Agosto, tempo di concerti qui in Emilia. Tra feste dell’Unità e altro le offerte non mancano. Una cosa che mi colpisce è il fatto che tutti sembrano lamentarsi della mancanza di “live” ma poi ai concerti (anche vicino a casa) non va nessuno. La pigrizia uccide.
◊ ◊ ◊
UNA CITTA’ PER CANTARE IVAN GRAZIANI”, live alla Festa dell’Unità di Mandrio(Correggio – RE) 07/08/2016
Vado sempre volentieri alla Festa dell’Unità di Mandrio di Correggio, la location dove si tengono i concerti mi piace molto e poi la chiesetta della frazione mi evoca sempre sentimenti positivi. Deve essere bellissima quando nevica, con quella luce sulla cima dove alloggiano le campane…
La Chiesetta di Mandrio (Correggio – RE) – foto TT
Stasera in cartellone è indicato: “UNA CITTA’ PER CANTARE IVAN GRAZIANI”. Benché il nome dato a questo tributo sia per me fuorviante (Una Città Per Cantare per il sottoscritto è il primo album di RON) sono in prima fila (in seconda a dir la verità), amo moltissimo IVAN GRAZIANI, nei suoi cinque anni d’oro ha scritto cose fenomenali (SCAPPO DI CASA anyone?). Poi sono qui anche perché alla chitarra c’è MEL PREVITE, oltre ad essere mio caro amico e produttore (produttore dei miei demo e cd autoprodotti intendo), è stato per molti anni chitarrista di LIGA e da sempre appassionatissimo del grande IVAN. Insieme a lui i bravi ALBERTO CASAGRANDE (voce e basso), CARLO SIMONARI (voce e tastiere…già nella band di IVAN negli anni novanta) e naturalmente TOMMY GRAZIANI alla batteria.
Essendo musicisti che abitano in regioni diverse non sono un vero gruppo, una sola prova è stata fatta in preparazione della serata, si sente infatti che certi meccanismi non sono oliatissimi, ma l’esibizione è ugualmente ottima. Potessero suonare insieme più spesso formerebbero un gruppo fenomenale.
Più lo spettacolo va avanti e più si capisce che l’omaggio di MEL, ALBERTO, CARLO e TOMMY è davvero di classe. Mi commuovo spesso e capisco una volta di più di quanto mi manchi IVAN, chissà quanto mancherà a suo figlio TOMMY che stasera suona per noi. Tra l’altro gran batterista, ma lo si capiva già dallo strumento (batteria con un solo tom).
Il magone più grosso arriva quando i ragazzi partono con OLANDA, uno dei “miei” pezzi di IVAN, ma apprezzo ogni singolo brano, il senso c’è tutto.
Tra i pezzi suonati MONNA LISA, AGNESE, PALLA DI GOMMA, IL CHITARRISTA, NAVI, PAOLINA, OLANDA, LUGANO ADDIO, PIGRO, LIMITI, TAGLIA LA TESTA AL GALLO, FUOCO SULLA COLLINA,FIRENZE CANZONE TRISTE.
Che bella serata. Grazie Mandrio, grazie Mel, grazie ragazzi, grazie IVAN.
Omaggio a Ivan Graziani – photo TT
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
IL RE DEGLI IGNORANTI – TRIBUTO AD ADRIANO CELENTANO, Festa Del Grano, Olmo di Gattatico (RE), 22/8/2016
Cosa ci faccia io ad una festa in area ACLI a vedere un tributo a Celentano non è semplice da capire; il fatto è che sono curioso di vedere un tribute show altamente professionale. MAURIZIO SCHWEIZER e i suoi ragazzi (sono in 11 sul palco: Maurizio as Adriano, tre coriste, tre fiati, un batterista, un bassista, un chitarrista e un tastierista) portano in giro uno spettacolo di livello, con una sceneggiatura definita, tempi studiati, recitazione all’altezza. D’altra parte IL RE DEGLI IGNORANTI TRIBUTE SHOW ha fatto tappa anche in Francia, Ucraina, Spagna, Lettonia, Kazakhstan, Germania, Cipro, Moldova, Turchia e persino a Chicago e New York.
Non c’è da stupirsi, Celentano è (insieme a MINA) l’artista italiano che ha venduto più dischi (150 milioni, no, tanto per intenderci) e questo tributo è veramente ben fatto.
Volente o nolente Celentano ha fatto parte della vita di più di una generazione (tra cui la mia). I suoi pezzi hanno accompagnato, magari solo sfiorato, anni della mia vita. Non sono certo un suo fan, quando veste i panni da predicatore ribelle all’acqua (santa) di rose poi non mi entusiasma per nulla, e la sua musica è lontano dai miei mondi, ma indubbiamente è stato uno che ci ha saputo fare alla grande e poi alcuni pezzi erano davvero belli, pensiamo solo ad AZZURRO di Paolo Conte/Vito Pallavicini, una CAREZZA IN UN PUGNO di Gino Santercole e all’irresistibile PRISENCOLINENSINAINCIUSOL. Quest’ultima tra il 1972 e il 1973 entrò in classifica in Europa e anche negli USA e fu recensita sul MELODY MAKER.
Lo show alterna i classici del molleggiato a sketch e a scene tratte dai filmetti in cui Celentano era il protagonista. Il tutto fila via liscio, il gruppo è affiatato e ognuno sa cosa fare.
Il Re Degli Ignoranti – Olmo Di Gattatico (RE) 22/8/2016 – photo Saura T
Peccato che vengano usate delle basi (tastiere e chitarre acustiche aggiuntive), ma ormai è inevitabile…nessuno ha più il coraggio e la forza di suonare interamente dal vivo.
Nel mio taccuino mentale segno SVALUTATION, MONDO IN MI7, IL TUO BACIO E’ COME UN ROCK, STORIA D’AMORE (lei mi amava mi odiava…), YUPPI DU, IL RAGAZZO DELLA VIA GLUCK (durante la quale si scatena un tifo tipo Beatles Shea Stadium 1965), PREGHERO’, PRISENCOLINENSINAINCIUSOL, AZZURRO.
Durante IO NON SO PARLAR D’AMORE la platea impazzisce, non fosse che l’età media del pubblico (più di mille persone) si aggira tra i sessanta, settanta ed oltre, vedremmo partire reggiseni e mutandine.
Not my cup of tea, ma serata divertente.
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
WOLFMOTHER, live alla festa Dell’Unità di Reggio Emilia 24/08/2016
Quattro album in poco più di 10 anni e io non ne posseggo nemmeno uno. Non mi sono mai dedicato a sufficienza al gruppo australiano, non so nemmeno io perché, probabilmente il loro rock non arriva nella maniera giusta alle mie antenne. Stasera però suonano a FESTA REGGIO 2016, la Festa Provinciale dell’Unità di Reggio Emilia (che quest’anno ha un cartellone interessante) e io ci sono. Con i WOLFMOTHER il rock di un certo tipo ritorna a Reggio Emilia. Era ora! Va bene l’indie rock, il rock elettronico, le sperimentazioni, gli artisti italiani alternativi, il reggae, lo ska, però boia d’un giuda un po’ di rock in senso stretto ci vuole, per dio!
15 euro il biglietto, l’ampia arena sul prato, un grande palco, servizi e bar raggiungibili con facilità. Bene.
Io e la groupie arriviamo che sul palco ci sono i GIUDA, nota band romana. Su di loro si scrive parecchio, secondo La Repubblica è una band “ispirata al protopunk e ai gruppi glam rock “working class” dei primi anni 70″. Sono curioso, questi ragazzi hanno fatto tour in Europa e in Usa. A fine concerto ci rimango un po’ male. Capisco la proposta da classe operaia, la carica e le buone intenzioni ma ciò che sento io è una buona imitazione dei primissimi AC/DC. Null’altro. Musicisti non certo raffinati che portano sul palco la loro energia. A me non basta. Il chitarrista “solista”, come se non bastassero i pezzi tutti uguali, in ogni brano suona esclusivamente quella frasetta rock and roll presente spesso nelle prime cose del gruppo dei fratelli Young. Sono prigionieri del loro genere. Peccato.
Wolfmother – Festa dellUnita – Reggio Emilia 24/8/2016 -photo TT
Quello che mi arriva di primo acchito sono distorsioni su tempi semplicistici alla stregua delle cose più elementari di BLACK SABBATH e GRAND FUNK, con una spruzzata di garage-blues-rock alla JACK WHITE.
Alla fine l’impressione non cambia di molto. Troppi pezzi sono simili e la formuletta usata dopo un po’ stufa. I musicisti non sono granché, usano l’energia per nascondere certe magagne. Se il genere fosse un po’ più garage oppure sul filone BLUE CHEER/STOOGES non importerebbe, ma spesso si arriva all’hard rock classico dove un po’ di solerzia tecnica e musicale sarebbe necessaria. Sì, lo so, questi vanno oltre… un po’ di stoner, un po’ di psichedelia … ma trovo che musicalmente siano troppo impreparati. Mi aspettavo di più anche da STOCKDALE, dal punto di vista chitarristico lascia a desiderare. Chitarra ultra distorta, con un sacco di effetti durante gli assoli che ho trovato poco ispirati e a tratti imbarazzanti (per uno a quel livello). Usa anche una doppio manico bianca, ma sulla dodici corde ci va soltanto per strimpellare una breve introduzione senza né capo né coda. La doppiomanico fa sempre la sua figura lo sappiamo, però così è davvero sfacciata…
Wolfmother – Festa dellUnita – Reggio Emilia 24/8/2016 -photo TT
Un paio di pezzi più melodici e lenti spezzano il ritmo, qualche sghiribizzo melodico è degno di nota come quello in PRETTY PEGGY dall’ultimo album.
Poi oh, avranno ragione loro: sono in tour, sono stati nella top 20 americana, il pubblico li apprezza (le prime file stasera sono scatenate) e sono pur sempre un nome conosciuto. Non mi dispiacciono ma speravo in qualcosa di meglio.
Curiosità: concerto nemmeno di 90 minuti.
Un plauso agli organizzatori di FestaReggio per aver portato un gruppo rock nella nostra città. About time!
Wolfmother – Festa dellUnita – Reggio Emilia 24/8/2016 -photo TT
Il giornalista DONATO ZOPPO, lo ricorderete, è un mio buon amico. Uno dei pochissimi scriba di musica italici che valga la pena leggere e seguire. Non ci siamo ancora visti “di persona personalmente” (Beneventum e Mutina non sono esattamente vicinissime), ma ci incontriamo spesso sulle blue highway musicali dei nostri rispettivi animi. Ci scambiamo impressioni, punti di vista, riflessioni. DON vive di musica, è continuamente aggiornato ed ha un palato così fine che riesce a spaziare tra i generi in maniera superba. Io non riesco, intrappolato come sono negli anni settanta e in certe convinzioni su cosa e come debba essere il Rock, culturalmente, spiritualmente e filosoficamente. Questa idea del Rock che mi affatica la vita ogni santo (o meglio, diabolico) giorno è un flippo mio, perché è una idea che non esiste, è come il natale, ovvero una botta di lieta e malinconicamente allegra suggestione metafisica che in paio di settimane ci irretisce e quindi sparisce una volta crollati i castelli che ci siamo immaginati nella testa.
