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RIME TEMPESTOSE (Come and go blues)

20 Mag

Mayday mayday blues is on the way. Per blueseggiare di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio, ma io da questo punto di vista sono attrezzato. Già, ho sempre questo atteggiamento da anima in pena che vaga trascinando le paturnie come fossero catene, da anima tormentata che draga le acque blu del proprio esistenzialismo cercando di eliminare i blues più feroci.

Beh sì, direi che come partenza non è male, anche se è a mo’ di temporale, d’altra parte ho un blues profile a tutto tondo, con cui affronto della vita il girotondo.

Ecco ci manca solo che inizi la giornata in rima, per vedere affievolirsi l’autostima.

Questa faccenda delle rime è una tara che mi ha passato Brian, lui era il principe dei rimaiuoli, e anche a fine carriera, quando l’alzheimer lo aveva ghermito, quando cercavamo di mettere in piedi una conversazione, finiva sempre col mettere in rima le parole più semplice, sforzo comunque notevole per un vecchio con disturbi cognitivi.

Mi sono riletto l’altro giorno i blocchetti di testo che scrissi l’anno scorso per un progetto (che chissà mai se andrà in porto) di un videomaker, parole che accompagnano dei video-visual; mi sono fermato dopo i primi tre… a volte sono spaventato da me stesso. Come direbbe il mio amico Jaypee: “Paura!”.

01) NASCITA

Nasco, respiro, rifletto nel sole

Spezzo in istanti quel bianco candore

Stelle lucenti sapranno guidarmi

Vento che accende di fuochi le armi

Chissà se il mio passo traccerà un segno

Chissà la forma che avrà questo mio regno

Intanto frappongo me stesso alla luna

Rinasco da solo senza madre alcuna

 .

02) UOMO / MOSTRO

Eccomi ai piedi del monte che fisso

Uomo che sono, che guardo l’abisso

Ricerco gli spettri qualcuno che dorme

Già vedo la gabbia di progresso informe

Suoni più acuti mi si fanno intorno

Sottile equilibro tra la notte ed il giorno

Eccomi uomo di arancio e di grigio

Nullità son del cosmo e di questo mi fregio.

.

03) ESPLORAZIONE

Esploro dagli occhi il paesaggio minore

Lupi di cenere che stanno a  guardare

Osservo le aurore, quasi le dipingo

Dunque è di questo che sa questo mondo

La terra da grigia riflette nel verde

Acque del cielo, che rivoli perde

Esploro i sentieri dove gli altri non vanno

Dilato il mio tempo, è tutto un inganno

©Stefano Tirelli 2016

PILE DI VINILE

Sono al centro commerciale THE PETALS della città in cui vivo da qualche anno. Mi compro un giubbino blu nell’unico negozio che sento adatto a me e quindi mi dirigo da Mediaworld. Amo farmi sorprendere dallo scaffale degli LP nel reparto musica. Mi ci fermo davanti e per un attimo mi sembra di essere tornato nel 1978 al Pecker Sound di Formido-inis (Va beh, Formigine). D’accordo che in questi anni il vinile è diventato oggetto di attenzioni da parte dei giovani hipster, ma vedere certi titoli in uno dei punti di una grande catena tedesca dedita al vendita al consumo di elettronica ed elettrodomestici mi fa sempre un certo effetto. Capisco ANIMALS dei PF, capisco i BLUES BROTHERS, BOB DYLAN e i LED ZEPPELIN, ma quando vedo dischi in vinile tipo AS TIME GOES BY dei LITTLE FEAT o AT NEWPORT di MUDDY WATERS sorrido incredulo.

MW – I Petali – Regium Lepidi – Foto TT

ALL’OMBRA DI UN BAOBAB, CENA A BASE DI KEBAB

Cena all’ARABIAN KEBAB. E’ solo la terza volta che ci capitiamo ma la titolare ci riconosce (immagino sia per la cresta bionda della donna che di solito è con me) e viene a salutarci. Rachida (non ne so il nome ma la chiamo così) si approccia come se vedesse qualcuno per cui prova affetto. E’ di chiara origine nordafricana, credo provenga dal Marocco, parla un italiano sicuro solo a tratti caratterizzato dall’agrodolce accento arabo. Ci ringrazia per essere venuti. E’ dolce, disponibile, è si vende lontano un miglio che vuole sentirsi italiana, o meglio, che vuol far parte della comunità in cui si trova, che ci tiene a essere considerata una cittadina che vive, lavora, e paga le tasse… Faccio del mio meglio per farla sentire a casa. Le dico che IL PIATTO DEL PASCIA’ è molto buono, che il servizio è delizioso e che la gentilezza sua e della cameriera è sempre squisita. Le si illumina il viso. Ci racconta un po’ titubante che questo aspetto per lei è molto importante e che l’altro giorno in un caffè del centro è stata trattata con sufficienza e che ci era rimasta male. “Gli stronzi sono dappertutto Rachida, tieni duro”, le dico, lei mi appoggia una mano sulla spalla a mo’ di timido abbraccio. Me la immagino Rachida, passare dai baobab ai tigli, arrivare qui tra chissà quante difficoltà e aprire un esercizio commerciale tutto suo. Vado alla cassa a pagare, ci ringrazia ancora tanto e lo fa con il modo di chi ha ancora qualche riverenza atavica nei confronti dei bianchi. Stempero la cosa mandandole un bacio con la mano. Il suo sorriso dice più di qualsiasi altra parola. Per quanto mi riguarda, qui sei la benvenuta Rachida.

UN JUKE JOINT A BORDO PO, UN TRAMONTO BLU E BORDÒ

Riff m’invita in un locale molto blues, nelle terre basse  intorno agli argini del Po. Siamo oltre la cittadina di Walters (Gualtieri insomma), in una stradina che sembra costeggiare il bayou che abbiamo disegnato sull’animo. Riff mi aspetta sul costone della strada con un bicchiere di vino rosso in mano. Giuro, sembra di essere in Louisiana. Si tratta del CIRCOLO IL LIVELLO, cucina ottima, atmosfera blues rock, vibrazioni positive, tanto positive che fissiamo persino una data per gli EQUINOX (sabato 21 ottobre).

Circolo il Livello – Gualtieri (RE) – foto TT

Circolo il Livello – Gualtieri (RE) – foto TT

Circolo il Livello – Gualtieri (RE) – foto TT

E’ domenica sera, non ci fermiamo a lungo, ma abbiamo passato una bella serata, per un momento ci è sembra di essere in un juke joint del sud degli Stati Uniti molti decenni fa. E vai col blues, baby.

L’esterno di un juke joint a Belle Glade, Florida, fotografato da Marion Post Wolcott nel 1944

QUELLI CHE: IL CALCIO E’ UNA MERDA

“Guardando per la prima volta la domenica sportiva ho avuto la conferma che siamo una nazione sottosviluppata.i più cerebrolesi sono quelli che pagano anche le pay TV per arricchire quei bambocci dei calciatori e l’ambiente calcistico di parassiti ignoranti.
Gli opinionisti e i procuratori.”

Questo è quello che ha scritto qualche giorno fa su facebook uno che tempo fa mi chiese l’amicizia. Mi Sono rimasto colpito dalla facilità con cui certa gente offende altra gente. Che l’ambiente del calcio sia quel che sia lo sappiamo (a parte che, come dico sempre, è lo specchio della società)  ma sparare così nel mucchio mi pare una cosa da idioti. Solo perché a certa gente il calcio non interessa e lo schifa, non significa che chi invece lo segue sia un essere umano senza speranza; certo, ci sono anche quelli, ma come in tutte le cose trovo indegno fare di tutta l’erba un fascio. Anche perché non è che tutti i dj di certe radio rock o gli amanti della musica rock, o i musicisti siano esattamente degli intellettuali.  Ma non è questo il punto, quello che mi colpisce sempre è incolpare dello sfacelo della società le attività umane di cui non ci importa nulla, che pensiamo siano immorali per il basso livello di pensieri e i fiumi di denaro che scorrono…il calcio in particolare, quasi che vada bene se attoruncoli o attricette guadagnino in sei mesi dieci volte tanto quello che guadagna un calciatore ben pagato, se personaggi tv, piloti di MotoGP e Formula 1, finanzieri e popstar facciano altrettanto. Intendiamoci, la società è allo sbando, questo è evidente, ma è chiaro che la colpa è sempre e solo di quelli che io penso sia la colpa. Certo, quello che interessa a me è cosa buona e giusta, il resto è spazzatura. Come si faccia a ragionare così non lo so, ma ormai è l’atteggiamento imperante. E comunque l’importante è demonizzare il calcio e chi lo segue, e poco importa se per qualcuno certe azioni, certi goal abbiano la stessa valenza dell’assolo di chitarra di COMFORTABLY NUMB, se condividere gli stessi colori sia sinonimo di fratellanza.

QUELLI CHE: TI RIGO IL SUV

Sempre su FB noto per l’ennesima volta le scemenze dei duri e puri della sinistra radicale, quelli che mettono come immagine di copertina del loro profilo la scritta “TI RIGO IL SUV”e poi non si fanno problemi a girare sulla Harley del proprio compagno che costa quanto un SUV. Ora, io non dico che uno di sinistra debba rassegnarsi a votare Renzi e agire di conseguenza, ma se fai il duro e puro, se spali merda su chi è (anche minimamente) meno a sinistra di te (che però poi da un punto di vista intellettuale e filosofico è molto più a sinistra di te), cerca almeno di essere coerente perché altrimenti vengo e ti RIGO LA HARLEY. Stesso discorso del paragrafo qui sopra, che la gente sia così concentrata solo su se stessa è spaventoso. Che futuro avrà l’umanità? Nessuno, sì lo so.

Meglio cancellare dagli amici questi personaggi, scordarsi delle loro cazzate, ascoltarsi gli ALLMAN e guardarsi una partita della propria squadra del cuore (che sebbene stia avendo un’annata negativa ti fa sempre palpitare il cuore).

A due passi dal blues

17 Apr

Una volta rincasato da Londra sono tornato ben presto a disposizione del blues, contemplo infatti la notte stellata nella speranza di intravedere l’extraterrestre che mi porti su una stella che sia tutta mia, metto cornici intorno alle giornate sbiadite di aprile e osservo il mondo col mio fare da antropologo contemporaneo da due soldi.

VADE RETRO DOMINA

Domenica mattina, faccio un salto a San Martin On The River, porto un mazzetto di fiori ai miei genitori. L’ora è quella un po’ pigra tra le 12 e 13. Imbocco la strada che costeggia il cimitero, entro in modo deciso nel parcheggio e curvando di 180° posiziono la mildly blues mobile tra due strisce bianche. Ammetto che il tutto mi è venuto particolarmente bene. Vicino ad un suv scuro c’è una donna con un cagnolino al guinzaglio. Appena scendo mi fa “Niki Lauda! Perfetto!”, sorpresa dalla mia capacità di parcheggiare velocemente e con precisione. La donna avrà tra i 40 e i 50 anni, quello che potrebbe essere il mio target, e con quella uscita spiritosa mette in mostra la sua emilianità e la voglia di attaccare discorso. Io, invece di sorridere, stare al gioco e ribattere con un motto di spirito, mi ritraggo scontroso “Davvero? Non mi pare”. “Era una battuta”, mi fa lei un po’ colpita dalla mia freddezza, mentre io – senza salutarla – entro nel cimitero. Nel farlo analizzo il mio comportamento, va bene che di donne ne ho già una (che mi basta e avanza), va bene che non cerco avventure, va bene che la parte che non voglio mai fare è quello del galletto che fa lo spiritoso con tutte, va bene che il chitarrista non è un cantante, ma un po’ di bon ton e di leggerezza sarebbero dovute. Bisogna che mi rilegga L’Educazione Sentimentale di Flaubert.

BREVE STORIA DELLA FAMIGLIA PATERLINI

Son lì che sistemo i fiori, che do una pulita alla lapide e che raccolgo me stesso per il solito minuto di esistenzialismo famigliare, quando gli occhi mi cadono su di una vecchie lapide nera poco più in basso. Quanti anni sono ormai che porto i fiori a mia madre (e dall’anno scorso anche a mio padre), 25 giusto? In questo quarto di secolo non mi era mai capitato di soffermarmi con un po’ di attenzione su quella lapide. Guardo meglio e medito sulla triste storia della famiglia Paterlini. Padre e madre nati negli anni ottanta dell’ottocento e morti negli anni cinquanta del novecento, un figlio (nella foto ha divisa e cappello da alpino) morto – immagino in guerra – nel 1942 a 21 anni, un altro figlio appena più vecchio ha la foto sopra la scritta “disperso in Russia”, e la figlia ventenne morta nel 1944 (per i bombardamenti alleati?). Penso a quanto sia crudele a volte il fato. Il capofamiglia si chiamava Fortunato.

AIN’T NO CURE FOR THE WAREHOUSE BLUES

Un mio ex collega se ne va in pensione e organizza una cena per festeggiare l’avvenimento con tutti (o quasi) quelli che lavorarono nel suo reparto di appartenenza. Prima di essermi fatto rapire dal distretto di Stonecity in cui lavoro oggi, per un decennio ho lavorato in una grande azienda di Mutina, azienda a cui mi sento ancora molto legato. La cena si tiene in un locale rustico e ruspante di quella che era la mia città. Vedere gente dopo 17 (17!) anni con cui si è condiviso un lungo pezzo di vita lavorativa è un discreto colpo al cuore. Il gruppo è di circa 20 persone, alcune non le conosco, sono entrate in azienda dopo che me ne andai, ma la maggioranza fa parte della mia storia. Siamo sempre noi, ma i lineamenti cambiano, i capelli cadono o imbiancano, gli anni avanzano. Buffo come in un secondo ci si ritrovi dentro alla stessa confidenza di un tempo, sembra quasi che si sia stati lontani solo per qualche settimana di ferie. Guardo questo gruppo di uomini che va dai 40 ai 70 anni, magari con poche affinità elettive ma con forti sentimenti – spartani e maschi – reciproci. Qualcuno ricorda e cita a memoria i miei resoconti sulla “Gazzetta del Magazzino” dopo le partite di calcio tra la nostra amata FC INTERMAG e l’AS OFFICINA,

FC INTERMAG – da il GUERIN SPORTIVO DI di qualche lustro fa.

qualcuno mi dice che la propria figlia (ormai donna di 26 anni) ancora conserva uno dei bigliettini in rima che le scrissi quando era una bimba, qualcuno mi abbraccia forte perché rammenta che quando si separò e quando perse il padre io gli stetti vicino…mi colpisce l’abbraccio gagliardo di questo pezzo d’uomo di 71 anni, evidentemente in passato non sono stato solo la testa di cazzo che pensavo. La cena finisce, un brindisi al festeggiato e fortunato neo pensionato, la ripromessa che ci si rivedrà presto per una pizza, un ultimo abbraccio e via. Mentre torno alla macchina mi sale un po’ di commozione, è il tempo che passa così velocemente che mi ammazza, è il fare bilanci che mi spinge verso il basso, è il blues che mi tiene in vita e mi tormenta contemporaneamente. Ho un brivido, gli occhi si fanno lucidi, ma mi riprendo, sono sotto casa di Pike non vorrei mai che – sebbene l’ora tarda – il mio amico decidesse di fare due passi e mi vedesse in quello stato. Salgo in macchina, faccio partire l’album DEEP IN THE NIGHT di ETTA JAMES e punto il muso della blues mobile verso Regium Lepidi.

THE WALKING LED

Non mi piace il genere horror, né lo splatter, né quello che prevede zombie  (e vampiri) eppure eccomi qui, dopo 7 anni dall’inizio, incatenato allo sceneggiato TV THE WALKING DEAD. Ad ogni nuova stagione che SKY proponeva guardicchiavo qualche minuto, ma poi desistevo, sentivo che c’era qualcosa che mi attirava ma poi mi dicevo che era roba per americani, per quelli che vanno matti per fumetti del genere (la serie TV deriva proprio dai comics)…e adesso guardatemi, sono in preda ad una infatuazione per THE WALKING DEAD.

Sto scaricando sul MYSKYHD le vecchie stagioni e appena posso mi guardo 3/4 episodi di seguito. La sera dopo la cena mi butto sul divano e via che si parte. Al mattino ho l’istinto di guardare un nuovo episodio prima di partire per il lavoro, in ufficio mi dico “dai, tra un po’ chiudo e mi fiondo a casa a vedere THE WALKING DEAD“. Mentre in pausa pranzo faccio le mie camminate nei parchi ascoltando musica, a volte il lettore passa i LED ZEPPELIN, ogni volta mi eccito e inizio a cantare l’Hare Hare, a ballare l’Hoochie Koo e mi dico che chi mi vede muovermi in quel modo strambo deve pensare: ecco THE WALKING LED.

PRIMAVERA ALLA DOMUS

Nelle mie passeggiate a passo sostenuto nelle pause pranzo contemplo la primavera a Stonecity, cerco di assumerla in dosi massicce, brio, energia, pruriti sensoriali, qualcosa che mi riallinei con la stagione dell’amore...

Stone City – Vistarino Park – photo TT

La Domus Saurea è il posto ideale per godere di queste sciocchezze. I fiori di Lillà sono una mia fissazione, mi perdo a contemplarli, inebriato dal profumo che mi rimanda ai giorni della mia fanciullezza.

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Palmiro se la gode, la bella stagione lo ringalluzzisce, diventa meno dolce, o meglio i momenti in cui è nel sentimental mood si accorciano. A tratti è spiritato, rincorre farfalle, caccia animaletti, scaccia i gatti forestieri che osano avvicinarsi, poi d’un tratto di quieta, si sdraia nelle erba e guarda lontano oltre le colline.

Palmiro – Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

L’orto è ormai pronto, le piantine stanno per essere piantate.

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Con la primavera arriva anche il momento di fare pulizia nella vita personale, mettere un po’ d’ordine tra amicizie, sentimenti e progetti. Son sempre momenti importanti, meglio farlo con in mano due dita di Southern Comfort e ascoltando la musica giusta.

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

 

 

 

 

The 2017 Londinium affair: ARW live at the Hammersmith Apollo, The House Of the Holy, e l’uomo che chiede un cappuccino dopo hamburger e birra.

29 Mar

Essendo stati in Britannia anche l’anno passato (in giugno a Londra per lo Stone Free Festival, in ottobre a Glasgow per la Bad Company) mi domando se sia il caso tornarci anche adesso per andare a vedere un concerto degli ARW. In questo periodo dell’anno preferirei probabilmente spiagge esotiche, ma Saura è irremovibile, deve vedere JON ANDERSON.

Benché si sia scelto di volare con la British Airways e si parta da Bonomia, la sveglia è comunque prevista per un’ora difficile: le 4. In autostrada l’umore è quello degli ultimi giorni, piuttosto grigio e foriero di cattivi pensieri, ma mano a mano che ci avviciniamo al capoluogo della mia regione sento che il moody blues si stempera. Abbiamo scelto il parcheggio del Bologna Airport Hotel, già, adesso anche gli alberghi nei pressi degli aeroporti offrono questa opportunità ai viaggiatori, evidentemente per raggranellare qualche soldo in più. I dipendenti tuttofare addetti alle manutenzioni ora, tra un intervento e l’altro, accompagnano con la navetta i clienti del Parking al terminal aeroportuale della città.

