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Sounth Bound Saura, gli Sgocciolamiele e altre canzoncine blues assortite

16 Apr

Chissà cosa aveva in mente ROBERT PLANT quando scrisse testo e titolo di SOUTH BOUND SAUREZ, di cosa voleva cantare insomma. Davvero il titolo contiene un refuso? SAUREZ è un errore ? La parola corretta doveva essere SUAREZ? E cosa intendeva PLANT con SUAREZ, forse richiamare il termine francese SOIRÉE? Così fosse, visto anche il tenore del testo e della musica, si tratterebbe di canticchiare qualcosa a proposito di party serali (magari estivi) tenuti al sud. Di che sud stiamo parlando poi non si sa. Io ho sempre pensato al Messico, o comunque al Centro America, possibile che sia un riferimento a latitudini ancor più profonde? Possibile che si riferisca alla città uruguaiana di Suarez posta in una regione famosa per la produzione di vino?

NB: questo è l’unico video disponibile su youtube del pezzo. Mi chiedo cosa avesse in mente il tipo che lo ha caricato…immagini di fantasia legate ad antiche tradizioni britanniche e spezzoni live tratte dal film del gruppo relativo a concerti del 1973 con PAGE che suona la doppio manico. Cosa c’entrano con un pezzo come SOUTH BOUND SAUREZ, che sa di New Orleans, di Messico e di latitudini esotiche? Mah.

Ad ogni modo rimane una canzone che associo con l’andare a divertirsi le sere del fine settimana e sempre più frequentemente la associo alla groupie, e non soltanto per le assonanze del nome. La groupie continua ad essere una forza della natura e ad essere sempre pronta ad uscire e ad andare in giro, malgrado le sue settimane siamo spesso impegnative.

Il martedì lezione d’inglese (per essere in tiro con la lingua dei barbari quando incontrerà Rick Wakeman il prossimo giugno a Londra…e io lì a reggere il moccolo), il mercoledì uscita con le amiche, il giovedì prove con i Tacchini Selvaggi (la band di southern rock / country rock in cui suona) e il venerdì (se non facciamo le prove con gli Equinox) “dove andiamo stasera, Tyrrell”. Usciamo così il venerdì e il sabato mi dice “Non andiamo fuori stasera? Uffa stiamo sempre in casa!”. Intendiamoci, la groupie non è una di quelle sbrindellate, chiassose e avvinazzate che si vedono nei locali durante il weekend, ma il Rock le dona una energia che io probabilmente sto esaurendo. Come fa un uomo di blues di un (in)certa età a star dietro ad una quarantenne scatenata? Misteri della fede (in Page).

Altro esempio di groupie on flame with rock and roll: il fine settimana scorso siamo che lì che discutiamo e valutiamo se cambiare intro per i concerti degli EQUINOX, propongo “GIOVE” da i PIANETI di GUSTAV HOLST, le rifaccio sentire l’effetto che faceva come preludio ai concerti dei FIRM, infilo nel lettore il bootleg THE TALE OF THE FIRM (Hammersmith 9/12/1984), la groupie si mette a ridere, si infila la nuova Les Paul e, in playback, suona CLOSER. Una donna che imbraccia una Gibson e mima un pezzo dei FIRM. Solo a me poteva capitarne una così…

Per la cronaca da una settimana a questa parte gli EQUINOX hanno dunque una nuova introduzione, sarebbe questa (minuto 2,55)…

La groupie comunque non ha solo energia per ballare il twist, ma anche per affrontare libri come questo:

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Era un libro di mia madre, uscito nel 1975. Mi chiedo dove trovi la forza per leggere cose del genere. Ricordo che in gioventù pure io mi cimentavo in letture difficili, ma giunto a questa età non potrei proprio farcela. Mi chiedo anche se davvero sia stato letto da mia madre, in tal caso dovrei rivedere leggermente il ricordo che ho di Mother Mary.

Malgrado non ci sia più Brian càpito, di proposito, talvolta a Ninentyland, il mio paesello, così, tanto per non farmi mancare nemmeno un minuto di nostalgia…

Stemma NNT - foto TT

Stemma NNT – foto TT

Un paese come tanti altri che però m’infonde tenerezza nel cuore e tranquillità. Quanto si fanno sentire le radici quando l’età avanza.

Palazzo della Partecipanza - NNT - foto TT

Palazzo della Partecipanza – NNT – foto TT

Al sabato vado a far la spesa, a volte con la groupie a volte da solo. Quando sono da solo ogni tanto sono preda dall’agitazione a causa lista degli articoli da comprare che mi scrive la groupie.

Uomo di Blues che fa la spesa alla Coop - foto di Saura T

Uomo di Blues che fa la spesa alla Coop – foto di Saura T

Lysoform (quello col contenitore bianco e il tappo verde) mi scrive lei che conosce bene il suo pollo… Anticalcare Drago…ce ne sono duemila ma il Drago non lo trovo, “ma dove cazzo è?” mi dico; torno da capo e li ricontrollo tutti, naturalmente il Drago è quello posizionato nello scaffale davanti a me.

Detergente intimo per donna Saugella, il Saugella non c’è, che faccia lo stesso se prendo il Dermogella? Mi interrogo seriamente sulla cosa, sto qualche minuto a ponderare e poi rinsavisco e torno in me: “ma cosa sto facendo? Se non le va bene si fa poi a fare benedire…” grugnisco davanti agli scaffali.

Arriva poi il momento della solita litania in stretto dialetto modenese-reggiano: “Non si è mai visto Johnny Winter far la spesa alla coop...” beh, Winter forse no, ma qualcun altro sì …

Robert Plant al supermercato

Robert Plant al supermercato

Torno a casa, svuoto le borse insieme alla groupie, attendo che mi dica “Bravo”, lo sta per dire ma poi trova le spugnette “Ma prima di andar via ti avevo fatto vedere quelle che uso io!” “Ma, non sono uguali?” le faccio, “No, sono diverse, vedi?” e mi mette davanti una spugna vecchia, una di quelle che usa lei. C’è una leggera differenza nella forma che noto solo ora, così appoggio la testa alla sua spalla e con l’espressione da piccolo fiammiferaio le dico “Oh, ma non puoi poi pretendere troppo da me, sono un uomo, arrivo fino lì…” . “Non ne faccio mai una giusta” aggiungo. La groupie mi consola e io diluisco il mio blues dell’incapacità a maschile per certe cose bevendo uno Spritz, mentre mi vengono in mente le parole di mio nonno Ettore una volta che gli fu chiesto di fare un lavoro da donna in cucina “An sun mìa un rughìn!” (non sono mica un rughino…un ometto che fa le faccende di casa).

Spugne della Coop - foto TT

Spugne della Coop – foto TT

La Domus Saurea è in piena fase primaverile, quando voglio provare di smettere di pensare scendo e faccio un giretto nel verde, tra piscialetti, rosmarini e alberi in fiore…

Piscialetti alla Domus Saurea - Foto T

Piscialetti alla Domus Saurea – Foto TT

Rosmarino in fiore alla Domus Saurea - Foto TT

Rosmarino in fiore alla Domus Saurea – Foto TT

Osservo poi il cielo e di regola mi torna alla mente Brian, così come succede ogni volta che appoggio lo sguardo sulle cose che gli appartenevano… il rasoio che uso per aggiustarmi il pizzetto, la confezione di crema per il corpo che aveva nella struttura e che è ancora mezzo piena, i maglioncini che gli avevo regalato e che indosso in casa per avere l’illusione di essergli un po’ più vicino e così via; sono passati più di due mesi ma ancora mi commuovo per un nonnulla, non voglio dire che non ricordavo fosse così dura perdere un genitore, pure di una certa età, ma sono un po’ sorpreso dalla fatica che faccio ad elaborare il lutto. Come dico sempre razionalmente è tutto okay, ma il vuoto che mi ha lasciato mi ha preso alla sprovvista, in definitiva non si è mai pronti, ti sembra di esserlo ma non è vero.

Per scacciare la tristezza mi impongo di infilare nel lettore cd della blues mobile HONEYDRIPPERS volume one, a mio avviso miglior disco di rock and roll degli ultimi 45 anni. Che pezzi, che tiro, che swing.

Sarò sempre grato a ROBERT PLANT e a AHMET ERTEGUN per queste 5 canzoni.

Honeydrippers volume one

Tra l’altro  gli SGOCCIOLAMIELE potrebbe essere un nome adatto per una mia nuova band visto il mio precedente con CATTIVA COMPAGNIA (da Bad Co of course). Altri nomi a cui ho pensato in passato: I GIUSTIZIERI DELLA NOTTE (© Picca) (da Death Wish II of course), MATILDE SULLE COLLINE (Mott The Hoople of course), NOT THE HOOPLE (tributo ai Mott appunto), LA DITTA (dai Firm of course), PAGINA VALSECCHIA (da Coverdale Page, anche se il cognome Page deriva dalla parola italiana “Paggio” e la “valle” (Dale) del cognome di David è bagnata dal fiume “Cover” e non dal Secchia, fiume reggiano), TIRELLI TERENZIANI & MORSELLI (da Emerson Lake & Palmer), RE ARPISTA & GIACOMINO PAGGIO (da Roy Harper & Jimmy Page).

Venerdì sera sono allo Stones Café a vedere gli Sticchi (Gli Sticky Fingers Lts insomma) ma l’impianto ha un problema, così ceno, mi guardo qualche pezzo ma poi getto la spugna, il fastidio alle orecchie è davvero tanto. Strano, lo Stones Café di solito è sinonimo di eccellenza.

Torno a vederli mercoledì sera alla Bottega dei Briganti di Mountcabbage (Montecavolo insomma)… prima di arrivare sulla sinistra c’è una fabbrica con di fianco all’entrata una statua di padre pio alta alcuni metri. Scuota la testa, I throw a madonna e proseguo.

Ci sediamo al tavolo esattamente sotto al palco. Ceniamo mentre il mio blues brother Lorenz, il Rock Derringer di Vignola, viene al tavolo a chiacchierare e a farmi toccare con mano la Telecaster che ha comprato a Londra qualche mese fa.

Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 - Foto TT

Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 – Foto TT

Siamo due Gibsoniani, è vero, ma è proprio splendida. Lorenz si mette a prendere in giro gli shredder, quei chitarristi che puntano tutto su tecnica, velocità e posizioni impossibili…

Lorenz - The Shred Joke - Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 - Foto TT

Lorenz – The Shred Joke – Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 – Foto TT

Spesso, a mio avviso, sono quei musicisti che stanno uccidendo la musica. Ha ragione Picca: “sì, andiamo a vederli nei loro concerti, showcase o clinic, diciamo che sono bravissimi, poi torniamo a casa ad ascoltare Battisti e i Rolling Stones”. Già. Meglio berci sopra una weiss.

Tim - waiting for the show - Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 - Foto Saura T.

Tim – waiting for the show – Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 – Foto Saura T.

Lo spettacolo è assai gradevole. Io e la groupie ci divertiamo. Qualche pezzo originale e diverse cover, tra cui WHOLE LOTTA LOVE, HEARTBREAKER e ROCK AND ROLL. Scherzo con Jaypee (al basso) e gli do io gli stacchi. Flash (alla batteria) prima di iniziare i pezzi dei LZ mi chiede scusa per eventuali sbavature. Per la gente della zona ormai quelli sono pezzi “miei”. Ah, se solo mi arrivassero i diritti d’autore.

Al lavoro le cose vanno avanti, è sempre difficile essere un titolare in questi anni, le insicurezze che ti regala il periodo non sono piacevoli, ma se non altro si procede. Cerco di cementare il rapporto con la Kerlit, la valchiria che ho per socia, e di gestire le piccole paure che arrivano quando dobbiamo prendere certe decisioni. Quando la calma lo permette, lavoro infilandomi le cuffiette e ascoltando i video di ASMR. Fino a qualche mese fa ero un fan esclusivamente di DianaDew, ma è un po’ che Diana sembra sparita, così mi appoggio al canale CosmicTingles.

Secondo Wikipedia ASMR sta per “risposta autonoma del meridiano sensoriale, è un neologismo per indicare una piacevole sensazione di formicolio al cuoio capelluto, lungo la schiena o sulle spalle di solito accompagnato da uno stato di completo rilassamento mentale di chi la sperimenta. Essa è suscitata da diversi stimoli, cerebrali (pensieri o idee) visivi, uditivi o tattili, percepiti da un soggetto in maniera sia attiva che passiva”

Ne abbiamo già parlato qui sul blog.

