Prologo
E’ il 26 giugno 1975: Leonard Peltier ha 31 anni, è un nativo americano di origini Chippewa e Lakota ed è impegnato per la difesa dei diritti della sua gente. Due agenti federali, Ronald A. Williams e Jack R. Cooler, entrano nella riserva indiana di Pine Ridge: stanno – questa è la versione ufficiale – svolgendo indagini in merito a due rapine verificatesi in ranch locali. Fonti vicine ai nativi parlano invece di una trappola, legata all’attività che Peltier e altri stanno portando avanti contro alcune speculazioni in territori della riserva. Sta di fatto che ne scaturisce una violenta sparatoria, nel corso della quale rimangono uccisi Williams, Cooler e un nativo americano di nome Joe Stuntz: a quanto pare Peltier si trovava nella riserva, ma il suo coinvolgimento nella sparatoria è tutto da provare. Dopo altri episodi decisamente poco chiari che portano all’arresto di altre persone, Peltier viene catturato a Hinton, in Canada, e subito estradato (con modalità che saranno oggetto di critiche da parte dello stesso governo canadese): al momento della cattura, avvenuta da parte della Royal Canadian Mounted Police, Leonard è disarmato. Nel primo processo, svoltosi a Cedar Rapids nel Minnesota, gli altri due nativi accusati insieme a Leonard vengono scagionati, in quanto gli avvocati riescono a dimostrare la legittima difesa: vi lascio immaginare la frustrazione tra le fila del FBI. Il secondo processo si svolge a Fargo, Nord Dakota, città nota per certe tendenze razziste: una giuria di soli bianchi ritiene Leonard Peltier colpevole dei due omicidi e lo condanna a due ergastoli, sentenza che sarà confermata nell’aprile del 1977. Nonostante le irregolarità del processo e svariati elementi emersi negli anni successivi a sostegno della sua innocenza, a Peltier verrà sistematicamente negato un processo d’appello: Leonard è tuttora detenuto nel penitenziario di Lewisburg, in Pennsylvania.
La vicenda meriterebbe di essere approfondita, se ne è occupato recentemente “Il Fatto Quotidiano”, 31 marzo scorso, in uno dei suoi Blog. Il mondo del Rock ne sarà ispirato in più occasioni: nel 1989 Little Steven dedicherà a Leonard un brano tagliente, secco e asciutto come il suo titolo, semplicemente “Leonard Peltier”, dall’album “Revolution”.
Nel 1992 sarà la volta dei Rage Against The Machine con “Freedom”, dal loro primo album; nel 1998 la toccante “Sacrifice” di Robbie Robertson – di origini Mohawk da parte di madre – in cui si può sentire la voce dello stesso Peltier; anche gli italiani AK47 dedicheranno un pezzo a questa assurda storia, “Niente da festeggiare”.
Episodio 1
Peter La Farge (vero nome Oliver Albee La Farge, nato e morto a New York, 1931-1965), si muove negli ambienti del Greenwich Village nella prima metà degli anni 60, calcando gli stessi palchi di Bob Dylan, Pete Seeger, Ramblin’ Jack Elliott, Phil Ochs e Dave “A proposito di Davis” Van Ronk. Dal padre – lo scrittore e antropologo Oliver La Farge, vincitore anche di un premio Pulitzer – ha ereditato un profondo amore e un’alta considerazione etica per la storia dei nativi americani: secondo fonti non confermate lui stesso discenderebbe da una tribù estinta, che portava il nome della città di Narragansett, nello stato di Rhode Island. Fra il 1962 e il 1965 pubblica cinque album, tutti dedicati a temi concernenti la condizione dei nativi americani: il suo principale successo resta “The ballad of Ira Hayes”, la storia del nativo – massì, diciamolo pure, pellerossa – Pima Ira Hamilton Hayes, divenuto famoso in quanto è uno dei cinque marines che durante la seconda guerra mondiale issarono la bandiera americana sulla collina di Iwo Jima in Giappone (episodio storico immortalato in una celebre foto e descritto recentemente in un bellissimo film di Clint Eastwood, che racconta come quella foto leggendaria fosse in realtà un falso costruito a tavolino); il brano viene ripreso anche da Johnny Cash (ci arriveremo fra poco), Kris Kristofferson e Bob Dylan.
