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Interview with CACTUS’ Jim McCarty, rock guitarist extraordinaire – di Paolo Barone

21 Mag

Il nostro Michigan Boy intervista Jim McCarthy, chitarrista dei CACTUS …oh, mica robetta da poco! Buona lettura.

ENGLISH VERSION BELOW

Jim McCarty e’ l’ultimo dei grandi chitarristi hard rock blues.

L’ultimo di quella generazione di insuperabili musicisti che hanno aperto a colpi di pedali e amplificatori valvolari le strade a tutta la musica rock a venire. Prima con i Detroit Wheels di Mitch Rider, poi con Buddy Miles, Cactus, Rockets e ancora dopo Detroit Blues Band, Hell Raiders e Mistery Train. Ha suonato e condiviso il palco con tutti i piu’ grandi, ispirando a sua volta generazioni di chitarristi rock e blues fino ad arrivare ad oggi, senza avere ancora alcuna voglia di staccare il jack della sua Les Paul nera.

Lo incontriamo in una sera primaverile per una lunga chiacchierata.

Jim Mccarthy

 

PB: Jim, vorrei iniziare col dirti che secondo me sei l’ultimo rimasto dei chitarristi che hanno cambiato la storia dell’hard rock, intendo dire l’ultimo rimasto in piedi sul serio, con la chitarra sul palco a suonare veramente…

JMC: “ Dici?! Non saprei….fammi pensare…Jimmy Page, il piu’ grande chitarrista hard di tutti i tempi…mi sembra che si accontenti di dedicarsi al catalogo dei Led Zeppelin, e secondo me e’ un vero peccato. Potrebbe fare ancora molto, ma effettivamente l’ultima volta che l’ho visto da queste parti era in tour con i Black Crowes, molto tempo fa ormai. Sono andato a trovarlo nel backstage, ci siamo abbracciati forte, e da allora non l’ho piu’ visto. Clapton…beh, dai non fa piu’ queste cose da tantissimo tempo ormai…Jeff…Jeff Beck e’ un chitarrista fusion, un bravissimo chitarrista fusion sia chiaro, ma io ho nostalgia di Truth, di Beck Ola, quello e’ il Beck che vorrei sentire…mah, qualcuno di noi ancora in giro a fare quello che facciamo io e Carmine Appice ci deve ancora essere dai!”

E a questo punto ci facciamo qualche bella risata, perche’ lui pronuncia Karmain Apis, come lo chiamano qui, e io Carmine Appice, italianissimo come e’ il suo nome! Chiuso il siparietto, gli chiedo di racconatrmi come ha iniziato questa carriera.

 “ Sono cresciuto fra i musicisti. Mio padre era un batterista Jazz, suonava in una big band. E anche io ero un batterista e tale mi sono considerato per anni, pure quando suonavo la chitarra con i Detroit Wheels! Poi a un certo punto, mentre usciva il singolo “Devil with the Blue Dress On” ed iniziavamo ad avere veramente successo, allora mi sono detto, mi sa che sono un chitarrista…C’e’ poco da fare…”

Sei stato citato da tanti come una fonte di ispirazione, un influenza nel modo di suonare la chitarra…Giusto per dirne qualcuno, Ace Frehley, Ted Nugent, Eddie Van Halen…Ma non ti ho mai sentito dire chi sia stato ad influenzare il tuo modo di suonare.

 “ Sai e’ difficile dirlo, ma se dovessi fare un nome, uno solo, direi BB King. Ma in realta’ ci sono tantissimi suoni, tantissime influenze, che ti attraversano, che fanno parte di te. Tu le metti tutte insieme, e poi trovi la tua voce. Il tuo modo di suonare. This is what separate the man from the boys, questo fa la differenza fra un uomo e un ragazzo. Non ha importanza quanto sei bravo a suonare nello stile degli altri, tu cosa hai da dire? Il miglior complimento che mi possano fare e’ quando mi dicono, tu hai un suono tuo, riconoscibile, unico.”

Mitch Ryder and the Detroit Wheels. Perche’ si e’ chiusa quell’esperienza? Andavate alla grande che io sappia…

“ Eravamo dei veri Hit Makers! Sfornavamo una canzone dopo l’altra tutte formidabili. Sono ancora convinto che se avessimo avuto un manager bravo, un Andrew Loog Oldham della situazione, saremmo rimasti insieme alla grande. Invece…qualche fesso penso’ bene di puntare tutto su Mitch Ryder cantante solista. La cosa ovviamente non poteva funzionare, misero insieme una specie di show da Las Vegas e ando’ tutto all’aria…”

 E tu? Come ne sei venuto fuori? Deve essere stata una bella botta.

“ Io in tutto il periodo che sono stato con i Detroit Wheels, appena tornavo in albergo in tour, andavo in camera e ascoltavo dischi blues. Era diventata una passione forte per me, quella musica mi ha sempre parlato dentro…E quindi mi sembro’ normale unirmi a una band blues e andare in tour con loro. Una sera eravamo a Los Angeles, suonavamo al Wiskey a Go Go, e ho incontrato Buddy Miles che mi ha chiesto se volevo entrare una band che stava mettendo in piedi. Una cosa grossa, con una sezione di fiati, percussioni…molto aperta a diverse sonorita’…Dissi di si immediatamente, mollai tutto ed entrai nella Buddy Miles Express. Ci rimasi per un anno.”

Un po’ poco…cosa e’ successo, perche’ si e’ chiusa questa esperienza?

“ Miles era ormai in procinto di formare una band con Hendrix, Jimi era una presenza costante intorno alla nostra band in quei giorni, e io volevo prendere una strada diversa, piu’ mia. Era uscito un album che per me e’ stato un punto di svolta: Truth di Jeff Beck. Era esattamente quello che avrei voluto fare io! In quello stesso momento mi chiama da NYC un mio caro amico Rusty Day, che era stato il cantante degli Amboy Dukes, e mi dice che e’ li con Carmine Appice e Tim Bogert. Erano stati in tour con i Led Zeppelin e volevano mollare i Vanilla Fudge per suonare una musica piu hard, piu blues, e che cercavano un chitarrista…Un tempismo perfetto! Presi la palla al balzo, e volai da LA a New York. Erano nati i Cactus.”

Che band i Cactus…

“ Si, e’ una grande band. Ma in un certo modo, pur avendo attraversato alla grande i primi anni settanta, e’ sempre rimasta una band di culto. Il grande pubblico non ci ha mai veramente accolto. Certo, poi passano gli anni e salta sempre fuori qualcuno che dice Hey! I Cactus sono la mia band! Ero andato al cinema a vedere il film Anvil, quei ragazzi bisogna dargli atto che hanno cuore e coraggio come nessuno, e lui a un certo punto dice: ascoltavamo un sacco i Cactus, erano la nostra band…Beh ti giuro che a momenti casco dalla sedia svenuto per terra!! Non ci potevo credere! Negli anni settanta avevamo delle buone canzoni su tutti i nostri album, ma quella formazione era un esperimento mai del tutto riuscito. Dal vivo non eravamo coesi, ognuno suonava come un matto nel suo piccolo mondo, senza realmente ascoltare gli altri. Ora e’ un altra cosa, credimi, siamo una band che spacca il culo come non mai! Non male per la nostra eta’! Carmine poi e’ incredibile, a volte quando fa il suo solo io resto sul palco a guardarlo a bocca aperta…E’ pazzesco, sembra che abbia trent’anni…E’ divertentissimo suonare con lui. Cosi come con Pete Bremy al basso,  Randy Pratt all’armonica e Jimmy Kunes. Musicisti straordinarii con i quali mi trovo perfettamente. E’ una band che meriterebbe piu’ attenzione di quella che in realta’ ha…”

Prima mi parlavi di Hendrix, deve essere stato bello per te averlo conosciuto.

 “ Jimi era in giro tutto il tempo mentre ero con Buddy Miles. Abbiamo suonato insieme piu’ volte. In quel periodo era molto frustrato, voleva muoversi in un altra direzione rispetto alla Experience. Riceveva anche un sacco di critiche dal pubblico afroamericano perche’ suonava con dei musicisti bianchi, oggi sembra strano ma all’epoca era cosi. Ma a lui del colore della pelle proprio non importava nulla, potevi anche essere verde, ma se eri un buon musicista per lui eri perfetto. Mi chiedo cosa avrebbe combinato negli anni. Ricordo che i Cactus avevano finito un tour in Inghilterra e io ero rimasto qualche giorno in piu’ a Londra, a casa di Dave Mason dei Traffic. La sera prima che partissi arrivo’ Hendrix all’improvviso. Era molto triste, e si mise a parlare in disparte con la moglie di Mason. Poi dopo una decina di minuti venne da me, ci siamo salutati ed e’ andato via. Il giorno dopo appena atterrato a New York, Tim Bogert che era venuto a prendermi mi dice che lo avevano trovato morto in camera sua. Una cosa pazzesca, praticamente sono stato una delle ultimissime persone a vederlo vivo. Lui era un mondo a parte. I piu’ grandi chitarristi rock di sempre per me sono Page, Beck, Clapton e Keith Richards. Tutti bianchi e inglesi. Poi c’e’ Hendrix, afroamericano…che ti lascia senza parole. Era uno di quei pochi geni musicali come Robert Johnson, Louis Armstrong e John Coltrane. Loro hanno ridefinito i confini e reinventato le regole del gioco. Hendrix ha completamente rimodellato il paesaggio sonoro contemporaneo, e ancora oggi, secondo me, nessuno lo ha piu’ toccato.”

Che posto ha il blues nella tua musica?

 “ Semplice: Non potrei vivere senza suonare blues e rock and roll. Per un po’ negli anni ottanta ero giunto alla conclusione che volevo suonare solo blues e nient’altro, cosi mi sono unito alla Detroit Blues Band. Ora che i Cactus sono tornati insieme per me e’ veramente perfetto, ho la mia blues band, Mistery Train, e suono hard e rock and roll con Carmine!”

 Qualche chitarrista delle nuove generazioni che ti piace in particolare.

“ Ultimamante ho suonato con Joe Bonamassa ospite del suo concerto a Detroit. Lo abbiamo incendiato quel palco! E’ il chitarrista che preferisco fra le nuove leve. Ha una tecnica impeccabile ma anche anima e sensibilita’. Anche Warren Haynes che suona con gli Allman da diversi anni e’ un chitarrista incredibile, mi piace tantissimo. “

Che cosa stai ascoltando in questo periodo?

“ Quasi solo jazz, dischi della blue note.”

Che ricordi hai della Detroit Rock City, Stooges, MC5, la Grande Ballroom…

“ Praticamente nulla, ero quasi sempre a New York in quel periodo! Ma ricordo benissimo i Cream alla Grande Ballroom. Andai nel pomeriggio a sentire il soundcheck. Per la prima volta vedevo questi grandi Marshall, due colonne una per Clapton e l’altra di Bruce. Eric ha provato il suo Wha Wha e…Wooow! Che roba ragazzi, mai sentito prima un suono cosi! Sono andato a parlarci nei piccoli camerini, e loro mi hanno chiesto se potevo rimediargli qualcosa da fumare e altro…gli dissi che non c’era problema in quel senso, e chiesi se potevo registrare il concerto la sera stessa. “ Se ci rimedi qualcosa puoi registrare quello che cazzo vuoi!” ci pensi che roba?! All’epoca era cosi, potevi registrare i Cream senza nessun problema…sistemai qualche microfono sul palco e venne fuori una buona documentazione sonora di quella magica serata. Molti anni dopo, un tipo in giappone ha tirato fuori un bootleg famoso con nastri di terza generazione della mia registrazione…mi veniva da dirgli, hey, dove e’ la mia parte di soldi!? Devo ancora avere i nastri originali da qualche parte…”

cactus

 Ho saputo che Les Paul ha vinto un Grammy con un tuo pezzo, giusto?

“ Si tratta di 69 Freedom, un pezzo che avevo scritto e suonato con Buddy Miles. Les Paul ha vinto un Grammy con una cover e a me hanno dato un riconoscimento e…un po’ di diritti! Grazie Les! Quell’uomo e’ stato un genio della tecnica di registrazione. Gli dobbiamo tutti qualcosa in quel senso, quasi tutto quello che e’ la registrazione multi traccia viene da sue invenzioni. Pero’ devo dire che non sono mai stato un fan della sua musica, in ambito jazz sono altri quelli che mi fanno sognare, West Montgomery…E poi non possiamo dimenticarci che ha creato la mia chitarra preferita, la Gibson Les Paul! “

Che ti ho visto sempre suonare con un ampli Fender…

 “ Un Fender a valvole del ’64. Ha il suono grosso e pulito che io voglio. Per poter lavorare bene con i miei pedali ho bisogno di un amplificatore dal suono pulito. Altrimenti quando attacco con i pedali esce fuori “ mash potatoes “. Invece quando infilo i pedali nei miei Fender…si scatena l’inferno. Ma non mi fido di poratrmeli in tour. Di fatto il mio vero suono live lo riesco ad ottenere solo quando suono qui a Detroit. “

C’e’ qualche nuova band che ti piace?

“ Ma…non saprei…ascolto sempre cose vecchie io…Gov’t Mule sono molto bravi…anche i Black Crowes, se si possono considerare nuovi…Ma poi… l’altra sera sono finito a guardare il video degli Stones live in Texas, tour di Some Girls…Sono la piu’ grande rock and roll band di tutti i tempi! Good Lord! Oh man!! Keith…Killer licks…E Mick e’ il piu’ straordinario frontman che ci sia mai stato nella storia del rock.”

Penso che ti piacessero ancora di piu con Mick Taylor…

“ Taylor mi piaceva e mi piace molto. Ma…lasciamelo dire: Ronnie va meglio! Vedi, gli Stones sono essenzialmente una blues band che ha avuto la magia di restare attuale per cinquanta anni. E una blues band e’ tutta basata sull unione dei musicisti e dei suoni. Io suono questo mentre tu suoni quello, e’ la musica dei bianchi. Gli Stones, Keith, sono black music. Pensa a Beast of Burden, e senti le chitarre come suonano insieme. Quello e’ il suono degli Stones! Mick era bravo, ma non c’era quell’unione…Ronnie segue e fa quello che vuole Keith come nessun altro. Questa e’ un po’ la chiave per capire la differenza fra Hard Rock e Rock and Roll. Led Zeppelin erano la miglior band Hard che ci siam mai stata al mondo. Bonzo il piu’ incredibile batterista rock…perche’ rock e’ le palle, la forza…Invece roll e’ il blues, il soul. Piu’ spingi duro e piu’ il roll e’ spinto da parte. L’Hard e’ un interpretazione bianca della musica nera, ma il rock and roll e’ un invenzione dei neri, di Chuck Berry…I LZ erano il rock e gli Stones sono il Roll. Eppure per quanto Jimmy Page potesse spingersi lontano, potevi sempre sentirlo che restava connesso con il blues. Per questo secondo me i Led Zeppelin non sono mai stati una band Metal, nemmeno per un secondo.”

cactus pèrimo album

 Ti interessa il Metal, i suoi chitarristi, segui qualche band?

“ Nella musica Metal il “roll” e’ completamente sostituito dall’aggressivita’. E’ musica estrema ed estremamente bianca…diciamo troppo bianca per i miei gusti!”

E il Punk? In fin dei conti sei di Detroit…

“ Il Punk…beh, sostituisce con l’attitudine la mancanza di talento! Pur non essendo una musica che mi abbia mai particolarmente inetressato, penso che sia una buona cosa. Ha dato e continua a dare la spinta giusta a tutta la scena rock.”

