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Just one night at Lido Po

8 Set

Primo sabato di settembre. Il bayou reggiano alla sera continua a rimandare vapori. Le due zanzariere principali sono in riparazione (Palmiro ci si allenava a fare free climbing), i due finestroni devono rimanere chiusi se non voglio morire divorato dalle “sarabighe”; il caldo umido si avvinghia come l’edera se decidi di tenere spenta l’aria condizionata. Alfin bisogna uscire.

Io e la groupie montiamo sulla Aor mobile (ne deve fare di km prima di diventare una blues car) e ci spingiamo nella bassa, alla ricerca della brezza che spira sul grande fiume, il MississipPo. Nel buio della notte attraversiamo tratti di campagna così isolata che ci stringiamo stretti l’uno all’altra, nella speranza che la strada ci conduca da qualche parte e non ci lasci in balia dei demoni che intravediamo tra i pioppeti. Nel car stereo – in modalità random – passa ad un certo punto il mio padre putativo, proprio mentre attraversiamo un ponte incorniciato da frasche nere che sembrano ghermire la Aor mobile… sincronicità, ah.

Arriviamo a Bis Ruptus (Boretto insomma); siam venuti fin qua perché stasera al Lido Po suonano i Killer Queen. Di tribute band dei Queen ormai non se ne può più, ma questi li vedemmo qualche anno fa a Bosco Albergati e ci piacquero parecchio. Sono le 22 passate, il gruppo ha già iniziato. Arriviamo nello spazio palco e notiamo subito che il gruppo ha cambiato il cantante; è un gran peccato, l’ex vocalist era il motivo per cui stasera siamo qui. Stanno facendo un tributo a Bowie, LET’S DANCE. Storco il naso. Segue ANOTHER ONE BITES THE DUST. Così di primo acchito non rimaniamo impressionati. C’è parecchio pubblico, ma come spesso succede è di bocca buona. Basta riconoscere qualche melodia familiare, qualche successo che riporti alla propria storia personale per essere contenti ed applaudire. Notiamo un nuovo elemento, un chitarrista con in braccio un’acustica. Cosa ci faccia lì è un mistero.

Il suono del piano di SOMEBODY TO LOVE è inadeguato, sembra il primo suono che trovi quando vai a provare una tastiera da Lenzotti. Nessuno si accorge di questa cosa, ma il cagacazzo che c’è in me inizia a fare il maestrino. Anche la groupie, che fu amante dei QUEEN, fa una smorfia di disgusto. La chitarra acustica accompagna lo stacco gospel, mi sembra una cosa da matti. Sta proprio male.

Buona INNUENDO, ma benché sul palco ci sia il chitarrista acustico, lo stacco spagnoleggiante è fatto utilizzando una base con i fraseggi di chitarra acustica preregistrati. Mah.

Mai piaciuta SHOW MUST GO ON, ma la gente applaude.

Lunghissima la presentazione della band, per ultimo l’ospite alla chitarra acustica che dicono abbia suonato con diversi artisti italiani famosi. Il tipo si lancia in una improvvisazione fatta di accordini e corde vuote, niente di particolare per qualsiasi chitarrista che non sia alle prime armi. Il tutto è sostenuto dalla batteria, la cosa si dilunga un po’ e diventa surreale quando il baffo inizia ad accennare riff conosciuti. La scelta è così ovvia che inizio a scuotere la testa: SMOKE ON THE WATER (e notare che qui pasticcia il riff), OWNER OF A LONELY HEART, SWEET HOME ALABAMA (Sweet Home Alabama! Si può?) in cui si aggiunge tutto il gruppo che vince il premio per la versione più “centuriona”, e infine LONG TRAIN RUNNING. Finché c’erano avrebbero potuto fare anche LA DONNA CANNONE di De Gregori, (tu dimmi) QUANDO di Pino Daniele e CARO AMICO TI SCRIVO di Dalla.

KQ a Boretto 2016 - foto TT

KQ a Boretto 2016 – foto TT

Finalmente il “buraccione” finisce e allora ripartono con i QUEEN: CRAZY LITTLE THING CALLED LOVE. Tutti ballano sul ritmo di questo gustoso rock and roll , il gruppo allunga troppo la coda e la poveretta vicino a me (ragazza di nemmeno trentanni, bassa, culo grosso, occhiali) deve continuare a ballare (ovvero a darsi continuamente dei calci una volta sulla caviglia destra, una volta sulla caviglia sinistra e così via) fino quasi allo sfinimento. Alla fine le chiedo “devo accompagnarla al pronto soccorso?”

Arriva poi I WANT IT ALL, uno di quei pezzi dei QUEEN che trovo piuttosto brutti. Già il brano per me non è un granché, già non lo suonano i QUEEN ma questi qui, già la gente si mette a suonare la air guitar…è venuto il momento di togliermi di torno.

Il chitarrista e fondatore ha un suo perché, suona bene, è bravo, ha il piglio del leader, ma mi pare che il gruppo si sia spegnendo. Il nuovo cantante (ad occhio e croce direi di origine araba) ha della voce ma non è esattamente bellissima, è soprattutto sembra non avere personalità, e per uno che deve mettersi nei panni di FREDDIE MERCURY è un bel problema. Sì, sono rimasto deluso dato che si vantano di esser stati la prima tribute band italiana dei Queen (since 1995…per i meno accorti: badate che i miei inglesismi esasperati sono ironici), di aver suonato all’Arena di Verona con BRIAN MAY, di essere un gruppo che si appoggia ormai da tanto tempo ad una agenzia … ecco, visto tutto questo lo spettacolo non mi è sembrato sufficientemente professionale.

Ci allontaniamo, compriamo un paio di gelati e facciamo due passi. Ci sono le solite bancarelle di zavaglieria. Di fianco al ristorante c’è un locale da ballo all’aperto. Si balla discomusic anni settanta. La “dimension”, come direbbe Riff, è spumeggiante…

Lido Po Dancing - foto TT

Lido Po Dancing – foto TT

Costeggio il fiume, osservo la barca comunale Amico del Po che ora si chiama Padus…

La "Padus" - foto TT

La “Padus” – foto TT

Chiudo gli occhi e per un momento rivivo l’emozione di essere stato, con Mixi, sul vero bayou intorno a New Orleans, parecchi anni fa. Ritorno in me, il gruppo ha smesso di suonare, ora la mia attenzione è rivolta alla Stradivari, motonave in attesa di trasformarsi in discoteca.

Stradivari - foto TT

Stradivari – foto TT

Incontro per caso amici della mia vita precedente con i quali scendo verso l’attracco. Chiediamo info alla security. Stasera è prevista una serata a tema anni sessanta, con discoteca e viaggio sul Po. 28 euro a testa. Verso mezzanotte arrivano i primi pulmini con giovani uomini e giovani donne agghindati in stile sixties. Dagli altoparlanti BEATLES, JANIS JOPLIN, ANIMALS…

La groupie è gasatissima, vorrebbe andare, ma 56 euro in due non sono pochi. Decidiamo di rincasare e mentre lo facciamo medito sul fatto che alle 0,30 io torno verso casa e tutti questi giovani, che sembrano usciti dal film Easy Rider, iniziano la loro serata. Sapranno qualcosa della musica al cui ritmo stasera balleranno?

Lido Po Boretto - internet

Lido Po Boretto – internet

Riattraversiamo le campagne; è l’una di notte, la selezione casuale propone WHO’S TO BLAME dalla colonna sonora di DEATH WISH II e a seguire SONIC TEXTURES 2 dal disco bonus di LICIFER RISING del cofanetto JIMMY PAGE SOUND TRACKS.

https://soundcloud.com/jimmypage

Prigioniero dalla suggestione, nelle vicinanze di un incrocio accosto. La groupie si chiude in macchina, io prendo la chitarra dal bagagliaio. Avanzo fino a che le due carreggiate di campagna si intersecano. Guardo la luna, mi inginocchio. Attendo qualche minuto, mi sembra di intravedere un bagliore, ma forse è solo un’impressione. Non succede nulla, mi alzo, provo un giro di blues ma sono rimasto il chitarrista miserello che sono. Anche stavolta è andata male.

Mesto me torno nel posto in riva al mondo. Mi infilo sotto al lenzuolo e sospiro. Rosedale, goodnight.

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Di TAURUS di STAIRWAY e di altre sciocchezze …

22 Giu

Questa faccenda di TAURUS sta veramente diventando surreale. Trattasi pur sempre di una mera introduzione basata su di un giro in minore che è presente da sempre nel patrimonio genetico musicale di ogni musicista. Cosa avrebbe dovuto dire allora GIOVANNI BATTISTA GRANATA che nel 1659 scrisse la stessa cosa?  (minuto 0:32)

Ma se anche Page si fosse davvero ispirato al pezzo degli SPIRIT, cosa avrebbe copiato, l’arrangiamento? Se i LZ dovessero essere condannati immagino che ogni brano Rock diventerebbe potenzialmente oggetto di cause.

Non me ne importerebbe nulla se non fosse che ognuno adesso si sente in diritto di dire la sua, dal pizzaiolo che non sa niente di Rock allo zio Fedele, e tutti ci tengono a farmelo sapere. Va beh, c’è di peggio, naturalmente.

Jimmy Page STH 1973

Jimmy Page STH 1973

Niente e nessuno comunque riuscira a scalfire quello che provo per questo pezzo, così  metto il vinile sul giradischi, accendo lo stero, mi verso un Southern Comfort, spengo la luce e mi godo alla mia maniera la canzone della speranza…

Robert Plant STH 1973

Robert Plant STH 1973

Tra compact disc e long playing (LA WEEKLY “Why CDs May Actually Sound Better Than Vinyl”)

3 Mag

LA Weekley è una rivista assai autorevole di Los Angeles, specializzata in musica ed arte in genere. Questo è un articolo apparso ormai più di un anno fa, ma è molto interessante. Spiega il perché i cd si sentano meglio dei vinili. Simpatica la frase d’accompagnamento: “Tutti sono d’accorso sul fatto che il vinile ha una migliore qualità sonora rispetto al digitale, tranne gli ingegneri del suono e gli inventori del compact disc”.