Qualche giorno addietro DON mi fa “Hey, Big Tim, lo sai ci sono dei ragazzi di Modena che fanno del prog rock coi fiocchi?” Approfondiamo il discorso. Di solito a me piace solo il classic prog fatto negli anni settanta, quelle quattro grandi band (tre inglesi e una italiana) e poco più, i tentativi fatti dai nuovi gruppi non mi appassionano, nella mia ristretta visione delle cose non mi vedo trasportato da quei musicisti odierni tecnicamente dotati che amano districarsi tra complessi passaggi e sfoggiare le loro pulsioni. Non sono lavori che mi prendono, in quei momenti salta fuori l’uomo di blues e il rock and roller che è in me anche se poi, a pensarci bene non mi piace nessun disco blues uscito dopo il 1969 e nessun disco rock uscito dopo il 1979 (fermi lì! Lo sapete come sono fatto, è una boutade).
Ma DON è DON, come me soffre della sindrome di Stendhal quando ascolta CARAVANSERAI, seguo dunque sempre con attenzione quello che mi dice e così eccomi qua immerso in questo progetto barocco.
BAROCK PROJECT allora, gente della mia zona, persi in provincia tra BONOMIA e MUTINA, musicisti con alle spalle studi seri e dedizione totale.
Il gruppo gira intorno al tastierista LUCA ZABBINI, cresciuto con i miei adorati ELP. Bello però constatare come l’amore per il grande, grandissimo KEITH EMERSON, non soffochi la sua personalità né il suo stile. Anche quando i riferimenti sono palesi la personalità di Luca rimane ben presente.
BACK TO YOU contiene tutti i riferimenti del classic prog unito a sonorità moderne che però non scalfiscono la bontà della musica. Si resta impressionati da questo biglietto di visita. In sette minuti i ragazzi fanno capire a che razza di gruppo siamo davanti.
L’album è dal vivo, una scommessa mica da ridere data la laboriosità della musica proposta. Personalmente in questo genero prediligo i pezzi ad ampio respiro, quando i momenti si fanno più duri e virano verso il prog-metal mi ritraggo come una chiocciola dentro la casetta.
INSIDE MY DREAMER’S EYES ha qualche accento AOR trasportato da tempi dispari. Un bell riff e aperture prog e moog alla GENESIS. Al minuto 3:30 irrompono di ELP, quindi gli AREA e tante altre influenze. Ottime prove strumentali da tutti i componenti della band. Il brano dura più di 11 minuti; bello il finale condotto dal piano di ZABBINI e la voce di PANCALDI.
◊
◊
UN ALTRO MONDO è cantata in italiano, evviva! Ancora piano e voce in evidenza. Essendo io un fan in senso stretto di KEITH EMERSON, sento che tra le dita di ZABBINI si rincorrono echi di FUGUE (TRILOGY) e del PIANO CONCERTO di WORKS VOLUME 1.
Di nuovo tempi dispari in DUELLUM a cui segue LOS ENDOS, cover del pezzo strumentale dei GENESIS, reso con padronanza e maestria.
Bella anche OVERTURE, ci sento dentro tanto EMERSON. GOLD parte con una parte solo vocale a più armonie, fosse davvero tutta dal vivo sarebbe una prova davvero da sottolineare. Il resto del pezzo si sviluppa sul ritmo della chitarra acustica che verso metà brano viene accantonata in favore dell’elettrica per un continuo su e giù tra gli impervi sentieri del prog rock.
Anche i pezzi che chiudono l’album iniziano con la chitarra acustica e finiscono per celebrare i chiaroscuri dell’elettricità in chiave prog. L’ultima traccia dal vivo ricorda tanto i GENESIS magari con una spruzzata di ASIA. Bel lavoro di moog di Zabbini. C’è anche un brano registrato in studio. Ancora la chitarra acustica protagonista all’inizio, accompagnata con dolcezza dal pianoforte. Un paio di minuti è l’atmosfera cambia e il prog più impetuoso torna ad essere protagonista.
Concludendo BAROCK PROJECT si impone come una delle più belle realtà del nuovo prog italiane. Che bravi!
Insieme a Saura, Carla e Salvo mi immetto sulla A1 in direzione Milano. Dopo tanti anni sto per rivedere RP in concerto. Strano, pensavo di aver chiuso col Golden God alcuni lustri fa, e invece eccomi qui diretto alla Arena Estiva di Assago. Non che m’importi molto del concerto in sé, il gruppo con cui suona non mi piace, la musica che fa nemmeno, ma ho amato molto il biondo di Birmingham così, visto il tempo che inesorabilmente passa veloce, voglio rivederlo, prima che sia troppo tardi. L’autostrada è trafficata, Saura guida sicura, sembra Valentino Rossi in mezzo a motociclisti della domenica.
Ripenso alle volte che ho visto ROBERT PLANT. Firenze 1990 in occasione della sua prima calata in Italia. Chioggia 1990 al Festivalbar. Io e il mio amico Frank Romagnosi che realizziamo il nostro sogno: incontrare un membro dei LED ZEPPELIN. Varie peripezie per poi ritrovarci mezz’ora al cospetto di ROBERT. Paziente, gentile, comprensivo, un vero signore. Quanto amore per quella rockstar.
Frank Robert e Tim – Chioggia 1990
Nel 1993 torna in Italia per aprire i concerti di LENNY KRAWITZ. FATE OF NATIONS è un buon disco ma decido di non andare: il cantante dei LZ che apre per Krawitz, che incide per una “piccola” casa discografica…è un po’ troppo per il sottoscritto. I tempi stavano cambiando ma io ero ancora fermo agli anni d’oro del dirigibile di piombo. Nel 1995 e nel 1998 torna a MILANO insieme a PAGE e io ci sono. Del primo concerto ricordo soprattutto SIBLY, del secondo I CAN’T QUIT YOU BABY. Nel 2000 incredibilmente ROBERT PLANT viene a suonare a NONANTOLA, il mio paese natale. Non mi sembra possibile. E’ vero che è in giro con un vecchio amico, che i PRIORY OF BRION non sono esattamente un gruppo di prima fascia, eppure che RP tenga un concerto a 500 metri dalla casa in cui sono nato mi pare un sogno. Da lì in poi però perdo interesse e smetto di seguirlo.
I dischi che pubblica sono validi, la strada che sceglie assai dignitosa, ma non è più roba per me. Robert inizia a cantare come una nuffia, diventa un beniamino dei critici ma io non soffro della sindrome di Dave Lewis, dove è tutto oro quello che luccica sul pianeta Zeppelin, così prendo le distanze dal tall cool one. Intendiamoci, molto meglio sapere RP alla ricerca di nuove atmosfere, di nuovi suoni, di nuova linfa piuttosto che vederlo finire come David Coverdale, Ian Gillan, Ian Anderson e compagnia, prigionieri dei luoghi comuni della loro carriera, luoghi comuni sempre più difficili da raggiungere mentre l’età avanza, ma non sento più brividi né emozioni, tranne qualche sporadico episodio. Essendo poi io anche un grande ammiratore di JIMMY PAGE, mi disturba anche un pochetto il suo rapporto ambiguo col Dark Lord. Quei “no” mai definitivi, quelle porte sempre lasciate aperte, le prese di distanza nei confronti dei LED ZEPPELIN (senza i quali, è bene ricordarlo, a nessuno importerebbe della sua carriera solista) mi indispettiscono non poco.
Ma il tempo passa, si diventa più maturi, magari anche più distaccati, così eccomi qui di nuovo alla ricerca dei sogni della mia giovinezza.
Il forum di Assago mi evoca sempre sensazioni positive. Nemmeno il tempo di arrivare ed ecco che MIKE BRAVO mi viene incontro. Poco dopo arriva DOC con la sua maglietta di PAGE versione doppio manico Chicago 1977 e quindi FRANK e la SILVIA. Un colpo di telefono e incontro anche MARCO GARONI di Milano, altro fan storico che conosco dai tempi della fanzine OH JIMMY.
Entriamo. La Summer Arena non è altro che il piazzale antistante il forum a ridosso della tangenziale. Malgrado la location non sia granché, la situazione non è per nulla male. Anzi, è a misura di fan. Spazi ampi, bagni accessibili con facilità, stand di generi di conforto, assistenza. Bel lavoro. Mi faccio fare un scatto col manifesto del concerto.
Tim – RP Milano 20-7-2016
Qualcuno ci riconosce “ehi, ci sono gli EQUINOX“… Saura si carica…
Saura – RP MIlano 20-7-2016
Mentre do un’occhiata in giro incontro per caso il mio amico MASSIMO BONELLI, Record Label Manager extaordinaire. Che sorpresa. Lo abbraccio forte. Ci lega una forte passione per il Rock, quello vero, e un sentimento profondo per una certa idea di società dove giustizia sociale, pace, pari opportunità, senso civico e umanesimo risplendono sotto il sol dell’avvenire.
Massimo Bonelli e Tim – RP MIlano 20-7-2016
Poco dopo mi corre incontro MARCO BORSANI da Como, altro fan dei LZ conosciuto ai tempi della fanzine. Che bello ritrovarsi tutti insieme…è una sorta di convention dei fan del Nord Italia. Ci fossero anche Alberto Lo Giudice e Gianluca Acquaviva (altre teste di piombo leggendarie dell’area milanese) saremmo al completo. Non mi aspettavo ci fosse anche un gruppo spalla e invece ecco la band di MIKE SANCHEZ, il leader dei BIG TOWN PLAYBOYS. Mike è nato a Londra da genitori spagnoli, a 11 anni si trasferisce nel Worchestershire. Diventa musicista ed esperto massimo di Rhythm and Blues. Entra in contatto con il giro dei musicisti del luogo, e dunque anche con Robert. Negli anni ottanta suona con Plant in alcune occasione tra cui il concerto di beneficenza HEARTBEAT del 1986.
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
Comprai addirittura il long playing del 1990 NOW APPEARING. Vidi Sanchez insieme ai suoi BTP a metà anni novanta aprire, in un Palalido di Milano vuoto, per PETER GREEN. Bello dunque averlo qui e constatare come riesca ancora ad entusiasmare il pubblico.
Mike Sanchez – RP Milano 20-7-2016 – Photo Tim Tirelli
I nostri posti sono in tribuna. Non c’è il sold out, Doc puoi sedersi vicino a noi, tutto molto comodo. Il pubblico è comunque numeroso. L’arena è piena. Mi dico che magari poi scendo in platea.
Da poco passate le 21 ed ecco che entra ROBERT.
RP Milano 20-7-2016 – photo Tim T
E’ in gran forma, 68 anni portati bene. Apre con POOR HOWARD, dall’ultimo album. Ad arricchire la band anche un musicista africano. Mi piace quello che sento ma già con TURN IT UP il mio entusiasmo si placa. La voce non è male ma è chiaro che non è più quella di un tempo. Ormai Robert canta in tonalità adatte ad un uomo di 68 anni. BLACK DOG è abbassata di un tono, il gruppo la suona dunque in sol. Versione che non mi ha mai convinto. Ma Robert ormai è così, veleggia in un mare di afro-rock condito da oscuri riferimenti country blues trattati con le spezie della world music.
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
Segue RAINBOW, uno dei pochi pezzi della sua ultima fatica che ritengo validi.
