Gli artisti che se ne vanno, Ciuffy che le canta a Sarri e la bellezza degli album di musica Rock

26 Gen

In questo inizio anno se ne sono andate alcune figure importanti della musica Rock e su facebook c’è stata un alluvione di commenti. La dipartita di Bowie ha fatto straripare gli alveoli di questo social network, tutti, e intendo tutti, si sono sentiti in dovere di commentare, di piangere, di comunicare al mondo quanto fosse importante questo artista.

Io sono rimasto perplesso circa questo comportamento narcisistico (questa è da tempo la deriva di facebook), perché più che omaggiare con un ultimo saluto un grande artista Rock, nell’ 80% dei casi si tratta di auto promozione.

Capisco che la scomparsa improvvisa (quasi nessuno era al corrente che stesse combattendo da tempo contro il cancro) di un volto noto faccia sempre un certo effetto, ma un minimo di bon ton e di sobrietà non guasterebbe. Tutti si sono scoperti fan di David Bowie. Mi sarebbe piaciuto sapere in quanti sarebbero stati in grado di citare il titolo di una canzone dall’album HEROES che non fosse quella che dà il titolo all’album, di capire quanti di loro sarebbero stati in sintonia con le forti pulsioni dell’artista in questione verso l’uso ossessivo e compulsivo della cocaina, verso Aleister Crowley, verso una certa idea di Gioventù Ariana.

David-Bowie

E’ davvero buffo (e spaventoso) quanto la stragrande maggioranza delle persone riesca ad eludere, a sterilizzare, ad ignorare i significati profondi di certi artisti. E’ sufficiente saper canticchiare “we can be heroes just for one day”, aver ballato due volte al ritmo di “Let’s Dance” per dichiararsi fan.

Io capisco gente come la groupie, una che iniziò ad interessarsi di musica da ragazzina, intorno alla metà degli anni ottanta e, non avendo nessuno di maggiore età interessato alla musica che potesse guidarla, si concentrò su quei nomi che più la colpirono: Bowie, i Queen e i Police (tutto sommato niente male, visto gli anni di cui stiamo parlando). Bowie quindi fu uno dei nomi con cui crebbe, dunque il suo dispiacere e i suoi diversi interventi su facebook mi paiono naturali e in qualche modo dovuti, ma in generale l’enfatizzare sempre e comunque la scomparsa di qualsiasi artista che se ne va mi pare ormai un malcostume.

Possibile poi che tutti fossero o siano dei geni? Se lo erano Leonardo da Vinci, Sergej Prokof’ev e Alan Turing, possibile che lo fossero e lo siano anche canzonettari e musicisti Rock? Bowie era un genio o un bravo singer-songwriter con una visione tutta sua?

DAVID-BOWIE-PENDANT-SA-TOURNEE-MONDIALE-1976

Altra cosa che mi pare inopportuna è maledire l’anno di merda in corso perché si porta via questi musicisti.  Ma è davvero così sorprendente? Per anni, lustri, decenni fanno uso sistematico di droghe, vivono ad altissima velocità, si spendono a più non posso, chiaro che poi devono pagare il conto. A me sembra incredibile che raggiungano i settant’anni. Per tacere di quelli che “le rockstar muoiono giovani (?) e i politici campano fino ai 90 anni, mondo di merda“, e vai di demagogia, avanti così, continuiamo a farci del male.

A me DB arrivò con l’album HEROES, e sebbene fu uno dei primi album che acquistai (quelli dunque che quasi sempre diventano parte del tuo DNA), laggiù nel fine 1977, non mi segnò particolarmente, d’altro canto Bowie per il giovane ed inesperto Tim di allora era quello di STARMAN. Non diventai fan, se non in senso lato. Ritengo che alcuni suoi album, anche del periodo d’oro, non siano poi così belli come vogliono farci credere, e che il Bowie post 1983 non sia granché, al di là di qualche sporadico episodio. Ma naturalmente son cose che non si possono dire, perché poi diventi lo snob che critica quello che piace a tutti, sembra quasi che una volta arrivata la beatificazione gli artisti non si possano toccare.

Ad oggi è STATION TO STATION l’album che amo di più, transizione tra il periodo “Rock” e le sperimentazioni berlinesi in divenire. Album suonato bene ma non in modo impeccabile (ed è questo il bello) da musicisti che avevano il senso di un gruppo, album bianco e metallico dalla produzione di certo condizionata dalla cocaina, album denso di riferimenti religiosi, crowleyani e ossessivi, album che a livello di atmosfera fa il paio con PRESENCE dei LZ.

Ad ogni modo, per i meno attenti, se ne è andato anche DALE BUFFIN GRIFFIN, batterista dei MOTT THE HOOPLE, a 67 anni, per colpa dell’alzheimer.

Dale Griffin

Dale Griffin

Insieme a lui anche GLENN FREY, 67 anni, a causa dell’ artrite reumatoide. Benché mi consideri grande fan degli EAGLES, FREY – seppur uno dei due fondatori – era l’aquilotto che mi piaceva meno. Dispiace ugualmente, ci mancherebbe, ma non era una delle mie figure di riferimento. Anche in questo caso su facebook se ne è fatto un gran parlare e tutti a postare HOTEL CALIFORNIA, brano citato a sproposito, perchè come dice Picca:

“Capisco che la sciatteria è il canone attuale, ma i giornali insistono nell’associare il defunto Glenn Frey a Hotel California, brano principalmente di Don Felder con testo di Don Henley firmato anche da Frey per motivi di ‘opportunità aziendale’. La bazza è ironica: Frey è stato il capo degli Eagles per decenni, si è preso a cazzotti con Felder a più riprese, lo ha silurato impedendogli il rientro nell’ultima reunion e, una volta morto, viene ricordato per un brano di Felder. Life is Hard. Death too.”

Glenn Frey

COPPA ITALIA: NAPOLI – INTER 0 -2

Siamo al 90esimo, l’Inter conduce per 1 a 0, da un paio di minuti l’arbitro ha espulso un giocatore dei vesuviani per doppia ammonizione. Il quarto uomo espone sul cartellone luminoso il numero dei minuti di recupero: 9, corretto poi in 5. Ciuffy (Mancini insomma) va a protestare col quarto uomo, 5 minuti gli paiono troppi. Sarri, evidentemente incavolato per il risultato lo vede e gli dà del “frocio” e del “finocchio”. Ciuffy sente tutto e va ad affrontarlo. Li dividono.

mancini sarri coppa italia lite-mancini-sarri-coppa-italia-napoli-inter_568461 mancini sarri coppa italia

Adem intanto scatta in contropiede, si fa metà campo da solo e va ad insaccare il 2 a 0.

Intervistato da quelli di Rai sport subito dopo la partita Ciuffy riporta fedelmente quanto successo.  E’ scosso e molto arrabbiato.

