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Un padre di nome Brian

10 Feb

Giovedì 4 febbraio, attraverso quello spicchio di campagna che sta tra le fabbriche di Stonecity e quelle di Mutina in questo soleggiato e tiepido giovedì pomeriggio. E’ davvero una bella giornata, ma mi chiedo se si possa chiamare così visto che in pratica non piove e non nevica da tre mesi. Leggo i pensieri di certe amiche, le sento felici che l’inverno sia così mite e avaro d’acqua, ma io scuoto la testa, penso alla nostra terra, alle riserve d’acqua, al fatto che il pianeta ha la febbre.

Mi sto recando, per lavoro, nel nuovo ufficio del commercialista e benché Mutina la conosca più o meno come le mie tasche non azzecco la svolta per quel desolation row che è via Cantelli. Non posso nemmeno svoltare alla successiva, Joseph Greens Boulevard viene a buttarsi sulla Emily Road sotto forma di senso unico in quel punto. Svolto così in St John Wood e parcheggio poco più avanti. Non mi dispiace, parcheggiare lontano dai posti dove devo andare sta diventando un piacevole stratagemma per farmi qualche passeggiata a passo sostenuto. Non sono tipo d’andare in palestra (an s’è mai vest Johnny Winter fèr chi lavor lè… non si è mai visto Gianni Inverno fare di quei lavori lì) e la lunga sgambata della domenica mattina non è sufficiente per restare in forma.

Suono, salgo, mi accomodo. Questioni lavorative con chi ci segue e poi due chiacchiere con il titolare e la sua socia. Riscendo, passeggio, salgo in macchina.

Faccio tappa alla House of the Rising Sun (down), la struttura dove risiede Brian. Il vecchio è di nuovo ammalato. Una ricaduta dopo una prima influenza. Questa volta sento il dottore parlare di colecisti. Entro nella stanza in penombra. L’altro ospite (59 anni) dorme, la tv è accesa. Brian sta farfugliando qualcosa, sembra stia parlando con qualcuno, e a quel qualcuno dice “Veh che c’è mia figlia Tim”. Sorrido, immagino che con una sola frase abbia pensato contemporaneamente a me e a mia sorella, cerco di gestire le emozioni, ma anche oggi ho subito una strana sensazione, la sento la nera mietitrice dietro la porta. E’ una sensazione che ho da qualche giorno. Non è solo questione di febbre, di bronchite o chissà cosa, Brian è provato, è sofferente nel suo quasi lucido delirio, si sta spegnendo, lo vedo. Lunedì mi aveva riconosciuto, avevamo parlato, cercando di capirci e di far allineare gli alfabeti diversi che in quel momento usavamo. Gli avevo chiesto se mi voleva bene e lui mi aveva risposto in dialetto reggiano “non hai nemmeno da pensarci , te ne voglio tanto” e al momento di salutarci mi aveva detto “Ciao Piròn”. Mentre uscivo ero cosciente che quel “ciao Piròn” me lo sarei ricordato a lungo.

Martedì e mercoledì passa da lui mia sorella, anche lei sente che c’è qualcosa che non va, mi confida le sue paure.

Oggi Brian parla, faccio finta di capirlo, annuisco. In alcuni momenti fa quello sguardo tipico di quando raccontava fatti di una certa importanza con un po’ di ironia, porta spesso la mano alla bocca come se volesse bere qualcosa. Gli do un po’ d’ acqua. La mano sotto la sua testa, con cautela lo sollevo e lui beve. Gli chiedo se mi riconosce, gli dico, nel mio miscuglio di dialetto modenese-reggiano “sono tuo figlio” e lui di rimando “al so!” (lo so). Sto lì con lui 15/20 minuti, poi gli dico che devo tornare a lavorare, lui dice qualcosa sulla importanza del lavoro e poi torna ad inseguire i suoi fantasmi. Gli do un bacio, lo saluto, vorrei che mi dicesse ciao anche oggi, ma non lo fa. Allora gli do la mano, lui risponde al saluto. Prima di uscire lo guardo un’ultima volta.

Esco con un fardello pesante sull’animo. C’è il sole, ho la scusa per infilarmi i Ray Ban. Mi butto sulla tangenziale, il terzo di JONI MITCHELL nel lettore cd della blues mobile, sono verso la fine al disco per una sequenza mica da ridere: YELLOW BIG TAXI…

WOODSTOCK, con l’intro che mi ricorda ovviamente il pezzo BAD COMPANY dell’ omonima band…

e la bellissima THE CIRCLE GAME che ogni volta mi fa venire in mente GOING TO CALIFORNIA.

Arrivo in ufficio, poi esco, arrivo nel posto in riva al mondo, il solito susseguirsi di eventi di un giorno feriale. La doccia, la cena e poi mi riguardo su MY SKY l’ultima puntata registrata di LILYHAMMER. Lei è con me sul divano, sorridiamo, LITTLE STEVEN è divertente, ma il mio pensiero corre spesso a Brian. C’è qualcosa che non va. Sono preoccupato. Vado a letto, leggo qualche pagina di UN GIOCO QUIETO di GREG ILES, il primo capitolo della saga di PENN CAGE e poi, a fatica, mi addormento. Nel buio della notte squilla il telefono, mi alzo dal letto immediatamente, corro verso il cellulare, guardo l’ora, sono le 4 e 10, so già cosa mi aspetta. Mi sorella mi avvisa che hanno appena chiamato dalla struttura, Brian è morto. Mia sorella accenna un comprensibile singhiozzo, la riprendo subito, come a dire, non è il tempo delle lacrime questo, prima organizziamoci e affrontiamo l’urgenza. La mia autodisciplina a volte mi fa paura. Mi siedo un attimo sul letto, sento lei che da dietro mi abbraccia. Faccio il punto della situazione e decido le prime mosse. Mentre mi vesto e poi mentre preparo la colazione i primi singhiozzi e le prime lacrime. Alle sei siamo alla struttura. L’infermiera ci racconta come è successo. Brian se ne è andato, più o meno tranquillamente, nel sonno verso le 4. Lo accompagnano giù nella camera ardente della struttura, arriva il fondatore della casa protetta, Don Sergio, per una prima benedizione e una parola di conforto. Chiamo la funeral home Terracielo, arrivano immediatamente. Inizio ad avvisare i parenti. La Terracielo funeral home è una casa funeraria all’avanguardia, di impostazione americana. Le camere ardenti sono chiamate sale e sono composte da un salottino (riscaldato) con divani e poltroncine e una stanza refrigerata dove viene messa la salma. Il complesso è molto bello, bagni pulitissimi, bar, ristorante, cappella per le funzioni cristiane, sale per le funzioni di diverse religioni, credo o convinzioni. Con loro definiamo tutte le cose da fare. Porteremo Brian a San Martino in Rio, dove riposa mia madre. Il problema è che non ci sono più tombini liberi, ne stanno costruendo 260 nuovi ma prima di alcuni mesi non saranno pronti. Rimango basito, ma verrò a sapere che parecchi altri cimiteri hanno le stesse problematiche. Decidiamo così di cremare i resti di mia madre in modo che nel loculo ci sarà spazio per entrambi. E’ davvero strano dover prendere decisioni di quel genere in un momento in cui non hai ancora elaborato la dipartita di tuo padre.

SAMSUNG

Brian

Mi fiondo quindi a San Martino, devo firmare delle carte per dare l’autorizzazione alla cosa. Terminate le pratiche decido di andare insieme a lei a fare una seconda colazione, siamo affamati. Il bar è di fianco alla chiesa, quella dove Brian e mia madre si sono sposati. Sospiro. Al pomeriggio torno a Modena, Brian è nella “Sala delle Stelle”, sala che cromaticamente vira al blu. Entro nella stanza dove lo hanno preparato, subito non mi sembra nemmeno lui. Mi metto a piangere. Inizia ad arrivare qualche zia e qualche cugina. Verso le 19 si torna a casa. Al momento sono occupate due delle dieci sale. Sono sveglio dalle 4, sento tutta la stanchezza fisica e spirituale mentre mi corico nel letto, spero solo di riuscire a dormire.

Ad un certo punto mi sveglio, è ancora buio fuori ma spero siano almeno le 5 o le 6, speranza vana: è l’1,50 di sabato. Mi alzo, mi faccio una camomilla, cerco di distrarmi. Alle quattro faccio per tornare a letto, Palmiro è nel mio posto, lo sposto, mi infilo sotto il piumone, lui si rigira verso di me, pianta il suo muso umido sotto il mio mento e con le zampe mi abbraccia il collo. E’ un riflesso casuale di un felino, è pura suggestione, ma che Palmir mi abbracci mi fa davvero tanto piacere.

Brian e Palmir - estate 2012

Brian e Palmir – estate 2012

Alle 6 mi alzo definitivamente tanto non riesco a dormire, nel dormiveglia vedo Brian che popola i miei mezzi sogni e le mie visioni.

Sabato mattina si ritorna a Terracielo. Lei è sempre con me, mi tiene sotto controllo. E’ una presenza costante, riservata, attenta; mi fa sentire al sicuro. Il salottino è molto accogliente e rende meno faticosa la cosa. C’è uno schermo che rimanda le foto di Brian che abbiamo scelto, sono tutte foto degli ultimi anni, foto “simpatiche” e oneste: Brian che si mangia un gelatino, Brian al bar che si beve un crodino, Brian che fa il segno del Rock, Brian con la tshirt degli Allman Brothers e di Jimmy Page.

The Allman Brian Band

The Allman Brian Band

Brian yr aur

Brian yr aur

 Tra mattina e pomeriggio arrivano amici e parenti a consolarci e a salutare Brian. Io e mi sorella facciamo possibile per essere forti. A volte non è facile. Ci sono momenti in cui devo appartarmi o trovare una scusa per uscire perché non riesco a contenere le lacrime e i singhiozzi. E’ spossante ma molto salutare ripetere a tutti le stesse cose, dare le stesse risposte alle domande che tutti fanno, butti fuori tutto e arrivi a sera che sei in qualche modo più sereno. Osservo la gente che va e che viene. E’ spesso presente anche la mia ex compagna, era molto legata a mio padre e alla mia famiglia. La vedo persino chiacchierare con la mia compagna attuale. Merito del vecchio Brian, senza dubbio.

Un mio cugino, il più vecchio di quelli dalla parte di mia madre, racconta un aneddoto che non sapevo. Siamo nei primissimi anni sessanta, io sono praticamente appena nato, abito insieme ai miei nella vecchia stazione dei treni di Nonantola. Mio cugino era molto, molto legato a mia madre e quando poteva veniva da noi. Un suo vicino di casa era un camionista che faceva la spola tra San Martino e Ferrara, partiva al mattino e tornava la sera. Mio cugino chiedeva un passaggio e l’autista lo lasciava di fronte al viale della stazione a Nonantola per poi riprenderlo alla sera. Mia madre e sua madre si mettevano d’accordo telefonando ai bar più vicini alle loro rispettive abitazioni. Mi cugino aveva otto/nove anni e ci racconta che lo “zio Lino”, Brian appunto, lo faceva sempre divertire. Nella vecchia stazione a piano terra c’era, dice lui, uno stanzone enorme e buio, col soffitto molto alto e un grosso camino. Brian gli diceva “dai che andiamo sotto al mare ad esplorare”, si metteva in testa il suo berretto da autista di corriere e lo portava nello stanzone a giocare ai palombari in esplorazione negli abissi marini; mio padre che cammina piano davanti e mio cugino dietro, con Brian che simulava il rumore del respiratore della bombola ad ossigeno azionando una vecchia pompa manuale da bicicletta. Ah, solo Brian! La giornata è lunga ma le persone che vanno e vengono, i tanti messaggi a cui devo rispondere e le telefonate fan sì che poi alla fine voli via.

Brian

Brian

Ognuno ha il suo modo di fare le condoglianze, ma ognuna fa certamente molto piacere, le testimonianze di affetto rendono il tutto meno difficile. Qualcuno arriva a dire la solite cose che si dicono in questi momenti: “Se doveva soffrire, forse è meglio così”. Capisco che non sia automatico comprendere le varie sfumature, uno che soffre di alzheimer in forma grave da qualche anno e che è ospite di una struttura deve per forza essere su di una sedia a rotelle e passare la giornata avulso dalla realtà fissando il muro. Per alcuni è davvero così, l’ho visto con i miei occhi, ma fortunatamente non era il caso di Brian. Con lui era ancora possibile avere un rapporto, seppur confuso ogni volta mi riconosceva, a volte era anche in grado di fare ironia sulla sua condizione (“Brian, ma cosa c’è dentro alla tua testa?” “Mah, ormai non c’è più niente”) (Brian sai quanti anni hai?” “Uhmmm, 20? 50?” “No, ne hai molti di più papà, ne hai 86” “Beh mo’, allora son vecchio!), quindi posso tranquillamente dire che Brian me lo sarei tenuto volentieri per altri anni anche perchè, in generale, come mi ha scritto il padre di un mio caro amico in un telegramma “Quando se ne vanno è sempre troppo presto”. Non mi posso lamentare, 86 anni sono una discreta cifra, ma ne avrei voluti altri.

