Qui sul blog siamo super appassionati della saga di Alien. I primi due episodi (1979 e 1986) sono due capolavori del genere fantascienza e anche il terzo del 1992 non è lontano da quelle vette. Dopo il tragicomico 4° episodio del 1997 e i due spin-off ALIEN VS PREDATOR (il secondo davvero vergognoso), cinque anni fa l’attesissimo nuovo episodio a cura di Ridley Scott, PROMETHEUS, un prequel piuttosto buono di cui parlammo anche qui sul blog:
Ad un lustro di distanza esce COVENANT, anch’esso un prequel della serie vera e propria e seguito di PROMETHEUS.
Non vogliamo vestire i panni degli spolier, di chi guasta la sorpresa insomma, ma qualcosa va detto circa questo nuovo episodio.
Lo scenario resta a tratti impressionante, lo spazio profondo, il panorama dei pianeti sconosciuti, le costruzioni – siano esse città o astronavi – gotiche, il cupo clima in cui è ambientato, tutte componenti basilari per chi ama la fantascienza, peccato che il resto deluda un po’.
Una nuova astronave carica di migliaia di coloni è diretta verso un lontanissimo pianeta abitabile, Origae-6, ma a causa di un incidente di percorso i piani vengono modificati e l’equipaggio deve cercare di far fronte a questo imprevisto.
I fatti si svolgono a circa 10 anni dalle vicende raccontate in Prometheus e in qualche modo si ricongiungono ad esse. Il soggetto però non regge più tanto, è ordinario, mancano i momenti di sorpresa, quelli che ti lasciano a bocca aperta. La sceneggiatura pare alquanto fiacca. L’equipaggio è composto principalmente da coppie e le continue preoccupazioni di un coniuge nei confronti dell’altro rendono meno efficace lo scorrere della storia.
Michael Fassbender ha un doppio ruolo nel film, la cosa appare forzata e i dialoghi tra i due Fassbender non brillano certo per intensità. Solo Katherine Waterston, nei panni di Daniels, pare essere un personaggio degno di nota, per quanto calata nel solco della nuova Ripley, o meglio della precorritrice di Ripley, visto che l’anno in cui questo episodio svolge è il 2104.
Dal film si inizia a capire come si sia arrivati alla creazione dello xenomorfo che ci allieta da 38 anni, ma dall’altro lato è incomprensibile – almeno per il sottoscritto – come gli ingegneri possano essere così ingenui nel … (non voglio svelare altri particolari).
Per noi (che non siamo certo esperti cinefili) è un film da 6/6+, detto questo però lo abbiamo visto molto volentieri. Non ci ha tenuto col fiato sospeso, il finale ce lo eravamo ampiamente immaginati, ma nonostante ciò non possiamo che attendere con fervore il prossimo capitolo. Il 2122 (l’anno di Ripley) è ormai vicino e chissà come si svilupperà la prossima storia. A noi piacerebbe uscisse l’Alien 5 vero e proprio, ma in definitiva qualunque cosa ci va bene, purché la storia e la sceneggiatura siano appropriate ad un mediafranchise che riteniamo potenzialmente sempre sublime.
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I capitoli della saga:
1979: ALIEN (Ridley Scott) TTTTT
1986: ALIENS – SCONTRO FINALE (James Cameron) TTTTT
1992: ALIEN3 (David Fincher) TTTT½
1997: ALIEN: LA CLONAZIONE (Jean Pierre Jeunet) TTT
Anche quando sai che certi personaggi stanno avendo grossi problemi di salute, speri sempre che tengano duro ancora per tanti anni ed è per questo che quando arriva la notizia della loro dipartita ti senti comunque solo e perso. Erano anni che Gregg Allman non stava bene, epatite C e trapianto di fegato costringevano il biondo di Nashville ad affrontare l’inesorabile declino fisico, fino a che sabato non ha dovuto alzare bandiera bianca.
Perdere uno come lui è dura, è ovvio che avesse già dato tutto musicalmente parlando ma in anni in cui la musica scadente è dilagante, punti fermi come lui servivano a rammentarti di come la musica sia stata fenomenale in passato. Nei cinque anni di estasi creativa e interpretativa che di solito hanno i gruppi, Gregg insieme a suo fratello Duane e al loro gruppo The Allman Brothers band, hanno deliziato il mondo con un rock semplicemente delizioso.
I primi 5 album sono bellissimi, due di questi (AT FILLMORE EAST e BROTHERS & SISTERS) stratosferici. Nessuno dovrebbe farne a meno.
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Ogni altro album degli ALLMAN è comunque degno di nota, anche quelli successivi al periodo d’oro (gli anni settanta insomma).
Anche gli album di GREGG da solista sono molto interessanti, uno di questi – LAID BACK del 1973 – sublime.
