E’ l’una di notte e Strichetto, la gattina che si è accasata da noi ormai alcuni mesi fa, mi sveglia. Do un’occhiata fuori dalla finestra, sul cemento del cortile vedo disegnata qualche folata di neve. Torno a letto, provo a riaddormentarmi. Cerco la posizione ideale ma ormai ho perso il sonno, i pensieri turbinano dentro alla maruga (la testa insomma), i blues – feroci come sempre – ballano come tanti diavoletti azzurri. Guardo la sveglia, sono le 2,30, scendo dal letto, mi infilo tuta e maglione e mi sposto in sala a leggere. Prima di versarmi liquido sul divano sotto una coltre di panni, mi accorgo che attraverso la vetrata della porta d’ingresso risplende nella notte un pesante velo bianco, apro la porta: nevica.
Mi sistemo e prendo in mano Notre Dame de Paris di Victore Hugo (nell’edizione Economica Universale Feltrinelli naturalmente). Ore 3,40, Strichetto continua ad avere la mattana, si sveglia anche la pollastrella con cui vivo. Prepariamo una ciotola d’acqua e un po’ di cibo e chiudiamo la Stricchi (insieme a Raissa, una delle nostre gatte, quella saggia) su nel sottotetto. Ore 4, torniamo a letto, la neve fiocca.
Al risveglio la neve ha ricoperto le campagne e le strade, per me ogni volta è uno spettacolo che lascia a bocca aperta. Mi metto in macchina. La Sigismonda (la mildly blues mobile) rolla piano sulle blue highway (le strade basse di campagna insomma),
Bath (Regium Lepidi) photo TT
l’impianto passa Fingerprint File dei Rolling. Quel funk caldo ed avvolgente mi mette a mio agio.
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Amo molto i Rolling Stones di Goats Head Soup (1973) e It’s Only Rock And Roll (1974), benché siano comunque album di successo (sono entrambi almeno dischi di platino in USA) li considero in qualche modo dischi obliqui e si sa, io ho una predisposizione naturale per quel tipo di album, quelli che non li senti citare spesso tra i dischi preferiti dei vari gruppi. E’ la formazione e il momento dei RS che preferisco, Mick Taylor alla solista e un Keith Richards superbo (perlomeno relativamente al suo modo di suonare e interpretare la chitarra), quando non si limitava a fare semplicemente Keith Richards. Arrivano poi Till The Next Goodbye, Time Waits For No One e If You Want To Be My Friend e scatta il mood (l’umore insomma), che sta tra il cosmico e il melanconico.
Avanzo a 30/40 all’ora su strade bianche. E’ neve fine e leggera quella che cade, il paesaggio si veste naturalmente di poesia. Faccio un passo indietro nell’elenco degli album dei RS che ho nella chiavetta, parte Goats Head Soup.
Attraverso lande desolate che si stemperano nel bianco,
Little Court (Regium Lepidi) photo TT
quando parte Coming Down Again. E’ una canzone di Keith Richards che parla dei giorni in cui Anita Pallenberg lasciò Brian Jones per mettersi con lui, la canta lo stesso Keith (con l’aiuto di Mick). Come sempre accade però ognuno di noi la fa sua e la riempie di significati personali; stamattina potrebbe riferirsi alla neve che di nuovo vien giù, oppure al fatto che a volte ci si ritrova diretti verso l’abisso.
E’ sufficiente l’intro al piano di Nicky Hopkins per posizionare il mio animo sul versante blues. Ogni volta che ascolto questo pezzo non posso fare a meno di seguire il giro di basso suonato (benissimo) da Mick Taylor, quando poi parte il sax di di Bobby Keys al minuto 3:55 guardo il cielo e mi riscopro un piccolo essere umano sperduto su di un piccolo pianeta del sistema solare.
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L’album prosegue con Silver Train, Hide Your Love e Winter, quest’ultima è parte integrante del mio DNA ed è un pezzo in cui non dovrebbe essere presente Richards, nonostante ciò l’introduzione a due chitarre (Jagger-Taylor) è ugualmente stupenda.
E’ una di quelle canzoni che mi descrive perfettamente. Quando Mick Taylor inizia l’assolo con quella nota lunga, le mie cellule si scompongono e iniziano a fluttuare in quel pezzo di cosmo che ho sopra di me. Torno in me, uomo di blues tutto d’un pezzo che arranca, si piega ma non si spezza sotto i colpi perenni del blues. Quando gli archi riempiono gli ultimi spazi bianchi del quadretto dipinto magistralmente da Mick Jagger, passo sotto platani imbiancati e mi sento un tutt’uno con la musica.
Saint Littlewoman (Regium Lepidi) – photo TT
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Arrivato in ufficio la magia finisce. Sono solo, le colleghe temono la neve. Sbrigo le cose più urgenti e poi, visto che la nevicata si fa costante, nel primo pomeriggio torno verso casa. Sono le 15,30 devo ancora pranzare, sono a casa solo, la Domus Saurea è gelata
Domus Saurea cold blues – photo TT
Accendo la stufa e faccio partire il riscaldamento a manetta. Palmiro prova ad uscire ma dopo pochissimo è di nuovo in casa, un po’ annoiato dal fatto che non può godersi a dovere le ore d’aria.
Palmiro, snowy day daze – photo TT
Mi preparo qualcosa da mangiare… una pasta in bianco, un bicchiere di lambrusco e un arancio, guardo la misera messa in tavola, con Palmiro e Strichetto a fare da sentinelle e mi chiedo se esiste qualcuno più blues di me.
Blue lunch on a snowy day – photo TT
Metto su i Free tanto per stemperare le paturnie.
Free sul giradischi – foto TT
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Mi affaccio a Facebook, giusto il tempo per leggere le immancabili lamentele della gente circa la neve. Ora, è chiaro che la neve non piaccia a tutti, ma mi sorprende ogni volta l’isterismo che avviluppa le persone, quello che nasce da tutto ciò che può intralciare le attività umane. Questa mancanza di prospettiva, questa visione antropocentrica temo ci porterà all’estinzione. Quello che mi pare curioso è che uno non può nemmeno spendere belle parole riguardo la neve, uno non può sperare che venga a nevicare perché altrimenti viene assalito con commenti il più delle volte gratuiti e volgarotti, come se fenomeni naturali come la neve dipendessero dal desiderio di alcune persone. Un genio arriva a scrivere “ma quelli a cui piace la neve sono tutti dei mantenuti?”. Il poveretto non riesce a capire che anche noi snow-lovers dobbiamo fare la rotta (e che rotta! Per i non emiliani: fare la rotta vuol dire liberare cortili e strade dalla neve), che anche noi dobbiamo fare decine di km per andare al lavoro, e in ultimo che accettare gli eventi e i fenomeni naturali sarebbe corredo minimo delle menti mediamente intelligenti.
Inutile cercare di spiegare quello che la gente come me prova:
Già, inutile discutere, molta gente è così, vive perennemente sul proprio pianerottolo, un po’ come quelli che criticano e dileggiano chi – come me – posta foto di gatti. Non li sfiora il pensiero che loro fanno esattamente lo stesso quando pubblicano le solite, innumerevoli foto di figli, nipoti, cani, chitarre, dischi o qualsivoglia oggetto/mammifero per loro importante. Questa mancanza di visione, di ristrettezza di vedute mi colpisce sempre, l’equazione sembra essere “quello che non interessa a me è una stupidata”.
Giusto per rimanere in tema, scendo a fare la rotta.
Il mattino successivo. Nevica, seppur debolmente. Provo a partire per l’ufficio ma desisto, la stradina stretta e tortuosa che mi collega al resto del mondo sembra una pista da bob, meglio non rischiare. Faccio uscire Palmiro per una sgambata, ma dopo 10 minuti è già davanti alla porta che chiede di entrare. Il diavoletto nero della Tasmania si stende ad asciugare dinnanzi alla stufa.
Palmiro davanti alla stufa- foto TT
Verso metà mattina riesco ad arrivare al Consorzio di Borgo Massenzio per comprare una pala più grande e un sacco di sale. Mi piace sempre tanto andare al Consorzio, sembra di entrare in uno di quei negozi di decenni fa, l’atmosfera è autenticamente blues, un dipinto vivente della vecchia Emilia.
Il consorzio di Borgo Massenzio- foto TT
Il consorzio di Borgo Massenzio- foto TT
Mi metto a pulire il cortile, impiego più di due ore, ogni tanto faccio una pausa e mi dedico ad osservare il paesaggio dai miei soliti scorci preferiti…
Dintorni della Domus Saurea: giovani viti innevate – foto TT
Dintorni della Domus Saurea: frassini e fossi gelati – foto TT
Domus Saurea sotto la neve di marzo – foto TT
torno in casa spolto come chi sa (dall’emiliano: molto fradicio). Ho il corpo indolenzito, una doccia calda e poi riposo, che significa guardare vecchie puntante di The Walking Dead stagioni 1-4 attraverso l’orizzonte della maruga di Palmiro.
La maruga di Palmiro – Foto TT
Il tardo pomeriggio lo passo nello studiolo a contatto con la mia musica.
Nello studiolo cazzeggiando con la musica- autoscatto
Palmiro è un po’ imbronciato, quando non può star fuori qualche oretta gli viene il blues.
Palmiro got the blues – photo TT
Palmiro got the blues – photo TT
La sera mi affaccio dalla porta, è una notte silente, il candore della neve rende la veduta piene di suggestioni…
View from Domus Saurea in a snowy night- photo TT
Sabato. Mi sveglio alle 4:50. Orario da uomini di blues. So già che non riuscirò a riprendere sonno. Mi alzo, accendo stufa e termosifoni e mi metto al computer a scrivere questo articolo. La groupie si sveglia verso le 6,30, anche questo sabato deve andare al lavoro. Le preparo una cioccolata in tazza. Faccio colazione e lascio uscire i gatti. Dopo mezz’ora sono già lì che chiedono di entrare. Li asciugo, dopo di che li vedo dirigersi verso il divano. Comoda la vita da gatti qui alla Domus.
Palmiro sul divano – foto TT
Strichetto sul divano- foto TT
Inizio ad ascoltare i cofanetti di Edgar Winter appena usciti
ma poi arriva la stanchezza e mi metto sul divano anche io. Palmir sente il bisogno del suo umano e mi si butta addosso.
Tim & Palmir – autoscatto
Verso mezzogiorno torna a nevicare. E’ una nevicata intensa, copiosa, il mio animo si risolleva in un minuto. Mi metto in macchina, ho appuntamento con la pollastrella alla Coop per la spesa settimanale. Un paio d’ore dopo il ritmo cala, ma mentre torno alla Domus rimetto i Rolling, con Moonlight Mile il quadretto è di nuovo perfetto.
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Malgrado la stanchezza per il poco sonno e per l’indolenzimento dovuto dalla rotta fatta ieri, mi sento tonico, dinamico, in controllo di me stesso, sorrido del potere che la neve ha su di me, ma poi all’improvviso le nubi, il blues tenebroso che si alza, la tempesta che sento arrivare: domani ci sarà il derby, la mesta condizione in cui si trova la mia squadra non lascia presagire nulla di buono, così mi ritrovo di nuovo sotto i colpi del (black and) blues. Maledetto football, maledette passioni.
Martedì, ore 16,45, in ufficio. Sento che qualcuno tira una madonna (e pensare che a parte me in ufficio sono tutte donne) e maledice il tempo, guardo fuori dalla finestra, nevica. Qualcuno impreca e io me la rido. La neve ha sempre un effetto straordinario su di me. Io motivi sono molteplici, li ho già accennati qui sul blog dunque segnalo semplicemente un articolo trovato non troppo tempo fa.
Esco verso le 19. Fiocca come dio (Jimmy Page insomma) la manda. Entro in macchina. Sullo stereo il bootleg degli ELP a New York dicembre 1973. Nel mezzo di Pictures At An Exhibition il gruppo pensò di fare una sorpresa al pubblico e proporre Silent Night con l’aiuto dell’Harlem Gospel Choir.
La neve scende, una delle mie band preferite alle prese con il canto di natale che tanta pace mi infonde nel cuore e davanti a me la notte nera.
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Guardo il termometro, segna 0 gradi all’esterno. Stonecity è a 100 metri sul livello del mare, proprio ai piedi delle colline, ci sono circa 60 metri di differenza tra qui e Borgo Massenzio dove, temo, la neve che sta cadendo qui sarà acqua.
Arrivo ad Herberia, circa 50 metri slm, ed è già nevischio. So già che infilerò la macchina nel garage della Domus Saurea sotto la pioggia battente. Tolgo gli ELP e metto uno dei miei album preferiti di Ron Carter…
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Mentre entro in garage ecco che sgattaiola dentro Spaventina, la più selvatica delle gatte che vivono con noi, le do da mangiare, uno dei rari momenti in cui si lascia accarezzare e, a volte, prendere in braccio. Salgo in casa. Sul divano Palmiro e la Ragni dormono di gusto.
Interno Domus Saurea: La Ragni e Palmiro – foto TT
Dopo cena mi metto sul divano, avrei voglia di un bourbon ma rinuncio, mi sparo invece un gelato al limone con stecco di liquirizia. Su Sky niente di particolare, spengo la TV. Lei è curva sul tavolo della cucina alle prese con la Ghironda da costruire.
La Ghironda di Saura – foto TT
Vado nello studiolo. Metto sul piatto The Man Machine dei Kraftwerk.
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Lo tolgo, prendo in mano la chitarra. Da un paio di giorni sto lavorando su un riff alla Tim Tirelli (alla Mick Ralphs insomma). Lo modifico, lo cesello, cerco uno sviluppo ritmico…quello che mi esce è un giro di accordi che fatica a rimanere in sintonia col riff. Tralascio il riff, ripeto il giro ritmico, ora la mano va da sola, ci canto sopra qualcosa, salta fuori una melodia e un abbozzo di testo. E’ uno di quei momenti un po’ magici che chi scrive canzoni conosce bene. Cerco di fissare il tutto nella mente, per sicurezza lo registro sul cellulino. Torno a pensare al bourbon ma vado in cucina e mi preparo una tisana. Ritorno sul pezzo, lo ripeto più volte, ripongo la chitarra, spengo la luce e mi preparo per andare a dormire. Alla luce della lampada leggo qualche pagina della biografia di Greg Lake, quindi mi lascio scivolare in un sonno che spero sia lungo. Riapro gli occhi, sento che la stufa è appena partita, dunque sono le sei. 15 minuti e le suona la sveglia. La sento alzarsi, prepararsi, dar da mangiare ai gatti (4 sono nostri, ad altri 2 abbiamo dato asilo) e uscire. Volto gallone (come diciamo qui in Emilia, mi giro dall’altra parte insomma), ma ho in testa la canzoncina di ieri sera. Il letto è caldo, la stufa è accesa, la campagna lì fuori fredda e scura, cerco di restare a letto per l’altra mezz’oretta che mi rimane, ma non riesco. Nello studiolo accanto sento uno svolazzar di fogli, vado a controllare: sono gli appunti su cui ho scritto la canzone che volteggiano nella stanza, nel buio del mattino intorno ad essi una figura di aria nera prende forma. Mi spavento a morte, traballo, cado in ginocchio.
Early this mornin’, when you knocked upon my door Early this mornin’, ooh, when you knocked upon my door And I said, “Hello, Satan, I believe it’s time to go
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Sono le 6,45. Ho capito che devo tornare a lavorare sulla canzone. Mi lavo e mi preparo, e mentre lo faccio accenno a qualche passo swing al ritmo di My Baby Just Cares For Me che Radio Capital sta passando.
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Mangio una Fiesta, bevo un volluto e mi butto sulla chitarra. La nera figura si dissolve. Tornisco il pezzo, aggiungo 3 accordi non proprio consoni, implemento il testo e arrivo fino ad inserire un ponte. Il titolo provvisorio è “Chiaro Non Sarà”.
Sono entusiasta. Scrivere canzoni è la attività che preferisco, o perlomeno una delle quattro o cinque che prediligo, le altre hanno a che fare con la pollastrella, con l’Inter, con Jimmy Page e Keith Emerson, e sciocchezzuole di questo genere.
Mi alzo in piedi, vado alla finestra, il buio si è stemperato in un grigio dipinto di acqua e foschia, scuoto la testa e mi dico “guarda te se alla tua età devi ancora spaventarti e prendere fuoco per una canzonetta che una volta finita metterai nel cassetto e nessuno ascolterà.”
Faccio per uscire, lo Strichetto (la gattina a cui diamo asilo già da qualche mese) reclama un po’ di attenzioni, mostra la pancia, gliela accarezzo poi la faccio giocare con il pupazzo del ragno assassino e con la pallina rosa (e sì, lo so, an s’è mai vest Johnny Winter fer chi lavòr ché!…non si è mai visto Johnny Winter far quei lavori qui.).
Esco, salgo sulla Sigismonda, tolgo Ron Carter, metto gli UFO, quelli classici. Lights Out aiuta a rialzare il bioritmo. Ripenso all’articolino sull’album in questione che lessi, credo, su Tutti Frutti (la rivista) più di 7 lustri fa, a firma Giancarlo Trombetti. A parte me, mia sorella è un paio di musicisti della zona (che comunque non frequentavo) non è che ci fosse tante gente intorno a me interessata al gruppo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, ricordo che leggere quelle righe quindi mi fece assai piacere.
Sul car stereo gli UFO – foto TT
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Mi fermo a far rifornimento. Il benzinaio di colore corre da una colonnina e l’altra, il distributore è uno dei più grandi della zona, uno con anche il GPL e il lavaggio; lui è sempre solo ed è spesso in affanno. Ogni volta cerco di scambiare qualche battuta con lui , di dargli conforto, di fargli intendere che capisco il suo blues. Un paio di mesi fa sì è anche mezzo rovinato una mano con un fiotto ghiacciato di GPL fuoriuscito all’improvviso. Il ragazzo che c’era prima se ne è andato perché oltre a sgobbare come un matto doveva anche essere sempre reperibile e il proprietario non gli ricnosceva abbastanza. Non voglio pensare alla miseria che percepirà il nuovo garzone. Gli do una pacca sulla spalla, mi sorride.
Arrivo in ufficio, ho la melodia della canzone in testa. Cerco di metterla da parte. Accendo la candela, la luce della lampada, il computer.
Cercando l’atmosfera – Office Blues – foto TT
Prima di mettermi al lavoro, dalla finestra do un’occhiata al futuro, mi sa che dovrò tirare fuori dal ripostiglio la scopa e rassettare la stanza prima di fare i bagagli. Il futuro, già … “chiaro non sarà.”
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“I Believe I’ll Dust My Broom”
I’m gointa get up in the mornin I believe I’ll dust my broom I’m gointa get up in the mornin I believe I’ll dust my broom Girlfriend the black man you’ve been lovin Girlfriend can get my room
I’m gonna write a letter Telephone every town I know I’m gonna write a letter Telephone every town I know If I can’t find her in West Helena She must be in East Monroe I know
I don’t want no woman Wants every downtown man she meets I don’t want no woman Wants every downtown man she meets She’s a no good dooney They shouldn’t allow her on the street
I believe, I believe I’ll go back home I believe, I believe I’ll go back home You can mistreat me here babe, But you can’t when I’m back home
And I’m gettin up in the mornin I believe I’ll dust my broom I’m gettin up in the mornin I believe I’ll dust my broom Girlfriend the black man you been lovin Girlfriend can get my room
I’m gonna call up Chiney See is my good girl over there I’m gonna call up China See is my good girl over there I can’t find her on Phillipine’s island She must be in Ethiopia somewhere
Pur amando parecchio l’inverno, passato il periodo dei Saturnali tendo a perdere interesse in esso, soprattutto se si dipana in un susseguirsi di settimane senza fenomeni nevosi. In gennaio sono già preda dell’accidia metereologica. Al mattino talvolta si scende sotto zero, ma il resto delle giornata si vivacchia su temperature che non sanno di niente. Arriva poi febbraio e con esso pioggia e nevischio. In alto appennino cade una gran quantità di neve che si estende sino ai paesi della fascia pedemontana, Stonecity compreso.
