RINGO STARR & HIS ALL STARR BAND – Lucca Summer Festival 8/7/2018 – di Giancarlo Trombetti

10 Lug

Il nostro Giancarlo Trombetti (rock scriba extraordinaire) ci parla del concerto di Ringo di qualche giorno fa a Lucca. Lettura consigliatissima.

◊ ◊ ◊

Credo sia stato più di quarant’anni fa. Mi capitò di leggere una novella, che mi commosse. All’epoca non ero incline alla facile commozione, quella arriva con l’età, che ti porta a essere più nostalgico e debole. Era una storia semplice. In breve, raccontava che i Beatles venivano rapiti, uno per volta. Prima toccava a Lennon, poi spariva Macca, poi Harrison. La polizia era disperata, dovevano proteggere l’ultimo Beatle rimasto e d’altra parte dovevano ricercare gli altri scomparsi. Ma nulla accadeva a Ringo, fino a che, seguendone le tracce, si scopriva che il colpevole dei rapimenti era proprio lui. Gli altri erano stati tenuti in una villa in campagna, nessuno gli aveva fatto male, ed erano in eccellenti condizioni di salute e ben curati. All’inevitabile interrogatorio, Ringo rispondeva così, più o meno : “L’ho fatto perché mi sentivo solo. Loro erano i miei migliori amici, senza di loro la mia vita era più povera e triste…volevo che i Beatles si riformassero.”.

Ringo è sempre stato il Calimero del gruppo. Il meno dotato, il più brutto, quello che senza di lui tutto sarebbe rimasto com’era. Ci sbagliavamo alla grande. Ringo era il più felice, il più fortunato, il più buono di tutti. A lui non si chiedevano dichiarazioni altisonanti, nessuno da lui si aspettava il cambiamento del mondo, né, da quello che trapelava, che indirizzasse il suono e l’evoluzione del più importante gruppo pop del Pianeta Terra. A lui veniva concesso dal duo debordante e dal malinconico, ascetico George, di cantare proprio su quel pezzo che, a tutti, era sembrato il modo vile di fargli urlare al mondo che, senza di loro, non sarebbe stato niente più di un ragazzotto seduto male dietro a una batteria, con gli occhi penduli e le orecchie troppo grosse. E un attimo prima che Cocker, rendesse quella canzone immortale per sempre con una esecuzione sconvolgente e irripetibile, per tutti, Ringo, era l’uomo che …senza l’aiuto degli amici…

Incredibile come le valutazioni possano mutare nel tempo e con la conoscenza. Ringo è sopravvissuto all’impatto mortale dello scioglimento del gruppo, al suo stesso mito, e, poco per volta, lo ha rafforzato, pubblicando dischi con piccole, minuscole perle che solo gli appassionati hanno saputo distinguere. Ringo è cresciuto, forte del suo nome indimenticabile ed è sopravvissuto anche al dolore della morte di due dei suoi unici, immensi, amici. Una straziante intervista alla BBC ce lo aveva reso piccolo e fragilissimo, mentre parlava, quasi balbettando, del suo dolore per le perdite. E dalle sue parole, pareva che fosse Harrison, quello per cui aveva sofferto maggiormente.

Come non essere, per sempre, dalla sua parte ?

Dalla parte del brutto anatroccolo fortunatissimo e reso immensamente ricco dagli altri. Dall’omino che non aveva mai alzato la testa rivendicando un ruolo che, forse, nessuno gli avrebbe mai riconosciuto. Eppure ricordo bene di una serata passata con un famoso batterista, che alla mia esaltazione di musicisti incredibili, da me idolatrati… Colaiuta, Bozzio, Wackerman, Bonham, Dunbar, Moon…mi spiegava con cortesia che erano proprio Ringo e Watts che avevano un suono così semplice e personale che non dovevano essere messi da parte. Mai! Ma non solo. Mi disse una frase che da allora non dimentico: i batteristi che lasciano un segno sono quelli che ascoltando la sola batteria, ti fanno riconoscere immediatamente il brano che stanno suonando… Ma ero troppo ottuso allora, per rendermene conto.

Però Ringo mi aveva sempre suscitato un enorme simpatia, a pelle. Inversamente proporzionale al fastidio nei confronti di Lennon…oh, beh…ognuno ha le sue fisse, no ? Così, quando la All Starr Band debuttò nel 1989, presi a seguirlo a distanza. E credo sia stato proprio verso la fine di quell’anno che ebbi l’occasione di poter vedere la prima incarnazione di quel gruppo. Nessun eccezionale gruppo spalla, ma una formula logica e vincente : grandi musicisti, che portano in dote le loro grandi canzoni, che suonano la propria musica e accompagnano il Mito in alcune sue canzoni. Geniale.

La sera della mia prima volta, me ne innamorai. Anche perché capitava poche volte di avere davanti Joe Walsh, Nils Lofgren, Tim Schmit, Todd Rundgren, Dave Edmunds…

Per questo motivo domenica sera ho affrontato un salasso per sedermi di traverso, troppo sotto il palco, con un paio di sedicenti critici davanti che commentavano senza indovinarne una e dall’inglese zoppicante, visto che non ridevano a nessuna battuta e che grazie al cielo non conoscevo, convinto di trovarmi per l’ultima volta davanti a un vecchietto fresco di 78 anni, con un gruppo di cui un paio di soggetti il cui ricordo non mi esaltava più di tanto. A Lucca fa caldo, ed i lucchesi tirchi e lamentosi mi spillano una cifra da svenimento per una cena veloce e poco gustata. Colpa mia. Sono pure della zona, avrei dovuto far cadere l’occhio sul menù prima di dire di sì. Con la cena che non ha ancora raggiunto lo stomaco, sono un ruminante, mangio pianissimo, mi rendo conto di essere esasperante ma non posso farci niente, volo, voliamo in due verso Piazza Napoleone, o come diavolo si chiama.

Il palco fa un po’ meno schifo dell’ultima volta che l’avevo visto, disadorno e povero e il pubblico mi stupisce. Niente solo vecchietti ultrasessantenni, ma anche giovani che cantano anche le canzoni meno note a squarciagola. L’impatto con il gruppo è notevole. E difficilmente avrebbe potuto essere diversamente. Gregg Rolie alle tastiere era l’uomo dietro Santana all’era di Abraxas, Steve Lukather è tutt’ora un piccolo mostro di tecnica, i Toto erano lui, Colin Hay era il principale compositore dei Men at Work, Graham Gouldman, come ricorderà più volte Ringo stesso nel corso dello spettacolo, è Mr. Ten CC e Warren Ham il polistrumentista dei Kansas. Alla batteria un mostruoso Greg Bissonette, uno dei sessionmen più apprezzati al mondo, in grado di non perdere una battuta anche quando suona insieme a Ringo, dedicandosi alle rullate e ai tom, da sempre invisi all’anzianotto Beatle. Ma quando era necessario tenere il tempo insieme, non c’era una sbavatura nelle casse e nei piatti. Nessun doppio tocco. Per capirsi : Hart e Kreutzmann o Butch Trucks e Jaimoe o Chester Thompson e Ralph Humphrey non avevano i medesimi compiti.

Ma la sorpresa migliore è lui, Mr. Ringo Starr. In eccellente forma, magro ma scattante, con la solita voce, ancora in ottimo grado di suonare il suo strumento, di scherzare, ironicissimo, su di sé e il suo passato, le sue canzoni. Certamente, i capelli saranno ovviamente tinti, ma le mani e il collo, inquadrate spesso in primo piano, rendono l’immagine di un agile quasi ottantenne, alla faccia del compleanno festeggiato il giorno prima. Ed è in quel momento, quando vedi quella manciata di grandi musicisti, divertirsi a resuscitare il proprio passato, recuperandolo senza nostalgia, ma con affetto, coccolandosi ognuno i propri migliori momenti delle loro vite, quando ti accorgi che per loro rivivere le canzoni di mezzo secolo prima non è un peso ma un onore, quando senti il gruppo “partire” sulle non rare evoluzioni strumentali, comprendi quanto logica e vincente sia una formula che da quasi trent’anni permette a una selezione accurata di artisti sempre diversi, di sentirsi vivi nell’affiancare un uomo minuto che ha attraversato la Storia del rock and roll.

Gregg Rolie estrae da Abraxas Evil Ways, Black Magic Woman (presentata come una canzone scritta da Peter Green) e Oye Como Va e la sua presenza scenica è del tastierista che ne ha viste di tutti i colori, sguardo disincantato e tranquillo, ci riporta a suoni dimenticati, dal vivo, con il suo Hammond. A far volare le lunghe parti strumentali, ci pensa Lukather, perfetto interprete che non ha bisogno certamente di ricalcare la chitarra di Santana per suscitare l’ammirazione. Bissonette, alla prova, è maestoso. Anche se talvolta un po’ troppo picchiatore per i miei gusti, ma sa passare dal tocco raffinato jazz al rock duro in un attimo. D’altra parte la sua estrazione resta quella.

Un quasi immobile Colin Hay, si illumina con i suoi due pezzi migliori, Down Under e Who can it be now ? che nell’atmosfera magica suonano perfettamente. Non ho mai amato il suo gruppo, ma quei due brani, suonati con trasporto, sono stati emozionanti.

A lui, in seguito, il compito di eseguire i due solo in stile “vecchio rock and roll”, quando tutti i trucchi sulle tastiere delle chitarre erano ancora da venire. Lukather non ce l’avrebbe fatta a resistere, contenendosi in pochi, semplici tocchi…

Dei tre pezzi dei Ten CC mi sono goduto Dreadlock Holiday un reggae dal testo corrosivo che negli 80 mi faceva sempre sorridere e che mi ha ricordato delle mie ore in auto, in coda, a Roma, nel tornare dal lavoro. Niente da dire : quando il pop è così di lusso, consapevole della sua forza, tutto è piacevole, digeribile. A Ringo l’onere di confrontarsi con se stesso. Ed è la sua profonda ironia, il suo gusto nel vivere il più bel mestiere del mondo, che lo tiene sull’onda dal 1962.

“Quando suonavo con il mio gruppo, ho composto moltissime canzoni…ma nessuna di queste è mai stata registrata…”, ride mentre presenta Boys, una cover delle Shirelles che i Beatles eseguivano nei loro primi giorni. E ancor più corrosivo, scherza un attimo dopo Don’t Pass me By nel presentare “…una canzone che non potrete non cantare e che se non conoscete, fareste bene ad andare a un concerto dei Led Zeppelin!”… e ce lo dice mentre all’acustica Lukather esegue l’intro di Stairway to Heaven, un attimo prima di far partire Yellow Submarine, l’unica canzone dei Beatles ad avere una parola, anzi due, in italiano… lo sapevate ?

Rosanna e Hold The Line sono gli inevitabili ricordi dei Toto che Lukather canta con l’aiuto di Ham nelle parti vocali più alte. Un bel personaggio, quest’ultimo: sax, percussioni, voce…un vero sessionman perfetto.

Ringo si allontana dicendo che quello che sta per venire sarà “un momento magico, musicale…e un momento, appunto!”. E va nel retropalco a riposarsi, cambiare giacchetta e chiacchierare con i ragazzi del pullman regia. Un vero easy living, quest’uomo.

Ride, danza, canticchia pezzi di storia che ci scorre via dentro le orecchie e non perde una battuta di quello che il pubblico gli urla…”Ringo!” si sente dal centro… “Yes…I know my name!”, risponde al volo. Un piacere per occhi e orecchie. La prova che il rock ti può salvare la vita e rendertela bella e fresca come un gelato. L’approccio di Ringo, però, è molto più lineare, umano, rispetto, che so…alla sopravvivenza rock di un Keith Richards. Entrambi icone, entrambi al limite del soprannaturale, ma con un aspetto di Starr che ce lo rende più simile a tutti noi. Il simpatico vecchietto tutto “peace and love”…la parola d’ordine della serata…del piano di sopra, quello che ti racconta le storie quando lo incontri al bar o in ascensore, storie bellissime, narrate con il distacco di chi non potrà mai più essere sorpreso dalla vita. Perché è lui che la guida.

E mentre Steve riesce a piazzare un solo anche all’interno della conclusiva With a little help from my friends, Ringo si inchina, ringrazia, vola via e sbuca per un attimo solo, per aggiungere in coda a tutto una citazione di Give peace a chance. Perché è quello il messaggio : quello che vorremmo dire è di dare una possibilità alla pace.

Grazie. Per sempre, amico mio.

©Giancarlo Trombetti 2018

Santana a Cattolica (RN) 01/07/2018

4 Lug

Cattolica (RN). Più o meno 1500 anni fa quelli erano territori bizantini e come tali amministrati. Dove sorge oggi Cattolica vi era un insediamento con un deposito di derrate alimentari, un magazzino insomma, Katholikà in lingua bizantina. Vi sono altre ipotesi, che il nome derivi da un fiumiciattolo, il rivus Catholice o dalle controversie tra i vescovi “ariani” e quelli cattolici, questi ultimi  rifugiati nella zona in cui oggi sorge Cattolica, dando il nome alla località.

E’ una cittadina che da sempre guardo con curiosità. Mio nonno materno aveva – negli anni quaranta – una azienda di autolinee che, oltre a collegare le città e i paesi della zona, arrivava fino all’Adriatico, a Cattolica appunto. Ho qualche foto di mia madre ventenne e sorridente su quelle spiagge e dunque questo posto fa in qualche modo parte della mia storia famigliare. Andare a vederci Santana, il primo chitarrista che abbia mai amato – laggiù nella seconda metà degli anni settanta – mi sembra cosa buona e giusta.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018

Anche in questo caso non ho voluto preparami, non so nulla di musicisti, scaletta, qualità della proposta.
La Arena Della Regina è uno spazio sito in Piazza Della Repubblica (l’accostamento dei due nomi è un ossimoro curioso), direi che di posti a sedere ne contiene circa 3000.

E’ una bella serata estiva. Mi godo le fasi pre tramonto immerso nell’aria dell’Adriatico che respira lì accanto.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

TT – Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Il gruppo è previsto per le 21:15, l’orario è rispettato al minuto tant’è che in parecchi per quell’ora sono ancora alla ricerca del proprio posto (e io mi chiedo se ad un concerto del genere ci si debba presentare all’ultimissimo secondo).

Lo schermo inizia a mandare un’ introduzione tratta da Woodstock, il festival del 1969, poi entra la band e per ultimo Carlos… eccolo il mio mito adolescenziale. Che brividi.

