Quando si tratta di ascoltare Lou Reed dal vivo nel 1973 (e 1974) sono sempre pronto, gli album Rock And Roll Animal (1974) e Live (1975) tratti dallo stesso concerto del 21 dicembre 1973 a NYC, sono indimenticabili, il primo soprattutto è uno dei migliori album dal vivo di tutti i tempi. Quella band era spettacolare, se penso ai due giganti della chitarra, Dick Wagner e Steve Hunter, mi vengono i brividi. In occasione dello Record Store Day del 2020 la RCA ha fatto uscire questo live relativo al secondo show tenuto al Lincoln Center di Manhattan del 27 gennaio 1973. La band che accompagnava Lou nei mesi successivi all’uscita di Transformer (1972) era quella dei Tots, un insieme di ragazzi piuttosto inesperti che Lou licenziò ad inizio maggio del 1973. Tuttavia per me è impossibile tralasciare una registrazione del genere, visto che considero quel paio danni che vanno dal 1972 al 1974 il momento di maggior scintillio per quanto riguarda le esibizioni dal vivo di Lou Reed. Certo, le performance di questa band lasciano a desiderare, ma tant’è …
White Light/White Heat mette subito in evidenza la caratura dei Tots: livello mediocre, nessun arrangiamento, chitarre non distorte e basiche, bassista e batterista impalpabili. Perché Lou scelse questo gruppo per portare dal vivo un disco potente come Transformer é un mistero. Anche in Wagon Wheel le cose non cambiano, è tutto ridotto all’osso, sembra esserci poco o niente di artistico, al di là delle grandi canzoni di Lou. Per alcuni magari l’aspetto scarno della cosa potrà anche avere un senso ma in una prospettiva più ampia non si può non notare la pochezza della proposta strumentale. Risentire però pezzi come I’m Waiting for the Man è sempre toccante, malgrado l’accompagnamento non all’altezza (sul finale sono tutti imbarazzanti … livello da gruppo parrocchiale). Walk and Talk It mette in scena un pelo di brio in più ma Sweet Jane riporta tutti alla realtà, che nullità di band! Le cose sembrano andare meglio in New Age, l’andamento lento e strascicato sembra nascondere le magagne. Con Vicious si torna alla sofferenza, in ICan’t Stand It il batterista è chiaramente inadeguato. Satellite of Love è quel tipo di pezzo dove persino un gruppetto come questo può portare a casa senza tragedie. Senti Heroin, ti viene alla mente la versione su Rock And Roll Animal e fatichi ad ascoltarla. Arrivato a I’m So Free pensi a quello che scrisse Paul Nelson di Rolling Stone, presente sia ai concerti del Lincoln Center che a quelli dell’Academy:
“As it happens, I had seen Reed and a mediocre pickup band at Lincoln Center some months earlier in his first New York non-Velvets appearance and he was tragic in every sense of the word. So, at the Academy, I didn’t expect much and when his new band came out and began to play spectacular, even majestic, rock & roll, management’s strategy for the evening became clear: Elevate the erratic and unstable punkiness of the centerpiece into punchy, swaggering grandeur by using the best arrangements, sound and musicians that money could buy; the trimmings, particularly guitarists Dick Wagner and Steve Hunter, were awesome enough so that if Reed were merely competent, the concert would be a success. And it was, as one can judge from the resultant albums. The band does not emulate the violent, hypnotic, dope-trance staccato power and subway lyricism of the Velvet Underground, but rather opts for a hard, clean, clear, near-royal Mott the Hoople/Eric Clapton (Layla) opulence and Reed sings out most of the songs in his effective street-talk style. Animal, coming first, naturally contains the best performances (“Intro/Sweet Jane,” “White Light/White Heat,” the first half of “Rock ‘n’ Roll”).
Anche all’epoca il concerto di cui stiamo scrivendo apparve tragico.
Walk On The Wild Side non fa troppi danni, Rock And Roll non funziona e Sister Ray finalmente chiude il concerto.
Mi chiedo come mai esistano registrazioni multitraccia di questo concerto, evidentemente qualcuno ai piani alti decise valesse la pena registrare la band per un possibile album dal vivo (e allora questo comportava un dispendio di mezzi tecnici notevole e quindi un budget rilevante). Un bel coraggio, un bello spreco di risorse.
Album dunque insufficiente, i pezzi di Lou e dei Velvet sono meravigliosi ma confezionati in maniera sciatta.
Tracklist: 1. White Light/White Heat (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (03:53) 2. Wagon Wheel (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (04:22) 3. I’m Waiting for the Man (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (08:09) 4. Walk and Talk It (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (04:01) 5. Sweet Jane (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (05:25) 6. New Age (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (05:30) 7. Vicious (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (03:33) 8. I Can’t Stand It (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (04:01) 9. Satellite of Love (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (03:46) 10. Heroin (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (09:20) 11. I’m So Free (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (03:53) 12. Walk On the Wild Side (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (06:51) 13. Rock and Roll (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (07:28) 14. Sister Ray (Live at Alice Tully Hall January 27, 1973 – 2nd Show) (10:58)
Ecco il nuovo album dei Dream Theater, non esattamente my cup of tea, ma ogni tanto uscire dai propri orizzonti non può che fare bene. La copertina mi pare brutta (ma ormai tutte lo sono) comunque in linea col visual del progressive metal. Sette pezzi, tutti molto lunghi, solite impeccabili performance strumentali, metodo compositivo articolato (sempre troppo per i miei gusti), ritmi irregolari e batteria usata alla maniera che tutti conosciamo. Questo è il 15esimo album da studio.
The Alien apre le danze con tempi dispari alternati a passaggi metal e ad aperture melodiche. Il pezzo è scritto da La Brie, che alla voce mi sembra meglio di quanto mi aspettassi. Mike Mangini alla batteria è indubbiamente sospinto dal genere che caratterizza il gruppo e non lascia nulla di intentato pur di farsi sentire. Petrucci, che si occupa anche della produzione, alla chitarra è il solito portento. Nove minuti di progressive metal ai massimi livelli.
Answering the Call continua il solco, grandi prove strumentali, nessuna melodia vocale che si discosti dal genere, ma la band sembra ancora alive and kicking. Con Invisible Monster si inizia a sentire un il limite della gamma espressiva messa in campo, magari sono io, amante del rock anni settanta attento prima di tutto alla qualità dei pezzi, alla varietà del mood musicale e alle linee melodiche. Sleeping Giant conferma quanto appena detto, le soluzioni musicali cominciano a ripetersi e a perdere mordente. L’intro strumentale di Transcending Time mi pare molto bella così come la parte dopo la strofa e certi riffoni di Petrucci. Forse il pezzo che preferisco. Verso il minuto 5:00 c’è un bell’intermezzo di piano dopo di che ancora il bel lavoro di chitarra.