Al Guglielmo Marconi passiamo i controlli, compriamo qualcosa da bere per il volo e ci mettiamo in attesa vicino al gate. Dalle vetrate medito sugli spazi desolati che vedo…

Aeroporto Marconi Bologna – photo TT

Aeroporto Marconi Bologna – photo TT

Prendo posizione sull’aereo, soffro di vertigini, decolli e atterraggi mi danno sempre da fare, ma visti gli ultimi viaggi sembra mi stia abituando alla cosa. Saura mi prende la mano per precauzione, forse (forse) ne avrei fatto anche a meno. Ad ogni modo chiudo gli occhi e penso a Mick Ralphs. Raggiunta la quota di crociera sonnecchio, regolo l’umore, disperdo i blues e vivo il momento. Atterriamo all’aeroporto di Fila-Di-Case-Nella-Brughiera* (Heathrow insomma). I piloti della British paiono più in gamba di quelli della Ryan Air. Credo che Heathrow sia secondo solo a Dubai o Hong Kong o giù di lì, ti accorgi della sua ampiezza quando sei sull’underground e capisci che dal Terminal 5, dove sei arrivato, alla fermata successiva (Terminal 1-2-3) passa qualche minuto.

Non ho particolari amori per la Britannia, se nel nord America si fosse parlato un’altra lingua i dischi di Blues e Rock And Roll avrebbero avuto un effetto assai diverso sui giovani inglesi e senza il legame con la musica Rock la Britannia non avrebbe alcun ascendente su di me, ma visto che le cose sono andate in quel modo, che la cultura musicale britannica mi ha modellato non posso fare altro che collegare ogni cosa con uno dei punti fermi della mia vita: la musica Rock.

Atterro a Heathrow? La prima cosa che mi viene in mente è che qui è nato Page, Jimmy Page. Heston infatti era nota più che altro per l’aerodromo presente nelle immediate vicinanze, allora chiamato the Heston Aerodrome, quindi The London Airport e infine Heathrow.

Carichiamo la Oyster card dell’underground e in breve scendiamo a Falco D’Oro (Goldhawk insomma) una delle due fermate vicine al nostro albergo che si trova a Shepherd’s Bush. In metropolitana qualche segno relativo ai concerti degli ARW.

London underground – ARW sign – photo TT

Anche stavolta ci siamo affidati alla catena IBIS. Alla reception due chiacchiere con Simone, italiano che ci spiega di essere parecchio preoccupato degli effetti che la Brexit avrà su di lui e sui suoi colleghi. “Pensate” ci dice “lo staff qui in hotel è di 30 persone, nessuno è inglese…come possono pensare di fare senza di noi? Come possono pensare che noi si rubi il lavoro ai giovani inglesi? Loro non vogliono fare questi lavori.”

Pranziamo nel McDonald di fronte, 13 sterline – 16 euro. Il locale è pieno e i poveri ragazzi che vi lavorano appaiono sfiniti e l’impressione è che siano i nuovi schiavi. Shepherd’s Bush confina con Holland Park /Kensington, niente di meglio che una passeggiatina alla House Of the Holy. E’ il quartiere di Londra che più mi affascina e non solo perché vi abita il mio musicista preferito. Passare davanti alla TH è sempre un’emozione, la sua architettura mi infonde un sentimento di spavento  e di fascinazione, saperla essere di proprietà del Dark Lord poi mi fa sentire le farfalle nello stomaco. Scattiamo qualche foto velocemente, non voglio fare la parte del fan stalker.

TH foto Saura T

Mi fermo a rimirare anche la casa di fianco, la Woodland House, quella che fu la residenza del regista Michael Winner. Mi piace molto anch’essa, al tempo di Winner gli interni erano davvero maestosi:

http://www.dailymail.co.uk/femail/article-2312964/See-inside-Michael-Winners-palatial-Holland-Park-mansion.html

Cerco di fare in fretta però, non voglio che la gente che passa possa pensare che io sia un fan di quel cantantuncolo che ha recentemente acquistato l’immobile. Ci infiliamo poi nell’underground per una capatina a Covent Garden, quindi piccolo spuntino al Pizza Hut di Leicester Square. Due pezzi di pizza, una Sprite e due bottigliette d’acqua, 10 sterline (poco più di 12 euro). Consumiamo il tutto seduti nella piazza, curioso: sono esattamente davanti alla pizzeria in cui 30 anni fa cenai insieme a Pop e Laura…guardo il cielo, alzo il bicchiere, un brindisi agli amici assenti.

Prima di rientrare in albergo ci fermiamo davanti all’Hammersmith, adesso si chiama Apollo ma per quelli della mia generazione sarà sempre l’Odeon. Un cavalcavia ne oscura l’importanza, ma vederlo è un colpo al cuore. In questo teatro ci sono passati tutti, qui si è fatta la storia del Rock, ma solo un uomo di blues come me può associarlo principalmente alle due gloriose (?) serate dell’8 e 9 dicembre 1984 in cui i FIRM fecero il loro debutto in terra d’Albione. Paul Rodgers, quella testina (è a favore della brexit) di Tony Franklin al basso, Chris Slade alla batteria e Leopold vestito come un fornaio alla chitarra, quello che in LIVE IN PEACE sfornò uno dei suoi migliori assoli post 1980.

ARW all’Hammersmith Odeon foto Saura T

Rientriamo in albergo. Controllo sui canali TV inglesi se per caso trasmettono Torino-Inter. Niente da fare. Mario mi manda gli aggiornamenti dall’Italia via whatsapp: 2 a 2. Addio sogni di Champions. Cena in un ristorante Thai di Sheperd’s Bush insieme a Floro e alla sua gang, anche loro giunti dall’Italia per vedere il concerto. Questa volta la cena non è un granché. In due spendiamo 35 sterline, 42 euro.

Domenica mattina. Ci incamminiamo verso Kensintgton High Street, abbiamo deciso di fare colazione nel posto dove ogni tanto va a prendersi un caffè pure James Patrick. Passiamo davanti alla TH, di nuovo quel sentimento denso di mistero mi attanaglia l’animo. Arriviamo da Phillies, di fronte c’è lo Sticky Fingers restaurant di Bill Wyman, penso al mio amico Lorenz.

Bill Wyman’s Sticky Fingers – photo TT

Ordino una colazione full english. Beacon, salsiccia, uova, pane, funghi, fagioli e altre inglesate. Per cercare di buttar giù tutto ordino anche un double espresso. Saura prende una piatto vegetariano. Il personale è molto gentile. Totale colazione 28 sterline, 35 euro. Sono le 10. Fino alle 7 di sera non toccheremo cibo.

Tim da Phillies – photo Saura

Colazione da Phillies – foto TT

Ci dirigiamo alla Royal Albert Hall, abbiamo appuntamento con Claudio, Fabio, Paolo, uno è il promoter italiano di Wakeman, gli altri sono suoi amici che ormai sono anche nostri. Attraversiamo Kensington park  e Hyde park fino a Oxford street. Non abbiamo smesso un momento di parlare di rock. Ci soffermiamo davanti alla targa che mostra dove Hendrix visse. Certo, sono passati quasi 50 anni, eppure osservando l’edificio mi sembra di vederlo, Jimi ….

Dove Visse Jimi Hendrix – photo TT

Oggi è il giorno del concerto. Abbiamo il biglietto meet & greet che include anche il soundcheck, salutiamo i ragazzi e ci dirigiamo in albergo per una doccia. La stazioncina di Golden Hawk ha una colorazione blues che mi piace molto…

GoldenHawk, Shepherd’s Bush – Photo TT

Alle 16,30 siamo davanti all’Hammersmith Odeon. Ci sono un centinaio di persone, tutte lì per il meet & greet. Oltre a noi italiani c’è anche una coppia di svedesi. Tutta gente che va dai 60 ai 75 anni. Il prog non è roba per giovani (d’oggi). Espletate le formalità ci accompagnano all’interno dell’Odeon. Lo stile è Art Deco, l’emozione è libera, è la mia prima volta in questo storico teatro…

Hammersmith Odeon – Photo TT

Hammersmith Odeon – Photo TT

Il soundcheck è molto veloce, 10/15 minuti in tutto. Trevor Rabin, bassista e batterista sono già sul palco. Arriva il cantante. Applausi. Vedere JON ANDERSON a due passi non è roba da poco. Saura, che è qui per lui (è l’unico YES che non ha mai visto) urla “I love you, Jon”, scuoto al testa, sembra più una ragazzina che una donna adulta, Jon nota la sua testa biondo platino, la indica e le sorride. E’ una esperienza vedere come i musicisti professionisti di quel calibro svolgano la routine pre concerto. Mentre usciamo ci accorgiamo che Jon è seduto in una delle poltroncine della sala. Saura non perde l’occasione, gli stringe la mano e piena di entusiasmo le dice qualcosa del tipo “non ho parole”. Malgrado reputi certi atteggiamenti un po’ infantili, la osservo e la vedo felice. La invidio molto, piacerebbe anche a me stringere la mano al signor Poige, al signor Rodgers, al signor Ralphs, al signor Miles, al Signor Richards, al Signor Tyler e così via.

Ci prepariamo al meet and greet: tutti in fila per una firma sul tour program, quindi di nuovo in fila per la foto di rito. Che gli dici a Anderson e Rabin in 5 secondi? “Scusa Jon, ricordi nulla della serata del 24 giugno 1984 a Dortmund quando faceste I’M DOWN dei Beatles e aveste come ospite Leopold alla chitarra?”. “Scusa Trevorn, cosa pensasti quando in quella serata scambiasti fraseggi con quello che nell’immaginario collettivo era uno dei più bravi chitarristi rock di tutti i tempi e invece ti accorgesti che in realtà si trattava della sua controfigura?”.

Non credo sia il caso e infatti procedo con semplici saluti. Arrivo da Wakeman, lo guardo e gli dico “Buonasera Rick, non so se ti ricordi di noi…” “Sicuro che mi ricordo” mi fa “Siamo gli amici del tuo promoter italiano”ma certo, lo so. State bene? Tutto ok?”. Uh, che Wakeman inizi a  riconoscerci non è male, ma mi spaventa anche un po’, in che buraccione mi ha infilato Saura?

Le foto le fa l’assistente, entriamo a gruppetti di 5 in una stanzina e a turno ci facciamo uno scatto con i tre dell’ave maria. Vedo che la assistente, a cui ognuno di noi dà il proprio cellulare per la foto, fa più scatti, bene mi dico, senza sapere che a me ne farà solo uno, meno male che la foto non è venuta mossa. Mi posiziono tra Rick e Jon, ma mi dico che sono uno sciocco, avrei dovuto mettermi vicino a Rabin, non è il tipo di chitarrista che adoro ma tant’è…

ARWT – London Hammersmith Odeon 19-3-2017 (Wakeman, Tirelli, Anderson, Rabin)

L’ assistente scatta quattro foto col cellulare di Saura, l’ultima è sfuocata, ma mostra Wakeman scherzare con la Valentino Rossi del Rock And Roll…

ARW Hammersmith Odeon 19-3-2017 with Saura T

Meet and greet finito. Faccio due conti veloci: circa 100 disperati hanno speso più o meno 150 euro in più oltre al prezzo del biglietto, dunque i tre gringos hanno totalizzato 15000 euro (5000 a testa) per un’oretta di disturbo. Non son mica presi male…

Sono le 19, usciamo per uno spuntino veloce, stavolta ci dirigiamo al Leon (una sorta di McDonald con cibi naturali) che è lì nei paraggi. 16 sterline, 20 euro.Di nuovo dentro attendo Doc che insieme a Naomi sta arrivando. Doc è il mio amico ledhead milanese, anche lui amante degli Yes, e in particolare di quel tipo di Yes. Arriva, ci abbracciamo  … in Italia non riusciamo mai a vederci, così incontrarci a Londra è un bel colpo. Mi paga una birra e rinsaldiamo i legami.

Tim & Doc all’Hammersmith – Photo Naomi

Doc, Brown Sugar, Tim – all’Hammersmith – autoscatto

Con Doc ci diciamo per l’ennesima volta quanto ci perdiamo in quanto LZ/JP fan, basterebbe così poco per farci felici, qualche data britannica del Jimmy Page Group e noi saremmo al seicentosessantaseiesimo cielo, e invece siamo qui a sfogare le nostre voglie Rock con gli ARW e ad affogare i nostri blues pageiani nella birra…

Doc & Tim talking about the blues – foto Naomi

Tim e Brown Sugar –  foto Doc M.

Entriamo nel teatro, Doc è in sesta fila, noi in seconda, posizione quasi centrale, esattamente tra Anderson e Wakeman. Siamo vicinissimi al palco.  Ci ricasco e mi chiedo cosa debba essere stato vedere i FIRM qui da questa posizione.

ARW stage London 19-3-2017 – photo TT

Incontriamo altri amici, Maurizio Cavalca da Genova, Paul Chandler, amico inglese di Saura e  intimo di Wakeman e fan degli Yes, e il mio vecchio amico, anch’egli ledhead, Michael Stendhal, svedese. La ragazza di Michael vive e lavora a Londra (ma ad agosto causa Brexit dovrà rimpatriare) così lui passa due weekend al mese qui. E’ bello incontralo di nuovo…

Michael e Tim – Hammy Odeon 19-3-17 – foto Saura T

Mentre aspettiamo l’inizio del concerto guardo le foto sul telefonino, osservo l’ultima fatta con Michael, mi guardo e mi accorgo di quanto ci sia di Brian in me. Ho un attimo di commozione. Mi manca tanto il vecchio. Le luci si abbassano, meno male, non ho bisogno di infilarmi i Ray ban.

Un paio di introduzioni e il gruppo parte con la mia canzone degli YES preferita: PERPETUAL CHANGE, però! HOLD ON, dall’album 90125, è uno di quei pezzi anni ottanta un po’ sopra le righe che però in questo contesto si ascolta volentieri. Bella la versione di I’VE SEEN ALL GOOD PEOPLE. Primo impatto piuttosto buono. ANDERSON, 72 anni, canta in modo convincente ed è una presenza importante. Le senti la qualità e la personalità della sua voce e ti chiedi se gli altri YES che sono in giro oggi (col solo Stewe Howe della formazione storica) abbiano ancora un senso.

ARW London 19-3-2017 photo TT

Lo stesso discorso vale per WAKEMAN. Il vichingo di Perivale si erge tra le mura delle sue tastiere (io ne ho contate 10), è vestito in modo un po’ pacchiano con quel suo lungo mantello che lo fa sembrare più un re britannico del medioevo che un musicista Rock, e benché a volte qualche suono di tastiera sia kitsch e tout court, la personalità musicale di Rick è impressionante; al di là della sua tecnica incredibile (!), la qualità dei suoi interventi, della sua musicalità, è elevatissima.

ARW – London Hammersmith Odeon 19-3-2017 – Photo Saura T

C’è una introduzione di batteria, dove LOUIS MOLINO III si dà un gran da fare, persino col doppio pedale. Ora, io non sopporto i batteristi che usano il doppio pedale, MOLINO ha una gran tecnica, lo osservo durante certi passaggi ritmici molto complicati, ma è quel tipo di batterista che trasforma tutto in matematica. E’ freddo, ha un modo di suonare che non è bello da vedere, è il batterista giusto per gli amanti del prog innamorato di sé stesso, quelli che godono nel sentire passaggi complicati fini a sé stessi. Ne vedo anche stasera qui, ce ne è uno poco dietro di me,  mima con le braccia gli stacchi di batteria ed è tutto preso dalle equazioni musicali che sente. Un’altro è davanti a me. Penso siano dei poveracci, magari sono io che sbaglio ma per me tutto deve essere fatto a servizio della musica. LIFT ME UP è tratto dall’album Union, ed è uno di quei pezzi da centurioni che non amo. Uno dei momenti dello show che mi lascia indifferente. Segue AND YOU AND I. Gran bella versione. Trevor Rabin cerca strade proprie e devo dire che è stato una delle rivelazioni del concerto. Non amo molto quel chitarrismo sopra le righe, con quell’approccio metal anni ottanta, eppure stasera mi arriva un Rabin che non mi aspettavo di trovare. Bravo, umile e legato alla musica. In certi momenti fa smorfie da concentrazione che la dicono lunga su quanto viva la musica. Sbaglia anche qualcosa e questo me lo rende ancor più simpatico. Alcuni assoli poi sono sublimi. Pensavo avrei rimpianto Howe ed invece no. Trevor cerca arrangiamenti suoi, colori suoi, fraseggi suoi. Certo, a volte esagera, l’approccio ipertecnico rimane, ma alla fin fine è una piacevole sorpresa.

ARW – London Hammersmith Odeon 19-3-2017 – Photo TT

RHYTHM OF LOVE è da Big Generaton, dunque ancora Yes anni 80. Non è un pezzo memorabile, ma tutto sommato nella scaletta ci sta. Bellissima THE MEETING, duetto piano/voce a cui segue HEART OF SUNRISE. Tempi dispari per CHANGES da 90125. grande prova d’insieme, grande Rabin. Si torna ai classici con LONG DISTANCE RUNAROUND seguita da THE FISH. In quest’ultima Lee Pomeroy il bassista si posiziona a fronte del palco e ci regala momenti di gran bassismo. Pomeroy mi colpisce, sin dall’inizio. E’ un session man ma suona con una eleganza sanguigna, vivida, presente. E’ strano guardarlo suonare, Lee usa un basso per mancini ma ha le corde alla rovescio: le alte al posto di quelle basse e viceversa. Suona bassi Rickembecker, non certo i miei preferiti, ma riesce a scaldarmi in parecchie occasioni.

AWAKEN è una rivelazione, proviene dall’album Going For the One e stasera dura per 24 minuti e diventa una delle esperienze di musica dal vivo che più mi hanno colpito nella vita. La seconda parte mi trasporta nelle profondità siderali. Mi tolgo il cappello e m’inginocchio davanti agli ARW.

ARW – London Hammersmith Odeon 19-3-2017 – Photo Saura T.

MAKE IT EASY (brano del 1981) funge da intro a OWNER OF A LONEY HEART. La versione di questo enorme successo è notevole, sebbene ad un certo punto vada in scena la centuria: Wakeman e Rabin che scendono in platea e si mettono a fare assoli tra il pubblico. Ultimo pezzo ROUNDABOUT.

Doc li fima entrambi col suo cellulino:

scaletta:
1. Intro
2. Cinema
3. Perpetual Change
4. Hold on
5. Intro
6. I’ve Seen All Good People
7. Intro
8. Drums
9. Lift Me Up
10. Intro
11. And You And I
12. Rhythm Of Love
13. Intro
14. The Meeting
15. Heart Of The Sunrise
16. Wrong Intro
1. Changes
2. Intro
3. Long Distance Runaround
4. The Fish
5. Awaken
6. Make It Easy
7. Owner Of A Lonely Heart
8. Crowd
9. Roundabout
10. Outro

Jon Anderson – Vocals
Trevor Rabin – Guitar
Rick Wakeman – Keyboards
Lee Pomeroy – Bass
Louis Molino III – Drums

Standing ovation, gran successo di pubblico.