Sono in estasi, il concerto inizia come meglio non poteva. Soul Sacrifice, Jingo, Evil Ways, A Love Supreme, Black Magic Woman/Gypsy Queen, Oyo Como Va, Europa. Sono circa 40 minuti di bruciante passione, di musica trascendentale, di rock come ormai non se ne sente più. Carlos suona ancora molto bene e sfoggia, come sempre, grandi chitarre. Per me rimane il chitarrista con la Yamaha SG – 2000 (periodo 1976/1982)

La Yamaha di Santana

Carlos e la Yamaha nel 1977

ma le Paul Reed Smith che suona adesso sono altrettanto magnifiche. Io amo le chitarre elettriche solid body ed ho una ossessione per le Gibson Les Paul, non ne amo molte altre, ma da quando le suona Carlos sono sempre attratto anche dalle Paul Reed Smith. Fino ad una paio d’anni fa suonava la classica PRS,

da un paio d’anni si è affidato alla PRS SC245 Custom e stasera non ha usato altro (alternandone un paio), a parte qualche minuto su di una acustica.

PRS SC245

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Carlos ha ancora un suono spettacolare e un tocco unico. A 70 anni (quasi 71) ha una tecnica e un controllo dello strumento davvero notevoli. Incantato lo ammiro mentre si immerge in quei flussi sonori universali. Quando attacca Black Magic Woman/Gypsy Queen, Saura quasi sviene, io scuoto la testa sorridendo, scontato svenire per quel pezzo, ma poi io faccio quasi lo stesso per Europa, dunque posso anche evitare di fare lo snob attaccato ai pezzi meno usuali. La sera prima del concerto ero ad un sinodo con i miei confratelli e Magister Piccus – saputo dell’appuntamento con Carlos del giorno dopo – mi diceva tra le altre cose “quando attaccherà Europa ti metterai a piangere”. Siamo entrambi conoscitori del rock ma siamo arrivati ad un punto che ci esaltiamo per i pezzi più noti degli artisti che abbiamo amato. Sì certo, per quanto riguarda Carlos io sarei un tipo da Song Of The Wind e  Flame Sky

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

ma quando parte Europa inizio a piangere. I miei 15/16 anni, la musica che ti arriva al cuore, la bellezza che a volte sanno creare gli esseri umani. Vibro, ho la pelle d’oca, sento di essere un tutt’uno col cosmo.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Mi ricompongo, pregustando il seguito e sognando pezzi in scaletta che non arriveranno, il mio concerto infatti finisce qui. Quella che segue è una selezione di brani che non mi scalda e che verso la fine mi deprime.

Un pezzo del 199 (Right On) , una cover del rapper  Mos Def (Umi Says), una cover di un pezzo soul psichedelico del 1970 (Totatl Destruction To Your Mind) con all’interno richiami a Satisfaction, Day Tripper e altri classici, prima di andare alla deriva verso la musica (?) latino americana commerciale. Da questo momento il cantante nero invita tutti ad alzarsi e io mi chiedo perché ho pagato 93 euro per una “poltronissima” se per più di metà del concerto mi tocca stare in piedi ad ascoltare scorribande commerciali.

Chiaro che mi aspettassi Corazòn Espinado Smooth ma impostare più di metà concerto su quei toni e, come detto, tramutare tutto in una festa sulla spiaggia a ritmo della maledetta musica commerciale latino americana è un vero peccato. Certo, qui la band suona davvero, ma tutto diventa un fritto misto miserello. Pezzi del 1969 e 1971 (Love Peace And Happiness e Toussaint L’Ouverture) fagocitati dalla vibrazione commerciale, la gente in braghe colte ed infradito che si scalda davvero solo per i pezzi tratti da Supernatural (compresi Maria Maria e  Foo Foo); la dice lunga il fatto che ad oggi su youtube è presente solo il video di Maria Maria benché tutti (tutti!) abbiano passato buona parte del tempo a filmare il concerto. Per come si era messa Carlos avrebbe potuto mettersi a suonare Despacito e (quasi) nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi avrebbero tutti continuato a ballare. Per dare una idea del concerto comunque metto il link di un concerto completo di 3/4 mesi fa in Canada.

IL VIDEO CHE SEGUE E’ RELATIVO AL CONCERTO di MARZO 2018 IN BRITISH COLUMBIA

◊ ◊ ◊

MARIA MARIA – Cattolica (RN) 1/7/2018

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Fatti 420 km. Speso 186 euro per due biglietti, 40 euro di carburante, 30 di autostrada. Più di 250 euro per gustarsi 7 pezzi, un po’ troppo direi. Alla fin fine però son contento di avere visto Carlos, uno degli eroi musicali. Come detto avrei preferito uno svolgimento diverso, una attenzione più decisa verso la buona musica anche nella parte più commerciale dello show, ma io sono Tim Tirelli e non Carlos Santana, quindi alla fin fine ha ragione lui, il tripudio che il pubblico gli tributa a fine concerto è inequivocabile.

SANTANA a Cattolica (RN) 1/7/2018

  1. Woodstock Intro
  2. Soul Sacrifice
  3. Jin-go-lo-ba
  4. Evil Ways
  5. A Love Supreme
  6. Black Magic Woman/Gypsy Queen
  7. Oye como vaPlay Video
  8. Europa (Earth’s Cry, Heaven’s Smile)
  9. Right On
  10. Umi Says
  11. Total Destruction to Your Mind / Dancing in the Street / Proud Mary / Satisfaction / Day Tripper / Total Destruction to Your Mind
  12. Mona Lisa
  13. Maria Maria
  14. Foo Foo
  15. Corazón espinado
  16. Toussaint L’Ouverture
  17. Are You Ready People
  18. Smooth
  19. Love, Peace and Happiness
  20. For the Highest Good

Foo Fighters Firenze 14/06/2018 – Pearl Jam Padova 24/06/2018 di Bodhrán

29 Giu

Due riflessioni del nostro Bodhran sui recenti concerti in Italia di Foo Fighters e Pearl Jam.

◊ ◊ ◊

Foo Fighters a Firenze il 14 giugno, Pearl Jam a Padova il 24, val la pena riassumere le due serate in un racconto unico. Racconto che, nel solito tentativo di essere oggettivo, è ovviamente di parte.

Partiamo dai Foo Fighters, che si sono esibiti all’Ippodromo del Visarno, nel Parco delle Cascine di Firenze.

FF – Firenze 24/6/2018 – foto Michele Squillantini

Da un paio d’anni il luogo, perfetto per manifestazioni di questo tipo, ospita Firenze Rocks, festival che non corre troppi rischi: quest’anno con la band di Dave Grohl che apriva il festival hanno suonato nei giorni successivi Guns’n’Roses, Iron Maiden e Ozzy, l’anno scorso Aerosmith ed Eddie Vedder. In precedenza ricordo David Gilmour nel 2015. Lo spazio è molto grande (per gli organizzatori eravamo 70.000, per la Questura non è dato sapere, chissà perché in questi casi non c’è mai la divertente guerra di cifre), sono arrivato alle 20,30 ed era praticamente pieno. Mi sono sistemato di lato e, una volta venuto a patti con gli odiosi “token” e presa una birra con nipote e amici (contattati per miracolo perché di lì a poco il cellulare non si sarebbe più collegato nell’orgia collettiva di audio, immagini e video) mi sono preparato a guardare il concerto sugli schermi. Oramai comunque la visibilità è tutta monetizzabile, a poco servono levatacce, buone gambe e qualche gomitata, ora spendi di più, e con il “pit” compri anche la comodità di arrivarci all’ultimo minuto.

Allora, non sono un “fan” dei Foo Fighters, ci sono pezzi che mi piacciono ma per i miei gusti pendono troppo verso un lato pop/punk che comprime i pezzi sempre nello stesso gioco di dinamica e rende i loro album tutti molto simili; riconosco però a Dave Grohl un’abilità incredibile nell’essersi ritagliato uno spazio (e che spazio) senza restare schiacciato dal nuvolone chiamato Kurt Cobain, sia collaborando con chiunque gli capiti a tiro sia spostando la sua musica in una direzione meno “drammatica” e più divertente. Ecco, una volta visto il concerto – e visto quello dei Pearl Jam – direi forse troppo.

La band è partita a rotta di collo sciorinando 4 singoli uno dietro l’altro; come sapevo Dave Grohl dal vivo diciamo non è poi questo gran cantante, urla come un ossesso e se questo dà ai brani la dovuta grinta penalizza però quelli in cui servirebbe un filino più di timbro, visto che poi le canzoni dei FF hanno un impianto molto pop e sono canticchiabili. Comunque sia avanti savoia! un pezzo dietro l’altro, spesso con stop & go fatti di chiacchiere al pubblico per riprendere fiato prima di rinfilarsi nel riff di turno. Assolo di batteria con la pedana che si sopraeleva di 3-4 metri – roba degna dei Kiss ma in un clima che si prende poco sul serio ci sta bene – e, a seguire, con la presentazione della band, un tuffo nelle cover: un’improbabile ma divertente mix tra la musica di Imagine e il testo di Jump, poi “Blitzkrieg Pop” dei Ramones, “Under Pressure” dei Queen

e poi, sorpresa!, salgono sul palco i Guns’n’Roses (Axl Rose, Slash e Duff McKagan) per eseguire “It’s so easy”. A me i G’n’R non sono mai piaciuti, trovavo insopportabile il timbro vocale di Axl Rose all’epoca, ora quel verso da gatto a cui hanno pestato la coda è un’ottava sotto per cantare il pezzo che altrimenti non ce la fa, in più mi pare davvero patetico vederlo conciato come 30 anni fa (bandana, camicia legata alla “vitona” e un set di denti “bianco WC” che sui maxi schermi fanno il loro effetto). Questo il mio giudizio. Intorno a me il delirio. Pubblico in visibilio, e giù foto e video.

Il live è proseguito con una parte più tranquilla e (vado a memoria quindi mi pare a questo punto) il palco si è abbuiato, come ci fosse un black-out, ma l’intoppo si è risolto subito, invocate da Grohl si sono accese le torce dei cellulari del pubblico… e luce fu, in un effetto molto bello da vedere. Pausa e poi un’infilata di tre bis prima di salutare tutti. Come dicevo l’oggettività è solo un tentativo, e quindi devo confessare che io durante il concerto, in questa atmosfera festosa ed allegra, mi sono anche un po’ annoiato, poca dinamica nel paio d’ore di live, poco spazio alla band – ci sono 3 chitarre ma sono impastate tra loro e a parte un paio forse di brevissimi soli di chitarra e un brutto solo di tastiere gli altri membri del gruppo non emergono, anche sugli schermi i FF sono Grohl e Hawkins.

Si potrebbe dire un concerto dei nostri tempi, allegria e spensieratezza ma poca sostanza (rock).

https://www.setlist.fm/setlist/foo-fighters/2018/visarno-arena-firenze-florence-italy-1bea89c8.html

◊ ◊ ◊

Altra storia i Pearl Jam: “quello dei FF è stato un concerto divertente, questo è stato un concerto rock”, così ho detto a mio nipote mentre uscivamo dallo stadio di Padova dopo 2 ore e 45 di live (con due set di bis).

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

E sì che partivamo con i pronostici contro: data di Londra del 19 annullata per problemi alla voce di Vedder, data del 22 a Milano con scaletta cortissima e tante canzoni cantate praticamente solo dal pubblico. In più il meteo che prometteva pioggia proprio nell’orario del concerto. E l’idea di partire dalla Toscana per arrivare a Padova e, sotto l’acqua, sentire un concerto corto con un cantante senza voce non era proprio il massimo delle mie aspettative per un gruppo che seguo dall’esordio e che, dopo la morte di Chris Cornell un anno fa, è in pratica quello che resta di quella generazione musicale.

Comunque sia, arrivo a Padova alle 18, scopriamo che non si parcheggia intorno allo stadio, un paio di svolte e troviamo un “posto” a dir poco rocambolesco tra una Panda (in cui però il proprietario sarebbe potuto entrare dal lato passeggero) e una transenna che ci consente di raggiungere lo stadio in un quarto d’ora scarso (scoprirò dopo di gente che ha lasciato 20€ di parcheggio e ha scarpinato per km), una birra per smaltire il viaggio e dentro.

Come in tutti i concerti rock oramai il pubblico è “diversamente giovane”, gente di tutte le età (e di tutte le nazionalità – tanti dalle vicine Slovenia e Croazia, oltre ai soliti pellegrini dei PJ), i giovani quelli veri nel 2018 sono sotto i palchi dei rapper, non dei rocker. Soliti “token” e, novità – ma forse non in un concerto in Veneto – uno stand dentro lo stadio non di birra ma di spritz, il che mi ha fatto immaginare un’ulteriore possibile deriva “borghese” del r’n’r: mega palco, schermi giganti e volume tremendo, band attempata vestita da “giovane ribelle” (un esempio? Axl Rose a Firenze) per un pubblico di ricchi che comprano il posto in un enorme esclusivo “pit” con divanetti e tavolini con drink, olive e noccioline.

PEARL JAM Padova 2018 foto Bodhran

Posto prato, più in su che si poteva prima del pit, e attesa con Polonia-Nigeria sui maxi-schermi (è destino che guardi una partita ai concerti dei PJ, 4 anni fa a San Siro trasmettevano Italia-Costa Rica). Alle 21 puntali sul palco: il concerto parte morbido, “Pendulum” prima e “Low Light” poi, intuiamo che la voce di Vedder è tornata, e ne abbiamo l’assoluta certezza quando, senza prendere fiato, seguono “Last Exit”, “Do the Evolution” e “Animal”.

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

Anche il meteo è dalla nostra, velato e ventilato durante il pomeriggio, si rasserena via via che cala la notte. Diciassette i brani del set, e poi due bis per un totale di 29 brani e, come detto, due ore e tre quarti. Ovviamente sono tanti i brani d’obbligo (“Better Man”, “Corduroy”, “Given To Fly”) ma riescono comunque a stupire suonando brani eseguiti raramente come “Smile” e “Down” o tirando fuori dal cilindro la bellissima “Crazy Mary” (cover di Victoria Willimas che ha particolarmente emozionato sia me sia gli altri diversamente giovani vicino a me).

Ecco, i Pearl Jam danno la sensazione di essere una band – sezione ritmica inappuntabile (l’avrò già detto ma ritengo Matt Cameron uno dei grandi della batteria rock, anche se più per il lavoro con i Soundgarden che quello con i PJ), Mike McCready è un chitarrista con i fiocchi, stampa dei soli molto belli e non manca di spettacolarità: sul lungo assolo di Even Flow si è piazzato la chitarra dietro le spalle e ha ovviamente infiammato gli appassionati del genere.

Spazio anche per l’altro chitarrista, Stone Gossard (almeno 3 soli, andando a memoria).

Perché preferisco questo modo di fare spettacolo a quello dei FF? Non lo so, sicuramente li trovo più “rock”, e poi forse mi sembrano più “sinceri”, e lo scrivo sapendo benissimo che quando monti sul palco dopo quasi 30 anni la sincerità va a farsi benedire.

