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Addio a LOU REED di Marco Priulla

28 Ott

Ieri ero perso in una delle mie domeniche problematiche, non avevo tempo per internet, sky, e cose del genere. Verso sera ricevo un sms di Picca che mi informa della dipartita di LOU REED, in allegato un bella foto di lui vecchio con i ray ban. Io comunque non mi sorprendo più, gli artisti che abbiamo seguito ed amato oramai sono tutti sulla settantina, e tutti alle spalle hanno una vita a dir poco dissoluta, logico che s ne vadano con sempre maggior frequenza. Da ieri sera è tutto un proliferare sui social network e sui quotidiani online di tributi, articoli, post e di “ciao Lou”…d’improvviso tutti amano LOU REED e poi…quei “ciao” usati per salutare qualcuno che se ne va non mi sono mai piaciuti. Per fortuna su facebook  incappo in una considerazione (che tovate qui sotto) del mio amico Marco Priulla, finalmente scevra di isterismi e romanticume da strapazzo, considerazione molto simile a quella che avrei fatto io. Il mio LOU REED è quello del 1972/75..LOU REED, TRASFORMER, BERLIN, SALLY CAN’T DANCE, CONEY ISLAND BABY ma soprattutto quello di ROCK AND ROLL ANIMAL. Si potrà obiettare, come giustamente fece Picca tempo fa, che è un disco della band più che di LOU, lo so ma mi riconosco in toto nel frutto di quell’unione: rock and roll universale, patrimonio dell’umanità.  Il pezzo scelto da Marco è meno banale di quel che si possa pensare e comunque rimane (intro compresa) un brano imprescindibile: rock at its best. Addio LOU.

Lou reed giovane

Quanti Lou Reed ci sono stati!
Quello dei Velvet Underground, quello di Transformer, quello di Berlin, quello di Sally Can’t Dance, quello di Metal Machine Music, quello del disco coi Metallica…ora violento ora delicato, vizioso e pentito, minimalista e menefreghista, ammiccante e romantico.
Spesso, coraggioso.
Il mio rapporto con la sua musica è dei più controversi, certe cose mi irritano, altre mi sembrano sopravvalutate, certe altre mi sembrano più fortuna dipinta di nero che sangue lasciato sulla strada.
Altre, invece, le trovo irresistibili, sognanti, nel bene e nel male, dolci, anche nel rumore, nella morbosità, in quel senso di disfacimento, di lacerazione che si avverte nella sua musica.
Liricamente, il suo è stato vero decadentismo urbano, l’estetica del brutto elevata a comandamento rock.

Sono atterrito, anche se non è mai stato tra le mie prime preferenze.
Se ne va una colonna del rock, che piaccia o meno; un padre, anche di tanta musica che non mi piace o non mi appartiene, ma pur sempre un padre, riconosciuto, nonostante tutto.

Questo è il MIO Lou Reed: nessuna sorpresa.
Quello più fragoroso e compatto, quello più “animale” da palcoscenico, più rockstar, ambiguo e scintillante, col suo accattivante heavy rock che esplode assieme alle glorie di Steve Hunter e Dick Wagner.
Il Lou Reed di “Rock’n’Roll Animal”, uno dei tanti, quello mio.

Addio Lou, il rock è più solo, ancora una volta.

(Marco Priulla)

Lou-Reed vecchio

GOBLIN live a Detroit 12 ottobre 2013 di Paolo Barone

15 Ott

Qualche giorno fa, ero da poco tornato a Detroit, e’ venuto a trovarmi un mio caro amico uno dei pochi veri che ho da queste parti. Dopo un po’ che parliamo mi dice, “Ehi lo sai che la band italiana Goblin suonera’ qui a Pontiac il 12…Io vado, se vuoi andiamo insieme..“.Non ci potevo credere, i Goblin di Roma in tour da queste parti??? Certo che ci sarei andato, fosse solo per la curiosita’ di un evento cosi strano.

Cosi, il giorno dopo mi sono messo in rete a cercare informazioni su questa cosa. Scopro che si, sono in tour con i tre membri fondatori originali Simonetti, Guarini e Morante, e che suoneranno alla Crofoot Ballroom a Pontiac, una bel locale rock molto noto in zona. Non solo, ma essendo questo il loro primo tour in assoluto negli States, il concerto e’ considerato un evento, si consiglia di prendere i biglietti (25 dollari) in prevendita e volendo e’ disponibile anche un pacchetto speciale a 70 dollari con poster autografato del concerto, accesso al soundcheck e qualche minuto con la band. Cose da pazzi. Prendo il mio da venticinque, e mi chiedo quanta gente andra’ a vedere questo show…Mah, misteri della musica….Intanto con il passare dei giorni scopro che molte persone di mia conoscenza conoscono i Goblin, probabilmente anche molto meglio di me, e che saranno al concerto, nonostante la stessa sera ci sara’ in citta’ anche Lee Renaldo dei Sonic Youth. Indago un po’, magari sono segretamente tutti fans del prog italiano, invece niente, non hanno idea di PFM, Banco e compagnia bella, mai sentiti nemmeno nominare. I Goblin invece si, altroche’! Come se non bastasse, il settimanale che si occupa di musica e spettacolo nell’area metropolitana di Detroit, Metrotimes, segnala il live della band romana come l’evento imperdibile della settimana, presentandoli come di gran lunga la band italiana piu’ famosa negli States, quasi al pari degli onnipresenti Lacuna Coil.

Goblin vintage

Goblin vintage

Finalmente arriva la sera del concerto e io e i miei amici andiamo a Pontiac, praticamente un quartiere nella zona nord di Detroit metro. La serata e’ stranamente molto calda, sembra ancora estate, e’ sabato sera e le strade sono piene di gente. Troviamo a malapena un parcheggio, strano perche’ da queste parti ci sono piu posti auto che abitanti, e ci infiliamo dentro la Crofoot Ballroom. Rimango subito stupito: La sala e’ strapiena! Tantissima gente di ogni eta’ e tipo, ma con una netta maggioranza di magliette e abbigliamento metal. La band di supporto ha appena finito di suonare, l’atmosfera e’ carica di energia, sono tutti su di giri. Come si possa conciliare tutto questo con i lunghi e lenti brani strumentali delle colonne sonore dei Goblin, per me e’ un mistero, ma ormai mi comincio ad abituare alle sorprese. C’e’ un banco con magliette 25 dollars, poster numerati 50 dollars, vinili, cd, dvd, e poster alternativi. Tutto molto bello, vinili e magliette vengono venduti a ritmo continuo, io come sempre resisto per pentirmene il giorno dopo. Ma in fin dei conti non sono mai stato un fan di questa band. Da piccolo la loro musica, perlomeno quei due pezzi che conosciamo tutti, mi spaventava da morire e i film di Dario Argento mi attraevano tantissimo ma non li potevo proprio vedere, pena mesi di incubi e notti in bianco. Poi per una serie di circostanze ho avuto modo di conoscere Dario, la ex moglie e attrice di alcuni film Daria Nicolodi, e sua figlia Asia e’ una mia carissima amica, con la quale spesso trascorro serate intere a condividere le nostre insane passioni musicali. Ma i film rimangono per me un tabu’, anche oggi non riesco a guardarli. Pero’ mi rendo conto che sono parte della mia storia, della cultura collettiva del nostro paese. Sono parte di noi, lo e’ la colonna sonora di Profondo Rosso cosi come la musica di Ennio Morricone, i film di Toto’ e i sogni di Fellini. Ma cosa c’entra tutto questo con gli americani, con tutta questa gente che e’ venuta qui stasera? Mi ritrovo perso in queste ed altre mie cosmiche riflessioni quando si spengono le luci e sul palco arriva una ballerina che inizia a danzare nel cono di un riflettore rosso porpora. Arrivano i Goblin, attaccano a suonare ed e’ un ovazione.

Goblin in Detroit 12 ottobre 2013 - foto di Paolo Barone

Goblin in Detroit 12 ottobre 2013 – foto di Paolo Barone

Il loro approccio live e’ molto rock, niente brani lenti, l’audio in sala e’ di una qualita’ e potenza strabilianti, come e’ normale da queste parti, e ti senti fisicamente investito dall’onda sonora che e’ un piacere. Il pubblico conosce tutti i pezzi, io qualcuno, durante i brani legati alle colonne sonore proiettano su un grande schermo dietro il palco montaggi dei film in questione. l’effetto e’ molto suggestivo e altrettanto sanguinolento…L’atmosfera pero’ non ha proprio nulla di inquietante o misterioso, anzi, direi che e’ proprio gioiosa. Loro a sessanta e passa anni di eta’ sono al loro primo tour americano, e l’entusiasmo e’ talmente palese da essere quasi imbarazzante. Specialmente il chitarrista, sembra una versione prog di Maurizio Solieri, con tutto il contorno poprock cafone che mi fa venire i brividi, non proprio di paura…Ma il pubblico in sala apprezza e ricambia, mentre io, forse unico Italiano in sala, un po’ arrossisco….Per non dire di quando Simonetti, prima del bis, attacca Jump dei Van Halen con la tastiera…Mah!

Goblin  - Claudio Simonetti  - foto di Paolo Barone

Goblin – Claudio Simonetti – foto di Paolo Barone

Vabbe,’ lasciamo perdere… Qualche caduta di stile, dettata forse dal troppo entusiasmo,e’ in questo contesto inevitabile. Ma pensiamo al resto del concerto…Che e’ stato molto intenso, una cavalcata dark prog veramente notevole, al punto che anche i miei amici che sono soliti frequentare tutt’altre sonorita’, alla fine si spellavano le mani. Per non dire il resto del pubblico, totalmente in delirio con tanto di ripetute invasioni di palco! Il finale e’ veramente impressionante, Suspiria, Dawn of the Dead, Profondo Rosso, Phenomena, Zaratozom si abbattono su di noi una dopo l’altra, mentre sullo schermo e’ un orgia di sangue e paura.

Loro parlano in Inglese con il pubblico, ringraziano per aver avuto 45 anni di pazienza prima di un tour da queste parti, scherzano palesemente emozionati e felici, scattano foto fra di loro e alla gente che balla e spinge sotto il palco. Alla fine, dopo quasi due ore, se ne vanno con il locale invaso di luce rossa, mentre il pubblico li chiama uno ad uno per nome, specialmente Claudio Simonetti.

Goblin - Detroit 12 ottobre 2013

Goblin – Detroit 12 ottobre 2013

Io torno a casa con le orecchie che ronzano, il suono delle tastiere ficcato in testa, e la sensazione di aver visto un concerto speciale, al di la’ della musica, uno di quelli che ricordero’ negli anni. Sono sempre piu’ convinto che il contributo piu’ importante dato dal nostro paese alla cultura poprock sia nelle colonne sonore e nei film. Questo tour trionfale dei Goblin negli Stati Uniti rende questa cosa secondo me ancora piu’ palese. Direi che ne possiamo, per una volta, essere contenti.

