Estati bianche ormai si susseguono con placida puntualità. Siccità, caldo, i malghetti che crescono nei campi, gli impianti di irrigazione che spingono verso l’infinito i getti d’acqua, l’aria bollente che staziona a qualche decina di centimetri da terra e che su questa pianura dà l’effetto miraggio, il frinire costante delle cicale sugli alberi, i dischi di J.J. CALE che passano sul mio stereo … tutto questo fa da cornice ai miei blues estivi.
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VECCHIE RAGAZZE ALLA COOP
Il sabato la spesa, e il giorno dopo in chiesa e sei un po’ nervoso ed un motivo ci sarà, beh in chiesa non vado ma l’appuntamento del sabato mattina alla Coop per la spesa settimanale è una consuetudine. Di solito mi fermo a fare colazione in un bar insieme alla Saurit. Due krapfen, due succhi di frutta alla pera fuori frigo, un decaffeinato macchiato (a volte corretto, quando sono più blues del solito). Do una occhiata alla Gazza per vedere se c’è qualche approfondimento sull’Inter quindi passo la rosea alla bionda motor-girl che ho di fianco affinché legga la pagina dedicata alla Moto GP e a VALENTINO ROSSI. Contemplo la gente che passa, scuoto la testa quando vedo uomini in ciabatte o in sandali, vestiti i maniera trasandata, con i pantaloni corti e con abbinamenti di colori che fanno rabbrividire, oppure donne che vanno vestite come Beyoncé senza averne né il fisico. Se si è alte 1 metro e 55 e si pesa più o meno 85 chili, perché scegliere un stile che penalizza senza alcuna pietà?
Beyoncé
Poso l’attenzione su di un gruppo di donne sedute nel tavolo vicino al nostro. Sono in quella fascia di età che va tra i 65 e i 75. Le sento parlare, non sono lì per fare la spesa, ma per incontrasi e bere un caffè insieme. Vista la vicinanza non posso fare a meno di ascoltare i loro discorsi: una che dice ad una altra che ha visto sua nuora e l’ha trovata in ottima forma, un’altra che commenta un fatto di cronaca riportato sulla Gazzetta di Regium Lepidi, la terza che cerca di organizzare una serata al cinema.
Old girls at Coop – photo TT
Mi chiedo se anche io mi troverò insieme ai miei amici a quell’età, se avremo ancora lo spirito di stare insieme, di trovarci per un caffè, di parlare dei nuovi acquisti dell’Inter del futuro, dei bootleg dei LED ZEPPELIN, della slide guitar di DUANE ALLMAN o LOWELL GEORGE o della FUGUE di Keith Emerson. Chissà, siamo la prima generazione che dovrà lavorare fino a quasi 70 anni, magari saremo così disperati e infelici che ci richiuderemo in noi stessi, malgrado ciò confido nel Dark Lord, vibrazioni metafisiche sonore come BRON-Y-AUR, IN THE LIGHT e TEN YEARS GONE sapranno tenerci uniti.
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LA VERANDA DEL BLUES – the boys are back in Gavassa
Classico sinodo d’estate degli illuminati del blues, e di qualche richiedente asilo in seno alla congregazione, alla Festa dell’Unità di Gavassa. E’ il primo giorno della festa, ma stranamente non c’è tanta gente. L’età media è alta, di giovani nemmeno a parlarne, chiaro che ci si avvii verso il tramonto. Aggiungiamoci una di quelle finte orchestrine di liscio senza bassista ma con basista (nel senso di quello che gestisce le basi musicali) e il gioco è fatto.
Uno di noi arriva con braghe corte e sandali. Dapprima fingiamo di non conoscerlo, cerchiamo di mettere qualche metro tra noi e lui, ma poi l’affetto è troppo forte e, obtorto collo, lo riammettiamo nel sinodo (anche perché è uno dei massimi esponenti, quello con più presenze, insieme al sottoscritto). Chi mangia pesce, chi grigliate di carne, chi (la Saura) vegetarianeggia come può. Innaffiamo il tutto con qualche bottiglia di gustoso vinello bianco. Discutiamo su quale tipo di società sia possibile su un pianeta ormai allo stremo. In preda al mio solito mood blues over the top, nomino la DDR come fulgido esempio.
Se non altro come dice Pike, vista la serata un po’ muffa, stasera l’effetto DDR c’è tutto.
Effetto DDR – Festa Unità Gavassae – 24-6-2017 – photo Saura T
Ci manca solo che dopo qualche minuto aver scattato questa fotografia, venga rubato l’incasso alla cassa (in fondo alla destra del palco) e la depressione è perfetta. Qualcuno si è avvicina alla cassa in un momento di calma, allunga le mani, prende l’incasso e scappa a bordo di una macchina che lo sta aspettando lì a pochi metri. Ora, i tempi sono cambiati, è un brutto “mondo” (pronunciato alla reggiana, con la prima o aperta) ma un po’ più di attenzione sarebbe consigliabile. Non si possono tenere i due contenitori di contanti a portata di mano di chiunque, non si possono tenere tutti gli incassi della serata sul posto, ogni ora è meglio riporli in un posto sicuro, non si può nel 2017 essere senza il pos. Va bene la provincia, va bene il blues, ma dio bono…
Mentre beviamo il caffè abbraccio Biccio, quasi 10 lustri di amicizia. Che spettacolo.
Biccio & Tim – Festa Unità Gavassae – 24-6-2017 – photo Saura T
Ci trasferiamo quindi come di consueto alla Domus Saurea per l’inaugurazione ufficiale della veranda estiva. Già quest’anno io e Saura abbiamo deciso di prendere un bersò e un divanetto per goderci il fresco quando cadono le prime ombre della sera.
Veranda del Blues – Domus Saurea Summer 2017 – photo TT
I ragazzi apprezzano, così tra gelato, chinotto, ginger, cedrata, spuma (solo bibite blues nei sinodi), birre, southern comfort e rum iniziamo a parlare dei massimi sistemi.
Veranda del Blues by night – Domus Saurea Summer 2017 – photo TT
E’ una calda serata estiva, tra le fresche lenzuola delle tenebre non si sta niente male, indugiamo in quella situazione sino oltre le 2, il silenzio della campagna è delizioso, il buio è pesto, ci sembra d’essere nel buco del culo del mondo, lì tra l’Arkansas, la Louisiana e il Mississippi. Non ci sorprenderemmo nel veder sbucare dai malghetti (il frumentone insomma) Roberto Di Giovanni che canta “Le Malinconie Del Camminare Di Fianco Al Fiume”.
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WATER MELON BLUES
Quest’anno l’orto della Saura è uno spettacolo. Zucchine, cetrioli, pomodori, fagiolini, meloni e, per la prima volta, la “cuca”, come la chiamava POP. Già, POP e LAURA, i miei amici assenti, quelli che ho perso a causa di un incidente in Scozia, una vacanza che avevo proposto io a cui poi all’ultimo non potei partecipare. Il 15 luglio fanno 30 anni esatti. Sono ancora qui con la pena nel cuore. Questa piccola cuca è uno degli stratagemmi con cui cerco di far sì che il loro ricordo sia tangibile. Mi domando che amicizia avremmo adesso, saremmo ancora così intimi come lo eravamo allora? Inutile lambiccarsi il cervello. Non ci sono più, la vita va inesorabilmente avanti, ma li ricordo sempre con tanto affetto.
Watermelon blues – Domus Saurea Summer 2017 – Photo TT
ENEMY (film) – TTTT
Nei pigri pomeriggi dei fine settimana, quando la calura è troppa per affrontare il mondo esterno, mi rintano nella sala della Domus Saurea. E’ la stanza che preferisco al mondo. Niente di speciale, ambiente non troppo grande, piccole mattonelle anni sessanta, spazi ristretti, ma il comodo divano arancione, l’ampia vetrata e l’impianto TV 5+1 di ottima qualità fa si che si avvicini quanto più possibile al nido di stelle di cui sono alla ricerca da sempre.
Il film ENEMY mi ha colpito parecchio. Un viaggio sorprendente tra ES, Io e Super Io. L’ultima scena è degna del miglior Kafka.
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DEMOLITION – AMORE E VIVERE (film) – TTTT
Altro film “impegnato”, altro momento cinematografico di rilievo. Nella colonna sonora CRAZY ON YOU degli HEART e MR BIG dei FREE Live at Sunderland 1970.
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MISSISSIPPI GRIND (film) – TTT½
Gioco d’azzardo, vite sul limite del precipizio, blues. Non è che il film sia poi chissà che, ma in un pigro pomeriggio festivo pre ferie si guarda volentieri, soprattutto se si è da sempre vittime della fascinazione per le blues-lands del sud degli States.
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FARGO stagione 3 – TTTT
Stagione partita in sordina, quasi noiosetta all’inizio, ma rivelatesi avvincente nel finale.
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HOMELAND stagione 6
Programmazione ancora in corso. Inizio piuttosto lofi, ma d’altra parte siamo al sesto anno, sarebbe da sciocchi pretendere il pathos delle prime stagioni. Ad ogni modo nelle ultime puntate la situazione è andata migliorando. Vedremo come sarà il finale.
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THE AMERICANS stagione 5
Anche qui programmazione ancora in corso. Mi pare rimanga una serie TV sempre notevole.
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ANALFABETI FUNZIONALI
Condivisi questa preoccupante constatazione anche un anno fa. Fui criticato, mi si diceva che esistevano anche 50 anni fa. Ecco, appunto, 50 anni fa. Siamo nel 2017 e c’è ancora un sacco di gente – in Italia – non istruita a sufficienza per poter affrontare il mondo con mezzi adeguati.
C’è gente che fatica a scrivere e ad esprimersi correttamente o perlomeno decentemente e a comprendere concetti tutt’altro che difficili. Non è che tutti debbano essere UMBERTO ECO, ma per la miseria nel 2017 i cittadini dovrebbero sapere interagire in un italiano dignitoso.
I commenti a post o ad articoli che leggo sui social o sui quotidiani online, fanno rabbrividire. Non solo dal punto di vista dei contenuti (razzismo, odio, volgarità, ignoranza, populisimo, demagogia) ma pure da quello di sintassi, ortografia, grammatica.
Qui sotto un commento preso dalla Gazzetta Dello Sport di luglio, non è certamente il peggiore, ma lascia intendere il livello. Certo, magari è uno straniero, ma…
RedBlack 18:00, 13 Luglio 2017
Allora i primi 5 squadre vogliono la Champions…Chi tra Juve Roma Napoli Milan e Inter sta fuori? Io direi da Milanista che il Milan per non rischiare tutto (200M spese) arrivi quinto pero VINCI la Europa League..che entra direttamente senza preliminare alla Champions… Non credo che Atalanta Fiorentina e la Sampdoria interessa troppo la Champions ma la EL si.. Quindi il Milan potrebbe arrivare anche settima…tranquilla tranquilla e far riposare i titolare per la conquista della Europa League che comunque e una coppa che gli manca.. Cosi l’anno dopo si da una bella finitura con Top Players e avanti con Scudetto e Champions…
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VECCHI CHE FANNO LA SPESA
Pausa pranzo, sono in uno dei due Sigma di Stonecity che ho vicino all’ufficio. Davanti da me c’è un vecchio, al banco chiede con l’ addetta, che chiama per nome, un pezzo di pane morbido. Nel notare che questa sta posizionando nel banco alcuni pezzi di formaggio le chiede se anche quelli di una certa marca sono in offerta, ricevendo risposta negativa, risponde mestamente: “ Ah va bene. A me piace quello ma se non è in offerta… niente.”
Alla cassa. Il panino morbido, alcune prugne e 4 piccoli brick di vino San Crispino.
Non è che fosse mesto più del necessario, sembrava rassegnato con dignità alla propria situazione. Magari è solo avaro, ma che un vecchio rinunci a comprare uno spicchio di formaggio di un certo tipo solo perché non è in offerta, mi rende triste.
SLEEPY TIME TIME
Con l’avanzare dell’età devo registrare che il ritmo sonno-veglia non è che funzioni poi alla perfezione. Mi sveglio di notte verso le 2, se sono fortunato riesco a riaddormentarmi, ma alle 5 o alle 6 sono già sveglio. Domenica mattina, sono in piedi alle 5,30. Faccio colazione e poi mi trasferisco nella veranda delblues. Sdraiato sul divanetto lascio che il rising sun mi inondi. Nessuno in giro, il fresco dell’alba, il cellulino sulla modalità random, DOWN BY THE SEASIDE, SONG OF THE WIND, RAMBLING MAN, NO TIME TO LIVE versione del Texas tornado, … sono questi i momenti della vita che mi ritemprano. Contemplo la campagna proletaria in cui sono immerso da qualche anno, e ringrazio il nulla cosmico che ha fatto sì che approdassi – dopo il naufragio – sulle coste della Domus Saurea.
Sunday Morning At Domus Saurea – photo TT
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Domus Saurea – Photo TT
APERINOZZE
Una coppia di amici si sposa. Il matrimonio si terrà sulle coste del sud Italia, così organizzano un veloce apericena in centro a Regium Lepidi per gli amici della loro città. C’è una tastiera e una chitarra, i nostri amici sono musicisti, di quelli che camminano all’ombra del jazz, è un po’ di intrattenimento musicale è d’obbligo.
Sono felice per loro, li abbraccio e bacio con affetto, poi mi seggo con Saura a bere un prosecchino niente male. Poco dopo iniziano ad arrivare i loro compari musicisti. Ora, so benissimo che l’essere informali tra i musicisti è un way of life, ma vedere arrivare ad una festicciola pre nozze gente vestita senza un minimo di rispetto per sé stessi e per gli altri, mi fa andare di traverso gli stuzzichini che sto mangiando. A rischio di apparire snob e ripetitivo guardo Saura e le dico “Ma è possibile!?“. Uno con una maglietta sudacenta (insomma non proprio lavata di fresco), pantaloni lunghi sformati stile zio Fedele che accudisce le galline in campagna, un’altro in maglietta bianca di cotone stropicciata, braghe corte blu modello Fantozzi e sandali modelli tognaro ai lidi ferraresi negli anni sessanta. Il top è rappresentato da un tizio che arriva con pantaloni corti sbrindellati ed espadrillas portate a mo’ di ciabatta e per di più sporche. Ullallà, che sciatteria!
Aperinozze – Downtowon Regium Lepidi – Luomo con le ciabatte sporche – foto TT
Aperinozze – Downtowon Regium Lepidi – Luomo con le ciabatte sporche – foto TT
Non per dare lezioni di stile, ci mancherebbe, ma forse un minimo di amor proprio e decoro, non guasterebbe! Lo dico spesso, nelle scuole dovrebbero togliere le ore di religione e inserire ore di educazione civica e preparazione al buon gusto, al bon ton, allo stile, al design. Poi ci si lamenta se la gente bivacca davanti ai monumenti e fa il bagno nelle fontane.
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L’INTREPIDO PALMIR
A Palmiro ogni tanto prende la bizza di fiondarsi sul tetto del garage. Il problema poi è scendere. Questa è la seconda volta che capita. La prima ho rischiato l’osso del collo per tirarlo giù con una scala non sufficientemente alta, stavolta cerchiamo di raggiungerlo tramite il finestrino del piccolo fienile. Saura prova a prenderlo in tutti i modi ma non vi riesce.
Palmiro sul tetto – foto TT
Palmiro sul tetto – foto TT
Palmiro sul tetto – foto TT
Provo anche io, arrivo a toccarlo, ma Palmir non si smuove dal piccolo riparo che ha trovato. Torniamo in casa. Dopo un’oretta scendiamo a controllare se si è mosso. Con sorpresa mi accorgo che Artemio, il gatto forestiero che si è accasato da noi è andato in soccorso. Ritorno su. Passa mezz’ora e mi accingo a controllare di nuovo. Noto che Artemio tocca terra dall’albero i cui rami danno sul tetto, Palmir lo segue titubante, ma appena mi vede torna a nascondersi.
Artemio cerca di salvare Palmiro sul tetto – foto TT
Decidiamo di intervenire, sono alcune ore che il diavoletto nera della Tasmania è lì sopra, miagola, soffre il caldo, di sicuro ha una gran sete (Palmir è un gatto che beve tantissimo, cosa strana per un felino, anzi spesso è sinonimo di problemi ai reni e proprio per questo lo abbiamo fatto controllare a fondo, ma è solo una sua caratteristica).
Così Saura sale sul tetto, le passo la gabbietta, Palmir è impaurito ma vi entra e la situazione si risolve.
Palmiro sul tetto – foto TT
Una volta in casa la cotoletta di pelo nera si rifocilla, beve parecchie sorsate di acqua fresca e poi va a mettersi – sebbene ci sia un gran caldo – sulla sua copertina preferita. E’ spossato e ancora un po’ impaurito.
Blues del tetto – foto TT
Fa un pisolino di un paio d’ore, si sveglia, torna a bere e poi viene a cercarmi. Vuole che stiamo vicini vicini. Palmir ora ha bisogno di affetto e sicurezza, e il vecchio Tyrrell è lì per questo.
Blues del tetto – foto TT
ICE CREAM MAN
Inìgo, nonno di Saura, colui che costruì la casa in cui abitiamo, tutte le sere era solito, dopo cena, mangiarsi un cornetto Algida. Credo di essermi fatto suggestionare, perché in questi ultimi anni faccio lo stesso. Non un cornetto, ma un gelatino me lo sparo immancabilmente. Quando rimango senza divento nervoso e inizio ad urlare.
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Ne ho trovato un tipo a marca Coop che mi fa impazzire. Tengo la ciliegia per ultima. Il godimento è massimo, ma poi mi chiedo, in dialetto, “si è mai visto Johnny Winter mangiare i gelatini della Coop?”
I scream for Ice cream – foto TT
Mi chiedo cosa sia questa mania. Un premio per aver resistito all’ennesima giornata di ordinaria bluesitudine? Una assuefazione allo zucchero e ai dolci o semplicemente la voglia di calcare le orme di Inìgo? Fosse quest’ultimo il motivo, spero allora di non farmi suggestionare ulteriormente e replicare l’altra sua abitudine, quella di bere un grappino dopo colazione!
PS: Inigo è vissuto – in perfetta forma – fino ai 97 anni.
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GOING BACK TO MY ROOTS
Con Saura guardo le due stagioni della fine anni settanta di RADICI. Questo mi ha spinge a cercare le tracce dei miei bisnonni e trisnonni paterni. Un sabato mattina mi dirigo al ‘Misòun (Lemizzone di Correggio insomma). Mi nonno è nato lì, spero dunque di trovare le vecchie tombe dei miei avi. Il cimitero è piccolo, le controllo tutte una per una, ma non trovo nulla. Dovrò rivolgermi altrove. L’esperienza però è notevole, un vecchio e piccolo cimitero di campagna, un caldo sabato mattina d’estate, il sole del mezzogiorno a picco. Pace e luogo adatto per riflettere sugli aspetti metafisici della vita.
