locale pieno) sarebbe improponibile.
Valerio, il titolare, è affabile e disponibile. Lo stimo, perché la BOTTEGA non è esattamente un Rock club, ma lui non organizza solo concerti di musica adatta ad un locale dove si cena, non solo jazz, country o musica non troppo aggressiva quindi, ma anche Rock tipo ROLLING STONES, SANTANA e appunto LED ZEPPELIN.
Ero un po’ preoccupato, la musica dei LZ è per Rock club appunto o per locali con una forte impostazione Rock, ma mi preoccupavo per nulla, la serata è stata un successo, locale strapieno (il mercoledì sera non è una cosa automatica), pubblico caldo e ovazioni durante la presentazione. Nel nostro piccolo universo, un trionfo.
Arriviamo alle 18, con due pallet allunghiamo il palco in modo che Saura abbia lo spazio per il piano e la pedaliera basso. Siamo un po’ costretti, ma ci adattiamo.
Equinox – Bottega dei Briganti – Photo TT
Ceniamo al banco, per un momento mi sembra di essere in una di quelle tavole calde adagiate sulle strade polverose che so, dell’Arizona. Il locale si riempie. Saura porta una ventina di amici, io altri sette/otto. E’ buffo, un musicista non professionista del nostro livello si sente dire in continuazione “ho visto che suonate il giorno tot, ci sono di sicuro”, poi però non si fa mai vivo nessuno, io invece ho alcuni amici che non mi dicono mai nulla ma ogni volta si presentano ai concerti, è per questo che abbraccio con calore Gianluca ed Eleonora, Mario, Sandrino e la Patty. Con noi anche il Riff. Mi cambio, accordo le chitarre, controllo che sia tutto a posto. Il chitarrista delle Canne da Zucchero (Zucchero Fornaciari tribute band) mi chiede se può dare un’occhiata alla pedaliera e alle chitarre. Valerio, il titolare del locale, quando vede la doppio manico ha un soprassalto.
Ore 22: Lele batte il quattro, KASHMIR. Scambio occhiate con Valerio per capire se il volume delle chitarre va bene. Segue BLACK DOG. Con HEARTBREAKER iniziamo a scaldarci. In DAZED AND CONFUSED raggiungiamo quei piccoli momenti magici che chi suona in un gruppo anela sempre. I pianeti si allineano, il “quinto membro” (quell’entità spirituale che avvolge tutta la band) si aggiunge al gruppo e iniziamo a volare. Inteso, tutto in proporzione ad una piccola band di provincia, ma in quel momento di sintonia celestiale ci sentiamo capaci di tutto; catturiamo il senso del Rock, Lele si scatena, e quando Lele si scatena tutto è possibile. Pompiamo a tutto vapore, l’intensità è al culmine, Pol riprende l’aggressività della versione dal vivo, Saura si dimostra la bassista più toga del mondo, io getto la mano e sia quel che sia. Chiudiamo come facevano i LZ al Madison Square Garden nel 1973, chiudo gli occhi un istante e mi sembra davvero di essere là. “Tim Tirelli, electric guitar” dice Pol alla fine del pezzo. Sono ancora tutto un fremito. Quando il gruppo raggiungere lo zenith mi scuoto da capo a piedi.
Equinox Bottega dei Briganti – photo Gianluca Simonini
SAURA si mette al piano. MISTY MOUNTAIN HOP. Segue SINCE I’VE BEEN LOVING YOU. Il pubblico risponde. Bella sensazione. THE SONG REMAINS THE SAME è sempre bella da suonare. Che cazzo di band che ho, Lele e Saura vanno come un treno, Pol canta come Plant nella versione da studio. Arrivano poi GALLOWS POLE e I’M GONNA CRAWL.Ci sforziamo di non essere il solito tributo che suona solo i pezzi conosciuti, siamo fieri di suonare cose come I’M GONNA CRAWL.
In questi ultimi giorni se ne sono andati BOWIE, DALE GRIFFIN dei MOTT e GLENN FREY, così apriamo una parentesi e dedichiamo loro ALL THE YOUNG DUDES (che è anche una scusa per vestire i panni di un altro mio eroe, MICK RALPHS).