Domenica mi addormento alle due del mattino, quando vado a letto, mentre mi stendo, allungo un braccio e sfioro con la mano Palmiro che dorme lì da qualche parte, lui si gira e mi prende la mano tra le sue zampe.  Ancora, è un riflesso casuale, è pura suggestione, ma che Palmir mi tenga la mano mi fa davvero tanto piacere. Alle 6.30 sono già sveglio. Non andrò alla Funeral Home stamattina, va mia sorella, così faccio colazione e cerco di stendermi sul divano con NAT GEO WILD canale 409 in sottofondo, stratagemma che uso per cercare di addormentarmi. Non riesco. Cerco di tenermi occupato, sistemo l’armadio e i conti di casa. Poi quasi senza accorgermene accendo il Marshall che ho in casa, attacco la Les Paul e provo a suonare qualcosa. Mi tengo lontano dai giri in minore, non voglio cadere sul banale, così abbozzo un giretto di SOL, SIm, FA, DO, ripeto gli accordi due e tre volte e poi parto con una improvvisazione morbida color pastello, intreccio la pentatonica minore con la maggiore, aggiungo la scala minore  e qualche sghiribizzo delle scale modali. Ne fuoriesce una solista malinconica ma non troppo triste col selettore posizionato sul pick up al manico che dà al tutto la timbrica giusta. Battezzo all’istante questa cosuccia “Blues per Brian”. Mi metto a piangere di nuovo. Ripongo la chitarra ed elaboro il fatto che è la mia GIBSON LES PAUL CUSTON, quella che comprai all’indomani della scomparsa di mia madre (la chitarra infatti si chiama Mara). Tipiche considerazioni blues di Tim Tirelli. L’Inter pareggia 3 a 3 con l’ultima in classifica, nemmeno una gioia nel momento in cui ne ho più bisogno. Torno a Terracielo. E’ vero, quattro giorni di presenza alla funeral home sono tanti, per questione tecniche abbiamo dovuto organizzare il funerale solo per lunedì pomeriggio, ma d’altra parte bisogna dire che così si ha il modo di salutare con calma tutti gli amici e i parenti che vengono a fare una visita e lo stesso Brian.

Brian

Brian

Lunedì di primo mattino mi aspetta un compito gravoso, devo essere presente per la estumulazione e la esumazione di mia madre. Alle 4,30 sono già sveglio. Non mi meraviglio. Preparo la colazione. Alle 8,20 sono al cimitero. Lei è con me. Gli addetti del comune tolgono la bara dal loculo e la portano alla camera mortuaria. L’addetto di Terracielo mi spiega la cosa, il modo è professionale ma il suo forte accento reggiano rende l’argomento meno ostico. Ad un certo punto chiede se vogliamo guardare prima che si faccia l’operazione e si prepari il tutto nella nuova bara di cellulosa per la cremazione. Mi gira la testa, mi allontano di qualche metro, lei si assicura che io stia bene e poi mi dice ” io vado, voglio vederla la Mara”. Guardo questa donna, questa amazzone, questa valchiria che ho per compagna… che carattere, che forza, che spirito. Torna e mi dice che è contenta di averlo fatto. Vado anche io, do solo un’occhiata. La cosa è meno scabrosa di ciò che possa sembrare. Sembra ancora che riposi. In qualche modo sono contento di aver rivisto mia madre dopo 24 anni e so che quell’immagine non scalfirà il dolce ricordo che ho di lei, che è solo la rappresentazione del cerchio della vita. Mi sono chiesto se siano cose queste da scrivere in un blog, ma credo che questo sia, se non altro, un blog che non ha paura di affrontare le prove difficili a cui un uomo nella propria vita deve essere pronto, eventualmente, ad andare incontro.

Se fino adesso quest’ultima pagina della vita di Brian era iniziata tutto sommato a velocità ridotta, da questo momento prende una velocità imprevista. Torno a casa, mi preparo e torno al Terracielo per l’ultima oretta nella sala dove è Brian e quindi per il funerale. Arrivano gli amici, lo zoccolo duro degli illuminati del Blues è lì con me, arrivano amici di mio padre, parenti e conoscenti. Venerdì le sale occupate erano due, domenica erano dieci e dieci sono i funerali. Tutto è organizzato al minuto e tutto si consuma velocemente. Siamo i primi del pomeriggio ad usufruire della grande cappella interna. Prima della messa parte l’AVE MARIA di Schubert e io non riesco a trattenermi, mi metto a singhiozzare come un bimbo. Lei e mia sorella mi accarezzano. Penso al ricordino che ho fatto fare anche per mia madre vista la cremazione, la frasetta che ho fatto scrivere è “Ave Maria, piena di grazia”… ai più sembrerà l’incipit della preghiera, ma per me è il saluto a mia madre, che di nome faceva Maria ed era sì, piena di grazia.

Mi ricompongo. Il prete inizia il sermone che devo dire mi è anche piaciuto, semplice, diretto, senza troppa enfasi, tipico dell’Emilia. Mentre il prete parla sul grande schermo passano le foto del vecchio Brian, mi verrebbe da ridere nel vederlo fare il segno del Rock lì in chiesa se non fosse che sto affogando tra le lacrime.

Brian

Brian

Nemmeno mezz’ora e tutto termina. Mentre la bara esce parte WISH YOU WERE HERE, ma io sono così preso che non me ne accorgo nemmeno. Giusto il tempo di uscire dalla cappella che è già il turno di qualcun altro. Saluto e ringrazio tutti quelli che sono venuti, vorrei trattenermi un po’ ma il carro funebre (davvero bellissimo) è già pronto. Alle 16 siamo a San Martino, dove ci aspettano i parenti e amici e procediamo alla sepoltura. Ci tratteniamo per più di un’ora e poi ce ne andiamo.

Una volta a casa scatta il riflesso incondizionato di fare una doccia e di mettere a lavare tutti i vestiti usati in questi ultimi quattro giorni, quasi a voler togliere anche dalle fibre le particelle di tristezza.

Martedì sono già al lavoro, ho alcune cose inderogabili da fare; è stranissimo passare da un periodo di quattro giorni dove, tuo malgrado, sei al centro dell’attenzione e tutto gira intorno al ricordo di tuo padre, alla quotidianità che riprende come se nulla fosse. Forse sarebbe stato meglio prendersi qualche giorno in più per elaborare il lutto, ma, oltre alle incombenze lavorative, ricordo quello che disse una mia amica che tornò a lavorare poco dopo la morte del padre: “non voglio fare della morte un mito.”

Brian

Brian

Terminano dunque qui le avventure del vecchio Brian, storielle che incredibilmente hanno conquistato parecchi lettori di questo blog. Ne ho parlato alla mia maniera, con la scusa di parlare delle inezie della mia personale quotidianità ho cercato di affrontare un argomento non esattamente facile, quello della vecchiaia, della gestione di un vecchio ai giorni nostri e, specificatamente, dell’alzheimer. Ho cercato di essere sobrio, ma so di non esserci riuscito, sono italiano e sentimentale, sono portato al melodramma e all’enfasi, spero di non aver indugiato troppo nella retorica. In questi giorni alcuni mi hanno detto o scritto cose del tipo ” gli ultimi anni di Brian sono stati un po’ il tuo capolavoro”. Lo hanno fatto in diversi sottolineando e ripetendo più volte il concetto. Li ho ringraziati, capisco il loro punto di vista, ma mi sono sentito in imbarazzo. Sono stato davvero così bravo? Non credo. Come dice mia sorella “alla fine pensi sempre che avresti potuto fare qualcosa di più”.

Già, avrei potuto restare da lui un po’ più a lungo il sabato mattina, invece di starci a volte solo 40 minuti per poi andare a fare le mie cose, avrei potuto allungare le mie pause pranzo e passare più tempo con lui, i sensi di colpa ci sono, ma sono solo un uomo, anche io evidentemente faccio quello che posso.

Ho avuto negli anni un rapporto burrascoso con Brian, non starò certo a scrivere che è stato il miglior padre che uno potesse desiderare, perché non è così, ha fatto del suo meglio secondo le sue possibilità, forse non meritava un figlio così esigente e rompicoglioni. Gli ultimi anni sono stati però quelli in cui il nostro rapporto si è finalmente risolto. Ho fatto fatica ad accettare la sua malattia. Ricordo ancora le prime avvisaglie… Brian che non riesce ad infilare la spina del televisore in una riduzione particolare, Brian che fatica a memorizzare la funzione di accensione, spegnimento e cambio canale nel telecomando della TV e io che lo incalzo incazzato. Mi dolgo di certi miei comportamenti, di certe bacchettate, di certe urla ma per un figlio è davvero arduo venire a patti con la menomazione cognitiva o fisica di un genitore, si vorrebbe che fossero sempre un punto di riferimento per noi. Mi sento male se penso a quanto stronzo sono stato certe volte, facile prendersela con i più deboli, con un vecchio affetto da demenza senile. Spero che mi abbia perdonato e che nonostante tutto abbia capito quanto bene gli ho voluto. Cerco di convincermi che sia così, perché negli ultimissimi anni quando gli chiedevo chi fossi (per vedere se capiva che ero suo figlio), non ricordando sempre esattamente il mio nome o che grado di parentela avevamo, mi descriveva con le prime parole o i primi concetti che gli venivano in mente: “sei il mio capo”, “sei il generale“, “sei il dirigente” fino al dolcissimo “sei quello che mi protegge“.

Chissà che ingorghi di traffico nei suoi pensieri quando mi confidava, in dialetto reggiano, “Tim, an capès più gninto… Tim, non capisco più niente“, eppure era sempre sorridente e sempre felice di stare in mezzo alla gente. Nonostante l’alzheimer riconosceva ancora il suo soprannome senza problemi. Già, Brian, mutuato da un fumetto che nella seconda metà degli anni settanta pubblicavano su L’INTREPIDO o su IL MONELLO, BRIAN DEI GHIACCI appunto (le storie di uno scienziato che si era ritirato a vivere al Polo). Una sera di un freddo inverno mio padre tornò a casa dal lavoro con la sua giacca di pelle col grande bavero tirato su e disse qualcosa – con la sua solita enfasi – circa il freddo e il gelo che c’era per strada, da lì scattò il BRIAN DEI GHIACCI.

A volte mi chiedo se l’alzheimer non sia un escamotage del cervello per lenire in certi individui l’angoscia della consapevolezza del diventare vecchi. Chissà. Spero solo che questi ultimi anni si sia accorto del bene che gli abbiamo voluto, e che si sia sentito accudito e protetto.

Faccio un po’ di conti, è almeno dal 2009 che ho iniziato ad seguirlo con più attenzione fino alla totale gestione dei quattro anni che vanno dal 2011 al 2014 con totale annullamento della mia vita privata. Poi gli ultimi 14 mesi nella struttura di cui era ospite. Oggi delle lunghe giornate passate a fargli da badante mi restano più che altro i bei ricordi. I nostri sabati mattina a far colazione al bar di Nonantola,

Brian

Brian

le domeniche pomeriggio sul divano a vedere un film su Rai 5 o ad ascoltare un concerto di musica classica, cosa che aveva iniziato a piacergli un sacco, lui che colora disegni che stampavo da internet. Mi mancheranno le sue mani nelle mie, mi teneva forte, quasi fossi un appiglio che gli impediva di scivolare verso l’abisso e mi mancherà lui, per come era.

In questi ultimi 14 mesi in cui è stato ospite della struttura la mia vita ha subito un miglioramento drastico, era un piacere andare a trovarlo anche se a volte dovevo farlo di fretta in pausa pranzo. Adesso mi chiedo cosa farò al sabato mattina, avrò senza dubbio maggior tempo per me stesso, ma non era tempo per me stesso anche andare a trovare il mio vecchio? E una sensazione molto strana, negli ultimi sei sette anni hai dovuto gestire tuo padre in toto e adesso d’improvviso non hai più quella responsabilità, quell’onere e quell’onore. Ci si sente spaesati. E sradicati: non avere più nessun genitore ti costringe a fare i conti con te stesso, ora sei davvero tu l’adulto.

Pieno di questi pensieri strambi contemplo il cielo, non sono religioso, non credo nell’al di là, non sono nemmeno sicuro che esista l’al di qua, ma forse quando lasciamo questo pianeta la nostra scintilla di energia inizia a girare per le misteriose profondità dell’universo. Chissà se la sua ha raggiunto quella di mia madre, guardo il cielo e lo spero.

Buon viaggio papà, ovunque tu sia diretto.

Brian

Brian

Lino Tirelli – Villa Bagno (RE) 30/11/1929 – Modena 5/2/2016

Gli artisti che se ne vanno, Ciuffy che le canta a Sarri e la bellezza degli album di musica Rock

26 Gen

In questo inizio anno se ne sono andate alcune figure importanti della musica Rock e su facebook c’è stata un alluvione di commenti. La dipartita di Bowie ha fatto straripare gli alveoli di questo social network, tutti, e intendo tutti, si sono sentiti in dovere di commentare, di piangere, di comunicare al mondo quanto fosse importante questo artista.

Io sono rimasto perplesso circa questo comportamento narcisistico (questa è da tempo la deriva di facebook), perché più che omaggiare con un ultimo saluto un grande artista Rock, nell’ 80% dei casi si tratta di auto promozione.

