JACK LONDON “Il Richiamo Della Foresta (1903)” (2017 Universale Economica Feltrinelli ) – TTTTT+

18 Set

La febbre per JACK LONDON e per le edizioni della Universale Economica Feltrinelli/CLASSICI continua. Dopo MARTIN EDEN ecco che tocca a IL RICHIAMO DELLA FORESTA, romanzo breve di una bellezza dirompente. Io lo paragono al primo del LED ZEPPELIN, la stessa vitalità impetuosa, la stessa travolgente passione. LONDON fa leva sulle sue esperienze personali che traduce su carta con vivida lucidità e col maestoso trasporto dettato dal wild.

Come vedete, usando il termine in inglese, anche io mi adeguo al pensiero di Davide Sapienza, il traduttore di questo libro (e di ZANNA BIANCA che sto leggendo ora), ovvero che wild è di difficile traduzione, una misto di “natura selvaggia, vita allo stato brado, territori inesplorati senza la presenza dell’uomo” e concetti simili , quindi forse è giusto non tradurlo e lasciarlo in inglese. Detto ciò,  la traduzione del titolo pur non fedele al vocabolario, come dice lo stesso Sapienza, è azzeccatissima e ormai leggendaria, IL RICHIAMO DELLA FORESTA in italiano suona benissimo.

Anche questa nuova versione è assai appetibile, ci sono due “bonus track” prima e dopo il romanzo, due racconti, BÂTARD e PREPARARE UN FUOCO, legati al tema del libro e per questo funzionali al mood generale, inoltre contiene otto pagine di riflessioni dello stesso Davide Sapienza, pagine assai preziose; scrive ad esempio: Jack London confeziona una storia archetipa trattando un argomento, una geografia e uno stile narrativo che incrociano registri, gergo e linguaggi anche corporei di uomini e cani. Archetipa perché, come scrive Earle Labor, il romanzo “è la proiezione del Sé mitologico del lettore [ … ] un’allegoria della redenzione umana”. Il lettore, com’è giusto, è all’oscuro di ciò che compone il materiale narrativo, eppure lo sente suo, perché IL RICHIAMO DELLA FORESTA, ci dà del tu, ci parla con intimità, riesce a farci mettere in gioco e infine ci invita a diventare ciò che siamo – per dirla con Jung – provocando uno scossone indimenticabile nella nostra psiche.

Oltre a queste prelibatezze non mancano sette paginette di cenni biografici.

In sostanza, una edizione economica ben fatta di un capolavoro della letteratura mondiale impreziosita da due racconti ugualmente belli. Il tutto per 8,50 euro. Irrinunciabile.

Jack London su questo blog:

https://timtirelli.com/2017/08/29/jack-london-martin-eden-1909-2016-universale-economica-feltrinelli-ttttt/

◊ ◊ ◊

Sinossi 

http://www.lafeltrinelli.it/libri/jack-london/richiamo-foresta/9788807901812

Rapito e condotto tra i ghiacci del Klondike, all’epoca della febbre dell’oro, Buck viene picchiato e costretto a divenire un cane da traino. Sfruttato duramente dai suoi ultimi padroni, Buck viene salvato da John Thornton, con il quale ritrova l’amore per l’uomo. Ma il richiamo della foresta si fa dentro di lui sempre più irresistibile… Una grande storia, una magnifica metafora del rapporto fra natura e creature viventi, un capolavoro capace di poesia e ferocia che parla al cuore dei lettori di ogni età.

 

A Rainy Day At The Races (Misano Moto GP Circuit 10 sept 2017)

14 Set

Pochi giorni prima del gran premio di MOTO GP di MISANO la Yamaha girl mi telefona e mi fa “Tyrrell, La Simonetta vuole andare a Misano a vedere Valentino, devo andare con lei, vuole che venga anche tu”.  La Simonetta è quella sua amica che quando vede Valentino per TV spesso esclama: “Io lo amo!”, oppure quando si riferisce a lui lo chiama “il mio gattone“. E’ una cosa che mi diverte molto, tanto che accetto. Beh, in verità lo faccio per Saura (anche perché così mi serve come moneta di scambio: “allora tu vieni poi a san Siro con me a vedere l’Inter”).

I posti della Bruttapela, la tribuna dei tifosissimi di Vale, sono esauriti da mesi, rimane qualche biglietto della Tribuna Misanino a 190 euro cad. Benché la cifra spaventi, spingo Saura all’acquisto. So quanto significhi The Doctor per la mia speed queen, so quanta passione per il Tavullia golden boy scorre nelle sue vene, voglio che per un giorno sia felice.

I biglietti vengono dunque acquistati e l’eccitazione inizia a salire, ma il blues è sempre in agguato, così un paio di giorni più tardi Valentino, durante un allenamento, cade e si frattura tibia e perone con conseguente stop di alcune settimane. Oltre al dispiacere per l’ infortunio, quando apprendiamo della faccenda iniziano a volare “so quante” (come diciamo noi in Emilia) madonne.

La delusione è immensa, Vale può dire addio al mondiale e noi possiamo scordarci di vivere una domenica palpitante; 400 euro spesi malamente, dannazione, ma dato che siamo uomini e donne di un certo lignaggio morale e di una certa disciplina, domenica 10 settembre alle 5 ci alziamo al suono della sveglia: si parte in ogni modo. Con noi, sulla freccia gialla di Borgo Massenzio, anche Simonetta e Maurizio.

Piove che dio la manda, fa freddo Vale non correrà ma entriamo ugualmente in autostrada. Fino a Cesena e oltre la pioggia cade incessante, tanto che fatichiamo a sentire la musica che esce dallo stereo.

Sulla A14 – foto TT

Alle 8,45 usciamo a Cattolica, mancano 5 km al circuito. Pensavamo che senza Valentino e con questo tempo terribile ci sarebbe stata poca confusione e invece … due ore di orologio per percorrere quei pochi km. La Yamaha girl è su tutte le furie, si perde i warm up e l’inizio della moto 3. Già stanchi e un po’ scossi finalmente prendiamo possesso dei nostri posti in seconda fila. Inizia a piovere forte. Non sono un appassionato del livello di Saura e Simonetta, conosco solo qualche pilota della Moto 3 così seguo distrattamente.

Misano World Circuit MOTO GP 2017 – Foto TT

MOTO 1 – Misano World Circuit MOTO GP 2017 – Foto TT

Lo stesso dicasi per la Moto 2. Sono uno di quei tifosotti interessati solo alla Moto GP quando corre Valentino. Piove a dirotto, non so come i piloti riescano a  correre, ho due giubbotti anti pioggia, uno addosso e uno sulle gambe. Sotto uno di essi il tablet sintonizzato su SKY GO per INTER-SPAL. Immagino che i veri appassionati di moto che ho dietro di me pensino “che sfigato quello lì, ma che viene a fare, stia casa a vedere il calcio”. E invece no, sono qui per accompagnare la mia motorhead woman e per testare la mia autodisciplina, come ho detto, alzarsi alle 5, fare molti chilometri, pensare di passare una giornata intera sotto l’acqua per un gran premio dove non corre The Doctor non è una cosa da poco.

Un giovane uomo passa vicino alla nostra postazione, mi guarda, mi lancia un’espressione di gaudio, chiedo spiegazioni, indica lo stemma dell’Inter che ho sul petto ed esclama “Giubbino meraviglioso”. Gli mando un bacio con la mano, lui mi sorride virilmente, alza l’avambraccio, lo muove stringendo il pugno e mi saluta. La fratellanza nerazzurra mi rinfranca l’animo.

Misano World Circuit MOTO GP 2017 – Foto TT

MOTO 2 – Misano World Circuit MOTO GP 2017 – Foto TT

E’ una pioggia battente quella che scende, siamo tutti inzuppati. Incredulo osservo gente uscita in pantaloni corti e infradito come fosse un calda giornata di agosto. C’è un padre con un bambino di circa 10, entrambi in sandali pantaloncini corti e maglietta e un paio di ombrellini. Mi chiedo come si faccia ad essere così imprevidenti. Sono giorni che le previsioni mettono pioggia e freddo, come si fa a portare un bambino ad un gran premio in una giornata del genere senza una felpa o un giubbotto? Il bambino trema. Fosse per me togliere la patria potestà al padre.

Ho le cuffiette del tablet nelle orecchie e gli occhi puntati su SKY GO, l’INTER batte una SPAL davvero combattiva e coriacea. 3 vittorie su 3 partite. Siamo partiti bene quest’anno.

Sono le 14, inizia la MOTO GP,  la pioggia pian piano smette. Dopo 3 (3!) ore sotto l’acqua, finalmente possiamo rilassarci un po’. Nonostante i giubbotti ho la felpa, i jeans e le scarpe inzuppate. Penso al povero bambino a cui il caso ha assegnato un padre snaturato.

Do un’occhiata in giro, le tribune sono piene, la stragrande maggioranza veste un cappello, una maglietta, una felpa di VALENTINO ROSSI , il popolo giallo nonostante tutto è presente (alla faccia di chi dice che ai fan di Valentino le corse in sé non interessano). Tifosi arrivati dalla Bulgaria, dalla Finlandia, dalla Francia, dalla Svizzera, dall’Austria …quanto amore che smuove quest’uomo.

Oggi tifo per Crutchlow. Di solito gli inglesi non mi stanno simpatici ma il vecchio Cal mi piace, corre con la passione di un animale selvaggio. E’ uno che cade ma che si rialza e torna a correre a testa bassa. Impreco quando passano i due spagnoli che hanno fatto il biscotto nel 2015, Marquez e Lorenzo per quanto mi riguarda devono andare a cagare, ma la Moto GP rimane uno spettacolo anche per un non super appassionato come me.

MOTO GP – Misano World Circuit MOTO GP 2017 – Foto TT

MOTO GP – Misano World Circuit MOTO GP 2017 – Foto TT

Lorenzo dopo qualche giro in prima posizione cade (boato del pubblico), Petrucci in testa fino agli ultimi giri viene superato da Marquez che purtroppo vince il gran premio. Alla fine ce ne andiamo subito. Raggiungiamo il parcheggio poco dopo e arriviamo all’autostrada verso le 15:30. Alle 19 circa siamo ancora a Imola. Ci sono un sacco di rallentamenti. Siamo spossati. Decidiamo di uscire e cercare lo stradone che passa per Budrio, quindi San Giovanni In Persiceto, Nonantola, Modena e finalmente Regium Lepidi. Sono da poco passate le 20 quando approdiamo alla Domus Saura. Dagli appennini nubi nerissime si fondono con la notte buia. Siamo stanchi e bagnati eppur ci tocca andare a cercare Palmiro. Avevamo chiesto al nostro vicino di farlo uscire verso le 15, pensavamo di trovarlo intorno a casa, ma non è così. Torna a cadere la pioggia, io e Saura con le torce in mano tra le vigne a cercare il diavoletto nero della Tasmania. Lo cerchiamo in lungo e in largo, ma niente. Dopo circa mezz’ora sentiamo due gatti che si azzuffano, ora è tutto chiaro: Palmir sta dando la caccia ad un gatto forestiero. Il problema è che quando è preda del call of the wild, dell’heat of the moment, è inavvicinabile. Altri venti minuti sotto l’acqua a perlustrare la zona da cui sono partiti le grida feline. Niente. Abbattuti e rassegnati ce ne torniamo verso casa, per trovarlo vispo e ringalluzzito davanti alla porta di casa con quel sguardo da “beh, che aspettate? Sono qui da un po’!”.

Mettiamo i vestiti da lavare, ci facciamo una bella doccia calda, un piatto di tagliatelle in brodo, due chiacchiere e a letto. Spero che il demone delle notti senza sonno stanotte non si faccia vivo, dopotutto it’s been a hard day’s night, I should be sleeping like a log.

 

 

 

Era una notte buia e tempestosa … (quando mi son scoperto “influencer”).

11 Set

Proprio così, it was a dark and stormy night per dirla con le parole di Edward George Earle Bulwer-Lytton, quando una sabato sera d’ inizio settembre decido di uscire con gli amici. Una pausa dai sinodi che sono solito organizzare con i confratelli del blues, una seratina tra me e i miei due compari a cui si aggiungono ben presto altri due aficionados della banda Coleman-Younger, trasformando il tutto in un sinodo vero e proprio, è inutile non si scappa dal blues.

