ELF “Carolina County Ball” (1974 – Cherry Red 2016) TTTT½ – “Trying To Burn The Sun” (1975 – Cherry Red 2016) TTTT

24 Apr

Fine settanta/inizio ottanta, sono un giovinetto che appena può passa il sabato pomeriggio al Peecker Sound, il più grande negozio di dischi della zona (proprio di fianco ad una delle discoteche simbolo dell’epoca, Il Picchio Rosso). Con gli amici passiamo ore a girovagare per il negozio, a curiosare tra gli scaffali, a cercare di decidere quale disco comprare tra le decine che vorremmo portare a casa.  Il negozio è un grande open space, nello spazio salottino c’è un giradischi su cui qualcuno ha iniziato ad ascoltare un disco…un suadente e moderato boogie esce dalle casse, vengo immediatamente rapito. Sono già un discreto conoscitore di Rock, considerata l’età,  l’amore per i grandi gruppi leggendari, per il blues revival inglese, per il blues nero del delta e di Chicago, per l’hard rock, per i nuovi nomi che arrivano dalla Britannia e dall’America che suonano il punk rock. Nell’animo ho anche una naturale predisposizione per il boogie e lo swing che credo mi abbia passato mia madre. HUMAN CONDITION dei CANNED HEAT uscito da poco e da me acquistato è una presenza costante sul mio giradischi.

Corro verso la fonte di quella vibrazione musicale che mi sta irretendo, chiedo al tipo se posso dare un’occhiata alla copertina, la prendo in mano: sfondo verde, nome del gruppo in bella evidenza, edizione americana, alla voce c’è l’attuale cantante dei RAINBOW, il pezzo che stiamo sentendo è CAROLINA COUNTY BALL. Ok, ho deciso, lo prendo.

E’ così che quasi 40 anni fa entro in contatto con Gli ELF di RONNIE JAMES DIO e MICKEY LEE SOULE. Da allora il loro secondo (soprattutto) e terzo LP fanno parte del mio corredo genetico. Erano anni in cui reperire informazioni non era esattamente semplice, mi ci volle un po’ per scoprire che LA/59 era il titolo della versione americana del secondo album, in origine intitolato CAROLINA COUNTY BALL e presentato in Europa con una copertina diversa.

Qualche anno fa nella rubrica HOW TO BUY della rivista CLASSIC ROCK (UK) fu presa in considerazione la produzione di RONNIE JAMES DIO e rimasi allibito nel vedere questi album degli ELF finire nella colonna degli album da evitare di comprare. Non me ne capacitai. I gusti sono gusti, si discutono per carità ma è chiaro che ad ognuno arriva la musica in maniera differente, magari chi scrisse quelle cose era un amante dell’heavy metal in senso stretto incapace di impressionarsi per atmosfere discordi dal proprio modo di sentire la musica, ma scaricare in maniera così totale album del genere mi pare ancora oggi una follia.

Trattasi di due dischi ricchi di Hard Rock, Rock, Rock And Roll, Blues, mescolati in maniera ariosa da un songwriting magnifico. Per come la vedo io CAROLINA COUNTY BALL e TRYING TO BURN THE SUN compongono due dei migliori momenti dell’intera produzione artistica di RONNIE JAMES DIO, insieme a RISING dei RAINBOW e HEAVEN AND HELL dei BLACK SABBATH.

I dischi sono stati ristampati recentemente dalla Cherry Red Records, ed è dunque un piacere poterne riparlarne.

ELF “Carolina County Ball” (1974 – Europe: Purple Records) “LA/59”  (1974 – USA: MGM): TTTT½

Il boogie che intitola all’album dà l’inizio alle danze con il suo incedere dicemente ipnotico. Accenti dixieland, gran voce e ottimo pianino. Niente di particolare l’assolo di chitarra e sarà così in quasi tutto il disco. Steve Edwards non impressiona e non contribuisce alla scrittura dei brani, mi sono sempre chiesto se non fosse stato il caso di avere in formazione un chitarrista più adatto, ma tant’è… verso la fine comunque CCB si trasforma in un boogie scatenato.

Con LA/59 gli ELF ritornano alla fisionomia che forse più gli compete, una bel Rock deciso sempre venato di boogie. Entra in scena GARY DRISCOLL, uno di quei batteristi che mi piacciono un sacco: potente e possente eppur leggiadro, con la capacità di suonare “indietro” o come dicono gli americani behind the beat, quel modo di interpretare il ritmo e l’andamento dei pezzi in modo non frenetico, ma sensuale e dal sapore squisitamente musicale.

AIN’T IT ALL AMUSING si muove sulle stesse coordinate, altro bel Rock. HAPPY lascia intendere come il gruppo sia maturato molto dal disco d’esordio del 1972. Quadretto meraviglioso.