ARW – Hammersmith Odeon 19-3-2017 – photo Saura T

L’Hammersmith Odeon tiene 3500 posti, al concerto di stasera il gruppo ha dovuto aggiungere la data di ieri sera vista la domanda di biglietti. Ci fermiamo a parlare con gli amici, li salutiamo, noi restiamo ancora un po’ insieme a Floro e a Paul. Quest’ultimo ci invita ad tornare al piano di sopra all’after show party. Ci vuole il pass e  noi non l’abbiamo, ma Paul, che stasera è un po’ in bibita, va avanti per la sua strada. Parla in modo deciso con quelli della sicurezza, gli dice che noi siamo venuti dall’Italia e che è amico della moglie di RW. La sicurezza prende informazioni e quindi arriva il lasciapassare. Incredibile. Poco dopo mi ritrovo a parlare con Rabin. Gli faccio i complimenti per come ha suonato, qualcuno gli dice che anche io e Saura siamo musicisti, e lui dice che è molto bello che qualcuno che s’ intende di musica gli faccia i complimenti “Sì, Trevor, è vero suono la chitarra, ma io sono Mr Nobody e tu sei God, però nel mio piccolo ti faccio davvero i complimenti!”.

Talking guitar blues – Tim & Trevor Rabin – after show party – Hammy odeon 19/3/2017 – Photo Saura T

Trevor Rabin & Saura – after show party – Hammy odeon 19/3/2017 – Photo TT

Poco dopo arriva anche JON ANDERSON. Saluta qualcuno poi vede Saura e le va incontro pronto a farsi fare una foto con lei. Sono stupefatto. D’accordo che la sua cresta bionda è riconoscibile, d’accordo che la felicità che le sprizza da tutte le parti è contagiosa, ma che sia lui ad avvicinarsi a lei è da non credere.

Saura e Jon Anderson – after show party – Hammy Odeon 19/3/2017 – Photo TT

Jon Anderson & Tim – after show party – Hammy Odeon 19/3/2017 –  Photo Saura T

Arriva anche il batterista, gli andiamo incontro, gli facciamo comunqnue i complimenti, sappiamo quanto sia bello quando qualcuno ti viene a dire qualcosa dopo un concerto. E’ poi la volta di Lee Pomeroy. E’ molto socievole. Gli chiedo la faccenda delle corde rovesciate: “Sai, sono mancino, la prima volta che presi in mano un basso era uno di quelli per destri. Lo girai semplicemente e iniziai a suonare. Dopo qualche tempo qualcuno mi disse che avrei dovuto girare le corde, ma ormai mi ero abituato a quel modo, dunque ho finito per imparare a suonarlo così. Di dove siete?” “Italia”Oh, amo l’Italia, ci sono stato in viaggio di nozze con mia moglie, amo molto il vostro paese, l’atteggiamento della gente, il sole, il cibo…” prima che si metta a cantare Torna a Surriento lo lasciamo ai suoi amici.

Saura & TrevLee Pomeroy – after show party – Hammy odeon 19/3/2017 – Photo TT

Ce ne stiamo un po’ sui divanetti a vedere se arriva anche Rick, ma il biondo di Perivale non si fa vivo. Mi viene in mente quando qualche settimana fa, a Udine, dopo il concerto Piano Solo mi disse “Dopo i concerti sono sempre più stanco. Sto diventando vecchio”.

Finisce così la serata. Rincasiamo a piedi, un paio di km nella notte londinese. Un’altra avventura niente male. Guardo Saura, che da quando è diventata una groupie non chiamo più groupie, e le dico “Sarai contenta spero. Sei fortunatissima. Prima di incontrare me conoscevi poco gli Yes, e guarda ora, ne sei diventata una fan scatenata e in pochi anni hai visto tutti componenti, hai assistito a 10 concerti relativi a loro, li hai conosciuti, ci hai parlato, scherzato, hai fatto foto…cosa vuoi di più?“, il suo sorriso illumina la notte.

Lunedì mattina, colazione da Costa, 9 sterline, 12 euro. La cameriera è italiana. Con underground e bus ci inoltriamo fino a Puthney, andiamo a vedere dove abita John Deacon bassista dei Queen. Saura da giovane li ha amati molto, e io ho sempre avuto in simpatia Deacon. Bassista garbato, ottimo autore, persona degna di stima. La via in cui abita è tranquilla, ci sono belle case ma niente di troppo elevato. Si è ritirato a vita privata, e rispetto molto la sua scelta. Torniamo verso il centro, gironzoliamo un po’ per Londra, piove, ci fermiamo in un negozio Adidas. E’ la mia marca del cuore, è dagli anni settanta che sono un appassionato, ma visitando questo mega store, la sento lontano, musica hip hop, capi che seguono quel mondo e quello stile, per fortuna resistono alcuni modelli vintage, ma per il resto… altro segnale che fatico a restare al passo col tempo.

Mentre giriamo per la città constato ancora una volta che ogni cosa mi rimanda al mio piccolo pianeta Rock.

Gallinacci a Londra – photo TT

Per la cena Saura mi porta allo Sticky Fingers, ristorante di Bill Wyman. Ci arriviamo in underground. Sbuchiamo in Kensington street. Le chiedo se si è informata e se occorreva prenotare, mi dice che non ci dovrebbero essere problemi. Entriamo, di solito sono io quello che parla in inglese, ma vengo attratto da un quadro raffigurante BRUSSELS AFFAIR, uno dei più bei live di tutti i tempi. Sento che Saura borbotta col cameriere. Benché il locale sia quasi vuoto ci accompagna in un tavolo in fondo alla sala, arriviamo al posto e chi trovo? Billy e Alison Fletcher, i miei amici scozzesi. In un attimo capisco che mi hanno voluto fare una sorpresa e che hanno organizzato tutto alle mie spalle. Mentre abbraccio Billy gli dico “You loosy bastard!”. Siamo amici dal 1985, da quando cioè iniziai la mia fanzine. Questa è la quarta volta che ci vediamo, dopo quelle del 2000, 2004 e dell’anno scorso a Glasgow per il concerto della Bad Company. Che gioia, il mio amico Billy Fletcher, the mighty come lo chiamo io, fa parte della mia storia. Bermi una birra in sua compagnia è un gran piacere.

Tim & Billy Fletcher – Sticky Fingers 20-3-2017 – photo Alison F.

Il lunedì sera si paga la metà, però 3 hamburger, una piatto vegetariano, tre birre, una coca, un dolce, un cappuccino e un limoncello 80 sterline (in quattro) … non è pochissimo. Non fosse stata una serata da metà prezzo avremmo davvero pagato 160 sterline?

dinnet at Sticky Fingers – photo TT

Ad ogni modo il clou della serata è quando Billy, dopo hamburger e birra, chiede un cappuccino. Billy scherzando si scusa, sa che per un italiano è inconcepibile, io rido e gli scatto una foto, e mentre lo faccio penso che i Romani non hanno avuti tutti i torti nel costruire il vallo di Adriano…

Billy F – the cappuccino addicted – photo TT

Mette un po’ di tristezza vedere il locale quasi vuoto, quando poi Giuseppe, il giovane cameriere napoletano, ci chiede cortesemente di lasciare un feedback sulla pagina facebook del locale perché ne hanno un gran bisogno, si aggiunge la malinconia. A mio modo di vedere anche questo significa che il Rock è morto. Se un locale come questo, a Londra, città di otto milioni di persone, è così in difficoltà significa che il Rock come fenomeno di massa socio culturale è finito e questo a dispetto delle cazzate che leggo sulle bacheche facebook di qualche mio conoscente, dove ci si ostina a dichiarare che il Rock è vivo. Poi certo, resiste nelle nostre vite, ma ormai è un fenomeno di nicchia. Non c’è ricambio.

Sticky Fingers – London photo TT

Un altro paio di foto e si va.

Tim, Ali, Billy, Saura – photo Giuseppe.

Tim & Billy at Sticky Fingers – Phorto Saura T

Decidiamo di salutarci davanti alla TH. Di notte è ancora più inquietante.

TH – photo Saura T

Tim & Billy – Photo Saura T.

Ci incamminiamo nella notte londinese. Va bene che non siamo in centro, ma non c’è nessuno in giro e sono appena le 22.

La mattina di nuovo colazione da Costa 11 sterline (13,50 euro) e poi British Museum.

British Museum – photo TT

Ci godiamo le meraviglie dell’antico Egitto, dell’antica Grecia, della Britannia romana. La STELE DI ROSETTA, il primo esempio della storia dell’umanità del traduttore di Google, è impressionante.

La Stele di Rosetta – British Museum 21-3-2017 photo TT

La Stele di Rosetta – British Museum 19-3-2017 photo TT

Saura – British Museum 21-3-2017 – Photo TT

La statua di Ramsete II è imponente, e ancora mi chiedo se sia giusto che questi reperti egiziani siano in un museo europeo…

Ramsete II – British Museum 21-3-2017 photo TT

Il padiglione delle mummie è il più frequentato, questi vecchi corpi umani arrivati sino a noi suscitano una curiosità morbosa…

Mummie – British Museum 21-3-2017 – Photo TT

Mummie – British Museum 21-3-2017 – Photo TT

Torre di Babele – British Museum 21-3-2017 – Photo TT

Mi diverto a leggere i nomi latini delle città britanniche ai tempi in cui la perfida Albione era un provincia dell’Impero Romano, e a rimirare la cartine della  massima espansione di quest’ultimo; il mio orgoglio italiano sale alle stelle, d’altra parte mi sono sempre sentito figlio di Roma.

Roman Britain – British Museum 21-3-2017 – Photo TT

Roman Britain – British Museum 21-3-2017 – Photo TT

Roman Britain – British Museum 21-3-2017 – Photo TT

Mentre usciamo diamo un’occhiata ai negozietti all’interno del museo, di nuovo i miei occhi cadono su oggetti che mi ricollegano al mio mondo…

Libri in edizione speciale – British Museum 21-3-2017 – Photo TT

Mentre torniamo in albergo do un’ ultima occhiata a Londra e mi dico che, a dispetto del menefreghismo di larghissime fasce della popolazione, gli esseri umani sanno tenere in piedi qualcosa di incredibile. Guarda qui, una città di più di 8 milioni di individui a i quali occorre garantire riparo, cibo, acqua, cure, lavoro, amore, sesso, distrazioni, intrattenimento.

Rientriamo in albergo, effettuiamo il check out e via verso Heathrow. Abbiamo 4 ore prima del nostro volo. Gironzoliamo un po’, pranziamo al ristorante The Crown Rivers, 33 sterline – 39 euro, e attendiamo che scenda la sera. Compro Mojo (in copertina i PF di Animals), lo special di Uncut sui Genesis e il Daily Telegraph che danno in omaggio con una bottiglietta d’acqua. Lo leggo senza troppi problemi e a mio modo mi sento integrato. Per un momento penso anche di cambiare vita e di venire a vivere a Londra, ma è solo un momento. Ammesso e non concesso di avere la possibilità di trovare un lavoro, di che tipo sarà? Inserviente in un hotel? Barista da Costa? Addetto alla cassa da Pret A Manger? Addetto ai controlli dell’Hammersmith Odeon? Custode della Tower House?

Mentre medito e sfoglio il quotidiano osservo Saura, è in libreria e certamente starà pensando di comprare alcuni libri. E’ una lettrice come non ne ho mai conosciute. Affronta spesso libri molto impegnativi. Adesso è alle prese con Storia di Israele – Dalla Nascita Dello Stato All’Assassinio Di Rabin e questo dopo aver finito Storia Della Palestina Moderna – Una Terra Due Popoli e JFK – Sulle Tracce Degli Assassini (scritto da Garrison il procuratore che seguì il caso). 

Contemplo questa donna, questa virago, questa amazzone con cui vivo, questa figlia della mia terra che ne rappresenta in pieno lo spirito, la concretezza, la vivacità. Che tipa la Saura.

Saura nel book store di Heathrow terminal 5 – photo TT

L’imbarco è alle 19,30, alle 20 si decolla. Volo tranquillo. Scendiamo a Bonomia alle 23. Navetta, parking, ritiro macchina e quindi autostrada direzione Regium Lepidi. Anche questa piccola avventura è terminata. Domattina ricomincia il lavoro e la vita di tutti i giorni. Non sono così stolto da paragonare la più grande città europea alla provincia in cui vivo, ma certo è che passare da una delle più grandi aree metropolitane del mondo a Borgo Massenzio è a tratti problematico, serve qualche giorno per adeguarsi al vecchio ritmo. Esito positivo comunque, ho visto un gran bel concerto, ho vissuto per qualche attimo i sogni di rock and roll, mi sono calato nella realtà e negli odori di una metropoli e soprattutto ho tenuto a distanza, per qualche giorno, i diavoletti azzurri che di solito mi danzano intorno, i blues insomma. Anche stavolta è andata. Mi piaci sempre di più Londinium. Alla prossima.

*(da Wiki UK)  Heathrow was one of the last settlements formed in the parish of Harmondsworth.[3][4] Its name was previously La Hetherewe (about year 1410, first known mention), Hithero, Hetherow, Hetherowfeyld, Hitherowe, and Heath Row, and came from the Middle English spelling of “heath row” (“row of houses on or by a heath“). Old maps show Heathrow as a row of houses along the northwest side of the curve of Heathrow Road (see map), which until 1819 ran along a northwest edge of an extensive area of common land which included Hounslow Heath. The earliest written appearance of the name, as spelt “Heathrow”, was in 1453.[3]

A Mess Of (Black And) Blues

14 Mar

Scampoli di belle giornate qui alla Domus Saurea, scampoli di blues stesi al sole ad asciugare. Impantanato come al solito nel bayou dell’esistenzialismo, cerco un appiglio nelle distrazioni date dai concerti degli Equinox, dalla prossima toccata e fuga a Londinum per vedere gli ARW all’Hammersmisth Odeon e nelle partite dell’Inter. Dopo le sconfitte con la squadra zebrata di torino e con la Roma, il mio interesse sembrava essere scemato, ma altro non è che autodifesa, domenica ero di nuovo al mio posto, lì nella tribunetta blues della Domus Saurea, a godermi il 5 a 1 sul Cagliari. Oltre a questo, cerco di dipanare le solite giravolte spirituali date dal mio animo inquieto.

WALKING BY MYSELF

Quando devo sbrigare una commissione per l’ufficio nel raggio di 2/3 km cerco sempre di andare a piedi in modo da tenermi in forma e da far evaporare paturnie varie; mentre torno da una puntata in banca, incontro una donna anziana, non so darle una età precisa, potrebbe avere 70/80 anni. Non sembra essere in formissima. Mi ricorda gli ultimi anni di mia nonna Anita, la madre di mother Mary. E’ vestita come si vestivano le donne vecchie 40 anni fa: cappotto scuro, velo in testa, scarpe fuori moda, bastone. Cammina, se non a fatica, in modo greve. Ha lo sguardo triste, rassegnato, a tratto spaventato. Mi chiedo se abbia figli, se abbia ancora un marito, sei sia sola. La solitudine dei vecchi è una cosa terribile e mi tocca nel profondo.

Poco dopo vedo una coppia di anziani su di una Opel Astra famigliare. L’uomo è al volante, impiega più del dovuto a svoltare a destra, dietro, una figa sui 35 anni su una di quelle macchine da figa; dentro all’abitacolo si agita e lo manda platealmente a quel paese. Scuoto la testa. Vorrò vedere lei tra altri 35 anni quando il mondo sarà diverso da quello a cui è abituata oggi, quando dovrà svoltare da qualche parte e lo farà lentamente e avrà alle costole una giovinastra arrogante che le metterà fretta.

FRIENDS

Rifletto sull’amicizia; mi pare molti la scambino con la semplice conoscenza. Come si può considerasi amici se non ci si sente mai, se non ci si manda che so un messaggio, una email o se non ci si chiama ogni tanto per sentire come va? Non c’è proprio educazione riguardo l’amicizia, io credo sia un sentimento che vada coltivato altrimenti rinsecchisce. Devo dire che sono sempre colpito da questa cosa. Capisco che le persone abbiano le proprie caratteristiche, chi è più espansivo, chi meno, ma l’amicizia è una cosa seria, se non ci sente mai cosa ci diciamo amici a fare? Mentre faccio questo pensiero mi viene in mente il mio amico Livin’ Lovin’ Jaypee. Jay è un uomo di blues riservato, quieto, attento, un bassista insomma. A volte non ci sentiamo per qualche settimana, poi d’improvviso mi arriva un messaggio “Ciao Magister, oggi sono a casa in ferie. Ci facciamo una pizza? Stonecity ore 13?”.

Penso anche a quanto scrisse un mio amico/conoscente di New Orleans su facebook subito dopo l’elezione di Trump. Non capiva come si potesse togliere l’amicizia su FB a chi aveva votato per l’orco col parrucchino; seguiva una serie di considerazioni del tipo, resti mio amico anche se abbiamo differenze di vedute.

Mi sono interrogato a fondo su questa cosa e sono giunto alla conclusione che dipende dal tipo di differenze di vedute, credo. Se tu voti e sostieni uno come Trump, posso davvero considerarti un amico? Oltre all’affetto, all’aspetto emotivo,  alla sincerità, alla la fiducia, alla stima e alla disponibilità reciproca, per me l’amicizia si basa anche sulle affinità elettive, sulla condivisione di valori, sui principi fondanti dell’umanesimo. Se tu sostieni uno come Trump, o se sei uno che simpatizza per certe ideologie puoi essere mio amico? E’ sufficiente che si sia passato del tempo insieme da ragazzi, che si tifi la stessa squadra e che si amino gli stessi gruppi rock per considerarsi amici?

FORTITUDE – serie tv

La seconda serie di FORTITUDE  (come ho già scritto in gennaio) è iniziata, siamo già al sesto episodio e continua a piacermi parecchio. Produzione britannica, genere thriller sci-fi psicologico, ambientazione Norvegia artica. Un uomo di blues come me ci va a nozze in un humus del genere.  Mi piace molto la governatrice Hildur Odegard (l’attrice danese Sofie Gråbøl), una superfiga 49enne che rappresenta quel tipo di donna che sono solito idealizzare.

Fortitude - la governatrice Hildur Odegard

Fortitude – la governatrice Hildur Odegard

Cosa ci faccia in questa seconda serie Mino Raiola invecchiato (l’attore Ken Stott nei passi di Erling Munk) Page solo lo sa. Ogni volta che lo vedo mi aspetto sempre un cameo di Ibra o di Balotelli.

Ad ogni modo, bel sceneggiato TV (come li chiamavamo negli anni sessanta).

TEN THOUSAND SAINTS – TTTTT:è un film di Spriger Berman che ho visto su Sky e che mi è piaciuto molto. Buona parte del film è ambientato a New York zona St.Mark place ed era inevitabile che in una scenetta si menzionasse la copertina di Physical Graffiti. Altro sussulto quando nella pellicola passa Shooting Star della Bad Company. Bel film.

LAND OF MINE – TTTTT: altro gran film visto su Sky. Riuscito il gioco di parole del titolo e riuscitissimo il film stesso, la lezione morale data in modo così naturale è assai potente.

AN OLD MAN AT CIRENAICA

Domenica sera. Ho già suonato la chitarra in vista del concerto a La Rotonda Italiana di Mancasale, ho già fatto la doccia, ho visto il sesto episodio di Fortitude 2, Palmir dorme sul divano dopo una giornata di sole passata nelle campagne. Con la cajun girl di Borgo Massenzio valuto dove andare. Controllo la programmazione dei locali dove si suona(va) dal vivo della Mutina-Regium county. L’offerta, dal nostro punto di vista, è desolante. Jazz quartet, duo acustico, dj set, gruppo country. Ribadisco per l’ennesima volta che il Rock è morto e opto per una osteria-pub vicino alla Domus Saurea. Il servizio è eccellente, la giovane cameriera ci dà persino del lei. Il locale è pieno, i due titolari attenti a che tutto proceda bene. E’ così che si fa. Saura si prende un hamburger veggie e una coca, io macinato di cavallo e una weiss; mentre chiacchieriamo, do un’occhiata in giro, scruto i tavoli, ad occhi e croce sono il più vecchio nel locale, escluso uno dei due titolari. Sì lo so, sono sempre qui a meditare sul tempo che passa e sulla mia condizione di uomo di blues di una incerta età, però non riesco a smettere, sono evidentemente immaturo, non riesco a gestire con un po’ di classe il tempo che passa. Me tapino.

