ADDIO A JOHNNY WINTER

17 Lug

ITALIAN / ENGLISH

Nelle prime ore di stamattina se ne è andato JOHNNY WINTER, era ricoverato in una clinica di Zurigo, le cause di morte non sono state rivelate, aveva 70 anni. L’annuncio è stato dato da JENDA DERRINGER, moglie del suo grande amico RICK. Questa, dopo quella di JOHN BONHAM, è la prima morte di un musicista Rock che mi colpisce tremendamente, che mi travolge, che mi lascia quasi senza fiato. Scoprii JOHNNY che ero un ragazzino, nella seconda metà degli anni settanta, fin da subito i suoi album AND e AND LIVE mi entrarono in circolo e la sua musica lasciò un imprinting indelebile sulla mia anima, insieme a quella dei LED ZEP, ELP, FREE e BAD COMPANY. Questo blog questa mattina piange dunque la perdita di una grandissimo chitarrista Rock-Blues, uno dei nostri padri putativi, uno che nel periodo 1970-75 pubblicò alcuni degli album più belli da noi mai sentiti: AND, AND LIVE, STILL ALIVE AND WELL, SAINTS & SINNERS, JOHN DAWSON WINTER III e CAPTURED LIVE. Addio Johnny, con le lacrime agli occhi uno dei tuoi discepoli ti augura che il viaggio verso l’ignoto sia il più dolce possibile. Con riconoscenza e amore, Tim Tirelli.

In the early hours of this morning  JOHNNY WINTER passed away in a clinic in Zurich, the causes of death were not disclosed, he was 70 years old. The announcement was made by Jenda DERRINGER, the wife of his friend Rick. This, after that of JOHN BONHAM, is the first death of a rock musician that strikes me tremendously, that overwhelms me, which leaves me almost breathless. I discovered JOHNNY when I was a kid, in the second half of the seventies,  his albums AND & AND LIVE entered in my circulation and his music left an indelible imprint on my soul, along with that of the LED ZEP, ELP, FREE and BAD COMPANY. This blog this morning is crying, therefore, the loss of a great Rock-Blues guitarist, one of our putative fathers, one that in the period 1970-75 published some of the most beautiful album we ever heard: AND, AND LIVE, STILL ALIVE AND WELL, SAINTS & SINNERS, JOHN DAWSON WINTER III and CAPTURED LIVE. Goodbye Johnny, with tears in the eyes one of your disciples wish you a sweet as possible  journey into the unknown. With gratitude and much love, Tim Tirelli.

JW TRUE TO THE BLUES 007

LED ZEPPELIN II Super Deluxe Editon (Swan Song 2014 – 96 euro)

15 Lug

(BROKEN) ENGLISH VERSION BELOW

Con un po’ in ritardo ecco la seconda puntata riguardante le prime tre super deluxe edition dei LED ZEPPELIN. LED_ZEP2 ok  ORIGINAL ALBUM – LZ FAN: TTTTT+

ORIGINAL ALBUM – CASUAL FAN: TTTTT+  

BONUS DISC – LZ FAN: TTT

BONUS DISC – CASUAL FAN: TT  

PACKAGING: TTTT

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Disc 1: Original album (released as Atlantic 588198 (U.K.)/SD-8236, 1969)

  1. Whole Lotta Love
  2. What Is and What Should Never Be
  3. The Lemon Song
  4. Thank You
  5. Heartbreaker
  6. Living Loving Maid (She’s Just a Woman)
  7. Ramble On
  8. Moby Dick
  9. Bring It On Home

Ottobre 1969, i LED ZEPPELIN sono uno degli eventi più significativi della musica Rock dell’anno in corso, il primo disco è andato benissimo, i concerti – grazie ad un passaparola costante e martellante –  diventano una sorta di happening a cui partecipare a tutti i costi, tutti vogliono vedere la nuova band inglese che sta infiammando quella che sta diventando LA musica Rock. A soli 10 mesi dal primo album, in quello splendido autunno, la prestigiosa ATLANTIC Records fa uscire LED ZEPPELIN II. Sarà un disco epocale, la definizione ultima del rock proveniente dal blues, il getto di lava altissimo che il vulcano del british blues scarica sul mondo, la perpendicolare universale a cui tutte le altre rette del Rock si appoggeranno per creare quegli angoli meravigliosi di musica che tutti amiamo. LZ II miglior esempio di musica Rock in senso stretto. Scritto e registrato durante gli incessanti tour del 1969 in diversi studi musicali, l’album è già molto più avanti del primo: pezzi definiti e brillanti, arrangiamenti senza pecche, esecuzioni formidabili, produzione magnifica, un sound spaziale, un guitar sound denso, tondo e caldo e una combinazioni di riff mai sentita sino ad allora. L’album volò al primo posto in USA, UK, CANADA, AUSTRALIA, SPAGNA e GERMANIA. al secondo in ITALIA, al terzo in FRANCIA, all’ottavo in GIAPPONE. Ad oggi negli USA ha venduto più di 12 milioni di copie, 1,2 milioni in UK. Nel 1970 fu il quarto album più venduto in Italia, battuto solo da MINA e dai BEATLES (Abbey Road e Let It Be).

LZ 1969 promo

LZ 1969 promo

Per LZ II JIMMY PAGE, chitarrista-leader-produttore-compositore-architetto sonoro-visionario, abbandona la Telecaster e passa alla GIBSON LES PAUL STANDARD, la chitarra che lo consacrerà uno dei quattro chitarristi dell’apocalisse, una chitarra che lui consacrerà icona della musica Rock.

WHOLE LOTTA LOVE potrà anche avere il testo basato su YOU NEED LOVE di willie dixon (scritto in piccolo, nessuna stima per l’uomo) e il cantato su YOU NEED LOVIN’ degli SMALL FACES, ma rimane un momento fondamentale della genesi originale della musica rock. Un riff di chitarra all’apparenza semplice ma di una forza propulsiva fino ad allora inimmaginabile, un suono di chitarra grosso e grasso, un basso che duplica il disegno della chitarra, un batterista che batte il ritmo come un fabbro ferraio batte il metallo sull’incudine sull’onda di una dinamica che solo lui possiede, un break strumentale e sperimentale dove gli effetti del Theremin e i versi di PLANT simulano un orgasmo cosmico. C’è poi l’assolo di chitarra: quanti aggettivi bisogna usare per cercare a descriverlo? Dieci, venti? Sei frasi di chitarra – suonate col wah wah inserito ma senza agire sul pedale – che diventano le pagine principali dell’abbecedario dei guitar licks. Potenza dunque ma anche tanta prelibatezza musicale. Il testo è sfacciato, volgarotto, dritto al punto, un rigurgito delle allusioni nemmeno tanto velate al sesso di derivazione blues, nulla di speciale se non uno schiaffo di concretezza carnale alle pulsioni intellettualoidi dei gruppi californiani seconda metà anni sessanta. Curioso come nessuno sia mai riuscito a dare una versione live convincente del pezzo, nemmeno i LZ. Ci hanno, ci abbiamo, provato in milioni ma nessuno è mai riuscito ad imprimere alle tre note (che poi sono 4 anzi 5) che compongono il riff il giusto accento, l’esatto swing, il sospiro magico.  Ascoltato a volume alto WHOLE LOTTA LOVE manda in autocombustione l’animo di qualsiasi amante del Rock degno di questo nome.

WIAWSNB mette in scena giù al secondo pezzo la formula del light and shade tanto cara a PAGE: un soffio di dolcezza presto contrapposto al duro Rock alla LED ZEPPELIN. Gran bell’episodio, il primo (probabilmente) dedicato a Shirley Wilson, la sorella della moglie di PLANT. Il biondo di Birmingham ebbe una storia con lei prima di mettersi con Maureen e dopo il divorzio da quest’ultima. Plant ha avuto figli da entrambe. THE LEMON SONG in pratica è KILLING FLOOR con aggiunta la famosa frase di TRAVELING RIVERSIDE BLUES di ROBERT JOHNSON “spremimi il limone fino a che il succo non mi scenda lungo la gamba”. Audace PLANT a cantarla nell’Inghilterra del 1969, non che fosse stato facile per JOHNSON negli anni trenta, ma i “race records” erano dischi per le zone franche delle barrel houses e juke joints, dove certe frasette erano di casa. THANK YOU canta l’amore di RP per sua moglie sul giro melodico di RE-SOL-DO-RE e chiude con dolcezza il lato A del disco.

LZ 1969 promo

LZ 1969 promo

HEARTBREAKER però riporta subito  l’album  sui sentieri dell’hard rock; il riff diventerà leggendario così come l’assolo senza accompagnamento, una scarica di elettricità cosmica, magari un po’ sghemba ma efficacissima. Un plauso a PLANT: cantare su basi così crude e prive di appigli melodici non deve essere stato facile. LIVING LOVING MAID è spesso criticata dal pubblico anglo-americano, probabilmente per il testo, tra l’insipido e lo sciocchino. dedicato ad una groupie di una certa età che ormai non incanta più nessuno. In Italia è un brano apprezzato, un buon riff, un ritornello un po’ rhythm & blues e un finale d’assolo molto sexy. RAMBLE ON nelle tematiche si rifà a tradizioni britanniche, Il Signore Degli Anelli e tutte quelle sciocchezze che a me – figlio dell’Impero Romano – non interessano. Musicalmente il brano è un gioiellino: un gioco delizioso di chitarra acustica che si alterna al rock duro del ritornello. Bello comunque l’inizio del testo…le foglie che cadono, la luna d’autunno che illumina il cammino, il sentire che sta arrivando la pioggia.