ANNIE NEW ORLEANS è un bel rockaccio, dissoluto e deciso. Grandissimo RONNIE JAMES. Peccato che ancora una volta l’assolo di chitarra non sia incisivo.

ROCKING CHAIR ROCK ‘N’ ROLL BLUES riassume (anche nel titolo) lo scopo musicale del gruppo. Inizia sognante per poi diventare un bel tempo medio fino a trasformarsi in un grandissimo pezzo Rock. RONNIE JAMES DIO è semplicemente magnifico. Nella coda hard rock si canta un po’ addosso ma il tutto rimane sublime. Bella prova d’insieme del gruppo. GARY DRISCOLL brilla alla batteria.

RAINBOW ricorda un po’ ELTON JOHN, DO THE SAME THING è un rock di maniera. BLANCHE parla di giorni piovosi e chiude il disco in modo appropriato, un dolce ritornello che si stempera in lontananza.

CAROLINA COUNTY BALL è insomma un piccolo gioiello per il sottoscritto. Nonostante MICKEY LEE SOULE abbia dichiarato che probabilmente lui e RONNIE avevano osato un po’ troppo nel cercare nuove soluzioni compositive e che la distanza dal primo LP è forse troppa, io trovo che sia proprio per questo motivo che CCB rimane uno dei veri grandi album degli anni settanta da riscoprire. Lo so, è una conclusone banale, lo dicono e lo scrivono in molti a proposito di tanti, troppi dischi, ma  mi sembra proprio che questo ne abbia tutte le caratteristiche. Buona la produzione di Roger Glover.

ELF “Trying To Burn The Sun”” (1975 – Europe: Purple Records /USA: MGM) – TTTT

Il secondo album riprende il discorso lasciato col precedente disco. La produzione (sempre di Glover) si fa un po’ più raffinata, il songwriting si conferma su alti livelli. RJD e il mai abbastanza celebrato MICKEY LEE SOULE sono una ottima coppia di autori. BLACK SWAMPY WATER è un gran bell’esempio di hard rock americano, vagamente paludoso, ancorato al blues e sostenuto dalla gran batteria di GARY DRISCOLL.

 Sullo stesso ritmo sostenuto segue PRENTICE WOOD. WHEN SHE SMILES è un blues pastello che poi si arricchirsce di parti sospinte dall’orchestra. Momento assai carino. GOOD TIME MUSIC è quello che descrive il titolo con suggestioni ragtime (ma con ancora assoli di chitarra piuttosto neutri). LIBERTY ROAD mostra il RONNIE JAMES DIO che più abbiamo amato negli anni successivi ma inserito nel contento di rock and roll blues e il risultato è incantevole. SHOTGUN BOOGIE è un irresistibile boogie dove MICKEY LEE SOULE mette in tavola tutto il suo talento. WONDERWORLD è un momento di riflessione, paesaggi musicali, maestosità dell’orchestra, e dal cui testo verrà preso il titolo dell’album.

Chiude STREETWALKER, musichetta bluesy da night-club che si trasforma in un funk blues saporito. Giusto il tempo di terminare le registrazioni e di fare uscire l’album e RITCHE BLACKMORE si appropria della band e – chitarrista escluso – la trasforma nei suoi RAINBOW. Gli ELF/RAINBOW dureranno solo il tempo di un disco, già dal secondo il solo RJD resisterà alle purghe blackmoriane.

TRYING TO BURN THE SUN rimane comunque sullo stesso piano del precedente, altro album dunque da riscoprire. Altro plauso alla CHERRY RED per il lavoro svolto, lavoro che permette a tanti appassionati di trovare edizioni ripulite di vecchi piccoli capolavori che all’epoca d’oro non ebbero troppa fortuna.

The Band:

Ronnie James Dio: Lead Vocals, Additional Bass

Steve Edwards: Guitar

Mickey Lee Soule: Keyboards, Additional Guitars

Craig Gruber: Bass

Gary Driscoll: Drums

Martin Power “No Quarter: The Three Lives Of Jimmy Page” (Omnibus Press 2016) – TTTT½

21 Apr

Sono anni ormai che snobbo le nuove biografie sui Led Zeppelin e relativi, oramai mi annoiano molto, difficile che ci sia qualcosa di nuovo, fosse anche un analisi dell’autore magari da un punto di vista un po’ obliquo. A volte non riesco ad evitare di comprarle però, le ultime che ho preso non mi hanno scaldato per nulla. Una era davvero infima (Magus Musician Man di George Case), le altre – scritte da gente come si deve – non mi hanno entusiasmato.

Un po’ a sorpresa dunque devo costatare come questa biografia di Page scritta da Martin Power mi abbia appassionato un bel po’. Credo fosse dai tempi di Hammer Of Gods di Stephen Davis (1985) che non provavo nulla del genere nel leggere un tomo sui LZ e su JP in particolare.