Sarri che chiede scusa in diretta TV dicendo che “sono cosa di campo e che tutto deve chiudersi lì”.

Seguono polemiche: chi dice che Mancini ha ragione e che è ora che anche il mondo del calcio si adegui alla società civile (?) lasciando perdere offese di stampo razzista ed omofobo, chi invece pensa che Mancini sia una donnicciola e che ha fatto tutto di proposito per far squalificare Sarri ed approfittarne.

Io mi chiedo, ma approfittarne di cosa? Sarri è stato squalificato due turni in Coppa Italia, mica in campionato. Secondo me Mancini ha fatto bene, ha allenato in Inghilterra, da questo punto di vista paese più avanzato del nostro visto che lì omofobia e razzismo si combattono davvero, è ora di cercare di fare qualcosa anche qui in Italia. Che Sarri abbia detto “sono cose di campo” per me è vergognoso.

Naturalmente le critiche a Mancini sono state tantissime, anche perché sembra che pure lui 15 anni fa abbia usato lo stesso insulto per colpire un giornalista. Mancini nega, ma se anche fosse vero cosa cambia? In 15 anni uno può cambiare comportamento, no? In 15 anni la società si evolve e certe offese sono ancora più impronunciabili che in passato. Ci potrà pur essere una differenza tra il Mancini 35enne e quello 50enne o no? Sarri ha 57 anni, possibile che a quell’età, con la posizione che occupa, nel 2016 si lasci scappare ancora delle offese di quel tipo?

Offendere Mancini per la sua decisione di rendere pubblica questa cosa è davvero segno di inciviltà, e farlo perché l’allenatore di una squadra avversaria che magari odi lo è ancora di più. Non è vero che tanto non cambia nulla, se solo facessimo tutti un piccolo passo in avanti …

mancini

Tornando alla musica, quando scompaiono musicisti di quel calibro si è portati a riascoltare i loro vecchi dischi e una volta di più si tende a valutare l’impatto che certi LP hanno avuto sulla nostra vita.

I grandi album Rock hanno la capacità di farti fare dei viaggi che tu nemmeno ti aspetti, di farti vivere avventure così lontane e diverse dal tuo quotidiano, di aprirti la mente e il cuore su orizzonti che non sono i tuoi. Prendi DESPERADO degli Eagles, album che ti fa rivivere l’epopea dei fuorilegge americani; lo infili nel cd player della blues mobile e già con la prima canzone ti sembra di essere uno della banda DOOLIN-DALTON.

I grandi album poi sono tali anche perché è nelle tracce minori che trovano la completezza, la quadratura del cerchio. Senti qui il grande BERNIE LEADON con TWENTY-ONE e BITTER CREEK, senti che canyon ti fa attraversare…

L’outlaw blues arriva con RANDY MEISNER: CERTAIN  KIND OF FOOL …

e con SATURDAY NIGHT cantata da DON HENLEY…

poi ecco le due primedonne, DON HENLEY e GLENN FREY, TEQUILA SUNRISE e DESPERADO con quella “You better let somebody love you (let somebody love you) You better let somebody love you before it’s too late” che ti spezza il cuore ogni volta che la senti…

Che potenza gli album della musica Rock.

Eagles - Desperado photo outtake

Eagles – Desperado photo outtake

Interview with Stirling Silver: up front and behind the scenes – di Paolo Barone

20 Gen

Il nostro Polbi ha fatto due chiacchiere con un personaggio cardine della Detroit Rock City: Stirling Silver. Storielle imperdibili per chi vive di Rock. 

A volte mi appare piu’ chiaro che mai il fatto che la musica rock sia effettivamentel’espressione di una comunita’. Musicisti & pubblico, fotografi, roadies, discografici, promoter, Dj’s, groupies, alchimisti psicochimici, grafici devianti, proprietari di club, un elenco se vogliamo infinito di personaggi che ovunque nel mondo fanno esistere questa comunita’ che chiamiamo rock. Siamo gente piena di passione, che spende un mare di energie e risorse di ogni tipo, spesso vivendo storie che meritano di essere raccontate.

A Detroit c’e’ Stirling.

Alto, elegante, sofisticato. Un uomo di cultura nel mondo del rock and roll. Lo vedi sul palco che introduce le band, ai tavoli riservati dei grandi eventi, nei bar rock della citta’ vecchia, o indaffaratissimo dietro le quinte di una manifestazione artistica. Era da molto che ci volevo parlare, da quando avevo letto alcune sue riflessioni nel libro Detroit Rock City. Mi aveva colpito lo spessore dei suoi interventi, la sua capacita’ di un punto di vista alto nella descrizione della storia di questa strana citta’ e della sua musica.

Lo conosco da molti anni, e sapevo bene la stima di cui ha sempre goduto da queste parti, ma non avevo mai avuto modo di parlarci veramente. L’altro giorno pero’ ci sono finalmente riuscito, complice forse l’atmosfera rallentata natalizia, andandolo a trovare a casa sua nell’Indian Village, una delle zone piu’ affascinanti e antiche della citta’.

Stirling vive in una casa straordinaria, circondato dai frammenti di una vita rock, come in una mostra in costante aggiornamento. Non si puo’ entrare senza restare a bocca aperta: Foto di lui che festeggia con Rod Stewart,

Stirling & i Faces

Stirling & i Faces

che ride insieme a Ray Davis, con i New York Dolls o che guarda nell’obiettivo insieme a Tod Rundgren del quale sembra il fratello gemello piu fico.

Stirling & Todd Rundgren

Stirling & Todd Rundgren

Poster e dischi autografati da mezzo mondo, Jim Morrison, gli Who, Talking Heads, Iggy, Bowie. Sui mobili foto di fidanzate bellissime, bobine con interviste a Neil Young per Rolling Stone, cd appena usciti di band underground locali, la piu’ straordinaria collezione di biglietti di concerti che abbia visto in vita mia,

Stirling tickets

oggetti d’arte, tanti libri e una valanga di dischi ovunque.

“ Per me tutto e’ iniziato quando ero un ragazzino. Sono andato a un concerto alla Cobo Arena : Arthur Brown, James Cotton, The Doors. E’ stata come una rivelazione, un esplosione mentale, e tutto e’ cambiato per sempre! Ecco, questo e’ il piccolo volantino che pubblicizzava il concerto, dietro ci sono le firme dei Doors…Ma io un autografo di Morrison lo avevo gia’. Me lo aveva dato…mia nonna! Aveva condiviso con la band un breve volo di linea, e sapendo che mi piaceva la musica rock ando’ direttamente da Jim a chiedere il favore di fare un autografo per suo nipote. Lui fu gentilissimo, e mia nonna felice di portarmi questo ‘piccolo’ regalo. Lo incontrai ancora Morrison, insieme a Manzarek, un anno dopo in Canada al Live Peace in Toronto. Avevo detto ai miei che sarei andato a dormire da un mio amico, invece ce ne andammo al concerto in Canada! Ricordo Chuck Berry e Little Richard suonare a pochi metri da me. Poi trovai il modo di infilarmi il piu’ possibile vicino al backstage, e mi passarono accanto John Lennon e Yoko Ono. Diedero a me ed altri ragazzi che eravamo li questa foto di loro a Parigi. La sera stessa li vedemmo suonare con Clapton nella Plastic Ono Band. E io mi feci autografare il retro della foto da Morrison e Manzarek mentre stavano per salire sul palco…chissa’ oggi quanto puo’ valere!”