Parentesi. Ira Hayes, tornato dalla guerra, nonostante la fama di eroe fu vittima dei soliti pregiudizi razziali, che gli impedirono un ritorno alla normalità della vita civile, il tutto amplificato dalla consapevolezza di essere stato oggetto di una squallida operazione di propaganda bellica: diventerà alcolizzato e morirà a poco più di 30 anni. Chiusa parentesi.
Nel 1965 La Farge gode di una discreta fama nell’ambiente artistico newyorkese, è sposato con la cantante danese Inger Nielsen da cui ha avuto una figlia e firma un contratto con la MGM Records per la registrazione di un nuovo album: il tutto viene bruscamente interrotto il 27 ottobre, quando Peter viene trovato morto nel suo appartamento, in circostanze che non saranno mai del tutto chiarite: l’amico cantante Liam Clancy parlerà di suicidio, per recisone delle vene dei polsi; il rapporto della polizia – e quanto riportato dai quotidiani dell’epoca – imputerà invece la morte ad un’overdose.
Episodio 2
Johnny Cash, il cantore delle vicende di cowboys, pionieri e fuorilegge, viene molto colpito dall’incontro con La Farge, così inizia ad appassionarsi alle vicende dei nativi americani, fino a concepire un album a soggetto: “Bitter Tears: Ballads of the American Indians” viene pubblicato nel 1964 (è qui che trova posto la sua versione di “The Ballad of Ira Hayes”). Cash non ha però fatto i conti col latente razzismo diffuso fra i rednecks, quella (larga) parte di classe lavoratrice americana attestata su posizioni xenofobe e conservatrici – un po’ come succede qui da noi, e non solo, la Francia ne sa qualcosa, con certe tendenze leghiste e destrorse – molto diffuse fra i ceti popolari grazie soprattutto all’ignoranza e alla volontà di avere qualcuno contro cui riversare le proprie frustrazioni (la solita guerra tra poveri, funzionale al “divide et impera” imposto dal potere). Vabbè, sto divagando: sta di fatto che le radio ignorano il disco e molti fan di vecchia data pure, tanto che l’album scompare dagli scaffali e diviene oggetto di culto. (Nella raccolta enciclopedica “24.000 dischi”, a cura di Riccardo Bertoncelli e Chris Thellung, l’album non figura nella discografia di Cash: è probabile che la mancanza sia da attribuire alle fonti americane).
Episodio 3
John Trudell, attivista politico per i diritti dei nativi americani, poeta, musicista e attore, nativo Santee Sioux (1946) inizia a far parlare di sé nel 1969, quando prende parte alla rivolta di Alcatraz. Oltre 600 nativi si radunano sull’isola al largo di San Francisco, chiedendo il rispetto dei trattati firmati dal governo degli Stati Uniti con le tribù indigene. In particolare il Red Power Movement reclama i propri diritti sull’isola in base ad un trattato siglato nel 1868, secondo il quale i nativi possono pretendere l’uso di terreni pubblici non utilizzati (il famoso penitenziario era stato chiuso nel 1963), offrendo l’equivalente di quanto trecento anni prima fu pagato ai nativi per l’isola di Manhattan: 24 dollari in perline di vetro. L’intenzione è quella di trasformare Alcatraz in un centro di studi sulle popolazioni indigene. Figuriamoci se per il governo americano può passare una cosa del genere: truppe federali paracadutate sull’isola pongono fine alla pacifica rivolta e arrestano tutti gli occupanti (rigorosamente disarmati).
