Dare una occhiate alla recensioni che si trovano in internet di questo libro mi ha lasciato molto perplesso. Mi sembra che in tanti ormai abbiano perso la bussola.
Su GIORNALE METAL Salvatore Mazzarella scrive: “Giornalista per Reuters, Spin, Guitar World, Wired, editore di Bazillion Point (praticamente una Tsunami statunitense) e conduttore radio, una volta trovata la sua pace avendo imparato a suonare Eruption (leggasi l‘introduzione…), Ian Christie ha scritto questo libro con stile arguto, brillante e ironico. Il testo è corredato dalle foto di Kevin Estrada (autore di scatti per molte tra le più famose band) e si fa leggere con vero piacere. Irrinunciabile per gli ammiratori della band, interessante per chiunque ami leggere l’epopea dei più famosi gruppi rock. Voto: 9/10
Su GQ.com Davide Palombi aggiunge: La Tsunami Edizioni pubblica questo bel libro scritto da Ian Christe, corposo, di ben 286 pagine che snocciola la storia di una delle più rappresentative bands del rock: i Van Halen. Quella che a primo impatto potrebbe sembrare la solita biografia è, invece, una vera e propria ricerca che punta a fornire al lettore quanti più dettagli (alcuni molto interessanti) possibili sulle personalità dei membri del gruppo. Il volume ha due punti di forza, due veri e propri cardini: il primo rappresentato dalla già citata dovizia di particolari documentati tralasciando l’aneddotica da gossip e sensazionalistica e preferendo invece, le notizie certe.
…Il secondo punto forte del libro è: cercare di stabilire chi sia stato il miglior frontman per la band: Roth, Hagar o Cherone? Il volume scorre velocissimo ed io, personalmente, ho stabilito il mio singer preferito, non vi dirò le mie preferenza, ma vi invito a procurarvi una copia di questo bel libro edito dalla “sempre infallibile” Tsunami Edizioni.Una trattazione completa consigliata a tutti: addetti ai lavori, fans e curiosi.
Io invece ho trovato il libro superficiale, senza approfondimenti di valore, sopra le righe. Stile arguto, brillante e ironico? Mi pare l’opposto, questa è prosa appena sufficiente di stampo americano, approccio da fast food o centro commerciale. Pochi i dettagli di valore, iperaggettivazione libera, costrutto pacchiano.
Il punto è, bisogna comunque essere contenti perché una coraggiosa casa editrice si butta nella difficile sfida di continuare a pubblicare libri musicali (lo stesso discorso vale per le riviste) oppure occorre essere ad ogni modo sinceri e sottolineare il mediocre livello di certi libri, di certi magazine, di certi articoli?
Io non conosco i VH come conosco altre band a me care, ma li ho amati da morire. Sono cresciuto con loro, in diretta; nel 1978 comprare il primo album è stato uno sballo, ascoltare ERUPTION da ragazzino, negli anni settanta, ti cambiava la prospettiva del mondo. Sapere che ogni anno sarebbe uscito un album dei VAN HALEN ti faceva sentire titanico dinnanzi al futuro. La foto di DLR nel retro copertina di VHI°, le foto di EDDIE, brandelli di iconografia hard rock che ancora hai segnato nell’animo.
1979: VHII° infiamma l’estate che forse ricordo con più piacere, i miei diciotto anni e altri album per me basilari: BREAKFAST IN AMERICA, AT BUDOKAN dei CHEAP TRICK, IN THROUGH THE OUT DOOR, THE LONG RUN, AGNESE DOLCE AGNESE, LA MIA BANDA SUONA IL ROCK, LUCIO DALLA, DESOLATION ANGELS, COMMUNIQUE’, NIGHT IN THE RUTS, MORE MILES PER HOUR, IN CONCERT degli ELP e alcuni altri. 1980: esce WOMAN AND CHILDREN FIRST col poster di DAVID incatenato. Album mediocre con due perle (IN A SIMPLE RHYME e COULD THIS BE MAGIC). 1981: il sublime MEAN STREET. 1982: DIVER DOWN esce che sono a Torino a fare il militare. 31/12/1983 esce 1984 e a seguire due buoni album con il nuovo cantante SAMMY HAGAR.
