Non avevo mai letto questo classico prima d’ora, sono perciò felice della mia infatuazione per le edizioni della Universale Economica Feltrinelli perché mi aiuta a colmare certi vuoti che a volte mi paiono inverosimili.
Ho faticato a prendere il largo, le onde delle prime decine di pagine dove Hugo parla della cosiddetta corte dei miracoli mi hanno fatto riflettere più volte sul fatto se continuare o meno, una volta superata la barriera tuttavia mi sono trovato in un mare aperto che mi ha lasciato a bocca spalancata.
All’interno di questo romanzo, la cui storia per sommi capi la conosciamo tutti (o perlomeno crediamo di conoscerla), vi è contenuta la storia di Notre-Dame e della città di Parigi e delle loro trasformazioni attraverso i secoli.
Vi sono inoltre lunghe divagazioni sulla Architettura, a tratti molto minuziose, vissuta come espressione umana, gli edifici come libri della storia umana prima che l’avvento della stampa ne ridimensionasse la funzione.
Come dice la sinossi qui sotto, Notre-Dame de Paris è un grande romanzo popolare, una saga con tutti gli ingredienti giusti. Lo si legge con molto gusto e con altrettanto gusto ci si toglie dalle spalle la polvere dolciastra arrivata a noi tramite i cartoni animati di Walt Disney. Il romanzo è un lungo e folgorante blues, dove un diverso è uno degli attori principali, colui che dal rapporto carnale con le sue campane passa all’amore platonico per una “zingara” bellissima. Non è stato difficile prevedere in anticipo certi colpi di scena, ma questo non toglie nulla alla bellezza del romanzo.
Un altro classico da avere e da leggere. Capolavoro.
Un classico senza tempo. Un classico popolare. La grandiosa rivisitazione di una Parigi tardomedioevale in cui si mescolano lo spettrale profilo della basilica di Notre-Dame, abitata dal gobbo Quasimodo, e la notturna Corte dei Miracoli, dove risplende la bellezza di Esmeralda. Come in un grande melodramma, forze del bene e forze del male si scontrano facendo fulcro intorno all’attrazione, alla sensualità, all’innocenza della bella zingara. Romanzo del diverso, del perverso e dell’amore contrastato, Notre-Dame de Paris non ha mai smesso di sedurre l’immaginazione di registi (memorabile il film del 1939 di William Dieterle, con Charles Laughton nelle vesti di Quasimodo), musicisti (recentissimo è il musical di grande successo di Riccardo Cocciante), e naturalmente quella dei lettori. “Hugo non dimentichiamolo, scrive Notre-Dame a ventott’anni, nel 1830, e lo dà alle stampe l’anno dopo: Notre-Dame ha della gioventù o della prima maturità gli entusiasmi della scoperta, la foga dei messaggi.” Goffredo Fofi
Victor Hugo (Besançon, 1802 – Parigi, 1885) è considerato il capofila della scuola romantica francese. Fu autore di poesie, romanzi, opere teatrali e politico-sociali fra cui, oltre al romanzo Notre-Dame de Paris, ricordiamo: Cromwell (1827), considerato il primo dramma storico romantico, Ernani (1830), Il re si diverte (1832), da cui il Rigoletto di Verdi, I miserabili (1862), che riscosse un successo straordinario, I lavoratori del mare (1866) e l’epopea mitologica La leggenda dei secoli (1883). Feltrinelli ha pubblicato nei “Classici” Notre-Dame de Paris (2002) e L’ultimo giorno di un condannato(2012).
La mia amica Zilly tramite messenger mi manda un link preso dalla rivista Rolling Stone. Trattasi della recensione che fece Lester Bangs nel 1970 di Led Zeppelin III.
Tim: “Sì, è una recensione storica. Ho stima e simpatia per Lester Bangs, una mio carissimo amico dice che io sono come lui. Inutile dire che per quanto riguarda i LZ si sbagliava, ma la sua furia a tratti iconoclasta era salutare per il Rock.”
Zilly: “Appena l’ho letta ti ho pensato… Non dubitavo la conoscessi, mi piace la tua analisi obiettiva anche se non condividi come me i contenuti. “
Pensavo tutto finisse lì, invece la mia worried mind (la mia mente tormentata insomma) ha iniziato a macinare le solite inezie che mi appesantiscono la vita.
Ho un rapporto conflittuale con Bangs. Ho sempre preferito Creem a Rolling Stone, a tal punto che già a suo tempo cercavo di farmeli arrivare dagli Stati Uniti. Di Bangs (e di Creem) mi piaceva l’irriverenza verso i gruppi rock che franavano verso il romanticume da strapazzo, ma certo non potevo condividere in pieno il suo atteggiamento votato quasi esclusivamente all’incensare l’essenza del rock and roll primordiale. Lo capivo, ma c’era troppo di buono in certi gruppi per liquidarli così, e poi io la furia primordiale del rock and roll a differenza sua la sentivo (e la sento) anche in gruppi tipo gli Emerson Lake & Palmer (e i Led Zeppelin ovviamente).
Capivo insomma le basi del suo ragionamento, ma ne mettevo in discussione la semplice equazione filosofica. L’amico che dice spesso che sono come lui è il nostro Polbi (Paolo Barone insomma). Durante le nostre conversazioni telefoniche sulla linee Borgo Massenzio/Detroit, affrontiamo sempre temi musicali e quando mi lascio trasportare dal fervore finisco per – a detta di Polbi – esprimere giudizi lucidi e senza compromessi in puro stile Lester Bangs. La cosa è curiosa visto che tra noi due sarebbe Polbi quello più vicino al senso del rock di Lester Bangs, alla fine che ne può sapere di rock primordiale uno che come me ascolta Bad Company e John Miles? Il fatto è che come spesso mi capita nella vita, ho un approccio bipolare verso la musica, coesistono dentro di me anime diverse come ho già scritto più volte. Ascoltando delinquenti come Robert Johnson, Muddy Waters, Chuck Berry, i Clash e i Damned qualcosa di primordiale dovrò pur capirne qualcosa anche io, no?
Rileggendo la recensione in questione perciò mi viene da confutare il pensiero di Lester.
Lester Bangs & LZ 1970
Qui Bangs si sofferma ovviamente sul terzo album e di rimando ai due precedenti. Quello che i LZ pubblicarono da lì in poi sarebbe sufficiente per smontare le sue teorie, ma io sono convinto che anche nei primi tre album ci siano motivi per controbattere.
Se vogliamo, da un lato possiamo riconoscere l’aspetto sguaiato dei primi LZ, aspetto che ha portato Lester Bangs a scrivere queste cose, il mensile Rolling Stones a massacrare anche i primi due album e Jim Morrison a dichiarare che i LZ proprio non gli andavano giù. I LZ arrivano un anno e mezzo dopo la summer of love e anticipano il tenore degli anni settanta. L’esplosione sonora che portano nel rock spazza via le proposte audio dei loro predecessori (Cream, Iron Butterfly, Jeff Beck Group e persino la Jimi Hendrix Experience). Un suono come quello nella musica rock non si era mai sentito. Questo naturalmente è in netto contrasto con la psichedelia americana del 1967, le chitarre acustiche della west coast, i riflessi intellettuali della musica di San Francisco (musica tra l’altro amata molto da Page e Plant).
Robert Plant nei primi due dischi canta spingendo la sua estensione al massimo e lo fa rigurgitando spesso testi e concetti che in massima parte provengono dalla grande tradizione blues nera. Uniamo questo ad una sezione ritmica imponente e una chitarra che sembra principalmente ricamare riff di blues pesante e il gioco è fatto, almeno per chi si ferma alla superficie senza scendere nel dettaglio.
Sì perché tra tutta la grossolanità di modi di cui parla Bangs, c’è una eleganza che non capisco come sia potuta sfuggirgli.
Diamo per buono che il cantato sopra le righe di Plant, i testi e il riverbero metallico dei primi due album risultino un po’ rozzi e indigesti per i critici un po’ snob e intellettuali, ma come la mettiamo con le prove strumentali, il tocco, il senso e la delicatezza intrinseca a tutto quel fragore? Stessimo parlando di certe altre band dedite all’hard rock più o meno dello stesso periodo capirei, ma i LZ?