Il pubblico comunque è tutto dalla sua parte. Lo acclama, lo segue, lo incita anche quando l’afro-rock prodotto sembra avere poco senso. La band non mi piace nemmeno un po’. Batterista e bassista lofi, tastierista che usa un sacco di basi. Sì certo, il gruppo suona dal vivo, ma le basi sono davvero troppe. Va bene avere pruriti asian dub, come li chiama Picca, ma così è troppo. Ma il supporto che gli garantisce la gente è totale. Justin Adams non mi ha mai incantato, musicista parecchio sopravvalutato. L’unico che mi interessa è LIAM TYSON, il chitarrista col barbone. Tipetto, e musicista, interessante.
RP Milano 20-7-2016 – photo Saura Terenziani
Mi torna in mente una considerazione fatta di recente da MAX STEFANI, fondatore e direttore de IL MUCCHIO SELVAGGIO e OUTSIDER , a proposito di SPRINGSTEEN:
“Sembra che in questi giorni Italia neil young e springsteen siano accumunati dallo stesso destino. Quello a cui stiamo assistendo da parecchi giorni su i social network è la glorificazione a semidei di due musicisti che hanno poco eguali nella storia del rock. E’ pur vero che le loro cose migliori le hanno fatti 30-40 anni fa, sia come dischi che come spettacoli dal vivo, ma ciò sembra poco importare ai fans italiani. Mentre nel resto del mondo, specie in America, sono dei grandi musicisti E BASTA, da noi li si vede come una sorta di portatori di verità, di luce, di saggezza, una panacea, un portatore di guarigione universale. L’unica barriera alla mondezza di cui siamo circondati, ai problemi, a un lavoro di merda, alla fatica di arrivare a fine mese, a una dimensione dell’insicurezza sempre più accellerata, sempre più priva di antidoti capaci di farla regredire. Bruce e Neil in Italia non sono più solo dei bravi musicisti perchè li abbiamo caricati a loro insaputa di un ruolo quasi rivoluzionario. Davanti alla percezione di un caos globale che ci spinge verso l’ignoto quale miglior antidoto che attaccarsi agli eroi della propria gioventù, alla loro purezza interiore che non subisce l’onta del tempo che passa? La venerazione italiana spropositata per Springsteen, il non riconoscere i suoi limiti, è una ancora di salvezza del popolo italico, una ulteriore dimostrazione della nostra pochezza come popolo, un non voler ammettere che è andato tutto a finire a puttane. Ci appelliamo alle sue lontane origini italiane per farne ‘uno di noi’, ci consideriamo il suo ‘popolo eletto’ quando nel resto d’Europa dice più o meno le stesse cose perchè così vuole lo show business. Basta leggere i commenti su facebook per rendersi conto come siano tutti fuori di testa.”
(Consiglio di andare sull’account facebook di Stefani e di leggere tutta la riflessione).
Mi sembra che per PLANT succeda una cosa simile. Non è naturalmente avvolto dall’odor di santità del working class hero BRUCE, ma si percepisce chiaramente che riversiamo su di lui e sui concerti che fa significati che forse non ci sono (più). Veneriamo questo hippie 2.0 come fosse il portatore di messaggi universali, ascoltiamo la sua musica con una trepidazione che andrebbe usata solo a cospetto di musica straordinaria, trasformiamo un concerto dignitoso in un evento; lo facciamo per noi stessi per illuderci di aver sfiorato il mito Led Zeppelin. Il giorno dopo su facebook sarà tutto un fiorire di iperbole spirituali e di sciocchezze.
Nulla vieta ovviamente di lasciarsi trasportare dall’enfasi e dall’autocompiacimento, ma finita la festa un po’ di giusta prospettiva non guasterebbe. probabilemente per le giovani generazioni è difficile, si sono affacciate al Rock da poco e questi ultimi scampoli devono sembrare magnifici, dove “devono” è inteso come imperativo. D’altra parte il successo dei concerti dei QUEEN (?), ovvero di Brian May e Roger Taylor con adam lambert sono lì a testimoniare il decadimento dei valori del Rock.
WHAT IS AND WHAT SHOULD NEVER BE convince appieno. La tonalità è quella originale e sarà l’unico momento davvero Rock che il gruppo mette in scena.
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
RP Milano 20-7-2016 b- photo Massimo Bonelli
Seguono NO PLACE TO GO di HOWLIN’ WOLF e DAZED AND CONFUSED. Triste vedere come Robert si diverta a depotenziare i grandi riff dei LED ZEPPELIN. D’accordo cercare strade nuove ma qui si perde davvero la bussola. Credo inoltre voglia allontanare il fantasma di PAGE. Ancora, PLANT è un cantante, e come tutti i cantanti è concentrato su se stesso e dunque pensa che la unica cosa che conti sia la melodia; questo può essere in parte vero per il pop, ma nel Rock spesso la melodia è inesistente ed è l’impianto strumentale o il riff a tenere in piedi una canzone. Mah.
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
RP Milano 20-7-2016 b- photo Franco Romagnosi
Bella ALL THE KINGS HORSES da MIGHTY REARRANGER a cui segue BABE I’M GONNA LEAVE YOU. Lavoro molto quadrato e privo di dinamica della sezione ritmica. Un vero peccato perché la versione non è niente male sebbene ci sia l’intermezzo dedicato a TORNA A SURRIENTO nella versione melensa di ELVIS PRESLEY (SURRENDER).
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
Un traditional e un blues di BUKKA WHITE piuttosto noiosi e si arriva al finale.
RP Milano 20-7-2016 – photo Massimo Bonelli
L’intro a WHOLE LOTTA LOVE è I JUST WANT TO MAKE LOVE TO YOU, il vecchio blues. Justin Adams però non ha né la personalità né il savoir faire per proporla a dovere. Il riff di WHOLE LOTTA LOVE è suonato con convinzione da Liam Tyson. Il pezzo è in tonalità originale. Bravo Robert. La parte dedicata assolo è sostituita con una tiritera afro-rock che poi si rivela essere HEY BO DIDDLEY. Non sia mai che l’ombra di JIMMY PAGE possa per un attimo oscurare l’aureola del dio dorato. L’entrata del gruppo per la strofa finale è sbagliata, inciampano in una battuta in più e l’effetto non è il massimo. Che musicisti che suonano con RP sbaglino una cosa del genere è piuttosto incredibile. Pivelli.
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
Robert quindi saluta dopo una solo ora e venti. Ritorna per ROCK AND ROLL, ed è una presa in giro. Ho sempre odiato questa versione. Una sorta di tumbleweed sonoro costruito su basi che evocano ghironde, musica celtica e non si sa cosa, col batterista che suona in un modo inappropriato. Momento peggiore del concerto.
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
Ma poi ci regala un ultimo pezzo. GOING TO CALIFORNIA. LIAM TYSON la suona in un arrangiamento suo, il risultato è apprezzabile. E’ qui che mi sciolgo ed inizio a piangere. Cerco di non farmi vedere, ma piango, ho la pelle d’oca. Guardo la luna, contemplo il tempo che passa, penso alla mia gioventù e con tutta la malinconia possibile gioisco nell’ascoltare la musica meravigliosa dei LED ZEPPELIN, nell’ascoltare quelle note e quelle parole dedicate ad un mondo che un tempo è sembrato possibile. …e così rimango tra le montagne dei miei sogni e dico a me stesso che non è dura come sembra…
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
Il tempo di ricompormi e ci avviamo all’uscita. Non mi aspettavo che un concerto così da un gruppo del genere, ma mi chiedo che senso abbia per un artista di questo livello snobbare completamente 20/30 anni di carriera solista. Non pretendevo certo delle deep cut tipo FAR POST (una delle mie preferite) ma quei quasi hit che ha avuto negli anni (BIG LOG, HEAVEN KNOWS, 29 PALMS, I BELIEVE) li avrei ascoltati volenltieri. Certo, ROBERT fa ciò che vuole, ma in qualità di fan mi sento libero di esprimere la mia opinione e di, se necessario, criticare.
Ai cancelli d’uscita mi ferma IGNAZIO SERVENTI, altro vecchio fan con cui ero in contatto. Vuole una foto con me. Arriva poi DOMENICO GIARDINI, e il cerchio si chiude. Io, lui, DOC e FRANK abbiamo condiviso nel lontano passato avventure zeppeliniane insieme, ci fosse anche il giovane BODHRAN avremmo fatto il botto.
Mi raggiunge anche LOLLO STEVENS, che insieme alla sua amica SABRINA è venuto a vedere Robert. I commenti di tutti sono gli stessi. “Sì, carino, ma…” Frank mi sembra il più critico.
Gli ultimi saluti e si parte. Alle 24 siamo già a Fidenza, pregustiamo già il fatto che andremo a letto ad un’ora accettabile quando la autostrade si blocca. Stiamo fermi un’ora precisa, ma non ci lamentiamo, va molto peggio a chi è stato coinvolto nell’incidente che blocca la A1.
Mentre mi sdraio nel letto, chiudo gli occhi e mi dico che è stata una bella serata e che anche il concerto non è stato male, ma forse è dovuto alla sola presenza di RP. Ma poi alla fine chi se ne importa, i pochi minuti di GOING TO CALIFORNIA mi hanno risolto la serata e fatto provare brividi veri. E allora…grazie ROBERT.
Scaletta:
Poor Howard Turn it up Black dog Rainbow
What is and what should never be
No place to go/Dazed and confused
All the king’s horses
Babe I’m gonna leave you
Little Maggie
Fixin’ to die
I just want to make love to you/WHole lotta love/Hey! Bo Diddley
Bluebirds over the mountain/Rock and roll
Going to California
Indossiamo le magliette d’ordinanza (LZ per me, Yes per lei) e io e la groupie partiamo per Piazzola Sul Brenta (VI). In questi giorni veleggio in modalità depression, quindi me ne sto buono buono sul seggiolino lato passeggero mentre la Valentino Rossi del rock and roll padroneggia con maestria la freccia gialla di Borgo Massenzio. Lo stereo passa STATION TO STATION di BOWIE e a seguire TRICK OF THE TAIL dei GENESIS. Il viaggio è tranquillo. Ci fermiamo in un autogrill in prossimità di Grisignano: lo stato dei bagni è pietoso. C’è puzzo di piscio, sporco ovunque … In un paio d’ore totali siamo a destinazione. Nemmeno in tempo di entrare in paese che gli addetti ti obbligano a prendere il tagliandino per il parcheggio (5 euro). Mentre lo raggiungiamo (è costituito dall’area intorno al duomo) noto che ci sarebbero parecchi parcheggi “liberi” non a pagamento disponibili.
Ero già a stato a Piazzola, ma non in occasione di un concerto, l’Anfitetaro Camerini si presta alle suggestioni…bello vedere un concerto Rock in questo contesto. Entriamo e l’impressione è che sarà un concerto agevole, di spazio ce n’è a volontà. Meno male, essendo un uomo di una (in)certa età non ho voglia di ressa e di troppe scomodità. Abbiamo i biglietti migliori (92 euro … 80+12), ci dirigiamo al GOLDEN CIRCLE PIT. Ci mettono un braccialetto arancione al polso, col quale possiamo uscire ed entrare tranquillamente, e varchiamo la soglia. Il mio amico Frank lo chiama “il recinto dei polli” ma devo dire che io mi trovo bene: siamo sotto al palco e le barriere interne che delimitano lo spazio hanno una sorta di seggiolini su cui potersi sedere. Sono solo alcune decine, ma senza nessuna difficoltà me ne accaparro uno e pianto il bivacco. Bene, già saranno impegnative le ore del concerto spese in piedi, contemplarne altre due sarebbe stato difficile.
