Un giorno, uno di quelli che gli umani chiamano martedì, a cui danno un numero, 26, e che incasellano in un contenitore di tempo chiamato giugno. Primo mattino, l’umana chiamata DANIELA dentro al suo veicolo circola sulla tangenziale di House Of The Wood Upperside (insomma Ca’ Del Bosco Sopra) diretta verso quelle faccende che gli umani chiamano lavoro. L’umana Daniela scorge una macchia nera che cammina in mezzo alla strada. L’umana Daniela che è una umana niente male si ferma per cercare di salvare quell’essere vivente. Si ferma, lo raggiunge, è un piccolo gatto maschio nero di 45 giorni, per rendere comprensibile il rapporto che stiamo stilando lo chiameremo con la sigla LZIV. Il felino LZIV, stressato da una giornata iniziata male (scappato dalla culla o peggio lasciato nelle campagne vicine da qualche umano disgraziato) è in preda alla paura e pensa bene di infilarsi nella parte anteriore del velivolo, quella che gli umani chiamano motore. L’umana DANIELA, che si rivela una umana di gran lignaggio, chiama altri umani ad aiutarla. Arriva così una squadra di umani, VIGILI DEL FUOCO, per risolvere il problema.
(Umani denominati Vigili Del Fuoco salvano il felino LZIV – foto dell’umana Daniela)
Gli umani VdF salvano LZIV…
LZIV è dentro ad un contenitore che gli umani chiamano gabbia. Impaurito e stanco è quantomeno confuso.
Il gatto LZIV viene portato in un centro di raccolta per animali abbandonati chiamato Gattile di Regium Lepidi. L’umana Daniela arriva al lavoro. Racconta la avventura ai suoi colleghi. Tra questi c’è l’umana SPEED QUEEN. Quest’ultima, evidentemente sensibile alle vicende feline, decide che a quel gatto va data un’altra occasione. Nella seconda parte del giorno, insieme all’umano TT si reca al gattile. LZIV è in una gabbia da solo. Intorno a lui altri gatti, disperati, soli, rassegnati. L’umana CATERINA responsabile del gattile, prende in mano LZIV e gli dice “Ciao, sei stato fortunato”.
Ora LZIV è dentro ad una gabbia e sopra ad un autoveicolo condotto da TT. Ogni volta che i due umani cercano di tranquillizzarlo, LZIV soffia…autodifesa istintiva, un pallido tentativo di ribellarsi ad un fato fino ad ora maledetto. LZIV viene poi portato da un ulteriore umano chiamatao VETERINARIO, umano che si occupa delle altre specie animali. LZIV viene rivoltato come uno di quegli indumenti che gli umani portano alle estremità degli arti con cui camminano. LZIV sembra in buono stato. TT e SPEED QUEEN si fermano in un posto chiamato farmacia dove con 29 di quei pezzi che gli umani che vivono in quelle zone usano per scambiarsi le cose, si procurano dei farmaci da somministrare a LZIV.
LZ arriva finalmente nel posto denominato “in riva al mondo”. Lasciato libero LZIV si ribella, scappa, soffia. Poi, avanti ad un omogenizzato, ad un po’ di latte e qualche carezza, si arrende. Poco dopo LZIV annusa il suo nuovo territorio, è indeciso sul da farsi, va a stendersi sul petto dell’umano TT mentre questi guarda il programma SKYSPORT24, uno di quegli stratagemmi che gli umani usano per sfuggire da quelli che chiamano blues. LZIV guarda negli occhi l’umano TT, socchiude i suoi e si abbandona ad un sonno ristoratore. L’umano TT gli sussurra “Dormi, PALMIRO, dormi”
Nei due giorni che seguono LZIV ora ribattezzato PALMIRO interagisce con i due suoi umani di riferimento senza problemi e finisce anche sul giornale REGIUM LEPIDI GAZETTE.