Ora, sicuro, io sono un fan del gruppo, magari filtro il giudizio in maniera edulcorata, ma mi sembra che ci sia parecchia sensibilità nella musica dei LZ. Certo, l’aspetto viscerale è forse preponderante in quei primi album ma ripeto, la finezza, la bellezza e il groove di certe parti musicali andava considerata con eguale importanza.
Citando anche solo l’arrangiamento di Bigly (Babe I’m Gonna leave You insomma) siamo già pronti a rigettare le tesi di Lester. Se lo si mette a confronto con le versioni antecedenti di Ann Brendon o Joan Baez non si può che prendere atto che i LZ portarono il brano a livelli inimmaginabili. Sensibilità, sofferenza, dolcezza sono incapsulate nel cantato di Plant e nell’arpeggio di Page.
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Il ricamo celtico di Black Mountain Side (alias Black Water Side) accompagnato dalle tabla non è sintomo di sensibilità diverse?
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Certo, poi ci sono You Shook Me e Communication Breakdown, ma anche il ritmico procedere che sembra galleggiare di I Can’t Quit You Baby, l’andamento pulsante e dinamico di How Many More Times el’organo di Your Time is Gonna Come. Aspetti che andavano colti per riuscire a produrre un giudizio completo.
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Passiamo a Led Zeppelin II. In Whole Lotta Love Plant simula orgasmi e canta “ti sto per dare ogni centimetro del mio amore”, crude metafore che se cantate da bluesman neri in un juke joint del Mississippi negli anni trenta o quaranta del secolo scorso hanno valenza positiva, ma se amplificate dallo stridore delle chitarre elettriche moderne assumono contorni grezzi. Però come si può non apprezzare la nuova dimensione sonora (siamo nel 1969), la sfrontatezza, la dinamica del riff, la prova del gruppo? Come si può passare sopra ad un assolo di chitarra diventato poi iconico? Non sono anche questi elementi per valutare un gruppo, per soppesarne pregi e difetti?
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I sussurri di What Is And What Should Be dove li mettiamo? E il lavoro di basso di The Lemon Song? Capisco che quello che passa sia la struttura di Killing Floor e il testo di Travelling Riverside Blues di Robert Johnson (Plant ne canta la parte dove dice più o meno “spremi il mio limone fino a che il succo non mi scenda lungo la gamba“) ma il pezzo contiene la migliore performance di basso in contesto (hard) rock/blues di sempre. Quello che John Paul Jones suona è pieno di sensibilità, gusto, intelligenza artistica. Quello che fa nella parte meno intensa del brano è puro umanesimo bassistico. Evidentemente è molto più semplice soffermarsi sulle forme più apparenti. Per me Bangs commette lo stesso “schifo” che imputa ai LZ, alla fine la sua è una recensione rozza, non scende nei dettagli, non valuta nel complesso e si ferma alla superficie.
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Ancora, e Thank You? Il testo non sarà forse degno del miglior Dylan, ma quell’organo che avvolge tutto e le aperture melodiche, non sottintendono emotività diverse? Il lavoro di chitarra acustica e di basso in Ramble On, insieme al cantato, non è un quadretto suggestivo, particolare e ben scritto? Tralascio i brani più in “stile Zeppelin” proprio per far emergere che c’era parecchio altro oltre lo “stile Zeppelin” tanto bistrattato da LB.
E in senso generale, le doti tecniche dei quattro componenti del gruppo, la loro capacità di metterle a servizio dell’alchemia musicale non hanno valore?
Per Led Zeppelin III Bangs scrive del “totale anonimato della maggior parte dei pezzi”. Io fatico a comprendere, soprattutto se vado a vedere i pezzi dei gruppi che piacevano a lui. Ora, sappiamo che ad ognuno di noi piacciono cose che magari ad altri proprio non dicono niente, ma se si è un critico musicale di una certa rilevanza, occorre provare diverse prospettive, occorre cercare di analizzare tutti gli aspetti della musica di cui si sta per parlare.
Lo sferragliare di Immigrant Song potrà apparire sgradevole ai più, ma non è il pezzo perfetto per descrivere le incursioni vikinghe?
Di Friends scrive “ha una buona base acustica un po’ amara, ma ci rinuncia dando tutto ai respiri striduli e monotoni di Plant. Rob, ascolta Iggy e gli Stooges”. “Rob ascolta Iggy e gli Stooges”? Per Bafometto, ma cosa c’entrano Iggy e gli Stooges? James Newell Osterberg Jr. era un cantante a cui RP avrebbe dovuto ispirarsi? Il crudo rock monodimensionale degli Stooges doveva essere una sorta di template per i LZ? Suvvia! Come tutti noi, Lester Bangs era reso cieco dai suoi gusti personali. La grandezza dei LZ sta anche nell’aver esplorato dimensioni diverse, magari con risultati alterni, ma la loro strada era fare musica ampia.
Secondo Bangs Since I’Ve Been Loving You “rappresenta invece la quota obbligatoria della lentissima e letalmente noiosa jam blues da sette minuti”, anche qui non si capisce di cosa scriva. Sibly è sì un blues lento e in minore, ma lo si può descrivere come la solita jam session blues? I tre accordi di base del blues I, IV, V (in questo caso Do-, Fa-, Sol-) sono arricchiti di parti aggiuntive e altri accordi particolari che risulta quasi comico leggere il commento di Bangs. Il gruppo la suona live in studio con Jones contemporaneamente all’organo e alla pedaliera basso, mettendo su nastro uno dei più bei blues bianchi mai scritti. Sarò anche un fan, ma se questa è la solita e noiosa jam session basata su un giro di blues, quelle dei Grateful Dead e degli Allman cosa sono? Intendiamoci, siamo d’accordo, il blues va interpretato a dovere, va sentito (to feel), se lo si scrive e lo si suona bisogna mettere in campo il fondo di malinconia ancestrale che l’essere umano si porta ndentro, sono il primo a non sopportare il blues vissuto come esercizietto per musicisti bianchi (e talvolta neri) che si appropriano solo della forma, ma mi pare chiarissimo che questo non sia proprio il caso dei Led Zeppelin.
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Seguono poi 5 pezzi acustici. Gallows Pole, un traditional che risale al 1600, Tangerine (restyling di un agrodolce motivetto proveniente dagli Yardbirds), That’s The Way, Bron Yr Aur Stomp e Hats Off To Roy Harper. A parte l’ultima che è siparietto non esattamente riuscito riguardante il vecchio blues dei primi decenni del secolo passato, gli altri sono momenti di estrema gradevolezza. In primis, che un gruppo Hard Rock o Heavy Blues sterzi in maniera così decisa verso situazioni acustiche e differenti con risultati ragguardevoli non è cosa da tutti i giorni. E’ vero che per That’s The Way Bangs finalmente scrive:
” è la loro prima canzone ad avermi sinceramente commosso. Mi venisse un colpo, è stupenda. Sopra un semplice e comunissimo riff acustico, Plant descrive una toccante immagine di due ragazzini che non possono più giocare insieme. I parenti e i pari di uno di questi disapprovano l’altro per via dei suoi capelli lunghi e perché viene dalla parte oscura della città. Per una volta, la voce qui è controllata. Anzi, l’intonazione della voce di Plant è lamentosamente soave come nelle migliori ballad dei Rascals. E un drone modulato elettronicamente ronza cupo nel sottofondo come le chiatte malinconiche di un porto mentre le parole cadono soffici come neve: “And yesterday I saw you standing by the river / I read those tears that filled your eyes / And all the fish that lay in dirty water dying / Had they got you hypnotized?” Bello e strano abbastanza, cari Zeppelin. Come disse Chuck Berry eoni fa, “ti mostra ciò di cui non ti accorgi mai”.
però a me sembra riduttivo. Nel suo complesso LZ III è un album vario, coraggioso, suonato bene, ricco, coinvolgente, delicato e inteso allo tempo stesso. Uno degli album rock importanti, uno di quelli da avere, qualsiasi sia la tua predisposizione.