Ma come facevi ad avvicinare tutti questi musicisti famosissimi, gli chiedo.

“ Vedi, per un ragazzo che aveva il mio aspetto e un po’ di educazione, non era certo un problema a quel tempo. In un modo o nell’altro ho incontrato tutti quelli che mi interssava incontrare, senza particolari problemi. Come gli Who, che vennero qui alla Grande Ballroom a suonare la prima mondiale di Tommy. Noi conoscevamo solo un paio di canzoni, il disco non era ancora uscito, ma vedere Keith Moon e Pete che mulinava il braccio sulla chitarra era uno spettacolo entusiasmante in ogni caso! Sono le firme di loro quattro al completo fatte quella sera, che ora vedi su questa fotografia. “

Mentre parliamo ogni tanto Stirling va a cambiare disco, passa dagli amati Mott the Hoople live a Johnny Guitar Watson, e poi, sorprendendomi, mette su il primo degli Allman Brothers…

” Le prime note del loro primo disco per me sono una chiamata alle armi! “

mi dice con l’entusiasmo di un ragazzo, mentre suona una chitarra immaginaria seguendo la canzone…

” Li ho visti diverse volte, e ci tenevo molto ad incontrare Duane. Vennero all’ East Town Theater, e come tutti alloggiarono all’Holiday Inn, a due passi dal teatro. Un alberghetto senza pretese, ospitava spesso piu’ band nello stesso momento. Entrarvi non era difficile, bastava un po’ di tatto e cortesia, e le feste andavano avanti tutta la notte da un piano all’altro. Quella volta guardai dentro una camera con la porta semi chiusa. C’era Duane Allman steso sul letto, con tutti i vestiti e gli stivali addosso, da solo, con una tv in bianco e nero accesa. Gli chiesi se potevo entrare, e lui mi disse di si senza nemmeno chiedere chi fossi. Parlammo un po’, io seduto sul bordo del letto, lui sempre sdraiato. Poi vidi una grossa scatola con tantissimi dischi dentro, che Duane si portava in tour. Fra questi ne trovai uno di un bluesman di Detroit, One String Sam, e rimasi sorpreso, non era roba molto nota in giro o facile da reperire. Ne parlai con lui, e poi mi resi conto che voleva restare un po’ da solo. Il resto della band faceva casino nelle stanze del piano inferiore, e io cosi come ero arrivato me ne andai, con un semplice ciao, lasciandolo con la porta socchiusa.”

L’East Town Theater era un posto leggendario in citta’, ha ospitato buona parte della storia del rock, e dopo un lungo abbandono e’ stato demolito proprio pochi giorni fa.

“Ma a quel tempo avevo anche iniziato a lavorare in un negozio di dischi, assumendo un ruolo sempre piu’ attivo nella scena rock della motorcity. Praticamente ormai avevo libero accesso ad ogni backstage, ed iniziai a stabilire dei rapporti amichevoli con alcuni dei musicisti in tour da queste parti, oltre che con le band locali. Mi trovai molto con Rod Stewart e i Faces, come vedi nelle foto che ho qui sul muro, erano delle persone meravigliose. Si creo’ un rapporto di vera amicizia con loro e con Johnny Winter. Era uno dei ragazzi piu’ sinceri e veri che abbia conosciuto, ogni volta che veniva a Detroit lo andavo a vedere. Ho molti cari ricordi con lui, come quella volta che venne a pranzo a casa dei miei, e tutto il vicinato rimase incantato a vedere questo albino tutto vestito psichedelico…Era una visione aliena credimi, anche per la Detroit di quei tempi. Ricordo una sera tardi a casa di miei amici, con lui seduto su un amplificatore che suonava la sua meravigliosa chitarra e noi seduti a terra a sentirlo. Passai molto tempo sia con lui che con suo fratello Edgar.”

I ricordi arrivano veloci, pur essendo Stirling una persona molto legata al presente.

“ Pensa che una volta all’East Town ci fu un principio di incendio durante il concerto di Taj Mahal. Tutti corsero fuori, lui compreso, ci saranno state improvvisamente piu’ di mille persone per strada! Io pero’ uscii passando dal backstage e vidi la chitarra di Taj, quella della copertina del primo disco, con una bottiglia di JB di fianco. Presi al volo tutt’e due, e una volta fuori lo trovai e gliele diedi. Un po’ interdetto mi ringrazio’, poi mentre stavo per andare via mi sentii chiamare ‘Hey son!’ era lui che apriva la bottiglia e mi offriva un sorso dal tappo svitato. Me ne diede due, e bevemmo insieme festeggiando sul posto lo scampato pericolo!”

Stirling & l'uomo che non vuol essere menzionato

Stirling & l’uomo che non vuol essere menzionato

Negli anni successivi la presenza di Stirling si fa sempre piu’ importante per Detroit, organizza concerti, aiuta le band emergenti, e viaggia anche molto.

