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Robert Greenfield “THE LAST SULTAN – the life and times of Ahmet Ertegun” (Simon & Schuster 2011 – US $ 30) TTTTT

11 Ott

Atlantic records legacy

Questo è il libro a carattere musicale più illuminante che io abbia mai letto. La biografia di AHMET ERTEGUN, il fondatore dell’etichetta discografica ATLANTIC RECORDS non è solo il resoconto accurato della vita straordinaria di un uomo, ma anche (o forse soprattutto) uno spaccato sull’evolversi della musica americana e quindi del rock in generale.

THE LAST SULTAN077

Leggendolo ho capito molte cose, o meglio, ho collocato nei posti giusti le nozioni che avevo a proposito della musica nera e del rock. Greenfield racconta in maniera superba le varie fasi della vita di ERTEGUN, e attraverso di essa il nascere e il fiorire della cultura e del costume americani, del business legato alle case discografiche, e della società in genere.

THE LAST SULTAN078

Occorre aggiungere che questa biografia mi ha toccato nel profondo anche perché la ATLANTIC, in quanto casa discografica dei LED ZEPPELIN, è sempre stata la mia label preferita, ma è indubbio che sia stata probabilmente l’etichetta discografica più importante di sempre. RAY CHARLES, RUTH BROWN e tutti quegli artisti neri che forgiarono la musica che diventerà poi rock and roll. E inoltre tutta l’epopea rock, dai BUFFALO SPRINGFIELD ai CSN&Y, dai CREAM AI LED ZEPPELIN, dagli YES agli ELP, fino ai ROLLING STONES (per citare solo i primi artisti, a noi più cari, che ci vengono in mente).

Atlantic Ruth Brown

Atlantic ray charles

sì, dai va beh, questa l'ho messa per farvi sorridere...la conoscete la mia ossessione per LB, no?

sì, dai va beh, questa l’ho messa per farvi sorridere…la conoscete la mia ossessione per LB, no?

JERRY WEXLER poi , uno dei soci di ERTEGUN, fu quello che se ne venne fuori con il termine RHYTHM AND BLUES, se ci pensate mica una robetta da poco.

Visto che siamo su questo blog notoriamente LED ZEPPELIN-oriented, aggiungo che l’argomento LZ non è trattato con particolari riguardi come magari ci si poteva aspettare, solo sette le paginette a proposito, con una imprecisione grossolana.

Ahmet Ertegun & Jimmy Page

Ahmet Ertegun & Jimmy Page

Ahmet Ertegun & Robert Plant

Ahmet Ertegun & Robert Plant

Atlantic Led Zeppelin

Al di là di questo, il libro è da leggere assolutamente. AHMET ha fatto una vita da rockstar, con una eleganza e una intelligenza che probabilmente nessuna rockstar ha mai avuto.

Ahmet Ertegun & Mick Jagger

Ahmet Ertegun & Mick Jagger

Il libro è in inglese, ed un inglese un po’ sofisticato e ricco , lontano dalla prosa semplice e facile delle autobiografie tipiche dei musicisti rock…a volte bisogna tornare sulla stessa frase un paio di volte per capirla appieno, ma è una lettura molto piacevole, che arricchisce, al di là della storia in sé. Credo che i libri musicali di questa portata andrebbero letti nella lingua originale, per coglierne le sfumature esatte, visto che troppo spesso le traduzioni in italiano sono fatte frettolosamente e da gente non preparata sull’argomento. Capisco tuttavia che ci sia molta gente non pronta ad affrontare un libro tutto in inglese… è un peccato però.

BOOK NOT TO BE MISSED!

ahmet-atlantic

Barney Hoskyns ” LED ZEPPELIN – The Oral History Of The World’s Greatest Rock Band” – (Wiley 2012 – Euro 24,60) – TTTTT

16 Set

The Oral History Of the World's greatest rock band - LED ZEPPELIN barney Hoskins

Come sapete sono refrattario alle nuove uscite quando si tratta di libri sui LED ZEPPELIN, le trovo quasi sempre noiose, ripetitive, afflitte dalla sindrome del giornalismo pigro o peggio ancora da quello deferente.

