da “Second Winter”- Columbia 1969
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La Cherry Records (e le sue mille sottoetichette) è specializzata nella ristampe di album di seconda fascia (in quanto a notorietà). Il cofanetto dedicato ai DERRINGER è una gradevolissima sorpresa per chi come me è un attento amante della Winter brothers family. Rick infatti produsse e suonò diversi album dei due fratelli texani, scrivendo poi alcuni inni per il maggiore degli Winter (ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO, STILL ALIVE AND WELL e ROLL WITH ME). Rick sì è forse espresso al meglio come spalla, come alter ego, come collaboratore principale dei due fratelli blues anche se alcuni episodi della sua carriera solista sono notevoli. ALL AMERICAN BOY del 1973 è un album stupendo ad esempio e anche il suo lavoro con i DERRINGER è degno di nota. E’ nel 1976 che Derringer (nato Ricky Dean Zehringernel 1947 in Ohio) decide di mettere in piedi una sua band, recluta Kenny Aaronson al basso, Vinny Appice alla batteria e all’altra chitarra Danny Johnson e si mette in moto.
Nei primi due anni si consuma il tutto, due buoni album in studio, due live esplosivi (uno per la verità fu distribuito solo alle radio), concerti “in ogni buco di merda” (nelle parole della stessa band) degli Stati Uniti. Da segnalare la partecipazione dei Derringer al DAY ON THE GREEN del 1977, come primo gruppo spalla nelle due ultime date americane dei LZ, il 23 e 24 luglio. Dopo un paio di anni Rick scioglie la band (dirà di Danny Johnson “pensava di essere Jimmy Page”), registra un terzo album da studio con lo stesso brand e bye bye Derringer.
La confezione di questo mini cofanetto è di livello, nulla di eclatante certo ma è fatta con al dovuta cura (teniamo presente che i budget per queste operazioni è sempre limitato). Il box set non contiene il LIVE AT THE PARADISE THEATER BOSTON del 1978, uscito anch’esso a nome DERRINGER, ai più potrà sembrare una mancanza ma temo ci siano in ballo altre storie, copyright, etichette diverse e qualche altra bega (non è nemmeno presente nella sezione discografia del sito ufficiale di RD).
DISC ONE: DERRINGER (1976) – TTT½
1. LET ME IN
2. YOU CAN HAVE ME
3. LOOSEN UP YOUR GRIP
4. ENVY
5. COMES A WOMAN
6. SAILOR
7. BEYOND THE UNIVERSE
8. GOODBYE AGAIN
BONUS TRACK
9. LET ME IN (MONO VERSION)
LET ME IN è hard rock un po’ troppo adolescenziale per essere preso sul serio, mentre il resto dell’album brilla per concretezza e splendido lavoro di chitarre. La produzione non è il massimo, a volte sembra di ascoltare un ottimo demo o poco più. Rick produsse bene alcuni album di Johnny e Edgar Winter ma avrebbe dovuto capire che per in un primo disco di una band dove la sua era l’indiscutibile figura centrale, una voce esterna sarebbe stata d’aiuto. YOU CAN HAVE ha ponti e sviluppi interessanti benché sia costruita anch’essa su musica di maniera. LOOSEN YOUR GRIP è il lento in minore pieno di riflessioni. Con ENVY ci si dà al rock funk di provenienza Edgar Winter, mentre COMES A WOMAN ritorna alle tonalità minori e meditabonde. Un po’ Jimi Hendrix un po’ Bad Company, sarà uno di quei pezzi che influenzerà il giovane Steve Vai.
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SAILOR è un pezzo scritto e cantato da Danny Johnson, è vivace e brioso e contenente un botta e risposta tra le due chitarre. BEYONDE THE UNIVERSE è così hendrixiana che sembra un pezzo dei primi Mahogany Rush di Frank Marino. Chiude GOODBYE AGAIN un midtempo con ancora echi che rimandano al nero di Seattle.
DISC TWO: LIVE IN CLEVELAND (1976) – TTTT
1. LET ME IN
2. TEENAGE LOVE AFFAIR
3. SAILOR
4. BEYOND THE UNIVERSE
5. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO
6. ROLL WITH ME
7. REBEL REBEL
In origine questo live fu registrato per le radio affinché lo trasmettessero e facessero capire l’attacco micidiale che il gruppo aveva dal vivo. La differenza con l’album da studio è notevole, qui il rock dei Derringere prende alla gola, l’interazione tra le due chitarre è a tratti sublime. LET ME IN è più feroce e più godibile. TEENAGE LOVE AFFAIR proviene dal album solista di Rick ALL AMERICAN BOY (1973), un altro anthem per i ragazzini americani dell’epoca alle prese con i primi pruriti. Tra un pezzo e l’altro le introduzioni di Rick fanno capire che tutta questa carica era dovuta forse anche a qualcosa di chimico, gli interventi al microfono sono infatti quantomeno sopra le righe. Si prosegue con SAILOR e BEYOND THE UNIVERSE prima di arrivare alle celeberrime ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO e ROLL WITH ME, due successi di JOHNNY WINTER scritti appunto da RD e qui resi in maniera scatenata. L’album si chiude con REBEL REBEL di DAVID BOWIE. Versione tosta. Se il cantato soffre un po’ il confronto con Bowie, chitarristicamente è un trionfo.
DISC THREE: SWEET EVIL (1977) TTT½
1. DON’T STOP LOVING ME
2. SITTIN’ BY THE POOL
3. KEEP ON MAKIN’ LOVE
4. ONE EYED JACK
5. LET’S MAKE IT
6. SWEET EVIL
7. DRIVIN’ SIDEWAYS
8. I DIDN’T ASK TO BE BORN
BONUS TRACK
9. DON’T STOP LOVING ME (MONO VERSION)
SWEET EVIL è prodotto da Jack Douglas (sì, quello degli Aerosmith) e la resa sonora aumenta di livello. Arrangiamenti meglio definiti, prove più convincenti. DON’T STOP LOVING ME gioca sul giro d’accordi di BABA O’RILEY degli WHO, nulla di speciale dunque ma le chitarre acustiche e certe aperture lo rendono un bel quadretto. SITTING BY THE POOL porta con sé qualche accento progressive tra approcci blues rock e slide guitar. Si avverte un certo sentimento Zeppelin. In KEEP ON MAKIN’ LOVE la mano di Douglas si sente, l’odore degli Aerosmith di Last Child è forte. ONE EYED JACK è di Danny Johnson, l’ombra Zeppelin di nuovo presente. LET MAKE IT è un hard rock alla Jeff Beck, se ci concentra sulle chitarre non si può che rimanere affascinati. Di nuovo la sensazione che Steve Vai abbia ascoltato questo gruppo. SWEET EVIL per lunghe parti è lenta e riflessiva, poi si tramuta in suggestioni epiche prima di esplodere in un breve momento veloce e furioso. DRIVING SIDEWAYS mischia riffoni hard rock e ritmiche reggae, non certo il massimo, ma in quegli anni il “pezzo reggae” iniziava ad essere d’obbligo, purtroppo. Vale comunque la pena ascoltarlo non fosse altro per le anche qui splendide chitarre soliste. In I DIDN’T ASK TO BE BORN ancora Aerosmith ancora LAST CHILD, buffo. Hard rock funk che chiude il disco.
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DISC FOUR: DERRINGER LIVE (1977) TTTT
1. LET ME IN
2. TEENAGE LOVE AFFAIR
3. SAILOR
4. BEYOND THE UNIVERSE
5. SITTIN’ BY THE POOL
6. UNCOMPLICATED
7. STILL ALIVE AND WELL
8. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO
I primi quattro pezzi di questo secondo (ma allora era il primo) album dal vivo sono in pratica gli stessi di LIVE IN CLEVELAND quindi passo direttamente al quinto pezzo che è SITTING BY THE POOL e che nella dimensione live acquista un extra sapore Zeppelin (IN MY TIME OF DYING / BRON Y AUR STOMP). UNCOMPLICATED è presa dall’album solista di RD del 1973, mentre STILL ALIVE AND WELL fu scritta da Derringer per JOHNNY WINTER. Durante la tempesta finale chitarristica di ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO c’è anche il tempo di riprendere YOU REALLY GOT ME dei Kinks (e questo ben prima che diventasse “quella dei Van Halen”).
DISC FIVE: IF I WEREN’T SO ROMANTIC, I’D SHOOT YOU (1978) TTT
1. IT AIN’T FUNNY
2. MIDNIGHT ROAD
3. IF I WEREN’T SO ROMANTIC, I’D SHOOT YOU
4. EZ ACTION
5. LAWYERS, GUNS AND MONEY
6. POWER OF LOVE
7. SLEEPLESS
8. TONIGHT
9. ROCKA ROLLA
10. ATTITUDE
11. MONOMANIA
BONUS TRACK
12. LAWYERS, GUNS AND MONEY (MONO VERSION)
Per il terzo disco si opta per un suono più contemporaneo, si tratta sempre di rock americano ma il punk inglese e certo rock newyorkese iniziano a farsi sentire nelle produzioni e IT AIN’T FUNNY ce li introduce. Aaronson è al basso e alla batteria c’è Myron Grombacher. L’album è prodotto da Mike Chapman (Blondie, Sweet, Suzi Quatro). MIDNIGHT ROAD lascia intendere che gli ottanta sono dietro l’angolo, IF I WEREN’T SO ROMANTIC è scritta insieme a Bernie Taupin e Alice Cooper. EZ ACTION dà voce al nuovo corso, LAWYERS, GUNS AND MONEY è naturalmente il pezzo del grande Warren Zevon. In questo disco si rifà vivo DAN HARTMAN (polistrumentista e autore sopraffino dell’EDGAR WINTER GROUP) ma POWER OF LOVE non è nulla di speciale. SLEEPLESS è surreale, costruita come è su un riff che è praticamente lo stesso di PETER GUNN THEME. TONIGHT è scritta dai due della sezione ritmica e si pone nel solco tracciato, quel rock moderno a cui il disco aspira, lo stesso si può dire per ROCKA ROLLA, ATTITUDE e MONOMANIA.
Si chiude qui il cofanetto che comunque, ripeto, reputo di livello, sì perché ormai i bei dischi del Rock li abbiamo tutti, ora non ci resta che esplorare tra le pieghe di latitudini che abbiamo un po’ snobbato nel corso degli anni. Visto il prezzo abbordabile (27 euro) e le magnifiche chitarre presenti lo consiglio in tranquillità.