Non sono mancati i momenti acustici (Daughter, con un’invettiva velenosa contro Trump e poi nei bis Elderly Woman…) e quelli più distesi, ovviamente “Black”, ma la voce ritrovata pareva aver dato un bonus di sprint in più, e così “Spin the Black Circle”, “Mind Your Manners”, “Porch”, “Once” hanno messo a dura prova la mia tenuta fisica.

Finale col botto con “Alive”, “Baba o Riley” (e fortunatamente non i 10 minuti buoni di “Rockin’ in a Free World”) e poi a nanna coccolati da “Indifference”.

Dico sempre che i concertoni mi hanno stufato (ed è vero quando penso che spendo un fottio di soldi per stare in piedi ore ed ore e non vedere un cazzo) ma anche stavolta mi pento di non aver comprato anche un secondo biglietto del tour.

https://www.setlist.fm/setlist/pearl-jam/2018/stadio-euganeo-padua-italy-1bea3910.html

 

Jeff Beck, Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera (BS), 23 giugno 2018

26 Giu

Sabato 23 giugno, ore 16,55, partiamo per Gardone Riviera, all’Anfiteatro del Vittoriale si terrà il concerto di Jeff Beck, non potevamo certo perdere l’occasione di rivedere on stage the Guv’nor.

La mildly blues mobile rolla placida sull’autostrada.

Highway – Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

Alle 18,30 siamo quasi a destinazione, sulla statale che costeggia il lago c’è un po’ di traffico, serve un’altra mezz’oretta.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

10,50 euro per il parcheggio, il panorama è strepitoso, iniziamo sentirci bene.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

L’entrata del Vittoriale è a Gardone alto, piccolo borgo suggestivo, nella piazzetta antistante incontro il mio amico di lunga data Frank Romagnosi, anche lui testa di piombo come me. Chiacchieriamo amabilmente con lui e Silvia, mentre arrivano anche Marco Borsani e Sara. Marco lo conosco dai tempi della fanzine. Si parla di Led Zeppelin ovviamente. Un saluto veloce anche a Paolo Bolla di Schio Life, con cui abbiamo passato avventure Wakemaniane e Yessiane sia a Vicenza che a Londra.

Alle 20 entriamo. Siamo in posizione ottima, seconda fila sulla sinistra guardando il palco, a due passi dagli amplificatori di Jeff, su cui capeggia la scritta “Becktone”. Frank e Silvia sono sulle gradinate (dove mi dicono altri amici c’è anche Maurizio Solieri, storico chitarrista di Vasco Rossi).

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

L’anfiteatro è molto carino, l’atmosfera perfetta: il tramonto, il Lago di Garda e pini e cipressi a far da cornice. Il posto tiene 1500 persone, l’ideale per assistere come si deve ad un concerto.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

Frank dalle gradinate scatta una foto da cui si capisce il bel quadro in cui siamo. Sulla sinistra, vicino al tizio che alza il braccio si riconosce la testina bionda di Saura.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Anche per questo concerto non ho voluto documentarmi, non so nulla di scaletta e formazione, so solo che c’è la grande Rhonda Smith al basso (che abbiamo già visto a Lucca nel 2010) e Colaiuta alla batteria. A loro si aggiungono la violoncellista Vanessa Freebairn-Smith e il cantante Jim Hall.

Ore 21,30 circa, entra la band. Vedere Jeff Beck è sempre una emozione. Domani (il 24 giugno) compirà 74 anni, è ancora molto in forma sebbene i segni del tempo siano evidenti. Forse continuare a presentarsi dal vivo con magliette senza maniche è un azzardo, il gilet poi è troppo corto e quando si volta e dà la schiena al pubblico si nota che non è più un ragazzino. Ad ogni modo, dietro ai suoi Ray Ban scuri, e alla sua chioma tinta si cela ancora un chitarrista straordinario.

Si parte con Pull It dall’ultimo album, un esercizio di riflessi elettrici e sperimentazioni. Jeff indossa la sua Stratocaster bianca con la paletta rovesciata che è uno spettacolo, chitarra che non cambierà e non accorderà mai per tutta la durata del concerto. Che razza di strumenti possono permettersi queste rockstar! Sospiro pensando che a me tocca accordare le mie quasi dopo ogni pezzo.

Col secondo brano si parte con i motivi più conosciuti: Stratus di Billy Cobham. Jeff inizia a scaldarsi e a proporre la sua solita magia. Segue Nadia, dolce e melodica. Un incanto.

Stratus & Nadia

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Si passa poi a You Know You Know della Mahavishnu Orchestra. Giro di accordi ipnotico e andamento articolato, Nel pezzo si ricavano spazi per assoli di basso e batteria.

Dopo questi quattro pezzi le prime impressioni sono più che positive, l’unico che non mi convince è Vinnie Colaiuta. Mi rendo conto che mettere in discussione uno come lui mi mette in pericolo, tutti gli appassionati della musica complicata – i talebani del prog e del jazz rock –  lo venerano come un dio, ma correrò il rischio.

Io credo che quando Colaiuta tiene il tempo e quando mostra la sua bravura con intelligenza sia un vero godimento ascoltarlo: dinamica, groove, tocco e talento sono evidenti, ma quando – la maggior parte del tempo – è impegnato a ostentare la sua tecnica a discapito della coerenza del pezzo e della bellezza della musica, diventa alle mie orecchie insopportabile. E’ vero che la musica di Beck vira per una largihssima parte al jazz rock, genere che tra l’altro amo parecchio e che si presta a virtuosismi, ma prediligo sempre e comuque un certo gusto e una certa moderazione; il dover far veder quanto si è bravi ad ogni battito di ciglia secondo me rovina la musica. Il sound dei piatti della batteria è anch’esso fastidioso e l’uso (smodato) della doppia cassa (o meglio del doppio pedale) è roba da centurioni, ma capisco che ormai sia solo un problema mio. Rhonda Smith al basso invece è meravigliosa, lo vedi che è dotatissima, ma fa sfoggio della sua tecnica nei due momenti in cui Beck le lascia il giusto spazio e per il resto suona al servizio della musica e del gruppo (pur esibendosi in passaggi complicati e articolati).

Entra quindi in scena Jim Hall; proviene da Birmingham Alabama, all’inizio degli anni ottanta ebbe due singoli di un certo successo in Usa e nel 1985 cantò nell’album Flash dello stesso Beck.

E’ una gioia ascoltare Morning Dew, dal primo album del Jeff Beck Group (1968).

Morning Dew

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Segue I Have To Laugh e poi si torna alla musica strumentale con la classica Star Cycle. In questo genere di pezzi Jeff si avvale di basi con le tracce delle tastiere.

Star Cycle

Un tributo (obliquo) alla musica roots di Lonnie Mack poi un bel duetto tra la chitarra arpeggiata di Beck e il violoncello di Vanessa Freebairn-Smith.

Mnà na h-Éireann

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Dall’album del 1977 Melodies del Jan Hammer Group viene proposta Just For Fun. Jazz Rock cantato, ma non esattamente un pezzo d’impatto.

Just For Fun

Little Wing di Jimi Hendrix viene proposta nell’arrangiamento chitarristico di Beck ed è seguita da A Change is Gonna Come

A Change is Gonna Come (filmed by Franco “John Sunday” Romagnosi)

Big Block arriva dall’album Guitar Shop del 1989, poi è il momento di ‘Cause We Have Ended As Lovers di Stevie Wonder. Questo brano fu pubblicato su Blow By Blow (1975) di Jeff Beck, il suo album forse più celebrato, il primo album che il nostro dedicò interamente all’jazz rock, album che conquistò il disco di platino in Usa. E’ una delle canzoni simbolo di Beck, come sussurro a Saura nell’orecchio “la si può considerare la sua Stairway To Heaven”. Mi sorprendo che il pubblico non sottolinei in maniera più incisiva l’entrata del brano. Me la godo, ma non è una versione da strapparsi l’anima.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Ecco poi You Never Know (dall’album There And Back del 1980), Brush With The Blues (da Who’s Else, 1999) e Blue Wind (da Wired, 1976). Brush With The Blues è uno dei pezzi di Beck che più adoro, ma anche qui mi sembra una versione leggermente sottotono.

Ci si riprende col il finale: Superstition di Stevie Wonder dall’album Beck Bogert & Appice del 1973 e la splendida A Day In The Life dei Beatles.

Superstition

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

A Day In The Life

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Il bis ci fa sobbalzare: You Shook Me (!) e Going Down, rispettivamente dal primo (1968) e dal quarto (1972) album di Beck. Entrambe sono assai familiari per i fan dei LZ (diverse le magliette indossate stasera tra il pubblico con l’iconografia del gruppo di Page) a causa della versione della prima apparsa sul primo album del gruppo e delle varie versioni della seconda inserite nel medley di Whole lotta Love versione dal vivo 1973 (la più riuscita quella a LA il 6 giugno 1973, presente nel bootleg Three Days After).

Sono stupefatto, non me le aspettavo. Avesse suonato anche Train Kept A-Rollin’ e Beck’s Bolero sarei probabilmente svenuto.

You Shook Me & Going Down

(filmed by Franco “John Sunday” Romagnosi)

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

Jeff Beck saluta e se ne va. Mi dico che probabilmente non lo vedrò più, difficile immaginare un’altra tournée, ma poi chi può dirlo. La gente inizia ad uscire, io mi dico che è stato un bel concerto. Niente di straordinario, ma ormai Jeff Beck è questo, anche l’ultimo album e bluray (Live At Hollywood Bowl 2017) lo testimoniano, ma rimane uno spettacolo da andare a vedere se se ne hanno le possibilità, Jeff è un musicista magnetico, sulla chitarra è sempre magnifico, e la sua musica sa ancora regalare emozioni, sebbene un po’ più annacquate rispetto al passato.

Usciti dall’anfiteatro mi fermo con Saura, Silvia e Frank a mangiare un gelato nella piazzetta di Gardone Alto. Io e Frank malediciamo per l’ennesima volta l’accidia musicale di Page, come sarebbe bello poterlo vedere on stage un ultima volta in posti simili.

Ci Incamminiamo al parcheggio, una abbraccio, uno scatto e via. Gardone Riviera goodnight.

Tim & Frank Romagnosi – Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

RICK DERRINGER “JOY RIDE – SOLO ALBUMS 1973-1980” ( 4cd box set – 2017 Cherry / Sony) – TTT½

21 Giu

Anche stavolta con un po’ di ritardo, parliamo dell’ultimo cofanetto dedicato a RD uscito per la HNE/Cherry Red/Sony sul finire dell’anno scorso. Questo è dedicato agli album solisti del decennio più significativo di RD (come abbiamo visto, chitarrista & produttore per Edgar e Johnny Winter). La Cherry Red, lo abbiamo scritto più volte, sta facendo un gran lavoro nel riproporre – in cofanetti più che dignitosi e a buon mercato – album degli anni “buoni” di musicisti magari scivolati nell’oblio, ma che negli anni settanta fecero fuoco e fiamme.

DISC ONE
ALL AMERICAN BOY: 1973- TTTTT
1. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO
2. JOY RIDE (INSTRUMENTAL)
3. TEENAGE QUEEN
4. CHEAP TEQUILA
5. UNCOMPLICATED
6. HOLD
7. THE AIRPORT GIVETH (THE AIRPORT TAKETH AWAY)
8. TEENAGE LOVE AFFAIR
9. IT’S RAINING
10. TIME WARP
11. SLIDE ON OVER SLINKY
12. JUMP, JUMP, JUMP

BONUS TRACKS
13. ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO (SINGLE EDIT)
14. ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO (MONO)
15. TEENAGE LOVE AFFAIR (MONO)

E’ l’unico disco di successo di Rick Derringer (sia come solista che come leader della banda omonima), raggiunge la posizione 25 della classifica americana, ed è il capitolo più significativo del nostro. Disco senza dubbio riuscito, alcuni momenti sono davvero ottimi. La copertina risente delle suggestioni glam dell’epoca e non è niente male. Collaborano tra gli altri Bobby Caldwell (J.Winter, Captain Beyond, Armageddon) alla batteria, Joe Walsh alla chitarra, Edgar Winter al piano, organo e clavinet, David Bromberg al dobro, e Joe Vitale (CSN, Stills-Young, Eagles).

Rock And Roll Hoochie Koo è il pezzo che Rick scrisse per Johnny Winter nel 1970. E’ ormai un classico dell’Hard Rock americano ed dura proporla qualche anno dopo la versione definitiva apparsa su Johnny Winter And, ma in definitiva l’inclusione in questo album pare doverosa. Joy Ride è uno spettacolare strumentale che funge da ouverture al pezzo successivo. Rick alla chitarra e al basso e un grandissimo Bobby Caldwell alla batteria. Teneage Queen si rivela subito un gran pezzo, presentato alla maniera degli anni settanta. Qui Joe Walsh dà il suo aiuto alla chitarra e Joe Vitale lo fa alla batteria. A parte di questo pezzo si ispirò David Coverdale per We Wish You Well.

Cheap Tequila è la canzone che apparve qualche mese prima (All American Boy uscì in ottobre 1973) nell’album di Johnny Winter Still Alive And Well (marzo 1973). Sono versioni un po’ diversa, questa è più ricca ed ha il dobro di David Bromberg. Joe Walsh torna per Uncomplicated, un rock veloce che vibra trai parametri standard del rock adolescenziale tipico di RD. In Hold si risente Edgar Winter. E’ un pezzo lento, sembra un paradosso ma lo scatenato Rick Derringer sembra esprimersi al meglio in questi momenti più riflessivi. Bella scrittura.

La stessa formazione (Derringer, Caldwell, E.Winter) è presente anche nel pezzo successivo The Airport Giveth, altro lento ma forse meno incisivo. Con Teenage Love Affair si torna al rock adolescenziale. Il momento più interessante è il break dedicato all’assolo di chitarra con tanto di uso dell’effetto talk box. It’s Raining è molto carina, un quadretto all’apparenza frivolo che però ha un senso mica da ridere. Bello l’assolo di armonica cromatica.

Time Warp è il secondo strumentale dell’album, accenti jazz rock e grandi prove dei musicisti: Bobby Caldwell, Derringer (chitarre, basso, sitar elettrico, maracas) e  E. Winter (organo).

Slide On Over Slinky sembra un pezzo di Johnny Winter, stesso approccio, stesso tocco, d’altra parte con Derringer, Caldwell e Edgar Winter (tutti componenti in un modo o nell’altro del gruppo di Johnny) questo risultato era da mettere in preventivo. Secondo me parti di questo pezzo sono state di grande ispirazione per Huey Lewis al momento di scrivere I Want A New Drug (poi plagiata dalla colonna sonora di Ghostbusters). Jump Jump Jump chiude l’album in maniera impeccabile. Caldwell, E. Winter e Rick Derringer ancora insieme per un ultimo momento musicalmente meditativo.