E’ in inglese, ed è piuttosto lungo, ma ne vale la pena.

http://www.laweekly.com/music/why-cds-may-actually-sound-better-than-vinyl-5352162

cc

http://www.laweekly.com/music/why-cds-may-actually-sound-better-than-vinyl-5352162

 

 

NOT THE HOOPLE (Songwriter’s blues)

28 Mar

Se nasci con qualche dote attitudinale per il songwriting e non trovi sbocco professionale, sei fritto. Sì perché per tutta la vita ti crogiolerai al pallido sole delle tue composizioni, un sole che non ti scalderà, che non riuscirà a togliere il pallore che ti porti dentro e fuori. Devi allora inventarti una vita, un lavoro, accontentarti di magre soddisfazioni perché nella tua testa tu eri nato per fare qualcosa d’altro, per vivere della tua musica. Al sabato vai a fare la spesa e ti dici, in dialetto, “non si è mai visto JOHNNY WINTER far quei lavori qui”.

Perché il problema principale è con chi ti confronti. Se hai davanti PAUL McCARTNEY, i LED ZEPPELIN, KEITH EMERSON,PETE TOWNSHEND PROKOFIEV, che altro puoi fare se non piegare il capo e dire ” è giusto che siate voi a fare musica, anzi la storia della musica” ma se come termine di paragone hai certi nomi di successo la cui gamma espressiva è vicina allo zero, il cui canto è monocorde, e che in venticinque anni di carriera hanno scritto più che altro canzoni che sono la fotocopia l’una dell’altra, beh allora qualche mal di stomaco ti viene.

Sì perché, quando poi leggi certi commenti di taluni operatori musicali dove vengono criticate le cover band e le tribute band e tu, pur capendo il senso della cosa,  ti ci ritrovi in mezzo, t’ incazzi. Sì perché che ne sanno loro? Magari hanno suonato in un paio da band da giovani, poi a vent’anni hanno smesso, ma per quelli come te che non sono riusciti a smettere di stare attaccati ad una chitarra, al Rock, ad una canzone, giunti a questa età, cosa dovrebbero fare, vendere tutto e non farsi più vedere in giro? Sarebbe cosa buona e giusta probabilmente, ma chi è che ne ha il coraggio?

Fa presto JOHN PAUL JONES a dire che le tribute band proprio non gli piacciono, luì è nato negli anni giusti, nel posto giusto (poi certo, ha aiutato il fatto che fosse un gran musicista). Fosse nato in Italia tre o quattro lustri dopo, che avrebbe fatto? Il session man? Avrebbe arrangiato Jingle per  laTV? Bassista per ANGELA BARALDI? Produttore degli STADIO? Tutte cose nobili, ma un pelo lontano dal mega successo interplanetario avuto con i LED ZEPPELIN (quel tipo di successo che ti dà la tranquillità economica per tutto il resto della tua vita). E forse per arrotondare sarebbe approdato anch’egli ad una tribute band (di professionisti) degli ABBA o dei QUEEN.

Non sono qui a difendere in senso stretto le tribute e le cover band, ci mancherebbe, anche io le critico spesso… se fai una tribute band devi farlo perché ami in modo completo un certo artista, perché conosci nel profondo i significati della sua proposta, perché hai il senso, perché la tua rilettura ha in qualche modo un suo motivo di esistere. Molte tribute band nascono per calcolo, trovano un nome di successo da replicare, assemblano musicisti bravi e partono in tour. E’ sufficiente che il cantante o le cantanti indossino il costumino giusto per irretire il pubblico da sagra da paese, solo una esigua minoranza mette in piedi uno spettacolo coerente, ben fatto e degno di plauso.

Lo stesso discorso vale più o meno per le cover band, serve un filo logico, un comune denominatore tra i pezzi in scaletta, uno straccio di proposta sensata e con una identità precisa. Difficile usare il concetto di originalità quando si fanno cover, ma per lo meno occorrerebbe provare. Al di là delle concessioni che bisogna fare quando suoni all’interno di un gruppo (se vuoi un po’ di pace e di good vibrations un minimo di democrazia la devi garantire) è necessario trovare un equilibrio tra pezzi che possano piacere al pubblico, a te stesso e che al tempo stesso non siano consunti. Io sono il primo a non sopportare i gruppi che al giorno d’oggi se fanno un pezzo di HENDRIX suonano FOXY LADY o PURPLE HAZE, se affrontano i CREAM propongono WHITE ROOM e SUNSHINE OF YOUR LOVE, e magari per far urlare la gente ci infilano anche SWEET HOME ALABAMA dei LYNYRD SKYNYRD. Quei pezzi andavano bene al massimo fino agli anni novanta, se devi fare HENDRIX hai almeno altri venti pezzi piuttosto conosciuti a cui attingere, perché cedere alla pigrizia e appoggiarti al trito e ritrito? Il pubblico in quel caso invece di applaudire dovrebbe alzarsi e andarsene. Va bene che la gente vuole ascoltare solo cose che conosce, ma che so, SPANISH CASTLE MAGIC no? Persino ALL ALONG THE WATCHTOWER andrebbe bene, non la senti spesso suonare dal vivo. Non ci vuole tanto, non sto mica dicendo di fare BURNING OF THE MIDNIGHT LAMP (che ad ogni modo se qualcuno la facesse mi inginocchierei davanti al palco durante l’intro) o PALI GAP…

Non parliamo poi dei gruppi di musicisti che si ritrovano senza aver provato a fare del pseudo blues, dozzinale, scolastico, da avanspettacolo. Non basta un cappello in testa, una canottiera, l’aria da working man americano per essere credibili, occorre che il gruppo abbia un progetto. Cerchiamo allora di fare le giuste distinzioni, e di non mettere tutti sotto lo stesso tetto generico della “Cover band”.

Eppure quando leggo queste critiche all’imperante dittatura delle tribute band mi faccio prendere dai sensi di colpa, perchè anche io ho la mia naturalmente. Così faccio un breve excursus circa la mia modestissima carriera musicale, riporto a galla i nomi dei gruppi e il tipo di repertorio:

1978/79 THE QUARCK, THE SALLOW BAND, THE STRANGERS –  cover cantautori e pezzi Rock.

The Strangers 1979 - Marcel, Tim, Biccio, Mario

The Strangers 1979 – Marcel, Tim, Biccio, Mario

1980/81 FANTASCA CENDER – pezzi originali

1982/83 MIDNIGHT RAMBLERS – cover Rock anni settanta.

Midnight Ramblers - Nonantola (MO) Cinema Arena 13 feb 1982 - Tim & Tom

Midnight Ramblers – Nonantola (MO) Cinema Arena 13 feb 1982 – Tim & Tom

1986 TIM TIRELLI And The Candy Store Rockers – pezzi originali (registrazione demo tape)

1988/1993 CATTIVA COMPAGNIA –  pezzi originali (registrazione 4 demotape)

Cattiva Compagnia 1991 - Gigi, Mixi, Tommy,Tim - the classic line up

Cattiva Compagnia 1991 – Gigi, Mixi, Tommy,Tim – the classic line up

1993 MALAVOGLIA – pezzi originali – (registrazione 2 demotape)

1994/1995 TRENI LOCALI – pezzi originali (registrazioni 2 demotape)

Tim & March - TRENI LOCALI 1995

Tim & March – TRENI LOCALI 1995

1996/1997 TIM TIRELLI Radioblues – pezzi originali (registrazione demotape)

Tim & Mel Previte - TT RADIOBLUES 1996

Tim & Mel Previte – TT RADIOBLUES 1996

1999 CATTIVA COMPAGNIA – pezzi originali (registrazione CD autoprodotto)

Jaypee-Mixi-Fausto-Tim CATTIVA COMPAGNIA 1999

Jaypee-Mixi-Fausto-Tim CATTIVA COMPAGNIA 1999

1999/2006 ZEPPELIN EXPRESS – tribute band

ZEPPELIN EXPRESS live 2003

ZEPPELIN EXPRESS live 2003

2006/2015 CATTIVA COMPAGNIA – cover, tribute, pezzi originali

Lele-Lorenz-Pol-Saura-Tim CATTIVA COMPAGNIA 2014

Lele-Lorenz-Pol-Saura-Tim CATTIVA COMPAGNIA 2014

2015/2016 THE EQUINOX – tribute band

THE EQUINOX 2015 - Pol-Lele-Saura-Tim

THE EQUINOX 2015 – Pol-Lele-Saura-Tim

Così, a chi ti conosce solo per quanto fatto negli ultimi anni e ti viene a tirare le orecchie perché fai cover e tributi ti verrebbe da prenderlo per il copetto, fargli leggere questo misero elenco e dirgli “cover e tribute a chi?”