Dopo mesi di siccità, di sole e di alte temperature mai raggiunte prima, usciamo nell’unica notte in cui tuoni, lampi, vento e pioggia battente irrompono sulla Festa dell’Unità di Regium Lepidi.

Getty Images

La temperatura cala di 15 gradi, abbiamo giubbotti e foulard ma l’unica è trovare riparo al ristorante Ventasso e spararci polenta e cinghiale (sì, lo sappiamo, mangiare carne non è il massimo, cerchiamo di non abusarne, ma stasera facciamo uno strappo alla regola). Ordiniamo il lambrusco più costoso, crepi l’avarizia, alla fine le bottiglie saranno 4.

I commensali: Lord Simon, Sir Lison, Mister Riffy Betts, il sommo ponteficie del blues Johannes Paulus III e Monsieur Etienne Du Tirél.

Sir Lison ci informa che non riesce più ad ascoltare Rock, “Basta” mi dice tra una forchetta di polenta e l’altra” l’udito ha bisogno di evolversi, non posso ascoltare sempre gli stessi dischi”. Sir Lison è il più avanti di noi, ha oltrepassato lo steccato ed ora riesce ad gustarsi anche musica contemporanea (di valore).

Io lo capisco perfettamente, ma fatico ad immergermi in musica più attuale.

Il suo disagio è anche il mio. L’altro giorno ho provato a metter sullo stereo di casa uno dei concerti ufficiali del 1981 dei ROLLING STONES, dopo due pezzi ho dovuto toglierlo. Sono cresciuto con loro, Jagger e Richards fanno parte del mio DNA, ma non ce la faccio più. Tolgo il cd e desisto, non voglio far crollare il castello che mi sono costruito in testa, non voglio che la mia furia iconoclasta si abbatta su tutti quei gruppi e musicisti che ho amato, adorato e lodato.

Intendiamoci, qualche barlume di speranza c’è ancora visto che il lunedì del rientro dalle vacanze, dopo una giornata di lavoro, tornato a casa mi son chiuso nello studiolo, mi son sdraiato sul divanetto, ho chiuso gli occhi e ho fatto  partire DAZED AND CONFUSED dal nuovo bootlge DEUS EX MACHINA live a Seattle 21/3/75 dei LED ZEPPELIN, quaranta minuti di dolce naufragare nelle misteriose profondità cosmiche, resta il fatto però che la situazione rimane tragica, ho due chiavette da 64 GB piene di musica in macchina, ma non so mai cosa ascoltare.

A volte mi lambicco il cervello, mi dico che se la Terra fosse grande come Giove ad esempio (quindi circa 100 volte di più) la storia della popolazione mondiale sarebbe divers, la terra sarebbe gigantesca e dunque negli anni sessanta e settanta di gruppi rock ne sarebbero saltati fuori 100 volte tanto. Mi lascio trasportare dal delirio: 100 gruppi e artisti come i LED ZEPPELIN, BEATLES, ROLLING, ELP, ALLMAN, FREE, ELP, LITTLE FEAT, EDGAR WINTER’S WHITE TRASH, YES, BAD COMPANY, BOB DYLAN, JOHNNY WINTER AND, e via dicendo…a quest’ora di certo non mi sarei stufato di ascoltare tutti i dischi di quegli innumerevoli grandi nomi. Se sul pianeta Terra reale è nato un Jimmy Page, nel pianeta Terra grande come Giove ne sarebbero nati 100, 100 Paul McCartney invece di uno solo e così via. Invece dei 9 album dei LZ averne 900, avere 100 ABBEY ROAD, 100 STICKY FINGERS, 100 AT FILLMORE EAST, 100 NEWS OF THE WORLD etc etc.

Rientro in possesso delle mie facoltà mentali, torno sulla terra e mi sembra di soffocare: solo 9 album dei LZ, 3 di Hendrix, 6 della BAD CO, 7 dei FREE, una manciata dei BEATLES, e così via. Cosa ascolterò per il resto della mia vita? I dischi belli del Rock li ho già ascoltati tutti centinaia di volte.

Così, sempre più di frequente, mi butto sulla musica classica. Mi arrivano sferzate di “sgrisòri” (brividi di piacere) come diciamo noi qui in Emilia quando Rossini, Prokofiev e Rachmaninov passano le loro THE SONG REMAINS THE SAME, ACHILLES LES STAND e I’M GONNA CRAWL

Come Sir Lison pure io ormai mi sintonizzo solo su RAI RADIO 3, il resto delle radio ci paiono così mainstream (anche nel programmare musica rock) o poco professionali che fatichiamo a reggerle. Il mio amore per Radio Capital sta svanendo, anche perché senza più Luca Bottura e la sua LATERAL, il network perde parecchi punti.

Sir Lison dice che la musica classica e la letteretatura ci salveranno. A tal proposito mi dice una cosa che mi fa molto ridere:

“Dopo che hai pubblicato sul blog le tue riflessioni su MARTIN EDEN di Jack London, sono andato alla Feltrinelli a prenderne una copia, beh, era finito. Cioè, tu pubblichi la recensione alla nuova edizione sul tuo blog e dopo due giorni alla Feltrinelli di Modena le copie sono esaurite!”

Rido di gusto alla semplice equazione fatta da Sir Lison, il mio amico attribuisce troppa importanza a questo blog miserello; poi, non è che ci voglia granché, quante copie di MARTIN EDEN nella nuova ristampa della Universale Economica Feltrinelli avranno avuto in negozio, due? Tre? E’ sufficiente che un paio di  amici/lettori modenesi si siano fatti suggestionare dal mio articolo e siano andati a comprarne una copia. Però, tutto sommato, ripensandoci, sono un po’ sorpreso e lusingato, proprio ieri mi ha scritto un caro lettore di Verona dicendomi di aver appena acquistato VIVA IL LATINO di Nicola Gardini (recensito qui sopra il 15 agosto https://timtirelli.com/2017/08/15/nicola-gardini-viva-il-latino-storie-e-bellezza-di-una-lingua-inutile-garzanti-2016-tttt%C2%BD/ ) e appunto MARTIN EDEN di Jack London (https://timtirelli.com/2017/08/29/jack-london-martin-eden-1909-2016-universale-economica-feltrinelli-ttttt/).

Che stia diventando uno di quegli “influencer” di cui tanto si parla? Devo iniziare a fare il fighetto su Twitter? Devo rifarmi i biglietti da visita? Che so “Stephen Tyrrell, man of blues, blogger, influencer“? Devo farmi sentire alla Feltrinelli? “Oh raga, vi ho fatto vendere 4 copie in più di MARTIN EDEN e si sa che nel mercato odierno 4 copie in più o in meno spostano posizioni nella classifica dei più venduti, che vogliamo fare”?

Finita la cena cerco di portare gli amici alla libreria della Festa dell’Unità, ma purtroppo è già chiusa. Non sono nemmeno le 22 … d’altra parte è una notte da lupi, a parte noi, pochissimi gli avventori sui prati del Campo Volo.

Decidiamo di riparare alla Domus Saurea. Saura prepara per tutti una Moretta, quella bevanda a base di caffè, rum, brandy, anice e scorza di limone tipica di Fano e del Pesarese di cui parlo frequentemente qui sul blog. Infilo nel lettore il dvd di Johnny Winter In The 70s, a cui segue il dvd degli ELP From The Beginning.

Mentre scorrono le immagini del Texas Tornado e dei tre dell’apocalisse, torniamo a parlare di letteratura. Mostro ai ragazzi i volumi della Universale Economica Feltrinelli  (e non) acquistati come nei tempi andati avrei fatto con box set e deluxe edition di cd.

 

… la fregola per le deluxe edition di cd si è spostata sui libri ed in particolare sulle nuove ristampe della Universale Economica Feltrinelli appunto. Sono giorni in cui non vedo l’ora di andare a fare la spesa per poter fermarmi in libreria e cercare i classici ristampati dalla Feltrinelli. Immagino che presto inizierò a comprare ristampe di classici che possiedo e che ho letto in passato visto che le nuove traduzioni, le nuove biografie e le nuove considerazioni contenute nel volumetti iniziano a diventare irresistibili, li vivo come dei remaster a cui è difficile rinunciare. Avere per le mani oggetti di questo tipo mi rende migliore, il sentimento che provo mitiga i cupi pensieri che di solito arrovellano l’uomo di blues.

L’ora delle streghe è passata, accompagno i ragazzi alle macchine, piove e tira il vento … è stata una magnifica serata blues.

Mentre scivolo sotto le coperte pochi istanti prima di addormentarmi mi dico “sono un influencer, però!

 

 

 

Arrivano gli americani: Elvis e il Juke-Box – di Massimo Bonelli

9 Set
 Il nostro amico Massimo Bonelli ci regala due riflessioni sull’arrivo del Juke Box.
◊ ◊ ◊

Nella campagna bruciata arrivano suoni lontani: abbaiano i cani, risponde soltanto un juke-box. Arrivano gli americani…” Stormy Six

I soldati se ne vanno trascinando armi stanche. Qualcuno balla su drammatiche rovine con qualche disco che dispensa allegria. Uomini e donne tornano a vivere e nelle orecchie hanno canti di lotta e di vittoria. Timidamente, qualche orchestrina intona “In the Mood”. Il meglio deve ancora arrivare.

I migliori dischi della nostra vita

Abbiamo tutti un passato, alcuni recente, altri remoto. Io non lo misuro in anni, il mio tempo è scandito dalle canzoni. Negli anni ’60 la proposta musicale era ricchissima, coadiuvata dalla novità dei gruppi rock inglesi e americani: su tutti i Beatles. Quest’ondata di musica straordinaria cambierà le nostre abitudini e arriverà a farci da colonna sonora sino ad oggi, seppur con vari cambiamenti di stile.

Ma il periodo musicale che desidero narrare ora è quello precedente. Quello della felicità post bellica, della ricostruzione culturale dopo vent’anni di crudele oscurantismo. Quello della musica “leggera”, arrivata con gli americani, con il miracolo economico, con il juke box.

Ero un bimbo quando, in casa mia, sul giradischi  che andava a tre velocità,  sono arrivati i vinili. I primi erano dei 78 giri, ricordo Frankie Laine con “Ok Corral”, tema dal film “Sfida all’ok Corral”, i Platters con “Only You” e, poi, i 45 giri. I gusti erano dettati dagli adulti e tra gli interpreti che riscuotevano maggiore successo nella mia famiglia c’erano sicuramente Nat King Cole, Perry Como, Pat Boone, Dean Martin, Paul Anka, “the voice” Frank Sinatra e qualche altra star americana. Inoltre  c’era il “jazz”, non certo quello “cool”, caldo o freddo e macchinoso, solo quello che spesso faceva da tema musicale a qualche pellicola, quindi Duke Ellington, Glen Miller, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong.

Del nostro vecchio continente, piaceva molto la straordinaria interprete francese Edith Piafcon “Hymne a l’amour”, “La vie en rose” e “Non je ne regrette rien”.  Il suo canto potente e straziante, al contrario della sua immagine,  credo abbia incantato il mondo intero. Edith Piaf non era l’unica non americana ad aver ottenuto un generale consenso tra le nostre pareti. La musica francese ci aveva conquistato anche con la musa della cultura raffinata, Juliette Grecò, con l’istrionico Ives Montand ed il magnifico Gilbert Becaud, oltre all’anarchico Georges Brassens ed al poeta Jacques Brel.

La musica italiana, tranne poche eccezioni, era ancora “antica”: le ugole melodiche appartenevano a Luciano Tajoli, Sergio Bruni, Emilio Pericoli, Nilla Pizzi, Gino Latilla, Jula De Palma, Renato Rascel, il “reuccio” Claudio Villa, nomi che si erano resi noti attraverso la radio e qualche “musicarello”.

Arrivano nuovamente gli americani… gli elettrodomestici americani e, con loro, la televisione.

La rivoluzione televisiva ci porta il fenomeno Domenico Modugno. Suoi furono i primi singoli italiani che sentivamo in casa: “Vecchio frack”, “Strada ‘nfosa”, “Resta cu’mme”. Grazie al nuovo mezzo audio-visivo, fecero breccia Fred Buscaglione, il Quartetto Cetra, Peppino di Capri, Umberto Bindi e molti altri interpreti. Sanremo era già Sanremo. Un capitolo a parte meritavano le canzoni della “mala” interpretate da Ornella Vanoni e i Cantacronache di Michele L. Straniero con i canti partigiani.