“ Passai dei lunghi periodi a New York, e strinsi un forte legame con i New York Dolls, allora semi sconosciuti. Li ho visti suonare tantissimo in quei mesi, e David Johansen mi fece un bell’autografo su questa mia foto scrivendo con il rossetto! Ed e’ proprio con Arthur Kane, il loro altissimo bassista che incontrai a NYC i Led Zeppelin per la seconda volta…Pensa, li ho incontrati due volte e non li ho mai visti suonare dal vivo! La prima volta avevano suonato a Detroit alla Cobo Hall. Non ero riuscito ad andare al concerto ma ci tenevo ad incontrarli, andai quindi all’albergo dove stavano, downtown. C’era un enorme tavolo circolare nei pressi del bar, e io mi presentai direttamente a Page e Plant che sedevano vicini. Dissi a Page che lo avevo apprezzato moltissimo anche nella sua era Yardbirds, e che consideravo i due pezzi registrati con Beck pura magia elettrica. Forse avevo trovato un canale di comunicazione speciale, o forse semplice reciproca simpatia, ma passammo molto tempo a parlare sia con lui che con Robert. Venne fuori che avrebbero chiuso il tour a New York negli stessi giorni in cui sarei stato li per i Dolls. Come fosse la cosa piu’ normale del mondo mi dissero che mi avrebbero messo nella loro lista per tutte le sere al Madison Square Garden e per poter poi andare a trovarli al Drake Hotel! Passarono un po’ di giorni, partii con la mia macchina e la sera del concerto ero a NYC ospite di Arthur Kane. Decisi di portarlo con me, ma per prepararci, fra vestiti capelli e tutto, ci mettemmo una vita e…il concerto era finito! Ma, si, poco male, li avrei visti il giorno dopo e mi aspettava il party al Drake! Ci presentammo alla reception dell’albergo, io tutto compito e formale “ Buonasera, sono Stirling Silver da Detroit, sono atteso dai Led Zeppelin, e il signore e’ con me…” Arthur era truccatissimo, in completa tenuta New York Dolls, e con le zeppe ai piedi sara’ stato alto almeno due metri! Ci accompagnarono al party e fummo ricevuti da un Plant particolarmente felice e su di giri. Era con una ragazza bellissima in vertiginosa minigonna, e mi disse di stringermi sul divano con loro mentre lui mi preparava un whiskey con ghiaccio…Kane era intimidito, e spalmo’ i suoi due metri di glam sul muro di fianco alla porta per restarci praticamente tutta la sera…Io non bevo superalcolici, ma come puoi dire di no a Robert Plant che ti prepara un drink?! Il posto era strapieno di gente e fumo, era luglio faceva un caldo pazzesco, e una ragazza mi chiese se la aiutavo ad aprire una finestra. Mentre ce ne stavamo a guardare le luci della citta’, mi resi conto che in qualche modo la conoscevo. Era Linda Blair, star dell’Esorcista, invitata al party dall Atlantic. Intanto io continuavo a bere e Plant mi disse di andare con lui che voleva farmi vedere una cosa. Entrammo in una stanza e c’era Bonham con un paio di persone, intente a fare non so cosa, ma per nulla presi dal clima della festa. Robert mi fece vedere un ritaglio della recensione dello show di Detroit uscita sul Detroit Free Press. Chissa’ perche’ ne era orgogliosissimo…Poi passammo in un altra stanza, e trovai Page con dei ragazzi che avevano portato un intero appendiabiti pieno di vestiti da scegliere…Tutti erano felici, continuavano a darmi da bere, ricordo Jimmy pagare i vestiti tirando fuori mazzi di banconote dalla tasca dei pantaloni…e poi… non ricordo piu’ nulla! Mi risvegliai il pomeriggio del giorno dopo a casa di Kane, totalmente fuori uso per i due giorni successivi!”

Gli orizzonti di Stirling pero’ erano destinati ad aprirsi oltre gli States e i backstage.

“Sono stato molte volte in Europa, girando in treno e in macchina. Ho visto il festival di Cannes, ero appassionato di cinema europeo, Bunnuel e Fellini su tutti. Ho girato la costa azzurra, Londra, le grandi capitali. Una volta sono capitato a Berlino proprio mentre Iggy e Bowie lavoravano in studio insieme. Uno registrava Low, l’altro Lust for Life e collaboravano spesso. Iggy era mio amico, e David lo avevo incontrato molte volte a Detroit, Cleveland e New York. Li sono andati a trovare in studio, c’era un atmosfera particolarissima. Ho amato la Berlino di quel tempo, drammatica e al tempo stesso piena di vita e creativita’. Le devo molto, mi ha cambiato e ha influenzato profondamente il mio stile personale.”

A fine settanta Stirling ha anche registrato un 45 giri,

Stirling & i Faces

Stirling & i Faces

ma poi nel corso degli anni ottanta ha dedicato molto di se alla scena dei club gay di Detroit. Sia per un senso di profonda solidarieta’ con chi in quegli anni dichiarava i propri diritti di persona libera, sia per la grande spinta libertaria e creativa che si esprimeva in quella scena. E cosi avanti negli anni, sempre fiancheggiando e ispirando i movimenti controculturali del momento. Uno dei suoi contributi piu’ importanti sara’ poi verso la fine degli anni novanta, nel momento di arrivo delle nuove band Detroitiane. Demolition Doll Rods, Detroit Cobras, Paybacks, Sights sono band che lui ha amato, e tantissimi altri hanno un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Ha organizzato, messo in contatto, supportato e incoraggiato sempre gli artisti in cui credeva, fino in alcuni casi ad agire da vero e proprio manager, cosa che ancora fa con Audra Kubat.

“Chi vive il Rock and Roll o muore giovane o non invecchia mai veramente. Lo spirito sara’ sempre quello di un ragazzo. Ho avuto delle fidanzate straordinarie, ma non ho mai messo su famiglia. Non ho mai voluto quel tipo di responsabilita’, anche dal punto di vista economico, che spesso per andare avanti ti costringe a fare un lavoro e una vita che non senti tue. Ho sempre lasciato che la mia passione per la musica fosse la mia vera compagna, e non mi ha mai deluso. E poi la mia famiglia e’ la’ fuori, nelle strade di Detroit. Ho centinaia di figli, tutti gli artisti che ho visto nascere e crescere li sento come tali!”

Stirling & Cat Power

Stirling & Cat Power

Dovrei andare via, si e’ fatto tardi ormai, ma non riesco, continuo a guardare dentro decine di scatoloni piene di dischi sparsi per casa. Ci sono cose da far perdere la testa ad ogni collezionista, prime edizioni mai aperte, centinaia di album rari, spesso in piu’ copie immacolate.

“ Ho appena comprato l’intera collezione di dischi di un mio amico che faceva il manager per la Sire Records. Aveva bisogno di una mano, e ora ho tutti questi dischi in condizioni perfette…hanno un valore commerciale enorme, ma per ora non ho intenzione di vendere nulla, nemmeno le copie multiple. E poi ho anche una grande collezione di musica classica, la ascolto molto quando ho bisogno di concentrazione, e’ una mia seconda passione.”

Stirling & Juliette Lewis (RD7)

Stirling & Juliette Lewis (RD7)

Prima di uscire gli chiedo se ha mai pensato di lasciare Detroit.

“ Me lo hanno chiesto piu’ volte e me lo sono chiesto ancheio. Ma la risposta e’ no. Qui sono io, e’ la mia citta’ e ho una liberta’ che non potrei mai avere da altre parti. Pensa ho incontrato tutti i sindaci degli ultimi venti e passa anni, alcuni mi chiamavano per nome! Amo la neve e amo Detroit, questo posto ha un anima fortissima e ancora tante cose da dire.”