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Insomma, pur non essendo uno che sa tutto sul gruppo, sono uno che una paio di cosette le sa, sì, sono anche un cagacazzo, lo so, ma non mi accontento, pretendo sempre una certa cura, dei contenuti, qualcosa di rilevante, e non è il caso di questo libro. La traduzione è di STEFANIA RENZETTI ed è piuttosto lofi. Errori e sbavature sono comprensibili, anche da parte dell’autore, ma troppo spesso ci sono frasi sconclusionate e di difficile comprensione. Temo che non sia colpa della RENZETTI, so come vanno le cose di questi tempi, probabilmente ha avuto poco tempo e poche risorse a disposizioni per dedicarcisi con attenzione, ma resta il fatto che il tutto funziona a fatica.
Naturalmente avere un libro su VH (in italiano) tra le mani è interessante, ma se la qualità è piuttosto scadente poi alla fine ti rimane quel mezzo fastidio nell’animo che hai, ad esempio, dopo una scopata venuta male.
SABATO 31 gennaio, interno sera: due giorni chiuso in caso con l’influenza, febbre e tosse. Dopo aver guardato per due giorni su Fox Animation almeno 12 episodi di THE CLEVELAND SHOW, i GRIFFIN e AMERICAN DAD, quattro film, 10 documentari, 20 edizioni di SKYSPORT24, con la schiena e le ossa rotte mi alzo e mi metto davanti al PC. La groupie è al Corallo, io qui che vago per i soliti siti che frequento, guardando le due tessere (gentile omaggio di un mio cliente) che ho qui sulla scrivania relative a due posti in “tribuna centrale super” allo Stadio Giglio per domani in occasione di SASSUOLO-INTER. Riuscirò ad andare? Speriamo che la Tachpirina, il Bisolvon, l’Apropos e il Southern Comfort sortiscano l’effetto desiderato.
Son qui, dicevo, che cazzeggio in internet, quando incappo sul link di una sito che ripubblica vecchi articoli musicali. Oggi ripropone un articolo del giornalista inglese CHARLES SHAAR MURRAY pubblicato sul NEW MUSICAL EXPRESS il 16 giugno del 1973 e dedicato ai due concerti dei LED ZEPPELIN al LA Forum del 31/05/1973 e al Kezar Stadium di SAN FRANCISCO il 02/06/1973.
Lo leggo con interesse; oltre al godimento nel leggere di una band in formissima e di atmosfere piene di buone vibrazioni, ci sono un paio di sfumature di contorno che mi hanno molto divertito:
(dopo lo show del 31/5/1973)
Il party è in una casa di lusso Laurel Canyon di un signore che gestisce una stazione radio, e per dimostrare la sua importanza, mostra con discrezione fotografie di se stesso con tali notabili disparati come Sly Stone e Richard (l’uomo dal WATERGATE) Nixon. In un videoregistratore gira continuamente il film Deep Throat (Gola profonda) mentre lo stereo riempie la casa con Johnny Winter, gli Stones, Humble Pie e Manassas.
(prima dello show del 02/06/1973)
Dietro le quinte BILL GRAHAM si aggira controllando i pass. BONHAM borbotta circa le difficoltà che incontrerà a suonare col caldo che fa, per fortuna più tardi si rinfrescherà un poco. Tra la folla, un poliziotto nero indossa un spilla che dice “Incriminate Nixon”. San Francisco ha ancora un sacco di anima.
Scrive Lorenzo Stevens: “Ciao Tim, piccola riflessione sui costi della musica (non piratata): sto ascoltando il cd di GET YOUR WINGS degli AERO, preso da Dischinpiazza per 6,50 euro. Oggi ho dato un’occhiata ai vinili solo perché sono oggettivamente belli, ma non ne compro uno da 20 anni: c’erano i TEMPLE OF THE DOGS – disco super, OK – a 36 euro: mi è sembrata una presa in giro, questi prezzi non sono sostenibili e mi sembra impossibile che la moda dei vinili possa durare ancora a lungo. P.S.1: S.O.S. (TOO BAD) mi ricorda un sacco i MÖTLEY CRÜE, in meglio. P.S. 2: ho preso anche il primo dei TASTE a meno di 8 euro.Ciao.Viva San Zemiàn*“
Risponde l’esperto:“Caro Lorenzo, è una cosa su cui ogni tanto mi soffermo a riflettere anche io. Magari quella che hai visto era una edizione in qualche modo speciale (vinile 180gr, copertina apribile, made in Usa, etc etc), ma in generale i prezzi degli LP nuovi mi paiono davvero troppo alti. Certo che stamparli e confezionarli costa di più rispetto ai cd, benché stiano vivendo una seconda giovinezza se ne vendono ben meno che in passato, ma 36 euro sono tanti. Dovrebbero costare la metà, almeno quelli relativi a dischi usciti in passato ed oggi solo ristampati. I dischi da catalogo in cd invece costano sempre meno, e mi chiedo fino a quando continueranno a pubblicarli in modalità retail. Presto inizieranno a pubblicare solo le versioni costose per gente come noi. GET YOU WINGS ad ogni modo è un grande album, LORD OF THE THIGHTS, SPACED, e le meravigliose WOMAN OF THE WORLD e SEASON OF WITHER. Avrei dovuto nascere nel New England qualche anno prima. “
*riferimento a SAN GEMINIANO patrono di MODENA, celebrato il 31 gennaio, appunto.