L’umano TT ha dichiarato:
“Il mio felino di riferimento FIDEL, tutto bianco, se n’è andato 15 mesi fa, non mi aspettavo di rivivere certe cose con un nuovo felino tutto nero. Ma quando si è abbandonato sul mio petto dopo avermi fissato negli occhi e dopo aver lanciato nello spazio il suo lamento, proprio come fece FIDEL 15 estati fa, ho capito che avevo trovato un altro gatto blues. Vorrei ringraziare DANIELA, i VIGILI DEL FUOCO, CATERINA del gattile e naturalemente la SPEED QUEEN, senza la quale questo segno blues mi sarebbe passato inosservato. Ora PALMIRO è parte di me. Alla notte mi dorme attorcigliato al collo come una sciarpina di pelo nero, mi sveglia alle 4 o alle 5, non mi lascia un momento, saltella sulla tastiera del computer, va a caccia del mouse e si ascolta l’ultimo cofanetto degli HEART insieme a me. Ben arrivato PALMIR. Dimenticavo…Palmiro tiene l’Inter.”
(Il gatto Palmiro ascolta gli HEART – foto dell’umano TT)
Rapporto finale del veicolo spaziale non commerciale Nostromo, da parte del terzo ufficiale addetto alla giustizia del cosmo. Questo blues è risolto. Procediamo verso casa.
(Palmiro plays the music of BAD COMPANY – foto dell’umano TT)
L’altro giorno chiacchieravo col maestro Riva quando ad un certo punto mi dice “Mi sto ascoltando il cofanetto degli HEART”. E io “Cazzo…ehm, scusi maestro, ma è già uscito?”
Io e il maestro amiamo molto la band delle sorelle Wilson ed entrambi reputiamo ANN miglior vocalist bianca di sempre. No doubt about it.
Ecco che malgrado i tempi spedisco un piccolo ordine ad Amazon.it. Sì, .it…quando posso, quando i prezzi sono circa gli stessi e i titoli disponibili viro su Amazono Italia per incentivare nel mio piccolo la nostra economia.
A volte mi sento un po’ in colpa, il futuro è fosco, ogni tanto qualche stipendio salta, ma devo pur sopravvivere…
PS: oggi sono a casa, io e Palmiro (more later) ci stiamo ascoltando il primo disco del cofanetto degli HEART…in questo momento la versione demo di DOG & BUTTERFLY…ho la pelle d’oca. Ma sì, tanto mi conoscete, posso dirlo: HEART miglior gruppo di tutti i tempi!
Uno come me il venerdì torna dal lavoro negli ultimi riflessi del pomeriggio, medita sulle proprie incapacità di dare ulteriori sterzate decisive alla propria vita e osserva i campi di frumento, hanno il color dell’oro come recitavano i testi delle elementari. Perso tra le solite sinergie di maledetti e malinconici diavoletti azzurri, uno come me poi appoggia lo sguardo alle vigne, che hanno sempre il potere di lenire i blues. Uno come me mentre torna in quelle condizioni si ascolta MASON RUFFNER…
Uno come me segue il chitarrista di Ft. Worth dall’inizio della sua carriera discografica, quando esce il suo primo album per la CBS nel 1985 dopo alcuni anni di successo regionale a New Orleans, città in cui si trasferisce alla fine dei settanta. Il primo disco è prodotto da Rick Derringer, poteva sfuggirmi?
Uno come me ha una fissassione con l’Old Absinthe Bar , al 240 di Bourbon Street a New Orleans, fissazione che esiste dal 1979, da quando cioè i LZ hanno cercato di ricrearlo in studio per la copertina di ITTOD, che oltre ad essere il mio soprannome (“Oh, v’è chi ghè! Stèt ben Ittod?”) è la sigla di un album che come si sa, uno come me ama moltissimo. Picca ha ragione, non c’entra nulla con i LZ, né di visual né di musica, ma uno come me ha una fascinazione ancestrale per certe sfumature sonore e visive di New Orleans e non ne può fare a meno. Uno come me poi c’è andato a New Orleans, insieme a Mixi, e mettere il naso dentro al vecchio bar dell’assenzio ha risolto un po’ di cose. RUFFNER col bar in questione è legato da un cordone ombelicale che non si mai spezzato, bar ripreso anche nel video di GYPSY BLOOD, dal suo secondo album..