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From the Album JOHNNY WINTER (Columbia 1969) – Legacy Edition Sony 2004 – This is a very enjoyable bonus track.
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Essendo stati in Britannia anche l’anno passato (in giugno a Londra per lo Stone Free Festival, in ottobre a Glasgow per la Bad Company) mi domando se sia il caso tornarci anche adesso per andare a vedere un concerto degli ARW. In questo periodo dell’anno preferirei probabilmente spiagge esotiche, ma Saura è irremovibile, deve vedere JON ANDERSON.
Benché si sia scelto di volare con la British Airways e si parta da Bonomia, la sveglia è comunque prevista per un’ora difficile: le 4. In autostrada l’umore è quello degli ultimi giorni, piuttosto grigio e foriero di cattivi pensieri, ma mano a mano che ci avviciniamo al capoluogo della mia regione sento che il moody blues si stempera. Abbiamo scelto il parcheggio del Bologna Airport Hotel, già, adesso anche gli alberghi nei pressi degli aeroporti offrono questa opportunità ai viaggiatori, evidentemente per raggranellare qualche soldo in più. I dipendenti tuttofare addetti alle manutenzioni ora, tra un intervento e l’altro, accompagnano con la navetta i clienti del Parking al terminal aeroportuale della città.
Al Guglielmo Marconi passiamo i controlli, compriamo qualcosa da bere per il volo e ci mettiamo in attesa vicino al gate. Dalle vetrate medito sugli spazi desolati che vedo…
Prendo posizione sull’aereo, soffro di vertigini, decolli e atterraggi mi danno sempre da fare, ma visti gli ultimi viaggi sembra mi stia abituando alla cosa. Saura mi prende la mano per precauzione, forse (forse) ne avrei fatto anche a meno. Ad ogni modo chiudo gli occhi e penso a Mick Ralphs. Raggiunta la quota di crociera sonnecchio, regolo l’umore, disperdo i blues e vivo il momento. Atterriamo all’aeroporto di Fila-Di-Case-Nella-Brughiera* (Heathrow insomma). I piloti della British paiono più in gamba di quelli della Ryan Air. Credo che Heathrow sia secondo solo a Dubai o Hong Kong o giù di lì, ti accorgi della sua ampiezza quando sei sull’underground e capisci che dal Terminal 5, dove sei arrivato, alla fermata successiva (Terminal 1-2-3) passa qualche minuto.
Non ho particolari amori per la Britannia, se nel nord America si fosse parlato un’altra lingua i dischi di Blues e Rock And Roll avrebbero avuto un effetto assai diverso sui giovani inglesi e senza il legame con la musica Rock la Britannia non avrebbe alcun ascendente su di me, ma visto che le cose sono andate in quel modo, che la cultura musicale britannica mi ha modellato non posso fare altro che collegare ogni cosa con uno dei punti fermi della mia vita: la musica Rock.
Atterro a Heathrow? La prima cosa che mi viene in mente è che qui è nato Page, Jimmy Page. Heston infatti era nota più che altro per l’aerodromo presente nelle immediate vicinanze, allora chiamato the Heston Aerodrome, quindi The London Airport e infine Heathrow.
Carichiamo la Oyster card dell’underground e in breve scendiamo a Falco D’Oro (Goldhawk insomma) una delle due fermate vicine al nostro albergo che si trova a Shepherd’s Bush. In metropolitana qualche segno relativo ai concerti degli ARW.
Anche stavolta ci siamo affidati alla catena IBIS. Alla reception due chiacchiere con Simone, italiano che ci spiega di essere parecchio preoccupato degli effetti che la Brexit avrà su di lui e sui suoi colleghi. “Pensate” ci dice “lo staff qui in hotel è di 30 persone, nessuno è inglese…come possono pensare di fare senza di noi? Come possono pensare che noi si rubi il lavoro ai giovani inglesi? Loro non vogliono fare questi lavori.”
Pranziamo nel McDonald di fronte, 13 sterline – 16 euro. Il locale è pieno e i poveri ragazzi che vi lavorano appaiono sfiniti e l’impressione è che siano i nuovi schiavi. Shepherd’s Bush confina con Holland Park /Kensington, niente di meglio che una passeggiatina alla House Of the Holy. E’ il quartiere di Londra che più mi affascina e non solo perché vi abita il mio musicista preferito. Passare davanti alla TH è sempre un’emozione, la sua architettura mi infonde un sentimento di spavento e di fascinazione, saperla essere di proprietà del Dark Lord poi mi fa sentire le farfalle nello stomaco. Scattiamo qualche foto velocemente, non voglio fare la parte del fan stalker.
Mi fermo a rimirare anche la casa di fianco, la Woodland House, quella che fu la residenza del regista Michael Winner. Mi piace molto anch’essa, al tempo di Winner gli interni erano davvero maestosi:
Cerco di fare in fretta però, non voglio che la gente che passa possa pensare che io sia un fan di quel cantantuncolo che ha recentemente acquistato l’immobile. Ci infiliamo poi nell’underground per una capatina a Covent Garden, quindi piccolo spuntino al Pizza Hut di Leicester Square. Due pezzi di pizza, una Sprite e due bottigliette d’acqua, 10 sterline (poco più di 12 euro). Consumiamo il tutto seduti nella piazza, curioso: sono esattamente davanti alla pizzeria in cui 30 anni fa cenai insieme a Pop e Laura…guardo il cielo, alzo il bicchiere, un brindisi agli amici assenti.
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Prima di rientrare in albergo ci fermiamo davanti all’Hammersmith, adesso si chiama Apollo ma per quelli della mia generazione sarà sempre l’Odeon. Un cavalcavia ne oscura l’importanza, ma vederlo è un colpo al cuore. In questo teatro ci sono passati tutti, qui si è fatta la storia del Rock, ma solo un uomo di blues come me può associarlo principalmente alle due gloriose (?) serate dell’8 e 9 dicembre 1984 in cui i FIRM fecero il loro debutto in terra d’Albione. Paul Rodgers, quella testina (è a favore della brexit) di Tony Franklin al basso, Chris Slade alla batteria e Leopold vestito come un fornaio alla chitarra, quello che in LIVE IN PEACE sfornò uno dei suoi migliori assoli post 1980.
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Rientriamo in albergo. Controllo sui canali TV inglesi se per caso trasmettono Torino-Inter. Niente da fare. Mario mi manda gli aggiornamenti dall’Italia via whatsapp: 2 a 2. Addio sogni di Champions. Cena in un ristorante Thai di Sheperd’s Bush insieme a Floro e alla sua gang, anche loro giunti dall’Italia per vedere il concerto. Questa volta la cena non è un granché. In due spendiamo 35 sterline, 42 euro.
Domenica mattina. Ci incamminiamo verso Kensintgton High Street, abbiamo deciso di fare colazione nel posto dove ogni tanto va a prendersi un caffè pure James Patrick. Passiamo davanti alla TH, di nuovo quel sentimento denso di mistero mi attanaglia l’animo. Arriviamo da Phillies, di fronte c’è lo Sticky Fingers restaurant di Bill Wyman, penso al mio amico Lorenz.
Ordino una colazione full english. Beacon, salsiccia, uova, pane, funghi, fagioli e altre inglesate. Per cercare di buttar giù tutto ordino anche un double espresso. Saura prende una piatto vegetariano. Il personale è molto gentile. Totale colazione 28 sterline, 35 euro. Sono le 10. Fino alle 7 di sera non toccheremo cibo.
Ci dirigiamo alla Royal Albert Hall, abbiamo appuntamento con Claudio, Fabio, Paolo, uno è il promoter italiano di Wakeman, gli altri sono suoi amici che ormai sono anche nostri. Attraversiamo Kensington park e Hyde park fino a Oxford street. Non abbiamo smesso un momento di parlare di rock. Ci soffermiamo davanti alla targa che mostra dove Hendrix visse. Certo, sono passati quasi 50 anni, eppure osservando l’edificio mi sembra di vederlo, Jimi ….
Oggi è il giorno del concerto. Abbiamo il biglietto meet & greet che include anche il soundcheck, salutiamo i ragazzi e ci dirigiamo in albergo per una doccia. La stazioncina di Golden Hawk ha una colorazione blues che mi piace molto…
Alle 16,30 siamo davanti all’Hammersmith Odeon. Ci sono un centinaio di persone, tutte lì per il meet & greet. Oltre a noi italiani c’è anche una coppia di svedesi. Tutta gente che va dai 60 ai 75 anni. Il prog non è roba per giovani (d’oggi). Espletate le formalità ci accompagnano all’interno dell’Odeon. Lo stile è Art Deco, l’emozione è libera, è la mia prima volta in questo storico teatro…
Il soundcheck è molto veloce, 10/15 minuti in tutto. Trevor Rabin, bassista e batterista sono già sul palco. Arriva il cantante. Applausi. Vedere JON ANDERSON a due passi non è roba da poco. Saura, che è qui per lui (è l’unico YES che non ha mai visto) urla “I love you, Jon”, scuoto al testa, sembra più una ragazzina che una donna adulta, Jon nota la sua testa biondo platino, la indica e le sorride. E’ una esperienza vedere come i musicisti professionisti di quel calibro svolgano la routine pre concerto. Mentre usciamo ci accorgiamo che Jon è seduto in una delle poltroncine della sala. Saura non perde l’occasione, gli stringe la mano e piena di entusiasmo le dice qualcosa del tipo “non ho parole”. Malgrado reputi certi atteggiamenti un po’ infantili, la osservo e la vedo felice. La invidio molto, piacerebbe anche a me stringere la mano al signor Poige, al signor Rodgers, al signor Ralphs, al signor Miles, al Signor Richards, al Signor Tyler e così via.
Ci prepariamo al meet and greet: tutti in fila per una firma sul tour program, quindi di nuovo in fila per la foto di rito. Che gli dici a Anderson e Rabin in 5 secondi? “Scusa Jon, ricordi nulla della serata del 24 giugno 1984 a Dortmund quando faceste I’M DOWN dei Beatles e aveste come ospite Leopold alla chitarra?”. “Scusa Trevorn, cosa pensasti quando in quella serata scambiasti fraseggi con quello che nell’immaginario collettivo era uno dei più bravi chitarristi rock di tutti i tempi e invece ti accorgesti che in realtà si trattava della sua controfigura?”.