Awaken the Master è un concentrato di metal sposato al progressive, non che sia una novità per questa band ovviamente, che però non sembra nulla di particolare. A View from the Top of the World è una suite musicale di oltre venti minuti, una avventura epica. Dal minuto 9:00 al 14:00 vi è un parte più riflessiva e lenta, su cui lirica si alza la chitarra, il momento che preferisco del brano.
Al di là dei gusti personali non è da tutti suonare certi lavori musicali, occorre essere molto capaci e concentrati, però credo che la batteria stanchi parecchio, quel drumming incessante senza un attimo di respiro non fa per me, e certe soluzioni come i riff di chitarra alla Kashmir (come li chiamo io) si ripetono troppo spesso all’interno delle composizioni, ma capisco che sia il marchio di fabbrica del gruppo.
Di sicuro i Dream Theater sono un gruppo ancora in salute ma non so quanto abbiano ancora da dire, magari dovrebbero rivedere certe cose, ma capisco che in un genere come questo, in tempi come questi, rivedere le proprie convinzioni e la propria storia non sia automatico.
Tracklist: 1. The Alien (09:31) 2. Answering the Call (07:35) 3. Invisible Monster (06:30) 4. Sleeping Giant (10:04) 5. Transcending Time (06:24) 6. Awaken the Master (09:47) 7. A View from the Top of the World (20:23)
Dream Theater
James LaBrie – vocals
John Petrucci – guitars, production
John Myung – bass
Jordan Rudess – keyboards
Mike Mangini – drums
Production
James “Jimmy T” Meslin – engineering, additional production
Alcune lettrici del blog del mio umano Tyrrell hanno scritto chiedendo a gran voce che io tornassi a scrivere le mie micerie su questo spazio, sentivo che il bipede con cui vivo ne parlava una sera a cena e allora eccomi qua dopo tanto tempo. Siete contente? Allora, come state umane? Io me la cavo, ho un gran da fare tutto il giorno, ho i miei territori da controllare, gli invasori da scacciare, la mia colonia da amministrare. Poi è vero, la sera torno nei miei appartamenti, la vita serale e notturna indoor è piacevole e fa sì che al mattino io sia riposato e pronto per un’altra dura giornata, però sia chiaro, rimango sempre il gattone semiselvatico che credo di essere, anche se Tyrrell dice che in fondo sono un sentimentale, ma penso che noi due ci assomigliano, nel nostro piccolo sappiamo essere tipetti scomodi e al contempo siamo anche capaci di mostrare il nostro lato umano e felino, il lato sensibile e sentimentale del nostro carattere.
Sono ormai più di nove anni che sono qui alla Domus Saurea, da quando i due umani con cui vivo mi salvarono, qui di seguito quello che Tyrrell scrisse allora:
e devo dire che non mi andata male: vivo in campagna, in una casa situata in una lunga e stretta strada chiusa, ho umani a mia completa disposizione, all’occorrenza un veterinario degno di nota, una colonia felina di cui sono il capo indiscusso (unico maschio tra sei gatti), Tyrrell ascolta musica e tifa una squadra di calcio che ho finito per amare anche io, ho imparato l’italiano dunque comprendo Tyrrell benissimo (anche se lui fatica a comprendere il feliniano, al di là dei termini di base), perciò vogliamo dirla tutta? Mi va alla grande.
Cerco di ripagare come posso, visto che ho un umano che ogni giorno ha il blues (e qui faccio come fa lui, allego un link di youtube)
cerco di dargli conforto e gli vieto di prendere decisioni deleterie che lo porterebbero a una vita di perenne vagabondaggio, non ha una meta precisa, che altro potrebbe fare povero diavolo? Così quando lo vedo affranto, disilluso e senza pace gli salgo sul petto, struscio il muso contro la sua faccia e di colpo Tyrrell ritorna sulla Terra.
Io e Tyrrell – foto Terry
Credo che tutte queste sue paturnie siano primordiali, è un tipo di umano così, irrequieto, sempre alla ricerca di un nido di stelle che non esiste, poi accentuate anche dal tempo che passa e dal fatto che non è più un giovanotto sebbene lui si senta ancora poco più di un ragazzino.
Ma allora cosa dovremmo dire noi gatti, un giorno umano per noi equivale a una settimana, nei nostri primi due anni di vita raggiungiamo i 24 anni umani e in media ogni altro anno ne vale almeno 4. Come ho detto adesso ho nove anni, il che significa che ho perlomeno 52 anni umani, an sun piò un zuvnòt gnanca me … non sono più un giovanotto nemmeno io (come vedete ho imparato anche il dialetto reggiano).
Se ci rifletto mi spavento un po’ …
ma non ho tempo per questi blues, io ho del lavoro da fare perché ho Palmiria, la Colonia Repubblica di cui sono Presidente e Premier, a cui pensare: difenderne e amministrarne il territorio, redimere le liti tra le gatte, assicurarmi che i nostri fornitori (gli umani) pensino ad approvvigionarsi del cibo per noi gatti, che gli stessi ci riempiano le ciotole mattina e sera (e magari anche a merenda), che versino acqua fresca nella ciotola apposita più volte al giorno e che si adoperino per fare quanto possibile affinché noi gatti si sia serviti e riveriti.
Palmiria (Domus Saurea) – autunno 2021 – foto TT
Palmiria (Domus Saurea) – autunno 2021 – foto TT
In caso qualcuno sia inciampato sul blog di Tyrrell da poco, lasciate che presenti la colonia:
PALMIRO (nato nel maggio 2012) , Presidente, Premier, Comandante In Capo, insomma il Fidel Castro di Palmiria. Alla Domus Saurea dal 2012.
Palmiro – Domus Saurea autunno 2021 – foto TT
Palmiro – Domus Saurea autunno 2021 – foto TT
Palmiro – Domus Saurea autunno 2021 – foto TT
Palmiro – Domus Saurea autunno 2021 – foto TT
RAISSA (nata nel 2007), mia fidatissima advisor e vice presidente della colonia. Madre di SPAVENTINA e RAGNI e di altri due gatti (MUFFA, sparito prima che io arrivassi qui e PATUZZO, mio fedele amico e braccio destro perito difendendo Palmiria, qui di seguito il triste resoconto della sua dipartita https://timtirelli.com/2016/01/12/il-gatto-e-la-volpe-storia-di-vita-e-di-morte/). Alla Domus Saurea dal 2007.
Raissa – Domus Saurea autunno 2021 – foto TT
RAGNI (nata nel 2008 – Nome completo RAGNATELA), figlia di Raissa; la reginetta di Palmiria (fino all’arrivo della Stricchi) – Alla Domus Saurea dal 2008.
Ragni – Domus Saurea autunno 2021 – foto TT
SPAVENTINA alias SPAVVE (nata nel 2008 – figlia di Raissa) riservatissima, sempre all’erta, se ne sta per i fatti suoi – Alla Domus Saurea dal 2008.