 Che rapporto hai con l’enorme patrimonio musicale della Motown?

“ Per molto tempo sono stato piu’ un fan del suono Stax, ma ora in questi ultimi anni sono totalmente innamorato della Motown. Ho appena visto, e consiglio a tutti di vedere, “Standing in the shadow of motown” sulla house band degli studi Motown…Che roba ragazzi!! Se parliamo di roll, di soul…assolutamente imbattibili, unici…Mi fai venire in mente un altra band che adoro, Sly and the Family Stone. Una band di neri con un batterista bianco…( si mette le mani nei capelli ) Le cose che hanno fattooo!!! Wooow!!!”

Prima hai nominato gli Allman, le vostre strade si sono mai incrociate in qualche modo?

“ C’e’ stato un periodo che passavo molto tempo a Memphis, e nel sud in generale. Ho incontrato Duane e Gregg, ci siamo conosciuti e sono andato ai loro concerti in compagnia di Duane piu’ volte. Allman Brothers Band e’ un perfetto esempio di una band che suona insieme. Anche nelle loro jam piu’ libere, dopo venti e passa minuti, puoi ancora sentire che suonano uno per l’altro. All’epoca questo mi ha fatto capire quale era il mio piu’ grande problema con i Cactus. Ognuno di noi suonava benissimo ma non eravamo coesi.”

Rusty Day, il vostro cantante, deve essere stato un personaggio difficile…

“ Era un grande cantante e un mio carissimo amico. Le parole delle canzoni gli venivano di getto, e spesso tirava fuori cose bellissime, pensa per esempio ad Alaska. Purtroppo era pesantemente coinvolto nelle droghe e venne ucciso, sparato in casa sua insieme a suo figlio per una partita di roba non pagata. Una cosa terribile, al suo funerale sono totalmente crollato. Non lo dimentichero’ mai.”

Cactus 2

Dopo tutti questi anni e dischi, quali sono i lavori dei quali sei piu’ soddisfatto?

“ Tutte le cose fatte con Mitch Ryder and the Detroit Wheels. Poi sicuramente il disco dei Cactus con la nuova formazione, e il live con Mistery Train la mia band piu’ rock blues. Ci sono anche altri due dischi di cui sono molto contento. Il live in Detroit fatto con gli Hell Drivers…un mix di hard e rock and roll Detroitiano…that record smokes!! Ma forse il disco di cui sono piu’ orgoglioso in assoluto e’ Jim McCartney and Friends. Una raccolta di diversi brani blues suonati con musicisti differenti. E’ il disco che piu’ mi ha messo alla prova e quello a cui sono piu’ legato.”

Che stai facendo in questo periodo musicalmente?

“ In questi giorni sto attraversando un momento molto difficile. Rick Stel, il chitarrista con cui ho suonato per venti anni nei Mistery Train e’ morto di cancro la settimana scorsa. Per me e’ stato un colpo durissimo musicalmente ed umanamente, eravamo molto legati. Da ora in poi credo che quel progetto prendera’ una piega ancora piu’ blues e meno aperta al rock and roll. Mentre con i Cactus abbiamo dei concerti in arrivo, e molto materiale nuovo pronto da portare in studio appena possibile. Sai, non e’ un periodo facile per fare il musicista questo. Nei club l’unica cosa che conta e’ quanti drink riescono a vendere, della qualita’ musicale delle band non gliene fotte nulla. E internet ha ovviamente stravolto il modo di ascoltare la musica. La scena musicale nella quale sono cresciuto non esiste piu’ ormai, questo e’ sicuro. Ma d’altronde le cose cambiano sempre, niente e’ per sempre. Da parte mia, questo ho fatto e questo amo fare: Suonare la chitarra. I don’t give a shit, sono qui per fare questo e continuero’ a farlo. Alle volte puo’ essere frustrante e scoraggiante, lo so. Ma io continuo per la mia strada.”

 Paolo Barone © aprile 2014

ENGLISH VERSION:

Jim McCarty is the last of the legendary hard rock blues guitar players.

The last one of that generation of amazing musicians who paved a new road made of pedals and tube amps, for all the rock music that came after. Starting with Detroit Wheels, then Buddy Miles, Cactus, Rockets and after that Detroit Blues Band, Hell Raiders and Mistery Train. He played and shared  stages with all the best guitar players from around the world, and inspired all the next generations of rock blues musicians until today. He has no intention to unplug his black Les Paul.

We met him on a nice Royal Oak night, for a long talk.

 Jim, do you realize that you are the last of the guitar players that changed the way electric guitar was played, and still really playing?

“ Do you think so?! I don’t know man, lets see…Jimmy Page, best hard rock guitar palyer in history…seems like he is content with just taking care of the Led Zeppelin catalog, and it’s a shame…last time i saw him, was on tour with Black Crowes. He gave me a big hug, but after then i didn’t see him. Clapton, well he is not doing this kind of stuff anymore. Jeff…Jeff Beck now is a Fusion guitar player, and of course a very good one. But i miss Truth, Beck Ola, that is the way i would like to hear him playing! But…must be somebody else out there still doing music like Carmine and i, we can’t be the last one!”

Can you tell me how everything started?

“ I grew up with music and musicians. My father was a drummer in a big jazz band. I was a drummer too, and i was still considering myself a drummer when i was in Detroit Wheels! Around the time of “Devil with a Blue Dress On” i said to myself, well…i guess i am a guitar player..! “

Many famous musicians said you are a big inspiration and influence, people like Ace Frehley, Ted Nugent, Eddie Van Halen…But who was your inspiration?

“ If i really have to say a name is BB King. But there are many sounds, many influences, that comes to you from everywhere. You put them all togheter and then find your own voice. Your sound. This is what separates the man from the boys. Doesn’t matter how good you can play anybody else’s style, tell me what you have to say. The best compliment is when somebody tells me that the way i play is unique, recognizable. “

Mitch Ryder and the Detroit Wheels. Why did that band break up? You guys were doing great for what i know…

“ We were real hit makers! We were making  song after song, all good. I still belive that if we had a good manager, an Andrew Loog Holdam, we could be like the Stones. Instead, somebody decided to present Mitch Ryder as a solo act. Obviously it didn’t work, they created a kind of Vegas show, and everything ended…”

What did you do then?

“ The entire time that i was with the Detroit Wheels, I would come  back to my hotel room and listen  to blues records. That music always spoke to me, and my passion was growing. So i thought to join a blues band and go on tour with them. One night we where playing the Whiskey in LA and Buddy Miles came. He was putting together a new band, something big, with many musicians and different sounds. He wanted me to join his band and i did it that very night! That was the Buddy Miles Express and i played with them for one year.”

Then you got involved with Cactus, right?

“ Jimi Hendrix was often around Buddy Miles at the time, and him and Miles were talking about a new project. I wanted to go in a different direction. My turning point was when Jeff Beck’s album ‘ Truth ‘ came out. That was exactly what i wanted to play. One day my old friend Rusty Day called me from NYC. He was there with Carmine Appice and Tim Bogert. They went on tour with Led Zeppelin and wanted to leave Vanilla Fudge to play a more hard rock, blues kind of music. The timing was perfect, they were looking for a guitar player and i flew from LA right away. “

Cactus…what a band….

“ Yeah man, a great band that in someway and somehow became a cult band. We never really  became a mainstream group. Then, still today, i meet people saying Cactus was my favorite band…I went to the movie theater a few yars ago to see Anvil the Movie,  that band has a big heart and they are brave like nobody else, and in the middle of the movie this guy, Lips, says Cactus…Cactus was our band and a huge inspiration…I almost fell out of my chair, i couldn’t belive it! See, things like this keep happening all the time. In the seventies we had good songs on all of our records, but that line up was an experiment that never completely worked. On stage we were playing our ass off, but everybody was closed in is own world, without really listening to the others. Now it’s different, we are a kick ass band more than ever! Not bad for our age…Carmine is incredible, sometimes when he’s playing his drum solo i remain on stage with my mouth  handging open…He’s unbeliveable, playing like a 30 year old boy, it is so much fun to play with him. Pete Bremy, Randy Pratt and Jimmy Kunes are excellent musicians, it’s such a pleasure to play with them.”

You were talking about Hendrix, i guess it was great to meet him…

“ Jimi was around all the time while i was playing with Buddy Miles. He was reciving a lot of pressure from the brothers, the afro american comunity, because he was in a band with white musicians, sounds strange today, but it was different at that time. He was really colour blind, you could be black, white or green, he could care less. I remember that Cactus just finished an european tour, and i decided to stay few more days in London at Dave Manson’s place. My last night there, Jimi arrived and he was very sad, very down. He spent some time talking with Mason’s wife, and then with me for a little bit before leaving. The day after as soon as i arrived in New York, Tim Bogert came to pick me up at the airport and told me that Hendrix was found dead…I couldn’t belive it, i was one of the very last people to see him alive…What a shame…You see,he was on a different planet. I believe that the best rock guitar players of all  time are Page, Beck, Clapton and Keith Richards.  All british, all white. Then, we have Hendrix, the best of all, and he is afro american…He was one of the very few real musical geniuses like Robert Johnson, Louis Armstrong and John Coltrane. They reshaped everything and rewrote thre rules of the game. Hendrix completely reinvented the musical landscape of our time, in a way that is still untouched.”

What is the place of Blues music in your life?

“ Easy: I just couldn’t live without playing blues and rock ‘n’ roll. For a while, in the eighties, i came to the conclusion that all i wanted to do was play the blues, so i joined the Detroit Blues Band. Now that Cactus are back togheter it’s heaven for me! I have my blues band, Mistery Train, and i can play hard rock and roll with Carmine!”

Is there any guitar player right now that you really like?

“ Lately i played with Joe Bonamassa live here in Detroit. The stage was on fire man! Right now he’s the one that i really like: An amazing technique with a big feeling. I also like Warren Haynes of Allman Brothers Band, i really really like him.”

What are you listening to now?

“ Blue Note, Jazz records…”

What’s your personal memory of Detroit Rock City at the end of the sixties?

“  Almost nothing, because i was in NYC at that time! But i was here when Cream played at the Grande Ballroom. I went to see their sound check and it was the first time i ever saw these big “stacks” of Marshall amps, one for Clapton and one for Bruce. Eric tried the Wha Wha pedal and….Wooow! What a sound man! I went to talk with them in the dressing room, and they asked me if i could help in finding some shit…I said that  it was no problem , and i asked if i could record the show. “ Help us to find some shit, and you can record whatever the fuck you want man!” Can you belive it? At that time you could record Cream live with no big deal…so i set up some microphones on stage and it came out a very good documentation of that magic night. Many years after, a guy in Japan released a bootleg with third generation tapes of my recordings…i thought to call him and say Hey! Where is my share?! I belive i still have the original tapes in some closet…”

Les Paul won a Grammy Award with one of your songs right?

“ Yes, 69 Freedom, a track i wrote when i was with Buddy Miles. Les Paul made a cover and won the Award, and so i got some royalties…thank you Les! That man was a genius of recordings techniques. Every multi track recording is in some way coming from his ideas, still today. I’ve  never been a big fan of his music, but we can’t forget that he created my favourite guitar ever, Gibson Les Paul!”

That you play with a Fender ampli…

“ A  1964 Fender Tube Amp. Has the fat and clean sound that i like to play with my pedals. Otherwise what comes out it’s mash potatoes. When i plug my pedals in the fender…all hell breaks loose! I love them but i don’t travel with them, and sometimes that’s a problem, i can’t have my sound.”

Do you like any new band?

“ I don’t know….i mostly listen to old stuff…Gov’t Mule are good, and also Black Crowes, but are they new? You know…the other night i was watching the Stones live in Texas, Some Girls Tour…They are the best rock and roll band of all the time! Good Lord! Oh man! Keith…Killer licks…Mick is the most extraordinary frontman in rock history…”

What about Mick Taylor?

“ He is a great guitar player, but let me tell you this: Ronnie is better! You see, Stones are a blues band with the magic gift of remaining so good for fifty years. And a blues band is all about playing togheter. I play this and you play that, it’s white music. Stones, Keith Richards, that’s black music. Think about Beast of Burden, listen how the two guitars play. That’s Stones sound! Mick is great, but there wasn’t that feeling, nobody can play with Keith like Ronnie does. In some way this is the key point to understand the big difference between Hard Rock and Rock and Roll. Led Zeppelin was the best Hard Rock band in the world, Bonzo the most amazing rock drummer…Strong, powerful…At the same time Roll is blues, soul. The harder you play,  more the roll is pushed on a side. Hard Rock is a white interpretation of black music, but Rock and Roll it’s been created by Chuck Berry…Zeppelin were the rock and Stones are the roll. But even in his most esoteric stages Jimmy Page was always connected with blues. That’s why, in my opinion, Led Zeppelin was never a metal band, not even for a second.”

Do you like metal? Is there any metal guitar player that you like?

“ In Heavy Metal music the “roll” is completely replaced by aggressivity. It’s extreme music, and extremely white music….too white for me!”

What about Punkrock? You are from Detroit….

“ Punk…well, it’s a lot of attitude with a lack of talent! But even if it’s a music that never really got me, i think it was a good thing. It was the shot in the arm  that it needed! “

Thinking of Detroit music, what about Motown…

“ For years i have been more a fan of Stax sound, but now i really dig Motown too. I just saw “Standing in the shadow of Motown” a documentary about the label’s house band…Wow! What an incredible band…talking of black music, soul music, they were really amazing! Another great band was Sly and the Family Stone. Black guys with a white drummer…The stuff they diiiid!!! Woooow!!!!”

You said something about Allman Brothers, did you ever meet them?

“There was a time that i was spending a lot of time in Memphis and in the south. I met Duane and Gregg, we became good friends and i went to see them play live on more than one occasion. Allman Brothers is a perfect example of a band that play together. Even in their most free form twenty minutes jam, you can tell that they are still playing with each other.”

What about Rusty Day, the original Cactus singer?

“ Rusty was a very good singer and a dear friend. Lyrics just came out of him llike waves, often brilliant stuff like Alaska. Too bad he was also extremely involved with heavy drugs. He was killed, somebody shot him and his son in their house. That was horrible, i completely broke down at his funeral.”

Is there any record that you are really proud of?

“ All my work with Detroit Wheels. Then Cactus five, with the new line up, and Mistery Train’s live album. There are also another two records that i really love. Live in Detroit with Hell Drivers, that record smokes man! But maybe the one i am most proud of is Jim McCarty and Friends. A collection of blues played with different musicians, in some of the traks i also play with a Horn section.”

What are you doing now?

“ Right now i am going through an hard time. Rick Stel, my friend and guitar player with Mistery Train for more than 20 years just died of cancer. For me that’ s a very hard blow, we were really close musicians and friends. From now on i think that band will be more on a blues path. We have some live shows coming with Cactus and some new material ready to be recorded as soon as possible. You know, this is not an easy time for music today. Club owners only care about how many drinks they can sell, they don’t give a shit if the band is good or not. Internet completely changed the way people listen to music. The entire music industry that i grew up with, dosen’t exist anymore, that’s for sure. Things always change, nothing is forever. And me…Well, i play guitar, i don’t give a shit, this is what i came for and this is what i will always do! I know, sometimes it can be hard and frustrating, but i keep on playing.”

