JASMINE RODGERS, figlia del nostro amatissimo PAUL, sarà a Venezia questa domenica. Per chi vive in Veneto o per chi ne ha la possibilità potrebbe essere interessante andare a vederla.
Qui sotto il comunicato stampa:
La popolare formazione romana, tra le più apprezzate in Italia nel campo dell’ukulele, arriva alla Gervasuti Foundation con una straordinaria special guest: la figlia del leggendario Paul Rodgers per la sua unica data italiana. Appuntamento domenica 15 settembre
A qualcuno piace l’ukulele: Uku Band e Jasmine Rodgers a Venezia!Gervasuti Foundation Music
è lieta di offrire
SOME LIKE IT HOT UKULELE
Uku Band & Jasmine Rodgers in concerto
Domenica 15 settembre dalle ore 18.00 J Bar – Gervasuti Foundation Fondamenta Sant’Ana (Via Garibaldi) Castello 995 Venezia
“Tutti dovrebbero avere e suonare un ukulele: è uno strumento che non puoi suonare senza ridere!”. La migliore presentazione dell’ukulele arriva da uno dei suoi più grandi amatori, il compianto George Harrison. A questo piccolo, simpatico e popolare strumento hawaiano – ma di origine portoghese – la Gervasuti Foundation dedica uno spettacolo straordinario: Some Like It hot Ukulele – una serata con Uku Band e special guest Jasmine Rodgers! E’ una delle inconfondibili intuizioni del ‘master of taste’ Michele Gervasuti, come sempre ideatore lungimirante degli eventi musicali offerti a Venezia dalla Gervasuti Foundation, definita dall’autorevole ArtTribune “il posto più sofisticato di Venezia”.Il concerto di domenica 15 settembre avrà come protagonista la Uku Band: il quartetto romano nel giro di un anno dalla sua costituzione è diventato un’autentica autorità in materia, affidando ai diversi tipi di ukulele un repertorio scoppiettante e umoristico, con rivisitazioni di classici rock, pop, hard e reggae. D’altronde questo cordofono a 4 o 6 corde si presta benissimo a una rielaborazione di evergreen: i concerti della Uku Band sono un omaggio allo strumento ma anche una dimostrazione di maestria ed eclettismo.
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Il gran colpo è la partecipazione straordinaria di Jasmine Rodgers, alla sua unica data italiana proprio in compagnia della Uku Band. Figlia del celebre Paul Rodgers (una delle grandi voci del rock: basta citare Free, Bad Company, The Firm e Queen…), componente dell’alternative band dei Bôa, autrice sensibile e carismatica, Jasmine si è esibita a Venezia nel 2011 alla Biennale: amica e sostenitrice della Gervasuti Foundation, Jasmine è anche un’apprezzata suonatrice di ukulele. Quale migliore occasione per sentirla insieme alla migliore band italiana del genere? E non dimenticate il dress code: in puro stile A qualcuno piace caldo…
Numero interessante, visto che per una volta parla di nomi – relativi al Rock degli anni settanta – che non appaiono poi così spesso sulle pagine delle riviste. Gli articoli sono ben fatti sebbene siano lontani dall’ essere approfondimenti particolari.
Quello che ci interessa di più:
1 pagina sulla dipartita di JJ CALE e poi 4 pagine su BOB SEGER…
3 sugli AEROSMITH, 3 sulla j.GEILS BAND,
4 sulla JAMES GANG di JOE WALSH,
1 sui CACTUS
1 su ROY HARPER
Tra le recensioni MICHAEL MONROE, TEDESCHI-TRUCKS BAND, box set dei CLASH, Brothers And Sister deluxe edition degli ALLMAN, BLACKFOOT reissues.
Nel cd allegato l’unico cosa che mi ha colpito è il tempo di FOOL IN THE RAIN dei LZ che il batterista dei THE WALKING PAPERS usa nel pezzo THE WHOLE WORLD’S WATCHING:
Vengo a conoscenza della cosa soltanto oggi, ma è così sintomatica riguardo il “quality control” dei LZ che la condivido con voi.
ARGO è un film di successo del 2012 di e con BEN AFFLECK, tratto da una storia vera. In una scena del film un attore ad un certo punto appoggia la puntina di un giradischi su di un LP e parte WHEN THE LEVEE BREAKS dei LED ZEPPELIN. AFFLECK, grandissimo fan del gruppo, implorò il gruppo a lasciargli usare il pezzo in questione. I LZ diedero l’okay, a patto che rigirassero la scena affinché la puntina fosse posizionata sul punto esatto dove inizia WTLB sul disco (il IV dei LZ) nella realtà, e non all’inizio o in una posizione a caso.