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Non credo sia il caso e infatti procedo con semplici saluti. Arrivo da Wakeman, lo guardo e gli dico “Buonasera Rick, non so se ti ricordi di noi…” “Sicuro che mi ricordo” mi fa “Siamo gli amici del tuo promoter italiano” “ma certo, lo so. State bene? Tutto ok?”. Uh, che Wakeman inizi a riconoscerci non è male, ma mi spaventa anche un po’, in che buraccione mi ha infilato Saura?
Le foto le fa l’assistente, entriamo a gruppetti di 5 in una stanzina e a turno ci facciamo uno scatto con i tre dell’ave maria. Vedo che la assistente, a cui ognuno di noi dà il proprio cellulare per la foto, fa più scatti, bene mi dico, senza sapere che a me ne farà solo uno, meno male che la foto non è venuta mossa. Mi posiziono tra Rick e Jon, ma mi dico che sono uno sciocco, avrei dovuto mettermi vicino a Rabin, non è il tipo di chitarrista che adoro ma tant’è…
L’ assistente scatta quattro foto col cellulare di Saura, l’ultima è sfuocata, ma mostra Wakeman scherzare con la Valentino Rossi del Rock And Roll…
Meet and greet finito. Faccio due conti veloci: circa 100 disperati hanno speso più o meno 150 euro in più oltre al prezzo del biglietto, dunque i tre gringos hanno totalizzato 15000 euro (5000 a testa) per un’oretta di disturbo. Non son mica presi male…
Sono le 19, usciamo per uno spuntino veloce, stavolta ci dirigiamo al Leon (una sorta di McDonald con cibi naturali) che è lì nei paraggi. 16 sterline, 20 euro.Di nuovo dentro attendo Doc che insieme a Naomi sta arrivando. Doc è il mio amico ledhead milanese, anche lui amante degli Yes, e in particolare di quel tipo di Yes. Arriva, ci abbracciamo … in Italia non riusciamo mai a vederci, così incontrarci a Londra è un bel colpo. Mi paga una birra e rinsaldiamo i legami.
Con Doc ci diciamo per l’ennesima volta quanto ci perdiamo in quanto LZ/JP fan, basterebbe così poco per farci felici, qualche data britannica del Jimmy Page Group e noi saremmo al seicentosessantaseiesimo cielo, e invece siamo qui a sfogare le nostre voglie Rock con gli ARW e ad affogare i nostri blues pageiani nella birra…
Entriamo nel teatro, Doc è in sesta fila, noi in seconda, posizione quasi centrale, esattamente tra Anderson e Wakeman. Siamo vicinissimi al palco. Ci ricasco e mi chiedo cosa debba essere stato vedere i FIRM qui da questa posizione.
Incontriamo altri amici, Maurizio Cavalca da Genova, Paul Chandler, amico inglese di Saura e intimo di Wakeman e fan degli Yes, e il mio vecchio amico, anch’egli ledhead, Michael Stendhal, svedese. La ragazza di Michael vive e lavora a Londra (ma ad agosto causa Brexit dovrà rimpatriare) così lui passa due weekend al mese qui. E’ bello incontralo di nuovo…
Mentre aspettiamo l’inizio del concerto guardo le foto sul telefonino, osservo l’ultima fatta con Michael, mi guardo e mi accorgo di quanto ci sia di Brian in me. Ho un attimo di commozione. Mi manca tanto il vecchio. Le luci si abbassano, meno male, non ho bisogno di infilarmi i Ray ban.
Un paio di introduzioni e il gruppo parte con la mia canzone degli YES preferita: PERPETUAL CHANGE, però! HOLD ON, dall’album 90125, è uno di quei pezzi anni ottanta un po’ sopra le righe che però in questo contesto si ascolta volentieri. Bella la versione di I’VE SEEN ALL GOOD PEOPLE. Primo impatto piuttosto buono. ANDERSON, 72 anni, canta in modo convincente ed è una presenza importante. Le senti la qualità e la personalità della sua voce e ti chiedi se gli altri YES che sono in giro oggi (col solo Stewe Howe della formazione storica) abbiano ancora un senso.
Lo stesso discorso vale per WAKEMAN. Il vichingo di Perivale si erge tra le mura delle sue tastiere (io ne ho contate 10), è vestito in modo un po’ pacchiano con quel suo lungo mantello che lo fa sembrare più un re britannico del medioevo che un musicista Rock, e benché a volte qualche suono di tastiera sia kitsch e tout court, la personalità musicale di Rick è impressionante; al di là della sua tecnica incredibile (!), la qualità dei suoi interventi, della sua musicalità, è elevatissima.
C’è una introduzione di batteria, dove LOUIS MOLINO III si dà un gran da fare, persino col doppio pedale. Ora, io non sopporto i batteristi che usano il doppio pedale, MOLINO ha una gran tecnica, lo osservo durante certi passaggi ritmici molto complicati, ma è quel tipo di batterista che trasforma tutto in matematica. E’ freddo, ha un modo di suonare che non è bello da vedere, è il batterista giusto per gli amanti del prog innamorato di sé stesso, quelli che godono nel sentire passaggi complicati fini a sé stessi. Ne vedo anche stasera qui, ce ne è uno poco dietro di me, mima con le braccia gli stacchi di batteria ed è tutto preso dalle equazioni musicali che sente. Un’altro è davanti a me. Penso siano dei poveracci, magari sono io che sbaglio ma per me tutto deve essere fatto a servizio della musica. LIFT ME UP è tratto dall’album Union, ed è uno di quei pezzi da centurioni che non amo. Uno dei momenti dello show che mi lascia indifferente. Segue AND YOU AND I. Gran bella versione. Trevor Rabin cerca strade proprie e devo dire che è stato una delle rivelazioni del concerto. Non amo molto quel chitarrismo sopra le righe, con quell’approccio metal anni ottanta, eppure stasera mi arriva un Rabin che non mi aspettavo di trovare. Bravo, umile e legato alla musica. In certi momenti fa smorfie da concentrazione che la dicono lunga su quanto viva la musica. Sbaglia anche qualcosa e questo me lo rende ancor più simpatico. Alcuni assoli poi sono sublimi. Pensavo avrei rimpianto Howe ed invece no. Trevor cerca arrangiamenti suoi, colori suoi, fraseggi suoi. Certo, a volte esagera, l’approccio ipertecnico rimane, ma alla fin fine è una piacevole sorpresa.
RHYTHM OF LOVE è da Big Generaton, dunque ancora Yes anni 80. Non è un pezzo memorabile, ma tutto sommato nella scaletta ci sta. Bellissima THE MEETING, duetto piano/voce a cui segue HEART OF SUNRISE. Tempi dispari per CHANGES da 90125. grande prova d’insieme, grande Rabin. Si torna ai classici con LONG DISTANCE RUNAROUND seguita da THE FISH. In quest’ultima Lee Pomeroy il bassista si posiziona a fronte del palco e ci regala momenti di gran bassismo. Pomeroy mi colpisce, sin dall’inizio. E’ un session man ma suona con una eleganza sanguigna, vivida, presente. E’ strano guardarlo suonare, Lee usa un basso per mancini ma ha le corde alla rovescio: le alte al posto di quelle basse e viceversa. Suona bassi Rickembecker, non certo i miei preferiti, ma riesce a scaldarmi in parecchie occasioni.
AWAKEN è una rivelazione, proviene dall’album Going For the One e stasera dura per 24 minuti e diventa una delle esperienze di musica dal vivo che più mi hanno colpito nella vita. La seconda parte mi trasporta nelle profondità siderali. Mi tolgo il cappello e m’inginocchio davanti agli ARW.
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MAKE IT EASY (brano del 1981) funge da intro a OWNER OF A LONEY HEART. La versione di questo enorme successo è notevole, sebbene ad un certo punto vada in scena la centuria: Wakeman e Rabin che scendono in platea e si mettono a fare assoli tra il pubblico. Ultimo pezzo ROUNDABOUT.
Doc li fima entrambi col suo cellulino:
scaletta:
1. Intro
2. Cinema
3. Perpetual Change
4. Hold on
5. Intro
6. I’ve Seen All Good People
7. Intro
8. Drums
9. Lift Me Up
10. Intro
11. And You And I
12. Rhythm Of Love
13. Intro
14. The Meeting
15. Heart Of The Sunrise
16. Wrong Intro
1. Changes
2. Intro
3. Long Distance Runaround
4. The Fish
5. Awaken
6. Make It Easy
7. Owner Of A Lonely Heart
8. Crowd
9. Roundabout
10. Outro
Jon Anderson – Vocals
Trevor Rabin – Guitar
Rick Wakeman – Keyboards
Lee Pomeroy – Bass
Louis Molino III – Drums
Standing ovation, gran successo di pubblico.
L’Hammersmith Odeon tiene 3500 posti, al concerto di stasera il gruppo ha dovuto aggiungere la data di ieri sera vista la domanda di biglietti. Ci fermiamo a parlare con gli amici, li salutiamo, noi restiamo ancora un po’ insieme a Floro e a Paul. Quest’ultimo ci invita ad tornare al piano di sopra all’after show party. Ci vuole il pass e noi non l’abbiamo, ma Paul, che stasera è un po’ in bibita, va avanti per la sua strada. Parla in modo deciso con quelli della sicurezza, gli dice che noi siamo venuti dall’Italia e che è amico della moglie di RW. La sicurezza prende informazioni e quindi arriva il lasciapassare. Incredibile. Poco dopo mi ritrovo a parlare con Rabin. Gli faccio i complimenti per come ha suonato, qualcuno gli dice che anche io e Saura siamo musicisti, e lui dice che è molto bello che qualcuno che s’ intende di musica gli faccia i complimenti “Sì, Trevor, è vero suono la chitarra, ma io sono Mr Nobody e tu sei God, però nel mio piccolo ti faccio davvero i complimenti!”.

Talking guitar blues – Tim & Trevor Rabin – after show party – Hammy odeon 19/3/2017 – Photo Saura T
Poco dopo arriva anche JON ANDERSON. Saluta qualcuno poi vede Saura e le va incontro pronto a farsi fare una foto con lei. Sono stupefatto. D’accordo che la sua cresta bionda è riconoscibile, d’accordo che la felicità che le sprizza da tutte le parti è contagiosa, ma che sia lui ad avvicinarsi a lei è da non credere.