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Fatico a capire inoltre come gli sia sfuggita la presenza di gente come John Bonham (il miglior batterista rock di sempre, ormai è cosa nota, ) e John Paul Jones, musicista/arrangiatore/polistrumentista di statura elevatissima.
I LZ non hanno certo bisogno di essere difesi, ma il rock – checché io ne dica – è ancora una faccenda maledettamente importante per me, impossibile rimanere impassibile (scusate il pasticcio, voluto) davanti a certe stupidaggini anche se scritte da uno come lui.
Nuovo tour italiano per Roger Waters, nuovo successo smisurato: due date al Forum D’Assago (capienza 12.700) e quattro (quattro!) all’Unipol Arena di Bologna (capienza 17.000). Più di 93.000 presenze, sold out continuo (e tornerà in estate a Lucca e al Circo massimo). Rifletto sulla potenza dei Pink Floyd e sul magnetismo che la figura di Waters irradia. In Italia nessun altro ex membro di famose rock band chiamerebbe a sé folle così imponenti, nemmeno Paul McCartney. Sono contento di questo, stimo molto Roger Waters anche come essere umano e, al di là dell’incantesimo musicale a cui ci sottopone, mi piace pensare che sia seguito anche per le sue idee politiche, le sue filosofie etiche, il suo umanesimo.
E’ una giornata soleggiata e calda, sembra inizio estate, l’ideale per celebrare la Festa Della Liberazione insieme al deus ex machina dei Pink Floyd. Io e la pollastrella partiamo alle 17,40, sulla freccia gialla della pianura emiliana, da Regium Lepidi. Non è necessario per noi prendere l’autostrada, questo pezzo d’Emilia è la nostra terra, dunque procediamo a velocità di crociera su strade alternative. Esattamente un’ora dopo arriviamo all’Unipol Arena. Nessuna coda, nessun problema, nove euro per il parcheggio a pagamento e fermiamo la macchina a 25 metri dalla struttura.
Facciamo due passi, ci infiliamo in un centro commerciale lì di fianco mentre mangiamo i panini che abbiamo portato da casa. Troviamo quantomeno discutibile che per la festa del 25 aprile ci siamo centri commerciali aperti e che ci sia gente che vada a fare la spesa nel giorno in cui si festeggia la Liberazione. Usciamo quasi subito, la tristezza di un luogo simile mette angoscia.
Di fianco all’Arena contiamo 15 TIR e diversi pullman, portare in giro lo show di Waters non è roba da poco.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 24/04/2018 – photo TT
Una volta dentro, contemplo la volta imponente dell’Unipol Arena, lo spazio indoor più ampio d’Italia. Come grandezza e capienza siamo più o meno a livello del Madison Square Garden, dell’O2 Arena, del LA Forum, del Budokan. Sono contento che una struttura del genere sia nella mia regione. Sono le 20, io e la pollastrella ci scattiamo una foto, che poco dopo pubblico su Facebook.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 24/04/2018 – photo TT
Dall’alto numero di like (90) e di commenti capisco una volta di più la forza che il nome Roger Waters evoca. Vede la foto anche il mio amico Davidino il quale mi manda un whatsapp “Ah, allora ci sei anche tu!”. Mi affaccio alla balaustra, qualche secondo dopo volto lo sguardo verso il punto della platea da cui provengono urla, eccoli lì i miei amici sciamannati del mio paesello natio: Davidino, Marco John Lupo, Stef e Paolo. Quest’ultimo ci scatta una foto e la pubblica sul mio profilo…
Saura & Tim all’Unipol Arena – foto Paolo Mattioli
Non ho voluto vedere scalette, foto e video dei concerti precedenti, dunque non so cosa aspettarmi. Osservo la gente e rifletto sui significati più profondi della musica rock. Il parterre, diviso in due sezioni, inizia a riempirsi. Noi siamo circa a metà di uno dei due lati lunghi. Siamo nella prima fila del nostro settore, dunque posizione piuttosto comoda.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 24/04/2018 – photo TT
Ci passa davanti Riccardo Cervi, giocatore della Pallacanestro Reggiana/Grissin Bon. Saura si infervora per un momento. Poco dopo arriva Poggipollini, il chitarrista di Liga. Davanti a noi la tribunetta con le poltroncine imbottite presidiata da una giovane hostess impettita avvolta in un vestitino rosso e calze nere. La platea di riempie in maniera definitiva.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 24/04/2018 – photo T
Prima dello show circa 20 minuti di riflessione audiovisiva, poi parte Speak To Me/Breathe. Capisci subito che sarà una esperienza profonda.
(video dal concerto del 24/4/2018)
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Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Si prosegue con One Of These Days. Ci si immerge nel mood assoluto dei PF.
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Con Time si vibra e si riflette su quanto la muisca dei PF sia parte di noi stessi.
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Le due coriste propongono una The Great Gig In The Sky assai convincente. Difficile riprodurre una linea vocale così iconica senza lasciarsi schiacciare.
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Welcome To The Machine vede Waters alla chitarra;
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
seguono tre pezzi dal suo ultimo album. Questo è l’unico momento opaco del concerto. Mi duole ammetterlo, per un artista è sempre vitale e fondamentale proporre le nuove cose, ma mi pare che questi tre pezzi non reggano il confronto con le altre sinfonie dell’alienazione scritte negli anni settanta. Ci si riscuote con Wish You Were Here. Non servono parole.
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Lo stesso vale per Another Brick In The Wall, eseguita con l’aiuto di alcuni bambini bolognesi.
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Termina qui il primo set. Venti minuti di intervallo che ti servono per rimettere in fila le sensazioni e le emozioni.
Tim – Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Il secondo set inizia in un modo che ti irretisce e terrorizza al tempo stesso. Dal lungo sostegno sospeso nella volta dell’Arena luci rosse e segnali acustici di pericolo che si trasformano in breve nella Power Station di Battersea, la copertina di Animals insomma. Rimango a bocca aperta. Non mi aspettavo niente del genere. L’Unipol Arena diventa un set audiovisivo come non si era mai visto prima
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Dogs
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Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
Animals è probabilmente il disco dei PF che ricordo con maggior sentimento. Credo anche sia il mio preferito. Il ricordo di notti estive passate con gli amici a girare in macchina mentre ascoltavamo questo disco che allora era l’ultimo album del gruppo. Giovani adolescenti che credevano già di capire l’alienazione insita nelle società umane, il richiamo alla Fattoria Degli Animali di Orwell che pensavamo fosse chiaro e semplice, quando invece non coglievamo tutte le differenze (lo scrittore criticava lo stalinismo mentre Waters più che altro il capitalismo). Risentire questi pezzi quarant’anni dopo, qui a Bologna mi fa impressione. Pigs è forse il momento più alto del concerto. La critica feroce e senza compromessi di Roger Waters a certi meccanismi e a certi personaggi è una benedizione per il mio animo. Quando compare la scritta gigantesca “Trump è un maiale” dal pubblico parte un forte boato. D’accordo che siamo a Bologna, ma visto i risultati delle ultime elezioni mi faccio qualche domanda. La musica è un trionfo. Il gruppo è meraviglioso.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
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La tensione si allenta, per così dire, con Money e Us And Them torniamo ai PF più classici e conosciuti. Segue Smell The Roses, il brano di punta del suo ultimo album solista. Niente male, pur schiacciato tra monumenti musicali dell’umanità riesce a sopravvivere. Brian Damage e Eclipse ci spingono verso il finale.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo Saura Terenziani
Eclipse
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Mother e Comfortably Numb chiudono in maniera perfetta il concerto.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
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Circa tre ore di musica totale e totalizzante, una esperienza sensoriale straordinaria, un esame di coscienza collettivo. Razionalità e sensibilità esposte in modo cristallino da un musicista non esattamente dotatissimo, nessuna abilità tecnica o vocale particolare, eppure in grado di descrivere in musica concetti universali basilari per almeno un paio di generazioni. Colpisce la accuratezza in ogni singolo dettaglio, la qualità audio e visiva, l’impeccabile regia … uno spettacolo pressoché perfetto. Non tante le interazioni con il pubblico ma tutte significative, la più toccante quando dice in italiano “restiamo umani”. Guardo quest’uomo e sento che la mia stima per lui è cresciuta di un’altra spanna.