Neil Young, Piazzola Sul Brenta (VI) 13/7/2016 (photo TT)
Ci siamo portati i panini e l’acqua da casa. Se ti fai un concerto all’anno allora puoi anche permetterti di mangiare e bere negli stand relativi, ma per chi di concerti se ne fa qualcuno in più ecco che diventa indispensabile cercare di risparmiare qualcosa visti i prezzi (panini a 6 euro, birra a 4). La groupie va a fare un giro, io me ne rimango con i miei pensieri dall’andamento bluesy. Vorrei sbarazzarmi di me stesso ma non riesco. Contemplo il cielo, i miei blues e sospiro. Torna Saura. E’ felice di essere qui. Che donna, sempre piena di energia e vogliosa di Rock mentre a me il Rock serve ormai solo come distrazione per non affondare nelle paludi del mio animo.
The Blonde Manalishi – Neil Young, Piazzola Sul Brenta (VI) 13/7/2016
Nel “recinto dei polli” iniziano ad arrivare gli “americani”, gente sovrappeso con stivaletti, jeans, camicia e cappello da cowboy, seguiti dagli hippie 2.0. Meglio che vada a fare un giro. Incontro per caso FRAN BEDINI con moglie al seguito. Talking about synchronicity. Franceso è mio amico e liutaio, super fan di YOUNG. Poco dopo sento per telefono FRANK ROMAGNOSI, una delle prime led-head con cui legai, trenta e passa anni fa. Frank è insieme alla Piove di Sacco Connection, con lui Silvia, Paolo e Giorgio. Gente con cui ho condiviso, negli anni, storie di Rock.
TIM & PIOVE DI SACCO GANG (Giorgio, Paolo, Tim, Frank) – Neil Young, Piazzola Sul Brenta (VI) 13/7/2016
Torno al mio posto. Le due orette passano in fretta. La serata è fresca, l’atmosfera bella. C’è molta gente, ma c’è ampio spazio per gironzolare e stare comodi. Poco dopo le 21,30 due contadini salgono sul palco a seminare qualcosa, poi qualcuno inizia a suonare AFTER THE GOLD RUSH al piano. Eccolo lì, NEIL YOUNG. Sono ancora seduto e osservo divertito. Quando imbraccia l’acustica e parte con HEART OF GOLD mi alzo e raggiungo la groupie, più o meno, sotto al palco. L’armonica, la chitarra acustica, lui in solitaria, uno dei pezzi facenti parte dell’immaginario collettivo riguardante il canadese, beh, sono belle sensazioni.
◊
◊
Non sono uno dei talebani del Rock americano, non credo nella sua supremazia morale solo perché per un paio di mesi alcuni musicisti del Laurel Canyon e di San Francisco giocarono con l’idea di un mondo migliore; sarebbe stato bellissimo intendiamoci, ma pur conservando in parte un certo spessore morale, alla fine l’ego, i soldi, la droga e le fighe da scopare fecero sfumare il sogno rivoluzionario di tutti questi ragazzi che ancora oggi idealizziamo. Vivo dunque questo mio incontro con NEIL YOUNG in un mood scevro di sensazionalismi. Amo i suoi lavori periodo 1969/1979, rispetto quello che ha prodotto dopo, ma non sono uno di quelli che lo ritiene un gigante della chitarra o un profeta. Detto questo YOUNG rimane ancora oggi uno dei più puri e veri musicisti di quella generazione e questo lo si percepisce benissimo.
Eccolo lì dunque a suonare col suo tocco pesante la chitarra acustica, quello strimpellare costellato di semplici figadini chitarristici che tanto hanno influito sulle nostre giovani mentì là, sul finire degli anni settanta. HARVEST era uno di quegli album che aveva chiunque avesse un po’ di cervello e un vago interesse per la musica. Io le ricordo bene le semplici discoteche di quelle persone…HARVEST, DARK SIDE OF THE MOON, IV dei LZ (perchè c’era STAIRWAY), ZIGGY, BLUE di JONI MITCHELL, DEJA VU, le due antologie blu e rosse dei BEATLES, GREATEST HITS di ELTON JOHN, BURATTINO SENZA FILI, DE GREGORI del ’78, HO VISTO ANCHE DEGLI ZINGARI FELICI di CLAUDIO LOLLI, FLOR D’LUNA di SANTANA e, i più temerari, il primo solista di GABRIEL.
Ancora qualche pezzo, tra cui COMES A TIME, che sento mia, ed entra la band. Il mio amico SUTO, leggendario chitarrista della REGIUM-MUTINA county e altro super fan di NEIL YOUNG non è venuto al concerto perché non ama la band che lo accompagna. Temo che il suo sentimento sia condivisbile. Il gruppo è piuttosto lofi. Certo, NEIL YOUNG non ha bisogno di musicisti iper tecnici, nemmeno dei LED ZEPPELIN se è per questo, ma di un gruppo coeso e di personalità sì. Questi sono mediocri e con una musicalità per niente spiccata. Li ha scelti YOUNG e dunque non possiamo che accettarli, ma con un biglietto a 92 euro avrei preferito musicisti diversi.
HELPLESS mi commuove, lo stesso dicasi per OLD MAN; certo, lo so, sono i suoi pezzi per eccellenza, è banale essere rapiti da brani come questi, ma che posso farci?
◊
◊
Parla poco NEIL tra un pezzo e l’altro, solo dopo parecchi pezzi ci chiede come stiamo. Per omaggiarci si mette a suonare, insieme alla band, NEL BLU DIPINTO DI BLU cantata dal chitarrista che lo accompagna in un italiano più che decente. La versione non è niente male, è godibile… però, pur gradendo il pensiero, mi interrogo sulla considerazione che hanno della musica italiana i nordamericani. VERDI, PUCCINI e compagnia e VOLARE. Non che mi aspetti che si mettano a riproporre un brano di qualche nuovo gruppo saltato fuori negli ultimi due decenni ma che so IMPRESSIONI DI SETTEMBRE o CELEBRATION della PREMIATA, DE ANDRE’, BATTISTI… anche solo un accenno per farci capire che si sono sforzati un minimo a vedere se c’è qualcosa dopo VOLARE o QUANDO QUANDO QUANDO…
Non sono un patito delle chitarre semiacustiche, ma quando con la Gretsch parte con ALABAMA sobbalzo…
◊
◊
Arrivano altri cinque pezzi, alcuni li conosco, altri li ho appena sentiti e poi, con la magnifica Gibson Les Paul parte con la frase-riff di LIKE A HURRICANE. Seguono 15 minuti di Rock allo stato puro, di sperimentazioni sonore elettriche e di distorsioni cosmiche. Un trionfo. E qui capisci che NEIL YOUNG è un gigante, per la sua statura musicale, per il suo songwriting, per la sua concezione di come debba essere il suono di una chitarra, per la sua idea di Rock. Sono qui in ginocchio da te, NEIL.
Neil Young, Piazzola Sul Brenta (VI) 13/7/2016 (photo TT)
◊
Segue DOWN BY THE RIVER, pezzo di cui non sopporto il ritornello. Mi dà fastidio, non posso farci niente, ma il resto strofa/ponte/improvvisazione/distorsione è sublime. Che personalità che ha YOUNG quando suona la solista. Non si può dire sia un gran chitarrista in senso stretto, ma quante cose riesce a dire, che belle note riesce a scovare e che atmosfere è capace di raggiungere.
◊
◊
Io il concerto lo avrei fatto finire qui. Magari HEY HEY MY MY come bis e buonanotte. Invece vengono proposte altre cinque canzone e due bis. Concerto troppo lungo secondo me. Già durante COUNTRY HOME lascio la mia postazione ed esco la GOLDEN CIRCLE PIT. Mando un messaggio a Frank, ci incontriamo sotto alle tribune per i saluti. Non sono il solo ad essere un po’ stufo, sempre più spettatori lasciano l’anfiteatro.
Neil Young, Piazzola Sul Brenta (VI) 13/7/2016 (photo TT)
Restiamo in attesa di capire se ci sarà il bis e se sarà HEY HEY MY MY, ma una volta sentito l’inizio di LIKE AN INCA ci dirigiamo diretti alla macchina. Sempre più gente continua ad uscire. Magari i superfan ne avrebbero gradito un’altra ora, ma io penso che un paio di orette siano più che sufficienti e lo penso in generale, non mi rivolgo specificatamente a NY. Io amo andarmene con ancora un po’ di voglia, non con la pancia troppo piena.
Ad ogni modo bella esperienza. A 70 anni YOUNG è ancora convincente. Bel mix di greatest hits e deep cuts. Se solo si fosse fermato a 20 pezzi …
Saliamo in macchina, in breve siamo sulla VENEZIA-MILANO. Poco dopo mi metto alla guida. La groupie si appisola. Io guido sicuro attraverso la notte. Il viaggio è accompagnato da grossi lampi che vedo in lontananza. Alcuno dischi passano nel car stero della macchina, mi rimangono in corpo alcuni pezzi…RIPPLES dei GENESIS, MUSIC di JOHN MILES, TEA FOR ONE dei LZ, MEMORY MOTEL dei ROLLING STONES. I miei pezzi, insomma. La Brennero è una lunga striscia color metallo che si infila nella notte. Esco a CARPINUS, attraverso CORRIGIUM, qualche chilometro di black country ed eccoci alla Domus Saurea di Borgo Massenzio. Un thè, qualche carezza a Palmir e mi butto sotto la doccia. Mi infilo nel letto, sono le 3,20. Tra tre ore esatte la prima delle due sveglie suonerà. E’ dura la vita degli amanti del Rock.
Il nostro Polbi boy ci invia una recensione sul libro YES IS THE ANSWER. L’ultima frase racchiude una considerazione degna del nostro asso detroitiano. Prog sì, ma con Nesquik.
“ Yes is the Answer” mi e’ capitato fra le mani per puro caso, guardando fra i libri in vendita nel negozio di dischi vicino casa, e ho deciso di prenderlo al volo.
E’ un libro particolare, forse non del tutto riuscito ma senza dubbio interessante. Si tratta di una raccolta di riflessioni sul Prog, fatte da scrittori e giornalisti americani che hanno avuto a che fare in qualche fase della loro vita con questo genere musicale. Questo di fatto e’ l’unico punto veramente in comune nei diversi interventi che compongono il libro, ventitré articoli per altrettanti autori. Ne viene fuori una collezione di storie e punti di vista, secondo me, molto interessante.
Quasi tutti ci raccontano di un amore adolescenziale per il Prog, vissuto poi negli anni successivi con un latente imbarazzo ma non per questo dimenticato. Per molti parlare di Genesis o Yes e’ solo il pretesto per raccontare, e in maniera anche molto divertente e insolita, storie personali degli anni settanta americani. Per altri invece e’ l’occasione per poter finalmente rivendicare a testa alta una passione che non hanno mai lasciato “…Alcune cose le nascondi anche a te stesso. Certe musiche per esempio, sono fatte per essere ascoltate a palla, “Can’t you Hear me Knocking?” con i finestrini abbassati in macchina. Altre invece per quanto abbiano lo stesso bisogno di volume mentre le ascolti non puoi fare a meno di sperare che i vicini non siano in casa. Yes. Diosanto, Yes. Sto veramente ascoltando un disco degli Yes?! Dove sono le cuffie!?!…Genesis? Avevano Peter Gabriel. Crimson? Cazzo, sono piu’ duri dei Sex Pistols. Van Der Graaf? Art Rock per chi pensava che Bowie fosse un pesopiuma. Ma gli Yes? Yes? Qui siamo a un passo dai nanetti di Stonehenge. Ma nonostante tutto, erano incredibili e tutto quello che hanno fatto fino a Close to the Edge e’ meraviglioso!”.
