Anche stavolta con un po’ di ritardo, parliamo dell’ultimo cofanetto dedicato a RD uscito per la HNE/Cherry Red/Sony sul finire dell’anno scorso. Questo è dedicato agli album solisti del decennio più significativo di RD (come abbiamo visto, chitarrista & produttore per Edgar e Johnny Winter). La Cherry Red, lo abbiamo scritto più volte, sta facendo un gran lavoro nel riproporre – in cofanetti più che dignitosi e a buon mercato – album degli anni “buoni” di musicisti magari scivolati nell’oblio, ma che negli anni settanta fecero fuoco e fiamme.
DISC ONE ALL AMERICAN BOY: 1973- TTTTT
1. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO
2. JOY RIDE (INSTRUMENTAL)
3. TEENAGE QUEEN
4. CHEAP TEQUILA
5. UNCOMPLICATED
6. HOLD
7. THE AIRPORT GIVETH (THE AIRPORT TAKETH AWAY)
8. TEENAGE LOVE AFFAIR
9. IT’S RAINING
10. TIME WARP
11. SLIDE ON OVER SLINKY
12. JUMP, JUMP, JUMP
BONUS TRACKS
13. ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO (SINGLE EDIT)
14. ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO (MONO)
15. TEENAGE LOVE AFFAIR (MONO)
E’ l’unico disco di successo di Rick Derringer (sia come solista che come leader della banda omonima), raggiunge la posizione 25 della classifica americana, ed è il capitolo più significativo del nostro. Disco senza dubbio riuscito, alcuni momenti sono davvero ottimi. La copertina risente delle suggestioni glam dell’epoca e non è niente male. Collaborano tra gli altri Bobby Caldwell (J.Winter, Captain Beyond, Armageddon) alla batteria, Joe Walsh alla chitarra, Edgar Winter al piano, organo e clavinet, David Bromberg al dobro, e Joe Vitale (CSN, Stills-Young, Eagles).
Rock And Roll Hoochie Koo è il pezzo che Rick scrisse per Johnny Winter nel 1970. E’ ormai un classico dell’Hard Rock americano ed dura proporla qualche anno dopo la versione definitiva apparsa su Johnny Winter And, ma in definitiva l’inclusione in questo album pare doverosa. Joy Ride è uno spettacolare strumentale che funge da ouverture al pezzo successivo. Rick alla chitarra e al basso e un grandissimo Bobby Caldwell alla batteria. Teneage Queen si rivela subito un gran pezzo, presentato alla maniera degli anni settanta. Qui Joe Walsh dà il suo aiuto alla chitarra e Joe Vitale lo fa alla batteria. A parte di questo pezzo si ispirò David Coverdale per We Wish You Well.
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Cheap Tequila è la canzone che apparve qualche mese prima (All American Boy uscì in ottobre 1973) nell’album di Johnny Winter Still Alive And Well (marzo 1973). Sono versioni un po’ diversa, questa è più ricca ed ha il dobro di David Bromberg. Joe Walsh torna per Uncomplicated, un rock veloce che vibra trai parametri standard del rock adolescenziale tipico di RD. In Hold si risente Edgar Winter. E’ un pezzo lento, sembra un paradosso ma lo scatenato Rick Derringer sembra esprimersi al meglio in questi momenti più riflessivi. Bella scrittura.
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La stessa formazione (Derringer, Caldwell, E.Winter) è presente anche nel pezzo successivo The Airport Giveth, altro lento ma forse meno incisivo. Con Teenage Love Affair si torna al rock adolescenziale. Il momento più interessante è il break dedicato all’assolo di chitarra con tanto di uso dell’effetto talk box. It’s Raining è molto carina, un quadretto all’apparenza frivolo che però ha un senso mica da ridere. Bello l’assolo di armonica cromatica.
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Time Warp è il secondo strumentale dell’album, accenti jazz rock e grandi prove dei musicisti: Bobby Caldwell, Derringer (chitarre, basso, sitar elettrico, maracas) e E. Winter (organo).
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Slide On Over Slinky sembra un pezzo di Johnny Winter, stesso approccio, stesso tocco, d’altra parte con Derringer, Caldwell e Edgar Winter (tutti componenti in un modo o nell’altro del gruppo di Johnny) questo risultato era da mettere in preventivo. Secondo me parti di questo pezzo sono state di grande ispirazione per Huey Lewis al momento di scrivere I Want A New Drug (poi plagiata dalla colonna sonora di Ghostbusters). Jump Jump Jump chiude l’album in maniera impeccabile. Caldwell, E. Winter e Rick Derringer ancora insieme per un ultimo momento musicalmente meditativo.
Gran album dunque, se se ne deve avere uno dell’artista in questione questo è quello che consiglio.
DISC TWO SPRING FEVER: 1975 – TTT½
1. GIMME MORE
2. TOMORROW
3. DON’T EVER SAY GOODBYE
4. STILL ALIVE AND WELL
5. ROCK
6. HANG ON SLOOPY
7. ROLL WITH ME
8. WALKIN’ THE DOG
9. HE NEEDS SOME ANSWERS
10. SKYSCRAPER BLUES
BONUS TRACKS
11. HANG ON SLOOPY (MONO)
12. DON’T EVER SAY GOODBYE (MONO)
Il disco non suscita l’interesse sperato e si ferma al n. 141 della classifica Usa.
C’è da chiedersi cosa passasse per la mente a Rick quando ha permesso o voluto una copertina come questa. D’accordo che da giovane Derringer aveva un faccino carino, ma guardando la foto uno si chiede se si tratti di un uomo o di una donna. A me ricorda Debra Winger. Voglio dire, uno che ha fatto parte di gruppi delinquenziali come i Johnny Winter And, gli Edgar Winter’s White Trash e l’Edgar Winter Group, non può presentarsi acconciato come una mammoletta, mi chiedo se siano mai esistite nuffie nel midwest americano (Rick è dell’Ohio)
Debra Winger
All’album partecipano Johnny Winter, Edgar Winter, Dan Hartman, Chick Corea (moog) e David Johansen.
Gimme More è uno dei suoi soliti rock da scordare in fretta, Tomorrow invece è più articolato ed è arricchito dal moog di Corea.
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Don’t Ever Say Goodbye è un lento un po’ scontato che si trasforma nel solito rock sempliciotto e adolescenziale. La differenza tra il batterista presente in questo disco e Bobby Caldwell si sente, in Spring Fever tutto è più rigido purtroppo. Still Alive And Well è il gran bel pezzo che RD scrisse per Johnny Winter nel 1972 e pubblicato per la prima volta sul disco del 1973 dallo stesso titolo del Texas Tornado. Difficile per Rick eguagliare l’esplosività della versione di Johnny. In Rock fa capolino il sitar elettrico e malgrado il moog di Corea, nulla di speciale sembra differenziare il brano. Hang On Sloopy è la riproposizione del vecchio successo anni sessanta dei McCoys di cui Rick era il leader (e che nel 1970 diventarono il gruppo di Johnny Winter). Motivetto e giro musicale così abusato da essere ormai inascoltabile. Roll With Me fu scritta da Rick nel 1974 per l’abum John Dawson Winter III. Segue una cover vagamente psichedelica di Walking The Dog. He Needs Some Answers e Skyscraper Blues chiudono il disco senza sussulti. Da citare la slide di Johnny Winter in quest’ultima.
DISC THREE GUITARS AND WOMEN: 1979 – TTT½
1. SOMETHING WARM
2. GUITARS AND WOMEN
3. EVERYTHING
4. MAN IN THE MIDDLE
5. IT MUST BE LOVE
6. DESIRES OF THE HEART
7. TIMELESS
8. HOPELESS ROMANTIC
9. NEED A LITTLE GIRL (JUST LIKE YOU)
10. DON’T EVER SAY GOODBYE
Album prodotto insieme a Todd Rundgren. Personalmente non amo questo tipo di produzioni poco chiare. Tra i musicisti vanno citati Neil Geraldo e Kenny Aaronson. Something Warm è un rock melodico piuttosto interessante. Guitars And Women è un di quei deliri un po’ sopra le righe tipici dei chitarristi come Rick. Everything invece è un ottimo pezzo. Gran lavoro di chitarra di Derringer e pezzo scritto con le dovute doti musicali, la mistica di Derringer al suo zenit.
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Man In The Middle: sbaglierò ma in questo periodo Derringer ascoltava Al Di Meola, nel pezzo precedente l’apertura chitarristica richiamava l’asso di Jersey City, e anche certi riff di questo rock sembrano arrivare dai primi lavori di Al. It Must Be Love è un rock piuttosto anonimo. La parte dove canta “I love you honey but I hate your friends” potrebbe essere stata ripresa l’anno successivo dai Cheap Trick nel brano I love you honey but I hate your friends appunto. Desires Of The Heart proviene dal versante disimpegnato,Timeless fa più o meno lo stesso. Hopeless Romantic si apre col piano di Neil Geraldo, ballata gnocca un po’ in stile Styx. Need A Little Girl ricorda i Cheap Trick, Don’t Ever Say Goodbye (dall’album precedente) è qui riproposta e non si capisce il perché.
Copertina già proiettata verso gli anni 80. L’album non entra nella Top 200 Usa.
DISC FOUR FACE TO FACE: 1980 -TTT
1. RUNAWAY
2. YOU’LL GET YOURS
3. BIG CITY LONELINESS
4. BURN THE MIDNIGHT OIL
5. LET THE MUSIC PLAY
6. JUMP, JUMP, JUMP
7. I WANT A LOVER
8. MY, MY, HEY HEY (OUT OF THE BLUE)
BONUS TRACK
9. LET THE MUSIC PLAY (MONO)
Produzione piuttosto povera, sembra quasi un demo tape.
Runaway, nei momenti veloci, pare scritta con I Want You To Want Me dei Cheap Trick in testa, You’ll Get Yours è un misto tra Crossroads versione Cream e gli ZZ Top. Big City Loneliness apre un varco blues in senso lato nell’album, è quel tipo di pezzo da cui personalmente mi sento sempre attratto. Brano un po’ alla Paul McCartney. Con Burn The Midnight Oil si torna all’heavy rock da centurioni, Let The Music Play non lascia tracce. Segue una versione live di Jump Jump Jump, e pure quiu non si capisce bene il perché, I Want A Lover è un rock and roll tutt’altro che speciale, chiude il disco un altro brano live. Trattasi di My My Hey Hey (Out Of The Blue) di Neil Young. E anche qui non si capisce la ragione.
Disco dunque non a fuoco, impreciso nell’atteggiamento. Certo, Rick Derringer rimane sempre un gran chitarrista e spesso è una gioia ascoltarlo, ma come sappiamo solo questo non può bastare
Copertina anonima. L’album non entra nella Top 200 Usa.
Cofanetto dunque all’apparenza solo per fan ma, visto il costo, alla portata di chiunque voglia scoprire di più il mondo di RD.
Il solstizio si avvicina ma l’estate sembra non arrivare, dopo un aprile caldissimo, ecco un maggio e un giugno piovosi e freschi, piove quasi ogni giorno, sembra più la Britannia che l’Emilia.
Intrappolato ormai da mesi nel future blues, mi affaccio a questa nuova estate con le solita domanda a tema esistenziale (nel senso che è cruciale per la mia esistenza): “che giocatori comprerà l’Inter?” Eccomi dunque ogni sera incollato a Sky Sport 24 per la mezz’oretta dedicata al calcio mercato. Quando poi in studio c’è Luca Marchetti, nulla per me è più sacro di quei trenta minuti. Se ho già cenato, mi piazzo sul divano della Domus Saurea con in mano un calippo alla cola o un semplice bif (un ghiacciolo insomma) rosso. Questo è uno dei momenti topici della mia vita, tanto per far capire come son messo! La pollastrella è partita per Londinium insieme ad una altra pazza come lei (la Patty). Ci sono già state in maggio (sempre per un concerto e per una visita agli Studios dove hanno girato i film di Harry Potter), ci tornano oggi per lo Stone Free Festival alla O2 Arena (gli headliner sono gli Yes di Anderson, Rabin & Wakeman, naturalmente).
Per questioni lavorative quest’anno non ho potuto programmare con necessario anticipo assenze e dunque accompagnarla, così per i 4 giorni in cui lei non ci sarà – complici anche i giorni di ferie che alla fine mi sono preso – ho preparato un piano ben preciso: non fare niente. O meglio fare ciò che un uomo di blues nelle mie condizioni attuali deve fare: recuperare il sonno perduto, rilassarsi nella verandina leggendo la Gazzetta Dello Sport, mangiare calippi e ghiaccioli guardando lo speciale calciomercato, i mondiali e qualche buon film su Sky, mettersi in tiro chitarristicamente parlando per i prossimi due concerti degli Equinox (14 luglio Milly Bar, Parco Ferrari Modena e 2 agosto Area24 Rock Station, Rio Saliceto,RE), dedicare un po’ di tempo a questo blog un po’ troppo trascurato e pregare il padre dei quattro venti (il Dark Lord insomma) affinché riempia le vele, nella speranza che le stelle tornino a riempire i sogni.