Qui sotto il link all’articolo e al clip preso da youtube.
Riporto anche la dichiarazione d’amore di AFFLECK rilasciata al Los Angeles Times: “ Per me gli Zeppelin sono la più grande band di rock and roll. La gente di solito cita i BEATLES o i ROLLING STONES…no, sono i LZ. Così, non solo abbiamo dovuto pagare per l’utilizzo della canzone, ma anche per rigirare la scena. Comunque non puoi non apprezzare questa attenzione per io dettagli.”
13 euro e 90 non sono pochi, il cd allegato non mi dice nulla e tutta la parte dedicata a nomi più o meno nuovi sembra non interessarmi. Sì, me lo chiedo anche io cosa continuo a comprare queste riviste costosissime…ma quando vedi MUDDY WATERS in copertina (per di più affiancato dal nome di JOHNNY WINTER) come fai a lasciare la rivista nello scaffale?
Tre pagine dedicate alla storia della canzone MILK COW BLUES, riempite con una certa dovizia di particolari ed approfondimenti. Peccato si siano fermati alle versioni di KOKOMO ARNOLDS, ROBERT JOHNSON, ELVIS e KINKS. Per me è importante anche quella del 1977 degli AEROSMITH (da DRAW THE LINE), ma so che una cosa personale…
Nove invece le pagine dedicate a McKINLEY MORGANFIELD e alla sua rinascita nella seconda metà anni settanta grazie ai tre album prodotti da JOHNNY WINTER. Nessuna rivelazione particolare, ma un buon articolo corredato da belle foto.
Altre pagine dedicate a HOUND DOG TAYLOR e alla ALLIGATOR RECORDS, a BOBBY BLUE BLAND, BARBARA LYNN, THE RIDES (Stephen Stills/KW Shepherd, Barry Goldberg).
Festa dell’Unità provinciale di Reggio Emilia, Campo Volo, arena spettacoli, biglietto 10 euro: il ritorno di quella gran figa di LOREDANA BERTE’. Finalmente FestaReggio si decide a chiamare un/un’artista che non sia estratta a caso dall’insopportabile rock alternativo italiano e vivappage un/un’artista che non prenda le distanze dalle colorazioni politiche dell’organizzatore (vedi le dichiarazioni del rapper Moreno) (chiii???).
Ero molto curioso, e con me lo era la groupie: non posso dire di essere sempre stato un fan della BERTE’, ma pur nei momenti di massima Rockitudine, di esasperata ortodossia Rock, LOREDANA BERTE’ mi è sempre piaciuta. Quella musica che stava tra facile ascolto, canzone d’autore e strizzate d’occhio al Rock, quella sua verve sempre un po’ sopra le righe, la sua voce sincera e decisamente vicina alle corde che cantavano la mia musica, quell’aria sempre un po’ disperata di chi vive le la vita con tutta se stessa… beh non potevano che irretire facilmente un’ometto di blues come me.
E ora eccola lì, sul palco, minigonna cortissima, un po’ in carne, un po’ trasformata, 63enne d’assalto. La band è pronta, ma lei è indaffarata a cercare qualcosa in una borsa che ha davanti alla batteria, ci mostra il di dietro senza troppe riverenze. Inizia a cantare e dopo un po’ va da tecnico del mixer di palco a dire che c’è qualcosa che non va. Mi piace questo atteggiamento, questi modi semplici e diretti. La voce mi pare che regga bene, anche se risentirla oggi sui clip di youtube, senza il pathos della situazione live e di un impianto come si deve, sembra meno ” a fuoco”.
Ma vengo al punto senza più giraci intorno: il concerto mi è piaciuto un sacco, LOREDANA BERTE’ è una bomba. Professionale ma senza essere finta, pronta a rischiare, a “buttare” la voce, a pescare nel torbido. Si ha la sensazione che possa succedere di tutto (un po’ come quando vedi giocare l’ex campione nerazzurro MARIO BALOTELLI), ed è questa la sensazione di cui abbiamo bisogno. La band parte un po’ fredda ma poi entra in circolo e porta a casa una prova convincente… dal modo di suonare e dagli strumenti che hanno non è esattamente my cup of tea, ma alla fine supera le aspettative ( e certi arrangiamenti non sono male).