 

 

 

 

 

 

 

 

ROCK E NATIVI – di Francesco Prete

9 Apr

native american map

Prologo

E’ il 26 giugno 1975: Leonard Peltier ha 31 anni, è un nativo americano di origini Chippewa e Lakota ed è impegnato per la difesa dei diritti della sua gente. Due agenti federali, Ronald A. Williams e Jack R. Cooler, entrano nella riserva indiana di Pine Ridge: stanno – questa è la versione ufficiale – svolgendo indagini in merito a due rapine verificatesi in ranch locali. Fonti vicine ai nativi parlano invece di una trappola, legata all’attività che Peltier e altri stanno portando avanti contro alcune speculazioni in territori della riserva. Sta di fatto che ne scaturisce una violenta sparatoria, nel corso della quale rimangono uccisi Williams, Cooler e un nativo americano di nome Joe Stuntz: a quanto pare Peltier si trovava nella riserva, ma il suo coinvolgimento nella sparatoria è tutto da provare. Dopo altri episodi decisamente poco chiari che portano all’arresto di altre persone, Peltier viene catturato a Hinton, in Canada, e subito estradato (con modalità che saranno oggetto di critiche da parte dello stesso governo canadese): al momento della cattura, avvenuta da parte della Royal Canadian Mounted Police, Leonard è disarmato. Nel primo processo, svoltosi a Cedar Rapids nel Minnesota, gli altri due nativi accusati insieme a Leonard vengono scagionati, in quanto gli avvocati riescono a dimostrare la legittima difesa: vi lascio immaginare la frustrazione tra le fila del FBI. Il secondo processo si svolge a Fargo, Nord Dakota, città nota per certe tendenze razziste: una giuria di soli bianchi ritiene Leonard Peltier colpevole dei due omicidi e lo condanna a due ergastoli, sentenza che sarà confermata nell’aprile del 1977. Nonostante le irregolarità del processo e svariati elementi emersi negli anni successivi a sostegno  della sua innocenza, a Peltier verrà sistematicamente negato un processo d’appello: Leonard è tuttora detenuto nel penitenziario di Lewisburg, in Pennsylvania.

Leonard Peltier

Leonard Peltier

La vicenda meriterebbe di essere approfondita, se ne è occupato recentemente “Il Fatto Quotidiano”, 31 marzo scorso, in uno dei suoi Blog. Il mondo del Rock ne sarà ispirato in più occasioni: nel 1989 Little Steven dedicherà a Leonard un brano tagliente, secco e asciutto come il suo titolo, semplicemente “Leonard Peltier”, dall’album “Revolution”.

Nel 1992 sarà la volta dei Rage Against The Machine con “Freedom”, dal loro primo album; nel 1998 la toccante “Sacrifice” di Robbie Robertson – di origini Mohawk da parte di madre – in cui si può sentire la voce dello stesso Peltier; anche gli italiani AK47 dedicheranno un pezzo a questa assurda storia, “Niente da festeggiare”.

Episodio 1

Peter La Farge (vero nome Oliver Albee La Farge, nato e morto a New York, 1931-1965), si muove negli ambienti del Greenwich Village nella prima metà degli anni 60, calcando gli stessi palchi di Bob Dylan, Pete Seeger, Ramblin’ Jack Elliott, Phil Ochs e Dave “A proposito di Davis” Van Ronk. Dal padre – lo scrittore e antropologo Oliver La Farge, vincitore anche di un premio Pulitzer – ha ereditato un profondo amore e un’alta considerazione etica per la storia dei nativi americani: secondo fonti non confermate lui stesso discenderebbe da una tribù estinta, che portava il nome della città di Narragansett, nello stato di Rhode Island. Fra il 1962 e il 1965 pubblica cinque album, tutti dedicati a temi concernenti la condizione dei nativi americani: il suo principale successo resta “The ballad of Ira Hayes”, la storia del nativo – massì, diciamolo pure, pellerossa – Pima Ira Hamilton Hayes, divenuto famoso in quanto è uno dei cinque marines che durante la seconda guerra mondiale issarono la bandiera americana sulla collina di Iwo Jima in Giappone (episodio storico immortalato in una celebre foto e descritto recentemente in un bellissimo film di Clint Eastwood, che racconta come quella foto leggendaria fosse in realtà un falso costruito a tavolino); il brano viene ripreso anche da Johnny Cash (ci arriveremo fra poco), Kris Kristofferson e Bob Dylan.

Parentesi. Ira Hayes, tornato dalla guerra, nonostante la fama di eroe fu vittima dei soliti pregiudizi razziali, che gli impedirono un ritorno alla normalità della vita civile, il tutto amplificato dalla consapevolezza di essere stato oggetto di una squallida operazione di propaganda bellica: diventerà alcolizzato e morirà a poco più di 30 anni. Chiusa parentesi.

Nel 1965 La Farge gode di una discreta fama nell’ambiente artistico newyorkese, è sposato con la cantante danese Inger Nielsen da cui ha avuto una figlia e firma un contratto con la MGM Records per la registrazione di un nuovo album: il tutto viene bruscamente interrotto il 27 ottobre, quando Peter viene trovato morto nel suo appartamento, in circostanze che non saranno mai del tutto chiarite: l’amico cantante Liam Clancy parlerà di suicidio, per recisone delle vene dei polsi; il rapporto della polizia – e quanto riportato dai quotidiani dell’epoca – imputerà invece la morte ad un’overdose.

Peter La Farge

Peter La Farge

 

Episodio 2

Johnny Cash, il cantore delle vicende di cowboys, pionieri e fuorilegge, viene molto colpito dall’incontro con La Farge, così inizia ad appassionarsi alle vicende dei nativi americani, fino a concepire un album a soggetto: “Bitter Tears: Ballads of the American Indians” viene pubblicato nel 1964 (è qui che trova posto la sua versione di “The Ballad of Ira Hayes”). Cash non ha però fatto i conti col latente razzismo diffuso fra i rednecks, quella (larga) parte di classe lavoratrice americana attestata su posizioni xenofobe e conservatrici – un po’ come succede qui da noi, e non solo, la Francia ne sa qualcosa, con certe tendenze leghiste e destrorse – molto diffuse fra i ceti popolari grazie soprattutto all’ignoranza e alla volontà di avere qualcuno contro cui riversare le proprie frustrazioni (la solita guerra tra poveri, funzionale al “divide et impera” imposto dal potere). Vabbè, sto divagando: sta di fatto che le radio ignorano il disco e molti fan di vecchia data pure, tanto che l’album scompare dagli scaffali e diviene oggetto di culto. (Nella raccolta enciclopedica “24.000 dischi”, a cura di Riccardo Bertoncelli e Chris Thellung, l’album non figura nella discografia di Cash: è probabile che la mancanza sia da attribuire alle fonti americane).

JohnnyCashBitterTears

 

Episodio 3

John Trudell, attivista politico per i diritti dei nativi americani, poeta, musicista e attore, nativo Santee Sioux (1946) inizia a far parlare di sé nel 1969, quando prende parte alla rivolta di Alcatraz. Oltre 600 nativi si radunano sull’isola al largo di San Francisco, chiedendo il rispetto dei trattati firmati dal governo degli Stati Uniti con le tribù indigene. In particolare il Red Power Movement reclama i propri diritti sull’isola in base ad un trattato siglato nel 1868, secondo il quale i nativi possono pretendere l’uso di terreni pubblici non utilizzati (il famoso penitenziario era stato chiuso nel 1963), offrendo l’equivalente di quanto trecento anni prima fu pagato ai nativi per l’isola di Manhattan: 24 dollari in perline di vetro. L’intenzione è quella di trasformare Alcatraz in un centro di studi sulle popolazioni indigene. Figuriamoci se per il governo americano può passare una cosa del genere: truppe federali paracadutate sull’isola pongono fine alla pacifica rivolta e arrestano tutti gli occupanti (rigorosamente disarmati).

Altraparentesi. A quella stessa occupazione partecipa Grace Thorpe, figlia di Jim Thorpe, il leggendario “Sentiero Lucente”. OK, questa è un’altra storia ma è decisamente affascinante ed emblematica: a chi avesse voglia di approfondire consiglio il bellissimo libro di Rudi Ghedini “Il compagno Tommie Smith e altre storie di sport e politica”, editrice Malatempora. Chiusa l’altraparentesi.

Dieci anni dopo, il fatto che segnerà per sempre la vita di Trudell. E’ l’11 febbraio 1979: sui gradini del J. Edgar Hoover Building di Washington, John brucia la bandiera americana, in segno di protesta per la conferma della condanna di Leonard Peltier. Il giorno dopo un incendio doloso distrugge la casa di Trudell nella riserva Payute Soshone di Duck Valley in Nevada: nel rogo muoiono la moglie Tina, i tre figli e la suocera. Nonostante il clamore che la vicenda suscita, l’FBI non aprirà mai un’inchiesta sull’accaduto. John è distrutto, eppure il suo spirito indomito gli impedisce di arrendersi e pochi mesi dopo è coinvolto nel progetto “No nukes”: è qui che stringe i primi contatti con il mondo della musica, in particolare con Jackson Browne; tuttavia per il suo primo album bisognerà attendere il 1992. “AKA Graffiti Man”, prodotto come i tre lavori successivi dallo stesso Jackson Browne, unisce tradizione orale degli indiani d’America e musica Rock, in un mix che rimanda a Dylan, Lou Reed e Rolling Stones: uno dei pezzi contenuti nel disco, “Baby Boom Chè”, verrà definito da Bob Dylan come “la più bella canzone degli ultimi 10 anni”. Sempre nel 1992 Trudell recita accanto a Val Kilmer e Sam Shepard in “Thunderheart”, it. “Cuore di Tuono” di Michael Apted. Negli anni successivi John pubblicherà altri dieci dischi (l’ultimo nel 2012), che però resteranno relegati nel limbo (o nel Paradiso?) delle opere di culto, e non avranno mai una distribuzione “mainstream”. Nel 2005 un documentario sulla vita di John Trudell è stato presentato al Sundance Film Festival.

 

Episodi successivi

Buffy Sainte Marie nasce da genitori indiani nella riserva Cree di Saskatchewan in Canada, 1941. Nei primi anni sessanta frequenta la scena folk di New York: molte sue composizioni vengono interpretate e portate al successo da altri artisti, fino alla pubblicazione del suo primo album, “It’s my Way”, nel 1964. Gran parte dei brani affronta la questione dei nativi americani, e uno di questi, “The Universal Soldier”, diventerà due anni dopo un grande successo nell’interpretazione di Donovan.

 

Nata come artista folk, Buffy passa progressivamente a forme musicali più elaborate e “pop”, pur senza rinnegare le proprie origini e inserendo spesso nei suoi lavori melodie tradizionali indiane. Nella seconda metà degli anni 70 sposa il musicista e produttore Jack Nitzsche e quando questi viene “arruolato” per la colonna sonora di “Ufficiale e gentiluomo” – è il 1983 – Buffy compone la hit “Up where we belong”, che diventerà un successo planetario nell’interpretazione di Joe Cocker e Jennifer Warnes: i nativi americani c’entrano poco, in compenso di dollari ne arrivano parecchi, e comunque da qui in poi la musica sarà solo una piccola parte nell’attività di Buffy, che a partire dagli anni 90 si dedica principalmente all’insegnamento e alle arti visive.

 

Rita Coolidge nasce a Nashville (patria del Country, musica bianca per eccellenza) nel 1945, ed è per metà Cherokee e per l’altra metà scozzese. Inizia la sua carriera a Memphis, collabora con Joe Cocker, Leon Russell (che le dedicherà il brano “Delta Lady”) e soprattutto con Kris Kristofferson, che diventerà suo marito; l’unione, sentimentale e professionale, dura dal 1973 al 1980: in due occasioni, 1973 e 1975, la coppia ottiene il Grammy come miglior duo Country dell’anno (già, la musica dei “visi pallidi”…). Durante la sua quarantennale carriera Rita inciderà una trentina di album, tutti improntati a sonorità pop-country-rock-folk-R&B, riscuotendo buoni successi di pubblico. Poco o nulla però è rimasto della sua parte Cherokee, con un’unica eccezione: le due collaborazioni con Robbie Robertson per lo splendido “Music for the Native Americans” del 1994 e per “Contact from the Underworld of Redboy” del 1998, dove fra l’altro è contenuta la già citata “Sacrifice”, dedicata a Leonard Peltier.

I Winterhawks sono un gruppo di Hard Rock formato da musicisti dell’Illinois di origine indiana, attivo dalla fine degli anni 70 e passato attraverso diversi cambiamenti di line-up. All’inizio della carriera la musica nativa si affacciava spesso nelle loro composizioni, e nei concerti loro stessi si presentavano con abiti e simboli dei nativi americani. Col passare del tempo però tutto si è “normalizzato”, la musica è virata verso un hard decisamente affascinante ma abbastanza scontato, e anche il look non è più lo stesso.

  

  

Epilogo

Beh, siamo giunti alla fine, è ora di tirare le somme. In fin dei conti sono arrivato poco distante da dove pensavo, secondo un’opinione che mi ero fatto tempo addietro, leggendo un bellissimo libro di Gino Castaldo del quale non rammento il titolo (ma potrebbe essere “La terra promessa”). Cultura Rock e cultura dei nativi americani si sono incontrate spesso, hanno percorso insieme strade lunghe e polverose, hanno condiviso cibo e peyotes, fumato insieme il calumet della pace davanti al fuoco, insieme danzato e cavalcato, ma poi ognuno per il suo destino. E mentre la cultura nativa è rimasta relegata in ambiti di culto, folklore locale o poco più, il Rock è arrivato a Wall Street, e quei musicisti di origine nativa che hanno avuto un successo mainstream sono arrivati a tanto solo dopo avere abbandonato, in tutto o in parte, le proprie radici. Nessuno vuole far loro una colpa, è solo una constatazione di fatto. La lista dei musicisti Rock che hanno parlato della condizione dei nativi è ancora lunga, da Neil Young a Bruce Springsteen al nostro Fabrizio De Andrè, ma si è sempre trattato di affrontare la cosa “da questa parte” della frontiera, quella dei visi pallidi buoni e illuminati che chiedono giustizia per i fratelli pellerossa. E’ che per gli americani “bianchi” (ma anche neri, i “Buffalo soldiers” di una celebre canzone di Bob Marley) lo sterminio dei nativi non è ancora storicizzato, è un qualcosa di fastidioso, un fardello da rimuovere e basta, un po’ come i massacri della guerra di secessione, altra ferita ancora aperta. Con poche eccezioni: su tutte il “faro” Jaime Robbie Robertson, il suo disco del 94 è quanto di più bello si possa concepire in termini di contaminazione fra Rock e cultura nativa. Del resto non ci dimentichiamo che la Band, nel suo secondo album, ha dedicato un pezzo proprio alla guerra di secessione, “The Night They Drove Old Dixie Down”: nessuno aveva mai osato tanto prima, nessuno lo farà dopo, quella guerra per l’americano medio è come se non ci fosse mai stata. Chissà, forse in un futuro non lontano, dopo un presidente nero, gli Stati Uniti avranno anche un presidente di origini native: magari allora sarà possibile fare i conti col passato, festeggiare più serenamente e senza ipocrisie il “Giorno del ringraziamento”, e cantare tutti insieme “We shall live again”…

(Francesco Prete ©2014)