Venerdì sera decidiamo di andare al Corallo a vedere i Rockets. Ora, il gruppo francese ha sempre fatto cagare, ma qualche pezzo fa parte della mia adolescenza (ON THE ROAD AGAIN, APACHE, GALACTICA) e in questo venerdì di fine gennaio non sembra una cattiva idea. Sono con la groupie e con Lele. Ci fermiamo a mangiare la pizza al Rock Village, che è lì poco distante, locale che, a dispetto del nome, tiene in sottofondo una muzak che è squallida dance senza arte nè parte. Mentre mangiamo ad alta voce mi chiedo “ma suoneranno dal vivo o in playback?”. Che sciocco sono stato a non pensarci prima e a non dare un’occhiata in internet.
Alle 23 siamo davanti alla biglietteria del Corallo. Con noi solo qualche altra decina di avventori. Strano, i parcheggi intorno al locale sono pieni. Entriamo e scopriamo che non si può andare nella sala-pista principale, ma solo al piano superiore, perché c’è gente che sta cenando? Gente che sta cenando? Sulla pista del Corallo? Ben presto elaboriamo il tutto: il Corallo ha cambiato strategia, ormai è uno di quei posti per quel pubblico medio di (s)fighetti di età variabile tra i 35/60 che vogliono cenare e poi ballare al ritmo dei classici della discomusic. Prosecco dentro a secchi pieno di ghiaccio, donne che in alcuni casi sono vestite come o si atteggiano a Milf e Cougar. Siamo sbigottiti; tutto lecito per carità, ma non al Corallo, nel “nostro” Corallo, locale che dal 1983 è sinonimo di Rock club, di discoteca Rock, teatro di esibizioni live di gruppi leggendari (versione 2.0) e delle band più rinomate del territorio. Al venerdì sera ormai al Corallo è così, e in fin dei conti dal punto di vista del ritorno economico i gestori hanno ragione, i tavoli imbanditi per la cena sono tanti, la pista da ballo è piena…ma…
La nuova fase del Corallo – 23-1-2015
Oltre al nuovo pubblico del Corallo ci siamo anche noi, più o meno 40/50 persone venute per il concerto, gente che seguiva i Rockets tra la fine dei settanta e gli inizi degli ottanta, rockettari, metallari, uomini e donne di blues, gente insomma che è curiosa di vedere una band del passato dedita al disco-space-Rock alle prese con un concerto dal vivo. Le nostre aspettative finiscono presto nella toilette. Sul palco qualche tastiera, niente amplificatori, niente batteria. Alle 00,30 ancora nessun segno dei Rockets. La gente balla nella pista e noi ci annoiamo. Lele decide di andarsene. Io e la groupie, stoici, rimaniamo. All’una, dopo due ore d’attesa, quattro sconosciuti con i capelli e vestiti da motociclisti cosparsi di una patina grigiastra salgono sul palco. Parte la musica; il gruppo mima mosse su tastiere e chitarra, il cantante canta in inglese e incita in italiano. I due pezzi che aprono la serata sono inascoltabili.
Il terzo pezzo è ON THE ROAD again versione dance, ed ecco che entra l’unico vero (?) Rocket rimasto. Lo guardo un po’, lo compatisco… svendersi così … girasse con una band vera e propria anche anche, ma con quattro marionette presumibilmente italiane e con questo tipo di serate non c’è d’andarne fieri. Oh sì, i soldi prima di tutto, certo, però che schifo. E in febbraio arriva ALAN SORRENTI, sempre di venerdì. Mah. Prendo la groupie e scappo dal Corallo.