MOBY DICK e un altro riff spettacolare arricchito da break di chitarra solista meravigliosi. Strano che un impianto di tal valore sia stato messo in piedi a cornice di un assolo di batteria. Ora, d’accordo, gli assoli di batteria all’epoca erano di gran moda, JOHN HENRY BONHAM è il miglior batterista Rock di tutti i tempi, ma forse un riff così imponente e ben strutturato poteva essere usato per un brano cantato. Chiude BRING IT HOME il blues di SONNY BOY WILLIAMSON: dapprima il gruppo fa il compitino e cerca di riprodurre il senso dell’originale, poi esplode grazie all’ennesimo riff deflagrante di PAGE.

Album dunque riuscitissimo, capitolo essenziale della musica Rock, patrimonio dell’umanità. PLANT che inizia a essere più maturo, i testi che timidamente si allontanano un po’ dagli stereotipi del blues; JOHN BONHAM che esce dalle retrovie e diventa definitivamente uno degli attori principali; JOHN PAUL JONES non ancora libero di esprimere le sue molteplici capacità ma punto fermo del gruppo grazie ad un lavoro di basso efficiente, efficace ed elegante; JIMMY PAGE che diventa IL chitarrista Rock.

ARTWORK: il gruppo non diede nessun input particolare a DAVID JUNIPER, l’autore della copertina, se non quello di cercare qualcosa di interessante. A me non soddisfa del tutto. Mi piace il dirigibile stilizzato tra il bianco e marrone, ma trovo l’idea di inserire le facce dei musicisti e di alcuni altri personaggi famosi su una vecchia foto di una squadriglia aerea tedesca della prima guerra mondiali, piuttosto comica. Il logo non mi dispiace, ma tra quelle nuvolette mi sembra sia in contrasto con la sagoma del dirigibile. Piuttosto sopra le righe ed autocelebrativo l’interno, che usa un linguaggio grafico diverso rispetto alla copertina.

LZ II the original foto

LZ II the original foto

Led Zeppelin II - interno

Led Zeppelin II – interno

 

Disc 2: Companion audio disc (previously unreleased)

  1. Whole Lotta Love (Alternate Mix)
  2. What Is and What Should Never Be (Alternate Mix)
  3. Thank You (Backing Track)
  4. Heartbreaker (Alternate Mix)
  5. Living Loving Maid (She’s Just a Woman) (Backing Track)
  6. Ramble On (Alternate Mix)
  7. Moby Dick (Alternate Mix)
  8. La La (previously unreleased song)

Nulla di eccezionale per quanto riguarda il companion disc, soprattutto per il casual fan. Per il fan in senso stretto è interessante LA LA, uno strumentale inedito che però potrebbe essere una sorta di patchwork. Come gia scritto su OUTSIDER di giugno “al primo ascolto l’unica vera sorpresa è LA LA, un inedito strumentale di ottima fattura. Il mood del pezzo è un po’ quello di CHEST FEVER della BAND: organo, chitarra, basso e batteria su un ritmo sostenuto. Ricordiamo tra l’altro che di CHEST FEVER dovrebbe esistere una cover completa fatta dal gruppo proprio nel 1969. Il break di chitarra acustica è un po’ pasticciato, poi arriva l’elettrica e l’atmosfera diventa un po’ in stile WHO. Bell’assolo di chitarra, non troppo cesellato, ma vivo e palpitante … dopotutto è il Page del 1969 che parla. Sul finale la chitarra slide zompetta tra il bel basso di Jones e il drumming sempre spettacolare dell’indimenticato John Bonham”.

Di un certo interesse anche HEARTBREAKER, è un semplice missaggio alternativo, ma il suono della batteria è particolare, molto più nero, più black music intendo, rispetto a quello della versione originale. Gli altri alternate mixes non mi scaldano più di tanto, così come le backing track che però mi sono divertito ad ascoltare. JIMMY PAGE avrebbe dovuto proporci molto di più.

LZ 2 Companion disc

 (BROKEN) ENGLISH VERSION 

Disc 1: Original album (released as Atlantic 588198 (U.K.)/SD-8236, 1969)

October 1969 LED ZEPPELIN are one of the most significant events in rock music this year, the first disc did very well, concerts – thanks to word of mouth and constant pounding – become a sort of happening to attend to all costs, everyone wants to see the new British band that is inflaming what is becoming THE Rock music. Just 10 months after the first album, in that splendid autumn, the prestigious ATLANTIC Records realeses LED ZEPPELIN II. It will be a epochal album, the ultimate definition of rock from the blues, the stream of lava that the volcano of the British blues shoots very high and pours on the world, the universal perpendicular to which all other lines of the Rock will be supported to create those wonderful angles of music we all love. LZ II best example of rock music in the strict sense. Written and recorded during the incessant tours of 1969 in several music studios, the album is already far ahead of the first: sharp and brilliant pieces, flawless arrangements, terrific performances, great production, a space sound, a guitar sound dense, round and hot and a combination of hot and riffs ever heard until then. The album flew to n.1 the USA, UK, CANADA, AUSTRALIA, SPAIN and GERMANY charts, n.2 in ITALY, n.3 in FRANCE n.8 in JAPAN. To date, in the the U.S.it  has sold over 12 million copies, 1.2 million in the UK. In 1970 it was the fourth best selling album in Italy, beaten only by MINA and the BEATLES (Abbey Road and Let It Be).

For LZ II JIMMY PAGE, leader-guitarist-producer-composer-architect-visionary sound, leave the Telecaster and goes to GIBSON LES PAUL STANDARD, the guitar that will make him one of four guitarists of the apocalypse, a guitar that he will consecrate as a icon of  Rock music.

Whole Lotta Love may be based on the text of willie dixon (written in small, no respect for the man) YOU NEED LOVE and on the singing of YOU NEED LOVIN by the SMALL FACES, but it remains a fundamental moment in the original genesis of Rock music. A guitar riff seemingly simple but a driving force hitherto unimaginable, a big fat guitar sound, a bass that duplicates the design of the guitar, a drummer who beats the rhythm like a blacksmith beating on the metal ‘anvil on the wave of momentum that only he possesses, and an instrumental break where the effects of experimental Theremin and the verses of PLANT simulate a cosmic orgasm. Then there is the guitar solo: how many adjectives you have to use  to try to describe it… ten, twenty? Six lead guitar breaks- played with the wah-wah pedal inserted – which become the main pages of primer guitar licks. Power, therefore, but also a lot of musical delicacy. The text is cheeky, dissolute, straight to the point, a regurgitation of the not so veiled allusions to sex-derived blues, nothing special if not a slap of concrete carnal impulses to the highbrow Californian groups of late sixties. Funny how no one has ever been able to give a convincing live version of the piece, even LZ.  In millions have tried but nobody has been able to impress the three notes (which are in fact 4 or better 5) that make up the riff the right accent, the exact swing, the magical sigh. Listened at top volume WHOLE LOVE LOVE  sends the spontaneous combustion of any rock lover soul worthy of the name.
WIAWSNB stages down to the second part of the formula light and shade so dear to PAGE: a breath of sweetness soon as opposed to LZ hard rock. very good episode, the first (probably) dedicated to Shirley Wilson, sister of the wife of PLANT. The Birmingham blonde had an affair with her before going with Maureen and after thedivorce from the latter. Plant had children by both. THE LEMON SONG is KILLING FLOOR with the addition of the famous phrase of ROBERT JOHNSON’S TRAVELING RIVERSIDE  “squeeze my lemon until the juice runs down my leg.” PLANT daring to sing it in England in 1969, it was not that easy for JOHNSON in the thirties, but the “race records” were records for the free zones of the barrel houses and juke joints, where some sentences were common. THANK YOU sings the love of RP for his wife over melodic chord progression RE-SOL-DO-RE (D-G-C-D) and gently closes side one.

HEARTBREAKER put the album  right back on the trails of hard rock; the riff become legendary as the solo without accompaniment, a burst of cosmic electricity, maybe a little ‘crooked but very effective. A praise to PLANT: to sing on bases so raw and unmelodic must not have been easy. LIVING LOVING MAID is often criticized by the Anglo-American public, probably for the insipid and sillylyrics dedicated to a groupie of a certain age who no longer enchants anymore. In Italy it  is a popular song, a good riff, a chorus a little ‘rhythm & blues and a very sexy final solo. RAMBLE ON themes in harks back to British traditions, Lord Of The Rings and all that nonsense to me … I’m a son of the Roman Empire and I’m not not interested in it. Musically, the song is a gem: a delightful game of acoustic guitar that alternates with hard rock chorus. Beautiful however, the beginning of the text … the falling leaves, the autumn moon lighting the way, to hear that the rain is coming.