Arriva anche il batterista, gli andiamo incontro, gli facciamo comunqnue i complimenti, sappiamo quanto sia bello quando qualcuno ti viene a dire qualcosa dopo un concerto. E’ poi la volta di Lee Pomeroy. E’ molto socievole. Gli chiedo la faccenda delle corde rovesciate: “Sai, sono mancino, la prima volta che presi in mano un basso era uno di quelli per destri. Lo girai semplicemente e iniziai a suonare. Dopo qualche tempo qualcuno mi disse che avrei dovuto girare le corde, ma ormai mi ero abituato a quel modo, dunque ho finito per imparare a suonarlo così. Di dove siete?” “Italia” “Oh, amo l’Italia, ci sono stato in viaggio di nozze con mia moglie, amo molto il vostro paese, l’atteggiamento della gente, il sole, il cibo…” prima che si metta a cantare Torna a Surriento lo lasciamo ai suoi amici.
Ce ne stiamo un po’ sui divanetti a vedere se arriva anche Rick, ma il biondo di Perivale non si fa vivo. Mi viene in mente quando qualche settimana fa, a Udine, dopo il concerto Piano Solo mi disse “Dopo i concerti sono sempre più stanco. Sto diventando vecchio”.
Finisce così la serata. Rincasiamo a piedi, un paio di km nella notte londinese. Un’altra avventura niente male. Guardo Saura, che da quando è diventata una groupie non chiamo più groupie, e le dico “Sarai contenta spero. Sei fortunatissima. Prima di incontrare me conoscevi poco gli Yes, e guarda ora, ne sei diventata una fan scatenata e in pochi anni hai visto tutti componenti, hai assistito a 10 concerti relativi a loro, li hai conosciuti, ci hai parlato, scherzato, hai fatto foto…cosa vuoi di più?“, il suo sorriso illumina la notte.
Lunedì mattina, colazione da Costa, 9 sterline, 12 euro. La cameriera è italiana. Con underground e bus ci inoltriamo fino a Puthney, andiamo a vedere dove abita John Deacon bassista dei Queen. Saura da giovane li ha amati molto, e io ho sempre avuto in simpatia Deacon. Bassista garbato, ottimo autore, persona degna di stima. La via in cui abita è tranquilla, ci sono belle case ma niente di troppo elevato. Si è ritirato a vita privata, e rispetto molto la sua scelta. Torniamo verso il centro, gironzoliamo un po’ per Londra, piove, ci fermiamo in un negozio Adidas. E’ la mia marca del cuore, è dagli anni settanta che sono un appassionato, ma visitando questo mega store, la sento lontano, musica hip hop, capi che seguono quel mondo e quello stile, per fortuna resistono alcuni modelli vintage, ma per il resto… altro segnale che fatico a restare al passo col tempo.
Mentre giriamo per la città constato ancora una volta che ogni cosa mi rimanda al mio piccolo pianeta Rock.
Per la cena Saura mi porta allo Sticky Fingers, ristorante di Bill Wyman. Ci arriviamo in underground. Sbuchiamo in Kensington street. Le chiedo se si è informata e se occorreva prenotare, mi dice che non ci dovrebbero essere problemi. Entriamo, di solito sono io quello che parla in inglese, ma vengo attratto da un quadro raffigurante BRUSSELS AFFAIR, uno dei più bei live di tutti i tempi. Sento che Saura borbotta col cameriere. Benché il locale sia quasi vuoto ci accompagna in un tavolo in fondo alla sala, arriviamo al posto e chi trovo? Billy e Alison Fletcher, i miei amici scozzesi. In un attimo capisco che mi hanno voluto fare una sorpresa e che hanno organizzato tutto alle mie spalle. Mentre abbraccio Billy gli dico “You loosy bastard!”. Siamo amici dal 1985, da quando cioè iniziai la mia fanzine. Questa è la quarta volta che ci vediamo, dopo quelle del 2000, 2004 e dell’anno scorso a Glasgow per il concerto della Bad Company. Che gioia, il mio amico Billy Fletcher, the mighty come lo chiamo io, fa parte della mia storia. Bermi una birra in sua compagnia è un gran piacere.
Il lunedì sera si paga la metà, però 3 hamburger, una piatto vegetariano, tre birre, una coca, un dolce, un cappuccino e un limoncello 80 sterline (in quattro) … non è pochissimo. Non fosse stata una serata da metà prezzo avremmo davvero pagato 160 sterline?
Ad ogni modo il clou della serata è quando Billy, dopo hamburger e birra, chiede un cappuccino. Billy scherzando si scusa, sa che per un italiano è inconcepibile, io rido e gli scatto una foto, e mentre lo faccio penso che i Romani non hanno avuti tutti i torti nel costruire il vallo di Adriano…
Mette un po’ di tristezza vedere il locale quasi vuoto, quando poi Giuseppe, il giovane cameriere napoletano, ci chiede cortesemente di lasciare un feedback sulla pagina facebook del locale perché ne hanno un gran bisogno, si aggiunge la malinconia. A mio modo di vedere anche questo significa che il Rock è morto. Se un locale come questo, a Londra, città di otto milioni di persone, è così in difficoltà significa che il Rock come fenomeno di massa socio culturale è finito e questo a dispetto delle cazzate che leggo sulle bacheche facebook di qualche mio conoscente, dove ci si ostina a dichiarare che il Rock è vivo. Poi certo, resiste nelle nostre vite, ma ormai è un fenomeno di nicchia. Non c’è ricambio.
Un altro paio di foto e si va.
Decidiamo di salutarci davanti alla TH. Di notte è ancora più inquietante.
Ci incamminiamo nella notte londinese. Va bene che non siamo in centro, ma non c’è nessuno in giro e sono appena le 22.
La mattina di nuovo colazione da Costa 11 sterline (13,50 euro) e poi British Museum.
Ci godiamo le meraviglie dell’antico Egitto, dell’antica Grecia, della Britannia romana. La STELE DI ROSETTA, il primo esempio della storia dell’umanità del traduttore di Google, è impressionante.
La statua di Ramsete II è imponente, e ancora mi chiedo se sia giusto che questi reperti egiziani siano in un museo europeo…
Il padiglione delle mummie è il più frequentato, questi vecchi corpi umani arrivati sino a noi suscitano una curiosità morbosa…
Mi diverto a leggere i nomi latini delle città britanniche ai tempi in cui la perfida Albione era un provincia dell’Impero Romano, e a rimirare la cartine della massima espansione di quest’ultimo; il mio orgoglio italiano sale alle stelle, d’altra parte mi sono sempre sentito figlio di Roma.
Mentre usciamo diamo un’occhiata ai negozietti all’interno del museo, di nuovo i miei occhi cadono su oggetti che mi ricollegano al mio mondo…
Mentre torniamo in albergo do un’ ultima occhiata a Londra e mi dico che, a dispetto del menefreghismo di larghissime fasce della popolazione, gli esseri umani sanno tenere in piedi qualcosa di incredibile. Guarda qui, una città di più di 8 milioni di individui a i quali occorre garantire riparo, cibo, acqua, cure, lavoro, amore, sesso, distrazioni, intrattenimento.
Rientriamo in albergo, effettuiamo il check out e via verso Heathrow. Abbiamo 4 ore prima del nostro volo. Gironzoliamo un po’, pranziamo al ristorante The Crown Rivers, 33 sterline – 39 euro, e attendiamo che scenda la sera. Compro Mojo (in copertina i PF di Animals), lo special di Uncut sui Genesis e il Daily Telegraph che danno in omaggio con una bottiglietta d’acqua. Lo leggo senza troppi problemi e a mio modo mi sento integrato. Per un momento penso anche di cambiare vita e di venire a vivere a Londra, ma è solo un momento. Ammesso e non concesso di avere la possibilità di trovare un lavoro, di che tipo sarà? Inserviente in un hotel? Barista da Costa? Addetto alla cassa da Pret A Manger? Addetto ai controlli dell’Hammersmith Odeon? Custode della Tower House?
Mentre medito e sfoglio il quotidiano osservo Saura, è in libreria e certamente starà pensando di comprare alcuni libri. E’ una lettrice come non ne ho mai conosciute. Affronta spesso libri molto impegnativi. Adesso è alle prese con Storia di Israele – Dalla Nascita Dello Stato All’Assassinio Di Rabin e questo dopo aver finito Storia Della Palestina Moderna – Una Terra Due Popoli e JFK – Sulle Tracce Degli Assassini (scritto da Garrison il procuratore che seguì il caso).
Contemplo questa donna, questa virago, questa amazzone con cui vivo, questa figlia della mia terra che ne rappresenta in pieno lo spirito, la concretezza, la vivacità. Che tipa la Saura.
L’imbarco è alle 19,30, alle 20 si decolla. Volo tranquillo. Scendiamo a Bonomia alle 23. Navetta, parking, ritiro macchina e quindi autostrada direzione Regium Lepidi. Anche questa piccola avventura è terminata. Domattina ricomincia il lavoro e la vita di tutti i giorni. Non sono così stolto da paragonare la più grande città europea alla provincia in cui vivo, ma certo è che passare da una delle più grandi aree metropolitane del mondo a Borgo Massenzio è a tratti problematico, serve qualche giorno per adeguarsi al vecchio ritmo. Esito positivo comunque, ho visto un gran bel concerto, ho vissuto per qualche attimo i sogni di rock and roll, mi sono calato nella realtà e negli odori di una metropoli e soprattutto ho tenuto a distanza, per qualche giorno, i diavoletti azzurri che di solito mi danzano intorno, i blues insomma. Anche stavolta è andata. Mi piaci sempre di più Londinium. Alla prossima.
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*(da Wiki UK) Heathrow was one of the last settlements formed in the parish of Harmondsworth.[3][4] Its name was previously La Hetherewe (about year 1410, first known mention), Hithero, Hetherow, Hetherowfeyld, Hitherowe, and Heath Row, and came from the Middle English spelling of “heath row” (“row of houses on or by a heath“). Old maps show Heathrow as a row of houses along the northwest side of the curve of Heathrow Road (see map), which until 1819 ran along a northwest edge of an extensive area of common land which included Hounslow Heath. The earliest written appearance of the name, as spelt “Heathrow”, was in 1453.[3]
Il nostro lettore Claudio Cerutti mi manda questo veloce report sull’incontro di qualche giorno fa avuto col vecchio John Paul Jones.