Coadiuvato dal successo di alcuni film realizzati per lanciare le sue canzoni, il nuovo fenomeno musicale americano è Elvis Presley. Elvis è il primo esempio di icona popolare. In Italia, seppur noti, Bill Haley, Gene Vincent o Chuck Berry, erano rimasti nella nicchia, Elvis fece suo il rock’n roll e ne divenne il Re. Tutti avremmo voluto essere Elvis, molti cercheranno di esserlo, alcuni credono tuttora di esserlo.

Con l’avvento di Elvis “the pelvis”, nomignolo affibiatogli proprio per il suo modo di muoversi, cresce anche in Italia il desiderio di ballare, ovunque, non solo alle festicciole in casa. Così arriva, sempre dall’America, il Juke-box, la luminosa scatola che diffonderà i successi musicali nei bar, nei locali da ballo, sulle spiagge.

L’utilizzo dei juke-box moltiplica l’amore per le canzoni, per le hit conosciute tramite la radio, la televisione. Con “cinquanta lire” fai la serenata alla ragazza, movimenti una festa, esibisci i tuoi gusti. I nuovi idoli, oltre a Elvis Presley ed a tutti i nomi sino ad ora citati, sono Neil Sedaka, Conway Twitty, Timi Yuro, Frankie Avalon, Bobby Darin, Connie Francis, Nelson Riddle ed un gruppo di chitarristi inglesi chiamato The Shadows. La voce della band era Cliff Richard. A loro si ispirò il manager Brian Epstein, che li vide a Liverpool, per dare consigli ad un gruppo nuovo di cui si stava occupando.

Altri cantanti italiani, oltre a quelli precedentemente nominati, che uscivano dal video, soprattutto dal festival di Sanremo o dalla radio, trovavano spazio e successo con il loro singolo nei juke-box: Adriano Celentano, Mina, Gino Paoli, Tony Dallara, Nico Fidenco, Pino Donaggio, Milva, Johnny Dorelli. Molti cantavano la versione italiana dei grandi successi d’oltre oceano, fenomeno che si svilupperà maggiormente poco più tardi. E’ altrettanto vero che molti interpreti statunitensi, inglesi e francesi cantavano le loro canzoni anche in lingua italiana e, spesso, partecipando come ospiti in gara al festival ligure, eseguivano il brano inedito direttamente nella nostra lingua.

In questo periodo spopola un nuovo ballo che si chiama “twist”, attorcigliamento, e le classifiche si riempiono di brani che suggeriscono questo nuovo oscillamento sulla pista. A cantare i successi saranno Chubby Checker (Let’s twist again), Peppino Di Capri (Saint Tropez Twist), Adriano Celentano (Peppermint Twist) e altri interpreti. Coloro che vorranno continuare a ballare stretti su una mattonella, sceglieranno ancora Elvis “Are you lonesome tonight”.

Ognuno ha la propria colonna sonora, quella autunnale, primaverile, invernale e, soprattutto, estiva: Edoardo Vianello, Fred Bongusto, Rita Pavone, Francoise Hardy, Petula Clark, Gianni Morandi, hanno incorniciato le nostre estati, e, fra tutte, la regina è stata e resterà “Sapore di sale” scritta ed interpretata da Gino Paoli, arrangiata da Ennio Morricone con Gato Barbieri al sax.

Siamo arrivati al 1963. Il racconto della musica del boom economico in Italia termina qui. Ci saranno maggiori successi. Si confermeranno molti artisti del passato e conquisteranno i juke-box, le classifiche e la popolarità numerosi nuovi interpreti … ma tutto cambierà. Nel 1963, appare per la prima volta in classifica un gruppo inglese chiamato The Beatles. Da questo momento sarà tutto diverso, ovunque. Anche la mia vita sarà diversa. Arriveranno i long playing, ed i primi a fare ingresso in casa mia non saranno i Beatles ma Joan Baez e Peter, Paul & Mary. Nello stesso tempo, sarà un brano americano interpretato da un gruppo inglese a far crollare ogni sottile argine rimasto tra me e la musica: “The House of the Rising Sun” degli Animals. Da qui inizia un’altra storia: il mio futuro.

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

Una giornata al mare …

7 Set

Settimana d’ordinanza in riviera. In agosto non possiamo allontanarci troppo dal campo base così per non rischiare andiamo sul sicuro, la Romagna. Una delle cose che mi colpisce maggiormente è l’acqua del mare, in certe mattine così cristallina da farmi strabuzzare gli occhi. D’altra parte sono mesi che non piove, il Po non porta su nulla e dunque l’Adriatico diventa un mare pulito.

Greendale 2017

Avesse la sabbia bianca anziché scura sembrerebbe di stare in posti con una nomea più altisonante. Controllo i dati di Goletta Verde del 2017 e rimango piacevolmente colpito, nonostante la forte industrializzazione la mia regione si difende bene.

Goletta Verde 2017

 

 

Malgrado il periodo (agosto), riesco a rilassarmi e ricavarmi spazi in cui mi ritrovo. Aiutano certo la groupie che il primo giorno mi dice “sono felice di essere qui con te” e mi dà un bacio e gli escamotage vari a cui facciamo riferimento, tipo scegliere l’albergo giusto (non sul lungomare – ma comunque a 50 metri dalla spiaggia –  e con personale squisito), scegliere un ombrellone in prima fila,  restare in spiaggia a pranzo e goderci le ore che vanno dalle 12 alle 16 in cui la spiaggia si svuota, immergermi nella lettura di capolavori tipo Martin Eden di Jack London (non prima di aver sfogliato la Gazza tutte le mattine per rimanere aggiornato sulle faccende dell’Inter) e andare a mangiare un krapfen a mezzanotte alle Tre Palme, che credo sia il posto in Italia dove li fanno più buoni. Quello di chiamarli krapfen è un vezzo, lo so, ma negli anni sessanta quando in vacanza ai Lidi Ferraresi accompagnavo mia madre a comprarli di prima mattina, sul cartello che stava dietro il vetro del bancone compariva il termine austriaco e da allora quella parola mi è rimasta, anche perché il nome in italiano proprio non mi piace.

Certo, non mancano anche gli aspetti meno piacevoli, ma quelli ahimé, fanno parte della vita di tutti i giorni. In primis la musica di melma che si sente in spiaggia al mattino e al pomeriggio quando gli animatori (che il diavolo se li porti) propongono il risveglio muscolare e l ‘aquagym. Tutta quella musica latino americana commerciale fa veramente andare di corpo (fa cagare insomma), poi la musica che alcuni hotel propongono come animazione dopo cena, baccano inenarrabile e ritmi insopportabili giusti per rimbecilliti che hanno rinunciato al bello.

Altro colpo al cuore è capire che la Libreria Bisacchi ha chiuso. Era l’ultima tappa del giretto serale che io e la groupie eravamo soliti fare. Un rituale a cui è difficile rinunciare. Era una libreria blues, gestita da una vecchia signora un po’ burbera, uno di quei posti dove potevi trovare classici di Maughan, Bran Stoker o Melville a 2 euro o poco meno. E’ lì tra l’altro che qualche anno fa scoprii Greg Iles, uno scrittore che adesso amo tanto.

Al posto della libreria, un kebab e un negozio di cianfrusaglieria gestita da un pakistano.

In spiaggia nelle ore di punta osservo l’umanità.  C’è il 50enne che osserva con preoccupazione la figlia che fa il bagno, mentre mesto ogni tanto vira lo sguardo verso l’infinito. Ha il pantalone corto invece del costume e la maglietta Honolulu 1962; c’è la donna sui 45 anni un po’ in carne, con uno scialle/pareo legato al bacino per non mostrare troppo le sue forme, che gioca a palla con marito e figlio. Sono in acqua e nonostante questo lei ostinatamente indossa le ciabatte con la zeppa molto alta, evidentemente è terrorizzata di non apparire sufficientemente slanciata anche dentro l’acqua; c’è la ragazzina bionda che si mette in riva al mare a telefonare, gesticola con le mani come se stesse decidendo il destino del mondo disegnando con i piedi ghirigori sulla spiaggia. Sa di essere carina e vuole mettersi in mostra.

Distolgo lo sguardo. La groupie è sul lettino che sta ascoltando QUADROPHENIA, tiene il tempo, è tutta un fremito. Per isolarmi mi metto in cuffia anche io, MAKING CONTACT degli UFO, album del 1983 ancora sottoposto agli influssi della NWOBHM eppur già contagiato da suggestioni AOR

Pranzo in spiaggia o sui ristorantini del lungomare e mi godo alcuni dei momenti più rilassanti della mia estate. Un bella birra fredda, una piadina oppure cozze e branzino. Le piccole cose della vita che ti risistemano l’animo.

Lunch on the beach – Greendale 2017- photo TT

Ci sono le solite madri che vivono la loro condizione in maniera enfatica. Una ha dato alla figlia il nome di Giulia Laura e non perde occasione per far sapere a tutti – chiamandola a voce alta – che ha una figlia col doppio nome. A me i nomi Giulia e Laura piacciono, ma l’ostentazione continua della suddetta madre mi rende quella combinazione antipatica. Al 17esimo “Giulia Laura ti ho detto di non fare così!” mi sgorga dalla bocca la versione montanara di una frase in dialetto reggiano che un amico della groupie ogni tanto si lascia scappare, e allora lascia che sia: “vatla a tor in tal chiul te e Giulia Laura”.

Sempre all’ora di pranzo osservo una coppia di vecchi sulla passerella della spiaggia. Mi sembra siano ottantenni, non sembrano in formissima, ma lui aiuta lei con una tenerezza che mi fa bene al cuore. Lui è ha un pantaloncino corto niente male,  camicia tra il violetto e l’azzurro e due scarpe da figo. Se mai ci arriverò a quell’età, spero di aver lo stesso rispetto per me stesso.

Old couple in greendale – photo TT

Mentre verso le 14 faccio un salto in hotel, vedo un pakistano (o almeno così a me sembra) che si riposa su di un cartone all’ombra di un pino marittimo in una piccola pineta. Mi chiedo che razza di vita faccia.

Naturalmente il vero scopo della vacanza è portare la groupie, o meglio la Yamaha girl, a correre al kartodromo. Qui in zona c’è quello outdoor più grande d’europa. Il primo assaggio è simile a quello che racconto tutti gli anni, io sulle tribune insieme alle fighe di quelli che corrono, lei in pista a dar la paga a tutti. Due gare, due volte prima. Un discreto e improvviso cambiamento di programma la seconda sera. La prima gara la vince la mia Yamaha girl, ma nella seconda deve lottare con due ossi duri. I concorrenti sono 28. Dalle tribune mi accorgo che non sono l’unico maschio. C’è un ragazzo sui 25/30 anni che filma un kart ogni volta che passa davanti a noi. Guardo meglio, chi corre è una ragazza, scatenata. Scatta immediatamente la competizione tra me e lui. Lui filma? Filmo anche io. Lui incita? Incito anche io. La sua ragazza è una che se la tira. La vedrò dopo la corsa, una giovane donna con i jeans stracciati in maniera esagerata all’altezza delle ginocchia, che caga a mala pena il suo ragazzo, figuriamoci gli altri. Si è preoccupata di lasciar uscire i lunghi capelli dal casco, così mentre corre l’effetto è garantito. Spinge sul gas, spintona chi non la lascia passare e fa gesti plateali a chi osa intralciare il passaggio della regina. Si vede che se la tira un casino perchè sa andare veloce sui kart. Intendiamoci, a volte anche Saura ha comportamenti simili, ma sono unicamente rivolti alla corsa, all’heat of the moment, e li mette in scena senza tirarsela. Finisce la gara. Il ragazzo va incontro alla sua amazzone, io alla mia.  Mi faccio consegnare da Saura il foglio riepilogativo della corsa. La mia Yamaha girl aveva il kart n.40, la figa reginetta il 45. Saura è arrivata seconda, ma comunque davanti a Miss Sonolamigliore. Con nonchalance commento a voce un po’ alta in modo che il ragazzo di kart 45 senta. “Brava Saura, ti ha battuta solo il ragazzo del n.44, sei sempre la migliore e non solo tra le donne”. La coppia se ne va, lei non considera per nulla il suo tipo, poveraccio, che vita d’inferno che deve patire. Lo compatisco, ma non troppo, anche io ho il mio bel da fare nel cercare di domare la mia speed queen.