MOBY DICK is, another wonderfill riff enhanced by spectacular lead guitar breaks. Strange that a plant of this value has been set up to frame a drum solo. Now, I agree, the drum solos at the time were all the rage, JOHN HENRY BONHAM is the best rock drummer of all time, but maybe a riff so impressive and well structured could be used for a song sung.  BRING IT HOME closes the album; it’s the SONNY BOY WILLIAMSON blues: at first the group does its homework and try to reproduce the sense of the original, then explodes thanks to yet another deflagrating JIMMY PAGE riff.

Therefore highly successful album, an essential chapter of  Rock music, a world heritage album. PLANT starting to be more mature, luyrics shyly turn away a bit ‘from the stereotypes of the blues; JOHN BONHAM coming out from the back and finally becomes one of the main actors; JOHN PAUL JONES still not free to express his many skills but point of reference in the group thanks to the efficient, effective and elegant bass work; JIMMY PAGE becoming THE Rock guitarist.

ARTWORK: The group gave no particular input to DAVID JUNIPER, the author of the cover, if not to try something interesting. I do not fully comply. I like the stylized blimp between white and brown, but I find the idea of putting the faces of the musicians and some other celebrities on an old photo of a German air squadron of the First World War, rather comical. The logo I do not mind, but between those clouds seem to be in contrast with the shape of the airship. Rather over the top and self-indulgent interior, which uses a graphical language different than the cover.

Disc 2: Companion audio disc 

Nothing exceptional as regards the companion disc, especially for the casual fan. For the fans in the strict sense it is interesting LA LA, one unreleased instrumental that could be a sort of patchwork. As already written on the june issue of the Italian mag OUTSIDER “at first listen the only real surprise is LA LA, an original instrumental of excellent workmanship. The mood of the piece is a bit like CHEST FEVER BAND: organ, guitar, bass and drums on a fast pace. among other things there should be a complete cover of CHEST FEVER recorded by the group in 1969. The acoustic guitar break  is a bit ‘messy, then comes the electricity and the atmosphere becomes a bit’ WHO style. nice solo guitar, not too chiseled, but lively and vibrant… after all it is the Page of 1969 who speaks. OTowards the end a slide guitar skips between the beautiful bass playing of Jones and the always spectacular drumming of the unforgettable John Bonham “.

Of some interest also HEARTBREAKER, it is a simple alternative mix, but the sound of the drums is particularly black, more black music I mean, compared to the original version. The other alternate mixesI do not heat up too much, as well as the backing tracks but I enjoyed listening to. JIMMY PAGE was supposed to propose much more.

Brian, gli illuminati, le rose nights, Palmiro get caught in the heat of the moment, la fine dei mondiali e il discendere nell’abisso

10 Lug

Mi addentro nell’estate 2014 con la mia solita verve, quel bluesy mood incazzato alternato a sprizzi di esaltazione decisamente sopra le righe.

Il Sinodo degli Illuminati del Blues d’ inizio estate si tiene il 28 giugno alla Festa dell’Unità di Gavassa, siamo io, Picca, Riff, Jaypee, Mixi, Mario, Lorenzo Stevens, Sutus, Biccio e le due groupie Saurit e Betty solo per la cena. Mangiamo il pesce, beviamo un vinello bianco frizzante che ci offre Mario e che ci mette di buonumore, riflettiamo come sempre su questo pezzo di Emilia Romagna costretto prima o poi a scomparire. Verso le 22,30 ci trasferiamo nel backyard della domus saurea: cocomera, birretta, Sothern Comfort courtesy of Riff e tante, tante, tante storie di Rock. L’estate, la notte profonda, i rumori della campagna…ci sembra di essere nella Lower Lousiana o appena fuori Helena nell’Arkasas. Intorno a noi le citronelle accese a formare un pentacolo. Jaypee è l’illuminato di guardia affinché demoni non ci disturbino in questa placida serata emiliana.

Distribuisco l’eucarestia, il nuovo episodio de GLI ALBI DI TIM TIRELLI, che stavolta è dedicato agli HEART:

heart according to TT

 

heart according to TT - Copia

Malgrado si sia a 200 km dal mare, sono certo che sia l’anima del mare ad accompagnare i confratelli alle loro dimore …sono le 2,30 dopo mezzanotte, andate in pace fratelli miei, che il padre dei quattro venti gonfi le vostre vele…

today you looked around to my heart’s call
This tiny life ain’t been strangled after all
Time, time, time, time
Never ask what’s become of us
Just dedicate your sorrow
Here and now
To the soul of the sea
And me

Al mercoledì un salto alle Notti Rosa di Regium Lepidi, quattro passi con la groupie per le vie del centro illuminato dai lampioni e dalle stelle di queste notti estive. Ci fermiamo a sentire un paio di pezzi dello STEFANIA MONTANARO PROJECT, nelle pause salutiamo con affetto la Stefy appunto e Sal, talentuoso chitarrista/bassista dai pruriti jazz.

Stefania Montanaro Project - Regium Lepidi rose nights july 2014 (foto di TT)

Stefania Montanaro Project – Regium Lepidi rose nights july 2014 (foto di TT)

In piazza Prampolini poi per il debutto del tour di GRAZIANO ROMANI. Con lui anche due ex Rocking Chairs (si vocifera in giro che la reunion sia ormai cosa fatta). Colpiscono sempre la passione e la convinzione  con cui GRAZIANO affronta ogni piccola sfumatura del suo essere musicista di rock di stampo americano.

Graziano Romani - Live in Regium Lepidi July 2014 (Foto di TT)

Graziano Romani – Live in Regium Lepidi July 2014 (Foto di TT)

Domenica da Brian, 12 ore di duro badantaggio. Gli parlo, lo interrogo, cerco di tenere il suo cervello ormai sbiadito acceso:

“Brian, chi sono io per te?

Sei Tim”

“Sì lo so, ma cosa sono per te. Io sono tuo…?”

“Sei il mio comandante”.

Accuso di nuovo il colpo, settimane fa aveva detto capo, oggi comandante.

“No, papà, io sono tuo …”

“Te tee al me pirìn”

E qui mi si inumidiscono gli occhi … guardo i suoi, cerco di carpirne il vortice confusionale, Brian mi sorride e aggiunge “tu sei mio figlio”.

Decido di fermarmi qui, per oggi dal punto di vista sentimentale abbiamo già dato.

Dopo cena sul divano, io grondo di fatica spirituale e Brian, con le braghette corte, tutto lavato e pronto per il letto, appare  invece vispo e ben disposto. Rai 5, programma di musica classica, vecchi filmati dall’archivio della Tv di stato, un ADAGIO di MOZART, piano e violino;

Brian “Ien brèv, vacca si sonèn bén, eh Tim? Mo’ dio bon! Cum as ciàma quel l’è?”

“E’ un pianoforte Brian, l’altro è un violino”

“A sè, al pianofort e al viulèn, l’è vera”

Il violinista fa uno sgobbo “Sent mo’! Vaca boia slum piès!”

Mi interrogo sulla potenza della musica di MOZART, ad un vecchio senza filtro alcuno e illetterato da quel punto di vista,  arriva dritto nell’anima.

Arrivo alla domus saurea verso le 22, una doccia e mi butto sul divano. Mi chiedo come farò ad affrontare un’altra settimana.

Lunedì. In ufficio cerco di restare concentrato, il periodo è di quelli caldi, non è proprio come in passato ma un po’ di lavoro è entrato; ogni tanto mi alzo e faccio due passi nell’ufficio dei grafici, controllo che sia tutto a posto, porto una caramella  Elah a Sarwooda…

 

Caramella_Elah_Dufour_Kremliquirizia

Sarwooda at work -  july 2014 (foto di TT)

Sarwooda at work – july 2014 (foto di TT)

e a Dorwooda…

Dorwooda at work july 2014 (foto TT)

Dorwooda at work july 2014 (foto TT)

manca Vanwooda che è in ferie, gliene porterò un sacchetto quando rientrerà. Torno nel mio ufficio, arriva Ricky e mi relaziona sul giro dai clienti di oggi, Kerlit – la valchiria che ho per socia, fresca sposa –  è al telefono, Franzibus – lo j**entino che ho per socio –  è sul balcone che si fuma una paglia. Mi sparo una Elah anche io, penso ai FIRM e torno a lavorare.