Diciamo che se si dovesse arrivare ad eliminare la democrazia (e credo che la strada intrapresa sia quella) non mi dispiacerebbe affatto vivere in un paese guidato da uno come RW.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Roger e la band salutano. Per un momento compare anche una bandiera italiana.
Roger Waters Bologna Unipol Arena 25/04/2018 – photo TT
Usciamo in un batter d’occhio. Siamo subito in macchina, nessuna fila, nessun intoppo. In strada mi dico che è stato un bellissimo modo per festeggiare la Liberazione e che sono molto, molto contento di aver partecipato ad un concerto del genere. Cinque anni fa lo vidi a Padova (qui fianco il link al resoconto di allora) https://timtirelli.com/2013/07/30/rogers-waters-live-in-padova-26-luglio-2013/mi piacque molto anche allora, ma stasera credo si sia superato. Ragazzi, che spettacolo.
SCALETTA
Speak to Me (Pink Floyd)
Breathe (Pink Floyd)
One of These Days (Pink Floyd)
Time (Pink Floyd)
Breathe (Reprise) (Pink Floyd)
The Great Gig in the Sky (Pink Floyd)
Welcome to the Machine (Pink Floyd)
Déjà Vu
The Last Refugee
Picture That
Wish You Were Here (Pink Floyd)
The Happiest Days of Our Lives (Pink Floyd)
Another Brick in the Wall Part 2 (Pink Floyd)
Another Brick in the Wall Part 3 (Pink Floyd)
Dogs (Pink Floyd)
Pigs (Three Different Ones) (Pink Floyd)
Money (Pink Floyd)
Us and Them (Pink Floyd)
Smell the Roses
Brain Damage (Pink Floyd)
Eclipse (Pink Floyd)
Mother (Pink Floyd)
Comfortably Numb (Pink Floyd)
BAND
Roger Waters – bass, lead vocals, guitars
Dave Kilminster – guitars, bass, talk box, backing vocals
Notte inquieta. Risveglio all’insegna della metafisica “Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla?”. Sono le 7 e sono già in piedi. Domenica mattina strana qui alla Domus Saurea, c’è un velo di nebbia sulle campagne, gli uccelli non cinguettano, le campane della chiese suonano a mesta, il futuro appare grigio e lontano. Mi torna alla mente Olanda di Ivan Graziani…
“Il sole accende l’ombra dei semafori lontani ho un nodo nella gola e amarezza delusione o chissà che”.
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La pollastrella stranamente dorme ancora, io mi aggiro per la casa indifferente a tutto e sconsolato. In cucina i cartoni delle pizze di ieri sera… Mario era naturalmente al mio fianco sulla tribunetta arancio della Domus…
Dopo Inter -Juve del 28/4/2018 – foto TT
Le persiane della casa sono ancora abbassate, non ho il cuore di fare entrare raggi di sole, mattina di tenebre anche tra le pieghe della mia faccia…
Dopo Inter -Juve del 28/4/2018 – foto TT
Ho la gola dolorante, troppe urla, “troppi nomi di animali da cortile accostati a divinità cattoliche” come direbbe Matteo Pedrini. L’espulsione severissima di Vecino ad inizio partita, la serata storta dell’arbitro (diciamo così va’), il goal della J**e, le due nostre reti che parevano aver aperto i cancelli della beatitudine e della felicità assoluta, l’incredibile mancata espulsione di Pjanić, i cambi forse non proprio azzeccati del nostro Mister, gli ultimi 5 minuti con l’Inter ormai spossata che soccombe sotto i colpi degli odiati piemontesi.
Le lacrime di Maurito Icardi dopo Inter – Juve 28-4-2018
Questo è il senso della vita, un blues lento e costante, quando ti sembra di aver compiuto un’impresa, un’azione degna di nota che renda la tua presenza su questo pianeta di un certo valore, ecco che inesorabile arriva il doom & gloom a ricordarti che non sempre il bene vince sul male.
L’amarissima sconfitta di ieri sera sarà molto probabilmente l’addio al sogno di qualificazione alla prossima Champions League. Senza di essa immagino che pilastri della nostra squadra come Icardi, Skriniar e Perisic se ne andranno e che dovremo accontentarci di una nuova stagione senza sogni di gloria. Possibile che finanche il Mister lasci le nostre sponde.
Fratelli nerazzurri, sapremo ripartire, risollevarci e ritrovare fiducia nel sol dell’avvenire sebbene al momento sembri tutto così maledettamente difficile. Restiamo uniti, restiamo umani (come direbbe Roger Waters), come ho scritto ieri sera:
« Stringiamoci a corte, siam pronti alla morte,
siam pronti alla morte, Milano chiamò »
C’è solo l’Inter.
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E mi torna ancora in mente l’avvocato Prisco lui diceva che la serie A è nel nostro dna io non rubo il campionato ed in serie B non son mai stato
C’è solo l’Inter, per me, solo l’Inter C’è solo l’Inter, per me, per me C’è solo l’Inter, c’è solo l’Inter, c’è solo l’Inter, per me C’è solo l’Inter per me
L’avvento dei Black Crowes nel 1990 fu un faccenda dannatamente importante per chi amava certe sonorità, ecco – si diceva – un gruppo che si distingue immediatamente dalle decine di gruppi hair metal e heavy rock che dominano la scena, molti di essi di lignaggio non certo eccelso. I ragazzi della Georgia pur producendo rock non certo per mammolette, lo facevano inserendo nella loro musica ingredienti di qualità, suoni superlativi e un approccio che apparve immediatamente onesto. Il gruppo apparve fin da subito sincero e meno artificiale di molti gruppi contemporanei che all’epoca finivano in classifica. I primi due album furono un gran successo, ma con il terzo iniziarono i problemi.Chris Robinson avrebbe voluto produrlo, chiamarlo Tall, allontanarsi dal tipico suono del gruppo e inserire altri elementi musicali. Suo fratello Rich non accettò, scoppiò un forte diverbio, Amorica fu il risultato. Album obliquo, alimentato sì da dissidi interni e dalle sostanze che sospingevano i tour ma anche da una vena compositiva ancora freschissima.
Gone apre il disco alla maniera dei Black Crowes, chitarre rock, andamento deciso, qualche accenno di psichedelia e via. Un gran bel modo di far partire un disco. Rock americano duro, imputanito e altresì ingentilito dal tocco southern. A Conspiracy segue lo stesso sentiero. Chitarre bellissime, dure e incisive e strutture musicali mai banali con un cantato come non si sentiva da lustri interi. L’inizio di High Head Blues mi fa girare la testa ogni volta, il cantato e lo sviluppo ricordano per certe cose gli Steely Dan. Una meraviglia.
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L’inizio di Cursed Diamond mi provoca la stessa sensazione, quella tristezza depositata in modo così rotondo sulle nostre anime trasformata poi in un bel rock con contrappunti della chitarra slide che ti scuotono nel profondo. Nonfiction sortisce lo stesso effetto. Ritmi laid back, il basso che ti trasporta, la batteria che ti si appoggia addosso, il piano che richiama lo scorrere di un ruscello, le chitarre come sempre suggestive e la grande voce di Chris. She Gave Good Sunflower ha il pianino in bella evidenza, influenze british (a loro volta provenienti dalla musica americana) e tanto gusto.
P.25 London è forse il pezzo più acido dell’album mentre Ballad In Urgency è un lento, riuscito e con un hammond da brividi, l’unica pecca è l’effetto sitar della chitarra, ma erano gli anni in cui sembrava non si potesse fare a meno di quell’effetto in almeno un brano. Arriva poi Wiser Time e ciao! Forti accenti southern, sangue sudore e lacrime. Momento magico.