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Ci siamo: le ristampe hanno superato le vendite degli album nuovi

18 Gen

Colpa dei nostalgici che guardano solo al passato, colpa della mediocrità delle nuove uscite, colpa della pigrizia intellettuale, colpa dei discografici che cercano di raccattare gli ultimi soldi ricattando i vecchi appassionati con nuove confezioni di album usciti decenni fa, colpa di internet, colpa del download selvaggio, colpa del castamasso della cesira, colpa d’Alfredo …

Reissues Overtake New Releases For The First Time Since Records Began

Currentphysical-768x576

Come on, come on, listen to the groupie talk: Lori Maddox a proposito di Bowie e Page

18 Gen

Intervista apparsa poco più di un paio di mesi fa, chissà quanto veritiera ma interessante per il candore che sembra dimostrare Miss Maddox (alia Mattix)

https://www.thrillist.com/entertainment/nation/i-lost-my-virginity-to-david-bowie

 

 

 

CLASSIX! N.2 – anno 2003 (JOHNNY & EDGAR WINTER)

13 Gen

Inizio anni duemila, grazie a GIANNI DELLA CIOPPA comincio a scrivere su di una nuova rivista musicale, CLASSIX!, guidata da FRANCESCO PASCOLETTI. Questo il mio articolo su JOHNNY & EDGAR WINTER apparso sul n.2 dell’anno 2003.

FILE PDF:

CLASSIX n 2 – anno 2003

Classix n2 anno 2003

 

Il gatto e la volpe: storia di vita e di morte

12 Gen

Domenica mattina ore 6, lei si alza per dare da mangiare a Palmiro, il gatto nero che vive, mangia e dorme con noi, poi torna a letto e si riaddormenta. Io mi sveglio un po’ più tardi a causa di rumori che sento sempre più distinti. In inverno di solito altre due gatte, degli altri quattro che abbiamo, dormono in casa, magari sono loro che fanno le matte, ma poi elaboro il fatto che ieri sera sono uscite entrambe. Sento del trambusto sul terrazzo (collegato al cortile con una scala). Immagino siano i gatti che si azzuffano come ogni tanto fanno. Cerco di rimettermi a dormire.

Il trambusto continua, e si fa intenso. Palmiro corre verso la porta e subito ritorna da noi sul letto, spaventato. Strano, non si direbbe ma Palmiro è una gatto molto coraggioso ed è sempre il primo ad avventarsi contro gatti forestieri che tentano di avvicinarsi. Preoccupato mi alzo, sono le 6,50. Apro la porta, è buio pesto, sul terrazzo non c’è più nessuno; Raissa, la gatta madre degli altri tre, si intrufola in casa spaventatissima, strano…anche lei è sempre la prima ad accorrere in aiuto dei suoi figli.

Sento nel prato intorno alla casa un gatto che lotta furiosamente contro quello che penso sia un cane. Lancio un paio di urla che però non sortiscono nessun effetto. Sento ringhiare in modo spaventoso, sento le urla disperate di un gatto. Sono ancora imbambolato, in pigiama e ciabatte, non è il caso che scenda nel buio in quelle condizioni ad affrontare quello che penso sia un cane lupo.

Torno dentro, rifletto un momento, mi metto un giubbotto, infilo le Clarks, prendo la mazza da baseball e scendo. Si è sveglia anche lei, prende una torcia e mi segue. Avanziamo insicuri nel cortile, non si vede nulla. Ho i sensi all’erta e la mazza ben stretta tra le mani in caso mi trovassi davanti un cane rabbioso. Ci inoltriamo nel prato, la torcia illumina quel che può, faccio qualche metro verso il punto in cui sentivo ringhiare e miagolare e scorgo qualcosa a terra. E’ il corpo di un gatto. Subito penso sia la più piccola, ma ben presto ci accorgiamo che è Pato, il grosso maschio.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Ci avviciniamo, ha ferite sul petto e sullo stomaco, guardiamo meglio, è morto. Mi soffermo sul suo muso. Lei inizia a singhiozzare. La rimprovero all’istante, non mi sento sicuro, dobbiamo stare all’erta, non è il momento per la tristezza. Scruto la campagna, tutto tace. Prendo un sacco, vi infilo Pato e lo adagio su di una vecchia carriola. Il pensiero ora va altre altre due gatte, saranno state attaccate anche loro? Giriamo intorno a casa, ma è ancora buio, non scorgiamo nulla.

Rientriamo. Facciamo colazione mentre la mestizia scende inesorabile. Comicio a sentirmi in colpa, fossi stato più reattivo, coraggioso e pronto forse Pato sarebbe ancora vivo. Il sole sorge verso le otto. Mi vesto e scendo a seppellirlo. Scavo una fossa là sotto i frassini, arriva anche lei a darmi una mano; prendo il corpo di Pato, lo avvolgo con dolcezza in un mio vecchio foulard, lo poso nella terra e lo ricopro con cura.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Inizio a sciogliermi e a farmi riflessivo. Cosa può essere stato? Un cane, uhm, difficile, molto più probabile sia stata una volpe, dalle nostre parti ne sono state avvistate parecchie. Vicino a dove abitiamo c’è una grande stalla, in uno dei capannoni delle balle di fieno vi sono parecchie tane. Iniziamo a fare una ricerca in internet riguardante le volpi. Cacciano di solito due dopo il tramonto fino all’alba, tutto coincide. Pato però era un gatto massiccio, con una gran forza, possibile che una volpe sia riuscita a stenderlo in pochissimi minuti? Metterlo nella gabbietta quando si trattava di portarlo dal veterinario era sempre una impresa e ogni volta riflettevo sul suo vigore, sulla sua forza.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Torno all’idea di un cane, magari un grosso randagio, penso addirittura ad un lupo, ma qui in pianura non ve ne sono. Ritorno all’ipotesi più probabile, una volpe. Forse più di una. Forse si è avventurata sin sul nostro terrazzo (dove ogni tanto lasciamo del cibo per i gatti), Pato deve averla notata e si è fatto avanti a difendere il suo territorio, deve essere andata così d’altra parte dei quattro gatti che vivono fuori è stato proprio il maschio a morire. Poco dopo si rifanno vedere le due femmine rimanenti. Una si era rifugiata nel fienile che abbiamo dietro casa, l’altra chissà dove. La domenica passa con una cappa di cupezza addosso. Il senso di colpa persiste, non c’ero quando aveva bisogno di me.

Giro per il cortile, mi manca già. Pur essendo una gatto abituato a stare fuori e dunque praticamente selvatico, mi riconosceva come maschio di riferimento. Ogni tanto entrava in casa a mangiare, e quando gli dicevo “giù, Pato, giù” si sdraiava per terra un po’ diffidente e si lasciava accarezzare (addirittura anche sulla pancia). Ogni tanto mi dava qualche morsichetto affettuoso tanto per dirmi “attento Tyrrell, non esagerare”, ma alla fin fine, a volte, si lasciava anche prendere in braccio.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

In un primo momento avrei voluto trovare quella volpe e dargliene quattro, ma una volta tornata la razionalità capisco che sono discorsi senza senso e  vergognosi. La volpe fa la volpe, ed è giusto sia così. D’altra parte i nostri gatti a volte catturano delle lepri e se le mangiano, qual’è la differenza?