Uno come me poi imbocca la stradina lunga e tortuosa che porta nel posto in riva al mondo e se incrocia una macchina che arriva in senso contrario alla prima piazzola campagnola si mette di lato per far posto. Il pick up bianco arriva, il guidatore ringrazia la cortesia con un gesto di mano e si ferma alla Ronzoni’s farm. Uno come me fa per ripartire, ma con la coda dell’occhio deve essersi accorto che su quel piccolo pick up bianco siede la leggenda del blues emiliano, Johnny La Rosa.
“Johnny!”
“Ehi Tim…”
Johnny di giorno fa il dugarolo, tiene a bada un pezzetto della Parmigiana Moglia proprio a cavallo di Borgo Massenzio, per chi non ha familiarità con questi termini, qui una veloce spiegazione tratta da internet:
DUGAROLO: vocabolo che deriva dal latino ducarius, cioè conduttore, e sta ad indicare una figura ora scomparsa: quella del dipendente comunale incaricato di regolare l’apertura delle chiaviche per dare acqua ai contadini, di controllare le licenze comprovanti i diritti di ognuno, di vigilare in primavera che i contadini eseguissero i lavori di manutenzione a loro assegnati e di impedire che si appropriassero di quantità d’acqua superiori a quanto concesso.
La Bonifica Parmigiana Moglia Secchia, consorzio interprovinciale costituito con le province di Reggio Emilia, Modena e Mantova (nella facciata principale del palazzo sono presenti gli stemmi delle tre province fondatrici del Consorzio) con sede a Reggio Emilia in Corso G. Garibaldi, nel palazzo a fianco della Basilica della Madonna della Ghiara, è il primo esempio in Italia di bonifica idraulica e agraria totale. Non a caso finiti i lavori Natale Prampolini, l’ingegnere che progettò questo enorme complesso di canali e idrovore, venne chiamato a bonificare l’Agro pontino. La bonifica Parmigiana Moglia e le strutture da essa lasciate (linee elettriche e telefoniche, ferrovie, strade ecc) furono il trampolino di lancio per la bassa reggiano-modenese, fino a fare diventare questi luoghi alcune delle zone tuttora più innovative e progredite d’Europa.
Di notte però Johnny si lascia trasportare dalla sua anima e in prossimità di qualche incrocio, sotto vecchie travi di osterie polverose, manda verso gli abissi siderali il suo lamento blues…
Alcune sere poi con la sua band riesce ad avere quel minimo di spazio che gli spetterebbe…
Con Johnny uno come me si aggiorna sulle rispettive attività musicali, constata che la cultura del concerto rock locale sta svanendo e che le nuove generazioni non paiono interessate alla cosa. Qualche sospiro, un abbraccio blues e bye bye Johnny.
Mentre percorre l’ultimo tratto di strada uno come me pensa che se Johnny fosse nato a New Orlenas avrebbe perlomeno raggiunto lo stesso status di Mason Ruffner…una paio di album con una major, qualche altro con una piccola label, uno zoccolo duro di fan che gli permettono di vivere di blues. Qui invece nella parte reggiana della Louisiana, le cose sono molto più difficili e sono pochi i fortunati che riescono a capire il bel linguaggio blues di Monsieur La Rosa.
Uno come me poi la sera se ne scende in campagna, guarda le stelle, e mentre aspetta il Lucifer rising intravede un uomo di colore col cappello in testa ed un bel vestito suonare in riva a un fosso…
Giancarlo mi ha inviato questa sua considerazione sul recente libro di MAX STEFANI da me recensito il 27 maggio https://timtirelli.com/2012/05/27/max-stefani-wild-thing/, voleva aggiungerla come commento al mio post, ma vista la natura dello scritto mi sembrava sciocco spenderlo come semplice commento, vale la pena fare un nuovo post vero e proprio.