Prendo una sedia, mi seggo ed inizio l’arpeggio di BABE I’M GONNA LEAVE YOU…
BIGLY – THE EQUINOX – Montecavolo – Foto Patrizia Ferri
HOW MANY MORE TIMES quindi, a cui segue FOOL IN THE RAIN, altro pezzo che non si sente mica tanto in giro. Ancora una volta osservo Saura che con le mani suona il piano e con i piedi tiene la linea di basso. Che talento ragazzi.
Imbraccio la doubleneck per la canzone della speranza, STAIRWAY TO HEAVEN.
Equinox – Bottega dei Briganti – foto Gianluca Simonini
Siamo alla fine, imbraccio la LES PAUL STANDARD e parto col riff di WHOLE LOTTA LOVE. La gente urla, fa l’headbanging, esplode. Sorrido come sempre tra me e me, uno si fa dei flippi per diversificare un po’, ma poi alla fine la gente vuole il piombo Zeppelin, la gente vuole WHOLE LOTTA LOVE. Chiudiamo col finale live dall’album TSRTS e parto subito con COMMUNICATION BREAKDOWN. Altri scuotimenti di testa. Nel mezzo, dopo l’assolo, ci inseriamo il break funk come facevano i LZ nel tour del 1973 (sì lo so, sono ossessionato con i LZ del 1973) su cui ad un certo punto presento il gruppo: “…il Sandokan della Sacca… la Valentino Rossi del rock and roll (ovazione)… lo stallone reggiano… l’umilmente vostro Tim Tirelli…” ringrazio il gentile pubblico, Valerio e lo staff del locale, do appuntamento al prossimo rock and roll show, benedico tutti nel nome del blues, cito – traducendola – la frasetta dei fiumi e del mare da TEN YEARS GONE e, sospinto dalla bella atmosfera, aggiungo “grazie Montecavolo, ci avete fatto sentire come se fossimo al Madison Square Garden, quindi… New York, good night” a cui il pubblico risponde con un boato così pieno di calore che mi lascia di stucco. E’ il momento migliore della serata. Un po’ di esseri umani capitati chissà perché su questo pianeta che stanno facendo festa sulle coordinate delle buone vibrazioni del passato. Che meraviglia ragazzi.
Lele lancia ROCK AND ROLL e ci incanaliamo lungo i sentieri del tempo solitario. La chiudiamo e facciamo per scendere dal palco, ma c’è ancora voglia di piombo zeppelin e allora vai con THE OCEAN. Il boogie dell’ultima parte del pezzo e poi buonanotte. Guardo il grande orologio sulla parete: è mezzanotte.
Scendo dal palco, abbraccio gli amici che mi vengono a salutare: Stefania e Sal, figure di spicco del Jazz reggiano, Fausto Sacchi, una delle rockstar di Regium Lepidi, etc etc. Riff mi confida di essersi commosso durante SINCE I’VE BEEN LOVING YOU e che I’M GONNA CRAWL e FOOL IN THE RAIN lo hanno fatto sobbalzare. Valerio appare soddisfatto e questo mi tranquillizza. Dopo poco, con nonchalance, ci dice “questo è un tributo di livello, fissiamo un’altra data per maggio”. Al di là del nostro reale valore, questa è una cosa che mi rende assai felice… missione compiuta.
Ci sono tre gradi sottozero, la bluesmobile ha il tetto imbiancato mentre la carichiamo. Una saluto a tutti e si torna. Alle due di notte siamo alla Domus Saurea, gli operai del Rock riscaricano tutto e, sbuffando e bestemmiando allegramente, riportano tutto l’armamentario in casa. Un thé, una doccia, uno scambio di impressioni e poi a letto. Sono quasi le tre, domattina al lavoro, sarà durissima, ma per stanotte sono a posto… socchiudo gli occhi mentre sento il brusio dei 20.000 del Madison… buonanotte Nuova York.
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