Gran album dunque, se se ne deve avere uno dell’artista in questione questo è quello che consiglio.

DISC TWO
SPRING FEVER: 1975 – TTT½
1. GIMME MORE
2. TOMORROW
3. DON’T EVER SAY GOODBYE
4. STILL ALIVE AND WELL
5. ROCK
6. HANG ON SLOOPY
7. ROLL WITH ME
8. WALKIN’ THE DOG
9. HE NEEDS SOME ANSWERS
10. SKYSCRAPER BLUES

BONUS TRACKS
11. HANG ON SLOOPY (MONO)
12. DON’T EVER SAY GOODBYE (MONO)

Il disco non suscita l’interesse sperato e si ferma al n. 141 della classifica Usa.

C’è da chiedersi cosa passasse per la mente a Rick quando ha permesso o voluto una copertina come questa. D’accordo che da giovane Derringer aveva un faccino carino, ma guardando la foto uno si chiede se si tratti di un uomo o di una donna. A me ricorda Debra Winger. Voglio dire, uno che ha fatto parte di gruppi delinquenziali come i Johnny Winter And, gli Edgar Winter’s White Trash e l’Edgar Winter Group, non può presentarsi acconciato come una mammoletta, mi chiedo se siano mai esistite nuffie nel midwest americano (Rick è dell’Ohio)

Debra Winger

All’album partecipano Johnny Winter, Edgar Winter, Dan Hartman, Chick Corea (moog) e David Johansen.

Gimme More è uno dei suoi soliti rock da scordare in fretta, Tomorrow invece è più articolato ed è arricchito dal moog di Corea.

Don’t Ever Say Goodbye è un lento un po’ scontato che si trasforma nel solito rock sempliciotto e adolescenziale. La differenza tra il batterista presente in questo disco e Bobby Caldwell si sente, in Spring Fever tutto è più rigido purtroppo. Still Alive And Well è il gran bel pezzo che RD scrisse per Johnny Winter nel 1972 e pubblicato per la prima volta sul disco del 1973 dallo stesso titolo del Texas Tornado. Difficile per Rick eguagliare l’esplosività della versione di Johnny. In Rock fa capolino il sitar elettrico e malgrado il moog di Corea, nulla di speciale sembra differenziare il brano. Hang On Sloopy è la riproposizione del vecchio successo anni sessanta dei McCoys di cui Rick era il leader (e che nel 1970 diventarono il gruppo di Johnny Winter). Motivetto e giro musicale così abusato da essere ormai inascoltabile. Roll With Me fu scritta da Rick nel 1974 per l’abum John Dawson Winter III. Segue una cover vagamente psichedelica di Walking The Dog. He Needs Some Answers e Skyscraper Blues chiudono il disco senza sussulti. Da citare la slide di Johnny Winter in quest’ultima.

DISC THREE
GUITARS AND WOMEN: 1979 – TTT½
1. SOMETHING WARM
2. GUITARS AND WOMEN
3. EVERYTHING
4. MAN IN THE MIDDLE
5. IT MUST BE LOVE
6. DESIRES OF THE HEART
7. TIMELESS
8. HOPELESS ROMANTIC
9. NEED A LITTLE GIRL (JUST LIKE YOU)
10. DON’T EVER SAY GOODBYE

Album prodotto insieme a Todd Rundgren. Personalmente non amo questo tipo di produzioni poco chiare. Tra i musicisti vanno citati Neil Geraldo e Kenny Aaronson. Something Warm è un rock melodico piuttosto interessante. Guitars And Women è un di quei deliri un po’ sopra le righe tipici dei chitarristi come Rick. Everything invece è un ottimo pezzo. Gran lavoro di chitarra di Derringer e pezzo scritto con le dovute doti musicali, la mistica di Derringer al suo zenit.

Man In The Middle: sbaglierò ma in questo periodo Derringer ascoltava Al Di Meola, nel pezzo precedente l’apertura chitarristica richiamava l’asso di Jersey City, e anche certi riff di questo rock sembrano arrivare dai primi lavori di Al. It Must Be Love è un rock piuttosto anonimo. La parte dove canta “I love you honey but I hate your friends” potrebbe essere stata ripresa l’anno successivo dai Cheap Trick nel brano I love you honey but I hate your friends appunto. Desires Of The Heart proviene dal versante disimpegnato,Timeless fa più o meno lo stesso. Hopeless Romantic si apre col piano di Neil Geraldo, ballata gnocca un po’ in stile Styx. Need A Little Girl ricorda i Cheap Trick, Don’t Ever Say Goodbye (dall’album precedente) è qui riproposta e non si capisce il perché.

Copertina già proiettata verso gli anni 80. L’album non entra nella Top 200 Usa.

DISC FOUR
FACE TO FACE: 1980 -TTT
1. RUNAWAY
2. YOU’LL GET YOURS
3. BIG CITY LONELINESS
4. BURN THE MIDNIGHT OIL
5. LET THE MUSIC PLAY
6. JUMP, JUMP, JUMP
7. I WANT A LOVER
8. MY, MY, HEY HEY (OUT OF THE BLUE)

BONUS TRACK
9. LET THE MUSIC PLAY (MONO)

Produzione piuttosto povera, sembra quasi un demo tape.

Runaway, nei momenti veloci, pare scritta con I Want You To Want Me dei Cheap Trick in testa, You’ll Get Yours è un misto tra Crossroads versione Cream e gli ZZ Top. Big City Loneliness apre un varco blues in senso lato nell’album, è quel tipo di pezzo da cui personalmente mi sento sempre attratto. Brano un po’ alla Paul McCartney. Con Burn The Midnight Oil si torna all’heavy rock da centurioni, Let The Music Play non lascia tracce. Segue una versione live di Jump Jump Jump, e pure quiu non si capisce bene il perché, I Want A Lover è un rock and roll tutt’altro che speciale, chiude il disco un altro brano live. Trattasi di My My Hey Hey (Out Of The Blue) di Neil Young.  E anche qui non si capisce la ragione.

Disco dunque non a fuoco, impreciso nell’atteggiamento. Certo, Rick Derringer rimane sempre un gran chitarrista e spesso è una gioia ascoltarlo, ma come sappiamo solo questo non può bastare

Copertina anonima. L’album non entra nella Top 200 Usa.

Cofanetto dunque all’apparenza solo per fan ma, visto il costo, alla portata di chiunque voglia scoprire di più il mondo di RD.

L’altro cofanetto sul blog:

https://timtirelli.com/2017/04/06/derringer-the-complete-blue-sky-albums-1976-78-box-set-cherry-red-sony-2017-tttt/

Solstitium blues (aestas version)

18 Giu

Il solstizio si avvicina ma l’estate sembra non arrivare, dopo un aprile caldissimo, ecco un maggio e un giugno piovosi e freschi, piove quasi ogni giorno, sembra più la Britannia che l’Emilia.

Maya-Summer-Solstice-300x300

Intrappolato ormai da mesi nel future blues, mi affaccio a questa nuova estate con le solita domanda a tema esistenziale (nel senso che è cruciale per la mia esistenza): “che giocatori comprerà l’Inter?” Eccomi dunque ogni sera incollato a Sky Sport 24 per la mezz’oretta dedicata al calcio mercato. Quando poi in studio c’è Luca Marchetti, nulla per me è più sacro di quei trenta minuti. Se ho già cenato, mi piazzo sul divano della Domus Saurea con in mano un calippo alla cola o un semplice bif (un ghiacciolo insomma) rosso. Questo è uno dei momenti topici della mia vita, tanto per far capire come son messo! La pollastrella è partita per Londinium insieme ad una altra pazza come lei (la Patty). Ci sono già state in maggio (sempre per un concerto e per una visita agli Studios dove hanno girato i film di Harry Potter), ci tornano oggi per lo Stone Free Festival alla O2 Arena (gli headliner sono gli Yes di Anderson, Rabin & Wakeman, naturalmente).

Per questioni lavorative quest’anno non ho potuto programmare con necessario anticipo assenze e dunque accompagnarla, così per i 4 giorni in cui lei non ci sarà – complici anche i giorni di ferie che alla fine mi sono preso – ho preparato un piano ben preciso: non fare niente. O meglio fare ciò che un uomo di blues nelle mie condizioni attuali deve fare: recuperare il sonno perduto, rilassarsi nella verandina leggendo la Gazzetta Dello Sport, mangiare calippi e ghiaccioli guardando lo speciale calciomercato, i mondiali e qualche buon film su Sky, mettersi in tiro chitarristicamente parlando per i prossimi due concerti degli Equinox (14 luglio Milly Bar, Parco Ferrari Modena e 2 agosto Area24 Rock Station, Rio Saliceto,RE), dedicare un po’ di tempo a questo blog un po’ troppo trascurato e pregare il padre dei quattro venti (il Dark Lord insomma) affinché riempia le vele, nella speranza che le stelle tornino a riempire i sogni.

FILM: “Frantz” (di François Ozon – Francia/Germania 2016) – TTTT

Una storia tra le tante messa in piedi per raccontare la storia, in questo caso quella della Germania subito dopo la prima guerra mondiale. Il senso di lutto nazionale, la tristezza che alberga in quasi tutte le case, un giovane francese afflitto ed angosciato che arriva improvvisamente nel focolare di una di queste. Film (melo)drammartico ma al contempo leggiadro e poetico. Colpe, ricerca del perdono, amori che non sbocciano. Buon film davvero. Visto su Sky.

Da http://www.cineforum.it 

Nel 1919, in una cittadina della Germania, Anna si reca tutti i giorni alla tomba del suo fidanzato, caduto al fronte in Francia. Un giorno giunge un ragazzo francese, anche lui porta i fiori sulla stessa tomba, quella del suo amico tedesco, compagno nei momenti più tristi, che Pierre cerca di dimenticare. L’incontro scuote le vite dei due giovani, risollevando dubbi e paure, e costringe ciascuno a fare i conti con i propri sentimenti.

 

SERIE TV: Homeland (stagione 7 – 2018)

La nuova stagione di Homeland segna il passo, non nego che in queste ultime puntate si stia in parte riprendendo, ma l’inizio è stato piuttosto sconfortante.

SERIE TV: The Americans (stagione 6 – 2018)

Questa sarà la stagione finale, dai primi episodi mi pare che la qualità sia come sempre alta. Vedremo come si dipanerà e come finirà.

QUALCOSA E’ CAMBIATO – Apolitical Blues

Il mood del paese è decisamente cambiato: astio, risentimento, razzismo e odio fanno parte ormai della vibrazione quotidiana che accompagna la vita degli Italiani. Vent’anni di governi di un certo tipo sembrano aver spazzato via ogni idea di comunità, di senso del dovere, di uso dell’intelletto, di rispetto per le capacità e competenze altrui, di tenerezza, di amore per la cultura. Le ultime elezioni hanno portato al governo compagini xenofobe e sovraniste che stanno fagocitando movimenti che forse avevano visioni un tantino diverse. Un centro sinistra incapace, litigioso e illeggibile ha contribuito alla deriva. La perdita di umanità e di pietà, il nazionalismo come unico scudo contro le difficoltà dei tempi moderni, stanno riducendo lo stivale ad un immondezzaio.

Mi accorgo che anche qui in Emilia qualcosa è cambiato. Qualche sera fa ero a cena con i ragazzi, solito sinodo pre-estivo. Siamo in una delle trattorie a noi care, lì nelle campagne di Bath. Il sole che tramonta dietro i fienili, la pianura che si prepara per la notte, quel cielo e quei colori che potrebbero essere gli stessi di Macon, Georgia, ci mettono di buon umore. Mi basta uno sguardo con il Riff per capire che entrambi stiamo pensando a Laid Back di Gregg Allman.

Parliamo di musica, di calcio e di politica. Di fianco ho uno dei miei amici del cuore, uno che di solito è parco di parole e che sopporta il mio sproloquio blues ormai da un quarto di secolo. Apre bocca per informarci che “anche mia madre ha cambiato bandiera, ha sempre votato per i comunisti, stavolta ha votato lega”.

Sul momento mi soffermo sull’uso curioso di certe forme usate dal mio amico, quel “ha sempre votato per i comunisti” nasconde al contempo un modo di dire e di porsi tipico del passato (remoto), quando i “comunisti” era una realtà assai tangibile in questi territori, e finanche una certa distanza da quel mondo che il mio amico deve aver frequentato – almeno nelle urne – assai poco.

A forza di parlare alla pancia degli italiani, a forza di scardinare le piccole conquiste sociali, a forza di insultare chi ha capacità di pensiero e di intelletto, a forza di capitalismo sfrenato capace di farci annusare una possibile povertà che avvertiamo ormai non più così lontana, eccoci tutti ripiegati sul nostro pianerottolo.

Sempre più spesso fatico a riconoscere l’Emilia, la mia terra, quella che amo con tutto il cuore, ma che vivo come porzione d’Italia, d’Europa, del Mondo.

Cimitero di San Martin On The River, un paio di domeniche fa. Porto i fiori a Brian e a Mother Mary. Parcheggio, scendo, chiudo la macchina. Faccio per incamminarmi, ma torno sui miei passi. Sul sedile posteriore della (mildly) blues mobile ho due quotidiani in bella vista: La Repubblica e il Manifesto. Riapro la macchina, prendo i giornali e li rovescio in modo che non si legga la testata. Chiudo la macchina e vado a salutare i miei vecchi. Non vorrei mai che con i tempi che corrono qualche simpaticone mi giocasse qualche brutto scherzo.

Tornando a casa rifletto sul mio gesto. Se non mi sento politicamente al sicuro più nemmeno in Emilia, mi chiedo con che spirito potrò affrontare il futuro, già di per sé concetto piuttosto impegnativo. Non c’è dubbio, qualcosa è cambiato.

CAT TALES: alfa pussy

Strichetto è ormai un presenza più o meno fissa su questo blog. Si tratta, come ho raccontato più volte, della gattina di alcuni vicini che si è accasata da noi. Lo ha fatto per togliersi da umani che considerano gli animali solo come giochi per le figlie piccole, umani che andrebbero segnalati all’ENPA, cosa che farò dovessi scoprire in futuro comportamenti non consoni. La ho chiamata Strichetto perché la prima volta che si è infilata in casa mi è sembrata uno strichetto (tipica pasta emiliana) appunto. Gattina isterica e iperattiva visti i primi mesi passati in ambiente non certo ideale, ora sembra lentamente trovare un certo equilibrio. Non sta volentieri in braccio alle persone, da piccola è stata sballottata in continuazione, ma inizia a ribellarsi meno se lo facciamo noi, comincia ad essere selettiva con le persone e a capire definitivamente che siamo io e la pollastrella i suoi umani di riferimento.