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La musica rimane, certo, potremo contemplare certi tramonti incorniciandoli con la sua musica, quando a mezzanotte ci sentiremo un po’ disperati, braccati e al contempo determinati sapremo che canzone ascoltare, ma resta il fatto che vederlo andare è un gran dolore. Addio Gregg, ci mancherai moltissimo.
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Gregory LeNoir Allman, December 8, 1947 – May 27, 2017
Il nostro amico Massimo Bonelli è il curatore di OBIETTIVO ROCK, rassegna fotografica sulla musica rock che si tiene al Museo Tornielli di Ameno (NO) dal 2 giugno al 2 luglio.
Sono molto felice di annunciare che SCHIO LIFE organizzerà la data per il Nord Italia degli YES-ARW. Ricorderete che è il concerto che ho visto a Londra in marzo …
…è uno show che consiglio a tutti, i prezzi dei biglietti sono abbordabilissimi, la serietà di Schio Life non si discute, la proposta musicale di alto livello, il lignaggio dei musicisti indiscutibile. Consiglio di non perdere l’occasione, al di là che il genere piaccia o meno.
YES feat. ANDERSON RABIN WAKEMAN
MERCOLEDI’ 19 LUGLIO 2017 ore 21.30
ARENA CAMPAGNOLA Area Concerti SCHIO
UNICA DATA NORD-ITALIA! IL CONCERTO DELL’ESTATE!
Fra due mesi esatti arriveranno qui! Dopo l’ingresso nella ROCK AND ROLL HALL OF FAME, ANDERSON – RABIN – WAKEMAN nuovamente INSIEME!
Le icone del rock mondiale e storici membri degli Yes, JON ANDERSON, TREVOR RABIN e RICK WAKEMAN, tornano insieme per dare vita al progetto “YES featuring Jon Anderson, Trevor Rabin, Rick Wakeman”.
Dopo aver registrato numerosi sold out in tutto il mondo, questa storica reunion sbarcherà per la prima volta in Italia a luglio per tre imperdibili date: il 17 luglio a Roma, il 19 luglio all’Arena Campagnola di SCHIO, il 22 luglio alle Rocce Rosse di Arbatax.
BIGLIETTI in prevendita da oggi su Circuito VIVATICKET : http://www.vivaticket.it/index.php?nvpg[evento]&id_show=97531#eventDetails
“È molto semplice – spiega il fondatore e cuore pulsante degli Yes fin dagli esordi JON ANDERSON – i fan ci vogliono di nuovo insieme, noi lo vogliamo ed è nostro diritto utilizzare il nome. YES la musica è nel nostro DNA!”
Jon Anderson, Trevor Rabin e Rick Wakeman sono ora pronti a tornare ad esibirsi insieme e a portare sul palco il meglio di una delle più importanti e famose band prog rock di tutti i tempi, gli YES, autori anche della hit mondiale “Owner Of A Lonely Heart”.
Il tour è solo il primo passo di un progetto più ampio, che comprende anche la pubblicazione di un DVD (con le immagini del loro ultimo live nel Regno Unito lo scorso 25 marzo) e di un nuovo disco, in uscita nel 2018.
25 anni senza la propria madre non sono esattamente uno scherzo, a pensarci si rischia di perdere l’equilibrio. 25 anni senza il nastro che teneva legati alla terra, senza le parole piene di giudizio e saggezza che servirebbero nei momenti bui, senza poter farle vedere che uomini siamo diventati, senza poterle farle conoscere le persone care che sono entrate nella nostra vita.
Ogni anno mi dico che devo evitare di scivolare nel sentimentalismo da strapazzo, di sprofondare nella tristezza, di incappare nella solita ragnatela della retorica, ma poi il mio essere uomo di blues non mi permette niente di tutto questo. Anche se non voglio quando si avvicina il 23 maggio un groppo alla gola inizia a prendermi alla sprovvista, cerco di distrarmi, di non pensarci, di resistere ma poi soccombo. Allora, se sono al lavoro mi chiudo in ufficio, se sono a casa mi barrico nello studiolo, e mi commuovo … più come un ragazzino che un uomo maturo.
Ci si mettono anche i quotidiani, dato che mia madre morì lo stesso giorno e alla stessa ora di Giovanni Falcone; nei giorni precedenti al 23 iniziano ad apparire (giustamente) articoli e retrospettive sul grande magistrato, così anche non volendo collego continuamente le due cose.
E allora sfoglio l’album delle foto, la vedo allegra a 19 anni a Cattolica di Rimini, la guerra era finita, la sua famiglia stava bene, suo padre Fernando – partendo da un taxi comprato nel 1922- nel 1948 era arrivato ad avere 7 corriere e così i torpedoni delle Autolinee Imovilli rollavano lungo le strade della Regium Lepidi County arrivando, negli ultimi anni, fino alla riviera adriatica. Poi il nonno morì a 53 anni e tutto finì.