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Downtown Money Waster ècountry blues che ha naturalmente le sue radici nella musica popolare e tradizionale americana, Descending chiude il disco in maniera egregia, a tratti sembra una ballata dei Rolling Stones periodo 1973/74, ma lo stile dei Black Crowes riprende il sopravvento ben presto.
L’artwork dell’album è riuscitissimo, come dice il nostro Picca “una delle due o tre copertine valide degli ultimi 20/30 anni”. Il disco fa parte della serie della Universal Back To Black e la versione è a 2 LP. Packaging buono. Ottima rimasterizzazione. All’interno coupon per scaricare la versione mp3. Disco pagato 21,69 euro.
Il nostro Bodhrán mi segnala questo articolo; reputo la notizia in questione curiosa seppur a tratti surreale ma, nonostante tutto, adatta a questo blog.
Come scritto più volte qui sul blog, ho ripreso ad acquistare long playing, vinili insomma, ed è dunque inevitabile parlare delle ristampe più o meno recenti uscite in questo formato; è una scusa per riaccostarci ad album che molto spesso ci hanno messo al mondo.
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Marshall Chess, figlio di Leonard fondatore della leggendaria Chess records, dopo aver lavorato nell’etichetta di famiglia nel 1967 si mette in testa di fondare la Cadet Concept (comunque una divisione della stessa Chess), etichetta con cui inizia a sperimentare e a spingere la psichedelia nelle sue produzioni. Nel 1967 produce l’album dei Rotary Connection, un mix di gospel-soul-pop-R&B cucinato con accenti sperimentali e psichedelici, album peraltro pieno di riletture di brani di Beatles, Rolling Stones, Dylan e soul. Il disco è un successo e arriva nella Top 40 americana. Marshall allora decide di provare a rinnovare le carriere di nomi storici della Chess, Muddy Waters e Howlin’ Wolf, e di far registrare loro due album che possano in qualche modo piacere al pubblico interessato alle nuove band bianche di rock psichedelico. Entrambi gli album non saranno un successo (sebbene Electric Mud toccherà la posizione 129 della classifica USA) e saranno spiritualmente respinti sia da Waters che da Wolf.
Tuttavia The Howlin’ Wolf Album – per quanto quasi sconosciuto ai più anche al giorno d’oggi – risulterà essere un disco di importanza fondamentale per lo sviluppo del British Blues.
Come sostiene il mio amico della Louisiana Douglas Rowe: ” Io dico che The Howlin’ Wolf Album è la stele di Rosetta del British Blues. Prima di quest’album il blues proveniente dal Regno Unito era fedele al blues di Chicago degli anni cinquanta e sessanta, dopo l’uscita di The Howlin’ Wolf Album, il blues e il rock diventarono più pesanti e più funk. Molte bands fecero cover con gli stessi arrangiamenti di quei brani o comunque copiarono gli stessi quando decisero di scrivere le loro canzoni blues. Un Lp dunque dannatamente influente e praticamente sconosciuto al grande pubblico. Solo parlando di un paio di pezzi basti ricordare la versione di Evil fatta da Eric Clapton per le session (poi abbandonate) fatte per il secondo album dei Derek And The Dominos, dai Cactus e più tardi da band più recenti come John Spencer Blues Explosion e Magnet. La stessa Smokestack Lightning fu ripresa dai Led Zeppelin (almeno per quanto riguarda il riff iniziale) e dai Soundgarden. Quando i Faces si misero insieme, durante la prima prova suonarono sia Evil che Smokestack Lightning. E’ un album che i puristi del blues di solito odiano, ma se ci si immerge in esso sapendo che non è un disco di blues tradizionale, è facile scoprire ed apprezzare grandi groove e riff.”
the howlin wolf album – cadet concept 1969 – photo TT
La Spoonful di Willie Dixon viene in pratica spogliata del suo semplice ma efficace riff originario e gliene viene appiccicato uno non altrettanto funzionale. Il groove tuttavia è intenso e molto funk. I riflessi elettrici dell’effetto wah wah danno al brano quell’inimitabile sound psichedelico fine anni sessanta. Tail Dragger (sempre di Dixon) contiene le formule ritmiche a cui il British blues deve moltissimo. Ancora il wah wah in evidenza. Smokestack Lightning nella versione qui riproposta fu importantissima ad esempio per i Led Zeppelin. Il riff originario viene ampliato e reso circolare in maniera sublime. Il gruppo di Page lo propose dal vivo come introduzione a Killing Floor (che nel secondo album dei Led Zeppelin sarebbe stata rinominata The Lemon Song).
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Importantissima anche perché fu questa a far scaturire a John Paul Jones l’idea del riff di Black Dog. In una intervista dell’epoca Jones disse che lo spunto gli venne ascoltando Electric Mud di Muddy Waters, ma dopo studi ed analisi dove nessuna possibile ispirazione fu colta in quell’album, qualcuno richiese a Jones se fosse davvero sicuro che si trattasse dell’album di Waters e la risposta fu “Beh, posso essermi confuso”, così sembra ormai appurato essere questa versione di Smokestack Lighning la scintille che fece scrivere a JPJ uno dei riff più riconoscibili e di successo della musica rock.
Tornando alla versione di Wolf è necessario sottolinearne il groove irresistibile, il lavoro del flauto e quei colori da blues psichedelico così magnificamente dipinti. Il break sperimentale lascia liberi i musicisti di variare il riff e di cercare passaggi nello spazio-tempo per poi tornare al mantra iniziale.
Moanin’ at Midnight è la quintessenza di Howlin’ Wolf, qui trattata con effetti simil sitar. Built For Comfort è di nuovo un brano di Dixon (ripreso tra gli altri anche dagli UFO), reso sempre nell’ambito dell’approccio hippie.
the howlin wolf album – cadet concept 1969 – photo TT
The Red Rooster di Willie Dixon viene stravolta rispetto alla versione registrata dallo stesso Howlin’ Wolfnel 1961. Come suggerito da Douglas Rowe se ci estrania per un attimo dal contesto blues è facile lasciarsi andare ed apprezzare questo brano che sarà un template per il blues based rock britannico fine sessanta inizio settanta. Evil è uno dei pezzi storici di Wolf, qui trattato ovviamente in maniera meno tradizionale. I Led Zeppelin di The Lemon Song devono avere ascoltato parecchio questa versione, soprattutto John Paul Jones. Per il sottoscritto è un rifacimento memorabile.
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Down in the Bottom, Three Hundred Pounds Of Joy e Back Door Man sono le tre ultime tracce dell’album e sono tutte e tre a firma Willy Dixon. Le prime due sono forse un po’ ripetitive, ma essendo a fine album è naturale che la formula usata segni un po’ il passo. Back Door Man mantiene un andamento più tradizionale, pur cercando comunque sentieri psichedelici.
Un disco dunque non completamente riuscito ma pieno di riferimenti fondamentali per lo sviluppo del rock inglese basato sul blues, quella musica insomma dalla cui amalgama siamo stati creati. Album forse non per tutti, ma certamente adatto per ogni frequentatore di questo blog.
Edizione americana, dunque il vinile non è di 180 gr. Copertina scarna. L’idea dell’artwork è sciocca, anche vista con gli occhi di allora. Certo contribuì a vendere qualche copia in meno.
the howlin wolf album – cadet concept 1969
A01. Spoonful
A02. Tail Dragger
A03. Smokestack Lightning
A04. Moanin’ at Midnight
A05. Built for Comfort
B06. The Red Rooster
B07. Evil
B08. Down in the Bottom
B09. Three Hundred Pounds of Joy
B10. Back Door Man
Lo sapete, Edgar Winter è uno dei miei artisti preferiti, qui sul blog ne esaltiamo ogni tanto versatilità, songwriting e doti musicali. Lui e suo fratello sono parte delle fondamenta su cui l’essere umano che sono è stato costruito. Non posso dunque che essere assai felice dei due cofanetti recentemente pubblicati dalla Cherry Records su licenza Sony, uno è questo di cui parliamo oggi, il secondo è I’ve Got News For You, box set di 6 cd contenente i lavori registrati con i suoi due gruppi, gli EW’s White Trash e l’EW Group.