Alla fine però, a questa età, che altro puoi finire a fare – se vuoi ancora avere la possibilità di fare qualche data – se non una tribute band o una cover band, dove se hai fortuna il gestore del locale ti lascia suonare tre o quattro pezzi tuoi? Io non so come sia per chi scrive pezzi di musica diversa, ad esempio per chi fa metal, black metal, neo prog, garage… magari per loro è più naturale – visto il genere meno immediato – pensare ad autoproduzioni, al mercato indipendente, ma  per chi scrive canzoni (che poi siano Rock, Blues, punk , alternative o che altro non ha importanza), per chi in qualche modo è cresciuto con i cantautori, con la canzone d’autore, l’unica approdo voluto era il rapporto con una etichetta discografica, perché i tuoi pezzi li vedevi lì, in classifica. E’ così per tutti gli autori di canzoni che conosco. Molti sono amici. C’è quello che ha pubblicato un disco per una major che però è diventata una cosa fine a se stessa e sembra aver elaborato il fatto, ma poi tra le pieghe dei discorsi scorgi che sotto sotto la brace è ancora vivissima, quello che pensa di essere un incompreso, il miglior autore in circolazione e continua a sfornare cd auto prodotti che nemmeno i suoi amici  ascoltano, quello che si appoggia al ricordo di un successo sfiorato, quello che quando riascolta i suoi vecchi demotape cerca di nascondere il pianto amaro dietro ad una risata auto ironica, quello che ha fatto parte di una cult band, che ancora vive come se fosse al culmine della sua esperienza e che parla di se stesso in terza persona. Siamo tutti simili, tutti pensiamo che le nostre canzoni fossero (e siano) potenzialmente dei successi “ah, se solo…”

Chissà, forse non è così, o forse sì, fatto sta che non riusciamo a sganciarci dalla cosa, a metterci il cuore in pace. Quando riascolti i demotape o le registrazioni casalinghe relative alle canzoni che scrivesti e registrasti tanti anni fa insieme al tuo partner musicale di allora, rimani stupefatto, irretito. Magari non eravate BATTISTI, DE GREGORI, DE ANDRE’, JAGGER-RICHARDS, LENNON-MACCA, ma paiono così graziose e migliori di tante, troppe, cose uscite in quegli anni in Italia. Quando poi durante i pochi concerti che fai con uno dei tuoi gruppi  proponi una delle tue ultime canzoni, quella a cui forse soei più legato, quella che chiami la tua TEN YEARS GONE (con le dovutissime proporzioni) e senti che a fine pezzo, qualcuno tra il pubblico ti grida “bravo Tim!” scuoti la testa e ti commuovi. Quando poi, invi la stessa registrazione live ad un amico giornalista musicale per farti dare un parere e questi ti scrive ““Ti faccio i sinceri complimenti per QUEL CHE CANTAI, rubacchia la solita scala in minore, ma è tremendamente bella, anche le parole, e il tuo assolo è davvero molto bello”, ecco che poi ti senti peggio del solito. Perché è chiaro che se scrivi dei pezzi vuoi solo sentirti dire che sono belli, ma se li fai sentire a gente selezionata – per capire da fuori come possono sembrare, per sapere se sei tu suggestionato da te stesso o se qualcosa di un qualche valore riesci davvero a scriverlo – e il ritorno è positivo… beh i rimpianti aumentano.

Durante una recente chiacchierata un tuo amico ti ha detto “il Rock è una passione e basta“. Tu vuoi bene a questo tuo amico ma in fondo che ne sa, lui è avvocato e non si è mai cimentato col songwriting, lui fruisce il tutto da fan, da amante della musica, e va benissimo, fortunato lui ti viene da dire, ma non riesce ad immaginare il tormento interiore e il baccano che fa quel cassetto strapieno di canzoni che non ne vogliono sapere di mettersi a dormire.

Così, continui la tua esistenza miserella, e ogni mattina in macchina mentre vai al lavoro, quando senti che divaghi e naufraghi tra le tue canzoni, ti dici “Piedi per terra Tim Tirelli, non sei MICK RALPHS, you’re NOT THE HOOPLE”.

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Tim – studio daze 1996

Addio a KEITH EMERSON

14 Mar

Due riflessioni sulla scomparsa di KEITH EMERSON, in primis la mia e a seguire quella di BEPPE RIVA.

Giovedì sera, appartamento di Santa Monica, California. KEITH EMERSON non è in forma, bronchite e brutti pensieri. La sua compagna Mari Kawaguchi lo mette a letto, poi esce. Keith riflette con preoccupazione sui suoi prossimi concerti giapponesi. Sa già che non sarà all’altezza, ed è molto preoccupato. Le ultime sue uscite non sono state molto incoraggianti. Da anni soffre di una malattia degenerativa che gli compromette l’uso della mano e del braccio destro, rendendo le sue performance al piano incerte e discutibili, con conseguenti commenti poco piacevoli sui vari forum da parte di fan o di chi si interessa di musica. Sono perlomeno 10 anni che Emerson soffre di questa cosa, ma è fin dal 1977 che tende alla depressione. Già, sei stato una rock star a tutto tondo, sei stato un compositore straordinario, sei stato IL tastierista per eccellenza e piano piano vedi che la tua band non sta più insieme, che la gloria degli anni settanta passa, che tre serate consecutive al Madison Square Garden non riuscirai più a farle, che il mondo musicale sta cambiando e che tu, a 35 anni, sei già un vecchio, un dinosauro.

Programma del Madison Square Garden dell'estate del 1977

Programma del Madison Square Garden dell’estate del 1977

Negli anni ottanta Keith si arrabatta, abusa di certe sostanze, colonne sonore, un album solista, rifonda la band con un altro batterista il cui cognome inizia sempre per P, il successo però non è più lo stesso, ci riprova con i THREE ma i risultati commerciali non sono granché. Nel 1991/92 la reunion degli ELP originali che durerà – a pezzi e bocconi – sino al 1998; successo discreto ma distante dagli antichi fasti. Mette insieme una band, tutto più che dignitoso compreso il successo (sebbene si parli di numeri ben lontani dal passato). Ci riprova con Lake per un breve tour, poi nel 2010 l’ultimo concerto degli ELP all’High Voltage Festival a Londra, da cui è tratto un DVD che evidenza le magagne: una band imbolsita, aiutata da basi, con Emerson che fatica come un dannato con la mano destra. Qualche altro progetto, qualche altra apparizione (anche sulla RAI in uno di quei programmi di Carlo Conti dove ripropone, a fatica, un suo vecchio singolo che ebbe molto fortuna in Italia) fino a ieri l’altro. La sua compagna è uscita. Keith è in casa, l’angoscia si fa insostenibile, la depressione lo schiaccia verso il basso. Meglio farla finita. Va nel cassetto, prende la rivoltella che teneva per difesa personale e si spara un colpo in testa. Benvenuti amici miei, allo show che termina.

Questa è una ricostruzione personalissima, fatta in fretta e basata sulle ultime dichiarazioni della compagna di KE e di Greg Lake:

 Keith Emerson & Mari Kawaguchi (Getty Image-Daily Mail).jpg


Keith Emerson & Mari Kawaguchi (Getty Image-Daily Mail).jpg

http://www.dailymail.co.uk/news/article-3489624/ELP-star-Keith-Emerson-shot-no-longer-perform-perfectly-fans.html

http://www.express.co.uk/news/obituaries/652126/Emerson-Lake-Palmer-bandmate-feared-for-ELP-star-Keith-Emerson

Venerdì sera: sono in sala prove con gli Equinox. Stiamo per iniziare, ricevo un messaggio da Picca: “I’m sorry mate” mi scrive e mi allega un link, dall’anteprima leggo che è qualcosa che riguarda KE e gli ELP, subito spero che sia l’annuncio relativo al ritiro dalle scene vista la malattia, poi capisco che è morto. Mi accascio sull’amplificatore. Saura e Pol sono sbigottiti quasi quanto me. Non so come, ma riesco a portare a termine le prove. Il gruppo stasera suona bene, abbiamo un concerto il prossimo venerdì, ma ci sono momenti in cui non riesco a concentrami e perdo dei colpi, Saura fa lo stesso.

Ritorno a casa, mi arrivano messaggi a mezzanotte inoltrata, Pigi (il mio primo contatto col rock è stato con ELP), mia sorella (“dicono si sia tolto la vita”), Liso (“Tim, così non va bene per niente, non sono pronto, mi manca la terra sotto i piedi, il mondo va in una direzione che non è più la mia”), Biccio (“Nooooo…”), Beppe Riva (“Mi ha telefonato ora un amico dicendomi che è morto Emerson, il mio eroe, non posso crederci…”), ancora Picca (“devastante”).

Mi preparo un thè, mi metto al computer, leggo che la polizia parla effettivamente di suicidio. Chi capisce qualcosa di musica riempie facebook con post a mo’ di tributo. Io sono sempre restio a farlo, in passato ho assistito infastidito alla marea di commenti a proposito della dipartita di alcuni personaggi musicali da parte di chi lo fa sempre e comunque, più che per rendere omaggio, per far vedere che si è sul pezzo. Stavolta però non posso e non voglio esimermi, KEITH EMERSON è uno dei miei pochissimi veri eroi, idoli, maestri, e non è morto di malattia o di cose relative all’età, cose di cui dovremmo non sorprenderci, ma è morto perché lo ha deciso lui stesso.

Penso a Keith e mi commuovo, fino alle lacrime. Certo, è un periodo con cui ho a che fare con la morte, poche settimane fa il vecchio Brian, l’altro giorno un suo caro amico, sono in modalità “walking side by side with death” dunque, ma la dipartita di Keith è davvero troppo per riuscire a trattenermi. Scopro così che un cuore ed una anima ce li ho, sebbene non mi piaccia Jeff Buckley (già, leggo en passant su facebook un post di un mio conoscente che recita “Conosco persone a cui non piaceva Jeff Buckley. Ho poi scoperto che non avevano un cuore. E probabilmente nemmeno un’anima.”).

1976/1977: sono un ragazzino, sto per incontrare la chitarra, in casa c’è da sempre un pianoforte, lo suonano mia madre e mia sorella, sono dunque abituato allo strumento e alla musica classica, mia madre poi mi instilla l’amore per George Gershwin e Glenn Miller, nell’infanzia i programmi della Tv dei ragazzi hanno sigle tipo A SALTY DOG dei PROCOL HARUM e SHE CAME IN THROUGH THE BATHROOM WINDOW versione JOE COCKER. Forse è grazie a questo background che quasi mi capovolgo quando ascolto per la prima volta la sigla di ODEON TUTTO QUANTO FA SPETTACOLO.

(da WIKIPEDIA: rotocalco televisivo a cadenza settimanale Rai del TG2, creato dai giornalisti Brando Giordani ed Emilio Ravel, dapprima inserto del notiziario, poi programma del mercoledì in prima serata. La trasmissione ha avuto due edizioni con una rispettiva pausa estiva, dall’8 dicembre1976 al 4 aprile 1978. Il programma, il cui motto era “Fare informazione sullo spettacolo facendo spettacolo”, trattava di una serie di servizi dal mondo, scanditi con un ritmo serrato, riguardanti lo spettacolo ed il tempo libero, il cui sommario spettava a Laura D’Angelo. La sigla di testa e di coda erano animazioni di Piero Gratton, accompagnati dai brani Big Shot di Simon Park e l’indimenticabile Honky Tonk Train Blues, un boogie-woogie degli anni trenta rielaborato dalla rock star Keith Emerson, successivamente sostituita da un video con il musicista al piano. La rock star inglese torna nell’edizione successiva con Odeon Rag, arrangiamento del brano ragtime Maple Leaf Rag di Scott Joplin).