THERE’S THE BLUES IN THE HEART OF THE CITY

Mi sono da poco comprato un nuovo giradischi. visto che sono uno che – come mi diceva Julia – ricerca sempre la perfezione e il bello, decido di cambiare puntina. Quella in dotazione è una di quelle economiche e allora ne ordino una migliore dall’unico seminegozio di hi-fi rimasto aperto. E’ sabato sono a Mutina,  zona Garibaldi square. Mando un messaggio a Pike “ci prendiamo un caffè insieme?”. Dopo dieci minuti son lì che passeggio col mio amico nel centro della città. Ci sediamo in un bar, nella stradina medioevale vista duomo. Ordiniamo la colazione. Con noi ci sono due groupie.

Pike: Come va vecchio?

Tim: Sono un po’ in depression, qualche blues di troppo.

Pike: E come risolvi?

Tim: Beh, comprando cd e “picchiando la mia donna…”

Pike: “…fino a che non sei soddisfatto.”

Ecco, poi uno mi chiede perché sono amico con il Pike boy. Forse qualche altro mio amico avrebbe colto la citazione, ma completarla di getto non è da tutti.

Parlando dei miei nuovi acquisti accenno al cofanetto dei DERRINGER (a breve la recensione qui sul blog).

Nuovi acquisti di TT

Essendo un grande fan dei fratelli WINTER, l’argomento Rick Derringer mi trova pronto, essendo un nome però non conosciutissimo in Italia, mi sorprendo (ma ripensandoci non più di tanto) che Pike mi sciorini con nonchalance i primi passi di Derringer, parlandomi dei McCoys e del loro successo Hang On Sloopy. Siamo in un tavolino all’esterno di un bar, mi guardo intorno, la gente passa e va e noi siamo qui che parliamo dei McCoys e di Rick Derringer. Ah!

Pike mi parla poi di Orchestral Zeppelin, un tributo con l’orchestra fatto alla musica dei LZ. Di solito io e lui ce ne stiamo lontani da zavagli del genere ma in questo il richiamo dell’ orchestra è troppo forte. Non ne sapevo nulla ma quando salta fuori che canta Randy Jackson la cosa diventa interessante. Randy era il leader degli ZEBRA, gruppo rock formatosi a New Orleans nel 1975 e influenzato dai Led Zeppelin. Raggiunsero una certa notorietà nella prima metà degli anni ottanta con un paio di dischi di moderato successo su etichetta Atlantic.

In questo progetto Jackson è nelle vesti di cantante, ma al di là di questo la vera cosa che importa è sentire l’orchestra in brani come THE RAIN SONG e I’M GONNA CRAWL. Si tratterà soltanto di un omaggio alla musica dei LZ, se volete di un tributo, ma il maestoso volo orchestrale su quel tipo di pezzi regala brividi.

Qui una breve intervista a Randy Jackson

http://www.azcentral.com/story/entertainment/arts/2015/04/20/randy-jackson-sings-led-zeppelin-phoenix-symphony/25795329/

Dopo un paio di orette a parlare di blues e di rock visto da prospettive oblique, ci incamminiamo verso il posto in cui ho parcheggiato la macchina. Ci salutiamo e ci inoltriamo nei rispettivi crocchi di persone in attesa del verde dei semafori. Grido “New York…” e Pike di rimando “Goodnight”. La gente guarda incuriosita, io me la ridacchio e penso che sono fortunato ad avere un amico come Pike.

Metto in moto la Sigismonda, sono pronto per tornare ail caos dei miei blues.

GOODBYE ZIMELLA ROAD

Se ne va lo Zio Pippo, il fratello maggiore di Brian, a 91 anni. Il mercoledì si sente debole, fatica ad alzare le braccia, viene ricoverato in ospedale, parlano di una forte disidratazione, venerdì sera si spegne definitivamente. A parte che ha avuto una vita non facile per tutta una serie di motivi, se ne è andato – lucido – ad un’età e in un modo invidiabili. Lo zio era solo, ci siamo dunque dovuti occupare noi nipoti delle varie incombenze. A tratti mi è sembrato di essere catapultato a un anno fa, quando se ne andò Brian. Ho avuto poi a che fare con messe, benedizioni e rosari dato che lo zio era credente, e una volta di più il mio essere ateo e laico mi ha fatto sentire distante anni luce dalla percezione delle cose che ha chi crede. Non ho potuto inoltre fare altro che riflettere sulla mortalità e sul senso della vita, senso che proprio non riesco a trovare. Così ci rido su e saluto lo zio a modo mio, brindando al suo ricordo con due dita di Southern Comfort. Buon viaggio Tugnèt.

SEVEN UP:

Malgrado la pesante ombra di tristezza che mi ha lasciato la dipartita dello zio, mi sforzo di far si che il sole batta sul mio viso, lo zio ha avuto una lunga vita, ed è la vita che va celebrata, così cerco di ascoltare della buona e vivace musica Rock e di seguire le cose che mi fanno star bene. Mi appresto a vedere INTER – ATALANTA. Gli orobici sono una bestia nera per la mia squadra, il loro allenatore, Gasperini, poi non perde occasione per parlare male di noi da sei anni a questa parte, da quando cioè fu cacciato dal posto di allenatore dell’Inter dopo sole 5 giornate. Quest’anno in più INTER-ATALANTA è uno scontro diretto per la lotta zona, se non Champions League, Europa league. La Dea sta facendo un campionato ottimo. Il primo quarto d’ora la Atalanta gioca il buon calcio messo in mostra sino ad oggi, ma poi l’INTER di Pioli sale in cattedra e non ce n’è per nessuno. 5 goal in 17 minuti. Una squadra incontenibile. Come dice Scarpini nella telecronaca “lezione di calcio”. Mi esalto come ai tempi del triplete, sul gruppo facebook che gestisco (INTERISTA SOCIAL CLUB) scrivo cose del tipo: “miglior squadra di tutti i tempi“. Sono al settimo (è proprio il caso di dirlo) cielo. La partita finisce 7 a 1, 3 goal di Maurito, 3 gaol del Tanguito e 1 di Gagliardini. Da quando è subentrato Pioli l’Inter ha cambiato volto. Non bisogna dimenticare le tre sconfitte con Napoli, Roma e con la squadra che si assegna due scudetti in più rispetto quelli che effettivamente ha (e anche l’avverbio effettivamente qui è usato in modo non corretto…gli scudetti in meno sarebbero di più, ma tant’è…), ma è vero che ora la mia squadra è un gruppo unito, gioca bene (a tratti benissimo) a calcio e sembra maturata tanto. La società ha sistemato i conti, ha in mente grandi investimenti e ha voglia di fare…certo abbiamo gli occhi a mandorla, ma che ci vuoi fare, nessuno è perfetto e chissà se davvero dalla prossima stagione torneremo ai fasti di 7 anni fa. Ci spero tanto.

BENEDETTA PRIMAVERA

 Ore 8, esco di casa per andare al lavoro; mentre chiudo la porta mi accorgo che l’albero di cagnetti è fiorito. E’ così, tutto d’un tratto, che elaboro il fatto che la primavera bussa alle porte entra dalle finestre s’infila sotto le gonne delle donne. E allora immergiamoci in questa nuova giornata di assoluto nonsense  con il giusto piglio: infilo i Ray ban, seleziono i Def Leppard, e metto in moto la Sigismonda. Per un istante ripenso a quando ascoltavamo Pyromania, allora appena uscito, in fonoteca a Locus Nonantula, avevamo 20 anni e tutto ci pareva possibile, vengo scosso da un leggero tremore, it’s been a long time, ma invece di ricadere nel burrone della nostalgia, scrollo le spalle, alzo il volume e spingo sul gas… let’s rock baby … lasa cla vaga.

Gavassae city limits – photo TT

Andare a Genova a (ri)vedere il film THE SONG REMAINS THE SAME

24 Feb

Cosa mi porti ad andare a Genova un martedì pomeriggio per vedere il film dei Led Zeppelin THE SONG REMAINS THE SAME proprio non so. Certo, mi incontrerò con alcun fan assai noti del nord Italia, il cinema lo gestisce uno di loro, magari risentirò il brivido che provavo laggiù fine anni settanta/inizio ottanta le volte che era in cartellone nei cineforum e lo andavo a vedere in qualche cinema di provincia, ma credo ci sia qualcosa in più. Temo sia il mio bisogno di distrazioni, di costruirmi il mio misero sogno on the road, di non rassegnarmi all’avanzare dell’età e di passare le serate davanti a Sky.

E’ con questo umore un po’ sghembo che salgo sulla mildly blues mobile direzione Genova insieme alla groupie. Ad oltre metà percorso, sull’autostrada della Cisa, ci fermiamo in un autogrill;  ci sono pullman di tifosi napoletani – scortati dalla polizia –  che vanno a Madrid per la partita di Champions League. L’autogrill è imballato, la determinazione (chiamiamola così) dei partenopei è evidente. Il flusso per entrare nella toilette degli uomini è costante. Gente in ciabatte, canne esibite senza nessun timore, voci alte, saluti e abbracci in un idioma molto lontano dal mio. Poco rispetto per gli altri avventori. Far la fila alla cassa non se ne parla nemmeno. Meglio salire in macchina e trovare un altro posto per pisciare.

Entrare a Genova è un sport estremo. Strade strette, palazzi costruiti uno sull’altro, il poco spazio a disposizione tutto occupato. Non deve essere facile spostarsi in una città del genere. Arriviamo in zona Cinema dei Cappuccini, non ci sono parcheggi liberi, trovo un buco per pura fortuna. Parcheggio a pagamento. 25 centesimi ogni sei minuti. Alla faccia! Infilo 5 euro di monete e mi incammino verso il cinema. Il posto è molto carino, accogliente, elegantemente blues.

https://www.cinemacappuccini.com

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Amduscia mi accoglie con un abbraccio. Sono ormai alcuni anni che siamo in contatto, finalmente ci si incontra di persona. Do un’occhiata alla esposizione di bootleg dei LZ relativi al tour americano del 1973. Amduscia è un collezionista, si vede. Le confezioni sono una meraviglia.

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Poco dopo arrivano anche i milanesi: Dadgad, Alberto LG, Alber M. Alberto LG ormai lo conosco bene, è uno dei collezionisti italiani di memorabilia più rinomati. E’ la prima volta che incontro dal vivo Dadgad, una istituzione mondiale nel giro del mondo Zeppelin. Mi presentano anche l’altro Alberto. Curioso, siamo tutti fan dei LZ e Interisti sfegatati.

Trovare un posto dove cenare non è semplice, è San Valentino, ma alla fine riusciamo ad imbucarci in un ristorante lì vicino.  Sussurro alla groupie: “Povera te,  ti faccio passare la sera di San Valentino insieme a delle Led-Head a guardare The Song Remains The Same”.

Chiedo ai ragazzi quale è il loro concerto preferito dei LZ. Per Dadgad è la sera del 27/4/69 al Fillmore West, per Alberto LG una data del tour estivo americano del 1972, per Alberto M lo show alla Royal Albert Hall del 9/1/70. Io rimango fedele al L.A. Forum 3/6/1973.

Di nuovo al cinema. Incredibilmente la sala si riempie. Sono basito. Quasi 150 persone che un martedì sera di febbraio, nella giorno di San Valentino, vengono a vedere un vecchio “polpettone” (così lo recensì Renzo Arbore) relativo a tre concerti del 1973 dei LZ a New York.

Pensavo di annoiarmi, e invece…quante volte avrò visto il film? Almeno 13 nei cinema 35/40 anni fa, e altre decine grazie alla VHS, al DVD, al blu ray, eppure non tolgo mai gli occhi dallo schermo. La mente corre al tempo passato, quando questo film era tutto quello che avevamo, quando andare a vederlo al cinema era come andare ad un concerto, con i pubblico che applaudiva qualche passaggio particolare o alla fine dei brani.

TSRTS al Cinema Cappuccini - Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

TSRTS al Cinema Cappuccini – Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

Per un momento raggiungo l’estasi. Succede in DAZED AND CONFUSED, un paio di minuti di quelle improvvisazioni furibonde di Page dopo la sezione con l’archetto di violino mi catapultano nelle profondità siderali. Mi sorprendo di questa cosa e me ne compiaccio: che dopo 40 anni di amore io riesca a provare brividi così intensi è una cosa sublime. Che razza di chitarrista era Jimmy Page! Allora non ce ne era davvero per nessuno. La capacità di improvvisare in quel modo era davvero unica.

TSRTS al Cinema Cappuccini - Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

TSRTS al Cinema Cappuccini – Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

Termina il film e il pubblico applaude. Incredibile. Non si tratta dei ragazzini di 40 anni fa, ma di adulti di 40/50/60 anni, eppure il battimani sgorga spontaneo. Mentre passano i titoli di coda con la versione da studio di STH in sottofondo e le immagini dei quattro che salgono sul loro Boeing personale,  chiamo la groupie all’ordine, meglio andare, ci aspettano un sacco di km; lei non ne vuole sapere, vuole godersi il tutto fine all’ultimo. Lo schermo si spegne, le luci si accendono, ora possiamo andare.

Abbraccio i ragazzi. It’s been great. Genoa, goodnight!

Amduscia, SlimTim, Dadgad, Alberto LG - Cinema cappuccini Genova 14/2/2017 (foto saura T)

Amduscia, SlimTim, Dadgad, Alberto LG – Cinema cappuccini Genova 14/2/2017 (foto saura T)

In autostrada, la groupie si appisola. Io  penso alla dose di autodisciplina che ci vuole per affrontare un’ avventura del genere. Constato ancora una volta che la mia forza di volontà è ancora tanta, malgrado qualche scricchiolio. Forzare un po’ la mano serve per tenere l’animo in tiro, per capire di essere ancora in grado di compiere qualche piccola pazzia, per far si che Forever Young non sia soltanto una canzone.

Arriviamo alla Domus Saurea verso le 2. Prima di addormentarmi leggo qualche pagina del libro che ho iniziato qualche sera fa; dopo poco mi sovviene un pensiero, guardo la copertina e penso: dunque, mi sono appena fatto 470 km in giornata per andare a vedere il film The Song Remains The Same, sono le quasi le 3, domattina devo essere in ufficio presto e sono qui a leggere la nuova biografia (di 700 pagine) in inglese (!) di Jimmy Page, scritta da Martin Power! Domani, dopo il lavoro, meglio che mi iscriva ad un centro di zeppelinisti anonimi. Come diceva il mio amico Tommy, incapace di interrompere la visione del film in questione, “non riesco a staccarmi, ma cosa c’è lì dentro, la droga?”.

 

Un anno senza Brian

5 Feb

Circa un anno fa scrissi che speravo che il tempo passasse in fretta, perché solo così pensavo fosse possibile lenire il dolore causato dalla perdita del vecchio Brian, ora che 12 mesi sono passati mi interrogo su come si sente un essere umano ad affrontare a freddo la perdita del proprio padre.

Ho riletto in questi giorni quanto scrissi sul blog un febbraio fa, ho rivissuto quel periodo in pieno, il ricordo è ancora vivissimo.

https://timtirelli.com/2016/02/10/un-padre-di-nome-brian/

Ho notato che dopo qualche mese sembra che la elaborazione del lutto sia a buon punto, hai spurgato le tossine emotive date da anni di gestione del tuo vecchio genitore e il battito della vita torna farsi prepotente. Certo, hai sempre una malinconia di fondo, ma l’istinto è quello di risentire di nuovo il sole battere sul tuo viso, poi però piano piano, mano a mano che il primo anniversario si avvicina, ti accorgi che pensi al tuo vecchio sempre più spesso, che ricordi, coincidenze e lampi improvvisi ti squarciano l’animo.

Stai dando un occhiata al tuo tablet, per curiosità controlli quelle poche foto che contiene, le sfogli e quando all’improvviso ne trovi una degli ultimi anni di Brian senti un tuffo al cuore. Frughi dentro ad una scatola che non apri da tempo e ci trovi il portafoglio di Brian, lo apri e contempli la patente, la carta d’identità e il post it giallo su cui aveva scritto i numeri telefonici tuo e di tua sorella e subito ti viene alla mente il foglietto che aveva appiccicato sotto la foto di tua madre, sua moglie, con su scritto il nome, l’alzheimer lo stava aggredendo e non voleva dimenticarsi il nome Mara.

Sistemi la cartella di tuoi documenti vari del 2014, ordini le buste paga, i resoconti della Siae, le fatture di acquisti fatti, i biglietti dei concerti visti e ad un certo punto spunta un foglio, la lista della spesa che facevi scrivere a Brian affinché restasse in allenamento. Al di là del fisiologico errore nello scrivere crescentine solo con la s (siamo in Emilia dopo tutto), mi sorprende di come un vecchio affetto da alzheimer riuscisse ancora a scrivere in maniera chiara e dignitosa. Ricordo anche il siparietto finale:

Brian: ” Tim, cosa devo scrivere ancora?”

Tim  (indaffarato e alle prese con i conti della settimana): “scrivi viva mio figlio Tim Tirelli”.

Brian: “ah, già, è vero.”

Lista della spesa di Brian - foto TT

Lista della spesa di Brian – foto TT

Mi ritrovo inoltre alle prese con riflessi involontari che riconducano direttamente a lui. Mi trovo a passare nei dintorni della Crocetta e d’istinto mi viene da dirigermi nella struttura per anziani dove era ospite quell’ultimo anno, passo per via Per Albareto e controllo se per caso è affacciato alla finestra del terzo piano, al sabato mi sveglio e a volte il primo pensiero è ancora quello di “devo correre da Brian”, già… mi sorprendo del fatto che al sabato, alla domenica o nelle pause pranzo io non debba correre da lui.

Questa settimana poi è stata particolare, quasi tutto mi riconduce a lui. Giovedì ho fatto una salto dal commercialista, solito appuntamento di inizio mese, due chiacchiere col titolare e con chi ci segue e poi esco, mentre torno elaboro il fatto che è giovedì, esattamente come un anno fa, quando poi mi fermai alla Casa della Gioia e Del Sole e vidi per l’ultima volta il vecchio Brian. Sciocche coincidenze, senza peso e senza importanza, ma visto la mia condizioni di uomo di blues, anche queste piccolezze segnano l’animo.

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Brian poi è presente di frequente nei miei sogni. L’altra notte ho addirittura sognato che ero a casa di Page, c’era anche Brian e aveva quei comportamenti dati dall’alzheimer, comportamenti che fortunatamente in pratica lui non ha mai avuto, così un po’ angosciato pregavo Saura e mia sorella di venire ad occuparsene così da non imbarazzare Page. D’accordo che in marzo tornerò a Londra e una visita alla Tower House mi toccherà farla, d’accordo che è il primo anniversario della morte di mio padre, ma a tutto il blues c’è un limite, possibile che debba sognare una lavoro del genere?