Saura al circuito Happy Valley – foto TT

Kartodromo Happy Valley – foto TT

Dopo la corsa ritorniamo a Greendale. Come premio la porto a mangiare uno di quei krapfen di cui sopra. Arriviamo alle tre palme alle 24, fuori c’è l’immancabile fila. Questo tutti i giorni, da quando inizia la vendita dei krapfen caldi alle 21,30 fino alle ore piccole. Ogni anno mi sorprendo della cosa, nessun cartellone pubblicitario, solo il passa parola, tra l’altro la sede della pasticceria è sita in un angolo buio e fuori mano eppure…

Fila alle Tre palme – foto TT

Ogni volta che siamo da quest parti non può mancare il pellegrinaggio a Tavullia. Va bene il Rock, gi YES, gli WHO e i LED ZEPPELIN ma il primo amore della Yamaha Girl non si scorda mai. Abbiamo appuntamento con un altro fan di Wakeman, il vecchio Floro, che arriva con Francesca e Clelia. A Tavullia il giallo è sempre in fiore, e anche io mi sento preda della bramosia generale per The Doctor. Vale we love you.

The Land Of The Doctor –
Tavullia agosto 2017 – foto TT

The Land Of The Doctor –
Tavullia agosto 2017 – foto TT

The Land Of The Doctor –
Tavullia agosto 2017 – foto TT

The Land Of The Doctor –
Tavullia agosto 2017 – foto TT

The Land Of The Doctor –
Tavullia agosto 2017 – foto TT

The Land Of The Doctor –
Tavullia agosto 2017 – foto TT

The Yamaha girl & l’uomo di blues – Moonlight in
Tavullia – agosto 2017 – foto Floro B.

Naturalmente dopo aver cenato “da Rossi” io e Floro ci spariamo una Moretta fatta come si deve. E’ il momento dei saluti, si torna a Greendale.

Durante una passeggia a Fundus Catei, detto anche Castrum Chatei, o come lo chiamo io Cat-At-The-Sea, mi sorprendo nel vedere il manifesto del Dottor Fish dove in soldoni si dice che per 10 euro puoi immergere i piedi in una vasca piena di pesciolini che attaccano la pelle morta delle tue estremità. Sbircio nel locale e vedo gente con i piedi a mollo circondati da pesci. Trattengo il conato di vomito e torno in albergo.

Fish Therapy in Cat In The Sea – foto TT

Divento un habitué del Ciao Caffè di Cat-An-The Sea, mi sparo degli Spritz mentre chiacchiero amabilmente con amici della groupie anche loro in zona, il Fonta, la Sonia ed Alberto e altre compagnie.

In spiaggia, oltre ai classici che mi son portato e ai quotidiani e alla Gazza, mi sparo certi fumetti per ricercare l’ebrezza vissuta nella mia fanciullezza: Zagor, Mr No… compagni di mille avventure.

Cesenatico è sempre uno spettacolo. Di sera il porto canale, i ristorantini, le vecchie abitazioni si vestono di quella melanconica magia che da sempre mi porto nell’anima. Compriamo come ogni anno un paio di copri divano anti gatti nei mercatini, mangiamo un gelato e camminiamo romanticamente mano nella mano.

Porto Canale – Cesenatico – foto TT

Tornando, a piedi, verso Greendale, entriamo in quella twilight zone che sta tra Cesenenatico e alcune delle sue frazioni. Quel pezzo di litorale non ancora ingoiato dalla urbanizzazione, dove macchie di pinete e vecchie colonie dismesse da decenni danno al paesaggio un atmosfera color tenebra. Le vecchie colonie sono derelitte, con gli scuri chiusi che tendono a essere fuori asse, avvolte nel buio, l’aggettivo che viene alla mente è “spettrale”. Questo fino a che non si entra nello spazio del terrore vero e proprio: La Colonia dell’AGIP. Sul finire degli anni trenta il regime fascista decise di costruire la colonia per i figli dei dipendenti di quella che allora era una importantissima azienda italiana. Di stile razionalista, negli anni della guerra fu utilizzata da ospedale e da rifugio per le truppe in ritirata, mentre negli anni cinquanta ospitò gli alluvionati del Polesine. Oggi non ne comprendo la funzione, è tutto sotto il segno dell’anacronismo, e ogni anno che vi passo – in agosto – solo un appartamento è illuminato, rimandando ad  associazioni mentali lugubri e mefistofeliche. Questa grande costruzione, questo grande ingresso illuminato a cui fanno da contraltare interi piani bui… la sola lucetta che si vede rende il tutto ancor più spaventoso. Sarebbe un set ideale per un film di Dario Argento.

Chiedo a Saura: “Ma tu ci staresti qui in un appartamento con me mentre tutto il resto dell’edificio è vuoto?” in quel momento udiamo un fruscio, una civetta spicca il volo verso le nere tenebre, io e Saura ci guardiamo e senza parole ci incamminiamo a passo svelto verso la civiltà. Paura….

La Colonia dell’Agip – foto TT

La Colonia dell’Agip – foto TT

A Light In The Black – La Colonia dell’Agip – foto TT

La Colonia dell’Agip – foto TT

Otto giorni passano in fretta, rallentati solo dal mal di denti che mi ha tormentato per metà vacanza, ma mi spiace partire, lasciare questa questa dolce riviera conosciuta. L’indomani saluto questo mare proletario a me tanto caro, saluto la Romagna, saluto un’altra paginetta niente male della mia vita. Arrivederci Valverde.

Adriatic Sea in august – photo TT

 

JACK LONDON “Martin Eden (1909)” (2016 Universale Economica Feltrinelli ) – TTTTT+

29 Ago

Jack London mi arriva nel bel mezzo dell’ adolescenza, lo sceneggiato TV “JACK LONDON –  L’AVVENTURA DEL GRANDE NORD” mi irretisce, gli scenari innevati, la voglia di avventura tipica di un ragazzino, la malinconica, ricca, e potente epica Londoniana, il grande Orso Maria Guerrini e la sigla I WANNA GO catturano completamente la mia immaginazione. Di Jack London ne ho già sentito parlare da mia madre, la quale, fanciulla, è una avida lettrice di romanzi d’avventura (Emilio Salgari in primis), così quando arriva lo sceneggiato di cui sopra non sono all’oscuro di tutto; seguono i libri ZANNA BIANCA e IL RICHIAMO DELLA FORESTA. Stranamente mi fermo lì, sono solito indagare ma evidentemente la scoperta del rock sposta la mia attenzione. Il nome Jack London rimane però impresso nella mia anima, quel po’ che so di lui me lo fa vivere come una sorta di luce guida. La sua sensibilità politica ed umana, la sua indole da avventuriero lo pongono (ancora oggi) tra gli esseri umani che ammiro.

Con 40 anni di ritardo scopro MARTIN EDEN, una delle sue cose più riuscite. Più di di 500 pagine che ho divorato e assaporato con gusto, ritenendomi fortunato d’aver scoperto un romanzo di questa portata. E’ un po’ come se un amante del Rock conoscesse i LED ZEPPELIN solo per il II e IV album e d’improvviso scoprisse PHYSICAL GRAFFITI.

Che romanzo, che prosa, che considerazioni! Ogni tanto dovevo fermarmi e osservare di nuovo LONDON nella foto di copertina, cercare di carpire da quegli occhi di ghiaccio e di fuoco la grandezza dell’uomo. Lo scontro tra individualismo e senso della comunità, la atavica tensione tra classi sociali, il furore vitale e indomito spento dalle amare costatazioni tipiche della condizione umana, la prosa dirompente, lussureggiante, incontenibile, il tesoro intellettuale nascosto tra le pagine … questo è un romanzo straordinario.

Questa nuova edizione della Feltrinelli mi piace molto, costa 11 euro (ma è scontata del 15%), è tipo un remaster in confezione digipack, una ristampa economica ben fatta, con tanto di 10 pagine di biografia alla fine.

La traduzione di Stella Sacchini sembra eccellente, avrei voluto avere sottomano anche il volume in inglese per perdermi nelle sinergie delle due lingue. Alla fine del romanzo c’è una sua nota alla traduzione di sette pagine, e sono – almeno per me – sette pagine fondamentali. La Sacchini spiega come sia difficile l’arte della traduzione, portando esempi che ho trovato molto appassionanti. Se Jack London è un gigante, come lei stessa ha scritto, come traduttrice e studiosa lo è anche Stella. Un encomio alla FELTRINELLI per la scelta.

Stella Sacchini

Ci sono infine 13 pagine di postafazione a cura di Mario Maffi, riflessioni anch’esse magnifiche.

Concludendo, questo libro è un capolavoro, e questa è un’ottima ristampa.

http://www.lafeltrinelli.it/libri/jack-london/martin-eden/9788807902529

Sinossi

Martin Eden, un giovane marinaio di Oackland, salva la vita a un ragazzotto della buona borghesia di San Francisco, Arthur Morse. Per ringraziarlo, questi lo presenta alla famiglia e alla sorella, Ruth. Tra questa e il giovane marinaio scatta subito un’attrazione vitale, ostacolata però dalle differenze di classe e quindi dalla prevedibile resistenza della famiglia di lei. Un po’ per farsi accettare socialmente, un po’ perché sinceramente affascinato da quel mondo borghese, Martin decide di affinare la propria cultura. Da giovinastro un po’ rozzo, in anni di studio forsennato, si trasforma alla fine in scrittore: dopo un inizio puntellato di rifiuti (tra cui l’abbandono di lei), improvvisamente gli arride la fama. Il suo saggio filosofico, “La vergogna del sole”, gli apre le porte dei circoli più esclusivi di San Francisco. Tutti si contendono la sua presenza. Anche Ruth decide di tornare sui suoi passi. Ma questa volta Martin Eden sente di non essere più interessato a lei. Non è più interessato alla vanagloria di quel mondo, a cui pure era riuscito ad accedere…

THE EQUINOX – live alla Festa Della Musica di Nonantola 2017 – video

17 Ago

THE EQUINOX live at FESTA DELLA MUSICA – Nonantola (MO) Italy – 16 June 2017

Pol Morigi – Vocals
Lele Morselli – Drums
Saura Terenziani – Bass/Keyboards/Pedal Bass
Tim Tirelli – Guitar

Filmed by Giovanni Sandri

The Equinox – Festa Della Musica – Nonantola 16/6/17 – foto Giovanni Sandri

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Nicola Gardini “Viva Il Latino (storie e bellezza di una lingua inutile)” (Garzanti 2016) – TTTT½

15 Ago

Sarà perché ho sempre avuto un’attrazione particolare per le faccende relative alle lingue, ma questo libro l’ho letto con interesse e avidità. Per chi in pratica non ha studiato il latino come me (i tre anni alle medie non hanno quasi lasciato traccia) questo non è un libro facile, i diversi passaggi in lingua sono ostici, i continui rimandi ai grandi poeti e prosatori non sono di facile assimilazione, ma – se sia ha un po’ di curiosità intellettuale – il libro riesce a conquistare meglio di quanto si possa credere.

Leggere poi la prosa di Gardini è completamente appagante, lui è un gigante il cui modo di scrivere non intimorisce (non troppo almeno) ma stimola; il suo amore per il latino è tangibile, gioioso e contagioso. E’ entusiasmante quando lo chiama “musica verbale” e quando scrive “il latino è una lingua importante e conoscerlo o almeno intuirne le proprietà – esattamente come conoscere altri aspetti importanti del mondo, quali la musica, l’arte, la scienza o uno spettacolo naturale – può davvero aggiungere respiro alle nostre giornate.”

Sì, meglio usare le sue parole per cercare di descrivere l’humus del libro: “il latino ha formato le società e i sentimenti in cui tutti viviamo. Senza il latino il nostro mondo non sarebbe quello che è.” e ancora “Perché ridurre il sapere a informazione immediata o all’utilitarismo delle risposte meccaniche, perché rinunciare alla riflessione e all’avventura intellettuale?”.

E’ molto bello finalmente poter capire qualcosa in più della nostra lingua madre, come si sia evoluta da un idioma di una piccola comunità di Roma a lingua universale, come si sia forgiata nelle penne e nei pensieri dei grandi maestri: Catone, (soprattutto) Cicerone, Catullo, Cesare, Lucrezio e via dicendo.