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La sigla è basata su un video girato da Emerson dove si cerca di ricreare uno di quei locali americani tipo barrell house dove si suonava il rag time, il blues e l’honky tonk. Keith con camicia e gilet che suona un piano a muro e una sezione fiati. Il video mi colpisce così tanto che dal punto di vista visivo KE diventerà il mio riferimentol. Modello di riferimento scalfito solo dall’arrivo, nel mio mondo,  poco più tardi, di JIMMY PAGE. Ancora oggi quando riguardo il video ho i brividi…

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Il KEITH EMERSON del 1976/77 per me è sinonimo di figaggine estrema:

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HONKY TONK TRAIN BLUES viene pubblicato come singolo in Italia, la settimana del 5/2/77 esordisce in seconda posizione, la settimana successiva conferma il risultato mentre la settimana del 19/02/1977 arriva al primo posto. Stiamo parlando di un pezzo strumentale, seppur abbordabile, che arriva in vetta. Incredibile. Le due settimane successive torna al secondo posto (scavalcato da Furia di Mal dei Primitives), ma poi il 26/03/1977 torna al primo posto, e lo fa per tre settimane consecutive. Poi per altre sei poi si conferma al secondo posto. Diventa il quarto singolo più venduto del 1977 in Italia. Successo strepitoso.

La stagione successiva la sigla diventa MAPLE LEAF RAG (da Works Volume II del 1977) ribattezzato ODEON RAG. Raggiunge il 16esimo posto della classifica italiana. KEITH EMERSON diventa un nome conosciuto anche al pubblico di bocca buona. Vengono persino stampati gli spartiti. Mia sorella porterà MAPLE LEAF RAG / ODEON RAG al saggio (per pianoforte) di fine anno; a fine esibizione un’autentica ovazione… al di là della bella prova della Lalli, questo dimostra quanto erano conosciuti i pezzi di Keith in quegli anni.

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Nel 1980 la RAI sostituisce ODEON con VARIETY, e affida la sigla (finale) di nuovo a Keith; SALTY CAT.

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SALTY CAT sarà presente sull’album HONKY del 1981, registrato alle Bahamas e pubblicato solo in Italia (e solo successivamente distribuito in tutto il mondo).

Poco dopo i singoli di HONKY TONK TRAIN BLUES e MAPLE LEAF RAG/ODEON RAG inizio ad addentrami con convinzione nelle profondità siderali della musica rock, uno dei primi LP che mi capitano in mano è BRAIN SALAD SURGERY, degli EMERSON LAKE & PALMER uscito pochi anni prima, la copertina (di HR Giger) mi dà i brividi, la musica mi rapisce.

ELP BSS 1973

ELP BSS 1973

ELP BSS 1973

ELP BSS 1973

Il live THE SONG REMAINS THE SAME dei LZ è appena uscito, qualcuno me lo fa ascoltare e da quei momenti non ci sono moto da cross o ragazzine che tengano, per me ci sono solo KEITH EMERSON e JIMMY PAGE. Da lì in poi sarà una scoperta continua di dischi inimmaginabili, tra cui quelli degli ELP, il primo, TRILOGY, PICTURES, BSS, il triplo live WELCOME BACK MY FRIENDS TO THE SHOW THAT NEVER ENDS, WORKS I e IN CONCERT. Più tardi arriveranno anche TARKUS (album seminale che però mi ha sempre lasciato freddino), WORKS II e LOVE BEACH.

La voce bella, piena, profonda di GREG LAKE e il piano di KEITH EMERSON mi portarono verso viaggi fondamentali per la maturazione della mia giovane anima. La potenza elegante e sperimentale degli ELP…

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Il maestrale portato dalle date tour del 1977 fatte insieme all’orchestra…

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Le folli PIANO IMPROVISATIONS di Keith…

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Ci lascia dunque il più grande tastierista Rock di tutti i tempi, e non me ne vogliano i fan di WAKEMAN, di BANKS e di JOHN LORD, Emerson è stato il primo con i suoi NICE a portare il ruolo di tastierista alla ribalta, il primo a cristallizzare nell’immaginario collettivo il suono del Moog nel 1970 con l’assolo finale di LUCKY MAN dal primo album degli ELP, il primo a portare in scena una personalità debordante, sfavillante, creativa, il primo a reinventare la musica classica meno scontata attraverso il Rock, il primo a innestare in un gruppo di musica prettamente europea (gli Emerson Lake & Palmer appunto) la grande musica americana, quella di AARON COPLAND e quella dei grandi musicisti neri che potremmo chiamare generalizzando un po’ musica classica blues. A livello tecnico se la giocava solo con Wakeman e infatti i referendum dei lettori degli anni settanta del MELODY MAKER (la rivista musicale di riferimento di quegli anni) vedevano nelle prime due posizioni alternarsi sempre quei due nomi, ma se Wakeman doveva slittare sulla carriera solista per potersi esprimere liberamente (troppe le personalità strumentali negli YES), Keith poteva librarsi in libertà all’interno degli ELP, essendone la forza portante, senza nulla togliere all’altro gigante GREG LAKE e a CARL PALMER.

Non starò a pontificare troppo sulla sua scelta, niente morbosità a proposito del suicidio su questo blog, dirò solo che la rispetto, non la giustifico né l’avallo, ma registro che se ne è andato, pur in preda a profondissimi blues, come ha vissuto.

Il mio amico Paolino Lisoni ha postato su facebook una semplice frase: “Tutti in piedi.” Ecco, non c’è bisogno di dire altro.

Best keyboards player ever, rock god, composer. We salute you, Keith Noel Emerson! (2 November 1944 – 10 March 2016).

(Tim Tirelli 2016)Keith Emerson

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Keith Emerson: una riflessione sulla sua scomparsa

di Beppe Riva

Non esistono morti più o meno importanti, ma quando a lasciarci è colui che consideri il tuo “eroe” musicale, ti senti veramente colpito al cuore, riconosci che se ne è andato un pezzo della tua storia, con tutte le impagabili emozioni che ha saputo offrirti. Sono convinto che molti appassionati, come chi scrive, si siano sentiti in un mondo diverso e certamente più povero, alla notizia della scomparsa di Keith Emerson in questo già funesto 2016.

Proprio la sera prima, giovedi 10 marzo, alle porte della mia città si esibiva Carl Palmer, il batterista che completava  il leggendario triumvirato fondato da Emerson con Greg Lake, e la sua è stata una stupefacente dimostrazione di acrobatica potenza che mai avrei immaginato tuttora di tale intensità. Tanto meno si poteva ipotizzare che lo stesso Carl, il giorno dopo, sarebbe stato portavoce della tragica dipartita del compagno di gloriose avventure musicali.

Keith Emerson sicuramente ha lasciato un segno indelebile nel mio modo di avvicinare ed amare il rock; quando nel 1970 ascoltai l’album d’esordio degli ELP, ero già affascinato dai Nice, ma l’architettura del suono da cattedrale gotica proiettato nel futuro di “Barbarian” e di “Knife Edge”, mi ha letteralmente conquistato.

Per fortuna non ero il solo, perché gli ELP avrebbero spalancato le porte al successo di massa del rock progressivo. Ed il fiammeggiante leader di un trio di fuoriclasse era proprio lui, Keith Emerson, innalzato al rango di “Jimi Hendrix delle tastiere”,  profeta di un’eresia che all’epoca sembrò persino plausibile, ossia poter sfidare l’egemonia della chitarra elettrica nel rock suonando a velocità supersonica l’organo Hammond ed il piano, ed inaugurando da assoluto pioniere l’era dei sintetizzatori…Emo era questo ed altro: soprattutto alle sue sperimentali contaminazioni fra rock, musica classica e jazz fin dal debutto dei Nice (1967), si deve l’invenzione del rock progressivo. E poco importa se i critici con la C maiuscola  storcevano il naso verso gli “eccessi spettacolari” del nostro, preferendo inchinarsi di fronte alla figura da intellettuale un po’…così di Robert Fripp.

A me piace conservare un numero di Q Magazine (in copertina i Beatles, nientemeno) che riconosce a Keith e ai Nice una sorta di primogenitura, storicamente fondata, sulle origini del prog-rock. Dunque i Nice come il prototipo, gli ELP come il trionfo di questo genere di musica, con Keith in qualità di inarrivabile comun denominatore.

Ma dai vertici raggiunti, la caduta può esser ancora più fragorosa…ELP non erano solo rock’n’roll e “non piacevano” (un eufemismo) a chi  predicava il ritorno alle origini, all’essenziale aggressione sonika, in altri termini, alla generazione punk.

Come e più di tanti loro contemporanei, ELP diventavano “dinosauri”, simbolo di un’epoca da cancellare. Dagli ’80 in poi, Emerson si allontanava dai fasti del successo, continuando però a professare un’inalienabile passione per la sua musica.

“Io mi sento innanzitutto un compositore”, rivelava in una recente intervista esclusiva a Prog Magazine, e lo diceva con la fierezza di chi crede prioritariamente nella sua vocazione artistica.

In quest’ottica, il solo ed unico Keith Emerson  chiudeva il cerchio nel 2011 con il meraviglioso “The Three Fates Project”, autentico festival sinfonico registrato con un’orchestra classica di 70 elementi (uscito su etichetta Varese Sarabande, 2012) che idealmente tornava all’epoca d’oro dei Nice di “Five Bridges”.

Posso immaginare che per un musicista come lui, capace di strepitosi zenit virtuosistici nella sua carriera, gli insormontabili problemi alle articolazioni delle mani e in generale di salute, siano stati un ostacolo oltremodo frustrante da superare, ma non aggiungo altro sull’argomento.