Tra una “seduta” di ASMR e l’altra faccio una salto al supermercato vicino all’ufficio, compro un panino e poco altro, il totale dà l’esatta cifra del mio essere uomo di blues…
Scontrino 666026

Per lenire il tutto, in pausa mi faccio una passeggiata nel parco che ho nei paraggi, ho le cuffiette …in rotazione casuale WHO, BILLY JOEL, PHYSICAL GRAFFITI…la canzone potrà anche essere finita ma il sentimento di questa mezz’oretta è peaceful & easy

Walking Blues - Stonecity park aprile 2016 - foto TT

Walking Blues – Stonecity park aprile 2016 – foto TT

Walking Blues - Stonecity park aprile 2016 - foto TT

Walking Blues – Stonecity park aprile 2016 – foto TT

Walking Blues - Stonecity park aprile 2016 - foto TT

Walking Blues – Stonecity park aprile 2016 – foto TT

Alla Domus Saurea non essendoci più Pato, Palmiro ha un gran bel da fare per tenere a bada i quattro gatti forestieri che girano intorno a quello che il diavoletto nero della Tasmania pensa sia il suo territorio…

verso sera è sfinito e bisogna prenderlo in braccio per portarlo in casa…

Palmir & La Groupie - Domus Saurea Aprile 2016 - foto TT

Palmir & La Groupie – Domus Saurea Aprile 2016 – foto TT

Venerdì mattina Stonecity bound sento che RADIO CAPITAL, durante il programma LATERAL di LUCA BOTTURA, passa FRIENDS dei LED ZEPPELIN, ma per quanto io segua con piacere il giornalista bolognese, stamattina col sole di aprile che scalda la campagna ho bisogna di musica che non provenga dalla radio, così infilo nel lettore IV dei MAHOGANY RUSH. Al di là delle sue influenze chiarissime del chitarrista che compromettono un po’ l’ascolto, quando arrivano certi pezzi come IT’S BEGUN TO RAIN il gruppo mi permette di raggiungere le profondità cosmiche più inaccessibili e così inizio a pregare uno degli Dei, FRANK MARINO appunto.

Stamattina lodo lui, stasera, con gli illuminati, davanti all’Abbazia di Thelema di Ninentyland, loderemo il re di tutti gli dei: il Dark Lord. E così sia.

JP

 

L’arrivo di una nuova Les Paul (The Gibson connection)

31 Mar

Credo fosse il 1978, massimo 1979. Frequento l’Istituto Tecnico Commerciale Jacopo Barozzi, il mio amico Biccio il liceo Muratori, due scuole superiori una accanto all’altra. E’ una fredda mattina di autunno. Decidiamo di fare cabò, di marinare la scuola insomma. Biccio è il mio migliore amico, entrambi veniamo dal paesello al di là del fiume, la sua ragazza è la migliore amica della mia, io e lui abbiamo messo insieme una band da poco più di un anno, io amo i LED ZEPPELIN lui i GENESIS, io HUTCH lui STARSKY, io i DAMNED lui gli ULTRAVOX, io MUDDY WATERS lui CHOPIN, entrambi pratichiamo il culto interista, abitiamo in due palazzine una di fianco all’altra, i suoi genitori sono molto amici dei miei, entrambi amiamo anche i FREE, SANTANA, KEITH EMERSON, JOHN MILES, BILLY JOEL, (il primo) VASCO, DE GREGORI, (Edoardo) BENNATO e, diciamolo piano, i POOH.

Siamo due adolescenti alla fine degli anni settanta, jeans Raphael, (simil) Clarks e magliette, siamo già pieni di nostalgie e malinconie immaginarie (quello che poi oggi chiamiamo blues) ma sui nostri Tentation Romeo 4 marce sfrecciamo lungo le freeway del futuro che, siamo certi, sarà luminoso.

Non abbiamo voglia di andare a scuola questa mattina così, prima di rifugiarci in un caffè, che altro possiamo fare se non fare una capatina al MUSIC SHOP, storico negozio di strumenti musicali di Mutina a due passi due dalla stazione delle corriere? Entriamo e la vedo. E’ la prima GIBSON LES PAUL STANDARD Cherry Sunbusrt che osservo da vicino. Rimango irretito. So che non me la potrò mai permettere, così se non altro cerco di  riempirmi gli occhi coi suoi colori e le sue forme. Appoggio gli occhi su una più accessibile EKO C44, col disegno floreale, non è un granché ma chissà perché mi attira e so che forse un giorno quella potrò permettermela.

EKO C44

EKO C44

Esco dal negozio, e da quel momento la Les Paul Standard di quel colore resterà impressa per sempre nella mia maruga.

Col gruppo uso una simil telecaster presa a noleggio da Casalgrandi, la prima elettrica che compro è una FENDER MUSTANG nera, la chitarra che non sta accordata.

Il 26 marzo del 1983 mi congedo da militare e lo stesso giorno vado a PADOVA con Brian, nel negozio di un amico di un mio amico a comprare finalmente la mia prima Les Paul Standard e  il mio primo Marshall. Non hanno la Cherry Sunbusrt così opto per la Tobacco Burst.

TIM (live 1995) - Gibson LP Standard Tobacco Burst 1981

TIM (live 1995) – Gibson LP Standard Tobacco Burst 1981

Nel maggio del 1992 mia madre intraprende il viaggio verso l’ignoto e io per compensare penso di prendere un’altra Les Paul. Non sono anni facili, chiedo un prestito per poterla comprare ma sento che devo farlo. Notari, titolare di un negozio di chitarre, mi mette davanti un paio di LP Standard Cherry Sunburst e una Les Paul Custon Oxblood (che però io chiamo color malva) e stranamente scelgo il Custom. Non so perché ma collego quella a mia madre.

TIM (live 1994) - Gibson LP Custom Malva 1991

TIM (live 1994) – Gibson LP Custom Malva 1991

Sono soddisfatto delle mie Les Paul ma mi rimane la voglia della Cherry Sunburst. Prendo altre chitarre, Gibson Doppiomanico, Danelectro, ma nessuna riesce a sopire il riflesso incondizionato che mi porto dietro dal 1978. A volte mi dico, adesso ne prendo una, ma poi rifletto, cerco di essere razionale e inizio la solita litania “ma che te ne fai, ne hai già due, prima o poi smetterai di suonare, devi venderle le chitarre non comprarle” e paturnie di questo genere.

Arriva il 2016, l’anno che si porta via Brian. Per quanto fossi preparato all’idea, la cosa mi sbatte a terra con forza imprevista. Mi rialzo in fretta, riprendo la mia vita, ma il vuoto lasciato mi disorienta. Qualche giorno fa mi dico, quasi quasi mi prendo la Cherry Sunburst. La groupie, che per queste cose è un po’ incosciente, invece di frenarmi mi spinge. Mando un messaggio al mio amico Wilko, che lavora da Lenzotti, grande negozio musicale della città. Mi scrive che ne ha una usata, mi invia la foto, da cui si intravedono altre Les Paul. Sono in fustinella. Chiamo il mio amico Lorenz, il Rick Derringer di Vignola, lui sa tutto delle Gibson (e delle chitarre in genere), aveva un negozio di strumenti musicali tempo fa ed è un eccellente chitarrista Rock.

E’ così che in questo pomeriggio di fine marzo mi ritrovo nel negozio in compagnia di WILKO e LORENZ. Siamo tre gibsoniani, stavolta mi sa che non mi salvo. Prendo in mano la chitarra usata, ma non mi convince, così Wilko mi fa provare una traditional nuova color Light Burst, ma i miei occhi sono rimasti sulla Cherry Sunburst esposta lì vicino.

Le chitarre che la Gibson produce oggi sul modello delle Les Paul Standard della fine anni cinquanta si chiamano TRADITIONAL, serie T o HP. La serie HP (High Performance) sono sostanzialmente per i fighetti del giorno d’oggi, per chi è della vecchia scuola l’unico modello possibile è la T. Le STANDARD attuali hanno le camere tonali, due specie di cavità all’interno del corpo, pesano meno dunque, ma chissà come suonano…non mi interessa nemmeno saperlo.

Le due Les Paul Standard di Page sono semplicemente SUNBURST, ma le tante foto dal vivo del nostro DARK LORD, sotto i riflettori, danno alle stesse il riflesso rossastro tipico della CHERRY SUNBURST…

Jimmy Page 1973

Jimmy Page 1973

Oggi non fanno più il colore SUNBURST, oggi c’è la Light Burst, la Tea Burst, l’Honey Burst etc etc e anche se forse sono quelle più simili alle originali di Page, so che se comprerò la Light Burst ad esempio, poi mi rimarrà la voglia della CHERRY SUNBURST e che prima o poi dovrò prendermela. Proviamo la LIGHT BURST. A Lorenz e Wilko come sfumatura piace più questa, forse hanno ragione, a me ricorda la chitarra di PAUL KOSSOFF, e non sono convinto…

La Light Burst

La Light Burst

Wilko ci porta la CHERRY e i pianeti inziano a riallenarsi…

Lorenz prova la Cherry Sunburst

Lorenz prova la Cherry Sunburst

Naturalmente deve sempre esserci un po’ di blues, il pick up al ponte sembra avere un contatto, la portiamo al liutaio che opera sopra al negozio  e che poi, d’accordo con Wilko, sostituirà il pick up. L’operazione porta via più di un ora, che spendo parlando – di chitarre – con Lorenz e Wilko. Ora, quando Lorenz e Wilko parlano di chitarre non ce ne è per nessuno. Sanno tutto, e io mi rendo conto che non so proprio nulla. Wilko è naturalmente il (gran) chitarrista dei RATS, gruppo che ad inizio anni ottanta ed inizio anni novanta ebbe il suo bel dal fare, arrivando anche in classifica.

Facciamo dei discorsi che se ci allontaniamo 50 metri dal negozio la gente ci prende per psicopatici. Parliamo della TELECASTER, il modello Fender che preferiamo e Wilko arriva a dire “oh, volete sapere una cosa, per me la FENDER è la TELECASTER”. Mi guardo in giro e dico,”Oh Wil, parla piano, se ci sente qualcuno dire una cosa del genere siamo fritti” I Talebani della STRATOCASTER potrebbero minacciarci di morte.

Finalmente la chitarra è pronta. Aggiungo una tracolla Gibson, e una confezione di 50 penne (plettri) Gibson. Ma il pannetto per le corde è Fender, maledizione.

Usciamo dal negozio. Offro uno Spritz a Lorenz. Finiamo per fermarci nel bar per un’altra ora e mezzo. Fuori c’è il sole primaverile, sto bevendo un aperitivo col mio Gibson Twin, ho appena comprato una Les Paul, anzi LA Les Paul…la vita potrebbe andar peggio. Parliamo ininterrottamente di chitarre, di rock e di Jimmy Poige e del suo incredibile declino come chitarrista, dalle altezze siderali alle terre basse di Leopold *

* https://timtirelli.com/2012/05/15/c-s-i-rock-is-jimmy-page-dead/

Alle 19,30 ci lasciamo. Arrivo a casa, la groupie è ad un corso d’inglese. Apro la custodia… dio (cioè Page), quanto è bella.

TIM - Gibson Les Paul Traditional T 2016

TIM – Gibson Les Paul Traditional T 2016

Mi faccio la doccia, il solito piatto di quando sono a casa solo (spaghetti alle vongole of course), mi bevo una birra e mi rilasso sul divano. Rincasa la Valentino Rossi del rock and roll, corre nello studiolo: “Tyrrell, ma è bellissima!”. La groupie è al settimo cielo. Di donne così, non ce n’è.

Al mattino mi sveglio alle 6. Non riesco a riprendere sonno. Penso solo a lei. Mi alzo, la prendo in braccio e me la coccolo un po’.

Arrivo al lavoro, lavoro ma penso a lei. Ho un “friccico nel core”, lo condivido con alcuni amici. Ogni tanto guardo la foto, mi commuovo, e lo faccio sul serio, la vivo come un segno del blues, del blues e di Brian. Non so se riuscirà a compensare la recente perdita, ma se non altro mi farà sentire vivo. Benvenuta a casa babe, I’m NEVER gonna leave you.

TIM Gibson LP Traditional T 2016

TIM Gibson LP Traditional T 2016

Nome: La Lina

Soprannome: La Braiana

Modello: the Brian Brini Special

What?
Well, let me roll up on to the sidewalk and take a look, yes
Whoa! She’s beautiful!
I’m talking about a Cherry Rose
Ha ha ha ha ha
And she looks wild, wild, wild, wild!

 

Searching for Brian

5 Mar

Cosa succede dopo che hai perso un genitore? Beh, dopo che sei passato attraverso quell’anomalia temporale dei quattro giorni che seguono la dipartita di tuo padre e la gestione della veglia, del funerale, degli amici e dei parenti, inizi a prendere atto dell’assenza. In alcuni momenti non ti sembra possibile, non ti sembra vero, pare una cosa davvero troppo grande per essere reale, ma poi ti tocca fare i conti con la realtà.

Così affronti gli impicci legati alle inevitabili faccende burocratiche: la nuova lapide, il rogito per la nuova concessione del loculo, la puntata al Caaf per sapere cosa fare esattamente per la questione dell’Inps (la pensione insomma), un nuovo breve momento insieme ai famigliari per la tumulazione dell’urna con la polvere di stelle di tua madre che hai dovuto fare cremare per far posto alla bara di tuo padre e sciocchezzuole di questo genere.