Stonecity – febbraio 2018 foto TT
Qui sulle rive del Bondeno una brodaglia gelata di pioggia mista a neve.
Così cammino all’ombra del blues sotto un cielo freddo e scuro. Colonna sonora: i Fleetwood Mac di mezzo.
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Bare trees, gray light Oh yeah it was a cold night Bare trees, gray light
I was alone in the cold of a winters day You were alone and so snug in your bed
Oggetti che se ne vanno
Non è facile gettare oggetti a te cari, oggetti che ti hanno accompagnato for a long and lonely time. Questa volta tocca alle mie vecchie cuffie Pioneer. Era dal 1979 che le avevo con me, con esse ho ascoltato migliaia di dischi, ho registrato i miei demo tape sul Tascam 4 piste e ho sentito centinaia di cd la notte quando, in preda ai tremori rock, non potevo esimermi dall’ascoltare a discreto volume la musica che mi tiene in vita. Ed ora eccole lì, ormai non più funzionanti grazie alla pisciate di qualche felino dispettoso che vive con me. Che dispiacere disfarsene.
Vecchio cuffione, quanto tempo è passato! Quante illusioni fai rivivere tu! Quante canzoni sul tuo passo ho cantato, che non scordo più. Sopra le dune del deserto infinito, lungo le sponde accarezzate dal mar, per giorni e notti insieme a te ho camminato senza riposar!
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Vecchie Cuffie – foto TT
Due anni senza Brian
Oggi fanno due anni senza il vecchio Brian. Da allora il blog ha smesso di parlare della gestione di un vecchio, di alzheimer, della fatica che fanno i figli nel vedere i genitori svanire pian piano nel nulla. A distanza di due anni la commozione è ancora facile, mi basta guardare una sua foto, oppure pensarlo un po’ che mi si inumidiscono gli occhi. A volte mi sembra strano di avere del tempo libero, tempo che negli anni passati non avevo, assorbito com’era dalla sua conduzione. Rileggo i post del 10 febbraio del 2016 e quello del 5 febbraio dell’anno scorso, inutile ripetersi.
Il vecchio Brian 2011 – foto TT
Aggiungo solo che anche oggi il vecchio Brian mi manca e che vorrei averlo ancora qui con me, ma questa è la vita e non c’è niente che noi – mammiferi con la coscienza di sé sperduti in una minuscola porzione di universo – si possa fare se non accettarne il non senso. Mille uomini, Brian, mille uomini.
Il vecchio Brian 2012 – foto TT
Il Giorno della Memoria
Leggo di una sindaca leghista di un paese lombardo che su un social scrive più o meno “visto che è il giorno della memoria ricordate di andare a prenderlo nel culo”. Mi chiedo a che livello arriveremo. C’è un senso di inciviltà, di violenza (verbale e non) che disarma, si ostenta la propria ignoranza, si dileggia la scienza, la cultura e il sapere degli altri con una veemenza terribile. Si bruciano manichini della presidente della Camera, si torna all’oscurantismo religioso, al razzismo più bieco, a ideologie che non dovrebbero più nemmeno essere contemplate. Continuo a sorprendermi di questo, l’involuzione è continua e costante.
Francesco, amico che fa parte della comunità di questo blog, mi manda via email due link. Piacevole sapere che un Tirelli, nato a un tiro di schioppo da dove sono nati i miei avi, seppe compiere azioni tanto nobili ed è doveroso pubblicarlo sul blog, a mo’ di argine contro l’avanzata delle fogne.
Saura non riesce a stare con le mani in mano, avendo ereditato da suo nonno Inìgo doti attitudinale circa la manualità quando non sistema gli impianti elettrici di casa, quando non costruisce comodini di legno / quando non sistema i pannelli isolanti sotto al tetto della casa, deve trovare un modo affinché le mani smettano di prudere. La sua nuova mania (che va di pari passo con la mia relativa alle nuove ristampe di vinili) consiste nei puzzle 3d, specificatamente dedicati agli edifici di Harry Potter.
La sera, dopo aver cenato, io mi fiondo davanti a Sky Sport speciale calcio mercato, oppure davanti all’ennesima puntata di Babylon Berlin o infine nello studiolo. Qui completo le mie ultime canzoni, ascolto qualche vinile o continuo la recensione dell’ultimo box set degli ELP (prima o poi sul blog). Dopo un po’ mi chiedo dove sia finita la pollastrella, vado in cucina e la vedo nei panni dell’ architetta pazza.
Le Costruzioni di saura – Harry Potter – foto TT
Ammiro molto la sua abilità, la sua autodisciplina…
Le Costruzioni di Saura – Harry Potter – foto TT
e ancora una volta mi chiedo con che razza di donna mi sia messo…
Le Costruzioni di Saura – Harry Potter – foto TT
le costruzioni finite sono molto belle, ma la casa è piccola, così finiscono o sui miei scaffali di cd o sulla libreria in sala
Le Costruzioni di Saura – Harry Potter – foto TT
Una volta costruiti tutti i 3D disponibili di Harry Potter pensavo si sarebbe calmata e invece ecco che una bella mattina, al lavoro, ricevo un suo messaggio:
“Tyrrell! Guarda che bella! Una ghironda da costruire!” E dopo poco. “Tyrrell, non ho resistito, l’ho ordinata”.
Ghironda da costruire
Ghironda da costruire
E già sogna di inserire nella scaletta degli Equinox “Nobody’s Faul But Mine” versione Page & Plant, quella con l’hurdy gurdy, la ghironda insomma. Ogni tanto mi fermo a contemplare questa amazzone reggiana, questo tornado dalla cresta bionda, questa pazza scatenata che le sue amiche al lavoro chiamano “la giaguara” e torno a chiedermi “ma come cavolo farò a starle dietro?”
LaSaura – gennaio 2018 – foto TT
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Instagram Blues (sulle orme di Wanda Nara)
Sono iscritto ad Instagram, questo perché sono così pazzo per l’Inter che seguo i profili dei giocatori. Il pettegolezzo e l’edonismo di questi umani che giocano su campi di calcio dietro compensi milionari non mi interessano, ma nell’essere aggiornato sulle loro attività, sul loro umore, sui loro pensieri (?) m’illudo di placare l’ansia da football che ho quando la squadra incomprensibilmente a dicembre inizia a implodere su se stessa e a diventare un buco nero(azzurro). Se li vedo sorridenti mi calmo e guardo al futuro con fiducia. Questo ahimè capita raramente con croati e sloveni ad esempio; Brozović, Perišić e Handanovič hanno un’unica espressione, peggio di Clint Eastwood che – a detta di Sergio Leone – ne aveva due: con e senza cappello. Saranno contenti oggi? Sono incazzati? Scazzati? Felici? Tristi? Euforici? Abbacchiati? Su di giri? Giù di giri? Vallo a capire.
Brozo-Handa-Perisic
Così mi sposto sugli argentini, ed in particolare sul capitano-bomber e sul suo agente (sua moglie Wanda Nara, insomma). Il fatto è che postano su Instagram con una frequenza tale fa far girare la testa. Wanda poi è un continuo mostrasi in tutte le pose immaginabili. Questa ostentazione di sé mi disturba, a maggior ragione se si tratta del capitano della squadra e del suo manager appunto. Certo, non mi obbliga nessuno, ma le sorti dell’Inter mi stanno così a cuore che, vista l’impenetrabilità della proprietà, cerco risposte tra le inezie pubblicate da quei due. Il problema è che a furia di vedere tutti quegli autoscatti un giorno mi son detto, va beh, lo faccio anche io.
Office blues – autoscatto TT
I see a little silhouette of a man – autoscatto TT
Office blues – autoscatto TT
Ho provato tre giorni a fare il simpatico, il creativo, l’uomo di blues, poi ho capito che è meglio che la smetta e che che torni a pubblicare foto di Jimmy Poige
The Dark Lord live 1975
Il mio amico Palmiro
Nei mesi invernali la mia amicizia col gatto Palmiro si fa più intensa, con giornate più corte e fredde il diavoletto nero della Tasmania cerca i suoi umani con più frequenza. Di notte dorme nel lettone con noi, esattamente in mezzo poi, dopo che la sua umana si alza, gli dà da mangiare e infine esce per andare al lavoro, viene da me per una mezz’oretta di amicizia pura. Inizia a fare la pastella e le fusa su di me e poi si sdraia accanto a me infilando il suo muso sotto al mio mento. E’ piacevole nelle fredde e buie mattine invernali ritrovarsi con una sciarpona felina intorno al collo, una cotoletta di pelo nero che con la sua vicinanza ti mette di nuovo a tuo agio in questa porca vita. Sono anni che lo scrivo e lo vivo, l’interazione tra due mammiferi di specie diverse che vivono insieme mi sorprende sempre. Ringrazio il nulla cosmico onnipotente che ci ha messo l’uno nelle zampe dell’altro.
Palmiro – febbraio 2018 – foto TT
Io credo che si possa chiamare davvero amicizia, perché non ho mai visto un gatto fidarsi così tanto di due umani. Palmir non considera nemmeno per un secondo l’ipotesi che – anche solo accidentalmente – gli si possa fare male, che lo si possa lasciare da solo. Spesso va a dormicchiare sopra al frigo, quando vado a tirarlo giù si lascia prendere come fosse un sacco di patate, non accenna nemmeno un po’ ad aggrapparsi a me, sa che non lo mollerei mai. Quando lo prendo in braccio devo poi stare attento quando lo rimetto a terra perché lui dà per scontato che lo faccia atterrare con dolcezza estrema. Davvero, non ho mai visto un gatto fidarsi così ciecamente di due umani.
Palmiro – febbraio 2018 – foto TT
Per uno motivo a me incomprensibile Palmiro pensa che quando sono sul divano intento a dare un’occhiata al cellulare e faccio partire un video o un file musicale, io sia in pericolo e allora accorre e viene a tranquillizzarmi. Rimango sempre di stucco. Una volta stavo stringendo la pollastrella durante un fiotto di passione, e una volta sentiti i sospiri della sua mammina Palmir si è precipitato, preoccupato com’era che le stesse succedendo qualcosa. E’ il suo modo di prendersi cura di noi. E’ un gatto adorabile, e mi ritengo tanto fortunato ad averlo con me.
Palmiro – febbraio 2018 – foto TT
Spesso poi mi fa ridere. Naturalmente ogni giorno non vede l’ora di andar fuori a gatteggiare per la campagna, quando però si accorge che non è che ci sia sempre il sole e che i campi sono gelati e umidi, si ferma sotto il pino, e dopo 20 minuti è già pronto per tornare in casa. Molto meglio sdraiarsi in pose buffe davanti alla stufa che avere a che fare con il nevischio.
A Palmiro non piace il nevischio, preferisce la stufa – 3/2/2018 – foto TT
Long Playing Blues
Si conferma il trend degli ultimi mesi: in casa ascolto solo vinili. L’altro giorno ho messo sul piatto Wish You Were Here, uno di quei album così belli e famosi che spesso non ce la fai ad ascoltarli, troppa l’esposizione nel corso degli anni. Eppure me lo sono gustato tutto dall’inizio alla fine. Che capolavoro.
WYWH – foto TT
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News Of The World è uno dei “miei” album, uno di quelli della mia gioventù, e a parte questo penso che in generale sia uno splendido album di musica rock. Una volta postata questa foto su FB uno dei miei contatti ha commentato “No, i Queen no!”. Se a qualcuno il gruppo di May e Taylor non piace nessun problema ovviamente, ma il senso di quel commento era di un altro tenore, tipo i Queen sono un gruppetto non degno di essere considerati un vero gruppo rock. Io invece rivendico la loro grandezza. Certo, nel corso degli anni ottanta pubblicarono anche sconcezze, ma chi non lo fece? La puzza sotto il naso non mi è mai piaciuta, capisco che gli errori e gli orrori di certa stampa musicale italiana incidano ancora oggi, ma ad un certo punto, da adulti, bisognerebbe saper guardare le cose nella prospettiva più ampia. Personalmente ritengo i Queen 1975/1980 un gran gruppo, autore di album memorabili, e NOTW è uno di questi.
Sul piatto News Of The Words – foto TT
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Alla Bottega si parla di pedaliera-basso e di Theremin
Il mercoledì dopo il nostro concerto alla Bottega dei Briganti torniamo nel locale a cena e per sentire una tribute band degli AC/DC. Il locale è già bello pieno. Abbiamo prenotato, ci indicano il tavolo, malgrado una P sia rimasta per strada, non possiamo confonderci.
Table Reservation – Bottega Dei Briganti 31-1-2018 – foto TT
Nemmeno il tempo di sederci che una ragazza del tavolo di fianco ci saluta “Ciao, voi siete degli Equinox, vero? La settimana scorsa ero qui a sentirvi”, parlando con i due amici seduti al suo tavolo “Lei è la bassista e tastierista, pensate che mentre suona la tastiera fa anche la parti del basso con la pedaliera basso.” Rimango basito, non è automatico che la gente capisca il meccanismo e la bravura di Saura. Ricordo che un volta un suo amico musicista venne e vederci e a fine concerto non aveva capito che mentre Saura era alle tastiere suonava anche la pedaliera. Siamo dunque entrami sorpresi e le facciamo i complimenti.
“Lui invece è il chitarrista” continua “in Whole Lotta Love usa uno strumento elettronico, una antenna che emette dei sibili elettronici e che in pratica è un oscillatore di frequenze.”. “Il Theremin” faccio io“, “Ecco sì il Theremin…”
Ecco, che grazie a noi ci sia in giro gente che parli di Pedal Bass e di Theremin senza essere per forza ferrata in materia, mi entusiasma.
Insalatone vegetariano per Saura, Hamburgher “Montecavolo” per me. Coca e Blanche belga.
Tim – Bottega Dei Briganti 31-1-2018 – foto Saura T
Saurit – Bottega Dei Briganti 31-1-2018 – foto TT
Il locale è strapieno, il gruppo è della zona, è chiaro che molti sono amici dei musicisti, ma è altresì chiaro che gli AC/DC tirano, puntando alla pancia delle persone si fanno seguire d’istinto. Mi fa piacere che la band faccia riferimento agli AC/DC versione Brian Johnson, ho una gran simpatia per l’urlatore di Dunston. Il cantante che lo imita non se la cava affatto male, anzi è proprio bravo, poi è un comunicatore, un istrione giù alla buona, e la gente lo segue. Bravo anche il chitarrista che fa Angus. Non è però una proposta che fa esattamente per me, indossano parrucche, giocano a fare i cazzoni, spesso tutto sconfina nella macchietta, e io non sono il tipo giusto per queste cose. Ma riascoltare certi pezzi fa bene, e poi, il locale è pieno come un uovo. La Bottega dei Briganti rimane al top.
Coop Tales: intercalari
Sabato di buon mattino alla Coop, as usual. Reparto frutta. Sto prendendo un sacchetto e un guanto di plastica con l’intenzione di andare a scegliere delle arance. Di fianco a me un signore sui 65/70 anni alle prese con le bilance automatiche. Sta pesando della frutta, ma è in difficoltà, non capisce che è già nella videata finale. Si rivolge a me in cerca di aiuto senza chiedermelo direttamente, lo fa con una domanda/esclamazione nella speranza che chi è lì vicino gli dia una mano:
“ …. madòna, e adèsa coma fàghia?” . Prima della parola madonna mette il nome in dialetto (con una sola c quindi) dell’animale che sta in copertina di Atom Heart Mother. Tradotto in maniera pulita: “santa madonna, e adesso come faccio?”. Aiuto il signore, che ringrazia e mi saluta con calore. Torno alle mie faccende, scuotendo la testa e sorridendo. L’imprecazione era scevra di particolari volgarità, sebbene potrà sembrare il contrario ai credenti, e discende da antiche pulsioni nate quando la Romagna (e di riflesso l’Emilia) era sotto l’influenza e il giogo dello Stato Pontificio. Io da ateo me la rido, ma mi chiedo se al mio posto ci fosse stato un cattolico un po’ sensibile cosa sarebbe successo…
Mattina piovosa
E’ venerdì. Sveglia alle 6, ho gli esami del sangue per il solito controllo annuale. Niente di che, ma col blues che mi attanaglia in questi ultimi mesi e che rende precario il mio umore è un impiccio. Piove, mi metto in macchina, ho l’animo tra il leso e il frusto, tra il liso e il molto adoperato insomma. Fino a che sono sulle blue highway rollo tranquillo in un quadretto di colori e di sensazioni molto blues.
Mattina piovosa – foto TT
Sulla via Emilia il traffico aumenta e a Stonecity diventa terribile. Arrivo all’ospedale in ritardo, dopo le 8, mi aspetto un gran casino e invece sono colpito dal fatto che ci siano ancora molti parcheggi liberi. “Mah” mi dico. Mi dirigo verso il centro prelievi. La nuova procedura in vigore da alcuni mesi vuole che non si prendano più gli appuntamenti al cup per esami di questo tipo ma che ci si rechi sul posto direttamente con l’impegnativa del medico. Immagino un girone dantesco e invece, tutto è tranquillo. Ritiro il biglietto numero 163. Nemmeno il tempo di sedermi che tocca a me. La signorina mi dà il foglio del ticket e gli adesivi con il codice a barre collegati al mio nome. Mi metto in coda alla macchinetta automatica per i pagamenti, ma non faccio nemmeno in tempo a guardarmi in giro che chiamano il mio numero per il prelievo. Il personale è gentilissimo. Esco, pago il ticket. Tempo impiegato 9 minuti. Capisco che non sia così dappertutto, capisco che al sud la situazione sia delicata, capisco che tutti vorremmo di più e che ormai è diventato d’obbligo lamentarsi, ma capisco anche che sia anche giusto sottolineare i servizi che funzionano.
Sono in ufficio alle 8,30, alle 9 ho una riunione. Per colazione mangio una di quelle miscele di frutti esotici essiccati da nuffia, un po’ di frutta fresca e mi bevo un deca. Fuori dalle grandi finestre la pioggia continua a cadere. La luce artificiale dell’ufficio ben si intona con il blu livido del mattino. Accendo la candela al rabarbaro e thé nero che ho sulla scrivania.
Mattina piovosa – office blues – foto TT
Entro in riunione, ne esco alle 10. Vi rientro per un approfondimento. Ne riesco. Guardo alle mie spalle le foto di Robert Johnson, del Dark Lord e della Bad Company. Mi avvicino alle finestre. Scorre il giorno. Verso le 17 mi ritrovo nella stessa posizione davanti alle vetrate. Scende la pioggia ma che fa, crolla il mondo intorno a me … ascolto il rumore di fondo della città, domani dovrebbe nevicare, chissà, ma quantomeno sarà sabato, potrò godermi un po’ il mood tranquillo della Domus Saurea e lenire i miei blues. E’ quello che anelo, ma poi mi arriva un messaggio dalla pollastrella, l’architetta, l’elettricista, l’idraulica, la marangona insomma.