Questo invece di Barney Hoskins mi ha sorpreso: a parte brevi note che consentono al lettore di mettere a fuoco le varie tappe della vita del gruppo, il libro narra la saga dei LED ZEPPELIN attraverso le dichiarazione dei co-protagonisti e delle comparse. In un lasso di tempo di qualche anno, Hoskins ha “interrogato”, segretarie, mogli di batteristi di gruppi della Swan Song, road manager, figlie di manager, mogli di manager, tecnici della ditta che curava l’impianto nei concerti del gruppo, giornalisti, musicisti, artisti, groupie, press officer, publicist, A& R personel, ingegneri del suono e, per una volta, la gente che ha avuto a che fare in modo concreto con i LZ inizia a parlare senza tanti peli sulla lingua, senza essere impaurita dalle ritorsioni psicologiche e spirituali che JIMMY PAGE potrebbe mettere in atto. Sì, la cosa bella è questa, alcuni non hanno più paura di quel che potrà pensare JIMMY PAGE, l’età avanza e nessuno è più preoccupato se JP toglierà il saluto a qualcuno… se una vecchia rockstar, per quanto ancora leggendaria, terrà il broncio.

LZ Fort Worth 1977

Questi libri che trattano la cosa senza prostituzione intellettuale, che vanno a scavare dove bisogna scavare, che cercano la verità in modo razionale, sono però anche quei libri che ci spingono nella twilight zone dei sogni infranti, che spengono le stelle che riempivano i nostri sogni, che imbrigliano i venti che soffiavano nelle nostre vele. Sono quei libri che di colpo ci fanno diventare adulti, che spazzano via i castelli che da ragazzini ci eravamo costruiti.

Lo sapevamo già, ma leggerlo fa comunque male: dopo il 1973 i LZ diventarono un qualcosa di tenebroso, di poco raccomandabile, di terribile, soprattutto negli ultimi 5 anni. Il marciume indotto dalle droghe pesanti si insinuò nell’animo di Grant, di Cole, di Bonham stesso e di Page, schiavo dell’edonismo e dell’accidia. Scontri di potere tra PETER GRANT e STEVE WEISS il temibile avvocato dei LZ, con aderenze note a tutti nella mafia newyorkese, vessazioni di qualsiasi tipo contro chiunque osasse anche guardare negli occhi la banda della Swan Song. Il solo ROBERT PLANT sembra essere stato in grado di non lasciarsi imbrigliare da logiche perverse, di elaborare pensieri e filosofie di vita da essere umano niente male, aiutato forse anche dai drammi che hanno costellato la sua vita. Anche JONES appare staccato dalla parte più oscura, ma il suo essere neutrale ed introverso lo fanno apparire quasi indifferente agli avvenimenti.

Ma in fondo la saga dei LED ZEPPELIN è affascinante anche per questo, un viaggio intrapreso con spirito gioioso sotto un sole splendente e caldo che via via diviene irto di ostacoli, di drammi, di patemi, di tragedie, mentre il potere e la ricchezza crescono a dismisura.

LZ Munich 5-7-80

LZ Munich 5-7-80

Un gran libro, per chi vuole approfondire (soffrendo).

La versione recensita è quella hardcover in limgua originale, ed è un inglese che si legge facilmente…non è che la maggior parte degli intervistati siano esattamente intellettuali.

Alcuni di voi, Tom in particolare, qui nel blog sostengono che l’importante è la musica, che è quella che alla fine conta…e allora via i cattivi pensieri, via le nostre analisi introspettive, e vai con il nostro sfavillante, appagante, pulsante, roboante, totalizzante rock dei LED ZEPPELIN.

CLASSIC ROCK UK N.188 (team rock september 2013 – Euro 11)

11 Set

Numero interessante, visto che per una volta parla di nomi – relativi al Rock degli anni settanta – che non appaiono poi così spesso sulle pagine delle riviste. Gli articoli sono ben fatti sebbene siano lontani dall’ essere approfondimenti particolari.

CLASSIC ROCK MAGAZINE  188 sett 2013  044

Quello che ci interessa di più:

1 pagina sulla dipartita di JJ CALE e poi 4 pagine su BOB SEGER…

3 sugli AEROSMITH, 3 sulla j.GEILS BAND,

4 sulla JAMES GANG di JOE WALSH,

1 sui CACTUS

1 su ROY HARPER

Tra le recensioni MICHAEL MONROE, TEDESCHI-TRUCKS BAND, box set dei CLASH, Brothers And Sister deluxe edition degli ALLMAN, BLACKFOOT reissues.