Uno dei passaggi più difficili è tornare nella struttura in cui Brian era ospite, dapprima per ritirare i suoi effetti personali poi, dopo la cernita, per lasciare i suoi vestiti più dignitosi. Ne aggiungi anche dei tuoi, tanto non metterai mai più i capi che giudichi passati, lei dice che ormai sei diventato un fighetto come Mancini. La struttura accetta volentieri i vestiti ancora belli, alcuni ospiti non hanno parenti che li vengono a trovare dunque nessuno che compri loro qualcosa in caso di bisogno, altri hanno i famigliari ma sono così tirati a livello economico che non possono permettersi nulla. In caso rimanga qualcosa o che certi maglioni siano troppo “moderni”, l’abbigliamento in surplus viene dato alla chiesa lì a fianco gestita da Don Sergio, fondatore della struttura: ogni settimana c’è la fila di gente (stranieri e non) in difficoltà a chiedere cose da indossare.

Entrare nella struttura è dunque difficile, le persone che fino al giorno prima frequentavi e vedevi un giorno sì e uno no, di colpo escono dalla tua vita, e quando torni per sistemare le ultime cose vedi che loro, pur con dolcezza, sono già passati oltre mentre tu sei rimasto cristallizzato ai giorni in cui tuo padre era ancora ospite della struttura. Il personale ti accoglie con simpatia e affetto, ma non sei più un famigliare di un loro ospite, non sei più un loro “cliente”, piccole differenze che noti all’istante.  Non è facile tornare in quel posto, rivedi il pergolato dove in primavera e in estate portavi Brian per la sua ora d’aria, rivedi gli ospiti che facevano parte del giro di tuo padre (e alcuni non se lo ricordano già più), rivivi i tanti momenti passati negli ultimi quindici mesi come solo un uomo di blues come te può fare, e quando esci non puoi fare altro che infilarti i Ray ban.

In macchina ascolti cose tipo JONI MITCHELL e STANLEY CLARKE. Provi a metter su la musica in cui di solito ti rifugi quando hai bisogno di sicurezze ma non riesci ad ascoltarla. Provi col bootleg FOR BADGE HOLDERS ONLY (LA Forum 23/6/77), uno dei capisaldi delle registrazioni non ufficiali del tuo gruppo preferito, i LED ZEPPELIN, ma dopo un minuto devi toglierlo, provi col secondo di JOHN MILES ma dopo qualche secondo l’impulso è lo stesso, BAD COMPANY nemmeno a pensarci, ELP, FREE, JOHNNY & EDGAR WINTER , AEROSMITH neanche, quasi ci fosse un bisogno di tenere separata la musica che ti ha modellato al dolore della perdita di colui che ti ha creato. Resti allora su cose che comunque ami molto ma più neutre.

STANLEY CLARKE…

e JONI MITCHELL…

Per diversi anni ti sei  preso cura di Brian in tutto e per tutto e quando la cosa finisce vai incontro ad un vuoto che ti disorienta. Speri così che passino in fretta un po’ di settimane, il tempo necessario per elaborare meglio la cosa e per lenire il dolore. Riprendi ad andare a concerti, a fare le prove col tuo gruppo, a vivere e ad amare. Ti illudi d’ iniziare a trovare un poco di equilibrio, ma sotto la cenere non ci sono braci, ci sono tizzoni ardenti. Così, una volta rimessoti perlomeno in piedi, ti metti alla ricerca di Brian, dei tuoi ricordi con lui, mentre senti che la vita torna a scorrere e nello lettore della blues mobile iniziano ad arrivare i tuoi dischi, SANTANA III ad esempio…

FOXTROT…

 

Per quanto doloroso senti che è un passo che devi fare quello di tornare sui suoi passi. Indugiare nella tristezza non è mai salutare, ma ognuno si arrangia come può per elaborare certe perdite.

Passi davanti al palazzo in cui Brian ha abitato gli ultimi due o tre lustri, volgi lo sguardo alla finestra della cucina, la finestra da cui si affacciava i sabati mattina in attesa che tu arrivassi, passi davanti al Conad del New Tower e del bar di Chen il cinese dove andavate a fare la spesa e a prendere un caffè, vai a mangiare una pizza con tua sorella nella pizzeria lì vicino, uno degli ultimi ristoranti in cui siete stati con Brian, e poi vai a Ninentyland, il tuo paesello natio, dove il vecchio ha passato almeno quarant’anni della sua vita. Ti fai un bel giro a piedi, ricordi lontani ti rapiscono e ti riportano in quel tempo in cui tutto ti sembrava andasse bene, in cui la tua era una famiglia felice, in cui sulla vita e sul futuro il sol dell’avvenire avrebbe sempre dominato.

Ti fermi nel bar dove gli ultimi anni portavi Brian, ti bevi un crodino in suo onore, il barista ti chiama Tirelli, ti fa le condoglianze e ti chiede notizie, tu ti concentri su quell’erma torre che sempre cara ti fu per cercare un appiglio nel tempo e nello spazio…

NNT, Torre dei Modenesi detta torre dell'orologio.

NNT, Torre dei Modenesi detta torre dell’orologio.

Mentre al mattino vai al lavoro, nelle giornate limpide, t’imbatti nel bel panorama del Monte Cusna innevato e ogni volta ti sembra di essere trasportato dalle note di APPALACHIAN SPRING di AARON COPLAND…

Monte Cusna - panorama dalla pianura

Monte Cusna – panorama dalla pianura

Poi col passare del tempo ti sembra di iniziare ad assorbire la botta, quasi ti sorprendi della cosa fino a che inciampi in piccoli episodi che ti fan capire che in fin dei conti ci sei ancora dentro, e probabilmente lo sarai sempre. Dopo averli lavati e stirati lei ti appoggia sul como’ quei pochi maglioni di Brian che hai tenuto per ricordo, tu li prendi e li porti nell’armadio su in soffitta, mentre lo fai li stringi a te e un fiotto di lacrime ti annebbia la vista.

Ti ricomponi, ti butti sotto la doccia, Radio Capital passa FATHER AND SON di CAT STEVENS e in mezzo secondo ci ricaschi. Meno male che lo scroscio d’acqua confonde le lacrime.

Finisci anche per comprare il primo numero con annesso modellino di una nuova collana dedicata agli autobus, Brian era un autista di corriere e così ti sembra logico avere quel pullman blu sopra alla mensola della sala.

Brian e la corriera

Brian e la corriera

Una volta chiedesti ad un amico tuo coetaneo come stesse suo padre il quale aveva appena perso la vecchissima madre. Il tuo amico ti rispose una cosa del tipo ” è ancora lì che tribola per la faccenda di sua madre, mah”, quasi incredulo della cosa. Magari gli esserei umani hanno reazioni diverse davanti a queste cose, magari uno non capisce e non immagina cosa possa significare una perdita del genere fino a che non ne affronta una. Tutte cose inevitabili, è uno dei misteri insondabile della vita, ma è buffo vedere che nonostante siano milioni di anni che gli esseri umani (in forma primitiva o evoluta) affrontino queste perdite ancora le vivano con tanto patema, perché come ti ha scritto in un telegramma il padre del tuo amico in questione “quando se ne vanno è sempre troppo presto” … già.

Nonostante questi pensieri ti chiedi se un uomo della tua età debba commuoversi così, debba piegarsi al volere di questo sentimentalismo da strapazzo…ne sei conscio, lo capisci, ma non puoi farci nulla. E intanto è già passato un mese.

Quanto ti manca il vecchio Brian.

Father & Son (Tim & brian dicembre 2014)

Father & Son (Tim & Brian dicembre 2014)

 

 

 

 

Cinque anni di blog

18 Feb

L’anniversario di quest’anno cade in un momento particolare, non ho tanta voglia di festeggiare, ma non potevo tralasciare di scrivere due righe a proposito. Cinque anni per un blog sono un traguardo mica piccolo, per tenerlo attivo occorre una certa autodisciplina e, nel bene o nel male, una vena di una certa profondità. Avere cose da dire e da condividere per un tempo così lungo e solitario (long & lonely time, insomma) non è scontato se nella vita fai anche altre cose.

Eppure eccomi qui, in fin dei conti sorpreso della cosa e orgoglioso della comunità che si è formata intorno a questo spazio per l’uomo di blues.

Sì, il merito è vostro, donne e uomini di blues, il vostro aiuto, il vostro affetto, il confronto che sempre garantite, sono la linfa che mantiene in vita questa piccola avventura. Più di mezzo milione di visite, 1483 articoli, 6640 commenti, mica robetta da tutti.

Ancora un volta quindi mando a voi il mio più sincero ringraziamento, I love you all. Che il signore dell’oscurità vegli su di noi.

The Dark Lord - Knebworth 1979.

The Dark Lord – Knebworth 1979.

 

Un padre di nome Brian

10 Feb

Giovedì 4 febbraio, attraverso quello spicchio di campagna che sta tra le fabbriche di Stonecity e quelle di Mutina in questo soleggiato e tiepido giovedì pomeriggio. E’ davvero una bella giornata, ma mi chiedo se si possa chiamare così visto che in pratica non piove e non nevica da tre mesi. Leggo i pensieri di certe amiche, le sento felici che l’inverno sia così mite e avaro d’acqua, ma io scuoto la testa, penso alla nostra terra, alle riserve d’acqua, al fatto che il pianeta ha la febbre.

Mi sto recando, per lavoro, nel nuovo ufficio del commercialista e benché Mutina la conosca più o meno come le mie tasche non azzecco la svolta per quel desolation row che è via Cantelli. Non posso nemmeno svoltare alla successiva, Joseph Greens Boulevard viene a buttarsi sulla Emily Road sotto forma di senso unico in quel punto. Svolto così in St John Wood e parcheggio poco più avanti. Non mi dispiace, parcheggiare lontano dai posti dove devo andare sta diventando un piacevole stratagemma per farmi qualche passeggiata a passo sostenuto. Non sono tipo d’andare in palestra (an s’è mai vest Johnny Winter fèr chi lavor lè… non si è mai visto Gianni Inverno fare di quei lavori lì) e la lunga sgambata della domenica mattina non è sufficiente per restare in forma.

Suono, salgo, mi accomodo. Questioni lavorative con chi ci segue e poi due chiacchiere con il titolare e la sua socia. Riscendo, passeggio, salgo in macchina.

Faccio tappa alla House of the Rising Sun (down), la struttura dove risiede Brian. Il vecchio è di nuovo ammalato. Una ricaduta dopo una prima influenza. Questa volta sento il dottore parlare di colecisti. Entro nella stanza in penombra. L’altro ospite (59 anni) dorme, la tv è accesa. Brian sta farfugliando qualcosa, sembra stia parlando con qualcuno, e a quel qualcuno dice “Veh che c’è mia figlia Tim”. Sorrido, immagino che con una sola frase abbia pensato contemporaneamente a me e a mia sorella, cerco di gestire le emozioni, ma anche oggi ho subito una strana sensazione, la sento la nera mietitrice dietro la porta. E’ una sensazione che ho da qualche giorno. Non è solo questione di febbre, di bronchite o chissà cosa, Brian è provato, è sofferente nel suo quasi lucido delirio, si sta spegnendo, lo vedo. Lunedì mi aveva riconosciuto, avevamo parlato, cercando di capirci e di far allineare gli alfabeti diversi che in quel momento usavamo. Gli avevo chiesto se mi voleva bene e lui mi aveva risposto in dialetto reggiano “non hai nemmeno da pensarci , te ne voglio tanto” e al momento di salutarci mi aveva detto “Ciao Piròn”. Mentre uscivo ero cosciente che quel “ciao Piròn” me lo sarei ricordato a lungo.

Martedì e mercoledì passa da lui mia sorella, anche lei sente che c’è qualcosa che non va, mi confida le sue paure.

Oggi Brian parla, faccio finta di capirlo, annuisco. In alcuni momenti fa quello sguardo tipico di quando raccontava fatti di una certa importanza con un po’ di ironia, porta spesso la mano alla bocca come se volesse bere qualcosa. Gli do un po’ d’ acqua. La mano sotto la sua testa, con cautela lo sollevo e lui beve. Gli chiedo se mi riconosce, gli dico, nel mio miscuglio di dialetto modenese-reggiano “sono tuo figlio” e lui di rimando “al so!” (lo so). Sto lì con lui 15/20 minuti, poi gli dico che devo tornare a lavorare, lui dice qualcosa sulla importanza del lavoro e poi torna ad inseguire i suoi fantasmi. Gli do un bacio, lo saluto, vorrei che mi dicesse ciao anche oggi, ma non lo fa. Allora gli do la mano, lui risponde al saluto. Prima di uscire lo guardo un’ultima volta.

Esco con un fardello pesante sull’animo. C’è il sole, ho la scusa per infilarmi i Ray Ban. Mi butto sulla tangenziale, il terzo di JONI MITCHELL nel lettore cd della blues mobile, sono verso la fine al disco per una sequenza mica da ridere: YELLOW BIG TAXI…

WOODSTOCK, con l’intro che mi ricorda ovviamente il pezzo BAD COMPANY dell’ omonima band…

e la bellissima THE CIRCLE GAME che ogni volta mi fa venire in mente GOING TO CALIFORNIA.