“Sono all’Obi. Ho pensato ad una soluzione per quel problema della credenza in cucina, compro una striscia di legno e dei tasselli così domani la fisso e ricavo il posto per la ciabatta. In più ho preso altre due tavole di legno così costruisco due ripiani per lo scomparto della scrivania dello studiolo, in modo da poter utilizzarlo in maniera più funzionale. Finché ci sono compro anche un nuovo soffione doccia, con il tubo e il saliscendi. Così domani monto tutto. Ciao Tyrrell”.
Addio sogni di un fine settimana ritemprante. Me tapino.
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P.S. sabato…
Falegnameria Ganassi di Saura T- foto TT
Falegnameria Ganassi di Saura T- foto TT
Falegnameria Ganassi di Saura T. – foto TT
Saura Plumbing – EMERGENCY SERVICES AVAILABLE – SERVING THE BORGO MASSENZIO AREA – COMMERCIAL & RESIDENTIAL – foto TT
La Fiera Del Disco di Mutina è da anni inglobata in quella dell’Elettronica e dei Fumetti. Lontani sono i tempi quando l’intero vecchio palasport di via Molza era ad essa interamente dedicato, ora la mostra mercato si sviluppa in meno della metà di uno dei padiglioni della fiera. Chi la fa da padrone è la fiera dell’elettronica visto che ha a disposizione interi capannoni e un flusso costante di gente, a seguire ci sono i fumetti e gadget ad essi collegati che portano tutta la fauna dei cosplayer e infine noi, gli amanti della musica e dei dischi, relegati in sole cinque/sei file di stand. Quest’anno mi si dice che vada meglio delle ultime due edizioni, ma non c’è da rallegrarsene più di tanto, la situazione non è comunque granché.
Son qui col mio amico Paul Lyson e tutti e due abbiamo come scopo comprare dei vinili, o meglio comprare recenti ristampe di album in vinile che probabilmente già abbiamo. Riflettiamo sul fatto che entrambi ormai non acquistiamo più cd, se lo facciamo è solo per cofanetti o deluxe edition. Dico al mio amico che aspetto con ansia la pubblicazione (prevista per febbraio) di due box set di Edgar Winter ma che per il resto sto concentrandomi solo sui vinili. Curioso, non credo di essere mai stato un feticista del vinile, li ho comprati fino al 1988 e poi sono passato ai cd senza tanta fatica, anzi. Eppure sono ormai alcuni mesi che compro e ascolto essenzialmente solo vinili, che poi quando ero giovane non li chiamavano mica vinili, ma dischi o ellepì.
Compro solo (o quasi) nuove ristampe, a differenza del mio amico Polbi, anche se rifletto spesso su un suo recente commento:
Paolo Barone: “Non ho mai smesso di comprare vinili, anche se negli anni novanta era diventata una cosa episodica. Ora come tutti sappiamo le cose si sono ribaltate, e i cd non li compra più nessuno, ne abbiamo già parlato. Tranne in poche occasioni pero’, non sono attratto dalle ristampe. Non lo so…non mi prendono…adoro invece trovare i dischi originali, sempre che la spesa sia contenuta più o meno entro i costi del vinile nuovo. Non ho quindi molti album di valore collezionistico particolare. Un eccezione mi e’ arrivata invece con un regalo a novembre, The Piper at the Gates of Dawn del 1967 seconda stampa stereo inglese. Un disco che vale fra i 250 e i 500 euro, probabilmente il disco più costoso che ho mai avuto. Al di la’ del puro piacere di ascolto, immenso, tenere fra le mani quel disco che ha la mia eta’ e’ stata un esperienza particolare. Lo guardo ancora, e penso a mille cose. Chissa’ come cazzo e’ arrivato a San Francisco nel negozio (Amoeba, il più grande che ho visto in vita mia) dove mi e’ stato comprato. Avra’ avuto altre case, altri momentanei padroni/custodi, oppure uno solo e poi il negozio? 50 anni sono tanti per me e per lui, quante cose sono successe per fare arrivare quel disco a me, dal momento che e’ stato stampato nella Inghilterra psichedelica del magico 1967…E dopo di me dove andrà? Non possediamo veramente nulla, siamo solo nel migliore dei casi dei compagni di strada delle cose che amiamo. Avevo fatto questa riflessione proprio con Tim alcuni anni fa pensando alle case se non ricordo male. E poi un vinile originale e’ anche una piccola macchina del tempo, che ci restituisce l’illusione di un ascolto così come era stato pensato al momento della creazione artistica. Siamo fortunati in questo senso, un vinile tenuto decentemente praticamente rimane inalterato nel tempo, credo più di un dipinto o una fotografia”
Punta di vista profondo quello di Polbi, ma per me è diverso. In primis alcuni degli originali che avevo e che ho non sono un granché dunque prediligo nuove versioni confezionate meglio, masterizzate meglio e su un vinile migliore. Non sono mai stato un collezionista, le versioni originali non mi attraggono più di tanto … Julia diceva che a me interessa “il bello”, che ricerco “la perfezione” dunque è naturale per me orientarmi sulle nuove ristampe fatte in un certo modo. Che ci che ci posso fare, son fatto così. Qualche bell’originale stampato un Usa, in UK o in Giappone oppure qualche bella edizione del tempo che fu piacerebbe anche a me, ma in generale non sono il tipo che va alla ricerca di queste cose.
Certo è che questo ritorno del vinile, questa moda, questa mania è singolare, in un’epoca dove la veloce fruizione di qualsiasi cosa è l’imperativo, si rallenta e si torna ad impegnare tempo e gestualità nell’ascolto della musica.
Se da una parte è naturale per quelli della mia generazione dall’altra è un vezzo singolare per i ragazzi d’oggi. Noi diversamente giovani cerchiamo di ricatturare le sensazioni della nostra giovinezza, quando passavamo i sabato pomeriggio nei negozi di dischi a scuriosare tra gli scaffali e a spendere migliaia di lire in long playing e i sabato sera ad ascoltarli in religiosa condivisione con gli amici. Tutti intorno all’altare su cui era posizionato il piatto a fissare il disco che girava o le lucine dell’equalizzatore e a fantasticare sull’artwork e sulle note di copertina. Quando sentivamo uno slego di chitarra o una figura di batteria particolare, ci guardavamo beati e soddisfatti, con l’espressione un po’ così che abbiamo noi quando ascoltiamo musica rock, ammiccando l’uno nello sguardo dell’altro. Tutto questo mentre fuori, il sabato sera, c’era da divertirsi con le ragazzine. Ah.
I giovani d’oggi, o almeno alcuni di loro, forse cercano di carpire il gusto di un epoca che probabilmente hanno idealizzato, forse provano a ritrovare un po’ di umanità analogica, a rifiatare da un società che li vuole e li chiama nativi digitali.
Rimane il fatto che acquistare vinili è molto soddisfacente. Alla fiera di cui sopra riesco a trovare ad un prezzo finalmente decente (24 euro) la ristampa di Harvest di Neil Young (che avevo visto in vendita anche a 39 euro), la ristampa di Autobahn dei Kraftwerk (sono in un buraccione mica indifferente, non ascolto altro che non sia il gruppo di Ralf & Florian, sto pensando di trasferirmi a Düsseldorf), la ristampa di News Of The World dei Queen (uno dei “miei” album), la ristampa di Tales From Topographic Oceans degli Yes (da regalare alla pollastrella con cui vivo) e la stampa originale italiana del 1979 di In Concert (live 1977) degli Emerson Lake & Palmer, la cui copertina mi ha sempre emozionato.
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Mi rendo conto che sto spendendo buona parte delle mie entrate in vinili di dischi che avevo o che ho o che posseggo in altri formati, ma fatico a frenarmi. Evidentemente ho dei vuoti esistenziali che devo riempire, o magari lo faccio solo per contrastare i blues della vita, o infine solo per amor della musica. Non riesco a capire, è tutto un disfarsi di vecchi LP e CD e ricomprarli in altra edizione, gettare zavorra e riprenderne a bordo altra merce con la speranza che sia in edizione definitiva. E’ un blues ossessivo compulsivo, ahimè, lo so, ma quando sono al lavoro e mi arriva un pacchetto con due nuove ristampe mi sento meglio, mi si risolve la giornata.
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Il fatto è che è gratificante svegliarsi al mattino di domenica, mettere sul piatto Caravanserai e lasciarsi trasportare dal moto ondulatorio della puntina che dà voce al jazz rock cosmico del gruppo mentre si contempla la campagna e si sorseggia una spremuta …
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… oppure la sera, dopo l’ennesima giornata di lavoro tipica della società capitalista occidentale, richiusi nella propria stanzetta, mettere su i Kraftwerk, lasciarsi andare alla “ostalgie” (nostalgia dell’est), sognare di essere a Berlino Est e che l’Assenzio che si staa bevendo altro non sia che un liquore che si beveva all’epoca in quei posti.
DDR-Tradition
Il cupo sferragliare elettronico dei Kraftwerk del 1977 mi sembra la brillante (?) colonna sonora di una società, la DDR, che – chissà perché – mi son messo a studiare.
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Sì, ascoltare gli ellepì mi permette ancora di costruirmi castelli, di saltare col cuore e con la mente in epoche e situazioni differenti, cosa che non riesco più a fare con i cd.
E allora, come detto, eccomi di nuovo a comprare vinili sebbene cerchi di limitarmi, le possibilità sono quelle che sono, il futuro non pare gran cosa, occorre trovare giocoforza un equilibrio, anche se a volte è proprio impossibile: ho provato a resistere tre anni, ma quando ho visto su di un sito Straight Shooter della Bad Company (che possiedo già sia in vinile e in diverse edizioni di cd ) in versione deluxe ad un buon prezzo, non sono stato capace di resistere. Quella copertina per me è come droga.
Ieri sera la groupie mi ha detto “va là che sei fortunato ad avermi trovata, ti lascio comprare tutto quello che vuoi“, beh, non proprio tutto a dir la verità, l’abbonamento a InterTV su Sky me lo vieta ormai da 9 anni.
25 dicembre 2017 ore 20: sono alla Crocetta di Mutina, dove abita mia sorella. Torno verso la Domus Saurea. L’indolenza della fine del giorno di natale mi attanaglia, come ogni anno. Se dal 3 al 23 dicembre – pur avviluppato dalla malinconia (felice) del periodo – zampetto tra le lucette ad intermittenza con un certo vigore, dal primo pomeriggio del 25 perdo quasi completamente interesse per i saturnali e per l’inverno. Mi chiedo se i regali che ho ricevuto e che mi son fatto hanno riempito i vuoti esistenziali, se le good vibrations che ho provato nelle ultime tre settimane riusciranno a tenermi in piedi per i mesi a venire. Mi domando anche perché abbia fatto un regalo a chi recentemente mi ha piantato una coltellata nella schiena. Non so darmi una risposta precisa, probabilmente perché sono un sentimentale (o un coglione). Rimangono nei miei pensieri i fermoimmagine delle confezioni dei pacchetti che erano sotto l’albero, cartoni, carte colorate, fiocchi, nastri pronti per il macero. Noi qui al calduccio delle stufe a scartare regali e disperati a dormire su un cartone in qualche angolo buio sperando che qualcosa possa cambiare prima o poi nel loro futuro.
Tra tutta questa mestizia che mi irretisce i neuroni riesce a divincolarsi il messaggio di auguri che uno degli amici manda nella chat blues: “Ciao nase, auguri”. Rido quasi sino a pisciarmi addosso. Ricordo ai lettori né reggiani né modenesi ciò già riportato più volte sul blog:
“Nuffia” e “Nasa” sono due termini della lingua mutinense, quella della nostra città. Secondo il nuovo dizionario PICCAGLIANI, dicesi nuffia uomo con atteggiamenti e modi di fare femminili, che veste o sceglie oggetti (o bevande tanto per capirci) dal taglio non precisamente maschile, uomo insomma che ti fa chiedere “ci è o ci fa”? Citando il dizionario di cui sopra “a differenza della nasa che è omosessuale conclamato, la nuffia ha atteggiamento nuffiesco ma può anche non essere integralmente omosessuale. Molte nuffie hanno moglie e figli” .
Doponatale blues alla Domus Saurea – foto TT
COOP TALES
Alla Coop di Regium Lepidi, mentre sono intento a fare la spesa settimanale mi capita di osservare quasi per caso scenette e personaggi che spesso tentano di sconfinare nel surreale. Due giorni prima di natale vedo un un uomo di circa trent’anni, un giovane insomma, aggirarsi con fare obnubilato nel reparto ortofrutta con due festoni rossi in mano. A testa bassa si dirige poi alle casse. Venire alla Coop il 23 dicembre per due festoni rossi da albero di natale.
Coppia di ultrasessantenni al reparto gastronomia, un unico biglietto col numerino, lei davanti ad un banco lui ad un altro, confondono i commessi perché uno deve prendere una cosa da una parte e l’altra in un secondo bancone. Comprano due cose, cibo per il pranzo di natale. La signora chiede lumi circa il posizionamento delle carni “vanno tenute frigo o nel congelatore”. E’ il 23 dicembre, la coda davanti al banco è lunga e loro impegnano una delle commesse più del dovuto. La signora sembra che sia caduta sulla terra da poco e che non abbia idea di come preparare o conservare il cibo. Mi chiedo come sia possibile che una donna verso i settanta non abbia esperienza.
Giovane uomo spinge passeggino, ha la figlia piccola in braccio, segue moglie tra gli scaffali. Ha i pantaloni della tuta da ginnastica, scarpe da tennis, pettinatura da bravo ragazzo con riga da una parte e capelli (che sta perdendo vistosamente) cotonati. Non c’è un briciolo di amore nel suo sguardo, solo una indifferente rassegnazione che emana un cattivo odore. Diffido sempre di chi va a far la spesa con i bragoni della tuta.
Altra coppia ultrasessantenne con due carrelli mezzi vuoti che il 29 dicembre compra un alberello di natale. Pagano alle casse automatiche, ma qualcosa “suona”, la commessa deputata al controllo scruta i carrelli, fa domande, poi per non disfare le 4 borse li fa passare. Appena fuori lui dice a lei, in dialetto: “Fèrmet un atim, dio (segue nome di animale da allevamento di color rosa)” … fermati un attimo, dio etc etc. Buongiorno amore!
Ma poi, alla fin fine che ne so, magari le mie sono solo impressioni, come canta Vasco “ognuno in fondo perso per i fatti suoi”, però le storie di ordinaria infelicità mi colpiscono. Per fortuna che molto spesso quando sono alla Coop con la pollastrella io faccio il cretinetto tanto che le dico spesso che se qualcuno mi sente mentre cretineggio non può che fare a sua volta commenti del tipo “Eh mo’ veh, poveretta quella signora suo marito non deve essere “micca” del tutto normale”
THE BOYS ARE BACK IN TOWN
Più che il sinodo, la cena del solstizio d’inverno di quest’anno è la reunion della Cattiva Compagnia del tempo che fu. Gli intervenuti infatti sono il sottoscritto (guitar), John Paul Cappi (bass), Mixi (drums), Riff (road manager) e Pike che specialguestò nel nostro primo (e unico) album. A cena siamo in una trattoria a due chilometri da dove abitava mio nonno, nelle campagne di Bath intorno a Regium Lepidi. Questa trattoria decenni fa era anche una drogheria, venivo con mia nonna e mia madre a comprare coppe (di maiale) fatte in casa. Sono nel bel mezzo della Tirelli legacy, sarà anche per queste vibrazioni positive che la serata è magnifica, il mood (l’atmosfera, insomma) che c’è tra noi cinque è spettacolare, parliamo, ridiamo e blueseggiamo con gran vigore. La cameriera che ci serve al tavolo è una ragazza alta, sembra in gamba. Verso la fine della cena Riff, il solito guascone, le chiede se conosce i Led Zeppelin. Long Tall Sally ci guarda incuriosita e ci risponde: “Sì, che li conosco, sono quelli di Kashmir e di Whole Lotta Love”. In una frazione di secondo ci innamoriamo tutti di lei. Qui nel profondo sud della Valpadana, tra pioppi spogli, fossi gelati e lune di metallo ci sono fighe – non proprio rockettare – che conoscono i LZ e che citano Kashmir come prima opzione. Emilia, amore mio, non smetti mai di stupirmi. Con i ragazzi poi ci scambiamo le strenne benaugurali, gli abbracci e i soliti auguri pomposi (che le stelle riempiano i vostri sogni, che il sole batta sul vostro viso, che il padre dei quattro venti gonfi le vostre vele). Mi sento fortunato ad avere amici del genere.
da sx a dx: Jaypee, Riff, Tim, Picca, Mixi. – foto Trattoria Toschi
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LA SLITTA CON LE STRENNE
Ripenso ai tanti regali che groupie, amici e sorelle mi hanno fatto. Rido di un libro arrivato dall’amico Jaypee “C’era una volta la DDR”. Ne parlo così spesso citandola ad esempio quale modello tout court di società del futuro che era inevitabile che qualche amico blues arrivasse a tanto, però… che sorpresa.
Regali alla Domus – foto TT
Essendo un metrosexual godo molto anche quando mi regalano abbigliamento intimo e non (di un certo tipo of course) o prodotti da nuffia, lo sapessero i miei amici mi ripudierebbero, ma il pensiero quest’anno va ai biglietti di una prossima partita dell’Inter a San Siro e agli ellepì che mi hanno e che mi sono regalato. Non sono mai stato un maniaco del vinile, ho smesso di comprarli nel 1988, da lì in poi solo cd, ma da quest’anno ho ricominciato ad acquistarli con continuità. Non è una questione di qualità audio, lo abbiamo dibattuto sul blog parecchie volte. A fronte della medesima fonte (nastri master originali) e della stessa buona masterizzazione si sente meglio sul cd, niente storie, il suono che proviene dal giradischi è pieno di suggestioni che difficilmente hanno a che fare con la qualità audio, ma anche io adesso ascolto musica in casa quasi esclusivamente su LP, è un fattore psicologico, è il conforto che l’ellepì riesce a trasmettere. Poi certo, oggi i vinili sono stampati meglio della media del periodo d’oro, il vinile utilizzato è migliore, le confezioni assemblate meglio, ma è la cura e l’autodisciplina che devi mettere in atto a rendere l’esperienza gratificante. Tu nel tuo studiolo, luci indirette, un goccetto di assenzio, il disco che gira, la sensazione tattile che provi nel tenere in mano la copertina e il ricordo del modo in cui ascoltavi musica di quando eri ragazzo.
Regali alla Domus – foto TT
Regali alla Domus – foto TT
Peccato scoprire che CARAVANSERAI, uno degli album patrimonio dell’umanità, sia fallato – vistosi segni sul vinile – e ti tocchi rispedirlo indietro, ma che volete farci, un po’ di blues nella vita c’è sempre, forse è grazie a questo che quelle poche volte che tutto gira perfettamente il godimento è massimo.
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Assenzio blues alla Domus – foto TT
CAT TALES
I gatti se la sono spassata, palline catturate dall’albero di natale sparse per casa, rametti caduti a terra, festoni a sbrindelloni. Nonostante questo hanno ricevuto regali anche loro.