Non che sia indolente. E’ che ogni tanto me la prendo comoda…per cui ci ho messo molto più di te, Tim, a leggermi il librone di Max. In onestà ho voluto anche andare a centellinarmi alcuni momenti e ricordi che non volevo tirar via con una lettura frettolosa. Perché questo genere di libri ha due chiavi di lettura: una per il lettore “comune” ossia quello che decide di vedere e prova a seguire, passivamente (che non ha senso negativo, in questo caso!) le vicende e chi per sua fortuna o sventura, molte di quelle vicende le ha vissute, seguite o sentite raccontare in prima persona. E la situazione peggiora ulteriormente se i tre quarti dei nomi citati fanno parte del tuo stesso percorso professionale. Già, perché molti degli invitati al banchetto di Stefani li ho vissuti da vicino, per diversi motivi. E dona sensazioni ambigue, incerte, sentire raccontare, dopo venti, trent’anni spezzoni di un percorso che per moltissimi è, tutto sommato, similare.
Cominciamo da qui: il libro autobiografico di Max è un alternarsi di episodi raccontati in prima persona e di altri lasciati raccontare ai convenuti. I primi sono senz’altro più tangibili e gustosi, indipendentemente che affiori appena o emerga del tutto, certa ruggine con soggetti evidentemente mai del tutto digeriti. Stefani non mi pare davvero persona che ricerchi la parole per inquadrare una situazione. Taglia e cuce, come usasi dire dalle mie parti. Ma le vicende, scorrono e la storia del pseudo-giornalismo italiano prende i suoi contorni, con alcune ricorrenti, inevitabili e incancellabili macchie e con alcune piccole, grandi soddisfazioni. L’impaginazione è anche talvolta fin troppo ricca e se solo un bel po’ di correzioni di bozze non fossero sfuggite, meriterebbe anche un buon voto. Ma la parte più gustosa, quella che solo…lo so che è triste, ma non trovo altre parole adatte…”gli addetti ai lavori” sapranno decodificare, è quella dove i soggetti che Max è riuscito a coinvolgere danno la propria opinione sui fatti che sono stati chiamati a commentare. Ecco, lì, chi ha di fronte agli occhi le coscienze e gli ego in perenne lotta con il resto del mondo, le espressioni facciali e la sfacciataggine di molti personaggi, non potrà fare a meno di considerare strettamente umoristiche alcune uscite che, grazie al libro di Max, saranno ora immortalate nei secoli nelle nostre biblioteche. Esistono soggetti che davvero non si rendono conto di ciò che dicono e di come lo espongono, non hanno né il senso del ridicolo, né i confini dell’umorismo involontario, non possiedono né ritegno né il senso del dubbio che qualcuno, che magari conosce la storia per come sia realmente andata, potrebbe leggere quel che affermano. E massacrarli. Sarebbe un esercizio facile e piacevole, divertente e soddisfacente che rimetterebbe in riga – ma solo per qualche minuto secondo, dati i personaggi – facce di tolla prive di buonsenso. Con un amico, al telefono, devo ammettere di essermi fatto una bella dose di ghignate. E ridere, fa sempre bene.
(Max Stefani)
Però no, non me la sento, alla mia veneranda età, di sputtanare pubblicamente – il web è un mostro che ricicla se stesso nei secoli, prova ne sia che mote delle citazioni proposte da Max provengono proprio da esso, credo anche il tuo blog incluso, Tim – uomini che sono sicuro soffrirebbero fisicamente nell’essere ridimensionati da un punto di vista logico e da quello storico. E poi, forse, il gusto più stimolante di questa operazione sta proprio nel lasciare al lettore il piacere di immedesimarsi nelle parole di certi e di provare a crederle reali per poi domandarsi: ma questo ci è, c’è sempre stato, o lo è diventato con il tempo? E dato che a una lettura superficiale, alcune perle sfuggiranno, il gusto di andarsele a ricercare non potrà che rendere la lettura del libro ancor più accattivante. Divertente, simpatico, talvolta corrosivo e cattivo senza sembrarlo. Max…bene ,bravo, sette più…
Solstizio d’estate oggi, c’è un caldo porco qui in Emilia, i condizionatori e i ventilatori battono il tempo coi loro discreti ronzii, poca voglia di fare, pensieri appoggiati sui soliti sogni infranti, appesantiti dai blues che ogni giorno ci ballonzolano intorno. Quando il futuro si fa fosco, una occhiata al retrovisore a volte serve, come dice Julia, e allora lascio che la mente voli ad un giugno, straordinario, di circa sette lustri fa…
Giugno, seconda metà degli anni settanta. Le estati allora sembravano lunghissime, giugno era il preludio a stagioni che promettevano tanto agli imberbi ragazzetti come me. Si lavorava qualche settimana in campagna per raccogliere un po’ di soldi, si girava col Tentation Romeo 4 marce, si iniziava a frequentare qualche ragazzina, si respirava l’aria di una nuova rivoluzione socio-culturale, si scopriva la chitarra, le radio libere, il burattino senza fili di Edoardo Bennato, il fiore lunare di Carlos Santana, la musica di John Miles quella che sarà il tuo primo ed ultimo amore, il blues del treno dell’Honky-Tonk di Keith Emerson e così via.