Questo mio rapido quanto gravoso scritto vuol solo esprimere eterna gratitudine a colui che ritengo sia stato il più grande e visionario tastierista del rock. Scusatemi se posso essermi ripetuto su cose già dette…ma si tratta di una perdita incommensurabile, perché non è retorica dire che non ci sarà mai più un altro Keith Emerson!

Ci sentiamo davvero privati improvvisamente di un personaggio che con la sua inventiva è andato ben oltre i confini definiti della cultura pop, diventando protagonista assoluto di un’epoca dove pure il germoglio della creatività non era certo merce rara.

Beppe Riva ©2016

Riproponiamo qui l’articolo che Beppe scrisse appositamente per il blog il7/7/2011: TRIBUTO AD EMERSON LAKE &PALMER

https://timtirelli.com/2011/07/07/tributo-ad-emerson-lake-palmer-di-beppe-riva/

Beppe Riva & Keith Emerson

Beppe Riva & Keith Emerson

Gli artisti che se ne vanno, Ciuffy che le canta a Sarri e la bellezza degli album di musica Rock

26 Gen

In questo inizio anno se ne sono andate alcune figure importanti della musica Rock e su facebook c’è stata un alluvione di commenti. La dipartita di Bowie ha fatto straripare gli alveoli di questo social network, tutti, e intendo tutti, si sono sentiti in dovere di commentare, di piangere, di comunicare al mondo quanto fosse importante questo artista.

Io sono rimasto perplesso circa questo comportamento narcisistico (questa è da tempo la deriva di facebook), perché più che omaggiare con un ultimo saluto un grande artista Rock, nell’ 80% dei casi si tratta di auto promozione.

Capisco che la scomparsa improvvisa (quasi nessuno era al corrente che stesse combattendo da tempo contro il cancro) di un volto noto faccia sempre un certo effetto, ma un minimo di bon ton e di sobrietà non guasterebbe. Tutti si sono scoperti fan di David Bowie. Mi sarebbe piaciuto sapere in quanti sarebbero stati in grado di citare il titolo di una canzone dall’album HEROES che non fosse quella che dà il titolo all’album, di capire quanti di loro sarebbero stati in sintonia con le forti pulsioni dell’artista in questione verso l’uso ossessivo e compulsivo della cocaina, verso Aleister Crowley, verso una certa idea di Gioventù Ariana.

David-Bowie

E’ davvero buffo (e spaventoso) quanto la stragrande maggioranza delle persone riesca ad eludere, a sterilizzare, ad ignorare i significati profondi di certi artisti. E’ sufficiente saper canticchiare “we can be heroes just for one day”, aver ballato due volte al ritmo di “Let’s Dance” per dichiararsi fan.

Io capisco gente come la groupie, una che iniziò ad interessarsi di musica da ragazzina, intorno alla metà degli anni ottanta e, non avendo nessuno di maggiore età interessato alla musica che potesse guidarla, si concentrò su quei nomi che più la colpirono: Bowie, i Queen e i Police (tutto sommato niente male, visto gli anni di cui stiamo parlando). Bowie quindi fu uno dei nomi con cui crebbe, dunque il suo dispiacere e i suoi diversi interventi su facebook mi paiono naturali e in qualche modo dovuti, ma in generale l’enfatizzare sempre e comunque la scomparsa di qualsiasi artista che se ne va mi pare ormai un malcostume.

Possibile poi che tutti fossero o siano dei geni? Se lo erano Leonardo da Vinci, Sergej Prokof’ev e Alan Turing, possibile che lo fossero e lo siano anche canzonettari e musicisti Rock? Bowie era un genio o un bravo singer-songwriter con una visione tutta sua?

DAVID-BOWIE-PENDANT-SA-TOURNEE-MONDIALE-1976

Altra cosa che mi pare inopportuna è maledire l’anno di merda in corso perché si porta via questi musicisti.  Ma è davvero così sorprendente? Per anni, lustri, decenni fanno uso sistematico di droghe, vivono ad altissima velocità, si spendono a più non posso, chiaro che poi devono pagare il conto. A me sembra incredibile che raggiungano i settant’anni. Per tacere di quelli che “le rockstar muoiono giovani (?) e i politici campano fino ai 90 anni, mondo di merda“, e vai di demagogia, avanti così, continuiamo a farci del male.

A me DB arrivò con l’album HEROES, e sebbene fu uno dei primi album che acquistai (quelli dunque che quasi sempre diventano parte del tuo DNA), laggiù nel fine 1977, non mi segnò particolarmente, d’altro canto Bowie per il giovane ed inesperto Tim di allora era quello di STARMAN. Non diventai fan, se non in senso lato. Ritengo che alcuni suoi album, anche del periodo d’oro, non siano poi così belli come vogliono farci credere, e che il Bowie post 1983 non sia granché, al di là di qualche sporadico episodio. Ma naturalmente son cose che non si possono dire, perché poi diventi lo snob che critica quello che piace a tutti, sembra quasi che una volta arrivata la beatificazione gli artisti non si possano toccare.

Ad oggi è STATION TO STATION l’album che amo di più, transizione tra il periodo “Rock” e le sperimentazioni berlinesi in divenire. Album suonato bene ma non in modo impeccabile (ed è questo il bello) da musicisti che avevano il senso di un gruppo, album bianco e metallico dalla produzione di certo condizionata dalla cocaina, album denso di riferimenti religiosi, crowleyani e ossessivi, album che a livello di atmosfera fa il paio con PRESENCE dei LZ.

Ad ogni modo, per i meno attenti, se ne è andato anche DALE BUFFIN GRIFFIN, batterista dei MOTT THE HOOPLE, a 67 anni, per colpa dell’alzheimer.

Dale Griffin

Dale Griffin

Insieme a lui anche GLENN FREY, 67 anni, a causa dell’ artrite reumatoide. Benché mi consideri grande fan degli EAGLES, FREY – seppur uno dei due fondatori – era l’aquilotto che mi piaceva meno. Dispiace ugualmente, ci mancherebbe, ma non era una delle mie figure di riferimento. Anche in questo caso su facebook se ne è fatto un gran parlare e tutti a postare HOTEL CALIFORNIA, brano citato a sproposito, perchè come dice Picca:

“Capisco che la sciatteria è il canone attuale, ma i giornali insistono nell’associare il defunto Glenn Frey a Hotel California, brano principalmente di Don Felder con testo di Don Henley firmato anche da Frey per motivi di ‘opportunità aziendale’. La bazza è ironica: Frey è stato il capo degli Eagles per decenni, si è preso a cazzotti con Felder a più riprese, lo ha silurato impedendogli il rientro nell’ultima reunion e, una volta morto, viene ricordato per un brano di Felder. Life is Hard. Death too.”

Glenn Frey

COPPA ITALIA: NAPOLI – INTER 0 -2

Siamo al 90esimo, l’Inter conduce per 1 a 0, da un paio di minuti l’arbitro ha espulso un giocatore dei vesuviani per doppia ammonizione. Il quarto uomo espone sul cartellone luminoso il numero dei minuti di recupero: 9, corretto poi in 5. Ciuffy (Mancini insomma) va a protestare col quarto uomo, 5 minuti gli paiono troppi. Sarri, evidentemente incavolato per il risultato lo vede e gli dà del “frocio” e del “finocchio”. Ciuffy sente tutto e va ad affrontarlo. Li dividono.

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Adem intanto scatta in contropiede, si fa metà campo da solo e va ad insaccare il 2 a 0.

Intervistato da quelli di Rai sport subito dopo la partita Ciuffy riporta fedelmente quanto successo.  E’ scosso e molto arrabbiato.

Sarri che chiede scusa in diretta TV dicendo che “sono cosa di campo e che tutto deve chiudersi lì”.

Seguono polemiche: chi dice che Mancini ha ragione e che è ora che anche il mondo del calcio si adegui alla società civile (?) lasciando perdere offese di stampo razzista ed omofobo, chi invece pensa che Mancini sia una donnicciola e che ha fatto tutto di proposito per far squalificare Sarri ed approfittarne.

Io mi chiedo, ma approfittarne di cosa? Sarri è stato squalificato due turni in Coppa Italia, mica in campionato. Secondo me Mancini ha fatto bene, ha allenato in Inghilterra, da questo punto di vista paese più avanzato del nostro visto che lì omofobia e razzismo si combattono davvero, è ora di cercare di fare qualcosa anche qui in Italia. Che Sarri abbia detto “sono cose di campo” per me è vergognoso.

Naturalmente le critiche a Mancini sono state tantissime, anche perché sembra che pure lui 15 anni fa abbia usato lo stesso insulto per colpire un giornalista. Mancini nega, ma se anche fosse vero cosa cambia? In 15 anni uno può cambiare comportamento, no? In 15 anni la società si evolve e certe offese sono ancora più impronunciabili che in passato. Ci potrà pur essere una differenza tra il Mancini 35enne e quello 50enne o no? Sarri ha 57 anni, possibile che a quell’età, con la posizione che occupa, nel 2016 si lasci scappare ancora delle offese di quel tipo?

Offendere Mancini per la sua decisione di rendere pubblica questa cosa è davvero segno di inciviltà, e farlo perché l’allenatore di una squadra avversaria che magari odi lo è ancora di più. Non è vero che tanto non cambia nulla, se solo facessimo tutti un piccolo passo in avanti …

mancini

Tornando alla musica, quando scompaiono musicisti di quel calibro si è portati a riascoltare i loro vecchi dischi e una volta di più si tende a valutare l’impatto che certi LP hanno avuto sulla nostra vita.

I grandi album Rock hanno la capacità di farti fare dei viaggi che tu nemmeno ti aspetti, di farti vivere avventure così lontane e diverse dal tuo quotidiano, di aprirti la mente e il cuore su orizzonti che non sono i tuoi. Prendi DESPERADO degli Eagles, album che ti fa rivivere l’epopea dei fuorilegge americani; lo infili nel cd player della blues mobile e già con la prima canzone ti sembra di essere uno della banda DOOLIN-DALTON.