Sta maturando dunque, ormai ha un anno e inizia a formulare istinti con più esperienza. Mi diverto molto ad osservare questi cambiamenti e a come interagisce con gli altri gatti della Domus Saurea e con noi umani. Di me ormai si fida, come di Palmiro e come lui anche lei adesso mi chiama Tyrrell. Stricchi è una gattina che ama stare in casa durante il giorno e a uscire la notte. Di sera si trasforma in un diavoletto beige della Tasmania. Sfreccia a velocità folle da una stanza all’altra, un missilino supersonico beige che ti sfiora i garretti, fino a quando non si ha altra scelta che farla uscire.

Durante il giorno sonnecchia e fa la gatta. E di taglia molto piccola, ed è molto femmina, una smorfiosetta, e quindi irresistibile. Quando si sveglia, o quando mi vede dopo un po’ di tempo di assenza, si sdraia e mi offre la sua pancia che gratto con piacere. Posso dire che ormai si fida di me a tal punto che ogni tanto mi si addormenta in braccio, casca dal sonno e si lascia andare certa di essere al sicuro tra le braccia del suo umano blues.

Sleepy Stricchi – autoscatto TT

Sleepy Stricchi – autoscatto TT

Sleepy Stricchi – autoscatto TT

Sleepy Stricchi – autoscatto TT

E’ stata una sorpresa scoprire che la piccola Stricchi, la gattina dolce e graziosa, è in realtà una femmina alfa che mette le altre gatte e gli altri gatti (Palmiro escluso) in riga. Noi abbiamo 4 gatte (lei inclusa), Palmiro e Artemio, un vecchio gatto randagio che si è accasato da noi alcuni anni fa. Tra le gatte, la più selvatica è la Spavve, gatta che dà poche confidenze e che ho sempre pensato fosse la amazzone felina della Domus Saurea. Niente da fare, Stricchi (che è la metà o addirittura un terzo di lei) la mette in riga con una sicurezza e una caparbietà invidiabili. E come fa con lei, fa con tutte. Insomma, si sente regina, e a chi non vuole intendere glielo fa capire senza tanti complimenti.

Little Queenie sul dondolo – foto TT

Mi ha sorpreso anche Palmiro, il gatto nero che vive con noi già da sei anni. Chi è interessato al primo capitolo della storia clicchi sul seguente link:

https://timtirelli.com/2012/06/28/il-gatto-palmiro/

Si, mi ha sorpreso e mi continua a sorprendere perché si è rivelato anche lui un gatto alfa. Lo ho ripetuto più volte, pensavo fosse un gatto bonaccione, paziente, docile, e infatti lo è ma credo lo sia perché particolarmente intelligente. Ha capito che io e la pollastrella siamo i suoi umani di riferimento, che lo adoriamo e che non gli faremmo mai nulla di male. Paziente riceve le nostre coccole e il nostro amore, tollera tutte queste effusioni con superiorità felina, in cuor suo sa che gli umani che amano i gatti non sanno resistere, e che danno baci e abbracci anche quando il gatto preferirebbe starsene per i fatti suoi. Dorme con noi, guarda le partite partite dell’Inter e le corse di Valentino con noi, ascolta i dischi con noi. Ha compreso che l’aria sonora che esce dalle casse dello stereo è piacevole per i suoi umani e che tanto a lui non danno fastidio, da felino vive su altre frequenze. Ha capito quando è il momento di rincasare e il modo di interagire con i mammiferi di specie diverse con cui vive.

Ma è anche sempre all’erta e pronto a far capire a chicchessia che il capo del branco, del gruppo, della colonia, della famiglia di gatti della Domus Saurea e territori limitrofi è indiscutibilmente lui, benché sia stato l’ultimo ad arrivare. Dapprima ha valutato la situazione, ha giocato a fare il gattino sperduto, si è guadagnato la fiducia di tutti e poi, una volta maturato, è diventato il fiero gattone nero che è, ha preso possesso del branco. Le femmine lo vivono come riferimento, il povero gatto Patuzzo (vedi https://timtirelli.com/2016/01/12/il-gatto-e-la-volpe-storia-di-vita-e-di-morte/  ) capì il suo status e gli diventò braccio destro, e Artemio gli ha mostrato riverenza sin da subito, in modo da farsi accettare nel gruppo, riverenza che però non concede mai agli altri gatti maschi del vicinato.

Palmiro controlla il territorio, non gli sfugge niente, quando un gatto maschio forestiero oltrepassa i suoi possedimenti, Palmiro non gli dà tregua. Lo punta, lo tiene in scacco con lo sguardo, rimangono immobili per mezzore intere e quando l’invasore tenta la fuga Palmiro lo rincorre con una foga e un impeto che mi colpiscono ogni volta.

Gli serve perlomeno un’ora per calmarsi, per togliersi di dosso il richiamo della foresta e ridiventare, nella parole della pollastrella, il nostro patato, quello che fa il contorsionista sulla tavola,

Palmir il contorsionista – foto TT

quello che si addormenta spaparanzato nella cesta dei panni lavati,

Palmir il contorsionista – foto TT

o sulle pedane del bagno.

Palmir giugno 2018 – fotoBOTTEGHE OSCURE

 

BOTTEGHE OSCURE:

Tanto tempo fa esisteva un quotidiano chiamato l’Unità che aveva un inserto satirico – Cuore- fenomenale. Una delle rubriche si chiamava Botteghe Oscure, ed era dedicata ai nomi improbabili di esercizi commerciali. Dato che ogni tanto mi ci imbatto la prendo in prestito.

 

Stone City: negozio di parrucchieri Edward Mani Di Forbice:

Stonecity hairdresser – foto TT

Stone City rosticceria Mizzica!! con due punti esclamativi

Stonecity pizza makers – foto TT

RACCORDO ANULARE BLUES

L’anulare sinistro per un chitarrista è un dito fondamentale. Ha iniziato a darmi problemi mesi fa ed oggi mi sono deciso a fare qualche terapia. Quisquilia personale che non interessa a nessun ovviamente, ma quello che mi colpisce e su cui dunque vorrei soffermarmi è come i pazienti occupano il tempo in cui sono chiusi nei loculi fisioterapici, loculi che sono spazi senza soffitto e delineati da divisorie non certo insonorizzate. C’è chi attacca pezze pesantissime al fisioterapista raccontando cose così futili da sembrare assurde, chi parla al telefono a voce alta e impartisce ordini al proprio sottoposto con malcelato godimento per far capire agli altri che è uno che conta, chi si addormenta e russa, chi fischietta, chi guarda video sul cellulino. Sarà anche solo una mia impressione, ma nessuno sembra più in grado di rimanere solo con se stesso per più di pochissimi minuti.

Fisioterapia blues – foto TT

PINK NIGHT IN BORGO MASSENZIO – Abba Show

Per la notte rosa a Borgo Massenzio si fanno le cose in grande, nonostante sia solo una frazione. La strada principale addobbata a dovere con lunga tavolata in cui i residenti cenano tutti insieme, stand, bancarelle e spettacolo degli Abba Show.

Essendo un amante degli Abba (il miglior easy listening di sempre) accorro a vedere il concerto. Sono ormai anni che seguo il gruppo. Quest’anno lo trovo meno entusiasmante, il chitarrista fondatore non c’è più, la cantante mora è cambiata e c’è un aria da gruppo unicamente orientato al business. E’ sempre piacevole ascoltare e vedere Debora, la bionda che fa Agneta, ma c’è qualcosa che non mi convince più.

Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT

Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT

Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT

Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT

Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT

Seguendo una moda ormai consolidata il gruppo suona senza amplificatori, cioè attraverso l’impianto (PA) e le spie. Indubbiamente è una bella comodità, io e la pollastrella sappiamo benissimo cosa significa rompersi la schiena portando in giro amplificatori e tutto il resto, ma a me sembra che il suono sia artificiale e finto. Certo, il pubblico non si accorge di nulla, ma i cagacazzi come noi sempre all’erta e (quasi) sempre insoddisfatti sono sensibili ai particolari. Probabilmente sono io che invecchio, ma dei suoni artificiali non ne posso più (preferisco un brutto suono che provenga da un ampli vero), dei “su le maniiii” gridati dai cantanti non ne posso più, del coinvolgere il pubblico ad ogni costo non ne posso più, di proposte professionali piatte e prevedibili non ne posso più. Non mi resta che ritirarmi su un eremo e perdermi a contemplare le nebbie.

 

Dopo il concerto torniamo verso casa a piedi. Prendiamo la stradina lunga e tortuosa e ci inoltriamo nella campagna in un buio assoluto. La pollastrella smanetta sul cellular, e cerca qualcosa da ascoltare su youtube. Fosse per me farei partire Robert Johnson, ma conoscendola già immagino la colonna sonora che ci accompagnerà in questo ultimo chilometro. Signore Oscuro i tuoi discepoli riverenti son sempre qua.

EDGAR WINTER GROUP & WHITE TRASH: “I’VE GOT NEWS FOR YOU, FEATURING THE E.W.GROUP & E.W.’S WHITE TRASH 1971 – 1977” (6cd box set – 2018 Cherry Red Records/Sony) – TTTTT

6 Giu

Il 9 aprile abbiamo parlato del cofanetto relativo ai suoi dischi solisti, adesso (con un po’ di ritardo) parliamo di quello riguardante gli album realizzati dai suoi gruppi, gli EW’s White Trash e l’EW Group. Almeno quattro di questi dischi sono magnifici, diamanti purissimi formatisi dal magma bollente fuoriuscito da pozioni magiche universali, a base di blues, gospel, jazz, funk e hard rock. Giù il cappello per la Cherry Red Records che – rischiando – si mette a rimasterizzare e a riproporre dischi non proprio notissimi al grande pubblico.

 

DISC ONE
EDGAR WINTER’S WHITE TRASH (1971) – TTTTT+
1. GIVE IT EVERYTHING YOU GOT
2. FLY AWAY
3. WHERE WOULD I BE
4. LET’S GET IT ON
5. I’VE GOT NEWS FOR YOU
6. SAVE THE PLANET
7. DYING TO LIVE
8. KEEP PLAYIN’ THAT ROCK ‘N’ ROLL
9. YOU WERE MY LIGHT
10. GOOD MORNING MUSIC BONUS TRACKS
11. KEEP PLAYIN’ THAT ROCK ‘N’ ROLL (SINGLE EDIT)
12. WHERE WOULD I BE (WITHOUT YOU) (SINGLE EDIT)
13. WHERE WOULD I BE (WITHOUT YOU) (MONO EDIT)
14. GIVE IT EVERYTHING YOU GOT (SINGLE EDIT)
15. GIVE IT EVERYTHING YOU GOT (MONO EDIT)

Questo fu il primo disco di Edgar che mi capitò in mano. Me ne innamorai immediatamente! Poco dopo aver fatto uscire il suo primo album (Entrance), Edgar forma una band coi fiocchi e si lancia all’inseguimento dei suoi sogni. Musica sublime interpretata con istinto maschio e virile, viene messa su nastro da musicisti superlativi guidati da Rick Derringer in veste di produttore. Spicca tra tutti (oltre a Edgar, voce, piano, organo, alto sax e celeste, una sorta di pianoforte che suona come un carillon ) l’ineguagliabile Jerry Lacroix (voce, armonica e sax tenore).

Give It Everything You Got (Winter/Lacroix) mette tutti sull’attenti. Trattasi di quel funk imputanito di cui ogni tanto parlo, sostenuto dalla miglior sezione fiati che io abbia mai sentito. Ascoltare Edgar e Jerry che duettano con la voce e con i sax mi manda sempre in orbita.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Fly Away (Winter/Lacroix) è una sorta di ballata/gospel giocata sul pianoforte. Una meraviglia. Canta Jerry Lacroix. Where I Would Be Without You (Winter-Lacroix), è un gospel/soul/rock sostenuto. Quando scrivo gospel, intendo l’approccio e l’arrangiamento non certo i temi. Questa è musica libertina, sfacciata, dissoluta. Altro momento buonissimo. Gran assolo di sax di Edgar e di nuovo performance vocali (Jerry e in sottofondo Edgar) straordinarie. Let’s Get It On (Winter / Lacroix) si trova sulle stesse coordinate ma la musica rimane eccitante. Nessuna ripetizione, nessun sbadiglio. Alla voce Jerry Lacroix. Ottimo assolo di chitarra di Floyd Radford. Grande sezione ritmica (Bobby Ramirez alla batteria, George Sheck al basso, Ray Beretta alle conga). Immenso Lacroix all’armonica.

I’ve Got News For You è un brano di Roy Alfred contenuto nell’album del 1961 di Ray Charles. Di base è un blues più meno standard ma è affrontato con la solita verve estrema. Fiati di nuovo eccezionali e un Jerry Lacroix fantastico (lo so mi ripeto, ma è impossibile fare altrimenti). Quello che combina alla fine (dopo il minuto 3:00) mi ribalta ogni volta. Uno dei miei cantanti preferiti di sempre. Johnny Winter alla chitarra (ma senza fare nulla di particolare)

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Save The Planet (Winter /Lacroix) è un bel gospel quasi tradizionale, Dying To Live (Winter) è una suggestiva ballata al piano sospinta da una sezione d’archi e Keep Playing That Rock And Roll (Winter ) è un roccaccio come non se ne sente spesso. Una meraviglia. Canta Edgar.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Chiudono You Were My Light e Good Morning Music, due discrete canzoni di Winter.

L’album arriva solo al numero 111 della classifica americana (ma è un miglioramento rispetto al 196esimo posto del primo disco ), ed è determinante per introdurre Edgar Winter al pubblico americano (l’album dal vivo che seguirà arriverà al 23esimo posto). Niente male la copertina, sei sciamannati ritratti al freddo per strada che promettono testosterone al calor bianco.

DISC TWO
ROADWORK (1972) – TTTTT
1. SAVE THE PLANET
2. JIVE, JIVE, JIVE
3. I CAN’T TURN YOU LOOSE
4. STILL ALIVE AND WELL
5. BACK IN THE U.S.A.
6. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO
7. TOBACCO ROAD
8. COOL FOOL
9. DO YOURSELF A FAVOR
10. TURN ON YOUR LOVELIGHT BONUS TRACKS
11. I CAN’T TURN YOU LOOSE (MONO EDIT)
12. I CAN’T TURN YOU LOOSE (SINGLE EDIT)
13. COOL FOOL (SINGLE EDIT)

Questo album dal vivo fu un ottimo successo, sfiorò la Top20 americana e rese il nome di Edgar Winter riconoscibile. I Blues Brothers devono molto a questo disco e a questo gruppo che è uno dei  mie miei preferiti per quanto concerne la musica americana. Disco registrato all’Apollo Theater di New York e al Whiskey A Go Go di Los Angeles a cui rende onore avendo tra i suoi solchi performance leggendarie e piene di pathos.