Capisco che la scomparsa improvvisa (quasi nessuno era al corrente che stesse combattendo da tempo contro il cancro) di un volto noto faccia sempre un certo effetto, ma un minimo di bon ton e di sobrietà non guasterebbe. Tutti si sono scoperti fan di David Bowie. Mi sarebbe piaciuto sapere in quanti sarebbero stati in grado di citare il titolo di una canzone dall’album HEROES che non fosse quella che dà il titolo all’album, di capire quanti di loro sarebbero stati in sintonia con le forti pulsioni dell’artista in questione verso l’uso ossessivo e compulsivo della cocaina, verso Aleister Crowley, verso una certa idea di Gioventù Ariana.

David-Bowie

E’ davvero buffo (e spaventoso) quanto la stragrande maggioranza delle persone riesca ad eludere, a sterilizzare, ad ignorare i significati profondi di certi artisti. E’ sufficiente saper canticchiare “we can be heroes just for one day”, aver ballato due volte al ritmo di “Let’s Dance” per dichiararsi fan.

Io capisco gente come la groupie, una che iniziò ad interessarsi di musica da ragazzina, intorno alla metà degli anni ottanta e, non avendo nessuno di maggiore età interessato alla musica che potesse guidarla, si concentrò su quei nomi che più la colpirono: Bowie, i Queen e i Police (tutto sommato niente male, visto gli anni di cui stiamo parlando). Bowie quindi fu uno dei nomi con cui crebbe, dunque il suo dispiacere e i suoi diversi interventi su facebook mi paiono naturali e in qualche modo dovuti, ma in generale l’enfatizzare sempre e comunque la scomparsa di qualsiasi artista che se ne va mi pare ormai un malcostume.

Possibile poi che tutti fossero o siano dei geni? Se lo erano Leonardo da Vinci, Sergej Prokof’ev e Alan Turing, possibile che lo fossero e lo siano anche canzonettari e musicisti Rock? Bowie era un genio o un bravo singer-songwriter con una visione tutta sua?

DAVID-BOWIE-PENDANT-SA-TOURNEE-MONDIALE-1976

Altra cosa che mi pare inopportuna è maledire l’anno di merda in corso perché si porta via questi musicisti.  Ma è davvero così sorprendente? Per anni, lustri, decenni fanno uso sistematico di droghe, vivono ad altissima velocità, si spendono a più non posso, chiaro che poi devono pagare il conto. A me sembra incredibile che raggiungano i settant’anni. Per tacere di quelli che “le rockstar muoiono giovani (?) e i politici campano fino ai 90 anni, mondo di merda“, e vai di demagogia, avanti così, continuiamo a farci del male.

A me DB arrivò con l’album HEROES, e sebbene fu uno dei primi album che acquistai (quelli dunque che quasi sempre diventano parte del tuo DNA), laggiù nel fine 1977, non mi segnò particolarmente, d’altro canto Bowie per il giovane ed inesperto Tim di allora era quello di STARMAN. Non diventai fan, se non in senso lato. Ritengo che alcuni suoi album, anche del periodo d’oro, non siano poi così belli come vogliono farci credere, e che il Bowie post 1983 non sia granché, al di là di qualche sporadico episodio. Ma naturalmente son cose che non si possono dire, perché poi diventi lo snob che critica quello che piace a tutti, sembra quasi che una volta arrivata la beatificazione gli artisti non si possano toccare.

Ad oggi è STATION TO STATION l’album che amo di più, transizione tra il periodo “Rock” e le sperimentazioni berlinesi in divenire. Album suonato bene ma non in modo impeccabile (ed è questo il bello) da musicisti che avevano il senso di un gruppo, album bianco e metallico dalla produzione di certo condizionata dalla cocaina, album denso di riferimenti religiosi, crowleyani e ossessivi, album che a livello di atmosfera fa il paio con PRESENCE dei LZ.

Ad ogni modo, per i meno attenti, se ne è andato anche DALE BUFFIN GRIFFIN, batterista dei MOTT THE HOOPLE, a 67 anni, per colpa dell’alzheimer.

Dale Griffin

Dale Griffin

Insieme a lui anche GLENN FREY, 67 anni, a causa dell’ artrite reumatoide. Benché mi consideri grande fan degli EAGLES, FREY – seppur uno dei due fondatori – era l’aquilotto che mi piaceva meno. Dispiace ugualmente, ci mancherebbe, ma non era una delle mie figure di riferimento. Anche in questo caso su facebook se ne è fatto un gran parlare e tutti a postare HOTEL CALIFORNIA, brano citato a sproposito, perchè come dice Picca:

“Capisco che la sciatteria è il canone attuale, ma i giornali insistono nell’associare il defunto Glenn Frey a Hotel California, brano principalmente di Don Felder con testo di Don Henley firmato anche da Frey per motivi di ‘opportunità aziendale’. La bazza è ironica: Frey è stato il capo degli Eagles per decenni, si è preso a cazzotti con Felder a più riprese, lo ha silurato impedendogli il rientro nell’ultima reunion e, una volta morto, viene ricordato per un brano di Felder. Life is Hard. Death too.”

Glenn Frey

COPPA ITALIA: NAPOLI – INTER 0 -2

Siamo al 90esimo, l’Inter conduce per 1 a 0, da un paio di minuti l’arbitro ha espulso un giocatore dei vesuviani per doppia ammonizione. Il quarto uomo espone sul cartellone luminoso il numero dei minuti di recupero: 9, corretto poi in 5. Ciuffy (Mancini insomma) va a protestare col quarto uomo, 5 minuti gli paiono troppi. Sarri, evidentemente incavolato per il risultato lo vede e gli dà del “frocio” e del “finocchio”. Ciuffy sente tutto e va ad affrontarlo. Li dividono.

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Adem intanto scatta in contropiede, si fa metà campo da solo e va ad insaccare il 2 a 0.

Intervistato da quelli di Rai sport subito dopo la partita Ciuffy riporta fedelmente quanto successo.  E’ scosso e molto arrabbiato.

Sarri che chiede scusa in diretta TV dicendo che “sono cosa di campo e che tutto deve chiudersi lì”.

Seguono polemiche: chi dice che Mancini ha ragione e che è ora che anche il mondo del calcio si adegui alla società civile (?) lasciando perdere offese di stampo razzista ed omofobo, chi invece pensa che Mancini sia una donnicciola e che ha fatto tutto di proposito per far squalificare Sarri ed approfittarne.

Io mi chiedo, ma approfittarne di cosa? Sarri è stato squalificato due turni in Coppa Italia, mica in campionato. Secondo me Mancini ha fatto bene, ha allenato in Inghilterra, da questo punto di vista paese più avanzato del nostro visto che lì omofobia e razzismo si combattono davvero, è ora di cercare di fare qualcosa anche qui in Italia. Che Sarri abbia detto “sono cose di campo” per me è vergognoso.

Naturalmente le critiche a Mancini sono state tantissime, anche perché sembra che pure lui 15 anni fa abbia usato lo stesso insulto per colpire un giornalista. Mancini nega, ma se anche fosse vero cosa cambia? In 15 anni uno può cambiare comportamento, no? In 15 anni la società si evolve e certe offese sono ancora più impronunciabili che in passato. Ci potrà pur essere una differenza tra il Mancini 35enne e quello 50enne o no? Sarri ha 57 anni, possibile che a quell’età, con la posizione che occupa, nel 2016 si lasci scappare ancora delle offese di quel tipo?

Offendere Mancini per la sua decisione di rendere pubblica questa cosa è davvero segno di inciviltà, e farlo perché l’allenatore di una squadra avversaria che magari odi lo è ancora di più. Non è vero che tanto non cambia nulla, se solo facessimo tutti un piccolo passo in avanti …

mancini

Tornando alla musica, quando scompaiono musicisti di quel calibro si è portati a riascoltare i loro vecchi dischi e una volta di più si tende a valutare l’impatto che certi LP hanno avuto sulla nostra vita.

I grandi album Rock hanno la capacità di farti fare dei viaggi che tu nemmeno ti aspetti, di farti vivere avventure così lontane e diverse dal tuo quotidiano, di aprirti la mente e il cuore su orizzonti che non sono i tuoi. Prendi DESPERADO degli Eagles, album che ti fa rivivere l’epopea dei fuorilegge americani; lo infili nel cd player della blues mobile e già con la prima canzone ti sembra di essere uno della banda DOOLIN-DALTON.

I grandi album poi sono tali anche perché è nelle tracce minori che trovano la completezza, la quadratura del cerchio. Senti qui il grande BERNIE LEADON con TWENTY-ONE e BITTER CREEK, senti che canyon ti fa attraversare…

L’outlaw blues arriva con RANDY MEISNER: CERTAIN  KIND OF FOOL …

e con SATURDAY NIGHT cantata da DON HENLEY…

poi ecco le due primedonne, DON HENLEY e GLENN FREY, TEQUILA SUNRISE e DESPERADO con quella “You better let somebody love you (let somebody love you) You better let somebody love you before it’s too late” che ti spezza il cuore ogni volta che la senti…

Che potenza gli album della musica Rock.

Eagles - Desperado photo outtake

Eagles – Desperado photo outtake

Il gatto e la volpe: storia di vita e di morte

12 Gen

Domenica mattina ore 6, lei si alza per dare da mangiare a Palmiro, il gatto nero che vive, mangia e dorme con noi, poi torna a letto e si riaddormenta. Io mi sveglio un po’ più tardi a causa di rumori che sento sempre più distinti. In inverno di solito altre due gatte, degli altri quattro che abbiamo, dormono in casa, magari sono loro che fanno le matte, ma poi elaboro il fatto che ieri sera sono uscite entrambe. Sento del trambusto sul terrazzo (collegato al cortile con una scala). Immagino siano i gatti che si azzuffano come ogni tanto fanno. Cerco di rimettermi a dormire.

Il trambusto continua, e si fa intenso. Palmiro corre verso la porta e subito ritorna da noi sul letto, spaventato. Strano, non si direbbe ma Palmiro è una gatto molto coraggioso ed è sempre il primo ad avventarsi contro gatti forestieri che tentano di avvicinarsi. Preoccupato mi alzo, sono le 6,50. Apro la porta, è buio pesto, sul terrazzo non c’è più nessuno; Raissa, la gatta madre degli altri tre, si intrufola in casa spaventatissima, strano…anche lei è sempre la prima ad accorrere in aiuto dei suoi figli.

Sento nel prato intorno alla casa un gatto che lotta furiosamente contro quello che penso sia un cane. Lancio un paio di urla che però non sortiscono nessun effetto. Sento ringhiare in modo spaventoso, sento le urla disperate di un gatto. Sono ancora imbambolato, in pigiama e ciabatte, non è il caso che scenda nel buio in quelle condizioni ad affrontare quello che penso sia un cane lupo.

Torno dentro, rifletto un momento, mi metto un giubbotto, infilo le Clarks, prendo la mazza da baseball e scendo. Si è sveglia anche lei, prende una torcia e mi segue. Avanziamo insicuri nel cortile, non si vede nulla. Ho i sensi all’erta e la mazza ben stretta tra le mani in caso mi trovassi davanti un cane rabbioso. Ci inoltriamo nel prato, la torcia illumina quel che può, faccio qualche metro verso il punto in cui sentivo ringhiare e miagolare e scorgo qualcosa a terra. E’ il corpo di un gatto. Subito penso sia la più piccola, ma ben presto ci accorgiamo che è Pato, il grosso maschio.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Ci avviciniamo, ha ferite sul petto e sullo stomaco, guardiamo meglio, è morto. Mi soffermo sul suo muso. Lei inizia a singhiozzare. La rimprovero all’istante, non mi sento sicuro, dobbiamo stare all’erta, non è il momento per la tristezza. Scruto la campagna, tutto tace. Prendo un sacco, vi infilo Pato e lo adagio su di una vecchia carriola. Il pensiero ora va altre altre due gatte, saranno state attaccate anche loro? Giriamo intorno a casa, ma è ancora buio, non scorgiamo nulla.

Rientriamo. Facciamo colazione mentre la mestizia scende inesorabile. Comicio a sentirmi in colpa, fossi stato più reattivo, coraggioso e pronto forse Pato sarebbe ancora vivo. Il sole sorge verso le otto. Mi vesto e scendo a seppellirlo. Scavo una fossa là sotto i frassini, arriva anche lei a darmi una mano; prendo il corpo di Pato, lo avvolgo con dolcezza in un mio vecchio foulard, lo poso nella terra e lo ricopro con cura.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Inizio a sciogliermi e a farmi riflessivo. Cosa può essere stato? Un cane, uhm, difficile, molto più probabile sia stata una volpe, dalle nostre parti ne sono state avvistate parecchie. Vicino a dove abitiamo c’è una grande stalla, in uno dei capannoni delle balle di fieno vi sono parecchie tane. Iniziamo a fare una ricerca in internet riguardante le volpi. Cacciano di solito due dopo il tramonto fino all’alba, tutto coincide. Pato però era un gatto massiccio, con una gran forza, possibile che una volpe sia riuscita a stenderlo in pochissimi minuti? Metterlo nella gabbietta quando si trattava di portarlo dal veterinario era sempre una impresa e ogni volta riflettevo sul suo vigore, sulla sua forza.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Torno all’idea di un cane, magari un grosso randagio, penso addirittura ad un lupo, ma qui in pianura non ve ne sono. Ritorno all’ipotesi più probabile, una volpe. Forse più di una. Forse si è avventurata sin sul nostro terrazzo (dove ogni tanto lasciamo del cibo per i gatti), Pato deve averla notata e si è fatto avanti a difendere il suo territorio, deve essere andata così d’altra parte dei quattro gatti che vivono fuori è stato proprio il maschio a morire. Poco dopo si rifanno vedere le due femmine rimanenti. Una si era rifugiata nel fienile che abbiamo dietro casa, l’altra chissà dove. La domenica passa con una cappa di cupezza addosso. Il senso di colpa persiste, non c’ero quando aveva bisogno di me.