Power ha fatto una ricerca meticolosa, il periodo del Jimmy Page adolescente/session man/pre Zep è trattato in maniera stupefacente. C’è qualche errore, ma il lavoro svolto è davvero notevole. Ora ad esempio sappiamo qualcosa in più riguardo la famiglia di Page, sappiamo qualcosa in più del padre, sappiamo chi era il nonno e anche il bisnonno, lo stesso dicasi per il ramo materno. Magari sono dati che interessano solo me – nel mio piccolo non mi reputo solo un fan, ma anche uno studioso – ma aggiungono qualcosa di nuovo alla saga dei LZ. Interessante notare come da giovane aspirante musicista e quindi session man Jimmy fosse sempre ligio al dovere, come fosse sempre  puntuale, pronto, attento, sveglio.

Power ha intervistato parecchia gente che ha avuto a che fare con Page, in particolare musicisti, alcuni dei quali  hanno svelato particolari intriganti. Il periodo post Zep è altrettanto ricco di novità, un po’ di freschezza finalmente. Anche qui qualche errorino, ma credo sia fisiologico.

I 12 anni dei Led Zeppelin sono interessanti ma trattati con minor efficacia. Un’analisi più approfondita di tour, scalette, performance sarebbe stata senza dubbio benvenuta. Power poi affronta con la massima cautela il deteriorarsi della qualità delle esibizioni e del chitarrismo di Page in particolare. Lo sfiora appena, non è schietto e sincero come lo siamo noi qui sul blog, ma capisco che quando si tratta di un prodotto del genere, un libro vero e proprio, di 700 pagine, edito dalla Omnibus Press, incentrato su una della massime rock star del pianeta, si tenda ad andare cauti su certi argomenti.

Il libro è in inglese naturalmente, e in caso di acquisto consiglio la versione con il Page attuale in copertina, quella che trovate qui sopra, mi è stato riferito infatti che le altre edizioni con in copertina il Jimmy Page con la doppiomanico o con la Les Paul sono stampate su carta di poco pregio.

Vi sono tre sezioni di foto, l’edizione (hardcover) è curata e la foto di copertina trovo sia perfetta. Per me questa è una biografia davvero ben fatta. Giù il cappello per Martin Power.

 

A due passi dal blues

17 Apr

Una volta rincasato da Londra sono tornato ben presto a disposizione del blues, contemplo infatti la notte stellata nella speranza di intravedere l’extraterrestre che mi porti su una stella che sia tutta mia, metto cornici intorno alle giornate sbiadite di aprile e osservo il mondo col mio fare da antropologo contemporaneo da due soldi.

VADE RETRO DOMINA

Domenica mattina, faccio un salto a San Martin On The River, porto un mazzetto di fiori ai miei genitori. L’ora è quella un po’ pigra tra le 12 e 13. Imbocco la strada che costeggia il cimitero, entro in modo deciso nel parcheggio e curvando di 180° posiziono la mildly blues mobile tra due strisce bianche. Ammetto che il tutto mi è venuto particolarmente bene. Vicino ad un suv scuro c’è una donna con un cagnolino al guinzaglio. Appena scendo mi fa “Niki Lauda! Perfetto!”, sorpresa dalla mia capacità di parcheggiare velocemente e con precisione. La donna avrà tra i 40 e i 50 anni, quello che potrebbe essere il mio target, e con quella uscita spiritosa mette in mostra la sua emilianità e la voglia di attaccare discorso. Io, invece di sorridere, stare al gioco e ribattere con un motto di spirito, mi ritraggo scontroso “Davvero? Non mi pare”. “Era una battuta”, mi fa lei un po’ colpita dalla mia freddezza, mentre io – senza salutarla – entro nel cimitero. Nel farlo analizzo il mio comportamento, va bene che di donne ne ho già una (che mi basta e avanza), va bene che non cerco avventure, va bene che la parte che non voglio mai fare è quello del galletto che fa lo spiritoso con tutte, va bene che il chitarrista non è un cantante, ma un po’ di bon ton e di leggerezza sarebbero dovute. Bisogna che mi rilegga L’Educazione Sentimentale di Flaubert.

BREVE STORIA DELLA FAMIGLIA PATERLINI

Son lì che sistemo i fiori, che do una pulita alla lapide e che raccolgo me stesso per il solito minuto di esistenzialismo famigliare, quando gli occhi mi cadono su di una vecchie lapide nera poco più in basso. Quanti anni sono ormai che porto i fiori a mia madre (e dall’anno scorso anche a mio padre), 25 giusto? In questo quarto di secolo non mi era mai capitato di soffermarmi con un po’ di attenzione su quella lapide. Guardo meglio e medito sulla triste storia della famiglia Paterlini. Padre e madre nati negli anni ottanta dell’ottocento e morti negli anni cinquanta del novecento, un figlio (nella foto ha divisa e cappello da alpino) morto – immagino in guerra – nel 1942 a 21 anni, un altro figlio appena più vecchio ha la foto sopra la scritta “disperso in Russia”, e la figlia ventenne morta nel 1944 (per i bombardamenti alleati?). Penso a quanto sia crudele a volte il fato. Il capofamiglia si chiamava Fortunato.