LOREDANA non porta in giro solo il greatest hits, come fanno tante, troppe vecchie glorie (come purtroppo la mia original BAD COMPANY)… certo, i successi ci sono, ma sono equilibrati da canzoni poco conosciute o più recenti. Questo mi piace. Sicuro, mi scaldo soprattutto nelle cose che mi sono famigliari e che mi piacciono (FOLLE CITTA’, JAZZ, TRASLOCANDO, IN ALTO MARE,NON SONO UNA SIGNORA, DEDICATO, versione IVANO FOSSATI 1979), ma ho ascoltato con attenzione anche le cose che non conoscevo. LOREDANA poi ha finito il concerto con COMANDANTE CHE, e in più di un’occasione ha toccato e cantato temi di protesta sociale. Tipetta scomoda la BERTE’.
Special Guest AIDA COOPER che apre il concerto con SIMPLY THE BEST di TINA TURNER , che circa a metà permette a LOREDANA di respirare cantando DONNE di MIA MARTINI e che dove occorre raddoppia la voce di LOREDANA. Buona presenza di pubblico, piuttosto caldo e pronto a lasciare i propri posti a sedere per andare sotto al palco. Incontriamo anche SUTUS, anche lui entusiasta.
FOLLE CITTA’ col riff discendente simile a quello di KASHMIR e con l’arrangiamento rock delle chitarre davvero niente male…
Per me è stato un bel concerto rock, e solo Page sa quanto ne avevo bisogno. Grazie LOREDANA.
Il dramma si compie gli ultimi istanti del sinodo: è da poco passata l’una di notte, mi accingo a salutare l’ultimo confratello… El Pique, the Pike Boy, Stivanèin Piccagliàn, (Picca insomma) ringraziandolo per il dono recatomi (Il live THE SONG REMAINS THE SAME su CD versione non rimasterizzata, il TSRTS vero insomma, che inspiegabilmente non avevo in CD):
TIM: “Va beh dai, alòra as sintòm” (Allora ci sentiamo)
PICCA “Tim, mo dio canta, te tee un nunantlàn, t’en po brisa parlèr acsè, te’m per un arsàn” (Tim, god sings, sei un nonantolano, non puoì mica parlare così, mi sembri un reggiano”)
In un secondo elaboro il fatto: mi sto reggianizzando. Aiuto!
Avrei dovuto usare “Sintàm” e non “Sintòm”.
Modenese di nascita, ma reggiano di origine (genitori e tutti i parenti), il mio dialetto fino a poco manteneva comunque l’accento di Modena, sebbene usassi diversi termini propriamente reggiani tipo sarabìga (zanzara); le prime vocali di pollo, bolla, rosso le pronuncio ben chiuse, alla modenese, e non aperte come fanno quei finocchietti dei reggiani. Ora però la mia modenesità vacilla, mi scappano dei “fa gninto” invece dei “fa gninta”, dei “at salòt” (come uno Zucchero qualunque da Roncocesi), dei “sintòm/andòm/a fòm”. Dall’altra sera sì aperta ufficialmente la crisi dell’identità dialettale, e ora vago disperato chiedendomi chi sono e da dove vengo. E dire che la serata si era svolta in maniera impeccabile. Malgrado alcuni confratelli mancassero, alcuni con giustificazione (Liso, Jaypee, Sutus), alcuni senza e per questo declassati al grado di Roadies del blues (Athos e March), lo spirito volava alto tra le menti tormentate dei fratelli di blues. Ritrovo alla Festa dell’Unità provinciale di Regium Lepidi, cena al ristorante ADRIATICO, caffè corretto offerto da Riff, capatina alla bancarella dei cd e degli LP, salto in libreria e assemblea in uno stand deserto dopo uno dei soliti incontri politici.