Città del Messico qualche sera fa, imbarco del volo BA per London Heatrow Mi sto aggirando stancamente in cerca della fila per l’imbarco prioritario quando il mio sguardo è attirato da un signore piuttosto anziano con consorte, entrambi vestiti in modo dimesso, che si sta avvicinando al gate. Sul trolley un mandolino, nella sua custodia. Il cuore è stato più veloce del cervello, dà un colpo di pedale poderoso e nel giro di un secondo ho cominciato a sentire la sudorazione aumentare.
Quante volte ho pensato quale sarebbe potuta essere la mia reazione se avessi incontrato uno di loro, quale atteggiamento avrei dovuto tenere, quali domande pertinenti avrei dovuto fare e invece niente, mi sono fiondato verso quell’uomo con il cuore in gola senza pensare a niente
“John Paul? John Paul Jones?” gli faccio, e inizio a pensare in inglese.
He looks at me, I guess trying to remember if he knows me.
“Yes, who are you?’”
“I’m a great LZ fan, it is a profound honor for me to meet you! I think I just want to thank you for the music you delivered to us. It has been so important for me, you guys have influenced my entire life. Thank you!”
He smiles, “Thank you, where you from?”
“I’m from Milan”
Strange smile, I speculate memories of Vigorelli 71 surfaced. Then, after a few seconds of silence, pointing at the mandolin case
“Were you here for playing?”
“No no, not at all, I always travel with an instrument”
“And you madam, you don’t have a clue how many times I have been watching you cutting that tomato”
Smile. Right after, my big mistake, looking at JPJ “Do you mind if I take a picture with you?”
“I would prefer not, with all this people around”
“Ok I understand, I’m sorry”
That was it, they turn their back on me, and we slowly enter the plane. I recall his real name as the stewart said “ welcome on board Mr Baldwin”
As they were to seat in business class and I had to come across them to reach my seat, I said “ Have a good flight, John Paul”
“ Thank you”
Tutto qui, avevo bisogno di raccontarlo subito a qualcuno. Ho pensato a te. Sono felice come un bambino.
©Claudio Cerutti 2017
Il nostro Bodhran oggi ci parla del nuovo album della cantautrice Laura Marling.
Laura Marling pare instancabile: debutta su disco a 18 anni nel 2008, e dal 2011 pubblica con regolarità un album ogni due anni senza il minimo accenno ad alcun calo di ispirazione; piuttosto, ad ogni nuova uscita, pare aggiungere qualche ingrediente che ravviva una ricetta tutto sommato semplice: canzoni folk che oscillano tra la tradizione d’Inghilterra e la California hippie del Laurel Canyon. Jimmy Page nel 2013 l’ha annoverata tra gli artisti dell’anno, spendendo parole di elogio per voce, scrittura e tecnica chitarristica dell’album dell’epoca “Once I was an eagle” (per chi scrive, ad oggi, il suo disco più bello).
L’album pubblicato da pochi giorni, il sesto in carriera, si intitola “Semper Femina” ed è un concept sul mondo femminile e le sue vulnerabilità e segue il progetto “Reversal of the Muse – an exploration of femininity in creativity”, una serie di podcast in cui la Marling ha intervistato produttrici musicali, ingegnere del suono, giovani cantautrici come Marika Hackman e leggende quali Dolly Parton e Emmylou Harris. Non bastasse, questa ragazza di nobile famiglia dell’Hampshire (figlia del quinto baronetto in casa Marling) ha trovato tra i due album anche il tempo di scrivere le musiche per la messa in scena all’Almeida Theatre di Londra di “Mary Stuart” di Schiller.
A proposito di Semper Femina ha dichiarato: “Ho cominciato a scriverlo come se un uomo stesse scrivendo a una donna. Poi ho pensato che non ci fosse bisogno di fingere. Non avevo bisogno di pensarmi uomo per giustificare l’intimità con cui stavo osservando e riflettendo sulle donne”
E così, con queste premesse, l’album si compone di 9 canzoni che starebbero bene in piedi anche solo nella versione chitarra e voce e che invece, grazie alla produzione molto ariosa di Blake Mills (sarà la stagione ma mi sembra un disco molto arioso e “primaverile” nei suoni) si colorano grazie al resto della strumentazione.
Da una parte la dimensione acustica resta quella a cui la Marling ci ha abituato anche nei dischi precedenti: The Valley, Next Time, Wild Once, Nouel sono brani delicatissimi, in cui la magia è spesso rafforzata dagli archi, che in questo disco si prendono il loro spazio, ben arrangiati da tal Rob Moose: provare The valley e Next Time per credere.
Dall’altra ci sono canzoni più folk-rock in cui la band si fa sentire come ad esempio la quasi Dylaniana “Wild Fire”.
Le novità invece sono nelle atmosfere ancora non sentite del brano di apertura, “Soothing”, in cui, su di un groove molto morbido di percussioni, la fanno da padrone linee di basso acustico ed elettrico che si intrecciano e sciolgono di continuo e “Don’t pass me by” in cui la ritmica è affidata ad una linea di drum machine (molte recensioni rimandano a “Babe I’m gonna leave you”, ma questo mi sembra un paragone che sta poco in piedi, a parte la ben nota e comune scala di basso discendente).
La chiusura poi è affidata al pezzo più elettrico e più americano dell’album, “Nothing, not nearly”.
L’edizione deluxe del disco vede anche un secondo album in cui l’intera tracklist viene proposta live con la band in formazione classica – chitarra, basso e batteria – non senza nuovi arrangiamenti.
Facile fare il paragone con nomi del passato (Joni Mitchell su tutti) ma Laura Marling, oltre a possedere una voce di rara bellezza, ha personalità e scrittura tutte sue ed è difficilmente liquidabile come l’ennesima nostalgica riproposizione di musica già sentita.
Detto questo, spero ci scappi finalmente una data del tour in Italia, paese in cui la Marling non ha mai suonato.
Per chi vuole farsi un’idea dei pezzi su Youtube ci sono tre video realizzati per l’album, diretti dalla stessa Marling: Soothing, Next Time e The valley
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La Rotonda Italiana è un locale di Regium Lepidi, zona Mancasale, non avezzo a far suonare gruppi live, cosa ci facciamo qui in questo venerdì sera di marze Page solo lo sa. D’accordo, vogliono dare una smossa, vogliono provare situazioni nuove, e la cosa gli fa onore, ma essendo uno spazio che non sa nulla di rock, temo il disastro.
Arriviamo e dobbiamo chiedere lo spostamento di diversi tavoli, il nostro armamentario è notevole, io e Saura siamo arrivati con due macchine stipate di attrezzatura. E’ la solita faticaccia caricare, scaricare e montare e sempre più spesso mi dico che occorre una grande autodisciplina per continuare ad andare in giro come facciamo noi due. Ad ogni modo prepariamo il tutto e ci apprestiamo a provare qualche frammento musicale per verificare i livelli e l’impatto sonoro.
Nemmeno il tempo di testare a dovere chitarra, basso, batteria, tastiere e voce che già ci vengono a dire di tenere basso. Siamo intorno alle 19, c’è qualche avventore che si gusta un aperitivo e io mi chiedo “ma se ci chiedono adesso di tenere basso“, che ricordo a tutti è la cosa più mortificante da chiedere ad un gruppo rock, “cosa succederà quando inizieremo TRAIN KEPT A-ROLLIN’?”.
Cerco di scacciare questi pensieri, chiedo di poter compilare fin d’ora il borderò Siae onde evitare di farlo a fine concerto quando sarò stanco e meno lucido. Sono lì che stilo l’elenco dei 19 pezzi che suoneremo questa sera quando mi arriva una telefonata in cui mi si dice che mio zio Pippo, fratello maggiore di Brian, se ne è andato. Altro colpo al morale.
Mentre ceniamo iniziano ad arrivare gli amici, Floro giunge da Pesaro, più di 500 km in totale solo per vedere noi, pazzesco. Presenti anche gli illuminati del blues, Pike, Jaypee, Riff, Daniel, Lollo, Mario. Alla fine noto con orgoglio che almeno 50 persone sono qui per noi e mi ripeto che non è da tutti portare quel numero in un locale.
Per questo concerto abbiamo deciso di partire come facevano i LED ZEPPELIN nel tour del 1980, con la sequenza TRAIN KEEP A ROLLIN’, NOBODY’S FAULT BUT MINE, BLACK DOG, qualcuno filma qualche secondo della seconda…
THE EQUINOX “NFBM” (snippet)
Mi aspettavo un atteggiamento blando da parte mia e invece mi sembra che tutto funzioni bene. Seguono HEARTBREAKER e DAZED AND CONFUSED, il gruppo rolla che è un piacere, durante DAZED sento che il fifth element è con noi, quell’entità spirituale che fa che sì che il valore del gruppo sia maggiore della semplice somma dei quattro componenti della band. In alcuni momenti sono in estasi, sono trasportato dalla magnifica forza della musica rock, quando succede raggiungo le profondità cosmiche a cui tanto anelo. Picca a fine concerto mi dirà “si vedeva che eri sciolto, che avevi la testa sgombera, che ti sentivi libero”. Credo sia vero, lo senti quando tutto si incastra alla perfezione, quando Lele lascia libera la bestia hard rock che è in lui,
quando Pol raggiunge le vette impervie del Robert Plant 1968/72. Saura non andrebbe nemmeno nominata, tanto è la solita solida garanzia, “l’arma segreta del gruppo” come dice Picca.
Un primo momento di calma con WHAT IS AND WHAT SHOULD NEVER BE e quindi Saura passa alle tastiere per MISTY MOUNTAIN HOP e SIBLY. A fine concerto un suo amico le dirà “quando avete fatto SINCE I’VE BEEN LOVING YOU” avrei voluto correre a baciarvi tutti!”.
Ancora il secondo album con MOBY DICK che funge da introduzione per BRING IT ON HOME e quindi RAMBLE ON. Segue I’M GONNA CRAWL, che fa sì che a fine concerto ci sia sempre qualcuno che venga a farci i complimenti per questo pezzo obliquo e meno conosciuto. Suonare THE SONG REMAINS THE SAME è molto divertente, è un pezzo abbastanza impegnativo, una galoppata elettrica che per un musicista è una goduria. Pol si arrampica sull’Everest.