YES
Pochi scrivono qui di Prog in termini strettamente di critica musicale, e il risultato e’ che si riempie di vita ed emozioni una musica che altrimenti, soprattutto qui negli States, rischierebbe di perdere senso.
Nessuno parla della scena Prog underground, che probabilmente qui non e’ proprio arrivata, e le riflessioni girano quasi sempre intorno ai grandi gruppi.
Molto divertente e ben fatto ad esempio un capitolo su Emerson, Lake and Palmer intitolato “Difendere l’Indifendibile” scritto da Rick Moody. Si sviluppa come se fosse un dibattimento in tribunale, con atti di accusa e difesa finale, riuscendo ad essere oltre che divertente, a fuoco e pieno di risvolti emotivi e riflessioni sul rock non da poco. “ …L’aura di invincibilita’ che hanno certe band (mi vengono i mente i Led Zeppelin) e’ un aura, appunto, e nulla piu’. Nel mondo del rock nulla di buono dura nel tempo se non le registrazioni. Anche provando a ripetersi disco dopo disco, alla fine non dura e non puo’ durare. Musicisti e pubblico rimangono soli con i loro ricordi. E quindi io resto con il ricordo degli ELP, e sento la perdita di una certa ambizione senza compromessi, specialmente in tempi come questi. Saranno stati anche eccessivi, ma credevano in quello che facevano, e fosse anche solo per questo sono da ammirare. Non ho alcuna intenzione di mollarli, cosi come non mollero’ mai quel tempo in cui anche per me l’ambizione era uno stile di vita.”
ELP
Purtroppo non tutti i contributi sono dello stesso livello, e qualcuno butta pagine per dire, ero giovane, ero uno sficato senza ragazze, mi piaceva questa musica di merda, poi sono cresciuto sono diventato un fico e non la ascolto piu’.
Ma nella maggior parte dei casi siamo su tutt’altri livelli.
Per esempio lo spagnolo Rodrigo Fresan nel suo pezzo sui Pink Floyd “ …I concerti rock sono fatti di pura aspettativa. Una volta che la band sale sul palco con la botta di elettricita’, nulla di quello che segue si puo’ paragonare a quel momento di apertura, quando tutta la potenza erutta in un istante, e tu sei, enfaticamente, non piu’ nell’attesa di qualcosa che deve avvenire. Molto presto pero’, non vedi l’ora che finisca…” non e’ una cosa che capita sempre, ma sono sicuro che tutti ci siamo ritrovati con questa sensazione addosso in piu’ di un concerto.
“Yes is the Answer” e’ anche un libro pieno di ironia, scritto da appassionati che hanno capito che se ami una band con un tastierista vestito da angelo, il cantante mascherato, e brani che durano una facciata intera, va benissimo, e’ rock anche questo, ma e’ meglio se prendi il tutto con la giusta dose di autoironia. Insomma, un libro particolare che affronta l’argomento Prog in maniera inusuale. Un po’ come facciamo in questo Blog.
Polbi l’altra sera a Detroit è andato a vedere il concerto di CARL PALMER; mi ha scritto un breve resoconto personale sulla chat di facebook. Gli ho chiesto il permesso di pubblicarlo qui sul blog. Non è una recensione dunque, ma una semplice riflessione tra amici, quel tipo di cose tipiche di questo blog, che ricordiamolo è un blog per l’uomo di blues. Thank you Polbi boy.
NB: non ho trovato su Youtube filmati inerenti al concerto di Ferndale, ne ho inseriti alcuni di qualche giorno prima.
The Magic Bag – Ferndale, Michigan
Allora…mi sono stradivertito al concerto del tuo Carl. Cento metri da casa mia, 40 dollars, direi a occhio 300 persone con una (purtroppo) bassissimissima percentuale di “giovani” e un tripudio di panze e capelli bianchi (miei compresi). Lui in gran forma, batteria al centro del palco direttamente sul bordo, due ragazzi: uno al basso e cazzi vari e l’altro alla chitarra, ottima scelta quella di non avere tastiere e voce, che E&L non sono sostituibili. Immagini varie sullo schermo dietro al palco, spesso anche interessanti.
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
Lui potentissimo, fisico da atleta, presenta ogni brano con qualche storiella, simpatico e non banale. Mi dispiace non abbia inserito nulla dal periodo con Arthur Brown o dal primo Atomic Rooster, ma va bene così ci mancherebbe. Una bella Mater Tenebrarum a sorpresa. Quasi due ore di show, pubblico partecipe in classico stile detroitiano.
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
Qui se ti amano i concerti hanno due marce in più, c’e’ poco da fare, il pubblico della motorcity e’ da vedere per credere. Alla fine nemmeno il tempo di dare un occhiata al banchetto del merch che Palmer e’ già li, (credimi non più di 3 minuti dalla fine del concerto!) a firmare tutto quello che gli passano. In vendita qualche cd, molto vinile, gadgets vari e una bella foto di ELP in bianco e nero autografata da tutt’e tre per 400$…
◊ ◊ ◊
◊ ◊ ◊
Un Tarkus autografato lo avrei anche preso (30$) ma non sono mai stato così in bolletta in vita mia e il biglietto di ingresso m’e’ bastato e avanzato. Peccato, ma che ci vuoi fare…Insomma, per una volta sono andato a vedere uno show senza chiedermi nulla, senza fare alcuna riflessione sul senso della storia del rock e della controcultura del 900, non avevo alcuna aspettativa se non vedere di distrarmi per un ‘oretta…sono sicuro che se andrò a vedere il “mio” Mark Lanegan giovedì sera non avrò lo stesso effetto benefico…Bad Co. in una grande arena senza manco Ralphs direi che passo…se c’eri tu andavamo insieme e ci divertivamo pure, ma da solo non mi sembra il caso. Godetevi Londra, e se potete andate a vedere la mostra degli Stones!
KARNE KATTIVA, una delle pochissime nuove promesse a catturare la mia attenzione. Forse aiuta il fatto che siano di Modena, il chitarrista addirittura proviene dal mio stesso paesello, magari ero amico dei suoi genitori, ma credo che a colpirmi siano state le scintille che la loro musica riesce a proiettare sino a me e l’atteggiamento spavaldo pieno di energia.
Ad una primo esame emotivo la loro musica rimanda ai NEW YORK DOLLS (e non a caso il viso di Linda, cantante e autrice, ricalca in qualche modo i lineamenti di David Johansen), al glam (hard) rock di Los Angeles degli anni ottanta (io ci sento i CINDERELLA) e al punk; non al punk all’acqua di rose di questi ultimi lustri, ma quello duro e puro inglese della fine degli anni settanta. Magari sono impressioni solo mie, magari riflessi di atteggiamenti atavici che nemmeno loro sanno di avere.
Parlando di loro con un amico mi sono sentito dire “Sì, va beh, però nulla di nuovo” … sono rimasto colpito da questa risposta, perché – mi dico – c’è qualcuno in giro nel mondo che fa qualcosa di nuovo? Se non altro questi rimangono lontano dalle consuete “nuove” scene metal, prog, world, rock alternativo, pop/rock italiano, brit pop.
Il loro primo album è una sorta di autoproduzione, otto brani diretti, decisi, che non fanno prigionieri.
Si parte con STUCK ON IT, il singolo/video tratto dal disco:
◊
◊
GOTTA GO, sta tra i CINDERELLA, i FACES e certo Rock ribelle americano dei primissimi settanta.
ANYWAY parte con il basso di Barani e la batteria della Nobili, un ritmo su cui si unisce la voce della Filippini; solo all’arrivo della chitarra di Zoboli il pezzo prende riflessi da classic hard rock di stampo americano anni ottanta (GUNS N’ ROSES), ma rimane distante dalla semplice scimmiottatura, qui c’è qualcosa di più.
Mentre UH e ENNIE cavalcano sulle coordinate di rock diretto e duro senza tante concessioni melodiche, GIVE ME YOUR SMILE svela una scrittura e un arrangiamento più attento. Anche YOU FAILED all’inizio sembra immergersi in un Rock più accessibile grazie alla chitarra di Alex ma quando entra la voce di Linda suggestioni dei TELEVISION tornano alla mente.
Martina & Linda – Karne Kattiva
SHE’S ON FIRE è affrontata in modo sfacciato e chiude l’album senza chiedere nulla a nessuno. Che poi non è che lo chiuda, dopo i 3:15 del pezzo ci sono un po’ di secondi di vuoti e poi inizia un alto brano, la classica ghost track che comunque sfuma poco dopo.
Dave & Alex – Karne Kattiva
Sento dire in giro che in questi ultimi anno il gruppo è molto migliorato, non so come fosse prima, ma da questo cd si capisce che la band è coesa, che è condotta da una continua vampata di energia, che suona in modo consono alla proposta, che non esagera in solismi e in arrangiamenti, ma che nemmeno abusa della semplificazione a tutti i costi.
Non li ho ancora visti dal vivo, capiterà presto, in compenso ho incontrato due di loro un paio di volte in un locale della nostra zona. Dave ha la sicurezza e la gagliardia del rocker ventenne che si sente titanico dinanzi al futuro. Rivedo in lui il giovane Tim; basta poi guardare Martina negli occhi per capire che si fa sul serio, quello sguardo (tipico di certe donne) pieno di calma, curiosità, interesse per il futuro e che lascia intendere il totale controllo della situazione e della propria vita.
Io credo che il gruppo sia davanti ad un bivio: continuare così o cercare la sterzata decisiva.
Continuare così sembra sul momento la più affidabile: altri concerti, un altro disco sulla falsariga di questo e vedere di scendere sempre più nel profondo del filone scelto; .
La seconda ipotesi è forse la più difficile da affrontare: rimanere concentrati sulla band, senza perdersi in altre collaborazioni con altri gruppi. Sì perché uno pensa di fare esperienza nel suonare contemporaneamente in varie altre formazioni (al di là dell’indubbio divertimento), ma temo che in realtà questo mini l’apporto e la concentrazione verso il gruppo d’appartenenza. Ne ho visti davvero tanti fare quella fine. Tutti suonano con tutti, col risultato che ormai nessun gruppo si distingue e i musicisti perdono la tensione che riesce a renderli originali e ben focalizzati.
Oltre a questo bisognerebbe spingere sul songwriting. Pur rimanendo all’interno del concetto originale, sarebbe necessario fare il passo successivo, portarsi fino ai confini di ciò che si è stabilito e diversificare il modo in cui si guardano gli orizzonti. Senza perdere la bramosia dell’istinto, del proprio essere, cercare di arrivare all’immensità della musica, naufragare alla ricerca delle canzoni.
Chissà come andrà a finire. Per il momento, comunque vada, è un ottimo inizio.
Non avevo idea nel luglio del 2015 che il concerto degli Yes a Milano nel 2016 sarebbe coinciso con la finale della Champions league, essere costretti a comprare i biglietti con 10 mesi d’anticipo non è il massimo, ma evidentemente le voci di corridoio sono vere: le band si fanno dare in anticipo i soldi di tour che prenderanno forma a mesi di distanza. Mi spiace non essere vicino, almeno spiritualmente, al Cholo Simeone, ma devo accompagnare la groupie a vedere il suo gruppo preferito. Attraversiamo le vele di Calatrava e siamo in A1.