Le tragedie del mondo sono altre, non va persa di vista la giusta prospettiva ma nel nostro piccolo universo è indubbio che la perdita di Pato è dolorosa. Chi non vive con animali non può comprendere appieno e giudicherà melense queste frasi, ma per noi che lo abbiamo visto nascere, che lo abbiamo accudito, nutrito, che gli abbiamo lasciato la massima libertà di movimento e che lo vedevamo tornare ogni sera verso casa, la sua perdita è un peso. Eravamo e siamo un nucleo di mammiferi di specie diverse che vivono insieme, certi legami diventano profondi, anche con un gatto “selvatico” come Pato. Pure gli altri gatti stanno vivendo un momento strano,  sarà anche suggestione ma paiono spaesati, increduli… lo cercano ma non lo trovano più.

Dovrò abituarmi a non vederlo più in giro, a non ridere più di quella sua espressione attonita,  a non baciare più quel suo bel musone, a non sfidare più la sua pazienza per accarezzargli la pancia.

Addio Pato, amico mio, mi mancherai.

Il gatto Pato, giugno 2008 - foto TT

Il gatto Pato, giugno 2008 – foto TT

 

News: THE EQUINOX live at Bottega Dei Briganti, Montecavolo (RE) 20/01/2016

11 Gen

Mercoledì 20 gennaio 2016 ore 21,45 BOTTEGA DEI BRIGANTI, Via Salvador Allende 1/A, OROLOGIA di MONTECAVOLO (RE)

THE EQUINOX locandina Bottega dei Briganti 20-1-2016

Blog musicali and other assorted blues songs

7 Gen

In questi ultimi giorni ho letto un paio di interviste niente male: una a Max Stefani (rilasciata il 21/12/2015) e una a Riccardo Bertoncelli. Max mi è piaciuto quando gli è stato chiesto di citare qualche gruppo o artista sopravvalutato, ha tirato fuori nomi senza tante storie. Bello vedere qualcuno a cui non frega nulla di essere politicamente corretto, citare nomi di gruppi “intoccabili”e spazzare via cliché consolidati da decenni. (Chi fosse interessato la può trovare sul profilo facebook di Stèfani).

Leggere Bertoncelli è interessante, ti mette alla prova, ti fa confrontare con te stesso. Spinto dalle sue parole ho provato a dare un’occhiata a qualche blog prettamente musicale pubblicato sulla rete italica, alcuni dei quali premiati come migliori blog musicali italiani. Ho tentato, ma non ce la faccio, non riesco ad andare oltre i due o tre articolini. Una noia assoluta. Sarò io che sono arrivato al capolinea, lo so, ne ho discusso recentemente anche con Paolo Lisoni, ma leggere quella roba è un fastidio per me. Quei giornalisti che usano verbi tipo “sciorinare”, quei compitini perfetti che parlano di soggetti perfetti per l’intellighenzia Rock nostrana, quell’essere trasversale tanto da far capire che si può scrivere sempre e comunque di qualsiasi corrente del Rock, di qualsiasi gruppo e di essere credibili (cosa che invece capita a pochissimi).

Mi chiedo a cosa sia dovuta questa mia repulsione che arriva come un onda su qualsiasi tipo di blog musicale che io cerchi di affrontare…quelli che “i Dead, Tom Petty e il castamasso della Cesira”, quelli che il metal, quelli che il punk Rock inglese, quelli che il prog, quelli che il jazz, quelli che il blues… Possibile che sia davvero io a non sopportare (quasi) più nulla di scritto a proposito del Rock e della musica? Ci sarà di sicuro qualcuno che penserà la stessa cosa delle frasette sghembe che scrivo a proposito dei soliti quattro artisti su questo blog miserello, e allora? Sono snob a tal punto da non gradire nulla scritto da altri? No, cazzo, mi emoziono quando leggo le considerazioni musicali di qualche bel delinquente del rock and roll che conosco e di cui non faccio il nome, ma allora cos’è? C’è una sorta di idiosincrasia verso il 95% di quello che leggo, in Italia, a proposito del Rock. Sono io ad essere alla frutta, lo è il Rock o semplicemente mi sto trasformando in un vecchio brontolone?

Smetto di scervellarmi, passo ad altro, ad esempio alle due compilation di registrazioni casalinghe di MICK RALPHS pubblicate gli anni scorsi dalla Angel Air. Basta guardare le cover dei cd per capire il livello, ma che ci volete fare, I love this man.

mICK rALPHS CD

Un paio di settimane fa sono stato a pranzo da mia zia, si parlava della stirpe Tirelli, saltano fuori alcune foto, una del padre della madre di Brian, mio bisnonno quindi. Tal Luigi Brini, nato nel 1880 e morto a 25 anni di peritonite o qualcosa del genere. Suo padre (o suo nonno) doveva essere austriaco, o perlomeno così vuole la storia della famiglia. Avevo forse visto la foto in passato, ma solo oggi la imprimo nel mio dna. La invio a mia sorella. Risposta “quanto gli assomigli!” Gli assomiglio? Ma dove? Guardo meglio e, sotto al primo strato superficiale, mi vedo. Stessi occhi e sopracciglia. Quello sguardo blues, quell’intenzione sveviana, kafkiana, (crowleyana?) … non c’è dubbio: sono suo bisnipote.

Faccio vedere la foto a Brian e dice “sei te, Stefano”; certo, un vecchio con l’alzheimer non è propriamente attendibile, ma dopo tutto è mio padre e quando risponde di getto senza a pensare spesso ci prende. Faccio vedere la foto alla groupie e mi dice “sì, vieni da lì”. Ho sempre pensato di essere una sintesi dei Tirelli e degli Imovilli e invece eccola qua la mia Brini legacy.

Luigi Brini, bisnonno - Foto Fantuzzi RE

Luigi Brini, bisnonno – Foto Fantuzzi RE

 

Luigi Brini, bisnonno 1880-1905 - Foto Fantuzzi RE

Luigi Brini, bisnonno 1880-1905 – Foto Fantuzzi RE

JOHN PAUL JONES compie 70 anni, la cosa mi inquieta. PAGE ne fa 72, ho ormai elaborato che le mie figure di riferimento ormai sono dei vecchi con o senza fascine di arbusti sulla schiena, ma che anche JONESY abbia raggiunto the big 7 fa impressione.