Il carattere del gatto Palmiro sta prendendo i riflessi definitivi. Lontano il tempo in cui quel batuffolo di pelo nero correva su è già dai due manici della mia doppiomanico…

Palmiro, Tim e la doppiomanico (settembre 2012)

Palmiro, Tim e la doppiomanico (settembre 2012)

ora è una gatto di due anni che pesa più di 7 kg con fiotti comportamentali tipici dei gatti dominanti. Ho sempre pensato che Palmir fosse un gatto sentimentale dal carattere dolce e non cagacazzo, invece – pur restando adorabile e affabile  – sta diventando un gatto maschio che difende con passione il suo territorio. Una sera del mese scorso ho faticato moltissimo a riportarlo in casa prima che calassero le tenebre. C’era un gatto bigio nei paraggi e Palmir non lo mollava; lo inseguiva nelle vigne del Rossetto con la schiena ricurva e il pelo alzato. Lo buriva e lo attaccava con una cattiveria insospettata, e mentre lo faceva lo spingeva sempre più lontano dai confini della domus saurea. Lo guardavo basito mentre aspettavo che si calmasse in modo da prenderlo in braccio e portarlo a casa, ma Palmir rimaneva nel mood gattesco d’attacco, mi soffiava, mi intimava con un miagolio demoniaco di non toccarlo, agitava le zampa con le unghie pronte a graffiare. Non avevo voglia e tempo di aspettare, eravamo ad un chilometro da casa nel mezzo delle campagne dell’Arkansas, ero appena tornato dal lavoro ed era stanco, così l’ho guardato negli occhi e con lento salmodiare ho recitato la formula per ipnotizzarlo:

” I never meant to be so bad to you
One thing I said that I would never do
A look from you and I would fall from grace
And that would wipe the smile right from my face

Do you remember when we used to dance
And incidents arose from circumstance
One thing led to another we were young
And we would scream together songs unsung

It was the heat of the moment
Telling me what my heart meant
The heat of the moment showed in your eyes”

Al suono della prosa di JOHN WETTON Palmir ritornò ad essere il gattone che tanto amiamo…

Ad ogni modo rimane il fatto che ora il nostro black cat sa il fatto suo. Qualche sera fa verso le 19,30, ritorno nel posto in riva al mondo e mi accingo a dar da mangiare agli altri 4 gatti che vivono con noi. Preparo le ciotole per Patuzzo, Spavve (Spaventina), Raissa e Ragni (Ragnatela) poi mi accorgo che nei paraggi c’è Maciste, un gattazzo forestiero che importuna le nostre femmine,  che cerca sempre di appropriarsi del cibo destinato agli altri e che Patuzzo non è più in grado di contrastare. Ebbene, appoggio le ciotole sul marciapiede cercando di tenere a distanza Macci (come lo chiama la groupie), quando interviene Palmiro e lo costringe ad allontanarsi. Per tutto il tempo necessario lo tiene a bada e lo relega dietro l’angolo…

Palmiro tiene a distanza Maciste mentre gli altri gatti mangiano (foto di TT)

Palmiro tiene a distanza Maciste mentre gli altri gatti mangiano (foto di TT)

mi sembra incredibile che Palmir sia così determinato e conscio del fatto che gli altri gatti sono più deboli; faccio un esperimento e gli urlo “Palmir, attacca!“. Palmiro mi guarda e si lancia a muso duro contro Maciste! Ora, non so se sia suggestione, se sia una coincidenza che abbia obbedito al mio ordine, ma Palmiro mi sta davvero sorprendendo.

Palmiro a muso duro verso Maciste (foto di TT)

Palmiro a muso duro verso Maciste (foto di TT)

I mondiali di calcio, al di là della insopportabile demagogia con cui tutti quelli che non amano il calcio hanno intasato facebook, per me (e miliardi di altre persone) rimangono uno spettacolo da vedere. Tiepido verso l’Italia (Prandelli? Un capitano che scrive boia chi molla sulla maglietta e fa scommesse per un milione e mezzo di euro? La mafia interna creata dai senatori? Un calcio noioso e brutto? Ma per piasèr!), il mio tifo come sempre si è riversato sull’Olanda. Seguo gli Orange dall’inzio degli anni settanta, Crujiff è stato il mio primo eroe, e la nazionale olandese del 1974/1978 è stata la più bella formazione di quegli anni. A parte qualche exploit di un paio di squadre sudamericane tipo Columbia e Costa Rica, qualche buon momento degli Stati Uniti e del Belgio, non è che il resto sia stato granché, ad ogni modo mi sono guardato con piacere un sacco di partite. Le semifinali me le guardo con il Pike boy: cinegiappo e poi BRASILE-GERMANIA, pizza d’asporto e poi ARGENTINA-OLANDA. Vedere che la Germania dà 4 goal in 10 minuti al Brasile è stato incredibile, io e Picca abbracciati e poi a fare il trenino cantando MEU AMIGO CHARLIE BROWN. Finale 7 a 1 per i tognari (come chiamiamo i tedeschi noi di Modena). ARGENTINA-OLANDA invece è una partita vergognosa; nessuna parvenza di bel gioco, squadre bloccate, pochi tiri in porta, squadre che tirano sorprendentemente ad arrivare ai rigori. Va fuori l’Olanda, mi si spezza il cuore, ma visto il tono della partita, si riaggiusta in un attimo. Comunque io e Picca ce la spassiamo sparandoci delle gran SAN PELLEGRINO INCONTRI, quei lavori tipo pompelmo e fiori di sambuco, o limone e menta piperita.

San Pellegrino incontri

Pur non avendo in gran simpatia i tognari, domenica tiferemo per la Germania, almeno i giocatori teutonici non piangono, non alzano le braccia al cielo ogni minuto a pregare Dio, non hanno tatuaggi (a parte un paio di loro) né creste da deficienti. Forza  Alemanha dunque!

 Picca & Tim semifinal party july 2014

Picca & Tim semifinal party july 2014

Saura e Pol mi stanno convincendo a rimettere in piedi il tributo ai LED ZEPPELIN. Sono combattuto. Io odio le LZ tribute band, mi fanno tutte cagare. Sì perché di solito hanno un bravo chitarrista e gli altri tre sono invece figure mediocri, in special modo il cantante. Io credo non ci sia nulla di peggio che i cantanti delle LED ZEPPELIN TRIBUTE BAND. Tutti diventano una macchietta, cantano quello che non sono, pensano che urlare “push, push” e “baby baby” ” e fare mossette da psuedo finocchio sia sufficiente; per non parlare di quei musicisti che non sono fan in senso stretto ma si mettono a fare il tributo per opportunità. Ma zio cagnetto, lo volete capire che per suonare i LZ ci vuole il senso giusto? Se la cosa va in porto, perlomeno noi andremo contro corrente: un cantante come si deve, una bravissima bassista/tastierista/mandolinista, un batterista favoloso e un chitarristino da due soldi.  In caso cercheremo anche di fare pezzi obliqui, non solo i soliti classici, alla mia età non posso suonare sempre  i pezzi che suonavo trent’anni fa, un minimo di evoluzione deve esserci, anche in un contesto così…ne parlavo giusto ieri sera con il Pike boy. Vedremo dunque.

Per il resto soppeso il cielo di questa estate bianca, faccio qualche long distance call con Polbi che è in Michigan, guardo con attenzione speciale calciomercato di Sky Sport 24, e fantastico di essere Capitan Hardrock; ma poi penso anche che tra poco sarà di nuovo mattino, di nuovo diretto a Stonecity, di nuovo destinato a discendere nell’abisso…

Have mercy baby, I’m descending again
Open your eyes baby, ‘cause this time it’s sink or it’s swim
No sermons on asccending
No verdict on deceit
I have no selfish memorandum
No, no confusion for me … Not for me

Curses, curses and clues
A feast, feast for fools
Curses, curses and clues
A feast, feast for fools

So, have mercy baby and hand me downs
Well, it was just a few years ago
You’d hand me up and a map right out of town
But I would let it slide, slide like mercury
All silver and quick baby, poisonous and deadly … I’m so deadly

Curses, curses and clues
Just a feast, feast for fools
Tell ya now, curses, curses and clues
A feast, a feast for fools
Let me say curses, let me tell ya now, clues
Well, just a feast, feast for fools
Owww, curses, curses and clues
A feast, feast for fools

CATTIVA COMPAGNIA “Train Kept A-Rollin'” Live at STONES CAFE’, Vignola (Modena – Italy – 17/01/2014)

9 Lug

Pezzo del 1951 di Tiny Bradshaw che sconfina dal campo jazz-boogie woogie ed entra nel Rock grazie alla versione del 1956 di  Johnny Burnette and the Rock and Roll Trio. Nel 1965 gli YARDBIRDS la fanno loro, è il preludio allo status di classico del Rock che arriverà anni dopo con le versioni dei LED ZEPPELIN (1968-69) e AEROSMITH (1974).

Questa è la versione della CATTIVA basata  sull’arrangiamento live che ne fecero gli AERO.

CATTIVA COMPAGNIA:

Tim Tirelli – guitar

Lorenz Mocali – guitar

Pol Morigi – vocals

Saura Teerenziani – bass

Lele Morselli – drums

 

CATTIVA COMPAGNIA - Stones Cafè - Vignola (MO) 17-01-2014 (Foto Simon Neganti) - left to right: Lorenz/Lele/Pol/Saura/Tim

CATTIVA COMPAGNIA – Stones Cafè – Vignola (MO) 17-01-2014 (Foto Simon Neganti) – left to right: Lorenz/Lele/Pol/Saura/Tim

LUCA MAGNOLI “Still On Track” (30 Holding – 2013) – TTT½

7 Lug

In questi ultimi hanno ho imparato ad essere meno snob verso gli album auto prodotti o pubblicati per piccole etichette, ogni tanto contengono alcune canzoni davvero carine; è il caso di STILL ON TRACK di Luca Magnoli, musicista di Varese molto attivo come bassista/chitarrista di almeno tre formazioni. Luca ama molto il blues, la psichedelia, il rock classico (Led Zep e Bad Co included) e quel bluesrock suadente e sfigatamente elegante alla JJ Cale (che il demonio lo abbia in gloria!).