Illuminati del blues 31-8-2013: da sx a dx: Biccio, Picca, Mixi, Tim, Riff, Francesco, Lorenzo Stevens
Si erano toccati temi importanti quali “l’impatto dell’immigrazione sulle nostre città” e dell’incredulità nel vedere che nessuno della sinistra (area politica di cui più o meno facciamo parte quasi tutti) ponga la questione, lasciando che le sole lega e destra dialoghino con le pance degli italiani. Senza perdere la tenerezza e i valori universali insiti nell’uomo occorre trovare (o almeno provare) qualche soluzione: i modenesi ormai non frequentano più Modena, i reggiani fanno lo stesso con Reggio. Le minoranze etniche che si spartiscono i luoghi di aggregazione cittadini poi si odiano a morte. Io nostri sindaci, pur essendo buoni diavoli, non possono continuare a parlare in termini trionfalistici del successo dell’integrazione nelle nostre città. Zio can, mo dove?
La inesauribile verve di Picca aveva reso comunque la discussione piacevolissima e divertente. In my book, the Pike is the fucking number one.
Un’ultima nota, molto positiva: la Festa provinciale dell’Unità di Reggio Emilia sabato sera era imballata di gente. La fila per entrare al ristorante Adriatico era di parecchi metri fino alle 22,30 passate. Suonava Max Gazzè, quindi non si può nemmeno dire che si fosse riempita perché che so, suonavano i Pink Floyd, Zucchero, Vasco o Liga. Che una sera ogni tanto la gente rinunci a star davanti alle televisioni è un buon segno.
Lunedì sera accompagno la groupie a Flumen Baniolus: c’è la fiera del paese che prevede una sfilata di moda a cui partecipa Lapatty sorella della groupie, o meglio i capi del suo negozio di intimo. Alcune modelle sfileranno al ritmo di un cd che ha preparato la groupie, così andiamo a vedere l’effetto che fa. La cosa che mi sorprende maggiormente è l’aria dimessa della fiera. Non riesco a crederci: BAGNOLO è un paese di circa 10.000 abitanti e chiamano fiera sei bancarelle sei appoggiate sulla via principale. Più che in Emilia sembra di essere a Sarajevo durante i black out dovuti alla guerra di Bosnia. E dire che davanti al palco dove si svolge la sfilata la gente è accorsa numerosa, c’è un’evidente voglia di star fuori, di aggregazione; ma bastava voltare lo sguardo per accorgerrsi che si trattava di una delle fiere più lofi che io avessi mai visto. Al confronto la country fair di luglio a Nonantola sembra il Festival di Knebworth del 1979 (la serata del 4 agosto) …
In attesa che arrivi il turno della sfilata della sorella della groupie, faccio un giro per Bagnolo: davanti ad un bar con uno spazio all’aperto si esibisce un gruppo musicale, trattasi di gente di una certa età alle prese con una qualcosa di indefinibile. Scarsa tecnica, terrore del palco, nessuno in grado di comunicare qualcosa. Un ragazza (probabilmente la moglie) si avvicina al palco e scatta una foto al tastierista cantante. Una tristezza infinita. Dico alla groupie: “Se dovessi finire così ti autorizzo a sparami un colpo in testa”.
Tra una sfilata e l’altra un paio di conduttori cercano di riempire i tempi morti improvvisando chiacchierate in dialetto reggiano stretto. Presentano poi un tributo a SETTE SPOSE PER SETTE FRATELLI, ed è qui che va in scena l’incredibile: un gruppo di anziani entra sul palco sulle musiche del celebre film/musical, vestiti in stile country ma anni ottanta, iniziano a muoversi goffamente cercando di portare a casa qualche passo di danza accettabile, senza riuscirci. Sono basito. Mi chiedo che ci faccio lì, il gap nel mio confronto interno tra Modena e Reggio aumenta.
Anziani in ordine sparso che s’imbalzano sulle note di SETTE SPOSE PER SETTE FRATELLI – foto di Saurit
Finalmente la sfilata de Lapatty: sulle note di WUTHERING HEIGHTS entrano le prime modelle e via via tutte le altre muovendosi timidamente sulle musiche scelte dalla groupie: ELO, GERRY RAFFERTY, ALAN PARSON. Quando parte CARPET OF THE SUN dei RENAISSANCE guardo la groupie sorridere sorniona e compiaciuta, e mi chiedo se qualcuno lì intorno sa chi cazzo erano i RENAISSANCE. Chiusura sulle note di ROCKET MAN di ELTON JOHN. Gli unici 15 minuti di buona musica sono quelli offerti dalle sorelle TERENCESON. Brave ragazze.