Regali alla Domus – foto TT
Palmiro sembra aver accettato Strichetto, la gattina di un vicino che si è accasata qui da noi. La tollera con la superiorità e la pazienza del gatto adulto che alza gli occhi al cielo davanti all’ennesima marachella della giovinetta iperattiva.
Palmir & Stricchi – foto TT
Abbiamo però dovuto fare un bagno alla Stricchi, ormai vive stabilmente con noi e non potevamo più rimandare. Essendo una gattina che ha passato i primi mesi in una famiglia che se ne sbatte dei gatti e a cui le figlie bambine ne facevano di ogni, non è una gattina gestibile facilmente. E’ molto dolce e a suo modo carina e piena di fiducia verso gli esseri umani, adesso poi sta imparando ad avere comportamenti meno isterici, ma farle il bagno è stata un’impresa. Ad un certo punto mi ha piantato i denti nella mano destra tra l’indice e il pollice con tutta la forza possibile, il sangue è uscito ininterrottamente per almeno 15 minuti, sa difendersi la piccola Stricchi. Dopo averla accuratamente asciugata con il phon si è messa a cuccia sullo sgabellino. Pulita, profumata, vaporosa, adesso è ancora più irresistibile di prima, una ciambellina di pelo che vaga per casa (e sì, naturalmente è così… an s’è mai vest JohnnyWinter fer chi lavòr chè… non si è mai visto JW fare di quei lavori qui).
Stricchi – Domus Saurea- foto TT
Strichetto – una ciambella di pelo – foto TT
Per un momento alla Coop valuto se acquistare la copia gigante di Palmiro, un peluche di una pantera nera che costa 199 euro scontati a 159. Poi rinsavisco e mi dico che devo essere pazzo, va bene amare i gatti (e gli animali) ma…
Palmir puppet at the Coop – photo TT
Con l’inverno Palmir diventa più sentimentale ed ubbidiente, quando è in casa ci è spesso addosso, quando è fuori basta chiamarlo per farlo arrivare. E’ un gatto speciale e sono felice che faccia parte della famiglia.
BOOGIE MAMA
Di ritorno dalla coop, in macchina con la pollastrella, nella riproduzione random parte il medley di Whole Lotta Love da un bootleg dei LZ. Il riff di Page attecchisce nella maruga (nella testa insomma) di Saura, non riesce a smettere di cantarla, arrivati alla Domus invece di scaricare le sporte con la spesa si mette a imitare Jimmy Poige, che donna ragazzi…
Boogie Mama al minuto 7:15
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FOOTBALL BLUES – Hoochie a San Siro
Fino a due settimane fa Inter capolista, poi la flessione natalizia, ahimè, classico trend nerazzurro… Perso in casa con l’Udinese dopo un primo tempo molto buono e perso col Sassuolo. Il 23 dicembre sono allo stadio Città del Tricolore con Mario e l’Inter gioca una gara indolente. Il fastidio è enorme. Il Sassuolo va i rete con facilità e noi non riusciamo a venirne a capo.
SASSUOLO – INTER – Stadio Città Del Tricolore 23-12-2017 – fotoTT
Maurito sbaglia anche un rigore, la scena va in onda proprio davanti al nostro settore…
Delusione cocente.
Il 27 dicembre derby per i quarti di Coppa Italia. Scontro tra due squadre disperate. Il Milan, che è messo peggio di noi, riesce a vincere e io cado preda di un blues feroce che mi spinge verso le tenebre.
Uno dei regali di Saura per il natale sono stati i biglietti per la partita Inter-Lazio di ieri. Quando ho aperto il pacchetto ho sentito tremori in tutto il corpo. L’Inter ha su di me un effetto totalizzante.
Biglietti Inter Lazio
Partiamo alle 14,20, lasciamo la Domus, attraversiamo i ponti di Calatrava ed entriamo in autostrada.
I ponti di Calatrava – foto Saura T.
I ponti di Calatrava – foto Saura T.
170 km dopo, verso le 16,10 siamo a San Siro.
San Siro 27-12-2017 Inter Lazio- foto TT
Un veloce saluto a Beppe Riva, un pensiero a Ferdi – amico e lettore di questo blog e membro del mio gruppo facebook su Facebook INTERISTA SOCIAL CLUB – che doveva essere con lui ed invece è a casa febbricitante e ci lasciamo ingoiare dalla pancia di San Siro. Entrare in quello che la classifica degli stadi del football vede come l’ottavo migliore al mondo (l’unico ad Italia ad essere nella top ten) è sempre una grossa emozione. Anche quest’anno tribunetta arancio, a due passi dal campo. 75 euro. Ne ho spesi di più per procurarmi il biglietto per Sassuolo-Inter per un posto più o meno simile (ma ben più lofi) in uno stadio di certo meno imponente.
Tim & Saura – San Siro 27-12-2017 Inter Lazio- foto TT
Hoochie Coochie Man a San Siro – 27-12-2017 Inter Lazio- foto TT
Parte il gospel di C’E’ SOLO L’INTER, alla voce il nostro conterraneo Grazianone Romani, rimango incantato come sempre, vorrei cantare anche io ma mi commuovo ogni volta…
“C’è solo l‘Inter”
(S. Belisari – G. Romani – S. Belisari)
Edizioni Musicali: Hukapan Srl
E’ vero ci sono cose più importanti Di calciatori e di cantanti Ma dimmi cosa c’è di meglio Di una continua sofferenza Per arrivare alla vittoria E poi non rompermi i coglioni per me c’è solo l’Inter
A me che sono innamorato Non venite a raccontare Quel che l’Inter deve fare Per noi niente è mai normale Né sconfitta né vittoria Che tanto è sempre la stessa storia Un’ora e mezza senza fiato Perché c’è solo l’Inter
C’è solo l’Inter per me Solo l’Inter c’è solo l’Inter per me
No, non puoi cambiare la bandiera E la maglia nerazzurra Dei campioni del passato Che poi è la stessa Di quelli del presente Io da loro voglio orgoglio Per la squadra di Milano Perché c’è solo l’Inter
E mi torna ancora in mente l’Avvocato Prisco Lui diceva che la serie A è nel nostro DNA Io non rubo il campionato Ed in serie B non son mai stato
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La partita non è spettacolare, uno 0 a 0 che a noi interisti non piace ma che almeno interrompe la serie recente di sconfitte; alla fin fine sono ugualmente contento, 8 ore passate on the road again, 3 delle quali in compagnia di altri 61800 nella culla dell’umanità calcistica. Per me, davvero, c’è solo l’Inter.
San Siro 27-12-2017 Inter Lazio- foto TT
FILM: LION – LA STRADA VERSO CASA (Lion, 2016 – Aus/Usa/UK) – TTT½
Film visto su Sky, perfetto per il periodo di fine anno. Tratto da una storia vera. Un bambino indiano si perde, non riesce a ritrovare la strada di casa, attraverso varie peripezie si ritrova a Calcutta, finisce in un orfanotrofio e viene adottato da una famiglia australiana. La prima parte girata in India è davvero meravigliosa e ti spinge a pensare agli 80.000 bambini che ogni anno in India si perdono e spariscono. La seconda parte è meno convincente, soprattutto quella che riguarda il viaggio a ritroso, forzature e semplificazioni eccessive, sembra quasi si voglia chiudere il film in fretta. Ad ogni modo buon film, da vedere.
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GIRADISCHI BLUES
Il doponatale di sviluppa tra piogge e giornate di sole. Col grigiore la colonna sonora si adegua…
The Man Machine sullo stereo della Domus Saurea – foto TT
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Classica alienazione sullo stereo della Domus Saurea – foto TT
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Arriva il sole, scruto la campagna dalla finestra dello studiolo…
View from Domus Saura’s studiolo in a december morning. – photo TT
… è tempo di rockeggiare come si deve e di scivolare in pace verso il nuovo anno…
Classic Company sullo stereo della Domus Saurea – foto TT
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Live At Leeds sullo stereo della Domus Saurea – foto TT
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Oggi è l’ultimo spicchio di tempo che intercorre tra due culminazioni consecutive del sole su di un determinato meridiano, l’ultimo di 365 che noi umani abbiamo racchiuso dentro il concetto di anno. La terra ha concluso un’altra orbita intorno al sole, domani sarà il 2018, sicuramente un anno con i suoi alti e bassi, come del resto tutti precedenti, ma vale la pena una volta di più affrontarlo tenendo alto il nostro sorriso. Allacciamoci le cinture e partiamo per l’ennesimo viaggio. Donne e uomini di blues che vi siete raccolti intorno a questo blog, giungano a voi i migliori auguri per un felice anno nuovo. Che il Dark Lord ci benedica tutti.
Eccoci di nuovo qui alle prese col solstizio invernale, quel periodo dell’anno a cui questo blog è tanto legato. Oltre alle ragioni personali (lo sapete, sono nato il 21 dicembre), sento tutto il legame che il pianeta e la specie a cui appartengo hanno da alcuni millenni con questa fase. Già gli antichi romani avevano i saturnali, le feste che per qualche giorno precedevano e seguivano il giorno (attuale) del solstizio, feste in cui ci si scambiava oltre agli auguri anche le strenne, piccoli regali ben augurali in vista dell’arrivo del Sol Invictus, ovvero della nuova stagione dove le giornate tornano ad allungarsi.
Questo avveniva anche nel nord Europa con le festività dette Yule, sempre nel periodo precristiano. Il cristianesimo poi inglobò tutto, fece coincidere la data di nascita di un bambinello dalla pelle scura con le festività esistenti e raccontò in giro che era il figlio di un dio. Come diciamo tutti gli anni questo è anche il periodo dove le malinconie si fanno feroci, appena mitigate da un velo di gioia e candore. Già, nel nostro animo si insegue il mito della famiglia felice, della situazione ideale, tutte condizioni impossibili da realizzare appieno, oltre a ciò il fatto di essere a fine anno spinge a fare bilanci e a constatare una volta di più come il tempo passi veloce. Quest’anno ne parlano anche su un supplemento di Repubblica, e il titolo che hanno scelto (Christmas Blues) mi fa parecchio ridere.
Anche Palmiro soffre un po’ del blues del 21 dicembre, dopo la sua sgambata pomeridiana si rifugia davanti alla stufa o sopra il frigo a stemperare i suoi blues felini…
Palmiro: december blues – foto TT
per fortuna io ho trovato una nuova droga che mi aiuta a passare indenne le tormente di blues che ogni tanto imperversano qui nella piana del Bondeno, le Golia Liqui Soft Fruit, delle gommose che mi fanno impazzire.
A new drug called “Golia Liqui Fruit Soft” foto TT
Come ogni hanno soppeso il cielo nella speranza di vedere arrivare la neve, ma anche stavolta sembra che a cavallo del solstizio non ne cadrà. Ne abbiamo avuto un preludio in novembre, per un paio d’ore ne ho goduto davvero…
November snow – Stonecity 13-11-2017 – Foto TT
e una brevissima spolverata qualche giorno fa, ma a parte qualche piccolo fiocchetto tondo sul pelo di Palmiro nulla da segnalare.
Palmir e i fiocchi di neve – foto TT
Certo è che correnti artiche arrivano sulla Valpadana e dunque anche la Domus Saurea si ritrova ogni mattina sotto zero, così anche quest’anno l’effetto tundra è garantito…
Dicembre 2017: tundra alla Domus Saurea – foto TT
Dicembre 2017: tundra alla Domus Saurea – foto TT
Dicembre 2017: tundra alla Domus Saurea – foto TT
Cerco di passare indenne e anzi di godermi questo periodo dell’anno (che in fondo è il mio preferito) blueseggiando alla mia maniera, comprando qualche strenna per gli umani che mi stanno intorno e anche per me stesso. Rido quando vedo sotto l’albero pacchetti con su scritto “da Tim per Tim”, naturalmente si tratta di vinili, cd, libri (Feltrinelli edition) e qualche fumetto. Nei momenti liberi Sky ha il suo spazio, qualche buon film, le partite del grande amore della mia vita (l’Inter insomma), le serie TV, i documentari. Ci sono alcuni film e alcuni telefilm che ti risolvono le giornate.
Film: TRUMAN – UN VERO AMICO E’ PER SEMPRE (Truman. – Spagna, Argentina 2015) – TTTT
Ancora un film argentino che mi ha appassionato parecchio, visto su Sky. Due amici di Buenos Aires si ritrovano a Madrid, uno vive lì, è malato e con poco tempo da vivere, l’altro arriva dal Canada per rivederlo, entrambi cercano di vivere quei pochi giorno insieme senza affogare nel dolore e nella retorica dell’addio. Il regista Cesc Gay è molto bravo nell’evitare la trappola del pietismo, narra le ultime settimane di un uomo con molta franchezza, autenticità e onestà. Gli attori Ricardo Darìn e Javier Camara arrivano a regalarci una volta di più una prova straordinaria. Il film, oltre a essere divertente è naturalmente anche commovente, ma il sentimento è scevro dalla melassa. Bella colonna sonora. Da vedere.
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Film: LETTERE DA UNO SCONOSCIUTO (Coming Home – Cina 2014) – TTT½
Un oppositore del sistema deve nascondersi, viene tradito dalla figlia – sostenitrice del governo – e quindi incarcerato. Molto anni dopo fa ritorno a casa, la moglie lo aspetta da sempre ma a causa di un trauma subito non lo riconosce, il marito dovrà trovare un modo per rapportarsi con lei. L’idea è davvero notevole, lo sviluppo del film forse un po’ meno, nel senso che è tutto molto pacato, lineare, senza sussulti particolari, ma al contempo la tensione creata da questo blues sentimentale (e politico) riesce a mantenere in piedi tutto il castello. A me è piaciuto e lo segnalo con piacere. Visto su Sky.
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Film: STAR WARS: GLI ULTIMI JEDI (The Last Jedi – Usa 2017) – TTTT
Sebbene il primo film della serie uscì nel bel mezzo della mia adolescenza, non sono un fan in senso stretto, un maniaco di Star Wars, questo sebbene i film di fantascienza siano tra i miei preferiti. Il tema musicale principale però fa parte del mio DNA, ogni volta che lo sento vengo catapultato nella seconda metà degli anni settanta, così come il lettering di Star Wars mi riporta anch’esso al tempo della mia spensierata prima giovinezza.
Il fatto è che da qualche anno sto con una pollastrella che è una fanatica di Guerre Stellari, quando esce un nuovo episodio lo va a vedere al cinema due o tre volte dietro fila, poi compra il bluray e quando Sky lo passa lo riguarda una, dieci, cento volte. E’ solita ogni tanto lasciarmi dei bigliettini del genere sul tavolo prima di uscire al mattino:
Saura’s note
E’ con lei che ho iniziato ad immergermi nel mondo di George Lucas, anche se pur con tutta la buona volontà non ho chiarissimi gli eventi, la cronologia, le sinergie della storia.
L’altra sera siamo andati a vedere l’episodio VIII nella sala più grande del multisala Emiro a Herberia. Proiezione delle 18,40, sala piena, circa 450 persone, però! Saura era andata anche il 13, giorno d’uscita del film, ma doveva “assolutamente” rivederlo per capire meglio. Ora, io di Star Wars so poco, non ho nemmeno colto tutti cambiamenti che dicono questo episodio porti con sé, la “rottamazione” in atto insomma, ma ho apprezzato il film. Sì, vedo che il legame col passato ormai è ridottissimo, ma da casual fan quale sono mi sta bene anche così. Come sempre mi accade gli aspetti più frivoli mi sono indifferenti, ma il maestoso respiro della fantascienza riesce ad irretirmi ogni volta. Quando sullo schermo sono apparsi i bombardieri dell’Alleanza ho avuto un sobbalzo, il villaggio dove Luke Skywalker si è ritirato è stupendo, gli scenari dello spazio profondo, l’ambientazione creata a Dubrovnik …tutto suggestivo, e il primo quarto d’ora mi ha tenuto incollato alla poltroncina in preda ad un tensione inaspettata. Quando poi sui titoli di coda è apparsa la scritta “In Loving Memory Of Our Princess” (Carry Fisher, la principessa Leila, morta lo scorso anno) mi sono pure commosso. Sta a vedere che adesso cado dentro al buraccione Star Wars…
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GOMORRA– serie TV (terza stagione)
La nuova stagione di Gomorra è uno spettacolo. Il momento magico di attori, autori, registri e produttori continua. La puntata n.3 (quello dove Ciro Di Marzio è in Bulgaria e in Albania) mi ha lasciato esterrefatto, uno dei migliori episodi di sempre nel campo delle serie TV. Sono felice che Gomorra sia una produzione italiana.
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ALEIDA
A Locus Nonantolae, il mio amato paesello natale, arriva per una veloce conferenza, allo spazio giovani, Aleida Guevara. Io e Saura non potevamo proprio mancare. E’ un sabato pomeriggio, la sala è piena, tra gli organizzatori anche il mio amico Paolino Rizzo. Tra il pubblico anche LesiRob, amico e compagno dai tempi di Colombo (comunità web del tempo che fu) e Adelmo Cervi, figlio di uno dei sette fratelli.
Ha una traduttrice accanto , ma lo spagnolo, o meglio il cubano di Aleida non è difficile da capire. Dopo un avvio un po’ in sordina dove parla essenzialmente del padre, si scalda e si infervora parlando di giustizia sociale, la traduttrice tace, Aleida è un fiume in piena e noi non possiamo che applaudire il lignaggio morale di questa donna. Ogni volta che la guardo in faccia ho un tuffo al cuore, i lineamenti sono quelli a me tanto, tanto cari. Esperienza notevole.
Aleida Guevara – Nonantola 9 dicembre 2017 – foto TT
(in)CANTO DI NATALE
Avendo un carattere saturnino, essendo dunque portato alla malinconia e alla nostalgia, non posso che rendere omaggio ai saturnali. Nel TG Zero di Radio Capital sento che il giornalista Edoardo Buffoni (sodale del direttore Vittorio Zucconi) snobba queste cose spiegando che, essendo figlio di due sessantottini che ritenevano l’albero di natale un elemento borghese, non è stato educato nel festeggiare il natale in questa maniera. Una sera il mio amico del cuore nerazzurro, Mario, viene a vedere l’Inter. Mentre aspettiamo la pizza si ferma a rimirare il mio presepio laico. Nella sua filosofia spicciola da uomo dalla grande concretezza mi dice “Essendo cose che non servono a niente a me non verrebbe mai in mente di fare una cosa del genere, però ti faccio i complimenti”
Pur condividendo certe posizioni e non amando di certo l’aspetto melenso di decorazioni, atteggiamenti e musiche, sono indissolubilmente legato alle lucine ad intermittenza, una sineddoche personale che sta ad indicare tutto quanto è decorativamente legato al periodo. Saura si occupa dell’albero, io del presepe. Quest’anno ho optato per una rappresentazione dickensiana, d’altra parte sono ateo e non avrebbe senso riproporre il presepe più o meno tradizionale (seppur con la statuina di Jimmy Page al posto del bambinello e Fidel e il Che sulle montagne al posto dei pastori, come fatto in passato). Sono contento del risultato, ogni volta che lo rimiro sento le luci ad intermittenza anche nello stomaco.