Il cofanetto davvero importante è l’altro, di cui parleremo nei prossimi giorni, ma da fan quale sono non potevo farmi scappare nemmeno questo, quello che contiene i suoi album solisti del periodo Columbia/Blue Sky. Gli album sono stati rimasterizzati, le copertine seguono lo stile dei mini lp sleeve, cosa che a dirla tutta non amo molto, visto che replicare esattamente le copertine degli LP originali sul formato cd è roba da matti, le scritte sono illeggibili e l’artwork non risalta a sufficienza. Ad ogni modo, il mini box set è carino, il booklet è discreto, contiene le liner notes del giornalista Malcom Dome che però sono del tipo generico è dunque piuttosto inutili per chi – come me – vorrebbe più sostanza.
DISC ONE ENTRANCE (1970) – TTT½
1. ENTRANCE
2. WHERE HAVE YOU GONE
3. RISE TO FALL
4. FIRE AND ICE
5. HUNG UP
6. BACK IN THE BLUES
7. RE-ENTRANCE
8. TOBACCO ROAD
9. JUMP RIGHT OUT
10. PEACE PIPE
11. A DIFFERENT GAME
12. JIMMY’S GOSPEL
BONUS TRACKS
13.NOW IS THE TIME (B-SIDE)
14.TOBACCO ROAD (MONO EDIT)
Nel 1969 Edgar andò in tour con suo fratello, fu lì che iniziò a maturare l’idea di poter essere anche un cantante oltre che un (incredibile) polistrumentista (Edgar suona Sax, tastiere, batteria oltre che basso e chitarra e altri strumenti). Come Johnny anch’egli fu messo sotto contratto dalla Columbia. I discografici e Steve Paul (manager-consigliere-produttore-non-produttore) gli permisero di fare un primo album come voleva, senza interferenze, con l’accordo che per i seguenti avrebbe seguito i loro consigli. Qui è doveroso rendere omaggio a Steve Paul, è grazie a lui se sia Johnny che Edgar nel periodo 1970/1975 per il primo e 1971/1975 per il secondo sfornarono i dischi per cui sono famosi. Fosse stato per loro due probabilmente avremmo avuto solo album blues da parte di Johnny e album sicuramente meno a fuoco da Edgar. A volte i manager e discografici sono necessari, gli artisti ogni tanto andavano (e vanno) guidati.
Entrance promette tutto quello che EW sarà. Aperture Jazz, rock dilatato, metodo compositivo aperto. Where Have You Gone è figlia del suo tempo, quel modo di scrivere canzoni musicalmente profonde della fine anni sessanta. Non è distante da certe cose dei Chicago. Lo stesso dicasi per Rise To Fall. Fire And Ice, un jazz rock movimentato su cui la voce di Edgar si inserisce con chiarezza; poco dopo metà gran lavoro di sax su intelaiature jazz.
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Hung Up si basa su quel tipo di funk che EW esplorerà con risultati stratosferici nell’album successivo insieme ai sui White Trash. Il brano contiene parti (persino l’intermezzo di batteria) di Frankestein, il pezzo (n.1 in USA) che vedrà la versione da studio solo nel 1973. Back In The Blues pur rifacendosi alla musica citata nel titolo, non è uno dei giri soliti. Il trattamento jazz lo rende appetibile. Nel finale belli gli accordi jazz della chitarra che introducono Re-Entrance la ripresa del tema principale. Questi primi sette pezzi (in origine l’intero lato A) potrebbero essere visti come una suite divisa in vari movimenti basatu su un tema comune. Tobacco Road è suonata con la band di Johnny Winter (come detto EWandò in tour come musicista aggiunto del gruppo del fratello). Dal punto di vista ritmico si nota una certa discrepanza con le prove dei (bravi) musicisti delle precedenti canzoni. In Tobacco Road Edgar inizia anche a mettere a punto quel modo di cantare imputanito che contraddistinguerà (grazie anche all’aiuto di Jerry Lacroix) i suoi lavori seguenti.
Jump Right Out per certi versi sembra provenire da Electric Ladyland di Hendrix sebbene questa sia più marcatamente jazz. Peace Pipe è uno strumentale che dà spazio allo scat tra vocalizzi e organo e alla chitarra solista. A Different Game ripete la formula usata per imbastire i pezzi del disco. Jimmy’s Gospel è un gran momento dedicato al sax. Jazz, blues e gospel si fondono a meraviglia. Grandissimo Edgar al sassofono.
Il materiale bonus è composto dai due brani che uscirono come singolo: Now It’s The Time che finì sul lato B e la versione mono di Tobacco Road.
Album dunque coraggioso e denso di buoni spunti, maturo e acerbo allo stesso tempo. Entrance entrò a malapena nella top 200 Usa. Copertina senza infamia e senza lode, ma è chiaro che quando l’artista ha il particolare aspetto degli albini difficile pensare di non metterlo in copertina e di scegliere di giocare proprio su questa particolarità.
DISC TWO JASMINE NIGHTDREAMS (1975) – TTTT
1. ONE DAY TOMORROW
2. LITTLE BROTHER
3. HELLO MELLOW FEELIN’
4. TELL ME IN A WHISPER
5. SHUFFLE LOW
6. KEEP ON BURNIN’
7. HOW DO YOU LIKE YOUR LOVE?
8. I ALWAYS WANTED YOU
9. OUTA CONTROL
10.ALL OUT
11.SKY TRAIN
12.SOLAR STRUT
BONUS TRACKS
13.LITTLE BROTHER (MONO EDIT)
14.LITTLE BROTHER (SINGLE EDIT)
15.ONE DAY TOMORROW (MONO EDIT)
16.ONE DAY TOMORROW (SINGLE EDIT)
17.JASMINE NIGHTDREAM (B-SIDE)
18.I ALWAYS WANTED YOU (MONO EDIT)
19.I ALWAYS WANTED YOU (SINGLE EDIT)
Tra i suoi album solisti Jasmine Nightdreams è senza dubbio il più consistente. L’anno di uscita è ancora uno di quelli buoni e in pratica vi ci suona tutto l’EW Group: Chuck Ruff (batteria), Rick Derringer (chitarra), il grandissimo Dan Hartman, oltre che Rick Marotta e Johnny Winter. Dopo il grande successo dei due album They Only Come Out At Night (1973) e Shock Treatment (1974), EW si prende una pausa dal “gruppo rock” e si incammina di nuovo verso la dorsale gospel-jazz-pop, curioso però abbia deciso di farlo col “gruppo rock”.
Quando nel songwriting c’è lo zampino di Dan Hartman si può star certi che si tratta di una gran bella canzone. One Day Tomorrow riflette in pieno l’assunto. Bella melodia, belle armonie, sviluppo compositivo di pregio. Jazz, pop rock e soul in un mix riuscitissimo.
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Little Brother è un rock funk di matrice nera che si apre al dolce declivio del jazz-blues-soul-pop senza mai diventare troppo insipido. Gran prova vocale di Edgar.
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In Hello Mellow Feelin’ la batteria trascina alla maniera del rock più viscerale, altro ottimo momento. Per Tell Me In A Whisper torna in pista il duo compositivo E. Winter- Dan Hartman; musica notturna da grande città americana, tutto eccellente non fosse per quell’uso delle tastiere un po’ sconsiderato che all’epoca stava prendendo piede e che caratterizzerà tutta la seconda metà degli anni settanta.
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Shuffle Low è un bluesaccio sciamannato duro e impudente. Di nuovo piena di pathos rock la batteria. Johnny Winter alla slide. Le tracce di John Lee Hooker e ZZ Top sono evidenti. Keep On Burnin’ è un esercizio in stile Led Zeppelin. Black Dog è il riferimento. Di nuovo un intermezzo simile a quello di Frankenstein (pubblicato due anni prima). Derringer alla chitarra suona gli interventi della solista in chiaro stile Page.