Quel che rimane dei Rockets – foto Saura Terenziani
Sabato mattina. La sveglia suona alle 07,30. Mentre spigozzo un po’, sento che la groupie si sveglia e mi chiede “Senti, ma secondo te, che versione di STAIRWAY devo fare con le tastiere?”. So che a lei piace quella di EARL’S COURT 25 maggio 1975 contenuta nel DVD ufficiale dei LZ, ha sempre fatto quella quando suonavamo con il tributo otto anni fa, ma io dico la mia “io farei quella di NY 1973, quella di THE SONG REMAINS THE SAME e fosse per me fare anche SIBLY versione live 1973, ma è molto diversa da quella in studio, arrangiamenti di chitarra e piano completamente differenti, impiegherei molto ad impararla, ammesso e non concesso che io sia capace di suonare a quel livello…”. “Mettila su” mi fa la groupie. Vado nello studiolo e mentre infilo il dischetto mi interrogo sui discorsi che faccio con la mia groupie di sabato mattina; invece di “Senti andiamo a vedere se troviamo quelle Adidas in saldo oggi?”, “Vai a farti una pulizia del viso più tardi?”, “Stasera andiamo a cena con la Genny e Andrea il vecchio cuore rossonero?”, siamo lì a disquisire su che versione di certi pezzi dei LZ dobbiamo fare col gruppo. Ci ascoltiamo tutta SIBLY live 73 (che è probabilmente il mio pezzo preferito in assoluto di musica contemporanea e che comunque per me rappresenta i LZ come nessuna altra cosa), poi STH, sempre da THE SONG REMAINS THE SAME. Entrambi rimaniamo storditi per l’ennesima volta dalla grandezza del gruppo. Quante volte ho ascoltato il live TSRTS, centomila? Eppure eccomi lì ad emozionarmi a tal punto che mi scappa la pipì. Vado in bagno, mi lavo e quindi in camera a preparami per andare da Brian. Lei si infila in bagno, non prima di aver messo su STH da EARLS COURT 75.
Io sono pronto, sto per uscire, il pezzo è giunto alla fine della prima parte di arpeggio, dove PAGE cambia manico ed inizia la sezione “AND IT MAKES ME WONDER”; la groupie esce nuda e coi calzettoni dal bagno e si mette a mimare il tutto, prende perfettamente il SOL introduttivo e mentre lo fa incrocia la gamba destra dietro alla sinistra, in puro stile PAGE. Poi segue diligentemente gli accordi del ponte LA-, RE-, LA-, MI- RE, DO sghiribizzo. Io solo sbalordito. In perfetto sincrono poi mima l’entrata di batteria, alternandosi alle tastiere. Giunto il pezzo al punto della “fanfara”, poco prima del guitar solo, alza la doppio manico immaginaria e schitarra sul re, sempre nuda, con i calzettoni colorati ai piedi. Segue in tutto e per tutto il fraseggio di PAGE; il punto in cui sto per perdere i sensi dallo stupore è quando la vedo ricordarsi di quei licks dove PAGE scivola sul manico alcune volte (minuto 2:28 e 2:32 dello spezzone qui sotto) …
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Mentre esco mi dico “an s’è mai vest Johnny Winter con ‘na groupie cla fa chi lavòr che“…oh forse sì?
Per qualche giorno ho avuto il SAUB Blues. Ora che Brian è ospite fisso in struttura devo fare il cambio del medico. Arrivo al SAUB, Poliambutario del Policlinico di Mutina, un giovedì pom verso le 15,30. Mi dico, vado al pomeriggio che forse c’è meno gente. Prendo il biglietto, sono il 236, stanno servendo il numero 146. davanti agli sportelli SAUB decine e decine di immigrati, soprattutto nordafricani. Sono basito. Mi soffermo qualche secondo a pensare. E’ chiaro che devo tornare, ma come è possibile ci siano file così lunghe? Ora, è un po’ che sto cambiando modo di pensare, tutta questa immigrazione selvaggia mi dà da fare, hai voglia ad essere progressista, solidale e illuminato …io non ci riesco quasi più, perché la stragrande maggioranza di chi arriva è musulmano praticante e fervente, e di religione in Italia ne abbiamo già abbastanza.