Paolo Barone©2013

BLACK CROWES – TORNADO OF SOULS (SINGING) ALL’ALCATRAZ (Milano luglio 2013) – di Lorenzo Stefani

27 Set

Lorenzo Stefani ci racconta le sue impressioni del concerto di quest’estate a Milano dei suoi (e nostri) prediletti BLACK CROWES.

Di solito vado a vedere uno-due concerti all’anno, quindi cerco di scegliere qualcosa che mi dia motivazione: il programma dei concerti dell’estate 2013 mi lasciava un po’ perplesso, nulla che mi spingesse  davvero a sobbarcarmi il costo e la fatica di subappaltare la gestione delle figlie e trascinare Laura (mia moglie) a vedere qualcuno che lei a malapena sconosce… sino a che mi sono reso conto che il cartellone dei “10 Giorni Suonati” di Vigevano includeva i Black Crowes.

Seguo questo gruppo di Atlanta da tanti anni, via via ho comprato la maggior parte dei loro album e la qualità del loro suono, la continuità e la coerenza della loro produzione mi hanno sempre appassionato ed – a tratti – entusiasmato.

Che io  ricordi è stato uno dei primi gruppi che, oltre a rispolverare sonorità del tutto seventies, hanno anche ritirato fuori tutti gli strumenti, l’abbigliamento e le movenze dell’epoca d’oro del rock. Però non in modo furbesco o artificioso, davano proprio l’impressione di crederci a fondo, di essere completamente calati nel loro ruolo di messaggeri del rock vintage, fuori dal tempo e dalle mode del momento, che è poi quello vero e che piace a me.

Black Crowes SF 1991  - photo by Clayton Call

Black Crowes SF 1991 – photo by Clayton Call

A quell’epoca, non si capisce bene perché, vennero imbarcati nel caravanserraglio del Monsters of Rock e passarono pure da Modena insieme a Metallica e AC/DC; non li andai a vedere principalmente perché il biglietto costava troppo  per le mie tasche, qualche amico che aveva partecipato al montaggio dell’immane palco ed aveva seguito il soundcheck raccontò che il tastierista puzzava di alcool lontano un miglio, ma comunque avevano ben poco a che spartire con le star del metal in cartellone (“In molti, e non ultimi tanti sapientoni della stampa specializzata, cascano nel tranello di considerarli i nuovi esponenti di una corrente metallara, confondendoli con roba come Scorpions o, peggio, Europe. Loro, fricchettoni fino al midollo, non battono ciglio e quando nel 1991 vengono invitati al festival Monsters of rock accanto a Metallica e Pantera sembrano prendere tutti per i fondelli con una strepitosa versione di Rainy day women 12&35 di Bob Dylan intrisa di boogie. Le radici della band sono altrove, sembrano dire” – Gabriele Gatto http://www.rootshighway.it/folklore/crowes_mono.htm; RAINY DAY WOMEN 12&35: http://www.youtube.com/watch?v=Je2tnlOlW_Q).

La location originaria per il mio concerto dell’estate 2013 era il Castello di Vigevano, tutti mi avevano detto che è un gran posto, ma scomodo da raggiungere e funestato da zanzare. Poi però tutta la manifestazione è stata ripensata ed i vari concerti ridistribuiti in diversi locali, pare per ridurre I costi di organizzazione dovuti alla necessità di montare, smontare o adattare freneticamente il palco del Castello, o qualche esigenza di questo genere.

Sta di fatto che ero un po’ preoccupato all’idea di infilarmi dentro l’Alcatraz all’inizio di luglio, temevo una sauna disgustosa e mi sembrava un peccato non poter vivere l’evento all’aperto e in una cornice suggestiva come da programma iniziale. Ma me ne sono fatto una ragione, ho preso un letto gonfiabile per la baby sitter – per consentirle di rimanere a casa con la prole – ho detto e ridetto a Laura di essere puntuale per poter partire alle 18 al più tardi perché non volevo perdere neppure una nota, e mi sono fiondato a Milano. Questa faccenda della tensione sulla fase iniziale del concerto merita un mimima spiegazione: un po’ come quando si va al cinema e si perde l’inizio del film, mi dà un fastidio tremendo perdere la parte iniziale dello show, fosse solo una canzone. Un evento  rock è qualcosa di coeso, con una sua logica ed un suo mood che cogli bene se sei lì prima che la magia cominci a fluire dal palco. Agli ultimi due concerti prima di quello del Corvi Neri mi era capitato esattamente così (ossia di perdere la prima canzone), quindi ero un po’ agitato perché temevo la regola del non c’é due senza tre.

Arriviamo invece all’Alcatraz alle 20:15, c’é l’aria condizionata, si sta benissimo: tempo di prendere una birretta a stomaco vuoto (mai riuscito a cenare prima di un concerto), di dare un’occhiata al palco, molto semplice, e le luci si abbassano, il pubblico è numeroso, molto attento e carico, salgono gli applausi e parte la batteria: un battito secco e inconfondibile, è JEALOUS AGAIN, il primo grande successo.

Ed eccoli, tutti i Corvacci schierati: Chris Robinson, leader carismatico indiscusso, a piedi nudi, figura sciamanica fuori del tempo, assomiglia un po’ al Gesù di Nazareth di Zeffirelli. La sua voce mi sembrava un po’ da cornacchia, le prime volte che la ascoltavo, mi dava fastidio ma insieme mi piaceva (un po’ le sensazioni che Page dice tuttora di provare quando canta Plant, fatte tutte le debite differenze). Ora mi piace e basta, nel tempo si è evoluta mantenendo grande estensione e potenza intatte ma guadagnando calore ed espressività.  Il modo di muoversi di Chris, che sembra trasportato da una danza magica, in trance, ha portato qualcuno a parlare, con immagine che trovo azzeccata, di “movenze da spettatore di un festival degli anni ’60” (Paolo Panzeri/Gianni Sibilla, in http://www.rockol.it/news-514689/concerti-black-crowes-recensione-live-milano).

Chris Robinson

Chris Robinson

Il fratello, Rich Robinson è un po’ appesantito, coi capelli raccolti ricorda vagamente Russel Crowe. Concentrato, impeccabile, ma di una serietà eccessiva, mai un mezzo sorriso durante l’intero arco del concerto: al limite della scontrosità, mi ha ricordato un po’ Blackmore (ma è sempre stato così fin dagli anni ’80: tutto concentrato sul suo strumento, non concede nulla allo spettacolo). Nel corso del concerto sfoggia, tra l’altro, oltre ad una Fender Telecaster, una bella chitarra con finitura madreperlacea, non sono un intenditore ma da quanto ho visto su http://www.vintageguitar.com/3449/rich-robinson potrebbe trattarsi di una James Trussart Steelphonic.  Comunque non deve essere un tipino facile da suonarci insieme e ancor meno da dividerci i guadagni: probabilmente è per il suo carattere ombroso che i due fratelli sono arrivati allo scioglimento del gruppo, qualche anno fa, anche se ora sono ripartiti con bello slancio.

Rich Robinson

Rich Robinson

Sezione ritmica: alla batteria c’é (e più o meno c’é sempre stato, a parte un intervallo dal 2001 al 2005) Mr. Steve Gorman:  suona con una Ludwig minimalista, Bonzowise (il filo sottile che collega Crowes e Zeppelin esiste anche negli strumenti, basta cercarlo). Gesticola poco, si limita all’essenziale e rifugge dal gesto “atletico”. Per intenderci, molto diverso dall’enfasi di certi drummer come – che so – Tommy Aldridge. Al basso si presenta Sven Pipien, con un phisique du role da perfetto rocker anni ‘70, un fossile vivente ed in ottime condizioni di conservazione (per quanto ne posso capire, mi sembra faccia il suo lavoro brillantemente).

Steve Gorman

Steve Gorman

La novità è il secondo chitarrista, Jackie Green: è giovane, con gli occhi a mandorla ed uno strano panama bianco, anche lui serio e compreso nel suo ruolo. Rispetto a Rich Robinson suona più aggressivo, più rock ma con meno “anima”: la differenza si sente piuttosto bene nel corso “duello” chitarristico durante la chilometrica WISER TIME, in cui i due si sfidano a suon di assoli. Mentre Green snocciola note su note come una mitragliatrice, Robinson sembra più preoccupato di cavar fuori suoni dal sentore psichedelico, ed assolutamente non preoccupato di mantenere il passo di Green in termini di velocità pura. Strumentazione: una Gibson SG blu, varie Gibson Les Paul ed altro, compreso un mandolino.

Sven Pipien & Jackie Green

Sven Pipien & Jackie Green

Buon ultimo, Adam Macdougall alle tastiere: molto presente con i suoi suoni – come deve essere nella musica dei Black Crowes spesso accompagnata da Hammond vintage o pianoforte – ma di bassa statura e sepolto dietro una barricata di tastiere, semi invisibile durante tutto il concerto.

Purtroppo niente coriste; d’accordo che i musicisti sono già sei sul palco, ma le coriste hanno sempre aggiunto qualcosa di lussurioso e circense al southern rock dei nostri e un po’ mi mancano. Mi andrebbero benissimo le due donnone sovrappeso che li hanno accompagnati in questa strepitosa Soul Singing eseguita nel 2001 al David Letterman Show (http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=tv5NRHOGrrU#at=120), ma niente da fare.

Progressivamente mi avvicino al palco, e mi trovo di fianco la sagoma imponente e tutto sommato  familiare di Antonio “Rigo” Righetti, ex bassista di Ligabue, che incontro spesso in Piazza Matteotti a Modena al sabato mattina mentre accompagnamo la rispettiva prole alla giostra o a zampettare in bicicletta. Sto per dirgli qualcosa ma, come misteriosamente era apparso in mezzo alla folla, altrettato velocemente sparisce, Me lo sarò sognato. Misteri southern rock.

Il suono delle tastiere da sotto il palco è un po’ fastidioso a causa dell’acustica del locale non eccellente, ma il wall of sound è comunque imponente e travolge il pubblico: la scaletta è ben calibrata, un torrente di eletticità con brevi intervalli acustici, tra cui SHE TALKS TO ANGELS (vedi più avanti la set list interattiva).

In breve: 16 canzoni praticamente senza interruzione, senza respiro, con pochissime parole (quasi nulla) tra una e l’altra: grande professionalità, ma ti aspetteresti di più, come dire…capisci che il gruppo avrebbe nelle corde (vocali e delle chitarre) le 3 ore e passa di concerto di uno Springsteen o degli Zep del’epoca d’oro… la gente se li starebbe ad ascoltare più che volentieri. Pare sia accaduto in altre occasioni, ma non in Italia. Qui lo show era stato enfaticamente presentato come “due ore di rock” e due ore di rock sono state, esattamente dalle 20:30 alle 22:30, ma non un minuto di più.

All’uscita mi sento molto appagato e al banchetto del merchandising acciuffo una maglietta da 15 euro, in bianco e nero, che porto poi intensamente e con orgoglio tutta l’estate, con il risultato che ora si sarà accorciata di 10 centimetri e tra poco andrò in giro come Cristina Aguilera, ossia con la panza (pelosa, nel mio caso) al vento.