Chi fosse interessato a saperne di più: http://www.reverbnation.com/lucamagnoli

STILL ON TRACK, pur appoggiandosi a classiche basi del genere, è un disco tutto sommato obliquo, aggettivo e approccio che ci piacciono parecchio. MAGNOLI suona tutti gli strumenti (persino la batteria nel primo pezzo, il resto è batteria elettronica Roland). LUCA riesce a costruirsi un mondo tutto suo e lo registra in diretta in casa sua tra il bagno e la sala da pranzo su un 4 tracce Roland.

LUCA MAGNOLI - STILL ON TRACK 018

MARY ELLE proviene dalle corde di CHUCK BERRY, CALE da quelle di JJ ovviamente. GREY BLUES ci fa capire che bravo chitarrista sia LUCA. Personalmente non riesco più a sopportare brani blues lenti che non siano dei padri neri (1920-60) o dei padri bianchi del british blues (1964-69), ma questo blues grigio l’ho ascoltato con piacere fino in fondo. I DON’T KNOW WHY credo sia il pezzo di punta e mi piace un sacco. Groove simile alla indimenticabile BURNIN’ SKY della BAD COMPANY, caratterizzato da un approccio di nuovo alla JJ CALE e da un cantato guascone. Qui il file audio:

LUCA MAGNOLI “I Don’t Know Why” 2014

Le cover sono affrontate con un piglio personale ma in dischi come questi preferisco il materiale originale. Bello MILANES BLUES con un pianino non indifferente, gradevole anche il resto tra swing, shuffle e blues appunto. RIP subito ti lascia un po’ di stucco, gli echi di DYLAN sono forti ma poi, una volta prese le misure, il brano si fa ascoltare fino alla fine. Bello la lunga coda strumentale con la solista in evidenza. Chiude TURTLES BLUES, un quadretto acustico e bluesy alla ERIC CLAPTON.

Album senza dubbio piacevole. Bravo Magnoli.

LUCA MAGNOLI - STILL ON TRACK 018

GLENN COOPER “Il Calice Della Vita” (Editrice Nord 2013) – TTT¾

5 Lug

Alla groupie questo libro non è piaciuto per nulla, io invece penso che sia uno dei più bei libri del genere. No, dai, esagero, lo sapete come sono fatto, però l’ho letto con piacere e trovo che la storia sia avvincente, beh perlomeno per me. Parla della ricerca del Santo Graal, qui sotto la sinopsi, e si sviluppa attraverso trame che in questi ultimi lustri hanno usato in molti. Il genere in questione, quello che impasta insieme scienza, religione, tematiche filosofiche, e thriller, mi piace parecchio, tuttavia capisco che sia un filone ormai abusato. Condivido questo amore con l’amico-Jaypee, ma lui mi sa che sia più selettivo di me. Ritornando alla differenza di giudizio con la groupie, non capisco se sia lei diventata un po’ snob (è una lettrice accanita, attenta, capace, esperta) o io di bocca buona, resta il fatto che IL CALICE DELLA VITA mi è piaciuto parecchio. Poi, l’idea che si sviluppa nella parte finale ( un potere che risale all’origine dell’universo, un potere che va oltre la Chiesa, oltre la morte di Cristo, oltre la vita…) mi sembra molto originale (nel bene e nel male). Glenn, hai fatto centro anche questa volta.

Il calice della vita - Glenn Cooper

Dal risvolto della copertina:

Per secoli, regnanti e uomini di fede, eruditi e avventurieri lo hanno cercato. Invano. Nessuno ha scoperto dov’è custodito. E nessuno ha scoperto quale mistero nasconda. Fino a oggi.

Inghilterra, XV secolo. Non è la prigione a gettare Thomas Malory nel più nero sconforto. È la consapevolezza di avere fallito, proprio come tutti coloro che lo hanno preceduto. Ormai ha una sola ragione di vita: proteggere la chiave che dà accesso a un segreto antichissimo. E ha un solo modo per farlo: scrivere un’opera sulle gesta di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda… 
Inghilterra, oggi. Arthur Malory è sconvolto. Prima ha visto il suo migliore amico, Andrew, morire per mano di un assassino, poi è sfuggito per miracolo all’incendio che ha distrutto la sua casa. E tutto ha avuto inizio con una telefonata, quella in cui Andrew gli annunciava di avere novità sensazionali riguardo alla loro grande passione comune: il Graal. Da quel momento, Arthur è diventato il bersaglio di uomini senza scrupoli, determinati a completare una missione iniziata in Palestina, la notte in cui Gesù ha bevuto dal sacro calice, durante l’Ultima Cena. La sua unica possibilità di salvezza è trovare il Graal prima di loro. E, per riuscirci, dovrà rintracciare e seguire una catena d’indizi lasciata dal suo illustre antenato, Thomas Malory. Ma la sfida più grande che attende Arthur è la natura stessa del potere del Graal. Un potere che risale all’origine dell’universo, un potere che va oltre la Chiesa, oltre la morte di Cristo, oltre la vita…

Con questo romanzo ambizioso e audace, Glenn Cooper coinvolge il lettore in un’avventura sorprendente, al confine tra fede e scienza, confermandosi uno degli autori di maggior talento degli ultimi anni.

graal

 

Video: LED ZEPPELIN Los Angeles Forum 24 march1975

2 Lug

Su questo blog ne siamo consci, i LED ZEPPELIN hanno finito di essere tali, ovvero quelli dell’immaginario collettivo, il 29/07/1973, dopo di quella data (l’ultima del tour del 1973), JIMMY PAGE non è più stato lo stesso, e probabilmente anche ROBERT PLANT, però … la fighinaggine non li ha mai abbandonati.

LED ZEPPELIN Los Angeles Forum 24/03/1975

LED ZEPPELIN 3-24-75 b LEZ ZEPPELIN 3-24-75

 

 

 

BLUEGRASS IN MICHIGAN di Paolo Barone

30 Giu

 Il nostro Polbi oggi ci porta in un posto dove l’erba  è blu e le ragazze (non sono tutte così) carine…

Non molto tempo fa un mio amico mi ha invitato ad andare a vedere un concerto di Bluegrass in un locale qui in Michigan.

Il posto si trova in una zona a me molto familiare, quella che qui chiamano “downriver”, una serie di piccoli centri abitati che segue il Detroit river prima e le sponde del lago Erie poi, fino a diluirsi nel confine con l’Ohio. Qualche milione di persone, al novanta per cento working class, messicani e afroamericani nella parte piu’ prossima a Detroit, sempre più bianchi man mano che ci si sposta verso sud, con un alta concentrazione di “white trash”, americani bianchi poveri e generalmente poco istruiti.

Lago Erie

Il paesaggio da quelle parti e’ unico. I centri abitati trasmettono, almeno guardandoli con uno sguardo europeo, un forte senso di smarrimento e desolazione, con le loro infinite casette monofamiliari anonime e piatte, intervallate da zone commerciali che sembrano appena costruite, precarie. Stanno li da più di cinquant’anni, incapaci di assumere una propria identita’, sospese per sempre nel loro anonimo nulla.

Andando verso il lago invece le cose cambiano drasticamente. La natura diventa protagonista: alberi giganteschi, aquile, marmotte, cervi, aironi, uccelli di ogni tipo, pesci, procioni, scoiattoli, e la costa canadese vicinissima a completare la vista. Ma poi, se guardi meglio, alla tua sinistra vedi le ciminiere altissime della centrale a carbone, e la collina della discarica avvolta dai gabbiani. A destra invece, sulla strada che porta a Cleveland, le torri di cemento fumanti della centrale nucleare. Un posto pazzesco, bello e terribile al tempo stesso, capace di mettere sempre in discussione le tue certezze appena conquistate. Ecco, in questa zona, c’e’ il posto che ospita una delle migliori scene Bluegrass degli States. Perche’ qui non sono arrivati a cercare lavoro solo i neri del sud con il loro blues, ma anche un sacco di bianchi dalle montagne e dalle campagne, portandosi a loro volta il proprio bel bagaglio di speranze, sogni, ignoranza, nostalgia e canzoni. Pur non essendo per nulla un appassionato di Bluegrass ho deciso di andare a vedere, anche un po’ coinvolto dall’enorme passione del mio amico per ogni tradizione musicale americana.