Milano bound thru’ Calatrava’s bridges – photo TT
Mentre la freccia gialla della pianura reggiana sfreccia sull’autostrada ascoltiamo i due album dei FIRM. Ora, che una figa abbia nella chiavetta che tiene in macchina i due album del gruppo di PAGE e RODGERS è un fatto senza precedenti, credo sia l’unica in Italia, forse in Europa. Passiamo la Barriera Sud, un po’ di tangenziale, uscita di Assago e quindi ci immergiamo nel traffico milanese. Alle 18,50 arriviamo in piazza Piemonte, nel parcheggio sotterraneo di fianco al teatro hanno ancora 9 posti liberi, perfetto.
YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
Nemmeno il tempo di trovarci di fronte al teatro che ci viene incontro Maurizio Cavalca, uno dei più grandi fan italiani degli YES (e di Steve Howe in particolare). Ormai è il quarto o quinto concerto che vediamo insieme, dopo gli YES a Padova nel 2014, e RICK WAKEMAN ad Asti, Vicenza e Schio. Maurizio ci racconta che poco prima BILLY SHERWOOD (il multi strumentista che stasera sostituisce the great late CHRIS SQUIRE) ha comprato una maglietta farlocca in una delle bancarelle di fronte al teatro commentando: “anche se non ufficiale è l’unica dove c’è anche la mia faccia”. Giusto il tempo di ridere della cosaed eccolo di nuovo intento ad andare in giro. Saura lo ferma, lui è disponibilissimo e gentile, scatto una foto, BILLY mi guarda ed accenna qualche parola in italiano. Ringrazia Saura, la abbraccia e ci saluta. Tipo simpatico Mr Sheerwood.
Saura & Billy Sheerwood – YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
Aprono le porte, Saura si fionda nello stand del merchandising ufficiale io aspetto osservando il popolo del prog. Siamo in primissima fila, in due dei quattro migliori posti del teatro. Mica male. E’ la prima volta che assisto ad un concerto da una posizione così. E’ arrivato anche UMBERTO, altro superfan degli Yes, lui, Maurizio e Saura tutti in prima fila…mi sembra giusto.
Front Row Seat – YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
Osservo il palco, per HOWE solo un normalissimo ampli da chitarra.
YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
Saura si appoggia bordo palco, controlla se il “suo” RICK WAKEMAN ha twittato qualcosa e se la Pallacanestro Reggiana riesce a vincere contro Avellino e andare in finale. Io invece controllo il risultato della Champions league.
Saura checks RW twitter account – YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
Non si possono fare foto e filmati, i cerberi della sicurezza sono attentissimi. Solo qualcuno nelle file più lontane riuscirà a filmare qualcosa e a postarlo su youtube.
Ore 21, inizia lo show. Un roadie porta il basso Rickenbacker che fu di CHRIS SQUIRE a centro palco, un faretto bianco lo illumina, parte la musica di ONWARD e foto di CHRIS vengo proiettate sullo schermo. Partono applausi pieni di affetto. Ora, ONWARD (scritta da Chris Squire) è la mia canzone degli YES preferita (lo dico piano perché i talebani del prog poi possono aversene male e giocarmi qualche scherzetto), in più è la canzone mia e di Saura, io e lei siamo qui in prima fila ad ascoltarla mentre il gruppo la passa nell’impianto quale tributo a CHRIS SQUIRE…l’emozione è tanta. Dopo un ultimo applauso la band sale sul palco, SHEERWOOD dà una occhiata alla prima fila, riconosce la cresta gialla di Saura, la indica con l’indici e la saluta. Mah.
In questo tour il gruppo presenta per intero gli album DRAMA e FRAGILE. Si parte con MACHINE MESSIAH.
◊
◊
Dopo i sei pezzi di DRAMA ecco TIME AND A WORD (dove Howe cavallerescamente ricorda PETER BANKS, il primo chitarrista degli YES da lui sostuito nel 1970) e SIBERIAN KATHRU. Il gruppo mi pare solido, ALAN WHITE fatica alla batteria, ma sono già un po’ di anni, soffre di mal di schiena, sembra più vecchio di quello che è in realtà, ma l’impressione generale è buona. Non so se abbia senso continuare in questo modo, senza nessun fondatore, con il solo HOWE (e WHITE) a tenere alta la bandiera della formazione leggendaria, con un cantante che proviene da una tribute band, ma il risultato non è affatto male. Anche noi fan esigenti e un po’ cagacazzo dobbiamo venire a patti con il tempo che passa, con i valori ormai sbiaditi del Rock…se vogliamo vedere ancore i gruppi che ci hanno formato e che ci hanno regalato capitoli importanti della nostra vita (e mentre lo facevano scrivevano capitoli importanti per la storia della musica Rock) dobbiamo giocoforza arrivare a compromessi.
GEOFF DOWNES fa quello che deve fare, senza aggiungere nulla di più, BILLY SHEERWOOD è la sorpresa, già fisicamente assomiglia in qualche modo a SQUIRE, in più è un gran musicista, suona bene e con giudizio. Peccato usi uno di quei bassi da nuffia.
Vedere STEVE HOWE è sempre un evento, rimane un chitarrista davvero straordinario. Anche stavolta noto che suona un po’ “indietro”, come direbbero gli inglesi “behind the beat”, un po’ troppo intendo. “Suonare indietro” significa di solito essere una frazione d’istante più indietro rispetto al ritmo della musica, questa cosa dà un senso preciso, di morbidezza, di capacità, di fighinaggine. Chi suona “avanti”, chi tende a correre spesso non è un gran musicista, o comunque è uno che si fa prendere dall’ansia da prestazione, che rende la musica frenetica e meno godibile. HOWE però sembra che esageri, a volte è davvero troppo indietro. Immagino che nessuno possa dirgli nulla, è lui il capo della band adesso, e quindi tutti devo adeguarsi al suo modo di suonare.
Per un rock and roller come me a tratti nella musica degli YES c’è un po’ troppa matematica e poca improvvisazione, ma sono solo brevi momenti, riesco a godermi comunque la grande musica del gruppo.
◊
◊
Dopo l’intervallo (20 minuti) si riparte con GOING FOR THE ONE, poi STEVE HOWE ci ricorda che stasera avrebbero voluto essere a Los Angeles per partecipare al tributo in onore di KEITH EMERSON, dopo di che avanti coi “centurioni”: OWNER OF A LONELY HEART…
◊
◊
Inizia poi la sequenza dedicata all’album FRAGILE con ROUNDABOUT…
◊
◊
Verso la fine arriva MOOD FOR DAY. Essere a due metri da HOWE e vederlo suonare quel quadretto chitarristico sulla chitarra classica mi scuote nel profondo. Che chitarrista meraviglioso che è ancora. Nel teatro non vola una mosca. Sembra quasi che sia enclave di amanti della musica rinchiusi per un paio d’ore in un guscio che separa dal rumone e dalle bruttezze musicali odierne del mondo. Questa ormai è musica classica, aria sonora del passato apprezzata ormai da sempre meno gente.
◊
◊
Negli ultimi due pezzi i cerberi mollano la presa, è possibile fare foto, ne scatto qualcuna…
YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
Billy Sheerwood – YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
Il gruppo chiude naturalmente con STARSHIP TROOPER da THE YES ALBUM, l’album con cui, nella seconda metà degli anni settanta, ragazzino, entrai nel mondo di questa formidabile band. Mentre il gruppo ringrazia e saluta sotto i colpi di una standing ovation, mi chiedo se GEOFF DOWNES doveva proprio vestirsi in quel modo, più che un tastierista prog/Aor/Rock sembra una cougar piuttosto in là con gli anni, mah.
YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
Howe/Downes/Davison – YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
Osservo il pubblico che inizia ad uscire. 1500 fan (sold out) visibilmente soddisfatti.
YES Milano Teatro Nazionale 28-5-2016 – photo TT
Salutiamo gli amici e ce ne andiamo. Per un momento Saura si pente di non aver preso il “meet&greet”, la faccio ragionare: “Howe, Downes, White e Davison li hai già incontrati col meet&greet di Padova due anni fa, Howe poi nei meet&greet non stringe la mano e non caga nessuno, Sheerwood lo hai incontrato prima del concerto…che vuoi di più…goditi il momento“. Un po’ sconsolata mi dà ragione. Riemergiamo dal livello -4 del parcheggio, ci inoltriamo tra le strade di Milano, quindi tangenziali e finalmente autostrada.
La groupie è un po’ stanca, guido io. Sul car stereo CHANGE WE MUST, l’album del 1994 di JON ANDERSON. Sul finire mi commuovo, la canzone che dà il titolo all’album mi riporta alla mente il vecchio Brian. Smanetto sulle impostazioni e faccio partire STUDIO WORKS 1964-1968, una raccolta (chissà se legale o no) giapponese del JIMMY PAGE session man. Il boogie inglese dei primi sessanta mi rimette in bolla, anche stavolta il DARK LORD è giunto in soccorso al momento giusto.
Uno primi ricordi che ho della Bad Company è il disco DESOLATION ALBUM al terzo posto della classifica Usa nella primavera del 1979 sulle pagine di Ciao 2001. Amavo già i Led Zeppelin e i Free, arrivare alla Bad Company dunque fu automatico e piuttosto semplice e fu amore a primo udito. Lo capivo che il Rock della Bad Company non era misterioso e sofisticato come quello dei Led Zeppelin, lo sentivo che non era sofferto e immacolato come quello dei Free, ma la loro semplicità unita ad eleganza e buon gusto mi conquistarono in un batter d’occhio.
Il formato canzone-rock mi si confaceva perfettamente, per quel musicista che ero (e che sono) era assai facile vestire i panni di uno come Mick Ralphs e sentirsi uno di loro in tour lungo le assolate strade dell’Arizona. Il rock inglese di derivazione (più o meno) blues influenzato dai sapori e dagli odori del sud degli Stati Uniti era per me irresistibile. Una sorta di LITTLE FEAT (soprattutto negli ultimi tre album) più accessibili.
E poi quelle sei copertine che ancora oggi emozionano il mio senso visivo…
…di lì a poco arrivai a pensare che la Bad Company fosse il mio gruppo preferito, persino più in alto dei miei amati Led Zeppelin, per la cui casa discografica, la Swan Song, il gruppo incideva.
Mi sono sempre chiesto come mai i fan dei LZ non avessero una predilezione anche per la Bad Company, o almeno un interesse degno di nota, d’altra parte stesso manager, stessa etichetta, i membri delle band amici tra loro… eppure che io sappia sono pochissime le teste di piombo affezionate al gruppo di Ralphs e Rodgers, e dire che sei dischi non sono tanti, un casual fan non faticherebbe molto a farsi la discografia completa (parlo della original Bad Company naturalmente, non la versione sciatta dall’americanismo musicale spinto degli anni ottanta e novanta senza Paul Rodgers e Boz Burrell in formazione).
Credo così di essere il più grande fan italiano del gruppo, e lo dico in tutta l’umiltà, come dato di fatto, avendo circumnavigato e toccato molte sponde del circuito Rock italiano, grazie alla fanzine, alla biografia di Page, agli articoli scritti per diverse riviste nazionali, agli amici giornalisti, non ho mai incontrato o saputo di qualcuno che amasse – in Italia – la Bad Company quanto me.