Cenetta finale rilassante in ristorantino di quinta (come si dice a Bologna) vicino all’Alcatraz, con inquietanti foto di Formigoni e Tettamanzi ritratti insieme ai titolari, disseminate dappertutto sulle pareti con evidente orgoglio. Formigoni è uno che non si tratta male quanto a ristoranti ma deve essere capitato lì per caso, non è un posto da lui: il mio palato non può comunque valutare con obiettività, data la fame da lupo e lo spirito incline a considerare tutto buono e bello (beh, non quelle foto) grazie alle good vibrations dispensate a piene mani dai corvacci.

BC promo 1990

Al netto di tutto quanto: una delle migliori band in attività, uno dei più esaltanti spettacoli live in circolazione, no doubt. Perché mi piacciono tanto? Probabilmente perché rappresentano il sogno di tutti noi: essere in tutto e per tutto una rockstar anni ’70 vivendo nell’epoca presente, e miracolosamente essere ancora sulla quarantina. E poi è uno di quei gruppi che, se li vedi dal vivo, ti scatta una voglia matta di essere sul palco con loro, tanto sono fluide e naturali le note che escono dai loro strumenti. Ecco, è proprio una band che dà l’impressione di poter suonare (bene) sott’acqua, a testa in giù e magari incatenata, come il mago Houdini.  Deve essere più o meno quello che ha pensato il buon Page quando, scuotendosi di dosso la polvere del suo esilio (dorato), nel 1999 ha voluto calcare di nuovo il palcoscenico ed ha scelto proprio loro, non a caso.

Jimmy Page & Black Crowes

Jimmy Page & Black Crowes

Ho un ricordo personale a questo proposito: per l’appunto nel 2000, in un gigantesco salone dell’aeroporto di Milano Malpensa, mentre aspetto un volo per Chicago, immerso in una folla immensa, all’improvviso avvisto una chioma bionda che riconoscerei tra un milione. Ben più alto della media, con un camicione rosso bordeaux di foggia vagamente indiana, spinge un carrello strapieno di valigie come un qualunque turista un po’ fricchettone, ma è Sua Maestà Mr. Plant in persona, di ritorno dal Pistoia Blues.

Non ci penso due volte, lo saluto, gli dico che l’ho visto due anni prima nel tour Plant-Page (e che mi sono piaciute le canzoni più vecchie, in particolare, BABE, I’M GONNA LEAVE YOU), ed infine – prima di strappargli un autografo in formato A4 che tuttora custodisco in una teca ad umidità controllata – me ne esco con la domanda più ovvia e più idiota che poteva venirmi in mente: “Where’s Jimmy?”. La risposta è secca, chiaramente scocciata e al tempo stesso precisa: “He’s in the States with the Crowes”.

Ripensandoci ora, dopo aver visto l’ultima, efficacissima formazione dei Black Crowes dal vivo ed aver provato quell’irrestitibile voglia di essere sul palco insieme ad un gruppo che suona con la stessa naturalezza con cui i comuni morali respirano, penso che il buon Percy volesse dire, in pratica: “È in America. A spassarsela coi Corvacci. Beato lui”.

Ma un’esclamazione in modenese renderebbe ancora meglio il tono e l’epressione facciale che accompagnarono la storica frase. Più che “Beato lui”, i suoi occhi dicevano: “Ch’a-g végna n’azideint!”, ossia  che gli venga un accidente (a Page che si divertiva alla facciaccia sua) o, forse più probabilmente, “Cat végna n’azideint”, rivolto al molesto fan italiano intento a fargli domande inopportune.

SETLIST INTERATTIVA

(quando non c’erano filmati di Milano disponibili, ho racimolato materiale alternativo privilegiando ovviamente quello tratto dall’ultimo tour

Jealous Again

Su Youtube sembra che nessuno si sia filata questa canzone, la sera di Milano. Rimedio con quella suonata a Memphis http://www.youtube.com/watch?v=xm6n7PbOFLI in maggio e soprattutto con quella di Londra, ripresa professionalmente tre giorni prima dell’esibizione all’Alcatraz (http://www.youtube.com/watch?v=-ABFGfRIrFg).

A Pistoia Blues, il 4 luglio, il brano di apertura è stato STING ME, il suo grande riff mi è mancato un po’ (http://www.youtube.com/watch?v=iSXiCbnZqOs – altra grande rendition del 1992: http://www.youtube.com/watch?v=bawY3kgOdbI).

Thick N’ Thin

Purtroppo nessuno pare aver filmato questa song a Milano: rimedio con questo breve estratto dall’esibizione del 21 giugno 2013 a Bruxelles http://www.youtube.com/watch?v=JI4XUhbODi8

Hotel Illness

Grande armonica, cantato vigoroso (qui siamo a Chicago, 17 aprile 2013: http://www.youtube.com/watch?v=IAOC3IR5ypE)

Black Moon Creeping

http://www.youtube.com/watch?v=IfYohpNao6I

Bad Luck Blue Eyes Goodbye

Amsterdam, 19 giugno 2013: http://www.youtube.com/watch?v=IfYohpNao6I

Medicated Goo (Traffic cover)

Jones Beach, Wantagh NY, 10 agosto 2013: http://www.youtube.com/watch?v=xCIGOvQy1hw

Soul Singing

Qui a Bottle Rock, Napa, CA, 9 maggio 2013: http://www.youtube.com/watch?v=MboJH-JqxG4

Wiser Time

16 minuti e passa a suon di duelli di chitarre e altre amenità: http://www.youtube.com/watch?v=bLJD8mAfLj8

She Talks to Angels

http://www.youtube.com/watch?v=wCIs52LGhWY   http://www.youtube.com/watch?v=24mbAqowHO4

Pistoia, 4 luglio (qualità migliore, molto godibile): http://www.youtube.com/watch?v=B_zFY_6Gx4o

Whoa Mule

Intermezzo acustico, da WARPAINT (2008): il batterista afferra un bongo e “fa cantare le sue mani”, come direbbe Franz di Cioccio. Anche qui per rendere l’idea di cosa ho visto e sentito mi vedo costretto a pescare da una recente esibizione del medesimo tour: Amsterdam, 20 giugno http://www.youtube.com/watch?feature=endscreen&NR=1&v=bJ11bYvUUh0

Thorn in My Pride

http://www.youtube.com/watch?v=PUI5aYzQLeA (voce strepitosa)

Remedy

Una delle mie canzoni preferite, potente e grintosa, le casse sembrano esplodere tanto sono piene zeppe di suono chitarroso: http://www.youtube.com/watch?v=jTBvF6VabzU

Eccola in versione ancora più sciamancica, in black & white, suonata il 30 luglio negli States:  http://www.youtube.com/watch?v=06tH3LGcEoA#t=21 )

Hard to Handle (Otis Redding cover)

Pistoia, 4 luglio (inclusa “Hush”): http://www.youtube.com/watch?v=f6304fQ9hqg

Parigi, 27 giugno (inclusa “Hush”): http://www.youtube.com/watch?v=n0OsRufYLEc

Hush (Billy Joe Royal cover)

Pistoia, 4 luglio: http://www.youtube.com/watch?v=4BNnGhpnCsM

ENCORE:

No Expectations (The Rolling Stones cover)

http://www.youtube.com/watch?v=VIQcqnH4CgY

Per i miei gusti meglio Jumpin’ Jack Flash, suonata con grande impeto ed allegria pochi giorni prima, il 27 giugno, a Parigi:  http://www.youtube.com/watch?v=97mjxuLsd3Q (immagini e sound di alta qualità, con un tifo d’inferno da parte dei fans: chi ha detto che gli italiani sarebbero il pubblico più “caldo”?)

Movin’ On Down the Line

Una delle canzoni meno riuscite di WARPAINT (soprattutto nel ritornello), a mio personale avviso, e che pertanto avrei evitato di suonare in chiusura di concerto, se fossi stato nella testa della band (qui nella versione suonata a Westbury, NY, il 9 aprile 2009:  http://www.youtube.com/watch?v=OjIJ35qYC5Y; il video è nitidissimo, ottimo suono) . Peccato, perché WARPAINT è un grande disco ed ha segnato una delle tante rinascite del gruppo, se avessero suonato OH JOSEPHINE (http://www.youtube.com/watch?v=onjGCk_3jH0&NR=1&feature=endscreen) sarei stato molto più contento, ancora meglio se avessero fatto GOODBYE DAUGHTERS OF THE REVOLUTION (http://www.youtube.com/watch?v=cGRKkxoh_Q0).

A Pistoia, il 4 luglio, hanno suonato anche GOOD MORNING CAPTAIN che mi è sempre piaciuta, allegra e positiva (http://www.youtube.com/watch?v=VOOoZ5oRix0), e la travolgente TWICE AS HARD, con i suoi splendidi riffoni southern (http://www.youtube.com/watch?v=G7JgieGhlV4).

P.S.(1)

In rete si trovano commenti anche più entusiastici del mio; di seguito alcuni passaggi che mi fa piacere  condividere.

–        “Può un capannone industriale trasformato in discoteca, con travi e tubi di acciaio sul soffitto, sembrare un torrido locale californiano degli anni ’70? Può sembrarlo ed essere credibile seppur a migliaia di miglia dallo Stato dell’oro? La risposta è sì, se c’è la band giusta sul palco. E non c’è band più giusta dei Black Crowes” – (http://mobile.rockol.it/news-514689/concerti-black-crowes-recensione-live-milano – Paolo Panzeri/Gianni Sibilla).

–        “Qualcuno ha detto che il 1973 è stato l’ultimo grande anno del rock, poi basta. Gli anni in cui la musica rock sarebbe morta – the day that music died – sono moltissimi, grazie a Dio però risorge sempre. I Black Crowes come immagine (allampanati hippie dai lunghi capelli che sembrano usciti dalla foto di copertina del live “At Fillmore East” della Allman Brothers Band) e come proposta musicale sono probabilmente ibernati in quel 1973 reso celebre anche da uno dei più bei film sulla musica rock, “Almost famous/Quasi famosi”. Sono una anomalia spazio-musicale. D’altro canto il cantante Chris Robinson è stato anche sposato con l’attrice Kathe Hudson, la protagonista di quel film là. … Chris … è sempre di più una reincarnazione di uno sciamano che mette insieme James Brown e Mick Jagger per le movenze ma anche per quella capacità unica di evocare i sapori del profondo sud degli States, tra R&B, country soul e gospel … una versione spezzacuori di No Expectations, degli Stones del loro periodo migliore … Forse è un caso, ma stasera è il 3 luglio, giorno in cui si ricorda la morte di Brian Jones. Il modo come Chris Robinson la canta con partecipazione straboccante, i dolenti assolo di slide del fratello, tutto concorre a far pensare che a lui sia dedicata … I Corvi sono ancora il miglior spettacolo rock in circolazione. D’altro canto, loro stessi una volta si erano definiti The Most Rock ‘n’ Roll Rock ‘n’ Roll Band in the World. Avevano ragione. Lunga vita ai Corvi Neri” (http://www.ilsussidiario.net/mobile/Musica-e-concerti/2013/7/5/BLACK-CROWES-Il-concerto-di-Milano-The-Most-Rock-n-Roll-Rock-n-Roll-Band-in-the-World-/409063 – Paolo Vites).