Nel cd allegato l’unico cosa che mi ha colpito è il tempo di FOOL IN THE RAIN dei LZ che il batterista dei THE WALKING PAPERS usa nel pezzo THE WHOLE WORLD’S WATCHING:

CR MAG 188 sett 2013  043

Numero niente male.

THE BLUES magazine n. 8 (august 2013 – Team Rock – Euro 13,90)

10 Set

13 euro e 90 non sono pochi, il cd allegato non mi dice nulla e tutta la parte dedicata a nomi più o meno nuovi sembra non interessarmi. Sì, me lo chiedo anche io cosa continuo a comprare queste riviste costosissime…ma quando vedi MUDDY WATERS in copertina (per di più affiancato dal nome di JOHNNY WINTER) come fai a lasciare la rivista nello scaffale?

Tre pagine dedicate alla storia della canzone MILK COW BLUES, riempite con una certa dovizia di particolari ed approfondimenti. Peccato si siano fermati alle versioni di KOKOMO ARNOLDS, ROBERT JOHNSON, ELVIS e KINKS. Per me è importante anche quella del 1977 degli AEROSMITH (da DRAW THE LINE), ma so che una cosa personale…

The Blues magazine issue 8 2013 muddy waters

Nove invece le pagine dedicate a McKINLEY MORGANFIELD e alla sua rinascita nella seconda metà anni settanta grazie ai tre album prodotti da JOHNNY WINTER. Nessuna rivelazione particolare, ma un buon articolo corredato da belle foto.

Altre pagine dedicate a HOUND DOG TAYLOR e alla ALLIGATOR RECORDS, a BOBBY BLUE BLAND, BARBARA LYNN, THE RIDES (Stephen Stills/KW Shepherd, Barry Goldberg).

       

 

 

ZUCCHERO FORNACIARI “Il Suono Della Domenica” (Oscar Mondadori 2013 – euro 9,50) – TTTT½

31 Ago

Parlando di ZUCCHERO una sera Picca mi disse che “è sempre gradevole” e io sono d’accordo con lui. Non tutte le sue cose mi piacciono, ma in molte mi ci ritrovo e comunque anche io credo che in generale Zucchero sia piacevole. Poi ci sono le canzoni che mi piacciono un casino, le sue frasi tipo “viene Venere su dai campi“, i continui rimandi alla sua/mia terra, le malinconiche melodie che adotta quando si tratta di parlare della neve, del  cane Tobia che ha perduto, dei dolori dell’amore, dei granai e della luce che filtrando li attraversa. Sono ormai 26 anni che lo seguo con una certa attenzione, da BLUE’S insomma, da quando iniziò a fare le cose alla sua maniera…le proposte precedenti non mi parevano granché e il fatto di aver scritto canzoncine sanremesi per Stefano Siani era un po’ troppo per il rockettaro duro e puro che c’è in me.

zucchero Fornaciari il suono della domenica

Così, in una sera di questa estate in cui passeggiavo con la groupie durante una notte rosa a Regium Lepidi, entro alla LIBRERIA DELL’ARCO e, una volta davanti agli scaffali dei libri musicali, compro la sua autobiografia del 2011, recentemente ripubblicata nella collana Best Seller Mondadori.

Zucchero è nato a RONCOCESI, una frazione di Regium, ad un tiro di scoppio da Borgo Massenzio dove vivo adesso, e da VILLA BAGNO, il luogo dove è nato Brian e dove io passavo le domeniche dai nonni e i mesi di settembre durante la vendemmia. Sapevo, già dal titolo del libro, che mi sarei immedesimato e che avrei rivissuto, nei suoi racconti, le pagine più dolci della mia infanzia. Certo, Zucchero è più vecchio di qualche anno, ma nel corso del tempo abbiamo respirato gli stesso odori, lassù in dal tasèll. Voglio parlare del libro e non della mia infanzia e adolescenza, ma devo farvi capire che non sarò lucido nel giudizio: l’epica contadina delle storia della mia famiglia combacia con la sua, le mie domeniche ed estati passate a VILLA BAGNO (o a SAN MARTINO IN RIO paese di mia madre) hanno gli stessi colori delle sue. Anche gli stessi sapori: i cappelletti, il bollito, la torta di riso, il lambrusco…gli stessi rumori: il ticchettio della sveglia sulla mensola del camino, il ruvido sferragliare della pompa a mano per far uscire l’acqua nel lavello posizionato fuori nell’aia, il campanellino dell’Ape di Fiorini, il signore che col suo “carrettino” vendeva gelati…le stesse parole: “Biff”, “Fruttino”, “Sughini” che stanno per ghiacciolo, succo di frutta e animaletti di liquirizia. Non ho avuto una nonna come la sua, Diamante, la mia era meno dolce, si chiamava Luigina, ma il richiamo di ” ‘tefano vin a ca’ ” aveva lo stesso sapore di quello contenuto nella sua canzone DIAMANTE…