Spaventina – Domus Saurea autunno 2021 – foto TT
STRICHETTO alias STRICCHI o STREAKY (nata nelle Marche nel 2017) rifugiatasi alla Domus scappando da una casa di vicini dove evidentemente non si trovava bene. Causa una infanzia difficile ha un carattere particolare, a tratti sembra disturbata, di una bellezza disarmante. Gatta decisamente alfa. Alla Domus dal 2017.
Stricchi – Domus Saurea autunno 2021 – foto TT
Stricchi – Domus Saurea autunno 2021 – foto TT
MINNIE (nata presumibilmente nel 2019). Ultima arrivata, rifugiatasi una sera in garage non è più andata via. Deve avere una storia che la porta ad essere per certi versi sempre paurosa. Ha la coda mozzata. Gatta tortoiseshell (ovvero Calico a guscio di tartaruga), è agilissima, è innamorata di Tyrrell, quando è in casa non lo lascia un attimo, tutte le sante sere quando Tyrrell si mette a letto lei cerca riparo vicino al suo petto e per tutta la notte non lo molla un momento. Io sono un po’ geloso, ma sopporto, chissà cosa ha dovuto passare prima di arrivare qui da noi. Alla Domus dal 2019)
Minnie – Domus Saurea autunno 2021 – foto TT
Ci sono poi periodi in cui abbiamo dei rifugiati randagi, che accogliamo solo se si assoggettano a me, come ad esempio Bigio, il gattone che si presenta ogni sera per reclamare un po’ di cibo. Bigio adesso entra in casa senza troppa difficoltà. Ha capito tutto.
Bigio- Domus Saurea autunno 2021 – foto TT
Rossignol invece è un problema, è sfacciato, non riconosce la mia autorità e io gli do giù le penne, come dicono gli umani, quasi ogni giorno. Se non capisce che deve rispettare le regole da me imposte non avrà vita facile. Devono riconoscergli però una certa costanza e forza di volontà, capito che qui un po’ di cibo lo riceve sempre (i miei umani sono troppo buoni) resta sempre nei paraggi. Diciamo che è un rifugiato in attesa di visto di soggiorno. Per riceverlo deve imparare a rispettare le nostre leggi.
Ecco questa è la Repubblica di Palmiria sita nei territori della Domus Saurea, come la chiama Tyrrell. Per il momento credo sia tutto. Ora mi metto in posa, prima di finire voglio regalare alle mie fan una mia foto.
Palmiro – Domus Saurea 17 ottobre 2021 – foto TT
E adesso scusate, devo andare a tirare giù Minnie dal tetto del vecchio fienile:
“Minnie, testa desertica, vieni subito giù!”
Minnie On The Roof – Domus Saurea 17 ottobre 2021 – foto TT
In passato lessi parecchie cose di Manfredi, appassionato come ero delle sue ricostruzioni romanzate di vicende storiche dei tempi antichi, dopo tanti anni però lo ritrovo – con questo Antica Madre – meno incisivo e profondo. La trama ha del potenziale (la spedizione realmente avvenuta di antichi romani alla ricerca della foce del Nilo) ma viene dipinta con colori pastello e rarefatti mentre credo sarebbe stato necessario usare colori vividi, alla Jack London ad esempio. Per quanto mi riguarda un libro sufficiente e poco più.
Numidia, 62 d.C. Una carovana avanza nella steppa, scortata da un drappello di soldati agli ordini del centurione di prima linea Furio Voreno. Sui carri, leoni, ghepardi, scimmie appena catturati e destinati a battersi nelle venationes , i rischiosissimi giochi che precedevano i duelli fra gladiatori nelle arene della Roma imperiale. La preda più preziosa e temuta, però, viaggia sull’ultimo convoglio: è una giovane, splendida donna con la pelle color dell’ebano, fiera e selvatica come un leopardo… e altrettanto letale. Voreno ne rimane all’istante affascinato, ma non è il solo. Appena giunta nell’Urbe, le voci che presto si diffondono sulla sua incredibile forza e sulla sua belluina agilità accendono l’interesse e il desiderio dell’imperatore Nerone, uomo vizioso e corrotto al quale nulla può essere negato. Per sottrarla al suo destino di attrazione del popolo nei combattimenti contro le bestie feroci e toglierla dall’arena, dove prima o poi sarebbe andata incontro alla morte, Voreno ottiene il permesso di portarla con sé come guida nella memorabile impresa che è sul punto di intraprendere: una spedizione ben oltre i limiti del mondo conosciuto, alla ricerca delle sorgenti del Nilo che finora nessuno ha mai trovato. Spedizione voluta dallo stesso imperatore – su suggerimento del suo illustre consigliere, il filosofo Seneca – non solo perché spera di ricavarne grande e imperitura gloria, ma anche perché spera di allargare i confini delle terre conosciute ed estendere così i domini di Roma. E sarà proprio nel corso di questa incredibile avventura, fra monti e vulcani, piante lussureggianti e animali mai visti, che Varea – cioè “solitaria”, come rivela di chiamarsi la donna – svelerà il proprio insospettabile segreto.
Cosa sia (o cosa sia stata) la musica Rock per me non è un mistero, lo so benissimo, e so benissimo anche che, pur non volendo, continuo a fare disamine su di essa. Giornali e riviste non leggo più, trovo noioso e stantio il 95% degli articoli odierni, la solita lagna, le solite iperbole, la solita lingua italiana usata in maniera mediocre. Ogni tanto però qualcosa che leggo sui social o mi giunge all’orecchio fa sì che il mio sconfinato amore per tale musica non mi permetta di infischiarmene e passarci sopra, e visto che ho un blog non posso fare altre che cercare di scaricare questa zavorra mentale su di esso.
IL ROCK É MORTO A CAUSA DI …
Un tizio su un social scrive che il rock è morto a causa di Pearl Jam e Foo Fighter e sotto decine di persone commentano. Ognuno può lanciare le boutade che desidera, anche Ittod lo fa, e voi – a quanto mi scrivete – gli siete molto affezionati, ma la cosa mi ha fatto tornare a galla un pensiero che cerco di tenere nascosto e di conseguenza innescare l’ennesima elaborazione di concetti e ipotesi. A me Pearl Jam e Foo Fighter dicono poco, non mi arrivano, è una musica che non mi prende per come è scritta, confezionata, eseguita e cantata. A me servono (anche se non sempre) architetture musicali più ardite, ma riconosco in loro (soprattutto nei primi) etica, contenuti, tematiche universali e una grande capacità di toccare le corde di una intera generazione.