BABE I’M GONNA LEAVE YOU la facciamo perché la vuole fare Lele, è un pezzo molto bello, amato dal pubblico, ma farlo dal vivo non è il massimo visti i continui cambi tra l’aspetto acustico e l’hard rock. L’arpeggio di chitarra poi, che varia di continuo nelle 5 strofe, non sì confà alla dimensione live, anche i Led Zeppelin stessi smisero di proporla dal vivo dopo i primi mesi. Riusciamo ugualmente a portarla a casa e visto gli applausi direi che è stata un successo. Rimango attaccato alla Danelectro, la preparo nell’accordatura aperta denominata dadgad, Lele batte il quattro e iniziamo a percorrere le terre desolate di KASHMIR.
Finito il poema epico, imbraccio la doppiomanico, è il momento di STAIRWAY. Grandi applausi, Doublene (la doppio manico appunto) fa sempre la sua figura. A fine concerto Lollo mi dirà che l’assolo è stato bellissimo. Sarà, non ricordo, spero sia stato quantomeno dignitoso.
Rush finale col piombo Zeppelin: WHOLE LOTTA LOVE, COMMUNICATION BREAKDOWN, ROCK AND ROLL. In WLL stasera sfoggio per la prima volta il Theremin che Saura mi ha regalato per natale. Non mi sono ancora applicato a dovere, ma cerco di estrarre comunque qualche reminiscenza Pageiana. Il Theremin colpisce l’immaginazione dei presenti, non sono certo che tutti abbiano in mente l’uso sapiente e spettacolare che ne fece Jimmy, ma alla fine i sibili di questo oscillatore di onde sonore entrano nell’animo delle persone. Qualcuno filma l’inizio di WLL compresa la sezione col Theremin. Riguardandolo godo come un matto nel rivedere la sezione funk: l’interplay tra Lele e Saura mi fa impazzire. Mica facile trovare una sezione ritmica del genere.
THE EQUINOX “WHOLE LOTTA LOVE” (1st part)
Il concerto termina. Mi sono divertito e sono soddisfatto. Abbiamo suonato bene, non mi aspettavo granché e invece il locale ha risposto alla grande. Ogni tanto davo un’occhiata a Picca, teneva il tempo battendo il piede (alla fine viene a dirmi che si è divertito moltissimo e che la scaletta era perfetta) buon segno. Picca è un po’ come me, non è semplice colpire cagacazzi come noi, schietti, diretti e difficili da accontentare anche se di mezzo c’è l’amicizia.
Vivo la mia condizione di membro di una tribute band con atteggiamento un po’ bipolare: amo i Led Zeppelin, ma preferirei suonare le mie canzoni, amo fare cover ma mi annoio quasi sempre nel vederle suonare da altri gruppi, (e ripeto ancora) amo i Led Zeppelin ma odio quasi tutte le tribute band che li mettono in scena. Sì, perché diventano delle macchiette, con i cantanti che colgono solo le urla e le mossette androgine di Plant, i chitarristi (di solito molto bravi) che eccedono in tecnicismi inutili senza entrare nel mood giusto e le sezioni ritmiche di solito inadeguatissime. Io ho tre grandi musicisti che suonano con me, ma la nostra prima preoccupazione è cogliere il senso, l’essenza, il cuore, il profondo, il mistero, la carnalità, lo spirito dei LED ZEPPELIN. Non bast suonarli i Led Zeppelin. Trasformare l’eleganza elettrica del gruppo in semplicistica pesantezza metallica è la morte della musica, mortificare la leggiadria della possente dinamica ritmica è la fine di tutto, fare gli urletti alla Plant e copiarne in maniera spartana gli atteggiamenti vuol dire non avere capito un accidenti. Per questo sono contento di far parte degli EQUINOX, perché se non altro siamo consci delle trappole e cerchiamo, per quanto possibile, di evitarle.
Siamo a pochi km da casa, rientriamo in fretta, scarichiamo, sistemiamo il tutto, un thé, una doccia e a letto. Sono le due, la adrenalina come sempre è ancora in circolo, mi metto a leggere Linus quando vorrei/dovrei essere ad un party post concerto. Mi alzo, mi verso due dita di Southern Comfort, guardo fuori dalla finestra, oltre le campagne le luci della città sembrano cosi brillanti mentre il mio sguardo le attraversa … gironzolo per casa fino a quando il borboun di New Orleans fa il suo effetto…Mancasale goodnight.
Scampoli di belle giornate qui alla Domus Saurea, scampoli di blues stesi al sole ad asciugare. Impantanato come al solito nel bayou dell’esistenzialismo, cerco un appiglio nelle distrazioni date dai concerti degli Equinox, dalla prossima toccata e fuga a Londinum per vedere gli ARW all’Hammersmisth Odeon e nelle partite dell’Inter. Dopo le sconfitte con la squadra zebrata di torino e con la Roma, il mio interesse sembrava essere scemato, ma altro non è che autodifesa, domenica ero di nuovo al mio posto, lì nella tribunetta blues della Domus Saurea, a godermi il 5 a 1 sul Cagliari. Oltre a questo, cerco di dipanare le solite giravolte spirituali date dal mio animo inquieto.
WALKING BY MYSELF
Quando devo sbrigare una commissione per l’ufficio nel raggio di 2/3 km cerco sempre di andare a piedi in modo da tenermi in forma e da far evaporare paturnie varie; mentre torno da una puntata in banca, incontro una donna anziana, non so darle una età precisa, potrebbe avere 70/80 anni. Non sembra essere in formissima. Mi ricorda gli ultimi anni di mia nonna Anita, la madre di mother Mary. E’ vestita come si vestivano le donne vecchie 40 anni fa: cappotto scuro, velo in testa, scarpe fuori moda, bastone. Cammina, se non a fatica, in modo greve. Ha lo sguardo triste, rassegnato, a tratto spaventato. Mi chiedo se abbia figli, se abbia ancora un marito, sei sia sola. La solitudine dei vecchi è una cosa terribile e mi tocca nel profondo.
Poco dopo vedo una coppia di anziani su di una Opel Astra famigliare. L’uomo è al volante, impiega più del dovuto a svoltare a destra, dietro, una figa sui 35 anni su una di quelle macchine da figa; dentro all’abitacolo si agita e lo manda platealmente a quel paese. Scuoto la testa. Vorrò vedere lei tra altri 35 anni quando il mondo sarà diverso da quello a cui è abituata oggi, quando dovrà svoltare da qualche parte e lo farà lentamente e avrà alle costole una giovinastra arrogante che le metterà fretta.
FRIENDS
Rifletto sull’amicizia; mi pare molti la scambino con la semplice conoscenza. Come si può considerasi amici se non ci si sente mai, se non ci si manda che so un messaggio, una email o se non ci si chiama ogni tanto per sentire come va? Non c’è proprio educazione riguardo l’amicizia, io credo sia un sentimento che vada coltivato altrimenti rinsecchisce. Devo dire che sono sempre colpito da questa cosa. Capisco che le persone abbiano le proprie caratteristiche, chi è più espansivo, chi meno, ma l’amicizia è una cosa seria, se non ci sente mai cosa ci diciamo amici a fare? Mentre faccio questo pensiero mi viene in mente il mio amico Livin’ Lovin’ Jaypee. Jay è un uomo di blues riservato, quieto, attento, un bassista insomma. A volte non ci sentiamo per qualche settimana, poi d’improvviso mi arriva un messaggio “Ciao Magister, oggi sono a casa in ferie. Ci facciamo una pizza? Stonecity ore 13?”.
Penso anche a quanto scrisse un mio amico/conoscente di New Orleans su facebook subito dopo l’elezione di Trump. Non capiva come si potesse togliere l’amicizia su FB a chi aveva votato per l’orco col parrucchino; seguiva una serie di considerazioni del tipo, resti mio amico anche se abbiamo differenze di vedute.
Mi sono interrogato a fondo su questa cosa e sono giunto alla conclusione che dipende dal tipo di differenze di vedute, credo. Se tu voti e sostieni uno come Trump, posso davvero considerarti un amico? Oltre all’affetto, all’aspetto emotivo, alla sincerità, alla la fiducia, alla stima e alla disponibilità reciproca, per me l’amicizia si basa anche sulle affinità elettive, sulla condivisione di valori, sui principi fondanti dell’umanesimo. Se tu sostieni uno come Trump, o se sei uno che simpatizza per certe ideologie puoi essere mio amico? E’ sufficiente che si sia passato del tempo insieme da ragazzi, che si tifi la stessa squadra e che si amino gli stessi gruppi rock per considerarsi amici?
FORTITUDE – serie tv
La seconda serie di FORTITUDE (come ho già scritto in gennaio) è iniziata, siamo già al sesto episodio e continua a piacermi parecchio. Produzione britannica, genere thriller sci-fi psicologico, ambientazione Norvegia artica. Un uomo di blues come me ci va a nozze in un humus del genere. Mi piace molto la governatrice Hildur Odegard (l’attrice danese Sofie Gråbøl), una superfiga 49enne che rappresenta quel tipo di donna che sono solito idealizzare.
Cosa ci faccia in questa seconda serie Mino Raiola invecchiato (l’attore Ken Stott nei passi di Erling Munk) Page solo lo sa. Ogni volta che lo vedo mi aspetto sempre un cameo di Ibra o di Balotelli.
Ad ogni modo, bel sceneggiato TV (come li chiamavamo negli anni sessanta).
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TEN THOUSAND SAINTS – TTTTT:è un film di Spriger Berman che ho visto su Sky e che mi è piaciuto molto. Buona parte del film è ambientato a New York zona St.Mark place ed era inevitabile che in una scenetta si menzionasse la copertina di Physical Graffiti. Altro sussulto quando nella pellicola passa Shooting Star della Bad Company. Bel film.
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LAND OF MINE – TTTTT: altro gran film visto su Sky. Riuscito il gioco di parole del titolo e riuscitissimo il film stesso, la lezione morale data in modo così naturale è assai potente.