Ora, c’è una bella differenza tra islamico ed islamista, ma c’è anche una bella differenza tra democrazia e teocrazia. E poi in Italia siamo già in 60 milioni, non siamo già strettini così? Sì perché poi mi tocca venire al Saub due o tre volte per cambiare medico, e certo è un disagio da nulla in confronto a ciò che hanno dovuto passare questi poveretti, ma dentro di me rimangono pulsioni razionali di ragionamenti difficili da accettare. Poi mi pento e mi dolgo dei mei pensieri … se fossi nato in un paese come i loro, dove magari non c’è stabilità e i problemi sono enormi, non partirei anche io per l’Italia? Io però sarei un Tim Tirelli africano, ateo e con il blues nell’animo, il Tim Tirelli italiano non dovrebbe temere nulla, al massimo potrei inscenare una protesta per far ridiventare il CORALLO un Rock club. Con questi ingarbugliamenti in testa, a testa bassa, lascio questa massa di disperati col foglietto in mano ad aspettare il loro turno.
Ritorno dopo qualche giorno, sono il numero 176, stanno servendo il 161, va un po’ meglio. Tra i quindici in attesa sono l’unico modenese insieme ad un signora di una certa età. Aiuto una africana che non ha capito che è il suo turno e che ora è aggredita dall’operatrice Saub; un nordafricano va in suo soccorso, l’operatrice si mostra sgarbata, il nordafricano indica me facendole capire che sono testimone del disguido, mi alzo faccio per andare a redimere la questione, tutto si risolve. Scambio due battute con Mustafà (“Ci vuol pazienza” gli dico, e lui “Eh già”). Tocca a me. Sbrigo la pratica. Me ne vado, ma dovrò tornare per la faccenda pannoloni. Vita blues.
Stamattina mi alzo e mentre mi preparo sento per Radio Capital che a Reggio Emilia c’è stata una retata ad opera dei Carabinieri, diversi arresti di imprenditori ed esponenti della politica locale, fanno il nome di GIUSEPPE PAGLIANI. Apro il sito della GAZZETTA DI REGGIO e leggo:
RETATA A REGGIO EMILIA L’operazione dei carabinieri del comando di Reggio Emilia si è concentrata soprattutto nelle province di Reggio Emilia e Modena. Arresti e perquisizioni in corso dalle 3 di questa mattina a Reggio Emilia città, Bibbiano, Montecchio, Brescello, Gualtieri, Reggiolo. Nel Reggiano sarebbero decine gli indagati e diversi gli arresti di imprenditori e anche esponenti della politica locale. Molti sono nomi di imprenditori cutresi, già noti per vicende legate alle mafie in Emilia. Ma l’arresto eccellente è quello di Giuseppe Pagliani, consigliere comunale e provinciale di Forza Italia a Reggio Emilia. Per lui l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. L’avvocato reggiano, noto esponente da anni sulla cresta dell’onda della politica in provincia, è stato portato via da casa sua, a Arceto, verso le 7 di questa mattina. (Dalla Gazzetta di Reggio del 28/01/2015)
Pagliani è il figlio di quello che comprava le vacche da mio nonno, nome quindi a me noto ma non certo simpatico. Giuseppe è uno che va a fare i pellegrinaggi a Predappio sulla tomba di mussolini e che il 25 aprile invece di commemorare la liberazione, se ne va sugli appennini insieme a qualche suo adepto a ricordare i caduti fascisti. Il personaggino è quello dunque, ma non sono felice del suo arresto, insomma… se son vere le accuse ben gli sta naturalmente, ma il segnale per la città in cui vivo e a cui è legata tutta la mia stirpe non è certo lusinghiero. Ancora una volta il giro cutrese fa sprofondare la città verso sinergie del malaffare che non ci appartenevano. E penso ai miei amici del sud che a volte fanno sberleffi a noi del nord, deridendoci per quanto sono brutti certi nostri paesaggi, certe nostre particolarità, la nostra industrializzazione.
Leggo anche che DELLA VALLE sta per scendere in politica, il nome della sua organizzazione o partito sembra sia NOI ITALIANI. A me DELLA VALLE non dispiace affatto, in tutti questi anni è stato l’unico imprenditore che ha avuto il coraggio e la forza di parlare in modo chiaro e netto. Non so cosa proporrà, non credo lo voterò mai, ma di sicuro lo starò a sentire. Qui sento parlare di SQUINZI, sento dire che ha ragione quando critica e dice quello che dice, ma io mi chiedo, ma dove cazzo era SQUINZI durante il ventennio del cavaliere nero? Quasi quattro lustri di inettitudine governativa, di scardinamento di quel poco di senso di comunità che ancora c’era in questo paese, di sfascio generalizzato della morale e del senso civico. SQUINZI è meglio che faccia il presidente del SASSUOLO e basta. E’ comunque curioso che in Italia imprenditori si mettano in politica, non riusciamo ad esprimere personalità adeguate che provengano dalla base, dalla scuola della passione politica.