Arrivo in ufficio, poi esco, arrivo nel posto in riva al mondo, il solito susseguirsi di eventi di un giorno feriale. La doccia, la cena e poi mi riguardo su MY SKY l’ultima puntata registrata di LILYHAMMER. Lei è con me sul divano, sorridiamo, LITTLE STEVEN è divertente, ma il mio pensiero corre spesso a Brian. C’è qualcosa che non va. Sono preoccupato. Vado a letto, leggo qualche pagina di UN GIOCO QUIETO di GREG ILES, il primo capitolo della saga di PENN CAGE e poi, a fatica, mi addormento. Nel buio della notte squilla il telefono, mi alzo dal letto immediatamente, corro verso il cellulare, guardo l’ora, sono le 4 e 10, so già cosa mi aspetta. Mi sorella mi avvisa che hanno appena chiamato dalla struttura, Brian è morto. Mia sorella accenna un comprensibile singhiozzo, la riprendo subito, come a dire, non è il tempo delle lacrime questo, prima organizziamoci e affrontiamo l’urgenza. La mia autodisciplina a volte mi fa paura. Mi siedo un attimo sul letto, sento lei che da dietro mi abbraccia. Faccio il punto della situazione e decido le prime mosse. Mentre mi vesto e poi mentre preparo la colazione i primi singhiozzi e le prime lacrime. Alle sei siamo alla struttura. L’infermiera ci racconta come è successo. Brian se ne è andato, più o meno tranquillamente, nel sonno verso le 4. Lo accompagnano giù nella camera ardente della struttura, arriva il fondatore della casa protetta, Don Sergio, per una prima benedizione e una parola di conforto. Chiamo la funeral home Terracielo, arrivano immediatamente. Inizio ad avvisare i parenti. La Terracielo funeral home è una casa funeraria all’avanguardia, di impostazione americana. Le camere ardenti sono chiamate sale e sono composte da un salottino (riscaldato) con divani e poltroncine e una stanza refrigerata dove viene messa la salma. Il complesso è molto bello, bagni pulitissimi, bar, ristorante, cappella per le funzioni cristiane, sale per le funzioni di diverse religioni, credo o convinzioni. Con loro definiamo tutte le cose da fare. Porteremo Brian a San Martino in Rio, dove riposa mia madre. Il problema è che non ci sono più tombini liberi, ne stanno costruendo 260 nuovi ma prima di alcuni mesi non saranno pronti. Rimango basito, ma verrò a sapere che parecchi altri cimiteri hanno le stesse problematiche. Decidiamo così di cremare i resti di mia madre in modo che nel loculo ci sarà spazio per entrambi. E’ davvero strano dover prendere decisioni di quel genere in un momento in cui non hai ancora elaborato la dipartita di tuo padre.

SAMSUNG

Brian

Mi fiondo quindi a San Martino, devo firmare delle carte per dare l’autorizzazione alla cosa. Terminate le pratiche decido di andare insieme a lei a fare una seconda colazione, siamo affamati. Il bar è di fianco alla chiesa, quella dove Brian e mia madre si sono sposati. Sospiro. Al pomeriggio torno a Modena, Brian è nella “Sala delle Stelle”, sala che cromaticamente vira al blu. Entro nella stanza dove lo hanno preparato, subito non mi sembra nemmeno lui. Mi metto a piangere. Inizia ad arrivare qualche zia e qualche cugina. Verso le 19 si torna a casa. Al momento sono occupate due delle dieci sale. Sono sveglio dalle 4, sento tutta la stanchezza fisica e spirituale mentre mi corico nel letto, spero solo di riuscire a dormire.

Ad un certo punto mi sveglio, è ancora buio fuori ma spero siano almeno le 5 o le 6, speranza vana: è l’1,50 di sabato. Mi alzo, mi faccio una camomilla, cerco di distrarmi. Alle quattro faccio per tornare a letto, Palmiro è nel mio posto, lo sposto, mi infilo sotto il piumone, lui si rigira verso di me, pianta il suo muso umido sotto il mio mento e con le zampe mi abbraccia il collo. E’ un riflesso casuale di un felino, è pura suggestione, ma che Palmir mi abbracci mi fa davvero tanto piacere.

Brian e Palmir - estate 2012

Brian e Palmir – estate 2012

Alle 6 mi alzo definitivamente tanto non riesco a dormire, nel dormiveglia vedo Brian che popola i miei mezzi sogni e le mie visioni.

Sabato mattina si ritorna a Terracielo. Lei è sempre con me, mi tiene sotto controllo. E’ una presenza costante, riservata, attenta; mi fa sentire al sicuro. Il salottino è molto accogliente e rende meno faticosa la cosa. C’è uno schermo che rimanda le foto di Brian che abbiamo scelto, sono tutte foto degli ultimi anni, foto “simpatiche” e oneste: Brian che si mangia un gelatino, Brian al bar che si beve un crodino, Brian che fa il segno del Rock, Brian con la tshirt degli Allman Brothers e di Jimmy Page.

The Allman Brian Band

The Allman Brian Band

Brian yr aur

Brian yr aur

 Tra mattina e pomeriggio arrivano amici e parenti a consolarci e a salutare Brian. Io e mi sorella facciamo possibile per essere forti. A volte non è facile. Ci sono momenti in cui devo appartarmi o trovare una scusa per uscire perché non riesco a contenere le lacrime e i singhiozzi. E’ spossante ma molto salutare ripetere a tutti le stesse cose, dare le stesse risposte alle domande che tutti fanno, butti fuori tutto e arrivi a sera che sei in qualche modo più sereno. Osservo la gente che va e che viene. E’ spesso presente anche la mia ex compagna, era molto legata a mio padre e alla mia famiglia. La vedo persino chiacchierare con la mia compagna attuale. Merito del vecchio Brian, senza dubbio.

Un mio cugino, il più vecchio di quelli dalla parte di mia madre, racconta un aneddoto che non sapevo. Siamo nei primissimi anni sessanta, io sono praticamente appena nato, abito insieme ai miei nella vecchia stazione dei treni di Nonantola. Mio cugino era molto, molto legato a mia madre e quando poteva veniva da noi. Un suo vicino di casa era un camionista che faceva la spola tra San Martino e Ferrara, partiva al mattino e tornava la sera. Mio cugino chiedeva un passaggio e l’autista lo lasciava di fronte al viale della stazione a Nonantola per poi riprenderlo alla sera. Mia madre e sua madre si mettevano d’accordo telefonando ai bar più vicini alle loro rispettive abitazioni. Mi cugino aveva otto/nove anni e ci racconta che lo “zio Lino”, Brian appunto, lo faceva sempre divertire. Nella vecchia stazione a piano terra c’era, dice lui, uno stanzone enorme e buio, col soffitto molto alto e un grosso camino. Brian gli diceva “dai che andiamo sotto al mare ad esplorare”, si metteva in testa il suo berretto da autista di corriere e lo portava nello stanzone a giocare ai palombari in esplorazione negli abissi marini; mio padre che cammina piano davanti e mio cugino dietro, con Brian che simulava il rumore del respiratore della bombola ad ossigeno azionando una vecchia pompa manuale da bicicletta. Ah, solo Brian! La giornata è lunga ma le persone che vanno e vengono, i tanti messaggi a cui devo rispondere e le telefonate fan sì che poi alla fine voli via.

Brian

Brian

Ognuno ha il suo modo di fare le condoglianze, ma ognuna fa certamente molto piacere, le testimonianze di affetto rendono il tutto meno difficile. Qualcuno arriva a dire la solite cose che si dicono in questi momenti: “Se doveva soffrire, forse è meglio così”. Capisco che non sia automatico comprendere le varie sfumature, uno che soffre di alzheimer in forma grave da qualche anno e che è ospite di una struttura deve per forza essere su di una sedia a rotelle e passare la giornata avulso dalla realtà fissando il muro. Per alcuni è davvero così, l’ho visto con i miei occhi, ma fortunatamente non era il caso di Brian. Con lui era ancora possibile avere un rapporto, seppur confuso ogni volta mi riconosceva, a volte era anche in grado di fare ironia sulla sua condizione (“Brian, ma cosa c’è dentro alla tua testa?” “Mah, ormai non c’è più niente”) (Brian sai quanti anni hai?” “Uhmmm, 20? 50?” “No, ne hai molti di più papà, ne hai 86” “Beh mo’, allora son vecchio!), quindi posso tranquillamente dire che Brian me lo sarei tenuto volentieri per altri anni anche perchè, in generale, come mi ha scritto il padre di un mio caro amico in un telegramma “Quando se ne vanno è sempre troppo presto”. Non mi posso lamentare, 86 anni sono una discreta cifra, ma ne avrei voluti altri.

Domenica mi addormento alle due del mattino, quando vado a letto, mentre mi stendo, allungo un braccio e sfioro con la mano Palmiro che dorme lì da qualche parte, lui si gira e mi prende la mano tra le sue zampe.  Ancora, è un riflesso casuale, è pura suggestione, ma che Palmir mi tenga la mano mi fa davvero tanto piacere. Alle 6.30 sono già sveglio. Non andrò alla Funeral Home stamattina, va mia sorella, così faccio colazione e cerco di stendermi sul divano con NAT GEO WILD canale 409 in sottofondo, stratagemma che uso per cercare di addormentarmi. Non riesco. Cerco di tenermi occupato, sistemo l’armadio e i conti di casa. Poi quasi senza accorgermene accendo il Marshall che ho in casa, attacco la Les Paul e provo a suonare qualcosa. Mi tengo lontano dai giri in minore, non voglio cadere sul banale, così abbozzo un giretto di SOL, SIm, FA, DO, ripeto gli accordi due e tre volte e poi parto con una improvvisazione morbida color pastello, intreccio la pentatonica minore con la maggiore, aggiungo la scala minore  e qualche sghiribizzo delle scale modali. Ne fuoriesce una solista malinconica ma non troppo triste col selettore posizionato sul pick up al manico che dà al tutto la timbrica giusta. Battezzo all’istante questa cosuccia “Blues per Brian”. Mi metto a piangere di nuovo. Ripongo la chitarra ed elaboro il fatto che è la mia GIBSON LES PAUL CUSTON, quella che comprai all’indomani della scomparsa di mia madre (la chitarra infatti si chiama Mara). Tipiche considerazioni blues di Tim Tirelli. L’Inter pareggia 3 a 3 con l’ultima in classifica, nemmeno una gioia nel momento in cui ne ho più bisogno. Torno a Terracielo. E’ vero, quattro giorni di presenza alla funeral home sono tanti, per questione tecniche abbiamo dovuto organizzare il funerale solo per lunedì pomeriggio, ma d’altra parte bisogna dire che così si ha il modo di salutare con calma tutti gli amici e i parenti che vengono a fare una visita e lo stesso Brian.

Brian

Brian

Lunedì di primo mattino mi aspetta un compito gravoso, devo essere presente per la estumulazione e la esumazione di mia madre. Alle 4,30 sono già sveglio. Non mi meraviglio. Preparo la colazione. Alle 8,20 sono al cimitero. Lei è con me. Gli addetti del comune tolgono la bara dal loculo e la portano alla camera mortuaria. L’addetto di Terracielo mi spiega la cosa, il modo è professionale ma il suo forte accento reggiano rende l’argomento meno ostico. Ad un certo punto chiede se vogliamo guardare prima che si faccia l’operazione e si prepari il tutto nella nuova bara di cellulosa per la cremazione. Mi gira la testa, mi allontano di qualche metro, lei si assicura che io stia bene e poi mi dice ” io vado, voglio vederla la Mara”. Guardo questa donna, questa amazzone, questa valchiria che ho per compagna… che carattere, che forza, che spirito. Torna e mi dice che è contenta di averlo fatto. Vado anche io, do solo un’occhiata. La cosa è meno scabrosa di ciò che possa sembrare. Sembra ancora che riposi. In qualche modo sono contento di aver rivisto mia madre dopo 24 anni e so che quell’immagine non scalfirà il dolce ricordo che ho di lei, che è solo la rappresentazione del cerchio della vita. Mi sono chiesto se siano cose queste da scrivere in un blog, ma credo che questo sia, se non altro, un blog che non ha paura di affrontare le prove difficili a cui un uomo nella propria vita deve essere pronto, eventualmente, ad andare incontro.

Se fino adesso quest’ultima pagina della vita di Brian era iniziata tutto sommato a velocità ridotta, da questo momento prende una velocità imprevista. Torno a casa, mi preparo e torno al Terracielo per l’ultima oretta nella sala dove è Brian e quindi per il funerale. Arrivano gli amici, lo zoccolo duro degli illuminati del Blues è lì con me, arrivano amici di mio padre, parenti e conoscenti. Venerdì le sale occupate erano due, domenica erano dieci e dieci sono i funerali. Tutto è organizzato al minuto e tutto si consuma velocemente. Siamo i primi del pomeriggio ad usufruire della grande cappella interna. Prima della messa parte l’AVE MARIA di Schubert e io non riesco a trattenermi, mi metto a singhiozzare come un bimbo. Lei e mia sorella mi accarezzano. Penso al ricordino che ho fatto fare anche per mia madre vista la cremazione, la frasetta che ho fatto scrivere è “Ave Maria, piena di grazia”… ai più sembrerà l’incipit della preghiera, ma per me è il saluto a mia madre, che di nome faceva Maria ed era sì, piena di grazia.