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AN OLD MAN AT CIRENAICA
Domenica sera. Ho già suonato la chitarra in vista del concerto a La Rotonda Italiana di Mancasale, ho già fatto la doccia, ho visto il sesto episodio di Fortitude 2, Palmir dorme sul divano dopo una giornata di sole passata nelle campagne. Con la cajun girl di Borgo Massenzio valuto dove andare. Controllo la programmazione dei locali dove si suona(va) dal vivo della Mutina-Regium county. L’offerta, dal nostro punto di vista, è desolante. Jazz quartet, duo acustico, dj set, gruppo country. Ribadisco per l’ennesima volta che il Rock è morto e opto per una osteria-pub vicino alla Domus Saurea. Il servizio è eccellente, la giovane cameriera ci dà persino del lei. Il locale è pieno, i due titolari attenti a che tutto proceda bene. E’ così che si fa. Saura si prende un hamburger veggie e una coca, io macinato di cavallo e una weiss; mentre chiacchieriamo, do un’occhiata in giro, scruto i tavoli, ad occhi e croce sono il più vecchio nel locale, escluso uno dei due titolari. Sì lo so, sono sempre qui a meditare sul tempo che passa e sulla mia condizione di uomo di blues di una incerta età, però non riesco a smettere, sono evidentemente immaturo, non riesco a gestire con un po’ di classe il tempo che passa. Me tapino.
THERE’S THE BLUES IN THE HEART OF THE CITY
Mi sono da poco comprato un nuovo giradischi. visto che sono uno che – come mi diceva Julia – ricerca sempre la perfezione e il bello, decido di cambiare puntina. Quella in dotazione è una di quelle economiche e allora ne ordino una migliore dall’unico seminegozio di hi-fi rimasto aperto. E’ sabato sono a Mutina, zona Garibaldi square. Mando un messaggio a Pike “ci prendiamo un caffè insieme?”. Dopo dieci minuti son lì che passeggio col mio amico nel centro della città. Ci sediamo in un bar, nella stradina medioevale vista duomo. Ordiniamo la colazione. Con noi ci sono due groupie.
Pike: Come va vecchio?
Tim: Sono un po’ in depression, qualche blues di troppo.
Pike: E come risolvi?
Tim: Beh, comprando cd e “picchiando la mia donna…”
Pike: “…fino a che non sei soddisfatto.”
Ecco, poi uno mi chiede perché sono amico con il Pike boy. Forse qualche altro mio amico avrebbe colto la citazione, ma completarla di getto non è da tutti.
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Parlando dei miei nuovi acquisti accenno al cofanetto dei DERRINGER (a breve la recensione qui sul blog).
Essendo un grande fan dei fratelli WINTER, l’argomento Rick Derringer mi trova pronto, essendo un nome però non conosciutissimo in Italia, mi sorprendo (ma ripensandoci non più di tanto) che Pike mi sciorini con nonchalance i primi passi di Derringer, parlandomi dei McCoys e del loro successo Hang On Sloopy. Siamo in un tavolino all’esterno di un bar, mi guardo intorno, la gente passa e va e noi siamo qui che parliamo dei McCoys e di Rick Derringer. Ah!
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Pike mi parla poi di Orchestral Zeppelin, un tributo con l’orchestra fatto alla musica dei LZ. Di solito io e lui ce ne stiamo lontani da zavagli del genere ma in questo il richiamo dell’ orchestra è troppo forte. Non ne sapevo nulla ma quando salta fuori che canta Randy Jackson la cosa diventa interessante. Randy era il leader degli ZEBRA, gruppo rock formatosi a New Orleans nel 1975 e influenzato dai Led Zeppelin. Raggiunsero una certa notorietà nella prima metà degli anni ottanta con un paio di dischi di moderato successo su etichetta Atlantic.
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In questo progetto Jackson è nelle vesti di cantante, ma al di là di questo la vera cosa che importa è sentire l’orchestra in brani come THE RAIN SONG e I’M GONNA CRAWL. Si tratterà soltanto di un omaggio alla musica dei LZ, se volete di un tributo, ma il maestoso volo orchestrale su quel tipo di pezzi regala brividi.
Qui una breve intervista a Randy Jackson
Dopo un paio di orette a parlare di blues e di rock visto da prospettive oblique, ci incamminiamo verso il posto in cui ho parcheggiato la macchina. Ci salutiamo e ci inoltriamo nei rispettivi crocchi di persone in attesa del verde dei semafori. Grido “New York…” e Pike di rimando “Goodnight”. La gente guarda incuriosita, io me la ridacchio e penso che sono fortunato ad avere un amico come Pike.
Metto in moto la Sigismonda, sono pronto per tornare ail caos dei miei blues.
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GOODBYE ZIMELLA ROAD
Se ne va lo Zio Pippo, il fratello maggiore di Brian, a 91 anni. Il mercoledì si sente debole, fatica ad alzare le braccia, viene ricoverato in ospedale, parlano di una forte disidratazione, venerdì sera si spegne definitivamente. A parte che ha avuto una vita non facile per tutta una serie di motivi, se ne è andato – lucido – ad un’età e in un modo invidiabili. Lo zio era solo, ci siamo dunque dovuti occupare noi nipoti delle varie incombenze. A tratti mi è sembrato di essere catapultato a un anno fa, quando se ne andò Brian. Ho avuto poi a che fare con messe, benedizioni e rosari dato che lo zio era credente, e una volta di più il mio essere ateo e laico mi ha fatto sentire distante anni luce dalla percezione delle cose che ha chi crede. Non ho potuto inoltre fare altro che riflettere sulla mortalità e sul senso della vita, senso che proprio non riesco a trovare. Così ci rido su e saluto lo zio a modo mio, brindando al suo ricordo con due dita di Southern Comfort. Buon viaggio Tugnèt.
SEVEN UP:
Malgrado la pesante ombra di tristezza che mi ha lasciato la dipartita dello zio, mi sforzo di far si che il sole batta sul mio viso, lo zio ha avuto una lunga vita, ed è la vita che va celebrata, così cerco di ascoltare della buona e vivace musica Rock e di seguire le cose che mi fanno star bene. Mi appresto a vedere INTER – ATALANTA. Gli orobici sono una bestia nera per la mia squadra, il loro allenatore, Gasperini, poi non perde occasione per parlare male di noi da sei anni a questa parte, da quando cioè fu cacciato dal posto di allenatore dell’Inter dopo sole 5 giornate. Quest’anno in più INTER-ATALANTA è uno scontro diretto per la lotta zona, se non Champions League, Europa league. La Dea sta facendo un campionato ottimo. Il primo quarto d’ora la Atalanta gioca il buon calcio messo in mostra sino ad oggi, ma poi l’INTER di Pioli sale in cattedra e non ce n’è per nessuno. 5 goal in 17 minuti. Una squadra incontenibile. Come dice Scarpini nella telecronaca “lezione di calcio”. Mi esalto come ai tempi del triplete, sul gruppo facebook che gestisco (INTERISTA SOCIAL CLUB) scrivo cose del tipo: “miglior squadra di tutti i tempi“. Sono al settimo (è proprio il caso di dirlo) cielo. La partita finisce 7 a 1, 3 goal di Maurito, 3 gaol del Tanguito e 1 di Gagliardini. Da quando è subentrato Pioli l’Inter ha cambiato volto. Non bisogna dimenticare le tre sconfitte con Napoli, Roma e con la squadra che si assegna due scudetti in più rispetto quelli che effettivamente ha (e anche l’avverbio effettivamente qui è usato in modo non corretto…gli scudetti in meno sarebbero di più, ma tant’è…), ma è vero che ora la mia squadra è un gruppo unito, gioca bene (a tratti benissimo) a calcio e sembra maturata tanto. La società ha sistemato i conti, ha in mente grandi investimenti e ha voglia di fare…certo abbiamo gli occhi a mandorla, ma che ci vuoi fare, nessuno è perfetto e chissà se davvero dalla prossima stagione torneremo ai fasti di 7 anni fa. Ci spero tanto.
BENEDETTA PRIMAVERA
Ore 8, esco di casa per andare al lavoro; mentre chiudo la porta mi accorgo che l’albero di cagnetti è fiorito. E’ così, tutto d’un tratto, che elaboro il fatto che la primavera bussa alle porte entra dalle finestre s’infila sotto le gonne delle donne. E allora immergiamoci in questa nuova giornata di assoluto nonsense con il giusto piglio: infilo i Ray ban, seleziono i Def Leppard, e metto in moto la Sigismonda. Per un istante ripenso a quando ascoltavamo Pyromania, allora appena uscito, in fonoteca a Locus Nonantula, avevamo 20 anni e tutto ci pareva possibile, vengo scosso da un leggero tremore, it’s been a long time, ma invece di ricadere nel burrone della nostalgia, scrollo le spalle, alzo il volume e spingo sul gas… let’s rock baby … lasa cla vaga.
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Sono molto contento di vedere che il comunicato stampa ufficiale per l’uscita di questa registrazione sia stata affidata a CHART ROOM MEDIA e che in particolare sia stato redatto dal mio caro amico newyorkese Bill McCue, gran personaggio e grandissimo fan dei LZ.
E sono contento anche per il fatto che una registrazione del genere veda la luce. A 17 anni Jimmy Page era già così maturo da portare in studio una band che stimava molto, Chris Farlowe And The Thunderbirds appunto, e da produrre un demo. Certo, Page era un musicista professionista già da un paio anni, ma resta il fatto che a quell’età non è da tutti mettere a fuoco le cose in modo così preciso.
Farlowe e i Thunderbirds ben prima dell’avvento dei Beatles e del blues revival inglese dunque, documento assai interessante, disponibile dal 30 aprile tramite http://www.jimmypage.com/
Chris Farlowe and The Thunderbirds: The Beginning…
Historic Demo Recording Produced by Jimmy Page Coming April 30
Legendary Led Zeppelin guitarist and producer’s first official production available now for pre-order via JimmyPage.com
Exclusive Stream of “Money” Track Premiere Available now via RollingStone.com
Available now for the very first time, Chris Farlowe and The Thunderbirds: The Beginning…presents a 12-song demo recording produced by legendary guitarist and producer Jimmy Page. Recorded in 1961 at RG Jones Sound Studio in Morden, London, this historic session marks the launch of a highly successful career for Chris Farlowe.
It was also the very first official turn in the producer’s chair for Jimmy Page who went on to capture the timeless studio and live performances of Led Zeppelin that today serve as a blueprint for all modern rock recordings that followed in their formidable wake.
For both, it all started with “The Beginning…”
These revelatory performances, available for pre-order now and scheduled for exclusive worldwide distribution via JimmyPage.com on April 30, brilliantly capture the spirit of adventure and excitement of the London music scene in the early 1960s.