–        “Ci sono band di cui ti innamori, ci sono suoni di cui non puoi fare a meno, ci sono atmosfere speciali che parlano alla tua anima. Un concerto dei Black Crowes racchiude un po’ tutto quello che desideri: il buon rock’ n’ roll, il blues, il soul, il romanticismo ed il divertimento … Il gruppo di Atlanta diverte e si diverte, dimostrando ancora una volta di essere una delle migliori live band in circolazione: il prelibato sound mutuato delle radici della musica americana, avvolge la serata in un sensibile clima di sincerità musicale, che parte dal delta del Missisipi ed arriva al rock contemporaneo … Ci sono concerti da ricordare, ci sono sensazioni che rievocherai per sempre, ci sono serate in cui la musica è magia. Ieri sera i Crows erano tutto questo” (http://www.onstageweb.com/recensione-concerto/black-crowes-milano-3-luglio-2013-recensioneThe Black Crowes a Milano, tutto quello che desideri in un solo concerto” – Claudio Morsenchio).

–        “Quelli del sud suonano meglio. Almeno nel rock. Se occorreva una riprova bisognava essere all’Alcatraz di Milano la sera del 3 luglio … quello che si è sentito all’Alcatraz non è cosa che capita di sentire e vedere tutti i giorni, non è la normale amministrazione del rock, anche di quello più famoso che riempie gli stadi o l’ultimo fenomeno del momento e magari bisognerà aspettare altri due o tre anni per assistere ad un concerto così tosto, impetuoso e bello, dove si vive una speciale euforia interiore che non capita sempre, perché una droga la si può comprare ma questa euforia che nasce dentro naturale non è facile provarla, non sempre è a disposizione di sensi e cuore. E’ capitato la sera del 3 luglio, il passato ed il presente che si fondono in una specie di santificazione laica del rock n’roll, dove canzoni che parlano di fratellanza, di pace, di salvazione, di umanità, cantate da un Chris Robinson che con le sue movenze dinoccolate e la sua voce spiritata delira come  un predicatore del soul e del sud, trovano accompagnamento in una band dal sound sporco, febbricitante, urgente ma anche estatico e a tratti visionario . C’è tutto quello che serve per andare in paradiso nella musica dei Black Crowes: le unghiate del British Blues, i riff degli Stones, la potenza dei Led Zeppelin, la sensualità del soul, il ritmo della musica di Memphis, il botta e risposta di due chitarristi favolosi, le jam degli Allman, l’acustica agreste del country-blues, le slide metalliche del Delta, i voli pindarici dei Dead, i sognanti paesaggi pastorali dei  Traffic all’esordio, l’ugola arsa di alcol e negritudine  del primo Rod Stewart, la gagliarda immediatezza dei Faces. Insomma, una enciclopedia del rock derivato dal blues … al posto di Luther Dickinson adesso è Jackie Green, rocker e songwriter californiano con qualche buon disco solista alle spalle, a far compagnia a Rich Robinson con le chitarre. La differenza è sostanziale, con Dickinson erano due chitarristi blues in azione, Dickinson dava una forte impronta roots al sound della band, con Jackie Green l’impasto è più equilibrato, il sound risente di un maggior tasso rocknrollistico, è tagliente, urgente, scavezzacollo, come se avessero messo un Keith Richards in formazione così da controbilanciare il tocco bluesy ed allmaniano della Gibson di Rich Robinson. Anche Green suona la Gibson ma la sua chitarra è sferzante, bruciante e cattiva e la si sente in tutta la sua efficacia quando regala un assolo da brividi, lungo e liberatorio in una incandescente versione di Wiser Time, la migliore mai sentita dal sottoscritto, l’inizio bucolico e “sospeso” con il piano di  Adam McDougall a fare da intro e poi via verso i saliscendi di una ballata ora morbida ora incalzante, che prende la via della jam, si incasina, si apre a tutta una serie di orizzonti, idilliaci prima e sulfurei poi e quando ritorna nelle amene colline della Georgia  mi fa venire in mente il “clima” di Brothers and Sisters degli Allman. E’ stato uno degli highlights di un concerto potente come pochi ma di una potenza lucida, perentoria, illuminante, dove le cantilene esasperanti della messianica voce di Chris Robinson, ripetute come una ipnosi gospel, ad un certo punto si inerpicavano in tesi, ossessivi e nervosi scatti di ritmo,  che come un elicoide si attorcigliavano attorno al refrain di base creando una specie di trance che immancabilmente portava il pubblico eight miles high. Micidiali, estasi e furia, un sound che viene giù dal palco con una compattezza unica, una potenza di fuoco che vede  Chris nel ruolo di sciamano, attorniato da due chitarristi che se la giocano e se la sparano come facevano Keef e Taylor nel tour di Exile dei Rolling Stones ed un sezione ritmica che sposa funky e R&B come si è insegnato nelle università della Stax e dei Muscle Shoals, oltre ad un tastierista che riempie tutti gli spazi lasciati liberi dagli altri con un suono magmatico e fluente” (http://zambosplace.blogspot.fr/2013/07/the-black-crowes-alcatraz-milano-3.html?m=1 – Mauro Zambellini).

Sempre Mauro Zambellini aveva scritto sagge ed ancora attuali parole, recensendo CROWEOLOGY, nel 2010: “Ancora una volta il rock mischiato alle radici della musica americana, al blues, al country, al bluegrass, al folk con un approccio di basso profilo molto diverso da quello che aveva accompagnato i Black Crowes agli esordi, quando addirittura venivano messi in cartellone nelle adunate e nei festival metal.

Il tempo è stato dalla loro parte, i Black Crowes si sono rivelati una potente rock n’roll band e poi, dopo un periodo di silenzio, hanno avuto il coraggio di cambiare e con l’innesto del chitarrista Luther Dickinson al posto di Marc Ford hanno maturato un sound dalle forti implicazioni roots, un sound con tante sfumature, legato alle radici della musica americana senza per questo venir meno a quella verve rock che si sente nel modo in cui compongono le canzoni e le interpretano.

Per certi versi assomigliano ai migliori Stones di fine anni 60/inizio anni 70, a loro dire i punti di riferimenti di questa evoluzione sono stati Beggar’s Banquet ed il terzo album dei Led Zeppelin, quello delle connessioni con il folk, ma il batterista Steve Gorman cita anche Every Picture Tells a Story di Rod Stewart e personalmente ci trovo molto di The Band e di Delaney and Bonnie and Friends oltre agli Allman Brothers più pastorali, quelli per intenderci degli episodi acustici di Eat A Peach … la grandezza di questa band, secondo chi scrive il miglior gruppo rock in senso classico uscito dagli anni novanta, ritornato alla ribalta negli ultimi anni dopo un periodo di stallo e oggi in grado di far rivivere il grande rock degli anni settanta tra liberatorie esplosioni di cruda elettricità, sprazzi di psichedelia e intense ballate calde come un camino d’inverno”.

Chiudo con Massimiliano Spada (Jam – settembre 2013): “Il tempo ha reso saggi i corvi, e non ha minimamente scalfito la loro voglia di rock. É questione di passione. E la passione la riconosci subito, la fiuti già nelle prime note di Jealous Again e ora della fine di Thick N Thin ti ha già impregnato le narici. Sai di essere nel posto giusto, e soprattutto con la band giusta. I Black Crowes vanno diritti al punto; la loro miscela di rock, soul e blues ti investe senza troppi preamboli. É sporca, graffianti e reale, come la stra che li ha portati a Milano. … Chris non è mai stato così in forma, é la perfetta incarnazione del Soul Singing. La sua voce è il perno attorno a cui ruota la musica dei Corvi, e sul palco dell’Alcatraz lo ha dimostrato per l’ennesima volta. Due ora di grande musica … sono una macchina ritmica perfettamente rodata, alla quale ora si è aggiunto il chitarrista e songwriter Jackie Green, cui spetta il compito di riempire il vuoto lasciato da Luther Dickinson. Tralasciando inutili paragoni, Greene sta facendo un ottimo lavoro: il suo guitar playing è essenziale, diretto, decisamente efficace, e  versatile al punto giusto. Jackie sa ingaggiare intensi duelli chitarristici con Rich, ma anche arricchire con il mandolino i momenti acustici (She Talks To Angels, Whoa Mule). Non c’é trucco e non c’é inganno, ciò che sentite corrisponde a ciò che vedete sul palco: sei musicisti dotati di cuore e talento, passione e attributi.

P.S.(2)

Il titolo di questo resoconto deriva da un intreccio di tre diverse canzoni: la splendida TORNARDO dei Black Crowes (THE LOST CROWES, 2006 – http://www.youtube.com/watch?v=tIqscjO3tYg), SOUL SINGING degli stessi Corvi (LIONS, 2001) e TORNADO OF SOULS dei Megadeth (RUST IN PEACE, 1990).

BIG STAR di Paolo Barone

20 Set

Il nostro Polbi alle prese con un’altra storia di outsider, di quei beautiful loser di cui il Rock è fonte, purtroppo, inesauribile.

Torino, prima meta’ degli anni ’70, nel Golf Club, grande ed elegantissima proprieta’ della famiglia Agnelli, e’ in corso una festa. Ci sono molti invitati, perlopiu’ industriali, banchieri, gente che muove i soldi e le leve del mondo. Ma anche artisti, uomini di cultura, politici di livello internazionale.

C’e’ anche un giovane manager americano, David Bell,  che in quel periodo sta collaborando alla Fiat. In quei giorni di fine estate e’ venuto a trovarlo suo fratello Chris, che sta passando un brutto periodo di depressione. E’ un musicista e sembra non trovare un minimo di equilibrio esistenziale, cosi il fratello ha deciso di stargli vicino per un po’, offrendogli anche l’opportunita’ di una vacanza in Europa e magari la possibilita’ di incidere qualcosa in Francia o in Inghilterra. Senza forzature e impegni pressanti, giusto per vedere di tirarlo fuori dal vortice di negativita’ che lo stava ingoiando a casa, a Memphis nel Tenessee. Fra gli invitati si sparge presto la voce che tra loro c’e’ un musicista americano, uno bravo che sembra abbia anche inciso un disco, come non chiedergli di suonare qualcosa. Lui non se la sente, non vuole, non e’ a suo agio, ma loro insistono, gli mettono una chitarra in mano, solo una canzone che sara’ mai. Sperano di aver trovato il giullare che possa animare la serata. Chris Bell alla fine si convince e suona un pezzo che ha scritto per la sua band i Big Star.

Chris Bell

Chris Bell

Ma nel giro di pochi secondi tutti si stancano di lui e tornano al loro chiacchiericcio, non degnandolo piu’ nenche di uno sguardo, no, decisamente non era il buffone di corte che speravano. In un analoga circostanza qualcuno sarebbe andato via sbattendo la chitarra al muro, De Andre’ si sarebbe ubriacato e avrebbe partorito Amico Fragile, ma lui non fa niente di tutto questo. Semplicemente ricambia la scortesia cantando People’s Parties di Joni Mitchell.