Mi ricompongo. Il prete inizia il sermone che devo dire mi è anche piaciuto, semplice, diretto, senza troppa enfasi, tipico dell’Emilia. Mentre il prete parla sul grande schermo passano le foto del vecchio Brian, mi verrebbe da ridere nel vederlo fare il segno del Rock lì in chiesa se non fosse che sto affogando tra le lacrime.

Brian

Brian

Nemmeno mezz’ora e tutto termina. Mentre la bara esce parte WISH YOU WERE HERE, ma io sono così preso che non me ne accorgo nemmeno. Giusto il tempo di uscire dalla cappella che è già il turno di qualcun altro. Saluto e ringrazio tutti quelli che sono venuti, vorrei trattenermi un po’ ma il carro funebre (davvero bellissimo) è già pronto. Alle 16 siamo a San Martino, dove ci aspettano i parenti e amici e procediamo alla sepoltura. Ci tratteniamo per più di un’ora e poi ce ne andiamo.

Una volta a casa scatta il riflesso incondizionato di fare una doccia e di mettere a lavare tutti i vestiti usati in questi ultimi quattro giorni, quasi a voler togliere anche dalle fibre le particelle di tristezza.

Martedì sono già al lavoro, ho alcune cose inderogabili da fare; è stranissimo passare da un periodo di quattro giorni dove, tuo malgrado, sei al centro dell’attenzione e tutto gira intorno al ricordo di tuo padre, alla quotidianità che riprende come se nulla fosse. Forse sarebbe stato meglio prendersi qualche giorno in più per elaborare il lutto, ma, oltre alle incombenze lavorative, ricordo quello che disse una mia amica che tornò a lavorare poco dopo la morte del padre: “non voglio fare della morte un mito.”

Brian

Brian

Terminano dunque qui le avventure del vecchio Brian, storielle che incredibilmente hanno conquistato parecchi lettori di questo blog. Ne ho parlato alla mia maniera, con la scusa di parlare delle inezie della mia personale quotidianità ho cercato di affrontare un argomento non esattamente facile, quello della vecchiaia, della gestione di un vecchio ai giorni nostri e, specificatamente, dell’alzheimer. Ho cercato di essere sobrio, ma so di non esserci riuscito, sono italiano e sentimentale, sono portato al melodramma e all’enfasi, spero di non aver indugiato troppo nella retorica. In questi giorni alcuni mi hanno detto o scritto cose del tipo ” gli ultimi anni di Brian sono stati un po’ il tuo capolavoro”. Lo hanno fatto in diversi sottolineando e ripetendo più volte il concetto. Li ho ringraziati, capisco il loro punto di vista, ma mi sono sentito in imbarazzo. Sono stato davvero così bravo? Non credo. Come dice mia sorella “alla fine pensi sempre che avresti potuto fare qualcosa di più”.

Già, avrei potuto restare da lui un po’ più a lungo il sabato mattina, invece di starci a volte solo 40 minuti per poi andare a fare le mie cose, avrei potuto allungare le mie pause pranzo e passare più tempo con lui, i sensi di colpa ci sono, ma sono solo un uomo, anche io evidentemente faccio quello che posso.

Ho avuto negli anni un rapporto burrascoso con Brian, non starò certo a scrivere che è stato il miglior padre che uno potesse desiderare, perché non è così, ha fatto del suo meglio secondo le sue possibilità, forse non meritava un figlio così esigente e rompicoglioni. Gli ultimi anni sono stati però quelli in cui il nostro rapporto si è finalmente risolto. Ho fatto fatica ad accettare la sua malattia. Ricordo ancora le prime avvisaglie… Brian che non riesce ad infilare la spina del televisore in una riduzione particolare, Brian che fatica a memorizzare la funzione di accensione, spegnimento e cambio canale nel telecomando della TV e io che lo incalzo incazzato. Mi dolgo di certi miei comportamenti, di certe bacchettate, di certe urla ma per un figlio è davvero arduo venire a patti con la menomazione cognitiva o fisica di un genitore, si vorrebbe che fossero sempre un punto di riferimento per noi. Mi sento male se penso a quanto stronzo sono stato certe volte, facile prendersela con i più deboli, con un vecchio affetto da demenza senile. Spero che mi abbia perdonato e che nonostante tutto abbia capito quanto bene gli ho voluto. Cerco di convincermi che sia così, perché negli ultimissimi anni quando gli chiedevo chi fossi (per vedere se capiva che ero suo figlio), non ricordando sempre esattamente il mio nome o che grado di parentela avevamo, mi descriveva con le prime parole o i primi concetti che gli venivano in mente: “sei il mio capo”, “sei il generale“, “sei il dirigente” fino al dolcissimo “sei quello che mi protegge“.

Chissà che ingorghi di traffico nei suoi pensieri quando mi confidava, in dialetto reggiano, “Tim, an capès più gninto… Tim, non capisco più niente“, eppure era sempre sorridente e sempre felice di stare in mezzo alla gente. Nonostante l’alzheimer riconosceva ancora il suo soprannome senza problemi. Già, Brian, mutuato da un fumetto che nella seconda metà degli anni settanta pubblicavano su L’INTREPIDO o su IL MONELLO, BRIAN DEI GHIACCI appunto (le storie di uno scienziato che si era ritirato a vivere al Polo). Una sera di un freddo inverno mio padre tornò a casa dal lavoro con la sua giacca di pelle col grande bavero tirato su e disse qualcosa – con la sua solita enfasi – circa il freddo e il gelo che c’era per strada, da lì scattò il BRIAN DEI GHIACCI.

A volte mi chiedo se l’alzheimer non sia un escamotage del cervello per lenire in certi individui l’angoscia della consapevolezza del diventare vecchi. Chissà. Spero solo che questi ultimi anni si sia accorto del bene che gli abbiamo voluto, e che si sia sentito accudito e protetto.

Faccio un po’ di conti, è almeno dal 2009 che ho iniziato ad seguirlo con più attenzione fino alla totale gestione dei quattro anni che vanno dal 2011 al 2014 con totale annullamento della mia vita privata. Poi gli ultimi 14 mesi nella struttura di cui era ospite. Oggi delle lunghe giornate passate a fargli da badante mi restano più che altro i bei ricordi. I nostri sabati mattina a far colazione al bar di Nonantola,

Brian

Brian

le domeniche pomeriggio sul divano a vedere un film su Rai 5 o ad ascoltare un concerto di musica classica, cosa che aveva iniziato a piacergli un sacco, lui che colora disegni che stampavo da internet. Mi mancheranno le sue mani nelle mie, mi teneva forte, quasi fossi un appiglio che gli impediva di scivolare verso l’abisso e mi mancherà lui, per come era.

In questi ultimi 14 mesi in cui è stato ospite della struttura la mia vita ha subito un miglioramento drastico, era un piacere andare a trovarlo anche se a volte dovevo farlo di fretta in pausa pranzo. Adesso mi chiedo cosa farò al sabato mattina, avrò senza dubbio maggior tempo per me stesso, ma non era tempo per me stesso anche andare a trovare il mio vecchio? E una sensazione molto strana, negli ultimi sei sette anni hai dovuto gestire tuo padre in toto e adesso d’improvviso non hai più quella responsabilità, quell’onere e quell’onore. Ci si sente spaesati. E sradicati: non avere più nessun genitore ti costringe a fare i conti con te stesso, ora sei davvero tu l’adulto.

Pieno di questi pensieri strambi contemplo il cielo, non sono religioso, non credo nell’al di là, non sono nemmeno sicuro che esista l’al di qua, ma forse quando lasciamo questo pianeta la nostra scintilla di energia inizia a girare per le misteriose profondità dell’universo. Chissà se la sua ha raggiunto quella di mia madre, guardo il cielo e lo spero.

Buon viaggio papà, ovunque tu sia diretto.

Brian

Brian

Lino Tirelli – Villa Bagno (RE) 30/11/1929 – Modena 5/2/2016

Gli artisti che se ne vanno, Ciuffy che le canta a Sarri e la bellezza degli album di musica Rock

26 Gen

In questo inizio anno se ne sono andate alcune figure importanti della musica Rock e su facebook c’è stata un alluvione di commenti. La dipartita di Bowie ha fatto straripare gli alveoli di questo social network, tutti, e intendo tutti, si sono sentiti in dovere di commentare, di piangere, di comunicare al mondo quanto fosse importante questo artista.

Io sono rimasto perplesso circa questo comportamento narcisistico (questa è da tempo la deriva di facebook), perché più che omaggiare con un ultimo saluto un grande artista Rock, nell’ 80% dei casi si tratta di auto promozione.

Capisco che la scomparsa improvvisa (quasi nessuno era al corrente che stesse combattendo da tempo contro il cancro) di un volto noto faccia sempre un certo effetto, ma un minimo di bon ton e di sobrietà non guasterebbe. Tutti si sono scoperti fan di David Bowie. Mi sarebbe piaciuto sapere in quanti sarebbero stati in grado di citare il titolo di una canzone dall’album HEROES che non fosse quella che dà il titolo all’album, di capire quanti di loro sarebbero stati in sintonia con le forti pulsioni dell’artista in questione verso l’uso ossessivo e compulsivo della cocaina, verso Aleister Crowley, verso una certa idea di Gioventù Ariana.

David-Bowie

E’ davvero buffo (e spaventoso) quanto la stragrande maggioranza delle persone riesca ad eludere, a sterilizzare, ad ignorare i significati profondi di certi artisti. E’ sufficiente saper canticchiare “we can be heroes just for one day”, aver ballato due volte al ritmo di “Let’s Dance” per dichiararsi fan.

Io capisco gente come la groupie, una che iniziò ad interessarsi di musica da ragazzina, intorno alla metà degli anni ottanta e, non avendo nessuno di maggiore età interessato alla musica che potesse guidarla, si concentrò su quei nomi che più la colpirono: Bowie, i Queen e i Police (tutto sommato niente male, visto gli anni di cui stiamo parlando). Bowie quindi fu uno dei nomi con cui crebbe, dunque il suo dispiacere e i suoi diversi interventi su facebook mi paiono naturali e in qualche modo dovuti, ma in generale l’enfatizzare sempre e comunque la scomparsa di qualsiasi artista che se ne va mi pare ormai un malcostume.

Possibile poi che tutti fossero o siano dei geni? Se lo erano Leonardo da Vinci, Sergej Prokof’ev e Alan Turing, possibile che lo fossero e lo siano anche canzonettari e musicisti Rock? Bowie era un genio o un bravo singer-songwriter con una visione tutta sua?

DAVID-BOWIE-PENDANT-SA-TOURNEE-MONDIALE-1976

Altra cosa che mi pare inopportuna è maledire l’anno di merda in corso perché si porta via questi musicisti.  Ma è davvero così sorprendente? Per anni, lustri, decenni fanno uso sistematico di droghe, vivono ad altissima velocità, si spendono a più non posso, chiaro che poi devono pagare il conto. A me sembra incredibile che raggiungano i settant’anni. Per tacere di quelli che “le rockstar muoiono giovani (?) e i politici campano fino ai 90 anni, mondo di merda“, e vai di demagogia, avanti così, continuiamo a farci del male.

A me DB arrivò con l’album HEROES, e sebbene fu uno dei primi album che acquistai (quelli dunque che quasi sempre diventano parte del tuo DNA), laggiù nel fine 1977, non mi segnò particolarmente, d’altro canto Bowie per il giovane ed inesperto Tim di allora era quello di STARMAN. Non diventai fan, se non in senso lato. Ritengo che alcuni suoi album, anche del periodo d’oro, non siano poi così belli come vogliono farci credere, e che il Bowie post 1983 non sia granché, al di là di qualche sporadico episodio. Ma naturalmente son cose che non si possono dire, perché poi diventi lo snob che critica quello che piace a tutti, sembra quasi che una volta arrivata la beatificazione gli artisti non si possano toccare.

Ad oggi è STATION TO STATION l’album che amo di più, transizione tra il periodo “Rock” e le sperimentazioni berlinesi in divenire. Album suonato bene ma non in modo impeccabile (ed è questo il bello) da musicisti che avevano il senso di un gruppo, album bianco e metallico dalla produzione di certo condizionata dalla cocaina, album denso di riferimenti religiosi, crowleyani e ossessivi, album che a livello di atmosfera fa il paio con PRESENCE dei LZ.

Ad ogni modo, per i meno attenti, se ne è andato anche DALE BUFFIN GRIFFIN, batterista dei MOTT THE HOOPLE, a 67 anni, per colpa dell’alzheimer.