 

Cicerone già, Gardini ne traduce in maniera meravigliosa alcuni concetti quando evidenzia quello che il grande Marcus Tullius “poneva al cuore della sua teoria lingusitica: scegliere le parole più adatte all’argomento e ai tempi e combinarle secondo correttezza sintattica e convenienza ritmica. La musicalità è considerata essenziale. Le parole devono legarsi in sequenze piacevoli all’orecchio … e il periodo deve concludersi con successioni ritmiche che gratifichino l’animo … le parole, insomma, devono seguire un flusso melodico, che non ingeneri sazietà e dia un’impressione di ordine artistico, libero e controllato allo stesso tempo”.

E che dire poi di Tito Flavio (59+ a.C.-17 d.C.) che scrisse una “monumentale storia di Roma che andava dalla fondazione (753a.C.) ai fatti del suo tempo (9 d.C.).”?  142 volumi (ne sono arrivati a noi solo 35) su Roma scritti 2000 anni fa.

Insomma con libri come questo la conoscenza che abbiamo di noi stessi si espande, come si espande il senso di appartenenza. Lettura indispensabile.

Nicola Gardini

Sinossi (http://www.garzanti.it/libri/nicola-gardini-viva-il-latino-9788811688983/)

A che serve il latino? È la domanda che continuamente sentiamo rivolgerci dai molti per i quali la lingua di Cicerone altro non è che un’ingombrante rovina, da eliminare dai programmi scolastici. In questo libro personale e appassionato, Nicola Gardini risponde che il latino è – molto semplicemente – lo strumento espressivo che è servito e serve a fare di noi quelli che siamo. In latino, un pensatore rigoroso e tragicamente lucido come Lucrezio ha analizzato la materia del mondo; il poeta Properzio ha raccontato l’amore e il sentimento con una vertiginosa varietà di registri; Cesare ha affermato la capacità dell’uomo di modificare la realtà con la disciplina della ragione; in latino è stata composta un’opera come l’Eneide di Virgilio, senza la quale guarderemmo al mondo e alla nostra storia di uomini in modo diverso. Gardini ci trasmette un amore alimentato da una inesausta curiosità intellettuale, e ci incoraggia con affabilità a dialogare con una civiltà che non è mai terminata perché giunge fino a noi, e della quale siamo parte anche quando non lo sappiamo. Grazie a lui, anche senza alcuna conoscenza grammaticale potremo capire come questa lingua sia tuttora in grado di dare un senso alla nostra identità con la forza che solo le cose inutili sanno meravigliosamente esprimere.

 

GRETA VAN FLEET

13 Ago

ITALIAN /ENGLISH

Di solito non mi piace chi fa il verso alla mia band preferita, o meglio mi piace solo chi – pur pagando pegno – mette in mostra qualità compositive degne di nota. Disdegno chi scimmiotta e mette in scena un simil rock alla LZ senza senso compiuto e dunque senza un apporto minimo per il rock. I GRETA VAN FLEET dopo i primi 15 secondi avevano già catturato tutta la mia attenzione, capita di rado.

E’ un gruppo molto giovane proveniente dal Michighan, composto da tre fratelli (di cui due gemelli) e un loro amico. Non hanno che pubblicato un solo EP, ma si sono già fatti notare. Sorprendono la determinazione, la sicurezza di sé che non diventa mai sicumera, le doti musicali. Credo che manchi un po’ di maturità compositiva (cosa del tutto naturale), se dovesse arrivare ci troveremmo davanti ad una vera grande speranza per la musica rock.

I usually do not like groups who mimic my favorite band, or rather I just love who – while paying homage – exhibits remarkable songwriting qualities. I disdain who monkeys and puts together a tout court rock a la LZ that don’t make sense without giving a minimum contribution to rock music. GRETA VAN FLEET had captured all my attention after the first 15 seconds, it happens seldom.

A very young group from Michighan, consisting of three brothers (including two twins) and a friend of theirs. They have only published one EP, but they have been already noticed. The determination, the self-confidence that never becomes presunprion, the musical qualities are surprising. I guess that they miss a bit of compositional maturity (quite natural), if it arrives we would find ourselves in front of a real big hope for rock music.

Greta Van Fleet

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

LED ZEPPELIN “Deus Ex Machina” – Seattle, Center Coliseum 21 march 1975 – (EVSD 2017 – BOOTLEG)

10 Ago

ITALIAN / ENGLISH

La premessa ad un nuovo bootleg del 1975 dei LZ è sempre quella, ovvero che bisogna tener conto delle condizioni con cui il gruppo affrontò il tour americano del 1975. Page poco prima di partire si fa male all’anulare della mano sinistra, Plant arrivato a Chicago si prende una bronchite che lo costringerà a cantare – da gennaio  a marzo – nonostante grossi problemi alla voce, e se a tutto questo aggiungiamo poi l’entrata in scena di certe sostanze, gli squilibri dati dall’enorme successo e l’edonismo sfrenato di cui inizia ad essere vittima il chitarrista, il gioco è fatto.

Pur con questi problemi, quelli del 1975 rimangono ugualmente i Led Zeppelin, musica cosmica in perfetto equilibrio tra pancia e mente, un look da vere rockstar e un aurea leggendaria, e pazienza se le performance dei duei membri più in vista del gruppo non sono sempre perfette.

Esce dunque per la prima volta la registrazione soundboard (ovvero presa dal mixer) del secondo concerto a Seattle del tour. Fino ad oggi era disponibile nel giro dei fan e degli amanti delle registrazioni dal vivo una registrazione audience (presa dal pubblico) piuttosto buona, e proprio grazie a questa il concerto in questione ha da sempre una nomea particolare, per molti infatti resta il miglior show del 1975 in terra d’America. Io all’epoca comprai i due bootleg relativa, 4 lp che presentavano lo show in maniera incompleta e senza rispettare l’ordine della scaletta. 45.000 lire l’uno. Altri tempi.

Led Zeppelin “214” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “214” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “207.19” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “207.19” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Dal punto di vista del visual il tour del 1975 è più cupo del precedente. Se si guardano le foto del 1973 si nota sempre una luce positiva, i palchi erano colorati, gli impianti luci brillanti, e il mood del gruppo solare, rispecchiando un po’ l’atmosfera gioiosa dell’albm Houses Of The Holy.

LZ San Antonio 22 may 1973 – photo Carl Dunn

Nel 1975 tutto si fa più tenebroso. Il look di Page e Plant è vincente ma il resto è al limite del pauroso, del misterioso, dal sound che il gruppo ha fino alle vibrazioni che sembrano circondare l’entourage Zeppelin. Come accennato sostanze chimiche pesanti entrano in scena, tutto diventa più sfuocato e a tratti senza controllo. Il suono della batteria è profondo, cupo (pur rimanendo un suono vivo), mentre quello della chitarra di Page è stranamente più pulito. Il sound complessivo è ottimo, o perlomeno a me piace molto. I soundboard del 1975 sono in media fantastici per quanto riguarda la qualità audio, tra le registrazioni dei questo tipo sono i migliori di sempre. La Empress Valley Supreme Discs ne ha fatti uscire parecchi in questi anni, si dice che nelle sue mani ne abbia ancora un bel po’. Certo, i fan dei LZ preferirebbero soundboard del 1971 o di altre date magiche del gruppo, ma visto che non si può scegliere credo che si debba essere sempre felici quando un soundboard mai pubblicato precedentemente fa capolino. Non capisco come uno si possa dire fan in senso stretto dei Led Zeppelin e poi snobbare uscite del genere solo perché Plant ha problemi di voce e Page pesca spesso nel torbido. Se sei un vero fan, ogni nuovo soundboard lo devi avere, anche perché in quasi tutti i concerti del gruppo ci sono momenti di eccellenza o perlomeno interessanti.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

TITLE: Led Zeppelin ““Deus Ex Machina″

LABEL: Empress Valley Supreme Discs

TYPE: Soundboard (previously unreleased)

SOUND QUALITY: TTTTT

PERFORMANCE: TTTT

ARTWORK: TTTT

BAND MOOD: TTTT½

COLLECTION ZEP FAN: TTTTT

Tempo fa uscì il teaser di HEARTBREAKER, versione piuttosto sloppy che contribuì ad abbassare le mie aspettative. Oggi che ho per le mani la registrazione completa constato che, dopo una prima reazione del tipo “I’m not impressed”, il concerto sta crescendo molto dentro di me e gradualmente sta raggiungendo la cima della classifica relativa ai miei preferiti del 1975 ovvero NY MSG 12 febbraio 1975 e Los Angeles Forum 24-25-27 marzo 1975 ( ma di questi ultimi tre esiste solo la registrazione audience, dunque mi riservo di rivalutarli una volta che usciranno – speriamo –  i soundboard).

Prima di iniziare a parlare del concerto vale la pena ricordare che è facile oggi analizzare nel profondo ogni minimo particolare ed essere un po’ critici, non va scordato infatti che stiamo parlando di giovani uomini ripresi on the road negli anni settanta, giovani uomini alle prese con tutto quello che l’America poteva offrire all’epoca, giovani uomini sballottati  di qua e di là, tanto per dire: il 17 marzo a Seattle, il 19 e il 20 a Vancouver, il 21 di nuovo a Seattle… magari in un contesto del genere è facile perdere l’orientamento e avere una sorta di di jet lag dei sensi.

La scaletta del 1975 non mi ha mai fatto impazzire, SICK AGAIN ad esempio per me è un pezzo dei LZ assolutamente rimpiazzabile. Da PHYSICAL GRAFFITI furono scelti solo pezzi tetri e/o epici. SICK AGAIN appunto, IN MY TIME OF DYING, TRAMPLED UNDERFOOT e KASHMIR. Mi chiedo come fecero a lasciar fuori CUSTARD PIE, TEN YEARS GONE e IN THE LIGHT. Certo, di solito una band propone i pezzi che vengono bene in situazione live, ma d’altra parte TEN YEARS GONE fu proposta dal vivo nel 1977 e 1979 e CUSTARD PIE nel periodo PAGE & PLANT, Avrebbero di sicuro reso il mood più colorato e vario.

ROCK AND ROLL e SICK AGAIN sono buone, qualche lieve sbandata ma tutto ok. “And it’s been a long time Seattle” dice Plant prima dell’assolo di Page in ROCK AND ROLL; per gli standard del 1975 RP è in formissima.

RP: Seattle, good evenin’! Good evening. Well, we went across the border. It was alright but it’s much better back here. And that’s, and that’s no lie. That’s the truth. What we intend, what we intend to do tonight is to, uh, to relieve our physical, uh, pent-up-ness on stage, and then to relieve it later on after the gig elsewhere. Now the thing is, what we intend to do is to try and give you a cross section of, of what we’ve been trying to produce and write over the last six and a half years. As you know, as you notice, uh, the material varies greatly, and so you will appreciate that we take it from one extreme to the other. And what better way to start than to gaze out under the horizon and see what tomorrow may bring.

L’umore di Plant è ottimo, sente che la voce è meno soggetta ai problemi che lo assillano da gennaio e dopo tutto sa che Seattle è una delle città dei Led Zeppelin, non è Los Angeles, ma l’isterismo del pubblico (vedi la registrazione audience) è assolutamente percepibile. All’inizio di OVER THE HILLS Page pasticcia un po’e sbaglia l’accordo di DO, roba da principianti, l’accordatura inoltre non sembra perfetta, ma il resto prosegue bene. L’assolo è ispirato, il Dark Lord cerca con successo soluzioni nuove, il gioco sui bicordi è delizioso. La chitarra è leggermente in secondo piano, questo vale per tutto il concerto, basso, tastiere e pedaliera basso sono invece ben presenti (e questo è sempre una gran cosa in generale, odio le registrazioni dove il basso e le tastiere si sentono poco). La risposta del pubblico è fortissima.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

RP: Thank you very much, well. You’ve probably heard that one before, yeah? There’s one demand that I’d like to make, apart from that you enjoy what we’re doing, and that is that you don’t sway around too much in the front because somebody might get hurt, okay? I’ve seen it happen and it’s very gory. In England we have soccer matches where the same sort of thing happens. Only the soccer is terrific. Right, now, it came to pass that, that I, hah. It came to pass that after eighteen months of just sittin’ down on our backsides, forming Swan Song Records and, and messin’ around, generally, we finally managed to put a record into the shops, Physical Graffiti, …. Once again, a lot of variations in musically, intend to give you, ahh. We intend to give you some of that tonight. If we got any left.