Peccato soltanto che lo fa in inglese e nessuno capisce il senso e l’ironia della cosa. O almeno, quasi nessuno. Un ragazzo giovanissimo, figlio di un diplomatico presente alla festa ha visto e sentito, e la cosa gli ha suscitato un diluvio di emozioni contrastanti, al punto che lascia tutto e tutti per andarsene via da solo, non volendo piu’ rimanere in quella rozza compagnia. Il giorno dopo trovera’ il modo di incontrare Chris e suo fratello, ricevendone il primo disco dei Big Star in regalo e stabilendo una relazione emotiva che in qualche modo dura tuttora.

Ma perche’, per parlare dei Big Star ho scelto di partire da qui, da questo piccolo episodio della vita di uno dei membri fondatori del gruppo?

Per tanti motivi, ma soprattutto perche’ mi sembra che condensi nello spazio di una serata il destino di una delle piu’ straordinarie band di sempre: Essere ignorata praticamente da tutti, e colpire nel profondo il cuore e la sensibilita’ di pochi, di qualcuno, tanto da cambiargli in qualche modo la vita. E rimanere per sempre con lui.

Parte subito strana la storia dei Big Star.

big star

big star

Alex Chilton, Jody Stephens, Andy Hummell e Chris Bell sono quattro ragazzi di Memphis accomunati dalla stessa passione per il rock inglese di fine anni sessanta. Un po’ anomalo trovare un gruppo innamorato del Beat anglosassone nella citta’ che e’ come la patria del Rock & Roll e del Soul Americano….Ma tant’e’, e questa sara’ la molla che mettera’ insieme i nostri quattro, ancora molto giovani ed indecisi se diventare studenti normali ed integrati della classe media che suonano per puro passatempo, o tentare l’avventura e dedicarsi alla musica a tempo pieno. A dire il vero Alex un esperienza come musicista professionista alle spalle gia’ la poteva vantare. Era stato parte dei Box Tops, una specie di boy band americana anni sessanta, e aveva anche avuto il suo momento di celebrita’ mandando un singolo in cima alle classifiche. Ma non era pane per i suoi denti, non tanto e non solo artisticamente, ma soprattutto per come la gestione della band era affidata ad un manager dispotico e al controllo assoluto della casa discografica. Cose che non andavano bene per il suo carattere sensibile, ribelle e indipendente. Mentre sembrava andare benissimo questa nuova esperienza, in particolare il rapporto artistico con Bell, che li porto’ in breve tempo a scrivere una manciata di brani, lavorando con lo stile di Lennon/McCartney dove uno andava ad integrare le composizioni dell’altro in un continuo scambio creativo in maniera assolutamente naturale.

Grazie anche al prezioso contributo di produttori, tecnici e manager, i ragazzi riuscirono ad ottenere un abbondante disponibilita’ di tempo presso i prestigiosi studi della Ardent a Memphis con John Fry alla consolle, tirando fuori due cose: Un primo disco fenomenale e un nome per la band, rubandolo a una piccola catena cittadina di supermercati, Big Star.

Big Star - il primo album

Big Star – il primo album

Un nome impegnativo da portare certo, ma efficace e di grande impatto nella grafica della loro prima splendida copertina.

I brani del disco, da subito, dalle primissime note e parole, segnavano una differenza sostanziale con la roba che girava in America in quel periodo. E’ una musica molto particolare quella che i Big Star incidono nei solchi del loro primo album. Una cosa forte, che tocca le corde dell’anima, che parla di sogni desideri e nostalgia, suonata con gran classe e decisione. Gli intrecci di voci e  chitarre, il ritmo di basso e batteria, sono messi insieme con un gusto tutto personale, creando atmosfere e colori inediti e delicati. Molto emotive e mai, nenche per un istante, scontate sono le loro canzoni. Che ti viene da chiederti come abbiano fatto, come abbia fatto Alex Chilton a poco piu’ di vent’anni a scrivere un pezzo come Thirteen che parla di amore adolescenziale con le parole che escono direttamente dal cuore di un tredicenne, ma con la poesia che solo un adulto puo’ avere. Come hanno fatto a fare un disco cosi bello? E come ha fatto il mondo ad ignorarlo totalmente?!?

Perche’ si, e’ cosi che e’ andata, il primo disco dei Big Star, complice anche una disastrosa distribuzione da parte della Stax che lo aveva fatto uscire, non e’ mai andato da nessuna parte. Ma proprio nessuna, nonostante abbia da subito ricevuto delle ottime recensioni, sia sulle riviste che nel giro di critici e musicisti americani ed europei, per il pubblico del rock il disco e’ passato del tutto inosservato. Come se non fosse mai stato fatto. Ora a distanza di tanti anni, nonostante la band non abbia mai raggiunto un vero successo, sembra comunque impossibile che un lavoro del genere sia stato un fiasco di vendite totale. Ma la storia del rock che amiamo e’ fatta anche di questi misteri, e la band rimase tramortita dalla frustrazione del risultato deludente, al punto che Bell, dopo aver messo tutto se stesso nella realizzazione del disco,  scivolo’ in una spirale di crisi esistenziale e lascio’ il gruppo, iniziando un rapporto lungo e devastante con alcol, eroina e tranquillanti. Ai restanti componenti del gruppo non restava altro da fare che unirsi intorno al talento creativo di Alex Chilton e ritentare.

Alex Chilton - Big Star

Alex Chilton – Big Star

Ripartirono da dove avevano lasciato, Ardent Studios in Memphis con John Fry di nuovo alla cabina di regia. Stavolta le composizioni erano tutte di Alex, cosi come le chitarre e gran parte degli arrangiamenti. Radio City, il secondo disco, ne e’ il bellissimo risultato. Pur nella linea creativa del primo, se ne discosta in favore di un suono forse piu’ asciutto, piu’ diretto.

Big Star Radio City

Diciamolo subito: Anche il secondo disco dei Big Star non ebbe il benche’ minimo successo commerciale. Oggi per molti di noi e’ un classico, al pari del precedente e del successivo, ma per la band fu un ulteriore delusione: Zero vendite, pochi concerti, il futuro incerto. E questa volta anche il morale e la psiche di Alex ne risentirono seriamente. E non e’ difficile capirlo, se hai scritto pezzi come September Gurls, Back of a Car o Life is White, e non riesci a mettere insieme il pranzo con la cena.

No, non deve essere facile trovarsi incensati dalla critica ma senza il benche’ minimo riscontro di pubblico. Sicuramente non lo fu per Andy Hummell che a disco appena uscito decise di lasciare la band, per non farci piu’ ritorno nemmeno dopo tanti anni di distanza dai fatti in questione. Alex e Jody andarono ancora una volta in giro per qualche show promozionale, ma nonostante la qualita’ dei concerti, documentata anche da un paio di registrazioni live uscite di recente, nulla di particolare accadde, e si ritrovarono di nuovo in studio di registrazione.

Questa volta le cose sarebbero andate in un altra direzione. la band di fatto era diventata un duo in cui Alex Chilton era l’unico motore propulsivo in tutto e per tutto, e ora che non aveva piu’ nulla da perdere, non voleva nemmeno avere piu’ vincoli artistici ne’ filtri di qualsiasi tipo. John Fry questa volta rimase molto in disparte, limitandosi di fatto ad assecondare il flusso della coscienza creativa e tormentata di Chilton, affiancato e supportato dal produttore J. Dickinson. Ne venne fuori un disco straordinario, per molti il vertice creativo della breve storia dei Big Star.

Big Star 3rd

Big Star 3rd

Dentro ci si poteva trovare di tutto, senza una vera unita’ di insieme se non come unico filo conduttore i tormenti e i sussulti dell’anima del suo autore. Ci sono cover, come Femme fatale dei Velvet Underground, brani sperimentali, sonorita’ pop, invocazioni religiose, disincanto e tensione. E poi Blue Moon, che con la sua dolcezza sembra venire da un altro pianeta per calmarci dopo gli alti e bassi della vita, a darci ancora una finestra di speranza.

E’ un percorso difficile e bello al tempo stesso quello che ci propone il terzo disco dei Big Star. Cosi singolare che all’epoca nessuno volle pubblicarlo e rimase negli scaffali per annni, senza nemmeno un titolo definitivo o una copertina certa. Ancora una volta sembra impossibile che un disco di tale portata abbia subito un simile trattamento, specialmente se pensiamo che negli anni settanta il mondo della discografia era molto disponibile a rischiare. Eppure ando’ cosi, e per la band fu la fine. In molti sensi. Hummell aveva lasciato il mondo della musica per sempre, Stephens suonava un po’ qua e un po’ la’ senza particolare convinzione, Chris Bell era sprofondato nella depressione e nella dipendenza farmacologica, riuscendo a registrare una manciata di canzoni bellissime che resteranno pero’ inedite per molti anni, per poi morire in uno strano incidente stradale nel ’78. Alex Chilton, nauseato,  aveva preso progressivamente le distanze dal mondo della musica di massa, e si era dato da fare nell’underground, fra le altre cose producendo il debutto, per certi versi epocale, dei Cramps. Poi di fatto aveva lasciato perdere del tutto ogni ambizione artistica, e si era messo a fare il lavapiatti e il giardiniere a New Orleans. I dischi dei Big Star erano stati anche ristampati, compreso il terzo inedito con il titolo incerto di Third/Sister Lovers, ma, oltre all’interesse di un ristrettissimo gruppo di addetti ai lavori, ancora una volta non successe niente.

Fra la fine degli anni ottanta e i primi novanta, qualcosa pero’ inizio’ a prendere la giusta direzione…I dischi avevano continuato a passare di mano fra gli appassionati, e gira gira qualche voce importante aveva iniziato a citarli come fonte di ispirazione. I R.E.M., Jeff Buckley, alcune riviste internazionali, nuove band underground, le canzoni dimenticate dei Big Star arrivarono per la prima volta a toccare un livello di fama, se pur certamente non di massa, importante e in continua crescita. I dischi vennero ristampati in cd, e la cosa si espanse ulteriormente. Finche’ un bel giorno milioni di spettatori televisivi americani del telefilm That ‘70s Show, si trovarono a sentire canzoni come September Gurls e Thitrteen come colonna sonora della loro trasmissione preferita. E, per un attimo, fu un vero successo. L’interesse nei confronti della band raggiunse un livello senza precedenti, convincendo Alex Chilton e Jody Stephens a rimettere in piedi il progetto con dei nuovi musicisti aggiunti. Usci addirittura un nuovo disco, logicamente lontano dallo splendore dei tre originali, ma soprattutto la band si mise a fare tour americani ed europei con una certa frequenza e con finalmente un buon riscontro di pubblico. Un inatteso ritorno molto bello, ma le vecchie ferite specialmente per Chilton non si erano chiuse definitivamente.