Giro per il cortile, mi manca già. Pur essendo una gatto abituato a stare fuori e dunque praticamente selvatico, mi riconosceva come maschio di riferimento. Ogni tanto entrava in casa a mangiare, e quando gli dicevo “giù, Pato, giù” si sdraiava per terra un po’ diffidente e si lasciava accarezzare (addirittura anche sulla pancia). Ogni tanto mi dava qualche morsichetto affettuoso tanto per dirmi “attento Tyrrell, non esagerare”, ma alla fin fine, a volte, si lasciava anche prendere in braccio.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

In un primo momento avrei voluto trovare quella volpe e dargliene quattro, ma una volta tornata la razionalità capisco che sono discorsi senza senso e  vergognosi. La volpe fa la volpe, ed è giusto sia così. D’altra parte i nostri gatti a volte catturano delle lepri e se le mangiano, qual’è la differenza?

Le tragedie del mondo sono altre, non va persa di vista la giusta prospettiva ma nel nostro piccolo universo è indubbio che la perdita di Pato è dolorosa. Chi non vive con animali non può comprendere appieno e giudicherà melense queste frasi, ma per noi che lo abbiamo visto nascere, che lo abbiamo accudito, nutrito, che gli abbiamo lasciato la massima libertà di movimento e che lo vedevamo tornare ogni sera verso casa, la sua perdita è un peso. Eravamo e siamo un nucleo di mammiferi di specie diverse che vivono insieme, certi legami diventano profondi, anche con un gatto “selvatico” come Pato. Pure gli altri gatti stanno vivendo un momento strano,  sarà anche suggestione ma paiono spaesati, increduli… lo cercano ma non lo trovano più.

Dovrò abituarmi a non vederlo più in giro, a non ridere più di quella sua espressione attonita,  a non baciare più quel suo bel musone, a non sfidare più la sua pazienza per accarezzargli la pancia.

Addio Pato, amico mio, mi mancherai.

Il gatto Pato, giugno 2008 - foto TT

Il gatto Pato, giugno 2008 – foto TT

 

Blog musicali and other assorted blues songs

7 Gen

In questi ultimi giorni ho letto un paio di interviste niente male: una a Max Stefani (rilasciata il 21/12/2015) e una a Riccardo Bertoncelli. Max mi è piaciuto quando gli è stato chiesto di citare qualche gruppo o artista sopravvalutato, ha tirato fuori nomi senza tante storie. Bello vedere qualcuno a cui non frega nulla di essere politicamente corretto, citare nomi di gruppi “intoccabili”e spazzare via cliché consolidati da decenni. (Chi fosse interessato la può trovare sul profilo facebook di Stèfani).

Leggere Bertoncelli è interessante, ti mette alla prova, ti fa confrontare con te stesso. Spinto dalle sue parole ho provato a dare un’occhiata a qualche blog prettamente musicale pubblicato sulla rete italica, alcuni dei quali premiati come migliori blog musicali italiani. Ho tentato, ma non ce la faccio, non riesco ad andare oltre i due o tre articolini. Una noia assoluta. Sarò io che sono arrivato al capolinea, lo so, ne ho discusso recentemente anche con Paolo Lisoni, ma leggere quella roba è un fastidio per me. Quei giornalisti che usano verbi tipo “sciorinare”, quei compitini perfetti che parlano di soggetti perfetti per l’intellighenzia Rock nostrana, quell’essere trasversale tanto da far capire che si può scrivere sempre e comunque di qualsiasi corrente del Rock, di qualsiasi gruppo e di essere credibili (cosa che invece capita a pochissimi).

Mi chiedo a cosa sia dovuta questa mia repulsione che arriva come un onda su qualsiasi tipo di blog musicale che io cerchi di affrontare…quelli che “i Dead, Tom Petty e il castamasso della Cesira”, quelli che il metal, quelli che il punk Rock inglese, quelli che il prog, quelli che il jazz, quelli che il blues… Possibile che sia davvero io a non sopportare (quasi) più nulla di scritto a proposito del Rock e della musica? Ci sarà di sicuro qualcuno che penserà la stessa cosa delle frasette sghembe che scrivo a proposito dei soliti quattro artisti su questo blog miserello, e allora? Sono snob a tal punto da non gradire nulla scritto da altri? No, cazzo, mi emoziono quando leggo le considerazioni musicali di qualche bel delinquente del rock and roll che conosco e di cui non faccio il nome, ma allora cos’è? C’è una sorta di idiosincrasia verso il 95% di quello che leggo, in Italia, a proposito del Rock. Sono io ad essere alla frutta, lo è il Rock o semplicemente mi sto trasformando in un vecchio brontolone?

Smetto di scervellarmi, passo ad altro, ad esempio alle due compilation di registrazioni casalinghe di MICK RALPHS pubblicate gli anni scorsi dalla Angel Air. Basta guardare le cover dei cd per capire il livello, ma che ci volete fare, I love this man.

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Un paio di settimane fa sono stato a pranzo da mia zia, si parlava della stirpe Tirelli, saltano fuori alcune foto, una del padre della madre di Brian, mio bisnonno quindi. Tal Luigi Brini, nato nel 1880 e morto a 25 anni di peritonite o qualcosa del genere. Suo padre (o suo nonno) doveva essere austriaco, o perlomeno così vuole la storia della famiglia. Avevo forse visto la foto in passato, ma solo oggi la imprimo nel mio dna. La invio a mia sorella. Risposta “quanto gli assomigli!” Gli assomiglio? Ma dove? Guardo meglio e, sotto al primo strato superficiale, mi vedo. Stessi occhi e sopracciglia. Quello sguardo blues, quell’intenzione sveviana, kafkiana, (crowleyana?) … non c’è dubbio: sono suo bisnipote.

Faccio vedere la foto a Brian e dice “sei te, Stefano”; certo, un vecchio con l’alzheimer non è propriamente attendibile, ma dopo tutto è mio padre e quando risponde di getto senza a pensare spesso ci prende. Faccio vedere la foto alla groupie e mi dice “sì, vieni da lì”. Ho sempre pensato di essere una sintesi dei Tirelli e degli Imovilli e invece eccola qua la mia Brini legacy.

Luigi Brini, bisnonno - Foto Fantuzzi RE

Luigi Brini, bisnonno – Foto Fantuzzi RE

 

Luigi Brini, bisnonno 1880-1905 - Foto Fantuzzi RE

Luigi Brini, bisnonno 1880-1905 – Foto Fantuzzi RE

JOHN PAUL JONES compie 70 anni, la cosa mi inquieta. PAGE ne fa 72, ho ormai elaborato che le mie figure di riferimento ormai sono dei vecchi con o senza fascine di arbusti sulla schiena, ma che anche JONESY abbia raggiunto the big 7 fa impressione.

Continuo ad essere impelagato con le serie Tivù di SKY. La V stagione di HOMELAND (serie di cui ormai anche PICCA è prigioniero), la III di THE AMERICANS, la II di FARGO e LILYHAMMER. Mi sono dato a quest’ultima da poco, ho scaricato le prime due stagioni su Sky on demand e mi sono messo a guardarla. Mi divertono le storielle del mafioso LITTLE STEVEN, crude e strambe con una vena comedy. L’ironia sul welfare e sull’atteggiamento politicamente corretto norvegese è uno spasso, quasi tutti i personaggi autoctoni paiono sciocchi e con deviazioni varie. Adesso ne è arrivata un’altra, FORTITUDE, anch’essa ambientata nell’estremo nord. Questa è una tendenza che si sta allargando a macchia d’olio. FARGO, LILYHAMMER, FORTITUDE, film tipo HEADHUNTERS (tratto dal romanzo di Jo Nesbø), IN ORDINE DI SPARIZIONE… comune denominatore i ghiacci, siano quelli del Minnesota, della Scandinaviar o beyond.

Sarà un caso ma dal cofanetto di BERNSTEIN pesco il cd riservato a EDVARD GRIEG…

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Mi trastullo anche col box set dell’ ALAN PARSONS PROJECT. Da giovane lo snobbavo, lo consideravo easylistening, ma ora da uomo di blues di una incerta età, con i confini dell’essere esigente più sfumati, mi godo questo Rock sinfonico leggerino con piacere, se poi alla voce c’è JOHN MILES ancora meglio…

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Lo stereo della blues mobile passa ASHES & DUSTdi Warren Hayens, una piacevole sorpresa per me che non sono mai riuscito ad apprezzare del tutto questo chitarrista.

Gli ultimi arrivi, grazie al gift voucher di amazon che un caro amico sempre troppo generoso mi ha fatto per natale, sono: il bluray e il cd QUEEN – A Night At The Oden (la leggendaria performance al teatro coperto del quartiere martellaio di Londinium della vigilia di natale del 1975), i due cd di MICK RALPHS di cui sopra, l’album DERRINGER BOGERT & APPICE e la deluxe edition dell’album dei GRT (S.HOWE & S. HACKETT). QUEEN a parte, devo avere qualche disfunzione musicale anche perché a questi nomi assai discutibili per la stragrande maggioranza dei critici Rock italiani, aggiungo l’ultimo soundboard, arrivato via wetransfer dal nostro uomo a Helsinki, dei FIRM, il gruppo di PAUL RODGERS con LEOPOLD alla chitarra…

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L’INTER torna a vincere, a fatica, in casa dell’EMPOLI e mantiene la prima posizione in classifica. Rimango perplesso benché ancora fiducioso.

Pago multe (180 euro e tre punti in meno sulla patente per aver viaggiato ai 72 kmh sulla circonvallazione di Stonecity), osservo quel po’ di neve scendere sulla pianura, guardo CARLO VERDONE (sul suo profilo FB) fare gli auguri a suo cognato mimando FOUR STICKS dei LZ versione ROLLINS BAND, mi chiedo se sia il caso di comprare un registratore multitraccia 24 piste della TASCAM, favoleggio l’acquisto di una LES PAUL STANDARD cherry sunburst (o sunburst), mi interrogo sul mio futuro, insomma blueseggio come al solito. Happy new year Tim Tirelli.

Domus Saurea gennaio 2016 - foto TT

Domus Saurea gennaio 2016 – foto TT

 

 

 

 

 

Modalità dicembre

19 Dic

Anche se al mio amico Bodhràn la parola non piace proprio, non posso fare a meno di entrare in “modalità” dicembre. E’ il mio mese, le due settimane prima del solstizio d’inverno sono le mie preferite dell’anno, mi sento percorso da una instancabile malinconia euforica.

Sul car stereo della blues mobile inizia a girare gli album e le canzoni che associo a questo periodo: CRUSADE di JOHN MAYALL…

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WINTER dei ROLLING…

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…il PIANO CONCERTO di KEITH EMERSON e con esso quel turbinio di fiocchi di neve immaginari che si posano sul mio animo…

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Il pensiero rivolto al ricordo di mia madre si materializza ogni volta che mi sento più buono, che annuso l’aria per controllare se per caso la neve è in arrivo, che mi emoziono per le luci ad intermittenza, che guardo le tazze con i cuoricini sul pentagramma che mi regalò tanto, troppo tempo fa.

tazza mother Mary

tazza mother Mary

L’ultimo giorno del mese scorso BRIAN ha compiuto 86 anni. Il birthday party che si è svolto nella struttura in cui è ricoverato non è stato affatto male, Brian ha fatto il galletto…

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Il giorno prima suo fratello Antonio, che noi chiamiamo Pippo o Giulivo (il nome che aveva da partigiano) ne ha fatti 90. Il clan Tirelli si è ritrovato quasi per intero. E’ stato un bel momento. Sono il più vecchio della quinta generazione (di quelle a noi conosciute) e prima o poi prenderò il testimone che mi passerà lo zio, a suo volta il più vecchio della quarta. Ha fatto tutto mia cugina Silvia, tra le cose che ci legano c’è anche una capacità organizzativa niente male.

Uncle Pyppo cake

Uncle Pyppo cake

Stefano & Antonio Tirelli - foto Saura T

Stefano & Antonio Tirelli – foto Saura T

Mi apparto un momento e osservo il mio clan, credenze religiose, politiche e calcistiche possono anche renderci diversi, ma il sangue ci unisce, com’è naturale che sia.

Qualche giorno dopo i festeggiamenti continuano, compie gli anne The Peita, la sorella della groupie. Le regalo il cofanetto in DVD della prima stagione di THE AMERICANS.