IN MY TIME OF DYING fila via liscia, nel break dove Plant rimane da solo lo si sente “chiamare” l’entrata di Jimmy che però o è distratto o semplicemente decide di entrare due giri dopo.

RP: Thank you very much. That was taken from, uh, that was, uh, we were inspired, should we say, from something that came from an old work song, a long long time ago before they started putting music down on pieces of paper. In the South of the North American states. Uh, this song has a different story altogether, this next one. It relates to our travels and our voyages and, um, experiences. Uh, with all kinds of people in all kinds of situations, we always find that we end up having a very nice time. After, after the initial confrontation, whatever language, whatever creed, whatever guitar, whatever road manager. Did I tell you about Raymond? Poor Raymond’s working with us with a broken leg. Raymond Thomas, from Scotland, with a broken leg! A broken leg! Poor Raymond. Anyways, so was I was saying, ‘The Song Remains the Same.’

Anche TSRST è buona. Qualche sbavatura di Page nella prima parte lenta ma niente di che. In alcuni momenti sembra di ascoltare il Plant che tutti conosciamo e immaginiamo. JPJ cerca strade alternative ed è molto eccitante ascoltare quello che fa. Ormai leggendaria tra i fan la frase “Seattle won’t you listen now” che il biondo di Birmingham inserisce nel testo.

In THE RAIN SONG la chitarra di Page non sembra accordata perfettamente e anche il mellotron sembra sempre al limite. E’ bene rammentare che il mellotron era la tastiera che in quegli anni simulava una orchestra di archi. Ad ogni tasto era collegato un nastro pre-registrato che a sua volta quando selezionato si appoggiava ad una testina che riproduceva il suono, una volta che il tasto smetteva di essere premuto, il nastro veniva riavvolto all’inizio. Facile intuire quanto fosse problematico portare in tour uno strumento del genere. L’umidità e altre variabili rendevano la tenuta dell’accordatura difficile. In THE RAIN SONG si può capire quanto fosse complicata la gestione. Ad ogni modo, buona versione.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

RP: It is the summer of my smiles. It should be the summer of everybody’s smiles, right? Even our friend, …, who plays the mellotron, John Paul Jones on mellotron. John Paul Jones. Mellotron is, uh, a very easy way of carrying around a thirty-six piece orchestra, uh, with the aid of tapes and, good evening. John Paul Jones is a very easy way of being an orchestra. And to prove this he’s gonna play in the, uh, standard, um, middle-asian-eastern style of, uh, violin playing on this next piece. We’d like to dedicate this to, uh, everybody who we’ve met in Seattle. This time we’ve been a groove and a gas. And we didn’t really meet and we didn’t really meet enough people either. At least of the right gender. This is called ‘Kashmir.’

Di nuovo il mellotron per KASHMIR; Page con la Danelectro accordata in dadgad. Nella sezione All I see turns to brown As the sun burns the ground And my eyes fill with sand As I scan this wasted land qualcosa sembra non funzionare tra gli arrangiamenti della chitarra e quelli delle tastiere, la stessa cosa accade nel finale.

RP: Is this an Elvis Presley show or what? Hi, everybody. That last song holds great significance for us, really, because Kashmir is a place we haven’t been yet. Hah. So if we can write a song about it before we get there, what happens when we get there?  A song now with, another journey. A journey with, uh, more somber intonations, I think. This features, once again, the nimble fingers of John Paul Jones. This is a song about a journey where there can be ‘No Quarter.’

NO QUARTER è uno dei momenti che aspetto con più trepidazione, la parte strumentale di improvvisazione è spesso magnifica e ci apre le porte a passaggi verso le profondità cosmiche. Plant può permettersi di spingere come faceva in passato, ed è un sollievo sentirlo più o meno libero di cantare seguendo l’istinto. L’assolo di piano è appassionante, Jones è ispirato e voglioso di sperimentare. Al minuto 5:36 cita IN A PERSIAN MARKET del grande Ketèlbey, poi si infila nei soliti passaggi pieni di blues misterioso fino ad arrivare a GEORGIA ON MY MIND. Il tempo scelto per la parte in cui entra Bonham è più sostenuto del solito. Starei ad ascoltare ore il groove creato dalla coppia Jones/Bonham. Vista la velocità della sezione ritmica Page fatica un po’ a trovare i giusti innesti chitarristici. L’assolo non è ispiratissimo, Page sembra rifarsi ai soliti cliché . Intendiamoci, ci sta, perché non credo sia facile mantenere in continuazione e ad alti livelli alti la concentrazione e la vena compositiva. Page è uno dei più grandi improvvisatori che la musica rock abbia mai avuto (per quanto riguarda la chitarra per me sicuramente è il numero 1), ma credo sia comprensibile che alla fine di un tour fatto di concerti di 3 e passa ore dove lo spazio per l’improvvisazione è tanto ci siano momenti in cui l’estro sia un po’ in riserva. Se pensiamo che nel tour del 1975 NO QUARTER durava circa mezz’ora e DAZED AND CONFUSED 40 minuti (come in questo caso) è facile capire come il chitarrismo di Page abbia cercato ad espandersi come fa l’universo, serate o fasi sotto tono sono quindi da mettere in preventivo (per la cronaca, non dimentichiamoci di altri 30 minuti per MOBY DICK).

Al minuto 18,40 Jones inizia la sperimentazione selvaggia, quella parte dove contorni armonici e strutture vanno in frantumi e si entra nel cosmo più profondo, Page è abbandonato a se stesso senza più riferimenti mentre Jones salta da una galassia musicale all’altra. Momenti forse eccentrici ma a mio modo di vedere vitali. Mai sentita un’ altra band dedita all’hard rock fare cose del genere. A Page torna l’ispirazione al minuto 23. Altri 90 secondi di ricerca chitarristica. Alla fine il pubblico capisce la grandezza della musica appena ascoltata e va in visibilio.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

A questo punto la band è pronta per TRAMPLED UNDEFOOT, Jones è al clavinet, prova il suono, quando Plant decide di riportare tutti indietro con il blues del terzo album, pezzo proposto solo un paio di volte durante il tour.

RP: John Paul Jones, grand piano. A … another Englishman in New York …, um, who’s various members of the rock and roll, uh, heirarchy, have decided to call the Incredible Shrinking Man. Uh, Mr David Bowie, wherever you are, I’ve got your hat. Now as I said to you before, um, we didn’t, we didn’t do any gigs for eighteen months. We all sat at home and ate chocolates and watched the TV. And tried to see what it was like to be straight. Didn’t work. And since then we’ve, uh, we’ve embarked on this tour of the United States, ahh, which’s been fantastic, really good. We found out that, uh, we found out that everything we thought we could do with, everything we thought we could do before we could do better now, you see? Well, unfortunately, unfortunately, music-wise, if we were to try and prove that every night we should be on the doctors orders constantly, we would have no time for anything else but music and you must have other interests when you’re on the road, right? You understand that? Anyways, there’s one song that we’ve done twice in, in, I suppose, since we got ripped off for all that bread in New York, ages ago. Um, because we really dig playing here, for no other reason, we’re gonna do it again now. It’s, uh, yeah. I don’t think anybody else in the band knows about it yet. Just a little bit of change in, uh. Sorry about that, John. And this, you see? Right on this spot. It could be ‘Louie Louie’, but instead it’s, it’s a thing from the third album that, um. ‘Since I’ve Been Loving You.’

Sebbene SIBLY sia un brano non esattamente previsto all’interno della scaletta del 1975, la trasposizione resa dalla band è di tutto rispetto. Grande JPJ alla pedaliera basso che, lo ricordo, suona mentre è alle tastiere. L’arrangiamento non si discosta troppo da quello del tour del 1973.

RP Well nobody expected that, least of all, us. That’s what it’s all about. (I got a … that’s made for a necktie.) A lot of distinguished people in the wings tonight. A Mr Peter Grant, known as Panama Pete to the Seattle police, Panama Pete. Peter Grant! Sorry, Petey, you didn’t go down too well. Ha ha ha. We got a friend called Lou, who’s birthday it is today. Lou, happy birthday, Lou. Got a guy who plays the drums and kicks the shit out of everybody in his drum, John Bonham. Here goes a song from Physical Graffiti, to, uh, to make your toes curl up. It’s a song, uh, related to the motions of a motorcar, which really, is all about ladies like you, my dear. It’s called ‘Trampled Underfoot.’ And long may we trample.

TRAMPLED UNDERFOOT è affrontata con la solita ferocia ma il risultato è un po’ confuso intorno al minuto 2:00 dove il gruppo si perde un po’. L’assolo di Jones non è tra i più riusciti. Quello di Page è simile ad una corsa di cavalli selvaggi, qualcuno scarta all’improvviso e cade ma il resto continua a correre in modo gagliardo con le criniere al vento. Alcune frasi di chitarra producono l’effetto voluto.

RP: With just a little bit of ‘Gallows Pole’ thrown in. I think this concert has the right vibes for a good time, yeah? No pretense. Everything is just straight on the level. It’s really nice, really feels good. uh, our wishes and, um, heartfelt sorrow go out to Benji LeFevebre, who’s suffering from a social disease, at the moment. Poor Benji. Don’t forget to pop into the clinic in California. Panama Pete’s still in the wings and we’re still here. Ladies and gentlemen, I bring you, John Bonham! ‘Moby Dick!’

Quasi trenta minuti di assolo di batteria. Mi chiedo cosa pensassero gli spettatori. D’accordo, si trattava di John Bonham, ma … ad ogni modo alla fine del pezzo c’è un’ovazione. Plant chiede se tutti si stanno divertendo, domanda retorica, la risposta è il delirio assoluto. Seattle e i Led Zeppelin sono connessi, non vi è dubbio.

RP: John Bonham! John Bonham! John Bonham! ‘Moby Dick!’ ‘Moby Dick!’ Tonight, on the Johnny Carson show. Well that was too much. Is everybody, uh, enjoying themselves? Mr Page is havin’ a fit. There’s a little bit of a discrepancy about a guitar and a man who is being held by the police and all sorts of things. Quite a, quite a story going on behind the scenes. I think we’ll dedicate this to the innocent party, whoever or wherever he may be in this giant intrude that goes on. As we try and maintain law and order in society, without, not us, but everybody, ya know, so, it’s a communal effort. This is, uh, something that we should dedicate to the difference and the balances between law and order and where they start crossing each other’s lives. 

DAZED AND CONFUSED stasera è tra le più leggendarie. 40 minuti di esoterismo musicale, di sperimentazioni, di indagini nel subconscio. Al di là di qualche imperfezione di Plant e Page, l’esposizione del pezzo in questa serata va oltre il mito. Le improvvisazioni di Page tra lo spagnoleggiante e l’indecifrabile prima del lento arpeggio (minuto 7:00) ci portano in mondi sconosciuti. Il chitarrista cerca passaggi nello spazio tempo e lo fa col suo grande intuito. Rientra poi la band sull’arpeggio MI- DO, Plant stasera ci canta sopra FOR WHAT IT’S WORTH dei Buffalo Springfield. Magnifico Jones al basso. Plant continua con WOODSTOCK di Joni Mitchell. L’atmosfera creata è meravigliosa. Ad un certo momento Page si dà al reggae e Robert accenna a I SHOT THE SHERIFF di Marley. L’archetto entra in scena circa al minuto 14:00. 420 secondi di mistica allo stato puro a cui seguono 13 minuti di accelerazioni chitarristiche e di stacchi strumentali e vocali di un’altra dimensione. Dopo l’ultima strofa ci sono ulteriori 5 minuti di improvvisazioni chitarristiche. Come Page facesse a mantenere un livello di espressività così alto è un mistero.

Sebbene (come ripetutopiù volte) Page e Plant non fossero al top della forma, questa rimane una delle DAZED AND CONFUSED più leggendarie mai suonate dai Led Zeppelin. Come loro nessuno mai!