Perciò non posso che salutare con enorme soddisfazione l’uscita di questo primo grande album dal vivo relativo a registrazioni degli anni settanta. Era ora!
La copertina è semplice, ma tutto sommato funzionale, meglio così che pastrocchi kitsch; confezione digipack molto buona e libretto interno esauriente con eccellenti note di copertina del nostro amico David Clayton. Il missaggio dei nastri originali multitraccia è a cura di Richard Digby Smith 2016.
Il disco si snoda su due registrazioni, la prima relativa al concerto tenuto al The Summit (una delle più grandi arene indoor degli States di allora, 16000 posti) di Houston il 23/05/1977 e la seconda all’Empire Pool (ora nota come Wembley arena, una delle più capienti in terra di Britannia, 12000 posti, il gruppo riempì tre serate consecutive in quel marzo) di Londra il 9/03/1979. HEY JOE proviene invece dal concerto del 26/06/1979 di Washington tenuto al Capitol Center.
Purtroppo i concerti non sono completi, ma la cosa da sottolineare è che le registrazioni non sono state toccate, niente edit quindi, né abbellimenti, né sovraincisioni, quello che si sente è quello che ha suonato la band all’epoca; inoltre, è bene ricordarlo, il tutto proviene da nastri multitraccia (quei nastri che si usano per registrare una band in concerto quando si ha in mente di trarne poi un album dal vivo) che unito all’ottimo missaggio del 2016 danno all’album una qualità audio stellare.
Sì, Digby Smith ha fatto un lavoro eccellente: ha saputo rendere l’aspetto naturale del Rock nudo e crudo senza farlo apparire slabbrato, ha tenuto il livello del volume del basso alto senza compromettere il risultato finale, ci ha regalato insomma un album live che più live non si può. Giù il cappello per Digby Smith, dobbiamo davvero tanto al suo missaggio.
Il concerto del 1977 è forse quello che m’interessa di più, è preso infatti dall’ultimo tour dei primi quattro intensissimi anni del gruppo ed è il tour dell’album che segna l’inizio del periodo “orizzonti perduti”. Dopo tre fortunatissimi primi album (BAD COMPANY 1974, STRAIGHT SHOOTER 1975, RUN WITH THE PACK 1976) il gruppo segna il passo; la sequenza album-tour-album-tour-album-tour incrina il meccanismo. Alcuni rapporti iniziano ad logorarsi e il gruppo si ritrova in studio per il quarto album un po’ sfasato. Le canzoni scritte non sono tante e ci si arrangia come si può. Detto questo, a me BURNIN’ SKY piace parecchio ed è il disco della Bad Company che ascolto con maggior frequenza. Ho da sempre una predilezione per gli album “obliqui”, quelli un po’ fuori fuoco e a dispetto dell’opinione comune, il quarto album della BC per me è bellissimo.
Trovo quindi stupendo il fatto che nella scaletta del primo cd ci siano ben 7 pezzi da quello che allora era l’album appena uscito. Gruppo coraggioso: piuttosto che presentare i grandi classici dei primi tre album e un paio di cose dal nuovo capitolo mettono in esposizione molte delle nuove canzoni. Chapeau!
BURNIN’ SKY apre il disco con potenza, Rock senza fronzoli al contempo grezzo ed elegante. TOO BAD, anch’essa dal quarto album, mantiene le stesse coordinate, Rock pieno di anima. Positivo il fatto che abbiano lasciato gli interventi dei membri della band tra un pezzo e l’altro, rendono il tutto più vero. Grande versione di READY FOR LOVE. Ispirato l’assolo di MICK RALPHS. Non precisa la transizione tra il pezzo e la coda finale, ma l’outro è piena di atmosfera.
HEARTBEAT è suonata a due chitarre, assolo melodico armonizzato, bel lavoro alla solista di Ralphs, il quale sembra avere una marcia in più negli assolo dei pezzi più “obliqui”. MORNING SUN è uno dei miei pezzi preferiti, perfetto per le domeniche mattine primaverili. Strano sentire un pezzo così intimista suonato dal vivo davanti a 16000 persone. Di nuovo Rodgers alla chitarra. L’assolo di Ralphs è delizioso. Ancora Mick Ralphs in bella evidenza alla chitarra ritmica e alla chitarra slide nel bel roccaccio di MAN NEEDS WOMAN, qui il richiamo LITTLE FEAT e assai evidente. Uno dei miei momenti preferiti di questo album. Dopo LEAVING YOU, altro brano di BURNIN’ SKY, e tre classici come SHOOTING STAR, SIMPLE MAN (con l’introduzione dilatata) e MOVIN’ ON, ecco LIKE WATER, pezzo di Rodgers scritto al tempo dei PEACE (il trio che mise in piede dopo il primo scioglimento dei Free). Ancora Ralphs alla chitarra slide, e i risultati sono davvero buoni. Mick esce davvero alla grande nelle cose meno scontate e meno hard rock. Il primo cd si chiude con tre inni della Bad Company: LIVE FOR THE MUSIC, GOOD LOVIN’ GONE BAD e FEEL LIKE MAKIN’ LOVE.
DESOLATION ANGELS del 1979 è uno dei due album che ho vissuto in diretta, è il quinto del gruppo, quello che segue ai due anni di silenzio. La band in quel frangente si allontanò un po’ dall’Hard Rock e si diede a un Rock a tutto tondo. Il sound si fece più rifinito, meno “in your face”, ma restò comunque intrigante e vivo. Il nuovo umore musicale si spostò anche nei concerti. Successe anche qualcosa all’interno del gruppo come detto, e tutto sommato lo si capisce dai video che sono apparsi tempo fa su youtube (presi appunto dalle tre date londinesi della BC). Anche in questo caso ci sono parecchi pezzi (sei) tratti dal nuovo album
Si aprono le danze con BAD COMPANY…
◊
◊
si prosegue GONE GONE GONE di Boz Burrell seguita da SHOOTING STAR ed è già il tempo di una seconda novità, RHYTHM MACHINE, scritta dalla sezione ritmica Burrell/Kirke. Esecuzione compatta. Paul Rodgers alla chitarra solista. Arriva poi OH ATLANTA, gran pezzo di Ralphs, sempre da DESOLATION ANGELS. Mancano un po’ le finezze chitarristiche presenti sull’album da studio, ma il risultato è comunque buono. La scelta di SHE BRINGS ME LOVE mi è sempre apparsa bizzarra, una sorta di ballata gospel/soul con Paul all’organo, forse non adattissima ad una dimensione live di una band come questa, sebbene il gruppo faccia onore alla canzone. Si torna ai classici con RUN WITH THE PACK, Paul al piano, Mick alla chitarra distorta, Simon e Boz a tenere il ritmo da par loro. Nel finale la celeberrima epica Rodgersiana.
EVIL WIND su DESOLATION ANGELS è una delle mie preferite, con uno degli assoli più riusciti di Mick Ralphs. Qui risalta meno ed è interrotta dall’assolo di batteria. Con HONEY CHILD si va alla deriva verso l’Hard Rock più sempliciotto, seguono ROCK STEADY e quello che all’epoca era il nuovo singolo: ROCK AND ROLL FANTASY
◊
◊
Il perché dell’inclusione di HEY JOE per me rimane un mistero. Rodgers è sempre stato un gran fan di Hendrix e nel 1979 forse aveva ancora un senso proporre una cover (oggi trita e ritrita) come quella, ma la versione che ne fa il gruppo non è granché. Ralphs pasticcia l’introduzione e il gruppo non entra a tempo. Rodgers ci dà di solista ma non è una esibizione memorabile e in più cosa c’entra un pezzo (l’unico) preso da un altro concerto (Washington 1979). Davvero non capisco.
Il concerto chiude con i due più grandi successi della Bad Company, FEEL LIKE MAKIN’ LOVE e CAN’T GET ENOUGH.
◊
◊
In chiusura che dire, era il live che sognavo da tempo ed averlo in qualità audio eccellente e con una produzione “rough and ready” mi emoziona tanto. Siamo finalmente capace di capire quanto fosse brava la Bad Company dal vivo. Nessun volo pindarico, niente lunghe improvvisazioni, giusto una manciata di canzoni rock piene di passione presentate nel contesto live. Paul Rodgers brilla più che mai, ma non è una novità, è il miglior cantante Rock di sempre. Non mi lascerò andare al solito cliché e scrivere che Mick Ralphs è un chitarrista sottovalutato, ma devo mettere comunque in risalto l’efficacia del suo lavoro. E’ un vero maestro in quello. Ogni sera prima di addormentarmi imi metto a Mick Ralphs per un paio di minuti. Simon Kirke e Boz Burrell non erano al livello di Bonhame Jones, ma erano ugualmente bravi musicisti e furono fondamentali nell’aiutare la band ad avere la giusta vibrazione e il giusto groove. Mai sopre le righe, ogni notte raggiungevano il centro esatto del senso del Rock.
Grazie a chi si è prodigato per fare uscire questo album e alla Rhino/Swan Song.
This is the Bad fucking Company, baby!
◊
◊
(Broken) ENGLISH:
One of the first memories I have of Bad Company is DESOLATION ANGELS in the third position on the US charts in the spring of 1979 thru’ the pages of CIAO 2001 (Italian leading rock mag at the era). I was already in love with Led Zeppelin and Free, therefore it was automatic and rather simple to get linked with Bad Company and it was love at the first hearing. I understood that the music of Bad Company was not mysterious and sophisticated as that of Led Zeppelin, I knew that it was not deeply-felt and immaculate as that of Free, but their simplicity combined with elegance and good taste conquered me in a jiffy .
The song-rock format suieted me perfectly, for the musician that I was (and that I am) it was very easy to assume the role of someone like Mick Ralphs and dreaming about being one of them on tour along, say, the sunny highways of Arizona. The British rock derived (more or less) from the blues influenced by the flavors and smells of the southern United States was for me irresistible. A sort of LITTLE FEAT (especially in the last three albums) more accessible.
And then those six artwork of the LP covers that still excite my visual sense …
Soon I came to think that Bad Company were my favorite band, even as high as my beloved Led Zeppelin.
I always wondered why the LZ fans did not have a predilection for Bad Company, or at least an interest worthy of note, after all the two groups had the same managers, the same label, the members of the band were friends with each other … and yet I know very few ledheads who love the group of Rodgers and Ralphs, and let’s say that six records are not many, a casual fan would not struggle to get the whole lot (I’m taking abou the original Bad Company of course, not the watered-down version with the commercial rock attitude of the eighties and nineties without Paul Rodgers and Boz Burrell in the line up).
I guess I am the biggest Italian fan, and I say this in all humility, as a matter of fact, having circumnavigated and touched many Italian banks of the Rock circuit, thanks to the fanzine, to the J. Page biography I did, to the articles I wrote for several national magazines, to music journalists who are friends, I have never met or heard of someone who loved – in Italy – Bad Company like me.
So I can only praise the release of this first major live album with recordings related to the seventies. About time.
The cover is simple, but all in all functional, better this than a kitsch job; the digipack packaging is very good and has a nice booklet with excellent liner notes by our friend David Clayton. The 2016 mix from the original multitrack tapes is done by Richard Digby Smith.