Cimitero di Lemizzone – foto TT
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Mi tornano alla mente poesie che parlano di cipressi, Carducci, Leopardi, Foscolo … e poi MERIGGIO D’ESTATE di UMBERTO SABA
Silenzio! Hanno chiuso le verdi persiane delle case. Non vogliono essere invase. Troppe le fiamme della tua gloria, o sole! Bisbigliano appena gli uccelli, poi tacciono, vinti dal sonno. Sembrano estinti gli uomini, tanto è ora pace e silenzio… Quand’ecco da tutti gli alberi un suono s’accorda, un sibilo lungo che assorda, che solo è così: le cicale.
Ho un piacevole ossessione riguardo al titolo, ed ora che da alcuni anni ho ripreso a vivere in campagna, in luglio vivo spesso avvolto da questo mood. Mi sembra di ricordare le lunghe estati che vivevo da bambino, con i campi di grano che si estendevano e circondavano il paese, visual che credo mi derivi anche da immagini presenti su un libro di scuola. Immagini che cerco in internet e che non trovo, così mi accontento di qualcos’altro .
Non c’è niente da fare, sono proprio votato alla nostalgia.
LE GUERRE DI VANDEA
Fatico a non farmi travolgere dal pessimismo che mi prende alla gola quando osservo e leggo il mondo. Sembra che la democrazia stia attraversando uno dei suoi momenti più delicati. Interi strati della popolazione stanno perdendo il lume della ragione, l’oscurantismo è dietro l’angolo. Capisco che ognuno abbia le proprie idee, ma qui rischiamo di fare passi indietro giganteschi, di innescare ulteriori tensioni sopra a quelle che ci sono già.
Novax fuori da Montecitorio che in nome dell’anti-scienza aggrediscono tre parlamentari, un lettore della Gazzetta di Reggio che si dice contento della morte di un bambino di 12 anni, Alì, di origine pakistana, morto annegato in un canale.
L’estrema destra nazifascista che costringe il Sindaco di Milano a girare sotto scorta. C’è una ondata razzista, sovranista e oscurantista che spaventa. Capisco che la faccenda migranti sia una bel problema, ma stiamo davvero perdendo quel po’ di senso di comunità e fratellanza che forse avevamo. Parli con la gente e la scopri pronta ad azzannare il diverso, a ricacciarlo indietro, a fargli fare la fine che merita.
Mi torna alla mente la Vandea, quella di cui Victor Hugo scriveva in NOVANTATRE’. Un paragone forse un po’ ardito, ma l’impressione che ho è proprio quella.
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SIMONETTA SAYS “io lo amo”
Meno male che ogni tanto mi vengono in mente anche siparietti divertenti. Uno è dato dalle avventurE della mia cartolaia preferita, La Giorgia, Jaded baby insomma. Su facebook condivide spesso aneddoti di lei alle prese con clienti e rappresentanti. Quello che racconta è davvero spassoso, sebbene a volta si rimanga allibiti (esempio: un cliente che arriva in negozio con un quadro formato 70×100 con tanto di cornice e chiede di fare una fotocopia). Ragazzi, la gente a volte è davvero strana.
Un altro siparietto che mi diverte assai è quello che ha come attrice protagonista Simonetta, un’amica di Saura, quando parla del suo motociclista preferito. Puoi aspettarti da un tipo di donna come Saura, che corre in minimoto e in go-kart e che ha per la velocità una fregola atavica, la sconfinata ammirazione per il Re di Tavullia, ma da Simonetta un po’ meno. Quest’ultima non ha infatti il look e l’atteggiamento di una motor-girl, così quando ci frequentiamo e parliamo di Valentino e lei se ne salta fuori con un “io lo amo”, rido come un matto. Ogni volta che penso alla cosa arriva il buon umore.
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INTER IN ASIA
La tournée asiatica precampionato dell’Inter è andata meglio del previsto. Battute LIONE, BAYERN MONACO e CHELSEA. Il calcio estivo conta poco, ma la differenza con il precampionato del 2016 è notevole. Vittorie, spirito di squadra, bel gioco. Resto con i piedi per terra, ma per ora sono molto contento di Mister Spalletti.
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SONGS FOR THE DRAWER
In queste ultime settimane ho scritto due nuove canzoni, FUTURO ROCOCO’ e ALISEI. Lo so, non interessa a nessuno, ma è sempre una gran soddisfazione quando ne metto insieme una, quando dal nulla musica e parole prendono corpo. Poi è la cosa che mi piace fare di più in assoluto. Le lascio asciugare qui sulla scrivania per un po’ e poi le riporrò nel cassetto, insieme a tutti gli altri sogni infranti. As usual.
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LIVE FOR THE MUSIC
Ogni tanto ho bisogno di leggerezza, così in macchina mi ascolto discutibili compilation che però a volte fanno bene… FREUR, CARS, BRIAN FERRY, PHD … ma poi a seguire l’animo reclama cibi più prelibati, ed ecco che allora arrivano i LITTLE FEAT, quelli che attraversano i fiumi del jazz-rock
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o i miei amati ELP.
ELP at Domus Saurea – photo TT
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e la vita di nuovo sgorga prepotente.
Agosto è alle porte, l’estate si fa matura matura, le vacanze sono dietro l’angolo. Dopo di esse chissà cosa porterà settembre, ma un passo alla volta, intanto restiamo concentrati sul presente e su quella manciata di giorni che dovrei passare al mare. E’ uscito anche il nuovo capitolo di EYMERICH, se poi dovesse aggiungersi in tempo utile anche il bootleg di SEATTLE 21/3/1975 in full soundboard dei LZ, ecco che l’estate si farebbe ancor più interessante.
Giugno, il mese dell’equinozio estivo. I campi di grano, le gialle spighe al vento, il cielo blu. Il mese del concerto rock che preferisco in assoluto (LZ LA Forum 3/6/73). L’ouverture all’estate, l’erba alta, i malghetti (va beh, il granturco) che arrivano ormai al ginocchio, le feste dell’unità, le Peroni Nastro Azzurro ghiacciate bevute con gli amici mentre si contemplano le stelle, e il blues. Il blues al limone da tenere in freezer, quello all’amarena che ti gusti davanti a Sky, quello portatile, quello potabile, quello ad alta gradazione alcolica, quello artigianale che al naso si presenta fresco, agrumato e al contempo morbido con i toni caldi di Chicago a smussare la rusticità del Delta, che all’assaggio sorprende per la sua rotondità, quasi setosa, blues vellutato ben equilibrato da un amaro a cui viene affidato soltanto il compito di ripulire. Blues a balus insomma, anche a inizio estate.
COSA ASCOLTARE IN MACCHINA: THIS IS MY RADIO, MY RADIO STAR BLUES
Le radio ormai sono insopportabili. Quello locali sono spesso troppo provinciali, i network troppo pseudo-professionali, di frequente trasmettono musica scadente e usano quei jingle insopportabili con quell’inglese-americano intollerabile. Gli speaker sono speaker, sanno poco di musica, e intrattengono i radioascoltatori raccattando le solite notiziole da internet. Noia mortale. Da qualche giorno ho virato decisamente su RAI 3, programmi di musica classica oppure basati su conversazioni con autori, studiosi etc etc e così trovo un po’ di pace lontano dalle immondizie musicali che ci propinano le altre. RADIO CAPITAL è stata per anni la mia preferita, BOTTURA, ZUCCONI, MIXO, MARY & ANDREA, però il nostro rapporto è un po’ in crisi. In alternativa, ISORADIO 103,3. Ritorno con la mente al 1986, quando giravo parecchio per lavoro. Se ero in zona ascoltavo MONDORADIO ROCK STATION, storica radio rock locale che aveva il pregio di essere sincera e vera, oppure radio RAI con quei meravigliosi sceneggiati radio (il mio preferito era quello su ALFRED NOBEL). Anche qui mi ricolgo al passato. Ah.
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COSA ASCOLTARE IN MACCHINA: CHIAVETTA BLUES
Il sintonizzarmi sulle radio capita perché ormai non so più cosa ascoltare in macchina. La Sigismonda non ha il lettore cd (dio d’un dio! come direbbe il mio amico Faust!) così le tre chiavette da 64GB che avevo riempite ormai sono insostenibili. Scrivo avevo perché dopo averci messo dentro di tutto, ora ho iniziato a potare. Discografie complete di gruppi di cui a malapena ascolterei un greatest hits, dischi lofi di artisti che amo ma che non ha senso tenere in macchina, manie del momento che ascolto per due giorni e che poi ignoro per interi lustri. A volte vorrei estirpare il lettore e buttarlo dal finestrino. Non fosse per il navigatore e il bluetooth l’avrei già fatto. Ma cosa abbiamo fatto di sbagliato noi amanti esasperati della musica Rock per ridurci così?
Intendiamoci, questo capita anche a casa. Argomento già affrontato qui sul blog: ricordate le peripezie di Polbi tra gli scaffali? Migliaia di titoli senza sapere quale scegliere per poi naufragare esausto su PHYSICAL GRAFFITI. Un po’ quello che ha scritto il Pike boy su FB qualche giorno fa: “Da quasi 40 anni sempre le stesse droghe” con pubblicazione di foto di cofanetti di alcuni dei suoi artisti preferiti, anche qui migliaia di titoli per poi capitolare sempre sugli gli stessi artisti da 4 decenni.
Non sapere più cosa ascoltare è un bel problema e hanno un bel da dire gli entusiastici, quelli che “ma basta ascoltare sempre le solite cose! Ci sono decine di nuove uscite valide”, io ci provo, vado su youtube, cerco questi nuovi fenomeni, a volte azzardo l’acquisto ma il più delle volte poi mi incazzo. E’ come andare a vedere l’Inter odierna dopo aver vissuto la tripletta fatta con Mou al comando. Quando voglio ascoltare del bel Rock, voglio ascoltare del bel Rock, poche storie.
Così mi ricompro uno dei “miei” dischi in vinile illudendomi di riuscire ad eseguire il reset e di provare le sensazioni che provai allora nel togliere il vinile dalla copertina, appoggiarlo sul piatto, far scendere la puntina e farlo partire. A volte – complice anche un generoso bicchiere di Southern Comfort – questo succede.
BLACK CAT MOAN BLUES
Ci sono giorni in cui Palmiro, il gatto nero che vive con me, è noioso, hai in suoi blues insomma; anche dopo aver scorrazzato per la campagna, aver mangiato i suoi bocconcini preferiti, aver capitolato di fronte ad un abbiocco serale ristoratore, lo vedo vagare per casa senza pace, una cotoletta di pelo alla ricerca di quel che non sa nemmeno lei. Tenta un approccio con i suoi umani preferiti ma poi cambia repentinamente idea, si sdraia per terra ma poi si rialza, mi fissa ma poi distoglie lo sguardo … credo siano quei momenti in cui si rende conto di essere un gatto ma vorrebbe essere (suo malgrado) un umano, ed essere intrattenuto che so da un disco, da un film, da una partita della squadra del cuore (l’Inter of course), insomma da uno di quegli stratagemmi inventati dagli umani per sfuggire dall’angoscia data dall’inspiegabile mistero della vita. Non essendo possibile (o meglio non ritenendo io possibile la cosa, magari lui è più avanti di me) lo osservo mentre va a sfogarsi come può: facendo cadere i miei cd dagli scaffali, facendo cadere i libri posti sui comodini in camera da letto o stracciando ogni borsina di carta che trova in giro. Palmir the Destroyer.
The Destroyer – Palmiro maggio 2017 – foto Tyrrell
YOU NEVER SAW JOHNNY WINTER GARDENING BLUES
Ogni sera quando torno a caso dal lavoro controllo e curo i fiori della Domus Saurea. Li dacquo (li annaffio insomma), tolgo le foglie secche e i fiori appassiti, e mi assicuro che siano in salute.
Petunie – Domus Saurea – photo TT
Da ragazzino aiutavo mia madre a farlo, piantare gerani, tulipani e petunie in giardino era un rito che si compiva ad ogni primavera, non mi sorprendo dunque, eppure ogni volta mi dico:
Petunie – Domus Saurea – photo TT
Malva (Marrow) – Domus Saurea – photo TT
An s’è mai vèst Johnny Winter fer chi lavòr chè…non si è mai visto Johnny Winter fare questi lavori qui.
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DISCO ESTERNO BLUES
Il disco esterno collegato al mio computer a casa lo tenevo come disco secondario per gli archivi di foto e di mie registrazioni musicali. Ogni tanto facevo un back up su DVD ma non regolarmente. È così che quando l’altro giorno il disco ha smesso di funzionare mi è arrivato il blues dei tempi digitali. Nemmeno tecnici specializzati sono riusciti ad accedere, quindi dovrò fare a meno di quei file che non sono contenuti nei dvd di back up.
Non stiamo parlando di chissà che, non c’erano foto di me e di JIMMY PAGE mentre facciamo colazione da Phillies a Kensington, nemmeno file musicali del sottoscritto e di PAUL RODGERS intenti a scrivere il nuovo hit single della BAD COMPANY, però perdere tracce digitali della propria vita turba. Niente, tutto qui, just another blues.
CELLULINO ROTTO BLUES
Poco fa è uscito il nuovo modello del cellulare della mia marca preferita, ho colto così l’occasione per prendere la versione più alta del modello precedente, un oggetto a mio modo di vedere molto bello. Sono un vogliosino, come diceva qualcuno, mi piacciono le cose tecnologiche all’avanguardia, ma non volendo spendere le cifre folli per l’ultimo modello ecco che prendere il modello più figo precedente è stato un buon compromesso (anche se è costato in ogni modo diverse centinaia di euro). Di colore azzurro (che ben si accosta con il nero dello schermo), ogni volta che lo tenevo in mano avevo un brivido. Forma sinuosa, moderna, sottile … per me semplicemente bellissimo. A chi mi consigliava una custodia rispondevo sempre “Non sono il tipo da custodia, non so mica un “berto”, e poi mi piace toccarlo, se mi cade vorrà dire che ne compro un altro”.
Che sciocco sono stato. Qualche giorno fa ero sul dondolo in giardino che mi rilassavo insieme a Palmir, quando sento qualcosa cadere per terra.
Con Palmir sul Dondolo – Cellulino Blues – photo Saura T.
A tentoni cerco di riprendere il cellulare pregando Succubus che non avesse subito danni. Sé, at salòt Mingòn, Sì, ti saluto Mingone, cadere sul cemento non può che significare una cosa: vetro crepato… sentimento di blues apocalittico. Il lunedì telefono al centro assistenza di Mutina. Prezzo improponibile. Ne chiamo altri due, stessa cifra. Contatto due realtà che installano anche pezzi non originali: il ricambio in versione non originale non esiste visto il modello di fascia alta e ancora troppo recente. Tutti e cinque mi hanno chiesto la stessa cifra: 300 euro. Naturalmente desisto, fino a che terrà botta bene, poi chiederò un mutuo alla banca per prendere il modello nuovo … stavolta mi sa che starò lì col culo, dovrò dotarmi di una custodia come si deve.
LACK WATER SIDE
La mancanza di precipitazioni continua a preoccuparmi. Da ottobre ad aprile abbiamo avuto solo 4 o 5 eventi piovosi (e niente neve), e mentre la gente ignara del pericolo è contenta io registro segnali per niente positivi. La settimana scorsa Michele Serra ha scritto qualcosa a riguardo su cui vale la pena riflettere.
ALONE AT HOME BLUES
Certo che noi uomini di blues quando la sera siamo a casa da soli il blues ce lo andiamo a cercare. Invece di prepararci un bel piatto di pasta, ci rivoltiamo nell’accidia e con fare slanato buttiamo nel piatto un ovetto sodo, due rapanelli dell’orto e due formaggini. Sorseggiamo una Peroni mentre guardiamo in lontananza oltre le colline e sospiriamo, che fessi che siamo.
Alone at home dinner – photo TT
Per fortuna un buon disco e la vicinanza di un gatto ci rimettono in bolla.
DG1978 on the turntable – photo TT
Palmiro listening DG1978 – photo TT
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Groupie torna presto, non posso vivere senza di te.
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IL PISCIO DEL LISCIO BLUES
Domenica sera, rimango a casa a guardare l’ultima partita dell’INTER di questa misera stagione. Saura coglie l’occasione per andare a cena alla festa dell’Unità di Meadow (Prato di Correggio, insomma) insieme ai suoi genitori. Mi gusto i 5 goal della mia squadra, il canto del cigno di una formazione bislacca che speriamo mai più ripeta certe prestazioni, mentre mi arrivano messaggi whatsapp di Saura relativi al gruppo di Liscio che allieta la calda serata reggiana. Io e lei ormai siamo attentissimi alla deriva ignobile dei gruppi musicali (di Liscio in primis), ovvero l’uso sfrontato e smodato di basi. Ormai nessuno suona più, è un playback continuo e costante. Questo non è tipico solo del Liscio, anche famosissime popstar delle nostre parti vanno in scena facendo finta di suonare la chitarra mentre sotto passa la base, ma nel liscio ormai è norma imperante. Trascrivo i messaggi di Saura:
“Nel panorama dei gruppi che fanno liscio al peggio non c’è mai fine, stasera ne ho avuta la conferma grazie alla SILVANO E MAURO BAND.
ovvero:
1 cantante;
1 tastierista;
1 fisarmonicista;
1 polistrumentista.
Batteria, basso e chitarra? Se ne fa a meno…
il fisarmonicista muove la mano destra sulla tastiera ma la sinistra è immobile, eppure la fisarmonica suona lo stesso… evidentemente dev’essere un tipo moderno di strumento, che emette il suono anche senza azionare il mantice… a metà pezzo mette giù la fisa e prende in mano il borderò Siae per compilarlo diligentemente, e questo succede quasi in ogni pezzo… forse in giro c’è l’agente Siae; il polistrumentista suona la tastiera poi a metà pezzo la pianta lì, scende dal palco e si mette a girare in mezzo alla pista, e la tastiera continua a suonare; risale poi sul palco e si infila una fisarmonica, ma anche la sua mano sinistra rimane ferma… stesso tipo di fisa dell’altro, suona senza bisogno di azionare il mantice, strabiliante.