 

RP: Master guitarist, Jimmy Page! We shall keep you less than a moment. Well, uh, a couple of years ago when we were here, we, uh, remember Kingsmen? That’s the trouble with you. You American people, you have all this great, musical heritage.
Well that was the Kingsmen, right? And they came from Seattle. I want you to try and remember that. When we go to New Orleans nobody’s heard of … or Aaron Neville or Betty … and all these people came from New Orleans so you really must brush up on. This one character that you know came from Seattle who, I didn’t really know that well, but we’d like to dedicate this piece of music to the, the amount of work that Jimi Hendrix gave. And the amount, the amount of inspiration that he gave everybody in the business. Everybody in the whole rock and roll world.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

“Mastro chitarrista Jimmy Page” esclama Plant alla fine di e il pubblico risponde nell’unica maniera possibile, è un trionfo. Plant poi parla della eredità musicale di SEATTLE, cita i Kingsmen e Page accenna a Louie Louie, poi il biondo di Birmingham omaggia Jimi Hendrix, dedicando alla sua memoria il pezzo che segue.

Dal 1975 in poi STAIRWAY TO HEAVEN è l’ultimo pezzo in scaletta prima dei bis. Malgrado nell’assolo Page tenda ad appoggiarsi ai cliché, riesce comunque a tirare fuori fraseggi convincenti.

RP: Seattle, you’ve been great. Thank you very much. We ‘ve really enjoyed ourselves. Thanks a lot. Goodnight.

Il gruppo esce di scena.

RP: (Ha ha ha ha ha. Led Zep, the Hammer of the Gods. Good evenin’! We’d like to thank you for having us. The fishing wasn’t as good) as usual, but, uh, there’s something to be said here.

Cosa succedesse nei camerini non è dato sapere (ma facile da immaginare), fatto sta che quando ritorna la band è spesso più confusa e Page fatica a suonare persinoil riff di WHOLE LOTTA LOVE (questo vale anche per il 1977). Il pezzo che meglio simboleggia il piombo Zeppelin è arricchito da una versione cantata di THE GRUNGE. Il tutto è un po’ improvvisato, li senti che sono un po’ rigidi nel momento del cambio accordi, ma è tutto divertente. Page divaga sul giro funk fino a che non va a buttarsi sul Theremin. Jones parte per viaggi tutti suoi ed è uno spettacolo starlo a sentire. Sezione funk-theremin spaventosa (nella accezione positiva del termine). Page poi insiste ancora con la chitarra funk, i ragazzi si stanno divertendo e si sente. Rullata di Bonham e ponte che porta a BLACK DOG.

RP: Seattle! Thank you very much, indeed. Thanks!

Il gruppo ritorna per una accoppiata di pezzi non proprio scontata per il tour del 1975: COMMUNICATION BREAKDOWN/HEARTBREAKER.  La prima è molto buona la seconda più sfilacciata (persino Jones si perde un po’). In HB poco prima dell’assolo Plant canta “Squeeze my lemon baby“. Jimmy pasticcia nella parte in cui solleva la chitarra con le due mani e cerca di suonare la scalata di hammer-on solo con la mano sinistra. Il resto dell’assolo non è affatto male.

Nella registrazione soundboard non c’è il commento finale di Plant (presente invece in quella audience) (RP: Whoa. Thank you very much. We’ve had a great time. Thank you. You’ve been fantastic. Seattle, goodnight! For …. One of the, one of the most timid men in show business leaving the stage now. John Paul Jones! Jimmy Page. And a red rose. )

Si chiude così uno dei migliori concerti del tour americano del 1975. Oltre 3 ore e mezza di rock elettrico, dilatato, potente, irresistibile.

Questo è un bootleg, dunque una registrazione da ascoltare con applicazione, con una sorta di meditazione necessaria per andare oltre le sbavature e le incongruenze e calarsi così nell’attimo stesso del concerto, per poter ghermire l’essenza del concetto di musica rock live (qui rappresentata in senso stretto e al contempo in senso lato) degli anni settanta di uno dei pochi veri grandi gruppi rock della storia. Ascoltare a pezzi e bocconi concerti del genere (non solo dei LZ) significa archiviare superficialmente momenti storici, senza arrivare ad appropriarsi del respiro universale. Prendetevi almeno un’oretta tutta per voi, chiudetevi nello studiolo o mettetevi in cuffia, versatevi due dita del vostro liquore preferite e abbandonatevi alla metafisica.

Questo il link a youtube relativo al nuovo soundboard:

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Questo il link a youtube relativo a quel po’ di video amatoriale disponibile (sincronizzato sulla registrazione audience):

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

(broken) ENGLISH

The premise of a new LZ 1975 bootleg is always the same, that is to say, one has to take into account the conditions under which the group faced the US tour of 1975. Just before leaving, Page hurt his left hand and Plant caught a flu or bronchitis that forced him to sing – from January to March – despite major problems in his voice, and if we add to this the entry into the scene of certain substances, the imbalances given by huge success and unbridled hedonism of which the guitar player begins to be the victim, les jeux sont faits.

Even with these problems, those in 1975 are equally Led Zeppelin, cosmic music in perfect balance between belly and mind, a real rockstar look and a legendary aura, and never mind if the performance of the two most exposed members of the group are not always perfect.

So for the first time here it comes the soundboard recording (that is, recorded by the mixer) of the second concert in Seattle of the tour. Up until now, a record audience (recorded by the public) was available to fans and live recordings lovers alike, and thanks to this the concert has always been a particular one, for many in fact it remains the best 1975 show in America. Many years ago I bought the two bootlegs, 4 lp, which presented the show incompletely and without respecting the order of the selist. 45,000 italian lire each. Another age.

Led Zeppelin “214” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “214” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “207.19” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “207.19” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

From the visual point of view, the 1975 tour was darker than the previous one. If you look at the photos of 1973, you always notice a positive light, the stages are colorful, the lights bright, and the mood is solar, reflecting the joyful vibe of the album Houses Of The Holy.

LZ San Antonio 22 may 1973 – photo Carl Dunn

In 1975 everything becomes darker. The look of Page and Plant is great, but the rest is at the edge of the scary and the the mysterious, from the sound of the group to the vibrations that seem to surround the LZ world. As mentioned heavy chemicals enter the scene, everything becomes more blurred and sometimes unmanageable. The sound of the drums is deep and dark (but remaining lively), while the guitar’s one is strangely cleaner. Overall the sound is great, or at least I like it very much. Audio quality wise the 1975 soundboards are fantastic, they are among the very best recordings of this kind. Empress Valley Supreme Discs has released several one in the last years, it is said they have had quite a few in its hands. Of course LZ fans would prefer 1971 soundboards for example, but since one can not choose I think we should always be happy when a previously unreleassed soundboard is peeping. I do not understand how one can consider himself  a fan in the strict sense and then snore such bootlegs just because Plant has problems of voice and Page is often peeling into the turbid. If you are a true fan, you have to have every new soundboard because in almost every LZ concert there are moments of excellence.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

TITLE: Led Zeppelin ““Deus Ex Machina″

LABEL: Empress Valley Supreme Discs

TYPE: Soundboard (previously unreleased)

SOUND QUALITY: TTTT

PERFORMANCE: TTTT

ARTWORK: TTTT

BAND MOOD: TTTT½

COLLECTION (ZEP FAN): TTTTT

Time ago the HEARTBREAKER teaser came out, a rather sloppy version that contributed to lowering my expectations. Now that I have the full recording on my hands, I realize that after a first reaction of “I’m not impressed”, the concert is growing a lot on me and is gradually reaching the top of my 1975 fave gigs charts, (other titles in the first positions:  NY MSG February 12, 1975 and Los Angeles Forum March 24-25-27, 1975 (but the last three have only audience recordings, so I reserve to re-evaluate them once the soundboard come out).

Before starting to talk about the concert, it is worth remembering that it is easy now to analyze every detail and to be a bit critical. It is not to be forgotten that we are talking about young men on the road in the 1970s, young men in touch with all that America could offer at that time, young men throbbed here and there, just saying: March 17 in Seattle, 19 and 20 in Vancouver, 21 in Seattle again … maybe in such a context it is easy to lose orientation and have some kind of  jet lag of the senses.

The 1975 setlist never made me crazy, SICK AGAIN, for example, for me is a piece that can be completely replaced. From PHYSICAL GRAFFITI only gloomy or epic pieces were chosen: SICK AGAIN, IN MY TIME OF DYING, TRAMPLED UNDERFOOT and KASHMIR. I wonder how they let CUSTARD PIE, TEN YEARS GONE and IN THE LIGHT OUT out of the suitable numbers to play. Sure, usually a band proposes songs that come out nice in a live situation but on the other hand TEN YEARS GONE was played live in 1977 and 1979 and CUSTARD PIE in the PAGE & PLANT period, They would certainly make the mood more colorful and varied.

ROCK AND ROLL and SICK AGAIN are good, some muddy moments but everything else seems ok. “And it’s been a long time in Seattle,” Plant says before the Page’s solo in ROCK AND ROLL; for the 1975 standards RP is in top form..

RP: Seattle, good evenin ‘! Good evening. Well, we went across the border. It was alright but it’s much better back here. And that’s, and that’s no lie. That’s the truth. What we intend, what we intend to do tonight is to, uh, to relieve our physical, uh, pent-up-ness on stage, and then relieve it later on after the gig altogether. Now the thing is, what we are going to do is to try and give you a cross section of what we’ve been trying to produce and write over the last six and a half years. As you know, as you notice, uh, the material varies greatly, and so you will appreciate that we take it from one extreme to the other. And what better way to start than to look out under the horizon and see what tomorrow may bring.

Plant’s mood is great, he feels that his voice is less subject to the problems that hurt him since January and after all he knows that Seattle is one of the Led Zeppelin cities, maybe not like Los Angeles, but the audience’s hysteria (see the audience recording) is absolutely perceptible. At the beginning of  OVER THE HILLS Page does a mistakes when hitting the DO (well, C) chord, he sounds like a beginner, the tuning also does not seem perfect, but the rest goes well. The solo is inspired, the Dark Lord seeks new solutions with great success. The guitar is slightly in the background, this is true for the whole concert, bass, keyboards and pedal bass are well present (and this is always a big deal in general, I hate the recordings where the bass and keyboards are low in the mix). The audience response is very strong.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

RP: Thank you very much, well. You’ve probably heard that one before, yeah? There’s one demand that I’d like to make, apart from that you enjoy what we’re doing, and that is that you don’t sway around too much in the front because somebody might get hurt, okay? I’ve seen it happen and it’s very gory. In England we have soccer matches where the same sort of thing happens. Only the soccer is terrific. Right, now, it came to pass that, that I, hah. It came to pass that after eighteen months of just sittin’ down on our backsides, forming Swan Song Records and, and messin’ around, generally, we finally managed to put a record into the shops, Physical Graffiti, …. Once again, a lot of variations in musically, intend to give you, ahh. We intend to give you some of that tonight. If we got any left.

IN MY TIME OF DYING bowls along smoothly, in the break where Plant remains alone, he “calls” for Jimmy’s entry but Pagey either is distracted or simply decides to enter a bit later.

RP: Thank you very much. That was taken from, uh, that was, uh, we were inspired, should we say, from something that came from an old work song, a long long time ago before they started putting music down on pieces of paper. In the South of the North American states. Uh, this song has a different story altogether, this next one. It relates to our travels and our voyages and, um, experiences. Uh, with all kinds of people in all kinds of situations, we always find that we end up having a very nice time. After, after the initial confrontation, whatever language, whatever creed, whatever guitar, whatever road manager. Did I tell you about Raymond? Poor Raymond’s working with us with a broken leg. Raymond Thomas, from Scotland, with a broken leg! A broken leg! Poor Raymond. Anyways, so was I was saying, ‘The Song Remains the Same.’

TSRST is good. Some smears from Page in the first slow part but nothing too bad. At some moments it seems to hear Plant we all know and imagine. JPJ searches for alternative routes and it is very exciting to hear what he is doing. Now legendary among fans the phrase “Seattle will not listen to you now” that the blond from Birmingham puts in the lyrics.

In THE RAIN SONG the guitar does not seem to be perfectly tuned, and even the mellotron always seems to the limit. It’s good to remember that the mellotron was the keyboard that in those years simulated a string orchestra.When a key is pressed, a tape connected to it is pushed against a playback head, like a tape recorder. While the key remains depressed, the tape is drawn over the head, and a sound is played. When the key is released, a spring pulls the tape back to its original position. It’s easy to guess how problematic it was to bring such an instrument on tour. Humidity and other variables made the tuning difficult to handle. In THE RAIN SONG you can understand how complicated it was. Anyway, good version of the song.