AIN’T NO CURE FOR THE WAREHOUSE BLUES

Un mio ex collega se ne va in pensione e organizza una cena per festeggiare l’avvenimento con tutti (o quasi) quelli che lavorarono nel suo reparto di appartenenza. Prima di essermi fatto rapire dal distretto di Stonecity in cui lavoro oggi, per un decennio ho lavorato in una grande azienda di Mutina, azienda a cui mi sento ancora molto legato. La cena si tiene in un locale rustico e ruspante di quella che era la mia città. Vedere gente dopo 17 (17!) anni con cui si è condiviso un lungo pezzo di vita lavorativa è un discreto colpo al cuore. Il gruppo è di circa 20 persone, alcune non le conosco, sono entrate in azienda dopo che me ne andai, ma la maggioranza fa parte della mia storia. Siamo sempre noi, ma i lineamenti cambiano, i capelli cadono o imbiancano, gli anni avanzano. Buffo come in un secondo ci si ritrovi dentro alla stessa confidenza di un tempo, sembra quasi che si sia stati lontani solo per qualche settimana di ferie. Guardo questo gruppo di uomini che va dai 40 ai 70 anni, magari con poche affinità elettive ma con forti sentimenti – spartani e maschi – reciproci. Qualcuno ricorda e cita a memoria i miei resoconti sulla “Gazzetta del Magazzino” dopo le partite di calcio tra la nostra amata FC INTERMAG e l’AS OFFICINA,

FC INTERMAG – da il GUERIN SPORTIVO DI di qualche lustro fa.

qualcuno mi dice che la propria figlia (ormai donna di 26 anni) ancora conserva uno dei bigliettini in rima che le scrissi quando era una bimba, qualcuno mi abbraccia forte perché rammenta che quando si separò e quando perse il padre io gli stetti vicino…mi colpisce l’abbraccio gagliardo di questo pezzo d’uomo di 71 anni, evidentemente in passato non sono stato solo la testa di cazzo che pensavo. La cena finisce, un brindisi al festeggiato e fortunato neo pensionato, la ripromessa che ci si rivedrà presto per una pizza, un ultimo abbraccio e via. Mentre torno alla macchina mi sale un po’ di commozione, è il tempo che passa così velocemente che mi ammazza, è il fare bilanci che mi spinge verso il basso, è il blues che mi tiene in vita e mi tormenta contemporaneamente. Ho un brivido, gli occhi si fanno lucidi, ma mi riprendo, sono sotto casa di Pike non vorrei mai che – sebbene l’ora tarda – il mio amico decidesse di fare due passi e mi vedesse in quello stato. Salgo in macchina, faccio partire l’album DEEP IN THE NIGHT di ETTA JAMES e punto il muso della blues mobile verso Regium Lepidi.

THE WALKING LED

Non mi piace il genere horror, né lo splatter, né quello che prevede zombie  (e vampiri) eppure eccomi qui, dopo 7 anni dall’inizio, incatenato allo sceneggiato TV THE WALKING DEAD. Ad ogni nuova stagione che SKY proponeva guardicchiavo qualche minuto, ma poi desistevo, sentivo che c’era qualcosa che mi attirava ma poi mi dicevo che era roba per americani, per quelli che vanno matti per fumetti del genere (la serie TV deriva proprio dai comics)…e adesso guardatemi, sono in preda ad una infatuazione per THE WALKING DEAD.

Sto scaricando sul MYSKYHD le vecchie stagioni e appena posso mi guardo 3/4 episodi di seguito. La sera dopo la cena mi butto sul divano e via che si parte. Al mattino ho l’istinto di guardare un nuovo episodio prima di partire per il lavoro, in ufficio mi dico “dai, tra un po’ chiudo e mi fiondo a casa a vedere THE WALKING DEAD“. Mentre in pausa pranzo faccio le mie camminate nei parchi ascoltando musica, a volte il lettore passa i LED ZEPPELIN, ogni volta mi eccito e inizio a cantare l’Hare Hare, a ballare l’Hoochie Koo e mi dico che chi mi vede muovermi in quel modo strambo deve pensare: ecco THE WALKING LED.

PRIMAVERA ALLA DOMUS

Nelle mie passeggiate a passo sostenuto nelle pause pranzo contemplo la primavera a Stonecity, cerco di assumerla in dosi massicce, brio, energia, pruriti sensoriali, qualcosa che mi riallinei con la stagione dell’amore...

Stone City – Vistarino Park – photo TT

La Domus Saurea è il posto ideale per godere di queste sciocchezze. I fiori di Lillà sono una mia fissazione, mi perdo a contemplarli, inebriato dal profumo che mi rimanda ai giorni della mia fanciullezza.