Il tastierista chiacchiera con il primo fisarmonicista mentre lui compila il borderò quando non si guarda attorno annoiato, mentre le note escono diligentemente anche quando le sue mani sono ferme, una tastiera che suona da solo in fondo è il sogno di ogni tastierista, no? Imbraccia quindi pure lui una fisarmonica che suona virtuosamente, sempre con la sola mano destra, però, quella sinistra rimane immobile… si vede che in quel negozio lì c’era il 3×1, la cantante canta attorniata dal coro di altre tre voci che escono miracolosamente dall’impianto… una cosa che neanche a Lourdes…e nonostante tutto questo, la “musica” va avanti.”
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Saura ha ragione, gruppi come questo dovrebbero vergognarsi, lo stesso dicasi per chi li chiama a suonare. Certo, così il gruppo costa meno, ma allora tanto vale mettere uno che mette su i cd. La grande tradizione del Liscio, la musica popolare degli ultimi decenni della nostra regione, va a ramengo, nessuno sembra farci caso, un’altro sintomo del decadimento dell’umanità.
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BAD COMPANY BLUES
Ormai è una tradizione trovarsi ogni anno in centro a Mutina in occasione dell’uscita di nuove deluxe editions o album dal vivo della mia amata Bad Company. Sono con Jaypee, Pike e Lollo. Siamo così blues che non andiamo più nei baretti di second’ordine a fare colazione, bensì in quelli per fighetti che a questo punto – essendo noi ormai oltre – è una cosa molto blues da fare. Un caffè, una pasta e poi da Dischinpiazza. Robby mi dice che gli sono arrivate 4 copie, 2 per titolo e che le ha vendute tutte. Io prendo le mie, Lollo compra quella rimasta di BURNIN’ SKY e un’altro tipo quella di RUN WITH THE PACK. Il fatto di sapere che a Mutina c’è uno che non fa parte del mio giro che ha comprato la deluxe edition di RUN WITH THE PACK mi rende euforico. Mettiamo una media di 4 copie per capoluogo di provincia, 4 x 111 fa 444 copie. Mettiamoci le vendite di Amazon.it, qualche altra copia in più, quanto sarà il giro di copie vendute in Italia di queste ristampe del più grande gruppo Rock di tutti i tempi? 1000 copie?
Jaypee/Tim/Picca – Mutina, Piazza Grande may 2017 – photo Lollo Stevens
Dopo aver salutato i ragazzi mi rimetto in macchina verso Regium Lepidi. E’ l’ultimo sabato di maggio, fa caldo. Sul lettore ho i CSN ma sono preda di un attacco di centurionite, seleziono i primi due di DAVID LEE ROTH, ricordando l’entusiasmo che si era creato attorno ad essi a metà anni ottanta. Dopo un po’ però devo selezionare un altra cartella, fatico sempre più a venire a patti con l’approccio metal, cosi metto gli EAGLES di ON THE BORDER.
Sulla West Emily Road, tra LITTLE MADONNA (quartiere Madonnina insomma) e THE BURNT (frazione La Bruciata) c’è un bel pezzo di strada costeggiato da imprese, fabbricati, centri commerciali. Alcuni sono chiusi ed hanno in bell’evidenza grossi cartelli di affittasi o vendesi, mi riportano alla mente quelli di STONECITY, venti chilometri più a sud. Faccio spesso il paragone con quello che mi racconta Polbi di Detroit. Certo, qui la situazione è diversa, quando la Motor City smise si essere tale il cambiamento fu epocale, da quasi due milioni di anime si passò alle circa seicentomila attuali, la popolazione calò del 60%, roba impensabile qui, però vedere questi stabilimenti chiusi, che mentre in vanno rovina impregnano le città di atmosfere spettrali, fa pensare. Qui, nel cuore dell’Emilia, territorio da questo punto di vista dinamico, trainante, vivo, adeguarsi all’andazzo di questi ultimi lunghi 8/9 anni di crisi non è facile. Cerco di scacciare i pensieri e di risintonizzarmi sulla bella mattina passata in centro con gli amici.
Modena – photo TT
Basta blues per oggi, tra poco potrò gustarmi il materiale bonus di due album della BAD COMPANY, questo mi basta per farmi sentire felice (almeno per un paio d’ore).
25 anni senza la propria madre non sono esattamente uno scherzo, a pensarci si rischia di perdere l’equilibrio. 25 anni senza il nastro che teneva legati alla terra, senza le parole piene di giudizio e saggezza che servirebbero nei momenti bui, senza poter farle vedere che uomini siamo diventati, senza poterle farle conoscere le persone care che sono entrate nella nostra vita.
Ogni anno mi dico che devo evitare di scivolare nel sentimentalismo da strapazzo, di sprofondare nella tristezza, di incappare nella solita ragnatela della retorica, ma poi il mio essere uomo di blues non mi permette niente di tutto questo. Anche se non voglio quando si avvicina il 23 maggio un groppo alla gola inizia a prendermi alla sprovvista, cerco di distrarmi, di non pensarci, di resistere ma poi soccombo. Allora, se sono al lavoro mi chiudo in ufficio, se sono a casa mi barrico nello studiolo, e mi commuovo … più come un ragazzino che un uomo maturo.
Ci si mettono anche i quotidiani, dato che mia madre morì lo stesso giorno e alla stessa ora di Giovanni Falcone; nei giorni precedenti al 23 iniziano ad apparire (giustamente) articoli e retrospettive sul grande magistrato, così anche non volendo collego continuamente le due cose.
E allora sfoglio l’album delle foto, la vedo allegra a 19 anni a Cattolica di Rimini, la guerra era finita, la sua famiglia stava bene, suo padre Fernando – partendo da un taxi comprato nel 1922- nel 1948 era arrivato ad avere 7 corriere e così i torpedoni delle Autolinee Imovilli rollavano lungo le strade della Regium Lepidi County arrivando, negli ultimi anni, fino alla riviera adriatica. Poi il nonno morì a 53 anni e tutto finì.
Mother Mary Cattolica (RN) 1948
La guardo intorno ai ventinove anni mettersi in posa per la classica foto (che le fece fare Brian, mio padre) … di lì a poco si sarebbero sposati.
Mother Mary 1958 circa
La vedo tenermi per le braccia e iniziare a farmi fare qualche passo, io a 8 mesi e lei felice, nella casa dove abitava la famiglia di mio nonno Ettore, padre di Brian, ad Arceto (frazione di Scandilius) in via Ca’ Del Diavolo (altro segno blues… dopo essere nato in una stazione ferroviaria, nel giorno del solstizio d’inverno, mi mancava giusto il nonno che abitasse in via Ca’ Del Diavolo).
Tim & Mother Mary – Via Ca’ Del Diavolo, Arceto (RE) primi anni sessanta
Poi la vedo via via accompagnarmi nella crescita, chiamarmi affinché io – a due anni – non rovinassi i gerani di mia nonna Anita, io – adolescente – e lei abbracciati al Lido Di Pomposa durante le vacanze, io – poco più che ventenne – e lei insieme alla mia prima Gibson Les Paul, fino ad una delle ultime foto, io e lei nel settembre del 1991 qualche mese prima che se ne andasse.
Tim & Mother Mary settembre 1991
Vorrei tanto che allora fossero esistiti i cellulari, vorrei avere tante foto sue, magari qualche video, qualche visual in più per sentirmi ancora più vicino a lei, ma poi a che servirebbe, la porto comunque con me, anche quando non la penso, io sono parte di lei.
Sono ateo, non credo alla vita eterna, ma osservo ugualmente il cielo in cerca dei riflessi, dei riverberi di quella che fu la sua vita e quando mi accorgo che un raggio di sole cade in modo particolare sulla mia piantina fiorita di Malva o filtra in modo particolare attraverso i rami del Tiglio, ecco, sento che un’eco del suo essere mi arriva.
I miss you, mother.
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MOTHER MARY (Tirelli-Monti-Tirelli) (Siae 1999)
Mel Previte – rhythm guitar
Tim Tirelli – lead guitar
Fausto Sacchi – vocals
John Paul Cappi – bass
Mixi Croci – drums
The MM Choir Ensemble: Mel Previte/Stefano Piccagliani/Marcello Monti/Athos Bottazzi/Fausto Sacchi/JP Cappi/ Mixi Croci/ Tim Tirelli
Mayday mayday blues is on the way. Per blueseggiare di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio, ma io da questo punto di vista sono attrezzato. Già, ho sempre questo atteggiamento da anima in pena che vaga trascinando le paturnie come fossero catene, da anima tormentata che draga le acque blu del proprio esistenzialismo cercando di eliminare i blues più feroci.
Beh sì, direi che come partenza non è male, anche se è a mo’ di temporale, d’altra parte ho un blues profile a tutto tondo, con cui affronto della vita il girotondo.
Ecco ci manca solo che inizi la giornata in rima, per vedere affievolirsi l’autostima.
Questa faccenda delle rime è una tara che mi ha passato Brian, lui era il principe dei rimaiuoli, e anche a fine carriera, quando l’alzheimer lo aveva ghermito, quando cercavamo di mettere in piedi una conversazione, finiva sempre col mettere in rima le parole più semplice, sforzo comunque notevole per un vecchio con disturbi cognitivi.
Mi sono riletto l’altro giorno i blocchetti di testo che scrissi l’anno scorso per un progetto (che chissà mai se andrà in porto) di un videomaker, parole che accompagnano dei video-visual; mi sono fermato dopo i primi tre… a volte sono spaventato da me stesso. Come direbbe il mio amico Jaypee: “Paura!”.
Sono al centro commerciale THE PETALS della città in cui vivo da qualche anno. Mi compro un giubbino blu nell’unico negozio che sento adatto a me e quindi mi dirigo da Mediaworld. Amo farmi sorprendere dallo scaffale degli LP nel reparto musica. Mi ci fermo davanti e per un attimo mi sembra di essere tornato nel 1978 al Pecker Sound di Formido-inis (Va beh, Formigine). D’accordo che in questi anni il vinile è diventato oggetto di attenzioni da parte dei giovani hipster, ma vedere certi titoli in uno dei punti di una grande catena tedesca dedita al vendita al consumo di elettronica ed elettrodomestici mi fa sempre un certo effetto. Capisco ANIMALS dei PF, capisco i BLUES BROTHERS, BOB DYLAN e i LED ZEPPELIN, ma quando vedo dischi in vinile tipo AS TIME GOES BY dei LITTLE FEAT o AT NEWPORT di MUDDY WATERS sorrido incredulo.
MW – I Petali – Regium Lepidi – Foto TT
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ALL’OMBRA DI UN BAOBAB, CENA A BASE DI KEBAB
Cena all’ARABIAN KEBAB. E’ solo la terza volta che ci capitiamo ma la titolare ci riconosce (immagino sia per la cresta bionda della donna che di solito è con me) e viene a salutarci. Rachida (non ne so il nome ma la chiamo così) si approccia come se vedesse qualcuno per cui prova affetto. E’ di chiara origine nordafricana, credo provenga dal Marocco, parla un italiano sicuro solo a tratti caratterizzato dall’agrodolce accento arabo. Ci ringrazia per essere venuti. E’ dolce, disponibile, è si vende lontano un miglio che vuole sentirsi italiana, o meglio, che vuol far parte della comunità in cui si trova, che ci tiene a essere considerata una cittadina che vive, lavora, e paga le tasse… Faccio del mio meglio per farla sentire a casa. Le dico che IL PIATTO DEL PASCIA’ è molto buono, che il servizio è delizioso e che la gentilezza sua e della cameriera è sempre squisita. Le si illumina il viso. Ci racconta un po’ titubante che questo aspetto per lei è molto importante e che l’altro giorno in un caffè del centro è stata trattata con sufficienza e che ci era rimasta male. “Gli stronzi sono dappertutto Rachida, tieni duro”, le dico, lei mi appoggia una mano sulla spalla a mo’ di timido abbraccio. Me la immagino Rachida, passare dai baobab ai tigli, arrivare qui tra chissà quante difficoltà e aprire un esercizio commerciale tutto suo. Vado alla cassa a pagare, ci ringrazia ancora tanto e lo fa con il modo di chi ha ancora qualche riverenza atavica nei confronti dei bianchi. Stempero la cosa mandandole un bacio con la mano. Il suo sorriso dice più di qualsiasi altra parola. Per quanto mi riguarda, qui sei la benvenuta Rachida.
UN JUKE JOINT A BORDO PO, UN TRAMONTO BLU E BORDÒ
Riff m’invita in un locale molto blues, nelle terre basse intorno agli argini del Po. Siamo oltre la cittadina di Walters (Gualtieri insomma), in una stradina che sembra costeggiare il bayou che abbiamo disegnato sull’animo. Riff mi aspetta sul costone della strada con un bicchiere di vino rosso in mano. Giuro, sembra di essere in Louisiana. Si tratta del CIRCOLO IL LIVELLO, cucina ottima, atmosfera blues rock, vibrazioni positive, tanto positive che fissiamo persino una data per gli EQUINOX (sabato 21 ottobre).
Circolo il Livello – Gualtieri (RE) – foto TT
Circolo il Livello – Gualtieri (RE) – foto TT
Circolo il Livello – Gualtieri (RE) – foto TT
E’ domenica sera, non ci fermiamo a lungo, ma abbiamo passato una bella serata, per un momento ci è sembra di essere in un juke joint del sud degli Stati Uniti molti decenni fa. E vai col blues, baby.
L’esterno di un juke joint a Belle Glade, Florida, fotografato da Marion Post Wolcott nel 1944
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QUELLI CHE: IL CALCIO E’ UNA MERDA
“Guardando per la prima volta la domenica sportiva ho avuto la conferma che siamo una nazione sottosviluppata.i più cerebrolesi sono quelli che pagano anche le pay TV per arricchire quei bambocci dei calciatori e l’ambiente calcistico di parassiti ignoranti. Gli opinionisti e i procuratori.”
Questo è quello che ha scritto qualche giorno fa su facebook uno che tempo fa mi chiese l’amicizia. Mi Sono rimasto colpito dalla facilità con cui certa gente offende altra gente. Che l’ambiente del calcio sia quel che sia lo sappiamo (a parte che, come dico sempre, è lo specchio della società) ma sparare così nel mucchio mi pare una cosa da idioti. Solo perché a certa gente il calcio non interessa e lo schifa, non significa che chi invece lo segue sia un essere umano senza speranza; certo, ci sono anche quelli, ma come in tutte le cose trovo indegno fare di tutta l’erba un fascio. Anche perché non è che tutti i dj di certe radio rock o gli amanti della musica rock, o i musicisti siano esattamente degli intellettuali. Ma non è questo il punto, quello che mi colpisce sempre è incolpare dello sfacelo della società le attività umane di cui non ci importa nulla, che pensiamo siano immorali per il basso livello di pensieri e i fiumi di denaro che scorrono…il calcio in particolare, quasi che vada bene se attoruncoli o attricette guadagnino in sei mesi dieci volte tanto quello che guadagna un calciatore ben pagato, se personaggi tv, piloti di MotoGP e Formula 1, finanzieri e popstar facciano altrettanto. Intendiamoci, la società è allo sbando, questo è evidente, ma è chiaro che la colpa è sempre e solo di quelli che io penso sia la colpa. Certo, quello che interessa a me è cosa buona e giusta, il resto è spazzatura. Come si faccia a ragionare così non lo so, ma ormai è l’atteggiamento imperante. E comunque l’importante è demonizzare il calcio e chi lo segue, e poco importa se per qualcuno certe azioni, certi goal abbiano la stessa valenza dell’assolo di chitarra di COMFORTABLY NUMB, se condividere gli stessi colori sia sinonimo di fratellanza.
QUELLI CHE: TI RIGO IL SUV
Sempre su FB noto per l’ennesima volta le scemenze dei duri e puri della sinistra radicale, quelli che mettono come immagine di copertina del loro profilo la scritta “TI RIGO IL SUV”e poi non si fanno problemi a girare sulla Harley del proprio compagno che costa quanto un SUV. Ora, io non dico che uno di sinistra debba rassegnarsi a votare Renzi e agire di conseguenza, ma se fai il duro e puro, se spali merda su chi è (anche minimamente) meno a sinistra di te (che però poi da un punto di vista intellettuale e filosofico è molto più a sinistra di te), cerca almeno di essere coerente perché altrimenti vengo e ti RIGO LA HARLEY. Stesso discorso del paragrafo qui sopra, che la gente sia così concentrata solo su se stessa è spaventoso. Che futuro avrà l’umanità? Nessuno, sì lo so.
Meglio cancellare dagli amici questi personaggi, scordarsi delle loro cazzate, ascoltarsi gli ALLMAN e guardarsi una partita della propria squadra del cuore (che sebbene stia avendo un’annata negativa ti fa sempre palpitare il cuore).
Una volta rincasato da Londra sono tornato ben presto a disposizione del blues, contemplo infatti la notte stellata nella speranza di intravedere l’extraterrestre che mi porti su una stella che sia tutta mia, metto cornici intorno alle giornate sbiadite di aprile e osservo il mondo col mio fare da antropologo contemporaneo da due soldi.
VADE RETRO DOMINA
Domenica mattina, faccio un salto a San Martin On The River, porto un mazzetto di fiori ai miei genitori. L’ora è quella un po’ pigra tra le 12 e 13. Imbocco la strada che costeggia il cimitero, entro in modo deciso nel parcheggio e curvando di 180° posiziono la mildly blues mobile tra due strisce bianche. Ammetto che il tutto mi è venuto particolarmente bene. Vicino ad un suv scuro c’è una donna con un cagnolino al guinzaglio. Appena scendo mi fa “Niki Lauda! Perfetto!”, sorpresa dalla mia capacità di parcheggiare velocemente e con precisione. La donna avrà tra i 40 e i 50 anni, quello che potrebbe essere il mio target, e con quella uscita spiritosa mette in mostra la sua emilianità e la voglia di attaccare discorso. Io, invece di sorridere, stare al gioco e ribattere con un motto di spirito, mi ritraggo scontroso “Davvero? Non mi pare”. “Era una battuta”, mi fa lei un po’ colpita dalla mia freddezza, mentre io – senza salutarla – entro nel cimitero. Nel farlo analizzo il mio comportamento, va bene che di donne ne ho già una (che mi basta e avanza), va bene che non cerco avventure, va bene che la parte che non voglio mai fare è quello del galletto che fa lo spiritoso con tutte, va bene che il chitarrista non è un cantante, ma un po’ di bon ton e di leggerezza sarebbero dovute. Bisogna che mi rilegga L’Educazione Sentimentale di Flaubert.