Sfilata del negozio “Momenti”
In macchina, tornando a tarda sera vero Borgo Massenzio, io e la groupie non riusciamo a trovare una stazione che trasmetta musica decente. Oltre alle immondezze musicali trasmesse dalle radio commerciali, anche le stazioni più serie non trasmettono nulla di buono…solo quel pseudo rock moderno che piace a chi non piace la musica. Sfiniti ci appoggiamo su RADIO CAPITAL che passa un pezzo dei METALLICA. Arrivati in cortile spengo la macchina, devo pulirmi le orecchie da quel pattume sonoro…inserisco THE SOUTHERN HARMONY dei BLACK CROWES…parte l’intro di THORN IN MY PRIDE…quelle chitarre e quell’organo mi riportano l’equilibrio…la groupie si mette a suonare l’air bass, io faccio finta di essere RICH ROBINSON, mentre la notte scende profonda sulla campagna nera…
Al mattino ho ancora l’animo non sistemato, me ne accorgo dai cd da sentire in macchina che scelgo: CLASH e RAMONES. WHITE RIOT mi veste bene stamattina ma ascoltare i CLASH col batterista lofi è difficile, così opto per quelli col grande TOPPER HEADON…I FOUGHT THE LAW e così sia.
La sera sono al GRANDEMILIA, e abituato come sono a fare la spesa all’ARIOSTO di Reggio, mi pare di essere su di un altro pianeta: Modena I love you. Mentre torno alla domus saurea sono prigioniero della contrapposizione MO-RE. Il richiamo delle radici contro il senso d’appartenenza alla terra su cui sono nato. Bel dubbio amletico.
Stamattina, in giro per Stonecity con ancora quelle nubi nel cervello, mi rivolto nei pensieri; poi d’un tratto mi chiedo perché mi faccio di questi problemi…e capisco tutto: mi infilo i Ray Ban, spingo i FOREGNEIR nel car stereo, alzo il volume e – dopo aver comprato l’ultimo CLASSIC ROCK UK e il suo spin off BLUES (con MUDDY WATERS in copertina) – rollo lungo le freeway del distretto ceramico che è un piacere. Oh yeah, baby!
Parlando di ZUCCHERO una sera Picca mi disse che “è sempre gradevole” e io sono d’accordo con lui. Non tutte le sue cose mi piacciono, ma in molte mi ci ritrovo e comunque anche io credo che in generale Zucchero sia piacevole. Poi ci sono le canzoni che mi piacciono un casino, le sue frasi tipo “viene Venere su dai campi“, i continui rimandi alla sua/mia terra, le malinconiche melodie che adotta quando si tratta di parlare della neve, del cane Tobia che ha perduto, dei dolori dell’amore, dei granai e della luce che filtrando li attraversa. Sono ormai 26 anni che lo seguo con una certa attenzione, da BLUE’S insomma, da quando iniziò a fare le cose alla sua maniera…le proposte precedenti non mi parevano granché e il fatto di aver scritto canzoncine sanremesi per Stefano Siani era un po’ troppo per il rockettaro duro e puro che c’è in me.
Così, in una sera di questa estate in cui passeggiavo con la groupie durante una notte rosa a Regium Lepidi, entro alla LIBRERIA DELL’ARCO e, una volta davanti agli scaffali dei libri musicali, compro la sua autobiografia del 2011, recentemente ripubblicata nella collana Best Seller Mondadori.
Zucchero è nato a RONCOCESI, una frazione di Regium, ad un tiro di scoppio da Borgo Massenzio dove vivo adesso, e da VILLA BAGNO, il luogo dove è nato Brian e dove io passavo le domeniche dai nonni e i mesi di settembre durante la vendemmia. Sapevo, già dal titolo del libro, che mi sarei immedesimato e che avrei rivissuto, nei suoi racconti, le pagine più dolci della mia infanzia. Certo, Zucchero è più vecchio di qualche anno, ma nel corso del tempo abbiamo respirato gli stesso odori, lassù in dal tasèll. Voglio parlare del libro e non della mia infanzia e adolescenza, ma devo farvi capire che non sarò lucido nel giudizio: l’epica contadina delle storia della mia famiglia combacia con la sua, le mie domeniche ed estati passate a VILLA BAGNO (o a SAN MARTINO IN RIO paese di mia madre) hanno gli stessi colori delle sue. Anche gli stessi sapori: i cappelletti, il bollito, la torta di riso, il lambrusco…gli stessi rumori: il ticchettio della sveglia sulla mensola del camino, il ruvido sferragliare della pompa a mano per far uscire l’acqua nel lavello posizionato fuori nell’aia, il campanellino dell’Ape di Fiorini, il signore che col suo “carrettino” vendeva gelati…le stesse parole: “Biff”, “Fruttino”, “Sughini” che stanno per ghiacciolo, succo di frutta e animaletti di liquirizia. Non ho avuto una nonna come la sua, Diamante, la mia era meno dolce, si chiamava Luigina, ma il richiamo di ” ‘tefano vin a ca’ ” aveva lo stesso sapore di quello contenuto nella sua canzone DIAMANTE…
Prendete il mio giudizio dunque per quello che è: a me la sua autobiografia è piaciuta molto, moltissimo. Letta in due giorni (durante le ferie), è una biografia candida, onesta, per nulla snob, sincera. Zucchero parla senza tanti giri di parole dei suoi disagi interiori, delle sue malinconie, delle crisi di panico, e del chiaroscuri della vita on the road.