Al di là di tutto, la cosa principale è che mi manca molto; buffo come per decenni abbiamo avuto un rapporto burrascoso (sono stato un figlio molto esigente e lui un padre diverso da quello che avrei voluto) e la sua gestione sia stata totalizzante e dunque deprivante per la mia vita e come oggi lo ricordi con infinito affetto e riconoscenza, come gli ultimi anni abbiano risolto il nostro rapporto, di come quello che mi diceva Julia si sia compiuto…del fatto insomma che sarebbe toccato a me fare il percorso per tutti e due per sistemare il rapporto. Non mi sembrava possibile e invece…

Ricordo, come scrissi d’altra parte anche un anno fa, solo cose belle: anche delle lunghe e interminabili giornate passate a da lui a fargli da badante rammento solo gli episodi più divertenti, affettuosi, teneri. Gli anni in cui ho annullato la mia vita per dedicarli alla sua ora mi sembrano il minimo che potessi fare.

L’unico aspetto complicato è che piango ancora, lo faccio di nascosto, in macchina quando guardo il cielo e d’improvviso mi viene in mente lui (e mia madre), oppure mentre mi nascondo nelle campagne a far finta di cercar Palmiro quando il legame atavico che sento con la mia terra porta a galla il legame con la famiglia, infine quando sento le canzoni tristi…è un pianto che sgorga per un mix di sentimenti, la mancanza di Brian, la condizione di adulto senza più genitori, la percezione del limite, la solitudine dell’uomo di blues perso su di un piccolissimo pianeta che galleggia nell’infinito oceano del cosmo.

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Brian era anche un punto importante per il blog, nel raccontare le sue peripezie nella valle dell’alzheimer, ci siamo confrontati su temi quali la vecchiaia, l’alzheimer appunto e la gestione di un genitore molto anziano, temi sempre più di attualità.

Un anno fa in molti mi avete scritto per farmi arrivare la vostra vicinanza, alcuni di voi stavano affrontando più o meno il mio stesso percorso. Mi chiedo come siano le vostre situazioni ora, in caso sappiate che ricambio con vigore la vicinanza. Rammento anche come il mio amico GCT mi esortava a tenere duro quando mi sentiva più teso del solito a proposito della gestione di mio padre, aveva da non molto perso il suo e il messaggio era “capisco tutto, ma stai con lui più che puoi perché poi non è più possibile”. Ora io faccio lo stesso con amici e amiche che hanno un genitore vecchio e si lamentano un po’ della situazione.

Chiudo questo post con un ricordo che mi fa sorridere … quando Brian veniva a pranzo alla Domus Saurea gli offrivo, anche se andava contro il protocollo, un dito di Southern Comfort. Se lo sparava con gran gusto poi mi gettava una occhiata complice e soddisfatta aggiungendo “Vacca, sl’è bon, Tim” “caspita, come è buono, Tim”.

E allora in questa domenica mattina piovosa me ne sto qui al riparo nel Priorato di Brian e anche se ho appena fatto soltanto colazione, due dita del mio, nostro, bourbon preferito me le sparo… alla tua papà. Mi manchi.

Il vecchio Brian (febbraio 2014) - foto TT

Il vecchio Brian (febbraio 2014) – foto TT

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Blues from Domus Saurea

28 Gen

Gennaio è ormai finito, il nuovo anno mi trova tutto sommato in forma, senonché la mia maruga continua a girare a ritmo di blues. Ci deve essere un modo per smettere di lambiccarsi il cervello, di giocar con la mente e i suoi tarli , per vivere qualche ora serenamente … eppure io non lo trovo. Cerco di distrarmi ma raramente trovo un po’ di pace. Non troppo tempo fa, nei weekend, bastava una Peroni e un bicchierino di Southern Confort per allentare i morsi del blues e per sprofondare un paio d’ore in quel dolce crepuscolo in cui riesci a sbarazzarti di te stesso, ma a forza di farlo tutti i weekend, ormai quel piccolo accorgimento non basta più ed io, non volendo esagerare con i miei liquori inquinati, non vado oltre. Non mi resta così che convivere con i diavoletti azzurri che sin dal primo mattino mi danno il buongiorno.

I’M NOT IN LOVE WITH MY CAR

Di punto in bianco rammento la mattina di natale, sono in tangenziale a Mutina, passo a prendere mia sorella per il pranzo tradizionale alla Domus Saurea. Sono di buon umore, ho fatto una buona colazione con la groupie, ho scartato i regali e ora sono in macchina che mi ascolto il white album dei Beatles. Davanti a me una station wagon, parecchi pacchi natalizi nel bagagliaio, immagino che le tre persone a bordo stiano raggiungendo i famigliari, sui loro visi però un’espressione tutt’altro che felice. Nella corsia opposta una macchina in panne. L’auto è vecchiotta, le persone che le stanno intorno sono male in arnese. Hanno sguardi rassegnati, così a occhio la vita non gli deve venire facile. Vivere in un paese occidentale (o meglio, accidentale) ad andamento capitalista già non è facile di per sé, figurarsi per gli ultimi della fila. Mi sento a disagio, non sono certo un benestante, ma lì dentro alla (Aor) blues mobile con i sedili riscaldati, vestito di nuovo, dopo aver aperto tanti di quei regali che la testa ancora mi gira, mi sento in colpa. Mi torna in mente I Believe In Father Christmas di Greg Lake, la disillusione contenuta nel testo, la critica al consumismo che già nel 1975 si era impossessato del natale. Valuto per un momento se uscire dalla tangenziale e poi rientrare dall’altra parte per dargli una mano, ma subito dopo rinuncio e continuo a seguire il programma della giornata. Mi sento un po’ un pusillanime.

LINUS gennaio 2007 – BOYS DONT CRY

Linus è da tempo il mio settimanale preferito, mi sono perfino abbonato, e mi stupisco ogni mese della qualità degli articoli (e fumetti) in esso contenuti. Nel numero di gennaio – in particolare –  ci sono due paginette di Antonio Pascale intitolate Boys Don’t Cry che ho trovato assai stimolanti. Qui sotto il pdf.

“Perché l’evoluzione non ha eliminato la depressione e l’ansia? Il modello modulare mostra che il nostro cervello moderno è in parte ancora al paleolitico: sei io provo ansia per un nonnulla sto attivando gli stessi meccanismi fisiologici che un cacciatore-raccoglitore attivava nel paleolitico, quando sfuggiva ad una tigre dai denti a sciabola”.

linus-gennaio-2017-043

IL ROCK NON STA BENE

Qualche settimana fa è arrivata la notizia che le edizioni Team Rock sono in amministrazione controllata dopo soli tre/quattro anni dall’aver acquistato il pacchetto di pubblicazioni della Future Publishing. Stiamo parlando delle riviste Classic Rock Magazine (UK), Metal Hammer e compagnia. In sintesi, Team Rock paga più di 10 milioni di sterline a Future Publishing per l’acquisto e dopo quattro anni si ritrova in amministrazione controllata, tanto che Future Publishing corre a sua volta in soccorso. Non so bene a che punto sia la situazione oggi, ma così ad occhio e croce direi che il momento non sia brillantissimo. Classic Rock Magazine è, insieme a Mojo, la rivista rock di riferimento in Europa, da quel che so vende tra le 53.000 e le 57.000 copie. Non sono tante visto il bacino d’utenza, ma dato il declino della carta stampata non sono nemmeno poche. Ogni numero dovrebbe generare un fatturato di circa 650.000 euro, cifra più che interessante. Metal Hammer vende circa 20.000 copie, anche in questo caso cifra più che dignitosa. E allora cosa è successo? Cattiva gestione? Forse; non credo infatti che insistere sulle riviste BLUES e PROG sia poi così salutare. Quanto potranno vendere? Qualche migliaio di copie? Sono sufficienti per garantire lo sforzo? E poi, chi le compra? Probabilmente gli assatanati dei generi in questione, o gli appassionati del Rock come me quando in copertina c’è qualcuno come, che so, Johnny Winter o Greg Lake, ma a parte questi, chi se le fila? Davvero sono interessanti tutti quegli articoli e recensioni su band sconosciute arrivate sulle pagine di queste riviste spesso senza il filtro di una casa discografica vera o di una esperienza degna di nota? Un tempo i gruppi facevano dei demo-tape, dei provini, oggi si fanno direttamente i cd in casa con cui poi si inondando riviste e spazi dedicati alla musica senza che nessuno lasci davvero traccia. E’ questa la strada giusta? E’ davvero blues quello che viene proposto? La gente pensa che io sia un esperto di blues, ma sbaglia, me ne guardo bene. Il 95% del blues che mi capita di sentire non ha proprio senso. Stessa cosa nel Prog, quante sono le nuove band che valgono davvero? Quelle che sanno suonare, scrivere, arrangiare, cercare una strada loro? E’ sufficiente far vedere che si ha la capacità di mettere insieme un pezzo di sei minuti su cui infilare qualche passaggio strumentale complicato per essere un nuovo nome del Prog? Non sarebbe meglio ridurre e far uscire ogni sei mesi uno special sul blues o sul prog?

E d’altro canto, per quanto ancora le riviste come Classic Rock potranno scrivere dei vecchi nomi? Non è già stato detto tutto? Cos’altro si potrà aggiungere? Quanti sono quelli delle giovani generazioni a cui eventualmente gioverebbe trovare articoli sui vecchi leoni dei rock? Pochi, la stragrande maggioranza dei giovani non è interessata. L’epopea del rock è morta e sepolta, senza ricambio il rock si avvia a diventare un genere di nicchia, come la classica.

Mi basta guardare le classifiche del 2016. Secondo Dischinpiazza di Mutina, ad esempio, i migliori dischi del 2016 sono l’album di Bowie e Blue & Lonesome dei RS, e chi gestisce il negozio in questione è attentissimo alle nuove uscite, ai nuovi nomi. Bowie e i Rolling. Non è già una sconfitta questa? Blue & Lonesome è arrivato nella top ten italiana e americana. Un disco di cover di blues, suonate in maniera sgangherata da un gruppo di settantenni , arriva tra le prime dieci posizioni. Sì, certo, siamo tutti contenti, il blues, i Rolling Stones, ma ha senso?

E intanto Eddie Van Halen va a giocare a golf, fatto che non avrà  lo stesso peso di quello che ha attaccato un adesivo dei Gratefull Dead sulla cadillac, come cantava Don Henley, però… Il Rock, come lo intendevamo noi (come fenomeno socio culturale), è morto da un pezzo.

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L’ARABA FELICE

E’ successo, non lo avrei mai creduto, eppure…sono andato a mangiare il kebab in un ristorante arabo.

Colei che gestisce il ristorante, una donna araba nata immagino nella seconda metà dei settanta. è indaffarata, seria e al contempo ben disposta e serena. Dà l’impressione di essere contenta del suo lavoro e della sua vita. Sembra felice. Bello incontrare una persona così ogni tanto. Ci sono fin troppi timtirelli in giro.

Arabian dinner - foto TT

Arabian dinner – foto TT

Ordino il “piatto del Pascià” e  me lo gusto tutto.

Il piatto del Pascià - foto TT

Il piatto del Pascià – foto TT

La groupie prova un piatto vegetariano e rimane soddisfatta.

Groupie & kebab (vegetariano) - foto TT.

Groupie & kebab (vegetariano) – foto TT.

Esperienza positiva, vincere i preconcetti è sempre molto salutare. Non è perché vivo nella regione dove secondo il New York Times c’è la cucina migliore del mondo io debba poi snobbare il resto. Così devo dire che non è niente male la cucina araba, meglio ad esempio della cucina britannica (non che ci voglia molto a dir la verità). Prima di lasciare il posto noto che nella pizzeria/focacceria lì accanto siede a cena una coppia araba. Noi quì al kebab e loro lì. Buffo.

FILM & TV:

SULLY – TTTT

Al cinema UCI di Regium Lepidi il martedì i biglietti costano 3,5 euro. Non perdiamo l’occasione per andare a vedere Sully, il film tratto da quella storia vera relativa all’ammaraggio di un aeroplano sul fiume Hudson successa qualche annetto fa. Il film è bello, fatto bene e per nulla noioso. Un po’ di retorica americana nel finale ma nulla di grave. Clint Eastwood colpisce ancora.

COLONIA – TTTT

Film acquistato su prima fila di Sky. Altra storia vera, questa ancora più allucinante. I fatti seguiti al colpo di stato del cile del 1973 mi interessano sempre molto, anche se l’indignazione cresce ogni volta di più. Il regno del terrore di pinochet (con la p minuscola) fu qualcosa di terribile, in questo film ne vengono a galla le nefandezze collegate alla “colonia” di paul schäfer (con le iniziali minuscole), un predicatore tedesco fuori di testa e fuori controllo.

REMEMBER – TTTTT+

Film acquistato su prima fila di Sky. La sinossi di wikipedia:  Zev è un anziano ebreo affetto da demenza senile che vive in un ospizio insieme al suo amico Max. Un giorno Max convince Zev a partire alla ricerca del nazista responsabile dell’uccisione delle loro famiglie ad Auschwitz; l’uomo vive in America sotto il falso nome di Rudy Kurlander, ma esistono altri tre uomini con lo stesso nome. Zev si imbarca quindi in un viaggio alla ricerca del vero Rudy Kurlander per vendicarsi.

Tra gli attori Christopher Plummer, Martin Landau e, uno dei miei preferiti, Bruno Ganz. Uno dei film più belli visti in questi ultimi anni. Da vedere a qualsiasi costo.

THE AMERICANS – TTTTT

Quarta stagione di The Americans. Nonostante questa serie TV sia in giro da un po’ e non sia più una novità, la qualità resta elevata, e questa quarta stagione riesce ancora a sorprendere.

FORTITUDE 

Ieri sera è iniziata la second stagione di Fortitide. Brividi e misteri negli avamposti umani vicini al circolo polo artico. Sono diventato un fan di film e serie TV girati tra cittadine e posti sperduti tra i ghiacci, Speriamo che questi nuovi episodi mantengano un buon livello.

FINO ALLA VITTORINA, SEMPRE

Ogni tanto mi capita di frequentare la Vittorina, l’unica zia rimasta alla groupie. Questa volta è capitato in occasione del pranzo di inizio anno a casa dei genitori della valentino rossi del rock and roll. Vittorina ha ottanta anni, li porta bene ed è ancora in gamba. Mi è molto simpatica e credo di esserle simpatico anche io, e mi piace molto parlare con lei. Fa parte della generazione che più identifico con il carattere della mia terra, e sto ad ascoltare divertito il suo eloquio che passa con una facilità disarmante dal dialetto emiliano all’italiano. Vittorina, che tutti chiamano la zia bionda, ha perso il marito qualche mese fa, ne parla con rassegnazione e dispiacere ma è possibile intravedere anche in lei la concretezza emiliana, concretezza che le permette di rimanere in piedi. Chiama il marito ancora per cognome, come ha sempre fatto, rendendo in dialetto e in una sillaba sola le due sillabe di cui il cognome (tipico delle nostre parti) sarebbe composto. Sono gli ultimi scampoli della emilianità di una volta, quella a cui sono così legato sentimentalmente, l’emilianità dei nonni, dei genitori, di una generazione ormai agli sgoccioli. Tra poco toccherà a noi prendere il testimone, ma la nostra preparazione non sarà all’altezza, tante sfumature della emilianità (e in generale delle culture ataviche delle varie regioni o zone d’Italia) andrà persa. Me ne dispiace, ma tutto cambia, nessuno può farci niente. Così cerco di godermi la zia bionda (e la madre della groupie).

Vittorina e Tim dic 2016 - foto Saura T.

Vittorina e Tim gennaio 2017 – foto Saura T.

HEAVY METAL TUNDRA

Per un paio di settimane viaggiamo sotto zero, dai -4 ai -8. Di nuovo l’effetto tundra. Peccato non sia venuta la neve. Sono pure circa tre mesi che non piove o quasi. Io a inverni così secchi fatico ad abituarmi.

Tundra alla Domus Saurea - foto TT

Tundra alla Domus Saurea – foto TT

La terra soffre, lo sento.

Tundra alla Domus Saurea - foto TT

Tundra alla Domus Saurea – foto TT

MISTY MOUNTAIN SHOP

Ci sono i saldi, vado un po’ in giro con la groupie. Fatico a trovare un negozio che mi si addica, la grande maggioranza vende zavagli, abbigliamento e scarpe di bassa qualità. Dopo un lungo peregrinare arrivo sulle sponde del Den Store, capisco subito che ho trovato il posto adatto a me. In breve acquisto due giubbotti, due maglioni, tre felpe, due pantaloni, un paio di guanti.

Al banco, la commessa accenna – contenta – allo shopping compulsivo che avrei appena portato a temine, non riesco a stare zitto. “No, guardi lo shopping compulsivo non c’entra, il fatto è che ho girato due grossi centri commerciali e ho constatato come siano pieni quasi esclusivamente di negozi che vendono capi economici e brutti. Anche catene una volta di un certo peso si sono vendute alla logica dell’outlet. Certo, ci sono anche un paio di negozi che vendono articoli costosissimi, ma prezzi folli a parte non è il mio stile. Il suo è l’unico negozio che ho trovato di mio gradimento. Roba di qualità, stile conforme all’uomo di blues che sono, prezzi abbordabili. So quello che mi serve, quello che mi piace, ergo compro. Tutto qui.”

In verità la groupie mi guarda con quell’espressione un po’ così che ha quando mi vede fare certe spese, tra un minuto mi dirà “sei un vogliosino”, chissà, forse è così, almeno in parte, ma tra noi due lo stylist sono io, dunque deve portare pazienza, venire con me, comprare quello che dico io ed evitare quei posti dove compri quasi tutto tra i 10 e i 20 euro. Perché poi se ci pensiamo bene, al di là del materiale scadente, per mantenere quei prezzi lì, usano schiavi o bambini. Sicuro, lo fanno anche le grandi marche, lo abbiamo visto, ma se non altro sono costrette dall’opinione pubblica ad un minimo di autocontrollo.

outlet - foto TT

outlet – foto TT

Lo shopping serve anche a riempire certi vuoti esistenziali, inutile nasconderlo, ma più che con i vestiti veri e proprio lo faccio con articoli musicali o con abbigliamento particolare. Vado ad esempio sul sito dell’Inter e mi compro una felpa ed un pigiama che trovo irresistibile. Ne avevo bisogno? Forse no, o forse sì visto che ogni volta che lo indosso la notte sogno Milito che fa i due goal al Bayern nella finale di Champions del 2010 o Maurito che uccella la Juve, dunque dormo sereno e mi sveglio in forma.

Pigiama Inter

Pigiama Inter

Oppure ci ricasco con Amazon. Dico sempre che smetto e poi…guarda qua, l’ennesimo libro in inglese sui Jimmy Poige (ma questo sembra ne valga la pena), il IV dei Mahogany Rush in versione digipack, l’ultimo dei Rolling, il primo degli Sky (roba per depravati, lo so), la colonna sonora rimasterizzata del film lo Squalo etc etc.

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CHINA CALDA ALLA PERLA

Venerdì sera, esco a cena con la groupie. 50 km per raggiungere quel localetto funk e blues che ci piace tanto. Stasera c’è il pienone. Ottima cena come sempre, una Weiss e un gruppo che suona. In uno dei tavoli si sta festeggiando un compleanno. Un ragazzo compie 26 anni. Lo osservo, è esuberante ma senza strafare, l’età è ancora quella dove tutto ti sembra possibile. Gli regalano una maglietta con su stampato il numero degli anni e tra parentesi la sigla cm … si scherza sulle misure del…beh, avete capito.