BREVE STORIA DELLA FAMIGLIA PATERLINI
Son lì che sistemo i fiori, che do una pulita alla lapide e che raccolgo me stesso per il solito minuto di esistenzialismo famigliare, quando gli occhi mi cadono su di una vecchie lapide nera poco più in basso. Quanti anni sono ormai che porto i fiori a mia madre (e dall’anno scorso anche a mio padre), 25 giusto? In questo quarto di secolo non mi era mai capitato di soffermarmi con un po’ di attenzione su quella lapide. Guardo meglio e medito sulla triste storia della famiglia Paterlini. Padre e madre nati negli anni ottanta dell’ottocento e morti negli anni cinquanta del novecento, un figlio (nella foto ha divisa e cappello da alpino) morto – immagino in guerra – nel 1942 a 21 anni, un altro figlio appena più vecchio ha la foto sopra la scritta “disperso in Russia”, e la figlia ventenne morta nel 1944 (per i bombardamenti alleati?). Penso a quanto sia crudele a volte il fato. Il capofamiglia si chiamava Fortunato.
AIN’T NO CURE FOR THE WAREHOUSE BLUES
Un mio ex collega se ne va in pensione e organizza una cena per festeggiare l’avvenimento con tutti (o quasi) quelli che lavorarono nel suo reparto di appartenenza. Prima di essermi fatto rapire dal distretto di Stonecity in cui lavoro oggi, per un decennio ho lavorato in una grande azienda di Mutina, azienda a cui mi sento ancora molto legato. La cena si tiene in un locale rustico e ruspante di quella che era la mia città. Vedere gente dopo 17 (17!) anni con cui si è condiviso un lungo pezzo di vita lavorativa è un discreto colpo al cuore. Il gruppo è di circa 20 persone, alcune non le conosco, sono entrate in azienda dopo che me ne andai, ma la maggioranza fa parte della mia storia. Siamo sempre noi, ma i lineamenti cambiano, i capelli cadono o imbiancano, gli anni avanzano. Buffo come in un secondo ci si ritrovi dentro alla stessa confidenza di un tempo, sembra quasi che si sia stati lontani solo per qualche settimana di ferie. Guardo questo gruppo di uomini che va dai 40 ai 70 anni, magari con poche affinità elettive ma con forti sentimenti – spartani e maschi – reciproci. Qualcuno ricorda e cita a memoria i miei resoconti sulla “Gazzetta del Magazzino” dopo le partite di calcio tra la nostra amata FC INTERMAG e l’AS OFFICINA,
FC INTERMAG – da il GUERIN SPORTIVO DI di qualche lustro fa.
qualcuno mi dice che la propria figlia (ormai donna di 26 anni) ancora conserva uno dei bigliettini in rima che le scrissi quando era una bimba, qualcuno mi abbraccia forte perché rammenta che quando si separò e quando perse il padre io gli stetti vicino…mi colpisce l’abbraccio gagliardo di questo pezzo d’uomo di 71 anni, evidentemente in passato non sono stato solo la testa di cazzo che pensavo. La cena finisce, un brindisi al festeggiato e fortunato neo pensionato, la ripromessa che ci si rivedrà presto per una pizza, un ultimo abbraccio e via. Mentre torno alla macchina mi sale un po’ di commozione, è il tempo che passa così velocemente che mi ammazza, è il fare bilanci che mi spinge verso il basso, è il blues che mi tiene in vita e mi tormenta contemporaneamente. Ho un brivido, gli occhi si fanno lucidi, ma mi riprendo, sono sotto casa di Pike non vorrei mai che – sebbene l’ora tarda – il mio amico decidesse di fare due passi e mi vedesse in quello stato. Salgo in macchina, faccio partire l’album DEEP IN THE NIGHT di ETTA JAMES e punto il muso della blues mobile verso Regium Lepidi.
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THE WALKING LED
Non mi piace il genere horror, né lo splatter, né quello che prevede zombie (e vampiri) eppure eccomi qui, dopo 7 anni dall’inizio, incatenato allo sceneggiato TV THE WALKING DEAD. Ad ogni nuova stagione che SKY proponeva guardicchiavo qualche minuto, ma poi desistevo, sentivo che c’era qualcosa che mi attirava ma poi mi dicevo che era roba per americani, per quelli che vanno matti per fumetti del genere (la serie TV deriva proprio dai comics)…e adesso guardatemi, sono in preda ad una infatuazione per THE WALKING DEAD.
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Sto scaricando sul MYSKYHD le vecchie stagioni e appena posso mi guardo 3/4 episodi di seguito. La sera dopo la cena mi butto sul divano e via che si parte. Al mattino ho l’istinto di guardare un nuovo episodio prima di partire per il lavoro, in ufficio mi dico “dai, tra un po’ chiudo e mi fiondo a casa a vedere THE WALKING DEAD“. Mentre in pausa pranzo faccio le mie camminate nei parchi ascoltando musica, a volte il lettore passa i LED ZEPPELIN, ogni volta mi eccito e inizio a cantare l’Hare Hare, a ballare l’Hoochie Koo e mi dico che chi mi vede muovermi in quel modo strambo deve pensare: ecco THE WALKING LED.
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PRIMAVERA ALLA DOMUS
Nelle mie passeggiate a passo sostenuto nelle pause pranzo contemplo la primavera a Stonecity, cerco di assumerla in dosi massicce, brio, energia, pruriti sensoriali, qualcosa che mi riallinei con la stagione dell’amore...
Stone City – Vistarino Park – photo TT
La Domus Saurea è il posto ideale per godere di queste sciocchezze. I fiori di Lillà sono una mia fissazione, mi perdo a contemplarli, inebriato dal profumo che mi rimanda ai giorni della mia fanciullezza.
Domus Saura primavera 2017 – foto TT
Domus Saura primavera 2017 – foto TT
Domus Saura primavera 2017 – foto TT
Palmiro se la gode, la bella stagione lo ringalluzzisce, diventa meno dolce, o meglio i momenti in cui è nel sentimental mood si accorciano. A tratti è spiritato, rincorre farfalle, caccia animaletti, scaccia i gatti forestieri che osano avvicinarsi, poi d’un tratto di quieta, si sdraia nelle erba e guarda lontano oltre le colline.
Palmiro – Domus Saura primavera 2017 – foto TT
Domus Saura primavera 2017 – foto TT
L’orto è ormai pronto, le piantine stanno per essere piantate.
Domus Saura primavera 2017 – foto TT
Con la primavera arriva anche il momento di fare pulizia nella vita personale, mettere un po’ d’ordine tra amicizie, sentimenti e progetti. Son sempre momenti importanti, meglio farlo con in mano due dita di Southern Comfort e ascoltando la musica giusta.
Essendo stati in Britannia anche l’anno passato (in giugno a Londra per lo Stone Free Festival, in ottobre a Glasgow per la Bad Company) mi domando se sia il caso tornarci anche adesso per andare a vedere un concerto degli ARW. In questo periodo dell’anno preferirei probabilmente spiagge esotiche, ma Saura è irremovibile, deve vedere JON ANDERSON.
Benché si sia scelto di volare con la British Airways e si parta da Bonomia, la sveglia è comunque prevista per un’ora difficile: le 4. In autostrada l’umore è quello degli ultimi giorni, piuttosto grigio e foriero di cattivi pensieri, ma mano a mano che ci avviciniamo al capoluogo della mia regione sento che il moody blues si stempera. Abbiamo scelto il parcheggio del Bologna Airport Hotel, già, adesso anche gli alberghi nei pressi degli aeroporti offrono questa opportunità ai viaggiatori, evidentemente per raggranellare qualche soldo in più. I dipendenti tuttofare addetti alle manutenzioni ora, tra un intervento e l’altro, accompagnano con la navetta i clienti del Parking al terminal aeroportuale della città.
Al Guglielmo Marconi passiamo i controlli, compriamo qualcosa da bere per il volo e ci mettiamo in attesa vicino al gate. Dalle vetrate medito sugli spazi desolati che vedo…
Aeroporto Marconi Bologna – photo TT
Aeroporto Marconi Bologna – photo TT
Prendo posizione sull’aereo, soffro di vertigini, decolli e atterraggi mi danno sempre da fare, ma visti gli ultimi viaggi sembra mi stia abituando alla cosa. Saura mi prende la mano per precauzione, forse (forse) ne avrei fatto anche a meno. Ad ogni modo chiudo gli occhi e penso a Mick Ralphs. Raggiunta la quota di crociera sonnecchio, regolo l’umore, disperdo i blues e vivo il momento. Atterriamo all’aeroporto di Fila-Di-Case-Nella-Brughiera* (Heathrow insomma). I piloti della British paiono più in gamba di quelli della Ryan Air. Credo che Heathrow sia secondo solo a Dubai o Hong Kong o giù di lì, ti accorgi della sua ampiezza quando sei sull’underground e capisci che dal Terminal 5, dove sei arrivato, alla fermata successiva (Terminal 1-2-3) passa qualche minuto.
Non ho particolari amori per la Britannia, se nel nord America si fosse parlato un’altra lingua i dischi di Blues e Rock And Roll avrebbero avuto un effetto assai diverso sui giovani inglesi e senza il legame con la musica Rock la Britannia non avrebbe alcun ascendente su di me, ma visto che le cose sono andate in quel modo, che la cultura musicale britannica mi ha modellato non posso fare altro che collegare ogni cosa con uno dei punti fermi della mia vita: la musica Rock.
Atterro a Heathrow? La prima cosa che mi viene in mente è che qui è nato Page, Jimmy Page. Heston infatti era nota più che altro per l’aerodromo presente nelle immediate vicinanze, allora chiamato the Heston Aerodrome, quindi The London Airport e infine Heathrow.
Carichiamo la Oyster card dell’underground e in breve scendiamo a Falco D’Oro (Goldhawk insomma) una delle due fermate vicine al nostro albergo che si trova a Shepherd’s Bush. In metropolitana qualche segno relativo ai concerti degli ARW.
London underground – ARW sign – photo TT
Anche stavolta ci siamo affidati alla catena IBIS. Alla reception due chiacchiere con Simone, italiano che ci spiega di essere parecchio preoccupato degli effetti che la Brexit avrà su di lui e sui suoi colleghi. “Pensate” ci dice “lo staff qui in hotel è di 30 persone, nessuno è inglese…come possono pensare di fare senza di noi? Come possono pensare che noi si rubi il lavoro ai giovani inglesi? Loro non vogliono fare questi lavori.”
Pranziamo nel McDonald di fronte, 13 sterline – 16 euro. Il locale è pieno e i poveri ragazzi che vi lavorano appaiono sfiniti e l’impressione è che siano i nuovi schiavi. Shepherd’s Bush confina con Holland Park /Kensington, niente di meglio che una passeggiatina alla House Of the Holy. E’ il quartiere di Londra che più mi affascina e non solo perché vi abita il mio musicista preferito. Passare davanti alla TH è sempre un’emozione, la sua architettura mi infonde un sentimento di spavento e di fascinazione, saperla essere di proprietà del Dark Lord poi mi fa sentire le farfalle nello stomaco. Scattiamo qualche foto velocemente, non voglio fare la parte del fan stalker.
TH foto Saura T
Mi fermo a rimirare anche la casa di fianco, la Woodland House, quella che fu la residenza del regista Michael Winner. Mi piace molto anch’essa, al tempo di Winner gli interni erano davvero maestosi:
Cerco di fare in fretta però, non voglio che la gente che passa possa pensare che io sia un fan di quel cantantuncolo che ha recentemente acquistato l’immobile. Ci infiliamo poi nell’underground per una capatina a Covent Garden, quindi piccolo spuntino al Pizza Hut di Leicester Square. Due pezzi di pizza, una Sprite e due bottigliette d’acqua, 10 sterline (poco più di 12 euro). Consumiamo il tutto seduti nella piazza, curioso: sono esattamente davanti alla pizzeria in cui 30 anni fa cenai insieme a Pop e Laura…guardo il cielo, alzo il bicchiere, un brindisi agli amici assenti.
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Prima di rientrare in albergo ci fermiamo davanti all’Hammersmith, adesso si chiama Apollo ma per quelli della mia generazione sarà sempre l’Odeon. Un cavalcavia ne oscura l’importanza, ma vederlo è un colpo al cuore. In questo teatro ci sono passati tutti, qui si è fatta la storia del Rock, ma solo un uomo di blues come me può associarlo principalmente alle due gloriose (?) serate dell’8 e 9 dicembre 1984 in cui i FIRM fecero il loro debutto in terra d’Albione. Paul Rodgers, quella testina (è a favore della brexit) di Tony Franklin al basso, Chris Slade alla batteria e Leopold vestito come un fornaio alla chitarra, quello che in LIVE IN PEACE sfornò uno dei suoi migliori assoli post 1980.
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ARW all’Hammersmith Odeon foto Saura T
Rientriamo in albergo. Controllo sui canali TV inglesi se per caso trasmettono Torino-Inter. Niente da fare. Mario mi manda gli aggiornamenti dall’Italia via whatsapp: 2 a 2. Addio sogni di Champions. Cena in un ristorante Thai di Sheperd’s Bush insieme a Floro e alla sua gang, anche loro giunti dall’Italia per vedere il concerto. Questa volta la cena non è un granché. In due spendiamo 35 sterline, 42 euro.
Domenica mattina. Ci incamminiamo verso Kensintgton High Street, abbiamo deciso di fare colazione nel posto dove ogni tanto va a prendersi un caffè pure James Patrick. Passiamo davanti alla TH, di nuovo quel sentimento denso di mistero mi attanaglia l’animo. Arriviamo da Phillies, di fronte c’è lo Sticky Fingers restaurant di Bill Wyman, penso al mio amico Lorenz.
Bill Wyman’s Sticky Fingers – photo TT
Ordino una colazione full english. Beacon, salsiccia, uova, pane, funghi, fagioli e altre inglesate. Per cercare di buttar giù tutto ordino anche un double espresso. Saura prende una piatto vegetariano. Il personale è molto gentile. Totale colazione 28 sterline, 35 euro. Sono le 10. Fino alle 7 di sera non toccheremo cibo.
Tim da Phillies – photo Saura
Colazione da Phillies – foto TT
Ci dirigiamo alla Royal Albert Hall, abbiamo appuntamento con Claudio, Fabio, Paolo, uno è il promoter italiano di Wakeman, gli altri sono suoi amici che ormai sono anche nostri. Attraversiamo Kensington park e Hyde park fino a Oxford street. Non abbiamo smesso un momento di parlare di rock. Ci soffermiamo davanti alla targa che mostra dove Hendrix visse. Certo, sono passati quasi 50 anni, eppure osservando l’edificio mi sembra di vederlo, Jimi ….
Dove Visse Jimi Hendrix – photo TT
Oggi è il giorno del concerto. Abbiamo il biglietto meet & greet che include anche il soundcheck, salutiamo i ragazzi e ci dirigiamo in albergo per una doccia. La stazioncina di Golden Hawk ha una colorazione blues che mi piace molto…
GoldenHawk, Shepherd’s Bush – Photo TT
Alle 16,30 siamo davanti all’Hammersmith Odeon. Ci sono un centinaio di persone, tutte lì per il meet & greet. Oltre a noi italiani c’è anche una coppia di svedesi. Tutta gente che va dai 60 ai 75 anni. Il prog non è roba per giovani (d’oggi). Espletate le formalità ci accompagnano all’interno dell’Odeon. Lo stile è Art Deco, l’emozione è libera, è la mia prima volta in questo storico teatro…
Hammersmith Odeon – Photo TT
Hammersmith Odeon – Photo TT
Il soundcheck è molto veloce, 10/15 minuti in tutto. Trevor Rabin, bassista e batterista sono già sul palco. Arriva il cantante. Applausi. Vedere JON ANDERSON a due passi non è roba da poco. Saura, che è qui per lui (è l’unico YES che non ha mai visto) urla “I love you, Jon”, scuoto al testa, sembra più una ragazzina che una donna adulta, Jon nota la sua testa biondo platino, la indica e le sorride. E’ una esperienza vedere come i musicisti professionisti di quel calibro svolgano la routine pre concerto. Mentre usciamo ci accorgiamo che Jon è seduto in una delle poltroncine della sala. Saura non perde l’occasione, gli stringe la mano e piena di entusiasmo le dice qualcosa del tipo “non ho parole”. Malgrado reputi certi atteggiamenti un po’ infantili, la osservo e la vedo felice. La invidio molto, piacerebbe anche a me stringere la mano al signor Poige, al signor Rodgers, al signor Ralphs, al signor Miles, al Signor Richards, al Signor Tyler e così via.
Ci prepariamo al meet and greet: tutti in fila per una firma sul tour program, quindi di nuovo in fila per la foto di rito. Che gli dici a Anderson e Rabin in 5 secondi? “Scusa Jon, ricordi nulla della serata del 24 giugno 1984 a Dortmund quando faceste I’M DOWN dei Beatles e aveste come ospite Leopold alla chitarra?”. “Scusa Trevorn, cosa pensasti quando in quella serata scambiasti fraseggi con quello che nell’immaginario collettivo era uno dei più bravi chitarristi rock di tutti i tempi e invece ti accorgesti che in realtà si trattava della sua controfigura?”.
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Non credo sia il caso e infatti procedo con semplici saluti. Arrivo da Wakeman, lo guardo e gli dico “Buonasera Rick, non so se ti ricordi di noi…” “Sicuro che mi ricordo” mi fa “Siamo gli amici del tuo promoter italiano” “ma certo, lo so. State bene? Tutto ok?”. Uh, che Wakeman inizi a riconoscerci non è male, ma mi spaventa anche un po’, in che buraccione mi ha infilato Saura?
Le foto le fa l’assistente, entriamo a gruppetti di 5 in una stanzina e a turno ci facciamo uno scatto con i tre dell’ave maria. Vedo che la assistente, a cui ognuno di noi dà il proprio cellulare per la foto, fa più scatti, bene mi dico, senza sapere che a me ne farà solo uno, meno male che la foto non è venuta mossa. Mi posiziono tra Rick e Jon, ma mi dico che sono uno sciocco, avrei dovuto mettermi vicino a Rabin, non è il tipo di chitarrista che adoro ma tant’è…
ARWT – London Hammersmith Odeon 19-3-2017 (Wakeman, Tirelli, Anderson, Rabin)
L’ assistente scatta quattro foto col cellulare di Saura, l’ultima è sfuocata, ma mostra Wakeman scherzare con la Valentino Rossi del Rock And Roll…
ARW Hammersmith Odeon 19-3-2017 with Saura T
Meet and greet finito. Faccio due conti veloci: circa 100 disperati hanno speso più o meno 150 euro in più oltre al prezzo del biglietto, dunque i tre gringos hanno totalizzato 15000 euro (5000 a testa) per un’oretta di disturbo. Non son mica presi male…
Sono le 19, usciamo per uno spuntino veloce, stavolta ci dirigiamo al Leon (una sorta di McDonald con cibi naturali) che è lì nei paraggi. 16 sterline, 20 euro.Di nuovo dentro attendo Doc che insieme a Naomi sta arrivando. Doc è il mio amico ledhead milanese, anche lui amante degli Yes, e in particolare di quel tipo di Yes. Arriva, ci abbracciamo … in Italia non riusciamo mai a vederci, così incontrarci a Londra è un bel colpo. Mi paga una birra e rinsaldiamo i legami.