Il posto si chiama Eagle Club. Mi spiegano che locali come questo prendono il nome di un animale qualsiasi (eagle, moose, elk…) e si organizzano come una specie di centro associativo per i propri iscritti. In realta’, una scusa per ritrovarsi fra facce conosciute e bere alcolici a un prezzo inferiore rispetto a un normale bar.

hve-main

Prendo la Highway 75, esco a Flat Rock e dopo aver attraversato il piccolo centro cittadino imbocco la lunghissima Telegraph Road che si perde nel buio della notte del Michigan. Qualche stazione di servizio, poche case isolate che ti mettono i brividi a vederle, tanti alberi, e poi, proprio davanti a un autodromo semi abbandonato, l’insegna illuminata dell’ Eagle Club. Il parcheggio e’ discretamente pieno, arriva qualche nota da dentro, per il resto tutto e’ avvolto da un silenzio assoluto.

Il locale e’ di una essenzialita’ disarmante. Una grande sala piena di tavoli enormi e sedie, un bar nell’angolo, una specie di cucina, una macchina di popcorn, luci al neon e un piccolissimo palco in fondo al salone.

Eagles' Club Fklat Rock Detroit

Una cinquantina di persone sedute ai tavoli in ordine sparso che bevono e mangiano hot dogs, mentre sul palco una band suona musica country. Saluto il mio amico, prendo anche io la mia brava birra rigorosamente in lattina e mi seggo a uno dei tavoloni. Praticamente subito arriva un signore sulla sessantina ad offrirmi dei biglietti per una piccola lotteria, a fine serata verra’ estratto il vincitore di un cesto con qualche bottiglia di liquore. Mi adeguo e compro il mio biglietto, ma poi continuo a guardarlo mentre passa di tavolo in tavolo. Ha una di quelle facce che sembra di conoscere da sempre, come se ci avessero accompagnato ovunque per tutta la vita. Baffi, occhiali, camicia a quadretti, procede serio e metodico, con ordine e precisione. La band sul palco attacca Tungled up in Blue di Dylan, unico brano non tradizionale di bluegrass-country in tutta la serata, e catturano la mia attenzione. Strumenti acustici, basso, banjo, chitarra, mandolino e voce, suonano veramente bene. Hanno tutti una certa eta’ tranne uno, che suona chitarra e mandolino e avra’ non piu’ di sedici o diciassette anni. Jesse Manns e’ un ragazzo corpulento, figlio di Mitch,un famoso musicista locale che suonera’ poi durante la serata in un altra band, e da queste parti e’ una celebrita’. Lo conoscono tutti e pare che abbia iniziato a frequentare la scena musicale del posto fin da bambino dimostrando subito un talento prodigioso, da parte mia non stento a crederlo visto cosa tira fuori da chitarra e mandolino come se fosse la cosa piu’ naturale del mondo. A poco a poco la situazione comincia a piacermi, e pur sentendomi un pesce totalmente fuori dall’acqua, inizio a godermi la musica e l’atmosfera dell’Eagle Club. Se non fosse per qualche schermo di telefonino, potrei essere finito in una bolla temporale, sospeso fra fine anni cinquanta e primi sessanta non oltre. Viene da pensare che per questa fetta di america tutto quello che e’ successo in questi ultimi 50 anni non abbia significato poi molto. Sembra siano rimasti ancorati a un idea di vita semplice, che possa tenerli al riparo dalla devastante complessita’ del nostro tempo, come se tutto il loro mondo alla fine si risolvesse in quelle birre in lattina, in quello stare li a sentire quelle canzoni con il biglietto della lotteria in mano.

Le band si alternano sul palco, e ora c’e’ una signora con i capelli tirati su, in perfetto stile post bellico, che canta con un tono molto melodioso e sicuro. Banjo e violino la fanno da padroni, e per la prima volta mi soffermo sui testi delle canzoni. Nonostante sia qui da molti anni ormai, devo concentrarmi per prendere il senso delle parole in un contesto come questo. Ascolto, e rimango sorpreso. La signora non sta cantando parole di amore e vita lieve come pensavo, tutt’altro: E’ una storia di sangue, un omicidio, galera e rimorso. Non me lo aspettavo, ora presto piu’ attenzione e mi rendo conto che i testi sono spesso storie di sofferenza ed emarginazione. Il lato oscuro di quest’ america profonda viene a galla, l’america della solitudine, dei sogni spezzati e delle armi sotto il cuscino. Una vena di psicosi e paura che attraversa questo paese, appena sotto lo strato protettivo di “ in god we trust ”,bandiere e buona educazione. Nel frattempo la musica resta sempre molto intensa, qualcuno si mette anche a ballare, e mi accorgo che sono i brani con i testi piu’ duri e inquietanti a riscuotere gli applausi, a fare cantare la gente sulle sedie. Mentre suonano qualche pezzo di Johnny Cash, mi viene da pensare a come queste musiche abbiano partecipato alla nascita del Rock and Roll, a come il blues dei neri e dei bianchi si sia incontrato strada facendo. Mi torna in mente Hank Williams, la sua musica e la sua storia maledetta, mi vola un pensiero al “nostro” Graham Parsons, e mi sento sempre piu’ coinvolto dal suono di questi banjo, di queste chitarre.

Per ultima sul palco sale la band di Roy Cobb. Mi dicono che sia una vera e propria leggenda vivente nel mondo del Bluegrass. Ha piu’ o meno novant’anni, suona e canta per un oretta con decisione e passione, e’ di casa all”Eagle Club e tutti lo applaudono con calore. Fa un certo effetto sentirlo cantare, e pensare a quante cose ha potuto vedere e sentire in questa sua lunga vita per la musica. I musicisti che invecchiano sul palco assumono un valore tutto speciale, la iniziamo a sentire sul serio anche noi nel nostro mondo Rock questa particolare sensazione. Canta “come vorrei che fosse ancora il millenovecentoquaranta, nel mio Tennessee…”

Ce ne andiamo, mentre la serata prosegue oltre l’una del mattino.

Il tempo del mondo scorre veloce, ma non all’Eagle Club di Flat Rock, Michigan.

ROLLING STONES, Roma, Circo Massimo, 22 june 2014

28 Giu

Introduction

I Rolling Stones… difficile prescindere da loro, per quanti milioni di esseri umani sono stati un esempio, una luce guida, uno stile di vita? Per me certamente sì, le figure di Mick e Keith sono state il template per i sogni di rock and roll miei e di Tommy ai tempi dei MIDNIGHT RAMBLERS (inizio anni ottanta… il nome era tutto un programma) prima e della CATTIVA COMPAGNIA originale (1988-1993) poi. Quegli album,  quelle canzoni, quel senso di fighinaggine Rock. Quel rimanere completamente estasiati davanti a quei quadretti musicali nascosti tra gli angoli più in ombra dei loro album: MOONLIGHT MILE, COMING DOWN AGAIN, WINTER e poi ancora NO EXPECTATIONS, MEMORY MOTEL e le ballate sbilenche cantate da KEITH RICHARDS. I Rolling che ho vissuto in diretta sono quelli di LOVE YOU LIVE (il disco dal vivo col miglior titolo di sempre), SOME GIRLS, EMOTIONAL RESCUE, TATTO YOU, i Rolling che ho visto dal vivo sono quelli di SAN SIRO 2003, nel 1982 ero a militare e quelli fine anni ottanta/anni novanta chissà perché me li sono persi. A San Siro c’era anche Picca, non ha lo stesso ricordo che ho io… a me piacquero davvero tanto e per molto tempo pensai che era quello il miglior concerto a cui avevo mai  assistito (dal punto di vista spettacolare, di visual insomma, lo è tutt’ora). In questi ultimi anni il mio rapporto con loro si è sfilacciato, non riesco più ad accettare certe inadeguatezze strumentali, non riesco più a credere a quel vecchio adagio che vuole CHARLIE WATTS grandissimo batterista rock, non riesco a non infastidirmi davanti al chitarrsimo di RON WOOD. KEITH RICHARDS è un caso a parte, lui è il Rock, riff efficaci e riconoscibili, songwriting (in partnership con JAGGER) stellare, physique du role perfetto. Certo, chitarristicamente particolare”(diciamo così) , non un musicista dal talento naturale, ma di tutto rispetto fino a che è restato concentrato sulla chitarra, diciamo primi anni settanta, fino a quando utilizzava con buona frequenza la GIBSON LES PAUL. Dopo è stato risucchiato dalla facilità del suonare sulla TELECASTER con accordatura aperta sempre e comunque, quella che ti consente di non sfigurare quasi mai, di fare il KEITH RICHARDS.

Sempre controproducente fare queste considerazioni, perché poi si scatenano quelli che pensano di sapere e di aver capito tutto, quelli che ti dicono che allora non capisci il rock, ma questo è un blog così, obliquo, blues (nel senso lato) e quindi non possiamo esimerci dall’analisi introspettiva anche riguardo al rock. Sì perché poi non è che a me piacciano solo  i musicisti che “sanno suonare” (qualsiasi cosa significhi), anzi tutt’altro… spesso quelli che san suonare (o credono di saperlo fare) li trovo insopportabili e fastidiosi… mi piacciono ad esempio i MOTT THE HOOPLE e la BAD COMPANY… tolto PAUL RODGERS non è che gli altri siano proprio dei musicisti incredibili, però mi piace come portano a casa il pezzo, come lo confezionano con cura, come riescano a sembrare professionisti seppur abbiano limiti. I Rolling spesso sfiorano il dilettantismo puro, incappano in pasticci a volte incredibili, incredibili sì, per musicisti che da 50 anni suonano insieme sbagliare ancora i finali è un po’ troppo, entrate di batteria fuori tempo, assoli di chitarra (quelli di RW) spesso ridicoli e da band di parrocchia… tutto questo  andrebbe bene per una band che suona alla festa dell’amicizia di Villa Bagno, non per chi si esibisce al Circo Massimo davanti a più di 70.000 persone che hanno pagato 80 euro ciascuna.