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How Do You Like Your Love veleggia verso l’easy listening di qualità, così come I Always Wanted You, entrambi pezzi meritevoli, quest’ultimo con un gran assolo di sax. Con Outa Control si torna al rock. Di chiara matrice hendrixiana, il brano ha un groove efficace, peccato per i riferimenti troppo evidenti. All Out si concede al jazz swingato. Strumentale con un bel piano e un bel sax. I vocalizzi di Edgar sono un tantinello scontati, il brano va a buttarsi tramite qualche sperimentazione in Sky Train, altro strumentale dove le tastiere cercano di esplorare le profondità cosmiche. A sua volta questo va a sciogliersi in Solar Strut, un bel ritmo sostenuto su cui fiati e tastiere sono ancora protagonisti. Strumentale anche questo, con un assolo di chitarra davvero stimolante. Gli ultimi tre pezzi sono dedicati dunque alle velleità dei musicisti che in modo elegante fanno sfoggio di talento, contenuti musicali ed improvvisazioni.
Il materiale bonus è composto dai lati A e B dei due singoli tratti dal disco. Jasmine Nightdream non è un inedito ma bensì All Out editata da singolo. Disco dunque eterogeneo e ben costruito, evitando certi riferimenti come detto un po’ troppo marcati sarebbe stato un album da 5 stelle. Jasmine Nighdreams arrivò alla 69 posizione della classifica americana. Riuscita la copertina.
DISC THREE THE EDGAR WINTER ALBUM (1979) – TTT
1. IT’S YOUR LIFE TO LIVE
2. ABOVE AND BEYOND
3. TAKE IT THE WAY IT IS
4. DYING TO LIVE
5. PLEASE DON’T STOP
6. MAKE IT LAST
7. DO WHAT
8. IT TOOK YOUR LOVE TO BRING ME OUT
9. FOREVER IN LOVE
BONUS TRACKS
10.ABOVE AND BEYOND (EX BACKING TRACK)
11.ABOVE AND BEYOND (EXTENDED)
12.ABOVE AND BEYOND (SINGLE EDIT)
13.IT’S YOUR LIFE TO LIVE (SINGLE EDIT)
Album che non entra nemmeno nella Top 200 americana. Il genere – mi duole scriverlo – è prossimo alla disco o comunque all’easy listening ballabile. It’s Your Life To Live non è affatto male. Above And Beyond gioca un po’ sulle tastiere “spaziali” che andavano nel 1979. Siamo nei territori della musica da discoteca, ma anche questo è un bel pezzo, al di là che il genere possa piacere o no. Gran assolo di chitarra di Graig Snyder.
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Take It The Way It Is è in linea con l’indirizzo musicale dell’album e contiene un buon assolo di moog. Dying To Live è il rifacimento del bellissimo brano contenuto in origine su EW’s White Trash del 1971. Qui tutta la band entra in campo, l’arrangiamento tuttavia non convince, certi anticipi sono troppo banali così come le formule scelte. Che dire di Please Don’t Stop? Quando sento cantare e suonare EW provo sempre qualcosa, ma è un genere che non fa per me benché io sia cresciuto negli anni in cui queste sonorità erano in massima espansione. Per Make It Last vedi quanto appena scritto. Do What si sviluppa tra un battimani piuttosto fastidiosi e un giochetto di tastiere miserello. E’ un brano suonato bene intendiamoci, ma …
It Took Your Love To Bring Me Out è portata a spasso dal basso. Robetta disco fine settanta. Forever In Love è la ballatona zuccherosa e romantica. Alla fin fine la si ascolta, però…
Tra le bonus track ben tre versioni di Above And Beyond tra cui la “extended backing track” e la “Extended”, roba per mentecatti. In copertina Edgar sembra uno di quei produttori di disco music ricconi.
Certo che vedere un artista dedicarsi con tale facilità alla musica commerciale dopo aver scritto pagine di valore di musica rock non è facile. Probabilmente Edgar fu influenzato dal buon successo che stava ottenendo Dan Hartman con i singoli tratti dagli album del 1978 e 1979. Il singolo Above And Beyond lambì le ultime posizioni della US Dance.
DISC FOUR STANDING ON ROCK (1981) – TTT½
1. STAR GARBAGE
2. STANDING ON ROCK
3. LOVE IS EVERYWHERE
4. MARTIANS
5. ROCK AND ROLL REVIVAL
6. IN LOVE
7. EVERYDAY MAN
8. TOMORROWLAND
BONUS TRACK
9. LOVE IS EVERYWHERE (SINGLE EDIT)
Lo si capisce dal titolo dell’album che con Standing On Rock Edgar tornò al genere per cui è conosciuto. Star Garbage è un hard rock di buon livello con accenti sci-fi, Standing On Rock (con Winter alla batteria) resta sulla stessa scia con in più qualche apertura melodica. Il momento romantico è intitolato Love Is Everywhere. Martians continua con le pulsioni sci-fi, peccato che il brano sia una copia di “Frankenstein” (il singolo strumentale di cui abbiamo già accennato che nel 1973 arrivò primo in classifica in Usa). Per Rock And Roll Revival l’immenso Jerry Lacroix contribuisce al testo. Sarà un caso ma per certi versi il pezzo ricorda Keep Playing That Rock And Roll dall’album EW’s White Trash del 1971 (album in cui Jerry Lacroix giocò un ruolo fondamentale). In Love pur essendo sostenuta da un tempo di batteria non certo lento, è in pratica una ballata di nuovo dedicata all’amore; questo tipo di cose sul finire dei settanta per Edgar diventarono discutibili, troppo zuccherose e a tratti imbarazzanti. Pur amando certi suoi passaggi melodici c’è troppo romanticume da strapazzo. Everyday Man è un hard rock alla EW nella media. Il riff di chitarra è doppiato dalle tastiere. Tomorrowland chiude il lavoro in maniera ben più che dignitosa. Riflessioni musicali, sci-fi e intermezzi riusciti
Album dunque giusto discreto. Neppure questo riuscì ad entrare nella Top 200 americana. Gli anni d’oro dei fratelli Winter durarono giusto un lustro, dalla seconda metà degli anni settanta in poi i dischi si fecero meno imprescindibili.
Dovendo scegliere è l’altro il cofanetto da avere assolutamente, ma per chi ama o perlomeno per chi non disdegna l’artista in questione anche questo (visto il prezzo abbordabile) si può prendere.
Il nostro Polbi ogni tanto ci racconta i quadretti visibili dalla finestra che dà sul midwest americano. Oggi lo fa con fare più verace del solito, evidentemente a furia di stare nella motorcity lo spirito di Lester Bangs deve averlo definitivamente irretito. Ad ogni modo ecco le sue riflessioni a proposito del concerto degli Sleep avvenuto allo State Theater/Fillmore di Detroit pochissimi giorni fa.
E’ la notte prima di Pasqua, attraversata da un vento gelido respingente e affascinante al tempo stesso quando vengo a sapere che fra poche ore gli Sleep suoneranno allo State Theater qui a Detroit. Per una serie di piccole circostanze non avevo capito prima di questo concerto. Mi dicono che si doveva tenere originariamente al Sant Andrews Hall, uno spazio di medie dimensioni, ma che poi la richiesta dei biglietti e’ stata superiore alle aspettative e hanno deciso un paio di settimane fa di cambiare il posto. Si e’ creato quindi un piccolo vuoto di promozione, e forse per questo mi era sfuggito. Ci tengo molto a vederli, sono una delle pochissime band in circolazione che veramente vorrei vedere suonare, ogni anno sono di meno nella mia lista, e non dovrei lasciarmi piu’ sfuggire nessuna occasione. Decido cosi di unirmi a degli amici, e nonostante la forte richiesta, forse anche grazie al cambio di venue non ben comunicato, trovo senza difficolta’ un biglietto per parterre, valido anche per la balconata superiore. 35 dollari, nessun affanno, si vede che era destino che li vedessi stasera…
La fila per entrare, alle otto e mezza apertura delle porte, e’ impressionante. Fa il giro di tutto l’isolato, ordinata, calma, gelata. Non ci pensiamo nemmeno, e aspettiamo qualche minuto che scorra, nel tepore del bar del teatro. Ora non si chiama piu’ con il suo vero nome. E’stato rilevato e ristrutturato da quella che oggi e’ la catena Fillmore. Ce ne sono diversi in giro per gli States, ma qui tutti storcono il naso e continuano imperterriti a chiamarlo State Theater.