Mother Mary Cattolica (RN) 1948
La guardo intorno ai ventinove anni mettersi in posa per la classica foto (che le fece fare Brian, mio padre) … di lì a poco si sarebbero sposati.
Mother Mary 1958 circa
La vedo tenermi per le braccia e iniziare a farmi fare qualche passo, io a 8 mesi e lei felice, nella casa dove abitava la famiglia di mio nonno Ettore, padre di Brian, ad Arceto (frazione di Scandilius) in via Ca’ Del Diavolo (altro segno blues… dopo essere nato in una stazione ferroviaria, nel giorno del solstizio d’inverno, mi mancava giusto il nonno che abitasse in via Ca’ Del Diavolo).
Tim & Mother Mary – Via Ca’ Del Diavolo, Arceto (RE) primi anni sessanta
Poi la vedo via via accompagnarmi nella crescita, chiamarmi affinché io – a due anni – non rovinassi i gerani di mia nonna Anita, io – adolescente – e lei abbracciati al Lido Di Pomposa durante le vacanze, io – poco più che ventenne – e lei insieme alla mia prima Gibson Les Paul, fino ad una delle ultime foto, io e lei nel settembre del 1991 qualche mese prima che se ne andasse.
Tim & Mother Mary settembre 1991
Vorrei tanto che allora fossero esistiti i cellulari, vorrei avere tante foto sue, magari qualche video, qualche visual in più per sentirmi ancora più vicino a lei, ma poi a che servirebbe, la porto comunque con me, anche quando non la penso, io sono parte di lei.
Sono ateo, non credo alla vita eterna, ma osservo ugualmente il cielo in cerca dei riflessi, dei riverberi di quella che fu la sua vita e quando mi accorgo che un raggio di sole cade in modo particolare sulla mia piantina fiorita di Malva o filtra in modo particolare attraverso i rami del Tiglio, ecco, sento che un’eco del suo essere mi arriva.
I miss you, mother.
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MOTHER MARY (Tirelli-Monti-Tirelli) (Siae 1999)
Mel Previte – rhythm guitar
Tim Tirelli – lead guitar
Fausto Sacchi – vocals
John Paul Cappi – bass
Mixi Croci – drums
The MM Choir Ensemble: Mel Previte/Stefano Piccagliani/Marcello Monti/Athos Bottazzi/Fausto Sacchi/JP Cappi/ Mixi Croci/ Tim Tirelli
Mayday mayday blues is on the way. Per blueseggiare di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio, ma io da questo punto di vista sono attrezzato. Già, ho sempre questo atteggiamento da anima in pena che vaga trascinando le paturnie come fossero catene, da anima tormentata che draga le acque blu del proprio esistenzialismo cercando di eliminare i blues più feroci.
Beh sì, direi che come partenza non è male, anche se è a mo’ di temporale, d’altra parte ho un blues profile a tutto tondo, con cui affronto della vita il girotondo.
Ecco ci manca solo che inizi la giornata in rima, per vedere affievolirsi l’autostima.
Questa faccenda delle rime è una tara che mi ha passato Brian, lui era il principe dei rimaiuoli, e anche a fine carriera, quando l’alzheimer lo aveva ghermito, quando cercavamo di mettere in piedi una conversazione, finiva sempre col mettere in rima le parole più semplice, sforzo comunque notevole per un vecchio con disturbi cognitivi.
Mi sono riletto l’altro giorno i blocchetti di testo che scrissi l’anno scorso per un progetto (che chissà mai se andrà in porto) di un videomaker, parole che accompagnano dei video-visual; mi sono fermato dopo i primi tre… a volte sono spaventato da me stesso. Come direbbe il mio amico Jaypee: “Paura!”.
Sono al centro commerciale THE PETALS della città in cui vivo da qualche anno. Mi compro un giubbino blu nell’unico negozio che sento adatto a me e quindi mi dirigo da Mediaworld. Amo farmi sorprendere dallo scaffale degli LP nel reparto musica. Mi ci fermo davanti e per un attimo mi sembra di essere tornato nel 1978 al Pecker Sound di Formido-inis (Va beh, Formigine). D’accordo che in questi anni il vinile è diventato oggetto di attenzioni da parte dei giovani hipster, ma vedere certi titoli in uno dei punti di una grande catena tedesca dedita al vendita al consumo di elettronica ed elettrodomestici mi fa sempre un certo effetto. Capisco ANIMALS dei PF, capisco i BLUES BROTHERS, BOB DYLAN e i LED ZEPPELIN, ma quando vedo dischi in vinile tipo AS TIME GOES BY dei LITTLE FEAT o AT NEWPORT di MUDDY WATERS sorrido incredulo.