I grandi album poi sono tali anche perché è nelle tracce minori che trovano la completezza, la quadratura del cerchio. Senti qui il grande BERNIE LEADON con TWENTY-ONE e BITTER CREEK, senti che canyon ti fa attraversare…

L’outlaw blues arriva con RANDY MEISNER: CERTAIN  KIND OF FOOL …

e con SATURDAY NIGHT cantata da DON HENLEY…

poi ecco le due primedonne, DON HENLEY e GLENN FREY, TEQUILA SUNRISE e DESPERADO con quella “You better let somebody love you (let somebody love you) You better let somebody love you before it’s too late” che ti spezza il cuore ogni volta che la senti…

Che potenza gli album della musica Rock.

Eagles - Desperado photo outtake

Eagles – Desperado photo outtake

Blog musicali and other assorted blues songs

7 Gen

In questi ultimi giorni ho letto un paio di interviste niente male: una a Max Stefani (rilasciata il 21/12/2015) e una a Riccardo Bertoncelli. Max mi è piaciuto quando gli è stato chiesto di citare qualche gruppo o artista sopravvalutato, ha tirato fuori nomi senza tante storie. Bello vedere qualcuno a cui non frega nulla di essere politicamente corretto, citare nomi di gruppi “intoccabili”e spazzare via cliché consolidati da decenni. (Chi fosse interessato la può trovare sul profilo facebook di Stèfani).

Leggere Bertoncelli è interessante, ti mette alla prova, ti fa confrontare con te stesso. Spinto dalle sue parole ho provato a dare un’occhiata a qualche blog prettamente musicale pubblicato sulla rete italica, alcuni dei quali premiati come migliori blog musicali italiani. Ho tentato, ma non ce la faccio, non riesco ad andare oltre i due o tre articolini. Una noia assoluta. Sarò io che sono arrivato al capolinea, lo so, ne ho discusso recentemente anche con Paolo Lisoni, ma leggere quella roba è un fastidio per me. Quei giornalisti che usano verbi tipo “sciorinare”, quei compitini perfetti che parlano di soggetti perfetti per l’intellighenzia Rock nostrana, quell’essere trasversale tanto da far capire che si può scrivere sempre e comunque di qualsiasi corrente del Rock, di qualsiasi gruppo e di essere credibili (cosa che invece capita a pochissimi).

Mi chiedo a cosa sia dovuta questa mia repulsione che arriva come un onda su qualsiasi tipo di blog musicale che io cerchi di affrontare…quelli che “i Dead, Tom Petty e il castamasso della Cesira”, quelli che il metal, quelli che il punk Rock inglese, quelli che il prog, quelli che il jazz, quelli che il blues… Possibile che sia davvero io a non sopportare (quasi) più nulla di scritto a proposito del Rock e della musica? Ci sarà di sicuro qualcuno che penserà la stessa cosa delle frasette sghembe che scrivo a proposito dei soliti quattro artisti su questo blog miserello, e allora? Sono snob a tal punto da non gradire nulla scritto da altri? No, cazzo, mi emoziono quando leggo le considerazioni musicali di qualche bel delinquente del rock and roll che conosco e di cui non faccio il nome, ma allora cos’è? C’è una sorta di idiosincrasia verso il 95% di quello che leggo, in Italia, a proposito del Rock. Sono io ad essere alla frutta, lo è il Rock o semplicemente mi sto trasformando in un vecchio brontolone?

Smetto di scervellarmi, passo ad altro, ad esempio alle due compilation di registrazioni casalinghe di MICK RALPHS pubblicate gli anni scorsi dalla Angel Air. Basta guardare le cover dei cd per capire il livello, ma che ci volete fare, I love this man.

mICK rALPHS CD

Un paio di settimane fa sono stato a pranzo da mia zia, si parlava della stirpe Tirelli, saltano fuori alcune foto, una del padre della madre di Brian, mio bisnonno quindi. Tal Luigi Brini, nato nel 1880 e morto a 25 anni di peritonite o qualcosa del genere. Suo padre (o suo nonno) doveva essere austriaco, o perlomeno così vuole la storia della famiglia. Avevo forse visto la foto in passato, ma solo oggi la imprimo nel mio dna. La invio a mia sorella. Risposta “quanto gli assomigli!” Gli assomiglio? Ma dove? Guardo meglio e, sotto al primo strato superficiale, mi vedo. Stessi occhi e sopracciglia. Quello sguardo blues, quell’intenzione sveviana, kafkiana, (crowleyana?) … non c’è dubbio: sono suo bisnipote.

Faccio vedere la foto a Brian e dice “sei te, Stefano”; certo, un vecchio con l’alzheimer non è propriamente attendibile, ma dopo tutto è mio padre e quando risponde di getto senza a pensare spesso ci prende. Faccio vedere la foto alla groupie e mi dice “sì, vieni da lì”. Ho sempre pensato di essere una sintesi dei Tirelli e degli Imovilli e invece eccola qua la mia Brini legacy.

Luigi Brini, bisnonno - Foto Fantuzzi RE

Luigi Brini, bisnonno – Foto Fantuzzi RE

 

Luigi Brini, bisnonno 1880-1905 - Foto Fantuzzi RE

Luigi Brini, bisnonno 1880-1905 – Foto Fantuzzi RE

JOHN PAUL JONES compie 70 anni, la cosa mi inquieta. PAGE ne fa 72, ho ormai elaborato che le mie figure di riferimento ormai sono dei vecchi con o senza fascine di arbusti sulla schiena, ma che anche JONESY abbia raggiunto the big 7 fa impressione.

Continuo ad essere impelagato con le serie Tivù di SKY. La V stagione di HOMELAND (serie di cui ormai anche PICCA è prigioniero), la III di THE AMERICANS, la II di FARGO e LILYHAMMER. Mi sono dato a quest’ultima da poco, ho scaricato le prime due stagioni su Sky on demand e mi sono messo a guardarla. Mi divertono le storielle del mafioso LITTLE STEVEN, crude e strambe con una vena comedy. L’ironia sul welfare e sull’atteggiamento politicamente corretto norvegese è uno spasso, quasi tutti i personaggi autoctoni paiono sciocchi e con deviazioni varie. Adesso ne è arrivata un’altra, FORTITUDE, anch’essa ambientata nell’estremo nord. Questa è una tendenza che si sta allargando a macchia d’olio. FARGO, LILYHAMMER, FORTITUDE, film tipo HEADHUNTERS (tratto dal romanzo di Jo Nesbø), IN ORDINE DI SPARIZIONE… comune denominatore i ghiacci, siano quelli del Minnesota, della Scandinaviar o beyond.

Sarà un caso ma dal cofanetto di BERNSTEIN pesco il cd riservato a EDVARD GRIEG…

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Mi trastullo anche col box set dell’ ALAN PARSONS PROJECT. Da giovane lo snobbavo, lo consideravo easylistening, ma ora da uomo di blues di una incerta età, con i confini dell’essere esigente più sfumati, mi godo questo Rock sinfonico leggerino con piacere, se poi alla voce c’è JOHN MILES ancora meglio…

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Lo stereo della blues mobile passa ASHES & DUSTdi Warren Hayens, una piacevole sorpresa per me che non sono mai riuscito ad apprezzare del tutto questo chitarrista.

Gli ultimi arrivi, grazie al gift voucher di amazon che un caro amico sempre troppo generoso mi ha fatto per natale, sono: il bluray e il cd QUEEN – A Night At The Oden (la leggendaria performance al teatro coperto del quartiere martellaio di Londinium della vigilia di natale del 1975), i due cd di MICK RALPHS di cui sopra, l’album DERRINGER BOGERT & APPICE e la deluxe edition dell’album dei GRT (S.HOWE & S. HACKETT). QUEEN a parte, devo avere qualche disfunzione musicale anche perché a questi nomi assai discutibili per la stragrande maggioranza dei critici Rock italiani, aggiungo l’ultimo soundboard, arrivato via wetransfer dal nostro uomo a Helsinki, dei FIRM, il gruppo di PAUL RODGERS con LEOPOLD alla chitarra…

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L’INTER torna a vincere, a fatica, in casa dell’EMPOLI e mantiene la prima posizione in classifica. Rimango perplesso benché ancora fiducioso.

Pago multe (180 euro e tre punti in meno sulla patente per aver viaggiato ai 72 kmh sulla circonvallazione di Stonecity), osservo quel po’ di neve scendere sulla pianura, guardo CARLO VERDONE (sul suo profilo FB) fare gli auguri a suo cognato mimando FOUR STICKS dei LZ versione ROLLINS BAND, mi chiedo se sia il caso di comprare un registratore multitraccia 24 piste della TASCAM, favoleggio l’acquisto di una LES PAUL STANDARD cherry sunburst (o sunburst), mi interrogo sul mio futuro, insomma blueseggio come al solito. Happy new year Tim Tirelli.

Domus Saurea gennaio 2016 - foto TT

Domus Saurea gennaio 2016 – foto TT

 

 

 

 

 

Sul costo dei dischi now and then… di Picca

7 Ott

Io e Picca fuori blog ci confrontiamo spesso, il nostro amore sconfinato per il Rock ci porta spesso su sentieri dove nevrosi, ossessioni, compulsioni sono di casa. Oggi, mentre sono qui in ufficio che cero di lavorare e di portare avanti questa esistenza blues e che in cuffia ascolto i TUDOR LODGE,

scambio considerazioni con lui sul messenger di Facebook a proposito del costo dei dischi di oggi e di ieri. La sensazione è che i dischi ieri costassero meno, così il Pike boy decide di fare una veloce verifica. Probabilmente di matematica ed economia capiamo poco entrambi, ma la novella che sgorga dalla maruga di Picca è troppo carina per dimenticarla ad asciugare nel backyard del messenger di FB. Così, signore e signori, diamo il benvenuto una volta di più su questi palchi al Polygram recording artist, Picca.