Continuo ad essere impelagato con le serie Tivù di SKY. La V stagione di HOMELAND (serie di cui ormai anche PICCA è prigioniero), la III di THE AMERICANS, la II di FARGO e LILYHAMMER. Mi sono dato a quest’ultima da poco, ho scaricato le prime due stagioni su Sky on demand e mi sono messo a guardarla. Mi divertono le storielle del mafioso LITTLE STEVEN, crude e strambe con una vena comedy. L’ironia sul welfare e sull’atteggiamento politicamente corretto norvegese è uno spasso, quasi tutti i personaggi autoctoni paiono sciocchi e con deviazioni varie. Adesso ne è arrivata un’altra, FORTITUDE, anch’essa ambientata nell’estremo nord. Questa è una tendenza che si sta allargando a macchia d’olio. FARGO, LILYHAMMER, FORTITUDE, film tipo HEADHUNTERS (tratto dal romanzo di Jo Nesbø), IN ORDINE DI SPARIZIONE… comune denominatore i ghiacci, siano quelli del Minnesota, della Scandinaviar o beyond.

Sarà un caso ma dal cofanetto di BERNSTEIN pesco il cd riservato a EDVARD GRIEG…

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Mi trastullo anche col box set dell’ ALAN PARSONS PROJECT. Da giovane lo snobbavo, lo consideravo easylistening, ma ora da uomo di blues di una incerta età, con i confini dell’essere esigente più sfumati, mi godo questo Rock sinfonico leggerino con piacere, se poi alla voce c’è JOHN MILES ancora meglio…

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Lo stereo della blues mobile passa ASHES & DUSTdi Warren Hayens, una piacevole sorpresa per me che non sono mai riuscito ad apprezzare del tutto questo chitarrista.

Gli ultimi arrivi, grazie al gift voucher di amazon che un caro amico sempre troppo generoso mi ha fatto per natale, sono: il bluray e il cd QUEEN – A Night At The Oden (la leggendaria performance al teatro coperto del quartiere martellaio di Londinium della vigilia di natale del 1975), i due cd di MICK RALPHS di cui sopra, l’album DERRINGER BOGERT & APPICE e la deluxe edition dell’album dei GRT (S.HOWE & S. HACKETT). QUEEN a parte, devo avere qualche disfunzione musicale anche perché a questi nomi assai discutibili per la stragrande maggioranza dei critici Rock italiani, aggiungo l’ultimo soundboard, arrivato via wetransfer dal nostro uomo a Helsinki, dei FIRM, il gruppo di PAUL RODGERS con LEOPOLD alla chitarra…

firm-edinburgh-85-direct-master1-296x300

firm-edinburgh-85-direct-master2-300x232

 

L’INTER torna a vincere, a fatica, in casa dell’EMPOLI e mantiene la prima posizione in classifica. Rimango perplesso benché ancora fiducioso.

Pago multe (180 euro e tre punti in meno sulla patente per aver viaggiato ai 72 kmh sulla circonvallazione di Stonecity), osservo quel po’ di neve scendere sulla pianura, guardo CARLO VERDONE (sul suo profilo FB) fare gli auguri a suo cognato mimando FOUR STICKS dei LZ versione ROLLINS BAND, mi chiedo se sia il caso di comprare un registratore multitraccia 24 piste della TASCAM, favoleggio l’acquisto di una LES PAUL STANDARD cherry sunburst (o sunburst), mi interrogo sul mio futuro, insomma blueseggio come al solito. Happy new year Tim Tirelli.

Domus Saurea gennaio 2016 - foto TT

Domus Saurea gennaio 2016 – foto TT

 

 

 

 

 

GRATEFUL DEAD’S Sunshine Daydream di Giancarlo Trombetti

3 Gen

Giancarlo Trombetti mi ha commosso con questo pezzo, i DEAD sono il mezzo, il fine è la nostra idea di Rock, quello che non è solo genere musicale. Il blog chiude e inizia bene l’anno con le firme di due special guest che ci onorano con la loro presenza, Barone e Trombetti appunto, nella speranza che anche gli altri due ci regalino qualcosa presto. Buona lettura.

Ci sono occasioni in cui riflettere di musica, della nostra musica, ci porta lontano. Molto di più di quanto vorremmo o spereremmo di fare se solo scegliessimo di intraprendere una riflessione comune su un argomento importante, condiviso.

A me, sarà l’età, saranno le situazioni, accade sempre più spesso quando sono solo, quando, anche occasionalmente, mi metto a seguire il filo di un ragionamento, talvolta vago, illogico e privo di un suo scopo preciso. Mi accade quando guido e ascolto la mia musica da solo, mentre mi scorre la strada sotto al sedere…un po’ come nell’ Illogica Allegria di Gaber, oppure mentre mi dedico ai lavoretti in campagna, o quando – tralasciato per un paio d’ore la perdita di tempo dei social, spenta la televisione, messo da parte il libro, scelto di non scrivere ulteriori sciocchezze per gli altri che tanto finiranno per non capirne il senso perché comprendersi è diventato sempre più difficile, mi sdraio sul mio divano e ascolto quello-che-ho-scelto-accuratamente-di-ascoltare. Ed è lì che la mia mente alla Homer Simpson mi parla, costringendomi, spesso, a prendere appunti per ricordare cosa mi stia dicendo, sperando nella mia attenzione.

Simpsons_Homer_Headphones_Yellow_Shirt

Noi musicofili siamo l’ultima frontiera della discografia. Siamo l’ultima speranza, l’ultimo target cui tentare di continuare a vendere quegli oggetti circolari; che siano neri o meno poco importa. Noi sbuffiamo, ci diciamo che siamo stufi, lo scriviamo e lo giuriamo ad amici e fidanzate. Poi, alla prima occasione, decidiamo di nuovo di trovare un budget ed uno spazio per l’ultimo oggetto. Che sappiamo benissimo che non sarà mai l’ultimo, almeno finché saremo in grado di stare in piedi da soli davanti a un banco-contenitore.

Avevo resistito per un paio d’anni, leggendone qua e là, anche perché pur essendone un appassionato estimatore, grazie a Dio non sono mai diventato un fanatico collezionista del live dei Grateful Dead. E meno male: avrei già dovuto fare a meno della mia auto solo per comprare i centoquaranta – dicono, ma secondo me è stima al difetto – live, box, cofanetti del gruppo di Garcia. Poi un amico mi manda una foto sul cellulare; l’interno di “Sunshine Daydream”, cofanetto di tre cd ed un dvd, uscito per la Rhino. All’interno una frase cui nessun appassionato avrebbe mai potuto resistere: “Veneta è senza dubbio, e di gran lunga, il concerto più richiesto di cui abbia mai sentito parlare – scrive l’estensore delle note. Ho ricevuto una quantità di email dai Dead Heads, con suggerimenti e richieste, ma le richieste del concerto del 27 agosto del 1972 sono costanti.”.  Segue accurata spiegazione.

Grateful Dead sunshine daydream

Ma sarebbe stato più che sufficiente questo a convincermi. Così mi sono ritrovato con quel box in mano e dedicato all’ascolto, ho compreso perché, effettivamente, ci fosse un qualcosa di speciale, in quella sera. Un Jerry Garcia particolarmente ispirato e molto spesso attaccato alla scatolina del wha-wha, una cosa non particolarmente comune; un Phil Lesh debordante, una ritmica veramente dedicata al cesello di supporto alla solista, la scelta delle canzoni… bello. Possiedo molte cose dal vivo dei Dead, ma questa, in effetti mi pareva e mi pare più che meritevole.