Domus Saura: presepe laico Dickens style – foto TT
Domus Saura: – The Yule Tree – foto TT
Tra l’altro ammiro una volta di più la manualità di Saura, degna nipote di suo nonno Inigo (uno di quelli che sapevan fare tutto), che con il saldatore tenta di riparare il lampioncino…
Saura all’opera: modalità saldatrice- foto TT
MUSIC WAS MY FIRST LOVE
Oltre a qualche canto natalizio (ma solo ad alta qualità musicale tipo Etta James, Mahalia Jackson, Tony Bennett, Ray Charles, Brian Setzer Orchestra, Elvis, etc etc) la musica che mi accompagna in questo mese sarà anche sempre la solita ma mi fa sentire proprio bene…
Foxtrot sul piatto – foto TT
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I Blasters sul piatto – foto TT
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John Miles sul piatto – foto TT
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Un piatto di rock and roll – foto TT
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Sunny sunday alternate blues – foto TT
In macchina, come tutti i mesi di dicembre, non manca il Piano Concerto di Keith Emerson e i suoi virtuosismi rag time (Honk Tonk Train Blues, Maple Leaf Rag e Barrelhouse Shakedown) e il winter album che anche quest’anno ho assemblato…
Tim Tirelli The Winter Album
Su facebook trovo la classifica degli album più venduti nel dicembre del 1976 negli Stati Uniti, sospiro leggendo i titoli in classifica … TSRTS, A New World Record, Dreamboat Annie, Year Of The Cat, Long May You Run, Agents Of Fortune.
USA Albums Chart december 1976. (photo courtesy of Dave Lewis)
FRIENDS WILL BE FRIENDS
Altro appuntamento ormai fisso è la cena prenatalizia che organizzo col mio amico Joe, Lord Simon, Bessi…Biccio insomma. Pure stavolta ci troviamo sotto la torre dell’orologio del nostro paese natale sempre al Bistrot Premiere. Mentre lo aspetto faccio un giretto per via Maestra del Castello respirando dal passato ombre sfuggevoli di me stesso.
Nonantola by night in a cold december evening – photo TT
Nonantola by night in a cold december evening – photo TT
Passatelli in brodo di cappone per me, tortellini in brodo di cappone per lui, due bei filetti come secondo, patate, pera cotta al cioccolato e due caffè. Riannodiamo fili che non si sono spezzati mai, quasi 10 lustri di amicizia, ora che non ci sono più i miei genitori, i vecchi zii e il dottore che mi ha fatto nascere, a parte mia sorella è uno di quelli che mi conosce da più tempo e il Dark Lord solo sa quanto sia importante restare in contatto con le persone con cui sei cresciuto.
Un ultimo giro per le strade dal centro, c’è una nebbia gelata che ci accompagna, riviviamo per l’ennesima volta le suggestione che ci portiamo dentro, ridiamo e sospiriamo, siamo ancora i due sedicenni di allora.
Tim & Biccio – bluesmen in Nonantola – photo TT
PIU’ TI AMO PIU’ VIVO
Mi preparo alla partita dell’Inter allo Stadio Tricolore di Reggio Emilia; la vendita biglietti nei centri autorizzati dal Sassuolo mi fa sempre incazzare. Quelle poche volte che vado a San Siro compro i biglietti direttamente sul sito dell’Inter, li stampo e ai cancelli mi presento con la carta di identità. Qui invece devo andare a comprarli, se costano 70 euro devo aggiungerne altri 7 per la prevendita, altri 3 non si sa perché e sborsare ulteriori 1,70 euro per pagamento bancomat. Non posso però saltare l’appuntamento, non posso perdermi i ragazzi che giocano a pochi km da casa, non posso lasciare quella splendida superfiga nerazzurra (l’Inter insomma) da sola, ogni volta che penso a lei mi batte forte il cuore.
Biglietti Sassuolo Inter 2017
STRICHETTO STRIKES AGAIN
La gattina che si è accasata da noi (vedi post del 9 novembre) è ancora lì che scorrazza per la Domus Saurea. Dalla mia scrivania cattura pennarelli, stick di burro cacao, gomme da cancellare e se li porta in giro. Ormai dorme in casa e combina disastri di ogni tipo, ma come si fa a lasciarla fuori, a non prendersi cura di lei dato che chi la dovrebbe accudire – dei nostri vicini – se ne infischia altamente? Inutile dire che dall’albero di natale ha già fatto cadere diverse palle, palle che poi rincorre, palleggiando con la stessa bravura di un Borja Valero o di un Antonio Candreva. Questo fino a che non interviene l’arbitro, io, che le mostra il cartellino rosso e la spedisce mesta mesta negli spogliatoi.
Strichetto’s den – photo TT
The GANASSI Legacy – cappelletti makers since 1940
30 uova di cappelletti, ecco quanto Lucia e le sue due figlie – Patrizia (The Peita) e Saura – fanno in un pomeriggio. Un tripudio di emilianità in vista delle feste. Se non è un canto di natale questo…
I cappelletti della Lucy – foto Saura T
HAVE YORSELF A LITTLE MERRY CHRISTMAS
E ora, donne e uomini di blues, permettetemi l’ennesimo momento sentimentale e augurarvi il meglio per la nuova stagione e ringraziarvi per essere – dopo tutti questi anni – ancora qui a formare questa piccola comunità di esseri umani che con malinconica allegria contempla le profondità del cosmo e della metafisica, i blues della vita insomma. Insieme a Palmiro e alla pollastrella auguro a tutti voi sogni pieni di stelle e vele piene di vento. Che il Dark Lord vegli su di noi. Happy holidays fellas.
Tim & Palmir best friends since 2012 – foto Pollastrella
Sono un uomo di una (in)certa età e arrivato a questa quota annoto che essa porta con sé anche il sleepless nights blues. Il ritmo circadiano inizia a perdere qualche colpo, l’interruttore interno che regola la veglia e il sonno comincia a non funzionare più a dovere. Con nostalgia ripenso al passato quando il dormire sette/otto ore era la regola. I problemi iniziano quando davanti all’età compare il big five e quelli che sto affrontando in questi ultimi mesi sono diversi da quelli di cui ho già parlato qui sul blog, quando scrivevo del demone delle notti senza sonno lo facevo mentre affrontavo cambiamenti strutturali della mia vita, mentre ora la maledizione di dormire solo poche ore per notte è una costante che attraversa qualunque stato del mio animo, un valore fisso che non si cura della mia condizione altalenante, una grandezza adimensionale ormai insita in me.
E’ una faccenda abbastanza comune, nei sinodi che organizzo con gli amici si parla anche di questo, non sono il solo e anche una mia amica d’infanzia ora farmacista me lo conferma. Cerco di riaggiustare il ritmo con pastiglie di Circadin (un non-proprio farmaco a base di melatonina ordinatomi dal medico di base) o con quella sorta di integratori dal nome tipo “sonno relax” della Bio&Vegan (su suggerimento della pollastrella con cui vivo).
Svolgimento standard delle mie notti insonni sul divano:
stanco e con gli occhi che mi si chiudono verso le 22,30/23 mi infilo sotto le coperte. Qualche pagina di Robinson Crusoe (naturalmente nella nuova edizione della Universale Economica Feltrinelli) e poi cado in un sonno quasi mai sereno. Sogno Mick Ralphs (e non sto facendo del cinema, ahimè è tutto vero); il contesto non è chiaro, sono backstage, insieme a me c’è la mia groupie, siamo a metà via tra la Bad Company degli anni d’oro e e quella dell’ultimo periodo. Ralphs e Rodgers entrano ed escono da delle porte, noi siamo lì, a meno di un metro ma in un modo o nell’altro non riusciamo mai a parlare con loro. Ad un certo punto mi accorgo di avere le scarpe che sia Mick che Paul indossavano dal vivo con la Bad Company negli anni settanta.
Paul Rodgers & Mick Ralphs (Getty Images)
In preda alla solita ansia da sogno quando le mie avventure oniriche hanno a che fare con delle rockstar (con le quali in un modo o nell’altro non riesco mai ad entrare in contatto sebbene io sia lì con loro ) mi sveglio di colpo. Apro gli occhi nel buio, la stufa non è ancora partita, dunque non sono nemmeno le 6 del mattino, prego il Dark Lord che siano almeno le 5, cerco di riaddormentarmi, non riesco. Mi alzo, vado in cucina: sono le 2,40. E adesso? Dove cazzo vai alle 2,40 della notte? Mi metto la tuta, prendo la sveglia, gli occhiali, il cellulino, il libro che sto leggendo, l’ultimo numero di Linus e mi sposto in sala. Fa un freddo becco, la temperatura della stanza è di nemmeno 15 gradi (abitiamo in campagna, il gas di città qui non arriva, ci adattiamo con una stufa a pellet per non spendere tutte le nostre risorse in gpl), mi preparo una cuccia con tre panni, accendo la lucina e mi metto a leggere.
Passano pochi minuti e Palmiro arriva a sistemarsi sul mio petto. Fa la pastella, mette in moto le fusa, mi fissa.
“Sì, Palmir anche io ti voglio bene, grazie pandorino, ma non mi dispiacerebbe leggere un po’ “
Con una piccola pantera addosso non è semplice concentrarsi sulla lettura, così rinuncio e provo a riaddormentarmi.
Notti insonni sul divano – autoscatto TT
Passano venti minuti ma non c’è nulla da fare. Mi alzo, vado a prendere uno sciarpone in cui avvolgermi il collo. Torno sul divano, prendo in mano Linus, leggo un articolo, qualche striscia ed ecco che lo Stricchetto (l’altra gattina che ormai si è accasata da noi – vedi il paragrafo relativo nel post del 9 novembre: https://timtirelli.com/2017/11/09/leaves-are-falling-all-around-the-autumn-moon-lights-my-way-blues/) si sveglia e viene a gettarsi sulle mie gambe. Palmir dall’entrata osserva tutto, certo non deve fargli piacere che la gattina rompiscatole entrata improvvisamente nella sua vita s’impossessi del suo umano, così vince l’incazzatura e viene a reclamare il suo posto. Mi torna sul petto, fa di nuovo la pastella, le fusa ormai rischiano di svegliare Saura che dorme in camera e poi si accovaccia, muso contro muso. Come si fa a leggere Linus in quelle condizioni?
Notti insonni sul divano – autoscatto TT
Vi rinuncio anche perché Palmir è scivolato nel sentimental mood, ora mi abbraccia, infila il suo muso sotto al mio mento, vuole dimostrarmi tutto il suo affetto. E’ uno di quei momenti speciali in cui due mammiferi di specie diverse cercano, l’uno nell’altro, riparo dalla metafisica.
Notti insonni sul divano – autoscatto TT
Ripongo Linus, cerco di riaddormentarmi, ho il corpo a zig zag, cerco lo spazio tra la Stricchi e Palmir. Il sonno però non arriva, non riesco smettere di pensare, mi vengono in mente le cose più disparate:
ZAVORRA MENTALE 1:
Ripenso alla mia amica facebook Manu Iaquinta (con cui condivido tra l’altro l’amore per John Miles) che mi chiese lumi circa un aggettivo da me usato in un commento ad un suo aggiornamento dove, con la mia solita sobria, formale eleganza emiliana le scrivevo “dio bo’ Manu se sei scomoda”. Scomodo è un aggettivo che ha un significato ben definito, qui da noi, nell’Emilia profonda, prende sfumature tutte sue.
Dal Nuovo Dizionario Piccagliani:
Scòmed : scomodo, ovvero performante, capace di grandi prestazioni, eminente, sublime, eccellente (…) Scomodo, quindi, non tanto in quanto aggettivo applicabile ad un divano o a un bidè, ma piuttosto un attributo di esaltazione di particolari qualità con le quali non è agevole, ovvero comodo, per nessuno venire a patti (…) dare dello ‘scòmed’ manifesta quindi un’ elargizione di ammirazione notevolissima, si rivela l’iper-complimento per chi nel proprio campo cammina almeno a due spanne da terra e mangia la minestra in testa agli altri.
ZAVORRA MENTALE 2:
Mi fluttua poi tra le onde cerebrali una spazzatura di pensiero di almeno 17 anni fa, quando ascoltai un conversazione tra due mie colleghe, dove una chiedeva all’altra:
“Allora, ho saputo che hai preso casa a Modena, in che zona ?”
“Centro storico”, rispondeva l’altra con insopportabile sicumera.
Io rimasi basito, visto che in realtà l’appartamento era almeno un chilometro fuori da porta Bologna, dunque ben distante dall‘heart of the city.
ZAVORRA MENTALE 3:
Cambio posizione, i due gatti scendono dal divano. Mi concentro sulla musica, spero che la mia musa preferita mi concili il sonno, non so perché ma mi viene in mente “New York Blues” degli Yardbirds”, con con le 5 note di chitarra prese in prestito da Page per l’intro di SIBLY:
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la speranza che la chitarra di Geoffrey Arnold Beck mi accompagni lungo i sentieri del sonno è vana, un altro sacchetto d’immondizia di pensieri mi casca addosso…
mi salgono alla mente piccole figure di merda che feci in passato, atteggiamenti discutibili che tenni con amici e conoscenti, il blues di non essere riuscito l’anno scorso ad avvicinarmi al palco dove suonava la Bad Company a Glasgow e così a vedere Mick Ralphs più da vicino il tutto per colpa di una zelante stewart, gli istanti imbarazzanti prima di trovare il giusto timing per la foto di rito con Jon Anderson nel post gig party dell’Hammersmith Odeon lo scorso marzo, le poche righe per Jimmy Page che vergai sulla biografia italiana che scrissi su di lui e che Robert Plant si offrì di consegnare (esordii con un “Hey Jimbo…” … ma dio bonino si può arrivare a chiamare – per iscritto – Jimbo una rockstar “scomoda” come Jimmy Poige?).
E’ chiaro che sto impazzendo, così mi alzo, mangio uno dei miei gelatini all’amarena della Coop e mi ributto sotto lo strato di panni, sperando di riuscire finalmente a sbarazzarmi di me stesso.
Non riesco. Sono quasi le 6. Sfinito e sconfitto mi alzo, accendo la stufa e preparo la colazione per la pollastrella. Alle 6,20 suona la sveglia, lei si alza, si affaccia in cucina e si scioglie in un sorriso nel vedere thè, biscotti e spremuta pronti.
“Grazie Tyrrell, va tutto bene?”.
“Va tutto benissimo groupie, mi sono solo svegliato un po’ prima per prepararti la colazione”.
Su questo blog di rock degli anni settanta si parla spesso, fa parte del nostro DNA, lo abbiamo nel sangue, nell’animo, nell’apparato vestibolare, nella maruga (nella testa insomma), nelle mani, nei piedi, per farla breve dappertutto. Arrivati ad un (in)certa età, capita a volte che di rock non se ne possa più, lo abbiamo scritto più volte, essendo una musica che ha quasi esaurito il suo corso, i grandi dischi e i grandi artisti rock sono sempre quelli. Ci sono giorni dunque che non si sa cosa ascoltare, sebbene si tenda a fare pulizia ad ogni cambio di luna e a sbarazzarsi della zavorra, si hanno centinaia di LP, migliaia di cd, decine di musicassette, chilogrammi di musica liquida (file flac sugli hard disk, gli odiosi mp3 nelle chiavette in macchina) e nonostante tutto non si sa dove andare a sbattere l’udito. Sono quei momenti in cui sembra di impazzire: si ha l’arte da cui si è ossessionati – quella creata in quel decennio stupefacente- a portata di orecchio e non si è più capaci di usufruirne. Si è convinti di non riuscire più a trovare pace, di naufragare nel disinteresse verso questo grande amore, quand’ecco che in successione arrivano quasi per caso momenti intensi di rock anni settanta fino al midollo.
Compagnia cantante
Un giovedì sera qualunque. La notte precedente l’ hai passata insonne, torni a casa dal lavoro, ti fai una doccia, ceni e ti butti sul divano. Cerchi di guardare la prima puntata di una serie TV che potrebbe interessarti ma dopo un quarto d’ora ti addormenti. Alle 22 ti svegli, sei rimbambito come un tocco (dal dialetto emiliano, Toc, tacchino), hai i calzettoni abbassati, i pantaloni della tuta tutti sbigolati, lo stesso sguardo espressivo di un branzino al forno, ma sai che se vai a letto non riuscirai a prendere sonno, non subito almeno, e allora cerchi qualcosa da fare. Vai nello studiolo, ti rendi conto che devi ancora sentire l’ultima versione bootleg che hai scaricato da dimeadozen di un concerto di uno dei tuoi gruppi super preferiti, un concerto registrato da un fan nel febbraio del 1976 a Goteborg e allora, visto che la pollastrella che vive con te è ancora sveglia ed è una appassionata di rock (quasi) come te, lo infili nel lettore e lo confronti con la vecchia versione in tuo possesso. Ascoltare un bootleg in qualità audience (diciamo 3/4 su 5) quando sei in quelle condizioni non è il massimo, senti l’inizio di un paio di pezzi e poi riponi i dischetti nelle loro custodie, ma intanto qualcosa è scattato dentro di te, una insospettata voglia rock inizia a farsi spazio tra i circa 100.000 miliardi di cellule che formano il tuo corpo. Dagli scaffali prendi il live ufficiale degli anni settanta del gruppo in questione, selezioni due pezzi lenti, che in apparenza possono anche sembrare simili, e ti ritrovi di colpo immerso in un godimento immenso.
In una manciata di minuti inaspettatamente riprendi a vibrare, ti sorprendi di quanto sia fantastico quello che stai ascoltando (anche se le versioni non sono impeccabili), di che rock imputanito esca dal tuo impianto e di come sia meraviglioso.
Bad Company live 1977 – The Summit Houston
Non c’è niente di più anni settanta di un gruppo di quattro ragazzotti inglesi tra i 27 e i 33 anni pieni di testosterone ripresi in un grande palasport del Texas, alle prese con pezzi lenti che parlano in modo semplice di amore, sesso, vita e del fatto di essere uomini semplici. Sono concetti espressi in maniera così lineare che paradossalmente si trasformano in poetica, magari tout court, ma comunque poetica. Il cantato passionale di chi trova pietre sul sentiero che sta percorrendo e brama il far l’amore per sottrarsi ai blues della vita, l’assolo ispirato e misurato in la minore, il bell’incedere di basso e batteria.
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Preludi chitarristici che formano malinconiche foschie musicali, il tema principale che verte sulle aspirazioni più essenziali dell’essere un uomo, comprensibili formule musicali che sotto la volta di un palasport texano e suonate davanti a 15000 persone diventano suggestioni che amplificano il valore stesso della canzone. Facile immaginare la scena, faretti colorati, vestiti da scena, luci e ombre che si rincorrono sopra le teste dei partecipanti e che fluttuano sul ritmo della musica.
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Ecco, vai a letto con una energia nuova, con un senso di beatitudine che riesce a spazzar via – almeno in parte – le fatiche psichiche e i blues della vita moderna. Dark Lord, thank you for the (Bad) Company.
Pochi giorni dopo sei per strada per lavoro. Stonecity brulica di camion, di furgoncini, di suv. Ti fermi da un cliente, rientri in macchina e torni verso l’ufficio. Il lettore d’improvviso passa un altro momento anni settanta, anzi forse IL momento anni settanta:
Sitting In The Stand Of The Sports Arena Waiting For The Show To Begin Red Lights, Green Lights, Strawberry Wine, A Good Friend Of Mine, Follows The Stars, Venus And Mars Are Alright Tonight.