Nel 1979 il giovane Tim Tirelli ha 10’000 lire in tasca che bruciano. La nonna ha appena smollato la fragrante banconota  e Tim ha una chiara idea della destinazione finale del deca: è appena uscito In Through The Out Door dei Led Zeppelin, suo gruppo preferito. Il giovane Tim si reca come un nibbio in assetto bellico nel primo negozio di dischi che capiti a tiro.

 

Peecker Sound

Entra, estrae la diecimila, acquista il Graal del momento e riceve 2000 lire di resto. Va a casa e gode come un riccio. Nel 2015 l’ancora giovane Tim Tirelli vorrebbe acquistare la nuova ristampa in vinile 180 grammi di In Through The Out Door. Fa una capatina su Amazon e scopre che costa la bellezza di 23 dollari e 99 cents. “Porca paletta” – esclama – “ma è carissimo! Che due palle questo revival vinilitico. Il CD costa la metà ma io voglio il long-playing. 24 dollari per un disco?? Discografici di merda, che vadano a cagare…”

Ma poi un bel giorno, il suo amico Picca che non ha un cazzo da fare e si trastulla con scemenze legate al Classic Rock, smanettando un Calcolatore di Inflazione scopre, con massima sorpresa, che nel 1979 8’000 lire corrispondono, più o meno, a 31 euro e 50 centesimi, praticamente 35 dollari. Morale della favola: oggi i dischi, rispetto al 1978, costano molto meno. Per non parlare dei CD. Quando si acquista un doppio CD antologico da 9’90 (vedi Mothership ad esempio), teniamo bene a mente che nel 1979 sarebbe costato 2 mila lire, mentre un doppio lp in offerta all’epoca costava almeno 8000 lire. Sorpresa!

Stefano Piccagliani © 2015

 

 

Contro il proliferare di cofanetti ed edizioni speciali (another Tim & Picca Production)

2 Ott

Fino ad alcuni anni fa i cofanetti e le deluxe edition mi erano essenziali per continuare a vivere. In loro cercavo “il bello” assoluto, la versione definitiva di album che avevo amato. Certo, nell’atto dell’acquisto c’era anche la speranza inconscia di ritrovare le emozioni fortissime provate quando da giovinetto compravo e scoprivo gli album in questione, ma alla fin fine non era male l’idea di avere la registrazione ripulita e la confezione finale di dischi così importanti per me. Poi, si è iniziato a capire che i remaster non sempre erano meglio delle edizioni originali, che si stava cominciando a rimissare gli album (che come dice Picca è un po’ come pensare di sistemare la GIOCONDA con photoshop) e che le case discografiche ormai avevano in mente di ripubblicare tutto in versione deluxe sebbene di materiale aggiuntivo di valore ce ne fosse pochissimo.

Dopo un paio di anni di incertezza circa il da farsi (in cui comunque ho continuato ad acquistare cofanetti e edizioni di lusso) sono arrivato al punto di rottura, la cosa non è più sostenibile, il rigetto di cui sono vittima è fortissimo: non compro più box set, special-deluxe-legacy-il castamassodellcesira edition, non mi interessa più il materiale bonus (se non per quei 5 nomi di cui sono fan in senso strettissimo), quello che voglio è l’album originale senza fronzoli, senza zavorra, pulito, essenziale, nature.

Se mi soffermo a contemplare i miei scaffali contenenti cofanetti ed edizioni speciali non faccio altro che scuotere la testa; prendiamo LIVE AT LEEDS degli WHO.

Live At leeds

Esce nel 1970, primo album dal vivo di una delle più grandi Rock band mai esistite: 4 pezzi nel lato A, 2 pezzi nel lato B. 6 pezzi esplosivi, 40 minuti di cavalcate elettriche, testosteroniche, ancestrali, giovanili, selvagge, in parole povere di Rock, il Rock inteso come Rock. Nel 1995 esce la ristampa a cui vengono aggiunti altri 8 pezzi presi dal concerto, si arriva a 14 brani, compro l’edizione ma l’ascolto, seppur interessante, si fa già meno intrigante. 2001: esce la deluxe edition contenente il concerto completo…33 brani su due cd, il secondo dedicato alla riproposizione di TOMMY. Sì, bello, ma io non lo reggo… vuoi metter con i 40 minuti sensazionali della prima edizione?

CHEAP TRICK AT BUDOKAN, album uscito nel 1978 (in Giappone, e nel 1979 negli Usa) che comprai all’epoca e che amai moltissimo, LP d’importazione giapponese col booklet interno (già allora), una goduria. 10 irresistibili canzoni Rock orecchiabili, grezze, vere, a mio parere bellissime. Uno degli album dal vivo che più amo.

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Già nel 1994 uscì BUDOKAN II con il resto delle canzoni registrate in quei due giorni di fine aprile 1978 con l’aggiunta di tre pezzi presi dal tour del 1979, poi nel 1998 AT BUDOKAN The Complete Recording, 19 pezzi spalmati su due cd. Carino certo, un paio di pezzi sono addirittura all’altezza dei 10 scelti in origine, ma il resto non regge il confronto e se prima ti ascoltavi AT BUDOKAN tutto d’un fiato, adesso non riesci ad arrivare alla fine.

Veniamo poi a quello che considero il più grande live album di sempre, THE SONG REMAINS THE SAME dei LED ZEPPELIN. Pur nella sua imperfezione, la versione originale del 1976 è quella che ci ha svezzati, quella con cui siamo diventati gli uomini che siamo. L’album contiene alcune delle esecuzioni più ardite mai sentite in campo Rock. THE SONG REMAINS THE SAME (il brano), THE RAIN SONG, DAZED AND CONFUSED, NO QUARTER, STAIRWAY e la sezione BOOGIE MAMA di WHOLE LOTTA LOVE sono quanto di più adorabilmente intricato eppur fruibile mai sentito da un gruppo Rock. Evito di sperticarmi di complimenti per l’ennesima volta a proposito di questo gruppo e di questo album, ma senza dubbio le registrazioni di quei tre giorni di fine luglio del 1973 su cui si basa il disco furono l’apice del gruppo di Page e di certo Rock in generale.

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Nel 2007 esce la versione expanded, 6 ulteriori pezzi aggiunti; letta la notizia tutti a festeggiare, i sei pezzi in più sono altrettanti classici non episodi minori magari un po’ invisi ai più, ma poi vai a sentire la nuova edizione rimasterizzata e qualcosa non torna. Alla chitarra di PAGE è stato aggiunto un effetto per renderla evidentemente più morbida, effetto però innaturale visto che nelle registrazioni del 1973 e dunque nella versione originale dell’album del 1976 non c’è, ed inoltre in alcuni dei brani presenti sulla versione precedente ci sono edit e e aggiunte di brevi pezzetti non presenti in origine. Per un fan nato e cresciuto col disco originale è una cosa inconcepibile. E’ poi saltato fuori che PAGE insieme all’ingegnere del suono KEVIN SHIRLEY ha dovuto chiudere in fretta e furia la lavorazione quando dalla WARNER è arrivato un aut aut: terminate il tutto, è finito il budget. E’ finito il budget per un album dei LED ZEPPELIN? Una delle cinque (se non tre) band che più hanno fatto e fanno guadagnare al mondo? Non avevate i soldi per far stare due persone in studio una settimana in più per chiudere il lavoro dignitosamente? Risultato: nel circoli degli appassionati di musica la versione del 2007 è considerata da evitare quasi come la peste. Così uno va da Mediaworld, o meglio, in uno dei pochi veri negozi di dischi ancora aperti, come ade sempio DISCHINPIAZZA A MODENA (piazza Mazzini), vuole un live dei LZ, vede la copertina nera di TSRTS, legge l’adesivo, “versione del 2007 rimasterizzata da Jimmy Page con sei pezzi in più”, lo compra pensando di avere la versione da vero intenditore e invece si becca la versione farlocca.

Mi si posa lo sguardo poi su SKYDOG, il cofanetto di DUANE ALLMAN. E’ un bell’oggetto, ma di difficile utilizzo, le varie epoche e le session sono spalmate in modo complicato, mi viene mal di testa, non me lo godo come avrei voluto.

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E MACHINE HEAD dei DEEP PURPLE versione 40th anniversary edition? 5 dischetti di cui 4 inutili. La fuffa ci sta inondando.

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CD1: Machine Head (2012 Remaster)

CD2: Machine Head (Roger Glover’s 1997 Mixes)

CD3: Machine Head (Quad SQ Stereo)

CD4: In Concert ’72 (buona parte del materiale preso – seppur rimixato – da IN CONCERT pubblicato nel 1980, e ripubblicato poi succesivamente in varie vesti).

DVD: Machine Head (Audio Only DVD) Original Album 2012 Remaster (96/24 LPCM Stereo) + Original Album Quad Mix (Quad to 4.1:DTS 96/24 & Dolby Digital) + Bonus 5.1 Mixes (5.1 DTS 96/24 & Dolby Digital)

Potrei fare qualche altra decina di esempi, ma di questo blues ne abbiamo trattato anche in passato, meglio fermarsi.

Certo, poi ci sono anche delle cose carine e ben fatte, come ad esempio la versione 3 cd di COOK/LIVE IN USA della PFM:

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in un pratico cofanetto il disco originale (basato sui due concerti di Toronto e NY del 1974) e il concerto intero di New York. Prezzo abbordabile, piccolo formato, materiale bonus di valore.

La tendenza però è quella di pubblicare tutto e di più in confezione speciale. Immagino che al cd puro e semplice ormai siano interessati in pochi e che si punti a prodotti di valore che ingolosiscano quella fetta di appassionati che hanno sempre comprato dischi e che sono in quella fascia d’età che va dai 35 ai 65 anni e oltre. Io però come ho detto non ce la faccio più, si sta scivolando nel feticismo estremo, nel vortice morboso e insano del comprare queste cose per riempire i vuoti della nostra esistenza, con l’illusione di rivivere la nostra gioventù.