Kiss from the Peita - Gavassae dic 2015 - foto Saura T

Kiss from the Peita – Gavassae dic 2015 – foto Saura T

Il birthday party di The Peita apre le danze ai pranzi delle feste di dicembre a casa della Lucy, madre della groupie e rappresentazione in carne ed ossa dell’Emilia. Lasagne, cappelletti, coniglio, vitello arrosto, salsine, tortelli dolci, torta, liquori…I can’t get enough of Emilia’s vibe…

Torno a casa pieno come un uovo, sgambetto in giro per la Domus Saurea insieme al diavoletto nero della Tasmania

Palmiro - Domus Saurea - dicembre 2015 - foto TT

Palmiro – Domus Saurea – dicembre 2015 – foto TT

Non amo le decorazioni natalizie premature, non sopporto quelle ossessive ed esagerate, neppure quelle buttate lì a casaccio…mi piacciono quelle sincere, delicate, magari un po’ blues… così, al sabato e alla domenica, mentre preparo la colazione alla groupie accendo le candele e metto gli alberelli natalizi sulla tavola.

Domus Saurea - dicembre 2015 - foto TT

Domus Saurea – dicembre 2015 – foto TT

Poi, mentre MAHALIA JACKSON canta di notti silenti, la groupie fa l’albero ed io il presepio…

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Domus Saurea - dicembre 2015 - foto TT

Domus Saurea – dicembre 2015 – foto TT

Da adulto do al “natale” il giusto valore, ovverosia un rito vecchio di 5000 anni in cui gli esseri umani festeggiano il solstizio d’inverno, la festa del sol invictus, delle giornate che tornano ad allungarsi scambiandosi un regalo come buon auspicio per la nuova stagione, tradizione poi assorbita dal cristianesimo (e da parecchi altri culti) che la ha trasformata nel giorno della nascita di un ebreo di razza etiope biondo e con gli occhi azzurri, figlio di una donna vergine chiamata Maria e con un padre putativo chiamato, qui in Emilia, Iòffa (Giuseppe insomma).

E’ una favoletta dunque, ma non riesco a rinunciare al relativo mock up (il presepe). Mentre lo preparo mi faccio mille domande, un ateo come TIM TIRELLI che fa il presepe è un lavoro da matti; pensavo fosse un inno alla mia infanzia, ma poi ho capito che è una sorta di resurrezione spirituale che si rinnova ogni anno: la statuina della donna con le due anfore tra le braccia, con l’abitino azzurro, il velo blu in testa ed il grembiule rosso è mia madre. La statuina in questione è una delle poche sopravvissute tra quelle che le appartenevano e che è arrivata ai nostri giorni. Ancora una volta constato quanto sia impossibile per un essere umano far fronte alla perdita della propria madre e rifletto sugli espedienti che la nostra mente trova per provare a riempire un vuoto incolmabile.

Domus Saurea - dicembre 2015 - foto TT

Domus Saurea – dicembre 2015 – foto TT

Una volta finito non resta che accendere le lucine e trasformare la sala della Domus Saurea in un posticino assai piacevole…

Domus Saurea - dicembre 2015 - foto TT

Domus Saurea – dicembre 2015 – foto TT

Per il resto veleggio a vista tra la nebbia, non è prevista neve per queste settimane e dunque mi perdo tra l’ovatta densa di foschia…

Foggy days at Domus Saurea - foto TT

Foggy days at Domus Saurea – foto TT

Black Fog - Villa Bagno - Regium Lepidi dic 2015 - foto TT

Black Fog – Villa Bagno – Regium Lepidi dic 2015 – foto TT

Ogni tanto al venerdì sera arrivo fino alla PERLA VERDE; sessanta km tra la nebbia fitta non sono pochi ma l’atmosfera della PERLA è quella giusta. Guardo la tribute band degli WHO e faccio il nessi con la groupie, la DORWOODA, POL e amici sfusi…

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Dorwooda, Tim, Groupie – foto Pol

Sabato son lì che attraverso CAMPOGALLO sulla blues mobile, sto andando da Brian, sono un po’ in ritardo, non sono solito sfidare il codice della strada, ma sullo stadone non c’è nessuno… posso permettermi di superare – sulla striscia continua – un camioncino che va come una lumaca.

Rientro sulla destra quando vedo là in fondo i vigili. Porca di quella puttana. Paletta, accosto. Mi viene incontro la comandante. Controllano la patente, il libretto, l’assicurazione, le gomme termiche. “Signor Tirelli, le contestiamo questo e quello”. “Ha ragione”, le faccio, “stavo correndo da mio padre, andavo di fretta,  ho sbagliato.” La responsabile di quella pattuglia della Polizia Locale mi fissa qualche secondo…è una di quelle donne che sono solito idealizzare, sicura di sé ma senza accentuare la cosa, concreta e decisa ma senza perdere la tenerezza…mi soppesa…probabilmente è colpita dalla mia franchezza, o forse è semplicemente rinfrancata dal fatto che per una volta non le è capitato un automobilista scorretto e rompicoglioni, fatto sta che mi dice “Guardi, facciamo così, le contesto solo il sorpasso su linea continua, così non perde punti della patente”. Redige il verbale. Sono 40 e passa euro ma se lo pago entro 5 giorni diventano 28. Mi è andata bene. Mi consegna il tutto. Ci scambiamo uno sguardo complice, quello tra una tutrice dell’ordine come si deve e un cittadino ligio al proprio dovere. “Ecco qua signor Tirelli. La saluto“. “Hasta siempre, comandante” vorrei dirle, ma mi congedo con un sorriso.

Brian ormai è sempre più distante. Spesso di ottimo umore, ma confuso come non mai. Canta, parla usando fraseggi e termini tutti suoi. Gli faccio vedere una foto dove ci siamo noi due, gli chiedo chi sono,”i Tirelli” mi dice, ma non riesce ad approfondire…sento che mi sta sfuggendo di mano, la sua zattera si sta allontanando, lui sembra felice, ma non riesco a mantenermi freddo come il raziocinio vorrebbe.

L’altra sera vado alla festa di natale della struttura, i 78 ospiti con relativi parenti. Siamo quasi in 200.

Christmas Party at the Home fo the aged - photo TT

Christmas Party at the Home fo the aged – photo TT

E’ ormai un anno che non gestisco più Brian direttamente, mi accorgo quanto sia dura. A tavola tocca e riposizione continuamente piatti, bicchieri, tovaglioli. Lo sgrido, lui capisce, ma è un riflesso più forte di lui. Gli taglio a pezzetti le lasagne, l’arrosto e le patate, la zuppa inglese; lui mangia con discreto appetito e diventa matto per l’aranciata e la coca (cola).

Brian ci dà di spumante al Xmas party - foto TT

Brian ci dà di spumante al Xmas party – foto TT

Il prete dà la benedizione, io penso ai BLACK SABBATH e ai GHOST…

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…partono gli applausi per gli addetti alla struttura e quindi gli auguri per il santo natale e il nuovo anno. Qualcuno versa a Brian due dita di spumante. Brian tocca il mio bicchiere col suo e mi fa “cin cin”. “Cin cin, vecchio Brian” gli rispondo e mi commuovo. Non ho i Ray ban con me, è ovvio, siamo in inverno… maledizione. Sono l’ultimo dei parenti ad andare, consegno Brian all’ animatrice, lo bacio e lo saluto. In cambio ricevo un ciao frettoloso, ormai è tutto concentrato su chi lo ha preso in custodia. Lo vedo lasciarsi guidare lemme lemme verso l’altra ala dell’edificio. Saluto il direttore, la capo nucleo ed esco nel fresco della sera. Salgo in macchina, scaccio la tristezza con un po’ di hard rock blues a volume alto…

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Per il 21 sera è programmato il sinodo degli illuminati del blues. Saremo in dieci. Ho voglia di vedere gli uomini di blues che ho creato a mia immagine e somiglianza.

Passo serate al telefono col chitarrista straordinario dei FLOWER STONE, MASSIMO AVELLONE. La tratta Regium Lepidi-Panormus è a tratti disturbata ma i pensieri volano piuttosto alti. Parliamo di fenici, di latini, di romani, di britanni chiamati Iacobus Patricius.

Riesco anche a finire canzoni iniziate dieci e passa anni fa. Strano davvero: per due o tre lustri non riesci a trovare il giusto spunto poi, quattordici anni più tardi, in mezz’ora ne completi due come se nulla fosse. Niente di che, tutta roba che verrà riposta nel cassetto, ma per me son cose importanti.

Dicembre è reso ancor più dolce dalla marcia sicura e caparbia che sembra aver intrapreso l’INTER. Dopo cinque stagioni di stagnazione e dolori, finalmente i ragazzi e la società sembrano aver trovato la (s)quadra. Un condottiero come Ciuffy (Mancini insomma) è quel che ci voleva. Siamo primi in classifica, da qualche settimana stiamo giocando bene, il gruppo è compatto e un uomo di blues inconsapevole come BROZOVIC sta diventando una sorta di fenomeno. Che godimento ragazzi.

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Se poi uniamo il fatto che santa Lucia mi ha portato la biografia fotografica di nostro signore, siamo a posto…

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Il 25 è dunque dietro l’angolo, un altro anno che passa, altri bilanci da fare. Ci fosse almeno la neve col suo candore ad addolcire questi blues per me sarebbe più facile, ma in definitiva …in alto i cuori, prendiamo quel che viene, anche gli alberelli spogli della Domus Saurea hanno un loro perché…

Domus Saurea dicembre 2015 - foto TT

Domus Saurea dicembre 2015 – foto TT

…jingle bells, jingle bells, jingle all the way…

I like female form, in minimum dress
Money to spend with a capital “S”
Get a date with the woman in red
Wanna be in heaven with three in a bed

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Un gatto per amico

22 Nov

In questi giorni di novembre elaboro un fatto: da un pezzo non frequento più i miei amici. Portato come sono, me tapino, all’analisi introspettiva, inizio ad interrogarmi sulla cosa. Colpa dell’età? Della vita odierna che ci fa pensare di non avere mai tempo? Dell’accidia sentimentale a cui siamo arrivati in questi anni aridi? Colpa mia? I miei amici non mi sopportano più? Sono io a non sopportare più loro? Siamo tutti ripiegati semplicemente su noi stessi? Forse è la sfiducia che abbiamo verso il futuro, verso una vita che secondo il nostro punto di vista personale non ha mantenuto le promesse, o no? Magari il fatto è che in questi tempi di tecnologia, di social network, di velocità sfrenata, di frigida fruizione ossessiva , di emozione precoce, le passioni tendono ad appassirsi…quella politica, quella per il Rock, quella per le fighe…e dunque c’è meno interesse a condividerle con gli altri.

Chi è che va ancora ad una riunione di partito, ad un forum politico? Io l’ho fatto l’ultima volta sei / sette anni fa e poi pochissimo altro.

Chi è che si entusiasma ancora per l’uscita di un disco? E se succede, chi è che corre da Robby da Dischinpiazza a comprarlo? Ben che vada lo ordiniamo su quel cazzo di Amazon, oppure lo scarichiamo, lo teniamo sul computer, ci sentiamo due o tre pezzi in qualità audio “lofi lo-fi” (sull’aria di Louie Louie) e poi chi se lo sente più. E’ poi oramai finita l’era del ricomprare le nuove edizioni di vecchi album che abbiamo amato, che sono per noi come l’ ingegnere che si lascia cadere nel fiume per creare la vita. Lo facevamo per riprovare il brivido sentito all’epoca, quando in motorino tornavamo a casa con l’LP sottobraccio e passavamo un weekend intero ad ascoltarlo, a scoprirlo. Ora invece, nessun brivido da condividere, nessuno a cui telefonare e dire “Cia Cos’, ho appena comprato il nono album da studio dei LZ (nel tuo immaginario quello uscito nel 1981) vieni subito che ce lo sentiamo insieme, chiama anche Bagài Stumpài, ho delle pepsi in frigo e la crostata fatta da mia madre”. E allora, sempre nel tuo immaginario, Cos’ e Bagaglio Stumpaglio arrivano, insieme a loro c’è anche Birucìn che a sua volta ha portato l’ultimo degli ELP che ha appena comprato (nel tuo immaginario quello uscito, dopo LOVE BEACH, sul finire del 1980).

Ora poi che siamo tutti sentimentalmente accasati, chi è che ha più l’istinto di uscire per trovare un’ avventura, una compagna, una storia o anche solo l’occasione per parlare con una donna?

Invece, nulla di tutto ciò; la sera quando non ti annulli davanti a Sky e non devi stare sulla chitarra, obnubilato barcolli davanti agli scaffali dei cd incapace di sceglierne uno da ascoltare e allora capisci che sei solo con te stesso e che non frequenti più nessuno, a parte le colleghe dell’ufficio, gli Equinox in sala prove e le osa della struttura in cui il tuo vecchio è rinchiuso.

E’ così mi rintano dei dintorni della Domus Saurea a contemplare le viti mentre mi accorgo che il mio unico amico oggi è il gatto Palmiro.

Palmiro è un gatto che mi assomiglia sempre di più, sembra sempre premuroso e disponibile con gli altri gatti, li tocca sulle spalle come a dire “Ciao, sono qui, se hai bisogno sappi che ci sono”.

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Palmiro e la Raissa – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Palmir in verità vorrebbe stare con i suoi amici gatti, ma vedendomi solo soletto cerca di starmi vicino. Scendo in giardino, mi fermo sul ponte e lui mi segue…

Il gatto Palmiro - Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Il gatto Palmiro – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Contemplo le vigne e lui dietro…

Il gatto Palmiro - Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Il gatto Palmiro – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Lo dico sempre, lo so, ma in queste settimane autunnali non faccio altro che osservare le viti, è un rapporto carnale e spirituale, quei filari perfetti….