Per quanto mi riguarda credo che la fine del Rock sia dovuta all’Heavy Metal, quella deviazione che ha generato un tipo di musica caratterizzato da suoni metallici, violenti, con ritmica d’effetto. Ora, non è facile scrivere certe cose, ci sono legioni (per quanto sempre meno significanti) di adepti che hanno una fede cieca in quel genere, pronti a difenderla a spada tratta e con scarso senso critico, ma resta il fatto che è una convinzione che ormai si è radicata in me. Il metal ha ingoiato il Rock, ne ha compromesso la complessità, ne ha inglobato il nome e il concetto, e per quanto mi riguarda ne ha declassificato il valore. Per Metal non intendo certo AC/DC e Van Halen ad esempio, ma tutto quel mondo forgiato nelle fonderie. Pochissimi i nomi che hanno da dire qualcosa di davvero rilevante benché la narrazione del genere in questione trascritta sui giornaletti musicali ad esso dedicati o su spazi del web parli di continuo di capolavori o di gruppi seminali. Poi, ognuno la vede come vuole, magari le (sottili ai più) differenze tra Hard Rock e heavy metal potranno apparire marginali, ma per un uomo come me sono invece basilari.
ROLLING FACES
Un amico giornalista musicale sui social scrive pressappoco che nel periodo 1973-75 i Faces erano meglio dei Rolling Stones. Nei commenti quasi tutti sembrano d’accordo, curioso però che l’unico pezzo dei Faces citato sia Stay With Me.
Anche qui, ognuno ha le sue idee e preferenze, personalmente penso che la cosa non stia in piedi. Nel 1973 i Rolling Stones erano al massimo delle loro potenzialità, il tour del 1973 sta lì a dimostrarlo, il live Brussels Affair (per lustri interi disponibile solo come bootleg, poi negli ultimi tempi finalmente pubblicato ufficialmente dalla band) è uno dei più bei live della musica Rock. La band gira a mille e il Rock fluisce limpido (e al contempo torbido).
Nel 1973 il gruppo pubblica Goat’s Head Soup, nel 1974 It’s Only Rock And Roll e nel 1975 lavora a Black And Blue. Mi paiono anni fertili e stupendi. Capisco che i Faces possano piacere o comunque apparire divertenti, ma non avevano i pezzi, diosanto (e per dio sapete chi intendo), ripeto non avevano i pezzi! Se ci si accontenta di giri standard di musica rock and roll e un approccio da band che pensa solo a far festa, benissimo, ma le canzoni e la fighinaggine di Mick & Keith i Faces se le sognavano, anche nel 1975.
Mick & Keith american tour 1975
PS: inutile ripetere che l’arrivo di Ron Wood nei Rolling non fu certo un evento positivo per la band di Jagger & Richard, che con quella scelta abbandonò ogni velleità artistica e di crescita per quanto concerne la musicalità.
INSEGNANTI DI CHITARRA
Un amico riprende dopo anni ad andare a lezione di chitarra, si guarda in giro, spigola le varie ipotesi e infine sceglie quella che gli pare più consona. Sapendo che suono la chitarra mi riporta i vari passi di questa nuova avventura.
“Come è andata la prima lezione?” gli chiedo.
“Bene, mi ha fatto improvvisare un po’ è poi mi ha detto che sono troppo blues”.
Il mio amico è uno che di musica ne sa, nei suoi anni formativi ha suonato, ha formato band, e non ha mai smesso di seguire il mondo della chitarra, se vede un amplificatore Marshall 1962 ci mette un secondo ad esclamare “il bluesbreaker!”, sebbene sia molto più giovane di me e sia cresciuto con i Dream Theater.
Vado a vedere un po’ di video che questo insegnante e musicista professionista ha postato sul web e dal primo clip mi accorgo che ha una tecnica sopraffina, una facilità di azione sul manico della chitarra impressionante, una talento vero, un chitarrista sul genere Steve Vai. Continuo la visione dei suoi video, e arrivato al quarto stacco e mi dedico ad altro. Nonostante il cambio di base, di chitarre e di mood, l’assolo sembra sempre lo stesso, tecnicamente impressionante ma gamma espressiva sempre uguale.
E allora mi chiedo che senso ha dire ad un allievo “sei troppo blues” alludendo al fatto che l’uso della scala pentatonica sia da scartare quando tu con la tua preparazione e con il totale controllo di decine di scale alla fine dici sempre la stessa cosa con la chitarra.
E poi noi cosiddetti chitarristi “blues” non usiamo mica solo la pentatonica, ma fa comodo catalogarci come tali. Capisco che i trio rock blues hanno fatto il loro tempo e che c’è bisogno di immettere qualcosa di nuovo in quel tipo di lessico musicale (e il vero uomo di blues lo fa) ma non è sufficiente saper giocare su triadi e rivolti per dire qualche cosa con la chitarra.
ALTRE PERLE ASSORTITE DAL WEB
Quelli che si dicono super fan del rock (e alcuni sono musicisti vecchia scuola) e poi scrivono Van Hallen, Jimy Hendrix e Freddy Mercury. (James) Van Allen era un astrofisico statunitense, il gruppo di Eddie erano i Van Halen con una solo L, Jimi con due i, Freddie con la i e la e finali, per dio!
Il tipo giovane che scrive su un social postando una foto di ragazzi anni settanta con le capigliature e i vestiti dell’epoca “ma che tipo di problemi avevate negli anni settanta per andare in giro con questi vestiti e quei tagli di capelli?”. Scusa ragazzino, vogliamo parlare di come andate in giro voi oggi? Sembrate tutti dei cretinetti!
Quelli che amano gruppi Rock degli anni andati che affrontavano temi etici e che avevano in formazione musicisti neri e di etnie non certo caucasiche ma che poi sostengono con forza posizioni reazionarie, razziste, sovraniste e populiste. E sterzando un momento dalle tematiche Rock quelli che amano i gatti e poi sono iscritti a al gruppo Gun Rights, o quelli che odiano i “negri” e poi in camera hanno ancora il poster di Gullit.
E niente, non c’è pace per l’uomo di blues. Meglio cercare conforto nella musica …
We can make it in the end, We must make it, yeah! We can rise above it all, We can rise above! Rise up! We can rise above all! We can overcome all!
Settimana di ferie buttata nel cesso, passata da solo a cercare di frenare l’irrequietezza e finire invece per gonfiarla, per tatuarmela addosso. Partito pieno di progetti finisco per non portarne a termine nemmeno uno. Suono con fastidio la chitarra, e dunque suono male, sistemo i miei archivi musicali ma lo faccio con malessere spirituale quindi non godo dell’ordine che metto in opera, affronto i miei scritti che dovrei e vorrei continuare come fossero una seccature … quando erigo il pezzo di Muddy Waters a mio manifesto personale non è un vezzo per fare la parte del pseudo artista tribolato, goddamnit!
Le macchine vendemmiatrici hanno finito il loro lavoro lasciando le viti spossate e in pessimo stato, la campagna proletaria in cui vivo sembra perdere quel minimo di fascino che pur aveva, raccogliere le foglie morte che coprono l’aia, metterle nei sacchi di iuta, posizionarli sul ponte per la prossima raccolta di fogliame e potature da parte della azienda municipalizzata che si occupa della cosa … si è mai visto Johnny Winter fare queste cose?