Come definire altrimenti l’idea della Sony relativa alla pubblicazione di un cofanetto contenente ogni nota registrata in studio da Dylan tra il 1965 e il 1966, comprese le false partenze e ogni singolo paciugo? Nessuno discute il valore di DYLAN, ma non è un po’ troppo?

Di questo soggetto ne discuto di frequente con Picca, tramite il messenger di Facebook. Tra ironia e amara consapevolezza ciò che ne scaturisce a volte è divertente. Riporto qui sotto alcuni dei nostri scambi avvenuti negli ultimi tre mesi.

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PICCA: “Tim, allora cosa facciamo…? Lo compriamo o no l’imminente OTTANTUPLO dei Grateful Dead?
Adesso chiamo Robby di dischinpiazza e me ne faccio mettere via un paio…”
PICCA: “Lo prendiamo il nuovo box set con 33 singoli delle Bananarama?
TIM: “Pike questo è per feticisti…ma io mi chiedo, c’è gente che compra certe deluxe edition o i cofanetti della Bananarama? Quanti ne venderanno? Sono arrivato al punto di pensare che ci sia gente che compra queste cose a prescindere di chi sia l’arista…sono i cofanett buyers…”
PICCA: Il cofano delle Banana è un mistero. Scusa, dimenticavo… box con 28 cd singoli di Belinda Carlisle”
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TIM: “Domani sera dobbiamo parlarne…qui va tutto in malora…”
PICCA: “Probabilmente fare un box costa tipo 9 euro”
TIM: “Mah, io so che la cartotecnica costa…cofanetto + 28 custodie in cartoncino per i cd il tutto stampato a colori + più la masterizzazione dei diversi cd… immagino che oggi i prezzi siano più abbordabili, ma un minimo di copie dovranno pur venderle per rientrare nei costi…e chi compra un cofanetto con 28 singoli della Carlise a 150 euro?”
PICCA: “Meno male che hanno ristampato con i bonus i primi 4 album dei Bucks Fizz…
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 TIM “diocanta era ora, solo la cover vale il prezzo. Che ne dici del disco solista di KEITH?
PICCA: “Il disco di Richards lo compro e non lo ascolto, anche perché ha detto che è entrato in studio senza lo straccio di una canzone…mah…”
TIM “Ciao Pike, avevo letto ieri. Sono basito. Se da un punto di vista è un buon segnale (il vagliare materiale d’archivio post LZ per possibili nuove pubblicazioni) dall’altra è quantomeno discutibile (avrà altre scuse per non suonare proprio più la chitarra proprio più, e non mi pare si tratti di materiale degno di essere pubblicato…a meno che con i nastri multitrack non si riesca ad assemblare un prodotto soddisfacente…magari ci sono altre cose oltre i 4 pezzi che circolano da decenni…ma sentiti su bootleg non è certo materiale memorabile). Ci sentiamo per domenica sera. Do what thou wilt shall be the whole of the Law. Love is the law, love under will”
TIM: “Comunque ONCE UPON A TIME dei Simple Minds esce in versione 6 disc, non 4 come dicevamo!”
PICCA: “Meno male. Aspetto la super deluxe edition di Right BY You” (discaccio di S.Stills del 1984 a cui partecipò anche Page. ndTim)
PICCA: “In realtà il box da comprare è questo degli Showaddywaddy (????) di 33 cd!”
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TIM: “Stiamo diventando tutti matti”
 – break dedicato al nuoto sincronizzato –

 PICCA: “Però, carino. Gli Zep rendono bello anche il nuoto sincronizzato:

 – fine del break dedicato al nuoto sincronizzato –

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 TIM: “Non c’è niente da fare, Il Dark lord sapeva il fatto suo. Oggi ripensavo a LZIV, ma esiste un disco più Rock di quello? PS: comunque sono ormai giorni che sono nel buraccione Bob Dylan…”
PICCA: “Allora adesso ti devi comprare il diciottuplo con le false start”
TIM: “No, basta. Vorrei avere la forza di vendere tutti i miei cofanetti… Vorrei tenere i miei 500 dischi favoriti in edizione normale, senza bonus e reference mix del cazzo. Back to basics. E gettare tutto il resto. Sono in una fase terribile. Amo il Rock e contemporaneamente non sopporto più nulla di musicale. Help me if you can I’m feeling down…”
– break calcistico: dopo i quattro goal presi dall’INTER dalla FIORENTINA –
 TIM: “Basito”
PICCA: “Ritorno sulla terra”
TIM: “Ma zio Cagnone… però Handanovic…”
PICCA: “Disastrovic
TIM: “Sono un straccio gettato sul divano”
PICCA: “Metti su il Prelude e afflosciati del tutto.”
TIM: “No, ho indossato la maglietta dell’Inter…”
PICCA: “E’ come avere la maglia dei Led Zeppelin all’A.R.M.S. concert”
TIM: “È come vedere i LZ a Zurigo 80 pensando di vedere quelli di TSRTS”
PICCA Tipo Live Aid”
TIM: “O Atlantic 88″
– fine del break calcistico –
 PICCA: “Sei pronto? Esce un box di 22 cd di Steve Hillage”
TIM: “22 cd quando forse sarebbe bastata una 2/3 cd compilation. Poi ripenso alla Sony che fa uscire ogni nota registrata di Dylan tra il 1965 e 66… siamo al feticismo, non è più amore per la musica… è spaventoso. Ogni volta che guardo SKYDOG il cofanetto di Duane mi viene voglia di buttarlo di sotto, non posso perché è un regalo della groupie… Picca voglio tornare nel 1978… aiuto!”
PICCA: Ti capisco. Siamo vittime della special edition.”
TIM: “Sì ma invece di fregarmene e passare oltre io ci sto male…sono alla frutta”
PICCA “Skydog è inascoltabile, ingestibile, inutile. Ogni bonus track uscita negli ultimi 25 anni ha inquinato la purezza dei dischi ai quali siamo affezionati. Dobbiamo farci largo in una foresta intricata di cazzate e ritrovare l’essenza. Forse è questo il perché del successo del vinile (che comunque è una mania nevrotica anche quella).
Oggi sentivo dei brani dal nuovo Paris dei Supertramp (Deluxe edition). Mi pare ci siano delle microdifferenze fastidiosissime, delle stonature del cazzo che in Paris 1979 non c’erano, delle sporcizie mai udite prima. Mi è venuto il nervoso. Adesso devo fare una comparazione. Il dubbio è: hanno messo brani registrati ‘nature’ mentre nel vecchio doppio live li avevano aggiustati in studio o sono io che essendo alle prese con una ‘special edition’ sento delle cose che non avevo mai sentito?’.
Stessa cosa con la nuova versione di Rock Of Ages della Band (Academy Of Music). Quel pazzo di Robbie Robertson ha rimixato tutto abbassando i fiati. Meno male che me lo regalò Riff e non ho speso un cazzo. Quando l’ho ascoltato ho detto ‘ma dove cazzo sono i fiati???  Adesso si trova in solaio a raccattare polvere.
Fiati arrangiati da Allen Toussaint, tra l’altro…”

CARRELLO DEI BOLLITI: Tim & Picca chattano a proposito degli ultimi album di alcuni grandi vecchi …

25 Set

Giovedì sera spompo di settembre. Dovrei suonare ma non ne ho troppa voglia. Con la bassista preferita provicchiamo WHEN THE LEVEE BREAKS, ma dopo poco lasciamo stare. Sono indeciso sul da farsi quando sul messenger di facebook mi arriva un messaggio di Picca: è disponibile l’ultimo di DON HENLEY (in uscita domani). Entrambi amiamo DON HENLEY, lo consideriamo un gran cantante. Mi dunque metto in chat con il Pike boy a parlare degli ultimi dischi di HENLEY appunto e di un altro paio di vecchie glorie e dei blues relativi alla nostra (ex) passione.

PICCA: “Don Henley – Cass County (2015) [Deluxe Edition]”

TIM: “Procedo immediatamente. Grazie. Sebbene io ormai non abbia più voglia di comprare nulla… sono prigioniero di un rigetto pericolosissimo…”

PICCA: “Beh un po’ anche io. La musica mi fa orrore. Dai 100 dischi da conservare sto passando alle 50 canzoni…”

TIM: “Come siamo messi! Per fortuna c’è l’Inter”

PICCA: “Recensiamo il disco prima di averlo sentito: allora, disco country con qualche duetto. Suoni perfetti dei quali ci dimenticheremo dopo dieci minuti. Chitarre suonate da dio da session men meravigliosi dei quali non ci fregherà mai un cazzo. Lui canta divinamente ma ci farà soltanto venire voglia di ascoltare On The Border”

dON HENLEY CASS COUNTY

Leggo la recensione e rido a crepapelle. Picca è un genio.

TIM “Zio can che ridere… per fortuna che sono tuo amico…  PS: replichiamo per INTER-JUVE tra tre settimane?”

PICCA: “E’ bella la bazza di fare la recensione prima di avere il disco in mano…ok per la Rube”

TIM: “Avviso Biccio”

PICCA: “E quel bollito di Clapton che fa uscire un nuovo live con Cocaine, Layla e Wonderful Tonight? L’altro giorno ero davanti al disco di quel furbastro di Keith Richards e….l’ho lasciato lì.”

Eric Clapton live album SLOWHAND70

Keith Richards Crosseyed heart

TIM: “Clapton fa uscire un nuovo live? Ma porca madosca non si vergogna? Quanti ne ha fatti, duemila? Keith Richards lo vorrei prendere ma poi so che lo ascolterò mezzo e quindi lo userò come sottobicchiere. Sai che quasi quasi preferisco Page che non fa un cazzo se non il modello e il compratore di vinili dei LZ…”

PICCA “Esatto. Jimmy ha capito tutto. Quante Cocaine può reggere un umano? Meglio vivere di – bei – ricordi. Ho senticchiato il disco di Gilmour e mi sembra una fetenzìa”

TIM: “Io ce l’ho ma devo ancora ascoltarlo… Domani faccio un post con questa chiacchierata… che titolo uso?”

PICCA : “Carrello dei bolliti.”