Nei dintorni della Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

i colori delle foglie…

Nei dintorni della Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

il contrasto con i cieli tersi…

Nei dintorni della Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

il sole d’autunno che filtra tra le tirelle…

Nei dintorni della Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Nei dintorni della Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Mentre torniamo dalle nostre passeggiate Palmir mi ascolta paziente, vorrebbe tornare a cacciar talpe, ma mi vuole bene così finge di interessarsi ai miei discorsi che vertono su bootleg dei Led Zeppelin, su acquisti di gennaio dell’Inter, se debbo o non debbo continuare a suonare la chitarra, sul significato di certi cognomi, su cosa succederà alla mia isoletta preferita adesso che la Coca Cola sta per comprarsela, quando arriverà in Italia l’ultimo thriller di GREG ILES, come farò ad aspettare fino al 2017 prima di vedere ALIEN 6. Palmir sospira e fiuta l’aria…

Il gatto Palmiro - Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Il gatto Palmiro – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

L’indomani mattina, domenica, mi trasformo in un lumberjack, abbiamo fatto potare i frassini dietro casa, c’è da sistemare il legname…

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Mi sento un po’ come l’omino che sta in copertina di LZ IV…

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Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

LZIV – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Palmir cerca di aiutarmi, ma per trasportare un tronco ce ne vuole…

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Domus Saurea – nov 2015 – photo Saura T

Dopo due ore torniamo alla Domus. Un doccia per me, una bella ripassata con una salvietta per lui. Dopo pranzo ci mettiamo davanti alla TV, su Sky Arte danno il concerto degli WINGS del 1976. Penso al Pike boy, anche perché Palmir si mette a sonnecchiare…

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Palmir & Tim - Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Palmir & TimDomus Saurea – nov 2015 – photo Saura T

Una domenica senza calcio è noiosetta, per fortuna sono iniziate le nuove stagioni di HOMELAND (5) e THE AMERICANS (3), averle registrate con MySky ci permette di vederle quando ci pare e dunque di passare un bel pomeriggio. Sia io che Palmir abbiamo un debole per ELIZABETH.

E’ ora di dormire, io e Palmir bisticciamo su chi debba far posto all’altro, stavolta vince lui…

Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

Per fargli prendere sonno gli leggo i testi dei FIRM…

Il Gatto palmiro - Domus Saurea - nov 2015 - photo TT

Il gatto Palmiro – Domus Saurea – nov 2015 – photo TT

E’ così che io e il mio amico Palmiro ci addormentiamo; poco dopo passa la groupie, ci rimbocca le coperte, scuote la testa. Ma è una donna, che ne sa del sentimento di male bonding di cui noi mammiferi maschi sentiamo il bisogno.

…Non è un disastro e io mi benedico, ho scelto un gatto nero per amico…

 

 

October est

30 Ott

Le giornate soleggiate di ottobre sono per me una meraviglia. Mi fermo ad osservare i riflessi del sole sulle foglie gialle e rosse che la campagna regala in questi giorni, persino il mio piccolo cactus assume una sfumatura poetica …

October at Domus Saurea - Photo TT

October at Domus Saurea – Photo TT

ma è un po’ tutto il giardino della Domus Saurea a sembrarmi idilliaco…

October at Domus Saurea - Photo TT

October at Domus Saurea – Photo TT

Ottobre lo attraverso sempre con piacere sebbene mi porti alla riflessione profonda, cosa di cui invece farei bene a dimenticarmi.

Rifletto quando vado a trovare Brian, quando lo vedo ben disposto benché imprigionato nel pantano dell’alzheimer. Martedì vado da lui in pausa pranzo, lo copro bene e lo porto fuori sulla veranda a prendere un po’ d’aria. Tra le tante difficoltà che trova nel relazionarsi col mondo, col tempo e con lo spazio, ha ancora sprazzi di lucidità. Ad un certo punto mi dice: “il mondo va avanti, caro Tim”. E’ una frasetta da niente, ma trovo in essa tanto sentimento, e tutta la filosofia di cui un vecchio che sta per essere inghiottito dalla demenza senile è capace. Lo stringo a me il vecchio Brian.

Brian - October 2015

Brian – October 2015

Sabato mi dice “Il tempo passa e la candela brucia”… e  mi sorprendo una volta di più di come tutto sommato Brian sia ancora con noi. Sono ormai quattro/cinque anni che soffre di quella terribile malattia, eppure non cede del tutto, si appiglia a tutto quel che può per tenersi a galla. Quando lo vedo un po’ girato è perché si trova spaesato, mi dice “An capès più gninto Tim” …non capisco più niente, Tim… ha ancora coscienza di sé ed è bello essere in grado di interloquire con lui. Gli stringo la mano, lo guardo nel profondo degli occhi, gli chiedo per la milionesima volta se mi vuole bene e lui “Sa t’in voi? Pfu!” …se te ne voglio? Pfu…come a dire te ne voglio tantissimo…

Osservo poi altri ospiti; c’è una signora in un angolo che ormai è completamente andata, parla ad alta voce, si lamenta in continuazione, prende tutti a male parole. Ne guardo un’altra, è lì con sua figlia… come spesso capita mi chiedo che ne sarà di me quando sarò vecchio e non avrò nessuno che si prenderà cura di me. E’ un pensiero razionale, freddo, che cerco di tenere lontano dalla retorica, ma è un pensiero che faccio, con cui devo venire a patti. Si fa presto a dire non pensarci ma è quasi impossibile a questa età, soprattutto se non hai una famiglia tradizionale e se frequenti una struttura per anziani. Riporto Brian nel salone, lo metto a sedere vicino ai suoi amici, gli sistemo la cintura che lo tiene legato alla sedia in modo che non possa alzarsi da solo e gli spiego che da lì a poco tornerò. E’ uno stratagemma che devo sempre mettere in scena, Brian vorrebbe venire via con me.“Brian adesso devo tornare a lavorare, tu mi aspetti qui, tra un paio d’ore torno da te. Non ti preoccupare che ho pensato a tutto io. E’ tutto organizzato”. Glielo devo ripetere almeno quattro volte prima che qualcosa rimanga nei 56k di Ram che ha. Finalmente si convince “Va bene, allora io ti aspetto qui. Ciao Piròn”. Mi da la mano, io gli do un bacio. Mi infilo i Ray ban.

Prima di uscire saluto alcuni altri ospiti che mi rispondono con il loro sorriso triste. Cerco di essere il più solare possibile, senza esagerare. Chissà come mi vedono, se il mio comportamento con loro è quello giusto oppure no…

Risalgo in macchina. Ripenso alla frase di Brian, faccio un respiro profondo, e mentre il mondo va avanti io mi ascolto WHOA MULE dei BLACK CROWES e mi sento al contempo perduto e ritrovato dentro questo pianeta…

Sometimes a road is rocky and hard
Full of dangers unrelenting
Just take great care to follow your stars
Let the good times come a plenty

spingo dolcemente sull’acceleratore, la blues mobile decolla, di nuovo seguo il volo ardito dei CORVI NERI…

And I’m out of my mind
And it ain’t no fun

Ritorno alla Domus Saurea. E’ sabato, mezzogiorno passato. Mi fermo di nuovo a contemplare la campagna d’ottobre… mi viene in mente quando alle elementari mettevo le foglie gialle tra le pagine di un libro o di un quaderno, mi avvolgo nel tabarro della malinconia, quanti anni sono passati? Talmente tanti che mi dico che non può essere vero. Con i pensieri procedo su viale delle rimembranze, rivedo i posti della mia infanzia e della mia adolescenza, li idealizzo, non credo siano così belli come me li immagino adesso, eppure sempre cara mi fu quell’erma torre, tanto cara che ogni volta il naufragar m’è dolce in questo mare di pianura.

NNT 1920 circa - photo courtesy of Alberto Quaglieri

NNT 1920 circa – photo courtesy of Alberto Quaglieri

Ritorno sulla terra, la James Leopards Blues Band ha smesso di suonare, prima di salire però mi rituffo un istante nel mood ottobrino:

October at Domus Saurea - Photo TT

October at Domus Saurea – Photo TT

October at Domus Saurea - Photo TT

October at Domus Saurea – Photo TT

October at Domus Saurea - Photo TT

October at Domus Saurea – Photo TT

October at Domus Saurea - Photo TT

October at Domus Saurea – Photo TT

In questi giorni ho fondato l’INTERISTA SOCIAL CLUB (su facebook), che è anche un gruppo di whatsapp con cui interagisco con i miei amici illuminati di fede interista. In sostanza io, Bessi, Pike e Mario. Ci ritroviamo alla Domus Saurea davanti a Sky per le partite più frizzanti, tipo il derby di Milano e il derby d’Italia. Ci facciamo un aperitivo, ci mangiamo una pizza, ci beviamo una birra, due dita di Rum e tiriamo delle madonne ogni volta che non vinciamo almeno 3 a 0, cioè sempre. Lavori da maschi insomma.

Per gli interessati:https://www.facebook.com/groups/641284235974678/

La groupie fiuta i miei blues, così si mette a farmi dei regali nella speranza di mitigarne la ferocia: una paio di libri di GREG ILES ormai fuori catalogo che non riuscivo a trovare e un paio di biglietti per INTER-ROMA del 31/10/2015 a San Siro primo anello arancio. E’ brava la groupie.

La blues mobile in officina per il tagliando, giro con un’auto sostitutiva, una Panda nera. Stamattina, diretto in ufficio, all’altezza della rotonda di Saint Little Anthony incrocio lo sguardo con una donna. Sui quarant’anni,  seduta su una fiammante BMW, bel tipo, né snob né in d’affanno. Mi guarda con indifferenza ma con quell’indifferenza non indifferente, cioè non sembra una di quelle fighe che si sentono superiori solo perché sono figlie o mogli di qualcuno con dei soldi (e qui a Stonecity ce ne sono a migliaia) e che non gliene frega un cazzo di nessuno se non di se stesse, eppure mi vergogno un po’ di essere su di una Fiat Panda, chissà cosa pensa di me … forse che ho il pisello piccolo, che sono un chitarrista Jazz, che sono il responsabile di un gruppo di boy scout, che commercio in toner per stampanti, addirittura che ho fatto il Corni o agraria a Castelfranco… oddio, perché noi uomini abbiamo questo bisogno di misurare il nostro essere maschi con le dimensione della nostra macchina?

Rifaccio la rotonda, le corro dietro, abbasso il finestrino e le urlo: “No senta, questa è l’auto sostitutiva, io ho una blues mobile che ha 266.000 km ma è ancora una bella macchina”… niente, non si gira, insisto: “mi piace Johnny Winter … sono un seguace del Dark Lord…il mio disco preferito è CARAVANSERAI… tengo l’INTER… la mia banda suona Hard Rock… conosco Beppe Riva…”, niente, non mi sente o è tutta roba che non le interessa, va a perdersi nelle tante zone industriali di Stonecity.

Arrivo in ufficio, parcheggio la Panda, salgo le scale, mi siedo alla scrivania, accendo il computer, apro i miei fogli excel, mi metto a lavorare, telefono ai clienti… insomma faccio la fila per tre, rispondo sempre di sì e mi comporto da persona civile! Mi sa che la Panda è la macchina che mi merito.

Contro il proliferare di cofanetti ed edizioni speciali (another Tim & Picca Production)

2 Ott

Fino ad alcuni anni fa i cofanetti e le deluxe edition mi erano essenziali per continuare a vivere. In loro cercavo “il bello” assoluto, la versione definitiva di album che avevo amato. Certo, nell’atto dell’acquisto c’era anche la speranza inconscia di ritrovare le emozioni fortissime provate quando da giovinetto compravo e scoprivo gli album in questione, ma alla fin fine non era male l’idea di avere la registrazione ripulita e la confezione finale di dischi così importanti per me. Poi, si è iniziato a capire che i remaster non sempre erano meglio delle edizioni originali, che si stava cominciando a rimissare gli album (che come dice Picca è un po’ come pensare di sistemare la GIOCONDA con photoshop) e che le case discografiche ormai avevano in mente di ripubblicare tutto in versione deluxe sebbene di materiale aggiuntivo di valore ce ne fosse pochissimo.

Dopo un paio di anni di incertezza circa il da farsi (in cui comunque ho continuato ad acquistare cofanetti e edizioni di lusso) sono arrivato al punto di rottura, la cosa non è più sostenibile, il rigetto di cui sono vittima è fortissimo: non compro più box set, special-deluxe-legacy-il castamassodellcesira edition, non mi interessa più il materiale bonus (se non per quei 5 nomi di cui sono fan in senso strettissimo), quello che voglio è l’album originale senza fronzoli, senza zavorra, pulito, essenziale, nature.

Se mi soffermo a contemplare i miei scaffali contenenti cofanetti ed edizioni speciali non faccio altro che scuotere la testa; prendiamo LIVE AT LEEDS degli WHO.