MW – I Petali – Regium Lepidi – Foto TT
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ALL’OMBRA DI UN BAOBAB, CENA A BASE DI KEBAB
Cena all’ARABIAN KEBAB. E’ solo la terza volta che ci capitiamo ma la titolare ci riconosce (immagino sia per la cresta bionda della donna che di solito è con me) e viene a salutarci. Rachida (non ne so il nome ma la chiamo così) si approccia come se vedesse qualcuno per cui prova affetto. E’ di chiara origine nordafricana, credo provenga dal Marocco, parla un italiano sicuro solo a tratti caratterizzato dall’agrodolce accento arabo. Ci ringrazia per essere venuti. E’ dolce, disponibile, è si vende lontano un miglio che vuole sentirsi italiana, o meglio, che vuol far parte della comunità in cui si trova, che ci tiene a essere considerata una cittadina che vive, lavora, e paga le tasse… Faccio del mio meglio per farla sentire a casa. Le dico che IL PIATTO DEL PASCIA’ è molto buono, che il servizio è delizioso e che la gentilezza sua e della cameriera è sempre squisita. Le si illumina il viso. Ci racconta un po’ titubante che questo aspetto per lei è molto importante e che l’altro giorno in un caffè del centro è stata trattata con sufficienza e che ci era rimasta male. “Gli stronzi sono dappertutto Rachida, tieni duro”, le dico, lei mi appoggia una mano sulla spalla a mo’ di timido abbraccio. Me la immagino Rachida, passare dai baobab ai tigli, arrivare qui tra chissà quante difficoltà e aprire un esercizio commerciale tutto suo. Vado alla cassa a pagare, ci ringrazia ancora tanto e lo fa con il modo di chi ha ancora qualche riverenza atavica nei confronti dei bianchi. Stempero la cosa mandandole un bacio con la mano. Il suo sorriso dice più di qualsiasi altra parola. Per quanto mi riguarda, qui sei la benvenuta Rachida.
UN JUKE JOINT A BORDO PO, UN TRAMONTO BLU E BORDÒ
Riff m’invita in un locale molto blues, nelle terre basse intorno agli argini del Po. Siamo oltre la cittadina di Walters (Gualtieri insomma), in una stradina che sembra costeggiare il bayou che abbiamo disegnato sull’animo. Riff mi aspetta sul costone della strada con un bicchiere di vino rosso in mano. Giuro, sembra di essere in Louisiana. Si tratta del CIRCOLO IL LIVELLO, cucina ottima, atmosfera blues rock, vibrazioni positive, tanto positive che fissiamo persino una data per gli EQUINOX (sabato 21 ottobre).
Circolo il Livello – Gualtieri (RE) – foto TT
Circolo il Livello – Gualtieri (RE) – foto TT
Circolo il Livello – Gualtieri (RE) – foto TT
E’ domenica sera, non ci fermiamo a lungo, ma abbiamo passato una bella serata, per un momento ci è sembra di essere in un juke joint del sud degli Stati Uniti molti decenni fa. E vai col blues, baby.
L’esterno di un juke joint a Belle Glade, Florida, fotografato da Marion Post Wolcott nel 1944
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QUELLI CHE: IL CALCIO E’ UNA MERDA
“Guardando per la prima volta la domenica sportiva ho avuto la conferma che siamo una nazione sottosviluppata.i più cerebrolesi sono quelli che pagano anche le pay TV per arricchire quei bambocci dei calciatori e l’ambiente calcistico di parassiti ignoranti. Gli opinionisti e i procuratori.”
Questo è quello che ha scritto qualche giorno fa su facebook uno che tempo fa mi chiese l’amicizia. Mi Sono rimasto colpito dalla facilità con cui certa gente offende altra gente. Che l’ambiente del calcio sia quel che sia lo sappiamo (a parte che, come dico sempre, è lo specchio della società) ma sparare così nel mucchio mi pare una cosa da idioti. Solo perché a certa gente il calcio non interessa e lo schifa, non significa che chi invece lo segue sia un essere umano senza speranza; certo, ci sono anche quelli, ma come in tutte le cose trovo indegno fare di tutta l’erba un fascio. Anche perché non è che tutti i dj di certe radio rock o gli amanti della musica rock, o i musicisti siano esattamente degli intellettuali. Ma non è questo il punto, quello che mi colpisce sempre è incolpare dello sfacelo della società le attività umane di cui non ci importa nulla, che pensiamo siano immorali per il basso livello di pensieri e i fiumi di denaro che scorrono…il calcio in particolare, quasi che vada bene se attoruncoli o attricette guadagnino in sei mesi dieci volte tanto quello che guadagna un calciatore ben pagato, se personaggi tv, piloti di MotoGP e Formula 1, finanzieri e popstar facciano altrettanto. Intendiamoci, la società è allo sbando, questo è evidente, ma è chiaro che la colpa è sempre e solo di quelli che io penso sia la colpa. Certo, quello che interessa a me è cosa buona e giusta, il resto è spazzatura. Come si faccia a ragionare così non lo so, ma ormai è l’atteggiamento imperante. E comunque l’importante è demonizzare il calcio e chi lo segue, e poco importa se per qualcuno certe azioni, certi goal abbiano la stessa valenza dell’assolo di chitarra di COMFORTABLY NUMB, se condividere gli stessi colori sia sinonimo di fratellanza.
