Tempo fa, trovandomi a Chicago per vari motivi, ho deciso di andare a visitare i famosi studi della Chess Records.
Facendo una piccola ricerca su internet, ho scoperto che la fondazione Willie Dixon, creata in onore del grande bluesman scomparso, aveva acquisito i locali trasformandoli in un museo del blues. Aperto al pubblico quattro ore al giorno cinque giorni su sette, e per qualche strana coincidenza a non piu’ di dieci minuti dalla casa dove alloggio quando sono a Chicago. Non mi restava che salire in macchina ed andare…
Dopo un brevissimo traggitto, mi sono ritrovato davanti alla palazzina che ospitava i mitici studi. Un piccolo fabbricato su due piani con ingresso su strada in una zona a sud del centro.

La Chess – foto di Paolo Barone
Poca gente in giro, poco traffico, questa parte della citta’ ha sicuramente vissuto tempi migliori. Ho parcheggiato davanti alla porta di ingresso, messo i soldi nel parchimetro, e mentre stavo per entrare vedo che sulla destra dell’edificio una piccola area verde e’ stata recintata e attrezzata con panchine e aiuole, e sui muri hanno dipinto delle note musicali e i ritratti di qualche stella del blues. Vado per entrare, ma la porta e’ chiusa. Dopo qualche goffo tentativo di sbirciare attraverso la porta a vetri per vedere se ci fosse qualcuno all’interno, mi accorgo di un campanello. Suono, e una ragazza afroamericana viene ad aprirmi, mi da il benvenuto e mi chiede se sono venuto per “il Tour”. Ovviamente rispondo di si, e lei si avvia sulle scale che conducono al piano superiore. Gli ambienti in cui ci muoviamo, una volta uffici e studi di registrazione della Chess, sono sorprendentemente piccoli e in un precario stato di conservazione. Arrivati in cima alla rampa di scale, entriamo nel locale che veniva utilizzato per suonare, con la cabina di registrazione adiacente, comunicante tramite una grande vetrata. Mi rendo conto di essere l’unico visitatore.

Chess: sala registrazione – foto di Paolo Barone
Vedo esposto sul muro il disco di Winter, Waters & Cotton con dedica e firme di tutti e tre i musicisti, qualche locandina, un pianoforte, delle sedie, e proprio di fronte a quello che era il vetro della regia un grande televisore.

Chess – disco Muddy Waters e Johnny Winter – foto di Paolo Barone
La ragazza lo accende e mi dice di mettermi comodo per la visione del filmato. Obbedisco, mentre lei traffica con un vecchio vhs e relativa cassetta. Dopo pochi secondi il video parte, e lei mi lascia solo, in quella che, deduco, una volta era la sala dove suonavano i musicisti della Chess, augurandomi buona visione.
Il nastro e’ molto usato, la visione risulta quindi a dir poco imperfetta…Pero’, dico io, potevano pure provare a passarlo in dvd, mah, misteri del blues.
Il filmato e’ interessantissimo: Riprese d’epoca della scena blues elettrica di Chicago, gente che balla e suona in mezzo alla strada, piccoli locali, chitarre scordate, facce da galera. E poi tante interviste. Tutto il firmamento delle stelle del blues, Jagger, Chuck Berry, Mr. Chess. Raccontano tante storie mentre i minuti passano. Sonny Boy Williamson che entrava in studio senza mai niente di pronto e mezzo ubriaco, Muddy Waters che al contrario teneva il controllo totale della situazione. Gli Stones che mentre provano un pezzo di Berry, vengono a sapere che il vecchio Chuck sta salendo le scale per sentirli suonare…Mille strorie, tante interviste, il documentario e’ veramente ben fatto. Mr. Chess racconta che una volta finito un pezzo, quello che facevano era andare al piano di sotto, mettere un altoparlante sul marciapiede e vedere le reazioni dei passanti. Se la gente si fermava a chiedere cosa fosse, avevano fatto centro. Il filmato si chiude con un esibizione live di Muddy Waters in un festival all’aperto. Il pubblico e’ fatto in prevalenza di bianchi ormai, e lui, che di solito suonava seduto serio e compassato, si scatena in una danza divertentissima.
La cassetta finisce, nessuno si fa vedere, dopo qualche minuto spengo il televisore e mi metto a girovagare per le stanze del piano superiore.
Trovo un po’ di memorabilia, niente di che: dischi, qualche strumento, un paio di abiti di scena, qualcosa relativo alla registrazione degli Stones. Entro in quella che era la cabina di regia, un locale piuttosto piccolo con due grandi vetrate, una su strada e l’altra verso i musicisti. Ci sono un paio di di apparecchiature, qualche scatolone, barattoli di vernice. E’ come se questo posto fosse stato abbandonato per un lungo periodo, e poi ristrutturato. Ma verso la fine dei lavori devono avere finito l’entusiasmo, e le cose sono rimaste un po’ cosi, come dire, incompiute…

Chess: recorder – foto di Paolo Barone
Scendo le scale, girovago in quelli che erano gli uffici della Chess, e oggi lo sono della fondazione Blues Heaven. La ragazza mi sente, apre la porta mi chiede se ho bisogno di qualcosa, se mi e’ piaciuto il filmato, e mi dice di visitare anche i locali sul retro degli uffici. Poi chiude la porta e si rimette a farsi i fatti suoi.
Nel retro trovo un altra stanza piuttosto grande, non ho idea a cosa servisse ne’ ci sono indicazioni di sorta. Al momento ospita un altro po’ di memorabilia, fra cui i costumi di scena di Bo Diddley e Koko Taylor. Molto belli. Continuo a camminare, e trovo una parete blu totalmente tappezzata di maschere bianche. Sono i calchi del volto di tantissimi bluesman. Una cosa strana, un po’ surreale.

Chess: Maschere – foto di Paolo Barone
Torno verso l’ingresso, c’e’ un piccolo spazio per la vendita di cd e cartoline, ma niente che valga la pena di comprare. Prima di andarmene mi fermo alla base delle scale, nel piu’ assoluto silenzio, cercando di immaginare come dovesse essere stato questo posto nei suoi anni d’oro. Quanta musica, quanti personaggi, quante storie sono passate da queste stanze…
Apro la porta e me ne vado senza disturbare. Salgo in macchina e mentre mi infilo nel traffico di Chicago, rifletto fra me e me su questa piccola esperienza appena conclusa. Non ho ben capito perche’, ma la comunita’ afroamericana sembra non avere un buon rapporto con la storia della musica blues. Non la ascoltano piu’, non la suonano piu’, non gli importa piu’ di tanto. E’ come se l’avessero data ai bianchi a fine anni sessanta e buona sera. Certo, se andiamo a vedere le cose nello specifico, ci sono ancora molti neri che amano il blues e che lo suonano, ma in genere mi sembra che sia andata cosi. Paragono nella mia mente questa visita alla Chess, con quelle che ho fatto negli ultimi anni alla Motown. Nella casa del Soul e’ tutto un via vai di gente, comitive, visite guidate, tutto ben organizzato e perfettamente conservato. Qui nella citta’ del vento, mi e’ sembrato che volessero lasciar perdere tutto da un momento all’altro. E sarebbe un peccato, visto quanto la nostra cultura, la nostra musica, deve a questi piccoli locali che si trovano a 2120 South Michigan Avenue, Chicago Illinois.
Commenti recenti