Faccio mente locale, dove ero io a 26 anni o giù di lì? Mi vedo là, sul finire degli anni ottanta, la fanzine che avevo iniziato da qualche anno, il mini studio 4 piste che avevo installato in casa, le canzoni che avo iniziato a scrivere e a registrare con Tommy, i primi articoli scritti per Metal Shock, le prime telefonate con Giancarlo Trombetti e Beppe Riva, l’Inter del Trap che si accingeva a vincere lo scudetto dei record, una groupie di cui il mio amico Pike dice ancora oggi che ricorda simpatica ma che io con gli occhi di adesso tutta quella simpatia non rammento, la musica che usciva e che mi avvolgeva in quegli anni…i Guns’n Roses, Outrider, Now And Zen, Permanent Vacation, Slippery When Wet e New Jersey, Hysteria, Talk Is Cheap, Nothing Shocking, The Mission, i Living Color, John Cougar Mellencamp, Whitesnake, Surfing With The Alien, Long Cold Winter e chissà cos’altro.

Ah, meglio non pensarci e andare andare a bere qualcosa. Ci trasferiamo nel locale del bancone del bar, chiedo all’Alda di prepararmi una china calda. Chiacchiero mezz’ora con Giorgia Jaded di Steven Tyler e Aerosmith e con Pelo di bassi e chitarre. Ho scrollato di dosso la nostalgia. Posso tornare verso il posto in riva al mondo.

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made in china – foto Saura T

GATTI

ARTEMIO IS BACK

Con grande sorpresa Artemio, un gatto forestiero che era solito frequentare la Domus Saurea la scorsa estate, si è rifatto vivo. Con soddisfazione lo abbiano trovato in carne e in buone condizioni.

Artemio - gennaio 2017 - foto TT

Artemio – gennaio 2017 – foto TT

Gli altri gatti lo hanno accettato da tempo, Artemio è un bonaccione, non importuna più di tanto le tre femmine che abbiamo e deve essere un gatto beta, perché è remissivo con Palmiro, che lo tollera senza problemi (o quasi).

Palmiro & Artemio - gennaio 2017 - foto TT

Palmiro & Artemio – gennaio 2017 – foto TT

Ormai Artemio staziona sempre nei paraggi, non gli rifiutiamo mai una ciotola di cibo, acqua fresca e qualche coccola. L’altra sera è venuto addirittura in casa.

Artemio in the house - foto TT

Artemio in the house – foto TT

E’ così legato a noi che non vuole più rinunciare alla posizione che ha acquisito, tanto che si ribella e combatte Maciste, l’altro gatto forestiero che bazzica da queste parti, quello che Palmir non può vedere e che scaccia sempre dal territorio con inseguimenti a perdifiato tra le vigne. Sono sempre curioso delle dinamiche feline, rimarrei a contemplare questi mammiferi per ore.

PALMIR E GLI INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO

Son lì che mi sto ascoltando la immersion edition di Dark Side Of The Moon (spero che scriverlo non mi metta in cattiva luce, sembra che adesso si debbano ascoltare solo i PF più esoterici, difficili e cupi) mentre mi mangio un pezzo di torta che recentemente ha fatto la groupie (non si direbbe, ma la groupie fa anche le torte). Mi beo ascoltando i PF a Wembley nel 1974, mi perdo nel tempo e nello spazio ma ad un certo punto trasalisco: “oh, ormai è buio, devo andare a cercare Palmiro!”. E’ un giorno feriale. sono a casa. Mi affaccio fuori dalla porta e chiamo il diavoletto nero della Tasmania reggiana. Di solito verso quest’ora è nei paraggi, basta chiamarlo che sale le scale di corsa. Ma stavolta niente da fare. Mi infilo scarpe e giubbotto e scendo. Chiamo ma lo stronzetto non risponde. Faccio un giro intorno a casa, batto palmo per palmo quel po’ di terra della Domus Saurea e quindi mi inoltro nelle vigne dei nostri vicini. Come al solito mi spingo fino alla casa diroccata. Palmir ne è ossessionato. E’ una vecchia casa da contadini che sta crollando, luogo ideale per topini, animaletti vari e anche fagiani. Lo chiamo ma non si fa vivo. Lo so che mi sente, ma è un gatto, risponde solo quando e se ne ha voglia. Torno a casa. Dopo un quarto dopo riscendo, non è ancora buio pesto, ma inizio a preoccuparmi. Giusto un anno fa abbiamo perso Pato, ucciso  – dopo una lotta selvaggia –  da una volpe (o da un lupo) mentre io cercavo di scendere nel viola profondo della mattina invernale per cercare di salvarlo. Ne ho parlato anche qui sul blog. Le urla e i lamenti di Pato ancora mi risuonano nell’animo. Ci sono diverse volpi qui in giro. Recentemente a tre chilometri da qui ne hanno uccisa una – dicono – grossa come un lupo. Chiamo la groupie. E’ ancora al lavoro. Torno in casa e poi torno giù di nuovo. Ora la sera è del color dell’inchiostro, nella nostra via non ci sono lampioni, giro con una torcia. Lo chiamo, ma niente. Dopo le sei arriva la groupie. Ci mettiamo in due a battere la zona. Freddo, buio, oscurità….temiamo per il nostro gatto. Ci facciamo un largo giro nella campagna, con la speranza di non cadere in fossi o buche. Niente. Rimaniamo calmi, ma è chiaro che siamo in apprensione. Torniamo verso la casa diroccata. Le torce illuminano la stradina e i dintorni. Vedo una macchia nera. E’ Palmir. Lo chiamo, cerco di avvicinarlo, ma è spaventato. Spegniamo le torce, non so come ma riesco a  prenderlo, tenerlo tra le braccia però è un’impresa. Strano, Palmir non si ribella mai a noi. E’ paziente oltre ogni limite, sa perfettamente che ogni cosa che facciamo è per il suo bene. Riusciamo a portarlo in casa. E’ guardingo, ha i sensi all’erta, cammina col ventre che sfiora il pavimento. I giorni seguenti non esce e in casa mi sta costantemente attaccato. Solo una settimana dopo trova il coraggio di uscire, ma se ne sta sulla balconata o corre in garage, guardandosi costantemente intorno. Immaginiamo abbia avuto un incontro ravvicinato del terzo con qualcosa che lo ha spaventato. Una volpe, forse più di una, animali che forse sono fuggiti quando mi/ci hanno sentito avvicinare, così Palmir è riuscito lasciare il suo rifugio e a venire verso di noi. Chissà.

Non è una novità quella di andare a cercare Palmir, lo abbiamo sempre fatto e lo faremo ancora, ma adesso siamo ancora più attenti.

Terry & Palmir - foto Tyrrell

La Terry va a riprendere Palmir – foto Tyrrell

Palmir dal canto suo è diventato ancora più affettuoso. Quando gli scatta il sentimental mood cerca il contatto totale con noi in maniera ancora più incisiva. Son lì che guardo le partite dell’Inter e lui viene a sdraiarsi sopra di me. Scatto, salto, gioisco per un goal o una vittoria ( cosa sempre più frequente in questi ultimi due mesi)? Palmir pazientemente si sposta, si stira e poi torna a mettersi su di me. Stamattina me lo sono trovato accanto a me nel letto, la sua testina sul cuscino e il corpo sotto alle coperte. Come direbbe la Terry: “Patato!”. Sono 20 anni che vivo con i gatti, è un’esperienza davvero notevole.

Sleeping Palmir - foto Tyrrell

Sleeping Palmir – foto Tyrrell

 

IL DECLINO DEGLI UOMINI DI BLUES OCCIDENTALI

Oltre a non riuscire ormai a fare a meno dei sedili riscaldati della Sigismonda (la mildly blues mobile insomma), adesso mi sono anche fissato con i dispensatori di essenze. Verso un po’ acqua nell’apparecchio, lascio cadere qualche goccia dell’essenza giusta, accendo il tutto e rimango incantato ad osservare la lampada cambiare tonalità e il filo dei vapori d’essenza che esce dal buchetto superiore. Respiro volentieri quegli aromi che sanno di fresco, e mi chiedo se non stia anche io scivolando nei trip new (p)age di quest’epoca, sì perché an s’è mai vest Johnny Winter con un lavòr dal gèner…non si è mai visto Johnny Winter con un diffusore d’essenze. Non vorrei trasformarmi da uomo di blues a metrosexual di blues, passare da Muddy Waters a Robert Cray o Keb’ Mo’, e finire in quei centri benessere dove ti mettono sassi caldi sulla schiena mentre nei locali vengono diffuse quelle musiche che non sono musiche, quelle melodie neutre suonate da finti zufoli infarcite di rumorini delle foreste. An s’un menga un fnoch! *

diffusore di essenze - foto TT

diffusore di essenze – foto TT

  • La battuta “suona” omofoba, ma l’omofobia non c’entra, “fnoch” in questo caso ha il valore di effeminato, metrosexual, uomo metropolitano moderno lontano dalla mascolinità tutta d’un pezzo di certi tempi andati. Il tutto è (auto) ironico naturalmente. Qui giochiamo a far finta di avere come riferimenti dei mannish boys come Muddy Waters, Howlin’ Wolf o Johnny Winter appunto.  Mi scuso se qualche lettore si è risentito.

 

Winter solstice blues

21 Dic

Solstiziereggio a ritmo di blues in questi giorni, tutto sommato quello tra il 13 dicembre e il 24 è il periodo dell’anno che mi piace di più, i dodici giorni che preferisco. Non amo l’eccesso di decorazioni, i sentimenti forzati, il romanticume che ci propinano, non amo le forzature provenienti dagli stati uniti, ogni volta che in un film o in una pubblicità vedo un babbo natale che fa “ho ho ho” mi vien voglia di vomitare, tuttavia amo l’atmosfera natalizia sebbene il culto del cristianesimo abbia da tanti secoli sostituito il culto del sole. Il gesto di scambiarsi un dono, una buona parola come augurio per la nuova stagione è uno dei pilastri dell’umanesimo. Sarebbe bello avere un po’ di neve, un manto bianco che per un giorno o due ci faccia rallentare, che ci riporti un po’ di candore, che ci faccia illudere che per un momento siamo meno meschini di quello che in realtà sembriamo. Cerco di evitare i trabocchetti dell’umore, degli impicci quotidiani e mi rifugio nei bagliori delle luci ad intermittenza, nei sentimenti di felice malinconia che ogni dicembre mi porta in dono. Detto questo, naturalmente vivo e osservo le minuzie quotidiane a cui un uomo di blues miserello come me è sottoposto.

WORKS 

La tipa della reception ci fa accomodare in una delle due sale riunioni. Sono insieme alla mia socia Kerlit, a minuti abbiamo una riunione con un cliente. Ci accomodiamo. Lei scrive su un grosso blocco note i punti salienti da affrontare, io riguardo un paio di documenti e poi volgo lo sguardo all’alto soffitto dell’edificio. Vengo da giorni di ascolto di CLASH (il primo e il terzo) e FINARDI (1976/79), il mood è un po’ ribelle, fatico più del solito nel “far la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarmi da persona civile”. Entrano i due della controparte. Affrontiamo subito le questioni meno simpatiche, me ne occupo io, quindi procediamo sulle restanti faccende, se ne occupa la Kerlit. In alcuni momenti l’attenzione cerca di sfuggirmi, nella testa mi frullano i soliti blues: le mie canzoni, i miei racconti, il Rock, l’Inter, la donna scarlatta, il Paul Gauguin blues: da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Scuoto il capo, riacciuffo l’attenzione e la incollo al tavolo. La riunione dura più o meno 90 minuti. Usciamo. Sono le 19. E’ una sera cupa, nebbiosa, fredda. Salgo sulla Aor-blues mobile. Aziono lo scalda sedile. Sul lettore ENZO JANNACCI 1975-79.

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QUELLI CHE… e FOTO RICORDO sono due tra i più bei album di musica italiana e il JANNACCI di quegli anni è la colonna sonora perfetta per questa serata: sono nella Regiun Lepidi county e sto andando al paesello natio, ho una cena col mio amico, quello che è carne della mia carne, quello con cui ho passato parte dell’infanzia e tutta la adolescenza, quel tipo di amico che ti capisce come nessun altro, a maggior ragione quando sei sul procinto di ricordare gli anni andati e sei travolto dalla nostalgia.

LET IT BICCIO

Veleggio a velocità di crociera, quando deve rallentare in prossimità di centri abitati mi diverto ad osservare i lampadari che si intravedono dalle finestre illuminate. Quasi tutti sono di una bruttezza inenarrabile. Quelle che osservo sono case o palazzine degli anni sessanta e settanta, ma immagino ci viva anche gente di generazioni più recenti, e nessuno che abbia sentito il bisogno di cambiare il lampadario. A forza di guardare cose brutte, ci si abitua a non ricercare il bello, a non cercare stimoli per l’animo. Mi piacerebbe che nelle scuole insegnassero il senso per il buon gusto, perché non è vero che è bello ciò che piace, è bello ciò che è bello.

Parcheggiare a Nonantulae ormai è come cercare un biglietto di un concerto di un grande nome del Rock un’ora dopo che i tagliandi sono stati messi in vendita. D’accordo che si è passati in pochi anni da 10.000 a 15.000 abitanti, ma ogni sera che vengo sembra che ci sia la reunion dei Pink Floyd. Trovo un buco. Mi stringo nel paletot, svolto l’angolo e lo vedo, sotto la Torre dell’Orologio. Biccio, il mio amico, è identico a come era sua padre…mi sembra di essere proiettato indietro nei decenni. Ho prenotato al BISTROT PREMIERE, piccolo e  accogliente locale sotto la Clock Tower. Tortellini in brodo, Faraona D’Autunno e Lambrusco. C’è qualcosa di meglio? Parliamo fitto fitto per un paio d’ore. Essere sempre rivolti al passato non sarà il massimo, ma rivivere nei discorsi certe esperienze rafforza le radici, aiuta a volte a comprendere meglio il presente. Magari i decenni della nostra infanzia e adolescenza, gli anni sessanta e settanta, sono stati davvero meglio di questi ultimi (beh, francamente non ci vuole granché) ma il tutto è filtrato attraverso i nostri sedici anni, ed è naturale che ci sembrino più belli quegli anni lontani, eravamo ragazzi, avevamo il futuro davanti e meno preoccupazioni. Non eravamo a New York o Londra, bensì in un paese di provincia, ma tutto sommato ci sentivamo ugualmente titanici dinnanzi al futuro.

Usciamo e ci giriamo due volte il centro. Un flashback ci rapisce, ritorniamo al 1977, rammentiamo con chiarezza una sera di dicembre, esattamente 39 anni fa, … facevamo la stessa cosa, respirando le suggestioni blues che respiriamo oggi, in fondo siamo rimasti gli stessi.Le luci dei lampioncini che si riflettono sulla pavimentazione di via Maestra Del Castello, noi due che parliamo della vita, delle speranze, delle disillusioni, dei nostri sogni, le vecchie mura del paese che pazientemente ci stanno a sentire.

Locus Nonantulae una sera di dicembre 2016 - foto TT

Locus Nonantulae una sera di dicembre 2016 – foto TT

La nostra Inter, le nostre fighe, i Genesis e i Led Zeppelin, le cazzate fatte da ragazzi…non si può chiedere troppo a due uomini di una (in)certa età come noi, ricordare i bei tempi è naturale, il futuro spaventa, il passato è un qualcosa di famigliare a cui appoggiarsi nei momenti di difficoltà, sì perché aver raggiunto questa età mette in difficoltà uomini come noi, chi se lo spettava che la avremmo raggiunta così in fretta e a velocità supersonica?

Biccio e Tim alias Joe & Slim - Locus Nonatulae15/12/2016 - autoscatto

Biccio e Tim alias Joe & Slim – Locus Nonatulae 15/12/2016 – autoscatto

Mi chiedo quanta pazienza debba aver portato Biccio, come “tastierista” deve aver passato momenti non facili con un “chitarrista” come me, ma se siamo ancora qui, legati da un forte affetto, significa che deve essere passato sopra alle asperità del mio essere. Salgo sulla sua macchina mentre mi accompagna alla mia. Nel lettore ha il doppio dal vivo ELP Live At Nassau Coliseum ’78, un bootleg ufficiale. Lo abbraccio e ci diamo appuntamento al prossimo anno (quindi a tra due o tre settimane insomma). In macchina, mentre torno, seleziono la nostra canzone.

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LED HEADS talking about Jimmy Poige

Conversazione esoterica col mio amico STEFANO LUMMI di Roma sul messanger di facebook (Stef mi manda un commento a proposito delle foto limited edition che Page pubblicizza e vende in questi giorni sul suo sito a prezzi alti).

WARNING: for Zeppelin fans only! 

SL: “sono nauseato. Le cose per me stanno così: ‘sti fotografi che hanno immortalato Page in passato sono in bancarotta. Hanno telefonato a Jimmy chiedendogli se poteva autografargli ‘ste foto di merda per poi venderle a 3000 euro ognuna. Il nostro per pietà ha acconsentito”.
TT: “Che i fotografi nell’era internet dove tutto è disponibile e gratis abbiamo bisogno di soldi è indubbio. Però in generale lui ci tiene a far pagare salato gli articoli Limited Edition…”
SL:” solite storie Tim….. spreco immane di tempo e talento…”
TT: “Guarda Stef io cerco di non pensarci … sono razionale e tutto sommato illuminato ma non voglio rovinare del tutto l’ardore che sentivo e sento per lui. Dormire sugli allori, lui non fa altro, atteggiamento disdicevole ma voglio concentrarmi sul tour europeo del 1973, voglio continuare a sognare…il presente di Page è tragicomico e preferisco rivolgere il pensiero altrove. A proposito, hai un bootleg preferito?”
SL: sì Tangible Vandalism perchè più che i live amo le sessions e gli outtakes e poi ho gusti un po’ necrofili in tema Zep, mi piacciono le cose in embrione, vedere la luce nel buio, amo ad esempio la data di rodaggio a Brussels del 1975, prendono una clamorosa imbarcata su Kashmir, con Bonham che prova delle variazioni e manda fuori gli altri ma l’energia emanata è bestiale.
TT: “Grande. Stef. Abbiamo tutti le nostre ossessioni. Io per sentire inediti dei LZ non so cosa farei”
SL:” in termini di pura adrenalina ti dico Montreux 07-03-70 poi ovviamente da anzianotto citerei il mitico Blueberry Hill (LA Forum  4/9/70 ndt)
TT :“Io per il 70 sono fissato con Vancouver 21 marzo e poi lo sai… Three Days After (LA Forum 3/6/73) é la mia ossessione”
 SL: “poi metterei Knebworth (4 e 11/8/79 ndt) miscelando alcune cose della prima data con la seconda”
TT: “Io preferisco Copenhagen 79 (23 e 24 luglio ndt) …uscisse il soundboard fare salti di gioia.”
SL: “la versione di Ten Years Gone del 4 (agosto 79 Knebworth ndt) la trovo superba, nonostante le diverse imperfezioni, Page a pezzi, ma l’assolo finale è pura poesia. Sì, Copenaghen è da brividi.”