State Theater / Fillmore Detroit
C’e’ sempre stata una certa rivalita’ nemmeno troppo celata fra le due citta’. Mondi e modi opposti di essere parte dell’america rock. Il Fillmore e il sole della west coast da una parte, la Grande Ballroom e le catene di montaggio dall’altra. Mi viene sempre in mente la storia di Danny Fields della Elektra Records, che quando venne a mettere sotto contratto MC5 e Stooges, gli aprirono la porta di una casa occupata due tipi con i fucili in mano e le bandoliere di proiettili a tracolla. Veri. Non proprio il peace and love dei Dead nelle belle case colorate di Haight Ashbury. D’altronde in piena Summer of Love californiana, qui nella Motorcity l’esercito sparava contro la rivolta che incendiava i quartieri neri e poveri. E’ uscito un bel film di Katerine Bigelow proprio qualche mese fa a dare memoria di quel periodo. Un grande rimosso collettivo americano, che si cerca inutilmente di dissolvere nel calderone innocuo degli anni sessanta delle buone vibrazioni. Buone vibrazioni un cazzo, o perlomeno non come le intendeva chi gia’ allora cercava di farci un mucchio di dollari sui movimenti controculturali e antagonisti. Sarebbe stato interessante vedere una contaminazione positiva di queste differenti realta’, chissa’ come sarebbe stato e cosa avrebbe seminato. Gli MC5 sul palco di Woodstock con il loro programma delle White Panther, e John Lee Hooker che canta Motorcity is Burning dopo la Freedom ecumenica di Havens. Ma non e’ andata cosi, e forse non proprio per caso. Certi messaggi poco pacificati e ammaestrabili non hanno avuto vita facile in questo paese, e per una sorta di destino incrociato ineludibile, sia la band di Fred Sonic Smith che gli Stooges dei fratelli Asheton sono naufragati in Inghilterra per emettere i loro ultimi, potentissimi quanto disperati ruggiti. Eppure queste due americhe, queste due anime non omologate fra l’epopea Kennedyana e il rutto Trump, continuano ad annusarsi. Sono in tantissimi per i californiani Sleep stasera, e ogni volta che una band di qui va da quelle parti trova sempre un misto di attrazione e diffidenza molto particolare e palpabile. Anche nel mondo globale social, la contaminazione fra questi due rami della famiglia e’ ancora una faccenda fisica in divenire.
Ma torniamo al concerto, agli Sleep e a quello che volevo dire di questa serata. Forse divago perche’ non e’ facile da descrivere. Uno show fatto di suono e presenza, non di canzoni e rock and roll. Ma proviamo ad andare per ordine. Intanto il palco. E’ un teatro antico, un Art Deco primi del novecento, molto ricco ma ancora privo dei deliri che vedi in altre strutture simili. Lampadari di cristallo, una bella cupola di vetri colorati, un senso di altezza non fastidioso. Il palco si vede bene da ogni prospettiva, e anche la balconata con i sedili di velluto non e’ male. Batteria al centro, un muro di Ampeg per il basso Rickenbaker di Al Cisneros, parata di Orange per la Les Paul di Pike, un microfono per il bassista e qualche pedale. La roba della opening band in prima linea. E’ strapieno, metallari veri e propri pochi, eta’ varia, atmosfera di attesa. Dietro i mixer ci sono due file rialzate di tavolini con servizio bar incluso per chi vuole spendere di piu’, sedie al parterre assenti, i fan veri sotto il palco. Ma c’e’ un certo spazio, ci si puo’ muovere tranquillamente e cambiare posizione anche durante il concerto. Un bar molto attrezzato qui, e due piccoli per ogni balconata. Il banco del merchandise e’ ricco di offerte, magliette di ogni tipo, poster, e quant’altro. Lo gestisce una ragazza da sola, e ha una fila ininterrota di acquirenti prima, durante e dopo lo show, che fa pensare al volume di dollari che puo’ produrre. Credo che la band andra’ via con un 30/40.000 dollari da questa data, e non e’ poi male considerando la proposta musicale non proprio per tutti. Apre la serata una terribile band di Metal occulto locale con tanto di violinista, per me oltre il limite di sopportazione. Il pubblico li accoglie bene, e anche i miei amici che come me li stanno schifando non sottraggono qualche applauso. Forse e’ proprio vero che Detroit sta cambiando… Finita la tortura la roba della band viene smontata rapidamente, e il palco resta per gli Sleep. Tre roadie sistemano le ultime cose, e parte dalle casse il nastro di una conversazione fra piloti di aerei…o qualcosa del genere, a volume alto, per una quindicina di ipnotici minuti. E’ un effetto molto particolare, straniante, perfettamente riuscito. Poi finalmente si spengono del tutto le luci in sala, e arrivano i nostri.
Sono tre presenze molto forti, Al Cisneros al basso con la barba lunghissima perfetto nel rappresentare il lato spirituale di questo suono, Matt Pike come sempre imponente, a torso nudo ricoperto di tatuaggi, che con la Les Paul a tracolla impersona la materia pesante. Al centro Jason Roeder, molto teatrale e solenne nel modo di suonare la batteria.
Sleep
Hanno creato un suono negli anni novanta underground, e poi dopo tre album sono andati via. Cisneros con i suoi Om a seguire percorsi mistici e psichedelici, Pike nei vortici oscuri degli High on Fire. Ma quel suono, l’idea Sabbath rallentata in fiumi di oppio e bong di erba, e’ andato avanti in altre incarnazioni, gettando le basi del Doom Metal odierno e di altre derive piu’ sperimentali. Nuove generazioni hanno guardato indietro e si sono innamorate di quei dischi cosi particolari, Holy Mountain e Dopesmoker sono stati ristampati da altre label, della band si e’ sempre continuato a parlare, finche’ addirittura il New York Times ha dedicato un lungo articolo all’esperienza di ascolto di Dopesmoker. Era possibile ma non scontato che gli Sleep tornassero in pista, e quando e’ avvenuto qualche anno fa e’ stato un vero trionfo, sold out a raffica ovunque. Il concerto di stasera non presenta nulla di inatteso, ed e’ una benedizione per tutti i presenti. Volevamo questo, un ora e passa di totale stordimento ipnotico nei loro riff ossessivi. Un esperienza quasi mistica, resa ancora piu’ potente dal volume del live e dal fatto di condividerla in tanti…ogni tanto prendevamo respiro fra un brano e un altro, ci guardavamo felici dicendoci “che bello…” e poi via di nuovo nei vortici cosmici, a seguire le carovane del deserto di guerre stellari, a scalare infinite montagne sacre Lovecraftiane. Una vera goduria per gli appassionati, probabilmente un rompimento di coglioni micidiale per chi era venuto senza essere preparato, magari al seguito di qualche amico. Ne ho visti diversi andarsene al bar perplessi, o accasciati sulle poltrone, mentre quello seduto accanto ondeggiava la testa rapito ad occhi chiusi.
Ma non credo che nessuno con gli Sleep stasera possa rimanere nel mezzo. O ti piacciono, e allora quando finisce ne vorresti ancora per ore, oppure dopo il primo pezzo era meglio che te ne andavi a casa, che di spostamenti nel sound della band ce ne sono zero o nulla.
Io faccio parte del primo gruppo, ho salutato a mani congiunte Cisneros dopo che aveva lasciato il basso in feedback per ritirarsi dietro le quinte, che gli Sleep bis non ne fanno.
Fuori c’era sempre il fumo dai tombini, il vento gelido, Detroit, Trump, il sassofonista che chiedeva gli spicci, e questo Midwest di merda che ti fa venire ancora piu’ voglia di unirti agli Sleep e cantare la nenia ossessiva “ Drop Out of Life with Bong in Hand…” e vaffanculo a tutto.
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