Live At leeds

Esce nel 1970, primo album dal vivo di una delle più grandi Rock band mai esistite: 4 pezzi nel lato A, 2 pezzi nel lato B. 6 pezzi esplosivi, 40 minuti di cavalcate elettriche, testosteroniche, ancestrali, giovanili, selvagge, in parole povere di Rock, il Rock inteso come Rock. Nel 1995 esce la ristampa a cui vengono aggiunti altri 8 pezzi presi dal concerto, si arriva a 14 brani, compro l’edizione ma l’ascolto, seppur interessante, si fa già meno intrigante. 2001: esce la deluxe edition contenente il concerto completo…33 brani su due cd, il secondo dedicato alla riproposizione di TOMMY. Sì, bello, ma io non lo reggo… vuoi metter con i 40 minuti sensazionali della prima edizione?

CHEAP TRICK AT BUDOKAN, album uscito nel 1978 (in Giappone, e nel 1979 negli Usa) che comprai all’epoca e che amai moltissimo, LP d’importazione giapponese col booklet interno (già allora), una goduria. 10 irresistibili canzoni Rock orecchiabili, grezze, vere, a mio parere bellissime. Uno degli album dal vivo che più amo.

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Già nel 1994 uscì BUDOKAN II con il resto delle canzoni registrate in quei due giorni di fine aprile 1978 con l’aggiunta di tre pezzi presi dal tour del 1979, poi nel 1998 AT BUDOKAN The Complete Recording, 19 pezzi spalmati su due cd. Carino certo, un paio di pezzi sono addirittura all’altezza dei 10 scelti in origine, ma il resto non regge il confronto e se prima ti ascoltavi AT BUDOKAN tutto d’un fiato, adesso non riesci ad arrivare alla fine.

Veniamo poi a quello che considero il più grande live album di sempre, THE SONG REMAINS THE SAME dei LED ZEPPELIN. Pur nella sua imperfezione, la versione originale del 1976 è quella che ci ha svezzati, quella con cui siamo diventati gli uomini che siamo. L’album contiene alcune delle esecuzioni più ardite mai sentite in campo Rock. THE SONG REMAINS THE SAME (il brano), THE RAIN SONG, DAZED AND CONFUSED, NO QUARTER, STAIRWAY e la sezione BOOGIE MAMA di WHOLE LOTTA LOVE sono quanto di più adorabilmente intricato eppur fruibile mai sentito da un gruppo Rock. Evito di sperticarmi di complimenti per l’ennesima volta a proposito di questo gruppo e di questo album, ma senza dubbio le registrazioni di quei tre giorni di fine luglio del 1973 su cui si basa il disco furono l’apice del gruppo di Page e di certo Rock in generale.

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Nel 2007 esce la versione expanded, 6 ulteriori pezzi aggiunti; letta la notizia tutti a festeggiare, i sei pezzi in più sono altrettanti classici non episodi minori magari un po’ invisi ai più, ma poi vai a sentire la nuova edizione rimasterizzata e qualcosa non torna. Alla chitarra di PAGE è stato aggiunto un effetto per renderla evidentemente più morbida, effetto però innaturale visto che nelle registrazioni del 1973 e dunque nella versione originale dell’album del 1976 non c’è, ed inoltre in alcuni dei brani presenti sulla versione precedente ci sono edit e e aggiunte di brevi pezzetti non presenti in origine. Per un fan nato e cresciuto col disco originale è una cosa inconcepibile. E’ poi saltato fuori che PAGE insieme all’ingegnere del suono KEVIN SHIRLEY ha dovuto chiudere in fretta e furia la lavorazione quando dalla WARNER è arrivato un aut aut: terminate il tutto, è finito il budget. E’ finito il budget per un album dei LED ZEPPELIN? Una delle cinque (se non tre) band che più hanno fatto e fanno guadagnare al mondo? Non avevate i soldi per far stare due persone in studio una settimana in più per chiudere il lavoro dignitosamente? Risultato: nel circoli degli appassionati di musica la versione del 2007 è considerata da evitare quasi come la peste. Così uno va da Mediaworld, o meglio, in uno dei pochi veri negozi di dischi ancora aperti, come ade sempio DISCHINPIAZZA A MODENA (piazza Mazzini), vuole un live dei LZ, vede la copertina nera di TSRTS, legge l’adesivo, “versione del 2007 rimasterizzata da Jimmy Page con sei pezzi in più”, lo compra pensando di avere la versione da vero intenditore e invece si becca la versione farlocca.

Mi si posa lo sguardo poi su SKYDOG, il cofanetto di DUANE ALLMAN. E’ un bell’oggetto, ma di difficile utilizzo, le varie epoche e le session sono spalmate in modo complicato, mi viene mal di testa, non me lo godo come avrei voluto.

duane-allman-retrospective-skydog

 

E MACHINE HEAD dei DEEP PURPLE versione 40th anniversary edition? 5 dischetti di cui 4 inutili. La fuffa ci sta inondando.

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CD1: Machine Head (2012 Remaster)

CD2: Machine Head (Roger Glover’s 1997 Mixes)

CD3: Machine Head (Quad SQ Stereo)

CD4: In Concert ’72 (buona parte del materiale preso – seppur rimixato – da IN CONCERT pubblicato nel 1980, e ripubblicato poi succesivamente in varie vesti).

DVD: Machine Head (Audio Only DVD) Original Album 2012 Remaster (96/24 LPCM Stereo) + Original Album Quad Mix (Quad to 4.1:DTS 96/24 & Dolby Digital) + Bonus 5.1 Mixes (5.1 DTS 96/24 & Dolby Digital)

Potrei fare qualche altra decina di esempi, ma di questo blues ne abbiamo trattato anche in passato, meglio fermarsi.

Certo, poi ci sono anche delle cose carine e ben fatte, come ad esempio la versione 3 cd di COOK/LIVE IN USA della PFM:

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PFM cook b 046

in un pratico cofanetto il disco originale (basato sui due concerti di Toronto e NY del 1974) e il concerto intero di New York. Prezzo abbordabile, piccolo formato, materiale bonus di valore.

La tendenza però è quella di pubblicare tutto e di più in confezione speciale. Immagino che al cd puro e semplice ormai siano interessati in pochi e che si punti a prodotti di valore che ingolosiscano quella fetta di appassionati che hanno sempre comprato dischi e che sono in quella fascia d’età che va dai 35 ai 65 anni e oltre. Io però come ho detto non ce la faccio più, si sta scivolando nel feticismo estremo, nel vortice morboso e insano del comprare queste cose per riempire i vuoti della nostra esistenza, con l’illusione di rivivere la nostra gioventù.

Come definire altrimenti l’idea della Sony relativa alla pubblicazione di un cofanetto contenente ogni nota registrata in studio da Dylan tra il 1965 e il 1966, comprese le false partenze e ogni singolo paciugo? Nessuno discute il valore di DYLAN, ma non è un po’ troppo?

Di questo soggetto ne discuto di frequente con Picca, tramite il messenger di Facebook. Tra ironia e amara consapevolezza ciò che ne scaturisce a volte è divertente. Riporto qui sotto alcuni dei nostri scambi avvenuti negli ultimi tre mesi.

♠ ♠ ♠

PICCA: “Tim, allora cosa facciamo…? Lo compriamo o no l’imminente OTTANTUPLO dei Grateful Dead?
Adesso chiamo Robby di dischinpiazza e me ne faccio mettere via un paio…”
PICCA: “Lo prendiamo il nuovo box set con 33 singoli delle Bananarama?
TIM: “Pike questo è per feticisti…ma io mi chiedo, c’è gente che compra certe deluxe edition o i cofanetti della Bananarama? Quanti ne venderanno? Sono arrivato al punto di pensare che ci sia gente che compra queste cose a prescindere di chi sia l’arista…sono i cofanett buyers…”
PICCA: Il cofano delle Banana è un mistero. Scusa, dimenticavo… box con 28 cd singoli di Belinda Carlisle”
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TIM: “Domani sera dobbiamo parlarne…qui va tutto in malora…”
PICCA: “Probabilmente fare un box costa tipo 9 euro”
TIM: “Mah, io so che la cartotecnica costa…cofanetto + 28 custodie in cartoncino per i cd il tutto stampato a colori + più la masterizzazione dei diversi cd… immagino che oggi i prezzi siano più abbordabili, ma un minimo di copie dovranno pur venderle per rientrare nei costi…e chi compra un cofanetto con 28 singoli della Carlise a 150 euro?”
PICCA: “Meno male che hanno ristampato con i bonus i primi 4 album dei Bucks Fizz…
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 TIM “diocanta era ora, solo la cover vale il prezzo. Che ne dici del disco solista di KEITH?
PICCA: “Il disco di Richards lo compro e non lo ascolto, anche perché ha detto che è entrato in studio senza lo straccio di una canzone…mah…”
TIM “Ciao Pike, avevo letto ieri. Sono basito. Se da un punto di vista è un buon segnale (il vagliare materiale d’archivio post LZ per possibili nuove pubblicazioni) dall’altra è quantomeno discutibile (avrà altre scuse per non suonare proprio più la chitarra proprio più, e non mi pare si tratti di materiale degno di essere pubblicato…a meno che con i nastri multitrack non si riesca ad assemblare un prodotto soddisfacente…magari ci sono altre cose oltre i 4 pezzi che circolano da decenni…ma sentiti su bootleg non è certo materiale memorabile). Ci sentiamo per domenica sera. Do what thou wilt shall be the whole of the Law. Love is the law, love under will”
TIM: “Comunque ONCE UPON A TIME dei Simple Minds esce in versione 6 disc, non 4 come dicevamo!”
PICCA: “Meno male. Aspetto la super deluxe edition di Right BY You” (discaccio di S.Stills del 1984 a cui partecipò anche Page. ndTim)
PICCA: “In realtà il box da comprare è questo degli Showaddywaddy (????) di 33 cd!”
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TIM: “Stiamo diventando tutti matti”
 – break dedicato al nuoto sincronizzato –

 PICCA: “Però, carino. Gli Zep rendono bello anche il nuoto sincronizzato:

 – fine del break dedicato al nuoto sincronizzato –

 ♠

 TIM: “Non c’è niente da fare, Il Dark lord sapeva il fatto suo. Oggi ripensavo a LZIV, ma esiste un disco più Rock di quello? PS: comunque sono ormai giorni che sono nel buraccione Bob Dylan…”
PICCA: “Allora adesso ti devi comprare il diciottuplo con le false start”
TIM: “No, basta. Vorrei avere la forza di vendere tutti i miei cofanetti… Vorrei tenere i miei 500 dischi favoriti in edizione normale, senza bonus e reference mix del cazzo. Back to basics. E gettare tutto il resto. Sono in una fase terribile. Amo il Rock e contemporaneamente non sopporto più nulla di musicale. Help me if you can I’m feeling down…”
– break calcistico: dopo i quattro goal presi dall’INTER dalla FIORENTINA –
 TIM: “Basito”
PICCA: “Ritorno sulla terra”
TIM: “Ma zio Cagnone… però Handanovic…”
PICCA: “Disastrovic
TIM: “Sono un straccio gettato sul divano”
PICCA: “Metti su il Prelude e afflosciati del tutto.”
TIM: “No, ho indossato la maglietta dell’Inter…”
PICCA: “E’ come avere la maglia dei Led Zeppelin all’A.R.M.S. concert”
TIM: “È come vedere i LZ a Zurigo 80 pensando di vedere quelli di TSRTS”
PICCA Tipo Live Aid”
TIM: “O Atlantic 88″
– fine del break calcistico –
 PICCA: “Sei pronto? Esce un box di 22 cd di Steve Hillage”
TIM: “22 cd quando forse sarebbe bastata una 2/3 cd compilation. Poi ripenso alla Sony che fa uscire ogni nota registrata di Dylan tra il 1965 e 66… siamo al feticismo, non è più amore per la musica… è spaventoso. Ogni volta che guardo SKYDOG il cofanetto di Duane mi viene voglia di buttarlo di sotto, non posso perché è un regalo della groupie… Picca voglio tornare nel 1978… aiuto!”
PICCA: Ti capisco. Siamo vittime della special edition.”
TIM: “Sì ma invece di fregarmene e passare oltre io ci sto male…sono alla frutta”
PICCA “Skydog è inascoltabile, ingestibile, inutile. Ogni bonus track uscita negli ultimi 25 anni ha inquinato la purezza dei dischi ai quali siamo affezionati. Dobbiamo farci largo in una foresta intricata di cazzate e ritrovare l’essenza. Forse è questo il perché del successo del vinile (che comunque è una mania nevrotica anche quella).
Oggi sentivo dei brani dal nuovo Paris dei Supertramp (Deluxe edition). Mi pare ci siano delle microdifferenze fastidiosissime, delle stonature del cazzo che in Paris 1979 non c’erano, delle sporcizie mai udite prima. Mi è venuto il nervoso. Adesso devo fare una comparazione. Il dubbio è: hanno messo brani registrati ‘nature’ mentre nel vecchio doppio live li avevano aggiustati in studio o sono io che essendo alle prese con una ‘special edition’ sento delle cose che non avevo mai sentito?’.
Stessa cosa con la nuova versione di Rock Of Ages della Band (Academy Of Music). Quel pazzo di Robbie Robertson ha rimixato tutto abbassando i fiati. Meno male che me lo regalò Riff e non ho speso un cazzo. Quando l’ho ascoltato ho detto ‘ma dove cazzo sono i fiati???  Adesso si trova in solaio a raccattare polvere.
Fiati arrangiati da Allen Toussaint, tra l’altro…”

September blues (a volte basta Keith Richards)

26 Set

Leggo su FP un post di una mia amica:

“La campagna in piena estate è bellissima. D’autunno è la cosa più triste del mondo. I tramonti precoci e umidi di settembre sono intrisi di malinconia. Diteglielo per favore a quelli che mi vogliono portare nelle cascine fuori Milano a passare le domeniche di settembre, che una cosa più desolante non riesco a immaginarla. Sarà bellissima ma non fa per me. L’autunno non fa per me. Le giornate brevi non fanno per me. Io amo le metropoli, poi.”