Tim & Doc all’Hammersmith – Photo Naomi
Doc, Brown Sugar, Tim – all’Hammersmith – autoscatto
Con Doc ci diciamo per l’ennesima volta quanto ci perdiamo in quanto LZ/JP fan, basterebbe così poco per farci felici, qualche data britannica del Jimmy Page Group e noi saremmo al seicentosessantaseiesimo cielo, e invece siamo qui a sfogare le nostre voglie Rock con gli ARW e ad affogare i nostri blues pageiani nella birra…
Doc & Tim talking about the blues – foto Naomi
Tim e Brown Sugar – foto Doc M.
Entriamo nel teatro, Doc è in sesta fila, noi in seconda, posizione quasi centrale, esattamente tra Anderson e Wakeman. Siamo vicinissimi al palco. Ci ricasco e mi chiedo cosa debba essere stato vedere i FIRM qui da questa posizione.
ARW stage London 19-3-2017 – photo TT
Incontriamo altri amici, Maurizio Cavalca da Genova, Paul Chandler, amico inglese di Saura e intimo di Wakeman e fan degli Yes, e il mio vecchio amico, anch’egli ledhead, Michael Stendhal, svedese. La ragazza di Michael vive e lavora a Londra (ma ad agosto causa Brexit dovrà rimpatriare) così lui passa due weekend al mese qui. E’ bello incontralo di nuovo…
Michael e Tim – Hammy Odeon 19-3-17 – foto Saura T
Mentre aspettiamo l’inizio del concerto guardo le foto sul telefonino, osservo l’ultima fatta con Michael, mi guardo e mi accorgo di quanto ci sia di Brian in me. Ho un attimo di commozione. Mi manca tanto il vecchio. Le luci si abbassano, meno male, non ho bisogno di infilarmi i Ray ban.
Un paio di introduzioni e il gruppo parte con la mia canzone degli YES preferita: PERPETUAL CHANGE, però! HOLD ON, dall’album 90125, è uno di quei pezzi anni ottanta un po’ sopra le righe che però in questo contesto si ascolta volentieri. Bella la versione di I’VE SEEN ALL GOOD PEOPLE. Primo impatto piuttosto buono. ANDERSON, 72 anni, canta in modo convincente ed è una presenza importante. Le senti la qualità e la personalità della sua voce e ti chiedi se gli altri YES che sono in giro oggi (col solo Stewe Howe della formazione storica) abbiano ancora un senso.
ARW London 19-3-2017 photo TT
Lo stesso discorso vale per WAKEMAN. Il vichingo di Perivale si erge tra le mura delle sue tastiere (io ne ho contate 10), è vestito in modo un po’ pacchiano con quel suo lungo mantello che lo fa sembrare più un re britannico del medioevo che un musicista Rock, e benché a volte qualche suono di tastiera sia kitsch e tout court, la personalità musicale di Rick è impressionante; al di là della sua tecnica incredibile (!), la qualità dei suoi interventi, della sua musicalità, è elevatissima.
ARW – London Hammersmith Odeon 19-3-2017 – Photo Saura T
C’è una introduzione di batteria, dove LOUIS MOLINO III si dà un gran da fare, persino col doppio pedale. Ora, io non sopporto i batteristi che usano il doppio pedale, MOLINO ha una gran tecnica, lo osservo durante certi passaggi ritmici molto complicati, ma è quel tipo di batterista che trasforma tutto in matematica. E’ freddo, ha un modo di suonare che non è bello da vedere, è il batterista giusto per gli amanti del prog innamorato di sé stesso, quelli che godono nel sentire passaggi complicati fini a sé stessi. Ne vedo anche stasera qui, ce ne è uno poco dietro di me, mima con le braccia gli stacchi di batteria ed è tutto preso dalle equazioni musicali che sente. Un’altro è davanti a me. Penso siano dei poveracci, magari sono io che sbaglio ma per me tutto deve essere fatto a servizio della musica. LIFT ME UP è tratto dall’album Union, ed è uno di quei pezzi da centurioni che non amo. Uno dei momenti dello show che mi lascia indifferente. Segue AND YOU AND I. Gran bella versione. Trevor Rabin cerca strade proprie e devo dire che è stato una delle rivelazioni del concerto. Non amo molto quel chitarrismo sopra le righe, con quell’approccio metal anni ottanta, eppure stasera mi arriva un Rabin che non mi aspettavo di trovare. Bravo, umile e legato alla musica. In certi momenti fa smorfie da concentrazione che la dicono lunga su quanto viva la musica. Sbaglia anche qualcosa e questo me lo rende ancor più simpatico. Alcuni assoli poi sono sublimi. Pensavo avrei rimpianto Howe ed invece no. Trevor cerca arrangiamenti suoi, colori suoi, fraseggi suoi. Certo, a volte esagera, l’approccio ipertecnico rimane, ma alla fin fine è una piacevole sorpresa.
ARW – London Hammersmith Odeon 19-3-2017 – Photo TT
RHYTHM OF LOVE è da Big Generaton, dunque ancora Yes anni 80. Non è un pezzo memorabile, ma tutto sommato nella scaletta ci sta. Bellissima THE MEETING, duetto piano/voce a cui segue HEART OF SUNRISE. Tempi dispari per CHANGES da 90125. grande prova d’insieme, grande Rabin. Si torna ai classici con LONG DISTANCE RUNAROUND seguita da THE FISH. In quest’ultima Lee Pomeroy il bassista si posiziona a fronte del palco e ci regala momenti di gran bassismo. Pomeroy mi colpisce, sin dall’inizio. E’ un session man ma suona con una eleganza sanguigna, vivida, presente. E’ strano guardarlo suonare, Lee usa un basso per mancini ma ha le corde alla rovescio: le alte al posto di quelle basse e viceversa. Suona bassi Rickembecker, non certo i miei preferiti, ma riesce a scaldarmi in parecchie occasioni.
AWAKEN è una rivelazione, proviene dall’album Going For the One e stasera dura per 24 minuti e diventa una delle esperienze di musica dal vivo che più mi hanno colpito nella vita. La seconda parte mi trasporta nelle profondità siderali. Mi tolgo il cappello e m’inginocchio davanti agli ARW.
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ARW – London Hammersmith Odeon 19-3-2017 – Photo Saura T.
MAKE IT EASY (brano del 1981) funge da intro a OWNER OF A LONEY HEART. La versione di questo enorme successo è notevole, sebbene ad un certo punto vada in scena la centuria: Wakeman e Rabin che scendono in platea e si mettono a fare assoli tra il pubblico. Ultimo pezzo ROUNDABOUT.
Doc li fima entrambi col suo cellulino:
scaletta:
1. Intro
2. Cinema
3. Perpetual Change
4. Hold on
5. Intro
6. I’ve Seen All Good People
7. Intro
8. Drums
9. Lift Me Up
10. Intro
11. And You And I
12. Rhythm Of Love
13. Intro
14. The Meeting
15. Heart Of The Sunrise
16. Wrong Intro
1. Changes
2. Intro
3. Long Distance Runaround
4. The Fish
5. Awaken
6. Make It Easy
7. Owner Of A Lonely Heart
8. Crowd
9. Roundabout
10. Outro
Jon Anderson – Vocals
Trevor Rabin – Guitar
Rick Wakeman – Keyboards
Lee Pomeroy – Bass
Louis Molino III – Drums
Standing ovation, gran successo di pubblico.
ARW – Hammersmith Odeon 19-3-2017 – photo Saura T
L’Hammersmith Odeon tiene 3500 posti, al concerto di stasera il gruppo ha dovuto aggiungere la data di ieri sera vista la domanda di biglietti. Ci fermiamo a parlare con gli amici, li salutiamo, noi restiamo ancora un po’ insieme a Floro e a Paul. Quest’ultimo ci invita ad tornare al piano di sopra all’after show party. Ci vuole il pass e noi non l’abbiamo, ma Paul, che stasera è un po’ in bibita, va avanti per la sua strada. Parla in modo deciso con quelli della sicurezza, gli dice che noi siamo venuti dall’Italia e che è amico della moglie di RW. La sicurezza prende informazioni e quindi arriva il lasciapassare. Incredibile. Poco dopo mi ritrovo a parlare con Rabin. Gli faccio i complimenti per come ha suonato, qualcuno gli dice che anche io e Saura siamo musicisti, e lui dice che è molto bello che qualcuno che s’ intende di musica gli faccia i complimenti “Sì, Trevor, è vero suono la chitarra, ma io sono Mr Nobody e tu sei God, però nel mio piccolo ti faccio davvero i complimenti!”.
Talking guitar blues – Tim & Trevor Rabin – after show party – Hammy odeon 19/3/2017 – Photo Saura T
Trevor Rabin & Saura – after show party – Hammy odeon 19/3/2017 – Photo TT
Poco dopo arriva anche JON ANDERSON. Saluta qualcuno poi vede Saura e le va incontro pronto a farsi fare una foto con lei. Sono stupefatto. D’accordo che la sua cresta bionda è riconoscibile, d’accordo che la felicità che le sprizza da tutte le parti è contagiosa, ma che sia lui ad avvicinarsi a lei è da non credere.
Saura e Jon Anderson – after show party – Hammy Odeon 19/3/2017 – Photo TT
Jon Anderson & Tim – after show party – Hammy Odeon 19/3/2017 – Photo Saura T
Arriva anche il batterista, gli andiamo incontro, gli facciamo comunqnue i complimenti, sappiamo quanto sia bello quando qualcuno ti viene a dire qualcosa dopo un concerto. E’ poi la volta di Lee Pomeroy. E’ molto socievole. Gli chiedo la faccenda delle corde rovesciate: “Sai, sono mancino, la prima volta che presi in mano un basso era uno di quelli per destri. Lo girai semplicemente e iniziai a suonare. Dopo qualche tempo qualcuno mi disse che avrei dovuto girare le corde, ma ormai mi ero abituato a quel modo, dunque ho finito per imparare a suonarlo così. Di dove siete?”“Italia” “Oh, amo l’Italia, ci sono stato in viaggio di nozze con mia moglie, amo molto il vostro paese, l’atteggiamento della gente, il sole, il cibo…” prima che si metta a cantare Torna a Surriento lo lasciamo ai suoi amici.
Saura & TrevLee Pomeroy – after show party – Hammy odeon 19/3/2017 – Photo TT
Ce ne stiamo un po’ sui divanetti a vedere se arriva anche Rick, ma il biondo di Perivale non si fa vivo. Mi viene in mente quando qualche settimana fa, a Udine, dopo il concerto Piano Solo mi disse “Dopo i concerti sono sempre più stanco. Sto diventando vecchio”.
Finisce così la serata. Rincasiamo a piedi, un paio di km nella notte londinese. Un’altra avventura niente male. Guardo Saura, che da quando è diventata una groupie non chiamo più groupie, e le dico “Sarai contenta spero. Sei fortunatissima. Prima di incontrare me conoscevi poco gli Yes, e guarda ora, ne sei diventata una fan scatenata e in pochi anni hai visto tutti componenti, hai assistito a 10 concerti relativi a loro, li hai conosciuti, ci hai parlato, scherzato, hai fatto foto…cosa vuoi di più?“, il suo sorriso illumina la notte.
Lunedì mattina, colazione da Costa, 9 sterline, 12 euro. La cameriera è italiana. Con underground e bus ci inoltriamo fino a Puthney, andiamo a vedere dove abita John Deacon bassista dei Queen. Saura da giovane li ha amati molto, e io ho sempre avuto in simpatia Deacon. Bassista garbato, ottimo autore, persona degna di stima. La via in cui abita è tranquilla, ci sono belle case ma niente di troppo elevato. Si è ritirato a vita privata, e rispetto molto la sua scelta. Torniamo verso il centro, gironzoliamo un po’ per Londra, piove, ci fermiamo in un negozio Adidas. E’ la mia marca del cuore, è dagli anni settanta che sono un appassionato, ma visitando questo mega store, la sento lontano, musica hip hop, capi che seguono quel mondo e quello stile, per fortuna resistono alcuni modelli vintage, ma per il resto… altro segnale che fatico a restare al passo col tempo.
Mentre giriamo per la città constato ancora una volta che ogni cosa mi rimanda al mio piccolo pianeta Rock.
Gallinacci a Londra – photo TT
Per la cena Saura mi porta allo Sticky Fingers, ristorante di Bill Wyman. Ci arriviamo in underground. Sbuchiamo in Kensington street. Le chiedo se si è informata e se occorreva prenotare, mi dice che non ci dovrebbero essere problemi. Entriamo, di solito sono io quello che parla in inglese, ma vengo attratto da un quadro raffigurante BRUSSELS AFFAIR, uno dei più bei live di tutti i tempi. Sento che Saura borbotta col cameriere. Benché il locale sia quasi vuoto ci accompagna in un tavolo in fondo alla sala, arriviamo al posto e chi trovo? Billy e Alison Fletcher, i miei amici scozzesi. In un attimo capisco che mi hanno voluto fare una sorpresa e che hanno organizzato tutto alle mie spalle. Mentre abbraccio Billy gli dico “You loosy bastard!”. Siamo amici dal 1985, da quando cioè iniziai la mia fanzine. Questa è la quarta volta che ci vediamo, dopo quelle del 2000, 2004 e dell’anno scorso a Glasgow per il concerto della Bad Company. Che gioia, il mio amico Billy Fletcher, the mighty come lo chiamo io, fa parte della mia storia. Bermi una birra in sua compagnia è un gran piacere.
Tim & Billy Fletcher – Sticky Fingers 20-3-2017 – photo Alison F.
Il lunedì sera si paga la metà, però 3 hamburger, una piatto vegetariano, tre birre, una coca, un dolce, un cappuccino e un limoncello 80 sterline (in quattro) … non è pochissimo. Non fosse stata una serata da metà prezzo avremmo davvero pagato 160 sterline?
dinnet at Sticky Fingers – photo TT
Ad ogni modo il clou della serata è quando Billy, dopo hamburger e birra, chiede un cappuccino. Billy scherzando si scusa, sa che per un italiano è inconcepibile, io rido e gli scatto una foto, e mentre lo faccio penso che i Romani non hanno avuti tutti i torti nel costruire il vallo di Adriano…
Billy F – the cappuccino addicted – photo TT
Mette un po’ di tristezza vedere il locale quasi vuoto, quando poi Giuseppe, il giovane cameriere napoletano, ci chiede cortesemente di lasciare un feedback sulla pagina facebook del locale perché ne hanno un gran bisogno, si aggiunge la malinconia. A mio modo di vedere anche questo significa che il Rock è morto. Se un locale come questo, a Londra, città di otto milioni di persone, è così in difficoltà significa che il Rock come fenomeno di massa socio culturale è finito e questo a dispetto delle cazzate che leggo sulle bacheche facebook di qualche mio conoscente, dove ci si ostina a dichiarare che il Rock è vivo. Poi certo, resiste nelle nostre vite, ma ormai è un fenomeno di nicchia. Non c’è ricambio.
Sticky Fingers – London photo TT
Un altro paio di foto e si va.
Tim, Ali, Billy, Saura – photo Giuseppe.
Tim & Billy at Sticky Fingers – Phorto Saura T
Decidiamo di salutarci davanti alla TH. Di notte è ancora più inquietante.
TH – photo Saura T
Tim & Billy – Photo Saura T.
Ci incamminiamo nella notte londinese. Va bene che non siamo in centro, ma non c’è nessuno in giro e sono appena le 22.
La mattina di nuovo colazione da Costa 11 sterline (13,50 euro) e poi British Museum.
British Museum – photo TT
Ci godiamo le meraviglie dell’antico Egitto, dell’antica Grecia, della Britannia romana. La STELE DI ROSETTA, il primo esempio della storia dell’umanità del traduttore di Google, è impressionante.
La Stele di Rosetta – British Museum 21-3-2017 photo TT
La Stele di Rosetta – British Museum 19-3-2017 photo TT
Saura – British Museum 21-3-2017 – Photo TT
La statua di Ramsete II è imponente, e ancora mi chiedo se sia giusto che questi reperti egiziani siano in un museo europeo…
Ramsete II – British Museum 21-3-2017 photo TT
Il padiglione delle mummie è il più frequentato, questi vecchi corpi umani arrivati sino a noi suscitano una curiosità morbosa…
Mummie – British Museum 21-3-2017 – Photo TT
Mummie – British Museum 21-3-2017 – Photo TT
Torre di Babele – British Museum 21-3-2017 – Photo TT
Mi diverto a leggere i nomi latini delle città britanniche ai tempi in cui la perfida Albione era un provincia dell’Impero Romano, e a rimirare la cartine della massima espansione di quest’ultimo; il mio orgoglio italiano sale alle stelle, d’altra parte mi sono sempre sentito figlio di Roma.
Roman Britain – British Museum 21-3-2017 – Photo TT
Roman Britain – British Museum 21-3-2017 – Photo TT
Roman Britain – British Museum 21-3-2017 – Photo TT
Mentre usciamo diamo un’occhiata ai negozietti all’interno del museo, di nuovo i miei occhi cadono su oggetti che mi ricollegano al mio mondo…
Libri in edizione speciale – British Museum 21-3-2017 – Photo TT
Mentre torniamo in albergo do un’ ultima occhiata a Londra e mi dico che, a dispetto del menefreghismo di larghissime fasce della popolazione, gli esseri umani sanno tenere in piedi qualcosa di incredibile. Guarda qui, una città di più di 8 milioni di individui a i quali occorre garantire riparo, cibo, acqua, cure, lavoro, amore, sesso, distrazioni, intrattenimento.