Devi accostare, chiudi gli occhi e rivedi la scena: il ritorno in tour di un gigante del rock, il ghiaccio secco, i pianeti che si allineano in una delle più belle introduzioni di sempre, strumenti elettrici a due manici, il buio rischiarato dai faretti, bolle di sapone che riflettono le buone vibrazioni, il rock che canta se stesso, la meraviglia, l’enfasi, la decadenza e la ingenuità degli anni settanta assemblate in un unico contesto. Commosso, con le lacrime agli occhi ringrazi (e maledici) ancora una volta il Dark Lord che in qualche modo ti ha salvato (e rovinato) la vita (al tempo stesso).
The Lights Go Down – They’re Back In Town O.K. Behind The Stacks You Glimpse An Axe The Tension Mounts You Score An Ounce Ole! Temperatures Rise As You See The White Of Their Eyes
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Sant’Anna
Venerdì, giorno di ferie. Hai qualche impiccio personale da sbrigare. Torni a casa, la pollastrella è ancora al lavoro. Avresti voglia di ascoltare qualcosa ma non ti va di certo di passare un’eternità davanti agli scaffali per decidere cosa mettere sul piatto. Lasci scivolare così nel lettore video dell’impianto TV un vecchio DVD che il tuo amico Paolino Lisoni ti aveva fatto tempo addietro. Non ti aspetti nulla, eppure non appena il primo chitarrista per cui perdesti la testa sale sul palco dell’Hammersmith Odeon inizi a sentirti vibrare. Il dolce vita bianco, il baffo prominente, la Yamaha scintillante, la camicia aperta di Tom Coster alle tastiere, l’esuberanza fisica del cantante Luther Rabb, le trame percussive che scatenano in te impulsi primordiali.
Basta un minuto di Carnaval per farti catturare totalmente. Sono gli ultimi giorni del 1976, L’album Festival è previsto in uscita con l’anno nuovo, il gruppo non ha più i membri leggendari del primo periodo (tipo Michael Shrieve ), ma la formazione è ugualmente straordinaria, la musica che il gruppo produce è di una bellezza e di una carica senza uguali. Ti senti quasi fortunato di non aver avuto l’occasione di assistere ad un concerto del genere allora, eri poco più di un imberbe ragazzino e l’esperienza ti avrebbe travolto. L’assolo di Dance Sister Dance che dal minuto 3:15 ti spinge verso pulsazioni universali, quel (jazz) rock in bilico tra nord e sud America ti riporta di botto tra le braccia di quella incredibile esperienza musicale che furono gli anni settanta.
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Revelations è uno dei tuoi pezzi preferiti, tocca le tue corde come poca altra aria sonora, lo stesso dicasi per Europa, uno dei gioielli e uno dei inni degli anni settanta qui forse nella sua versione definitiva.
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E allora così sia, giunti a questa età, con tutte le tribolazioni legate persino alla fruizione della stessa musica che ci ha creato, bastano questi brevi momenti per farci di nuovo andare tempo con il respiro universale. W il rock degli anni settanta, W quegli anni formidabili e irripetibili.
Mi accorgo del volgere della stagione partendo tutti i giorni più o meno alla stessa ora dall’ufficio e arrivando alla Domus Saurea sotto un cielo dalla gradazione sempre più buia. Entriamo nella fase più matura dell’autunno, entra in vigore l’ora solare, i pomeriggi si fanno brevi, i pensieri più malinconici. Sento cambiamenti arrivare, ne annuso gli spifferi, cerco di tranquillizzarmi osservando il cielo, passeggiando per la campagna, meditando tra me e me sul mistero buffo della vita. Le distrazioni come sempre mi sono di grande aiuto, i (pochi) concerti degli Equinox, le uscite con gli illuminati del blues, le canzoni che ancora scrivo, le partite dell’Inter, gli ellepì che ogni tanto metto sul piatto, le giravolte che fa la pollastrella che vive con me e le chiacchierate che faccio col gatto Palmiro. Insieme a tutto ciò anche le faccenduole del quotidiano della mia vita blues.
Sono alcuni anni che i film d’autore argentini mi prendono e mi portano via con una determinazione che mi sorprende, cerco di non perderne nemmeno uno di quelli presenti su on demand di Sky.
Questo film ha come protagonista Oscar Martìnez e parla di uno scrittore che vince il Nobel e, a dispetto dei mille impegni e di una certa idiosincrasia per quel genere di cose, accetta l’invito del suo paesino d’origine affinché si rechi sul posto a ritirare l’onorificenza di cittadino illustre.
Nel film si tratta della differenza culturale tra lo scrittore e la gente del suo paese, si dipinge la grottesca realtà in cui certe piccole comunità vivono; a volte gli accenti con cui lo si fa sembrano surreali ma non lo sono.
Al film manca un po’ di spettacolarità, tutto è piuttosto sciatto, asciutto, assolutamente razionale e legato alla misera realtà che ci arriva dal punto di vista scenografico. Immagino sia una scelta voluta, ponderata, ma in cuor mio avrei preferito una pennellata di “cinema”, qualche cromatismo poetico per la Argentina profonda.
Comunque sia, buon film. Visto su SKY.
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Film: CHE DIO CI PERDONI (que dios nos perdone – ES – 2016) – TTT½
Film spagnolo visto su SKY. Roberto Alamo e Antonio De La Torre sono i bravissimi protagonisti di questo thriller/poliziesco, film che a tratti potrà anche disturbare ma che usa crudezza e realismo in maniera perfetta. Altro film da vedere.
Un milione e mezzo di fedeli stanno attendendo la visita del Papa a Madrid, nel 2011. In una città sorvegliata diverse donne mature vengono brutalmente violentate e uccise. Due ispettori sono chiamati a risolvere il caso in silenzio.
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TEN YEARS GONE
Il pezzo che sto studiando per piacere personale in questi giorni è Ten Years Gone dei LZ, brano di Physical Graffiti. Le parti relative a strofa e “ritornello” le avevo nelle mani già da alcuni decenni, ma non avevo mai approfondito a dovere il resto.
Chi mi conosce mi ha sentito dire più di una volta che TYG è probabilmente la mia canzone preferita in assoluto. I malinconici accordi arpeggiati iniziali (LA e FA7+ con baso in LA) rappresentano perfettamente il mio essere blues, quelli poi che fanno da ponte tra la strofa e il resto definiscono in maniera netta i contorni della mia animuccia, quei LA/MIb°/MI-/RE7+/DO7+/ aprono non solo le porte al refrain ma anche a suggestioni emotive profondissime.
Il giro del ritornello gioca su LA / LA9 / RE col LA al basso/ RE-con LA al basso/, un piacevole ostinato che inquadra il refrain in un disegno musicale efficace.
Gli accordi che fanno da base all’assolo poi sono di una bellezza disarmante, RE7+, DO col SOL al basso, SOL e quel MI-9 mi fa venire i brividi ogni volta che lo suono. Il MI della sesta corda è abbassato a RE, così la profondità di certi passaggi acquista maggiore forza.
L’assolo è anch’esso una meraviglia e diventa uno dei momenti più memorabili della solista di Page registrati nei latter days dei Led Zeppelin. Credo che Page fino al 1971/73 concepisse l’assolo di chitarra in maniera molto decisa, molto maschia, mentre negli anni successivi spesso gli assoli diventarono meno urgenti e presero a dissorlversi dolcemente in una sorta di abbellimenti chitarristici. Non sempre certo, gli assoli di Achilles Last Stand, Tea For One, Fool In The Rain e I’m Gonna Crawl ad esempio sono assoli in senso stretto, ma è indubbio che dal 1974 in poi seppe cambiare approccio.
Il giro del ponte (su cui risplende il RE6/9 suonato pennando dal basso verso l’alto su una 12 corde) poi altro passaggio strumentale di accordi indimenticabili: LA7+ / RE7+/SOL 7+ (SOL)/ DO7+/.
A questa costruzione meravigliosa va aggiunto il cantato di Plant e il relativo testo, uno dei più riusciti del biondo di Birmingham. Le armonie di chitarra poi consegnano questo pezzo agli archivi dove vengono riposti i capolavori.
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THE DEUCE – serie TV
Deuce è una nuova serie in programmazione su SKY la cui ambientazione è una delle mie preferite: New York inizio anni settanta (in questo caso il 1971). Ho visto solo la prime puntate ma mi son bastate per capire che questo sceneggiato TV fa proprio per me. La New York che immaginavo quando ascoltavo i bootleg dei LZ di quegli anni, o che vedevo scorrere sotto i miei occhi quando guardavo certi film dell’epoca. James Franco (il protagonista), la musica nera imputanita, le miserie e le avventure di un pezzo di umanità dissoluta, disperata, protagonista delle canzoni di Lou Reed. Da non perdere.
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Cat tales: STRICHETTO
Pochi mesi fa in una casa vicino alla Domus Saurea qualcuno ha preso un paio di gattini per allietare la vita delle figlie piccole. Evidentemente non se ne cura più di tanto, perché col tempo i due micro felini hanno cercato rifugio da noi. Il maschio (che ho ribattezzato Rodolfo) tende a stare alla larga perché Palmiro non gli permette di avvicinarsi più di tanto, mentre la femmina (che ho chiamata Strichetto), impudente com’è, si è intrufolata nella nostra vita e non riusciamo più a staccarcene. Palmiro non è contento, all’inizio le soffiava contro, adesso in qualche modo la sopporta, ma non apprezza certo la sua presenza. Le altre tre nostre gatte (Raissa, Spaventina e Ragnatela) la tollerano appena, le mandano segnali precisi alzando le zampe in modo inequivocabile, Strichetto si ritrae, si acquatta, ma non arretra.
Una volta sgattaiolata in casa, capìto dove teniamo le ciotole di Palmiro, la lettiera e che siamo due animalisti, si è accasata.
Strichetto – foto TT
Fin dalla prima volta, una volta saziatasi, mi ha fatto gli occhi dolci e si è venuta a rannicchiare sul divano insieme a me.
Strichetto – foto TT
Strichetto – foto TT
In verità abbiamo provato a rimetterla fuori, lo scompiglio di avere in casa una gattina un po’ isterica, iperattiva, alla quale all’inizio non è stato dato evidentemente sufficiente amore e non è stato insegnato nulla, non è il massimo, ma l’indomani mattina ce la ritrovavamo in garage a chiedere attenzione, cibo e coccole.
Strichetto in garage – foto TT
Strichetto in garage – foto TT
Chi non vive con animali in famiglia fatica a capire, chi non li ama di sicuro leggerà con sufficienza queste righe, ma chi si sforza di non avere una visione antropocentrica ed è un amante degli animali come noi, sa che è davvero impossibile lasciare una gattina che miagola fuori dalla porta d’ingresso.
Strichetto e Rodolfo fuori dalla porta – foto TT
Al di là di tutte le facili battute su chi pubblica foto di gattini su facebook (lo riconosco, faccenda piuttosto melensa), se non hai un cuore di pietra ti risulterà assai complicato resistere agli sguardi di un/a gattino/a di pochi mesi.
Così ecco che Strichetto non appena si accorge che siamo a casa o che apriamo la porta, scatta come un diavoletto della Tasmania, si lancia dalla cancellata di quella che dovrebbe essere casa sua, percorre la distanza che separano le due case con una foga mai vista, si lancia sulle scale ed entra alla Domus in derapata. Si tuffa poi sulla ciotola di cibo di Palmiro, ingurgita tutto in pochi minuti, si lecca i baffi e inizia la sua danza isterica fatta di fusa rumorose, non sapendo se giocare con le varie cordelle che teniamo a portata di gatto, se saltarci addosso per mostraci il suo affetto, o rotolarsi sui tappetini in uno stato stato di beatitudine frenetica.
Passato un po’ di tempo si calma, mi cerca e viene a sedersi accanto a me mentre suono la chitarra.
Strichetto e la musica – foto TT
Palmiro è geloso, non lo vuol dare a vedere così si rifugia nello studiolo, guarda fuori dalla finestra e sospira.
Palmir fa finta di niente – foto TT
Palmir fa finta di niente – foto TT
Strichetto dorme un poco, poi la porto fuori e la lascio davanti alla cancellata della casa dove dovrebbe vivere. Torno verso la Domus Saurea, non faccio in tempo a chiudere la porta che lei si è di nuovo intrufolata in casa. La cerco e non la trovo. E’ sera, cerco un documentario su Rai 5 o un film su Sky, ed eccola che sbuca da dietro la TV. La guardo e rido, come si fa a resisterle?
Strichetto e la TV – foto TT
Strichetto e la TV – foto TT
Le serate si fanno fresche, mi metto un panno addosso, lei scende dalla tele, mi sale sopra, cerca la posizione giusta, poi si allunga e si lascia cadere in un sonnellino ristoratore, mentre continua a fare fusa che hanno gli stessi decibel di una betoniera in funzione.
Strichetto riposa beata – foto TT
Palmiro si sente trascurato, così al mattino gli permetto di stare a letto con me, sfrego il muso contro il suo e mentre mi preparo lo lascio nella sua postazione preferita (la mia).
Palmiro, bed company – foto TT
La domenica pomeriggio – se non ho impegni – me ne sto a casa, se riesco cerco di recuperare un po’ di sonno, inutile dire che Stricchetto si accoccola immediatamente su di me.
“It’s the fantastic drowse of the afternoon Sundays” Tim & Strichetto – foto TT
La Ragni è molto gelosa, fino a poco fa era lei la principessina, la gatta col pelo lungo, bella e smorfiosetta. Così la prendo accanto a me e le dico che le voglio ancora bene, che dobbiamo cercare di andare tutti d’accordo.
La Ragni – foto TT
Come cantava Roger Taylor, l’assopimento della domenica pomeriggio è fantastico,
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anche Palmiro ci prova, ma la presenza di Strichetto (e di Rodolfo) lo annoia, si sdraia in cortile e con i suoi occhioni sembra chiedermi “ma è proprio necessario averli tra le zampe?”
Palmiro: Domus Saurea daze – foto TT
Anche la Ragni mi lancia occhiate che sono tutto dire…
Ragnatela (aka La Ragni) – foto TT
Strichetto non se ne preoccupa, se non le apriamo la porta si arrampica sulla zanzariera della cucina, vuole stare da noi, non c’è nulla da fare. Vorrei evitare di convivere con un altro gatto (per giunta non mio) ma quando mi guarda coi suoi occhietti desisto da ogni proposito e da ogni veto.
Strichetto mi ama – foto TT
Qualche sabato fa c’è stato il derby Inter-Milan. Mi son posizionato sul divano in preda ai soliti tremori pre partita, Palmiro sale sul divano e Maurito segna il primo goal. Dopo un po’ arriva la Ragni e Maurito segna il secondo, verso la fine Saura apre la porta, Strichetto si butta dentro, sale sul divano, si accoccola su di me e Maurito segna il terzo goal (quello della vittoria). Ora, io non sono superstizioso ma…
Tribuna Arancio Domus Saurea durante il Derby. Tim, Strichetto, La Ragni, Palmir – foto TT
Che ne sarà della nostra storia con Strichetto? Non è nostra, ma vive con noi. Ha da sempre un po’ di tosse, occorrerebbe farla vedere al veterinario, tra un paio di mesi poi bisognerebbe farla sterilizzare, ma chi se ne occuperà? Ci mancava solo un altro blues peloso nella mia vita.
50 anni dalla scomparsa di Che Guevara
9 ottobre 1967 – 9 ottobre 2017 – 50 anni dalla scomparsa di Che Guevara. Mi chiedo cosa direbbe fosse ancora vivo oggi (avrebbe 89 anni) della situazione attuale… Popoli occidentali (e non) prede di un neoliberismo sfrenato, movimenti neonazisti che alzano la testa e si fanno sempre più audaci, patetici satrapi nord coreani che spaventano e rovinano il mondo lanciando missili negli oceani, la più grande potenza mondiale democratica (?) in mano ad un presidente scellerato, razzista, guerrafondaio, senza sensibilità alcuna e common sense free, la Russia in mano ad un padre padrone altrettanto discutibile, guerre di religione, regioni che chiedono la secessione da stati di cui ancestralmente fanno parte da 500 anni, popolazioni in preda ad un individualismo sfrenato e isterico. Fatico a capacitarmene io che da ragazzino negli anni settanta semplicemente pensavo che la società del futuro sarebbe stata migliore, figuriamoci un gigante come lui che riuscì in una impresa titanica. Che direbbe poi nel vedere che l’embargo economico su Cuba è ancora attivo? 188 nazioni contrarie, 2 astenute e solo 2 a favore (Usa e Israele) eppure el bloque ancora tiene per il collo la nostra isoletta preferita. Chissà come sarebbero tristi i suoi occhi di vecchio Comandante, tristezza mitigata forse dalla consapevolezza che ancora tante persone mostrano amore , rispetto e devozione per la sua figura, al di là della retorica e delle bandiere. Che uomo che è stato il Comandante Guevara! A 50 anni dalla sua scomparsa, laggiù in Bolivia, ancora mi commuovo – e al contempo mi rafforzo – se penso a lui.
The Boys Are Back In Town: CDA degli illuminati Del Blues
Si riunisce il CDA degli Illuminati del Blues, il board (composto da Tirelli, Simoni, Gilioli, Piccagliani, Lisoni e Cappi) si tiene al Bistrot Premiere di Locus Nonantulae, non riesco a farne a meno, almeno una volta l’anno devo trovarmi con la blusaglia in quel angolino medioveale del paese dove io e Lord Simon siamo nati. Le luci gialle e calde dei lampioncini, la Torre dei Modenesi che si erge sopra di noi, gli antichi portici di via Maestra del Castello (oggi via Roma), quell’atmosfera un po’ spaurita che hanno i paesi della provincia i sabato sera … non riesco a resistere. Il Bistrot Premiere è un ristorantino davvero carino sito dove negli anni della mia infanzia c’era la salumeria/drogheria Marchesi, a volte accompagnavo mia madre la quale mi comprava sempre un po’ di confettini colorati, e io impazzivo dalla gioia. Sarà che, pur essendo ancora ivi residente, non abito più nel paesello natio da 9 anni, ma ho sempre nostalgia delle stradine del minuscolo centro storico, così costringo anche i miei amici a ciucciarsi un po’ di quelle vibrazioni.
Prenoto a nome Stefano Tirelli, yep that’s me baby, ma sul tavolo trovo il biglietto col mio soprannome, la mia misera fama mi precede.
Bistrot Premiere – Locus Nonantulae
Ordino un piatto di passatelli in brodo, una delle minestre che più amo, originaria del territorio che va da Pesaro all’Emilia, a seguire filetto alla brace. Lambrusco grasparossa, poi il dolce e un rum con schegge di cioccolato. Al Bistrot Premiere non si rimane mai delusi.
Gli argomenti all’ordine del giorno: le prossime elezioni politiche, la legge elettorale, Jack London, la faccenda Weinstein/Asia Argento, il fascino di Berlino Est, la DDR, la Carmen di Bizet.
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Parliamo naturalmente anche di Rock e durante le circumnavigazioni di certi pensieri, Picca arriva a dire: “il Rock è finito quando hanno inventato gli accordatori elettronici”. Io e Liso ci guardiamo e scoppiamo a ridere, sapendo perfettamente cosa intende il nostro amico. Ripenso a quando iniziai ad usarlo. Il primo lo comprai nel 1986, ricordo poi di averne visto usare uno dal vivo da Maurizio Solieri durante un concerto di Vasco Rossi nel 1983 al Picchio Rosso di Formigine. Oggi sembra impossibile pensare di farne senza.