SERIE TV: “Rapinatori – La Serie” (Francia 2021) – TTT+
Droga, rivalità tra bande, tradimenti, risse, armi, violenza e omicidi tra la Francia e il Belgio. Niente di eclatante, ma è fatta benino e si lascia guardare.
Titolo originale: Braqueurs. Titolo internazionale: Ganglands. Francia (2021 – in corso) – Stagioni: 1. Episodi: 6. Serie a lunga narrazione – Distribuito da Netflix
SERIE TV: “L’Uomo Delle Castagne” (Danimarca) – TTT½
Da quando vidi The Bridge (la serie originale nota con il titolo Bron in lingua svedese e Broen in danese) il genere Nordic Noir è diventato uno dei miei preferiti per quanto concerne le serie TV.
L’uomo della castagne è una produzione di Netflix Danimarca basato sul romanzo omonimo di Søren Sveistrup pubblicato nel 2018.
Gli ingredienti del Nordic Noir ci sono tutti: tensione, terrore, atmosfera cupa, personaggi con vite non facili e piene di drammi. Serie niente male e godibile ambientata a Copenhagen.
Titolo originale: The Chestnut Man. Danimarca (2021 – in corso) – Stagioni: 1. Episodi: 6. Serie a lunga narrazione. Distribuito da Netflix
GATTE ALLA DOMUS
Minnie – Domus Saurea fine settembre 2021 – foto TT
Stricchi – Domus Saurea fine settembre 2021 – foto TT
SUL PIATTO DELLA DOMUS
OUTRO
Avrei bisogno di tornare al mare, rimirare la massa d’acqua salata che ricopre gran parte della superficie terrestre mi rimette in carreggiata, sistema il mio equilibrio, fa da semaforo ai miei pensieri …
oppure trovare qualcuno che abbia una macchina del tempo e farmi trasportare al Los Angeles Forum il 3 giugno 1973 …
magari sarebbero sufficienti altre attività umane …
E invece mi sa che dovrò accontentarmi di andare allo stadio col mio amico Pavve sabato sera a vedere Sassuolo – Inter, sperando che i ragazzi del tipo che dicono mi assomigli facciano il loro dovere.
In attesa dell’evento clou delle mie ferie, amplio il manifesto della mia vita e mi sparo un po’ di blues, tanto per cambiare.
Everyday, everyday I have the blues
Everyday, everyday, everyday I have the blues
Speaking of bad luck and trouble, now, it’s you I hate to lose
Nobody love me, nobody seem to care
Baby, nobody love me, nobody seem to care
Speaking of bad luck and trouble, now, you know I’ve had my share
Everyday, everyday, everyday, everyday,
Everyday, everyday, everyday, everyday I have the blues
I’m gonna pack my suitcase and, move on down the line
I’m gonna pack my suitcase and, move on down the line
Because there ain’t nobody worried, and ain’t nobody crying
Everyday, everyday, everyday, everyday,
Everyday, everyday, everyday, everyday I have the blues
Everyday, everyday, everyday, everyday,
Everyday, everyday, everyday, everyday I have the blues
Niente, non mi riesce di dormire. Mi appisolo sul letto alle 23,45 ma all’una sono già sveglio. Il demone delle notti senza sonno mi ha ghermito, i turbamenti, i pensieri che si affollano, il lavoro, la mia identità di uomo, le mie speranze per il futuro, la felicità, la misantropia, i rimorsi, i rancori … non c’è pace per l’uomo di blues. Passo la notte a scrivere le Avventure di Aramis, a sgironzolare per il cortile, a farmi un thè caldo. Mi metto in cuffia, Heavy Weather dei Wheater Report sembra darmi un po’ di pace …ma, ehi, chi è che sta scrivendo, Tim Tirelli o Aramis?
Torno a letto, cerco di pensare a faccenduole positive, a certi miei colleghi che passano da “Tim sei tu il numero 1” (Giuse), a “Buongiorno Ittod”(Simosca) oppure a “Ora devo per forza farmi il taglio alla Correa per ricostruire la coppia neroazzurra” (FraTucu … ironizzando sul fatto che recentemente sembra che la mia somiglianza con Inzaghi Simone sia un dato di fatto).
La domenica arriva pallida e senza fiato, giusto un salto al ristorante, una ebrezza leggera soffia sospinta dai 65cl di una Sapporo e da due dita di Rum 1888.
Arriva la tarda sera, prima di coricarmi metto sull’impianto hifi uno dei miei dischi obliqui preferiti. Parto dal settimo ed ultimo pezzo. Dopo poco la groupie mi fa “Cos’è, Palm Beach?”
“Palm Beach?” le faccio “Non sai più nemmeno come si intitola? E’ come se io chiamassi Tormato che so Portato! Love Beach, per dio, Love Beach”!
Lo rimetto su al mattino mentre mi preparo per il lavoro …
… il tempo si fa freschinotto, qualche ora di sole, poi uno sguazzarotto (una piovuta improvvisa), poi di nuovo il sole che va e che viene da e tra le nuvole.
E’ settembre inoltrato, e il primo passo verso l’avtunno è passare dalle infradito alle Adilette.
Adilette – foto TT
FILM : Bac Nord – TTT¾
BAC Nord (The Stronghold) di Cédric Jimenez (2020 Francia – Netflix) Film poliziesco girato a Marsiglia, tratto da una storia vera. Consigliato
CAGACAZZITE ALLA COOP:
Rimprovero un poveraccio perché con le mani senza guanto tocca tutti i kiwi nel reparto frutta per saggiarne la consistenza: “Guardi che deve usare un guanto, non può toccarli tutti a mani nude! Scusi sa, ma come direbbe Riff a gh’è dal regoli, ci sono delle regole!”. L’uomo trasale (ha tra i 55 e i 65 anni, forse meno, forse di più … sembra sconfitto dalla vita), e con lo sguardo fisso verso il basso va a prendersi un guanto. Mi sento una merda, avrei dovuto riprendere l’addetta della Coop che passa proprio in quel momento e non dà le giuste dritte al povero malcapitato; chi mi credo di essere, l’ufficiale addetto al bon ton? Ma è più forte di me, in cosa mi sto trasformando, in un vecchio brontolone?
IL REGGIANO DEL FARO
Già, sto diventando vecchio? Sto mutando in un rompicoglioni? Sono affetto dalla misantropia? O è solo voglia di rispetto per il bene comune e per il vivere insieme? E se lo è, allora perché cado nel vecchio e logoro luogo comune dove mi vorrei guardiano del faro? Un isoletta, una lingua di terra tutta mia dove assaporare la nebbia, al tepore di un maglione a collo alto, di libri e LP selezionati, di un paio di gatti e ogni tanto gettare lo sguardo là, oltre il mare infinito.
