ROLLING STONES “Blue & Lonesome” (Universal 2016) TTT

7 Mar

Sono parecchie settimane che ho in mente di recensire questo album. Mi peritavo a farlo perché, visto che non mi piace granché, sapevo che avrei finito per parlarne in termini non proprio lusinghieri. Non che mi faccia problemi a farlo, la caratteristica di questo blog é quella di essere schietto e sincero, ma far sempre la parte di chi va contro corrente non è il massimo, e inoltre il fastidio di sentire poi commenti del tipo “ma tu non capisci gli Stones allora, e se non li capisci allora non capisci il Rock” diventa poi insopportabile. Potevo però far finta di niente circa il disco di uno di quei gruppi che mi hanno formato, che mi hanno fatto diventare quel che sono? Potevo snobbare un disco dove compaiono Mick Jagger e Keith Richards, guiding lights della mia intera vita?

L’idea non è malaccio, ovvero pubblicare un disco di vecchi blues non troppo consunti , ma già il genere non aiuta e averlo registrato live in tre giorni poi non ha aiutato certo a rendere il tutto un po’ variegato. Certo, mi si dirà, è questo il bello, un disco vivo, palpitante, sporco, vibrante, spontaneo…sarà, ma a me non dà emozioni particolari. Troppo cazzeggio, troppe sbavature, armonica poco intonata, produzione approssimativa. Sì, va bene, questo è il mood dei Rolling Stones, ma a me sembra che ci sia qualcosa che non va.

Rolling Stone Blue & Lonesome

JUST YOUR FOOL è un bel blues con un minimo di melodia e un buon ritmo. La versione originale di Buddy Johnson è del 1954 e la si può descrivere blues orchestrale. I Rolling lo portano sul confine del minimalismo. Mi sembra di ascoltare un gruppo di amici tipografi che si ritrovano in sala prove il giovedì sera a fare un po’ di blues. La differenza è che qui c’è Jagger. COMMIT A CRIME è piuttosto fedele all’originale di Howlin’ Wolf. Il pezzo non respira. Ascoltato in cuffia diventa un buraccione . L’inizio di BLUE & AND LONESOME sembra fatto da un gruppo agli inizi, piuttosto imbarazzante. Questo è uno di quei blues che non mi piacciono, nemmeno la versione di Little Walter mi ha mai scaldato. Il titolo però mi si confà. La versione dei Rolling è sgangherata. Sì, lo sappiamo questo è il loro bello, ma o sono diventato isterico io o i Rolling però sono peggiorati parecchio. ALL YOUR LOVE di Magic Sam è un po’ scolastica. Di nuovo Little Walter: I GOTTA GO. Il ritmo veloce scuote un po’ di fiacca cosicché il pezzo sembra funzionare.

Non appena Eric Clapton entra in scena, lo fa in EVERYBODY KNOW ABOUT MY GOOD THING, le cose iniziano a migliorare. La slide è intonata e di spessore e anche il gruppo sembra giovarne. Jagger fa il Jagger, ed è assai gradevole. RIDE ‘EM ON DOWN funziona, di nuovo ritmo sostenuto di nuovo Jagger sopra tutti. La versione del 1956 di Eddie Taylor è insuperabile ma i Rolling non sfigurano.

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HATE TO SEE YOU GO è fedele alla versione di Little Walter. HOO DOO BLUES fu registrata da Lightnin’ Slim nel 1960 in una versione con la voce ben in primo piano (forse troppo) e una armonica tetra. I Rolling tentano di replicarne l’atmosfera. Ci riescono, il pezzo è riuscito. LITTLE RAIN di Jimmy Reed è uno di quei blues che sentiamo nostri, al contempo leggeri e grevi, pieni di quel pathos blues che ci siamo costruiti nell’anima. L’inizio di quella dei Rolling Stones è da brividi, non fosse per il cantato sfacciato di Mick che toglie qualcosa dall’aggettivo spaventoso. Anche questo un blues riuscito.

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Chiuduno due pezzi di Willie Dixon. Il primo, JUST LIKE I TREAT YOU, fu cantato da Howlin’ Wolf e i nostri ne danno una interpretazione davvero niente male. Il secondo è la celeberrima I CAN’T QUIT YOU BABY, qui riproposta nella versione di base senza le variazioni di OTIS RUSH. E’ un po’ noiosetta malgrado Jagger cerchi tenerla su. Piuttosto canonico pure l’assolo di Clapton.

Rolling Stone Blue & Lonesome

In sostanza un album da 6+, dai Rolling Stones, seppur settantenni, si vorrebbe sempre ben altro, ma temo che oggi non riescano ad andare oltre. Le chitarre di Richards e Wood paiono sempre più anacronistiche, perse come sono –  spesso – in prestazioni che al giorno d’oggi si fatica ad accettare (da musicisti bianchi britannici della loro epoca). Il basso di Darryl Jones non c’entra nulla col mood del gruppo, ma questo lo andiamo dicendo da lustri ormai. Certo, sono gli Stones alle prese con qualche blues davvero notevole, e alla fine il disco fa la sua figura, ma ecco…teniamo i piedi per terra.