Italian Rock Mag: CLASSIX! di Paolo Barone

1 Apr

Polbi  è un amico carissimo che, sebbene viaggi su autostrade a me lontane (Scilla, Roma, Detroit), sento in pratica ogni giorno; Polbi è anche una colonna di questo blog, e lo è diventato in modo naturale, semplice, logico. Per anni l’ho vissuto come un amico con cui condividere passioni musicali e politiche, sapevo che aveva una mente sopraffina, ma non mi aspettavo che fosse anche uno scrittore di rock di alto livello. Sa raccontare le storie di blues e di rock come pochi, riesce ad avere la visione d’insieme, riesce ancora ad appassionarsi e sorprendersi  senza essere frenato da tanti filtri. Io e lui discutiamo spesso sul Rock, la nostra passione ultima, ciò che ci tiene in vita. Abbiamo le nostre belle differenze, bisticciamo, stiamo un giorno senza sentirci, poi ci rinnoviamo l’amore reciproco: lui mette su BURNIN’ SKY della BAD COMPANY io un disco di KRAUT ROCK. Polbi è meno snob di me, meno cagacazzo, più maturo (pur essendo più giovane). Quando parliamo di riviste musicali mi sorprendo sempre della sua capacità di entrare in sintonia con la componente italiana. E’ un po’ che io non ci riesco più. Dopo decenni spesi a comprare e leggere dall’inizio alla fine ogni rivista musicale dello stivale, negli ultimi tre lustri mi sono lasciato attrarre dalle riviste americane ed inglesi prima, poi solo inglesi. Ora nemmeno quelle, o meglio solo quando in copertina ci sono quei dieci nomi a cui sono aggrappato. Il mio è un atteggiamento sconsigliabile, è l’atteggiamento di chi ha perso la speranza, la voglia di scoprire, di lottare, di confrontarsi. Ne sono conscio. E in più sono conscio di essere troppo esigente, con le riviste musicali italiane, con me stesso, con gli esseri umani che mi stanno intorno, con tutto insomma. Anche per questo mi confronto con Polbi. L’altro giorno parlavamo di CLASSIX! Le telefonate intercontinentali Stonecity – Detroit non sono il massimo in questi tempi avari di denari, così il Michigan boy mi dice “ti scrivo qualcosa”. Io ci ho scritto su CLASSIX!,  per alcuni anni, Gianni Della Cioppa ha sempre avuto la bontà di volermi con sé, di coinvolgermi, sono quindi affezionato alla rivista, sebbene in passato – su questo blog – abbia parlato in modo un po’ aspro di certi numeri. Non mi faccio problemi quindi a  pubblicare questa cosa di Polbi, qui siamo “schietti e sinceri”, sia in tempo di critica sia in tempo di elogio. Poi, le considerazioni di PB sono sempre, e ripeto sempre, da leggere.

Tim & Polbi: when in Rome (foto della groupie)

Tim & Polbi: when in Rome (foto della groupie)

Personalmente, spesso in controtendenza, sostengo da tempo che in Italia abbiamo un ottima tradizione di giornalismo musicale e delle validissime riviste ogni mese in edicola.  Bertoncelli, Fumagalli, Riva, Trombetti, Sorge, Piccinini, Della Cioppa, Castaldo, Bianchi, Zoppo …L’elenco dei giornalisti rock che hanno dato e continuano a dare un contributo spesso di livello culturale superiore e’ lungo. E ancor piu’ da apprezzare se pensiamo alla differenza che puo’ esserci fra fare questo lavoro a Londra o New York con tutte le tue fonti a portata di mano, e farlo nel nostro paese. Certo oggi la rete ha accorciato le distanze, ma la differenza resta c’e’ poco da fare. Ma forse, a pensarci bene, la distanza ci dona quel senso di prospettiva sulle cose, quel distacco necessario a sentirle nella loro essenza.

Basta fare un salto in edicola per rendersi conto di cosa esce da noi. Giusto per citare le prime che mi vengono in mente, Blow Up, Rumore, Alias, Outsider e Classix!

Sfido qualsiasi Mojo o Uncut ad avere il coraggio e la forza di ospitare articoli come quelli che appaiono ogni mese su Blow Up. Approfondimenti pazzeschi di artisti lontanissimi dal “mainstream”, aperture verso suoni e storie underground interessantissime e punti di vista sempre originali e spesso spiazzanti. Una vivacita’ culturale esattamente agli antipodi dell’ennesima cover Zeps/Stones che ci propinano ogni mese le riviste internazionali. Stessa cosa Rumore, con una maggior attenzione per i suoni piu’ duri, un intuito invidiabile nello scoprire band emergenti, e un attitudine piu’ Rock and Roll. Alias esce come allegato al Manifesto ogni sabato. Anche qui le cose che si leggono non sono mai, dico mai, scontate e hanno aperture totali ed avventurose dal rock, al jazz alla musica contemporanea. Di Outsider in questo Blog ne abbiamo gia’ parlato, con la sua singolare proposta editoriale.

Classix! Invece e’ un discorso differente.

Stampa COPA#12

A me quella rivista scalda il cuore. Ne sento la passione di chi la fa, la capacita’ di essere vicina ai suoi lettori assecondando i loro gusti di classic rock, ma riuscendo sempre a proporre qualcosa in piu’, non fermandosi al colpo facile. Quando mi trovo a sfogliare un numero di Classix! Ho sempre la bella sensazione di avere fra le mani una fanzine, non una rivista che deve rispondere a logiche di mercato o quant’altro. E mi perdo per giorni, esplorando con le cuffie in testa “ Gli sconosciuti, i dimenticati, gli sfortunati “ dell’hard rock americano messi in fila da Gianni Della Cioppa. Scopro cose pazzesche che mai e poi mai potrei trovare da solo o nelle spesso troppo scontate riviste  internazionali. Mi innamoro dei Morgen, provo a recuperare su ebay Population II di Randy Holden del ’69. Oppure una copia in vinile dell’ultimo dei Mammoth Mammoth con una copertina bellissima, segnalato da Lorenzo Becciani nello spazio dedicato alle recensioni delle nuove uscite.

-Mammoth-Mammoth

E poi gli articoli speciali. Certo, non c’e’ Nick Kent che intervista Jimmy Page, ma siamo proprio sicuri che sia quello che vogliamo leggere ancora una volta? Non sara’ invece piu’ divertente spararsi 12 (!) pagine di UFO messe insieme con pura passione da Giovanni Loria? Cosi come trovo irresistibili gli spazi dedicati al Prog italiano, affronato senza freddi intellettualismi ma proprio di pancia, con partecipazione vera. Ecco, e’ proprio questa la caratteristica di Classix! che apprezzo di piu’, questo modo di essere, di fottersene dello stile fighetto in voga, e di essere “cool” a modo suo. Amo lo spazio che la rivista dedica ogni volta con Vixen! e i pezzi di Franco Grattarola al mondo del cinema sexy anni ’70 e hai fumetti italiani “minori”: Una rivista patinata se la farebbe sotto anche solo a pensarli degli spazi cosi, ma quando mai! Per fare certe cose ci vuole sensibilita’ e coraggio. Doti che non sono mai mancate a Fuzz Pascoletti e alla sua Classix! che ha sempre saputo seguire e valorizzare il filo rosso elettrico che lega Zora la vampira, la lingua degli Stones e gli Hawkwind, passando per il bar sotto casa. Diciamocelo: Non e’ cosa da poco.

Paolo Barone © 2014

Classix20

 

Incontrare ARTHUR BROWN – di Paolo Barone

25 Mar

Ci sono delle immagini, delle sensazioni visive, che ci restano impresse per moltissimo tempo, fino a diventare una parte indelebile della nostra memoria.

Non piu che adolescente, passavo ore a sfogliare un libro “Enciclopedia Rock” edito in Italia dai Fratelli Fabbri, sognando di artisti e band che non avevo modo di ascoltare, se non creandomi una mia personale fantasia sonora. Fra le tantissime foto del libro mi colpiva particolarmente una in bianco e nero di Arthur Brown, appeso a una croce sul palco durante un concerto. Era una cosa molto forte ed e’ rimasta con me per tutto questo tempo, ben prima che scoprissi i suoi dischi.

Arthur Brown Crucified

Mi viene in mente questa cosa, mentre aspetto senza dubbio emozionato in uno studio di registrazione a Detroit di poterlo incontrare. Siamo stati chiamati da Victor Peraino, tastierista dei Kingdom Come e suo amico da tantissimi anni. Stanno terminando delle registrazioni e questa mattina hanno deciso di prendersela comoda e lasciare un po’ di spazio per una lunga chiacchierata.

“Arthur e’ nell’altra stanza che sta provando delle cose al computer, ha detto se ti va di venire a dare un occhiata…” mi dice Victor nel farmi strada verso un grande salone. Entriamo, seduto sul divano davanti al computer c’e’ Arthur Brown, con degli elettrodi attaccati alla fronte, un sorriso esplosivo e gli occhi di un ragazzo.

Arthur Brown & Victor Peraino Detroit 2014  - foto di Andrew Jukes

Arthur Brown & Victor Peraino Detroit 2014 – foto di Andrew Jukes

“ …Sto provando questa cosa, si chiama Brainbox, recepisce le onde cerebrali e le immette nel computer trasformandole in musica…ecco…questo suono che state ascoltando adesso e’ generato dai miei pensieri attuali, e’ la musica che crea la percezione del nostro incontro. E’ una macchina straordinaria, e per me e’ la realizzazione di un sogno. Dopo tutti questi anni, la vita mi ha fatto riunire con Victor, mio compagno di esplorazioni soniche elettroniche, e insieme stiamo cercando di mettere a fuoco questo strano giocattolo e le sue infinite possibilita’. Negli anni settanta avevamo immaginato di creare musica con le emozioni, senza dover necessariamente saper suonare uno strumento. Avremmo voluto avere un macchinario che connettesse noi e il pubblico in una gigantesca e bellissima jam session collettiva. A dire il vero avevamo anche pensato di invitare il Papa in questo esperimento!”

Arthur Brown & Victor Peraino Detroit 2014 foto di Andrew Jukes .

Arthur Brown & Victor Peraino Detroit 2014 foto di Andrew Jukes .

…mi racconta tutto d’un fiato, per poi esplodere con occhi e voce in una delle sue risate irresistibili, la prima di una lunga serie durante il nostro tempo trascorso insieme. Il tempo. E’ proprio un fattore relativo c’e’ poco da fare. Ci sono persone che non perdono mai l’entusiasmo, che hanno un modo tutto speciale di attraversare gli anni della vita, e Arthur e’ senza dubbio un esempio vivente di questa cosa. Avra’ affronato migliaia di interviste nella sua lunghissima carriera, eppure me lo trovo davanti impaziente di parlare, di raccontarsi, per niente stanco dopo una notte passata a registrare nuovi brani con Victor Peraino e Skid Marx (Flirt, Johnny Thunder, Circus Boy).

“ Per me la vita e’ cominciata subito in modo strano: Sotto una pioggia di bombe tedesche, durante la seconda guerra mondiale! La mia famiglia era proprietaria di un bel Hotel in riva al mare  nello Yorkshire, e un giorno e’ stato ridotto in briciole dalla Luftwaffe. Intorno a me tutto era distruzione. Ma i miei erano delle persone speciali, e un giorno mio padre venne da me e mi presento’ un uomo. Mi disse che ci avrebbe insegnato un sistema per affrontare i momenti piu difficili, come fare a fermare il ritmo dei pensieri e quietare la mente. Era la prima volta che qualcuno mi parlava, se pur in maniera rudimentale, di meditazione, una cosa che sarebbe rimasta con me per tutta la vita.

Dopo essersi laureato in filosofia, Brown venne investito dalla voglia di musica e dal bisogno irrefrenabile di esprimere se stesso. Mise in piedi in qualche modo una band che faceva le solite cover r’n’b’, e si trasferi a Parigi, nella zona di Pigalle, con un ingaggio di fianco a un locale gestito dalla mafia francese.

“ I ragazzi venivano a sentire noi, e la fila per il nostro show era sempre piu’ lunga rispetto allo strip club della porta a fianco. I mafiosi che lo gestivano non gradirono molto questa cosa, disturbava i clienti, e ci misero poco a farmi capire che era ora di levare le tende e tornarmene a Londra. Inizialmente la mia idea era quella di aprire un locale multimediale, un posto con musica, arte, danza, teatro. Mi resi conto pero’ che ci volevano troppi soldi, pensai quindi di portare questi elementi all’interno di una nuova band.”

Arthur al giorno d’oggi e’ citato da gente come Alice Cooper, Bowie e Gene Simmons, come la piu’ grande fonte di ispirazione, quello che per primo ha portato costumi, trucco, elementi oscuri e teatrali nel rock.

Arthur Brown

Arthur Brown

Gli chiedo quale sia la molla che lo abbia a sua volta ispirato in questa direzione.

Ah! Bella domanda….In realta’ e’ stato un insieme di cose. Prima di tutto gli sciamani delle danze tribali africane. Sacerdoti e maestri di cerimonie, ballavano per ore con costumi bizzarri e il viso truccato. Poi sicuramente la tradizione teatrale inglese, che basti pensare a Shakespeare, e’ da sempre piena di riferimenti gotici e spettacolari. l’idea delle fiamme in testa invece mi venne proprio a Parigi. Stavo in una pensioncina di Pigalle dove le prostitute della zona spesso davano delle feste scatenate. Un giorno mi sveglio e davanti alla mia porta trovo una corona di candele, residuo di uno di questi party. La provo e trovandola senza dubbio spettacolare ho deciso di perfezionarla nel famoso casco. Anche se bisogna sempre starci attenti, il fuoco e’ un elemento instabile… Direi anche di essere stato ispirato da Elvis, per come cantava e ballava…John Lee Hooker, Muddy Waters…ma piu’ di tutti mi colpi’ il modo di cantare di Nina Simone. La sua cover di “ I put a Spell on you “ la ascoltai ottanta volte di seguito, del tutto ipnotizzato. Tutti noi cantanti eravamo completamente catturati da Nina Simone, non sapevamo nemmeno se fosse maschio o femmina in principio, ma la voce…quella voce…incredibile…” e quindi…” Tornai a Londra e andai a stare in una specie di comune ospitata da una signora fantastica che accogliva ogni tipo di artista della nascente Swingin’ London. Un giorno sapendo che stavo cercando di mettere insieme un gruppo, mi disse che sua figlia stava uscendo con un pianista, un tastierista molto bravo, e mi suggeri’ di dargli una chance. Lo ascoltai e rimasi totalmente fulminato! E’ cosi che incontrai Vincent Crane e tutto cambio’.” 

Sono passati molti anni ormai da quando Crane ha lasciato questo pianeta. Una delle figure piu’ sottovalutate della storia del rock, ha scritto alcune delle pagine piu’ intense della musica inglese a cavallo fra sessanta e settanta, prima a fianco di Brown, e poi con gli Atomic Rooster. Il suo modo di suonare l’Hammond e il piano e’ stato personalissimo e differente dai suoi piu famosi contemporanei come Brian Auger, John Lord e Keith Emerson. Vincent Crane aveva un tocco diverso, uno stile tutto suo, per quanto potente e deciso, sempre in qualche modo velato di tristezza, di una nota drammatica. Ne parlo con Arthur e i ricordi si affacciano al presente, creando una sensazione di semplice continuita’

“ Vincent era un musicista incredibile, un talento immenso. Era anche la persona piu’ dolce del mondo, per lo meno quando stava bene…all’epoca certe cose non si sapevano, e il suo disturbo bipolare non lo si capiva per quello che era veramente. Oggi sarebbe stato trattato diversamente, queste cose si sa come affrontarle con le giuste terapie. E’ una vergona che sia morto suicida, e una vergona doppia che lo abbia fatto senza ricevere il giusto riconoscimento che oggi sicuramente avrebbe avuto la sua figura di fantastico musicista.”