La prosa a volte è un po’ selvatica, e la punteggiatura difficile; a tratti Zucchero è un po’ autoreferenziale (ma ci sta, non potrebbero non esserlo, teniamo in mente che è pur sempre uno degli artisti musicali più di successo della storia musicale italiana), sfiora in una sola occasione il tema delle similitudini tra certe sue canzoni e quelle di altri artisti (io di certo non mi scandalizzo, ma a volte forse si è preso qualche libertà di troppo), ma i capitoli si susseguono con una leggerezza naturale e il tutto risulta scorrevole.
Insiste forse un po’ troppo col blues, la sua musica ogni tanto si bagna nelle acque del Mississippi, ma non è esattamente (o almeno non così spesso) blues. Zucchero poi intende per blues un calderone dove Soul, Rhythm And Blues e musica nera ballabile si mescolano. Secondo me invece il blues è quello di ROBERT JOHNSON, di SON HOUSE, di MUDDY WATERS e compagnia …so che questa considerazione può sembrare snob, ma che volete farci, il R&B, il Soul, il Gospel non mi hanno mai rapito spiritualmente come invece ha fatto il blues, quello che anche nei momenti più frivoli contiene un che di tenebroso e demoniaco.
Zucchero, tuttavia, è un vero uomo di blues, pur essendo una rockstar consacrata da tanti anni, ha un travaglio interno vero e genuino. Zucchero poi è uno che si è fatto il culo suonando in giro, costruendo la sua abilità, il suo sapere, il suo modo di porsi cantando cover…non è uno di quei fighetti insomma che se solo li allontani dal loro repertorio non sanno più fare un cazzo. Zucchero lasciatemelo dire, è uno di noi, uno che ancora si sente fan. Uno che appena ne ha avuto l’occasione ha collaborato con leggendari musicisti rock, ne citiamo tre per tutti: ERIC CLAPTON, JEFF BECK, BRIAN MAY…
Ci sono anche parti molto divertenti, come ad esempio i momenti passati insieme a PAVAROTTI, altro emiliano ruspante (divertenti anche un paio di refusi: lo spelling sbagliato di Massenzatico, e la traduzione del soprannome di CLAPTON: “manolesta” invece che “manolenta”).
Concludendo: me c’al lèber chè a l’ho let v’luntèra.
Lo sapete che sono un po’ ossessionato dalla semantica, dall’etimologia e dalla onomastica in genere; spesso qui sul blog vi tocca sopportare il mio girovagare tra il significato dei nomi e delle parole, così ecco qui una nuova rubrichetta in cui tentiamo di tradurre – nel modo più accurato possibile e foneticamente sensato – i nomi e i cognomi dei nostri musicisti preferiti. Iniziamo con…PIETRO IMOVILLI dei CHI.
TOWNSHEND Name Meaning English (Norfolk): variant of Townsend.
IMOVILLI: Estremamente raro, sembra essere originario del reggiano, dovrebbe derivare da un nome di località risalente al periodo tardo romano, e starebbe ad indicare un sito posto in fondo, probabilmente ad una vallata ad un paese, esempi di questo genere si hanno ad esempio nel bresciano, in Val Camonica, dove si trova l’antica contrada di Imavilla.(Origine dei Cognomi Italiani – Ettore Rossoni 2000)
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PS: IMOVILLI era il cognome di mia madre…mica male essere imparentati col chitarrista degli WHO.
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