Un sera gironzolando in motorino con alcuni coetanei finisco nel quartiere Zuccola, nei city limits occidentali di Nonatown. Da poco il Comune aveva creato un parchetto, gli alberelli erano giovani e la fresca erbetta invitante.
(Il parchetto 35 anni dopo – foto di TT)
Alcuni ragazzi che abitavano più o meno in zona e che conoscevo non benissimo stavano tirando calci ad un pallone, avevano uno o due anni più di noi, ma mi sembravano già grandi. Massimo, il mio amico, invece era in confidenza con loro. Scatta la partitella di calcio. L’inizio dell’estate, l’aria aperta, la partita di pallone, l’avvenire davanti…giorni spensierati e felici. Facevo il mio dovere lì in mediana, bloccavo gli attaccanti avversari e facevo ripartire il regista che a sua volta faceva ripartire Massimo, ottimo centrattacco. Ero lì che fingevo di essere JOHAN CRUIJFF (ma spesso dovevo ridimensionare i miei sogni e mi attaccavo alla figura di un altro mio idolo: GABRIELE ORIALI)…
(nella foto il miglior calciatore di tutti i tempi, Joahn Crujiff)
(nella foto il miglior mediano di tutti i tempi, il piper Gabriele Oriali)
quando Giovanni, uno dei grandi che giocava con noi, segnò di potenza una gran rete. Strinse i pugni ed urlò ” ‘AN BANA”. Bizzarro modo di esultare pensai. Alla terza rete (era quel tipo di partite che finivano 8 a 5) e al terzo ” ‘AN BANA” mi rivolsi a Massimo in cerca di spiegazioni. Massimo sorrise e mi dice “Vieni”. La partita era finita, ci rinfrescammo un momento e lo seguii a casa sua. Massimo lavorava già, al contrario di noi che eravamo ancora studenti e senza tanti soldi, e poteva permettersi quel meraviglioso impianto hi-fi che ora stavo contemplando. Aveva addirittura una stanza tutta per lui dedicata all’ascolto della musica, con luci stroboscopiche comprese. Io, lui e mi pare Lencio. Lencio era un giovane batterista che conoscevo fin da bambino; abitavamo nello stesso quartiere e qualche anno prima ogni tanto andavo a casa sua: infilava MAMMA MIA degli Abba nel mangiadischi, si sedeva alla batteria e andava dietro al pezzo.
Massimo ci portò qualcosa da bere, accese le luci (che viravano sul rosso), prese un long playing con la copertina nera, estrasse un disco nella cui etichetta era riprodotto una specie di angelo, posò con cura il vinile sul piatto, versò un po’ di alcol che “splamò” sul disco con un apposito cuscinetto e “…urla acclamanti del pubblico…JOHN BONHAM MOBY DICK DICK DICK DICK DICK …”
Io non so cosa accadde, ma da quel preciso momento la mia vita cambiò. Intro di batteria seguito da un riff di basso e chitarra, poi qualche break di lead guitar e un lungo assolo di batteria. Non spiccicai parola. Massimo, composto, sorrideva al ritmo della musica, Lencio mimava il tempo della batteria e i fraseggi della solista…io ero lì in mezzo, cosciente senza capire granché…sapevo solo che quel suono, quell’approccio, quella musica mi stava ghermendo. Alle fine del pezzo, qualcuno al microfono urlò “John Bonahm, John HenryBonham”…’AN BANA, appunto.