Vincent Crane

Vincent Crane

Trovarono Drachen Theaker con un classico annuncio su Melody Maker, e con lui alla batteria il nostro trio di spilungoni era pronto, debutto al Marquee nell’ autunno del 1966.

Tastiere, batteria e voce. Nessuna chitarra, nessuna canzoncina pop, ma il suono cupo dell’organo e il cantante truccato con una corona di fiamme sulla testa. Il Crazy World of Arthur Brown era arrivato. E tutti se ne accorsero velocemente. Brian Jones e Mick Jagger, David Bowie, Elton John, Hendrix, tutti in fila nel backstage, e Pete Townshend si offri’ per procurare un buon contratto discografico. Rimasero amici lui e Pete, tanto che Arthur Brown fu coinvolto nella produzione di Tommy, dove interpetrava il sacerdote psichedlico della chiesa di Marylin Monroe, insieme ad Eric Clapton.

Abbiamo suonato tantissimo, in giro per tutti i locali della Londra psichedelica. Eravamo sempre noi, i Pink Floyd, Soft Machine, Fleetwood Mac, la Experience…un periodo entusiasmante…poi siamo andati in tour in America ed e’ stato un successo bellissimo. Solo che, come era di moda all’epoca, in piu’ occasioni ci siamo ritrovati che qualcuno aveva spruzzato di acido i nostri drink. La cosa puo’ sembrare divertente, ma in realta’ ebbe degli effetti collaterali non proprio piacevoli. Drachen, il batterista, in piu’ di un occasione si metteva a lanciare in giro pezzi della batteria durante i concerti! E, insomma, non e’ che fosse Keith Moon che i roadie rimettevano tutto a posto per lui in un attimo…no, alle volte dovevo intrattenere il pubblico anche per venti minuti mentre la situazione tornava in qualche modo sotto controllo. E poi l’effetto di queste involontarie esperienze psichedeliche fu veramente devastante per Vincent Crane, che ormai iniziava a manifestare segni di grave instabilita’ psichica.”

Esistono tante testimonianze in video del Crazy World, dalle esecuzioni del loro classico hit “Fire” con tanto di casco fiammeggiante, fino ad altro materiale meno noto ma sempre spettacolare. In particolare esiste una versione di “Nightmare” presa dal film The Committee del ’67, che rende particolarmente bene l’atmosfera evocata dalla band al finire degli anni sessanta.

Ormai il gruppo aveva un album alle spalle e un singolo entambi numero uno nelle classifiche Inglesi, numero due in U.S.A. e suonatissimi dalle radio Americane. I tour si succedevano con band del calibro di Airplane, Doors, Experience, Chuck Berry, Byrds. Purtroppo pero’ qualcosa non andava nel verso giusto. Crane aveva dovuto sospendere i tour e ricoverarsi in ospedale psichiatrico, mentre Theaker aveva preferito restare al sole della California e suonare la batteria nei Love. E i rapporti fra i due si erano definitivamente deteriorati, uno insofferente delle psicosi dell’altro.

“ Vincent con il suo modo di fare tutto middle class londinese mi diceva, In tutte le band del mondo, il batterista mette giu’ un ritmo, e il tastierista costruisce solo e melodie. In questa fottutissima band, io metto giu’ un ritmo, mentre quell idiota si scatena!”

Arthur decise di non forzare la mano e aspettare che Vincent fosse in grado di riprendere l’attivita’ dopo un periodo di riposo psicofisico. E in quei giorni, dopo qualche audizione, alla batteria arrivo’ un giovane inusuale talento: Carl Palmer.

“ Quando era con noi Carl, pur essendo un batterista straordinario, era ancora un ragazzo diciassettenne, molto diverso dal serio professionista che sarebbe diventato di li’ a poco. Veniva dalla band di Chris Farlowe dove si suonava un r’n’b’ molto tradizionale. Con noi inizio’ ad espandere il suo drumming in maniera decisamente piu’ libera. Si divertiva tantissimo Palmer, ricordo che alle volte vedendo una ragazza particolarmente attraente si presentava da lei tutto serio e diceva Hey! Pagherei anche solo per sentirti scorreggiare! Ah! Ah! Ah! Carl…Era solo un ragazzo, ma stava gia’ cambiando, giorno per giorno…” la band a quel punto funzionava bene, suonava in grandi festival, si prospettava un secondo album. Durante un soggiorno a New York, Arthur e Crane decisero anche di tentare un progetto diverso. Una fusione con la Experience di Hendrix, una cosa pensata alla grande, con un grosso elemento di spettacolarita’ live. Si parlava di schermi giganti, nastri pre registrati, una vera esperienza multimediale, vecchio pallino di Arthur Brown sin dai tempi di Parigi.

Ma poi non se ne fece nulla, e sia la Experience che il Crazy World giunsero alla fine dei rispettivi percorsi. Vincent Crane e Carl Palmer andarono a fondare i potentissimi Atomic Rooster, lasciando Arthur Brown senza band.

Quello che sembrava un evolversi delle cose disastroso prese invece una piega completamente diversa. Brown di fatto non si era mai sentito a suo agio nel mondo del rock mainstream, per quanto questo concetto potesse essere applicato nei primi anni settanta, e la chiusura dell’esperienza con il Crazy World apri’ le porte alla parte forse piu musicalmente interessante della sua carriera, sicuramente la piu’ avventurosa: Kingdom Come. Un ensemble mutevole, incentrato intorno alla figura di Arthur e del chitarrista Andy Dalby, ma nel quale al tempo stesso tutti i musicisti coinvolti godevano della massima liberta’ artistica. La musica lasciava le ormai rassicuranti sponde del rock classico made in England, per spostarsi con il vento del cambiamento verso un mix inedito di teatro,space rock e progressive.

Gli spettacoli dal vivo si facevano ancora piu’ imprevedibili, spesso in situazioni di assoluta anarchia, come nella loro storica esibizione al neonato festival di Glastonbury, che oggi youtube ci rende disponibile con tutto il fascino di quegli anni lontani. Arthur Brown non aveva certo remore a spingere sull’accelleratore, e se questo comportava un po’ di disagio nel pubblico…Ben venga.

Ne sanno qualcosa gli spettatori del Palermo Pop ’70.

Durante il concerto si mise a saltare sul pianoforte completamente nudo…Un po’ troppo per un povero padre di famiglia palermitano che aveva accompagnato le figlie a vedere Duke Ellington e Bobby Solo, altri ospiti del festival. E cosi arrivarono quattro genadrmi con i pennacchi e con le armi, portandosi via il povero Arthur per ben quattro (!) giorni di galera con l’accusa di oltraggio al pubblico pudore.

Ancora oggi lui non ne parla troppo volentieri di questa tragicomica esperienza.

Si, in Sicilia ho passato un guaio per quel concerto…Invece una volta in Francia e’ andata diversamente. Il manager del tour era il leggendario Giorgio Gomelsky, e durante un numero io salto sul palco e mi tolgo di colpo tutti i vestiti restando completamente nudo sotto i riflettori.  Di fianco a Giorgio una signora piuttosto anziana al vedere questa cosa ha un momento di vero smarrimento…Giorgio, da perfetto gentelman, le chiede: Madame, si sente bene?! E lei gli fa, non molto ragazzo, non molto…ma penso di potercela fare non ti preoccupare…in fondo e’ il secondo uomo nudo che vedo in vita mia, oltre mio marito! Gli anni con le varie formazioni del Kingdom Come sono stati veramente qualcosa di incredibile. Totale liberta’ creativa, sperimentazione sonora ed esistenziale. Basti pensare a come e’ nata la collaborazione con Victor Peraino. Arrivo’ con dei comuni amici nel backstage al festival di Reading. Ci siamo messi a parlare di tastiere, mellotron e sintetizzatori. Poi arriva il momento di andare in scena e il nostro tastierista non si presenta al concerto…Mi ricordo allora di quel ragazzo americano, Victor, con cui avevo parlato un ora prima nei camerini. Lo chiamo e gli dico dai, sali sul palco, questo e’ un synth VCS3, connetti i cavi e tira fuori qualcosa non ti preoccupare! Andra’ alla grande! Non solo ando’ benissimo, ma resto’ con noi per molto tempo e registrammo insieme Journey il nostro disco piu’ sperimentale. Sostenuto dal ritmo delle drum machine, fu realizzato nel ’73 quando queste cose erano veramente avanti nel tempo. Ma ogni cosa ha il suo momento, e ormai ero arrivato a un punto morto. Non mi sentivo piu’ di continuare a suonare musica con una band, avevo bisogno di fare altro. Volevo andare in India, trovare una specie di guru, approfondire il mio percorso spirituale. Trovai una comunita’ in Inghilterra che meditava e sperimentava uno stile di vita differente. Mi ricordo che arrivai li vestito come un monaco francescano, e rimasi assolutamente sorpreso quando mi presentarono il maestro spirituale, sembrava Clark Gable! Ma rimasi con loro per un lungo periodo, e in fin dei conti trovai le risposte alle domande che stavo cercando.”

Ovviamente l’allontanamento dalle scene e dal mondo della musica non fu definitivo e Arthur torno’ a piu’ riprese a cantare in un microfono e a produrre dischi. Uno dei progetti piu’ interessanti fu con Klaus Schulze. Fecero inseme una composizione per tastiere e voce chiamata Dune. “ Klaus era tanto bravo, ricco di talento, quanto fuori di testa. Ogni mattina si svegliava e faceva colazione bevendo champagne e succo di pesca. Poi passava a mangiare un piccolissimo muffin, sepolto in una montagna di panna, una cosa sproporzionata! Klaus Schulze e’ un musicista unico, avventuroso. Sono stato molto fortunato a lavorare con lui.”

Come quasi tutti i musicisti della sua generazione, Arthur Brown passo’ l’era glaciale degli anni ottanta in ibernazione artistica. Non rimase fermo a guardarsi intorno pero’: Si dedico’ ad altre cose, approfondi’ le sue ricerche spirituali, consegui’ una seconda laurea negli States, e fece una serie di lavori lontani dal mondo dello spettacolo.

Un po’ alla volta la voglia di palco ritorno’ pressante, e anche aiutato dai vecchi compari della londra underground Hawkwind, Brown riprese la sua strada. Da quel momento in poi, con diverse band e progetti, il mito del “ God of hellfire “ e’ andato crescendo, riscoperto da nuove generazioni di appassionati e soprattutto in questi ultimi anni e’ stato un continuo di tour, festival e collaborazioni.

Il tempo passa, e mi rendo conto che per lui questo e’ l’ultimo giorno di registrazioni prima di tornare in Inghilterra. In linea con la ritrovata creativita’ di questi ultimi anni,  stanno per uscire un nuovo disco e del materiale di archivio inedito, oltre al nuovo disco dei Kingdom Come con Victor Peraino. Prima di andar via vuole farci sentire qualcosa del materiale appena completato. La sua voce suona potente e carica di pathos piu’ che mai, siamo tutti visibilmente sorpresi da quello che sentiamo. Vorrei dirglielo, fargli i complimenti, ma lui e’ gia’ oltre. Mi parla della Brainbox e di come vorra’ cercare di usarla a maggio dal vivo, di altri mille progetti ancora in fase embrionale…

Ci salutiamo con un abbraccio, e mi lascia con il suono della sua risata e la luce del suo sguardo da ragazzo. E una sensazione contagiosa di grande serenita’. Quella di chi ha attraversato e attraversa la vita rimanendo se stesso, tenendo in qualche modo la rotta verso quello che veramente vuole e che veramente e’.

Abbiamo bisogno piu’ che mai di gente come lui.

Paolo Barone ©2014

PAM GRIER di nuovo a Detroit – di Paolo Barone

25 Feb

Noi italiani l’abbiamo conosciuta soprattutto con il film di Tarantino, dove lei era l’indimenticabile Jackie Brown. Ma qui in America e’ un icona pop, una star a tutti gli effetti, stiamo parlando di lei, the one and only Pam Grier!

Pamela Grier

Pamela Grier

Protagonista assoluta di tantissimi film anni ’70, quelli della cosiddetta Blaxploitation, in cui musica soul, vita di strada, azione, sesso e violenza erano gli ingredienti della miscela esplosiva, Pam Grier e’ arrivata a Detroit, sua casa spirituale, per una retrospettiva di tre giorni. L’abbiamo incontrata sabato pomeriggio al Redford Theater, prima e dopo la proiezione di Foxy Brown (1974) forse il suo film piu’ famoso da queste parti. Il pubblico era quello delle grandi occasioni, diviso equamente fra afroamericani e bianchi di varie provenienze, con personaggi di ogni tipo. Dalle facce note del giro rock, agli intellettuali cinefili ma anche da intere famiglie dei ghetti, e del sottoproletariato bianco che qui molto gentilmente chiamano “white trash”.

Fila per gli autografi, magliette, un po’ di merchandising ma niente di che, nulla che faccia pensare alla star commerciale. Pam ancora bella nei suoi sessanta e passa anni, si e’ raccontata a viso aperto. Ha parlato di come fosse ancora piu’ difficile di oggi, per una ragazza nera crescere nel gigantesco ghetto degli Stati Uniti d’America. Ci ha detto di come nel suo vicinato non arrivasse nemmeno l’ambulanza, cosi che il medico locale si faceva aiutare dalla madre di Pam, in cucina, per suture e prime cure d’emergenza. Della forte discriminazione razziale e poi, all’interno delle stesse comunita’, del sessismo soffocante. Per cui una ragazza, specie se afroamericana, non contava praticamente nulla senza un uomo accanto. Contro tutto questo lei ha duramente lottato, sempre, prima nella sua famiglia, nel suo vicinato e poi nel suo ruolo di attrice. “Ho portato la mia voce politica che parlava di sessualita’, liberta’ ed uguaglianza”, senza compromessi, essendo sempre se stessa. “Mai usato una stunt nei miei film, mai accettato censure e compromessi, quella che portavo sullo schermo era una rappresentazione di quella che ero e delle donne con cui avevo passato i miei anni”. Esperta di Karate e Kung Fu, padrona al cento per cento della sua esplosiva carica erotica, la sua figura pubblica ha rappresentato un forte momento di rottura degli schemi, di impatto culturale, ben oltre le sue aspettative. E’ diventata una star, ma e’ rimasta sempre con i piedi e tutto il notevole resto ben piantati per terra, anche dopo essere stata portata da Tarantino in giro per il mondo. E’ stato un piacere incontrarla, e vederla muoversi completamente a suo agio fra la gente di Detroit, che quando la vede sullo schermo spaccare teste, saltare fra le pallottole, e sedurre con la sua bellezza, ancora non si trattiene e si mettono tutti a fare il tifo, a fischiare e chiamarla per nome. Spettacolo nello spettacolo.

Pam Grier

Pam Grier

Prima di andare via la salutiamo, e forse conscia di essere amata dai rocker della motorcity ci ha raccontato una piccola storia.