Il concerto si apre con Save The Planet. Al basso si nota immediatamente Randy Hobbs, proveniente dalla band di Johnny Winter. Segue la scatenata Jive Jive Jive  (il jive è un ballo ritmato a base jazz) di Jerry Lacroix  che si riconferma primattore.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

I Can’t Turn You Loose di Otis Redding è una favola. R&B/Funk imputanito e sconcio, sezione fiati meravigliosa, il basso di Randy Hobbs che pompa come chissà chi e Jerry Lacroix di nuovo incommensurabile.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Arriva poi il momento di Rick Derringer con Still Alive And Well, scritta appositamente per Johnny Winter (apparirà nell’album dallo stesso titolo del 1973) che in quel periodo era alle prese con ricoveri vari in centri di disintossicazione. Con il consueto approccio un po’ sopra le righe Derringer presenta poi Back In The USA di Chuck Berry. Le versioni di questi due pezzi sono assai convincenti, se però Rick le avesse lasciate cantare a Jerry o a Edgar forse sarebbero ancora più determinanti. Poco dopo ricompare sul palco (dopo il periodo di assenza di cui parlavamo poc’anzi) Johnny Winter. Rock And Roll Hoochie Koo (Rick Derringer) proviene dal disco JW And del 1970 ed è uno dei pezzi rock più famosi riconducibili al grande Johnny. Nel presentarla Edgar dice “Abbiamo una sorpresa per voi questa sera. La gente ogni volta che mi vede mi chiede ‘ehi dove’è tuo fratello’ …” e il pubblico esplode.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Per Tobacco Road Edgar si cimenta finalmente al canto. 17 minuti di blues totalizzante. Il basso di Hobbs sempre sul pezzo, il sax di Edgar sensazionale, il gruppo che si esprime su livelli altissimi. Circa al minuto 7:30 va in scena il momento call and response, il botta e risposta insomma, tra voce e chitarra e voce e tastiere. Nella prima parte Derringer si lascia andare al suo momento di solo chitarra, una sorta di sperimentazione su base più o meno blues a cui  – nella seconda parte – risponde Edgar con le sue tastiere. Quando torna il gruppo ci si lascia andare ad un profluvio di rock blues sfrenato.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

 

Cool Fool (E.Winter) apriva la side 4 del doppio LP con un gran R&B/funk, vibrazione che si propaga anche nel pezzo seguente scritto da Stevie Wonder, Do Yourself A Favour. Quando una band sostanzialmente bianca riusciva a lasciare a bocca aperta anche l’Apollo Theater! Turn On Your Lovelight – scritta da Joe Scott – fu portata al successo da Bobby Bland nel 1961 e rifatta da una sacco di artisti (tra cui i Blues Brothers). La versione degli White Trash è come prevedibile ottima, Jerry Lacroix di nuovo stratosferico. Dal minuto 6,15 in poi è così pieno di testosterone da spingere tutti a un ballo da strappamutande. Che artisti, che performer, che disco!

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Semplice e bella la copertina con riprodotti i quattro musicisti principali ripresi on stage.

DISC THREE
THEY ONLY COME OUT AT NIGHT (1972) – TTTTT
1. HANGIN’ AROUND
2. WHEN IT COMES
3. ALTA MIRA
4. FREE RIDE
5. UNDERCOVER MAN
6. ROUND & ROUND
7. ROCK ‘N’ ROLL BOOGIE WOOGIE BLUES
8. AUTUMN
9. WE ALL HAD A REAL GOOD TIME
10. FRANKENSTEIN

BONUS TRACKS
11. FRANKENSTEIN (EDIT)
12. FRANKENSTEIN (MONO EDIT)
13. ROUND & ROUND (SINGLE EDIT)
14. ROUND & ROUND (MONO EDIT)
15. FREE RIDE (SINGLE EDIT)
16. FREE RIDE (MONO EDIT)
17. CATCHING UP – B-SIDE
18. FRANKENSTEIN (SINGLE EDIT)
19. HANGIN’ AROUND (MONO EDIT)

L’album del successo per Edgar Winter, uno dei suoi più belli secondo forse solo all’album del 1971. Dan Hartman e Chuck Ruff insieme Ronnie Montrose alla chitarra con l’aiuto di Randy Jo Hobbs (bassista di Johnny Winter), Johnny Badanajeke e l’immancabile Rick Derringer (che anche in questo caso produce il disco). Naturalmente il tutto è guidato da Edgar Winter

Dan Hartman in veste di autore è molto presente: 4 li firma insieme ad Edgar e 2 sono completamente suoi. Il bel rock di Hangin’ Around apre l’album, seguito dalla rollingstoniana When It Comes e dalla spensierata Alta Mira. Free Ride di Hartman è uno dei due successi che portarono il disco in cima alle classifiche Usa. Irresistibile “cavalcata” lungo le piste delle terre elettriche.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Undercover Man altro rock deciso si stempera in Round And Round di Edgar Winter, un rock americano in senso stretto con mire country. Rock And Roll Boogie Woogie Blues scritto da Winter insieme a Montrose è pieno di impeti alla White Trash mescolati coi generi musicali citati nel testo, boogie in primis.

Autumn di Dan Hartman è una delle più belle canzoni tristi che io abbia mai sentito. Quando io, Jaypee e Riff ascoltiamo questo pezzo, dimentichiamo tutto, saliamo sulla navicella del blues e ci perdiamo in universi fatti di quel non so che ci attanaglia l’animo. Autumn è bellissima, malinconica, amara, color pastello…Hartman nel suo momento forse più ispirato.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Ci si risveglia con We All Had A Real Good Time un altro roccaccio che ricorda il periodo White Trash.

Chiude l’album un mistero: Frankenstein, ovvero lo strano caso di un pezzo strumentale – con all’interno assolo di batteria…o meglio un botta e risposta ritmico tra Chuck Ruff ed Edgar alle percussioni –  inizialmente pensato e uscito come b-side e trasformato dai dj delle radio fm americane dell’epoca in un hit di grandissimo successo. Riffone hard rock, arditi interventi di tastiera sporchi e maleducati, sax, tamburi e sonorità aliene. Un riuscito delirio di onnipotenza rock.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

L’album arrivò nella Top 3 americana, i due singoli Frankestein e Free Ride rispettivamente al 1° e al 14esimo posto. Un trionfo.Copertina un po’ pretenziosa, ma dopotutto. erano gli anni del glam.

DISC FOUR
SHOCK TREATMENT (1974) – TTTTT
1. SOME KINDA ANIMAL
2. EASY STREET
3. SUNDOWN
4. MIRACLE OF LOVE
5. DO LIKE ME
6. ROCK & ROLL WOMAN
7. SOMEONE TAKE MY HEART AWAY
8. QUEEN OF MY DREAMS
9. MAYBE SOME DAY YOU’LL CALL MY NAME
10. RIVER’S RISIN’
11. ANIMAL

BONUS TRACKS
12. RIVER’S RISIN’ (MONO EDIT)
13. RIVER’S RISIN’ (SINGLE EDIT)
14. SOMEONE TAKE MY HEART AWAY (MONO EDIT)
15. SOMEONE TAKE MY HEART AWAY (SINGLE EDIT)
16. EASY STREET (MONO EDIT)
17. EASY STREET (SINGLE EDIT)

Rispetto al precedente c’è il ritorno di Rick Derringer alla chitarra (sostituisce Ronnie Montrose messosi in prorprio), anche qui in veste anche di produttore. Shock Treatmenti può considerare l’album di Dan Hartman, il golden boy infatti firma otto pezzi (uno a metà con Winter). Some Kinda Animal è uno sfrenato rock and roll a tinte hard e glam che ha il compito di aprire l’album in maniera decisa e di fare da apripista a Easy Street, un pezzo davvero bello. Negli anni ottanta fu riproposto con molta fortuna da David Lee Roth, questa è la versione originale. Stupenda.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Sundown è il terzo brano di fila a firma Dan Hartman, a metà tra tempo medio e ballata, anche questo assai riuscito. Miracle Of Love è un filo meno incisivo ma rimane un buon pezzo perso tra ritmi sospesi e leggeri. Do You Like Me di Edgar Winter è proprio un brano anni settanta, ricorda un po’ le colonne sonore di Starsky e Hutch; incalzante funk di buona fattura che si trasforma in un boogie scatenato.

Rock And Roll Animal è un rock un po’ scontato comunque gradevole e molto, molto anni settanta, seguito da Someone Take My Heart Away, un lentaccio alla Edgar Winter. Queen Of My Dreams sa di Led Zeppelin e lascia un po’ interdetti: Black Dog e i luoghi comuni più consunti del gruppo di Page. Lo si poteva evitare.

Maybe Some Day You’ll Call My Name non colpisce più di tanto, mentre River’s Rising, sempre di Dan Hartman, è una veloce corsa a tempo di rock and roll molto divertente.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Chiude il disco Animal di Winter, un rock funk un po’ pasticciato che non lascia traccia.

Rock americano anni settanta, magari un po’ glam, a mio modo di vedere irresistibile. Certo, sono un fan in senso stretto dei fratelli Winter, forse pecco di obiettività, ma sono sicuro che chi legge questo blog, in un modo o nell’altro saprà apprezzare questo bel disco.

Shock Treatment arriva al 13esimo posto della classifica USA. Copertina niente male.

DISC FIVE
THE EW GROUP WITH RICK DERRINGER (1975) – TTT½
1. COOL DANCE
2. PEOPLE MUSIC
3. GOOD SHOT
4. NOTHIN’ GOOD COMES EASY
5. INFINITE PEACE IN RHYTHM
6. PARADISE / SIDES
7. DIAMOND EYES
8. MODERN LOVE
9. LET’S DO IT TOGETHER AGAIN
10. CAN’T TELL ONE FROM THE OTHER
11. J.A.P. (JUST ANOTHER PUNK)
12. CHAINSAW

BONUS TRACKS
13. DIAMOND EYES (SINGLE EDIT)
14. DIAMOND EYES (MONO EDIT)
15. PEOPLE MUSIC (MONO EDIT)

Nel 1975 Edgar Winter esagera e fa uscire due dischi: Jasmine Nightdreams (album solista) e EW Group With Rick Derringer. Soprattutto quest’ultimo ne risente, non è male, ma mancano i pezzi e infatti arriva solamente al 129esimo posto della classifica americana. O almeno, i pezzi forse ci sono, ma non vanno al di là del 6,5/7.

Cool Dance è di Hartman (songwriter extraordinaire come abbiamo visto), è un buon episdoio (magari più da White Trash che da EW GRoup), ma da lui forse ci si aspetterebbe di più. People Music (Winter) roccheggia e rimane su livelli discreti ma non decolla del tutto. Good Shot (Winter) pare un brano più adatto agli White Trash. Nothin’ Good Come Easy (Derringer) è un tempio medio chitarristico, molto gradevole in certe parti. Infinite Peace In Rhythm (Winter) sembra una outtake di They Only Come Out At Night. Carina e di nuovo guidata dalla chitarra, ma niente di strabiliante. Paradises/Sides (Hartman) è sognante e a tratti cosmica, Diamond Eyes (Winter) si stempera nell’easy listening, Modern Love di Derringersi si rifà un po’ sotto col rock, ma di quello funky e ballabile. Let’s Do It Together Again (Winter/Hartman) funkeggia in modalità standard, Can’t Tell One From Another (Hartman) è un country con tanto di dobro e chitarre acustiche. JAP (Derringer) è un rock semplice e adolescenziale. Chainsaw è uno strumentale di Winter che sì rifà alla formula di Frankstein, senza raggiungerne l’efficacia.

DISC SIX
RECYCLED (1977) – TTT¾
1. PUTTIN’ IT BACK
2. LEFTOVER LOVE
3. SHAKE IT OFF
4. STICKIN’ IT OUT
5. NEW WAVE
6. OPEN UP
7. PARALLEL LOVE
8. THE IN AND OUT OF LOVE BLUES
9. COMPETITION BONUS TRACKS
10. STICKIN’ IT OUT (MONO EDIT)
11. STICKIN’ IT OUT (SINGLE EDIT)

Finita la avventura con gli EW’s White Trash, Jerry Lacroix entra nei Blood, Sweet & Tears con cui pubblica Mirror Image (1974) e successivamente nei Rare Earth con cui registra due album nel periodo 1974-1976. Arriva poi il momento di ritrovare i vecchi amici e di riprovare l’avventura White Trash. Nel 1977 il riformato gruppo pubblica Recycled, ma i tempi sono ahinoi cambiati e l’album non entra nemmeno nella Top 200 americana. L’album volge al funky e ad un approccio più commerciale rispetto al passato, Putting It Back (Winter) tuttavia riprende la strada interrotta nel 1972. Un tempo medio ostinato trascinato con la giusta cattiveria e cantato alla vecchia maniera da Edgar e Jerry. Leftover Love (Winter) si avvicina pericolosamente alla disco anni settanta. Shake It Off è scritta da Jon Smith  (sax tenore) è (in pratica) uno strumentale niente male, anche Stickin’ It Out (Winter) si lascia ascoltare ma manca la particolarità. New Wave torna sui sentieri del gospel, Lacroix alla voce e il solito bel groove, e pure Open Up scorre sui binari posati un lustro prima. Ascoltare Jerry Lacroix alla voce è sempre una bella sensazione, lo stesso dicasi ovviamente per Edgar. Parallel Love (Winter/Lacroix) scivola tra le atmosfere notturne del facile ascolto sempre a base nera. The In And Out Of Love Blues (Winter/Lacroix) è invece un bel blues con gran lavoro di piano, fiati e armonica. Alla voce Jerry Lacroix e dunque un’altra gran performance. L’album finisce con Competition (Winter), un trascinante funky funk (se mi permette il pasticcio).

Copertina onesta, ma forse ad alcuni mancava il physique du rôle affinché questa risultasse efficace. Album prodotto da Edgar Winter e Dan Hartman, forse con un produttore esterno si sarebbe potuto alzare un po’ il livello del songwriting. Per finire, è un disco niente male, ma temo sia roba per fan come me e non per fan occasionali. Se non altro però è suonato molto bene.

Concludendo, è dunque un cofanetto da acquistare visto il prezzo e la qualità dei primi quattro album. Potrebbe essere per alcuni l’occasione giusta per accostarsi ad un artista e ai suoi gruppi che per un quinquennio salirono sino alla stratosfera.