Rientriamo in albergo, effettuiamo il check out e via verso Heathrow. Abbiamo 4 ore prima del nostro volo. Gironzoliamo un po’, pranziamo al ristorante The Crown Rivers, 33 sterline – 39 euro, e attendiamo che scenda la sera. Compro Mojo (in copertina i PF di Animals), lo special di Uncut sui Genesis e il Daily Telegraph che danno in omaggio con una bottiglietta d’acqua. Lo leggo senza troppi problemi e a mio modo mi sento integrato. Per un momento penso anche di cambiare vita e di venire a vivere a Londra, ma è solo un momento. Ammesso e non concesso di avere la possibilità di trovare un lavoro, di che tipo sarà? Inserviente in un hotel? Barista da Costa? Addetto alla cassa da Pret A Manger? Addetto ai controlli dell’Hammersmith Odeon? Custode della Tower House?
Mentre medito e sfoglio il quotidiano osservo Saura, è in libreria e certamente starà pensando di comprare alcuni libri. E’ una lettrice come non ne ho mai conosciute. Affronta spesso libri molto impegnativi. Adesso è alle prese con Storia di Israele – Dalla Nascita Dello Stato All’Assassinio Di Rabin e questo dopo aver finito Storia Della Palestina Moderna – Una Terra Due Popoli e JFK – Sulle Tracce Degli Assassini (scritto da Garrison il procuratore che seguì il caso).
Contemplo questa donna, questa virago, questa amazzone con cui vivo, questa figlia della mia terra che ne rappresenta in pieno lo spirito, la concretezza, la vivacità. Che tipa la Saura.
Saura nel book store di Heathrow terminal 5 – photo TT
L’imbarco è alle 19,30, alle 20 si decolla. Volo tranquillo. Scendiamo a Bonomia alle 23. Navetta, parking, ritiro macchina e quindi autostrada direzione Regium Lepidi. Anche questa piccola avventura è terminata. Domattina ricomincia il lavoro e la vita di tutti i giorni. Non sono così stolto da paragonare la più grande città europea alla provincia in cui vivo, ma certo è che passare da una delle più grandi aree metropolitane del mondo a Borgo Massenzio è a tratti problematico, serve qualche giorno per adeguarsi al vecchio ritmo. Esito positivo comunque, ho visto un gran bel concerto, ho vissuto per qualche attimo i sogni di rock and roll, mi sono calato nella realtà e negli odori di una metropoli e soprattutto ho tenuto a distanza, per qualche giorno, i diavoletti azzurri che di solito mi danzano intorno, i blues insomma. Anche stavolta è andata. Mi piaci sempre di più Londinium. Alla prossima.
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*(da Wiki UK) Heathrow was one of the last settlements formed in the parish of Harmondsworth.[3][4] Its name was previously La Hetherewe (about year 1410, first known mention), Hithero, Hetherow, Hetherowfeyld, Hitherowe, and Heath Row, and came from the Middle English spelling of “heath row” (“row of houses on or by a heath“). Old maps show Heathrow as a row of houses along the northwest side of the curve of Heathrow Road (see map), which until 1819 ran along a northwest edge of an extensive area of common land which included Hounslow Heath. The earliest written appearance of the name, as spelt “Heathrow”, was in 1453.[3]
Scampoli di belle giornate qui alla Domus Saurea, scampoli di blues stesi al sole ad asciugare. Impantanato come al solito nel bayou dell’esistenzialismo, cerco un appiglio nelle distrazioni date dai concerti degli Equinox, dalla prossima toccata e fuga a Londinum per vedere gli ARW all’Hammersmisth Odeon e nelle partite dell’Inter. Dopo le sconfitte con la squadra zebrata di torino e con la Roma, il mio interesse sembrava essere scemato, ma altro non è che autodifesa, domenica ero di nuovo al mio posto, lì nella tribunetta blues della Domus Saurea, a godermi il 5 a 1 sul Cagliari. Oltre a questo, cerco di dipanare le solite giravolte spirituali date dal mio animo inquieto.
WALKING BY MYSELF
Quando devo sbrigare una commissione per l’ufficio nel raggio di 2/3 km cerco sempre di andare a piedi in modo da tenermi in forma e da far evaporare paturnie varie; mentre torno da una puntata in banca, incontro una donna anziana, non so darle una età precisa, potrebbe avere 70/80 anni. Non sembra essere in formissima. Mi ricorda gli ultimi anni di mia nonna Anita, la madre di mother Mary. E’ vestita come si vestivano le donne vecchie 40 anni fa: cappotto scuro, velo in testa, scarpe fuori moda, bastone. Cammina, se non a fatica, in modo greve. Ha lo sguardo triste, rassegnato, a tratto spaventato. Mi chiedo se abbia figli, se abbia ancora un marito, sei sia sola. La solitudine dei vecchi è una cosa terribile e mi tocca nel profondo.
Poco dopo vedo una coppia di anziani su di una Opel Astra famigliare. L’uomo è al volante, impiega più del dovuto a svoltare a destra, dietro, una figa sui 35 anni su una di quelle macchine da figa; dentro all’abitacolo si agita e lo manda platealmente a quel paese. Scuoto la testa. Vorrò vedere lei tra altri 35 anni quando il mondo sarà diverso da quello a cui è abituata oggi, quando dovrà svoltare da qualche parte e lo farà lentamente e avrà alle costole una giovinastra arrogante che le metterà fretta.
FRIENDS
Rifletto sull’amicizia; mi pare molti la scambino con la semplice conoscenza. Come si può considerasi amici se non ci si sente mai, se non ci si manda che so un messaggio, una email o se non ci si chiama ogni tanto per sentire come va? Non c’è proprio educazione riguardo l’amicizia, io credo sia un sentimento che vada coltivato altrimenti rinsecchisce. Devo dire che sono sempre colpito da questa cosa. Capisco che le persone abbiano le proprie caratteristiche, chi è più espansivo, chi meno, ma l’amicizia è una cosa seria, se non ci sente mai cosa ci diciamo amici a fare? Mentre faccio questo pensiero mi viene in mente il mio amico Livin’ Lovin’ Jaypee. Jay è un uomo di blues riservato, quieto, attento, un bassista insomma. A volte non ci sentiamo per qualche settimana, poi d’improvviso mi arriva un messaggio “Ciao Magister, oggi sono a casa in ferie. Ci facciamo una pizza? Stonecity ore 13?”.
Penso anche a quanto scrisse un mio amico/conoscente di New Orleans su facebook subito dopo l’elezione di Trump. Non capiva come si potesse togliere l’amicizia su FB a chi aveva votato per l’orco col parrucchino; seguiva una serie di considerazioni del tipo, resti mio amico anche se abbiamo differenze di vedute.
Mi sono interrogato a fondo su questa cosa e sono giunto alla conclusione che dipende dal tipo di differenze di vedute, credo. Se tu voti e sostieni uno come Trump, posso davvero considerarti un amico? Oltre all’affetto, all’aspetto emotivo, alla sincerità, alla la fiducia, alla stima e alla disponibilità reciproca, per me l’amicizia si basa anche sulle affinità elettive, sulla condivisione di valori, sui principi fondanti dell’umanesimo. Se tu sostieni uno come Trump, o se sei uno che simpatizza per certe ideologie puoi essere mio amico? E’ sufficiente che si sia passato del tempo insieme da ragazzi, che si tifi la stessa squadra e che si amino gli stessi gruppi rock per considerarsi amici?
FORTITUDE – serie tv
La seconda serie di FORTITUDE (come ho già scritto in gennaio) è iniziata, siamo già al sesto episodio e continua a piacermi parecchio. Produzione britannica, genere thriller sci-fi psicologico, ambientazione Norvegia artica. Un uomo di blues come me ci va a nozze in un humus del genere. Mi piace molto la governatrice Hildur Odegard (l’attrice danese Sofie Gråbøl), una superfiga 49enne che rappresenta quel tipo di donna che sono solito idealizzare.
Fortitude – la governatrice Hildur Odegard
Cosa ci faccia in questa seconda serie Mino Raiola invecchiato (l’attore Ken Stott nei passi di Erling Munk) Page solo lo sa. Ogni volta che lo vedo mi aspetto sempre un cameo di Ibra o di Balotelli.
Ad ogni modo, bel sceneggiato TV (come li chiamavamo negli anni sessanta).
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TEN THOUSAND SAINTS – TTTTT:è un film di Spriger Berman che ho visto su Sky e che mi è piaciuto molto. Buona parte del film è ambientato a New York zona St.Mark place ed era inevitabile che in una scenetta si menzionasse la copertina di Physical Graffiti. Altro sussulto quando nella pellicola passa Shooting Star della Bad Company. Bel film.
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LAND OF MINE – TTTTT: altro gran film visto su Sky. Riuscito il gioco di parole del titolo e riuscitissimo il film stesso, la lezione morale data in modo così naturale è assai potente.
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AN OLD MAN AT CIRENAICA
Domenica sera. Ho già suonato la chitarra in vista del concerto a La Rotonda Italiana di Mancasale, ho già fatto la doccia, ho visto il sesto episodio di Fortitude 2, Palmir dorme sul divano dopo una giornata di sole passata nelle campagne. Con la cajun girl di Borgo Massenzio valuto dove andare. Controllo la programmazione dei locali dove si suona(va) dal vivo della Mutina-Regium county. L’offerta, dal nostro punto di vista, è desolante. Jazz quartet, duo acustico, dj set, gruppo country. Ribadisco per l’ennesima volta che il Rock è morto e opto per una osteria-pub vicino alla Domus Saurea. Il servizio è eccellente, la giovane cameriera ci dà persino del lei. Il locale è pieno, i due titolari attenti a che tutto proceda bene. E’ così che si fa. Saura si prende un hamburger veggie e una coca, io macinato di cavallo e una weiss; mentre chiacchieriamo, do un’occhiata in giro, scruto i tavoli, ad occhi e croce sono il più vecchio nel locale, escluso uno dei due titolari. Sì lo so, sono sempre qui a meditare sul tempo che passa e sulla mia condizione di uomo di blues di una incerta età, però non riesco a smettere, sono evidentemente immaturo, non riesco a gestire con un po’ di classe il tempo che passa. Me tapino.
THERE’S THE BLUES IN THE HEART OF THE CITY
Mi sono da poco comprato un nuovo giradischi. visto che sono uno che – come mi diceva Julia – ricerca sempre la perfezione e il bello, decido di cambiare puntina. Quella in dotazione è una di quelle economiche e allora ne ordino una migliore dall’unico seminegozio di hi-fi rimasto aperto. E’ sabato sono a Mutina, zona Garibaldi square. Mando un messaggio a Pike “ci prendiamo un caffè insieme?”. Dopo dieci minuti son lì che passeggio col mio amico nel centro della città. Ci sediamo in un bar, nella stradina medioevale vista duomo. Ordiniamo la colazione. Con noi ci sono due groupie.
Pike: Come va vecchio?
Tim: Sono un po’ in depression, qualche blues di troppo.
Pike: E come risolvi?
Tim: Beh, comprando cd e “picchiando la mia donna…”
Pike: “…fino a che non sei soddisfatto.”
Ecco, poi uno mi chiede perché sono amico con il Pike boy. Forse qualche altro mio amico avrebbe colto la citazione, ma completarla di getto non è da tutti.
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Parlando dei miei nuovi acquisti accenno al cofanetto dei DERRINGER (a breve la recensione qui sul blog).
Nuovi acquisti di TT
Essendo un grande fan dei fratelli WINTER, l’argomento Rick Derringer mi trova pronto, essendo un nome però non conosciutissimo in Italia, mi sorprendo (ma ripensandoci non più di tanto) che Pike mi sciorini con nonchalance i primi passi di Derringer, parlandomi dei McCoys e del loro successo Hang On Sloopy. Siamo in un tavolino all’esterno di un bar, mi guardo intorno, la gente passa e va e noi siamo qui che parliamo dei McCoys e di Rick Derringer. Ah!
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Pike mi parla poi di Orchestral Zeppelin, un tributo con l’orchestra fatto alla musica dei LZ. Di solito io e lui ce ne stiamo lontani da zavagli del genere ma in questo il richiamo dell’ orchestra è troppo forte. Non ne sapevo nulla ma quando salta fuori che canta Randy Jackson la cosa diventa interessante. Randy era il leader degli ZEBRA, gruppo rock formatosi a New Orleans nel 1975 e influenzato dai Led Zeppelin. Raggiunsero una certa notorietà nella prima metà degli anni ottanta con un paio di dischi di moderato successo su etichetta Atlantic.
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In questo progetto Jackson è nelle vesti di cantante, ma al di là di questo la vera cosa che importa è sentire l’orchestra in brani come THE RAIN SONG e I’M GONNA CRAWL. Si tratterà soltanto di un omaggio alla musica dei LZ, se volete di un tributo, ma il maestoso volo orchestrale su quel tipo di pezzi regala brividi.
Dopo un paio di orette a parlare di blues e di rock visto da prospettive oblique, ci incamminiamo verso il posto in cui ho parcheggiato la macchina. Ci salutiamo e ci inoltriamo nei rispettivi crocchi di persone in attesa del verde dei semafori. Grido “New York…” e Pike di rimando “Goodnight”. La gente guarda incuriosita, io me la ridacchio e penso che sono fortunato ad avere un amico come Pike.
Metto in moto la Sigismonda, sono pronto per tornare ail caos dei miei blues.
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GOODBYE ZIMELLA ROAD
Se ne va lo Zio Pippo, il fratello maggiore di Brian, a 91 anni. Il mercoledì si sente debole, fatica ad alzare le braccia, viene ricoverato in ospedale, parlano di una forte disidratazione, venerdì sera si spegne definitivamente. A parte che ha avuto una vita non facile per tutta una serie di motivi, se ne è andato – lucido – ad un’età e in un modo invidiabili. Lo zio era solo, ci siamo dunque dovuti occupare noi nipoti delle varie incombenze. A tratti mi è sembrato di essere catapultato a un anno fa, quando se ne andò Brian. Ho avuto poi a che fare con messe, benedizioni e rosari dato che lo zio era credente, e una volta di più il mio essere ateo e laico mi ha fatto sentire distante anni luce dalla percezione delle cose che ha chi crede. Non ho potuto inoltre fare altro che riflettere sulla mortalità e sul senso della vita, senso che proprio non riesco a trovare. Così ci rido su e saluto lo zio a modo mio, brindando al suo ricordo con due dita di Southern Comfort. Buon viaggio Tugnèt.
SEVEN UP:
Malgrado la pesante ombra di tristezza che mi ha lasciato la dipartita dello zio, mi sforzo di far si che il sole batta sul mio viso, lo zio ha avuto una lunga vita, ed è la vita che va celebrata, così cerco di ascoltare della buona e vivace musica Rock e di seguire le cose che mi fanno star bene. Mi appresto a vedere INTER – ATALANTA. Gli orobici sono una bestia nera per la mia squadra, il loro allenatore, Gasperini, poi non perde occasione per parlare male di noi da sei anni a questa parte, da quando cioè fu cacciato dal posto di allenatore dell’Inter dopo sole 5 giornate. Quest’anno in più INTER-ATALANTA è uno scontro diretto per la lotta zona, se non Champions League, Europa league. La Dea sta facendo un campionato ottimo. Il primo quarto d’ora la Atalanta gioca il buon calcio messo in mostra sino ad oggi, ma poi l’INTER di Pioli sale in cattedra e non ce n’è per nessuno. 5 goal in 17 minuti. Una squadra incontenibile. Come dice Scarpini nella telecronaca “lezione di calcio”. Mi esalto come ai tempi del triplete, sul gruppo facebook che gestisco (INTERISTA SOCIAL CLUB) scrivo cose del tipo: “miglior squadra di tutti i tempi“. Sono al settimo (è proprio il caso di dirlo) cielo. La partita finisce 7 a 1, 3 goal di Maurito, 3 gaol del Tanguito e 1 di Gagliardini. Da quando è subentrato Pioli l’Inter ha cambiato volto. Non bisogna dimenticare le tre sconfitte con Napoli, Roma e con la squadra che si assegna due scudetti in più rispetto quelli che effettivamente ha (e anche l’avverbio effettivamente qui è usato in modo non corretto…gli scudetti in meno sarebbero di più, ma tant’è…), ma è vero che ora la mia squadra è un gruppo unito, gioca bene (a tratti benissimo) a calcio e sembra maturata tanto. La società ha sistemato i conti, ha in mente grandi investimenti e ha voglia di fare…certo abbiamo gli occhi a mandorla, ma che ci vuoi fare, nessuno è perfetto e chissà se davvero dalla prossima stagione torneremo ai fasti di 7 anni fa. Ci spero tanto.
BENEDETTA PRIMAVERA
Ore 8, esco di casa per andare al lavoro; mentre chiudo la porta mi accorgo che l’albero di cagnetti è fiorito. E’ così, tutto d’un tratto, che elaboro il fatto che la primavera bussa alle porte entra dalle finestre s’infila sotto le gonne delle donne. E allora immergiamoci in questa nuova giornata di assoluto nonsense con il giusto piglio: infilo i Ray ban, seleziono i Def Leppard, e metto in moto la Sigismonda. Per un istante ripenso a quando ascoltavamo Pyromania, allora appena uscito, in fonoteca a Locus Nonantula, avevamo 20 anni e tutto ci pareva possibile, vengo scosso da un leggero tremore, it’s been a long time, ma invece di ricadere nel burrone della nostalgia, scrollo le spalle, alzo il volume e spingo sul gas… let’s rock baby … lasa cla vaga.
Cosa mi porti ad andare a Genova un martedì pomeriggio per vedere il film dei Led Zeppelin THE SONG REMAINS THE SAME proprio non so. Certo, mi incontrerò con alcun fan assai noti del nord Italia, il cinema lo gestisce uno di loro, magari risentirò il brivido che provavo laggiù fine anni settanta/inizio ottanta le volte che era in cartellone nei cineforum e lo andavo a vedere in qualche cinema di provincia, ma credo ci sia qualcosa in più. Temo sia il mio bisogno di distrazioni, di costruirmi il mio misero sogno on the road, di non rassegnarmi all’avanzare dell’età e di passare le serate davanti a Sky.
E’ con questo umore un po’ sghembo che salgo sulla mildly blues mobile direzione Genova insieme alla groupie. Ad oltre metà percorso, sull’autostrada della Cisa, ci fermiamo in un autogrill; ci sono pullman di tifosi napoletani – scortati dalla polizia – che vanno a Madrid per la partita di Champions League. L’autogrill è imballato, la determinazione (chiamiamola così) dei partenopei è evidente. Il flusso per entrare nella toilette degli uomini è costante. Gente in ciabatte, canne esibite senza nessun timore, voci alte, saluti e abbracci in un idioma molto lontano dal mio. Poco rispetto per gli altri avventori. Far la fila alla cassa non se ne parla nemmeno. Meglio salire in macchina e trovare un altro posto per pisciare.