Mentre discutiamo allegramente mi soffermo ad osservare i miei pards, siamo tutti pezzi (beh, pezzetti) di uomini eppure ci sembra di essere sempre gli inesperti ragazzi dei nostri vent’anni. Soppeso il 5 davanti alla nostra età e ricordo che quando una mia cugina, allora quarantenne, ebbe una liason con un cinquantenne, la cosa mi fece scalpore, ma come – mi chiesi – con un cinquantenne? Come ci siamo arrivati anche noi a quell’età nessuno lo capisce, eppure riverenti come sempre siam tutti qua, Tire, siamo noi, il poeta, l’assassino e sua santità, tutti fedeli amici miei …
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Dopo il banchetto lasciamo il locale, ringraziamo i titolari, usciamo fare due passi e a parlare di quello che parlano gli uomini come noi. Fighe? Pallone? Politica? Dischi? Macché, crisi di panico, crisi d’ansia, le ombre tenebrose del futuro, valori del colesterolo.
The Boys Are Back In Town – Bistrot Premiere – Locus Nonantulae . L to R: Sir Lyson, Pike boy, Jaypee, Lord Simon, Steven Tyrrell, Riffy Betts. – Foto Valentina
Intoniamo così un ultimo blues e poi ognuno torna alla propria capanna.
Ol’ Man River, dat Ol’ Man River He mus’ know sumpin’, but don’t say nuthin’ He jes’ keeps rollin’ He keeps on rollin’ along
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THE WALKING DEAD – ottava stagione
Ho scritto qui sul blog che mai avrei pensato che una serie TV sugli zombi avesse attecchito sul mio animo, eppure sono diventato un grande amante di questa serie. E’ partita da poco la ottava stagione, i primi due episodi non mi sono apparsi granché, pieni di confusione e di qualche incertezza narrativa come sono. Vedremo come si svilupperà il resto.
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FRIENDS WILL BE FRIENDS
Qualche giorno fa, nella casella della posta elettronica una email da uno sconosciuto:
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Ciao Tim e perdona il disturbo…
Ti seguo ormai da tanto tempo, prima sulle riviste di settore, ed ora sul tuo blog; adesso che anche io ho ceduto al fascino un po’ perverso di facebook, mi son detto che se proprio amici devo avere, meglio siano persone con cui avvero mi sento in sintonia, e questo è il motivo per cui ti scrivo.
Perchè sì, tu non lo sai, ma sei mio amico da un sacco di tempo: più o meno coetanei – e dio sa quanto dà da pensare questa nostra (in)certa età…- interisti, stessa parte politica, e dai gusti musicali quasi sovrapponibili, magari un po’ più prog io e più blues tu…
E se Rick Wakeman è uno dei miei miti, Mike Ralphs non gli è da meno, oltretutto mio malgrado mi scopro anche tuo follower, nel senso che fino a poco tempo fa, ad esempio, Jack London era per me solo slitte, cani e grande nord e adesso invece …
Ma è soprattutto nelle tue riflessioni in cui trovo modo e motivo di fermarmi e ragionare, di sentire che molte delle domande che mi pongo, delle malinconie che vivo, delle passioni che coltivo, non sono in fondo merce così rara in un mondo e tra persone da cui talvolta è faticoso affrancarsi.
Sì, credo che tutti noi abbiamo un lato più oscuro che per timori o pudori vari preferiamo tacere, parlarne invece aiuta ed è pure buon argomento di discussione, non c’è elemento nella vita che non meriti di essere rappresentato.
Leggendo di te, di tuo padre, delle difficoltà trovate e delle debolezze avute, mi sono trovato a rivivere i molti momenti passati con mia madre, le sensazioni provate, compresa quella triste e brutale consapevolezza che tutto stava per terminare.
Per quanto delicati, è stato liberatorio leggere di quegli argomenti, si può e si deve parlare di tutto, perchè in fondo su certe cose siamo molto più uguali di quanto pensiamo…
Due parole sulla musica: la prima consapevolezza di essere musicalmente “diverso” l’ho avuta alle medie, leggevo Ciao 2001 allora, e ricordo la notizia dello scioglimento dei Deep Purple.
Da lì in poi un exploit che è divenuto ragion di vita, dischi, riviste, concerti, ancora oggi se non mi dessi delle regole finirei con lo spendere lo stipendio in musica, brutta cosa le passioni, per quanto fondamentali, rimangono pur sempre la bright side di una erosiva malattia :-)
E di dischi a casa ne ho una montagna, Zep e Bad Company compresi, e su una cosa ti devo dare assolutamente ragione: un’automobile senza lettore cd è davvero il segno del decadimento della razza umana.
E tu e Gianni Della Cioppa eravate e rimanete due delle mie letture preferite, per cui sì, sono contento di questa mia, e al prossimo concerto sarà un piacere offrire un calice a te e a Saura.
Ti ho visto a Piazzola al concerto di Nei Young, ma eri in compagnia e non mi sembrava il caso, adesso però, visto che da ogni cosa bisogna sempre saper tirar fuori il meglio, ne approfitto da par mio e ti chiederò quindi l’amicizia…
In bocca al lupo per tutto, provvedo subito a farmi sentire in fb e magari chissà, un giorno vengo pure a vederti live…
Ciao Stefano, un caro saluto che estendo a tutta la Domus Saurea, Palmiro compreso.
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Ecco, cosa dire? E’ bello sapere di avere amici così, gente che personalmente ancora non conosco ma che evidentemente avverte in maniera forte e decisa le affinità elettive e il senso di comunità sorto intorno a questo blog. E’ una soddisfazione sapere che i miei miseri scritti capitino sotto gli occhi e tra le pieghe dell’anima di gente così. Rob C, eye thank yew!
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Il derby: INTER – MILAN 3 a 2
L’inizio di stagione dell’Inter è a dir poco fenomenale. 11 partite, 29 punti, 9 vittorie e due pareggi. Nonostante ciò – pur essendo al secondo posto a due punti dal Napoli – siamo invischiati in una lotta dove 5 squadre 5 sono in pochissimi punti. Tutte le grandi – Milan a parte – stanno andando fortissimo. Campionato al momento davvero imprevedibile. Pur felice per il lavoro di Mister Spalletti, rimango guardingo, dentro di me faccio sogni selvaggi, ma tengo i piedi per terra, troppa sofferenza gli ultimi 7 anni e troppo in forma gli avversari con cui stiamo confrontandoci.
Se non altro mi godo i buono risultati degli scontri diretti, battuta la Roma all’Olimpico, usciti indenni dal San paolo contro un Napoli super e 3 a 2 nel derby contro il Milan (che fino all’ultimo se la è giocata). 3 goal di Maurito Icardi, l’ultimo al novantensimo. Gioia incontenbile, godimento massimo. Grazie ragazzi.
Inter – Milan 15/10/2017 – La Curva Nord – foto TT
Seguendo su facebook il cantastorie Matteo Pedrini, milanista tutto d’un pezzo, non posso non citare il suo commento messo sul social network in questione a fine partita, io ho riso molto.
“Tanti nomi di divinità cattoliche seguiti da altrettanti nomi di animali da cortile. W il Milan. Lasciatemi solo.”
A pranzo con Doc
Doc vuole fare due chiacchiere, è un annetto che non ci vediamo, così decide che dobbiamo trovarci a pranzo in un giorno feriale. Il problema è che lui abita a Mediolanum e io qui sulle rive del Bondenus. Poco male, il mio amico è risoluto, si prende qualche ora, si butta sull’autostrada del sole e verso le 13 eccoci seduti ad un tavolo della clinica gastronomica di Herberia. Parliamo di faccende private e del Dark Lord, e mentre lo facciamo osservo questo mio amico in giacca e cravatta (Doc lavora in una avvocateria) e che si fa più di 300 km solo per potere offrirmi un pranzo. Che razza di amici che ho.
Clinica gastronomica Arnaldo – Herberia – foto TT
COOP TALES: il vecchio e la torta di crema pasticcera (Custard Pie Blues)
In questi ultimi tempi ogni sabato mattina andare alla Coop a fare la spesa per la settimana è un piacere. Certo, conta anche il fatto che amo fare le cose insieme alla pollastrella che vive con me, ma la Coop Ariosto di Regium Lepidi è stata da pochissimo ristrutturata e la nuova veste mi piace un sacco. Luminosa, spaziosa, armoniosa, potrei continuare con altri aggettivi a iosa, e percorrerla spingendo il carrello in queste settimane mi dà vibrazioni positive.
Coop Ariosto Regium Lepidi – foto TT
Anche i carrelli sono (finalmente) stati cambiati, ora abbiamo quelli rossi molto più funzionali (a Mutina, al Big Emily, sono anni che li hanno ma va beh).
I nuovi carrella della Coop di Regium Lepidi – foto TT
Attraverso i vari reparti, scelgo prodotti con cura e mentre lo faccio a tratti sono sopraffatto dai ricordi. Spesa alla Coop fatta con certe mie ex che non mi permettevano mai di scegliere i prodotti che volevo, e con certi amici. Rammento ad esempio che tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta capitavo alla Coop con Tommy, il progetto che avevamo messo in piedi – la CATTIVA COMPAGNIA – era in pieno svolgimento, e tra un demo tape e l’altro, tra una canzone e l’altra, capitava di dover fare un po’ di spesa e allora non perdevamo occasione di osservare con attenzione giovani signore forse un po’ annoiate che mettevano in mostra le loro curve piegandosi nel cercar prodotti tra gli scaffali. Rido al pensiero di questi episodi della nostra giovinezza, e mi metto a canticchiare una delle canzoni che scrivemmo insieme.
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Ritorno al presente mentre mi aggiro nei pressi del reparto gastronomia. In attesa di essere servito osservo un signore che sta cercando di comprare una torta nel banco panetteria; sembra abbia intorno agli ottanta anni, è solo e si vede benissimo che la decisione che deve prendere lo mette in difficoltà. Maschera tutto dietro un modo di fare vagamente scorbutico, parla con voce bassa e scura. Il commesso cerca di aiutarlo, le due torte su cui si è arenato sono completamente diverse, una tutta bianca e piena di panna, l’altra di cioccolato. Sembra infastidito da se stesso, non sa che torte pigliare, o meglio sembra preferire quella al cioccolato, ma valutati i prezzi sceglie la bianca, quella meno costosa. Avrebbe bisogno di una donna, in queste cose (e non solo ovviamente) di solito hanno una marcia in più, chissà se la sua l’ha persa, oppure se è putto (celibe insomma) o cosa. Mi chiedo per chi sia quella torta, per i suoi figli, per sua moglie, per suoi nipoti, per i suoi vicini, fatto sta che invece di 23 Euro sceglie di spenderne 15. Se ne va con un alone di rassegnazione, immagino stia pensando “tanto non piacerà a nessuno”.
Non mi piacere vedere vecchi soli, anche semplicemente alle prese con sciocchezze del genere. Per un attimo penso a lasciar uscire il supereroe Super Tim, quello di cui parlavamo nel post Autumnus” di qualche settimana fa, ma poi desisto, che avrebbe potuto fare? Il signore in questione magari avrebbe reagire in malo modo, che so “Tot ded chè, mo sa vot, s’pol savèr?” (Togliti di qui, ma cosa vuoi, si può sapere?). Ad ogni modo spero che la torta in questione non sia finita nella pattumiera.
Universale Economica Feltrinelli Classici Blues
Niente, non riesco a resistere, le nuovi edizioni di classici della letteratura della Feltrinelli mi fanno lo stesso effetto che anni fa mi facevano le deluxe edition dei cd rimastrerizzati. Cerco di resistere ma ogni volta che mi avvicino troppo ad una libreria ne compro un paio (visto anche i prezzi vantaggiosissimi.
Universale Economica Feltrinelli Classici: Robinson Crusoe e i Tre Moschettieri – Foto TT
Giradischi blues
E’ sempre più faticoso mettere su dei cd, oramai mi sento a mio agio solo se ascolto musica su vinile. Non è questione di qualità sonora – qui sul blog abbiamo scritto più volte che è indubbio che tra un cd e un lp presi dai master originali è il cd a vincere in prestazioni audio – ma avere per le mani un LP, posarlo sul piatto, abbassare il braccio, prendersi venti minuti e assaporarsi in pace un’intera facciata, magari guardando i colori dell’autunno che come diamanti smeravigliano fuori dalla finestra e con due dita di Matusalem invecchiato 15 anni in un bicchiere, beh è una sensazione bellissima.
Award-winning Marconi Bakery sul piatto – foto TT
The Tirelli Legacy fades away
Se ne va lo zio Mario. In 20 mesi 3 Tirelli della 4a generazione si sono diretti verso l’ignoto. Il vecchio Brian, suo fratello Tonino e ora anche Mario. Ora rimane solo una sorella di 86 anni. Ci siamo ritrovati a dire addio allo zio e un paio di miei cugini hanno fatto la stessa osservazione: “Ora Tim sei tu il più vecchio dei Tirelli”. C’è ancora la zia certo, ma – seppur in forma – ogni tanto va in fuorigioco causa le nebbie date dall’età, così rifletto sulla cosa. Sono il più vecchio della 5° generazione, fui il primo ad arrivare tra i figli dei 5 fratelli Tirelli, è un dato di fatto, nessun dramma, però ci penso sopra, genitori e zii che se ne vanno e io e i miei cugini che ne prendiamo il posto. E’ il ciclo della vita, però sono sempre passaggi che ti turbano e che ti fanno capire una volta di più come il tempo scorra velocemente.
Ricordo con molto amore lo zio, ha sempre creduto in me, mi ha aiutato nel momento del bisogno ed è sempre stato paziente con suo fratello Brian. Una delle più grandi gioie della mia vita la devo a lui. Lido di Pomposa, inizio della seconda metà degli anni settanta, estate. Ero al mare, con noi anche gli zii. E’ una splendida mattina di fine agosto / inizio settembre, sono un ragazzino che sta per scoprire il rock e che è appassionato di fumetti. Spendo tutta la paghetta in “giornalini”, non posso permettermene uno “nuovo”uscito da poco più di un anno che però mi interessa moltissimo: Mr No. Entriamo in edicola, sono con Brian, e i suoi fratelli Renato e Mario. I grandi iniziano a chiacchierare con l’edicolante, io mi guardo in giro, in quegli anni le edicole sono un qualcosa di magico per me. Noto che hanno tutti i primi 15 arretrati di Mr No, li prendo in mano, li guardo con la stessa aria con cui qualche mese dopo guarderò gli ellepì di LZ, ELP, Johnny Winter e Free. Sono estasiato, Mario si avvicina “Che c’è Stefi?“”Niente zio, è che hanno tutti gli arretrati di questo fumetto che è da tanto che vorrei collezionare…sono bellissimi” . Lo zio avverte qualcosa nel mio sguardo e nel mio tono, così – mentre Brian è perso nei suoi discorsi con l’edicolante – prende in mano i 15 numeri usciti sino ad allora, li compra e me li regala. Da quell’istante lo zio Mario, per me, un eroe.
Getting ready for Christmas
Ho deciso di non fare il presepe questo dicembre, ogni anno interrogo me stesso circa l’eventualità di farlo, combattuto tra il mio ateismo e il dolce ricordo dell’infanzia, così stavolta opto per mettere in scena un quadretto della Londra di metà ottocento in omaggio al Canto Di Natale di Dickens. Mi gioco 60/70 euro in un batter d’occhio per comprare qualche casetta e statuina che mi permetta di ricreare un angolo del natale che ho nel mio immaginario. Anche qui sono sull’abisso della contraddizione, non sono esattamente un amante della Britannia, ma in attesa di trovare i pezzi giusti che mi permettano di ricreare una scenetta dicembrina dell’Emilia di inizio/metà secolo scorso, per quest’anno va bene anche il mio omaggio a Dickens. (Continua – prossimamente su questo blog).
Getting ready for a Dickens mock up – foto TT
Getting ready for a Dickens mock up – foto TT
The Lucia Ganassi Emilian Experience
Novembre, Saura compie gli anni. Càpito da Lucia il giorno precedente al pranzo che faremo tutti insieme per festeggiare la nostra Yamaha Girl. Vederla all’opera ai fornelli mi manda in estasi e mi commuove allo stesso tempo. Odori, vapori ed umori dell’Emilia profonda, quella che si sta stemperando nella foschia del tempo che passa, quella che temo perderemo quando la generazione della Lucia deciderà di ritirarsi. Il vassoio di cappelletti, il ragù sul fuoco, il coniglio, la carne e le verdure che bollono e che presto produrranno il brodo, il magnete con la foto di Berlinguer attaccato al frigorifero, il dialetto reggiano stretto con cui interagiamo, i vetri delle finestre appannate dalle particelle di vapore acqueo rilasciato da ciò che bolle in pentola. Non amo i localismi e i campanilismi, mi sento figlio del mondo o se proprio vogliamo dell’Europa, ma non posso dimenticare che sono prima di tutto figlio dell’Emilia, di Reggio Emilia. Long Live The Little Caps (i cappelletti insomma).
Lucy’s ragù di verdure
Lucy’s coniglio – foto TT
Il bollito di Lucy – foto TT
La Premiata Cappelletteria Ganassi – foto TT
FADE
L’alberello giapponese della Domus Saurea mette in mostra le sue foglie rossastre, come ogni cambio di stagione mi prendo qualche momento per rimirarlo.
Autumn 2017 at Domus Saura – photo TT
Autumn 2017 at Domus Saura – photo TT
Respiro l’autunno, misuro l’anno che sta finendo, mi chiedo cosa ho combinato in questi ultimi 12 mesi, che cosa porterà il futuro che di nuovo trovo incerto e fosco. Ogni tanto il sabato mattina mi metto in macchina di buon ora, avendo come detto ancora la residenza a Locus Nonantulae talvolta ho impicci da sbrigare in quella parte d’Emilia, così percorro le tangenzialine campagnole che si infilano sotto la coperta dell’autunno, in fronte a me il sole nella sua versione sbiadita,
Driving on a saturday morning thru Regium Lepidi countryside – photo TT
dentro di me il Tim bluesy che tanto mi assilla. Non c’è che una cosa da fare: fermare la macchina, cambiarmi d’abito e dare la mia esistenza in mano a Ittod, uno dei tre me stesso, quello disinvolto, iconoclasta e ready to rock. E’ così che le polveri della malinconia vengono spazzate via, che il corso dei fiumi torna a raggiungere il mare e che l’hard rock torna prepotente a dar vigore al maestoso respiro dell’universo. Baby I’m a bad man, now, now. Oh yes, yes indeed, indeed I am.
Nel giro di un weekend si è passati da una estate rovente all’autunno, per mesi non una goccia (o quasi) di acqua e all’improvviso settimane di maltempo. Inizio di settembre dunque impegnativo dal punto di vista meteorologico, anche se ora – ad inizio ottobre – il tempo sembra si sia regolarizzato. Giorni velati, giorni assolati, vigne ormai prossime alla sbalorditiva colorazione autunnale, umore interno che vira al blu dipinto di blu(es).
Nei dintorni della Domus Saurea – photo TT
Per tenermi a galla leggo Jack London, il nuovo capitolo della saga di Eymerich, seguo con la passione di sempre le partite della mia squadra del cuore, ascolto i dischi giusti e mi gusto qualche bel film, il tutto blueseggiando come sempre a proposito delle piccole grandi cose della vita.