QUELLI CHE: TI RIGO IL SUV
Sempre su FB noto per l’ennesima volta le scemenze dei duri e puri della sinistra radicale, quelli che mettono come immagine di copertina del loro profilo la scritta “TI RIGO IL SUV”e poi non si fanno problemi a girare sulla Harley del proprio compagno che costa quanto un SUV. Ora, io non dico che uno di sinistra debba rassegnarsi a votare Renzi e agire di conseguenza, ma se fai il duro e puro, se spali merda su chi è (anche minimamente) meno a sinistra di te (che però poi da un punto di vista intellettuale e filosofico è molto più a sinistra di te), cerca almeno di essere coerente perché altrimenti vengo e ti RIGO LA HARLEY. Stesso discorso del paragrafo qui sopra, che la gente sia così concentrata solo su se stessa è spaventoso. Che futuro avrà l’umanità? Nessuno, sì lo so.
Meglio cancellare dagli amici questi personaggi, scordarsi delle loro cazzate, ascoltarsi gli ALLMAN e guardarsi una partita della propria squadra del cuore (che sebbene stia avendo un’annata negativa ti fa sempre palpitare il cuore).
Lo shock è stato grande nell’apprendere della scomparsa di Chris Cornell. A 52 anni, così all’improvviso, sembra impossibile. I giornali iniziano a parlare (mentre sto scrivendo è giovedì 18 maggio) di suicidio.
Ricevo a caldo il commento incredulo di due super appassionati di CC che sono colonne della comunità dei questo blog:
LOLLO STEVENS: “Fratello rock, condivido con te questa gravissima perdita per il mondo della musica rock e per il mio pantheon di voci super. L’ho visto con gli Audioslave, i Soundgarden e due volte da solo. Non era secondo a nessuno per estensione vocale e presenza scenica! Anche come creatività e capacità di scrivere melodie rock orecchiabili era tra i grandi. Ci sono rimasto veramente male. Lo sentivo come se fosse una specie di amico, fighissimo e saggio soprattutto dopo l’ultimo splendido album Higher Truth, in cui sembrava che avesse voluto riflettere una grande serenità anche per la sua bella famiglia.
Invece non escludono che si sia suicidato, pensa alla moglie, alle due figlie e al figlio … aveva una casa meravigliosa a Parigi, una carriera ancora lunga e stimolante davanti a sé con i Soundgarden, come solista quando aveva voglia di suoni acustici, con i Temple of the Dog quando gli girava di far rivivere quello splendido supergruppo (come qualche mese fa per il minitour / reunion negli USA), con gli Audioslave che si erano riuniti a gennaio contro Trump suonando quattro canzoni … hai sentito che l’ultimo pezzo del concerto dei Soundgarden, ieri sera, è stato “Slaves & Bulldozers” che includeva un estratto di “In my time of dying”? Che fosse un’anticipazione di quello che aveva in mente mi sembra improbabile, l’avevano già suonata altre volte, ma la coincidenza farà pensare a lungo e magari alimenterà le solite leggende sulla musica diabolica degli Zeppelin (anche se quel testo non lo hanno scritto loro).
Chris aveva un bel rapporto con gli Zep: penso alla sua cover acustica di “Thank you”, di WLL (con Santana), di “Achille’s last stand” (con i Temple of the Dog), alla sua intervista a Jimmy Page, che con tutto il suo alone sulfureo e la sua aria di mistero si vive la sua tranquillissima vecchiaia senza pensare a suicidarsi, almeno apparentemente. Invece – forse – Chris aveva l’inferno in testa, come Kurt Cobain.
Ognuno ha i suoi personali miti rock, per me la morte di Chris si può paragonare a quello che ha rappresentato per te la perdita di Johnny Winter. Il suo timbro e la sua estensione vocale, insieme al misto di energia e malinconia che a volte traspariva dalle sue canzoni (non per niente il titolo che avrebbe voluto dare al suo primo album solista sarebbe stato “Euphoria mourning”, non “Euphoria morning” come poi fu chiamato) mi accompagneranno sempre”
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BODHRAM: “maccheccazzo, pure quelli giovani però,…mi pare ieri di averlo visto al Uonna club a Roma nell’89…”
Soundgarden Roma 1989
Secondo un giornale di Detroit durante l’ultimo concerto al Fox Theatre certi comportamenti sono stati sintomatici:
Poi, certo, è facile lasciarsi suggestionare, ma evidentemente qualcosa che non andava c’era. Ora sembra si sia impiccato nel bagno.