Mai avuto un carattere facile il nostro, ulteriormente inasprito col passare degli anni e le delusioni della vita, Alex ha rifiutato per anni di parlare pubblicamente dei Big Star. Anche quando era in tour con la band riformata, non ha mai piu’ voluto rilasciare interviste sull’argomento, e le poche volte che lo ha fatto e’ stato sempre con un carico di amarezza e risentimento. Il dolore del fallimento e della perdita di Chris Bell sono stati per lui insuperabili, ed e’ con una nota di profonda tristezza che abbiamo appreso della sua morte per complicazioni cardiache nel 2010. Seguita da pochi mesi dalla scomparsa di Andy Hummell, e di fatto calando cosi definitivamente il sipario sui destini di questa strana band.

Ho chiesto in giro ad amici comuni che negli anni hanno avuto occasione di conoscere e lavorare con Alex Chilton, e il ritratto che ne viene fuori unendo i loro ricordi e’ quello di una persona buona e positiva. Sorprendentemente allegro, concentrato sul presente qualunque esso fosse e totalmente indisponibile a qualsiasi accenno all’esperienza dei Big Star. Come se non ci fossero mai stati. Tutti hanno conservato un ricordo in qualche modo riconoscente nei suoi confronti, e sembra che abbia fatto sempre il possibile per aiutare i musicisti che incontrava nel suo cammino artistico e professionale. Poi pero’a un certo punto semplicemente spariva, e non era piu’ possibile ricontattarlo. Tutte le persone con cui ho parlato mi hanno confermato questa cosa, come un incapacita’ o una volonta’ precisa di non mantenere una relazione umana oltre il tempo dell’esperienza condivisa. Senza un litigio, senza un motivo particolare, Alex Chilton usciva dalla vita delle persone con cui ho parlato prima di scrivere queste note, senza ritornare mai piu’, ma lasciando a tutti un qualcosa in dono, un momento di umanita’ che  rimane per sempre impresso nei loro ricordi piu’ cari.

Ho la sensazione che si parlera’ ancora molto dei Big Star, della loro storia e della loro musica. Un documentario e’ stato realizzato da poco e a giorni verra’ distribuito in DVD. Sulle riviste per un motivo o per un altro il loro nome salta fuori sempre piu’ spesso. Ogni giorno qualcuno, garzie anche alla disponibilita’ di materiale in rete, li scopre e si innamora della loro musica. Credo che tutto questo andra’ avanti a lungo, chissa’ forse per sempre. I loro dischi sono tutti di facilissima reperibilita’ in qualsiasi formato, cosi come il bellissimo disco solista di Chris Bell “I am the Cosmos” ed esiste anche un cofanetto ricco di inediti, versioni alternative, live e quant’altro.

Sono sicuro che la fiammella dei Big Star non si spegnera’ mai, ma anche al tempo stesso che rimarra’ sempre una cosa per pochi.

Se con queste righe sono riuscito ad incuriosire qualcuno che non li ha mai ascoltati, o magari ho fatto venir voglia a qualcun’altro di riascoltarli dopo un bel po’ di tempo….Beh…allora, come dire… Ne sarei proprio felice.

Paolo Barone ©2013

MUSICA GRATIS BLUES di Paolo Barone

23 Lug

Una riflessione, quella di Polbi, che facciamo tutti ad intervalli più o meno regolari. Riflessione amara e inevitabile per chi è della nostra generazione e per chi comunque vive la musica anche col tatto. Analisi lucida e illuminata del nostro impagabile Michigan boy.

Oggi i dischi non si vendono piu’.

La stragrande maggioranza delle persone non spende piu’ un soldo per comprare musica. E perche’ dovrebbe? Basta andare in rete e si ha immediatamente disponibile tutto, ma dico proprio tutto, quello che e’ stato registrato da qualsiasi musicista nella storia dell’umanita’. Gratis. Ecco, il binomio magico e’ proprio quello, subito e gratis. Forse la qualita’ audio non e’ eccelsa, ma credo che con qualche accorgimento si possa ascoltare in maniera piu’ che decente. Quindi questo non rappresenta un problema. Si perdono le copertine, le note, i testi delle canzoni, le foto, la grafica… anche in questo senso la cosa e’ praticamente risolta, certo rimane tutto sullo schermo del computer, ma tanto moltissimi di noi passano la maggior parte del tempo guardando schermi di computer, anzi, soprattutto di telefonini. Da tempo ormai non si scarica nemmeno, si ascolta direttamente in rete, in streaming. Niente piu’ rotture di palle, non c’e’ bisogno di alcuna maestria digitale, ci sono riuscito pure io, clicchi e senti. Tutto quello che serve e’ il computer, una cuffia o una connessione per un sistema stereo, l’accesso ad internet, e il gioco e’ fatto. Non solo addio dischi, cassette e cd, ma anche ipod, itunes e cazzatelle varie, non serve piu’ niente. Abbiamo tutti i dischi della storia del rock (e ben oltre) a nostra disposizione, in qualsiasi posto siamo e in qualsiasi momento. Mi avessero detto una cosa del genere qualche anno fa sarei caduto dal letto pensando di stare sognando, e non avrei mai potuto crederci. Oggi e’ assolutamente reale.

atmosphere-clouds

Eppure c’e’ qualcosa che non mi quadra.

Vado anche io su youtube, spotify e compagnia bella, ascolto qualcosa, ci passo magari anche una mezz’oretta, ma non ne esco soddisfatto. Intanto devo ammettere che piu’ che ascoltare “ascolticchio” in maniera superficiale e frettolosa. Mentre sento un brano, una band, un album, me ne vengono subito in mente tremilaseicento altri, complice anche la schermata del computer che mi propone di tutto di piu’, e poi la consapevolezza che basta un click per cambiare immediatamente musica e il gioco e’ fatto, la minima concentrazione d’ascolto va a farsi fottere. Poi c’e’ da dire che sono anche pigro, per cui oltre a un paio di cuffie Senneisher appena passabili non mi sono messo alla ricerca di altre soluzioni. Risultato, torno al mio buon vecchio Luxmann senza pensarci troppo, felice di ascoltare un disco o anche un cd (che non sono mica uno di quei fichetti che ascoltano solo vinile!) tenendo la copertina o il libretto fra le mani, sprofondato nel centro della musica, gustando note e grafica del disco che sto passando. Al tempo stesso pero’, il mio amico Lorenzo che ha sedici anni, si gode le sue scoperte ed esplorazioni Hard & Heavy dagli anni ’70 ai giorni nostri con gli auricolari e uno smartphone. Ora e’ tutto preso da Kiss, Iron Maiden, Sabbath e Aerosmith eppure non ha nemmeno un loro disco, roba da pazzi per me, assolutamente normale e logico per lui. Credo sia una faccenda di abitudine, forse una cosa generazionale, per chi come noi e’ venuto su fra vinile e cd, passare allo streaming puo’ non essere facile. Rimane una latente sensazione di svilimento.

Aerosmith sulle nuvole

Aerosmith sulle nuvole

E poi c’e’ anche un altro elemento che non torna.

Ma e’ giusto non pagare la musica?

Ora, che la popstar milionaria lo diventi ancora di piu’, o che la sony incassi ancora soldi direi che non ce ne frega niente, e ci mancherebbe. Ma il problema non e’ questo. La musica che ascolto io, che ascoltiamo noi, nella maggior parte dei casi e’ roba di nicchia, artisti minori, tutte cose un po’ underground. Sia che si tratti di nuove band che di vecchi leoni degli anni ’60 &’70, non penso che nessuno di questi artisti navighi nell’oro, anzi tutt’altro. Proprio l’altro giorno Thom Yorke dei Radiohead, band milionaria e da sempre in prima linea nella frontiera digitale, ha detto che secondo lui cose come spotify sono letali per le piccole band. E cosi, per dare un segnale, ha deciso di ritirare dalla piattaforma in questione i loro album. Ovviamente e’ stato sommerso dalle critiche, ma non solo, oltre la sua qualche altra voce ha condiviso le stesse perplessita’. Per quanto mi riguarda ho diversi amici che suonano in piccole “grandi” band, con i dischi disponibili tramite spotify. Tutti, dico tutti, mi hanno detto di non ricevere un soldo, e di non essere mai stati avvertiti preventivamente della cosa. Ecco che qualche dubbio e’ lecito che affiori.

fuck-spotify

Da piu’ parti si sente dire che oggi il disco e’ il mezzo per suonare live, dove gli artisti fanno i loro guadagni. Ancora una volta, la cosa e’ vera (e fino a un certo punto) per i grandi nomi poprock. Per quanto riguarda gli altri mi sembra, chiedendo in giro fra Italia, Europa e States, che sia vero il contrario. Club e locali che pagavano tranquillamente cifre sopra i mille euro a concerto, oggi non vanno oltre i trecento se va bene. A Londra addirittura niente, zero totale, tanto di band che vogliono suonare ce ne sono a pacchi. Che poi siano valide o meno, chissenefrega. Gratis torna ad essere la parola magica. Sempre e soltanto pero’ per quanto riguarda la musica. Birre, alcolici e quant’altro gira nei locali dove si suona, non solo non e’ gratis, ma e’ anzi aumentato di prezzo, a volte pure sensibilmente. E non credo che questo sia giustificabile con la crisi in cui ormai viviamo da anni. Andavo a vedere concerti prima della famosa crisi e continuo ad andarci oggi, non mi pare di aver notato cali di presenze, magari mi sbaglio, ma a me sembra sia cosi. Con la vistosa differenza che oggi, la maggior parte delle persone, invece che ballare passa il tempo a fare foto col telefono per metterle seduta stante sul social network preferito.

LEBANON-BRITAIN-LIFESTYLE-TECHNOLOGY-ENTERTAINMENT-MUSIC-FILES

La brutta sensazione che ho e’ che si voglia andare verso un certo svilimento della produzione artistica e culturale in generale. Che si voglia allontanare definitivamente la possibilita’ di viverci con l’arte e la cultura. Parlo di viverci, non di specularci, che ovviamente e’ un altra cosa, credo infatti che chi con la musica ci speculava, oggi continua a fare soldi a palate in qualche altro modo.

Non so a voi, ma a me questa cosa non piace e sento puzza di fregatura…

Sarei pero’ felicissimo di sbagliarmi!

Paolo Barone©2013

ROCK ITALIANO 2013: Lacuna Coil-Giuda-Bloody Beetroots di Paolo Barone

15 Lug

Il nostro Polbi continua a tenerci agganciati alla realtà, e noi  – che senza nessuna vergogna viviamo (musicalmente) nel passato – non possiamo che ringraziare il nostro amato Michigan Boy.

L’altro giorno, dopo una veloce scorsa ai giornali della mattina, mi sono reso conto di una cosa: in Italia ci sono in questo momento almeno tre realta’ musicali, tre gruppi, molto diversi fra loro ma comunque riconducibili in qualche modo ad un ambito rock, che riscuotono un grosso successo all’estero. E sono semi sconosciuti da noi. Probabilmente ce ne sono anche altri che io ignoro, ma Bloody Beetroots, Giuda e Lacuna Coil mi sono venuti in mente praticamente insieme.