Ma non avevo mai avuto voglia di mettere su il dvd. La musica mi ha sempre più catturato delle immagini…anche quando ero io a farle produrre.

Errore gravissimo. Cui la mano fatata del destino ha deciso di por fine stamattina, in un momento di pioggia e di assoluta mancanza di voglia di fare qualsiasi altra cosa.

No, niente effetti speciali, nessuna regia creativa, nessuno di quei mille trucchi cui Scorsese o i registi più prossimi al rock ci hanno abituato. Esattamente il contrario. Un filmato che probabilmente nessuno di noi girerebbe mai con il suo telefonino sapendo fare di meglio, come inquadrature e qualità; una ripresa amatoriale di quello che, per la città di Veneta, Oregon, era probabilmente un avvenimento fuori da comune. Una grande band in un campo nel mezzo di un bosco in una calda sera d’estate.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Ed è così che la semplicità di quei minuti iniziali mi strappano dalla freddezza della mia era e mi gettano a forza all’interno di una stringa temporale che mi circonda di quello che era l’America dell’inizio degli anni settanta. Una manciata di ragazzi a torso nudo, capelli lunghi, barbe e baffoni, segano, martellano, assemblano un palco quantomeno improbabile, un palco su cui nemmeno l’orchestrina di paese avrebbe il coraggio di montare. Un albero, quasi sicuramente un abete, viene trascinato insieme ad altri, per costituire l’ossatura di un tavolato che viene circondato da una rete da polli che separerà il gruppo dai 20.000 (…ma chi è stato lì a contarli? Si domandano i titoli di coda) ragazzi del pubblico. C’è voglia di Woodstock, ci sono bambini nudi che giocano con i cani, ragazze seminude e ragazzi decisamente nudi. Non c’è il fango del terzo giorno di tre anni prima, ma ci sono facce bellissime. Ci sono espressioni pulite, occhi vivi, speranze, desideri. C’è una gioventù meravigliosa, come adesso, a noi anziani, non capita più di vedere in giro. C’è semplicità e voglia di stare insieme, senza nessun dogma, nessuna bandiera, nessuna bugia. Ci sono ragazzi e ragazze che scoprono note che li tengono insieme e che sembrano promettergli che tutto quello che non va sta per essere sanato. Sì, certo, si vedono oggetti da fumo delle forme più svariate, soggetti visibilmente poco lucidi, c’è Ken Kesey che circola e ancora, forse, crede che negli acid tests siano nascoste le porte della percezione. Ci sono sei musicisti su un palco sgangherato che se solo scendessero in mezzo alla gente non si distinguerebbero dalla folla. Sono tutti uguali : un gruppo già al sesto anno di carriera e in crescita esponenziale e il suo pubblico. C’è la possibilità di capire, dopo pochi secondi, che quello che davvero contava – un mio vecchio discorso ricorrente, lo so – era “la Musica”. E con jeans e magliette non esisteva necessità di una uniforme.

Un telo in apparente plastica copre malamente la zona del piccolo palco e gente va e viene dal medesimo; una bambina dai capelli lunghissimi inclusa. Alle spalle del gruppo, appollaiato su un palo, un ragazzo completamente nudo balla tutte le canzoni e se ne stacca solo per applaudire. Nessun regista, nessun assistente a toglierlo dall’inquadratura.

Sembra di essere spettatore di riprese aliene, non di questa Terra. La certezza la si ha quando, in un piccolo contributo girato a bordo di un bus colorato con le bombolette, attraversiamo la città, diretti al bosco di Veneta…sa Iddio come controllato nelle entrate e negli accessi. La gente per strada, che si gira a metà tra disgusto e curiosità, è la tipica gente americana dei sessanta che non sono ancora spariti, laggiù nell’Oregon.

L’America dei film in bianco e nero, quella che noi…lo capiamo esattamente in quella visione, in quel momento, in quei pochi secondi rivelatori…non capiremo mai. Noi, di quella gente, di quella cultura, di quegli anni, è cosa certa, non capiremo mai niente, anche se guardando quei ragazzi avremmo assolutamente desiderato essere lì, nei nostri sedici, diciassette anni.

Avremmo voluto essere in mezzo a quella moltitudine di belle facce, bei fisici, non ancora obesi e sovrappeso come l’America degli anni a venire, avremmo voluto toglierci la maglietta e stare in piedi a guardare lo spettacolo della musica e di una generazione che ci ha mangiato la pappa in capo senza aver avuto un briciolo della cultura e del glorioso passato che noi abbiamo vantato. Una generazione che con nulla ha cambiato ANCHE il nostro mondo, anche se poi c’è stato chi, bravissimo, li ha cancellati vendendogli una libertà invendibile. Non particolarmente diversa dalla nostra, ottenuta con altri percorsi ma altrettanto fallimentare.

Avremmo pagato qualsiasi cosa per essere lì e capire la lezione della musica prima che il Grande Mercato ce la rivendesse, prima che cappellini, tagli di capelli, giacche e uniformi ci rendessero tutti uguali. Prima delle grandi amplificazioni, dei palchi da Guerre Stellari, prima delle luci, di quelle luci com-ple-ta-men-te assenti su quel palco, tant’è che la registrazione termina con l’arrivo del buio, quando il gruppo sarebbe andato avanti per altre due ore, ma lontano da quelle telecamerine amatoriali. L’ultimo brano del video ci mostra il tramonto, con la voce di Donna Jean che ci abbraccia e ci chiede cantando “Sing me back home”….un groppo alla gola.

Mentre dal palco volano note assolutamente affascinanti, suonate da sei ragazzi che sono quanto di più lontano possiamo immaginare da quella iconografia rock e dalle sue pose. Statici, attenti, sorridenti, sereni, come avremmo voluto essere noi, esattamente in quegli anni.

Ecco sia benedetta la passione di chi ha recuperato quel concerto e quell’oretta di immagini, tanto simili a Bethel e al tempo stesso così lontane. Testimoni di un’era temporale che non potremo mai più rivivere né comprendere.

Qualsiasi cazzata ci venga suggerito di leggere.

Giancarlo Trombetti©2016

 

INTERVALLO: BAD COMPANY “Budgie” (1977 instrumental unreleased track)

1 Gen

Se il buon anno si vede dal mattino direte voi…che ci volete fare questo è un blog blues e trovo sia inevitabile iniziare l’anno con un oscuro inedito (strumentale) apparso su uno dei due cd compilation di  home recording di MICK RALPHS, una delle nostre guiding light. Che la nuova stagione vi sia propizia.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Mick Ralphs That's Life Mick Ralphs That's Life