Dale Griffin

Dale Griffin

Insieme a lui anche GLENN FREY, 67 anni, a causa dell’ artrite reumatoide. Benché mi consideri grande fan degli EAGLES, FREY – seppur uno dei due fondatori – era l’aquilotto che mi piaceva meno. Dispiace ugualmente, ci mancherebbe, ma non era una delle mie figure di riferimento. Anche in questo caso su facebook se ne è fatto un gran parlare e tutti a postare HOTEL CALIFORNIA, brano citato a sproposito, perchè come dice Picca:

“Capisco che la sciatteria è il canone attuale, ma i giornali insistono nell’associare il defunto Glenn Frey a Hotel California, brano principalmente di Don Felder con testo di Don Henley firmato anche da Frey per motivi di ‘opportunità aziendale’. La bazza è ironica: Frey è stato il capo degli Eagles per decenni, si è preso a cazzotti con Felder a più riprese, lo ha silurato impedendogli il rientro nell’ultima reunion e, una volta morto, viene ricordato per un brano di Felder. Life is Hard. Death too.”

Glenn Frey

COPPA ITALIA: NAPOLI – INTER 0 -2

Siamo al 90esimo, l’Inter conduce per 1 a 0, da un paio di minuti l’arbitro ha espulso un giocatore dei vesuviani per doppia ammonizione. Il quarto uomo espone sul cartellone luminoso il numero dei minuti di recupero: 9, corretto poi in 5. Ciuffy (Mancini insomma) va a protestare col quarto uomo, 5 minuti gli paiono troppi. Sarri, evidentemente incavolato per il risultato lo vede e gli dà del “frocio” e del “finocchio”. Ciuffy sente tutto e va ad affrontarlo. Li dividono.

mancini sarri coppa italia lite-mancini-sarri-coppa-italia-napoli-inter_568461 mancini sarri coppa italia

Adem intanto scatta in contropiede, si fa metà campo da solo e va ad insaccare il 2 a 0.

Intervistato da quelli di Rai sport subito dopo la partita Ciuffy riporta fedelmente quanto successo.  E’ scosso e molto arrabbiato.

Sarri che chiede scusa in diretta TV dicendo che “sono cosa di campo e che tutto deve chiudersi lì”.

Seguono polemiche: chi dice che Mancini ha ragione e che è ora che anche il mondo del calcio si adegui alla società civile (?) lasciando perdere offese di stampo razzista ed omofobo, chi invece pensa che Mancini sia una donnicciola e che ha fatto tutto di proposito per far squalificare Sarri ed approfittarne.

Io mi chiedo, ma approfittarne di cosa? Sarri è stato squalificato due turni in Coppa Italia, mica in campionato. Secondo me Mancini ha fatto bene, ha allenato in Inghilterra, da questo punto di vista paese più avanzato del nostro visto che lì omofobia e razzismo si combattono davvero, è ora di cercare di fare qualcosa anche qui in Italia. Che Sarri abbia detto “sono cose di campo” per me è vergognoso.

Naturalmente le critiche a Mancini sono state tantissime, anche perché sembra che pure lui 15 anni fa abbia usato lo stesso insulto per colpire un giornalista. Mancini nega, ma se anche fosse vero cosa cambia? In 15 anni uno può cambiare comportamento, no? In 15 anni la società si evolve e certe offese sono ancora più impronunciabili che in passato. Ci potrà pur essere una differenza tra il Mancini 35enne e quello 50enne o no? Sarri ha 57 anni, possibile che a quell’età, con la posizione che occupa, nel 2016 si lasci scappare ancora delle offese di quel tipo?

Offendere Mancini per la sua decisione di rendere pubblica questa cosa è davvero segno di inciviltà, e farlo perché l’allenatore di una squadra avversaria che magari odi lo è ancora di più. Non è vero che tanto non cambia nulla, se solo facessimo tutti un piccolo passo in avanti …

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Tornando alla musica, quando scompaiono musicisti di quel calibro si è portati a riascoltare i loro vecchi dischi e una volta di più si tende a valutare l’impatto che certi LP hanno avuto sulla nostra vita.

I grandi album Rock hanno la capacità di farti fare dei viaggi che tu nemmeno ti aspetti, di farti vivere avventure così lontane e diverse dal tuo quotidiano, di aprirti la mente e il cuore su orizzonti che non sono i tuoi. Prendi DESPERADO degli Eagles, album che ti fa rivivere l’epopea dei fuorilegge americani; lo infili nel cd player della blues mobile e già con la prima canzone ti sembra di essere uno della banda DOOLIN-DALTON.

I grandi album poi sono tali anche perché è nelle tracce minori che trovano la completezza, la quadratura del cerchio. Senti qui il grande BERNIE LEADON con TWENTY-ONE e BITTER CREEK, senti che canyon ti fa attraversare…

L’outlaw blues arriva con RANDY MEISNER: CERTAIN  KIND OF FOOL …

e con SATURDAY NIGHT cantata da DON HENLEY…

poi ecco le due primedonne, DON HENLEY e GLENN FREY, TEQUILA SUNRISE e DESPERADO con quella “You better let somebody love you (let somebody love you) You better let somebody love you before it’s too late” che ti spezza il cuore ogni volta che la senti…

Che potenza gli album della musica Rock.

Eagles - Desperado photo outtake

Eagles – Desperado photo outtake

Il gatto e la volpe: storia di vita e di morte

12 Gen

Domenica mattina ore 6, lei si alza per dare da mangiare a Palmiro, il gatto nero che vive, mangia e dorme con noi, poi torna a letto e si riaddormenta. Io mi sveglio un po’ più tardi a causa di rumori che sento sempre più distinti. In inverno di solito altre due gatte, degli altri quattro che abbiamo, dormono in casa, magari sono loro che fanno le matte, ma poi elaboro il fatto che ieri sera sono uscite entrambe. Sento del trambusto sul terrazzo (collegato al cortile con una scala). Immagino siano i gatti che si azzuffano come ogni tanto fanno. Cerco di rimettermi a dormire.

Il trambusto continua, e si fa intenso. Palmiro corre verso la porta e subito ritorna da noi sul letto, spaventato. Strano, non si direbbe ma Palmiro è una gatto molto coraggioso ed è sempre il primo ad avventarsi contro gatti forestieri che tentano di avvicinarsi. Preoccupato mi alzo, sono le 6,50. Apro la porta, è buio pesto, sul terrazzo non c’è più nessuno; Raissa, la gatta madre degli altri tre, si intrufola in casa spaventatissima, strano…anche lei è sempre la prima ad accorrere in aiuto dei suoi figli.

Sento nel prato intorno alla casa un gatto che lotta furiosamente contro quello che penso sia un cane. Lancio un paio di urla che però non sortiscono nessun effetto. Sento ringhiare in modo spaventoso, sento le urla disperate di un gatto. Sono ancora imbambolato, in pigiama e ciabatte, non è il caso che scenda nel buio in quelle condizioni ad affrontare quello che penso sia un cane lupo.

Torno dentro, rifletto un momento, mi metto un giubbotto, infilo le Clarks, prendo la mazza da baseball e scendo. Si è sveglia anche lei, prende una torcia e mi segue. Avanziamo insicuri nel cortile, non si vede nulla. Ho i sensi all’erta e la mazza ben stretta tra le mani in caso mi trovassi davanti un cane rabbioso. Ci inoltriamo nel prato, la torcia illumina quel che può, faccio qualche metro verso il punto in cui sentivo ringhiare e miagolare e scorgo qualcosa a terra. E’ il corpo di un gatto. Subito penso sia la più piccola, ma ben presto ci accorgiamo che è Pato, il grosso maschio.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Ci avviciniamo, ha ferite sul petto e sullo stomaco, guardiamo meglio, è morto. Mi soffermo sul suo muso. Lei inizia a singhiozzare. La rimprovero all’istante, non mi sento sicuro, dobbiamo stare all’erta, non è il momento per la tristezza. Scruto la campagna, tutto tace. Prendo un sacco, vi infilo Pato e lo adagio su di una vecchia carriola. Il pensiero ora va altre altre due gatte, saranno state attaccate anche loro? Giriamo intorno a casa, ma è ancora buio, non scorgiamo nulla.

Rientriamo. Facciamo colazione mentre la mestizia scende inesorabile. Comicio a sentirmi in colpa, fossi stato più reattivo, coraggioso e pronto forse Pato sarebbe ancora vivo. Il sole sorge verso le otto. Mi vesto e scendo a seppellirlo. Scavo una fossa là sotto i frassini, arriva anche lei a darmi una mano; prendo il corpo di Pato, lo avvolgo con dolcezza in un mio vecchio foulard, lo poso nella terra e lo ricopro con cura.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Inizio a sciogliermi e a farmi riflessivo. Cosa può essere stato? Un cane, uhm, difficile, molto più probabile sia stata una volpe, dalle nostre parti ne sono state avvistate parecchie. Vicino a dove abitiamo c’è una grande stalla, in uno dei capannoni delle balle di fieno vi sono parecchie tane. Iniziamo a fare una ricerca in internet riguardante le volpi. Cacciano di solito due dopo il tramonto fino all’alba, tutto coincide. Pato però era un gatto massiccio, con una gran forza, possibile che una volpe sia riuscita a stenderlo in pochissimi minuti? Metterlo nella gabbietta quando si trattava di portarlo dal veterinario era sempre una impresa e ogni volta riflettevo sul suo vigore, sulla sua forza.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Torno all’idea di un cane, magari un grosso randagio, penso addirittura ad un lupo, ma qui in pianura non ve ne sono. Ritorno all’ipotesi più probabile, una volpe. Forse più di una. Forse si è avventurata sin sul nostro terrazzo (dove ogni tanto lasciamo del cibo per i gatti), Pato deve averla notata e si è fatto avanti a difendere il suo territorio, deve essere andata così d’altra parte dei quattro gatti che vivono fuori è stato proprio il maschio a morire. Poco dopo si rifanno vedere le due femmine rimanenti. Una si era rifugiata nel fienile che abbiamo dietro casa, l’altra chissà dove. La domenica passa con una cappa di cupezza addosso. Il senso di colpa persiste, non c’ero quando aveva bisogno di me.

Giro per il cortile, mi manca già. Pur essendo una gatto abituato a stare fuori e dunque praticamente selvatico, mi riconosceva come maschio di riferimento. Ogni tanto entrava in casa a mangiare, e quando gli dicevo “giù, Pato, giù” si sdraiava per terra un po’ diffidente e si lasciava accarezzare (addirittura anche sulla pancia). Ogni tanto mi dava qualche morsichetto affettuoso tanto per dirmi “attento Tyrrell, non esagerare”, ma alla fin fine, a volte, si lasciava anche prendere in braccio.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

In un primo momento avrei voluto trovare quella volpe e dargliene quattro, ma una volta tornata la razionalità capisco che sono discorsi senza senso e  vergognosi. La volpe fa la volpe, ed è giusto sia così. D’altra parte i nostri gatti a volte catturano delle lepri e se le mangiano, qual’è la differenza?

Le tragedie del mondo sono altre, non va persa di vista la giusta prospettiva ma nel nostro piccolo universo è indubbio che la perdita di Pato è dolorosa. Chi non vive con animali non può comprendere appieno e giudicherà melense queste frasi, ma per noi che lo abbiamo visto nascere, che lo abbiamo accudito, nutrito, che gli abbiamo lasciato la massima libertà di movimento e che lo vedevamo tornare ogni sera verso casa, la sua perdita è un peso. Eravamo e siamo un nucleo di mammiferi di specie diverse che vivono insieme, certi legami diventano profondi, anche con un gatto “selvatico” come Pato. Pure gli altri gatti stanno vivendo un momento strano,  sarà anche suggestione ma paiono spaesati, increduli… lo cercano ma non lo trovano più.

Dovrò abituarmi a non vederlo più in giro, a non ridere più di quella sua espressione attonita,  a non baciare più quel suo bel musone, a non sfidare più la sua pazienza per accarezzargli la pancia.

Addio Pato, amico mio, mi mancherai.

Il gatto Pato, giugno 2008 - foto TT

Il gatto Pato, giugno 2008 – foto TT

 

Blog musicali and other assorted blues songs

7 Gen

In questi ultimi giorni ho letto un paio di interviste niente male: una a Max Stefani (rilasciata il 21/12/2015) e una a Riccardo Bertoncelli. Max mi è piaciuto quando gli è stato chiesto di citare qualche gruppo o artista sopravvalutato, ha tirato fuori nomi senza tante storie. Bello vedere qualcuno a cui non frega nulla di essere politicamente corretto, citare nomi di gruppi “intoccabili”e spazzare via cliché consolidati da decenni. (Chi fosse interessato la può trovare sul profilo facebook di Stèfani).