I Lacuna di Cristina Scabbia fanno un Popmetal per me abbastanza moscio e scontato, ma gli esperti del genere sono convinti del valore della band italiana. Negli Stati Uniti i loro dischi li trovi ovunque sia in vendita qualcosa di Hard Rock o Metal, il che vuol dire praticamente in ogni negozio di dischi, grandi catene Walmart e Sears incluse. Fanno tour internazionali con band superstar tipo Megadeth e simili mostri sacri del metal, portandosi appresso un nutritissimo e agguerrito seguito, in ogni angolo del globo. Lei e’ stata eletta cantante dell’anno in piu’ di un occasione su riviste del calibro di Kerrang e simili. Insomma, un successo internazionale. Qui in Italia se mettono insieme qualche centinaio di persone e una manciata di date grasso che cola.

I Giuda, band underground romana, dedita ad un energico rock & roll fatto di quello che loro stessi definiscono glam rock di strada, da noi quasi non se li fila nessuno.

E dove e’ che sono famosi? Dov’e’ che fanno tour con quasi tutte le date esaurite in prevendita? Dov’e’ che vedi i ragazzi in giro con le magliette stampate con su scritto I am a Giuda fan??? In Inghilterra, ecco dove! Nella patria di questo genere musicale, dove certe sonorita’ sono state inventate, nei club di Londra, nelle strade di Liverpool, nei pub di Manchester, e’ tutto un fiorire di Giuda fans. La cosa e’ andata talmente oltre le loro piu’ sognanti aspettative, che si sono dovuti organizzare con un management in loco, tanto sono diventati richiesti da quelle parti. Sono sicuro che se in patria vengono a suonare al bar sotto casa non tirano piu’ di dieci persone se va bene. E invece in England tutti sotto il palco a ballare seguendo le note di Number Ten, pezzo dedicato a Francesco Totti capitano della Roma, cosa che magari non sanno ma non sembra importare piu’ di tanto. Questo dei Giuda mi sembra un fenomeno senza precedenti nella storia del rock italiano. Non sono certo un esperto in materia, ma a naso mi sembra che nessun gruppo o artista rock nostrano sia arrivato a tanto nella terra dei Beatles e dei Sex Pistols. Certamente (e giustamente direi) i nostri gruppi prog sono molto considerati, ma non credo siano mai riusciti a sganciarsi dai mostri sacri locali, e diventare una presenza autonoma di pari importanza. Ripeto, non ne sono sicuro, ma ho la sensazione che il successo dei Giuda, meritato o meno che sia, rappresenti un elemento di novita’ non da poco.

In ultimo i  veneti Bloody Beetroots. Nel loro caso i concerti sono sold out a Los Angeles, a Sydney o a Berlino, con i Motley Crue e Madonna nel backstage. Nel loro nuovo disco e’ ospite Paul McCartney. Si, proprio lui, Paul in persona, fan della band e a quanto pare felice di cantare con loro. Cose da pazzi. I Bloody non sono una band “rock” in senso classico, perlomeno dal punto di vista prettamente musicale, ma lo sono senz’altro nell’attitudine e nei contesti culturali di riferimento. Con il viso sempre coperto da una maschera a meta’ fra l’Uomo Ragno e Venom, il loro battito dance elettronico fa ballare mezzo mondo. Da noi penso che abbiano un seguito marginale, sicuramente di gran lunga inferiore che all’estero. Magari ora che suonano con Macca le cose cambieranno un po’, ma non ne sono tanto sicuro.

Che questi gruppi abbiano successo in USA , Inghilterra, Australia, ecc. e non in patria mi sembra una cosa buffa, che vale una piccola riflessione. O no?!

Per chiudere mi concedo una piccola digressione.

Qualche settimana fa e’ partito per altre galassie e dimensioni Claudio Rocchi.

E’ stato un agitatore culturale/spirituale per tutto il tempo della sua presenza su questo pianeta, e ci ha anche lasciato dei bei dischi a suo nome. Mi sono riascoltato Volo Magico numero uno, e mi e’ sembrato un capolavoro. Sarebbe un peccato dimenticarlo.

Paolo Barone ©2013

BLACK SABBATH “13” (2013 – Vertigo) di Giancarlo Trombetti

20 Giu

Digipack

Se non avessi dovuto scriverne per Outsider, quasi sicuramente avrei aspettato ancora molto, prima di comprarmi “13”. E non si sarebbe trattato solo di un problema di budget, ma anche di un velo di tristezza che mi ha avvolto da quando mi sono messo a leggere le dozzine di interviste rilasciate dai Sabbath; le interviste che nessun accadimento umano può impedire al marketing di importi. E da quelle interviste trasuda, più che traspare, la necessità di tener conto del tempo che scorre, il vero e forse principale motore di questa riunione. Ricordo che quando John Lennon venne ucciso, quella simpaticona della Yoko Ono fece tre telefonate: una a Zia Mimi, per dirle che aveva perso il figlio che non aveva mai avuto, una a Julian, per dirgli che aveva perso il padre che non aveva mai vissuto. La terza a Paul, per dirgli che aveva perso “l’ultima possibilità per riconciliarsi con se stesso“. Ecco, credo che Ozzy abbia chiesto a Sharon di fare qualsiasi cosa per evitare di ricevere anch’egli una telefonata simile a quella di McCartney. E a Sharon Osbourne e Rick Rubin si deve la volontà di appianare qualsiasi problema procedurale o legale avesse potuto impedire di non rispettare i tempi. Di non far scorrere invano il tempo, che è poco. Altrove ho cercato di spiegare quanto senso di morte pervada questo disco; forse involontariamente, forse consapevolmente. E non esiste il bisogno di andarsi a scovare un indizio che riassuma il prodotto, nessuno sforzo investigativo: la prima frase della prima canzone chiude da sè qualsiasi porta. “E’ la fine dell’inizio, o l’inizio della fine?” e da qualsiasi lato si osservi l’affermazione, se ne conclude che di fine, comunque, si tratti.

Black sabbath 2013

Ma  è l’intero disco ad essere pervaso dalla consapevolezza di non avere tempo, di essere accerchiati da quell’arcano senso di morte che ironicamente tanto è stato accarezzato nei modi e negli atteggiamenti dei Black Sabbath, in passato. Solo che questa volta non si tratta di un incontro buffo come quello di Brancaleone davanti al suo destino. Molti testi scivolano su mezze frasi che una volta avrebbero lasciato intatto l’umore dell’ascoltatore, ma sentir cantare oggi : “Non voglio vivere per sempre, ma non voglio morire“, stride all’orecchio. Così come dà fastidio leggere i ringraziamenti dei singoli tre Sabbath – uno, Bill Ward si è perso per strada e non certo a causa di un problema contrattuale, pietosa bugia a coprire l’impossibilità di reggere lo studio e il live con la sua batteria lottando contro la mancanza di memoria – che hanno odore di infermeria: Ozzy che dedica al figlio malato di sclerosi il suo lavoro dicendo che “ha molto più coraggio di me”, Butler che riesce a evocare Ward ed il suo fantasma di musicista, Iommi che ringrazia i medici “senza i quali non sarebbe stato in grado di suonare alle sessions“. No, “13” non è un disco come tutti gli altri: è un “funerale elettrico”, un addio calibrato sui tempi che il Fato vorrà lasciare a Toni Iommi, malato di linfoma, il più grande creatore di riff del rock and roll, l’unico e vero “man in black” che vogliamo ricordare. Ho amato i “miei” Sabbath fin dal primo, oscuro, disco; non necessariamente il migliore ma il più coraggioso, il più diverso da qualsiasi altro, quell’anno. Ho iscritto Iommi nel mio piccolo e personale Olimpo dei chitarristi preferiti, perdonando a lui ed ai Sabbath di aver dato vita anche a quelle terribili e infantili nuove tendenze metal che non riuscirò mai ad apprezzare, ho sorvolato sulle migliaia di gruppi inneggianti a satana, ai massacri e agli sbudellamenti, alle violenze gratuite e ai ritmi anfetaminici che non rendono neppure onore ai capostipiti, gruppo dalle sudate origini blues, ho ringraziato il Dio del rock quando ai Sabbath si unì quella grande voce che era James Dio e sono riuscito persino a godermi di quel bistrattato “Born again” che a me tanto piacque.

Iommi

Ora devo fare i conti con la possibilità che tutto sia  a un passo dal finire. Ecco perché quel cd avrei atteso molto di più ad acquistarlo: per prolungare le speranze. Ed oggi che sono giorni che non ascolto altro, non so nemmeno se sia il caso di dare un giudizio su quei riff che tornano a riempire la mia stanza, la mia vecchia auto, se sia necessario dire se un brano sia migliore di altri, se Ozzy non sia più dal quarto album in poi il mio terminale preferito per dar voce al Sabba Nero. Anzi, ogni volta che lo vedo muoversi senza coordinazione, che lo sento ripetere le medesime frasi o urlare i medesimi “Dio vi benedica”, lui, il Sacerdote del Male, vengo avvolto più da un senso di tenerezza che dall’immagine del rocker maledetto.

Ozzy O Black sabbath

Certamente, ho il mio solo preferito, quello che per me rappresenterà l’addio del “mio” Iommi, il finale di “Zeitgeist”, certo apprezzo di più il brano d’apertura, “End of the beginning” e sento vive le radici blues in “Damaged Soul”, ma capisco che parlare di “13” come di un normale disco di un gruppo rock and roll sia fuori luogo. Rubin ha fatto la cosa più intelligente per un produttore messo di fronte alla necessità di incorniciare una leggenda: li ha lasciati liberi di riassestarsi l’un l’altro, di tornare a coordinare i propri ricordi, restituendo, per poco, quel profumo di voglia di suonare che forse s’era andato perduto. “13” è il disco che avrei voluto sentire subito dopo “Volume 4”, insieme a “Master of reality” il mio preferito, ma la storia è andata diversamente. Spero che tutto quello che sto provando e sento sia un clamoroso errore di valutazione, che la vita prevalga e che molto muti nel futuro di uno dei miei gruppi adolescenziali preferiti, ma sentire quel tuono, con quella campana e quella pioggia in coda all’ultimo brano è la chiusura di una storia, il cerchio che si chiude, tutto che riporta all’inizio. Non resta che la leggenda, adesso.

Giancarlo Trombetti©2013

CONFESSIONI RETRO – (HARD) ROCK di Beppe Riva

25 Mag

A commento del post sui GHOST BC di qualche giorno fa, Polbi chiedeva a Beppe Riva:

“Mi sa che sono arrivato tardi, peccato, mi sarebbe piaciuto sapere cosa ne pensa il maestro Riva di questo rinascimento hard rock…Purson, Ghost, Uncle Acid, Graveyard, Spiders, Witchcraft, Electric Wizard, Hexevessel…..tanto per dire i primi che mi vengono in mente….mah! Chissa’ magari mi risponde…”

Beppe ha gentilmente risposto, ma preferisco far sì che la sua risposta diventi un post vero e proprio, oltre al valore delle sue parole,  quando posso scrivere in un titolo “di Beppe Riva” mi faccio bello, e  con me il blog. Thank you Beppe, we love you.