Prendete il mio giudizio dunque per quello che è: a me la sua autobiografia è piaciuta molto, moltissimo. Letta in due giorni (durante le ferie), è una biografia candida, onesta, per nulla snob, sincera. Zucchero parla senza tanti giri di parole dei suoi disagi interiori, delle sue malinconie, delle crisi di panico, e del chiaroscuri della vita on the road.

La prosa a volte è un po’ selvatica, e la punteggiatura difficile; a tratti Zucchero è un po’ autoreferenziale (ma ci sta, non potrebbero non esserlo, teniamo in mente che è pur sempre uno degli artisti musicali più di successo della storia musicale italiana), sfiora in una sola occasione il tema delle similitudini tra certe sue canzoni e quelle di altri artisti (io di certo non mi scandalizzo, ma a volte forse si è preso qualche libertà di troppo), ma i capitoli si susseguono con una leggerezza naturale e il tutto risulta scorrevole.

Insiste forse un po’ troppo col blues, la sua musica ogni tanto si bagna nelle acque del Mississippi, ma non è esattamente (o almeno non così spesso) blues. Zucchero poi intende per blues un calderone dove Soul, Rhythm And Blues e musica nera ballabile si mescolano. Secondo me invece il blues è quello di ROBERT JOHNSON, di SON HOUSE, di MUDDY WATERS e compagnia …so che questa considerazione può sembrare snob, ma che volete farci, il R&B, il Soul, il Gospel non mi hanno mai rapito spiritualmente come invece ha fatto il blues, quello che anche nei momenti più frivoli contiene un che di tenebroso e demoniaco.

Zucchero, tuttavia, è un vero uomo di blues, pur essendo una rockstar consacrata da tanti anni, ha un travaglio interno vero e genuino. Zucchero poi è uno che si è fatto il culo suonando in giro, costruendo la sua abilità, il suo sapere, il suo modo di porsi cantando cover…non è uno di quei fighetti insomma che se solo li allontani dal loro repertorio non sanno più fare un cazzo. Zucchero lasciatemelo dire, è uno di noi, uno che ancora si sente fan. Uno che appena ne ha avuto l’occasione ha collaborato con leggendari musicisti rock, ne citiamo tre per tutti: ERIC CLAPTON, JEFF BECK, BRIAN MAY…

Ci sono anche parti molto divertenti, come ad esempio i momenti passati insieme a PAVAROTTI, altro emiliano ruspante (divertenti anche un paio di refusi: lo spelling sbagliato di Massenzatico, e la traduzione del soprannome di CLAPTON: “manolesta” invece che “manolenta”).

Concludendo: me c’al lèber chè a l’ho let v’luntèra.

GREGG ALLMAN with Alan Light “My Cross To Bear” (2012 – HarperCollins Publishers – $ 21,29) – TTTT½

18 Ago

Lettura piacevole e scorrevole, se poi il soggetto (GREGORY ALLMAN, ALLMAN BROTHERS BAND, IL ROCK AMERICANO FINE SESSANTA/INIZIO SETTANTA) interessa, il tutto diventa una storia davvero interessante da leggere avidamente nel minor tempo possibile. GREGG si mette a nudo, e scrive senza troppi problemi di musica, droga, donne, omicidi, scazzi e tutto quanto è vita on the road (sì, avete letto bene, anche omicidi). Con l’aiuto del giornalista musicale ALAN LIGHT, GREGG scrive in maniera diretta, schietta, semplice, umile. Non gioca ad essere nessun altro se non un buon diavolo del sud degli Stati Uniti, per una volta progressista e liberal.