Una volta era a Los Angeles e il produttore del suo film stava andando al Trobadour con altri personaggi famosi fra cui John Lennon. Le chiese di andare, ma lei in un primo momento rifiuto’, non sentendosi a suo agio in una compagnia esclusivamente maschile. Ma lui insisteva, e poi…insomma, si ritrova al tavolo con Lennon in piena crisi matrimoniale con Yoko. Lui conosce a memoria tutti i suoi film, e lei lo consola fra un bicchiere e l’altro, dicendogli che forse e’ il caso di tornare da Yoko a NYC. A un certo punto Pam si mette a cantare qualche parola di “can’t stand the rain” e John si unisce a lei, cosi che in pochi minuti tutto il locale ammutolisce e si mette a sentire Lennon che canta…Arriva pero’ il momento del gruppo che quella sera doveva suonare nel locale, e faticosamente si cerca di spostare l’attenzione della gente verso il palco. Loro se ne stanno buoni per un po’, ma poi complice anche il tasso alcolico, John le dice “hey Pam questi sono fottutamente noiosi!” E si rimette a cantare “can’t stand the rain” questa volta coinvolgendo tutto il pubblico presente…finche’ la situazione diventa del tutto fuori controllo, arriva la polizia e si porta via Lennon, Pam e qualche altro loro amico. “La mia cena con John e’ finita alla stazione di polizia di L.A. lo dicevo io che era meglio se non uscivo che sarei finita nei guai!”

Andiamo via, mentre lei si sposta nel ristorante di fianco al cinema per una cena con tutti i fan che vogliono seguirla.

Come dice il film “Foxy, you are a whole lotta of a woman!”

Paolo Barone ©2014

MICK WALL “When Giants Walked The Earth – A Biography Of LED ZEPPELIN” (Orion Books Ltd 2008) – BBBBB – di Paolo Barone

10 Gen

Era un po’ che Polbi mi scriveva di come si stesse appassionando al libro di Mick Wall che stava leggendo; l’altro giorno mi arriva una sua email con un allegato:

PB “Mi permetto di mandarti alcune mie riflessioni sul libro di Wall.  Prendile per quello che sono e non necessariamente per il blog, dove l’argomento Zeps e’ coperto da te a livelli per me inavvicinabili. Mi andava comunque di condividere questa cosa con te. Non ho idea se tu vorrai passarla sul blog o meno. Ora vado che mi devo comprare Presence in vinile originale americano che qui non ho e ora come ora muoio dalla voglia di risentirlo!”

Leggo l’articolo e gli rispondo:

TT  “Spesso quando leggo i tuoi articoli rimango sorpreso…sorpreso dal fatto che tu sia un giornalista musicale della madonna. Ti conosco ormai da vent’anni, so che mente intellettuale hai, so che gran subacqueo sei, so che gran amante della musica rock sei…ma sono arrivato alla conclusione che prima di tutto ciò sei un giornalista musicale straordinario. Questo è uno dei migliori (se non il migliore) articolo dei LZ che io abbia mai letto. Lucidità, passione, prosa superba, incanto e disincanto, intelligenza narrativa… io, Polbi, mi inginocchio davanti a te. (Non sto scherzando). Grazie! Poter pubblicare roba simile sul blog è una sciccheria. Michigan Boy number one !”

Donne e uomini di blues del blog di Tim Tirelli, please welcome… from Detroit, Michigan… Paul Baron!

Mick Wall Led zeppelin biography

Devo ammetterlo, sono da sempre un fan dei Led Zeppelin, su questo non ci piove. Ma lo sono a modo mio. Io e la band abbiamo un rapporto molto stretto ma anche un po’ conflittuale e a volte ci dobbiamo prendere i nostri spazi.

Amo la loro musica, la storia, i personaggi coinvolti, i luoghi, i suoni, le vicende, i colori, il loro tempo, tutto. Ho fatto i miei pellegrinaggi in giro per concerti degli ex membri della band, ho collezionato bootleg, riviste, libri, dischi, foto ecc. Ma poi, spesso ho sentito il bisogno di allontanarmi, e negli ultimi anni ho sicuramente frequentato di piu’, tanto per dire, Stooges, Ash Ra Tempel, Hawkwind, Black Mountain, Stones che Zeps. Si, qualche bootleg di tanto in tanto, qualche disco in studio, qualche cassetta in macchina, Celebration Day al cinema…ma niente di piu’. Sono passati a pochi minuti da casa mia Plant con Alison Krauss e Jason con la cover band, ma non mi e’ venuta nessuna voglia di andarli a vedere, quando un tempo avrei fatto chilometri. E quindi sono anni che non leggevo nessun libro che li riguardava, pensando che ormai di quella storia conoscessi gia’ tutto.

Led Zeppelin draw

Bene, mi rendo adesso conto che stavo per fare una solenne e immane cazzata.

Mi hanno regalato When Giants Walk the Earth di Mick Wall, e tutto questo si e’ totalmente ribaltato. Ho scoperto un sacco di piccole e grandi cose, in una lettura affascinante e molto dettagliata. Per quanto mi riguarda il libro piu’ completo che ho letto finora, e anche forse quello scritto meglio sulla storia dei Led Zeppelin. Dopo la mia lunga assenza dalla band e’ stato un piacere tornare a farne parte. Sono ripartito con loro nei lunghi e folli tour americani, mi sono esaltato al Boston Tea Party, ho conosciuto personaggi strani, passato giorni scomodi ed eccitanti a Bron Y Aur, giocato con un cane chiamato Stryder, ritrovato le fantastiche Pamela, Lori e Bebe, mi sono ubriacato al Rainbow con Cole e mi sono andato a riprendere sulla terrazza dell’ Hyatt House. Giorno dopo giorno o conosciuto meglio Peter Grant, gli uffici della Swan Song, sono andato in visita a Boleskine e in giro per Headley Grange. Insomma, una rimpatriata fra vecchi amici, piena di gioia ed energia. Almeno fino a un certo punto, poi la storia ha preso una piega altrettanto affascinante ma decisamente meno allegra… e devo dire non ero del tutto pronto alla profondita’ di questo cambiamento, sapevo in linea di massima come si erano messe le cose, ma non ero mai veramente entrato nei dettagli. Nessuno mi aveva mai accompagnato come Mick Wall a vedere certe cose da vicino e non e’ stato piacevole, se pur interessante e direi determinante per capire in pieno la storia di questa band.

E siccome queste cose per noi non finiscono mai cosi, semplicemente, una volta chiuso il libro mi sono anche ritrovato coinvolto in mille riflessioni che forse non avevo mai realmente considerato finora.

LZ - pregare i LZ

La sensazione piu’ forte che mi e’ restata addosso a fine lettura e’ quella del cuore di tenebra, della pesantezza che la storia della band si porta appresso. Una senso di oppressione crescente accompagna buona meta’ del racconto, per arrivare al suo apice con i giorni della morte di Bonham e lo sprofondarsi delle esistenze di Page e Grant. E’ una cosa veramente forte, un disagio che ti accompagna anche dopo che hai chiuso il libro e ti sei messo a fare altro. Nessuno fino ad ora era entrato cosi nei dettagli dell’abbattimento dello Zeppelin. Mick Wall lo fa, e lo fa scrivendo con estrema maestria, lasciandoti incollato a girare le pagine col groppo in gola, come se non sapessi gia’ come va a finire questa storia. Ti porta dentro le dinamiche della band, di quegli anni, servendosi di molte testimonianze di chi in quei momenti c’era, ma al tempo stesso facendo un ottimo lavoro di narrazione. Dalle esperienze gioiose dei primi anni settanta, passando per il delirio del settantasette fino alle morti dell’ottanta, la parabola discendente della band di fatto si lega a quella della sua generazione e dei suoi sogni.

E’ una cosa strana, che non avevo mai intuito prima, che non avevo mai valutato nella sua ambivalenza. Da un lato gli atteggiamenti, le vite dei protagonisti del libro, si sganciano dal resto del mondo, creando una distanza infinita e incolmabile. Reclusi in torri d’avorio esistenziali, lussuose e decadenti quanto tristi e aride, sono anni luce dai ragazzi che lavorano saltuariamente, che si sbattono come possono, che sognano con i loro dischi, che si mettono in fila per ore e giorni ai concerti. Sono anni luce dai loro fan. Ma poi, superate le apparenze, se guardiamo l’essenza delle cose, non mi sento piu sicuro che sia proprio cosi. Molti di questi ragazzi, quelli che mi passavano i dischi degli Zeppelin nei primi anni ottanta, seguiranno un percorso simile. Proprio loro, non tanto i punk, indaffarati fra fanzine e concerti, o i pischelli metallari con le loro mode borchiate. No, erano quelli un po’ piu grandi, era la generazione dei loro fan che vedevo falcidiata dall’eroina. Sepolti nelle macerie dei loro sogni andati a male, come Bonzo, Grant, Cole, Page. Erano loro che avevano toccato il cielo pochi anni prima, che si erano presi le citta’ riempiendole di musica e colori, e che ora nel mondo degli anni ottanta non ci sapevano piu’ stare.

Jimmy Page e John Bonham 1975

Jimmy Page e John Bonham 1975

Il senso di morte che segna la storia della band dal 75 in poi, come tutti sappiamo, cade pesantemente sulle spalle di Plant. Ne condiziona le scelte artistiche ed esistenziali all’epoca, e di fatto la sua lunga ombra arriva fino al giorno d’oggi. Wall ci restituisce pagina dopo pagina la figura del cantante per quello che era e per come poi e’ diventata, andando in profondita’, dove gli altri si erano quasi sempre limitati alle banalita’ del golden god. Scava nel dolore senza tirarsi indietro, l’incidente in auto, la difficile convalescenza, la morte del figlio, quella del suo amico, il deteriorarsi dei rapporti umani. Perche’ quando in un gruppo, in una famiglia, entra la tragedia non necessariamente se ne esce piu’ uniti, anzi.

E il tempo alle volte non serve a guarire, ma  rende certe spaccature ancora piu’ profonde e insanabili. lo avevamo sempre saputo che Presence e In Through the Out Door fossero dischi nati in circostanze difficili. Riascoltando questi dischi oggi che ho appena finito di leggere il libro, i momenti magici sono ancora li, intatti. Ma il carico di sofferenza che la band, e Plant in primo luogo, si portava appresso emerge con forza. E’ nei solchi neri di Tea for One, In the Evening, Carouselambra, Nobody’s fault but Mine, e’ qui che si sente il blues dei Led Zeppelin, quello vero vissuto sulla loro pelle, che mette paura e che ha segnato per sempre le loro anime. E’ ancora tutto li’, inciso per sempre in quelle canzoni.

LZ 1977

LZ 1977

Sappiamo che Wall ha potuto raccogliere tantissimo materiale sulla band, grazie alla sua personale amicizia con Page, che a quanto pare si e’ disintegrata alla pubblicazione del libro. In fin dei conti non poteva andare diversamente. E’ successa la stessa identica cosa a un mio amico, Jim McDonough, che dopo una lunga amicizia con Neil Young e’ stato trascinato in tribunale dallo stesso, all’indomani dell’uscita di Shakey la bellissima biografia scritta da Jim. C’e’ poco da fare, la figura di Page esce piuttosto malconcia dalle pagine di questo libro.Il genio assoluto del dirigibile si dissolve velocemente, nel corso di una manciata di anni, in un fiume di eroina e autocompiacimento. Viene da pensare a come in piu’ di un occasione la strada di Page si incrocia con quella di un altro gigante della musica e degli eccessi, Keith Richards, e a prima vista i due hanno molto in comune. Ma poi la differenza di approccio appare enorme. Keith viveva le sue debolezze come un punto di forza, le esibiva senza paura, creando quel personaggio piratesco e anti estabilishment ma sempre con i piedi per terra, che bene o male tutti amiamo, la quint’essenza del ribelle rock and roll. Page invece ha sempre nascosto il suo lato piu’ fragile e volendo anche piu’ umano, dietro un alone di mistero e altera ambiguita’.

Si vestiva con i dragoni di seta, viveva fuori dalla legge, ma poi si nascondeva nei suoi castelli e contribuiva ad eleggere Margaret Tacher primo ministro conservatore. Passati gli anni di punta con la band nulla sara’ piu’ come prima, e per una serie di motivi non riuscira’ mai a tornare ad essere pienamente se stesso. E’ una storia molto singolare la sua, prigioniero di un mito che ha costruito e non e’ piu’ capace a vivere, fatica a ripartire sul serio e trovare una sua personale dimensione artistica. La grandezza del suo lavoro con la band e‘ impressionante, risalta sempre piu forte con il passare del tempo. Chitarrista, compositore, songwriter, produttore, showman, tutto questo e piu’. Ricominciare da capo dopo aver raggiunto certe vette, purtroppo anche accompagnate da altrettanti abissi, non e’ forse umanamente possibile. Ecco che dopo una serie di collaborazioni e proggetti nemmeno lontanamente all’altezza del mito, e una parenetsi con Plant bruscamente interrotta, Page finisce oggi per fare la parte di se stesso, senza quasi piu suonare la chitarra, in una girandola di eventi sociali e mediatici. Probabilmente, alla luce di tutto quello che e’ successo, possiamo pure considerarlo un buon finale, se di finale si tratta.

Jimmy Page 1977

Mick Wall si addentra nel personaggio facendone un ritratto molto complesso.

Per la prima volta forse, tenta di raccontare in maniera credibile della sua passione per la spiritualita’, l’occulto, le antiche culture e l’ossessione per Aleister Crowley, senza naufragare sulle solite banalita’ colorate di satanismo e improbabili messe nere. Molti hanno avuto da ridire in merito allo spazio che l’autore dedica all’argomento. Dimenticando forse quanto l’opera di Page sia impregnata di queste cose, e quanto tutto questo abbia contribuito a creare l’essenza stessa della band. Era invece forse giunto il momento di parlarne inquadrando il tutto nella giusta prospettiva. Per quanto sia un argomento spinoso e difficile da trattare, Wall se la cava benissimo, senza eccessi e sempre inserendolo in un contesto coerente. lo so, a tanti da fastidio leggere di queste cose, forse un po’ anche a me, che non ho mai e poi mai speso un minuto appresso a maghi, oroscopi, misticismi e rituali vari. Ma, ripeto, questo anche sono stati i Led Zeppelin. Non si puo’ far finta di niente. Non era solo rock and roll, che ci piaccia o meno.

Cosi come non si puo’ far finta che fossero brave persone, che siccome hanno scritto musiche fantastiche tutto possa essere cancellato con un assolo di chitarra.

LZ Okland 24-7-77

LZ Okland 24-7-77

Certo, lo sapevamo gia’, non e’ una scoperta che l’entourage della band agisse ai limiti della decenza umana, superandoli spesso e volentieri. Cosi come sapevamo che Bonham era tanto un batterista grandioso, inarrivabile, quanto un uomo insicuro e violento. Hai voglia che per anni abbiamo cercato di credere alla frustrazione del povero Bonzo padre di famiglia in tour lontano da casa… Il libro ci racconta la verita’ che gia’ sapevamo, arricchita di episodi inediti e determinanti.

Tutti avremmo voluto John Bonham come batterista, ma sicuramente non ci saremmo voluti uscire insieme dopo il concerto. E non avremmo mai e poi mai voluto andare in giro con i ceffi che loro si portavano appresso in tour, caricati a bordo da un Peter Grant ossessionato dalla mania di potenza e controllo, responsabile pricipale insieme a Page dell’ascesa si, ma anche della caduta del dirigibile. Povero Grant, passato in pochi anni da essere il manager piu’ famoso della scena rock mondiale, alla semi reclusione in casa, ossessionato dai suoi fantasmi e dalla tossicodipendenza. Sono pagine molto tristi quelle che lo raccontano negli anni post zeppelin, tristi e intense.