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TT: “Anche lì, per Knebworth…sai che state per fare la rentrée, cazzo preparati un po’ meglio no?”
 SL: “maledizione sì!”
TT: “Secondo me tra Copenhagen e Knebworth Page non ha suonato la chitarra”
SL: “ad esempio, il lavoro fatto da Kevin Shirley sul dvd (uscita ufficiale del 2003) per Knebworth ha del clamoroso, penso ad Achilles e tu Page mi piazzi il solito solo improvvisato di merda…i nervi guarda…”
TT: “Vogliamo parlare dell’assolo di Whole Lotta Love (sempre da Knebworth 1979 ndt) …ma santo demonio, sono le sei frasette che suoni da 10 anni…vuoi dargli una ripassata e farle bene? È uno stacco iconico non puoi buttarlo via così!”
SL: “gli riconosco un coraggio unico per la sua ostinazione nel cambiare ad ogni show le carte in tavola, ma farlo richiede preparazione…”
 TT: “Questo sì, ha molto coraggio, cerca sempre nuove soluzioni anche quando non è il caso.”
 SL:  “nel film It Might Get Loud riesce a sbagliare anche il riff di WLL”
TT: “Non mi parlare di quello…preferisco dimenticare…anche il mandolino davanti alla Headley Grange fa piuttosto schifo”
SL: “…e lì pensi cazzo, ma è un film, avrà avuto la possibilità di rifare il tutto, rendere il tutto dignitoso…niente, one shot, prendere o lasciare”
TT: “Il fatto è che lui non va in internet, non rivede le cose dunque non gli fanno male come a noi. Certo mi piacerebbe sapere cosa pensa quando ascolta certi bootleg del 77 o dell’80”
SL: “eh, tu la domanda a Cole (https://timtirelli.com/2014/01/06/interview-with-richard-cole-tour-manager-extraordinaire/la facesti pure, ricordo, su ‘sto tema ma lui elegantemente sorvolò”
TT: “Mah, chiudiamo pensando ai bei momenti, Amburgo 21 marzo 1973, cristo che gruppo…nessuno ha suonato il Rock come loro.”
SL: “concordo, io ci metto anche Vienna però di quel tour. Okay, alla prossima allora, ti abbraccio forte, Palmiro incluso”
TT: “Tutte le date tedesche del 73 sono incredibili! Palmir ricambia con affetto. Ciao Stef. La prossima volta che scendo a Roma ci vediamo.”
 SL: “Ci conto”. 
 .
COOP TALES:
Sabato. Lascio la groupie iniziare la spesa mentre io mi fermo al reparto telefonia e piccoli elettrodomestici. Devo comprarmi un rasoio.  Prendo il numerino: 35, stanno servendo il 30.
Uno dei commessi parla almeno un quarto d’ora con una donna, sulla quale è ovvio voglia far colpo, si dilunga nel spiegare inezie. C’è poi una ragazza insieme ai genitori che acquista uno smartphone. Hanno le idee chiare, se la sbrigano in fretta. Una signora avanti con gli anni prova a saltare davanti a tutti con la scusa che fatica a stare in piedi. Uno dei commessi le offre una sedia. Lei rifiuta. Ha un forte accento del sud, i capelli lunghi, riccioluti e neri ma la tinta non è perfetta e così sembra male in arnese. Il marito ogni tanto arriva per mettere qualcosa nel carrello: una confezione di cotton fioc, due yougurt… Entra poi in scena Long Tall Sally, una tipa alta almeno 1,85. Vuole uno smartphone per qualcun altro che le ha detto di non spendere più di 70/80 euro. Il commesso le spiega le specifiche del modello che avrebbe scelto, le fa notare che ha solo 512 mb di ram e 8 GB di memoria e che funziona bene ma in internet è piuttosto lento. Ci sarebbe quello con 1 GB di ram e che è decisamente consigliato per avere un minimo di velocità, ma costa 98 euro. La cavallona Sara è indecisa, “sa, mi hanno detto di stare sui 70/80 euro…mi dia il primo”. Finalmente tocca a donna Concetta, la ricarica la vuole da 20 euro. Tira fuori il bigliettino col numero del cellulare e lo passa al commesso. “35, chi è il 35?” “Sono io, vorrei un rasoio”. Il Commesso esce dalla postazione della telefonia, ci avviciniamo alla vetrina riservata ai rasoi “Vorrei quello, il Braun Series 3 340s”. “Ah, ha già scelto allora” mi chiede il commesso, sollevato e incuriosito dal fatto che non starò a tempestarlo di domande per 20 minuti. La scelta è stata semplice: BRAUN era la marca dei rasoi usati da Brian negli anni sessanta, BRAUN recentemente ha avuto come testimonial JOSE’ MOURINHO, il rasoio è nero con il bordo blu. Nella vetrina c’è anche il modello un pochino meno caro, quello da 89 euro, ma è nero con il bordo rosso, non posso farcela, così spendo 30 euro in più solo per il bordino blu…INTER, guarda quanto sono innamorato di te! Mentre pago e aspetto la ricevuta della carta di credito, vicino a me c’è un nero, ha due cellulari in mano, non sono smartphone, ha due numeri in un foglietto e venti euro in mano. E’ vestito in modo sobrio: maglione giallo, scarpe rosse. Evito di giudicare, magari tiene la Roma.
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INTORNO A TE O ALBERO
L’abero della Domus Saurea (courtesy of the groupie) non è uno di quegli alberi di natale da fighini attenti a certe regole del design e del gusto contemporaneo, è un albero di natale con richiami dei decenni passati della terra di cui fa parte. E’ un po’ démodé ma mi piace così.
Domus Saurea 2016 - foto TT

Domus Saurea 2016 – foto TT

Il presepe laico invece l’ho fatto io. Tra i teneri ricordi d’infanzia, il presepe fatto insieme a mia madre, e la presa di coscienza che feci da adulto, sono ateo, ho trovato un compromesso: fare il presepe con qualche variazione. Nella prima scenetta al posto del bambin gesù c’è il figlio del dio del Rock ad esempio…
Presepe laico di TT 2016 - particolare: Il bambinello Giacomino

Presepe laico di TT 2016 – particolare: Il bambinello Giacomino

la seconda scenetta è rappresentata nel modello Standard (senza camere tonali of course), la statuina della donna con le anfore vicina alla fontana(da cui sgorga acqua vera) proviene dal presepe che fu di mia madre e in qualche modo la rappresenta…
Presepe laico di TT 2016 - particolare: Mother Mary

Presepe laico di TT 2016 – particolare: Mother Mary

 per la terza scenetta ci sono delle Revolution Blues Variation: è quella dove si canta Adeste Fidel(es) per i due rivoluzionari che dalla Sierra osservano il tutto…
Presepe laico di TT 2016 - particolare: il Che e Fidel sulla Sierra Maestra

Presepe laico di TT 2016 – particolare: il Che e Fidel sulla Sierra Maestra

Quest’anno fa il suo debutto anche l’alberino illuminato. Non è un abete, ma un semplice prugno, alberello blues.
Il Prigno Illuminato 2016 -foto di TT

Il Prigno Illuminato 2016 -foto di TT

Alla Domus Saurea, in questo dicembre inoltrato, sembra di essere nella tundra. La galaverna adorna gli alberi e rende dura la terra. Scendo a prendere sacchi di pellet per la stufa, respiro la nebbia, penso a te.
Galaverna alla Domus Saurea - dicembre 2016 - foto TT

Galaverna alla Domus Saurea – dicembre 2016 – foto TT

Oggi è il 21, la notte scorsa è stata la più lunga dell’anno ed è ormai passata, abbiamo davanti un lungo inverno ma da oggi i giorni si fanno più lunghi e il sol invictus riprende il suo cammino. Oggi sul blog si festeggiano due compleanni, il mio e quello di Francesco B, ma soprattutto si festeggia la festa del solstizio d’inverno, quella del Sole Invitto appunto; a tutti voi, donne e uomini di blues che vi siete raccolti intorno a questo blog, giunga dunque il mio augurio affinché il  padre dei quattro venti gonfi le vostre vele, il sole batta sul vostro viso e le stelle riempiano i vostri sogni. Ricordate sempre che benché il loro corso a volte possa cambiare, i fiumi sempre raggiungono il mare.
Ego benedico vos in nomine Emerson, Lake et Palmer. Il post è finito, andate in pace ad ascoltare il vostro vinile preferito. Buone feste, my pretty boys and girls.

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Nebbia in Valpadana

14 Dic

Son due settimane ormai che la Valpadana è immersa nella nebbia. Ci siamo abituati, ma un periodo ininterrotto come questo alla fine ti sfianca e ti sbianca un po’.

Valpadana nella nebbia dicembre 2016

Valpadana nella nebbia dicembre 2016

MISTY INTER HOP

Le temperature sono prossime allo zero così sopra al giaccone blu mi infilo anche un ulteriore giacchino impermeabile, quello ufficiale dell’INTER, in questo modo mi scaldo anche spiritualmente, sì perché anche se quest’anno la beneamata mi dà più che altro dolori, ogni volta che do un’occhiata allo stemma stampato sulla giacca mi si scalda il cuore, penso a EPIC BROZO e sono un po’ felice.

Epic Brozo

Epic Brozo

Domenica si giocherà SASSUOLO-INTER, vorrei andare ma mi sa che salterò, nonposso chiedere alla groupie di venire al freddo e al gelo e far finta di tifare per la mia squadra quando le sue simpatie sono per le maglie neroverdi. Potrei andarci da solo, ma se poi capito in un settore pieno di tifosi del SASSUOLO, chi è che mi tiene a bada? A volte penso che mi piacerebbe abitare a Bergamo e andare a San Siro insieme al mio mentore e amico Beppe Riva, parleremmo di INTER e di ELP e tutto si aggiusterebbe.

PEOPLE

Passo di nebbia in nebbia attraversando i miei territori, mi perdo tra scampoli di quotidiana umanità: il nero che aspetta pazientemente alla fermata dell’autobus, le donne che chiacchierano davanti ai cancelli delle scuole dopo aver lasciato i loro figli, gli addetti alle decorazioni della città che dondolano e rotolano sulle gru per rendere più luminosa l’atmosfera. Il corriere dell’est Europa che si ferma davanti alla palazzina dell’ufficio perché deve consegnare un pacchetto, io  che sono per strada e prima che suoni lo chiamo “capo!”, lui che non mi riconosce, ho in testa il bertocco (dell’Inter), “E’ un pacchetto per noi?” Lui che mi guarda con fare interrogativo, io che mi avvicino, lui che capisce chi sono ed esclama “Tirelli!” dice senza esitazioni. Lui che mi allunga il pacchetto, io che gli do una pacca sulla spalla e lui che corre chissà dove a consegnare altri articoli. Mi chiedo se davvero conosce tutti i cognomi di quelli da cui si ferma. Vita dura quelli dei corrieri, soprattutto in questo periodo dell’anno.

Come ogni dicembre sono attratto dalle decorazioni e dalle luminarie, scuoto la testa quando incrocio quelle improbabili…gente senza un minimo di gusto o savoir faire che ornano ringhiere o alberi alla boia d’un giuda. Mi rifaccio però con quelle intrecciate con cura a balconate e alberi. Che belle che sono, filtrate dalla nebbia poi assumono un caratter poetico.

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MUSIC IN THE CAR

In macchina JJ CALE sarebbe perfetto con questo tempo, ma rischierei di sprofondare nell’abisso del blues, così seleziono The Singles di PHIL COLLINS. Mi chiedo cosa penserebbe di me Polbi se mi sapesse all’ascolto di un best of di COLLINS, probabilmente mi urlerebbe “Tim, best off!”. Collins tra l’altro non mi è simpatico, ha sempre odiato il prog, ha sempre amato la Motown, che cazzo ci faceva nei GENESIS? Ogni volta che guardo un filmato del gruppo 1971-75 lo vedo imbronciato, scazzato, avulso dal contesto, in più dal 1980 in poi ha trasformato il gruppo in modo discutibile. Non entro nel merito della deriva commerciale, a me i singoli di quel periodo dei GENESIS piacciono (non tutti a dir la verità), il fatto è che gli album sono proprio brutti, tolto un paio di canzoni per disco il resto sprofonda nella mediocrità…COLLINS però era un musicista coi fiocchi, gran batterista, grandissimo cantante, autore niente male,  così nella mattina di santa Lucia attraverso la via Emilia ascoltando i suoi singoli da solista;

quando però, in coda, affianco la macchina di una donna, una che non sembra una pita, una che pare abbia un riflesso della scarlet woman tolgo in fretta Collins, seleziono DEATH WISH II, fingo di dover sistemare lo specchietto esterno, abbasso il finestrino e guardo la tipa con l’espressione del “senti un po’ chi ascolto, baby!“, purtroppo non ottengo l’effetto sperato, lei mi guarda imbronciata come a dire “ma che cazzo di musica di merda questo qui?”.

Dopo qualche pezzo tolgo ad ogni modo Collins, lo reggo al massimo venti minuti, poi mi fa venire il blues alle ginocchia. Nel car stereo entra l’ultimo live di JEFF BECK. El Becko sta diventando come CLAPTON: quando non a cosa fare pubblica un disco dal vivo e io i dischi dal vivo post anni settanta non li sopporto più (infatti mi sa che lo cancello dalla chiavetta).

JOSEPH CONRAD “La Linea D’Ombra” (1917 – RL 2009) – TTTTT

Gran bel romanzo breve questo di CONRAD. E’ un blues profondo e a tratti spaventoso a carattere marinaresco. Una nave con un novello comandante alle prese con strani fenomeni in mari esotici. Metafore e rimandi di vario tipo: l’importanza di fare gruppo, di sacrificarsi per gli altri, l’esperienza come valore  essenziale, e il passaggio definitivo all’età adulta, quella della responsabilità. Quell’ombra spessa che inghiotte la nave è il punto attraverso cui un uomo nella propria vita deve passare quando ci  si accorge che si è soli davanti all’infinito, che prendere decisioni spetta a noi, che ci si deve esporre in prima persona e nel farlo che occorre essere coscienti del proprio essere. Per un uomo di blues libro da non perdere.

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I PRANZI DELLA FESTA, I CRITICI DE LA REPUBBLICA AND THE FLY ON THE NOSE

Domenica dopo essere stato a pranzo dalla Lucy, la madre della groupie, per uno di quei pranzi leggeri tipici dell’Emilia dei giorni di festa: tris di primi (lasagne, tortelli di zucca, cappelletti), bis di secondi (arrosto di vitello e coniglio) e gran finale con zuppa inglese, torno verso la Domus Saurea ascoltando Radio Capital, ai microfoni ci sono Assante e Castaldo, stanno parlando del primo album di PETER GABRIEL. Dicono cose del tipo “A pochi mesi dall’uscita di quel capolavoro che è THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY dei GENESIS, verso fine anno – nel 1977 –  GABRIEL sforna quell’altro capolavoro del suo primo album solista…”  Ora, magari la pignoleria è disdicevole, ma perché citare date a caso se non siete sicuri (THE LAMB è del 1974, il primo di PG del 1977)? State sul vago, e comunque io da voi – critici musicali de LA REPUBBLICA – esigo di più! Certo, essere un critico musicale generico non è facile, non puoi certo sapere tutto di tutti, ma un po’ più di preparazione non guasterebbe. Non pretendo che sappiate citare a memoria le sei date che i LZ tennero al Los Angeles Forum nel tour del 1977, quella è roba da fan (comunque per la cronaca 21-22-23-25-26-27  giugno) ma l’anno di uscita di THE LAMB lo dovete sapere. Tra l’altro adesso è facile parlare bene del primo di PETER GABRIEL, ma all’epoca i primi due furono stroncati dalla critica. GABRIEL solista diventò l’intoccabile che è oggi solo a partire dal terzo album. Poi, io sono d’accordo, i primi due di GABRIEL sono da sempre i miei preferiti, ma non è questo il punto. Ogni volta che leggo articoli musicali o che sento speaker alla radio scrivere o dire castronerie circa la musica Rock mi sale la mosca al naso.

DETROIT CALLING

A Detroit c’è la neve. Polbi cerca di sopravvivere. E’ un romano con radici che affondano molto a sud, immagino che quel clima invernale non sia esattamente il suo preferito. Cerco di scaldarlo tenendolo impegnato in conversazioni via sms ed email. Parliamo di vinili e di bootleg dei LZ, gli chiedo quale è il suo preferito, questa la sua risposta:

POLBI: Ho letto il tuo messaggio appena ho aperto gli occhi, con la testa ancora sotto le coperte, mentre fuori si accumulavano montagne di neve.

Quale e’ il mio Bootleg degli Zeps preferito? Domanda difficile, risposta meditata.

In realta’ io non ho un Bootleg preferito, cosi come non ho un album ufficiale preferito. Posso pero’ dirti che il primo Bootleg che ho visto e posseduto in vita mia e’ anche quello a cui sono piu’ legato sul piano emotivo.

Era il mio quattordicesimo compleanno, novembre ’81, e i miei amici capitanati da Fabio Fino, al quale devo la vera scoperta dei Led Zeppelin e di tante altre cose (pensa, sue band preferite Zeps & ELP…mi ricorda qualcuno…), mi regalarono For Badge Holders Only volume 2. (LA  23/6/77) preso al negozio Pop73 nel quartiere Montagnola. Una botta.

Scoprire che esisteva materiale live della band oltre TSRTS, ma anche oltre cazzo, scoprire proprio il fatto in se che esistessero i Bootleg, mi aveva fatto un effetto pazzesco. Roba da veri iniziati, da veri esperti del rock. lo tenevo in mano, lo ascoltavo, e veramente mi sentivo che girava la testa….Keith Moon ospite ai tamburi?!?! Ma sentito dire!! Gli effetti nuovi su No Quarter…Pazzesco.

Andai di corsa al negozio, prendendo due autobus o seduto dietro su qualche motorino, non ricordo, e trovai uno scaffale di vari Bootleg. Dei Led Zeps c’era Knebworth in versione doppio vinile con Plant in copertina, e la foto famosa sul retro (prima volta che la vedevo), costava un sacco di soldi, ma avevo delle riserve in piu’ causa compleanno e lo presi senza pensarci un attimo! Aveva una qualita’ audio inferiore rispetto al primo, e mi resi conto che spendere cifre importanti per dischi che si sentivano male forse non era per me…in fin dei conti avevo ancora un mare di musica da esplorare. E poi anche volendo, altri Bootleg non ne vidi per molti anni.

Ma poi, “Dopo un Lungo Silenzio”, nel maggio del 1990 mentre passavo dei giorni strani a La Spezia, entrai nel piccolo negozio di dischi Killing Floor e vidi un intera vetrina di Bootleg dei Led Zeppelin in cd e a prezzi quasi ragionevoli…non credevo ai miei occhi…tornai a casa con Zurigo ’80 e Dallas ’75, fatti dalla Seagull, credo fosse un etichetta Bootleg italiana legata al negozio stesso, e un catalogo illustrato con mille altre cose per me del tutto nuove. La volta dopo come un coglione lasciai li un cofanetto in vinile Destroyer Cleveland 77 e presi in compenso un triplo West Coast 69 e Bluberry Hills.

Zurigo per me voleva dire Ciao 2001 “Il dirigibile vola alto” e tutti i sogni che mi ero fatto guardando le foto dell’articolo…ma ci pensi, avevo si e no 13 anni…mah, cose da pazzi. E’ ancora e sempre sara’ uno dei miei Bootleg preferiti. La qualita’ audio era enormemente migliorata rispetto ai miei vecchi vinili, e ora avevo una vaga idea di cosa fossero i Led Zeppelin dal vivo quasi per tutto l’arco della loro carriera.