In Grecia ha vinto TSIPRAS. Vedremo un po’ se un sistema alternativo sia possibile, se il capitalismo selvaggio di questi ultimi decenni potrà avere qualche trasformazione, se riuscirà a diventare qualcosa di più umano salvando così il pianeta e l’umanità dalla catastrofe.
La smetto con questi pensieri e mi concentro sulla musica. Sto ascoltando da qualche giorno il disco di JIM STEINMAN che tempo fa mi regalò il Pike boy. Il contenuto di questo suo album solista è simile ovviamente alla saga di BAT OUT OF HELL, saga da lui stesso ideata e composta.
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E’ una sorta di BORN TO RUN pieno di steroidi, ma mi piace e mi chiedo cosa potrebbe pensare Polbi se sapesse che in questa mattina sto ascoltando JIM STEINMAN. Sorrido, credo che il Michigan boy ormai non si sorprenda più di nulla, dopo che ha visto moltissimi musicisti del giro garage/punk di Detroit andare pazzi per la BAD COMPANY. Mi viene in mente POP, il mio amico, adorava JIM STEINMAN. Spazzo via la tristezza dovuta agli amici assenti, mi ricompongo, sto entrando a Stonecity, un’altra giornata di lavoro mi spetta. Let’s work.
Entering Stonecity – foto TT
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Giovedì 29 gennaio. Ore 4,30: Palmiro è irrequieto, mi sale sul petto è inizia a fare la pastella. Mi sveglio. Non riesco più ad addormentarmi, troppi pensieri per la testa. Mi alzo, un caffè, qualche biscotto, un arancio. Sento addosso i primi sintomi di quella che potrebbe essere un’influenza. Tiro una madonna, domenica dovrei andare a vedere l’Inter e proprio non vorrei perdere l’occasione. Guardo fuori dalla finestra, tutto buio e freddo, d’altra parte sono i giorni della merla.
Mi metto in cuffia, SANTANA…SONG OF THE WIND… mi accovaccio sul divanetto mentre parto per le profondità siderali.
Mi sorprendo spesso a pensare quanto il rock and roll faccia bene al corpo e allo spirito. Venerdì scorso, sera, a fine settimana, prove con gli EQUINOX. La scaletta inizia a prendere forma. Ci troviamo poco quindi il procedimento è lungo, ma si inizia ad intravedere qualcosa di interessante. Suono con tre musicisti davvero bravi e a volte anche io sono trasportato dal groove generale del gruppo. Che poi bravo è una parola ormai dalle mille sfumature, ma per come la intendo io è uno dei massimi complimenti che un musicista possa ricevere: tecnicamente competente, possessore di doti attitudinali in campo musicale, dotato di testa e di buon orecchio, attento a quel che fanno gli altri, devoto all’imperativo “il pezzo prima di tutto” e infine capace di esprimere il senso Rock, quello vero. E’ questo quello che mi interessa maggiormente, il senso. Altrimenti diventi la solita (tribute) band, magari brava tecnicamente ma insignificante (alle orecchie di chi ha un minimo di cultura musicale e Rock). Alla fine di alcuni pezzi faccio i complimenti ai ragazzi e alle ragazze: al di là di tutto, obiettivo raggiunto. Quando suoni bene, quando termini le prove in quel modo, vai a casa soddisfatto. Carichi e scarichi gli strumenti dalla blues mobile con facilità, ti fai una doccia, ti infili sotto le coperte, leggi perché non riusciresti a dormire subito … il Rock è ancora in circolo…alle 2 spegni la luce…alle 7,30 ti svegli e invece di essere assonnato e stanco ti senti pimpante. Una Les Paul e un Marshall sono una panacea, solo che invece essere relativa alle piante, è la e guarigione universale e onnipotente ottenuta per mezzo del Rock.
Aggiungiamo poi che, in questo sabato mattina in cui mi sto recando a Ninentyland ad incontrare Mike Bravo, sto ascoltando QUADROPHENIA a buon volume e il gioco è fatto.