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FILM: “Frantz” (di François Ozon – Francia/Germania 2016) – TTTT
Una storia tra le tante messa in piedi per raccontare la storia, in questo caso quella della Germania subito dopo la prima guerra mondiale. Il senso di lutto nazionale, la tristezza che alberga in quasi tutte le case, un giovane francese afflitto ed angosciato che arriva improvvisamente nel focolare di una di queste. Film (melo)drammartico ma al contempo leggiadro e poetico. Colpe, ricerca del perdono, amori che non sbocciano. Buon film davvero. Visto su Sky.
Nel 1919, in una cittadina della Germania, Anna si reca tutti i giorni alla tomba del suo fidanzato, caduto al fronte in Francia. Un giorno giunge un ragazzo francese, anche lui porta i fiori sulla stessa tomba, quella del suo amico tedesco, compagno nei momenti più tristi, che Pierre cerca di dimenticare. L’incontro scuote le vite dei due giovani, risollevando dubbi e paure, e costringe ciascuno a fare i conti con i propri sentimenti.
SERIE TV: Homeland (stagione 7 – 2018)
La nuova stagione di Homeland segna il passo, non nego che in queste ultime puntate si stia in parte riprendendo, ma l’inizio è stato piuttosto sconfortante.
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SERIE TV: The Americans (stagione 6 – 2018)
Questa sarà la stagione finale, dai primi episodi mi pare che la qualità sia come sempre alta. Vedremo come si dipanerà e come finirà.
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QUALCOSA E’ CAMBIATO – Apolitical Blues
Il mood del paese è decisamente cambiato: astio, risentimento, razzismo e odio fanno parte ormai della vibrazione quotidiana che accompagna la vita degli Italiani. Vent’anni di governi di un certo tipo sembrano aver spazzato via ogni idea di comunità, di senso del dovere, di uso dell’intelletto, di rispetto per le capacità e competenze altrui, di tenerezza, di amore per la cultura. Le ultime elezioni hanno portato al governo compagini xenofobe e sovraniste che stanno fagocitando movimenti che forse avevano visioni un tantino diverse. Un centro sinistra incapace, litigioso e illeggibile ha contribuito alla deriva. La perdita di umanità e di pietà, il nazionalismo come unico scudo contro le difficoltà dei tempi moderni, stanno riducendo lo stivale ad un immondezzaio.
Mi accorgo che anche qui in Emilia qualcosa è cambiato. Qualche sera fa ero a cena con i ragazzi, solito sinodo pre-estivo. Siamo in una delle trattorie a noi care, lì nelle campagne di Bath. Il sole che tramonta dietro i fienili, la pianura che si prepara per la notte, quel cielo e quei colori che potrebbero essere gli stessi di Macon, Georgia, ci mettono di buon umore. Mi basta uno sguardo con il Riff per capire che entrambi stiamo pensando a Laid Back di Gregg Allman.
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Parliamo di musica, di calcio e di politica. Di fianco ho uno dei miei amici del cuore, uno che di solito è parco di parole e che sopporta il mio sproloquio blues ormai da un quarto di secolo. Apre bocca per informarci che “anche mia madre ha cambiato bandiera, ha sempre votato per i comunisti, stavolta ha votato lega”.
Sul momento mi soffermo sull’uso curioso di certe forme usate dal mio amico, quel “ha sempre votato per i comunisti” nasconde al contempo un modo di dire e di porsi tipico del passato (remoto), quando i “comunisti” era una realtà assai tangibile in questi territori, e finanche una certa distanza da quel mondo che il mio amico deve aver frequentato – almeno nelle urne – assai poco.
A forza di parlare alla pancia degli italiani, a forza di scardinare le piccole conquiste sociali, a forza di insultare chi ha capacità di pensiero e di intelletto, a forza di capitalismo sfrenato capace di farci annusare una possibile povertà che avvertiamo ormai non più così lontana, eccoci tutti ripiegati sul nostro pianerottolo.
Sempre più spesso fatico a riconoscere l’Emilia, la mia terra, quella che amo con tutto il cuore, ma che vivo come porzione d’Italia, d’Europa, del Mondo.
Cimitero di San Martin On The River, un paio di domeniche fa. Porto i fiori a Brian e a Mother Mary. Parcheggio, scendo, chiudo la macchina. Faccio per incamminarmi, ma torno sui miei passi. Sul sedile posteriore della (mildly) blues mobile ho due quotidiani in bella vista: La Repubblica e il Manifesto. Riapro la macchina, prendo i giornali e li rovescio in modo che non si legga la testata. Chiudo la macchina e vado a salutare i miei vecchi. Non vorrei mai che con i tempi che corrono qualche simpaticone mi giocasse qualche brutto scherzo.
Tornando a casa rifletto sul mio gesto. Se non mi sento politicamente al sicuro più nemmeno in Emilia, mi chiedo con che spirito potrò affrontare il futuro, già di per sé concetto piuttosto impegnativo. Non c’è dubbio, qualcosa è cambiato.
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CAT TALES: alfa pussy
Strichetto è ormai un presenza più o meno fissa su questo blog. Si tratta, come ho raccontato più volte, della gattina di alcuni vicini che si è accasata da noi. Lo ha fatto per togliersi da umani che considerano gli animali solo come giochi per le figlie piccole, umani che andrebbero segnalati all’ENPA, cosa che farò dovessi scoprire in futuro comportamenti non consoni. La ho chiamata Strichetto perché la prima volta che si è infilata in casa mi è sembrata uno strichetto (tipica pasta emiliana) appunto. Gattina isterica e iperattiva visti i primi mesi passati in ambiente non certo ideale, ora sembra lentamente trovare un certo equilibrio. Non sta volentieri in braccio alle persone, da piccola è stata sballottata in continuazione, ma inizia a ribellarsi meno se lo facciamo noi, comincia ad essere selettiva con le persone e a capire definitivamente che siamo io e la pollastrella i suoi umani di riferimento.
Sta maturando dunque, ormai ha un anno e inizia a formulare istinti con più esperienza. Mi diverto molto ad osservare questi cambiamenti e a come interagisce con gli altri gatti della Domus Saurea e con noi umani. Di me ormai si fida, come di Palmiro e come lui anche lei adesso mi chiama Tyrrell. Stricchi è una gattina che ama stare in casa durante il giorno e a uscire la notte. Di sera si trasforma in un diavoletto beige della Tasmania. Sfreccia a velocità folle da una stanza all’altra, un missilino supersonico beige che ti sfiora i garretti, fino a quando non si ha altra scelta che farla uscire.
Durante il giorno sonnecchia e fa la gatta. E di taglia molto piccola, ed è molto femmina, una smorfiosetta, e quindi irresistibile. Quando si sveglia, o quando mi vede dopo un po’ di tempo di assenza, si sdraia e mi offre la sua pancia che gratto con piacere. Posso dire che ormai si fida di me a tal punto che ogni tanto mi si addormenta in braccio, casca dal sonno e si lascia andare certa di essere al sicuro tra le braccia del suo umano blues.
Sleepy Stricchi – autoscatto TT
Sleepy Stricchi – autoscatto TT
Sleepy Stricchi – autoscatto TT
Sleepy Stricchi – autoscatto TT
E’ stata una sorpresa scoprire che la piccola Stricchi, la gattina dolce e graziosa, è in realtà una femmina alfa che mette le altre gatte e gli altri gatti (Palmiro escluso) in riga. Noi abbiamo 4 gatte (lei inclusa), Palmiro e Artemio, un vecchio gatto randagio che si è accasato da noi alcuni anni fa. Tra le gatte, la più selvatica è la Spavve, gatta che dà poche confidenze e che ho sempre pensato fosse la amazzone felina della Domus Saurea. Niente da fare, Stricchi (che è la metà o addirittura un terzo di lei) la mette in riga con una sicurezza e una caparbietà invidiabili. E come fa con lei, fa con tutte. Insomma, si sente regina, e a chi non vuole intendere glielo fa capire senza tanti complimenti.
Little Queenie sul dondolo – foto TT
Mi ha sorpreso anche Palmiro, il gatto nero che vive con noi già da sei anni. Chi è interessato al primo capitolo della storia clicchi sul seguente link:
Si, mi ha sorpreso e mi continua a sorprendere perché si è rivelato anche lui un gatto alfa. Lo ho ripetuto più volte, pensavo fosse un gatto bonaccione, paziente, docile, e infatti lo è ma credo lo sia perché particolarmente intelligente. Ha capito che io e la pollastrella siamo i suoi umani di riferimento, che lo adoriamo e che non gli faremmo mai nulla di male. Paziente riceve le nostre coccole e il nostro amore, tollera tutte queste effusioni con superiorità felina, in cuor suo sa che gli umani che amano i gatti non sanno resistere, e che danno baci e abbracci anche quando il gatto preferirebbe starsene per i fatti suoi. Dorme con noi, guarda le partite partite dell’Inter e le corse di Valentino con noi, ascolta i dischi con noi. Ha compreso che l’aria sonora che esce dalle casse dello stereo è piacevole per i suoi umani e che tanto a lui non danno fastidio, da felino vive su altre frequenze. Ha capito quando è il momento di rincasare e il modo di interagire con i mammiferi di specie diverse con cui vive.
Ma è anche sempre all’erta e pronto a far capire a chicchessia che il capo del branco, del gruppo, della colonia, della famiglia di gatti della Domus Saurea e territori limitrofi è indiscutibilmente lui, benché sia stato l’ultimo ad arrivare. Dapprima ha valutato la situazione, ha giocato a fare il gattino sperduto, si è guadagnato la fiducia di tutti e poi, una volta maturato, è diventato il fiero gattone nero che è, ha preso possesso del branco. Le femmine lo vivono come riferimento, il povero gatto Patuzzo (vedi https://timtirelli.com/2016/01/12/il-gatto-e-la-volpe-storia-di-vita-e-di-morte/ ) capì il suo status e gli diventò braccio destro, e Artemio gli ha mostrato riverenza sin da subito, in modo da farsi accettare nel gruppo, riverenza che però non concede mai agli altri gatti maschi del vicinato.
Palmiro controlla il territorio, non gli sfugge niente, quando un gatto maschio forestiero oltrepassa i suoi possedimenti, Palmiro non gli dà tregua. Lo punta, lo tiene in scacco con lo sguardo, rimangono immobili per mezzore intere e quando l’invasore tenta la fuga Palmiro lo rincorre con una foga e un impeto che mi colpiscono ogni volta.
Gli serve perlomeno un’ora per calmarsi, per togliersi di dosso il richiamo della foresta e ridiventare, nella parole della pollastrella, il nostro patato, quello che fa il contorsionista sulla tavola,
Palmir il contorsionista – foto TT
quello che si addormenta spaparanzato nella cesta dei panni lavati,
Palmir il contorsionista – foto TT
o sulle pedane del bagno.
Palmir giugno 2018 – fotoBOTTEGHE OSCURE
BOTTEGHE OSCURE:
Tanto tempo fa esisteva un quotidiano chiamato l’Unità che aveva un inserto satirico – Cuore- fenomenale. Una delle rubriche si chiamava Botteghe Oscure, ed era dedicata ai nomi improbabili di esercizi commerciali. Dato che ogni tanto mi ci imbatto la prendo in prestito.
Stone City: negozio di parrucchieri Edward Mani Di Forbice:
Stonecity hairdresser – foto TT
Stone City rosticceria Mizzica!! con due punti esclamativi
Stonecity pizza makers – foto TT
RACCORDO ANULARE BLUES
L’anulare sinistro per un chitarrista è un dito fondamentale. Ha iniziato a darmi problemi mesi fa ed oggi mi sono deciso a fare qualche terapia. Quisquilia personale che non interessa a nessun ovviamente, ma quello che mi colpisce e su cui dunque vorrei soffermarmi è come i pazienti occupano il tempo in cui sono chiusi nei loculi fisioterapici, loculi che sono spazi senza soffitto e delineati da divisorie non certo insonorizzate. C’è chi attacca pezze pesantissime al fisioterapista raccontando cose così futili da sembrare assurde, chi parla al telefono a voce alta e impartisce ordini al proprio sottoposto con malcelato godimento per far capire agli altri che è uno che conta, chi si addormenta e russa, chi fischietta, chi guarda video sul cellulino. Sarà anche solo una mia impressione, ma nessuno sembra più in grado di rimanere solo con se stesso per più di pochissimi minuti.
Fisioterapia blues – foto TT
PINK NIGHT IN BORGO MASSENZIO – Abba Show
Per la notte rosa a Borgo Massenzio si fanno le cose in grande, nonostante sia solo una frazione. La strada principale addobbata a dovere con lunga tavolata in cui i residenti cenano tutti insieme, stand, bancarelle e spettacolo degli Abba Show.
Essendo un amante degli Abba (il miglior easy listening di sempre) accorro a vedere il concerto. Sono ormai anni che seguo il gruppo. Quest’anno lo trovo meno entusiasmante, il chitarrista fondatore non c’è più, la cantante mora è cambiata e c’è un aria da gruppo unicamente orientato al business. E’ sempre piacevole ascoltare e vedere Debora, la bionda che fa Agneta, ma c’è qualcosa che non mi convince più.
Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT
Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT
Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT
Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT
Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT
Seguendo una moda ormai consolidata il gruppo suona senza amplificatori, cioè attraverso l’impianto (PA) e le spie. Indubbiamente è una bella comodità, io e la pollastrella sappiamo benissimo cosa significa rompersi la schiena portando in giro amplificatori e tutto il resto, ma a me sembra che il suono sia artificiale e finto. Certo, il pubblico non si accorge di nulla, ma i cagacazzi come noi sempre all’erta e (quasi) sempre insoddisfatti sono sensibili ai particolari. Probabilmente sono io che invecchio, ma dei suoni artificiali non ne posso più (preferisco un brutto suono che provenga da un ampli vero), dei “su le maniiii” gridati dai cantanti non ne posso più, del coinvolgere il pubblico ad ogni costo non ne posso più, di proposte professionali piatte e prevedibili non ne posso più. Non mi resta che ritirarmi su un eremo e perdermi a contemplare le nebbie.
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Dopo il concerto torniamo verso casa a piedi. Prendiamo la stradina lunga e tortuosa e ci inoltriamo nella campagna in un buio assoluto. La pollastrella smanetta sul cellular, e cerca qualcosa da ascoltare su youtube. Fosse per me farei partire Robert Johnson, ma conoscendola già immagino la colonna sonora che ci accompagnerà in questo ultimo chilometro. Signore Oscuro i tuoi discepoli riverenti son sempre qua.
Il 9 aprile abbiamo parlato del cofanetto relativo ai suoi dischi solisti, adesso (con un po’ di ritardo) parliamo di quello riguardante gli album realizzati dai suoi gruppi, gli EW’s White Trash e l’EW Group. Almeno quattro di questi dischi sono magnifici, diamanti purissimi formatisi dal magma bollente fuoriuscito da pozioni magiche universali, a base di blues, gospel, jazz, funk e hard rock. Giù il cappello per la Cherry Red Records che – rischiando – si mette a rimasterizzare e a riproporre dischi non proprio notissimi al grande pubblico.
DISC ONE EDGAR WINTER’S WHITE TRASH (1971) – TTTTT+
1. GIVE IT EVERYTHING YOU GOT
2. FLY AWAY
3. WHERE WOULD I BE
4. LET’S GET IT ON
5. I’VE GOT NEWS FOR YOU
6. SAVE THE PLANET
7. DYING TO LIVE
8. KEEP PLAYIN’ THAT ROCK ‘N’ ROLL
9. YOU WERE MY LIGHT
10. GOOD MORNING MUSIC BONUS TRACKS
11. KEEP PLAYIN’ THAT ROCK ‘N’ ROLL (SINGLE EDIT)
12. WHERE WOULD I BE (WITHOUT YOU) (SINGLE EDIT)
13. WHERE WOULD I BE (WITHOUT YOU) (MONO EDIT)
14. GIVE IT EVERYTHING YOU GOT (SINGLE EDIT)
15. GIVE IT EVERYTHING YOU GOT (MONO EDIT)
Questo fu il primo disco di Edgar che mi capitò in mano. Me ne innamorai immediatamente! Poco dopo aver fatto uscire il suo primo album (Entrance), Edgar forma una band coi fiocchi e si lancia all’inseguimento dei suoi sogni. Musica sublime interpretata con istinto maschio e virile, viene messa su nastro da musicisti superlativi guidati da Rick Derringer in veste di produttore. Spicca tra tutti (oltre a Edgar, voce, piano, organo, alto sax e celeste, una sorta di pianoforte che suona come un carillon ) l’ineguagliabile Jerry Lacroix (voce, armonica e sax tenore).
Give It Everything You Got (Winter/Lacroix) mette tutti sull’attenti. Trattasi di quel funk imputanito di cui ogni tanto parlo, sostenuto dalla miglior sezione fiati che io abbia mai sentito. Ascoltare Edgar e Jerry che duettano con la voce e con i sax mi manda sempre in orbita.
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Fly Away (Winter/Lacroix) è una sorta di ballata/gospel giocata sul pianoforte. Una meraviglia. Canta Jerry Lacroix. Where I Would Be Without You (Winter-Lacroix), è un gospel/soul/rock sostenuto. Quando scrivo gospel, intendo l’approccio e l’arrangiamento non certo i temi. Questa è musica libertina, sfacciata, dissoluta. Altro momento buonissimo. Gran assolo di sax di Edgar e di nuovo performance vocali (Jerry e in sottofondo Edgar) straordinarie. Let’s Get It On (Winter / Lacroix) si trova sulle stesse coordinate ma la musica rimane eccitante. Nessuna ripetizione, nessun sbadiglio. Alla voce Jerry Lacroix. Ottimo assolo di chitarra di Floyd Radford. Grande sezione ritmica (Bobby Ramirez alla batteria, George Sheck al basso, Ray Beretta alle conga). Immenso Lacroix all’armonica.
I’ve Got News For You è un brano di Roy Alfred contenuto nell’album del 1961 di Ray Charles. Di base è un blues più meno standard ma è affrontato con la solita verve estrema. Fiati di nuovo eccezionali e un Jerry Lacroix fantastico (lo so mi ripeto, ma è impossibile fare altrimenti). Quello che combina alla fine (dopo il minuto 3:00) mi ribalta ogni volta. Uno dei miei cantanti preferiti di sempre. Johnny Winter alla chitarra (ma senza fare nulla di particolare)
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Save The Planet (Winter /Lacroix) è un bel gospel quasi tradizionale, Dying To Live (Winter) è una suggestiva ballata al piano sospinta da una sezione d’archi e Keep Playing That Rock And Roll (Winter ) è un roccaccio come non se ne sente spesso. Una meraviglia. Canta Edgar.
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Chiudono You Were My Light e Good Morning Music, due discrete canzoni di Winter.
L’album arriva solo al numero 111 della classifica americana (ma è un miglioramento rispetto al 196esimo posto del primo disco ), ed è determinante per introdurre Edgar Winter al pubblico americano (l’album dal vivo che seguirà arriverà al 23esimo posto). Niente male la copertina, sei sciamannati ritratti al freddo per strada che promettono testosterone al calor bianco.
DISC TWO ROADWORK (1972) – TTTTT
1. SAVE THE PLANET
2. JIVE, JIVE, JIVE
3. I CAN’T TURN YOU LOOSE
4. STILL ALIVE AND WELL
5. BACK IN THE U.S.A.
6. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO
7. TOBACCO ROAD
8. COOL FOOL
9. DO YOURSELF A FAVOR
10. TURN ON YOUR LOVELIGHT BONUS TRACKS
11. I CAN’T TURN YOU LOOSE (MONO EDIT)
12. I CAN’T TURN YOU LOOSE (SINGLE EDIT)
13. COOL FOOL (SINGLE EDIT)
Questo album dal vivo fu un ottimo successo, sfiorò la Top20 americana e rese il nome di Edgar Winter riconoscibile. I Blues Brothers devono molto a questo disco e a questo gruppo che è uno dei mie miei preferiti per quanto concerne la musica americana. Disco registrato all’Apollo Theater di New York e al Whiskey A Go Go di Los Angeles a cui rende onore avendo tra i suoi solchi performance leggendarie e piene di pathos.
Il concerto si apre con Save The Planet. Al basso si nota immediatamente Randy Hobbs, proveniente dalla band di Johnny Winter. Segue la scatenata Jive Jive Jive (il jive è un ballo ritmato a base jazz) di Jerry Lacroix che si riconferma primattore.
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I Can’t Turn You Loose di Otis Redding è una favola. R&B/Funk imputanito e sconcio, sezione fiati meravigliosa, il basso di Randy Hobbs che pompa come chissà chi e Jerry Lacroix di nuovo incommensurabile.
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Arriva poi il momento di Rick Derringer con Still Alive And Well, scritta appositamente per Johnny Winter (apparirà nell’album dallo stesso titolo del 1973) che in quel periodo era alle prese con ricoveri vari in centri di disintossicazione. Con il consueto approccio un po’ sopra le righe Derringer presenta poi Back In The USA di Chuck Berry. Le versioni di questi due pezzi sono assai convincenti, se però Rick le avesse lasciate cantare a Jerry o a Edgar forse sarebbero ancora più determinanti. Poco dopo ricompare sul palco (dopo il periodo di assenza di cui parlavamo poc’anzi) Johnny Winter. Rock And Roll Hoochie Koo (Rick Derringer) proviene dal disco JW And del 1970 ed è uno dei pezzi rock più famosi riconducibili al grande Johnny. Nel presentarla Edgar dice “Abbiamo una sorpresa per voi questa sera. La gente ogni volta che mi vede mi chiede ‘ehi dove’è tuo fratello’ …” e il pubblico esplode.
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Per Tobacco Road Edgar si cimenta finalmente al canto. 17 minuti di blues totalizzante. Il basso di Hobbs sempre sul pezzo, il sax di Edgar sensazionale, il gruppo che si esprime su livelli altissimi. Circa al minuto 7:30 va in scena il momento call and response, il botta e risposta insomma, tra voce e chitarra e voce e tastiere. Nella prima parte Derringer si lascia andare al suo momento di solo chitarra, una sorta di sperimentazione su base più o meno blues a cui – nella seconda parte – risponde Edgar con le sue tastiere. Quando torna il gruppo ci si lascia andare ad un profluvio di rock blues sfrenato.
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Cool Fool (E.Winter) apriva la side 4 del doppio LP con un gran R&B/funk, vibrazione che si propaga anche nel pezzo seguente scritto da Stevie Wonder, Do Yourself A Favour. Quando una band sostanzialmente bianca riusciva a lasciare a bocca aperta anche l’Apollo Theater! Turn On Your Lovelight – scritta da Joe Scott – fu portata al successo da Bobby Bland nel 1961 e rifatta da una sacco di artisti (tra cui i Blues Brothers). La versione degli White Trash è come prevedibile ottima, Jerry Lacroix di nuovo stratosferico. Dal minuto 6,15 in poi è così pieno di testosterone da spingere tutti a un ballo da strappamutande. Che artisti, che performer, che disco!
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Semplice e bella la copertina con riprodotti i quattro musicisti principali ripresi on stage.
DISC THREE THEY ONLY COME OUT AT NIGHT (1972) – TTTTT
1. HANGIN’ AROUND
2. WHEN IT COMES
3. ALTA MIRA
4. FREE RIDE
5. UNDERCOVER MAN
6. ROUND & ROUND
7. ROCK ‘N’ ROLL BOOGIE WOOGIE BLUES
8. AUTUMN
9. WE ALL HAD A REAL GOOD TIME
10. FRANKENSTEIN
L’album del successo per Edgar Winter, uno dei suoi più belli secondo forse solo all’album del 1971. Dan Hartman e Chuck Ruff insieme Ronnie Montrose alla chitarra con l’aiuto di Randy Jo Hobbs (bassista di Johnny Winter), Johnny Badanajeke e l’immancabile Rick Derringer (che anche in questo caso produce il disco). Naturalmente il tutto è guidato da Edgar Winter
Dan Hartman in veste di autore è molto presente: 4 li firma insieme ad Edgar e 2 sono completamente suoi. Il bel rock di Hangin’ Around apre l’album, seguito dalla rollingstoniana When It Comes e dalla spensierata Alta Mira. Free Ride di Hartman è uno dei due successi che portarono il disco in cima alle classifiche Usa. Irresistibile “cavalcata” lungo le piste delle terre elettriche.
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Undercover Man altro rock deciso si stempera in Round And Round di Edgar Winter, un rock americano in senso stretto con mire country. Rock And Roll Boogie Woogie Blues scritto da Winter insieme a Montrose è pieno di impeti alla White Trash mescolati coi generi musicali citati nel testo, boogie in primis.
Autumn di Dan Hartman è una delle più belle canzoni tristi che io abbia mai sentito. Quando io, Jaypee e Riff ascoltiamo questo pezzo, dimentichiamo tutto, saliamo sulla navicella del blues e ci perdiamo in universi fatti di quel non so che ci attanaglia l’animo. Autumn è bellissima, malinconica, amara, color pastello…Hartman nel suo momento forse più ispirato.
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Ci si risveglia con We All Had A Real Good Time un altro roccaccio che ricorda il periodo White Trash.
Chiude l’album un mistero: Frankenstein, ovvero lo strano caso di un pezzo strumentale – con all’interno assolo di batteria…o meglio un botta e risposta ritmico tra Chuck Ruff ed Edgar alle percussioni – inizialmente pensato e uscito come b-side e trasformato dai dj delle radio fm americane dell’epoca in un hit di grandissimo successo. Riffone hard rock, arditi interventi di tastiera sporchi e maleducati, sax, tamburi e sonorità aliene. Un riuscito delirio di onnipotenza rock.
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L’album arrivò nella Top 3 americana, i due singoli Frankestein e Free Ride rispettivamente al 1° e al 14esimo posto. Un trionfo.Copertina un po’ pretenziosa, ma dopotutto. erano gli anni del glam.