Peter Grant on tour

Peter Grant on tour

Mi sono ritrovato, finita la lettura, a rivedere i filmati dei concerti, soprattutto Knebworth con il suo carico di leggenda. Il dietro le quinte ancora una volta non e’ proprio fatto di buone vibrazioni, pensando a quello che hanno passato gli organizzatori dell’evento, a come tutto sia stato pesantemente condizionato dai deliri di Grant. Rivedo le immagini, le luci, il pubblico, Achilles Last Stand. Ed ecco che tutto mi appare uguale ma diverso al tempo stesso. Piu’ profondo, piu’ vero.

In un certo qual modo il libro di Wall restituisce definitivamente ai Led Zeppelin un elemento di umanita’ che prima forse non avevano pienamente avuto. Che non avevo veramente percepito. Me li avvicina perche’ li fa sentire imperfetti e reali, dandogli quel qualcosa in piu’che nessuna rimasterizzazione potrebbe mai dare. Erano giganti, non ci sono dubbi. Ma anche loro, insieme a noi, sono caduti, si sono rialzati e hanno camminato, come potevano, su questa terra.

Paolo Barone ©2014

LZ LA Hyatt House 31-5-73

LZ LA Hyatt House 31-5-73

Polbi sul lago Erie - gennaio 2014

Polbi sul lago Erie – gennaio 2014

WHITE RIOT: Flamin’ Groovies live al Majestick di Detroit 8 novembre 2013 – di Paolo Barone

14 Nov

Altro resoconto del nostro Michigan Boy , in diretta da Detroit, ladies and gentlemen…il rock and roll.

L’altra sera a Detroit sono arrivati i Flamin’ Groovies.

Non venivano a suonare da queste parti da moltissimo tempo, e questo loro ritorno inserito in un world tour era proprio una cosa che non mi volevo perdere.

Arrivo al Majestick in tempo, pago i miei 25$ per entrare, e trovo la sala mezza vuota. Cosa strana, tutto il giro rock della motorcity parlava di questo concerto da settimane, mi aspettavo il pienone delle grandi occasioni, invece tutt’altro.

Majestic Theatre DETROIT

Majestic Theatre DETROIT

Pero’ in sala ci sono moltissimi musicisti di band locali, il che da queste parti e’ normale, ma in questo caso ancora piu’ del solito. A modo loro, i Groovies sono una celebrita’ per gli appassionati di rock and roll e non vedo l’ora di sentirli dal vivo, altri amici che hanno visto date di questo tour in inghilterra mi hanno detto meraviglie, fosse anche solo se mi sparassero live quelle sette o otto canzoni micidiali da Teenage Head io sarei felice cosi. Perche’ quello ragazzi e’ un disco bellissimo, uno dei piu’ sottovalutati degli anni settanta, da solo basterebbe a dare un posto alla band nella storia del rock.

FlaminGroovies-TeenageHead

Finalmente il concerto inizia. Mi piazzo bene sotto al palco, loro partono forte, noi pure, tutto lascia sperare in un ora e mezza di grande rock. Ma poi, dopo un paio di pezzi, qualcosa inizia a non convincere. Mentre il concerto avanza, invece di decollare la band perde colpi. Il chitarrista ritmico e cantante, Chris Wison, e’ nervoso, alterato, fuori fase. Stoppa la band perche’ si perde nel mezzo di un pezzo, traffica con la chitarra, inveisce contro i tecnici di sala, suda senza muovere un passo. Gli altri fanno del loro meglio, specialmente Cyril Jordan lead giutar, gentilissimo si scusa con il pubblico, ce la mette tutta, ma proprio non e’ serata, e la scelta dei brani sicuramente non all’altezza del materiale a loro disposizione. Ormai praticamente non balla piu’ nessuno, e loro invece di partire con uno dei pezzi che tutti stiamo aspettando, si lanciano in una serie di cover degli Stones banalissime. Ci spiegano che le hanno appena fatte a Cleveland alla Rock and Roll Hall of Fame (istituzione non proprio popolare qui a Detroit) per celebrare i 50 anni della band con Bobby Keys al sax, e cosi vanno avanti suonando Jumpin Jack Flash come se fossimo in un pub finto rock.

Ma qui ragazzi siamo nella Rock City, dovrebbero saperlo bene loro che hanno passato un mese a dormire nella redazione di Creem negli anni ’70, qui il pubblico non fa sconti a nessuno. E infatti, proprio di fianco a me il cantante di una band locale, Timmy, prende uno dei microfoni dal palco e chiede a gran voce che si mettano a suonare i loro pezzi. Non lo avesse mai fatto! Il cantante dei Flamin Groovies incazzato oltremisura, intima a tutti di lasciare la sala e andarci a fare fottere se quello che suonano non ci piace. A questo punto sono in molti a mandare lui affanculo, mentre uno zoccolo duro di fan, una decina di persone, lo applaude e sostiene fra i fischi del resto della sala. La band tenta di sedare la cosa e ripartire, ma Wilson dopo pochi accordi perde totalmente il controllo, dimentica la sua eta’ non proprio giovanissima, butta la chitarra da una parte, salta dal palco e si avventa contro un paio di persone alla mia sinistra! In pochi secondi e’ il finimondo: lui, i suoi fan, la security, il resto del pubblico, tutti coinvolti in una mega rissa da film western, con tanto di sedie e bottiglie che volano, nasi sanguinanti, gente per terra, colpi tirati a destra e manca….Quando parliamo di security da queste parti, stiamo parlando di colossi neri che ascoltano rap e vengono dal ghetto, potete immaginare quanta grazia ci possano mettere a sedare gli animi di questi bianchi fichetti fissati con il rock and roll….Io in tutto questo voglio solo portare la pelle a casa, mi defilo quindi ma non prima di aver aiutato un ragazzo che conosco a svincolarsi dalla presa di una belva della security, e poi mi piazzo a fondo sala a vedere come evolve la cosa.

Una scena pazzesca, mai visto niente del genere in piu di trent’anni di concerti, botte da orbi ovunque, con meta’ Groovies rinchiusi nel backstage e gli altri a cercare riparo dove potevano. Dopo un tempo che sembra infinito, la security che ha chiamato rinforzi dalle sale limitrofe ha la meglio, pesta e butta fuori dalla sala un buon numero di persone, gli animi lentamente si calmano, grazie anche al provvidenziale intervento di Stirling Silver, un guru saggio della scena rock detroitiana che riesce miracolosamente a mettere tutto a posto, parlando con la band e con alcune persone del pubblico. Il concerto in qualche modo riprende, anche perche’ secondo me la band non si puo’ permettere di non incassare i cinquemila dollari pattuiti con il locale, il clima ovviamente e’ surreale, ma dopo un paio di brani giusti (finalmente!) le cose si avviano verso una normale conclusione. Finito il concerto e’ come se non fosse mai successo niente, tutti amici come prima, birre, pacche sulle spallle, grandi risate. Il bassista dei Flamin Groovies gira fra il pubblico firmando autografi, gli altri piu’ prudentemente restano nel backstage guardati a vista da un paio di energumeni della sicurezza, qualcuno mi dice che stanno litigando di brutto e che il povero Jordan e’ in lacrime. Effettivamente aveva cercato in tutti i modi di salvare la situazione, posso capirlo. Ma poi uno alla volta usciranno anche loro, in un clima totalmente tranquillo e amichevole. La Rock City non porta rancore.

 

Non posso fare a meno di tornare a pensare a questa strana serata. Un po’ mi girano le palle pensando ai soldi spesi, alla mancanza di professionalita’ di Chris Wilson, all’incapacita’ di gestire una situazione non poi cosi difficile. Lester Bangs (fra l’altro fan dei Flamin’ Groovies) scrisse un pezzo in cui esaltava le doti live di Alice Cooper. Qualcuno gli aveva tirato una torta in faccia nel mezzo di un concerto in un momento particolarmente drammatico di una canzone, e lui invece di crollare e dare di matto, si era semplicemente leccato la torta e aveva iniziato a spalmarsela addosso, facendola diventare parte dello show. Vorrei vedere altri, diceva Bangs, gestire cosi una situazione in cui il pubblico non e’ li adorante, ma anzi ti tira una torta in faccia. Robert Plant in posa sexy? Torta in faccia! Mick truccato che attacca Wild Horses? Torta in faccia! e vediamo come se la cavano gli dei del rock, rideva il povero grande Lester Bangs. Per non parlare di gente come gli Stooges che hanno continuato a suonare pur essendo sotto attacco, letteralmente ricoperti da una pioggia di oggetti contundenti. Certe cose dovrebbero essere gestite senza problemi da chi sta sul palco ogni giorno. Al tempo stesso mi viene spontanea un altra ulteriore riflessione. Subito dopo il concerto un mio amico nel salutarmi mi ha detto, welcome back in Detroit! E a pensarci bene aveva ragione anche lui. Qui le band in tour non hanno mai avuto vita facile, il concerto non se la sono mai portato in tasca da casa. Negli anni sessanta non c’era il clima del Fillmore, da queste parti si suonava alla Grande Ballroom e le band che ti aspettavano per aprire il concerto erano MC5, Stooges, Frost con Wagner alla chitarra, con il rispettivo pubblico di casa a fare il tifo. Tutti in un certo qual modo ne erano giustamente intimiditi.

The Frost

Un po’ penso che sia anche dovuto al fatto che questa citta’ si sente assediata e schifata da tutti, che le band locali hanno sempre dovuto faticare molto piu’ degli altri per emergere al di la’ della scena locale, pur essendo artisti di primissimo piano. Per questo il pubblico di Detroit Rock City ti mette sempre alla prova prima di regalarti l’applauso. Per poi magari adottarti per sempre come una band locale, come e’ successo a molti, o anche rimandarti a casa senza tanti complimenti. Ancora una volta, questa citta’ non smette di stupirmi. Ne parlavo per telefono con Tim un mesetto fa di come il pubblico rock della motorcity sia una razza a parte. In quel caso pensavamo al Live Bullets di Bob Seger, ma si potrebbero fare mille esempi in questo senso. Tanto per dirne una, mi ricordo i resoconti di Nick Kent durante i concerti a Detroit di Ziggy Bowie. Erano intimiditi dalla follia del pubblico detroitiano al punto di sentirsi a disagio e un po’ inadeguati. Dico, stiamo parlando di Nick Kent e David Bowie, non so se mi spiego, non Armando Gallo e Tony Banks! Tante storie, tante situazioni uniche, che in parte sono appena state salvate dall’oblio e pubblicate nel bel libro Detroit Rock City di Steve Miller, una lettura interessantissima, frutto di undici anni di lavoro e centinaia di interviste. Ottimo punto di partenza per avventurose esplorazioni del suono Detroitiano.

Paolo Barone © 2013

I GHOST rendono omaggio a ROKY ERICKSON! di BEPPE RIVA

6 Nov

Era da un po’ che stuzzicavo Beppe a proposito dei GHOST, sapevo che li seguiva dunque, discretamente, non perdevo occasione per invitarlo a scrivere due righe per il blog su questo interessante ensemble. Non che sia esattamente roba per il blog, ma per l’appunto non voglio che sul blog ci sia esclusivamente roba adatta al blog, o comunque cose in forte relazione con Team Teerally. Questi GHOST ad ogni modo intrigano anche me, se ricordate abbiamo già sfiorato l’argomento in passato, così, sfruttando la spinta che il numero della rivista AOR con le HEART in copertina ha dato alla penna del maestro RIVA, siamo – con orgoglio – ancora qui a proporvi nuovi scritti riviani. Quindi, signore e signori, eccovi in tutto il suo splendore e con la inconfondibile prosa che lo contraddistingue, the one and only BEPPE RIVA.

Sono certamente la più misteriosa formazione dello scenario rock contemporaneo, ed altrettanto certamente fra le più intriganti in assoluto. Gli svedesi Ghost (vi risparmio la postilla “B.C.”, una necessità per il mercato americano, invisa ai musicisti) hanno già rivelato una spiccata vocazione per le covers. Primo indizio il mesmerico, fatale trattamento di “Here Comes The Sun” dei Beatles, bonus dell’edizione giapponese dell’album d’esordio “Opus Eponymous” che li traghettava idealmente verso le loro radici psichedeliche, al di là dello Stige e delle sue torbide onde Doom.

Ghost

Ghost

Dopodiché riuscivano ancora a stupire con un’inquietante versione di “I’m A Marionette”, non proprio fra i più popolari hits delle icone nazionali Abba, già considerato brano “anomalo” di queste perpetue stelle del firmamento pop. Invece il terzo rifacimento, “Waiting For The Night” dei Depeche Mode, si rivelava un mezzo passo falso; scadente l’originale e nessun sortilegio nel remake-remodel tale da riuscire a riscattarlo.

Solo un episodio in tono minore, alla luce della seconda raccolta di salmi infernali, “Infestissumam”, davvero magica nel trascendere le barriere che confinerebbero i Ghost fra gli stereotipi “metal”: dalla potente corale post-gregoriana dell’intro “Infestissumam”, cantata in latino sgrammaticato, attraverso gli immani scenari di “Year Zero” – l’Apocalisse secondo Papa Emeritus, che chiama a raccolta un’ abominevole sfilza di demoni biblici – concludendo nell’epico misticismo occulto di “Monstrance Clock”, questo è il disco che perfettamente materializza, attraverso un intricato crocevia di stili musicali, la teatralità dell’immagine dei Ghost, svelando strade buie e sconosciute che portano lontano dalla vita verso mete ignote…

Ma è già tempo di guardare avanti, ed il 19 novembre è annunciato un EP di covers, “If You Have Ghost”; il brano che l’intitola è un tributo al talento malato & dannato di Roky Erickson, strenuo reduce degli anni ’60 ed allora leader dei texani 13Th Floor Elevators, pionieri del garage-psych rock; la leggenda vuole che il termine psichedelia sia stato coniato proprio da loro, all’avvento del primo album “The Psychedelic Sounds Of…” (1966), anticipando addirittura i Grateful Dead.

roky erickson

roky erickson

L’album includeva uno degli originali artefatti della prima era lisergica americana, il memorabile classico “You’re Gonna Miss Me” (’65), scritto dallo stesso Roky.

Personalità schizofrenica e dissociata, con l’aggravante dell’abuso di stupefacenti, il cantante/chitarrista finì addirittura in manicomio, curato a “dosi” di elettroshock! Nonostante tutto riuscì a tornare alle scene nel 1975 con il gruppo Bleib Alien, poi ribattezzato The Aliens, in omaggio alla sua ossessione verso gli UFO. Proprio in questa seconda vita artistica, il sedicente extra-terrestre Erickson registrò “If You Have Ghosts”, in mezzo a tanti altri brani dalle connotazioni sci-fi e horror (“Creature With The Atom Brain, “Night Of The Vampire”, “I Walked With A Zombie”, per nominarne alcuni). E’ un fantastico esempio di acid-rock da ascoltare e riscoprire a prescindere, dove con la sua inimitabile voce, il cantante insiste sullo stralunato refrain “If You Have Ghosts, You Have Everything”…

La copertina dell’EP dei Ghost è dichiaratamente ispirata a “Nosferatu”, capolavoro espressionista di F.W. Murnau, con Papa Emeritus rimodellato sull’inconfondibile silhouette del vampiro sul vascello.