Io e MIKE ci conosciamo dagli anni ottanta, stavamo in contatto più che altro tramite lettera, in un paio di occasioni ci siamo visti in un negozio di dischi a Mutina, e facendo i conti è dal 1991 che non ci si vede. L’appuntamento è davanti all’Abbazia di Thelema. Parcheggio la blues mobile e gli vado incontro. Abbassiamo il cappuccio, ci togliamo il mantello, incrociamo le spade, recitiamo i sacri versi:
When will the clouds all roll away? When will the good people have their say? I hope you’re still round to see the day. Take a while, Think about it. Take a while, Think about it. Take a while, Think about it.
Who can tell what is up or down? You can be the king or be the clown. Then climb your tree, take a look around. Take a while, Think about it. Take a while, Think about it. Take a while, Think about it.
Circles of life, an infinite plane, That which is now now will be again. Who can decide who is insane? Take a while, Think about it. Take a while, Think about it. Take a while, Think about it.
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Colazione al K2, il bar dove fino ad un anno fa andavo sempre con Brian. Entriamo. Non c’è nessuno. Riscaldamento spento, poche luci accese, un’aria da Sarajevo durante la guerra. Un paio di relitti umani sono inchiodati alle macchinette dietro al paravento. La nuova gestione asiatica è riuscita a far morire uno dei bar/gelateria più attivi di Ninentyland.
Mike lo riscopro riservato, timido, gentile … è molto piacevole stare in compagnia con lui e come sempre è una goduria poter parlare della musica che mi piace con qualcuno che so godere della cosa allo stesso modo. C’è solo una controindicazione: Mike mi ha portato un regalo, e che regalo.
Rimango basito. Bacio e abbraccio Mike Bravo in mezzo al bar semivuoto (sono entrati un paio di nordafricani). Non voglio che i blog followers si disturbino così, ma al contempo soppeso quanto affetto e amicizia ci sia tra di noi. Una meraviglia.
Verso le 10 un paio di timidi nonantolani varcano la soglia, una è una signora l’altro è PETER, amico di Brian. Sono mesi che non ci vediamo, così ci abbracciamo con piacere e in modenese stretto iniziamo a parlare dell’INTER. PETER mi chiede del vecchio BRIAN.
Sono ormai le 10:30, come sempre ho le giornate iper programmate, devo scappare: un salto di un minuto da Lasimo a recuperare una cosa e poi di corsa da Brian.
Accompagno Mike al parcheggio dei bolognesi, lo abbraccio e al grido di “YARDBIRDS O MUERTE” ci diamo appuntamento per un matinée in centro a Mutina in febbraio, magari insieme a qualche altro confratello blues (Pikey can you hear me?).
Alla HOUSE OF THE RISING SUNDOWN porto Brian nella saletta a fare due chiacchiere. Lo cingo stretto, è incerto sulle gambe. Sono ormai 80 giorni che è in struttura e il cambiamento è notevole. La fase calante decisa è ormai iniziata. La caponucleo mi comunica che per pranzo lo tengono in camera, il vecchio si addormenta a tavola e mangia controvoglia.
Ormai sono da lui tutti i giorni. Martedì scopro che ha la febbre. Terza influenza consecutiva. Nella struttura c’è una epidemia, il salone dove di solito stanno gli ospiti per le quotidiane operazioni ricreative è praticamente vuoto. Sono al capezzale del vecchio, la febbre lo debilita a tal punto che non riesce a stare sveglio e a proferire qualcosa di senso compiuto. Vederlo così è una pena. Il sonno è agitato, mille tremori gli scuotono il corpo. Arrivano i medici, lo visitano e riescono a lenire le preoccupazioni mie e di mia sorella. A vederlo in quello stato ti chiedi se riuscirà a superare anche questa. Poi bastano un paio di giorni senza febbre (grazie alla terapia) e Brian torna – più o meno – il Brian che conosciamo. Intendiamoci, vederlo lì fermo nel letto, sembra quello che è, un vecchio che sta finendo il giro sulla giostra, ma oggi fa lo sciocco, scherza, ride ed è più presente del solito. Gli chiedo come si chiama suo padre “Tirelli Ettore”, sua madre “la Gigina”, sua moglie…e qui si incaglia…non ricorda mai il nome, ma quando gli diciamo “dai era la figlia di Imovilli di San Martino In Rio, quello delle corriere” lui esordisce con “sè, i stèven in dal stradòn”…sì, Brian, stavano sullo stradone (via Rivone). Poi aggiunge “sa vot ormai a sun vech a go’ otantasee an” (oramai sono vecchio, ho 86 anni). Di anni ne ha 85 ma è incredibile che oggi si ricordi della cosa, sono mesi che non riesce ad elaborare il pensiero relativo ai suo anni. Io e mia sorella ci guardiamo sbalorditi. Ogni tanto affiorano stralci di ricordi, di facoltà cognitive che davamo persi per sempre.