Non me ne stupisco, ormai LaRoby un po’ la conosco. La nostra è una amicizia vivace, turbolenta, a tratti sopra le righe. Per certe cose, siamo affacciati su terrazzi che ci danno visuali diverse, su cui a volte ci confrontiamo senza timore. Sorrido mentre ripenso alla sua considerazione, perché io sono l’opposto, io mi trovo a mio agio nella dolce malinconia settembrina, nei freschi umori pre autunnali della campagna, nell’essenza della provincia. I’m a cross counrtry boy dopotutto.

Evidentemente quei giorni di settembre passati ogni anno a vendemmiare dai nonni mi hanno segnato in maniera profonda. E così anche quest’anno le impressioni di settembre mi coinvolgono, mi segnano, mi tracciano il cammino.

Prendi ad esempio oggi, mi sveglio presto, annuso l’aria e prima di andare al lavoro decido di fare un giro tra le stradine campagnole. La blues mobile rolla placida sulle blue highway della Reggio Emilia county; a Saint Martin On the River decido di portare due fiori a mia madre. Certi cimiteri rurali mi danno pace, mi infondono una sorta di instabile tranquillità. Di prima mattina poi…

Saint Martin On The River graveyard (photo TT)

Saint Martin On The River graveyard (photo TT)

Saint Martin On The River graveyard (photo TT)

Saint Martin On The River graveyard (photo TT)

Un saluto a Mother Mary, agli zii, una veloce ponderazione sull’effimera durata della vita e poi di nuovo in macchina. Contemplo le campagne, le vigne con le viti appena munte che sembrano godersi il meritato riposo post vendemmia. Mi sento un tutt’uno con questa terra, se fossi pianta sarei senza dubbio una vite o un olmo. Attraverso Saint Little Faust of Herberia…

Countryside near Saint Little Faust of Herberia (Regium Lepidi)

Countryside near Saint Little Faust of Herberia (Regium Lepidi)

…il gioco di luce del sole tra le querce quieta il mio animo …

Countryside near Saint Little Faust of Herberia (Regium Lepidi)

Countryside near Saint Little Faust of Herberia (Regium Lepidi)

Sono alcuni giorni che in macchina ascolto BOB DYLAN: SLOW TRAIN COMING, AT BUDOKAN, DESIRE…

A inizio mese il sinodo degli Illuminati del Blues in quel di Regium Lepidi, alla Festa Provinciale dell’Unità; discreta cena al ristorante Ventasso e poi bluseggiamenti vari con i ragazzi (Picca, Jaypee, Mixi, Liso).

La settimana dopo, con la groupie in Britannia, “cena elegante” alla Domus Saurea con Picca e Biccio in occasione del derby INTER-MILAN. Dopo la vittoria della beneata, trenini, escort nude, prosecco a fiumi… questo nella mia testa, in realtà loro due fuori sul balcone a fumare, io dentro a bermi un Rum e a guardarmi dei filmati dei FIRM.

il Mancio, Biccio & Tim dopo il derby INTER-MILAN 1-0 (photo Picca)

il Mancio, Biccio & Tim dopo il derby INTER-MILAN 1-0 (photo Picca)

La groupie passa quattro giorni tra Chesterfiled e Londra in occasione del concerto di RICK WAKEMAN & The English Rock Ensemble. Mi devo così adattare, per un breve periodo, alla vita da putto. Me la cavo: a cena mi preparo gli spaghetti alle vongole, faccio andare la lavastoviglie, cerco di tenere la casa pulita, vado al pronto soccorso a causa di una reazione allergica al viso, accudisco Palmiro, gli altri quattro gatti che abbiamo giù, tolgo le ragnatele dal soffitto, pulisco il bagno…insomma, faccio il bravo ometto di casa nella speranza che la groupie torni e non scappi con RICK WAKEMAN…

Saura & Rick Wakeman - Barrow Hill - september 2015

Saura & Rick Wakeman – Barrow Hill – september 2015

Come sempre vado poi a trovare Brian, in pausa pranzo e al sabato mattina. Il vecchio sta benino, l’alzheimer avanza e lo irretisce sempre più, ma tutto considerato si procede a velocità di crociera. Quando arrivo e lo trovo nel salone insieme agli altri ospiti in lui scatta subito un “Tim!”, ma poi se gli chiedo chi sono non sempre riesce a dare la risposta giusta. A volte alla domanda “Brian, chi sono io?” risponde con sostantivi spassosi ma sintomatici: “sei il sindaco”, oppure “il capo”, “il generale“, “il dirigente“, “quello che mi protegge”, “il migliore”… sintomatici perché comunque Brian mi vede come una sorta di punto di riferimento, ed è bello per un figlio che non sempre è andato d’accordo con il padre, arrivare al risolvere il problema con il proprio genitore e spendere l’ultima fase della vita inseme in tranquillità. Poi Brian ritorna, gli dico “Set cus’et te Brian? T’è un suchèt damànt to fiòl!” (Lo sai cosa sei Brian, sei uno zucchetto come tuo figlio) e poi aggiungo “Set te chi è to fiòl?”(sai te chi è tuo figlio?), e lui prontamente “Te!” e ridiamo di gusto.

Brian - settembre 2015 (photo TT)

Brian – settembre 2015 (photo TT)

Sabato, mentre vado da lui, fuori Campogallo vedo un tipo che fa footing, è uno di quegli uomini bene in carne, a forma d’uovo, col culo basso, ha le cuffiette e sul retro della felpa scritto a grandi caratteri BOIA CHI MOLLA. La prima reazione è quella di fermarmi e di dargli delle bastonate sulla schiena. Naturalmente proseguo e nel farlo mi soffermo a pensare al mio primo istinto, al mio antifascismo assoluto, senza quartiere; a volte mi sorprendo della mia furia spirituale.

Torna LIGABUE al Campovolo di Regium Lepidi per l’ennesima serata trionfante (150.000 persone). Qualche disagio per i reggiani e soprattutto per chi abita nel giro di qualche km dal sito in questione, come il sottoscritto e la groupie. Non mi lamento, gli esseri umani devono pur fare qualcosa per distrarsi dall’inspiegabile mistero della vita, ma non sarebbe male che in un grande spazio come quello suonassero anche altre artisti e non solo il Mr Bullock from Correggio. Sono comunque felice per il mio amico MEL PREVITE, che insieme a LA BANDA ha rifatto col LIGA tutto BUON COMPLEANNO ELVIS, l’album del 1995. Suonare davanti a tutte quelle persone deve essere una emozione fortissima.

Campovolo 2015: Poggipollini, Ligabue, Mel Previte, Righetti

Campovolo 2015: Poggipollini, Ligabue, Mel Previte, Righetti

La groupie è una dei volontari di ECO FAN, più o meno trenta persone, collegate alla multiutility reggiana, che cercano di sensibilizzare i 150.000 fan di Liga circa la raccolta differenziata.

Ligabue pass campovolo 2015 006

Campovolo-08

Otto ore al venerdì, dodici ore al sabato: la groupie ha un sacco di energia, non so come faccia.

Lorenz è a Londra, tramite whatsapp mi tiene aggiornato, passa le serate nei locali tipo il RONNIE SCOTT, e lo invidio molto. In Denmark street finisce per vedere il grandissimo ALBER LEE e per comprare una TELECASTER col bigsby. Io e lui siamo gibsoniani fino al midollo, ma una TELECASTER ha il suo fascino.

ALBERT LEE - photo Lorenz

ALBERT LEE – photo Lorenz

ALBERT LEE & LORENZ in Denmark Street

ALBERT LEE & LORENZ in Denmark Street

LORENZ in Denmark street

LORENZ in Denmark street con la Telecaster col bigsby

25 settembre: sono già passati 35 anni da quando John Bonham se ne è andato. Miglior batterista Rock di sempre? Sì. Grande perdita per la musica Rock. Ricordo in modo chiaro il 26/09/1980 quando il TG3 ne diede notizia all’ora di pranzo. Già 35 anni. Mah.

John Bonham

John Bonham

John Bonham

John Bonham

John Bonham fotograto pochi giorni prima di morire - photo courtesy of Jason Bonham

John Bonham fotografato pochi giorni prima di morire – photo courtesy of Jason Bonham

Mi sento spesso con POLBI, il reggino dagli occhi di ghiaccio sta passando un periodo particolare, a fatica cerca di districarsi tra il bayou paludoso in cui è finito, ma è sufficiente che veda per caso un foto di KEITH RICHARDS del 1971 per ritrovare energie insperate. Ieri infatti mi telefona, mi dice che si è preso un minuto per sé, entra in un locale a bere una coca cola mentre nubi nerissime lo sorvolano, quando gli capita di vedere un foto di KEITH, quanto basta per tirarsi su e riaffrontare la vita con il giusto piglio. Ah, come lo capisco, d’altra parte noi non ci rivolgiamo all’immagine di un ebreo di razza etiope di pelle scura, capelli scuri, occhi scuri raffigurato però con pelle chiara, capelli biondi, occhi azzurri; noi per trovare l’ispirazione ancestrale ricorriamo a questi trucchetti, il JOHNNY WINTER di SECOND WINTER, la cover di STRAIGHT SHOOTER, il KEITH RICHARDS del 1971.

Keith Richards, the man himself!

Keith Richards, the man himself!

Così anche settembre volge al termine, e con esso pure il periodo intenso al lavoro, il Cersaie è alle porte, il più (per noi) è fatto.

Vedremo un po’ cosa ci porta l’autunno …  Mare calmo? Moto ondoso in aumento? Ordini su Amazon? Cd e cofanetti buttati dalla finestra? Chissà.

Intanto cerco di tenermi vivo… in ottobre i concerti di CSN e TOM KEIFER, in novembre quello degli UFO, le partite dell’INTER, i sughi d’uva della Lucia, i romanzi di GREG ILES e le passeggiate all’alba nelle campagne …

… intanto il sole tra la nebbia filtra già
il giorno come sempre sarà …

Metrosexual blues

10 Set

Uno alla sera prima di andare a letto decide di darsi un po’ di crema sul viso, non una crema commerciale, no, una di marca, una di quelle che dovrebbero fare molto bene, mantenere la pelle morbida, creare l’effetto anti età. Uno fischietta un motivetto dei FIRM mentre se la spalma con cura. Uno si sente bene quando si prende cura di sé.

Foto internet

Foto internet

Uno poi va a letto e apre ancora con diffidenza il sequel della trilogia di Millenium. Stig Larsson se ne è andato ormai da 11 anni, il prosieguo dei suoi tre fortunatissimi libri è a cura di uno di cui uno non ricorda nemmeno il nome, ma il desiderio di rivivere le peripezie di Mikael Blomkvis ha il sopravvento. Uno poi chiude il libro, si sistema nel letto cercando di non disturbare il gatto Palmiro che dorme spaparanzato.

La notte uno si sveglia più volte, gli fa un po’ male la gola, sembra ingrossata, uno pensa ad un colpo di freddo. Alle 7 uno si sveglia definitivamente, si sente strano, la pelle del viso è calda, gli tira, come se avesse preso troppo sole. Uno muove i muscoli della bocca, uno capisce che c’è qualcosa che non va. Allora uno va allo specchio e si vede rosso e gonfio.

La groupie sta per partire per la Britannia, domani sera a Chesterfield ultimo concerto dell’anno di RICK WAKEMAN, non ha tempo di stare dietro ad un uomo di blues con una irritazione da crema da viso.

Uno si sciacqua la faccia più volte con l’acqua fresca. Uno va al lavoro. Uno ha 4 colleghe donne. La Virago intima di prendere del cortisone, la Sarwooda pure, la Dorwooda disapprova, la Vanwooda non si espone. La Sarwooda ribadisce il concetto, a volte s’ingrossa la gola e si fa fatica a respirare dice. Uno, che è un uomo di blues, inizia a sentire che la gola si chiude, inizia a vedersi trasportato d’urgenza al pronto soccorso, sente arrivare una crisi d’ansia. Uno va sul balcone del proprio ufficio, ispira ed espira lentamente, pensa all’inedito di PRESENCE e pian piano si tranquillizza. Uno va allo specchio e si guarda la faccia; uno dice tra sé e sé “mo’ dio canta ag manchèva sol càl lavòr chè. A sun propria un nessi… an s’è mai vest Johnny Winter dvintèr un metrosexual!” (Ma dio canta ci mancava solo quel lavoro qua, son proprio uno che non capisce niente…non si è mai visto Johnny Winter diventare un metrosexual)

faccia da blues - photo Sarwooda

TT – cream on – photo Sarwooda