Altraparentesi. A quella stessa occupazione partecipa Grace Thorpe, figlia di Jim Thorpe, il leggendario “Sentiero Lucente”. OK, questa è un’altra storia ma è decisamente affascinante ed emblematica: a chi avesse voglia di approfondire consiglio il bellissimo libro di Rudi Ghedini “Il compagno Tommie Smith e altre storie di sport e politica”, editrice Malatempora. Chiusa l’altraparentesi.
Dieci anni dopo, il fatto che segnerà per sempre la vita di Trudell. E’ l’11 febbraio 1979: sui gradini del J. Edgar Hoover Building di Washington, John brucia la bandiera americana, in segno di protesta per la conferma della condanna di Leonard Peltier. Il giorno dopo un incendio doloso distrugge la casa di Trudell nella riserva Payute Soshone di Duck Valley in Nevada: nel rogo muoiono la moglie Tina, i tre figli e la suocera. Nonostante il clamore che la vicenda suscita, l’FBI non aprirà mai un’inchiesta sull’accaduto. John è distrutto, eppure il suo spirito indomito gli impedisce di arrendersi e pochi mesi dopo è coinvolto nel progetto “No nukes”: è qui che stringe i primi contatti con il mondo della musica, in particolare con Jackson Browne; tuttavia per il suo primo album bisognerà attendere il 1992. “AKA Graffiti Man”, prodotto come i tre lavori successivi dallo stesso Jackson Browne, unisce tradizione orale degli indiani d’America e musica Rock, in un mix che rimanda a Dylan, Lou Reed e Rolling Stones: uno dei pezzi contenuti nel disco, “Baby Boom Chè”, verrà definito da Bob Dylan come “la più bella canzone degli ultimi 10 anni”. Sempre nel 1992 Trudell recita accanto a Val Kilmer e Sam Shepard in “Thunderheart”, it. “Cuore di Tuono” di Michael Apted. Negli anni successivi John pubblicherà altri dieci dischi (l’ultimo nel 2012), che però resteranno relegati nel limbo (o nel Paradiso?) delle opere di culto, e non avranno mai una distribuzione “mainstream”. Nel 2005 un documentario sulla vita di John Trudell è stato presentato al Sundance Film Festival.
Episodi successivi
Buffy Sainte Marie nasce da genitori indiani nella riserva Cree di Saskatchewan in Canada, 1941. Nei primi anni sessanta frequenta la scena folk di New York: molte sue composizioni vengono interpretate e portate al successo da altri artisti, fino alla pubblicazione del suo primo album, “It’s my Way”, nel 1964. Gran parte dei brani affronta la questione dei nativi americani, e uno di questi, “The Universal Soldier”, diventerà due anni dopo un grande successo nell’interpretazione di Donovan.
Nata come artista folk, Buffy passa progressivamente a forme musicali più elaborate e “pop”, pur senza rinnegare le proprie origini e inserendo spesso nei suoi lavori melodie tradizionali indiane. Nella seconda metà degli anni 70 sposa il musicista e produttore Jack Nitzsche e quando questi viene “arruolato” per la colonna sonora di “Ufficiale e gentiluomo” – è il 1983 – Buffy compone la hit “Up where we belong”, che diventerà un successo planetario nell’interpretazione di Joe Cocker e Jennifer Warnes: i nativi americani c’entrano poco, in compenso di dollari ne arrivano parecchi, e comunque da qui in poi la musica sarà solo una piccola parte nell’attività di Buffy, che a partire dagli anni 90 si dedica principalmente all’insegnamento e alle arti visive.