L’altro cofanetto sul blog:

EDGAR WINTER: “TELL ME IN A WHISPER – THE SOLO ALBUMS 1970 – 1981″( 4cd box set- 2018 Cherry Red Records/Sony) – TTT¾

Greg Renoff “VAN HALEN RISING” (2015 ECW Press) – TTTTT

24 Mag

Nella IV di copertina tra i vari teaser ve ne è uno che recita “I had a blast reading VH Rising. If you are a VH fan, a real VH fan, this book is a must for you”. Non sono d’accordo, uno “sballo” può averlo qualunque appassionato di rock, perché il libro è un resoconto sincero ed accurato dell’affermazione di un gruppo di rock and roll proveniente da un comune della contea di Los Angeles, il prototipo di storia che tutti noi amiamo leggere, uno spaccato preciso su quel sottobosco rock di cui tutti abbiamo fatto parte.

Il libro si dipana intorno alla costruzione e alla definizione del gruppo dei due fratelli Van Halen, gli anni presi in esame sono quelli che vanno dal 1969 al 1978 e raccontano la trasformazione del trio chiamato Genesis, e successivamente Mammoth, nel sensazionale quartetto finale ribattezzato (da David Lee Roth) Van Halen. Le storie che si raccontano in queste pagine sono divertenti e imperdibili e sono relative alla lunga gavetta che il gruppo fece prima di approdare al tanto agognato contratto con la Warner Brother, gavetta fatta di centinaia di concertini fatti nei cortili dietro casa di Pasadena.

David Lee Roth fece una fatica cane a farsi accettare dal gruppo, le sue qualità vocali non eccelse gli fecero fallire un paio di audizioni con i due fratelli olandesi, tuttavia la testardaggine, la fiducia in se stesso e la visione che si portava dentro gli assicurarono la posizione a cui ambiva. E’ davvero stupefacente notare la maturità e la visione che da giovanissimo metteva in campo, doti poi che permisero ad un gruppo dedito all’hard rock duro e puro basato sulle qualità tecniche straordinarie del chitarrista (e del batterista) di aprirsi ad altre colorazioni sino a diventare una irresistibile band di big rock americano.

DLR portò l’elemento funk, blues e melodico all’interno del gruppo, caratterizzò splendidi diamanti grezzi forgiati nell’hard rock con suggestioni doo-woop e da musical, fece in modo che il quartetto si cimentasse anche in brani di James Brown e Edgar Winter e che le sonorità californiane più dolci si mescolassero con la trazione a tutto rock di Eddie e Alex.

Riuscire a ritagliarsi uno spazio e un personalità in un gruppo che comprende un genio della chitarra così totalizzante non è roba da tutti. A me poi DLR piace molto anche come cantante. Non avrà la estensione perfetta per affrontare il genere che ha poi affrontato, ma il suo timbro pastoso e avvolgente a me dice tantissimo.

Io sono cresciuto con i VH, li ho visto debuttare discograficamente e li ho sempre seguiti con amore e attenzione. Non sono particolarmente legato allo stile di chitarra che prevede tapping e hammer-on, tuttavia Edward mi piace un sacco come chitarrista e come musicista. Il two handed tapping è uno stile che già esisteva (tra l’altro l’italiano Vittorio Camardese lo eseguiva già nel 1965 come da famoso spezzone della RAI), Van Halen lo captò da Harvey Mandel e dalla coppia Rick Derringer/Danny Johnson, ma fu quello in grado di definirlo in modo assoluto e  con risultati strabilianti, per di più solo all’ultimo periodo, giusto poco prima di entrare in studio a registrare il disco di debutto.

Spassose le pagine dedicate a Gene Simmons, uno di quelli che provò a far decollare il gruppo ma che probabilmente aveva anche un secondo fine in testa. Gustoso l’aneddoto in cui si racconta di una sera in cui i Kiss erano in concerto a Los Angeles. GS chiese ai VH (ancora senza contratto e famosi solo nella suburbia losangelina) se volevano biglietti omaggio per lo spettacolo. Una volta davanti al botteghino DLR si accorse che Simmons aveva lasciato gli accrediti solo per gli altri tre. DLR rese pan per focaccia al demone dei Kiss alcuni anni più tardi: con i VH previsti al Los Angeles Forum invitò Simmons allo show, ma quando questi si recò al botteghino a ritirare l’accredito naturalmente non lo trovò.

Insomma è un gran libro che consiglio a chiunque ami la musica (hard) rock. E’ scritto in inglese.

 

 

Printemps blues

20 Mag

Tempo di primavera, tempo di blues nuovi e splendenti. Dal cambio di stagione non sono immuni gli umani, il “mal di primavera” è sempre dietro l’angolo. Qualche difficoltà ad adattarsi al prolungamento delle ore di luce, il ritmo circadiano che regola il ciclo veglia-sonno che subisce interferenze, le difficoltà nel gestire i primi caldi e quelle a regolare l’umore e a tenere a freno le vertigini. Dall’altra parte, cosa c’è di meglio del risveglio della natura, del sole che splende alto nel cielo terso, dei sensi che tornano a farsi sentire?

I SETTE FRATELLI CERVI BLUES

Per pasqua scelgo di andare a pranzo in un ristorante insieme alla Pollastrella’s kin. La pasqua ebraica e cristiana non ha alcun significato per me, io festeggio eventualmente Ishtar (che guarda caso foneticamente si accompagna a Easter, pasqua in inglese) dea sumera/babilonese della fertilità e del sesso. Dopo aver ricevuto decine di messaggi con coniglietti e uova colorate (ma la gente che mi manda queste cose ha la minima idea di chi io sia?) a cui rispondevo spiritualmente con una imprecazione, Ishtar è quella che ci vuole per togliermi di dosso tutta quella pasqueria.

Siamo nelle campagne tra Regium Lepidi e Parmae, così decidiamo di fare una visita al Museo Cervi. Ogni volta che penso alla storia di quella famiglia rabbrividisco e maledico quei due decenni di storia d’Italia. Con Saura, attraversiamo in punta di piedi le stanze che furono di quella famiglia. Rendiamo onore in silenzio alla loro memoria. Questo luogo ci tocca nel profondo. Il sangue ribolle, la rabbia sale, la sete di giustizia sovrasta le nostre ombre. Penso al dolore dei genitori, delle mogli, dei figli. Usciamo, il sole splende, il cielo è blu, Casa Cervi sembra riposare in questo pigro giorno di festa. Prima di salire in macchina, la riguardo un attimo, e come se fosse casa mia.

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TTvv

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

BRONCHITIS BLUES

Passo una settimana di aprile a casa con la bronchite. Non ho febbre ma la faccenda non è da trascurare. Il medico mi prescrive antibiotici e  antinfiammatori. Passo sette giorni in casa senza aver voglia di fare nulla. Saura è preoccupata, dice che non sono mai stato a casa più di due giorni e perciò le sembra una faccenda seria. Sento dire in giro che molta altra gente si trascina bronchiti del genere da settimane. Rifletto sulla cosa. Sono gli anni che avanzano? Queste infiammazioni si fanno sempre più lunghe perché siamo più insensibili alle medicine? E’ il logorio della vita moderna che ci rende più vulnerabili? Cerco un Cynar nel mobile dei liquori. Non lo trovo. E’ mattina, devo ancora fare colazione. Mi verso un Bellini e mi mangio un buondì. Povero me.

Bronchite blues – foto TT

Su Sky Classic danno Moby Dick. me lo riguardo.

Moby Dick il film – foto TT

E’ ora di pranzo. Sono slanato come chissà chi (sono apatico insomma), non ho proprio voglia di fare e di prepararmi nulla. Riesco a convincermi a mettere bollire qualche uovo; mezz’ora dopo guardo il piatto ed esclamo: “il pranzo dell’uomo di blues con la bronchite”.

Bronchite blues – foto TT

Nel fine settimana scendo in cortile per non impazzire, sono intabarrato come un nessi, mando la foto a Jaypee che mi chiede come sto. Al mio amico sembra che io indossi un burka. Rido e penso: Jimmy Page Akbar.

Bronchitis Man – foto Saura T

Osservo Palmiro

Palmiro -aprile 2018 – foto TT

e la pollastrella che sistema il pratino.

Lawnmower Saura – aprile 2018 – foto TT

Lawnmower Saura – aprile 2018 – foto TT

Quando torno al lavoro sembra inizio estate, ma per precauzione tengo ancora la sciarpa. La gente mi guarda con curiosità. In pausa vado all’autolavaggio a far lavare la Sigismonda. Mentre attendo mi cade l’occhio su uno sgabuzzino molto blues. Questi luoghi fuori dal tempo mi attirano sempre. Mi chiedo per l’ennesima volta perché l’obliquo e il blues siano così connessi con me.

Autolavaggio di Stonecity – foto TT

JIMMY PAGE: IL GIUSTIZIERE DELLE NOTE

In preda ad uno dei miei soliti impulsi improvvisi mi metto alla ricerca del DVD de Il Giustiziere Della Notte 2. Mi accorgo che in italiano è introvabile, finisco così per ordinare in Italia il n.1 (che è del 1974) e il blu-ray del n.2 e n.3 in Inghilterra (film in inglese con sottotitoli in inglese). Sono film di Michal Winner non certo indimenticabili, ma sappiamo tutti perché dobbiamo averli.

Alla fin fine Death Wish 1 si lascia vedere, guardare film ambientati nell’america degli anni settanta è sempre suggestivo, anche Saura se lo gusta senza troppi problemi. Il weekend successivo ci buttiamo sul numero 2. Popcorn, lemonsoda, home theater 5+1 …il Nuovo Cinema Terenziani stasera riapre i battenti. Guardai per la prima volta questo film quando arrivò in Italia, nel 1982. Ero a Torino a militare, e leggere nei primi fotogrammi del film il nome del mio musicista preferito fu una bella soddisfazione. Riguardarlo ora fa quasi tenerezza, ma la musica ci tiene incollati. Ogni volta che Saura riconosce un riff o un passaggio musicale, mi guarda, alza gli indici al cielo e ride. Nei momenti musicalmente più tenebrosi (quelli ad esempio creati con l’archetto di violino usato sulla chitarra) una strana luce le si accende negli occhi: Saura ha una predisposizione per le parti demoniache create da Page che mi sorprende sempre.

Death Wish 2 & 3 – foto TT

Termina il film. Sui titoli di coda parte il pezzo The Release. Dopo una breve introduzione parte un riff rock. Saura rimane come incantata. Alla fine esclama: “che pezzo”!

Nelle settimane successive non ascolterà altro. Io rimango basito. Intendiamoci, la colonna sonora Death Wish 2 è il mio disco degli anni ottanta preferito, ma che Saura perdesse la testa per The Release non me lo sarei aspettato. Fantastica di proporlo come pezzo di inizio concerto degli Equinox. Si mette al piano e cerca un arrangiamento per replicare gli accordi della chitarra ritmica mentre con la pedaliera cerca le linee di basso. Io mi chiedo come farò a dire a Lele e a Pol l’intenzione di Saura.

Death Wish 2 & 3 – foto TT

Qualche sera dopo ci accostiamo al n.3, praticamente inguardabile. Lo avevo già visto decenni fa ma per fortuna non ricordavo proprio nulla. Come colonna sonora fu usata ancora quella che Page scrisse per il N.2, con in aggiunta alcuni arrangiamenti più moderni di alcuni suoi temi suonati da altra gente. Roba da dimenticare.

L’influsso della colonna sonora del secondo episodio tuttavia rimane. Domenica scorsa, ad esempio, nel tardo pomeriggio ero in bagno a farmi la doccia, ci preparavamo ad uscire. Sento Saura andare verso lo stereo e mettere su il cd di Death Wish 2. Sorrido tra me e me. Poco dopo esco dalla doccia, mi infilo l’accappatoio e mi faccio la barba. La colonna sonora in questione alterna momenti decisamente rock a suggestioni – come detto – demoniache. Ogni qual volta una di queste parti misteriose e cupe irrompe dallo stereo, Saura fa capolino dalla porta del bagno con sguardo mefistofelico. Rido quasi fino a pisciarmi addosso.

Quando il rock riprende il sopravvento prende la rincorsa e scivolando passa per lo specchio della porta suonando l’air guitar e imitando le mosse di Page. Rido di nuovo e soppeso questa donna rock, questa forza della natura, questa indefessa fan dei LZ e di Page. Sì, perché va bene Rick Wakeman, Jon Anderson, gli Yes e gli Who, ma è indubbio che abbia una fortissima predisposizione per la musica dei LZ e di Page in particolare.

Poco dopo siamo pronti per uscire, inutile dire quale maglietta si sia messa …

 

Saura JPP t-shirt – foto TT

LYING IN THE SUNSHINE – VERANDINA BLUES

E’ tempo di tirar fuori la verandina. In primavera ce la si può godere in pace, visto che non ci sono ancora zanzare.

La Verandina della Domus Saurea – foto TT

La domenica mattina poi è perfetta per seguire il consiglio dei Free e sdraiarsi un po’ al sole, procedura necessaria per far evaporare qualche blues.

Lying In The Sunshine – Tim & la Verandina della Domus Saurea – foto TT

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

SULLE TRACCE DI BRIAN: Via Ca’ Del Diavolo Blues

Più passa il tempo e più ho l’impulso di andare alla ricerca delle mie radici. Il problema è che quando pigramente giro per le campagne della Regium Lepidi county sulle tracce di Brian, mio padre, mi sembra di fare ricerche sul blues nero del sud degli Stati Uniti; evidentemente sovrappongo la storia del mio padre biologico a quella dei miei padri putativi.

PADRE BIOLOGICO- Il giovane Brian (1958 circa)

 

PADRI PUTATIVI – Robert Johnson early 1930s

PADRI PUTATIVI – Muddy Waters 1963

Conosco i posti dove Brian è nato e vissuto, ma mi manca giusto di visitare una località in cui sono stato solo una volta a 8 mesi. E’ una calda e soleggiata domenica di aprile, esco a pranzo con mio cugino Basàn, figlio della sorella di Brian. Io lo chiamo col soprannome che aveva la famiglia di suo padre, lui contraccambia chiamandomi per cognome nella variante dialettale di queste terre, Tiràl, appunto, con la a che non è proprio una a e che ancora contiene qualche suggestione della e. Siamo alla Badessa, uno dei miei ristoranti preferiti, ottimo cibo e architettura. Il ristorante è all’interno di quello che un tempo fu il casello (il caseificio insomma) di Villa Spalletti; il fatto è che questo edificio ha riflessi gotici, e mi ricorda tanto la Boleskine (e la Tower) House, insomma come sempre vivo dentro ad un mondo tutto mio.

La Badessa

Boleskine House

Boleskine House

Tower House

Usciamo in uno di qui pomeriggi luminosi tipici di questa parte d’Emilia e Basàn decide di farmi vedere la casa di via Ca’ Del Diavolo dove per alcuni anni visse Brian insieme alla sua famiglia. Il nome della via è suggestivo.