Rolling Stones Circo Massimo Roma Locandina 22-06-2014

Ma i Rolling godono di una immunità musicale totale, senza riserve. Il mio caro amico L (bona fide rocker, musicista di ottimo livello) ad esempio era al concerto, gli chiedo un parere a caldo… gli sono piaciuti un sacco e non è d’accordo con il mio punto di vista… eppure lo stesso L era stato deciso nel criticare (con santa ragione) la performance di PAGE nella reunion del 2007… era evidente la cosa, soprattutto per i musicisti, ma allora perché non si adopera lo stesso metro per i RS? Forse perché nell’immaginario collettivo i LZ (e JP in particolare) sono una band di virtuosi, mentre i RS sono sempre stati una band di simpatici disgraziati? Mah, mi interrogo spesso su questa cosa, ci perdo il sonno.

Sì perché poi leggo la (banale) recensione del concerto su Repubblica e mi chiedo se abbiamo visto lo stesso show:

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2014/06/22/news/stones-89724010/?ref=HREC1-29#gallery-slider=89764650

… sì perché poi leggo commenti su facebook del tipo “Sono stati eccezionali. Tutto il resto è solo rosicata”. Rosicata? Ma perché? Io amo i ROLLING, son contento dei loro trionfi, ma non sono stati eccezionali (almeno non tutti i membri), divertenti semmai, ecco questo sì. Io le orecchie le ho, il cervello anche, se fanno qualche figura barbina lo sento, se decine di migliaia di persone si riversano a vedere una banda di settantenni che suona pezzi scritti in giovinezza, beh qualche domanda sullo stato di salute del Rock me la faccio.

Bene, ho detto la mia. Ora posso concentrarmi sul vero motivo di questo post: LA MIA ADORAZIONE INCONDIZIONATA A MICK JAGGER. Tra un mese compirà 71 anni (71) ed è ancora in una forma S P E T T A C O L A R E. Vederlo, fighissimo, correre (in senso stretto) per il palco, cantare (quasi sempre) bene, intrattenere come mai nessun altro, reggere lo spettacolo da solo è semplicemente favoloso. Sì, e piantiamola una buona volta, è JAGGER che tiene su il baraccone. A parte RICHARDS, dietro di lui ci potrebbe essere chiunque altro,  qualsiasi altro batterista e la gente ballerebbe comunque. JAGGER, il pathos rock di RICHARDS e quelle canzoni. Ripenso ad un numero di qualche anno fa di CLASSIC ROCK MAGAZINE UK dedicato ai front men del Rock: primo posto della classifica Bon Scott, tra i primi 5 anche Robert Plant, nessuna menzione per MICK JAGGER. Sono ancora qui – allibito – a chiedermi il perché.

Se c’è un dio su questa terra, si chiama MICK JAGGER.

Going down to Rome

Non fosse stato per la groupie comunque, non sarei andato a vederli a Roma, in un prato. Alla mia età è uno sport estremo a cui non voglio più partecipare, ma lei non li aveva mai visti, e questo potrebbe essere davvero l’ultimo tour, così mi convinco e l’accompagno, spinto anche dal fatto che un giorno a ROMA, città che amo molto, non può che farmi bene di questi tempi.

Domenica 22 giugno, di prima mattina alla stazione MEDIOPADANA dell’altavelocità di Regium Lepidi, praticamente dietro casa. Sono ancora assonnato …

Tim - waiting on a train. Stazione Mediopadana AV (foto della groupie)

Tim – waiting on a train. Stazione Mediopadana AV (foto della groupie)

Dopo 55 minuti siamo a Firenze, in due ore e mezza alla stazione Tiburtina. ITALO TRENO mi piace, l’alta velocità è una gran comodità, certo è anche uno sfregio che attraversa l’Italia. Abbiamo una stanza prenotata all’ARGILETO Residenze, 20 metri dal viale dei Fori Imperiali. Un’ottima scelta questa, courtesy of the groupie. Pranziamo in un ristorantino nei paraggi, un giretto tra i fori…

A day at the forum with the groupie (foto di TT)

A day at the forum with the groupie (foto di TT)

poi cala inesorabile l’abbiocco, ci ritiriamo nei nostri (splendidi) appartamenti. Entriamo al Circo Massimo vero le 17, la situazione è già sul complicato andante, i cellulari non funzionano ma ad un certo punto incontriamo, per una di quelle coincidenza fortuite che poi sono i segni del blues, Lakerla (la mia socia) e Salvo, mangiamo qualcosa, sfidiamo l’afrore di piscio dei bagni chimici, e ci prepariamo a raggiungere una posizione che non sia lontano 200 metri dal palco …

TT: feed the blues (foto di ST)

TT: feed the blues (foto di ST)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di TT)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di TT)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di Saura Terenziani)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di Saura Terenziani)

Verso le 20 inizia JOHN MAYER, un’ora di pop rock dai lievi contorni blues noiosetto e francamente inutile poi, verso le 21,45 entrano gli STONES.

Rolling Stones Circo Massimo Roma scaletta 22-06-2014

Si parte con  JUMPING JACK FLASH e per quanto mi riguarda l’inizio non poteva essere peggiore. Da classico del Rock bello, duro, corposo, da alcuni anni JJF è diventato, grazie alla fragile frasetta di chitarra di RON WOOD, un jingle per bambini (per intenderci dal minuto 03:04 del clip qui sotto)…

… son già lì che già scuoto la testa quando parte LET’S SPEND THE NIGHT TOGETHER, e mi viene la pelle d’oca, gli STONES, finalmente! Sentimento rafforzato da (una sgangherata) IT’S ONLY ROCK AND ROLL e da TUMBLING DICE, il “mio”pezzo”,  con uno dei pochi assoli decenti di RW di stasera…

Senza tanti clamori sbuca poi MICK TAYLOR, MICK TAYLOR cazzo! Imbolsito, senza più le scintille tra le mani, ma pur sempre anni luce dal suo sostituto. JAGGER è incredibile, ho già scritto tutto nella introduzione, ma rimango a bocca aperto, che magnifico rock and roller, che superbo intrattenitore. Mi godo pure CHUCK LEAVELL e BOBBY KEYS, due figure importanti per chi ama il Rock e i ROLLING. Mi infiammo per HONKY TONK WOMEN, sì certo ormai forse non se ne può più, ma è stata una forza trainante della mia crescita.

Il momento di KEITH RICHARDS parte con YOU GOT THE SILVER, uno sferragliamento di chitarra slide che dalla mia posizione mi pare incredibile (nell’accezione negativa). Risentirla su youtube non sembra così terribile; entra poi la batteria (dal minuto minuto 04:10 in questo videoclip) e sembra arrivato il momento del dilettante. Mah. La groupie mi guarda ridendo…

Di nuovo MICK TAYLOR per MIDNIGHT RAMBLER, penso a Tommy e ai nostri vent’anni… e poi MISS YOU, che a me piace sempre un casino… ricasco nella nostalgia e ripenso all’estate del 1978, io e Biccio in giro in motorino, e le 100 lire infilate nel juke box della baracchina del parco per ascoltare i pezzi che sarebbero diventati la colonna sonora della nostra adolescenza, tra cui appunto MISS YOU…

Finale con GIMME SHELTER, START ME UP, SYMPHATY, BROWN SUGAR. Di SYMPHATY FOR THE DEVIL mi rimangono in mente due cose: il volume altissimo della chitarra di KEITH durante l’accordo di SI (“pleased to meet you”) e alcuni suoi pasticci notevoli durante il secondo assolo.

YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT è suonata con l’aiuto di un coro (italiano), non tutto sembra funzionare a dovere, ma il pezzo è “il pezzo”, silenzio (ma anche qui, l’assolo di RON WOOD è inascoltabile). La groupie si emoziona. Di SATISFACTION avrei fatto anche a meno, ma non gli altri 69,999 che sono lì insieme a me.

Non eccezionali dunque, ma certamente divertenti… e vorrei anche vedere, con quelle facce e quelle canzoni.

Rolling Stones Circo Massimo Roma KEITH RICHARDS 22-06-2014

Rolling Stones Circo Massimo Roma KEITH RICHARDS 22-06-2014

Rolling Stones Circo Massimo Roma MICK JAGGER 22-06-2014

Rolling Stones Circo Massimo Roma MICK JAGGER 22-06-2014

Il popolo del Rock scema lentamente, stanco e tutto sommato soddisfatto. Noi ci siamo in mezzo, sospesi in una serata romana perfetta, calda ma sospinta da una brezza che è una benedizione. Costeggiare l’Anfiteatro Flavio (sì, va beh, il Colosseo) illuminato mi ripaga della stanchezza dovuta alle ore passate in piedi.