Entrare a Genova è un sport estremo. Strade strette, palazzi costruiti uno sull’altro, il poco spazio a disposizione tutto occupato. Non deve essere facile spostarsi in una città del genere. Arriviamo in zona Cinema dei Cappuccini, non ci sono parcheggi liberi, trovo un buco per pura fortuna. Parcheggio a pagamento. 25 centesimi ogni sei minuti. Alla faccia! Infilo 5 euro di monete e mi incammino verso il cinema. Il posto è molto carino, accogliente, elegantemente blues.
Amduscia mi accoglie con un abbraccio. Sono ormai alcuni anni che siamo in contatto, finalmente ci si incontra di persona. Do un’occhiata alla esposizione di bootleg dei LZ relativi al tour americano del 1973. Amduscia è un collezionista, si vede. Le confezioni sono una meraviglia.
Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017
Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017
Poco dopo arrivano anche i milanesi: Dadgad, Alberto LG, Alber M. Alberto LG ormai lo conosco bene, è uno dei collezionisti italiani di memorabilia più rinomati. E’ la prima volta che incontro dal vivo Dadgad, una istituzione mondiale nel giro del mondo Zeppelin. Mi presentano anche l’altro Alberto. Curioso, siamo tutti fan dei LZ e Interisti sfegatati.
Trovare un posto dove cenare non è semplice, è San Valentino, ma alla fine riusciamo ad imbucarci in un ristorante lì vicino. Sussurro alla groupie: “Povera te, ti faccio passare la sera di San Valentino insieme a delle Led-Head a guardare The Song Remains The Same”.
Chiedo ai ragazzi quale è il loro concerto preferito dei LZ. Per Dadgad è la sera del 27/4/69 al Fillmore West, per Alberto LG una data del tour estivo americano del 1972, per Alberto M lo show alla Royal Albert Hall del 9/1/70. Io rimango fedele al L.A. Forum 3/6/1973.
Di nuovo al cinema. Incredibilmente la sala si riempie. Sono basito. Quasi 150 persone che un martedì sera di febbraio, nella giorno di San Valentino, vengono a vedere un vecchio “polpettone” (così lo recensì Renzo Arbore) relativo a tre concerti del 1973 dei LZ a New York.
Pensavo di annoiarmi, e invece…quante volte avrò visto il film? Almeno 13 nei cinema 35/40 anni fa, e altre decine grazie alla VHS, al DVD, al blu ray, eppure non tolgo mai gli occhi dallo schermo. La mente corre al tempo passato, quando questo film era tutto quello che avevamo, quando andare a vederlo al cinema era come andare ad un concerto, con i pubblico che applaudiva qualche passaggio particolare o alla fine dei brani.
TSRTS al Cinema Cappuccini – Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)
Per un momento raggiungo l’estasi. Succede in DAZED AND CONFUSED, un paio di minuti di quelle improvvisazioni furibonde di Page dopo la sezione con l’archetto di violino mi catapultano nelle profondità siderali. Mi sorprendo di questa cosa e me ne compiaccio: che dopo 40 anni di amore io riesca a provare brividi così intensi è una cosa sublime. Che razza di chitarrista era Jimmy Page! Allora non ce ne era davvero per nessuno. La capacità di improvvisare in quel modo era davvero unica.
TSRTS al Cinema Cappuccini – Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)
Termina il film e il pubblico applaude. Incredibile. Non si tratta dei ragazzini di 40 anni fa, ma di adulti di 40/50/60 anni, eppure il battimani sgorga spontaneo. Mentre passano i titoli di coda con la versione da studio di STH in sottofondo e le immagini dei quattro che salgono sul loro Boeing personale, chiamo la groupie all’ordine, meglio andare, ci aspettano un sacco di km; lei non ne vuole sapere, vuole godersi il tutto fine all’ultimo. Lo schermo si spegne, le luci si accendono, ora possiamo andare.
Abbraccio i ragazzi. It’s been great. Genoa, goodnight!
Amduscia, SlimTim, Dadgad, Alberto LG – Cinema cappuccini Genova 14/2/2017 (foto saura T)
In autostrada, la groupie si appisola. Io penso alla dose di autodisciplina che ci vuole per affrontare un’ avventura del genere. Constato ancora una volta che la mia forza di volontà è ancora tanta, malgrado qualche scricchiolio. Forzare un po’ la mano serve per tenere l’animo in tiro, per capire di essere ancora in grado di compiere qualche piccola pazzia, per far si che Forever Young non sia soltanto una canzone.
Arriviamo alla Domus Saurea verso le 2. Prima di addormentarmi leggo qualche pagina del libro che ho iniziato qualche sera fa; dopo poco mi sovviene un pensiero, guardo la copertina e penso: dunque, mi sono appena fatto 470 km in giornata per andare a vedere il film The Song Remains The Same, sono le quasi le 3, domattina devo essere in ufficio presto e sono qui a leggere la nuova biografia (di 700 pagine) in inglese (!) di Jimmy Page, scritta da Martin Power! Domani, dopo il lavoro, meglio che mi iscriva ad un centro di zeppelinisti anonimi. Come diceva il mio amico Tommy, incapace di interrompere la visione del film in questione, “non riesco a staccarmi, ma cosa c’è lì dentro, la droga?”.
Circa un anno fa scrissi che speravo che il tempo passasse in fretta, perché solo così pensavo fosse possibile lenire il dolore causato dalla perdita del vecchio Brian, ora che 12 mesi sono passati mi interrogo su come si sente un essere umano ad affrontare a freddo la perdita del proprio padre.
Ho riletto in questi giorni quanto scrissi sul blog un febbraio fa, ho rivissuto quel periodo in pieno, il ricordo è ancora vivissimo.
Ho notato che dopo qualche mese sembra che la elaborazione del lutto sia a buon punto, hai spurgato le tossine emotive date da anni di gestione del tuo vecchio genitore e il battito della vita torna farsi prepotente. Certo, hai sempre una malinconia di fondo, ma l’istinto è quello di risentire di nuovo il sole battere sul tuo viso, poi però piano piano, mano a mano che il primo anniversario si avvicina, ti accorgi che pensi al tuo vecchio sempre più spesso, che ricordi, coincidenze e lampi improvvisi ti squarciano l’animo.
Stai dando un occhiata al tuo tablet, per curiosità controlli quelle poche foto che contiene, le sfogli e quando all’improvviso ne trovi una degli ultimi anni di Brian senti un tuffo al cuore. Frughi dentro ad una scatola che non apri da tempo e ci trovi il portafoglio di Brian, lo apri e contempli la patente, la carta d’identità e il post it giallo su cui aveva scritto i numeri telefonici tuo e di tua sorella e subito ti viene alla mente il foglietto che aveva appiccicato sotto la foto di tua madre, sua moglie, con su scritto il nome, l’alzheimer lo stava aggredendo e non voleva dimenticarsi il nome Mara.
Sistemi la cartella di tuoi documenti vari del 2014, ordini le buste paga, i resoconti della Siae, le fatture di acquisti fatti, i biglietti dei concerti visti e ad un certo punto spunta un foglio, la lista della spesa che facevi scrivere a Brian affinché restasse in allenamento. Al di là del fisiologico errore nello scrivere crescentine solo con la s (siamo in Emilia dopo tutto), mi sorprende di come un vecchio affetto da alzheimer riuscisse ancora a scrivere in maniera chiara e dignitosa. Ricordo anche il siparietto finale:
Brian: ” Tim, cosa devo scrivere ancora?”
Tim (indaffarato e alle prese con i conti della settimana): “scrivi viva mio figlio Tim Tirelli”.
Brian: “ah, già, è vero.”
Lista della spesa di Brian – foto TT
Mi ritrovo inoltre alle prese con riflessi involontari che riconducano direttamente a lui. Mi trovo a passare nei dintorni della Crocetta e d’istinto mi viene da dirigermi nella struttura per anziani dove era ospite quell’ultimo anno, passo per via Per Albareto e controllo se per caso è affacciato alla finestra del terzo piano, al sabato mi sveglio e a volte il primo pensiero è ancora quello di “devo correre da Brian”, già… mi sorprendo del fatto che al sabato, alla domenica o nelle pause pranzo io non debba correre da lui.
Questa settimana poi è stata particolare, quasi tutto mi riconduce a lui. Giovedì ho fatto una salto dal commercialista, solito appuntamento di inizio mese, due chiacchiere col titolare e con chi ci segue e poi esco, mentre torno elaboro il fatto che è giovedì, esattamente come un anno fa, quando poi mi fermai alla Casa della Gioia e Del Sole e vidi per l’ultima volta il vecchio Brian. Sciocche coincidenze, senza peso e senza importanza, ma visto la mia condizioni di uomo di blues, anche queste piccolezze segnano l’animo.
Brian poi è presente di frequente nei miei sogni. L’altra notte ho addirittura sognato che ero a casa di Page, c’era anche Brian e aveva quei comportamenti dati dall’alzheimer, comportamenti che fortunatamente in pratica lui non ha mai avuto, così un po’ angosciato pregavo Saura e mia sorella di venire ad occuparsene così da non imbarazzare Page. D’accordo che in marzo tornerò a Londra e una visita alla Tower House mi toccherà farla, d’accordo che è il primo anniversario della morte di mio padre, ma a tutto il blues c’è un limite, possibile che debba sognare una lavoro del genere?
Al di là di tutto, la cosa principale è che mi manca molto; buffo come per decenni abbiamo avuto un rapporto burrascoso (sono stato un figlio molto esigente e lui un padre diverso da quello che avrei voluto) e la sua gestione sia stata totalizzante e dunque deprivante per la mia vita e come oggi lo ricordi con infinito affetto e riconoscenza, come gli ultimi anni abbiano risolto il nostro rapporto, di come quello che mi diceva Julia si sia compiuto…del fatto insomma che sarebbe toccato a me fare il percorso per tutti e due per sistemare il rapporto. Non mi sembrava possibile e invece…
Ricordo, come scrissi d’altra parte anche un anno fa, solo cose belle: anche delle lunghe e interminabili giornate passate a da lui a fargli da badante rammento solo gli episodi più divertenti, affettuosi, teneri. Gli anni in cui ho annullato la mia vita per dedicarli alla sua ora mi sembrano il minimo che potessi fare.
L’unico aspetto complicato è che piango ancora, lo faccio di nascosto, in macchina quando guardo il cielo e d’improvviso mi viene in mente lui (e mia madre), oppure mentre mi nascondo nelle campagne a far finta di cercar Palmiro quando il legame atavico che sento con la mia terra porta a galla il legame con la famiglia, infine quando sento le canzoni tristi…è un pianto che sgorga per un mix di sentimenti, la mancanza di Brian, la condizione di adulto senza più genitori, la percezione del limite, la solitudine dell’uomo di blues perso su di un piccolissimo pianeta che galleggia nell’infinito oceano del cosmo.
Brian era anche un punto importante per il blog, nel raccontare le sue peripezie nella valle dell’alzheimer, ci siamo confrontati su temi quali la vecchiaia, l’alzheimer appunto e la gestione di un genitore molto anziano, temi sempre più di attualità.
Un anno fa in molti mi avete scritto per farmi arrivare la vostra vicinanza, alcuni di voi stavano affrontando più o meno il mio stesso percorso. Mi chiedo come siano le vostre situazioni ora, in caso sappiate che ricambio con vigore la vicinanza. Rammento anche come il mio amico GCT mi esortava a tenere duro quando mi sentiva più teso del solito a proposito della gestione di mio padre, aveva da non molto perso il suo e il messaggio era “capisco tutto, ma stai con lui più che puoi perché poi non è più possibile”. Ora io faccio lo stesso con amici e amiche che hanno un genitore vecchio e si lamentano un po’ della situazione.
Chiudo questo post con un ricordo che mi fa sorridere … quando Brian veniva a pranzo alla Domus Saurea gli offrivo, anche se andava contro il protocollo, un dito di Southern Comfort. Se lo sparava con gran gusto poi mi gettava una occhiata complice e soddisfatta aggiungendo “Vacca, sl’è bon, Tim” “caspita, come è buono, Tim”.
E allora in questa domenica mattina piovosa me ne sto qui al riparo nel Priorato di Brian e anche se ho appena fatto soltanto colazione, due dita del mio, nostro, bourbon preferito me le sparo… alla tua papà. Mi manchi.
Gennaio è ormai finito, il nuovo anno mi trova tutto sommato in forma, senonché la mia maruga continua a girare a ritmo di blues. Ci deve essere un modo per smettere di lambiccarsi il cervello, di giocar con la mente e i suoi tarli , per vivere qualche ora serenamente … eppure io non lo trovo. Cerco di distrarmi ma raramente trovo un po’ di pace. Non troppo tempo fa, nei weekend, bastava una Peroni e un bicchierino di Southern Confort per allentare i morsi del blues e per sprofondare un paio d’ore in quel dolce crepuscolo in cui riesci a sbarazzarti di te stesso, ma a forza di farlo tutti i weekend, ormai quel piccolo accorgimento non basta più ed io, non volendo esagerare con i miei liquori inquinati, non vado oltre. Non mi resta così che convivere con i diavoletti azzurri che sin dal primo mattino mi danno il buongiorno.
I’M NOT IN LOVE WITH MY CAR
Di punto in bianco rammento la mattina di natale, sono in tangenziale a Mutina, passo a prendere mia sorella per il pranzo tradizionale alla Domus Saurea. Sono di buon umore, ho fatto una buona colazione con la groupie, ho scartato i regali e ora sono in macchina che mi ascolto il white album dei Beatles. Davanti a me una station wagon, parecchi pacchi natalizi nel bagagliaio, immagino che le tre persone a bordo stiano raggiungendo i famigliari, sui loro visi però un’espressione tutt’altro che felice. Nella corsia opposta una macchina in panne. L’auto è vecchiotta, le persone che le stanno intorno sono male in arnese. Hanno sguardi rassegnati, così a occhio la vita non gli deve venire facile. Vivere in un paese occidentale (o meglio, accidentale) ad andamento capitalista già non è facile di per sé, figurarsi per gli ultimi della fila. Mi sento a disagio, non sono certo un benestante, ma lì dentro alla (Aor) blues mobile con i sedili riscaldati, vestito di nuovo, dopo aver aperto tanti di quei regali che la testa ancora mi gira, mi sento in colpa. Mi torna in mente I Believe In Father Christmas di Greg Lake, la disillusione contenuta nel testo, la critica al consumismo che già nel 1975 si era impossessato del natale. Valuto per un momento se uscire dalla tangenziale e poi rientrare dall’altra parte per dargli una mano, ma subito dopo rinuncio e continuo a seguire il programma della giornata. Mi sento un po’ un pusillanime.
LINUS gennaio 2007 – BOYS DONT CRY
Linus è da tempo il mio settimanale preferito, mi sono perfino abbonato, e mi stupisco ogni mese della qualità degli articoli (e fumetti) in esso contenuti. Nel numero di gennaio – in particolare – ci sono due paginette di Antonio Pascale intitolate Boys Don’t Cry che ho trovato assai stimolanti. Qui sotto il pdf.
“Perché l’evoluzione non ha eliminato la depressione e l’ansia? Il modello modulare mostra che il nostro cervello moderno è in parte ancora al paleolitico: sei io provo ansia per un nonnulla sto attivando gli stessi meccanismi fisiologici che un cacciatore-raccoglitore attivava nel paleolitico, quando sfuggiva ad una tigre dai denti a sciabola”.
Qualche settimana fa è arrivata la notizia che le edizioni Team Rock sono in amministrazione controllata dopo soli tre/quattro anni dall’aver acquistato il pacchetto di pubblicazioni della Future Publishing. Stiamo parlando delle riviste Classic Rock Magazine (UK), Metal Hammer e compagnia. In sintesi, Team Rock paga più di 10 milioni di sterline a Future Publishing per l’acquisto e dopo quattro anni si ritrova in amministrazione controllata, tanto che Future Publishing corre a sua volta in soccorso. Non so bene a che punto sia la situazione oggi, ma così ad occhio e croce direi che il momento non sia brillantissimo. Classic Rock Magazine è, insieme a Mojo, la rivista rock di riferimento in Europa, da quel che so vende tra le 53.000 e le 57.000 copie. Non sono tante visto il bacino d’utenza, ma dato il declino della carta stampata non sono nemmeno poche. Ogni numero dovrebbe generare un fatturato di circa 650.000 euro, cifra più che interessante. Metal Hammer vende circa 20.000 copie, anche in questo caso cifra più che dignitosa. E allora cosa è successo? Cattiva gestione? Forse; non credo infatti che insistere sulle riviste BLUES e PROG sia poi così salutare. Quanto potranno vendere? Qualche migliaio di copie? Sono sufficienti per garantire lo sforzo? E poi, chi le compra? Probabilmente gli assatanati dei generi in questione, o gli appassionati del Rock come me quando in copertina c’è qualcuno come, che so, Johnny Winter o Greg Lake, ma a parte questi, chi se le fila? Davvero sono interessanti tutti quegli articoli e recensioni su band sconosciute arrivate sulle pagine di queste riviste spesso senza il filtro di una casa discografica vera o di una esperienza degna di nota? Un tempo i gruppi facevano dei demo-tape, dei provini, oggi si fanno direttamente i cd in casa con cui poi si inondando riviste e spazi dedicati alla musica senza che nessuno lasci davvero traccia. E’ questa la strada giusta? E’ davvero blues quello che viene proposto? La gente pensa che io sia un esperto di blues, ma sbaglia, me ne guardo bene. Il 95% del blues che mi capita di sentire non ha proprio senso. Stessa cosa nel Prog, quante sono le nuove band che valgono davvero? Quelle che sanno suonare, scrivere, arrangiare, cercare una strada loro? E’ sufficiente far vedere che si ha la capacità di mettere insieme un pezzo di sei minuti su cui infilare qualche passaggio strumentale complicato per essere un nuovo nome del Prog? Non sarebbe meglio ridurre e far uscire ogni sei mesi uno special sul blues o sul prog?
E d’altro canto, per quanto ancora le riviste come Classic Rock potranno scrivere dei vecchi nomi? Non è già stato detto tutto? Cos’altro si potrà aggiungere? Quanti sono quelli delle giovani generazioni a cui eventualmente gioverebbe trovare articoli sui vecchi leoni dei rock? Pochi, la stragrande maggioranza dei giovani non è interessata. L’epopea del rock è morta e sepolta, senza ricambio il rock si avvia a diventare un genere di nicchia, come la classica.