Via Ca’ del Diavolo – foto TT

Sembra che in un tempo remoto in una delle case di questa stretta viuzza succedessero cose innominabili. Oggi la casa è abitata e non presenta nulla di anomalo ma si dice che tra quelle mura siano successe brutte cose.

La Casa Del Diavolo – foto TT

Proseguiamo fino a che non scorgo in lontananza la casa di Brian.

Una delle case dove è vissuto Brian – foto TT

Nulla di particolare s’intende, giusto una tipica casa emiliana da contadini, eppure per me – da sempre votato alla nostalgia, alla malinconia del ricordo, alla leggenda ordinaria della mia famiglia – così importante. Posseggo una foto che mi ritrae insieme a mia madre nelle vigne che allora circondavano la casa, mi illudo di ritrovare quella suggestione ma invano, a 8 mesi non potevo certo memorizzare nulla.

Una delle case dove è vissuto Brian – foto TT

Tim & Mother Mary – Arceto (RE) primi anni sessanta

mi soffermo ancora un momento e poi proseguo.

Una delle case dove è vissuto Brian – foto TT

Mentre ritorno verso la Domus Saurea, nella mia mente le baracche di Robert Johnson e di Muddy Waters si sovrappongono alla casa di Brian che ho appena visto.

Robert Johnson’s Birth House in Hazlehurst, MS

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Muddy Waters Cabin – photo Karl R. Josker

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

La settimana successiva mi reco al cimitero di San Martin On The River per portare un mazzo di fiori a Brian e a Mother Mary. E’ di nuovo un’ assolata domenica primaverile. I paesi di provincia e la campagna risplendono nel loro inconfondibile idlewild mood. Mentre torno decido di dare finalmente un’occhiata ad una località del territorio di Corrigium chiamata Casino Tirelli. Cerco sul cellulino le coordinate e mentre lo faccio leggo le brevi righe dedicate a questo posto:

CASINO TIRELLI (Frazione di Corriguim)”il toponimo identifica un complesso rurale a corte di rilevante interesse. Comprende la villa Zini ora in degrado, costituita da un volume a pianta quadrangolare articolato su due livelli distinti da cordoli lineari marcapiano, conclusi da una copertura a quattro falde. Le luci sono regolari e simmetricamente distribuite con ingresso archivoltato. Nell’interno si segnala la massiccia torre coronata da una cella con banderuola metallica in vertice e quadrante dell’orologio. Al corpo principale dell’edificio sono collegati i rustici porticati che chiudono lo spazio alla corte interna. In angolo con la via Lemizzone si osserva una maestà ottocentesca a pilastrino con frontispizio triangolare superiore; la nicchia in volto conserva una immagine votiva della Beata Vergine.”

Mi sono spesso chiesto da dove derivi il nome della località, sebbene sia facile arrivarci con semplici ragionamenti.

Secondo Wikipedia un “casino” è in architettura piccolo edificio o palazzina a uso ricreativo (es. casino di caccia) un tempo presente nei giardini e parchi della grandi proprietà nobiliari.

Il cognome Tirelli è tipico di queste zone, quindi…

Mi fermo, scendo dalla blues mobile e scatto qualche foto a Villa Zini, l’unico edifico di questo posto che pare degno di nota.

Villa Zini – Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli

Villa Zini – Località Casino Tirelli Corrigium) – foto di Tim Tirelli

Villa Zini – Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli

Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli

Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli

Sono a metà tra San Martin On the River (paese di mia madre) e Lemizzone (frazione di Corrigium dove nacque mio nonno paterno). Prendo direzioni a me sconosciute…la campagna, le stradine, ponti male in arnese … mi sembra di essere tra l’Arkansas e il Mississippi.

Sbuco in via Lenin (già proprio così, dopotutto siamo in quella che fu la parte più rossa dell’Emilia e dunque d’Italia), ma non capisco a quale altezza

Via Lenin – Regium Lepidi – foto di Tim Tirelli

fino a che non vedo lo skyline di Borgo Massenzio con il famigliare acquedotto e so di essere sulla giusta blue highway.

Borgo Massenzio Skyline – foto TT

Ca’ del Diavolo, Casino Tirelli, Lemizzone … ci fosse ancora Brian e gli snocciolassi questi nomi si ringalluzzirebbe in un battibaleno, nomi che sarebbero chiavi d’accesso che nemmeno l’alzheimer potrebbe fermare. Il vecchio Brian, ah, quanto mi manca.

Brian e Tim

SAURA LA MARANGONA (Falegnameria Ganassi Blues)

Abbiamo già affrontato qui sul blog una delle tante qualità di Saura ovvero la manualità, l’abilità nell’uso delle mani. Suo nonno materno, Inìgo Ganassi, era un falegname stupefacente, Saura cerca di non essere da meno. Con la primavera sale la voglia di sistemare il giardino e l’orto, così lei un giorno mi fa: “senti Tyrrell, ma se gli steccatini li costruissi io?”. Non mi piace “smontare” le persone, ma finisco per dirle “sei sicura? Non è un lavoraccio? Sei certa che non costi meno comprarli già fatti?”.

Saura se ne va un po’ abbacchiata, ma so già che – come sempre – farà di testa sua. Una sera infatti torno a casa e la vedo nel garage intenta a costruire il primo; mentre tornava dal lavoro si è fermata all’OBI, ha comprato il necessario ed ora eccola lì che “zega” (come diciamo qui in Emilia) e pianta chiodi. Salgo in casa, dopo poco corre a farmi vedere il risultato dei suoi sforzi.

Falegnameria Ganassi – aprile 2018 – foto TT

Domenica. Di solito siamo in piedi presto, ma stavolta dopo essermi svegliato alle 6 riesco riprendere sonno e a dormire un’altro po’. Alle 8,30 mi tiro su. La cerco ma in casa non c’è. In soffitta nemmeno. La chiamo ma dal cortile nessuna risposta. Scendo, mi dirigo dietro casa, la trovo davanti al vecchio bancone che fu di suo nonno tutta intenta a lavorare.

La sua breve descrizione sui social dovrebbe essere: testa quadra (reggiana, insomma), motociclista, bassista, tastierista, mandolinista ed ora anche marangona (falegname/carpentiere in dialetto emiliano).

Falegnameria Ganassi – aprile 2018 – foto TT

JULIA N. 235

Sul numero di aprile 2018 del fumetto Julia, ci sono un paio di pagine dedicate alla presunta maledizione che il Dark Lord avrebbe lanciato nei confronti del gruppo Eddie & The Hot Rods a causa di un uso irriverente di una foto di Aleister Crowley per una loro copertina.

Julia numero 235 – aprile 2018

Julia numero 235 – aprile 2018

Julia numero 235 – aprile 2018

Mi torna alla mente quanto fossero pompati gli Eddie & The Hot Rods allora. La stampa inglese li spacciava come la nuova sensazione, sembrava sempre che dovessero diventare the next big thing.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

NEL BLU DIPINTO DI BLUES & I FIORI DI LILLA’

In queste domeniche piene di sole mi godo il cielo terso e mi perdo dinnanzi ai fiori di lillà.

Nel blu dipinto di blues – Domus Saurea aprile 2018 – foto TT

Ho una dolce ossessione per questi fiori, uno dei primi ricordi che ho è un giro con mia madre in una domenica pomeriggio tra i prati delle case vecchie che avevamo dietro la palazzina in cui abitavamo. Nel tornare ci fermammo vicino a due pilastri ai lati dell’imbocco di una via a rimirare ed annusare piante di glicine e fiori lillà.

Le cancellate in questione in basso a sx – Nonantola anni 30 courtesy of Massimo Baldini FB goup “Nonantola nei ricordi”

Fu come un imprinting. Da allora ogni volta che ne scorgo una pianta, la annuso e per un lungo instante torno a quei giorni felici.

Domus Saurea: i fiori di Lillà – foto TT

Il nuovo LINUS.

Col numero di maggio, la storica  “rivista di fumetti e altro” cambia contenuti e grafica. Quest’ultimo aspetto mi piace parecchio, la confezione in brossura poi è stupenda, il resto però mi lascia perplesso. E’ cambiato il direttore, sono cambiati i collaboratori, persino i fumetti (peanuts a parte) non sono più quelli. Di solito questo tipo di cambiamenti mi esalta, ma stavolta rimango stordito e confuso. Senza gli articoli di Marina Viola e di Marco Milani e senza le strisce di Perle Ai Porci e Dilbert per me Linus non ha più tanto senso. Non mi ci trovo proprio più. E’ come se, fedele lettore di una rivista specializzata in classic rock e blues mi trovassi davanti all’improvviso la stessa dedicata al rock alternativo, al genere indie e al (t)rap. Cambiamento legittimo per carità, probabilmente sono io che non riesco a  tare al passo coi tempi ma devo constatare che è diventata una rivista di fumetti di livello alto, qualsiasi cosa questo significhi, una rivista che non deve più piacere per forza ad un pubblico più vasto e forse meno specializzato. Auguro al mensile buona fortuna, ma se le cose dovessero rimanere così, la nostra relazione terminerà alla scadenza del mio abbonamento.

SUL PIATTO DELLA DOMUS SAUREA

Il 27 aprile ho messo sul giradischi il cofanetto bootleg di Destroyer, i Led Zeppelin al Richfield Coliseum di Cleveland il 27 aprile del 1977. Ho ricordi nitidi di me che ascolto le cassette di questo bootleg più o meno 40 anni fa, guardando fuori dalla finestra e seppur così giovane in età,  inizio ad elaborare il fatto che dopo il 1973 i LZ non erano più esattamente quelli dell’immaginario collettivo. Era uno dei primissimi bootleg soundboard ad apparire sul mercato (nero) e i soundboard si sa mettono quasi sempre in risalto le magagne. Devo dire tuttavia che riascoltato oggi mi è piaciuto più del previsto. Uno dei grandissimi gruppi rock alle prese con gli orizzonti perduti, stordito da pesanti sostanze chimiche, dalle tensioni date dall’impressionante successo e dalle prime crepe comparse nei rapporti personali, che cerca con caparbietà di rimanere a galla.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Ogni tanto ritorno ai fondamentali.

Beatles Abbey Road – foto TT

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

In questo periodo ho letto Van Halen Rising – How A Southern California Backyard Party Band Saved Heavy Metal di Greg Renoff (presto ne parleremo), libro sui primi anni del gruppo che mi è piaciuto tantissimo. Sono dunque in una fase Van Halen, gruppo con cui sono letteralmente cresciuto e che ho amato parecchio. Che bello ritrovare la passione per un chitarrista fuori dall’ordinario e per un cantante forse non dotatissimo ma funzionale come pochi.

sul piatto Van Halen 1- foto TT

Per me i VH sono quelli che nel bel mezzo di un pezzo tiratissimo (con tanto di assolo superlativo) come I’M THE ONE inseriscono un siparietto doo-woop (al minuto 2:50) courtesy of DLR.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Ad ogni modo siamo ormai oltre la metà di maggio, col sole anche i blues più feroci fanno meno paura, così anche se ci accorgiamo che tra i cespugli c’è del trambusto, non dobbiamo allarmarci, dopotutto sono solo le pulizie primaverili per la regina di maggio.

If there’s a bustle in your hedgerow, don’t be alarmed now,
It’s just a spring clean for the May queen.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

VICTOR HUGO “Notre-Dame de Paris” (2016 – Universale Economica Feltrinelli) – TTTTT

11 Mag

Non avevo mai letto questo classico prima d’ora, sono perciò felice della mia infatuazione per le edizioni della Universale Economica Feltrinelli perché mi aiuta a colmare certi vuoti che a volte mi paiono inverosimili.

Ho faticato a prendere il largo, le onde delle prime decine di pagine dove Hugo parla della cosiddetta corte dei miracoli mi hanno fatto riflettere più volte sul fatto se continuare o meno, una volta superata la barriera tuttavia mi sono trovato in un mare aperto che mi ha lasciato a bocca spalancata.

All’interno di questo romanzo, la cui storia per sommi capi la conosciamo tutti (o perlomeno crediamo di conoscerla), vi è contenuta la storia di Notre-Dame e della città di Parigi e delle loro trasformazioni attraverso i secoli.

Vi sono inoltre lunghe divagazioni sulla Architettura, a tratti molto minuziose, vissuta come espressione umana, gli edifici come libri della storia umana prima che l’avvento della stampa ne ridimensionasse la funzione.

Come dice la sinossi qui sotto, Notre-Dame de Paris è un grande romanzo popolare, una saga con tutti gli ingredienti giusti. Lo si legge con molto gusto e con altrettanto gusto ci si toglie dalle spalle la polvere dolciastra arrivata a noi tramite i cartoni animati di Walt Disney. Il romanzo è un lungo e folgorante blues, dove un diverso è uno degli attori principali, colui che dal rapporto carnale con le sue campane passa all’amore platonico per una “zingara” bellissima. Non è stato difficile prevedere in anticipo certi colpi di scena, ma questo non toglie nulla alla bellezza del romanzo.

Un altro classico da avere e da leggere. Capolavoro.

http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/notre-dame-de-paris-1/#descrizione

Un classico senza tempo. Un classico popolare. La grandiosa rivisitazione di una Parigi tardomedioevale in cui si mescolano lo spettrale profilo della basilica di Notre-Dame, abitata dal gobbo Quasimodo, e la notturna Corte dei Miracoli, dove risplende la bellezza di Esmeralda. Come in un grande melodramma, forze del bene e forze del male si scontrano facendo fulcro intorno all’attrazione, alla sensualità, all’innocenza della bella zingara. Romanzo del diverso, del perverso e dell’amore contrastato, Notre-Dame de Paris non ha mai smesso di sedurre l’immaginazione di registi (memorabile il film del 1939 di William Dieterle, con Charles Laughton nelle vesti di Quasimodo), musicisti (recentissimo è il musical di grande successo di Riccardo Cocciante), e naturalmente quella dei lettori. “Hugo non dimentichiamolo, scrive Notre-Dame a ventott’anni, nel 1830, e lo dà alle stampe l’anno dopo: Notre-Dame ha della gioventù o della prima maturità gli entusiasmi della scoperta, la foga dei messaggi.” Goffredo Fofi

Victor Hugo (Besançon, 1802 – Parigi, 1885) è considerato il capofila della scuola romantica francese. Fu autore di poesie, romanzi, opere teatrali e politico-sociali fra cui, oltre al romanzo Notre-Dame de Paris, ricordiamo: Cromwell (1827), considerato il primo dramma storico romantico, Ernani (1830), Il re si diverte (1832), da cui il Rigoletto di Verdi, I miserabili (1862), che riscosse un successo straordinario, I lavoratori del mare (1866) e l’epopea mitologica La leggenda dei secoli (1883). Feltrinelli ha pubblicato nei “Classici” Notre-Dame de Paris (2002) e L’ultimo giorno di un condannato(2012).