Rita Coolidge nasce a Nashville (patria del Country, musica bianca per eccellenza) nel 1945, ed è per metà Cherokee e per l’altra metà scozzese. Inizia la sua carriera a Memphis, collabora con Joe Cocker, Leon Russell (che le dedicherà il brano “Delta Lady”) e soprattutto con Kris Kristofferson, che diventerà suo marito; l’unione, sentimentale e professionale, dura dal 1973 al 1980: in due occasioni, 1973 e 1975, la coppia ottiene il Grammy come miglior duo Country dell’anno (già, la musica dei “visi pallidi”…). Durante la sua quarantennale carriera Rita inciderà una trentina di album, tutti improntati a sonorità pop-country-rock-folk-R&B, riscuotendo buoni successi di pubblico. Poco o nulla però è rimasto della sua parte Cherokee, con un’unica eccezione: le due collaborazioni con Robbie Robertson per lo splendido “Music for the Native Americans” del 1994 e per “Contact from the Underworld of Redboy” del 1998, dove fra l’altro è contenuta la già citata “Sacrifice”, dedicata a Leonard Peltier.
I Winterhawks sono un gruppo di Hard Rock formato da musicisti dell’Illinois di origine indiana, attivo dalla fine degli anni 70 e passato attraverso diversi cambiamenti di line-up. All’inizio della carriera la musica nativa si affacciava spesso nelle loro composizioni, e nei concerti loro stessi si presentavano con abiti e simboli dei nativi americani. Col passare del tempo però tutto si è “normalizzato”, la musica è virata verso un hard decisamente affascinante ma abbastanza scontato, e anche il look non è più lo stesso.
Epilogo
Beh, siamo giunti alla fine, è ora di tirare le somme. In fin dei conti sono arrivato poco distante da dove pensavo, secondo un’opinione che mi ero fatto tempo addietro, leggendo un bellissimo libro di Gino Castaldo del quale non rammento il titolo (ma potrebbe essere “La terra promessa”). Cultura Rock e cultura dei nativi americani si sono incontrate spesso, hanno percorso insieme strade lunghe e polverose, hanno condiviso cibo e peyotes, fumato insieme il calumet della pace davanti al fuoco, insieme danzato e cavalcato, ma poi ognuno per il suo destino. E mentre la cultura nativa è rimasta relegata in ambiti di culto, folklore locale o poco più, il Rock è arrivato a Wall Street, e quei musicisti di origine nativa che hanno avuto un successo mainstream sono arrivati a tanto solo dopo avere abbandonato, in tutto o in parte, le proprie radici. Nessuno vuole far loro una colpa, è solo una constatazione di fatto. La lista dei musicisti Rock che hanno parlato della condizione dei nativi è ancora lunga, da Neil Young a Bruce Springsteen al nostro Fabrizio De Andrè, ma si è sempre trattato di affrontare la cosa “da questa parte” della frontiera, quella dei visi pallidi buoni e illuminati che chiedono giustizia per i fratelli pellerossa. E’ che per gli americani “bianchi” (ma anche neri, i “Buffalo soldiers” di una celebre canzone di Bob Marley) lo sterminio dei nativi non è ancora storicizzato, è un qualcosa di fastidioso, un fardello da rimuovere e basta, un po’ come i massacri della guerra di secessione, altra ferita ancora aperta. Con poche eccezioni: su tutte il “faro” Jaime Robbie Robertson, il suo disco del 94 è quanto di più bello si possa concepire in termini di contaminazione fra Rock e cultura nativa. Del resto non ci dimentichiamo che la Band, nel suo secondo album, ha dedicato un pezzo proprio alla guerra di secessione, “The Night They Drove Old Dixie Down”: nessuno aveva mai osato tanto prima, nessuno lo farà dopo, quella guerra per l’americano medio è come se non ci fosse mai stata. Chissà, forse in un futuro non lontano, dopo un presidente nero, gli Stati Uniti avranno anche un presidente di origini native: magari allora sarà possibile fare i conti col passato, festeggiare più serenamente e senza ipocrisie il “Giorno del ringraziamento”, e cantare tutti insieme “We shall live again”…
(Francesco Prete ©2014)
















































Commenti recenti