DISC FOUR SHOCK TREATMENT (1974) – TTTTT
1. SOME KINDA ANIMAL
2. EASY STREET
3. SUNDOWN
4. MIRACLE OF LOVE
5. DO LIKE ME
6. ROCK & ROLL WOMAN
7. SOMEONE TAKE MY HEART AWAY
8. QUEEN OF MY DREAMS
9. MAYBE SOME DAY YOU’LL CALL MY NAME
10. RIVER’S RISIN’
11. ANIMAL
BONUS TRACKS
12. RIVER’S RISIN’ (MONO EDIT)
13. RIVER’S RISIN’ (SINGLE EDIT)
14. SOMEONE TAKE MY HEART AWAY (MONO EDIT)
15. SOMEONE TAKE MY HEART AWAY (SINGLE EDIT)
16. EASY STREET (MONO EDIT)
17. EASY STREET (SINGLE EDIT)
Rispetto al precedente c’è il ritorno di Rick Derringer alla chitarra (sostituisce Ronnie Montrose messosi in prorprio), anche qui in veste anche di produttore. Shock Treatmenti può considerare l’album di Dan Hartman, il golden boy infatti firma otto pezzi (uno a metà con Winter). Some Kinda Animal è uno sfrenato rock and roll a tinte hard e glam che ha il compito di aprire l’album in maniera decisa e di fare da apripista a Easy Street, un pezzo davvero bello. Negli anni ottanta fu riproposto con molta fortuna da David Lee Roth, questa è la versione originale. Stupenda.
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Sundown è il terzo brano di fila a firma Dan Hartman, a metà tra tempo medio e ballata, anche questo assai riuscito. Miracle Of Love è un filo meno incisivo ma rimane un buon pezzo perso tra ritmi sospesi e leggeri. Do You Like Me di Edgar Winter è proprio un brano anni settanta, ricorda un po’ le colonne sonore di Starsky e Hutch; incalzante funk di buona fattura che si trasforma in un boogie scatenato.
Rock And Roll Animal è un rock un po’ scontato comunque gradevole e molto, molto anni settanta, seguito da Someone Take My Heart Away, un lentaccio alla Edgar Winter. Queen Of My Dreams sa di Led Zeppelin e lascia un po’ interdetti: Black Dog e i luoghi comuni più consunti del gruppo di Page. Lo si poteva evitare.
Maybe Some Day You’ll Call My Name non colpisce più di tanto, mentre River’s Rising, sempre di Dan Hartman, è una veloce corsa a tempo di rock and roll molto divertente.
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Chiude il disco Animal di Winter, un rock funk un po’ pasticciato che non lascia traccia.
Rock americano anni settanta, magari un po’ glam, a mio modo di vedere irresistibile. Certo, sono un fan in senso stretto dei fratelli Winter, forse pecco di obiettività, ma sono sicuro che chi legge questo blog, in un modo o nell’altro saprà apprezzare questo bel disco.
Shock Treatment arriva al 13esimo posto della classifica USA. Copertina niente male.
DISC FIVE THE EW GROUP WITH RICK DERRINGER (1975) – TTT½
1. COOL DANCE
2. PEOPLE MUSIC
3. GOOD SHOT
4. NOTHIN’ GOOD COMES EASY
5. INFINITE PEACE IN RHYTHM
6. PARADISE / SIDES
7. DIAMOND EYES
8. MODERN LOVE
9. LET’S DO IT TOGETHER AGAIN
10. CAN’T TELL ONE FROM THE OTHER
11. J.A.P. (JUST ANOTHER PUNK)
12. CHAINSAW
BONUS TRACKS
13. DIAMOND EYES (SINGLE EDIT)
14. DIAMOND EYES (MONO EDIT)
15. PEOPLE MUSIC (MONO EDIT)
Nel 1975 Edgar Winter esagera e fa uscire due dischi: Jasmine Nightdreams (album solista) e EW Group With Rick Derringer. Soprattutto quest’ultimo ne risente, non è male, ma mancano i pezzi e infatti arriva solamente al 129esimo posto della classifica americana. O almeno, i pezzi forse ci sono, ma non vanno al di là del 6,5/7.
Cool Dance è di Hartman (songwriter extraordinaire come abbiamo visto), è un buon episdoio (magari più da White Trash che da EW GRoup), ma da lui forse ci si aspetterebbe di più. People Music (Winter) roccheggia e rimane su livelli discreti ma non decolla del tutto. Good Shot (Winter) pare un brano più adatto agli White Trash. Nothin’ Good Come Easy (Derringer) è un tempio medio chitarristico, molto gradevole in certe parti. Infinite Peace In Rhythm (Winter) sembra una outtake di They Only Come Out At Night. Carina e di nuovo guidata dalla chitarra, ma niente di strabiliante. Paradises/Sides (Hartman) è sognante e a tratti cosmica, Diamond Eyes (Winter) si stempera nell’easy listening, Modern Love di Derringersi si rifà un po’ sotto col rock, ma di quello funky e ballabile. Let’s Do It Together Again (Winter/Hartman) funkeggia in modalità standard, Can’t Tell One From Another (Hartman) è un country con tanto di dobro e chitarre acustiche. JAP (Derringer) è un rock semplice e adolescenziale. Chainsaw è uno strumentale di Winter che sì rifà alla formula di Frankstein, senza raggiungerne l’efficacia.
DISC SIX RECYCLED (1977) – TTT¾
1. PUTTIN’ IT BACK
2. LEFTOVER LOVE
3. SHAKE IT OFF
4. STICKIN’ IT OUT
5. NEW WAVE
6. OPEN UP
7. PARALLEL LOVE
8. THE IN AND OUT OF LOVE BLUES
9. COMPETITION BONUS TRACKS
10. STICKIN’ IT OUT (MONO EDIT)
11. STICKIN’ IT OUT (SINGLE EDIT)
Finita la avventura con gli EW’s White Trash, Jerry Lacroix entra nei Blood, Sweet & Tears con cui pubblica Mirror Image (1974) e successivamente nei Rare Earth con cui registra due album nel periodo 1974-1976. Arriva poi il momento di ritrovare i vecchi amici e di riprovare l’avventura White Trash. Nel 1977 il riformato gruppo pubblica Recycled, ma i tempi sono ahinoi cambiati e l’album non entra nemmeno nella Top 200 americana. L’album volge al funky e ad un approccio più commerciale rispetto al passato, Putting It Back (Winter) tuttavia riprende la strada interrotta nel 1972. Un tempo medio ostinato trascinato con la giusta cattiveria e cantato alla vecchia maniera da Edgar e Jerry. Leftover Love (Winter) si avvicina pericolosamente alla disco anni settanta. Shake It Off è scritta da Jon Smith (sax tenore) è (in pratica) uno strumentale niente male, anche Stickin’ It Out (Winter) si lascia ascoltare ma manca la particolarità. New Wave torna sui sentieri del gospel, Lacroix alla voce e il solito bel groove, e pure Open Up scorre sui binari posati un lustro prima. Ascoltare Jerry Lacroix alla voce è sempre una bella sensazione, lo stesso dicasi ovviamente per Edgar. Parallel Love (Winter/Lacroix) scivola tra le atmosfere notturne del facile ascolto sempre a base nera. The In And Out Of Love Blues (Winter/Lacroix) è invece un bel blues con gran lavoro di piano, fiati e armonica. Alla voce Jerry Lacroix e dunque un’altra gran performance. L’album finisce con Competition (Winter), un trascinante funky funk (se mi permette il pasticcio).
Copertina onesta, ma forse ad alcuni mancava il physique du rôle affinché questa risultasse efficace. Album prodotto da Edgar Winter e Dan Hartman, forse con un produttore esterno si sarebbe potuto alzare un po’ il livello del songwriting. Per finire, è un disco niente male, ma temo sia roba per fan come me e non per fan occasionali. Se non altro però è suonato molto bene.
Concludendo, è dunque un cofanetto da acquistare visto il prezzo e la qualità dei primi quattro album. Potrebbe essere per alcuni l’occasione giusta per accostarsi ad un artista e ai suoi gruppi che per un quinquennio salirono sino alla stratosfera.
Nella IV di copertina tra i vari teaser ve ne è uno che recita “I had a blast reading VH Rising. If you are a VH fan, a real VH fan, this book is a must for you”. Non sono d’accordo, uno “sballo” può averlo qualunque appassionato di rock, perché il libro è un resoconto sincero ed accurato dell’affermazione di un gruppo di rock and roll proveniente da un comune della contea di Los Angeles, il prototipo di storia che tutti noi amiamo leggere, uno spaccato preciso su quel sottobosco rock di cui tutti abbiamo fatto parte.
Il libro si dipana intorno alla costruzione e alla definizione del gruppo dei due fratelli Van Halen, gli anni presi in esame sono quelli che vanno dal 1969 al 1978 e raccontano la trasformazione del trio chiamato Genesis, e successivamente Mammoth, nel sensazionale quartetto finale ribattezzato (da David Lee Roth) Van Halen. Le storie che si raccontano in queste pagine sono divertenti e imperdibili e sono relative alla lunga gavetta che il gruppo fece prima di approdare al tanto agognato contratto con la Warner Brother, gavetta fatta di centinaia di concertini fatti nei cortili dietro casa di Pasadena.
David Lee Roth fece una fatica cane a farsi accettare dal gruppo, le sue qualità vocali non eccelse gli fecero fallire un paio di audizioni con i due fratelli olandesi, tuttavia la testardaggine, la fiducia in se stesso e la visione che si portava dentro gli assicurarono la posizione a cui ambiva. E’ davvero stupefacente notare la maturità e la visione che da giovanissimo metteva in campo, doti poi che permisero ad un gruppo dedito all’hard rock duro e puro basato sulle qualità tecniche straordinarie del chitarrista (e del batterista) di aprirsi ad altre colorazioni sino a diventare una irresistibile band di big rock americano.
DLR portò l’elemento funk, blues e melodico all’interno del gruppo, caratterizzò splendidi diamanti grezzi forgiati nell’hard rock con suggestioni doo-woop e da musical, fece in modo che il quartetto si cimentasse anche in brani di James Brown e Edgar Winter e che le sonorità californiane più dolci si mescolassero con la trazione a tutto rock di Eddie e Alex.
Riuscire a ritagliarsi uno spazio e un personalità in un gruppo che comprende un genio della chitarra così totalizzante non è roba da tutti. A me poi DLR piace molto anche come cantante. Non avrà la estensione perfetta per affrontare il genere che ha poi affrontato, ma il suo timbro pastoso e avvolgente a me dice tantissimo.
Io sono cresciuto con i VH, li ho visto debuttare discograficamente e li ho sempre seguiti con amore e attenzione. Non sono particolarmente legato allo stile di chitarra che prevede tapping e hammer-on, tuttavia Edward mi piace un sacco come chitarrista e come musicista. Il two handed tapping è uno stile che già esisteva (tra l’altro l’italiano Vittorio Camardese lo eseguiva già nel 1965 come da famoso spezzone della RAI), Van Halen lo captò da Harvey Mandel e dalla coppia Rick Derringer/Danny Johnson, ma fu quello in grado di definirlo in modo assoluto e con risultati strabilianti, per di più solo all’ultimo periodo, giusto poco prima di entrare in studio a registrare il disco di debutto.
Spassose le pagine dedicate a Gene Simmons, uno di quelli che provò a far decollare il gruppo ma che probabilmente aveva anche un secondo fine in testa. Gustoso l’aneddoto in cui si racconta di una sera in cui i Kiss erano in concerto a Los Angeles. GS chiese ai VH (ancora senza contratto e famosi solo nella suburbia losangelina) se volevano biglietti omaggio per lo spettacolo. Una volta davanti al botteghino DLR si accorse che Simmons aveva lasciato gli accrediti solo per gli altri tre. DLR rese pan per focaccia al demone dei Kiss alcuni anni più tardi: con i VH previsti al Los Angeles Forum invitò Simmons allo show, ma quando questi si recò al botteghino a ritirare l’accredito naturalmente non lo trovò.
Insomma è un gran libro che consiglio a chiunque ami la musica (hard) rock. E’ scritto in inglese.
Tempo di primavera, tempo di blues nuovi e splendenti. Dal cambio di stagione non sono immuni gli umani, il “mal di primavera” è sempre dietro l’angolo. Qualche difficoltà ad adattarsi al prolungamento delle ore di luce, il ritmo circadiano che regola il ciclo veglia-sonno che subisce interferenze, le difficoltà nel gestire i primi caldi e quelle a regolare l’umore e a tenere a freno le vertigini. Dall’altra parte, cosa c’è di meglio del risveglio della natura, del sole che splende alto nel cielo terso, dei sensi che tornano a farsi sentire?
I SETTE FRATELLI CERVI BLUES
Per pasqua scelgo di andare a pranzo in un ristorante insieme alla Pollastrella’s kin. La pasqua ebraica e cristiana non ha alcun significato per me, io festeggio eventualmente Ishtar (che guarda caso foneticamente si accompagna a Easter, pasqua in inglese) dea sumera/babilonese della fertilità e del sesso. Dopo aver ricevuto decine di messaggi con coniglietti e uova colorate (ma la gente che mi manda queste cose ha la minima idea di chi io sia?) a cui rispondevo spiritualmente con una imprecazione, Ishtar è quella che ci vuole per togliermi di dosso tutta quella pasqueria.