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Film: CAPITAN FANTASTIC – TTTTT
Film davvero incantevole. Una famiglia sceglie di vivere un’utopia, isolata tra i monti e boschi vive lontana da capitalismo, consumismo, religioni e tutte le aberrazioni della vita moderna. Viggo Mortensen è superbo, così come la regia. Colonna sonora meritevole. Film da vedere a tutti i costi. Visto su Sky.
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Film: DUNKIRK – TTT½
Pellicola che racconta dell’evacuazione di alcune centinaia di migliaia di soldati inglesi bloccati dai tedeschi sulle spiagge francesi, a Dunkerque. Pochi dialoghi e tre punti di vista differenti che si intersecano: terra, mare, cielo. Molto realismo, il sibilo delle pallottole, gli Spitfire in picchiata, i bombardamenti, il nemico che non vi vede quasi mai, poca enfasi e riflettori sullo spavento e sulla paura umana di fronte alla guerra e alla morte. Visto al cinema un tardo pomeriggio festivo.
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Film: LA FORESTA DEI SOGNI – TTTT
Interpreti di gran livello (Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe), un luogo – la foresta Aokigahara alle pendici del Monte Fuji – pieno di suggestioni oniriche (e, volendo, ultraterrene) e il percorso di un uomo atto a trovare la fine o un nuovo inizio dopo un evento che piega in due la vita. Film profondo. Nota: nel film, en passant, si cita Stairway To Heaven. Visto su Sky.
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NATIONAL AERONAUTICS and SPACE ADMINISTRATION
Venerdì sera, sono fuori a cena con Lollo Stevens e Mister P., località Herberia in una pizzeria niente male; mentre siamo in attesa che qualcuno ci consideri, parliamo delle nostre faccenduole. Finalmente si avvicina un cameriere. “Buonasera, siamo in tre ma non abbiamo prenotato, c’è posto?” gli chiedo, in risposta ricevo un “Ma certo ragazzi, un bel tavolo ve lo trovo di sicuro”; soddisfatto della cortesia, mi interrogo sulla pronuncia del cameriere, un ragazzone in carne e non più giovanissimo, simile a quella della moglie di Bob nella serie dei cartoni animati BOB’S BURGER. Il “certo” diventa un “ciuerto”. Il locale come dicevo è carino, l’atmosfera giusta, la compagnia ottima. Pur leggendo il menù, io e Lollo non riusciamo ad evitare l’argomento musica, mentre Mister P ci ascolta paziente. Per un attimo ritorniamo sull’impressione che ci ha fatto il cameriere. Siamo in libera uscita, siamo tra amici, possiamo essere schietti e usare, tra noi, termini che potrebbero sembrare, ad altri, pecorecci ed offensivi. “Ma il cameriere … non sembra anche a voi un po’ troppo enfatico? Che sia una nuffia?” chiedo ai ragazzi, “magari è una nasa” aggiunge Lollo. “Nuffia” e “Nasa” sono due termini della lingua mutinense, quella della nostra città. Secondo il nuovo dizionario PICCAGLIANI, dicesi nuffia uomo con atteggiamenti e modi di fare femminili, che veste o sceglie oggetti (o bevande tanto per capirci) dal taglio non precisamente maschile, uomo insomma che ti fa chiedere “ci è o ci fa”? Citando il dizionario di cui sopra “a differenza della nasa che è omosessuale conclamato, la nuffia ha atteggiamento nuffiesco ma può anche non essere integralmente omosessuale. Molte nuffie hanno moglie e figli” .
Intendiamoci, niente di disdicevole questo non è certo un blog omofobo, tutt’altro, solo che – come abbiamo scritto più volte – l’enfatizzazione di certi comportamenti (siano per sottolineare i propri orientamenti sessuali o un certo machismo ad esempio) ci dà noia.
“Allora ruagazzi, avete deciso? Cosa vi porto di buello?” ci chiede Isidoro.
“Ecco qui le vostre pizze ruagazzi. Per chi era la birrua ruossa?” declama sottolineando il tutto con atteggiamenti inequivocabili. Lollo fatica a trattenere la risata.
Io mi chiedo sempre cosa sia che fa scattare comportamenti simili, quegli accenti ridondanti che trasformano tristemente il personaggio in questione in macchietta. Immagino che in passato essere omosessuali sia stata molto dura e che oggi – al di là della feroce omofobia che circola ancora in tanti, troppi starti dell popolazione – ci si senta un più liberi nel rivendicare in maniera esplicita le proprie tendenze sessuali e che sia quasi una liberazione, però che ci volete fare, il troppo a mio parere stroppia.
“Era tutto buono? Gruadite qualcos’altro?” ci chiede Isi.
Mentre ci porta il resto … “ecco qui il caffè e due bei … suorbetti”.
Ci guardiamo imbarazzati. Consumiamo, paghiamo ed usciamo.
“Ciuao ruagazzi, spero di rivedervi pruesto!”
A parte che, volendo, parlando di prendersi delle confidenze, “ciao” lo vai a dire a tua sorella, una volta usciti il verdetto è unanime: nasa!
GROWING OLDER
In macchina in giro per lavoro tra Stonecity e Scandilius. Passo davanti alla scuola elementare di Saint Little Anthony, bambini e bambine con grembiuli neri e bianchi giocano sui prati del cortile durante la ricreazione, d’improvviso – come una lancia che mi trafigge il costato- mi sale vivido il ricordo di me stesso sui prati della scuola elementare di Locus Nonantulae alcuni decenni fa. E’ da sempre uno dei ricordi più vividi che ho. E’ primavera, sono in prima elementare, ho sei anni e felice gioco sul prato della scuola. Lo ricordo come un momento di gioia assoluta, uno dei primi gradini verso la scoperta del mondo. Il sole, la primavera, la natura, gli altri bambini e le bambine che giocano poco lontano, una certa libertà di movimenti al sicuro del cortile recintato. Lo vedo il bambino biondo che ero con gli occhioni aperti e il sorriso sulle labbra. Scuoto la testa, come sia passato tutto questo tempo proprio non so.
Kids playing in the elementary school yard from car window (Saint Little Anthony – Emilia Romagna – Italy) – photo TT
Ritorno in me, sulla tangenziale circumnavigo rotonde curate e di un certo design, mentre osservo che sul costone di cemento del sottopasso qualcuno ha disegnato qualche cazzetto, e un talebano reggiano afflitto da campanilismo ha scritto “Parma merda”.
Prima della pausa faccio un salto al Sigma dove incontro la madre di un mio amico, le chiedo come va e come sta il marito (di 83 anni)
“Ma sa, stiamo da poveri vecchietti…” mi risponde. Le faccio forza, “ma signora siete in forma, siete insieme, state bene, su, dovete essere contenti.”
“L’altro giorno mio marito mi ha chiesto ‘ma come abbiamo fatto a mettere su tutti questi anni?’ Cosa vuole che le dica, è che gli anni volano via così’ in fretta…”
“Guardi che è un pensiero che faccio anche io con i miei amici, a volte non ci capacitiamo di come il tempo proceda veloce e dell’età che abbiamo raggiunto.”
“Allora, se mi dice che anche lei che è giovane fa questi pensieri …”
Ritornando in ufficio rifletto su come deve sentirsi un essere umano quando scollina una certa fascia di età e si avvicina al precipizio. Speriamo di scoprirlo.
Mangio un’insalata, qualche porzione di frutta e mi accingo a fare una delle mie camminate di qualche km tra i parchi di Stonecity, in caso vediamo di arrivarci il più in forma possibile a quell’età.
CAROUSELAMBRA
In questi giorni sto studiando CAROULSELAMBRA dei Led Zeppelin, così, per piacere personale. Come a volte capita quando cerco di inoltrami nelle foreste incantate del chitarrismo di Jimmy Page, la mia considerazione per lui si alza di una ulteriore spanna. Seppure sia un pezzo in apparenza dominato dalle tastiere e sebbene Page nel 1978/79 non fosse più lo splendido chitarrista dell’immaginario collettivo, la ricchezza e il fascino del suo lavoro sulla chitarra mi stordisce. E’ forse l’episodio del gruppo più prossimo al concetto di progressive, oltre 10 minuti di galoppate elettriche ed elettroniche, di cambi di tonalità e caroselli musicali. Di cosa canti Plant non lo ho mai capito, ma il suo fraseggio e le sue melodie sono indiscutibilmente piene di fascino. La parte lenta poi è sublime. Quell’alternarsi tra l’accordo di LA e quel DO7+ (suonato in seconda posizione col il sol al basso) è semplicemente magnifico. Quando poi Page tra un cambio e l’altro vi pennella qualche scivolata di chitarra l’effetto e ancor più incisivo. Penso alla prima volta che l’ ascoltai, nell’agosto del 1979, subito pensai avesse un ritmo troppo disco, ora sorrido a quella ingenuità, ma erano anni un cui la disco-music era dappertutto e un rocker come me (per di più ancora inesperto) soffriva. E ora guardatemi qui, 38 anni dopo, completamente irretito da quel pezzo e dai Led Zeppelin. Lo so, spesso scrivo qui sul blog che non riesco più ad ascoltare il Rock, ma poi arrivano momenti come questo e capisco quanto questa musica attorcigliata al mio stesso DNA sia per me un qualcosa di cosmico, di inevitabile. D’altra parte come riporta il titolo di uno dei dischi del Joe Perry Project: once a rocker always a rocker.
NB: I LZ e la Warner hanno ormai fatto togliere da Youtube molte delle versioni originali dei loro brani. Per Caroulselambra sono riuscito a trovare solo questa versione col missaggio provvisorio, presa dalla recente deluxe edizion dell’album di riferimento (In Through The Out Door del 1979)
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L’ITALIANO
Segnalo che con LA REPUBBLICA (e altri 15 quotidiani) ogni sabato (fino a dicembre) esce L’ITALIANO, volumetti sul “conoscere e usare una lingua formidabile” e sappiamo quanto bisogno ci sia di rispolverare l’uso corretto della nostra lingua.
L’Italiano – LA REPUBBLICA
UN SABATO ALLA COOP (old lady money blues)
Giovedì sera, scambio di battute con mia sorella su Whatsapp “Guarda, ho un sonno che non ti dico, non vedo l’ora che arrivi il fine settimana così sabato posso rimanere a letto”, le scrivo.
Sabato mattina, apro gli occhi, guardo la sveglia: ore 3,40. Mi alzo, do da mangiare a Palmiro, faccio uscire Raissa e torno a letto. Cerco di riaddormentarmi, ma è tutto inutile, rimango tre ore e mezza a rimuginare sui miei blues. Alle 7,30 fresco come un carciofino bollito mi alzo e mi preparo per andare a fare la spesa alla Coop di Regium Lepidi. La pollastrella che vive con me ride “ma che ci fai tutto pronto? La Coop apre tra 40 minuti!”.
Son fatto così, tutto sommato mi piace svegliarmi e mettermi in “ovra”, come diciamo qui in Emilia, di buon ora. Colazione nel nostro baretto e poi via a seguire la morbida scia del carrello. La ristrutturazione dei locali della Coop è ormai alla fine, il risultato mi pare ottimo. Il finto legno chiaro del pavimento, i muri e il soffitto bianchi danno nuove suggestioni che apprezzo molto. La nuova disposizione degli scaffali e dei reparti poi mi mette di buon umore, qualche cambiamento anche nelle piccole quotidianità non può che far bene, allo spirito e al cervello.
La Coop di Regium Lepidi ristrutturata con pollastrella in primo piano – foto TT
Devo essere il solo a pensarla così, perché sento molti avventori chiedere informazioni e lamentarsi con gli addetti.
Nel reparto elettricità sento una signora parlare a voce altra tra sé e sé, è affranta dall’alto costo delle nuove lampadine a vite piccola.
” 5 euro e 99… ma come si fa?” esclama col suo accento del sud.
“Eh signora, le nuove tecnologie hanno a volte costi più alti”.
“Sì ma io come faccio con la pensione? Ero venuta a cercarle anche ieri, ma non credevo costassero così, non avevo abbastanza soldi, così sono tornata oggi'”.
Entra allora in azione SuperTim, il supereroe locale che accorre in soccorso dei bisognosi.
“Mi faccia vedere la vecchia lampadina che ha in mano signora, adesso vediamo se riusciamo a trovarne una meno costosa”.
In meno di un minuto la faccenda si risolve, la signora si impossessa finalmente due lampadine dal costo di 1,99 euro l’una, e così finisce per spendere 3,98 euro invece di 11,98. Il sorriso che le spunta in viso è la miglior ricompensa per il supereroe che, nella sua tutina bianca ornata da ricami di papaveri e draghi, si eclissa tra gli scaffali.
CIRCO MASSIMO – Radio Capital:
Orfano di Lateral – la trasmissione di Luca Bottura – pensavo mi sarei allontanato da Radio Capital, e invece devo dire che il programma di informazione radiofonica di Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto, che in qualche modo ne ha preso il posto, mi piace davvero tanto. Condotta molto bene da entrambi, Circo Massimo mi riempie le mattine dalle 7 alle 9, dapprima in casa e poi in macchina sulla via del lavoro. Interviste fatte come si conviene, pochi sconti agli intervistati ma educazione sempre sotto controllo, parola agli ascoltatori, a politici e personaggi pubblici e a luminari di tutti i campi. Bottura mi manca e mi mancherà (adesso è su Radio Deejay dalle 19 alle 20 tutti i giorni con TUTTORIAL), ma Giannini e Bellotto mi appassionano molto.
Jean Paul Bellotto – Radio Capital
GANASSI – cappelletti makers since 1940.
L’arrivo dell’avtunno (con la v) lo intuisco anche dal momento in cui la Lucia decide di fare cappelletti (per i non emiliani: in parole povere i cappelletti sono i tortellini di Regium Lepidi); La Lucy (come la chiamo io) chiama a rapporto le figlie Patrizia e Saura per alcuni pomeriggi dedicati alla sublime arte. Vedere all’opera la Ganassi Legacy è uno spettacolo, un momento commovente… è il cuore dell’Emilia che palpita.
La Premiata Cappelletteria Ganassi – foto TT
La Premiata Cappelletteria Ganassi – foto TT
BACK TO MY YOUTH
Dal punto di vista musicale continuo a stare ripiegato su me stesso. Non riesco a trovare nulla di eccitante nei dischi nuovi che escono, siano essi di nomi nuovi (o presunti tali) o di vecchie glorie. Del nuovo disco postumo di GREG ALLMAN ascolto due pezzi, il tutto mi basta. Temo di avere qualcosa che non va, così mi confronto col mio pard, il Pike boy, il quale mi risponde così:
“Vecchio, è un disco telefonato, suoni anonimi, interpretazioni svogliate, arrangiamenti banalissimi, prevedibilità. Prodotto da Don Was che ormai, si è capito, è uno che produce col Bignami in mano. Impossibile affezionarsi ad un disco così. Vedi Paul Rodgers con le covers Soul. Dovremmo produrla noi quella gente lì. Altro che cazzi. Disco da 6. Odio i dischi da 6. Preferisco i dischi da 3 meno meno”.
Non aggiungo null’altro, Picca descrive tutto molto lucidamente. E c’è ancora chi dice che il Rock non è morto.
Così mi ributto sui dischi della mia giovinezza. Mi lascio risucchiare dalla musica italiana che mi si infilò nelle fibre da ragazzino, mi faccio scorpacciate di De Gregori, Bennato, Piero Marras (Fuoricampo, quello del 1978 e non quello rifatto qualche anno fa, rimane uno dei più bei dischi del cantautorame italico), persino il primo di Fabio Concato, già … quel primo 45 giri del 1977 con A Dean Martin e Festa Nera fu un singolo importante per me e il mio amico Biccio (Lord Simon insomma). Arrivo fino a Loredana Bertè, quella del periodo 1979/83, quella che irretiva gli imberbi ragazzini come me. Quando torno al Rock internazionale lo faccio con i Cheap Trick di All Shook Up, col Bruce Springsteen di Live In Tempe 1980 o mettendo sul piatto il Greatest Hits/Live degli Heart, quello del 1980.
TT Stereo Choice: HEART Greatest Hits / Live 1980
The DELLA CIOPPA connection.
Chissà cosa ne direbbe Gianni Della Cioppa del mio appoggiarmi sempre ai vecchi dischi, lui vive, lotta e combatte per l’esatto contrario. Invidio quella sua forza, quella sua voglia di crederci ancora, mentre io – vittima della fredda razionalità – mi rifugio unicamente nei castelli musicali che mi sono costruito nella fine degli anni settanta. Lo incontro per una paio di faccenduole, il rendez vous si tiene a metà strada: Mantua. Faccio un po’ i conti, sono 29 anni che ci conosciamo, da quando – sotto l’ala protettrice di Trombetti e Riva … o almeno fu così per me – iniziammo a scrivere per la rivista musicale Metal Shock nel 1988.
Prendiamo un aperitivo insieme e chiacchieriamo dei blues della vita; prima di salutarci chiede ad Elena di scattarci un foto. Per l’occasione vuole avere in mano il cd della Cattiva Compagnia, il mio gruppo. Gianni è uno di quelli che come autore ha sempre creduto in me. Che Page lo benedica.
GDC & Tim – tardo settembre 2017 – Foto Elena
PFM a MODENA – 29 settembre 2017
Arriva la PFM a Mutina, serata organizzata dal comune. Vado con Lollo Stevens, il Pike Boy e Mr Daniel Lazy. Dapprima una pizza e una Brùton bianca alla Smorfia 2 e poi via in piazza a vedere che combinano Di Cioccio, Djivas e Lucio Violino Fabbri. Il colpo d’occhio è notevole, l’atmosfera giusta, le vibrazioni niente male. Piazza Roma da quando è stata finalmente ristrutturata e trasformata è diventata uno degli angoli più belli della città. Aiutati da 4 comprimari il gruppo mi è piaciuto più di quel che pensassi. Certo, il chitarrista fraseggia alla Joe Satriani, Mussida non si rimpiazza facilmente, i due tastieristi non sono esattamente Flavio Premoli, ma nell’insieme lo spettacolo convince. Non sono un fan del gigioneggiare che Di Cioccio sfoggia sul palco, ma la gente è coinvolta dunque tutto ok. I classici della PFM, tre pezzi dal live del 1979 registrato insieme a Fabrizio De André e una paio di versioni rock di pezzi di musica classica. Se ad esempio Guglielmo Tell di Rossini ha un senso, anche petrché è dagli anni settanta che la suonano, Romeo And Juliet di Prokofiev è roba da centurioni con arrangiamenti kitsch e sopra le righe. Ma è solo un momento, la PFM seppur orfana di 2/3 elementi fondanti funziona. Un plauso a Lucio Violino Fabbri che è bravissimo e suona le cose giusta nella maniera giusta, e a Patrick Djivas che nell’assolo di basso di Maestro Della Voce inserisce il riff di Luglio Agosto Settembre Nero degli Area, omaggio nell’omaggio a Stratos.
PFM a Modena 29-9-2017 – foto TT
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Settembre dunque è passato, ottobre mi si apre davanti con tutti i suoi colori suggestivi e potenti , l’inverno è lì dietro la siepe, lo sento arrivare e così, come Zanna Bianca, non posso che puntare il muso verso gli astri gelidi ai quali raccontare le mie pene, i miei blues insomma. Auuuuhh auuuuhh auuuuhh …
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