(nelle due foto ‘AN BANA al MSG di NY nel luglio del 1973)
Non ho ricordi precisi di quel che accadde dopo, mi sembra che Massimo poi mi fece ascoltare WHOLE LOTTA LOVE e STAIRWAY sempre da quel disco live. Pensandoci oggi in modo razionale, mi sembra di ricostruire la scena con onestà: non ero invasato, non ero gasato (quello stato d’animo sarebbe sopraggiunto dopo) ero tranquillo, stavo elaborando tutti i dati che mi arrivavano ed ero sorpreso e sospeso in uno strano mood di autocontrollo e di celestiale godimento.
Massimo poi mi spiegò che quelli erano i LED ZEPPELIN, che il batterista a cui faceva riferimento Giovanni si chiamava John Bonham e che ‘AN BANA era un simpatico modo di replicare l’urlo di Robert Plant, il cantante, intento a fine pezzo a tributare il giusto onore al suo amico batterista.
I Led Zeppelin eh? Cavolo, e io che qualche mese prima in classe mentre guardavo alcuni compagni scambiarsi dei dischi tra cui appunto uno dei LZ (mi pare il secondo) dissi a me stesso “I Pink Floyd potranno anche piacermi un giorno ma i Led Zeppelin mai”. Tsè, che lungimiranza.
Nei giorni che seguirono Massimo mi fece una cassetta, una di quelle al cromo costosissime che pagai 3000 lire, purtroppo non l’ho più, ma ricordo che c’erano BRING IT ON HOME, NOBODY’S FAULT BUT MINE, NO QUARTER (dove Massimo mi diceva che c’era l’assolo più bello del chitarrista).
Avevo 90.000 lire da parte, risparmi dalla paghetta o regali dei nonni, nel breve volgere di una stagione li impiegai tutti per acquistare i sette dischi da studio e il doppio dal vivo finora usciti. Poi pian piano tutto quello che riuscivo a trovare su di loro…articoli sui giornali, poster, spille,…le magliette erano un sogno, ne avevo vista solo una al PEECKER SOUND di Formigine (storico grande negozio di dischi delle mie parti), ma non era in vendita e non avevo idea di dove comprane una.
Insieme ai dischi dei LZ arrivarono HEROES di BOWIE allora appena uscito, BRAIN SALAD SURGERY degli ELP, AND e AND LIVE di JOHNNY WINTER e via via tutti gli altri dischi che poi contribuirono alla mia formazione. In quelli dei LZ però c’era qualcosa in più, una vibrazione che mi arrivava fino in fondo all’animo, un groove che si sposava perfettamente con lo status da esserino umano inspiegabilmente arrivato su questi pianeta che chiamiamo Terra. Immagino che fosse la chitarra di PAGE, e la sua capacità di toccare le corde più profonde del mio cuore, quelle note così diverse da tutte le altre eppur così rock da diventare l’essenza stessa della musica in questione.
Naturalmente giocarono a loro favore il misticismo, il visual, il fatto che fossero fighissimi, ma era soprattutto il loro rock a catturarti, quella magnifica musica che generava paradossi e ossimori se si cercava di fermarla sulla carta: sfacciata e riservata, dura e morbida, elegante e selvaggia, intellettuale e sempliciotta, elettrica ed acustica, eterea e coi piedi per terra…musica sensuale, dissoluta, magnifica, imponente, bellissima…insomma quella che si insinua tra le domande ataviche dipinte da PAUL GAUGUIN nel 1897: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?
I primi tempi girai sui primi quattro dischi, poi pian piano imparai ad addentrami anche negli altri. Il più difficile fu PHYSICAL GRAFFITI, ma trovata la chiave di volta, la soluzione dell’enigma, mi spogliai, mi misi in riva al mondo e lasciai che quel vortice musicale, che quella bora di blues, che quel maestrale di musica rock mi penetrasse in ogni cellula.