Leggere Bertoncelli è interessante, ti mette alla prova, ti fa confrontare con te stesso. Spinto dalle sue parole ho provato a dare un’occhiata a qualche blog prettamente musicale pubblicato sulla rete italica, alcuni dei quali premiati come migliori blog musicali italiani. Ho tentato, ma non ce la faccio, non riesco ad andare oltre i due o tre articolini. Una noia assoluta. Sarò io che sono arrivato al capolinea, lo so, ne ho discusso recentemente anche con Paolo Lisoni, ma leggere quella roba è un fastidio per me. Quei giornalisti che usano verbi tipo “sciorinare”, quei compitini perfetti che parlano di soggetti perfetti per l’intellighenzia Rock nostrana, quell’essere trasversale tanto da far capire che si può scrivere sempre e comunque di qualsiasi corrente del Rock, di qualsiasi gruppo e di essere credibili (cosa che invece capita a pochissimi).

Mi chiedo a cosa sia dovuta questa mia repulsione che arriva come un onda su qualsiasi tipo di blog musicale che io cerchi di affrontare…quelli che “i Dead, Tom Petty e il castamasso della Cesira”, quelli che il metal, quelli che il punk Rock inglese, quelli che il prog, quelli che il jazz, quelli che il blues… Possibile che sia davvero io a non sopportare (quasi) più nulla di scritto a proposito del Rock e della musica? Ci sarà di sicuro qualcuno che penserà la stessa cosa delle frasette sghembe che scrivo a proposito dei soliti quattro artisti su questo blog miserello, e allora? Sono snob a tal punto da non gradire nulla scritto da altri? No, cazzo, mi emoziono quando leggo le considerazioni musicali di qualche bel delinquente del rock and roll che conosco e di cui non faccio il nome, ma allora cos’è? C’è una sorta di idiosincrasia verso il 95% di quello che leggo, in Italia, a proposito del Rock. Sono io ad essere alla frutta, lo è il Rock o semplicemente mi sto trasformando in un vecchio brontolone?

Smetto di scervellarmi, passo ad altro, ad esempio alle due compilation di registrazioni casalinghe di MICK RALPHS pubblicate gli anni scorsi dalla Angel Air. Basta guardare le cover dei cd per capire il livello, ma che ci volete fare, I love this man.

mICK rALPHS CD

Un paio di settimane fa sono stato a pranzo da mia zia, si parlava della stirpe Tirelli, saltano fuori alcune foto, una del padre della madre di Brian, mio bisnonno quindi. Tal Luigi Brini, nato nel 1880 e morto a 25 anni di peritonite o qualcosa del genere. Suo padre (o suo nonno) doveva essere austriaco, o perlomeno così vuole la storia della famiglia. Avevo forse visto la foto in passato, ma solo oggi la imprimo nel mio dna. La invio a mia sorella. Risposta “quanto gli assomigli!” Gli assomiglio? Ma dove? Guardo meglio e, sotto al primo strato superficiale, mi vedo. Stessi occhi e sopracciglia. Quello sguardo blues, quell’intenzione sveviana, kafkiana, (crowleyana?) … non c’è dubbio: sono suo bisnipote.

Faccio vedere la foto a Brian e dice “sei te, Stefano”; certo, un vecchio con l’alzheimer non è propriamente attendibile, ma dopo tutto è mio padre e quando risponde di getto senza a pensare spesso ci prende. Faccio vedere la foto alla groupie e mi dice “sì, vieni da lì”. Ho sempre pensato di essere una sintesi dei Tirelli e degli Imovilli e invece eccola qua la mia Brini legacy.

Luigi Brini, bisnonno - Foto Fantuzzi RE

Luigi Brini, bisnonno – Foto Fantuzzi RE

 

Luigi Brini, bisnonno 1880-1905 - Foto Fantuzzi RE

Luigi Brini, bisnonno 1880-1905 – Foto Fantuzzi RE

JOHN PAUL JONES compie 70 anni, la cosa mi inquieta. PAGE ne fa 72, ho ormai elaborato che le mie figure di riferimento ormai sono dei vecchi con o senza fascine di arbusti sulla schiena, ma che anche JONESY abbia raggiunto the big 7 fa impressione.

Continuo ad essere impelagato con le serie Tivù di SKY. La V stagione di HOMELAND (serie di cui ormai anche PICCA è prigioniero), la III di THE AMERICANS, la II di FARGO e LILYHAMMER. Mi sono dato a quest’ultima da poco, ho scaricato le prime due stagioni su Sky on demand e mi sono messo a guardarla. Mi divertono le storielle del mafioso LITTLE STEVEN, crude e strambe con una vena comedy. L’ironia sul welfare e sull’atteggiamento politicamente corretto norvegese è uno spasso, quasi tutti i personaggi autoctoni paiono sciocchi e con deviazioni varie. Adesso ne è arrivata un’altra, FORTITUDE, anch’essa ambientata nell’estremo nord. Questa è una tendenza che si sta allargando a macchia d’olio. FARGO, LILYHAMMER, FORTITUDE, film tipo HEADHUNTERS (tratto dal romanzo di Jo Nesbø), IN ORDINE DI SPARIZIONE… comune denominatore i ghiacci, siano quelli del Minnesota, della Scandinaviar o beyond.

Sarà un caso ma dal cofanetto di BERNSTEIN pesco il cd riservato a EDVARD GRIEG…

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Mi trastullo anche col box set dell’ ALAN PARSONS PROJECT. Da giovane lo snobbavo, lo consideravo easylistening, ma ora da uomo di blues di una incerta età, con i confini dell’essere esigente più sfumati, mi godo questo Rock sinfonico leggerino con piacere, se poi alla voce c’è JOHN MILES ancora meglio…

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Lo stereo della blues mobile passa ASHES & DUSTdi Warren Hayens, una piacevole sorpresa per me che non sono mai riuscito ad apprezzare del tutto questo chitarrista.

Gli ultimi arrivi, grazie al gift voucher di amazon che un caro amico sempre troppo generoso mi ha fatto per natale, sono: il bluray e il cd QUEEN – A Night At The Oden (la leggendaria performance al teatro coperto del quartiere martellaio di Londinium della vigilia di natale del 1975), i due cd di MICK RALPHS di cui sopra, l’album DERRINGER BOGERT & APPICE e la deluxe edition dell’album dei GRT (S.HOWE & S. HACKETT). QUEEN a parte, devo avere qualche disfunzione musicale anche perché a questi nomi assai discutibili per la stragrande maggioranza dei critici Rock italiani, aggiungo l’ultimo soundboard, arrivato via wetransfer dal nostro uomo a Helsinki, dei FIRM, il gruppo di PAUL RODGERS con LEOPOLD alla chitarra…

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L’INTER torna a vincere, a fatica, in casa dell’EMPOLI e mantiene la prima posizione in classifica. Rimango perplesso benché ancora fiducioso.

Pago multe (180 euro e tre punti in meno sulla patente per aver viaggiato ai 72 kmh sulla circonvallazione di Stonecity), osservo quel po’ di neve scendere sulla pianura, guardo CARLO VERDONE (sul suo profilo FB) fare gli auguri a suo cognato mimando FOUR STICKS dei LZ versione ROLLINS BAND, mi chiedo se sia il caso di comprare un registratore multitraccia 24 piste della TASCAM, favoleggio l’acquisto di una LES PAUL STANDARD cherry sunburst (o sunburst), mi interrogo sul mio futuro, insomma blueseggio come al solito. Happy new year Tim Tirelli.

Domus Saurea gennaio 2016 - foto TT

Domus Saurea gennaio 2016 – foto TT

 

 

 

 

 

Modalità dicembre

19 Dic

Anche se al mio amico Bodhràn la parola non piace proprio, non posso fare a meno di entrare in “modalità” dicembre. E’ il mio mese, le due settimane prima del solstizio d’inverno sono le mie preferite dell’anno, mi sento percorso da una instancabile malinconia euforica.

Sul car stereo della blues mobile inizia a girare gli album e le canzoni che associo a questo periodo: CRUSADE di JOHN MAYALL…

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WINTER dei ROLLING…

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…il PIANO CONCERTO di KEITH EMERSON e con esso quel turbinio di fiocchi di neve immaginari che si posano sul mio animo…

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Il pensiero rivolto al ricordo di mia madre si materializza ogni volta che mi sento più buono, che annuso l’aria per controllare se per caso la neve è in arrivo, che mi emoziono per le luci ad intermittenza, che guardo le tazze con i cuoricini sul pentagramma che mi regalò tanto, troppo tempo fa.

tazza mother Mary

tazza mother Mary

L’ultimo giorno del mese scorso BRIAN ha compiuto 86 anni. Il birthday party che si è svolto nella struttura in cui è ricoverato non è stato affatto male, Brian ha fatto il galletto…

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Il giorno prima suo fratello Antonio, che noi chiamiamo Pippo o Giulivo (il nome che aveva da partigiano) ne ha fatti 90. Il clan Tirelli si è ritrovato quasi per intero. E’ stato un bel momento. Sono il più vecchio della quinta generazione (di quelle a noi conosciute) e prima o poi prenderò il testimone che mi passerà lo zio, a suo volta il più vecchio della quarta. Ha fatto tutto mia cugina Silvia, tra le cose che ci legano c’è anche una capacità organizzativa niente male.

Uncle Pyppo cake

Uncle Pyppo cake

Stefano & Antonio Tirelli - foto Saura T

Stefano & Antonio Tirelli – foto Saura T

Mi apparto un momento e osservo il mio clan, credenze religiose, politiche e calcistiche possono anche renderci diversi, ma il sangue ci unisce, com’è naturale che sia.

Qualche giorno dopo i festeggiamenti continuano, compie gli anne The Peita, la sorella della groupie. Le regalo il cofanetto in DVD della prima stagione di THE AMERICANS.

Kiss from the Peita - Gavassae dic 2015 - foto Saura T

Kiss from the Peita – Gavassae dic 2015 – foto Saura T

Il birthday party di The Peita apre le danze ai pranzi delle feste di dicembre a casa della Lucy, madre della groupie e rappresentazione in carne ed ossa dell’Emilia. Lasagne, cappelletti, coniglio, vitello arrosto, salsine, tortelli dolci, torta, liquori…I can’t get enough of Emilia’s vibe…

Torno a casa pieno come un uovo, sgambetto in giro per la Domus Saurea insieme al diavoletto nero della Tasmania

Palmiro - Domus Saurea - dicembre 2015 - foto TT

Palmiro – Domus Saurea – dicembre 2015 – foto TT

Non amo le decorazioni natalizie premature, non sopporto quelle ossessive ed esagerate, neppure quelle buttate lì a casaccio…mi piacciono quelle sincere, delicate, magari un po’ blues… così, al sabato e alla domenica, mentre preparo la colazione alla groupie accendo le candele e metto gli alberelli natalizi sulla tavola.

Domus Saurea - dicembre 2015 - foto TT

Domus Saurea – dicembre 2015 – foto TT

Poi, mentre MAHALIA JACKSON canta di notti silenti, la groupie fa l’albero ed io il presepio…

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Domus Saurea - dicembre 2015 - foto TT

Domus Saurea – dicembre 2015 – foto TT

Da adulto do al “natale” il giusto valore, ovverosia un rito vecchio di 5000 anni in cui gli esseri umani festeggiano il solstizio d’inverno, la festa del sol invictus, delle giornate che tornano ad allungarsi scambiandosi un regalo come buon auspicio per la nuova stagione, tradizione poi assorbita dal cristianesimo (e da parecchi altri culti) che la ha trasformata nel giorno della nascita di un ebreo di razza etiope biondo e con gli occhi azzurri, figlio di una donna vergine chiamata Maria e con un padre putativo chiamato, qui in Emilia, Iòffa (Giuseppe insomma).

E’ una favoletta dunque, ma non riesco a rinunciare al relativo mock up (il presepe). Mentre lo preparo mi faccio mille domande, un ateo come TIM TIRELLI che fa il presepe è un lavoro da matti; pensavo fosse un inno alla mia infanzia, ma poi ho capito che è una sorta di resurrezione spirituale che si rinnova ogni anno: la statuina della donna con le due anfore tra le braccia, con l’abitino azzurro, il velo blu in testa ed il grembiule rosso è mia madre. La statuina in questione è una delle poche sopravvissute tra quelle che le appartenevano e che è arrivata ai nostri giorni. Ancora una volta constato quanto sia impossibile per un essere umano far fronte alla perdita della propria madre e rifletto sugli espedienti che la nostra mente trova per provare a riempire un vuoto incolmabile.