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Palmiro se la gode, la bella stagione lo ringalluzzisce, diventa meno dolce, o meglio i momenti in cui è nel sentimental mood si accorciano. A tratti è spiritato, rincorre farfalle, caccia animaletti, scaccia i gatti forestieri che osano avvicinarsi, poi d’un tratto di quieta, si sdraia nelle erba e guarda lontano oltre le colline.

Palmiro – Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

L’orto è ormai pronto, le piantine stanno per essere piantate.

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Con la primavera arriva anche il momento di fare pulizia nella vita personale, mettere un po’ d’ordine tra amicizie, sentimenti e progetti. Son sempre momenti importanti, meglio farlo con in mano due dita di Southern Comfort e ascoltando la musica giusta.

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

 

 

 

 

Up and down with FC INTERNAZIONALE

15 Apr

Pioli ci aveva illuso, ne aveva vinte 11 su 13, eravamo ormai certi di essere sulla strada giusta, davamo per scontato il quarto posto da raggiungere in tutta comodità, credevamo di avere diverse chance di arrivare in zona champions league, in alcuni frangenti il delirio di onnipotenza ci aveva anche fatto pensare di essere noi l’anti J**e e che il discorso scudetto in fondo non fosse ancora chiuso. Poi le sconfitte con le grandi; va beh, dicevamo, dai, ci manca ancora qualcosa per poter competere con le prime tre, ma stiamo andando nella direzione corretta, vedrai il prossimo anno, oh, vedrai. Poi, il pareggio col Torino, la sconfitta con la Sampdoria in casa e il disastro con il Crotone (no, dico, il Crotone).

Ed eccoci ripiombare nel blues apocalittico dell’interismo moderno, dell’isterismo da inferno, nel bayou della disperazione calcistica, nel pantano di una situazione che da sette (7!) anni ci tormenta l’animo. La sensazione di dover ricominciare da capo, di dover raccontare a noi stessi la solita favoletta e di dover ogni volta rimandare alla prossima stagione i sentimenti di rivalsa e di rivincita morale, spirituale ed esistenziale. Eccoci qui, ormai nauseati anche dall’inno ufficiale, stanchi di essere la “Pazza Inter”, ma incapaci di rinunciare anche solo per un momento alla dottrina di quello che per noi è l’ Inno di Mameli “C’è Solo L’Inter”:

Poi arriva il derby; per me che non sono milanese non è il Milan il nemico (bensì la J**e), ma il derby resta la seconda partita in ordine d’importanza e di prestigio contro l’avversario principale. Vincerla vuole dire togliersi una bella soddisfazione, perderla significa inoltrasi ancor di più nell’abisso. Il Milan di quest’anno non mi pare granché, ma viene da un periodo positivo, ci ha recuperato parecchi punti, ora è sopra di noi, mentre la compagine nerazzurra come detto è ai minimi storici. Facile avere presagi funesti…

Non è un derby spettacolare ma le squadre si battono. L’Inter chiude il primo tempo sul 2 a 0. Candreva e Maurito. Tutto ringalluzzito mi dico che Pechino siamo noi, l’entusiasmo ritorna, almeno fino all’80esimo quando Romagnoli accorcia. Pioli si gioca (male) i cambi: escono Perisic, Gagliardini e Candreva ed entrano Eder, Murillo e Biabiany. Risultato, al 97esimo (dopo sette minuti di recupero), all’ultimo secondo il Milan segna: 2 a 2. Spengo la TV, tiro delle madonne, maledico la pasqua, il football, il castamasso della Cesira e mi attacco al collo del blues.

Blow wind, blow wind, blow my INTER back to me.

NEWS: THE EQUINOX VENERDI’ 5 MAGGIO 2017 ORE 22 HARRIS PUB Via Roma 17 Scandiano (RE)

14 Apr

Prossima data:
VENERDI’ 5 MAGGIO 2017 ORE 22
HARRIS PUB
Via Roma 17 Scandiano (RE)

FROZEN SAND “Fractals: A Shadow Out Of Light” (2017)

13 Apr

FROZEN SAND, gruppo italiano dedito al prog metal. FRACTALS: A SHADOW OUT OF LIGHT è un concept album e benché sia stato stampato in proprio cerca di essere il più professionale possbile. Confezione digipack, libretto esterno e libro formato A4 esterno dove il concept viene esposto con testi e grafiche.

A MELODY THROUGH TIME AND SPACE è creata da piano e tastiere ed è l’introduzione sognante al lavoro che già da PERFECT INSPIRATION cambia subito marcia e s’ incammina sui sentieri del prog metal più classico, doppia cassa, chitarre dalla distorsione levigata, cantato epico e qualche momento lento. EVERLASTING YEARNING è di nuovo sostenuto dalla doppia cassa. Le chitarre di Cerutti e Federico De Benedetti percorrono le autostrade del genere in questione a velocità sostenuta con precisione davvero notevole.