Siamo nelle campagne tra Regium Lepidi e Parmae, così decidiamo di fare una visita al Museo Cervi. Ogni volta che penso alla storia di quella famiglia rabbrividisco e maledico quei due decenni di storia d’Italia. Con Saura, attraversiamo in punta di piedi le stanze che furono di quella famiglia. Rendiamo onore in silenzio alla loro memoria. Questo luogo ci tocca nel profondo. Il sangue ribolle, la rabbia sale, la sete di giustizia sovrasta le nostre ombre. Penso al dolore dei genitori, delle mogli, dei figli. Usciamo, il sole splende, il cielo è blu, Casa Cervi sembra riposare in questo pigro giorno di festa. Prima di salire in macchina, la riguardo un attimo, e come se fosse casa mia.
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Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TTvv
Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT
BRONCHITIS BLUES
Passo una settimana di aprile a casa con la bronchite. Non ho febbre ma la faccenda non è da trascurare. Il medico mi prescrive antibiotici e antinfiammatori. Passo sette giorni in casa senza aver voglia di fare nulla. Saura è preoccupata, dice che non sono mai stato a casa più di due giorni e perciò le sembra una faccenda seria. Sento dire in giro che molta altra gente si trascina bronchiti del genere da settimane. Rifletto sulla cosa. Sono gli anni che avanzano? Queste infiammazioni si fanno sempre più lunghe perché siamo più insensibili alle medicine? E’ il logorio della vita moderna che ci rende più vulnerabili? Cerco un Cynar nel mobile dei liquori. Non lo trovo. E’ mattina, devo ancora fare colazione. Mi verso un Bellini e mi mangio un buondì. Povero me.
Bronchite blues – foto TT
Su Sky Classic danno Moby Dick. me lo riguardo.
Moby Dick il film – foto TT
E’ ora di pranzo. Sono slanato come chissà chi (sono apatico insomma), non ho proprio voglia di fare e di prepararmi nulla. Riesco a convincermi a mettere bollire qualche uovo; mezz’ora dopo guardo il piatto ed esclamo: “il pranzo dell’uomo di blues con la bronchite”.
Bronchite blues – foto TT
Nel fine settimana scendo in cortile per non impazzire, sono intabarrato come un nessi, mando la foto a Jaypee che mi chiede come sto. Al mio amico sembra che io indossi un burka. Rido e penso: Jimmy Page Akbar.
Bronchitis Man – foto Saura T
Osservo Palmiro
Palmiro -aprile 2018 – foto TT
e la pollastrella che sistema il pratino.
Lawnmower Saura – aprile 2018 – foto TT
Lawnmower Saura – aprile 2018 – foto TT
Quando torno al lavoro sembra inizio estate, ma per precauzione tengo ancora la sciarpa. La gente mi guarda con curiosità. In pausa vado all’autolavaggio a far lavare la Sigismonda. Mentre attendo mi cade l’occhio su uno sgabuzzino molto blues. Questi luoghi fuori dal tempo mi attirano sempre. Mi chiedo per l’ennesima volta perché l’obliquo e il blues siano così connessi con me.
Autolavaggio di Stonecity – foto TT
JIMMY PAGE: IL GIUSTIZIERE DELLE NOTE
In preda ad uno dei miei soliti impulsi improvvisi mi metto alla ricerca del DVD de Il Giustiziere Della Notte 2. Mi accorgo che in italiano è introvabile, finisco così per ordinare in Italia il n.1 (che è del 1974) e il blu-ray del n.2 e n.3 in Inghilterra (film in inglese con sottotitoli in inglese). Sono film di Michal Winner non certo indimenticabili, ma sappiamo tutti perché dobbiamo averli.
Alla fin fine Death Wish 1 si lascia vedere, guardare film ambientati nell’america degli anni settanta è sempre suggestivo, anche Saura se lo gusta senza troppi problemi. Il weekend successivo ci buttiamo sul numero 2. Popcorn, lemonsoda, home theater 5+1 …il Nuovo Cinema Terenziani stasera riapre i battenti. Guardai per la prima volta questo film quando arrivò in Italia, nel 1982. Ero a Torino a militare, e leggere nei primi fotogrammi del film il nome del mio musicista preferito fu una bella soddisfazione. Riguardarlo ora fa quasi tenerezza, ma la musica ci tiene incollati. Ogni volta che Saura riconosce un riff o un passaggio musicale, mi guarda, alza gli indici al cielo e ride. Nei momenti musicalmente più tenebrosi (quelli ad esempio creati con l’archetto di violino usato sulla chitarra) una strana luce le si accende negli occhi: Saura ha una predisposizione per le parti demoniache create da Page che mi sorprende sempre.
Death Wish 2 & 3 – foto TT
Termina il film. Sui titoli di coda parte il pezzo The Release. Dopo una breve introduzione parte un riff rock. Saura rimane come incantata. Alla fine esclama: “che pezzo”!
Nelle settimane successive non ascolterà altro. Io rimango basito. Intendiamoci, la colonna sonora Death Wish 2 è il mio disco degli anni ottanta preferito, ma che Saura perdesse la testa per The Release non me lo sarei aspettato. Fantastica di proporlo come pezzo di inizio concerto degli Equinox. Si mette al piano e cerca un arrangiamento per replicare gli accordi della chitarra ritmica mentre con la pedaliera cerca le linee di basso. Io mi chiedo come farò a dire a Lele e a Pol l’intenzione di Saura.
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Death Wish 2 & 3 – foto TT
Qualche sera dopo ci accostiamo al n.3, praticamente inguardabile. Lo avevo già visto decenni fa ma per fortuna non ricordavo proprio nulla. Come colonna sonora fu usata ancora quella che Page scrisse per il N.2, con in aggiunta alcuni arrangiamenti più moderni di alcuni suoi temi suonati da altra gente. Roba da dimenticare.
L’influsso della colonna sonora del secondo episodio tuttavia rimane. Domenica scorsa, ad esempio, nel tardo pomeriggio ero in bagno a farmi la doccia, ci preparavamo ad uscire. Sento Saura andare verso lo stereo e mettere su il cd di Death Wish 2. Sorrido tra me e me. Poco dopo esco dalla doccia, mi infilo l’accappatoio e mi faccio la barba. La colonna sonora in questione alterna momenti decisamente rock a suggestioni – come detto – demoniache. Ogni qual volta una di queste parti misteriose e cupe irrompe dallo stereo, Saura fa capolino dalla porta del bagno con sguardo mefistofelico. Rido quasi fino a pisciarmi addosso.
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Quando il rock riprende il sopravvento prende la rincorsa e scivolando passa per lo specchio della porta suonando l’air guitar e imitando le mosse di Page. Rido di nuovo e soppeso questa donna rock, questa forza della natura, questa indefessa fan dei LZ e di Page. Sì, perché va bene Rick Wakeman, Jon Anderson, gli Yes e gli Who, ma è indubbio che abbia una fortissima predisposizione per la musica dei LZ e di Page in particolare.
Poco dopo siamo pronti per uscire, inutile dire quale maglietta si sia messa …
Saura JPP t-shirt – foto TT
LYING IN THE SUNSHINE – VERANDINA BLUES
E’ tempo di tirar fuori la verandina. In primavera ce la si può godere in pace, visto che non ci sono ancora zanzare.
La Verandina della Domus Saurea – foto TT
La domenica mattina poi è perfetta per seguire il consiglio dei Free e sdraiarsi un po’ al sole, procedura necessaria per far evaporare qualche blues.
Lying In The Sunshine – Tim & la Verandina della Domus Saurea – foto TT
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SULLE TRACCE DI BRIAN: Via Ca’ Del Diavolo Blues
Più passa il tempo e più ho l’impulso di andare alla ricerca delle mie radici. Il problema è che quando pigramente giro per le campagne della Regium Lepidi county sulle tracce di Brian, mio padre, mi sembra di fare ricerche sul blues nero del sud degli Stati Uniti; evidentemente sovrappongo la storia del mio padre biologico a quella dei miei padri putativi.
PADRE BIOLOGICO- Il giovane Brian (1958 circa)
PADRI PUTATIVI – Robert Johnson early 1930s
PADRI PUTATIVI – Muddy Waters 1963
Conosco i posti dove Brian è nato e vissuto, ma mi manca giusto di visitare una località in cui sono stato solo una volta a 8 mesi. E’ una calda e soleggiata domenica di aprile, esco a pranzo con mio cugino Basàn, figlio della sorella di Brian. Io lo chiamo col soprannome che aveva la famiglia di suo padre, lui contraccambia chiamandomi per cognome nella variante dialettale di queste terre, Tiràl, appunto, con la a che non è proprio una a e che ancora contiene qualche suggestione della e. Siamo alla Badessa, uno dei miei ristoranti preferiti, ottimo cibo e architettura. Il ristorante è all’interno di quello che un tempo fu il casello (il caseificio insomma) di Villa Spalletti; il fatto è che questo edificio ha riflessi gotici, e mi ricorda tanto la Boleskine (e la Tower) House, insomma come sempre vivo dentro ad un mondo tutto mio.
La Badessa
Boleskine House
Boleskine House
Tower House
Usciamo in uno di qui pomeriggi luminosi tipici di questa parte d’Emilia e Basàn decide di farmi vedere la casa di via Ca’ Del Diavolo dove per alcuni anni visse Brian insieme alla sua famiglia. Il nome della via è suggestivo.
Via Ca’ del Diavolo – foto TT
Sembra che in un tempo remoto in una delle case di questa stretta viuzza succedessero cose innominabili. Oggi la casa è abitata e non presenta nulla di anomalo ma si dice che tra quelle mura siano successe brutte cose.
La Casa Del Diavolo – foto TT
Proseguiamo fino a che non scorgo in lontananza la casa di Brian.
Una delle case dove è vissuto Brian – foto TT
Nulla di particolare s’intende, giusto una tipica casa emiliana da contadini, eppure per me – da sempre votato alla nostalgia, alla malinconia del ricordo, alla leggenda ordinaria della mia famiglia – così importante. Posseggo una foto che mi ritrae insieme a mia madre nelle vigne che allora circondavano la casa, mi illudo di ritrovare quella suggestione ma invano, a 8 mesi non potevo certo memorizzare nulla.
Una delle case dove è vissuto Brian – foto TT
Tim & Mother Mary – Arceto (RE) primi anni sessanta
mi soffermo ancora un momento e poi proseguo.
Una delle case dove è vissuto Brian – foto TT
Mentre ritorno verso la Domus Saurea, nella mia mente le baracche di Robert Johnson e di Muddy Waters si sovrappongono alla casa di Brian che ho appena visto.
Robert Johnson’s Birth House in Hazlehurst, MS
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Muddy Waters Cabin – photo Karl R. Josker
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La settimana successiva mi reco al cimitero di San Martin On The River per portare un mazzo di fiori a Brian e a Mother Mary. E’ di nuovo un’ assolata domenica primaverile. I paesi di provincia e la campagna risplendono nel loro inconfondibile idlewild mood. Mentre torno decido di dare finalmente un’occhiata ad una località del territorio di Corrigium chiamata Casino Tirelli. Cerco sul cellulino le coordinate e mentre lo faccio leggo le brevi righe dedicate a questo posto:
CASINO TIRELLI (Frazione di Corriguim)”il toponimo identifica un complesso rurale a corte di rilevante interesse. Comprende la villa Zini ora in degrado, costituita da un volume a pianta quadrangolare articolato su due livelli distinti da cordoli lineari marcapiano, conclusi da una copertura a quattro falde. Le luci sono regolari e simmetricamente distribuite con ingresso archivoltato. Nell’interno si segnala la massiccia torre coronata da una cella con banderuola metallica in vertice e quadrante dell’orologio. Al corpo principale dell’edificio sono collegati i rustici porticati che chiudono lo spazio alla corte interna. In angolo con la via Lemizzone si osserva una maestà ottocentesca a pilastrino con frontispizio triangolare superiore; la nicchia in volto conserva una immagine votiva della Beata Vergine.”
Mi sono spesso chiesto da dove derivi il nome della località, sebbene sia facile arrivarci con semplici ragionamenti.
Secondo Wikipedia un “casino” è in architettura piccolo edificio o palazzina a uso ricreativo (es. casino di caccia) un tempo presente nei giardini e parchi della grandi proprietà nobiliari.
Il cognome Tirelli è tipico di queste zone, quindi…
Mi fermo, scendo dalla blues mobile e scatto qualche foto a Villa Zini, l’unico edifico di questo posto che pare degno di nota.
Villa Zini – Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli
Villa Zini – Località Casino Tirelli Corrigium) – foto di Tim Tirelli
Villa Zini – Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli
Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli
Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli
Sono a metà tra San Martin On the River (paese di mia madre) e Lemizzone (frazione di Corrigium dove nacque mio nonno paterno). Prendo direzioni a me sconosciute…la campagna, le stradine, ponti male in arnese … mi sembra di essere tra l’Arkansas e il Mississippi.
Sbuco in via Lenin (già proprio così, dopotutto siamo in quella che fu la parte più rossa dell’Emilia e dunque d’Italia), ma non capisco a quale altezza
Via Lenin – Regium Lepidi – foto di Tim Tirelli
fino a che non vedo lo skyline di Borgo Massenzio con il famigliare acquedotto e so di essere sulla giusta blue highway.