Domus Saurea - dicembre 2015 - foto TT

Domus Saurea – dicembre 2015 – foto TT

Una volta finito non resta che accendere le lucine e trasformare la sala della Domus Saurea in un posticino assai piacevole…

Domus Saurea - dicembre 2015 - foto TT

Domus Saurea – dicembre 2015 – foto TT

Per il resto veleggio a vista tra la nebbia, non è prevista neve per queste settimane e dunque mi perdo tra l’ovatta densa di foschia…

Foggy days at Domus Saurea - foto TT

Foggy days at Domus Saurea – foto TT

Black Fog - Villa Bagno - Regium Lepidi dic 2015 - foto TT

Black Fog – Villa Bagno – Regium Lepidi dic 2015 – foto TT

Ogni tanto al venerdì sera arrivo fino alla PERLA VERDE; sessanta km tra la nebbia fitta non sono pochi ma l’atmosfera della PERLA è quella giusta. Guardo la tribute band degli WHO e faccio il nessi con la groupie, la DORWOODA, POL e amici sfusi…

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Dorwooda, Tim, Groupie – foto Pol

Sabato son lì che attraverso CAMPOGALLO sulla blues mobile, sto andando da Brian, sono un po’ in ritardo, non sono solito sfidare il codice della strada, ma sullo stadone non c’è nessuno… posso permettermi di superare – sulla striscia continua – un camioncino che va come una lumaca.

Rientro sulla destra quando vedo là in fondo i vigili. Porca di quella puttana. Paletta, accosto. Mi viene incontro la comandante. Controllano la patente, il libretto, l’assicurazione, le gomme termiche. “Signor Tirelli, le contestiamo questo e quello”. “Ha ragione”, le faccio, “stavo correndo da mio padre, andavo di fretta,  ho sbagliato.” La responsabile di quella pattuglia della Polizia Locale mi fissa qualche secondo…è una di quelle donne che sono solito idealizzare, sicura di sé ma senza accentuare la cosa, concreta e decisa ma senza perdere la tenerezza…mi soppesa…probabilmente è colpita dalla mia franchezza, o forse è semplicemente rinfrancata dal fatto che per una volta non le è capitato un automobilista scorretto e rompicoglioni, fatto sta che mi dice “Guardi, facciamo così, le contesto solo il sorpasso su linea continua, così non perde punti della patente”. Redige il verbale. Sono 40 e passa euro ma se lo pago entro 5 giorni diventano 28. Mi è andata bene. Mi consegna il tutto. Ci scambiamo uno sguardo complice, quello tra una tutrice dell’ordine come si deve e un cittadino ligio al proprio dovere. “Ecco qua signor Tirelli. La saluto“. “Hasta siempre, comandante” vorrei dirle, ma mi congedo con un sorriso.

Brian ormai è sempre più distante. Spesso di ottimo umore, ma confuso come non mai. Canta, parla usando fraseggi e termini tutti suoi. Gli faccio vedere una foto dove ci siamo noi due, gli chiedo chi sono,”i Tirelli” mi dice, ma non riesce ad approfondire…sento che mi sta sfuggendo di mano, la sua zattera si sta allontanando, lui sembra felice, ma non riesco a mantenermi freddo come il raziocinio vorrebbe.

L’altra sera vado alla festa di natale della struttura, i 78 ospiti con relativi parenti. Siamo quasi in 200.

Christmas Party at the Home fo the aged - photo TT

Christmas Party at the Home fo the aged – photo TT

E’ ormai un anno che non gestisco più Brian direttamente, mi accorgo quanto sia dura. A tavola tocca e riposizione continuamente piatti, bicchieri, tovaglioli. Lo sgrido, lui capisce, ma è un riflesso più forte di lui. Gli taglio a pezzetti le lasagne, l’arrosto e le patate, la zuppa inglese; lui mangia con discreto appetito e diventa matto per l’aranciata e la coca (cola).

Brian ci dà di spumante al Xmas party - foto TT

Brian ci dà di spumante al Xmas party – foto TT

Il prete dà la benedizione, io penso ai BLACK SABBATH e ai GHOST…

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…partono gli applausi per gli addetti alla struttura e quindi gli auguri per il santo natale e il nuovo anno. Qualcuno versa a Brian due dita di spumante. Brian tocca il mio bicchiere col suo e mi fa “cin cin”. “Cin cin, vecchio Brian” gli rispondo e mi commuovo. Non ho i Ray ban con me, è ovvio, siamo in inverno… maledizione. Sono l’ultimo dei parenti ad andare, consegno Brian all’ animatrice, lo bacio e lo saluto. In cambio ricevo un ciao frettoloso, ormai è tutto concentrato su chi lo ha preso in custodia. Lo vedo lasciarsi guidare lemme lemme verso l’altra ala dell’edificio. Saluto il direttore, la capo nucleo ed esco nel fresco della sera. Salgo in macchina, scaccio la tristezza con un po’ di hard rock blues a volume alto…

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Per il 21 sera è programmato il sinodo degli illuminati del blues. Saremo in dieci. Ho voglia di vedere gli uomini di blues che ho creato a mia immagine e somiglianza.

Passo serate al telefono col chitarrista straordinario dei FLOWER STONE, MASSIMO AVELLONE. La tratta Regium Lepidi-Panormus è a tratti disturbata ma i pensieri volano piuttosto alti. Parliamo di fenici, di latini, di romani, di britanni chiamati Iacobus Patricius.

Riesco anche a finire canzoni iniziate dieci e passa anni fa. Strano davvero: per due o tre lustri non riesci a trovare il giusto spunto poi, quattordici anni più tardi, in mezz’ora ne completi due come se nulla fosse. Niente di che, tutta roba che verrà riposta nel cassetto, ma per me son cose importanti.

Dicembre è reso ancor più dolce dalla marcia sicura e caparbia che sembra aver intrapreso l’INTER. Dopo cinque stagioni di stagnazione e dolori, finalmente i ragazzi e la società sembrano aver trovato la (s)quadra. Un condottiero come Ciuffy (Mancini insomma) è quel che ci voleva. Siamo primi in classifica, da qualche settimana stiamo giocando bene, il gruppo è compatto e un uomo di blues inconsapevole come BROZOVIC sta diventando una sorta di fenomeno. Che godimento ragazzi.

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Se poi uniamo il fatto che santa Lucia mi ha portato la biografia fotografica di nostro signore, siamo a posto…

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Il 25 è dunque dietro l’angolo, un altro anno che passa, altri bilanci da fare. Ci fosse almeno la neve col suo candore ad addolcire questi blues per me sarebbe più facile, ma in definitiva …in alto i cuori, prendiamo quel che viene, anche gli alberelli spogli della Domus Saurea hanno un loro perché…

Domus Saurea dicembre 2015 - foto TT

Domus Saurea dicembre 2015 – foto TT

…jingle bells, jingle bells, jingle all the way…

I like female form, in minimum dress
Money to spend with a capital “S”
Get a date with the woman in red
Wanna be in heaven with three in a bed

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Un gatto per amico

22 Nov

In questi giorni di novembre elaboro un fatto: da un pezzo non frequento più i miei amici. Portato come sono, me tapino, all’analisi introspettiva, inizio ad interrogarmi sulla cosa. Colpa dell’età? Della vita odierna che ci fa pensare di non avere mai tempo? Dell’accidia sentimentale a cui siamo arrivati in questi anni aridi? Colpa mia? I miei amici non mi sopportano più? Sono io a non sopportare più loro? Siamo tutti ripiegati semplicemente su noi stessi? Forse è la sfiducia che abbiamo verso il futuro, verso una vita che secondo il nostro punto di vista personale non ha mantenuto le promesse, o no? Magari il fatto è che in questi tempi di tecnologia, di social network, di velocità sfrenata, di frigida fruizione ossessiva , di emozione precoce, le passioni tendono ad appassirsi…quella politica, quella per il Rock, quella per le fighe…e dunque c’è meno interesse a condividerle con gli altri.

Chi è che va ancora ad una riunione di partito, ad un forum politico? Io l’ho fatto l’ultima volta sei / sette anni fa e poi pochissimo altro.

Chi è che si entusiasma ancora per l’uscita di un disco? E se succede, chi è che corre da Robby da Dischinpiazza a comprarlo? Ben che vada lo ordiniamo su quel cazzo di Amazon, oppure lo scarichiamo, lo teniamo sul computer, ci sentiamo due o tre pezzi in qualità audio “lofi lo-fi” (sull’aria di Louie Louie) e poi chi se lo sente più. E’ poi oramai finita l’era del ricomprare le nuove edizioni di vecchi album che abbiamo amato, che sono per noi come l’ ingegnere che si lascia cadere nel fiume per creare la vita. Lo facevamo per riprovare il brivido sentito all’epoca, quando in motorino tornavamo a casa con l’LP sottobraccio e passavamo un weekend intero ad ascoltarlo, a scoprirlo. Ora invece, nessun brivido da condividere, nessuno a cui telefonare e dire “Cia Cos’, ho appena comprato il nono album da studio dei LZ (nel tuo immaginario quello uscito nel 1981) vieni subito che ce lo sentiamo insieme, chiama anche Bagài Stumpài, ho delle pepsi in frigo e la crostata fatta da mia madre”. E allora, sempre nel tuo immaginario, Cos’ e Bagaglio Stumpaglio arrivano, insieme a loro c’è anche Birucìn che a sua volta ha portato l’ultimo degli ELP che ha appena comprato (nel tuo immaginario quello uscito, dopo LOVE BEACH, sul finire del 1980).

Ora poi che siamo tutti sentimentalmente accasati, chi è che ha più l’istinto di uscire per trovare un’ avventura, una compagna, una storia o anche solo l’occasione per parlare con una donna?

Invece, nulla di tutto ciò; la sera quando non ti annulli davanti a Sky e non devi stare sulla chitarra, obnubilato barcolli davanti agli scaffali dei cd incapace di sceglierne uno da ascoltare e allora capisci che sei solo con te stesso e che non frequenti più nessuno, a parte le colleghe dell’ufficio, gli Equinox in sala prove e le osa della struttura in cui il tuo vecchio è rinchiuso.

E’ così mi rintano dei dintorni della Domus Saurea a contemplare le viti mentre mi accorgo che il mio unico amico oggi è il gatto Palmiro.

Palmiro è un gatto che mi assomiglia sempre di più, sembra sempre premuroso e disponibile con gli altri gatti, li tocca sulle spalle come a dire “Ciao, sono qui, se hai bisogno sappi che ci sono”.

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Palmiro e la Raissa – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Palmir in verità vorrebbe stare con i suoi amici gatti, ma vedendomi solo soletto cerca di starmi vicino. Scendo in giardino, mi fermo sul ponte e lui mi segue…

Il gatto Palmiro - Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Il gatto Palmiro – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Contemplo le vigne e lui dietro…

Il gatto Palmiro - Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Il gatto Palmiro – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Lo dico sempre, lo so, ma in queste settimane autunnali non faccio altro che osservare le viti, è un rapporto carnale e spirituale, quei filari perfetti….

Nei dintorni della Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

i colori delle foglie…

Nei dintorni della Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

il contrasto con i cieli tersi…

Nei dintorni della Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

il sole d’autunno che filtra tra le tirelle…

Nei dintorni della Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Mentre torniamo dalle nostre passeggiate Palmir mi ascolta paziente, vorrebbe tornare a cacciar talpe, ma mi vuole bene così finge di interessarsi ai miei discorsi che vertono su bootleg dei Led Zeppelin, su acquisti di gennaio dell’Inter, se debbo o non debbo continuare a suonare la chitarra, sul significato di certi cognomi, su cosa succederà alla mia isoletta preferita adesso che la Coca Cola sta per comprarsela, quando arriverà in Italia l’ultimo thriller di GREG ILES, come farò ad aspettare fino al 2017 prima di vedere ALIEN 6. Palmir sospira e fiuta l’aria…

Il gatto Palmiro - Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Il gatto Palmiro – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

L’indomani mattina, domenica, mi trasformo in un lumberjack, abbiamo fatto potare i frassini dietro casa, c’è da sistemare il legname…

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Mi sento un po’ come l’omino che sta in copertina di LZ IV…

led-zeppelin-iv

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

LZIV – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Palmir cerca di aiutarmi, ma per trasportare un tronco ce ne vuole…

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Domus Saurea – nov 2015 – photo Saura T

Dopo due ore torniamo alla Domus. Un doccia per me, una bella ripassata con una salvietta per lui. Dopo pranzo ci mettiamo davanti alla TV, su Sky Arte danno il concerto degli WINGS del 1976. Penso al Pike boy, anche perché Palmir si mette a sonnecchiare…

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Palmir & Tim - Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Palmir & TimDomus Saurea – nov 2015 – photo Saura T

Una domenica senza calcio è noiosetta, per fortuna sono iniziate le nuove stagioni di HOMELAND (5) e THE AMERICANS (3), averle registrate con MySky ci permette di vederle quando ci pare e dunque di passare un bel pomeriggio. Sia io che Palmir abbiamo un debole per ELIZABETH.

E’ ora di dormire, io e Palmir bisticciamo su chi debba far posto all’altro, stavolta vince lui…

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Per fargli prendere sonno gli leggo i testi dei FIRM…

Il Gatto palmiro - Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Il gatto Palmiro – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

E’ così che io e il mio amico Palmiro ci addormentiamo; poco dopo passa la groupie, ci rimbocca le coperte, scuote la testa. Ma è una donna, che ne sa del sentimento di male bonding di cui noi mammiferi maschi sentiamo il bisogno.

…Non è un disastro e io mi benedico, ho scelto un gatto nero per amico…