Mi basta guardare le classifiche del 2016. Secondo Dischinpiazza di Mutina, ad esempio, i migliori dischi del 2016 sono l’album di Bowie e Blue & Lonesome dei RS, e chi gestisce il negozio in questione è attentissimo alle nuove uscite, ai nuovi nomi. Bowie e i Rolling. Non è già una sconfitta questa? Blue & Lonesome è arrivato nella top ten italiana e americana. Un disco di cover di blues, suonate in maniera sgangherata da un gruppo di settantenni , arriva tra le prime dieci posizioni. Sì, certo, siamo tutti contenti, il blues, i Rolling Stones, ma ha senso?
E intanto Eddie Van Halen va a giocare a golf, fatto che non avrà lo stesso peso di quello che ha attaccato un adesivo dei Gratefull Dead sulla cadillac, come cantava Don Henley, però… Il Rock, come lo intendevamo noi (come fenomeno socio culturale), è morto da un pezzo.
L’ARABA FELICE
E’ successo, non lo avrei mai creduto, eppure…sono andato a mangiare il kebab in un ristorante arabo.
Colei che gestisce il ristorante, una donna araba nata immagino nella seconda metà dei settanta. è indaffarata, seria e al contempo ben disposta e serena. Dà l’impressione di essere contenta del suo lavoro e della sua vita. Sembra felice. Bello incontrare una persona così ogni tanto. Ci sono fin troppi timtirelli in giro.
Arabian dinner – foto TT
Ordino il “piatto del Pascià” e me lo gusto tutto.
Il piatto del Pascià – foto TT
La groupie prova un piatto vegetariano e rimane soddisfatta.
Groupie & kebab (vegetariano) – foto TT.
Esperienza positiva, vincere i preconcetti è sempre molto salutare. Non è perché vivo nella regione dove secondo il New York Times c’è la cucina migliore del mondo io debba poi snobbare il resto. Così devo dire che non è niente male la cucina araba, meglio ad esempio della cucina britannica (non che ci voglia molto a dir la verità). Prima di lasciare il posto noto che nella pizzeria/focacceria lì accanto siede a cena una coppia araba. Noi quì al kebab e loro lì. Buffo.
FILM & TV:
SULLY – TTTT
Al cinema UCI di Regium Lepidi il martedì i biglietti costano 3,5 euro. Non perdiamo l’occasione per andare a vedere Sully, il film tratto da quella storia vera relativa all’ammaraggio di un aeroplano sul fiume Hudson successa qualche annetto fa. Il film è bello, fatto bene e per nulla noioso. Un po’ di retorica americana nel finale ma nulla di grave. Clint Eastwood colpisce ancora.
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COLONIA – TTTT
Film acquistato su prima fila di Sky. Altra storia vera, questa ancora più allucinante. I fatti seguiti al colpo di stato del cile del 1973 mi interessano sempre molto, anche se l’indignazione cresce ogni volta di più. Il regno del terrore di pinochet (con la p minuscola) fu qualcosa di terribile, in questo film ne vengono a galla le nefandezze collegate alla “colonia” di paul schäfer (con le iniziali minuscole), un predicatore tedesco fuori di testa e fuori controllo.
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REMEMBER – TTTTT+
Film acquistato su prima fila di Sky. La sinossi di wikipedia: Zev è un anziano ebreo affetto da demenza senile che vive in un ospizio insieme al suo amico Max. Un giorno Max convince Zev a partire alla ricerca del nazista responsabile dell’uccisione delle loro famiglie ad Auschwitz; l’uomo vive in America sotto il falso nome di Rudy Kurlander, ma esistono altri tre uomini con lo stesso nome. Zev si imbarca quindi in un viaggio alla ricerca del vero Rudy Kurlander per vendicarsi.
Tra gli attori Christopher Plummer, Martin Landau e, uno dei miei preferiti, Bruno Ganz. Uno dei film più belli visti in questi ultimi anni. Da vedere a qualsiasi costo.
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THE AMERICANS – TTTTT
Quarta stagione di The Americans. Nonostante questa serie TV sia in giro da un po’ e non sia più una novità, la qualità resta elevata, e questa quarta stagione riesce ancora a sorprendere.
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FORTITUDE
Ieri sera è iniziata la second stagione di Fortitide. Brividi e misteri negli avamposti umani vicini al circolo polo artico. Sono diventato un fan di film e serie TV girati tra cittadine e posti sperduti tra i ghiacci, Speriamo che questi nuovi episodi mantengano un buon livello.
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FINO ALLA VITTORINA, SEMPRE
Ogni tanto mi capita di frequentare la Vittorina, l’unica zia rimasta alla groupie. Questa volta è capitato in occasione del pranzo di inizio anno a casa dei genitori della valentino rossi del rock and roll. Vittorina ha ottanta anni, li porta bene ed è ancora in gamba. Mi è molto simpatica e credo di esserle simpatico anche io, e mi piace molto parlare con lei. Fa parte della generazione che più identifico con il carattere della mia terra, e sto ad ascoltare divertito il suo eloquio che passa con una facilità disarmante dal dialetto emiliano all’italiano. Vittorina, che tutti chiamano la zia bionda, ha perso il marito qualche mese fa, ne parla con rassegnazione e dispiacere ma è possibile intravedere anche in lei la concretezza emiliana, concretezza che le permette di rimanere in piedi. Chiama il marito ancora per cognome, come ha sempre fatto, rendendo in dialetto e in una sillaba sola le due sillabe di cui il cognome (tipico delle nostre parti) sarebbe composto. Sono gli ultimi scampoli della emilianità di una volta, quella a cui sono così legato sentimentalmente, l’emilianità dei nonni, dei genitori, di una generazione ormai agli sgoccioli. Tra poco toccherà a noi prendere il testimone, ma la nostra preparazione non sarà all’altezza, tante sfumature della emilianità (e in generale delle culture ataviche delle varie regioni o zone d’Italia) andrà persa. Me ne dispiace, ma tutto cambia, nessuno può farci niente. Così cerco di godermi la zia bionda (e la madre della groupie).
Vittorina e Tim gennaio 2017 – foto Saura T.
HEAVY METAL TUNDRA
Per un paio di settimane viaggiamo sotto zero, dai -4 ai -8. Di nuovo l’effetto tundra. Peccato non sia venuta la neve. Sono pure circa tre mesi che non piove o quasi. Io a inverni così secchi fatico ad abituarmi.
Tundra alla Domus Saurea – foto TT
La terra soffre, lo sento.
Tundra alla Domus Saurea – foto TT
MISTY MOUNTAIN SHOP
Ci sono i saldi, vado un po’ in giro con la groupie. Fatico a trovare un negozio che mi si addica, la grande maggioranza vende zavagli, abbigliamento e scarpe di bassa qualità. Dopo un lungo peregrinare arrivo sulle sponde del Den Store, capisco subito che ho trovato il posto adatto a me. In breve acquisto due giubbotti, due maglioni, tre felpe, due pantaloni, un paio di guanti.
Al banco, la commessa accenna – contenta – allo shopping compulsivo che avrei appena portato a temine, non riesco a stare zitto. “No, guardi lo shopping compulsivo non c’entra, il fatto è che ho girato due grossi centri commerciali e ho constatato come siano pieni quasi esclusivamente di negozi che vendono capi economici e brutti. Anche catene una volta di un certo peso si sono vendute alla logica dell’outlet. Certo, ci sono anche un paio di negozi che vendono articoli costosissimi, ma prezzi folli a parte non è il mio stile. Il suo è l’unico negozio che ho trovato di mio gradimento. Roba di qualità, stile conforme all’uomo di blues che sono, prezzi abbordabili. So quello che mi serve, quello che mi piace, ergo compro. Tutto qui.”
In verità la groupie mi guarda con quell’espressione un po’ così che ha quando mi vede fare certe spese, tra un minuto mi dirà “sei un vogliosino”, chissà, forse è così, almeno in parte, ma tra noi due lo stylist sono io, dunque deve portare pazienza, venire con me, comprare quello che dico io ed evitare quei posti dove compri quasi tutto tra i 10 e i 20 euro. Perché poi se ci pensiamo bene, al di là del materiale scadente, per mantenere quei prezzi lì, usano schiavi o bambini. Sicuro, lo fanno anche le grandi marche, lo abbiamo visto, ma se non altro sono costrette dall’opinione pubblica ad un minimo di autocontrollo.
outlet – foto TT
Lo shopping serve anche a riempire certi vuoti esistenziali, inutile nasconderlo, ma più che con i vestiti veri e proprio lo faccio con articoli musicali o con abbigliamento particolare. Vado ad esempio sul sito dell’Inter e mi compro una felpa ed un pigiama che trovo irresistibile. Ne avevo bisogno? Forse no, o forse sì visto che ogni volta che lo indosso la notte sogno Milito che fa i due goal al Bayern nella finale di Champions del 2010 o Maurito che uccella la Juve, dunque dormo sereno e mi sveglio in forma.
Pigiama Inter
Oppure ci ricasco con Amazon. Dico sempre che smetto e poi…guarda qua, l’ennesimo libro in inglese sui Jimmy Poige (ma questo sembra ne valga la pena), il IV dei Mahogany Rush in versione digipack, l’ultimo dei Rolling, il primo degli Sky (roba per depravati, lo so), la colonna sonora rimasterizzata del film lo Squalo etc etc.
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CHINA CALDA ALLA PERLA
Venerdì sera, esco a cena con la groupie. 50 km per raggiungere quel localetto funk e blues che ci piace tanto. Stasera c’è il pienone. Ottima cena come sempre, una Weiss e un gruppo che suona. In uno dei tavoli si sta festeggiando un compleanno. Un ragazzo compie 26 anni. Lo osservo, è esuberante ma senza strafare, l’età è ancora quella dove tutto ti sembra possibile. Gli regalano una maglietta con su stampato il numero degli anni e tra parentesi la sigla cm … si scherza sulle misure del…beh, avete capito.
Faccio mente locale, dove ero io a 26 anni o giù di lì? Mi vedo là, sul finire degli anni ottanta, la fanzine che avevo iniziato da qualche anno, il mini studio 4 piste che avevo installato in casa, le canzoni che avo iniziato a scrivere e a registrare con Tommy, i primi articoli scritti per Metal Shock, le prime telefonate con Giancarlo Trombetti e Beppe Riva, l’Inter del Trap che si accingeva a vincere lo scudetto dei record, una groupie di cui il mio amico Pike dice ancora oggi che ricorda simpatica ma che io con gli occhi di adesso tutta quella simpatia non rammento, la musica che usciva e che mi avvolgeva in quegli anni…i Guns’n Roses, Outrider, Now And Zen, Permanent Vacation, Slippery When Wet e New Jersey, Hysteria, Talk Is Cheap, Nothing Shocking, The Mission, i Living Color, John Cougar Mellencamp, Whitesnake, Surfing With The Alien, Long Cold Winter e chissà cos’altro.
Ah, meglio non pensarci e andare andare a bere qualcosa. Ci trasferiamo nel locale del bancone del bar, chiedo all’Alda di prepararmi una china calda. Chiacchiero mezz’ora con Giorgia Jaded di Steven Tyler e Aerosmith e con Pelo di bassi e chitarre. Ho scrollato di dosso la nostalgia. Posso tornare verso il posto in riva al mondo.
made in china – foto Saura T
GATTI
ARTEMIO IS BACK
Con grande sorpresa Artemio, un gatto forestiero che era solito frequentare la Domus Saurea la scorsa estate, si è rifatto vivo. Con soddisfazione lo abbiano trovato in carne e in buone condizioni.
Artemio – gennaio 2017 – foto TT
Gli altri gatti lo hanno accettato da tempo, Artemio è un bonaccione, non importuna più di tanto le tre femmine che abbiamo e deve essere un gatto beta, perché è remissivo con Palmiro, che lo tollera senza problemi (o quasi).
Palmiro & Artemio – gennaio 2017 – foto TT
Ormai Artemio staziona sempre nei paraggi, non gli rifiutiamo mai una ciotola di cibo, acqua fresca e qualche coccola. L’altra sera è venuto addirittura in casa.
Artemio in the house – foto TT
E’ così legato a noi che non vuole più rinunciare alla posizione che ha acquisito, tanto che si ribella e combatte Maciste, l’altro gatto forestiero che bazzica da queste parti, quello che Palmir non può vedere e che scaccia sempre dal territorio con inseguimenti a perdifiato tra le vigne. Sono sempre curioso delle dinamiche feline, rimarrei a contemplare questi mammiferi per ore.
PALMIR E GLI INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO
Son lì che mi sto ascoltando la immersion edition di Dark Side Of The Moon (spero che scriverlo non mi metta in cattiva luce, sembra che adesso si debbano ascoltare solo i PF più esoterici, difficili e cupi) mentre mi mangio un pezzo di torta che recentemente ha fatto la groupie (non si direbbe, ma la groupie fa anche le torte). Mi beo ascoltando i PF a Wembley nel 1974, mi perdo nel tempo e nello spazio ma ad un certo punto trasalisco: “oh, ormai è buio, devo andare a cercare Palmiro!”. E’ un giorno feriale. sono a casa. Mi affaccio fuori dalla porta e chiamo il diavoletto nero della Tasmania reggiana. Di solito verso quest’ora è nei paraggi, basta chiamarlo che sale le scale di corsa. Ma stavolta niente da fare. Mi infilo scarpe e giubbotto e scendo. Chiamo ma lo stronzetto non risponde. Faccio un giro intorno a casa, batto palmo per palmo quel po’ di terra della Domus Saurea e quindi mi inoltro nelle vigne dei nostri vicini. Come al solito mi spingo fino alla casa diroccata. Palmir ne è ossessionato. E’ una vecchia casa da contadini che sta crollando, luogo ideale per topini, animaletti vari e anche fagiani. Lo chiamo ma non si fa vivo. Lo so che mi sente, ma è un gatto, risponde solo quando e se ne ha voglia. Torno a casa. Dopo un quarto dopo riscendo, non è ancora buio pesto, ma inizio a preoccuparmi. Giusto un anno fa abbiamo perso Pato, ucciso – dopo una lotta selvaggia – da una volpe (o da un lupo) mentre io cercavo di scendere nel viola profondo della mattina invernale per cercare di salvarlo. Ne ho parlato anche qui sul blog. Le urla e i lamenti di Pato ancora mi risuonano nell’animo. Ci sono diverse volpi qui in giro. Recentemente a tre chilometri da qui ne hanno uccisa una – dicono – grossa come un lupo. Chiamo la groupie. E’ ancora al lavoro. Torno in casa e poi torno giù di nuovo. Ora la sera è del color dell’inchiostro, nella nostra via non ci sono lampioni, giro con una torcia. Lo chiamo, ma niente. Dopo le sei arriva la groupie. Ci mettiamo in due a battere la zona. Freddo, buio, oscurità….temiamo per il nostro gatto. Ci facciamo un largo giro nella campagna, con la speranza di non cadere in fossi o buche. Niente. Rimaniamo calmi, ma è chiaro che siamo in apprensione. Torniamo verso la casa diroccata. Le torce illuminano la stradina e i dintorni. Vedo una macchia nera. E’ Palmir. Lo chiamo, cerco di avvicinarlo, ma è spaventato. Spegniamo le torce, non so come ma riesco a prenderlo, tenerlo tra le braccia però è un’impresa. Strano, Palmir non si ribella mai a noi. E’ paziente oltre ogni limite, sa perfettamente che ogni cosa che facciamo è per il suo bene. Riusciamo a portarlo in casa. E’ guardingo, ha i sensi all’erta, cammina col ventre che sfiora il pavimento. I giorni seguenti non esce e in casa mi sta costantemente attaccato. Solo una settimana dopo trova il coraggio di uscire, ma se ne sta sulla balconata o corre in garage, guardandosi costantemente intorno. Immaginiamo abbia avuto un incontro ravvicinato del terzo con qualcosa che lo ha spaventato. Una volpe, forse più di una, animali che forse sono fuggiti quando mi/ci hanno sentito avvicinare, così Palmir è riuscito lasciare il suo rifugio e a venire verso di noi. Chissà.
Non è una novità quella di andare a cercare Palmir, lo abbiamo sempre fatto e lo faremo ancora, ma adesso siamo ancora più attenti.
La Terry va a riprendere Palmir – foto Tyrrell
Palmir dal canto suo è diventato ancora più affettuoso. Quando gli scatta il sentimental mood cerca il contatto totale con noi in maniera ancora più incisiva. Son lì che guardo le partite dell’Inter e lui viene a sdraiarsi sopra di me. Scatto, salto, gioisco per un goal o una vittoria ( cosa sempre più frequente in questi ultimi due mesi)? Palmir pazientemente si sposta, si stira e poi torna a mettersi su di me. Stamattina me lo sono trovato accanto a me nel letto, la sua testina sul cuscino e il corpo sotto alle coperte. Come direbbe la Terry: “Patato!”. Sono 20 anni che vivo con i gatti, è un’esperienza davvero notevole.
Sleeping Palmir – foto Tyrrell
IL DECLINO DEGLI UOMINI DI BLUES OCCIDENTALI
Oltre a non riuscire ormai a fare a meno dei sedili riscaldati della Sigismonda (la mildly blues mobile insomma), adesso mi sono anche fissato con i dispensatori di essenze. Verso un po’ acqua nell’apparecchio, lascio cadere qualche goccia dell’essenza giusta, accendo il tutto e rimango incantato ad osservare la lampada cambiare tonalità e il filo dei vapori d’essenza che esce dal buchetto superiore. Respiro volentieri quegli aromi che sanno di fresco, e mi chiedo se non stia anche io scivolando nei trip new (p)age di quest’epoca, sì perché an s’è mai vest Johnny Winter con un lavòr dal gèner…non si è mai visto Johnny Winter con un diffusore d’essenze. Non vorrei trasformarmi da uomo di blues a metrosexual di blues, passare da Muddy Waters a Robert Cray o Keb’ Mo’, e finire in quei centri benessere dove ti mettono sassi caldi sulla schiena mentre nei locali vengono diffuse quelle musiche che non sono musiche, quelle melodie neutre suonate da finti zufoli infarcite di rumorini delle foreste. An s’un menga un fnoch! *
diffusore di essenze – foto TT
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La battuta “suona” omofoba, ma l’omofobia non c’entra, “fnoch” in questo caso ha il valore di effeminato, metrosexual, uomo metropolitano moderno lontano dalla mascolinità tutta d’un pezzo di certi tempi andati. Il tutto è (auto) ironico naturalmente. Qui giochiamo a far finta di avere come riferimenti dei mannish boys come Muddy Waters, Howlin’ Wolf o Johnny Winter appunto. Mi scuso se qualche lettore si è risentito.
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