Roma, Anfiteatro Flavio, 22-6-2014 after the Stones (foto di Saura Terenziani)

Roma, Anfiteatro Flavio, 22-6-2014 after the Stones (foto di Saura Terenziani)

Una pasta in uno dei tanti bar aperti, un ultimo giretto e quindi in camera, una doccia ristoratrice e ROMA good night.

Risvegliarmi nella mia città preferita è sempre un’emozione, mi affaccio alla finestra e respiro le vibrazioni romane: i viali costeggiati dai pini marittimi, il groove più elastico rispetto alle mie città, gli echi dei vagiti provenienti dalla culla in cui l’umanità si è plasmata.

Rome from the window (foto di TT)

Rome from the window (foto di TT)

Check out e colazione in un grazioso bistrot in via Madonna dei Monti…

Bistrot in via Madonna dei Monti, Roma (foto di TT)

Bistrot in via Madonna dei Monti, Roma (foto di TT)

Via Madonna dei Monti (particolare) (foto di TT)

Via Madonna dei Monti (particolare) (foto di TT)

Metropolitana e quindi stazione Tiburtina, bella ed “europea”…

Stazione Tiburtina Roma (foto di TT)

Stazione Tiburtina Roma (foto di TT)

Mezzora passata sulle comode poltrone di Casa Italo e poi saliamo sul treno. Sfrecciare tra il dolcissimo declivio dei colli laziali è un balsamo per l’animo, il viaggiare ti scuote dal torpore dei blues quotidiani. Mi infilo le cuffiette… seleziono l’album SLOWHAND,  poi metto in random… BILLY JOEL, JOHNNY WINTER, ELTON JOHN… socchiudo gli occhi, baby I’m movin’ on.

Regium Lepidi, la blues mobile è lì che mi aspetta nel parcheggio, pronta, calda, bollente… le entro dentro. Pranziamo al cinegiappo, mi bevo una Sapporo gelata, guardo la maglietta della groupie…

Cinegiappo time (foto di TT)

Cinegiappo time (foto di TT)

Non so perché ma mi viene di provare una delle pose crowleyane…

TTCrowleyng away (foto della groupie)

TT Crowleyng away (foto della groupie)

Non succede nulla, Succubus non si materializza, meglio pagare il conto e andare alla domus saurea. Prima di correre da Brian vorrei dare un’occhiata all’email e al blog, ma PALMIRO non è di questo avviso… c’è lui al computer, sta preparando un post per il suo mini blog…

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Va beh, lascio la groupie a disfare gli zaini, Brian arrivo.

PEARL JAM, Milano, San Siro, 20 june 2014 di Bodhran

24 Giu

Non sono mai riuscito ad entrare nel mondo del grunge, alle mie orecchie pare un miscuglio di ritagli dell’hard rock classico degli anni settanta unito ad un modo di cantare strascicato che non sono mai riuscito a digerire. Ne riconosco però l’aspetto contenutistico, l’onestà intellettuale, la bona fide musicale. Certo, qualcosa mi piace, certi battiti d’ali dei PJ, dei SOUNDGAREDEN, degli ALICE IN CHAINS, MOTHER LOVE BONE e, di conseguenza, TEMPLE OF THE DOG, troppo poco però per ritenermi anche solo conoscitore del genere. Mi incuriosisce molto il sentimento da comunità che lega i fan dei PEARL JAM ad esempio, mi piace l’atteggiamento di VEDDER e compagni, magari preferisco cose più sgargianti, ma l’ossatura della musica Rock sta in sentimenti di questo tenore. Nel piccolo mondo del nostro blog abbiamo MASSIMO BONELLI (label manager extraordinaire) e BODHRAN che amano molto i PJ e proprio quest’ultimo è stato l’altra sera a vederli a San Siro (la culla del calcio), ecco dunque qualche breve riflessione a riguardo.

 

PJItaly2014

È andata così, lunedì mattina arrivo al lavoro e mando due righe a Timvenerdì sera ero a San Siro a vedere i Pearl Jam. Ne sono uscito con la rafforzata consapevolezza che il rock and roll non è morto e non morirà”. Risposta immediata del nostro: “Okay. Mi piacerebbe scrivessi qualcosa … anche solo brevi riflessioni per il Blog.  Io sono a Roma…ieri sera Rolling Stones”.

E se il commander-in-chief chiama, le truppe devono rispondere.

La breve premessa è che questo è un racconto “di parte”, tutta l’infornata musicale americana a cavallo tra ’80 e ’90 è stata per me una reale boccata d’ossigeno, dopo quel periodo  di cotonature losangeline, improbabili abbigliamenti, improbabili atteggiamenti e  suoni che non riuscivo a digerire in alcun modo.

Finalmente si potevano riascoltare delle band che a fine concerto “puzzavano di sudore”, che sul palco non recitavano la parte di una certa idea platonica di rocker. E così, come un live dei Soundgarden in un piccolo club a Roma fu una vera e propria epifania, ricordo di aver ascoltato “Alive” dall’album di esordio e di aver comprato il disco l’immediato giorno dopo.

Quella scena poi è stata al solito inglobata dal business, al solito qualcuno ha pagato troppo caro il successo, altri sono spariti, i Pearl Jam in un modo o in un altro son riusciti a trovare un equilibrio e arrivare ad oggi mantenendo la loro integrità.

Passati 25 anni sono sul prato di San Siro, spalti gremiti (il calcio proprio non mi interessa, ma capisco che correre dietro ad un pallone tra quelle 4 mura di tifosi sia un’esperienza), palco semplice, due schermi, luci che si riveleranno molto eleganti ma senza nessun “effetto speciale” e poi la musica, tanta, tanta musica.

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Luca Nassini

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Luca Nassini

Il concerto è stato preceduto dall’ingresso di Eddie Vedder prima della partita dell’Italia per una versione in solitaria di Porch. Sconfitta calcistica subito dimenticata alle 20,40 quando inizia il concerto.

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Pier Luigi Balzarini

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Pier Luigi Balzarini

Al solito la domanda era “con cosa inizieranno?”, la scaletta da anni varia tantissimo da data a data, stavolta  è partenza morbida per i primi 4 brani, l’audio non è eccellente, per una mezz’ora buona stiamo in tensione, poi per fortuna al mixer sbrogliano la matassa e aprono il gas.

Sul palco nessuno si è risparmiato, a partire da un Vedder claudicante ma in grado di tenere botta anche nei momenti più tirati. Hanno percorso tutti gli album, accompagnati dal pubblico che di pezzi ne canta a squarciagola parecchi, questa cosa da una parte non mi piace, ma dall’altra ai live dei PJ si respira un’aria di comunità e alla fine non la avverto patetica come in altri casi (l’ho detto, questo è un racconto di parte). Che sia reale o meno questo fare tutt’uno tra palco e platea forse è uno degli elementi che ha salvato i PJ negli anni.

C’è stato quindi il tempo per celebrare l’anniversario di “fidanzamento” di Eddie Vedder, come ci ha raccontato avvenuto proprio a Milano, cantare buon compleanno alla moglie di Matt Cameron (batterista originario dei Soundgarden, che è stato un orologio atomico insieme al basso di Jeff Ament, e continua ad essere uno dei batteristi più interessanti degli ultimi 20 anni, almeno nel mio personalissimo cartellino).

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Streetspirit73

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Streetspirit73

Nota per il blog, tra i brani suonati anche Given to Fly, spudorato omaggio a Going to California degli Zep.

Pubblico spettacolare anche nei momenti più rabbiosi, più tirati, senza doversi preoccupare di salvare la buccia tra poghi non richiesti, questo succedeva tot anni fa.

Il primo dei due classici bis è stato di 9 pezzi (nove, alla faccia dell’encore!), e poi il secondo breve ma intenso, hanno dovuto tagliare tre brani dalla scaletta causa coprifuoco di San Siro: “Alive” e “Rockin’ in the Free World” in uno stadio esultante completamente illuminato, una visione spettacolare.

Hanno salutato alle 23,45: 3 ore di fuoco di fila ininterrotto per 34 pezzi. Per un attimo mi sono fatto rabbia nel non aver preso il biglietto anche per la seconda data italiana a Trieste, ma tant’è, in questo caso davvero chi si accontenta gode.

Pensando agli Stones due giorni dopo a Roma posso solo dire “It’s only rock ‘n’ roll, but I like it”.

Setlist:
Release
Nothingman
Sirens
Black
Go
Do the Evolution
Corduroy
Lightning Bolt
Mind Your Manners
Pilate
Untitled
MFC
Given to Fly
Who You Are
Sad
Even Flow
Swallowed Whole
Setting Forth (Eddie Vedder song)
Not for You
Why Go
Rearviewmirror

Encore 1:
Yellow Moon
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Thin Air
Just Breathe
Daughter (con citazioni di W.M.A., Let it Go, It´s OK)
Jeremy
Better Man
Spin the Black Circle
Lukin
Porch

Encore 2:
Alive
Rockin’ in the Free World (Neil Young cover)
Yellow Ledbetter