Tutto bello, a patto che ci sia la fibra ultraveloce e il collegamento TV satellitare per poter guardare le partite dell’Inter, e con la possibilità di farmi arrivare gli ordini Adidas.
JUKKA TOLONEN
Meno male che c’è il grandissimo Jukka a districarmi dai rovi in cui sono impigliato, la sua musica eccellente è una panacea per il mio animo.
THE EQUINOX
E’ il 22 settembre 2021, alle 21,20 scatterà l’equinozio d’autunno ovvero quel momento della rivoluzione terrestre intorno al Sole in cui quest’ultimo si trova allo zenit dell’equatore, evento importante per questa piccola, bislacca e speciale comunità. E allora alziamo i calici e festeggiamo tutti insieme, come tanti piccoli pianeti che girano intorno ad un sole blu(es). Buon Equinozio e buon autunno, Tyrellians.
Diagram of the Tyrellian system, with habitable moons shown.
Questo nuovo capitolo delle avventure del vicequestore Rocco Schiavone sembra quasi essere l’episodio ultimo, visto il finale a sorpresa e per certi versi definitivo. Quasi sicuramente Manzini continuerà la fortunata serie, ma l’impressione che ho avuto è quella. Ad ogni modo, altro magnifico romanzo.
PAG 24: “Lasciati alle spalle i vecchi, che conoscono tutto e non sanno un cazzo. Se sapessimo tutto, Gabrie’, non vivresti in questo letamaio. Spero di essere stato chiaro.”
PAG 119: “ … non si può avere il figlio che si sogna”
“Lo stesso potrebbe dire lui del padre” commentò Schiavone.
PAG 135: “Il pane di quassù non mi piace. Io sono cresciuto con quello di Altamura.”
Il panettiere sorrise. “A tutti piace quello che mangiamo nell’infanzia…”
PAG 142: Rocco la guardò. “Non sei più incazzata con me?”
“Ci si può arrabbiare con una faina che stacca la testa alle galline o con un cuculo che ruba i nidi agli altri uccelli? E’ natura”.
“E’ un bel modo di metterla”
PAG 230: Arrogante e educato, come solo un inglese sa essere. Se lo immaginava a bullizzare i suoi coetanei a Eaton o dove altro aveva studiato, con i pantaloni corti, la cravatta e il ciuffetto biondo a coprire la fronte. Figlio della società che conta, mai ingoiato un rospo o abbozzato a un’offesa.
Schiavone non ci crede. Tutti gli elementi indicano un solo colpevole: movente, tempi, luogo, tracce materiali e informatiche, psicologia. Ma lui non ci crede a pelle. «L’archeologa, Sara, ha detto che nei miei occhi non vede niente. Di solito è la stessa impressione che ho quando guardo un omicida». E invece negli occhi del sospettato numero uno qualcosa ha visto: «Paura». È morta nel suo appartamento Sofia Martinet, colpita alla testa con un oggetto pesante. Unici indizi una «J» ripetuta nella sua agenda, e una striscia pallida attorno a un dito, segno di un anello sempre portato e rimosso a freddo dal cadavere. Sui settant’anni, una casa piena di libri, di cui parecchi antichità di valore, un nome celebre a livello internazionale nel suo campo accademico, storica dell’arte specialista in Leonardo da Vinci. L’inchiesta portata avanti da Rocco Schiavone, con il suo stile inconfondibile di lavoro e di vita, ha due snodi. Il primo riguarda la condotta del figlio della vittima; il secondo è una scoperta che questa aveva fatto scavando nelle opere scientifiche del genio del Rinascimento. «Una svolta nel mondo degli studi leonardeschi». Improvvisamente, una scossa tellurica complica anche emotivamente le giornate inquiete di Rocco: rispunta Sebastiano, l’amico di infanzia, e di imprese al limite della legalità, che era scomparso da un bel po’ di tempo, inabissato nella sua caccia segreta appresso al carnefice della giovane moglie. Vecchie conoscenze. E non è l’unico, sconvolgente ritorno proveniente dal passato, per trasformare in spettri le vecchie care conoscenze. Un Rocco Schiavone forse più solo, ma a momenti autocritico, che si sorprende quasi quasi a pentirsi della propria scorza di durezza: forse perché aleggia dappertutto un’invitante allusione alla forza emancipatrice dell’amore. Amore di qualunque tipo.
Nuova puntata con elementi a sorpresa, altro noir di grande livello per Antonio Manzini.
PAG 13: Antonio Scipioni, in piedi davanti a lui ormai da cinque minuti, stava osservando il volto del Presidente della Repubblica incorniciato. Pensava a chissà quanti scatti c’erano voluti prima di trovare una fotografia che comunicasse serenità e pacatezza, in tempi in cui il paese tutto era fuorché pacato e sereno.
PAG 18: C’erano ancora gli addobbi natalizi in quei giorni incerti fra la ricorrenza della nascita di Gesù e il nuovo anno.
PAG 40: Il cervello si rilassò, i pensieri finirono in garage e percepì solo il freddo della sera e l’umidità della pioggia sul viso.
PAG 104: Non riconosceva nessuno di quei luoghi, non era passato di lì, una scritta a vernice rossa “W Inter”.
PAG 233: “Certo, e gli uomini uccidono per motivi stupidi e inutili. Siamo i traditori della natura, dottore, e prima o poi verremo cacciati a calci in culo. E non possiamo certo dire che non ce lo meritiamo.”
Rocco Schiavone, vicequestore ad Aosta, è ricoverato in ospedale. Un proiettile lo ha colpito in un conflitto a fuoco, ha perso un rene ma non per questo è meno ansioso di muoversi, meno inquieto. Negli stessi giorni, durante un intervento chirurgico analogo a quello da lui subito, un altro paziente ha perso la vita: Roberto Sirchia, un ricco imprenditore che si è fatto da sé. Un errore imperdonabile, uno scandalo clamoroso. La vedova e il figlio di Sirchia, lei una scialba arricchita, lui, molto ambizioso, ma del tutto privo della energia del padre, puntano il dito contro la malasanità. Ma, una sacca da trasfusione con il gruppo sanguigno sbagliato, agli occhi di Rocco che si annoia e non può reprimere il suo istinto di sbirro, è una disattenzione troppo grossolana. Sente inoltre una profonda gratitudine verso chi sarebbe il responsabile numero uno dell’errore, cioè il primario dottor Negri; gli sembra una brava persona, un uomo malinconico e disincantato come lui. Nello stile brusco e dissacrante che è parte della sua identità, il vicequestore comincia a guidare l’indagine dai corridoi dell’ospedale che clandestinamente riempie di fumo di vario tipo. Se si tratta di delitto, deve esserci un movente, e va ricercato fuori dall’ospedale, nelle pieghe della vita della vittima. Dentro i riti ospedalieri, gli odori, il cibo immangiabile, i vicini molesti, Schiavone si sente come un leone in gabbia. Ma è un leone ferito: risulta faticoso raccogliere gli indizi, difficile dirigere a distanza i suoi uomini, non può che affidarsi all’intuito, alle impressioni sulle persone, ai dati sul funzionamento della macchina sanitaria. E l’autore concede molto spazio alla psicologia e alle atmosfere. Rocco Schiavone ha quasi cinquant’anni, certe durezze si attenuano, forse un amore si affaccia. Sullo sfondo prendono più rilievo le vicende private della squadra. E immancabilmente un’ombra, di quell’oscurità che mai lo lascia, osserva da un angolo della strada lì fuori.