RP: It is the summer of my smiles. It should be the summer of everybody’s smiles, right? Even our friend, …, who plays the mellotron, John Paul Jones on mellotron. John Paul Jones. Mellotron is, uh, a very easy way of carrying around a thirty-six piece orchestra, uh, with the aid of tapes and, good evening. John Paul Jones is a very easy way of being an orchestra. And to prove this he’s gonna play in the, uh, standard, um, middle-asian-eastern style of, uh, violin playing on this next piece. We’d like to dedicate this to, uh, everybody who we’ve met in Seattle. This time we’ve been a groove and a gas. And we didn’t really meet and we didn’t really meet enough people either. At least of the right gender. This is called ‘Kashmir.’

Again the mellotron for KASHMIR; Page with the Danelectro guitar tuned in DADGAD. In the section All I see turns to brown, as the sun burns the ground And my eyes fill with sand, as I scan this wasted land Trying to find, trying to find where I’ve been something seems to work not properly between guitar and keyboard arrangements, the same thing happens in the  last part of the song.

RP: Is this an Elvis Presley show or what? Hi, everybody. That last song holds great significance for us, really, because Kashmir is a place we haven’t been yet. Hah. So if we can write a song about it before we get there, what happens when we get there?  A song now with, another journey. A journey with, uh, more somber intonations, I think. This features, once again, the nimble fingers of John Paul Jones. This is a song about a journey where there can be ‘No Quarter.’

NO QUARTER is one of the moments I look forward to with more trepidation, the instrumental part of improvisation is often magnificent and opens the door to passagse to the cosmic depths. Plant can push as he did in the past, and it is a relief to hear he is more or less free to sing following instinct. The piano solo is exciting, Jones is inspired and willing to experiment. At 5:36 pm he quotes IN A PERSIAN MARKET by the great Ketèlbey, then slides into the usual passages filled with mysterious blues until he reaches for GEORGIA ON MY MIND. The tempo chosen for the part where Bonham joins in is more fast than usual. I would listen to hours the groove created by Jones & Bonham. Given the speed of the rhythm section Page struggles a little to find the right guitar engagements. The solo is not very inspired, Page seems to use the usual clichés.  It is comprehensible, I do not think it’s easy to keep concentration and inspiration at high levels all the time. Page is one of the biggest improvisers that rock music has ever had (guitar wise for me certainly he is the number one), but I think it’s understandable that at the end of a tour of 3 and half hours concerts where space for improvisation is huge there are times when the estro uses up all the reserves. If we think that in the 1975 tour NO QUARTER was about half an hour and DAZED AND CONFUSED 40 minutes (as in this case) it’s easy to understand how Page’s guitar has tried to expand like the universe does, so some  mediocre evenings or phases are forgiven (for the record, let’s not forget another 30 minutes for MOBY DICK).

At 18.40 Jones begins wild experimentation, that part where harmonic contours and structures break into pieces and everything penetrate into the deepest cosmos, Page is abandoned to himself with no more references as Jones jumps from one musical galaxy to another. They are maybe eccentric moments but I find them vital. Never heard another band devoted to hard rock making things like that. Page is inspired again at 23:00 minute. Another 90 seconds of guitar research. In the end, the audioence understands the greatness of the music just listened and goes wild.

 

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

At this point the band is ready for TRAMPLED UNDEFOOT, Jones is at the clavinet, he checks the sound when Plant decides to bring everyone back with the minor blues from the third album, a piece offered only a couple of times during the tour.

RP: John Paul Jones, grand piano. A … another Englishman in New York …, um, who’s various members of the rock and roll, uh, heirarchy, have decided to call the Incredible Shrinking Man. Uh, Mr David Bowie, wherever you are, I’ve got your hat. Now as I said to you before, um, we didn’t, we didn’t do any gigs for eighteen months. We all sat at home and ate chocolates and watched the TV. And tried to see what it was like to be straight. Didn’t work. And since then we’ve, uh, we’ve embarked on this tour of the United States, ahh, which’s been fantastic, really good. We found out that, uh, we found out that everything we thought we could do with, everything we thought we could do before we could do better now, you see? Well, unfortunately, unfortunately, music-wise, if we were to try and prove that every night we should be on the doctors orders constantly, we would have no time for anything else but music and you must have other interests when you’re on the road, right? You understand that? Anyways, there’s one song that we’ve done twice in, in, I suppose, since we got ripped off for all that bread in New York, ages ago. Um, because we really dig playing here, for no other reason, we’re gonna do it again now. It’s, uh, yeah. I don’t think anybody else in the band knows about it yet. Just a little bit of change in, uh. Sorry about that, John. And this, you see? Right on this spot. It could be ‘Louie Louie’, but instead it’s, it’s a thing from the third album that, um. ‘Since I’ve Been Loving You.’

Although SIBLY is a song not exactly planned for the 1975 concerts, the transposition made by the band is great. JPJ on the pedal bass is very good, as we know he plays it at the same time when he is on keyboards. The arrangement does not deviate too much from that of the 1973 tour.

RP Well nobody expected that, least of all, us. That’s what it’s all about. (I got a … that’s made for a necktie.) A lot of distinguished people in the wings tonight. A Mr Peter Grant, known as Panama Pete to the Seattle police, Panama Pete. Peter Grant! Sorry, Petey, you didn’t go down too well. Ha ha ha. We got a friend called Lou, who’s birthday it is today. Lou, happy birthday, Lou. Got a guy who plays the drums and kicks the shit out of everybody in his drum, John Bonham. Here goes a song from Physical Graffiti, to, uh, to make your toes curl up. It’s a song, uh, related to the motions of a motorcar, which really, is all about ladies like you, my dear. It’s called ‘Trampled Underfoot.’ And long may we trample.

TRAMPLED UNDERFOOT is tackled with the usual ferocity but the result is somewhat confused around the minute 2:00 where the group goes lost. Jones’s solo is not one of the most successful. Page’s one is similar to a wild horse race, some horses suddenly discards and falls but the rest continues to run roughly with the manes in the wind. Some guitar phrases produce the desired effect.

RP: With just a little bit of ‘Gallows Pole’ thrown in. I think this concert has the right vibes for a good time, yeah? No pretense. Everything is just straight on the level. It’s really nice, really feels good. uh, our wishes and, um, heartfelt sorrow go out to Benji LeFevebre, who’s suffering from a social disease, at the moment. Poor Benji. Don’t forget to pop into the clinic in California. Panama Pete’s still in the wings and we’re still here. Ladies and gentlemen, I bring you, John Bonham! ‘Moby Dick!’

Almost thirty minutes of drums solo. I wonder what the audience thought. Okay, that was John Bonham, but … anyway at the end of the piece there’s an ovation. Plant asks if everyone is having fun, rhetorical question, the answer is absolute delirium. Seattle and Led Zeppelin are connected, there is no doubt.

RP: John Bonham! John Bonham! John Bonham! ‘Moby Dick!’ ‘Moby Dick!’ Tonight, on the Johnny Carson show. Well that was too much. Is everybody, uh, enjoying themselves? Mr Page is havin’ a fit. There’s a little bit of a discrepancy about a guitar and a man who is being held by the police and all sorts of things. Quite a, quite a story going on behind the scenes. I think we’ll dedicate this to the innocent party, whoever or wherever he may be in this giant intrude that goes on. As we try and maintain law and order in society, without, not us, but everybody, ya know, so, it’s a communal effort. This is, uh, something that we should dedicate to the difference and the balances between law and order and where they start crossing each other’s lives. 

DAZED AND CONFUSED tonight is among the most legendary. 40 minutes of musical esotericism, experimentation, investigation into the subconscious. Though few imperfections of Plant and Page, the version of this evening goes beyond myth. The improvisations of Page between the spanish mood and the indecipherable, before the slow arpeggio (minute 7:00), lead us to strange worlds. The guitarist searches for passages in time space and does so with his great intuition. Then comes the band for the the MI- DO (E- C) section, where Plant tonight sings FOR WHAT IT’S WORTH. Jones’ bass work is magnificent.. Plant continues with WOODSTOCK by Joni Mitchell. The atmosphere created is wonderful. At a certain moment Page goes reggae and Robert sings Marley’s SHOT THE SHERIFF. The violin bow comes in at about 14:00. 420 seconds of pure mysticism followed by 13 minutes of guitar accelerations and instrumental and vocal passages of another dimension. After the last verse there are a further 5 minutes of guitar improvisations. How Page would maintain a level of expressiveness so high is a mystery.

Though (as repeatedly) Page and Plant were not at the top of form, this remains one of the most legendary DAZED AND CONFUSED ever played by Led Zeppelin. No one like them!

RP: Master guitarist, Jimmy Page! We shall keep you less than a moment. Well, uh, a couple of years ago when we were here, we, uh, remember Kingsmen? That’s the trouble with you. You American people, you have all this great, musical heritage.
Well that was the Kingsmen, right? And they came from Seattle. I want you to try and remember that. When we go to New Orleans nobody’s heard of … or Aaron Neville or Betty … and all these people came from New Orleans so you really must brush up on. This one character that you know came from Seattle who, I didn’t really know that well, but we’d like to dedicate this piece of music to the, the amount of work that Jimi Hendrix gave. And the amount, the amount of inspiration that he gave everybody in the business. Everybody in the whole rock and roll world.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

“Master guitarist Jimmy Page”Plant exclaims at the end of DAC and the audience responds in the only possible way, it’s a triumph. Plant then talks about the musical heritage of SEATTLE, he quotes the Kingsmen and Page plays the Louie Louie riff, then the  blond from Birmingham pays tribute to Jimi Hendrix, dedicating to his memory the piece that follows.

From 1975 onwards STAIRWAY TO HEAVEN is the last song in the setlist before the encore. Despite the fact that Page tends to lean on clichés, he still succeeds in pulling out convincing licks.

RP: Seattle, you’ve been great. Thank you very much. We ‘ve really enjoyed ourselves. Thanks a lot. Goodnight.

The group then head for the backstage.

RP: (Ha ha ha ha ha. Led Zep, the Hammer of the Gods. Good evenin’! We’d like to thank you for having us. The fishing wasn’t as good) as usual, but, uh, there’s something to be said here.

What happened in the dressing rooms is not known (but easy to imagine), the fact is that when the band returns, it is often more confused and for Page is hard to play even the WHOLE LOTTA LOVE’s riff (this is also true for  the 1977 tour). The track that best symbolizes the “Zeppelin lead” is enriched by a version with vocals of THE GRUNGE. The whole thing is a bit improvised, you feel they are a bit rigid at the time of the chords change, but it’s all fun. Page disgresses on the funk ride until he goes to the theremin. Jones takes off for his own bass improvisation and it is a gas to hear him play that way. The funk-theremin section is scary (in the positive sense of the term). Page then insists again with the funk guitar, the guys are having fun and you feel it. Bonham finally plays a roll that bring to the bridge that leads to BLACK DOG.

RP: Seattle! Thank you very much, indeed. Thanks!

The band returns for a couple of not common tracks for the 1975 tour: COMMUNICATION BREAKDOWN / HEARTBREAKER. The first is very good the former a bit disjointed (even Jones loses the grip). In HB just before  the guitar solo Plant sings “Squeeze my lemon baby”. Jimmy messes up  the part where he raises the guitar with both hands and tries to play the hammer-on section only with his left hand. The rest of the solo is not bad at all.

In the soundboard recording there is not the final comment of Plant (present in the audience one) (RP: Whoa. Thank you very much. We’ve had a great time. Thank you. You’ve been fantastic. Seattle, goodnight! For …. One of the, one of the most timid men in show business leaving the stage now. John Paul Jones! Jimmy Page. And a red rose. )

So one of the best concert of the American tour of 1975 ends. Over 3 and half hour of electric, dilated, powerful, irresistible rock music.

This is a bootleg, so it’s recording to be listened to with application, with a sort of meditation needed to go beyond the blunders and the inconsistencies and so to become acclimatised in the very essence of the concert, to be able to grab the concept of live rock music (here represented in the narrow sense and at the same time in the broad sense) of the seventies of one of the few real big rock groups in history. Listening to bits and pieces of such concerts means storing historical moments superficially, without being able to get the universal breathing. Take at least one hour for you, close yourself in your music room,  pour a droplet of your favorite liquor and abandon yourself to metaphysics.

This is the youtube link to the new soundboard:

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

This is the youtub link to that little amateur video available (synced to the audience recording):

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