Borgo Massenzio Skyline – foto TT
Ca’ del Diavolo, Casino Tirelli, Lemizzone … ci fosse ancora Brian e gli snocciolassi questi nomi si ringalluzzirebbe in un battibaleno, nomi che sarebbero chiavi d’accesso che nemmeno l’alzheimer potrebbe fermare. Il vecchio Brian, ah, quanto mi manca.
Brian e Tim
SAURA LA MARANGONA (Falegnameria Ganassi Blues)
Abbiamo già affrontato qui sul blog una delle tante qualità di Saura ovvero la manualità, l’abilità nell’uso delle mani. Suo nonno materno, Inìgo Ganassi, era un falegname stupefacente, Saura cerca di non essere da meno. Con la primavera sale la voglia di sistemare il giardino e l’orto, così lei un giorno mi fa: “senti Tyrrell, ma se gli steccatini li costruissi io?”. Non mi piace “smontare” le persone, ma finisco per dirle “sei sicura? Non è un lavoraccio? Sei certa che non costi meno comprarli già fatti?”.
Saura se ne va un po’ abbacchiata, ma so già che – come sempre – farà di testa sua. Una sera infatti torno a casa e la vedo nel garage intenta a costruire il primo; mentre tornava dal lavoro si è fermata all’OBI, ha comprato il necessario ed ora eccola lì che “zega” (come diciamo qui in Emilia) e pianta chiodi. Salgo in casa, dopo poco corre a farmi vedere il risultato dei suoi sforzi.
Falegnameria Ganassi – aprile 2018 – foto TT
Domenica. Di solito siamo in piedi presto, ma stavolta dopo essermi svegliato alle 6 riesco riprendere sonno e a dormire un’altro po’. Alle 8,30 mi tiro su. La cerco ma in casa non c’è. In soffitta nemmeno. La chiamo ma dal cortile nessuna risposta. Scendo, mi dirigo dietro casa, la trovo davanti al vecchio bancone che fu di suo nonno tutta intenta a lavorare.
La sua breve descrizione sui social dovrebbe essere: testa quadra (reggiana, insomma), motociclista, bassista, tastierista, mandolinista ed ora anche marangona (falegname/carpentiere in dialetto emiliano).
Falegnameria Ganassi – aprile 2018 – foto TT
JULIA N. 235
Sul numero di aprile 2018 del fumetto Julia, ci sono un paio di pagine dedicate alla presunta maledizione che il Dark Lord avrebbe lanciato nei confronti del gruppo Eddie & The Hot Rods a causa di un uso irriverente di una foto di Aleister Crowley per una loro copertina.
Julia numero 235 – aprile 2018
Julia numero 235 – aprile 2018
Julia numero 235 – aprile 2018
Mi torna alla mente quanto fossero pompati gli Eddie & The Hot Rods allora. La stampa inglese li spacciava come la nuova sensazione, sembrava sempre che dovessero diventare the next big thing.
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NEL BLU DIPINTO DI BLUES & I FIORI DI LILLA’
In queste domeniche piene di sole mi godo il cielo terso e mi perdo dinnanzi ai fiori di lillà.
Nel blu dipinto di blues – Domus Saurea aprile 2018 – foto TT
Ho una dolce ossessione per questi fiori, uno dei primi ricordi che ho è un giro con mia madre in una domenica pomeriggio tra i prati delle case vecchie che avevamo dietro la palazzina in cui abitavamo. Nel tornare ci fermammo vicino a due pilastri ai lati dell’imbocco di una via a rimirare ed annusare piante di glicine e fiori lillà.
Le cancellate in questione in basso a sx – Nonantola anni 30 courtesy of Massimo Baldini FB goup “Nonantola nei ricordi”
Fu come un imprinting. Da allora ogni volta che ne scorgo una pianta, la annuso e per un lungo instante torno a quei giorni felici.
Domus Saurea: i fiori di Lillà – foto TT
Il nuovo LINUS.
Col numero di maggio, la storica “rivista di fumetti e altro” cambia contenuti e grafica. Quest’ultimo aspetto mi piace parecchio, la confezione in brossura poi è stupenda, il resto però mi lascia perplesso. E’ cambiato il direttore, sono cambiati i collaboratori, persino i fumetti (peanuts a parte) non sono più quelli. Di solito questo tipo di cambiamenti mi esalta, ma stavolta rimango stordito e confuso. Senza gli articoli di Marina Viola e di Marco Milani e senza le strisce di Perle Ai Porci e Dilbert per me Linus non ha più tanto senso. Non mi ci trovo proprio più. E’ come se, fedele lettore di una rivista specializzata in classic rock e blues mi trovassi davanti all’improvviso la stessa dedicata al rock alternativo, al genere indie e al (t)rap. Cambiamento legittimo per carità, probabilmente sono io che non riesco a tare al passo coi tempi ma devo constatare che è diventata una rivista di fumetti di livello alto, qualsiasi cosa questo significhi, una rivista che non deve più piacere per forza ad un pubblico più vasto e forse meno specializzato. Auguro al mensile buona fortuna, ma se le cose dovessero rimanere così, la nostra relazione terminerà alla scadenza del mio abbonamento.
SUL PIATTO DELLA DOMUS SAUREA
Il 27 aprile ho messo sul giradischi il cofanetto bootleg di Destroyer, i Led Zeppelin al Richfield Coliseum di Cleveland il 27 aprile del 1977. Ho ricordi nitidi di me che ascolto le cassette di questo bootleg più o meno 40 anni fa, guardando fuori dalla finestra e seppur così giovane in età, inizio ad elaborare il fatto che dopo il 1973 i LZ non erano più esattamente quelli dell’immaginario collettivo. Era uno dei primissimi bootleg soundboard ad apparire sul mercato (nero) e i soundboard si sa mettono quasi sempre in risalto le magagne. Devo dire tuttavia che riascoltato oggi mi è piaciuto più del previsto. Uno dei grandissimi gruppi rock alle prese con gli orizzonti perduti, stordito da pesanti sostanze chimiche, dalle tensioni date dall’impressionante successo e dalle prime crepe comparse nei rapporti personali, che cerca con caparbietà di rimanere a galla.
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Ogni tanto ritorno ai fondamentali.
Beatles Abbey Road – foto TT
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In questo periodo ho letto Van Halen Rising – How A Southern California Backyard Party Band Saved Heavy Metal di Greg Renoff (presto ne parleremo), libro sui primi anni del gruppo che mi è piaciuto tantissimo. Sono dunque in una fase Van Halen, gruppo con cui sono letteralmente cresciuto e che ho amato parecchio. Che bello ritrovare la passione per un chitarrista fuori dall’ordinario e per un cantante forse non dotatissimo ma funzionale come pochi.
sul piatto Van Halen 1- foto TT
Per me i VH sono quelli che nel bel mezzo di un pezzo tiratissimo (con tanto di assolo superlativo) come I’M THE ONE inseriscono un siparietto doo-woop (al minuto 2:50) courtesy of DLR.
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Ad ogni modo siamo ormai oltre la metà di maggio, col sole anche i blues più feroci fanno meno paura, così anche se ci accorgiamo che tra i cespugli c’è del trambusto, non dobbiamo allarmarci, dopotutto sono solo le pulizie primaverili per la regina di maggio.
If there’s a bustle in your hedgerow, don’t be alarmed now, It’s just a spring clean for the May queen.
Non avevo mai letto questo classico prima d’ora, sono perciò felice della mia infatuazione per le edizioni della Universale Economica Feltrinelli perché mi aiuta a colmare certi vuoti che a volte mi paiono inverosimili.
Ho faticato a prendere il largo, le onde delle prime decine di pagine dove Hugo parla della cosiddetta corte dei miracoli mi hanno fatto riflettere più volte sul fatto se continuare o meno, una volta superata la barriera tuttavia mi sono trovato in un mare aperto che mi ha lasciato a bocca spalancata.
All’interno di questo romanzo, la cui storia per sommi capi la conosciamo tutti (o perlomeno crediamo di conoscerla), vi è contenuta la storia di Notre-Dame e della città di Parigi e delle loro trasformazioni attraverso i secoli.
Vi sono inoltre lunghe divagazioni sulla Architettura, a tratti molto minuziose, vissuta come espressione umana, gli edifici come libri della storia umana prima che l’avvento della stampa ne ridimensionasse la funzione.
Come dice la sinossi qui sotto, Notre-Dame de Paris è un grande romanzo popolare, una saga con tutti gli ingredienti giusti. Lo si legge con molto gusto e con altrettanto gusto ci si toglie dalle spalle la polvere dolciastra arrivata a noi tramite i cartoni animati di Walt Disney. Il romanzo è un lungo e folgorante blues, dove un diverso è uno degli attori principali, colui che dal rapporto carnale con le sue campane passa all’amore platonico per una “zingara” bellissima. Non è stato difficile prevedere in anticipo certi colpi di scena, ma questo non toglie nulla alla bellezza del romanzo.
Un altro classico da avere e da leggere. Capolavoro.
Un classico senza tempo. Un classico popolare. La grandiosa rivisitazione di una Parigi tardomedioevale in cui si mescolano lo spettrale profilo della basilica di Notre-Dame, abitata dal gobbo Quasimodo, e la notturna Corte dei Miracoli, dove risplende la bellezza di Esmeralda. Come in un grande melodramma, forze del bene e forze del male si scontrano facendo fulcro intorno all’attrazione, alla sensualità, all’innocenza della bella zingara. Romanzo del diverso, del perverso e dell’amore contrastato, Notre-Dame de Paris non ha mai smesso di sedurre l’immaginazione di registi (memorabile il film del 1939 di William Dieterle, con Charles Laughton nelle vesti di Quasimodo), musicisti (recentissimo è il musical di grande successo di Riccardo Cocciante), e naturalmente quella dei lettori. “Hugo non dimentichiamolo, scrive Notre-Dame a ventott’anni, nel 1830, e lo dà alle stampe l’anno dopo: Notre-Dame ha della gioventù o della prima maturità gli entusiasmi della scoperta, la foga dei messaggi.” Goffredo Fofi
Victor Hugo (Besançon, 1802 – Parigi, 1885) è considerato il capofila della scuola romantica francese. Fu autore di poesie, romanzi, opere teatrali e politico-sociali fra cui, oltre al romanzo Notre-Dame de Paris, ricordiamo: Cromwell (1827), considerato il primo dramma storico romantico, Ernani (1830), Il re si diverte (1832), da cui il Rigoletto di Verdi, I miserabili (1862), che riscosse un successo straordinario, I lavoratori del mare (1866) e l’epopea mitologica La leggenda dei secoli (1883). Feltrinelli ha pubblicato nei “Classici” Notre-Dame de Paris (2002) e L’ultimo giorno di un condannato(2012).
La mia amica Zilly tramite messenger mi manda un link preso dalla rivista Rolling Stone. Trattasi della recensione che fece Lester Bangs nel 1970 di Led Zeppelin III.
Tim: “Sì, è una recensione storica. Ho stima e simpatia per Lester Bangs, una mio carissimo amico dice che io sono come lui. Inutile dire che per quanto riguarda i LZ si sbagliava, ma la sua furia a tratti iconoclasta era salutare per il Rock.”
Zilly: “Appena l’ho letta ti ho pensato… Non dubitavo la conoscessi, mi piace la tua analisi obiettiva anche se non condividi come me i contenuti. “
Pensavo tutto finisse lì, invece la mia worried mind (la mia mente tormentata insomma) ha iniziato a macinare le solite inezie che mi appesantiscono la vita.
Ho un rapporto conflittuale con Bangs. Ho sempre preferito Creem a Rolling Stone, a tal punto che già a suo tempo cercavo di farmeli arrivare dagli Stati Uniti. Di Bangs (e di Creem) mi piaceva l’irriverenza verso i gruppi rock che franavano verso il romanticume da strapazzo, ma certo non potevo condividere in pieno il suo atteggiamento votato quasi esclusivamente all’incensare l’essenza del rock and roll primordiale. Lo capivo, ma c’era troppo di buono in certi gruppi per liquidarli così, e poi io la furia primordiale del rock and roll a differenza sua la sentivo (e la sento) anche in gruppi tipo gli Emerson Lake & Palmer (e i Led Zeppelin ovviamente).
Capivo insomma le basi del suo ragionamento, ma ne mettevo in discussione la semplice equazione filosofica. L’amico che dice spesso che sono come lui è il nostro Polbi (Paolo Barone insomma). Durante le nostre conversazioni telefoniche sulla linee Borgo Massenzio/Detroit, affrontiamo sempre temi musicali e quando mi lascio trasportare dal fervore finisco per – a detta di Polbi – esprimere giudizi lucidi e senza compromessi in puro stile Lester Bangs. La cosa è curiosa visto che tra noi due sarebbe Polbi quello più vicino al senso del rock di Lester Bangs, alla fine che ne può sapere di rock primordiale uno che come me ascolta Bad Company e John Miles? Il fatto è che come spesso mi capita nella vita, ho un approccio bipolare verso la musica, coesistono dentro di me anime diverse come ho già scritto più volte. Ascoltando delinquenti come Robert Johnson, Muddy Waters, Chuck Berry, i Clash e i Damned qualcosa di primordiale dovrò pur capirne qualcosa anche io, no?