In his liner notes accompanying “The Beginning…” Farlowe summarized his first encounter with Page and the session by stating, “We would play anywhere just for the buzz and it was at one of these gigs that we met a very young boy called Jimmy Page, who liked my band and my guitarist Bobby Taylor. Jimmy suggested that he wanted to record a demo album of the band, so he booked the RG Jones studio in Morden, London, and now after 56 years, it is to see the light of day.”
And what a musical storm they conjured! As Page points out in his liner notes for the album, you’d never know that Farlowe and his band mates were in a recording studio for the first time. “The band settled into their recording role immediately and an album was recorded that day. The guitar and bass were recorded by direct injection and the band listened to their progress via headphones…They adapted really quickly to this method, the individual performance exhibits the style and class that this band had and Chris Farlowe’s performance is absolutely extraordinary.”
The band’s tightness and musical telepathy is apparent from the get-go with two hard driving instrumentals to kick off the recording. The opening track, Entry of the Slaves, features Bobby Taylor on guitar who is described by Page in the liner notes as, “the coolest stylist, both in his image and his playing, that I had seen in a guitarist who was in an unsigned band.” The incendiary Spring is Near follows and showcases the rhythm section’s individual and collective talents with both Johnny Warne on bass and Johnny Wise on drums contributing thrilling solos.
On track three, Farlowe steps up to the mic and tears into a powerful version of the Ray Charles classic What’d I Say. Next up are spirited versions of the rock and roll classics Let the Good Times Roll, Sticks and Stones, Kansas City and I’m Moving On. Each track is powered along by Wise and Warne, and feature cracking guitar solos from Taylor.
The volume and tempo comes down, but the intensity remains high on the soulful ballad Just a Dream, which features an emotional and heart wrenching vocal turn from Farlowe. On this track, The Thunderbirds provide brilliant dynamics and atmosphere to set the perfect mood behind Farlowe’s vocal.
From here, the recording shifts gears again with Money driven along by a rumbling beat on the tom-toms from Wise and more gorgeous guitar work from Taylor. Farlowe’s howling vocal breathes new life and fire into this timeless rock and roll standard.
On Matchbox, The Thunderbirds lay down a powerful and respectful homage to the great Carl Perkins classic with a groove that chugs along like a freight train barreling down the track, with every strum, pluck and beat brilliantly captured by Page on tape.
Next up, Farlowe and The Thunderbirds make Don Gibson’s Hurtin’ Inside their own with Taylor’s fiery licks and Wise’s snare drum work perfectly complimenting Farlowe’s soulful delivery and his incredible range.
A spirited version of Bobby Parker’s Watch Your Step closes out the proceedings with Farlowe deftly pushing the band along, climbing up his range effortlessly into falsetto and ad-libbing brilliantly into the fadeout.
Page’s complete satisfaction with what he was able to capture on tape that day is abundantly clear. “I’m really pleased to be able to make this musical document available for the first time to give an idea of the musical cauldron that was going on in London in 1961, a few years before the Chicago Blues renaissance and The Beatles.”
These recordings on The Beginning…marked the first collaboration between Page and Farlowe who went on to work together when Page was a session musician and Farlowe was on Immediate Records. Page featured on the hit single Out Of Time. In 1982, Farlowe featured on Page’s Death Wish II soundtrack, and again when Farlowe made a guest appearance on Page’s 1988 solo album Outrider.
Chris Farlowe and The Thunderbirds: The Beginning is now available for pre-order at Jimmy Page.com in advance of its April 30 release date. The release is available in two editions: Standard and Deluxe. The 1-LP, 1-CD set is available signed and numbered by Chris Farlowe and Jimmy Page in a limited edition release bringing the signatures of two music legends together for the very first time.
Tracklist:
1.) Entry of the Slaves
2.) Spring is Near
3.) What’d I Say
4.) Let the Good Times Roll
5.) Sticks and Stones
6.) Kansas City
7.) I’m Moving On
8.) Just a Dream
9.) Matchbox
10.) Money
11.) Hurtin’ Inside
12.) Watch Your Step
Media Contact
Bill McCue Chart Room Media bill@chartroommedia.com 718.208.7391
Oltre alle due deluxe edition (previste per il 26/5/2017) di RUN WITH THE PACK e BURNIN’ SKY della BAD COMPANY di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, sono in uscita altre ristampe carine:
JOHNNY & EDGAR WINTER – Brothers In Rock’n’roll (in uscita il 24 febbraio 2017)

A collection of storming Texas Rock ‘N’ Roll by the legendary Winters brothers – over 70 minutes of the best these two have to offer. This compilation brings together the best and most famous tracks by these two sensational artists together on one CD at the same time. Sadly Johnny died while on tour in 2014 but Edgar remains active both recording and playing today and has toured as part of RINGO STARR’S ALL STAR BAND.
Tracklist
1. Frankenstein
2. Johnny B. Goode
3. Tobacco Road
4. I Can’t Turn You Loose
5. Jumpin’ Jack Flash
6. Back In The U.S.A.
7. Good Morning Little School Girl
8. Like A Rolling Stone
9. Bony Moronie
10. Highway 61 Revisted
11. It’s All Over Now
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CHEAP TRICK – The Epic Archive Vol. 1 (1975-1979) – (in uscita il 28/04/2017)

If a group’s made up of two genuine rock star types, a Huntz Hall lookalike with a guitar fetish, and a guy who looks like an accountant, which one d’ya think would keep track of its recording archive? Don’t worry, it’s not a “trick” question—it is indeed the bespectacled Bun E. Carlos, the drummer for the original line-up of Cheap Trick, who has not only commented on every song (as faithfully transcribed by Ken Sharp) but provided much of the source material for this collection of rarities from the band’s early days, 18 tracks that reconfirm that the singular blend of classic rock, power pop, and glam—and inspired visual style—wielded by this outfit of Rockford, Illinois places them among the first rank of American rock ‘n’ roll bands. First up are three 1975 demos (of “Come On, Come On,” “Southern Girls,” and “Taxman, Mr. Thief”) they cut at Ardent Studios in 1975 prior to signing a record deal, followed by early, 1976-1977 studio takes (produced by Jack Douglas) of “You’re All Talk” and “I Want You to Want Me,” an outtake, “Lookout,” from their debut record, and an alternate (and nasty) version of “I Dig Go-Go Girls.” On deck are an instrumental version of “Oh Boy” (the B-side to “I Want You to Want Me”) and live versions of “You’re All Talk” and “Goodnight” from a 1977 stand at the Whiskey, and a pair of alternate takes from the Heaven Tonight album, “Stiff Competition” and “Surrender.” Also inside are five rarities from the band’s famed Japanese tours, including the single version of “Ain’t That a Shame,” the promo-only release “Lookout,” and three tracks from the out-of-print Budokan II album, “Stiff Competition,” “How Are You,” and “On Top of the World.” The “no strings” version of “Dream Police” rounds out the collection in fine style. Compiled by producer Tim Smith, remastered by Vic Anesini at Battery Studios in New York, and featuring photos by Robert Alford, The Epic Archive Vol. 1 (1975-1979) takes its place as a key release in the august Cheap Trick discography.
Tracklist
1. Come On, Come On
2. Southern Girls
3. Taxman, Mr. Thief
4. You’re All Talk
5. I Want You to Want Me
6. Lookout
7. I Dig Go-Go Girls
8. Oh Boy
9. You’re All Talk
10. Goodnight
11. Stiff Competition
12. Surrender
13. Lookout
14. Ain’t That a Shame
15. Dream Police
16. Stiff Competition
17. How Are You
18. Top of the World
KEITH EMERSON – Off the Shelf – (in uscita il 28/04/2017)
Ristampa rimasterizzata dell’antologia uscita nel 2006 e compilata da Keith Emesron stesso.

Esoteric Recordings are pleased to announce the re-release of the archive collection “Off the Shelf” by Keith Emerson.
Originally issued in 2006 and long deleted, this collection (compiled by Keith Emerson) was a marvellous anthology of various recordings in Emerson’s archives.
Keith Emerson’s work as a virtuoso keyboard player, composer and arranger for The Nice, Emerson Lake & Palmer is legendary. During his extensive career, Keith was never restricted by musical norms or classification. His music revealed the breadth of his musical influences, from classical composers such as Mussorgsky to Charlie Parker, rock & roll to The Band to Frank Zappa. Off the Shelf was Keith Emerson’s means of revealing a collection of recorded works for various projects dating as far back as 1968 with The Nice, some of which were consigned to the archives for a variety of reasons and destined to remain unreleased until Off the Shelf was first issued.
They feature recordings with the London Philharmonic Orchestra, the London Jazz Orchestra and legendary musicians including Levon Helm & Garth Hudson (of The Band), Aynsley Dunbar, Pat Travers, Cozy Powell and more.
This Esoteric Recordings edition sees the welcome appearance once more of a classic collection.
Tracklist
1. Abaddon’s Bolero (With The London Philharmonic Orchestra)
2. Pictures At An Exhibition (Excerpt Of A Solo Studio Recording)
3. And Then January
4. Rio
5. Straight Between The Eyes
6. Don’t Be Cruel
7. Au Privave (Featuring The London Jazz Orchestra)
8. Walter L (Featuring The London Jazz Orchestra)
9. Rhythm-A-Ling
10. Asian Pear
11. Motor Bikin’
12. America
13. Lumpy Gravy
14. Up The Elephant & Round The Castle
15. Sex & Drugs & Rock & R
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FRANK MARINO/MAHOGANY RUSH – Live – (in uscita il 28/31/03/2017)
Notizia straordinaria per quanto mi riguarda. Il Live dei Mahogany Rush è uno degli album dal vivo più riusciti in campo hard rock blues. Che sia ristampato e rimasterizzato dalla Rock Candy poi è incoraggiante, di solito questa etichetta sforna ristampe di pregio. Due i pezzi in più. Non vedo l’ora.
Insieme al live saranno ristampati anche WHAT’S NEXT, JUGGERNAUT e POWER OF R’N’R.

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THIN LIZZY – Box Set (verso fine anno?)
Si parla anche di un cofanetto dei Thin Lizzy verso fine anno con brani dal vivo, demo e outtake. Magari il nostro lettore e amico Giovanni Goria potrà dirci qualcosa in più.
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In uscita inoltre una nuova versione di SG.PEPPER dei BEATLES e WORKS 1 degli ELP con un nuovo remaster. Vedremo più avanti
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