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Pare inverosimile. Non è che seguissi attentamente la sua carriera, ma una figura così la “incontri” nelle tue peregrinazioni rock: lo vedi fare musica sincera, lo senti come una persona profonda, lo vedi in salute, bello, solare, lo vedi frequentare il tuo musicista preferito …
Photo Ross Halfin
e poi scopri che anche uno così, uno che fa – con successo – il lavoro più bello del mondo, che scrive musica appassionata, è intrappolato nelle tenebre. Troppo presto Chris, troppo presto. Addolorati ti salutiamo. Per quel che puoi, fa buon viaggio.
Continua il FREE Spirit tour di Paul Rodgers dedicato alla musica dei FREE. Alla chitarra PETER BULLICK, in origine chitarrista di DEBORAH BONHAM. La sorella del nostro batterista preferito è opening act del tour ed ora nel suo gruppo ha DOUG BOYLE (ex RP Band) alla chitarra.
Ieri sera erano ad OXFORD e a sorpresa sono saliti sul palco BRIAN JOHNSON e ROBERT PLANT per una versione di MONEY (THAT’S WHAT I WANT), il vecchio classico scritto da Berry Gordy e Janie Bradford e incisa nel 1959 da Barrett Strong.
Serata divertente immaginiamo.
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Brian Johnson Robert Plant Paul Rodgers – Oxford may 14 2017 – Photo Paul Rodgers
Brian Johnson Robert Plant Paul Rodgers – Oxford may 14 2017 – Photo Peter Bullick
Brian Johnson Robert Plant Paul Rodgers – Oxford may 14 2017
TRAIN KEPT A ROLLIN’ è un bel pezzo pieno di swing scritto e suonato nel 1951 da TINY BRADSHAW e la sua orchestra, ripreso e confezionato in versione rock nel 1956 da JOHNNY BURNETTE. Negli anni sessanta furono gli YARDBIRDS a rivisitare il brano e a trasformarlo in un piccolo classico della musica Rock. Poco prima del loro scioglimento, nel 1968, con Jimmy Page alla chitarra, ne fecero la versione forse definitiva. La canzone fu ripresa naturalmente anche dai LZ che non la registrarono mai in studio ma la proposero come pezzo d’apertura ai concerti nel 168/69 e nel 1980, nonché dagli Aerosmith nel loro secondo album del 1974
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Così, dopo esserci presi mezza giornata di ferie, dopo aver caricato, scaricato e montato tutto l’armamentario ed esserci ritrovati all’Harris Pub che anche quest’anno ci ha voluto sul proprio palco…
The Equinox Harris Pub5-5-2017- foto TT
…siamo qui a Scandiano che ci apprestiamo a suonarla. E’ da un paio di mesi che abbiamo deciso di partire come facevano i LZ nel 1980: TRAIN KEPT A-ROLLIN’, NOBODY’S FAULT BUT MINE, BLACK DOG. Lele ci dà di rullante, io di wah wah e il pezzo decolla. 3/4 minuti di hard rock versione inglese a cui però nessuno sembra importare. Il pezzo termina (all’improvviso, d’accordo) e non vola una mosca. Capisco che in sala forse solo due avventori abbiano confidenza col TKAR(Suto fan dei LZ e Giorgia fan degli Aerosmith) ma il silenzio è imbarazzante. Di solito attendiamo due battute da 4/4 prima di attaccarci NOBODY’S FAULT BUT MINE ma visto la situazione meglio partire dopo aver contato il primo 4. In NFBM mi accorgo che Pol è migliorato parecchio con l’armonica. In BLACK DOG capisco invece che il basso di Saura non mi arriva bene e che le frequenze dello stesso sembrano sballate. Succede sul palco, niente di nuovo, ma la cosa destabilizza un po’, a volte sembra che la chitarra e il basso suonino in tonalità diverse anche se in effetti fanno correttamente lo stesso giro.
The Equinox Harris Pub5-5-2017- foto Giorgia Malagoli
Mi preparo piuttosto diligentemente prima di ogni concerto, per un paio di settimane mi dedico alla chitarra ogni sera, mi sento pronto per il concerto di stasera, ma elaboro ben presto che sono un po’ distratto. Non si può mai controllare tutto. A volte ti senti che farai un concerto di merda visto che sei scazzato e finisci per suonare al meglio delle tue possibilità, altre volte ti senti preparato e ben disposto e ti ritrovi distratto e quindi incline alle sbavature. Ma è un po’ tutta la vita che è così, soprattutto per gli uomini di blues.