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Caro Paolo B, penso che la rinascita hard rock di cui parli sia conseguenza dell’onda lunghissima provocata dal fenomeno stoner-doom d’inizio anni ’90.

Non è un caso che vari gruppi da te citati nel post siano “scoperte” della fondamentale etichetta Rise Above di Lee Dorrian, e che costui sia il leader di un gruppo fra i più seminali in tale ottica, i Cathedral. I Cathedral nascevano da profonde radici doom metal, ma con “espansioni” in senso psichedelico e progressive, più generalmente di rock retrospettivo. Infatti Dorrian ha sempre manifestato uno spiccatissimo interesse per la scena underground a cavallo fra anni ’60 e ’70, ed oggi è senz’altro uno dei più riconosciuti esperti e collezionisti della medesima, non certo limitandosi alla musica heavy. Le Relics della Rise Above (da Necromandus a Mellow Candle, Steel Mill, Comus etc.) sono le ristampe, specie in vinile, più belle e curate in assoluto.

cathedral

Ricapitolando, si può cogliere un evidente continuum storico di tutto ciò, dagli albori dell’hard rock “sotterraneo” ad oggi. Sempre nei ’90, il doom e lo stoner sono spesso stati accostati e seguiti dallo stesso pubblico per i comuni influssi psych… Non dimentichiamo gli Sleep, con il calvario della monolitica “Jerusalem” e più avanti gli Electric Wizard di “Supercoven”, ideali vasi comunicanti fra i due generi, e fra i gruppi più popolari dello stoner, i Kyuss e i Monster Magnet, magistrali nel modernizzare la lezione rispettivamente di Sabbath e Hawkwind.

Il doom è principalmente  considerato una derivazione del metal; ma all’epoca della NWOBHM early ‘80s, i leggendari Witchfinder General (fra le maggiori “influenze” di Dorrian) nel primo album dall’iconica copertina stile Hammer Horror, partivano con l’incredibile “Invisible Hate”: un classico del doom “dilatato” in senso psiche, risolto in lugubri, cantilenanti cori vocali. Dall’altra parte dell’Atlantico i Trouble, fra i prime-movers del metal americano targato ‘80, saranno negli anni successivi rilanciati da Rick Rubin come profeti del nascente movimento stoner.

witchfinder general

witchfinder general

Da queste esperienze nasce la “lunga onda” attuale che prima citavo, e fors’anche temprato (o se preferite, consumato…) da decenni di ascolto di questo genere, non riesco a trovare talmente eccitanti gli Orchid (con un vocalist che replica le pose ed il look di Ozzy epoca “Paranoid”), incensati come pochi altri dalla stampa di settore.

Però mi schiero A FAVORE di una generazione di musicisti contemporanei che porti avanti con successo la rilettura della grande tradizione rock del passato, coinvolgendo un pubblico giovane e talvolta acerbo… ma desideroso di crescere con l’ascolto.

Concludendo con gli emeriti Ghost, al di là dell’immagine d’effetto (ma anche repulsiva per molti) si collocano senz’altro in un ambito musicale caratterizzato da evidente e ritengo, più autonoma personalità.

Beppe Riva © 2013 

SUONI di Paolo Barone

13 Mag

Leggevo l’altro giorno, su una rivista musicale italiana, dell’idea avuta da Conrad Schintzler: organizzare un suo concerto allo Shea Stadium, ma invece di esserci lui e la sua band a suonare dal vivo sul palco, dare ad ogni spettatore un piccolo registratore a cassette (erano gli anni ’70 ovviamente…) per un totale di piu’ o meno 50.000 apparecchi. Un idea fuori di testa, che non solo mi ha incuriosito molto, ma mi ha anche fatto pensare a Zaireeka, strano proggetto sonoro dei Flaming Lips. In questo caso i nostri eroi hanno superato se stessi, producendo un disco che si sviluppa su quattro diversi cd da suonare contemporaneamente in altrettanti lettori. Le inevitabili differenze di sincronizzazione rendono ogni ascolto un esperienza diversa, prestandosi inoltre ad ogni possibile personale sperimentazione. Non mi sono ancora deciso a comprare una copia di Zaireeka, non so quindi dire quale sia il risultato, ma pensando a questa idea mi viene da dire che una cosa e’ certa: La riproduzione sonora, l’esperienza di ascolto di un qualsiasi tipo di musica, e’ un fatto assolutamente mutevole, e quindi  puo’ essere un gesto creativo,avventuroso e stimolante…

Conrad Schnitzler

Conrad Schnitzler

Una volta ero in casa di alcuni ragazzi americani, c’era un sacco di gente, cibo, roba da bere, eccetera. La musica usciva da un impianto stereo primi anni settanta, ma non un hi fi, bensiìuno di quei compattoni che suonavano i 33 giri…Un apparecchio assolutamente comune all’epoca, probabilmente il tipo di stereo piu’ diffuso fra chi ascoltava musica rock . Quella sera stava girando un disco dei Rolling Stones, uno dei primi. Un disco che pensavo di conoscere bene. In realta’ ne conoscevo bene il suono del cd, rimasterizzato e passato nel mio impianto. Il suono che usciva dalle casse dello “stereone” era totalmente differente, non solo mi piaceva molto suonato in quel modo e in quel contesto, ma mi ha dato anche l’idea di come fosse stato ascoltarlo nel suo preciso momento storico. Ci ho ripensato parecchie volte a questa cosa. In fin dei conti la musica che amiamo e’ stata pensata e registrata sapendo che poi sarebbe stata riprodotta nella maggioranza dei casi da giradischi, radio e sterei diffusi fra i giovani in quel periodo. Altro che cd deluxe, SACD, mp3, streaming, vinili 180 grammi, itune e compagnia. Il che non vuole assolutamente dire che sentire un disco originale in vinile, con un impianto economico vecchio di quarant’anni sia il modo giusto di ascoltarlo. Ma e’ un opzione che, potendo, secondo me andrebbe provata.

Turntable

Un mio amico, appassionato conoscitore di blues, country e gospel sta facendo delle serate in alcuni locali suonando dischi a 78 giri, con un giradischi dell’epoca. La voce si e’ sparsa e ci stanno andando molte piu’ persone di quando passava gli stessi pezzi su cd. Provare l’esperienza di ascoltare in un bar poco raccomandabile, un blues suonato in quel modo, e’ senza dubbio interessante…

Cosi come e’ sorprendente ascoltare 45 giri degli anni settanta e sessanta, magari anche di musica italiana, con un mangiadischi sulla spiaggia d’estate. Lo si faceva tanti anni fa, e lo si puo’ ancora fare al Dali Pub a Scilla, dove Franco il proprietario ne ha un paio perfettamente funzionanti.

Alle volte l’esperienza di ascolto pur passando per impianti hi fi decisamente piu’ tradizionali, puo’ avere le sue piccole stranezze. Io ad esempio ho un amplificatore Luxman L2, un modello base che non e’ mai stato troppo considerato. E’ con me da tantissimi anni, ed e’ stato affiancato da modelli senza dubbio piu’ famosi, costosi e fedeli nella riproduzione sonora. Ma, il piacere che mi da ascoltare il mio Luxmannino con il tasto loudness inserito, non c’e’ confronto! Certo, al solo nominare una cosa del genere la maggior parte degli audiofili si mette le dita nelle orecchie. Eppure per me quella e’ una pratica d’ascolto fantastica, che spesso si accorda benissimo con i miei stati d’animo.

Luxman L2

Molte volte mi e’ capitato di dover ascoltare cd/vinili/cassette e quant’altro su apparecchi in uso momentaneo. Tipo quando ti si rompe lo stereo, o sei in viaggio o in transito fra una fase e l’altra della tua vita, e senti la musica con i radioloni, in una macchina prestata, con il computer o quello che sia. Ecco, in quelle occasioni mi e’ capitato di scoprire cose e suoni che stavano in musiche e canzoni che conoscevo benissimo, ma che non avevo notato. O perlomeno, non avevano preso la mia attenzione come avrebbero meritato.

Recentemente ho acquistato un piccolo stereo portatile, molto bello esteticamente e decisamente non hi fi nella qualita’ del suono. Non ci ho speso molti soldi, anzi, e da quando e’ arrivato mi sono ritrovato piu’ volte ad ascoltare vecchi 45 giri, un formato che non frequentavo da tempo immemore. Chissa’ perche’, non mi viene voglia di metterli sul piatto “ufficiale” di casa, ma nel piccolo giradischi li trovo irresistibili!

La sorprendente rinascita del vinile potrebbe anche affiancarsi all’esplorazione dell’ascolto in varie modalita’, senza doversi necessariamente omologare alla moda imperante. Chissa’ che non si facciano interessanti scoperte.

Paolo Barone © 2013

How Vinyl Records Were Produced

How Vinyl Records Were Produced

ROCK E CAPITALISMO – breve riflessione di Paolo Barone

10 Mag

I continui confronti epistolari che ho con Polbi portano sempre argomenti intessanti per il blog. Questo è tratto dalla sua email di ieri sera.

Stavo leggendo un libro – Midnight Riders  the story of the Allman Brothers Band – in cui si elencano i beni materiali posseduti da Duane Allman al momento della morte:
Una Harley, una volvo del 71, 2.150 dollari in banca, 857 dollari in tasca. Un po’ di mobili per casa, e ovviamente chitarre e strumentazione varia. Tutto qui.Dopo Brothers &Sisters i restanti Allman diventeranno in breve tempo cosi ricchi da aprire una corroation, occupandosi di affari a 360 gradi, dal settore immobiliare a cose tipo supermercati. Milioni di dollari, valanghe di coca. La musica via via sempre meno interessante, fino alla totale dissoluzione.

Midnight Rider

Mi veniva in mente una riflessione fatta insieme ad Asia Argento qualche mese fa: non esiste band o artista che non sia stato corrotto dal successo e dai soldi. Ci penso e ci ripenso, alla fine va sempre a finire così e non potrebbe essere altrimenti. Sembra, anzi forse e’ proprio, una banalità’ una scoperta dell’acqua calda, ma leggere questo resoconto delle finanze del povero grande Duane mi ha reso la cosa assolutamente palese. I tempi dei Fillmore ( il cui casuale incontro di pochi giorni fa mentre ero a NY ha sollevato queste mie riflessioni), in cui il rock aveva ancora quella dimensione di massa ma umana, sono stati probabilmente il vertice assoluto della nostra musica, poi un po’ alla
volta si e’ persa la magia, e’ subentrato il calcolo e il mestiere, la paura di sbagliare e la voglia di piacere a tutti ad ogni costo….

Fillmore East ai bei tempi

Fillmore East ai bei tempi

Bill Graham sul palco al Fillmore East

Bill Graham sul palco al Fillmore East

Il Fillmore East oggi

Il Fillmore East oggi

Mah, vabbe’, adesso andiamo veramente verso l’ovvio, non ti faccio perdere altro tempo.

Paolo Barone © 2013