CUSTARD PIE, THE ROVER, IN MY TIME OF DYING, HOUSES OF THE HOLY, BRON Y-AUR, DOWN BY THE SEASIDE, TEN YEARS GONE, NIGHT FLIGHT…ancora tremo quando penso al momento in cui riuscii ad assimilare tutto questo. E cazzo, TEN YEARS GONE, non è la più bella canzone rock mai scritta? Non è il miglior testo mai composto? (Sì, lo so sto esagerando, ma il ragazzino di 35 anni fa è tornato…)
Then as it was, then again it will be An’ though the course may change sometimes Rivers always reach the sea Blind stars of fortune, each have several rays On the wings of maybe, down in birds of prey Kind of makes me feel sometimes, didn’t have to grow But as the eagle leaves the nest, it’s got so far to go
Changes fill my time, baby, that’s alright with me In the midst I think of you, and how it used to be
Did you ever really need somebody, And really need ‘em bad Did you ever really want somebody, The best love you ever had Do you ever remember me, baby, did it feel so good ‘Cause it was just the first time, And you knew you would
Through the eyes an’ I sparkle, Senses growing keen Taste your love along the way, See your feathers preen Kind of makes makes me feel sometimes, Didn’t have to grow We are eagles of one nest, The nest is in our soul
Vixen in my dreams, with great surprise to me Never thought I’d see your face the way it used to be Oh darlin’, oh darlin’
I’m never gonna leave you. I never gonna leave Holdin’ on, ten years gone Ten years gone, holdin’ on, ten years gone
Dei flash si sovrappongono tra loro: l’acquisto di HOUSES OF THE HOLY in un negozio di fronte alla caserma dell’ Ottavo Campale a Mutina con i colori della etichetta della ATLANTIC diversi dal solito … il novembre del 1978 quando vidi per la prima volta il film THE SONG REMAINS THE SAME in un oscuro cinema di FRANKCASTLE… le atmosfere rarefatte e bucoliche di LED ZEPPELIN III che per tanti anni è stato il mio preferito, il senso del blues di SINCE I’VE BEEN LOVING YOU miglior blues bianco di tutti i tempi…l’uscita di ITTOD vissuto in diretta…lo squarcio che la musica dei LZ aprì nella mia mente, squarcio grazie a cui entrarono migliaia di altri frammenti dello stratagemma che gli esseri umani hanno adottato per provare a dare un senso a tutto (l’arte insomma) … il non riuscire (letteralmente) a staccarsi dalla audiocassetta arancione di LZIV mentre gira l’intro di STAIRWAY TO HEAVEN …la figura di PAGE poi, chitarrista di livello cosmico (e parlo di Page non di Leopold o sostituti precedenti), compositore paragonabile per impatto sulla musica ai più grandi nomi apparsi in questo universo…
Certo, sono stato fan in senso stretto, talvolta troppo, sono stato pesante e pedante, monotematico, ho infastidito amici come loro hanno infastidito me nel burlarsi della mia condizione da fan (ma io almeno ho avuto il coraggio di svelare la mia vera natura, mentre alcuni in pubblico indossavano una certa indifferenza o al massimo benevolenza snob e in privato si facevano le pippe guardando le foto di Jimmy Page al Forum di Los Angeles nel 1973). Non è stata una cosa sempre sopportabile, ma ne è valsa la pena, amare senza condizioni una musica rock così bella è stato magnifico, avere il coraggio di darsi totalmente, di spendersi non è da tutti.
Grazie a questo amore ho conosciuto gente di tutte le parti del mondo, ampliando i miei confini e arricchendo la mia anima e grazie a LZ mi son fatto degli amici che ancora oggi costituiscono le fondamenta della mia esistenza.
BOC Box set is tentatively due in October. It will include every Columbia/Sony record, re-mastered plus free downloads, bonuses, etc. The content is still changing.
Picca mi segna questala notizia presa dalla pagina facebook dedicata a ERIC BLOOM.
Era ora! Per natale potremo quindi adorare l’ÖSTRICA BLU come si deve. Devo cercare su ebay una statuita di Eric Bloom per il presepio…
“Pb” fu il primo bootleg dei LZ ad essere pubblicato più di 42 anni fa, poco dopo ristampato col nome di MUDSLIDE; tutti i collezionisti o perlomeno i fan interessati alle live recordings sono prima o poi incappati in questa ottima registrazione. Si dice da sempre che la fonte sia una trasmissione FM, ma probabilmente si tratta di un soundboard messo in circolazione in versione non completa e con diversi tagli.