In HEARTBREAKER e DAZED AND CONFUSED mi focalizzo su Lele e trovo che anch’egli sia al top. Era successo pure nel concerto di marzo, ma mi pare che Mr Tamburino stia suonando sempre meglio. Non è una novità, quando suona l’Hard Rock e il Rock classico in generale il Sandokan della Sacca non teme confronti, ma che continui a sorprendermi dopo 15 anni che suoniamo insieme trovo sia una gran cosa. Segue WHAT IS.
The Equinox Harris Pub5-5-2017- foto Giorgia Malagoli
In MMHOP e SIBLY faccio lo stesso pensiero per Pol (NB: meglio specificare che non sto scrivendo queste cose per tirare acqua al mulino degli Equinox, come sempre faccio metto semplicemente nero su bianco le sensazioni che ho durante i concerti, non è una recensione insomma ma il semplice resoconto personale di un membro del gruppo, spero sia chiaro, lo sapete che l’autoreferenzialità mi dà da fare).
Lo sento cantare come un usignolo, e una volta di più mi convinco del fatto che siano pochi in Italia i cantanti di quell’età con quell’estensione e quella qualità di voce.
Saura non la sento, o meglio da piano, dal basso e dalla pedaliera basso mi arriva un tumbleweed sonoro confuso, dove – come detto – le frequenze cozzano con quelle che escono dal mio Marshall. Non mi preoccupo più di tanto, so che la Valentino Rossi del Rock And Roll è la solita sicurezza, è lei l’orizzonte sul quale sorge e tramonta l’Equinozio.
Ogni tanto mentre la guardo mi scappa da ridere: la vedo concentrata eppur leggiadra mentre agisce sulla tastiera del pianoforte e contemporaneamente sulla pedaliera basso, proprio come faceva JOHN PAUL JONES dei LED ZEPPELIN. La sua presenza nel gruppo è un’orgoglio per tutti noi. Non importa se altre tribute band dei LZ hanno chitarristi molto più in gamba di me, senza una come Saura saranno sempre dei poveretti, perché a mio modo di vedere non si possono fare tributi ai LZ con formazioni a 5 o senza prevedere l’uso delle tastiere.
RAMBLE ON, BRING IT ON HOME (con un giro di MOBY DICK come intro) e quindi I’M GONNA CRAWL e TSRTS.
Tim e la Cherry -The Equinox Harris Pub5-5-2017- foto Giorgia Malagoli
Per BIGLY prendo la Danelectro, che subito dopo porto in accordatura aperta, la cosiddetta DADGAD, per KASHMIR. Finito il pezzo epico per eccellenza il pubblico mi sorprende con un lungo e forte applauso, il primo davvero convinto della serata. Vuoi vedere che riusciamo a portarli dalla nostra parte?
Prendo la doppio manico, è tempo per STAIRWAY. La mia amica Jaded Baby (Giorgia insomma) filma il finale col cellulino…
Altro applauso caloroso, carburante essenziale per il finale denso di piombo Zeppelin. Da un paio di mesi in WHOLE LOTTA LOVE abbiamo inserito la sezione funk tratta dal live THE SONG REMAINS THE SAME con tanto di Theremin, mi sembra che la cosa funzioni. Seguono COMMUNICATION BRAKDOWN con la presentazione e ROCK AND ROLL. Il pubblico ormai è caldo. Vorremmo scongedarci ma ci costringono a tornare in pista due volte, per THE OCEAN e CUSTARD PIE. Niente male Scandiano, niente male.
Bello ritrovarsi subito dopo a salutare gli amici che ti seguono da sempre e quelli che, a sorpresa, si sono fatti vivi per la prima volta. Meno bello tornare sulla terra, smontare e ricaricare tutto sulla blues mobile, ma essendo operai del Rock ci siamo abituati. La serata è fresca e tutto sommato limpida mentre attraversiamo la Regium Lepidi county . Mentre guido entro nel Favoloso Mondo di Tirellì e immagino di essere il chitarrista della BAD COMPANY che torna in albergo dopo un concerto al Capital Centre di Landover nel Maryland, in procinto di andare ad un party. Sono nel mood mannish boy così, una volta arrivati in cortile, vedendo Saura appisolata sul sedile, esclamo “Woman, shake your booty!” dando alla frase un significato un po’ diverso dall’originale…”muovi il culo donna che dobbiamo scaricare!”. Nemmeno il tempo di scendere dalla macchina che mi ritrovo preso per il bavero schiacciato contro la portiera “Muovi il culo a chi?“. “Scusa, intendevo dire: ti dispiace aprire il portone del garage mentre io scarico tutta la roba?”.
A volte dimentico con chi ho a che fare e che Saura è la versione emiliana di Michonne.
Scarico, sistemo l’ambaradan, una doccia e sgattaiolo nel letto senza disturbarla. Alexandria, good night.