Quando vedo i pini marittimi mi si illumina l’animo, non ne conosco il motivo, forse un riflesso che mi arriva dall’infanzia e dalle spensierate vacanze al mare passate sulla riviera adriatica, resta il fatto che quegli alberi sono una panacea per la mia irrequietezza. Se sono a Roma poi e mi soffermo ad osservare il Pinus maritima immerso nel colore magico di quella città vado letteralmente in sollucchero. Arrivare in Romagna è dunque sempre un motivo di contentezza, non fosse altro che per quei magnifici pini.
Oltre a questa dolce ossessione ho scoperto di averne un’altra, ed è l’ascoltare quasi esclusivamente la Mahavishnu Orchestra quando sono in vacanza. Non so come mai ma a questo punto è una condizione obbligata, mi metto sul lettino, scruto l’orizzonte, seguo con lo sguardo i disegni tracciati dalle bianche vele in alto mare mentre in cuffia il mio lettore lossless spara la Mahavishnu, quest’anno l’album del 1975 Visions Of The Emerald Beyond.
E dire che non sono uno di quelli che ascoltano solo musiche articolate e difficilotte, eppure la Mahavishnu di John McLaughlin è ormai diventata un bisogno, una esigenza e spirituale e fisica. E’ vero, sono cambiato, e questo già da molti anni, fatico ad ascoltare gruppi anche di nome che hanno gamme espressive e compositive ridotte o che mettono in scena arrangiamenti e soluzioni musicali mediocri, ma da qui ad intripparmi col Jazz Rock … d’altra parte è stata una (piccola) componente sempre presente in me e col passare degli anni deve aver recuperato terreno e rubato spazio ad altro, fatto sta che la Mahavishnu al mare per me è un imperativo. E se non è la Mahavishnu è roba tipo questa …
I sei giorni al mare si dipanano secondo copioni già scritti, ma comunque sempre piacevolissimi …
la tappa obbligata alla colonia del terrore (come la chiamiamo io e la groupie), la colonia dell’Agip di cui abbiamo parlato diffusamente su questo blog in passato, di notte fa sempre raccapriccio
La Colonia Del Terrore – foto TT
e mi ci vuole un bel drink per riprendermi.
TT in Romagna – settembre 2021
Alla fine dei pranzetti che ci concediamo all’ombra dei pergolati dei ristobar sulla spiaggia, quest’anno mi godo i Fruttini, ghiaccioli squisiti.
Ghiacciolo “Il Fruttino di Romagna” settembre 2021 – foto TT
Ghiacciolo “Il Fruttino do Brasil” settembre 2021 – foto TT
Ghiacciolo “Il Fruttino di Sicilia” settembre 2021 – foto TT
Come sempre gironzolando per le località balneari vicine all’Hotel, mi soffermo su dettagli blues, come l’insegna accesa parzialmente di un hotel, o su creazioni piuttosto kitsch
Cat At The Sea – Settembre 2021 – foto TT
Cat At The Sea – Settembre 2021 – foto TT
Una mattina scendo in spiaggia prima di colazione, sono più o meno le 7. Cammino sulla riva del mare e penso a te.
Early In The Morning – Greendale, Romagna settembre 2021 – foto TT
Non può mancare la birra gelata, sorseggiata mentre monitoro l’assolato landscape marino.
Beer On The Beach – Romagna 2021 – Foto TT
Solita capatina a Tavullia, dove la Speed Queen che è con me torna a sentirsi a casa, con tradizionale pizza da Rossi insieme alla Floro Bisello Wakeman Experience.
Saura in Rossiland, Tavullia, Settembre 2021, foto TT
Rossiland, Tavullia, Settembre 2021, foto TT
Saura in Rossiland, Tavullia, Settembre 2021, foto TT
TT col pollo Osvaldo – Rossiland, Tavullia, Settembre 2021, foto TT
Saura in Rossiland, Tavullia, Settembre 2021, foto TT
Rossiland, Tavullia, Settembre 2021, foto TT
New Sweatshirt for Saura in Rossiland, Tavullia, Settembre 2021, foto TT
Small door blues – TT in Rossiland, Tavullia, Settembre 2021, foto TT
Rossiland, Tavullia, Settembre 2021, foto TT
Ritorno in spiaggia early in the morning, stavolta è l’alba, l’aria fresca, la bassa marea, l’acqua fredda del mare, il sole che nasce e lo spirito dell’uomo di blues che sono in piena libertà … frammenti del passato tornano in superficie, tra i riflessi argentati del sole sulle increspature della bassa marea mi rivedo con Mother Mary in una mattina di settembre di qualche decennio fa e la sento dire “Stefano, respira lo iodio che fa bene“. Fu lei ad abituarmi a queste passeggiate di prima mattina, credo fossi nella fase della prima adolescenza, e io e lei in spiaggia a valutare i giorni nascenti dell’estate inoltrata è uno dei ricordi più teneri che ho.
TIM & Mother Mary – Lido di Pomposa anni settanta
Company always on the run, destiny is a rising sun … Grendale, Romagna, settembre 2021 – foto TT
TT in Greendale, Romagna, settembre 2021 – foto TT
In quest’alba fresca cammino immerso nei miei pensieri, sento le tossine lasciare il mio corpo mentre le adidas macinano km sulla fredda sabbia bagnata. Incrocio una giovane (almeno per me) donna tutta sola, deve avere 40 anni, pantaloni da joggin’, maglietta che si intravede sotto la felpa; sembra sicura di sé, è decisamente una tipa sportiva, pare anch’ella meditabonda nell’osservare il mare. Ha lo stesso sguardo della donna di cui cantano i Rolling in FAR AWAY EYES, dunque per me irresistibile.
Sono quasi portato a dirle “Buongiorno beautiful girl, come va? Scappiamo insieme?”
Ma non sono un cantante, non ho quell’approccio, sono un misero chitarrista rock, un uomo di blues destinato a cercare se stesso dentro al riflesso del sole sull’acqua. Lascio la spiaggia, torno verso l’hotel, mentre lo faccio mi imbatto in un uomo sui settant’anni che ha appena lasciato l’edicola all’angolo, guardo che quotidiano ha acquistato … “Libero” …. sacramento e torno in quell’immondezzaio che è il mondo reale.