Ogni giorno, come dico da un po’, è un piccolo passo verso l’abisso, l’altro ieri la prima volta sulla sedia a rotelle, oggi la flebo…ma sono contento, il periodo di sollievo sta per terminare e sono riuscito con l’aiuto della assistente sociale, del direttore della struttura e di un paio fortuite coincidenze a far entrare da febbraio Brian come ospite fisso – come privato – nella HOUSE OF THE JOY AND SUN. Brian non potrebbe permettersi la retta, ma se non altro la sicurezza di saperlo lì in maniera definitiva mi rende meno ansioso.
Lo saluto, gli do un bacio e lo rassicuro sul fatto che ci vedremo più tardi anche se non è vero: “Ciao Brian, adèsa a vag a lavurèr a Sasòl, a se v’dom dop” (Ciao Brian, adesso vado a lavorare a Sassuolo, ci vediamo dopo) …“sè, va ben, me a t’aspètt che, an vag mia via. Ciao Piròn, grassie grassie grassie” (Sì, va bene, io ti aspetto qua, non vado mica via. Ciao pirone, grazie). Mentre esco mi manda un bacio con la mano e uno sguardo pieno di gratitudine e di amore.
Non ho i Rayban con me. Mi fermo in bagno a lavarmi la faccia.
Che il tour giapponese del 1971 sia uno dei momenti leggendari della storia del gruppo ormai lo sanno anche i sassi del pianeta Zeppelin, le registrazioni audience esistenti mostrano una band in gran controllo, ispirata, dinamica. Si sa da tempo che Page ha in mano una sorta di registrazioni quasi multitraccia delle date in questione, per un momento era corsa voce che intendesse fare uscire un live (How The East Won Won), ma la non perfetta qualità audio deve averlo fatto desistere. Chiaro che per i fan qualsiasi versione migliore delle registrazioni audience esistenti sarebbe un guadium magnum. Qualche settimana fa la EMPRESS VALLEY SUPREME DISC ha fatto uscire l’ennesima ristampa dei concerti di OSAKA (28 e 29 settembre 1971) versione audience, oltre agli sbadigli però ci sono anche le antenne rizzate: il concerto del 28 è stato completato con frammenti presi da una fonte soundboard. Questo dunque conferma l’indiscrezione che circolava tra gli alti dignitari del pianeta Zeppelin appunto: la EMPRESS VALLEY ha in mano il soundboard di Osaka 28 set 1971.
Prevedo sviluppi interessanti.
PS: thank you Tomi.
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Visto che siamo in tema vale la pena aggiungere che sembra stia per uscire – sempre come bootleg – una registrazione audience del concerto del 29 tratto da una nuova fonte, quella attribuita a MrPeach, il corrispettivo nipponico del grande Mike Millard. Staremo a vedere.
Marzo 1989: MS pubblica il mio articolo su SLASH. Di nuovo giornalismo anni ottanta nelle mie dita, me ne dispiaccio, ma che ci posso fare… erano anni un po’ così, in cui tra l’altro ancora si credeva (perlomeno io) che Live ?!*@ Like a Suicide fosse un vero live (contenete due cover e due pezzi originali) autoprodotto dalla band (in realtà è un fake, trattasi di demo registrato in studio a cui furono aggiunti applausi, il tutto messo in piedi dalla casa discografica per insignire la band di meriti underground).
PS: ma quanto erano brutte le copertine delle riviste metal anni ottanta?!
Comunicazione di servizio: in caso qualcuno fosse interessato vi informo che Saura ha messo in piedi una pagina facebook dedicata a RICK WAKEMAN. Join the group if you please:
Public service announcement: in case anyone is interested I inform you that Saura has set up a facebook page dedicated to RICK WAKEMAN. Join the group if you please:
Jeff Pollard – Electric Guitar, Lead and Background Vocals
Leon Medica – Bass
Rod Roddy – Acoustic Piano, Clavinet, Oberheim Synthesizer, Hammond B3, Background Vocals
David Peters – Drums and Percussion
Bobby Campo – Trumpet and Congas
Tony Haselden – Electric Guitar, Lead and Background Vocals, Percussion
Sax solo on “You Be My Vision” by Brian Savage
Strings on “You Be My Vision” conducted and arranged by Gene Page
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