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Michonne (Danai Gurira) – The Walking Dead – Season 3, Episode 1 – Photo Credit: Gene Page/AMC
In passato abbiamo pubblicato le storie di Rock del nostro amico Massimo Bonelli, questa su Billy Joel ci era evidentemente sfuggita altrimenti la avremmo passata a suo tempo, dato che veneriamo BILLY JOEL ormai dal 1977. E’ un doppio piacere dunque ospitare di nuovo sul blog MB.
“I’ve seen all the movie stars, In their fancy cars and their limousines … And I don’t want to waste more time … I’m in a New York state of mind” … L’uomo del Bronx sapeva suonare il piano talmente bene, che lo poteva fare per mestiere e girare il mondo in limousine, senza mai dimenticare Broadway, Chinatown, il Riverside e le mille luci della sua New York.
Billy Joel è l’uomo del piano; i newyorkers gli sono grati per l’autentica poesia “New York State of Mind”, una delle più belle cartoline musicali della grande mela. Just The Way You are, Honesty, Uptown Girl sono le colonne sonore delle nostre docce o delle code in autostrada.
A Milano, qualche anno fa, presentai una sua “Lesson” al pianoforte in un teatro stracolmo di artisti, musicisti e aspiranti tali. Con l’amico e collaboratore Chuck Rolando, ottimo musicista a sua volta, introducemmo Billy Joel che, dopo i saluti rituali, si accomodò al pianoforte e, prima di iniziare la sua lezione musicale, rivolto all’attentissimo pubblico disse:”Lo so che come prima cosa vorreste sapere cosa si prova ogni notte coricandosi al fianco di Christie Brinkley (la supermodella che era sua moglie all’epoca)… è semplicemente fantastico. Forse è questo il motivo per il quale ogni giorno, quando mi sveglio, scrivo le mie canzoni migliori. Ora parliamo di musica, della mia musica”.
L’apice dei vari episodi con Billy Joel avvenne in una trattoria romana. Quella sera, dopo un suo spettacolo nella città eterna, andammo a cena in uno dei tipici ristoranti del centro di Roma. Uno di quei posti dove, più che la qualità del cibo o del vino, paghi l’atmosfera. Per una serie di coincidenze, ci trovammo intorno allo stesso tavolo, oltre che con Billy Joel, con la splendida e spiritosa Liza Minnelli, il palestrato Sylvester Stallone, il già citato Chuck Rolando, la mia amica e collaboratrice, un po’ inglese ed un po’ romana, Susan D. Smith ed ovviamente il sottoscritto.
Il clima della cena fu estremamente divertente e ricco di argomenti. Verso la fine, quando sul tavolo restarono da ripulire principalmente bicchieri e bottiglie, fecero ingresso nel ristorante due stornellatori, ovvero quei musicisti che rendono omaggio alla propria città cantando sempre le stesse canzoni per la felicità dei turisti. In grado di riconoscere al primo sguardo Lando Fiorini o i Vianella, i due non si avvidero della presenza di Billy Joel e tantomeno di Liza Minnelli. Sicuramente ebbero il sospetto di riconoscere quello a capotavola: il pugile sì, quel Rocky.
Fu proprio Chuck che, con gentile ed educata disinvoltura, sottrasse le due chitarre ai nuovi arrivati, una la consegnò a Billy Joel e l’altra la trattenne lui. A quel punto, partì una straordinaria sequenza di canzoni, magistralmente suonate da Chuck e Billy ed interpretate, oltre che da loro, anche da Liza Minnelli e noi a fare il coretto. I curiosi, con estrema difficoltà, cercavano di entrare nella piccola saletta dove ci trovavamo, altri ci seguivano dalla finestra. Tutti battevano il ritmo con le mani, inclusi i camerieri ed il proprietario.
Dopo aver esordito con Arrivederci Roma, si susseguirono Uptown Girl, Love the one you’re with, Helter Skelter, We didn’t start the fire, Suite Judy Blue Eyes, New York New York e ovviamente New York State of Mind e Billy Joel diede dimostrazione di essere anche un ottimo chitarrista.
I due stornellatori erano felici, non avevano capito chi cantava, ma erano certi che se tutta questa gente avesse cantato in italiano sarebbe stata quasi quasi come i Ricchi e Poveri, la brunetta era naturalmente Liza Minnelli.
Nonostante tutta l’allegria e l’allegra compagnia, il proprietario e il conto salato arrivarono lo stesso:- ” Capo, l’atmosfera la devi pagare, anche se te la sei creata. Con la mente puoi stare a New York, ma i soldi li lasci qui”. Io timidamente risposi:-“Ma non sono un turista, non arrivo da New York”. Billy passò cantando:
“I’m just taking a Greyhound
on the Hudson River Line
‘Cause I’m in a New York state of mind.”
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