Rileggendo la recensione in questione perciò mi viene da confutare il pensiero di Lester.
Lester Bangs & LZ 1970
Qui Bangs si sofferma ovviamente sul terzo album e di rimando ai due precedenti. Quello che i LZ pubblicarono da lì in poi sarebbe sufficiente per smontare le sue teorie, ma io sono convinto che anche nei primi tre album ci siano motivi per controbattere.
Se vogliamo, da un lato possiamo riconoscere l’aspetto sguaiato dei primi LZ, aspetto che ha portato Lester Bangs a scrivere queste cose, il mensile Rolling Stones a massacrare anche i primi due album e Jim Morrison a dichiarare che i LZ proprio non gli andavano giù. I LZ arrivano un anno e mezzo dopo la summer of love e anticipano il tenore degli anni settanta. L’esplosione sonora che portano nel rock spazza via le proposte audio dei loro predecessori (Cream, Iron Butterfly, Jeff Beck Group e persino la Jimi Hendrix Experience). Un suono come quello nella musica rock non si era mai sentito. Questo naturalmente è in netto contrasto con la psichedelia americana del 1967, le chitarre acustiche della west coast, i riflessi intellettuali della musica di San Francisco (musica tra l’altro amata molto da Page e Plant).
Robert Plant nei primi due dischi canta spingendo la sua estensione al massimo e lo fa rigurgitando spesso testi e concetti che in massima parte provengono dalla grande tradizione blues nera. Uniamo questo ad una sezione ritmica imponente e una chitarra che sembra principalmente ricamare riff di blues pesante e il gioco è fatto, almeno per chi si ferma alla superficie senza scendere nel dettaglio.
Sì perché tra tutta la grossolanità di modi di cui parla Bangs, c’è una eleganza che non capisco come sia potuta sfuggirgli.
Diamo per buono che il cantato sopra le righe di Plant, i testi e il riverbero metallico dei primi due album risultino un po’ rozzi e indigesti per i critici un po’ snob e intellettuali, ma come la mettiamo con le prove strumentali, il tocco, il senso e la delicatezza intrinseca a tutto quel fragore? Stessimo parlando di certe altre band dedite all’hard rock più o meno dello stesso periodo capirei, ma i LZ?
Ora, sicuro, io sono un fan del gruppo, magari filtro il giudizio in maniera edulcorata, ma mi sembra che ci sia parecchia sensibilità nella musica dei LZ. Certo, l’aspetto viscerale è forse preponderante in quei primi album ma ripeto, la finezza, la bellezza e il groove di certe parti musicali andava considerata con eguale importanza.
Citando anche solo l’arrangiamento di Bigly (Babe I’m Gonna leave You insomma) siamo già pronti a rigettare le tesi di Lester. Se lo si mette a confronto con le versioni antecedenti di Ann Brendon o Joan Baez non si può che prendere atto che i LZ portarono il brano a livelli inimmaginabili. Sensibilità, sofferenza, dolcezza sono incapsulate nel cantato di Plant e nell’arpeggio di Page.
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Il ricamo celtico di Black Mountain Side (alias Black Water Side) accompagnato dalle tabla non è sintomo di sensibilità diverse?
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Certo, poi ci sono You Shook Me e Communication Breakdown, ma anche il ritmico procedere che sembra galleggiare di I Can’t Quit You Baby, l’andamento pulsante e dinamico di How Many More Times el’organo di Your Time is Gonna Come. Aspetti che andavano colti per riuscire a produrre un giudizio completo.
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Passiamo a Led Zeppelin II. In Whole Lotta Love Plant simula orgasmi e canta “ti sto per dare ogni centimetro del mio amore”, crude metafore che se cantate da bluesman neri in un juke joint del Mississippi negli anni trenta o quaranta del secolo scorso hanno valenza positiva, ma se amplificate dallo stridore delle chitarre elettriche moderne assumono contorni grezzi. Però come si può non apprezzare la nuova dimensione sonora (siamo nel 1969), la sfrontatezza, la dinamica del riff, la prova del gruppo? Come si può passare sopra ad un assolo di chitarra diventato poi iconico? Non sono anche questi elementi per valutare un gruppo, per soppesarne pregi e difetti?
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I sussurri di What Is And What Should Be dove li mettiamo? E il lavoro di basso di The Lemon Song? Capisco che quello che passa sia la struttura di Killing Floor e il testo di Travelling Riverside Blues di Robert Johnson (Plant ne canta la parte dove dice più o meno “spremi il mio limone fino a che il succo non mi scenda lungo la gamba“) ma il pezzo contiene la migliore performance di basso in contesto (hard) rock/blues di sempre. Quello che John Paul Jones suona è pieno di sensibilità, gusto, intelligenza artistica. Quello che fa nella parte meno intensa del brano è puro umanesimo bassistico. Evidentemente è molto più semplice soffermarsi sulle forme più apparenti. Per me Bangs commette lo stesso “schifo” che imputa ai LZ, alla fine la sua è una recensione rozza, non scende nei dettagli, non valuta nel complesso e si ferma alla superficie.
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Ancora, e Thank You? Il testo non sarà forse degno del miglior Dylan, ma quell’organo che avvolge tutto e le aperture melodiche, non sottintendono emotività diverse? Il lavoro di chitarra acustica e di basso in Ramble On, insieme al cantato, non è un quadretto suggestivo, particolare e ben scritto? Tralascio i brani più in “stile Zeppelin” proprio per far emergere che c’era parecchio altro oltre lo “stile Zeppelin” tanto bistrattato da LB.
E in senso generale, le doti tecniche dei quattro componenti del gruppo, la loro capacità di metterle a servizio dell’alchemia musicale non hanno valore?
Per Led Zeppelin III Bangs scrive del “totale anonimato della maggior parte dei pezzi”. Io fatico a comprendere, soprattutto se vado a vedere i pezzi dei gruppi che piacevano a lui. Ora, sappiamo che ad ognuno di noi piacciono cose che magari ad altri proprio non dicono niente, ma se si è un critico musicale di una certa rilevanza, occorre provare diverse prospettive, occorre cercare di analizzare tutti gli aspetti della musica di cui si sta per parlare.
Lo sferragliare di Immigrant Song potrà apparire sgradevole ai più, ma non è il pezzo perfetto per descrivere le incursioni vikinghe?
Di Friends scrive “ha una buona base acustica un po’ amara, ma ci rinuncia dando tutto ai respiri striduli e monotoni di Plant. Rob, ascolta Iggy e gli Stooges”. “Rob ascolta Iggy e gli Stooges”? Per Bafometto, ma cosa c’entrano Iggy e gli Stooges? James Newell Osterberg Jr. era un cantante a cui RP avrebbe dovuto ispirarsi? Il crudo rock monodimensionale degli Stooges doveva essere una sorta di template per i LZ? Suvvia! Come tutti noi, Lester Bangs era reso cieco dai suoi gusti personali. La grandezza dei LZ sta anche nell’aver esplorato dimensioni diverse, magari con risultati alterni, ma la loro strada era fare musica ampia.
Secondo Bangs Since I’Ve Been Loving You “rappresenta invece la quota obbligatoria della lentissima e letalmente noiosa jam blues da sette minuti”, anche qui non si capisce di cosa scriva. Sibly è sì un blues lento e in minore, ma lo si può descrivere come la solita jam session blues? I tre accordi di base del blues I, IV, V (in questo caso Do-, Fa-, Sol-) sono arricchiti di parti aggiuntive e altri accordi particolari che risulta quasi comico leggere il commento di Bangs. Il gruppo la suona live in studio con Jones contemporaneamente all’organo e alla pedaliera basso, mettendo su nastro uno dei più bei blues bianchi mai scritti. Sarò anche un fan, ma se questa è la solita e noiosa jam session basata su un giro di blues, quelle dei Grateful Dead e degli Allman cosa sono? Intendiamoci, siamo d’accordo, il blues va interpretato a dovere, va sentito (to feel), se lo si scrive e lo si suona bisogna mettere in campo il fondo di malinconia ancestrale che l’essere umano si porta ndentro, sono il primo a non sopportare il blues vissuto come esercizietto per musicisti bianchi (e talvolta neri) che si appropriano solo della forma, ma mi pare chiarissimo che questo non sia proprio il caso dei Led Zeppelin.
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Seguono poi 5 pezzi acustici. Gallows Pole, un traditional che risale al 1600, Tangerine (restyling di un agrodolce motivetto proveniente dagli Yardbirds), That’s The Way, Bron Yr Aur Stomp e Hats Off To Roy Harper. A parte l’ultima che è siparietto non esattamente riuscito riguardante il vecchio blues dei primi decenni del secolo passato, gli altri sono momenti di estrema gradevolezza. In primis, che un gruppo Hard Rock o Heavy Blues sterzi in maniera così decisa verso situazioni acustiche e differenti con risultati ragguardevoli non è cosa da tutti i giorni. E’ vero che per That’s The Way Bangs finalmente scrive:
” è la loro prima canzone ad avermi sinceramente commosso. Mi venisse un colpo, è stupenda. Sopra un semplice e comunissimo riff acustico, Plant descrive una toccante immagine di due ragazzini che non possono più giocare insieme. I parenti e i pari di uno di questi disapprovano l’altro per via dei suoi capelli lunghi e perché viene dalla parte oscura della città. Per una volta, la voce qui è controllata. Anzi, l’intonazione della voce di Plant è lamentosamente soave come nelle migliori ballad dei Rascals. E un drone modulato elettronicamente ronza cupo nel sottofondo come le chiatte malinconiche di un porto mentre le parole cadono soffici come neve: “And yesterday I saw you standing by the river / I read those tears that filled your eyes / And all the fish that lay in dirty water dying / Had they got you hypnotized?” Bello e strano abbastanza, cari Zeppelin. Come disse Chuck Berry eoni fa, “ti mostra ciò di cui non ti accorgi mai”.
però a me sembra riduttivo. Nel suo complesso LZ III è un album vario, coraggioso, suonato bene, ricco, coinvolgente, delicato e inteso allo tempo stesso. Uno degli album rock importanti, uno di quelli da avere, qualsiasi sia la tua predisposizione.
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Fatico a capire inoltre come gli sia sfuggita la presenza di gente come John Bonham (il miglior batterista rock di sempre, ormai è cosa nota, ) e John Paul Jones, musicista/arrangiatore/polistrumentista di statura elevatissima.
I LZ non hanno certo bisogno di essere difesi, ma il rock – checché io ne dica – è ancora una faccenda maledettamente importante per me, impossibile rimanere impassibile (scusate il pasticcio, voluto) davanti a certe stupidaggini anche se scritte da uno come lui.
Nuovo tour italiano per Roger Waters, nuovo successo smisurato: due date al Forum D’Assago (capienza 12.700) e quattro (quattro!) all’Unipol Arena di Bologna (capienza 17.000). Più di 93.000 presenze, sold out continuo (e tornerà in estate a Lucca e al Circo massimo). Rifletto sulla potenza dei Pink Floyd e sul magnetismo che la figura di Waters irradia. In Italia nessun altro ex membro di famose rock band chiamerebbe a sé folle così imponenti, nemmeno Paul McCartney. Sono contento di questo, stimo molto Roger Waters anche come essere umano e, al di là dell’incantesimo musicale a cui ci sottopone, mi piace pensare che sia seguito anche per le sue idee politiche, le sue filosofie etiche, il suo umanesimo.
E’ una giornata soleggiata e calda, sembra inizio estate, l’ideale per celebrare la Festa Della Liberazione insieme al deus ex machina dei Pink Floyd. Io e la pollastrella partiamo alle 17,40, sulla freccia gialla della pianura emiliana, da Regium Lepidi. Non è necessario per noi prendere l’autostrada, questo pezzo d’Emilia è la nostra terra, dunque procediamo a velocità di crociera su strade alternative. Esattamente un’ora dopo arriviamo all’Unipol Arena. Nessuna coda, nessun problema, nove euro per il parcheggio a pagamento e fermiamo la macchina a 25 metri dalla struttura.
Facciamo due passi, ci infiliamo in un centro commerciale lì di fianco mentre mangiamo i panini che abbiamo portato da casa. Troviamo quantomeno discutibile che per la festa del 25 aprile ci siamo centri commerciali aperti e che ci sia gente che vada a fare la spesa nel giorno in cui si festeggia la Liberazione. Usciamo quasi subito, la tristezza di un luogo simile mette angoscia.