Gregg Allman my cross to bear book

Per chi come noi ama il Rock nella sua essenza più profonda e vera, la parte dedicata ai primi anni degli ALLMAN  BROTHERS è stupenda. L’amore per la musica veniva prima di tutto. Suonare, anche gratis, per il gusto di farlo. Che tempi ragazzi, che meraviglia l’essere sulla strada in quegli anni in America. Morto DUANE ALLMAN, dopo la consacrazione di BROTHERS AND SISTERS, la caduta inesorabile della band, i dischi solisti, i suoi sei matrimoni, i demoni dell’alcol e delle droghe che lo incatenano alle ombre e tutto quel che ne consegue. L’unica nota un po’ stonata (passatemi il luogo comune lofi) è l’ultimo capitolo, dove un finalmente sobrio GREGG riscopre dio e scivola sul buonismo, cosa che noi in fondo detestiamo… ma questo, al grande GREGORY, lo perdoniamo.

Non so se il libro sia stato tradotto anche in italiano, l’edizione di cui parlo è in inglese, ma è un inglese semplice da leggere  e una volta sintonizzati sui di modi dire tipicamente southern (che detto tra noi, sono uno spettacolo.) il tutto scorre senza troppi problemi. Per me, leggere questo libro. è stata un’emozione durata un’intera settimana.

GREGORY LENOIR ALLMAN: WE LOVE YOU (and we got them come and go blues, man).

DAN BROWN “Inferno” (2013 – Mondadori – Euro 25) – TTTT

15 Ago

Quando si tratta di DAN BROWN non sono spocchioso come spesso mi capita di essere, anzi tendo a spingere l’autore del CODICE DA VINCI forse oltre i suoi meriti; BROWN vende milioni (milioni!) di copie, piace ai lettori dunque ma i recensori intellettuali ne parlano spesso con sussiego. Io sono un suo fan: fui rapito da CODICE DA VINTI il suo quarto romanzo, fui entusiasta delle ristampe dei suoi primi tre libri ANGELI E DEMONI (in primis), CRYPTO e LA VERITA’ DI GHIACCIO, lessi con bramosia il quinto lavoro (IL SIMBOLO PERDUTO). La formula del thriller che mischia sapientemente storia, arte, codici e simboli mi cattura sempre (se ben fatta).

Dan Brown Inferno

Ogni sua nuova uscita mi procura sempre un fremito, e anche questa volta, nell’entrare alla libreria ALL’ARCO in pieno centro a Regium Lepidi, quel bel sentimento di trepidazione ed eccitazione mi prese l’anima. Come son solito fare evito di accennarvi alla trama, su internet ci sono milioni di pagine a proposito, accenno solo al fatto che, per buona parte del libro, la scena si svolge a Firenze da dove ROBERT LANGDON cerca di uscire districandosi tra indizi a tratti incomprensibili che lo porteranno in altre città nella speranza di risolvere una questione di massima importanza.

Le prime trecento pagine mi hanno, se non annoiato, lasciato quasi indifferente. Di solito se dopo 40 pagine un libro non mi piace lo getto nel bidone del riciclo della carta, ma con DAN BROWN ho provato a resistere, e ho fatto bene: nella seconda parte del libro monta pian piano, svelandosi,  una storia basata su di un argomento che m’interessa molto e comunque inizia a legare il lettore al libro con la delicatezza violenta di una giovane edera. Colpi di scena, azioni scoppiettanti, trama avvincente. Ottimo thriller, dunque, Dan Brown, per quel che mi riguarda, ha fatto centro anche stavolta.

CITAZIONI DAL LIBRO:

Quella maschera – continuò Langdon – veniva indossata dai medici medievali perché il morbo non arrivasse alle narici mentre curavano gli infetti. Al giorno d’oggi la si vede solo al Carnevale di Venezia…è un sinistro ricordo di un periodo tragico della storia italiana”

“Robert, parlando da un punto di vista puramente scientifico, tutta logica e niente cuore, posso assicurarti senza ombra di dubbio che, se non interverranno cambiamenti drastici, la fine della nostra specie è alle porte. E si avvicina velocemente.  Non sarà causata dal fuoco né dallo zolfo, dall’apocalisse o da una guerra nucleare…Il collasso globale sarà provocato dal numero degli abitanti sul pianeta, la matematica non è un’opinione”.