Si continua con la durissima SAIL TOWARDS THE UNKNOWS e con YELL OF HESITATION che con i suoi tempi dispari spariglia un po’ le carte prima di buttarsi nell’abisso del black metal e ritornare alla vita in altri spazi melodici.

RULE THIS WORLD si avviluppa attorno al metal europeo, narrazioni gutturali da metallo scandinavo freddo e scuro e controcanti più ariosi. YOU-PARTIAL-PERFECTION-DAYLIGHT ha qualche accento AOR. SILENT RAVEN chiude il lavoro con le chitarre acustiche di Mattia Cerutti su cui si innesta un cantato che non di rado ricorda quello di James Hetfield.

Per gli amanti del genere questo è un album che potrebbe piacere parecchio. Deciso, professionale, compatto, con nulla da invidiare alle grandi produzioni internazionali.

MONKEY DIET “Inner Gobi” (Black Widow 2017)

11 Apr

MONKEY DIET, gruppo di Bologna alle prese con un primo album distribuito dalla Black Widow Records. Musicisti provenienti da diverse esperienze precedenti pronti a fari a pezzi la musica e a ricomporla. L’album è un atto di coraggio, musica strumentale e sperimentale che flirta con l’heavy rock. E’ chiaro che l’approccio alla King Crimson è fonte di ispirazione, ma i tre musicisti riescono a tracciare un percorso personale.

EGO LOSS si manifesta tra cambi di tempo e riff che sono un mix tra KC e Black Sabbath…

EGO LOSS

Di nuovo chitarre dure e nere in INNER GOBI, mentre in SLIDIN’ BIKE le atmosfere si fanno rarefatte e dove Martelli con il wah wah mostra il cammino. THE ENDLESS DAY OF THE ROBBY THE ANT mi ricorda certe cose dei Marillion. Bel giochetto ritmico di Piccinini e Bernardi. In MOTH tornano cupi capitoli musicali

SORRY SUN è un bel rock con un tocco funk, sarò anche fissato ma ci sento una spruzzata di Led Zeppelin. MOONSHINE  contiene qualche traccia di Hendrix ma trattato in modo acido e stacchi che ricordano i Genesis.

SEPPUKU è dura, se fosse cantata potrebbe far ricordare certo metal nero scandinavo anche se qui l’anima progressive è sempre presente. VIKING a dispetto da titolo è un episodio dal respiro più ampio, a tratti coglie le caratteristiche dell’inno. La durata della traccia è di 11 minuti ma il pezzo musicale ne dura “solo” poco più di sette, dopo tre minuti di silenzio il gruppo chiude il tutto con un’ultima schitarrata e qualche risata.

Un plauso alla Black Widow, perché anche se la conosciamo come un’etichetta temeraria occorre davvero essere risoluti per distribuire un album come questo. E un plauso anche ai ragazzi: mettere in scena una musica così complessa e priva di appigli melodici non è da tutti.

 

INTERVALLO: JOHNNY WINTER “Memory Pain”1969

10 Apr

da “Second Winter”- Columbia 1969

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DERRINGER “The Complete Blue Sky Albums 1976-78” (box set – Cherry Red / Sony 2017)- TTTT

6 Apr

La Cherry Records (e le sue mille sottoetichette) è specializzata nella ristampe di album di seconda fascia (in quanto a notorietà). Il cofanetto dedicato ai DERRINGER è una gradevolissima sorpresa per chi come me è un attento amante della Winter brothers family. Rick infatti produsse e suonò diversi album dei due fratelli texani, scrivendo poi alcuni inni per il maggiore degli Winter (ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO, STILL ALIVE AND WELL e ROLL WITH ME). Rick sì è forse  espresso al meglio come spalla, come alter ego, come collaboratore principale dei due fratelli blues anche se alcuni episodi della sua carriera solista sono notevoli. ALL AMERICAN BOY del 1973 è un album stupendo ad esempio e anche il suo lavoro con i DERRINGER è degno di nota. E’ nel 1976 che Derringer (nato Ricky Dean Zehringernel 1947 in Ohio) decide di mettere in piedi una sua band, recluta Kenny Aaronson al basso, Vinny Appice alla batteria e all’altra chitarra Danny Johnson e si mette in moto.

Nei primi due anni si consuma il tutto, due buoni album in studio, due live esplosivi (uno per la verità fu distribuito solo alle radio), concerti “in ogni buco di merda” (nelle parole della stessa band) degli Stati Uniti. Da segnalare la partecipazione dei Derringer al DAY ON THE GREEN del 1977, come primo gruppo spalla nelle due ultime date americane dei LZ, il 23 e 24 luglio. Dopo un paio di anni Rick scioglie la band (dirà di Danny Johnson “pensava di essere Jimmy Page”),  registra un terzo album da studio con lo stesso brand e bye bye Derringer.