Nosferatu_Murnau

If You Have Ghost

Al di là delle geniali intuizioni nella loro propaganda (o in questo caso, “papaganda”), che dal nulla hanno originato l’immagine più identificabile/detestabile dell’odierno panorama musicale e andando oltre gli equivoci alimentati ad arte su un presunto, attempato successore del primo “papa nero”, il gruppo svedese conferma ancora una volta un’invidiabile cultura retro-rock, e la rilettura di “I.Y.H.G.” è assolutamente ipnotica, si stampa nel cervello in maniera subdola ed indelebile.

Il produttore è ancora Dave Grohl, già all’opera con gli stessi Ghost in “Marionette”. Indiscutibilmente una celebrità grazie al successo planetario con Nirvana e Foo Fighters, Dave è anche il batterista del supergruppo Them Crooked Vultures, apprezzato da veterani e modernisti del rock, allestito insieme a John Paul Jones e Josh Homme, leader di Queens Of The Stone Age ed ex-Kyuss. Considerato uomo di rara cordialità, Grohl ha già manifestato simpatie metalliche con il progetto Probot, ed uno sponsor di questo calibro non può che giovare alla causa dei “demoni” del Nord.

Ghost

Ghost

Il suono di “If You Have Ghosts” è sorprendentemente cristallino e fluido, ben differente dall’originale, graffiante ed “acido”, contraddistinto dall’allucinato timbro vocale di Roky. Ma qui non si tratta di confrontare le due versioni per stabilire qual è la migliore; conta piuttosto come gli elusivi musicisti svedesi abbiano dissepolto un classico misconosciuto e se ne siano appropriati, infondendogli nuova linfa vitale, modellandolo secondo i loro canoni stilistici.

La chitarra dello sconosciuto Ghoul è (al contrario) perfettamente identificabile con le sue aperture avvincenti e melanconiche; l’arcana atmosfera infusa nelle melodie intonate da Papa Emeritus, altamente suggestive specie nelle sovraincisioni vocali del finale, dimostra un magistrale bilanciamento fra energia rock e sensibilità pop: teoria già evidente al debutto, ad esempio nella trascinante “Stand By Him”, ma ora esplicita anche per i duri d’orecchi.

Completano l’EP un’altra cover, “Crucified” (Army Of Lovers) ed una registrazione live di “Secular Haze”, già antipasto del diabolico banchetto di “Infestissumam”.

Ma non riesco ad IMPEDIRMI di riascoltare “If You Have Ghost”…

BEPPE RIVA

Riflessioni su LOU REED (dopo miliardi di commenti malinconici in rete e sui giornali) di PICCA

1 Nov

Leggo miliardi di commenti malinconici (tweet di Emanuele Filiberto?!) sulla scomparsa di Lou Reed, artista famosissimo e amatissimo in Italia da gente affranta che probabilmente ha ascoltato solo Sweet Jane da Rock n’ Roll Animal e Sunday Morning dal primo dei Velvet (spesso pensando che fosse Nico a cantarla e non Lou).  Con questo, perlamordiddio, mica bisogna conoscere tutti i dettagli della carriera di un artista per piangerlo, ci mancherebbe altro. Quando è morta Whitney Houston mi è dispiaciuto assai anche se non conosco bene la sua opera e quel poco che conosco mi fa orrore. Il fatto è che Lou è uno, come Dylan e Neil Young e Silvio, che ogni tanto aveva bisogno di dare in pasto ai suoi qualcosa di orribile per ritrovarsi, azzerare il partito e ricominciare con più stimoli. Avventurarsi nella sua corposa discografia si rivela quindi un bel impegno. ‘Mi consigli un disco di Lou Reed?’ chiede il neofita in pizzeria. E come cavolo si fa? Dobbiamo dividerlo in periodi, oppure in gruppi tematici. Mica puoi dire a un verginello di comprarsi 12 LP per farsi un’idea. R’N’R Animal? Bello ma poco rappresentativo in senso generale. The Blue Mask? Fantastico, ma lo devi accorpare a New York, a Legendary Hearts e magari anche a Sally Can’t Dance. Se hai abbastanza soldi infilaci pure Mistrial che non si sa mai. Sì, lo so che non è il massimo, però ti serve per capire gli altri…un casino, insomma.

Lou non è uno da Greatest Hits, come gli Eagles o Billy Joel  o Cat Stevens. Devi investire un sacco di tempo, ci vuole una vita per imparare a stargli vicino. Quando ero pischello ed ero ancora al casello di entrata dell’autostrada del rock, i fans di Lou Reed mi apparivano come i peggiori dell’universo. Di solito erano peromani sfattoni più grandi di me che caracollavano inebetiti alla disperata ricerca di un ‘assolutore’ artistico del loro edonismo tossicomane e avevano trovato in Lou l’icona perfetta. Me li ricordo a Bologna, tremila anni fa, allo stadio di Bulègna mentre mimavano il gesto della pera nell’avambraccio con Reed che gli concedeva un’ oretta senza bis da un pessimo P.A. Il fatto che  Reed li avrebbe probabilmente presi volentieri a manganellate non toglie nulla alla bazza, molti grandi artisti hanno pessimi fans e viceversa, bisogna farci il callo (vecchi fans probabilmente spiazzati dal fantasmagorico titolo di un articolo di oggi della Gazzetta Di Modena: ‘Addio a Lou Reed, il rocker che amava il balsamico’. Ops! Pensavamo amasse ben altro…)

Poi mi ricordo i primi ‘intellettualini’ che suonavano nei complessini della prima ‘new waveina’  provinciale tricolore, tutti vestiti di nero, spesso affetti da nanismo, con vocine stridule e Dr. Martens pagate dalla nonna, pettinati come quello dei Chiur o dei Siussi Andebanshi i quali, alla classica domanda adolescent-imbezèl ‘che genere fate?’ avevano già imparato benissimo la lezione e rispondevano ‘Ci ispiriamo ai Velvet Underground’. Bum! Imparai ben presto a chinare il capo in segno di rispetto a chiunque affermasse di ispirarsi ai Velvet Underground. Non li avevo mai sentiti, ma si capiva che era meglio inginocchiarsi (e magari è per quello che mi misi ad ascoltare vaccate tipo la Marshall Tucker Band. A volte si hanno reazioni scomposte e si combinano stupidaggini solo per differenziarsi…). Nella prima band in cui ebbi la fortuna di militare a 14 anni, il maschio-alfa leader (oggi uno stimato satanista professionista) mi costringeva ad eseguire Real Good Time Together di Lou come primo brano live, per poi passare ad una di quelle set lists scombinate da complessino che prevedeva Sweet Jane, Chicago di CSN&Y e La Musica Ribelle di Finardi.

Insomma, ho dovuto aspettare che questa allure loureediana del cappero passasse e si esaurisse (si lo so, sono un debole, ma il livello medio dei fans di un artista mi condiziona l’ascolto) per sgombrare la testa e apprezzare il vecchio L.R. L’epiphany scattò con New York, disco gigantesco, disco intellettuale, disco inesauribile, disco dal quale, volendo avventurarsi, partono mille rivoli che ti portano ad altri mille dischi, mille libri, mille film, insomma: mille e ancora mille di tutto quel cazzo che vuoi.

Adesso che Lou è morto, per noi quasi-fans bisognosi di ripasso la palla torna al centro e sarà fantastico andarsi a riscoprire o a scoprire ex novo quali piacevolezze si nascondono nella corpulenta discografia del nostro (sperando che qualcuno  rimetta a nuovo certi dischi che soffrono di edizioni criminali in cd). Lo so, sta sul cazzo a molti, aspettare che uno crepi per tesserne le lodi, ma è quasi inevitabile nel pop-rock, che si nutre di leggenda più che di contemporaneità.

Viva Lou Reed quindi, e viva tutte le gemme che non conosco ma che so che ci sono in quello che è il suo lascito artistico.

We’re gonna have a real good time together.

Stefano Piccagliani ©2013

AOR con le Heart in copertina ed un tuffo nel passato…di BEPPE RIVA

29 Ott

Il maestro BEPPE RIVA ci onora con un paio di considerazioni sull’AOR…è sempre un gran piacere leggerlo.

Quando ho visto sul Blog la recensione di AOR, rivista d’incerta periodicità nata da una costola di Classic Rock (UK), ho deciso che sarei andato a S.Siro con la mia T-Shirt delle Heart…Ha portato bene; la Beneamata è almeno tornata alla vittoria, ed il presidente juventino del Verona, che sulla Gazzetta aveva dichiarato di venire a Milano senza complessi di inferiorità, deve solo ringraziare la mira lacunosa dei nerazzurri e le solite amnesie difensive, altrimenti sarebbe tornato all’Arena con una batosta ultra-heavy sulla gobba.

Heart Tshirt

Torniamo in tema: ah, l’AOR, momento musicale topico di quei “difficili” anni ’80 – come li chiama ogni tanto Tim – ma che paragonati a quel che succederà dopo, specie dal 2000 in poi, restano a mio avviso un decennio memorabile nella purtroppo discendente parabola del rock.

Il n.9 di AOR può fregiarsi di un articolo di copertina sulle deliziose sorelle Wilson firmato da Derek Oliver, l’attuale boss della venerabile Rock Candy, etichetta consacrata alle ristampe del rock melodico d’epoca aurea. Tim, che è un caro ragazzo, mi rende l’onore di paragonarmi a lui, che resta il critico di settore più rinomato a livello mondiale, sia per la competenza a 360° su ogni reame hard rock, sia per la sua scrittura “flamboyant”. Eh si, perché se uno è un grande esperto ma non ha il dono della parola e non sa trasmettere le sue emozioni, ineluttabilmente non può essere un giornalista di qualità.

Rock Candy records

Comunque sia, accanto ad Oliver, prima su Sounds poi su Kerrang!, si erano imposti eccellenti commentatori di vicende musicali: Dave Reynolds, Howard Johnson, Paul Suter e lo stesso Geoff Barton (l’inventore del termine NWOBHM), tutti dotati di grande cultura R&R ed innamorati dell’AOR, il versante melodico “seta ed acciaio” del rock duro. Questo sottolinea l’importanza rivestita dall’AOR nella storia del suono anni ’80, confermata dalle vendite milionarie di Journey, Foreigner, Toto, Reo Speedwagon e loro immediati epigoni.

Foreigner  1978

Foreigner 1978

In Italia, le citate formazioni erano perennemente beffeggiate o ignorate dalla stampa che andava per la maggiore, ossia i new wavers di Rockerilla e del Mucchio, e dai depositari della “sapida” e seria tradizione rock dello stesso Mucchio e del Buscadero.  All’epoca ero un tipetto impertinente che dopo aver vissuto lontane ere giovanili come strenuo seguace di heavy e progressive, ero cresciuto in maniera anomala, perdendo la  testa per bizzarre formazioni americane di hard rock “eretico”, dalle spiccate attitudini melodiche: Angel, Starz, Legs Diamond e un’infinita serie di cosiddetti minori. Di questi signori molto attenti al loro look (mai vista una criniera leonina come quella di Gregg Giuffria…) scrissi su Rockerilla nel 1979, quando erano giudicati universalmente “superati” ed ancora non esisteva Kerrang!

Nonostante tutto, il creatore della rivista di Cairo Montenotte ed autentico valorizzatore della new wave in Italia, Beppe Badino, mi lasciava letteralmente fare quello che volevo. Ricordo che mi telefonò dopo un mia entusiastica recensione di “Nine Lives” dei Reo Speedwagon (recentemente ristampato da Rock Candy) dicendomi: “Io non ci credo che ti piace quella roba”. Però la pubblicò subito. Inoltre si seccò mica male quando quasi stroncai, ebbene si, “In Through The Out Door”… La rubrica Hard & Heavy rischiò in seguito di  diventare una mina vagante contro l’egemonia del “nuovo rock” su Rockerilla; ad un certo punto passai alla corte romana di Trumpets & Bassoli su Metal Shock, ma credo che un po’ Badino fosse dispiaciuto: lo ringrazierò sempre per la sua apertura mentale, eredità dei sixties “lisergici” di cui era grande cultore.

Anche su Metal Shock continuai la mia personale crociata  a favore dell’AOR, raccogliendo vagonate di ironie (o più prosaicamente di m….) quando avrei fatto più opportunistica  figura, limitandomi ad incensare Iron Maiden, Manowar o Metallica, impegno comunque puntualmente assolto.

Memore di una sarcastica canzone del suo Dio Zappa verso il  fighetto degli Angel, Punky Meadows,  Trombetti ovviamente non mi risparmiava la sua vena  diciamo cosi, umoristica…Infatti apparve su MS una caricatura del sottoscritto, più brutto del peccato, con una serie di posters degli Angel appesi alle pareti.

Avviandomi alla fine di questo sproloquio, ricordo però  che a dispetto di tutti, inaugurai all’interno della rivista metallica una nuova rubrica, AOR HEAVEN!

OK, ho fra le mani il n.77/78 di Metal Shock, settembre 1990, in copertina Steven Tyler con una “pompa” del carburante in mano…Nella rubrica Shock Mail – la posta dei lettori – c’è una lettera intitolata ad “AOR Heaven”, che dice: “Qualche mese fa ho avuto la folgorazione! Amore intenso e struggente a prima vista! Non esagero: nelle pagine di MS ho scoperto la gioia, l’essenza del mio genere musicale preferito, di cui ignoravo  addirittura l’esistenza in precedenza! Parlo di Sua Maestà l’AOR. Vi devo esprimere la mia riconoscenza per avermi introdotto…Ciò che conta è la novità sconvolgente che ha mutato il corso della mia vita…” Firmato: Serafino Perugino  (Napoli).

frontiers records

Presumo di non sbagliare credendo che il personaggio  in questione, che “ha cambiato il corso della sua vita”, sia l’attuale Presidente della più rinomata label di rock melodico a livello internazionale, FRONTIERS, che è riuscito nel sogno di avere nella sua scuderia Journey, Toto, oltre a Whitesnake e decine d’altri. Poco importa che il mercato sia impoverito e quant’altro, per i cultori dell’AOR la Frontiers resta una benedizione divina, giunta dalla stratosferica costellazione di Orion (The Hunter).

Sull’onda di tutte queste memorie, quando esce un nuovo numero di AOR, riesco infantilmente ad emozionarmi: rimango legato ai miei idoli di quel genere spesso boicottato, per mia passione e nessun altro interesse. Ed AOR è forse l’unica rivista contemporanea dove in copertina possono andare le Heart, icone inossidabili del contributo femminile al rock’n’roll, quelle stesse Heart che come tutti voi zeppeliniani ben sapete, hanno fatto commuovere Robert Plant rifacendo “Stairway To Heaven”…Ma ben più lontano dai riflettori della notorietà, solo su AOR si legge un articolo sul misterioso cult-hero Reggie Knighton, “finito” fra gli alieni, o può venir adeguatamente celebrato il ritorno degli Arc Angel di Jeff Cannata.

Per concludere, vorrei dedicare questo mio intervento ai ragazzi che mi hanno intitolato uno spazio su Facebook, spesso frequentato da AOR fans, ed anche a Tim Tirelli, se non gli spiace. Se nessuno ricorda piccole storie del passato, queste vengono inevitabilmente cancellate, pertanto ringrazio chi non ha dimenticato qualcosa che scrissi spinto da sincero entusiasmo.

Beppe Riva © 2013

Una recente foto di BEPPE RIVA (il primo a dx), insieme a STEVE SILVESTER (in centro) e STEVEN RICH.

Una recente foto di BEPPE RIVA (il primo a dx), insieme a STEVE SILVESTER (in centro) e STEVEN RICH.