“Nell’uomo, la negazione è un fatto re importante nei meccanismi di gestione dello stress. Se non ci fosse, ci sveglieremmo ogni mattina terrorizzati al pensiero di tutti i modi in cui potremmo morire. Invece la mente umana blocca ogni nostra paura esistenziale concentrandosi sugli stress che riesce a gestire, come per esempio arrivare in ufficio in orario o pagare le tasse.  Se ci vengono in mente paure esistenziali più ampie, le rigettiamo subito e torniamo a concentrarci su compiti semplici e banalità quotidiane.”

In poche parole – spiegò Sinskey – il transumanesimo è una specie di filosofia che sostiene la necessità di ricorrere a tutte le tecnologie disponibili per manipolare la specie umana al fine di renderla più forte”

RAFFAELLO DE VITO “Appartenenze” (2013)

19 Giu

Raffaello De Vito è un fotografo professionista che frequento per lavoro; nel corso degli anni è anche diventato un amico. Pochi mesi fa mi ha chiesto di scrivere i testi per il suo nuovo libro fotografico. Voleva scritti che non fossero le solite descrizioni filosofiche di un modo – il suo – di concepire la fotografia, cercava qualcosa di sganciato dalle cose che di solito leggi su quel tipo di pubblicazioni, e che avesse magari un comune denominatore riguardante, diciamo così, le  migrazioni umane che stanno cambiando le nostre città, le nostre terre. Qui sotto alcune delle sue fotografie contenute in APPARTENENZE e i miei blocchetti di testo.

colophon

cover

ahead

foto-2

unlike

piantina

presence

foto-4

river

foto-3

iamthesea

foto-5

nobody

run

mirrors

biografia

PFM 1971-2006 35 ANNI DI ROCK IMMAGINIFICO di Donato Zoppo (2006 Editori Riuniti – 16 euro) – TTTT

31 Mag

Da quando Picca mi ha regalato il suo libro sul prog, seguo DONATO ZOPPO. Lo abbiamo anche intervistato se ricordate e le impressioni che tutti ne abbiamo avuto sono più che positive. Ecco quindi che sono andato alla ricerca del suo libro sulla PFM, gruppo che amo molto.

PFM 1971-2006

Quello che mi colpisce di Donato è la capacità di analisi e il saper contestualizzare il tutto nei periodi storici di riferimento con molta precisione. Questo senza nostalgie personali (come invece faccio io), essendo il nostro Donato nato nell’anno in cui usciva CHOCOLATE KINGS. Gli album del gruppo e le vicende a loro collegate sono dunque trattati in maniera dettagliata ed esauriente.  Sarebbe bello fossero disponibili dati, storielle e aneddoti sui tour del gruppo…l’elenco delle date, gli artisti a cui facevano da supporto, etc etc ma la PFM non è un gruppo come i LED ZEPPELIN, le info non sono tante, i bootleg pochi, pertanto non bisogna pretendere l’impossibile nemmeno da un attento giornalista musicale come Donato. In appendice 17 (!) pagine dedicata alla discografia, 12 (!) alla bibliografia e 3 alla sitografia. Donato non trascura nulla, per questo io lo amo! :-)

Donato Zoppo

Donato Zoppo

Naturalmente non è un amore incondizionato, su un paio di cosette ho da ridire:

A pag 125, descrivendo lo stato del prog a fine anni settanta scrive “pessimi gli ELp con LOVE BEACH”. Lo sapete, su questo argomento sono assai suscettibile. Prima o poi dovrò scrivere la mia ode a LOVE BEACH. Al di là della mia visione della cosa, non credo che LA SPIAGGIA DELL’AMORE sia un disco pessimo. Magari non è riuscito, non è a fuoco, a tratti è sfasato, ma si può definirlo pessimo? Io credo di no. Penso che sul giudizio influisca il nome dell’album e la foto di copertina. Ne riparleremo.