DERRINGER "The Complete Blue Sky Albums 1976-78"

La confezione di questo mini cofanetto è di livello, nulla di eclatante certo ma è fatta con al dovuta cura (teniamo presente che i budget per queste operazioni è sempre limitato). Il box set non contiene il LIVE AT THE PARADISE THEATER BOSTON del 1978, uscito anch’esso a nome DERRINGER, ai più potrà sembrare una mancanza ma temo ci siano in ballo altre storie, copyright, etichette diverse e qualche altra bega (non è nemmeno presente nella sezione discografia del sito ufficiale di RD).

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DISC ONE: DERRINGER (1976) – TTT½

1. LET ME IN
2. YOU CAN HAVE ME
3. LOOSEN UP YOUR GRIP
4. ENVY
5. COMES A WOMAN
6. SAILOR
7. BEYOND THE UNIVERSE
8. GOODBYE AGAIN
BONUS TRACK
9. LET ME IN (MONO VERSION)

LET ME IN è hard rock un po’ troppo adolescenziale per essere preso sul serio, mentre il resto dell’album brilla per concretezza e splendido lavoro di chitarre. La produzione non è il massimo, a volte sembra di ascoltare un ottimo demo o poco più. Rick produsse bene alcuni album di Johnny e Edgar Winter ma avrebbe dovuto capire che per in un primo disco di una band dove la sua era l’indiscutibile figura centrale, una voce esterna sarebbe stata d’aiuto. YOU CAN HAVE ha ponti e sviluppi interessanti benché sia costruita anch’essa su musica di maniera. LOOSEN YOUR GRIP è il lento in minore pieno di riflessioni. Con ENVY ci si dà al rock funk di provenienza Edgar Winter, mentre COMES A WOMAN ritorna alle tonalità minori e meditabonde. Un po’ Jimi Hendrix un po’ Bad Company, sarà uno di quei pezzi che influenzerà il giovane Steve Vai.

SAILOR è un pezzo scritto e cantato da Danny Johnson, è vivace e brioso e contenente un botta e risposta tra le due chitarre. BEYONDE THE UNIVERSE è così  hendrixiana che sembra un pezzo dei primi Mahogany Rush di Frank Marino. Chiude GOODBYE AGAIN un midtempo con ancora echi che rimandano al nero di Seattle.

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DISC TWO: LIVE IN CLEVELAND (1976) – TTTT
1. LET ME IN
2. TEENAGE LOVE AFFAIR
3. SAILOR
4. BEYOND THE UNIVERSE
5. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO
6. ROLL WITH ME
7. REBEL REBEL

In origine questo live fu registrato per le radio affinché lo trasmettessero e facessero capire l’attacco micidiale che il gruppo aveva dal vivo. La differenza con l’album da studio è notevole, qui il rock dei Derringere prende alla gola, l’interazione tra le due chitarre è a tratti sublime. LET ME IN è più feroce e più godibile. TEENAGE LOVE AFFAIR proviene dal album solista di Rick ALL AMERICAN BOY (1973), un altro anthem per i ragazzini americani dell’epoca alle prese con i primi pruriti. Tra un pezzo e l’altro le introduzioni di Rick fanno capire che tutta questa carica era dovuta forse anche a qualcosa di chimico, gli interventi al microfono sono infatti quantomeno sopra le righe. Si prosegue con SAILOR e BEYOND THE UNIVERSE prima di arrivare alle celeberrime ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO e ROLL WITH ME, due successi di JOHNNY WINTER scritti appunto da RD e qui resi in maniera scatenata. L’album si chiude con REBEL REBEL di DAVID BOWIE. Versione tosta. Se il cantato soffre un po’ il confronto con Bowie, chitarristicamente è un trionfo.

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DISC THREE: SWEET EVIL (1977) TTT½
1. DON’T STOP LOVING ME
2. SITTIN’ BY THE POOL
3. KEEP ON MAKIN’ LOVE
4. ONE EYED JACK
5. LET’S MAKE IT
6. SWEET EVIL
7. DRIVIN’ SIDEWAYS
8. I DIDN’T ASK TO BE BORN
BONUS TRACK
9. DON’T STOP LOVING ME (MONO VERSION)