Di fianco all’Arena contiamo 15 TIR e diversi pullman, portare in giro lo show di Waters non è roba da poco.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 24/04/2018 – photo TT
Una volta dentro, contemplo la volta imponente dell’Unipol Arena, lo spazio indoor più ampio d’Italia. Come grandezza e capienza siamo più o meno a livello del Madison Square Garden, dell’O2 Arena, del LA Forum, del Budokan. Sono contento che una struttura del genere sia nella mia regione. Sono le 20, io e la pollastrella ci scattiamo una foto, che poco dopo pubblico su Facebook.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 24/04/2018 – photo TT
Dall’alto numero di like (90) e di commenti capisco una volta di più la forza che il nome Roger Waters evoca. Vede la foto anche il mio amico Davidino il quale mi manda un whatsapp “Ah, allora ci sei anche tu!”. Mi affaccio alla balaustra, qualche secondo dopo volto lo sguardo verso il punto della platea da cui provengono urla, eccoli lì i miei amici sciamannati del mio paesello natio: Davidino, Marco John Lupo, Stef e Paolo. Quest’ultimo ci scatta una foto e la pubblica sul mio profilo…
Saura & Tim all’Unipol Arena – foto Paolo Mattioli
Non ho voluto vedere scalette, foto e video dei concerti precedenti, dunque non so cosa aspettarmi. Osservo la gente e rifletto sui significati più profondi della musica rock. Il parterre, diviso in due sezioni, inizia a riempirsi. Noi siamo circa a metà di uno dei due lati lunghi. Siamo nella prima fila del nostro settore, dunque posizione piuttosto comoda.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 24/04/2018 – photo TT
Ci passa davanti Riccardo Cervi, giocatore della Pallacanestro Reggiana/Grissin Bon. Saura si infervora per un momento. Poco dopo arriva Poggipollini, il chitarrista di Liga. Davanti a noi la tribunetta con le poltroncine imbottite presidiata da una giovane hostess impettita avvolta in un vestitino rosso e calze nere. La platea di riempie in maniera definitiva.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 24/04/2018 – photo T
Prima dello show circa 20 minuti di riflessione audiovisiva, poi parte Speak To Me/Breathe. Capisci subito che sarà una esperienza profonda.
(video dal concerto del 24/4/2018)
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Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Si prosegue con One Of These Days. Ci si immerge nel mood assoluto dei PF.
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Con Time si vibra e si riflette su quanto la muisca dei PF sia parte di noi stessi.
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Le due coriste propongono una The Great Gig In The Sky assai convincente. Difficile riprodurre una linea vocale così iconica senza lasciarsi schiacciare.
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Welcome To The Machine vede Waters alla chitarra;
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
seguono tre pezzi dal suo ultimo album. Questo è l’unico momento opaco del concerto. Mi duole ammetterlo, per un artista è sempre vitale e fondamentale proporre le nuove cose, ma mi pare che questi tre pezzi non reggano il confronto con le altre sinfonie dell’alienazione scritte negli anni settanta. Ci si riscuote con Wish You Were Here. Non servono parole.
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Lo stesso vale per Another Brick In The Wall, eseguita con l’aiuto di alcuni bambini bolognesi.
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Termina qui il primo set. Venti minuti di intervallo che ti servono per rimettere in fila le sensazioni e le emozioni.
Tim – Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Il secondo set inizia in un modo che ti irretisce e terrorizza al tempo stesso. Dal lungo sostegno sospeso nella volta dell’Arena luci rosse e segnali acustici di pericolo che si trasformano in breve nella Power Station di Battersea, la copertina di Animals insomma. Rimango a bocca aperta. Non mi aspettavo niente del genere. L’Unipol Arena diventa un set audiovisivo come non si era mai visto prima
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Dogs
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Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
Animals è probabilmente il disco dei PF che ricordo con maggior sentimento. Credo anche sia il mio preferito. Il ricordo di notti estive passate con gli amici a girare in macchina mentre ascoltavamo questo disco che allora era l’ultimo album del gruppo. Giovani adolescenti che credevano già di capire l’alienazione insita nelle società umane, il richiamo alla Fattoria Degli Animali di Orwell che pensavamo fosse chiaro e semplice, quando invece non coglievamo tutte le differenze (lo scrittore criticava lo stalinismo mentre Waters più che altro il capitalismo). Risentire questi pezzi quarant’anni dopo, qui a Bologna mi fa impressione. Pigs è forse il momento più alto del concerto. La critica feroce e senza compromessi di Roger Waters a certi meccanismi e a certi personaggi è una benedizione per il mio animo. Quando compare la scritta gigantesca “Trump è un maiale” dal pubblico parte un forte boato. D’accordo che siamo a Bologna, ma visto i risultati delle ultime elezioni mi faccio qualche domanda. La musica è un trionfo. Il gruppo è meraviglioso.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
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La tensione si allenta, per così dire, con Money e Us And Them torniamo ai PF più classici e conosciuti. Segue Smell The Roses, il brano di punta del suo ultimo album solista. Niente male, pur schiacciato tra monumenti musicali dell’umanità riesce a sopravvivere. Brian Damage e Eclipse ci spingono verso il finale.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
Eclipse
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Mother e Comfortably Numb chiudono in maniera perfetta il concerto.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
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Circa tre ore di musica totale e totalizzante, una esperienza sensoriale straordinaria, un esame di coscienza collettivo. Razionalità e sensibilità esposte in modo cristallino da un musicista non esattamente dotatissimo, nessuna abilità tecnica o vocale particolare, eppure in grado di descrivere in musica concetti universali basilari per almeno un paio di generazioni. Colpisce la accuratezza in ogni singolo dettaglio, la qualità audio e visiva, l’impeccabile regia … uno spettacolo pressoché perfetto. Non tante le interazioni con il pubblico ma tutte significative, la più toccante quando dice in italiano “restiamo umani”. Guardo quest’uomo e sento che la mia stima per lui è cresciuta di un’altra spanna.
Diciamo che se si dovesse arrivare ad eliminare la democrazia (e credo che la strada intrapresa sia quella) non mi dispiacerebbe affatto vivere in un paese guidato da uno come RW.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Roger e la band salutano. Per un momento compare anche una bandiera italiana.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Usciamo in un batter d’occhio. Siamo subito in macchina, nessuna fila, nessun intoppo. In strada mi dico che è stato un bellissimo modo per festeggiare la Liberazione e che sono molto, molto contento di aver partecipato ad un concerto del genere. Cinque anni fa lo vidi a Padova (qui fianco il link al resoconto di allora) https://timtirelli.com/2013/07/30/rogers-waters-live-in-padova-26-luglio-2013/mi piacque molto anche allora, ma stasera credo si sia superato. Ragazzi, che spettacolo.
SCALETTA
Speak to Me (Pink Floyd)
Breathe (Pink Floyd)
One of These Days (Pink Floyd)
Time (Pink Floyd)
Breathe (Reprise) (Pink Floyd)
The Great Gig in the Sky (Pink Floyd)
Welcome to the Machine (Pink Floyd)
Déjà Vu
The Last Refugee
Picture That
Wish You Were Here (Pink Floyd)
The Happiest Days of Our Lives (Pink Floyd)
Another Brick in the Wall Part 2 (Pink Floyd)
Another Brick in the Wall Part 3 (Pink Floyd)
Dogs (Pink Floyd)
Pigs (Three Different Ones) (Pink Floyd)
Money (Pink Floyd)
Us and Them (Pink Floyd)
Smell the Roses
Brain Damage (Pink Floyd)
Eclipse (Pink Floyd)
Mother (Pink Floyd)
Comfortably Numb (Pink Floyd)
BAND
Roger Waters – bass, lead vocals, guitars
Dave Kilminster – guitars, bass, talk box, backing vocals
Notte inquieta. Risveglio all’insegna della metafisica “Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla?”. Sono le 7 e sono già in piedi. Domenica mattina strana qui alla Domus Saurea, c’è un velo di nebbia sulle campagne, gli uccelli non cinguettano, le campane della chiese suonano a mesta, il futuro appare grigio e lontano. Mi torna alla mente Olanda di Ivan Graziani…
“Il sole accende l’ombra dei semafori lontani ho un nodo nella gola e amarezza delusione o chissà che”.
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La pollastrella stranamente dorme ancora, io mi aggiro per la casa indifferente a tutto e sconsolato. In cucina i cartoni delle pizze di ieri sera… Mario era naturalmente al mio fianco sulla tribunetta arancio della Domus…
Dopo Inter -Juve del 28/4/2018 – foto TT
Le persiane della casa sono ancora abbassate, non ho il cuore di fare entrare raggi di sole, mattina di tenebre anche tra le pieghe della mia faccia…
Dopo Inter -Juve del 28/4/2018 – foto TT
Ho la gola dolorante, troppe urla, “troppi nomi di animali da cortile accostati a divinità cattoliche” come direbbe Matteo Pedrini. L’espulsione severissima di Vecino ad inizio partita, la serata storta dell’arbitro (diciamo così va’), il goal della J**e, le due nostre reti che parevano aver aperto i cancelli della beatitudine e della felicità assoluta, l’incredibile mancata espulsione di Pjanić, i cambi forse non proprio azzeccati del nostro Mister, gli ultimi 5 minuti con l’Inter ormai spossata che soccombe sotto i colpi degli odiati piemontesi.
Le lacrime di Maurito Icardi dopo Inter – Juve 28-4-2018
Questo è il senso della vita, un blues lento e costante, quando ti sembra di aver compiuto un’impresa, un’azione degna di nota che renda la tua presenza su questo pianeta di un certo valore, ecco che inesorabile arriva il doom & gloom a ricordarti che non sempre il bene vince sul male.
L’amarissima sconfitta di ieri sera sarà molto probabilmente l’addio al sogno di qualificazione alla prossima Champions League. Senza di essa immagino che pilastri della nostra squadra come Icardi, Skriniar e Perisic se ne andranno e che dovremo accontentarci di una nuova stagione senza sogni di gloria. Possibile che finanche il Mister lasci le nostre sponde.
Fratelli nerazzurri, sapremo ripartire, risollevarci e ritrovare fiducia nel sol dell’avvenire sebbene al momento sembri tutto così maledettamente difficile. Restiamo uniti, restiamo umani (come direbbe Roger Waters), come ho scritto ieri sera:
« Stringiamoci a corte, siam pronti alla morte,
siam pronti alla morte, Milano chiamò »
C’è solo l’Inter.
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E mi torna ancora in mente l’avvocato Prisco lui diceva che la serie A è nel nostro dna io non rubo il campionato ed in serie B non son mai stato
C’è solo l’Inter, per me, solo l’Inter C’è solo l’Inter, per me, per me C’è solo l’Inter, c’è solo l’Inter, c’è solo l’Inter, per me C’è solo l’Inter per me
L’avvento dei Black Crowes nel 1990 fu un faccenda dannatamente importante per chi amava certe sonorità, ecco – si diceva – un gruppo che si distingue immediatamente dalle decine di gruppi hair metal e heavy rock che dominano la scena, molti di essi di lignaggio non certo eccelso. I ragazzi della Georgia pur producendo rock non certo per mammolette, lo facevano inserendo nella loro musica ingredienti di qualità, suoni superlativi e un approccio che apparve immediatamente onesto. Il gruppo apparve fin da subito sincero e meno artificiale di molti gruppi contemporanei che all’epoca finivano in classifica. I primi due album furono un gran successo, ma con il terzo iniziarono i problemi.Chris Robinson avrebbe voluto produrlo, chiamarlo Tall, allontanarsi dal tipico suono del gruppo e inserire altri elementi musicali. Suo fratello Rich non accettò, scoppiò un forte diverbio, Amorica fu il risultato. Album obliquo, alimentato sì da dissidi interni e dalle sostanze che sospingevano i tour ma anche da una vena compositiva ancora freschissima.
Gone apre il disco alla maniera dei Black Crowes, chitarre rock, andamento deciso, qualche accenno di psichedelia e via. Un gran bel modo di far partire un disco. Rock americano duro, imputanito e altresì ingentilito dal tocco southern. A Conspiracy segue lo stesso sentiero. Chitarre bellissime, dure e incisive e strutture musicali mai banali con un cantato come non si sentiva da lustri interi. L’inizio di High Head Blues mi fa girare la testa ogni volta, il cantato e lo sviluppo ricordano per certe cose gli Steely Dan. Una meraviglia.
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L’inizio di Cursed Diamond mi provoca la stessa sensazione, quella tristezza depositata in modo così rotondo sulle nostre anime trasformata poi in un bel rock con contrappunti della chitarra slide che ti scuotono nel profondo. Nonfiction sortisce lo stesso effetto. Ritmi laid back, il basso che ti trasporta, la batteria che ti si appoggia addosso, il piano che richiama lo scorrere di un ruscello, le chitarre come sempre suggestive e la grande voce di Chris. She Gave Good Sunflower ha il pianino in bella evidenza, influenze british (a loro volta provenienti dalla musica americana) e tanto gusto.
P.25 London è forse il pezzo più acido dell’album mentre Ballad In Urgency è un lento, riuscito e con un hammond da brividi, l’unica pecca è l’effetto sitar della chitarra, ma erano gli anni in cui sembrava non si potesse fare a meno di quell’effetto in almeno un brano. Arriva poi Wiser Time e ciao! Forti accenti southern, sangue sudore e lacrime. Momento magico.
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Downtown Money Waster ècountry blues che ha naturalmente le sue radici nella musica popolare e tradizionale americana, Descending chiude il disco in maniera egregia, a tratti sembra una ballata dei Rolling Stones periodo 1973/74, ma lo stile dei Black Crowes riprende il sopravvento ben presto.
L’artwork dell’album è riuscitissimo, come dice il nostro Picca “una delle due o tre copertine valide degli ultimi 20/30 anni”. Il disco fa parte della serie della Universal Back To Black e la versione è a 2 LP. Packaging buono. Ottima rimasterizzazione. All’interno coupon per scaricare la versione mp3. Disco pagato 21,69 euro.
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