La passeggiata fino alla Colonia dell’Agip by day è d’obbligo, l’effetto DDR garantito.
La Colonia dell’Agip – Caesenatensis, Settembre 2021, foto TT
L’AD della azienda per cui lavoro è a nemmeno 20 km di distanza, ci invita a mangiare il pesce in un ristorante di livello, io, lui e le nostre groupie. Io mi presento con una delle mie camice frufru (come direbbe Saura), gilet, foulard … divisa d’ordinanza dell’uomo di blues, lui col Chiodo. Oltre ad annoiarlo con le mie insignificanti storielle, i discorsi che facciamo vertono spesso sui Led Zeppelin, Jimmy Page e il rock in generale. E capisco una volta di più gli amici (e la stessa Saura) quando mi dicono a tal proposito “va mo’ là che hai una bella fortuna”.
Mi vedo anche col nostro Bodhràn, il mio tosco-romano amico anche lui – stranamente – in vacanza da queste parti; una seratina a quattro sul porto canale di Ziznàtic, location che ogni volta vira verso la meraviglia. Da quanto sono in contatto col mio amico post hippie? Trenta, trentacinque anni? Di cose di cui parlare ne abbiamo un bel po’.
Tim sulla destra con le Adidas.
Il tormentone di quest’anno è relativo ad una domanda che un negoziante di etnia incerta (forse cingalese) pone a Saura una sera; intenta a cercare un nuovo bikini che le piaccia, si ferma a valutarne i modelli messi in mostra fuori dal negozio. Essendo la donna che è preferisce fogge lineari, senza fronzoli. Il tipo del negozio vuole aiutarla nella ricerca ed è uno spasso vederlo intento a capire – in una lingua non sua – che tipo di costume vorrebbe la sua potenziale cliente. Lo vedo cercare nei diversi stand in cui i costumi sono appesi e interagire con Saura. Va da lei con un costume nuovo ogni minuto e le chiede – con accento affrettato e affettato – “Questo modello?”. Non è carino sorridere dell’inflessione bislacca di uno straniero, ma la cosa è molto divertente. Questo modello? diventa dunque il tormentone di questa fine estate per me e Saura.
Al mare la mia fede si si riflette nei costumi, negli occhiali e nei pensieri che elaboro, già, penso spesso alla beneamata, mi interrogo su che tipo di annata sarà, e rimango sospeso tra speranze, consapevolezze e timore per l’ignoto.
Shades – Romagna settembre 2021 – foto TT
Cammino di prima mattina sul lungomare, direzione edicola. Compro lo speciale estivo di Zagor (che Saura troverà “imbarazzante” e io “entusiasmante”)
Sento una turista straniera chiedere – esprimendosi in un idioma inventato – dove può acquistare delle sigarette, allorché l’edicolante risponde con padronanza della lingua inglese perfetta: “Tabacchi … Tabac …”.
Poteva mancare la puntata al kartodromo Happy Valley? No di certo. Poteva Saura – dopo 12 mesi esatti che non saliva su un Kart – permettere a qualcuno di batterla? No di certo. E infatti il piccolo bolide n.48 da lei guidato è al primo posto della classifica finale.
A day at the races – Saura al Kartodromo Happy Valley – Romagna, Settembre 2021 – foto TT
A day at the races – Saura al Kartodromo Happy Valley – Romagna, Settembre 2021 – foto TT
L’Adriatico di queste latitudini secondo me ha una nomea che non merita. Naturalmente non può competere con certi mari, ma la qualità dell’acqua in una area così urbanizzata è da considerarsi più che buona, lo conferma anche Goletta Verde nel bollettino estate 2021.
Ci sono giorni in cui la limpidezza è totale e bagnarsi in quelle acque è una meraviglia
Ci concediamo un pranzo come si deve in un buon ristorante della zona, certe prelibatezze sono una delle piccole gioie della vita.
Piccole gioie della vita, Greendale, Romagna, Settembre 2021 – foto TT
Sei giorni passano in fretta, il venerdì lo dedico alla contemplazione di questo mare e di questi luoghi famigliari e di come un’altra mini vacanza volga al termine. Scruto il mare dalla cresta bionda di Saura …
Greendale, Romagna, Settembre 2021 – foto TT
Meditabondo mi godo questi ultimi spiccioli di mare … perchè tanto lo so che castles made of sand fall in the sea eventually
Meditabondo Blues, TT in Greendale, Romagna, Settembre 2021 – foto TT
Castles Made of Sands, Greendale, Romagna, Settembre 2021 – foto TT
In Hotel una signora mi chiede:
“Scusi, ma lei è quello della televisione?”
La guardo allibito col mio solito ghigno …
“No perché lei mi sembra l’allenatore dell’Inter” mi dice ridendo.
Sarà stata la felpa dell’Inter che indosso o il taglio di capelli in qualche modo simile, ma non posso che risponderle
“No signora, purtroppo no, magari lo fossi, magari lo fossi …” allenare la mia squadra del cuore, ah sarebbe una faccenda cosmica per me:
“Ivan, dio pòver, a t’ho det ed fer acsè …ti ho detto di far così!”,
“Tucu bisogna che poi fai goal!”,
“Brozo, se ti fai un altro tatuaggio at ‘mas, ti ammazzo!”,
“Arturo, le birre le devo bere io non te, diomadàna, dio d’una madonna!”,
“Chala, qui non siamo al Milan, bisàgna et zog ben …bisogna che giochi bene”,
“Piero, mi devi compri un portiere, se vuoi i soldi te li do io…”,
“E statemi bene a sentire tutti, d’ora in poi nello spogliatoio prima delle partite si ascoltano solo i Led Zeppelin, a manetta!!!”
Saura guarda divertita, poi mi abbassa la mascherina e dice: ” Ma sai che quasi quasi la signora ha ragione …”
Inzaghi Tim
L’ultima sera la passiamo a Doe (Cervia insomma), affollata, un po’ caotica, ma bella. Ci spariamo uno di quei gelati che fanno girare la testa e diciamo arrivederci al mare, alle vacanze, ai giorni belli.
Doe, Romagna, Settembre 2021 – foto TT
L’indomani, rincasato, alla Coop per le solite provviste settimanali, capisco che ho bisogno di droga per affrontare la fine delle vacanze e il conseguente ritorno al lavoro e allora ecco che la trovo nello scaffale delle caramelle, con Saura che mi dice “T’è propria un putén …se proprio un bambino”.
Haribo Miami Friuzi – la “droga” per contenere i blues da rientro – foto TT
Black Cat Liquorice – la “droga” per contenere i blues da rientro – foto TT
E va beh, torniamo in pista, let’s work, kill poverty.
Commenti recenti