The abum runs on two recordings, the first relating to the concert held at The Summit (one of the largest indoor arenas of then States, 16,000 seats) of Houston on 23 may 1977 and the second at the Empire Pool (now known as Wembley arena, one of the most capacious in the land of Britannia, 12000 seats, the group filled three consecutive nights in that march) in London on 09 march 1979. HEY JOE comes instead from the 26 june 1979 concert held at Washington Capitol Center.
Unfortunately, the concerts are not complete, but the thing to emphasize is that the recording have not been touched, then no edit, no embellishments, no overdubs, what you hear is what the band played at the time; furthermore, it should be remembered, everything comes from multi-track tapes (those tapes that are used to record a band in concert when they plans to release a live album) that combined with the 2016 excellent mixing give the album a stellar audio quality.
Yes, Digby Smith has done a fantastic job: he knew how to give the natural and bare Rock vibe without getting everything jagged, he kept the volume level of Boz Burrell bass overhead without compromising the whole result, so he gave us a very “lively” live album. Hats off to Digby Smith.
The 1977 concert is perhaps the one that interests me the most, it is in fact taken from the last tour of the first four intense years of the group and it is the album’s tour that marks the beginning of the “lost horizon” perido pf the band. After three very succesfull first records (BAD COMPANY 1974 STRAIGHT SHOOTER 1975 RUN WITH THE PACK 1976), the group sets the pace;the album-tour-album-tour-album-tour sequence breaks the mechanism. Some relations between members of the band are starting to wear thin and the group finds himself in the studio for the fourth album a little ‘out of phase”. Few songs were already written (mostly by Rodgers) so they tried their best to finish the album. That said, I like BURNIN ‘SKY like a lot and it is the Bad Company album that I listen to more frequently. I have always had a fondness for “oblique” album”s, the ones a bit ‘out of focus’ so despite common opinion, the fourth album of BC for me is beautiful.
I find it so amazing that in the set list of the first CD there are as many as 7 tunes from what was then the newly released album. Brave group: rather than presenting the great classics of the first three albums and a couple of things from the new chapter they put on display many of the new songs. Chapeau!
BURNIN ‘SKY opens the disc with power, Rock without frills while raw and elegant. TOO BAD, also from the fourth album, has the same coordinates, Rock full of soul. It’s a positive thing that they have left the talks of the members of the band between songs, they makes it more real. Great version of READY FOR LOVE. Inspired solo by Mick Ralphs. The transition between the workpiece and the tail end is not perfect, but the outro is full of atmosphere.
HEARTBEAT is played with two guitars, harmonized melodic guitar licks and great solo by Ralphs , which seems to have an edge in the solos of the less granted pieces. MORNING SUN is one of my favorite songs, it’s perfect for spring sunday mornings. It’s strange to hear a piece so intimate played live in front of 16,000 people. Here we have Rodgers on guitar. The Ralphs solo is delicious. Again Mick Ralphs prominently on rhythm and slide guitar in the beautiful rocker MAN WOMAN NEEDS, the LITTLE FEAT vibe i very clear here. One of my favorite moments of this album. After LEAVING YOU, another piece from BURNIN ‘SKY, three classics like SHOOTING STAR, SIMPLE MAN (with the introduction dilated) and MOVIN’ ON, then LIKE WATER, the piece of Rodgers wrote at the time of PEACE (the trio he put together after the first split of Free). Ralphs still at the slide guitar, and the results are really good. Mick comes out really well on these less obvious and less hard rock things. The first CD closes with three hymns of Bad Company: LIVE FOR THE MUSIC, GOOD LOVIN ‘GONE BAD and FEEL LIKE MAKIN’ LOVE.
DESOLATION ANGELS (1979) is one of two albums that I came acros when they were released, it is the fifth of the group, the one following a two years hiatus. Back then the band moved away a bit from Hard Rock and prefered a well-rounded Rock. The sound is more polished, it became less “in your face”, but remained nonetheless intriguing and alive. The new musical mood was present also in the live situation. Something happened within the group as mentioned, and all in all you can tell from the videos that have appeared along the years on youtube (they in fact taken from the three 1979 London dates of BC).
Also in this case there are several pieces (six) taken from the new album
The second cd starts with BAD COMPANY, then GONE GONE GONE written by Boz Burrell followed by SHOOTING STAR and it is already time fortime, RHYTHM MACHINE, written by Burrell / Kirke. Solid Rock with Paul Rodgers on lead guitar. Then comes OH ATLANTA, a great tune by Ralphs from DESOLATION ANGELS. I miss a bit the guitar subtleties from the studio version, but the result is still good. The choice of SHE BRINGS ME LOVE has always seemed strange to me, it’s a sort of gospel/soul ballad with Paul on organ, perhaps not perfectly suited to a live dimension of a band like this, although the group do honor to the song. We return to the classics with RUN WITH THE PACK, Paul on piano, Mick on the distorted guitar, Simon and Boz keep up the pace in their own good way. At the end an example of the famous Rodgers epic.
EVIL WIND from DESOLATION ANGELS is one of my favorites studio tracks, it features one of the most well made solos of Mick Ralphs. In the live situation the song does not shine in the same way plus it contains the drums solo that gives a coitus interruptus feel. With HONEY CHILD we are a-drifting toward the simpleton Hard Rock, then we have ROCK STEADY followed by what was then the new single: ROCK AND ROLL FANTASY.
The inclusion of HEY JOE remains a mystery to me. Rodgers has always been a great fan of Hendrix and 1979 probably they still had a way to propose a cover (now hackneyed) like that, but this version is too sloppy to be on a official rlease. Ralphs mulls the introduction and the group does not enter well into the song. Rodgers plays lead guitar and in the end it not a memorable performance; what does a piece (the only one) taken from another concert (Washington, 1979) I really do not understand.
The concert closes with Bad Company two biggest hits: FEEL LIKE MAKIN ‘LOVE and CAN NOT GET ENOUGH.
I must say it is the live album that I dreamed about for so long, it has excellent sound quality and a “rough and ready” production that excites me so much. We are able to listen how good was Bad Company as a live act. No pindaric flights, no long improvisations, just a collection of passionate rock songs in a live context. Paul Rodgers shines here, but it’s no new issue, he’s the greatest rock singer ever. I won’t write the same old cliché saying that Mick Ralphs is an underrated guitar player, but I have to emphasize anyway his effective work. He is a real hero in that regard. I praise Mick Ralphs every night. Simone Kirke and Boz Burrell maybe were not at the level of Bonham and Jones, but they were capable musicians for sure and they helped the band to get the right vibe and groove. They were never over the top and they reached every night the exact meaning of Rock music.
Thanks to those who have worked hard to make this thing possible and thanks to Rhino/Swan Song.
PAOLO TARSI è un musicista italiano molto interessante, in fondo all’articolo riporto la breve biografia artistica presa dal suo press kit. TARSI è distante dal Rock che siamo soliti amare, ma la componente blues di questo blog fa sì che ogni tanto su queste sponde vengano ad approdare tipetti interessanti appartenenti a nazioni musicali diverse ma che comunque riescono a far breccia nel nostro animo. Il suo disco infatti ci è arrivato con una forza inaspettata ed è un vero piacere poterne accennare qui sul blog.
Musica d’arredamento la si potrebbe chiamare, un misto di musica contemporanea, rock sperimentale e improvvisazione, musica capace di trasportarci nelle profondità siderali che talvolta tanto amiamo. Il disco è uscito per la CRAMPS, etichetta importantissima per la musica italiana di valore. La copertina è di Luca Domeneghetti.
Non essendo esattamente la nostra cup of tea tralascio i riferimenti concettuali (Le città della notte rossa del 1981 di William S. Burroughs), i tanti ospiti che partecipano al progetto, tutte cose comunque importanti per gli addetti al genere, e mi concentro unicamente sull’effetto che questa aria sonora ha su di me cercando di racchiudere il senso in brevissime descrizioni.
DREAMTIME è un’immersione nelle pieghe del cosmo, la colonna sonora del contemplare il mistero dell’universo…
◊
◊
CLUSTER #2 riporta a sperimentazioni Jazz/(Kraut) Rock.
Per me che sono un fan di Jimmy Page, ELECTRIC SAKUHIN ricorda certe cose di LUCIFER RISING poi riproposte anche in DEATH WISH II (A SHADOW IN THE CITY). Il brano di Tarsi poi si sposta su altre coordinate tracciate dalla tromba.
◊
◊
Paolo Tarsi
IN THE TOTAL ANIMAL SOUP OF TIME scandisce l’enigma del tempo e dello spazio.
◊
◊
A LENTA PERCEZIONE è un suggestivo rincorrersi di onde sonore mentre THE MELODY HAUNTS MY REVERIE definisce il concetto di ambient music.
Paolo Tarsi
CONSTRUCTION DANS L’ESPACE ET LE SILENCE ritorna verso il Jazz/Rock più sperimentale.
◊
Paolo Tarsi
In chiusura, questo album è molto bello. C’è una raffinata e razionale follia dentro di esso, e una musica che allarga gli orizzonti. Sarebbe un album da comprare, un album a cui dare supporto. Comunque sia, giù il cappello per Paolo Tarsi.
◊ ◊ ◊
1. Dreamtime | feat. Roberto Paci Dalò
2. Cluster #2 | feat. Enrico Gabrielli/Der Maurer, Sebastiano De Gennaro, Diego Donati
3. Electric Sakuhin | feat. Junkfood 4tet
4. In the total animal soup of time (an index of secrets) | feat. Roberto Paci Dalò, Gianni Giudici, Michelangelo Vanni (Junkfood 4tet)
5. A lenta percezione | feat. Enrico Gabrielli/Der Maurer
6. The melody haunts my reverie | feat. Michele Selva
7. Construction dans l’espace et le silence | feat. Paolo Tofani, Quartetto Maurice, Roberto Paci Dalò
8. Minutes to Go | feat. Paolo Tofani (Area – International POPular Group)
Paolo Tarsi e Paolo Tofani
Paolo Tarsi ha composto musiche per mostre di Paolo Cotani, Mario Giacomelli, Andy Warhol, collabora con gli artisti Marco Tirelli e Tullio Pericoli. Parallelamente realizza perfomance, installazioni e compone musica presentata in loft, gallerie e musei d’arte contemporanea quali il MAXXI di Roma, il MUSMA di Matera, il Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e lo Spectrum di New York. Specializzatosi nella composizione con il premio Oscar Luis Bacalov, suona con il chitarrista Paolo Tofani nel progetto AREA Open Project e ha lavorato con musicisti dell’attuale scena elettronica, jazz e rock. Suoi studi di carattere musicologico sono apparsi su riviste specialistiche e rivolgono particolare attenzione alla musica del secondo Novecento, ai rapporti tra musica e altre forme d’arte e all’influenza esercitata dalle avanguardie colte sui linguaggi pop. Scrive per “Il Giornale della Musica”, “Alfabeta2” e “Artribune”. Dal 2010 fa parte del gruppo Argo con cui pubblica una serie di romanzi collettivi (nel tempo collaborano con Argo personalità quali Edoardo Sanguineti, Marina Abramović, Wu Ming, Michela Murgia, Erri De Luca, Aldo Nove, Paolo Nori, Antonio Rezza e Flavia Mastrella, etc.). Nel 2015 pubblica per Trovarobato Parade, in collaborazione con il duo elettronico Fauve! Gegen A Rhino, il disco “Dream in a landscape” – dedicato a John Cage e Marcel Duchamp – presentato al roBOt Festival di Bologna.
Commenti recenti