In quel periodo pero’ ero troppo preso da mille altre cose e non andai oltre, accontentandomi di sentire mille volte i cd-bootleg in questione.

Poi, nei primi anni novanta, la mia carissima amica Gaia Lauria mi regalo’ un enorme cofanetto chiamato Cabala, con dentro ogni ben di Dio. Molti cd, spesso con cose che ignoravo del tutto, un VHS (!) e un libro. Ormai mi sentivo un esperto, del mondo dei led Zeppelin sapevo tutto.

Ma ecco che, dopo aver letto un articolo sull’inserto di Repubblica “Musica”, se non ricordo male legato all’uscita di Page/Plant, mi misi in contatto con te…credo che ti feci una telefonata, e che tu mi mandasti per posta il catalogo delle cose che avevi in cassetta…e il resto dopo piu’ o meno 20 anni eccolo qui!

Quindi amico mio, quali sono i miei (che uno solo e’ proprio impossibile per me!) Bootleg preferiti?

 Fillmore West 1969 Off Reels

Osaka 29/9/71 Professor Wallofski

LA 3/6/73 Wipe with a Rolling Stone

NYC 12/2/75 Four Blocks in the Snow

LA 23/6/77 Winston Remaster

Zurigo 80

Tutti mandati da te qui a Detroit nelle loro edizioni definitive, e da me raccolti in una minacciosa scatola di legno nero, in salone proprio sopra l’amplificatore.

Se poi proprio dobbiamo tirarne fuori uno, non per la qualita’ del concerto ne’ per l’audio, ma solo per personalissimi motivi sentimentali direi LA 23/6/77.

Uno dei punti di forza della band e’ stato proprio questo rinnovarsi costantemente, in tutti i sensi. Quindi secondo me i Bootlegs che ho elencato sono sei approcci molto differenti alla dimensione live dei Led Zeppelin.

Adoro i miei amici quando vanno così in profondità.

PRAISE THE (DARK) LORD

Così aspetto il natale, o meglio la festa del solstizio d’inverno. La groupie ha già fatto l’albero, io col presepe laico sono in ritardo, ma non credo sarò in grado di esimermi dal farlo, d’altra parte bisogna pur ricordare la nascita del nostro salvatore, James Patrick Page.

the almighty

the almighty

Early december blues

6 Dic

Scivolo all’interno di dicembre con la mia solita verve, quel misto di malinconica razionalità e tonica sofferenza. Le mattine si fanno fredde, la campagna gela, il sole pallido e senza fiato. La Domus Saurea indossa le sue vesti invernali a cui ormai sono affezionato.

Cold cuntryside at Domus Saurea - photo TT

Cold countryside at Domus Saurea – photo TT

Cold cuntryside at Domus Saurea - photo TT

La Aor mobile si sta lentamente trasformando. Non è ancora una blues mobile, se mai lo diventerà sarà sempre una blues mobile radical chic, ma sento che siamo spiritualmente più vicini, sempre che si possa essere spiritualmente vicini  ad un  veicolo munito di ruote spinto da un motore solitamente a scoppio e condotto da un guidatore. Però la sento più mia, ed io mi sento più suo. Ad esempio lei si sente più a suo agio con la musica che le faccio passare. Sono uscite alcune recenti nuove produzioni di WINSTON REMASTERS (rimasterizzazioni di vecchie registrazioni live dei LED ZEPPELIN a cura di un fan piuttosto noto nel giro degli appassionati) e ogni tanto me le sento in santa pace in macchina. Frankfurt 30/7/1980, Mannheim 2/7/1980…ci vuole un certo fegato per affrontare bootleg del genere (con un Page ai minimi termini) eppure la Aor-mildly-blues mobile sembra affrontare tutto con pazienza. In queste ultime settimane ascolto più spesso del solito i BLACK SABBATH (sarà il continuo confronto con l’amico e maestro BEPPE RIVA), l’altro giorno ho passato SABBATH BLOODY SABBATH e la Tucson non ha fatto una piega. Quando poi ripiego sul blues sembra che sia addirittura contenta: ieri c’era il primo di GEORGE THOROGOOD in rotazione e  la macchina filava che era un piacere. Io ricambio. Non guardo le altre macchine, mi faccio coccolare (lascio che azioni i sedili riscaldati), la porto al lavaggio, la faccio dormire in garage… insomma, la nostra inizia ad essere una storia seria.

INTEGRAZIONE

Nell’adempiere ad una delle accortezze che riservo a Sigismonda (la Tucson insomma), mi ritrovo al lavaggio auto di Stonecity. Gli operatori sono solo in due e hanno già alcune macchine da lavare. Sembra che a comandare sia il nordafricano (uno di quelli che può avere tra i 45 e i 65 anni) visto come sprona l’italiano a darsi una mossa. L’extracomunitario mi dice con cadenza modenese “scusa siamo solo in due, mo’ adesso facciamo presto…”. L’accento è quasi perfetto, dà enfasi alla parlata, vuole essere considerato uno di noi, io gli do una pacca sulla spalla, voglio che lo senta tutto il calore della mia terra. Verso la fine del lavoro l’italiano mi dice “Vuol parlare il dialetto ma…è un bravo lavoratore”, io invece apprezzo la sua volontà di integrarsi, usi e costumi della terra in cui capiti… e poi parla il dialetto meglio di tanti emiliani di queste parti. Il mio amico marocchino (ma che ne so, magari è tunisino) mi ringrazia e mi dice “At saluut”, virando di nuovo sul modenese, io rilancio e scelgo la variante reggiana “At salòt” lui ride e corre a pulire l’interno di una altra macchina di questi Stonecitiani che gli devono apparire tutti pieni di soldi. Costo del lavaggio: 20 euro, senza ricevuta. Ah però, l’integrazione ormai è cosa fatta.

Tre dei libricini che ho letto recentemente:

FRANCESCO DE GREGORI con ANTONIO GNOLI “Passo D’uomo” (Laterza 2016) TTT½ 

Pongo sempre molto attenzione ad ogni uscita di o che riguarda DE GREGORI. Amo i cantautori e amo Francesco, diciamo dal 1978 e dall’album omonimo. Mi ha accompagnato per questi 38 anni, ha fatto di me un uomo migliore, mi rispecchio nelle affinità elettive che (mi pare) ci accomunano. Questo libro però è un po’ difficile. Intendiamoci, la conversazione è profonda, ben scritta e interessante, ma a mio parere poco fluida. Sono anni che De Gregori tiene a farci sapere quello che non è (ad esempio un intellettuale) ma i discorsi suoi e del giornalista Antonio Gnoli sembrano proprio quelli tra due intellettuali. Magari Francesco lo è solo in senso lato, ma ciò non toglie che questo libro mi sembra pecchi un po’ di intellettualismo, atteggiamento che non mi spaventa e che anzi seguo con interesse, ma in questo caso sembra spegnere la piacevolezza della lettura e (per il sottoscritto) del tema (la vita di Francesco De Gregori). Da affrontare con cautela.

FRANCESCO PICCOLO “Il Desiderio Di Essere Come Tutti” (Einaudi 2013) TTTT / “Momenti Di Trascurabile Felicità” (Einaudi 2010) TTTT

Piccolo è un autore e sceneggiatore. Ne Il Desiderio Di Essere Come Gli Anni racconta di come è diventato comunista (a dispetto di un padre che virava a destra) e lo fa mischiando leggerezza e il gomitolo di blues dato dalla sua trasformazione/condizione. Il libro è spassoso, dilettevole, profondo. Tutti i gli eventi italiani dagli anni settanta in poi sono presi in esame e riletti secondo lo spirito dell’epoca dell’autore. Coraggiosa la parte finale dove Piccolo si interroga sugli errori che tutti noi di sinistra abbiamo fatto, quel sentirci (anche se a volte a ragione) eticamente e moralmente superiori che troppe volte ha condizionato la nostra visione dell’orizzonte e della prospettiva. Divertente infine la filosofia della moglie dell’autore, ribattezzata “chesaràmai”, quell’atteggiamento salutare nei confronti della vita che spesso noi uomini di blues non possediamo. Libro consigliatissimo.

Consigliatissimo anche Momenti Di Trascurabile Felicità, una raccolta di brevi e brevissime riflessioni sulle gioie del vivere tipo: “La soddisfazione di infilare il braccio in fondo al frigorifero del bar o del supermercato e tirare fuori la bottiglia di latte con la scadenza più lontana, che qualcuno ha volontariamente coperto per farmi comprare la bottiglia con la scadenza più vicina”

SHAKE MY TREE

Vicino alla palazzina dove lavoro ce ne è un’altra ormai disabitata da tempo. E ‘stata acquistata da un costruttore edile per farne una più consona alla posizione (la zona dei musicista di Stonecity è considerata zona residenziale di alto livello). I lavori inizieranno a breve, pochi giorni fa sono venuti a tagliare il grosso e meraviglioso abete che troneggiava sul davanti. Un albero di, immagino, 50 anni. Ho sentito un dolore quasi fisico. Certo, lo so, serviva spazio, ma sempre più spesso penso che la visione antropocentrica che abbiamo ci porterà alla catastrofe. Le esigenze degli esseri umani vengono sempre prima di tutto, mentre forse dovrebbero essere quelle del pianeta ad avere la precedenza. Certo, fatta la nuova costruzione (ma ce ne era davvero bisogno con tutti gli appartamenti sfitti e liberi che ci sono a Stonecity?) si pianteranno due arbusti che si intoneranno con le nuove linee architettoniche della palazzina e tutto andrà a posto.

‘A LAZIO

Io e la groupie deciso di acquistare uno di quei box a chiocciola per auto, non voglio che la freccia gialla della pianura (la macchina della groupie) rimanga al gelo durante la notte. Già la Valentino Rossi del rock and roll esce di casa alle 6,50 tutte le mattine, se deve anche togliere il ghiaccio dai vetri della macchina è finita. Definiamo il tutto con una aziendina di House-Of-The-Wood Upper (Ca’ Del Bosco Sopra insomma). Il tipo è alla mano e sembra sappia di cosa parla. Mi pare ci possa fidare. Prima di andarmene, dopo aver visto due portabiro della Lazio gli dico “Questi portabiro? Sei laziale? Strano vedere quei colori da queste parti…”. “Ah no, io tengo la Juve, c’era un tipo che li buttava via e io me li sono fatti dare”. Mi sono messo nelle mani di uno che tiene in ufficio non uno bensì due portabiro di una squadra di serie A diversa dalla squadra di serie A per cui tifa. Che dio (Page insomma) me la mandi buona…

ABBESS HOUSE

Nell’andare al lavoro, da Borgo Massenzio a Stonecity, tutte le mattine mi faccio un pezzo di campagna, quella tra Bath (Bagno), Little Court (Corticella) e Saint-Little-Woman  (San Donnino) e tutte le mattine passo dunque davanti al ristorante La Badessa. Ogni volta mi dico, prima o poi devo andarci. Domenica scorsa prendo la groupie e mi ci fiondo. Il posto è di livello piuttosto alto, non te la cavi con poco ma ogni tanto bisogna anche trattarsi bene, se si può. Per quanto mi piaccia mangiar bene, ho capito il vero motivo per cui sono andato: sì, certo, il cibo (ottimo), il servizio (eccellente), la location (splendida) ma alla fine ero lì perché l’edificio de La Badessa mi ricorda la Boleskine House (e se vogliamo la Tower House). Una vera e propria house of the holy…

La Badessa

La Badessa

Boleskine House

Boleskine House

Boleskine House

Boleskine House

Tower House

Tower House

Groupie alla Badessa - foto TT

Groupie alla Badessa – foto TT

 

ADESTE FIDEL

Penso spesso a Fidel Castro. Ho un forte legame sentimentale e spirituale con Cuba e la sua rivoluzione. Sul blog Alganews trovo un post di una (LIA DE FEO) che non ha certo le mie stesse simpatie ma che leggo con passione. E’ piuttosto lungo, ma per capire cosa fosse e cosa sia Cuba andrebbe letto dall’inizio alla fine.

https://alganews.wordpress.com/2016/11/27/omaggio-a-fidel/

 

BROKEN ENGLISH

Ultimamente, per lavoro, sono in contatto con alcune realtà inglesi. Scambio email e telefonate. Concludo spesso scusandomi per il mio inglese, so che non è perfetto. Una mi scrive “no need to apologise, your English is very good! Much better than my italian.”  Visto che il suo italiano è inesistente (o meglio consiste nella conoscenza di cinque parole “amore, alla parmigiana, cibuongiorno, cappuccino”) non mi sembra un complimento, una cosa da dire. Non è la prima volta che mi capita. Britannici, ah!

LET THE MUSIC DIO THE TALKING

Ogni tanto al sabato mi concedo un matinée a Locus Nonantulae, my beloved hometown. Lo faccio anche in questo primo sabato di dicembre. Il cielo è nuvoloso, o meglio tra il molto nuvoloso e il poco nuvoloso senza una posizione di mezzo. Ci fosse qualche grado in meno in alcuni momenti sembrerebbe una giornata da neve. Monto sulla Sigismonda, aziono il sedile riscaldato, accendo il lettore mp3 (argh, lettore mp3!), inserisco una delle 4 chiavette da 64GB, la numero 2 ovvero quella dedicata agli artisti internazionali lettera A – L, seleziono la riproduzione casuale. I brani che arrivano sono i seguenti:

 

ALAN PARSONS PROJECT (Nucleus)…

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AEROSMITH (Let The Music Do The Talking),

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ELTON JOHN (Love Song),

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MILES DAVIS (Stella By Starlight),

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JOE JACKSON (How Long Must I Wait For You),

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DAVID BOWIE (Station To Station),

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ANGEL (Just Can’t Take It),

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EAGLES (Twenty-One)

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LINDA RONSTAD (You Tell That I’m Fallin’ Down)

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 CLASH (Hitsville UK),

 

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GENESIS (Stagnation)

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Mi sento fortunato e sono grato a mia madre per avermi creato con il chip della musica di qualità nel DNA.

Tutta musica del secolo scorso, come sempre sono ripiegato sul passato… chissà che ne direbbero amici tipo GDC, Polbi e Bodhran, mi lancerebbero di sicuro occhiate di rimprovero, ma non m’importa, la musica odierna non mi dà le stesse sensazioni, non posso sentirmi in colpa per lo stato in cui versa, io ho già dato, se le nuove generazioni sono abuliche e non interessate a sufficienza alla musica contemporanea non può essere colpa mia.

Arrivo a Locus Nonantulae, me lo giro tutto il mio paesello. Respiro scampoli di ricordi. Noto che a 4 anni dal terremoto stanno finalmeente iniziando i lavori per risistemare l’Abbazia e la Torre dell’orologio.

Abbazia di NNT- foto TT

Abbazia di NNT- foto TT

NNT downtown & Clock Tower - photo TT.

NNT downtown & Clock Tower – photo TT.

Entro a far colazione in un bistrot molto accogliente, proprio ai piedi della clock tower. Mi siedo ad un tavolo, mi gusto l’atmosfera… vengo di nuovo travolto dai ricordi… negli anni sessanta in questo stesso posto vi era la salumeria/drogheria MARCHESI. Ogni tanto ci capitavo con mia madre, le restavo attaccato alla gonna mentre rimiravo nei grandi vasi di vetro le mie leccornie preferite: i mentoni e le caramelline tonde dorate e argentate. Mia madre me ne comprava un po’ e io provavo il sentimento umano che tutti rincorrono: la felicità. Ora che ci penso oggi tre dicembre sarebbe stato il suo 88esimo compleanno, quanto mi manca Mother Mary…

Ricaccio indietro la commozione, mi ribello alla mia condizione di uomo di blues. Faccio i complimenti al gestore per il locale (e per la musica che passa).

Bistrot Premiere- Locus Nonatulae - foto TT

Bistrot Premiere- Locus Nonatulae – foto TT

Esco dal bistrot, continuo a scrollarmi i blues dei ricordi, tanto a che servono, ha ragione WOODY ALLEN quando dice che ogni 100 sulla terra c’è un reset dell’umanità…io non penso sia nichilismo, ma una semplice constatazione dello stato delle cose

https://www.facebook.com/391266544402788/videos/537962749733166/

…così cerco di sopravvivere alla belle meglio e mi metto alla ricerca della mia scarlet woman; incontro diverse rosse ma nessuna ha il riflesso crowleyano che cerco, e allora seguo la corrente e mentre guardo le decorazioni natalizie canticchio Winter Wonderland. 

GATTI

Con l’inverno il mio rapporto con i gatti si fa più intimo. Due delle tre gatte che vivono fuori tendono ad entrare in casa ad ogni occasione e anche Palmir accorcia le sue scorribande all’esterno. La Ragni è molto affettuosa, spesso mi cerca e si struscia con forza contro di me, ma occorre far attenzione, i suoi repentini scatti di umore sono sempre possibili e le conseguenti graffiate a tradimento possono arrivare in qualsiasi momento. Alterna momenti di stizza a tenerezze. ma d’altra parte, non siamo così anche noi umani? La Ragni è la principessina della Domus Saurea.

La Ragni sul frigo - foto TT

La Ragni sul frigo, versione don’t mess with me. – foto TT

La Ragni versione "Tyrrell ti amo" - foto TT

La Ragni versione “Tyrrell ti amo” – foto TT

RAISSA è la “mamma”, RAGNI e SPAVENTINA sono figlie sue, ed ha il senso materno così sviluppato da avere adottato PALMIRO. E’ una gatta buona, seppur selvatica, e si lascia far tutto da me, ma è sempre vigile, solidale, attenta; corre in soccorso degli altri gatti in caso di bisogno, se cattura un topino lo porta alle sue figlie, e in loro assenza a me e alla Terry. La Rais è una gatta di sinistra.

Raissa mi dorme addosso - foto TT

Raissa mi dorme addosso – foto TT

Palmir è il solito Palmir ma più affettuoso. Essendo una gatto di blues (anche se era inizialmente un gatto Aor) anche lui “sente” l’arrivo dell’inverno e immagino senta tutto il calore (materiale e spirituale) del vivere alla Domus Saurea con due umani che lo amano. Son lì nello studio sdraiato sul divanetto ad ascoltarmi i FREE, lui arriva, salta sulla spalliera e poggia la zampetta sul mio viso…

Palmir & Tim - foto TT

Palmir & Tim – foto TT

…non rinuncia a fare la guardia e a marcare il territorio, di prima mattina al sabato e alla domenica si aggira per le campagne col l’eleganza innata dei felini, una piccola pantera nera in perlustrazione…

Panther Palmir - foto TT

Panther Palmir – foto TT

…poi ad una certa ora torna in casa, si lascia lavare pazientemente sebbene le salviette umide non lo facciano impazzire, mangia qualcosa, beve e quindi si arrotola sullo sgabello vicino alla stufa. Rimane immobile per due o tre orette, poi d’mprovviso si sveglia, mi vede al computer mi corre incontro, spicca un salto, mi viene in braccio e si accoccola su di me…ed è così che porto avanti questo blog, con un pandoro di pelo tra le braccia.

Tim & Palmir - Foto Saura T.

Tim & Palmir – Foto Saura T.

Tim & Palmir - Bloggin' away - foto Saura T.

Tim & Palmir – Bloggin’ away – foto Saura T.

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