SWEET EVIL è prodotto da Jack Douglas (sì, quello degli Aerosmith) e la resa sonora aumenta di livello. Arrangiamenti meglio definiti, prove più convincenti. DON’T STOP LOVING ME gioca sul giro d’accordi di BABA O’RILEY degli WHO, nulla di speciale dunque ma le chitarre acustiche e certe aperture lo rendono un bel quadretto. SITTING BY THE POOL porta con sé qualche accento progressive tra approcci blues rock e slide guitar. Si avverte un certo sentimento Zeppelin. In KEEP ON MAKIN’ LOVE la mano di Douglas si sente, l’odore degli Aerosmith di Last Child è forte. ONE EYED JACK è di Danny Johnson, l’ombra Zeppelin di nuovo presente. LET MAKE IT è un hard rock alla Jeff Beck, se ci concentra sulle chitarre non si può che rimanere affascinati. Di nuovo la sensazione che Steve Vai abbia ascoltato questo gruppo. SWEET EVIL per lunghe parti è lenta e riflessiva, poi si tramuta in suggestioni epiche prima di esplodere in un breve momento veloce e furioso. DRIVING SIDEWAYS mischia riffoni hard rock e ritmiche reggae, non certo il massimo, ma in quegli anni il “pezzo reggae” iniziava ad essere d’obbligo, purtroppo. Vale comunque la pena ascoltarlo non fosse altro per le anche qui splendide chitarre soliste. In I DIDN’T ASK TO BE BORN ancora  Aerosmith ancora LAST CHILD, buffo. Hard rock funk che chiude il disco.

 

derringer-live

DISC FOUR: DERRINGER LIVE (1977) TTTT
1. LET ME IN
2. TEENAGE LOVE AFFAIR
3. SAILOR
4. BEYOND THE UNIVERSE
5. SITTIN’ BY THE POOL
6. UNCOMPLICATED
7. STILL ALIVE AND WELL
8. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO

I primi quattro pezzi di questo secondo (ma allora era il primo) album dal vivo sono in pratica gli stessi di LIVE IN CLEVELAND quindi passo direttamente al quinto pezzo che è SITTING BY THE POOL e che nella dimensione live acquista un extra sapore Zeppelin (IN MY TIME OF DYING / BRON Y AUR STOMP). UNCOMPLICATED è presa dall’album solista di RD del 1973, mentre STILL ALIVE AND WELL fu scritta da Derringer per JOHNNY WINTER. Durante la tempesta finale chitarristica di ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO c’è anche il tempo di riprendere YOU REALLY GOT ME dei Kinks (e questo ben prima che diventasse “quella dei Van Halen”).

DISC FIVE: IF I WEREN’T SO ROMANTIC, I’D SHOOT YOU (1978) TTT
1. IT AIN’T FUNNY
2. MIDNIGHT ROAD
3. IF I WEREN’T SO ROMANTIC, I’D SHOOT YOU
4. EZ ACTION
5. LAWYERS, GUNS AND MONEY
6. POWER OF LOVE
7. SLEEPLESS
8. TONIGHT
9. ROCKA ROLLA
10. ATTITUDE
11. MONOMANIA
BONUS TRACK
12. LAWYERS, GUNS AND MONEY (MONO VERSION)

Per il terzo disco si opta per un suono più contemporaneo, si tratta sempre di rock americano ma il punk inglese e certo rock newyorkese iniziano a farsi sentire nelle produzioni e IT AIN’T FUNNY ce li introduce. Aaronson è al basso e alla batteria c’è Myron Grombacher. L’album è prodotto da Mike Chapman (Blondie, Sweet, Suzi Quatro). MIDNIGHT ROAD lascia intendere che gli ottanta sono dietro l’angolo, IF I WEREN’T SO ROMANTIC è scritta insieme a Bernie Taupin e Alice Cooper. EZ ACTION dà voce al nuovo corso, LAWYERS, GUNS AND MONEY è naturalmente il pezzo del grande Warren Zevon. In questo disco si rifà vivo DAN HARTMAN (polistrumentista e autore sopraffino dell’EDGAR WINTER GROUP) ma POWER OF LOVE non è nulla di speciale. SLEEPLESS è surreale, costruita come è su un riff che è praticamente lo stesso di PETER GUNN THEME. TONIGHT è scritta dai due della sezione ritmica e si pone nel solco tracciato, quel rock moderno a cui il disco aspira, lo stesso si può dire per ROCKA ROLLA, ATTITUDE e MONOMANIA.

Si chiude qui il cofanetto che comunque, ripeto, reputo di livello, sì perché ormai i bei dischi del Rock li abbiamo tutti, ora non ci resta che esplorare tra le pieghe di latitudini che abbiamo un po’ snobbato nel corso degli anni. Visto il prezzo abbordabile (27 euro) e le magnifiche chitarre presenti lo consiglio in tranquillità.

INTERVALLO: JOHNNY WINTER “Dallas” (with band) 1969

1 Apr

From the Album JOHNNY WINTER (Columbia 1969) – Legacy Edition Sony 2004 – This is a very enjoyable bonus track.

Johnny Winter “Johnny Winter (Columbia) 1969

Dallas TX

Johnny Winter “Johnny Winter (Columbia) 1969

Dallas TX

Johnny Winter “Johnny Winter (Columbia) 1969

Johnny Winter “Johnny Winter (Columbia) 1969

Dallas TX