Come spesso accade e come dice EDDIE EDWARDS stesso “ There’s nothing quite like an old Led Zeppelin vinyl bootleg”, si perché i primi vecchi bootleg in vinile dei LZ provenivano da i nastri originali, i master tapes insomma, quindi senza nessun ulteriore passaggio e relativa perdita di qualità. Ancora oggi il vinile di Pb è la versione migliore di questa registrazione. Non si è più stati in grado di rintracciare la cassetta originale, andata probabilmente perduta con lo scorrere del tempo.
Ecco dunque che EDDIE EDWARDS pochi giorni fa ha lavorato con la sua solita maestria sul remaster di Vancouver 1970. Adesso è questa la versione definitiva da avere. Eddie ha sapientemente tolto qualche scricchiolio dovuto al vinile, ha messo nell’ordine giusto le canzoni, ha ripulito un po’ il tutto. In verità ha aggiunto anche due pezzi (CAN’T QUIT YOU e DAZED) da una registrazione audience con solo i primi 4 pezzi del concerto apparsa qualche tempo fa, ma la versione lunga (9 pezzi) è solo per completisti, dato che la qualità dei due pezzi audience è scarsa. Meglio la versione soundboard only, sette pezzi dei LZ del periodo d’oro, nel bel mezzo della trasformazione tra l’aggressiva e primitiva carica rock del primo anno e mezzo e gli ultimi anni del periodo d’oro contraddistinti da una ricchezza musicale scintillante. In verità qui siamo ancora legati al primo periodo, questo è il tour di LZII, ancora molti gli accenti legati agli umori primordiali, ma si sente che la band si sta forgiando, che sta andando verso strade più complesse.
(Il Pacific Coliseum di Vancouver costruito nel 1968 – tiene circa 16000 posti)
La chitarra di Page è leggermente in secondo piano, soprattutto in WE’RE GONNA GROOVE, si ha così modo di ascoltare bene gli altri tre, in particolare RP. Oh, la potenza che aveva in quegli anni era davvero straordinaria. HEARTBREAKER, SIBLY, THANK YOU, WIAWSNB e COMMUNICATION B. i pezzi che si godono meglio.
Sebbene la pioggia di meteoriti che colpisce la terra e che riporta l’umanità ad una sorta di medioevo non sia proprio una idea originale, la prima parte di questo romanzo a fumetti rimane piuttosto entusiasmante. Man mano che il fumetto poi si dipana verso la parte centrale e la fine, perde di energia e di mordente. Peccato, speravo in un qualcosa di più riuscito. Mi sa che la Bonelli deve rivedere un po’ di cose, l’andazzo di questi ultimi tempi mi pare in generale un po’ spento, occorre qualche fiotto di energia e di voglia in più…se si vuol chiedere nove euro e mezzo per un fumetto del genere in questi tempi nerissimi.
Cofanetto di 3 bluray a 22,9 euro. Avevo già in bluray GRAN TORINO, ma gli altri due dovevo ancora vederli, e quando si tratta di CLINT, beh, crisi o non crisi, non bado a questo tipo di spese.
GRAN TORINO (2008) – TTTTT. Vedovo, pensionato della Ford e veterano della guerra in Corea, KOWALSKY non è contento dei suoi vicini asiatici, del suo quartiere, della sua vita. Burbero e pieno di risentimento dovrà riconsiderare un po’ di cose. Gran bel film.
HEREAFTER (2009) – TTT . Qui si parla di aldilà. Tre persone (una giornalista francese, un ragazzino londinese, un “sensitivo” americano”), un serie di esperienze tragiche che finiscono per accomunarle e metterle in contatto. Film discreto. Non riesco a capire però se il mio giudizio sia dato dal mio raziocinio estremo.
INVICTUS (2010) – TTTTT. Nelson Mandela appena eletto presidente, cerca di rimettere insieme un paese diviso. Il campionato mondiale di rugby del 1995 sarà cruciale. Film indimenticabile. Che un uomo di 80anni riesca a fare ancora film così è bellissimo.
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