SUONARE SUONARE per me è uno dei grandi album della PFM e non “un disco che sconta incertezze e non può essere annoverato tra i capolavori del gruppo”

PHIL COLLINS non lo reputo uno showman (come invece fa Donato nel rapportarlo a FRANZ DI CIOCCIO), anzi penso che sul palco -nelle vesti di front man-  non ci sappia fare, a dispetto dei 200 milioni di dischi venduti (100 da solo e 100 con i Genesis). Certo è un gran cantante (e un gran batterista naturalmente), ma on stage non è che  abbia una verve particolare e che emani tutta questa simpatia.

Ultima cosa… la grafica della copertina: lofi! Foto del gruppo in giacca e maglioncino tipo amici che si ritrovano al matrimonio  di un parente , diciamo fine anni novanta inizio anni duemila,  al ristorante Cardinal di Bastiglia di Modena! Ma dai! Il sottotitolo del libro recita “35 anni di rock immaginifico”, e il rispettivo visual sarebbe quella foto? Ma chi è il genio che ha avuto questa pensata? Una foto della PFM scattata durante i tour americani, inglesi o giapponesi negli anni settanta no eh? Ma come si fa a snobbare le più elementari regole del marketing. Se non fosse stato per il nome dell’autore, col cazzo che compravo il libro, dal punto di vista visivo ha lo stesso appeal di un libro dedicato ai santini (quelle immaginette cartacee raffigurante l’icona di un Santo o di una Santa).

PFM LIve

Non voglio concludere il post con questo appunto negativo, preferisco far risaltare ancora una volta la buona prova di Donato e la musica meravigliosa della PFM (almeno quelle che va dal 1972 al 1982), un gruppo che insieme ai GENESIS (1970-78), agli YES (1971 – 1978) e ai miei adorati ELP (1970 – 1979), ha scritto le pagine più belle di quella musica che oggi chiamano rock progressivo.

FRANZ, FRANCO, FLAVIO, MAURO & LUCIO, GIORGIO & PATRICK, BERNARDO: WE SALUTE YOU!

WALK THIS WAY – the autobiography of Aerosmith with Stephen Davis (1997 – ristampa 2012 IT Books) – TTTTT

8 Mag

Aerosmith - walk this way bio

Una sera di non troppo tempo fa, a cena con Picca… un veloce cinegiappo, quattro chiacchiere e poi il trasferimento alla domus saurea per guardarci assieme un po’ di filmati rock (il leggendario FIVE FROM FIRM, il dvd tratto dal cofanetto BOX OF SNAKES dove gli  WHITESNAKE di allora sembravano una pub band in giro per le periferie dell’Inghilterra, e delizie simili). Il Pike boy in quell’occasione mi regala WALK THIS WAY l’autobiografia degli AERO. Dio ‘l bendèsa!

Per me gli AEROSMITH sono la più grande rock and roll band americana di sempre. Ci sono altri gruppi fondamentali, storici, bravissimi, ma nessuno incarna – in senso stretto – l’epiteto di greatest rock and roll band come loro. La storia dell’ aereofabbro rappresenta in modo netto e preciso, lo svilupparsi di un gruppo rock che a fatica raggiunge la vetta, per poi cadere, dissolversi e rinascere. I classici luoghi comuni del rock ci sono tutti: droga, fame,  fama, successo, donne, litigi…e musica, quella musica rock che amiamo così tanto, quella che ci fa respirare, piangere e gioire.

Ho sempre avuto un debole per il New England, non so nemmeno io perché…pertanto mi sono immedesimato completamente in questa in questa bella storia che si dipana intorno al Massachusetts. Stephen Davis (l’autore di Hammert Of The Gods) cuce sapientemente i racconti dei membri della band, delle loro donne, dei loro manager e discografici, intervenendo solo di rado per fare brevi punti della situazione. Il tutto scorre che è una meraviglia.

Buona parte del libro è dedicata agli anni settanta, e questo non può che farci piacere, è quello il periodo che ci appassiona maggiormente, non manca comunque un’ampia documentazione circa gli anni ottanta e i primi novanta. Questa è la quarta edizione, quindi contiene un veloce aggiornamento fino ai giorni nostri.

Il libro è in inglese, non so se sia mai uscita l’edizione italiana…ma se non avete grossi problemi con la lingua di Page, beh…non tentennate, questo libro va letto.

STEVEN TYLER RULES!