PS: Il disco è masterizzato altissimo, la compressione è da fuori di testa. In cuffia è quasi impossibile ascoltarlo, appena tocchi il volume va in saturazione.

 

NEWS: Bad Company “Run With The Pack” e “Burnin’ Sky”deluxe editions

7 Mar

Questa seconda sfornata di deluxe editions sarebbero dovute uscire l’anno scorso dopo la pubblicazione dello splendida LIVE 1977-1979; iniziavo ad essere preoccupato e poi oggi, all’improvviso,  il mio amico Fil mi dà l’imbeccata. Prossimamente nei negozi di dischi dunque le edizioni lusso del secondo e il terzo album della Bad Company. Ne parleremo approfonditamente qui sul blog, intanto però questa anticipazione.

Description
During a rare break from touring, Paul Rodgers, Mick Ralphs, Simon Kirke and Boz Burrell got together in France to record new songs using the Rolling Stones mobile recording studio. Those sessions produced Run With The Pack, a 10-song album that came out in early 1976 and rose to #4 in England and #5 in America, where it sold three million copies alone. Radio stations embraced the title track along with a cover of The Coasters’ Young Blood, while Silver, Blue & Gold became one of the band’s signature tracks, even though it was never officially released as a single.

The bonus disc that accompanies RUN WITH THE PACK: DELUXE EDITION includes unreleased early mixes for Honey Child and Simple Man, as well as an extended version of the title track. There s also the previously unreleased Let There Be Love, an outtake from the recording sessions. In fact, the acoustic version of Do Right By Your Woman, previously only available as the B-Side of the single release of Run With The Pack, is the only song on the bonus disc that has ever been previously released.

Tracklist
[CD1]
1. Live For The Music (Remastered)
2. Simple Man (Remastered)
3. Honey Child (Remastered)
4. Love Me Somebody (Remastered)
5. Run With The Pack (Remastered)
6. Silver, Blue & Gold (Remastered)
7. Young Blood (Remastered)
8. Do Right By Your Woman (Remastered)
9. Sweet Lil’ Sister (Remastered)
10. Fade Away (Remastered)

[CD2]
1. Live For The Music (Take 1, Alternative Vocal & Guitar)
2. Simple Man (Take 3, Early Mix)
3. Honey Child (Early Mix, Alternative Guitar Solo)
4. Run With The Pack (Extended Version, Alternative Vocal)
5. Let There Be Love (Take 1)
6. Silver, Blue & Gold (Take 1, Early Mix)
7. Young Blood (Alternative Vocal)
8. Do Right By Your Woman (Alternative Vocal)
9. Sweet Lil’ Sister (Live Backing Track)
10. Fade Away (Early Mix, Alternative Guitar Solo)
11. Do Right By Your Woman (Acoustic Version) (Remastered)
12. (I Know) I’m Losing You (Studio Jam)
13. Young Blood (Alternative Version 2)
14. Fade Away (Island Studios Demo)

 

During the summer of 1976, the band returned to France yet again to record 12 songs for what would become Burnin’ Sky. They chose Château d’Hérouville as the studio, which is where David Bowie would record Low later that same year. Burnin’ Sky was released in March 1977, and broke into the Top 20 in both the U.K. and U.S.

The BURNIN’ SKY: DELUXE EDITION bonus disc features unreleased versions of nearly every song on the album, including alternative takes and mixes of Man Needs A Woman and Morning Sun, plus the full version of Too Bad. The session tapes also unearthed Unfinished Story, a song that was completed, but never released.

Tracklist
[CD1]
1. Burnin’ Sky (Remastered)
2. Morning Sun (Remastered)
3. Leaving You (Remastered)
4. Like Water (Remastered)
5. Knapsack (The Happy Wanderer) (Remastered)
6. Everything I Need (Remastered)
7. Heartbeat (Remastered)
8. Peace Of Mind (Remastered)
9. Passing Time (Remastered)
10. Too Bad (Remastered)
11. Man Needs Woman (Remastered)
12. Master Of Ceremony (Remastered)

[CD2]
1. Burnin’ Sky (Take 2, Alternative Vocal & Guitar)
2. Morning Sun (Take 3, Early Version)
3. Leaving You (Take 1, Alternative Vocal)
4. Like Water (Take 1, Rough Mix)
5. Knapsack (The Happy Wanderer) [Early Run Through]
6. Everything I Need (Take 2, Rough Mix)
7. Peace Of Mind (Alternative Version)
8. Passing Time (Alternative Vocal)
9. Too Bad (Full Version)
10. Man Needs Woman (Alternative Vocal & Guitar)
11. Too Bad (Early Version, Mick Ralphs Vocal)
12. Man Needs Woman (Take 2, Early Version, Mick Ralphs Vocal)
13. Burnin’ Sky (Take 1, Alternative Vocal)
14. Unfinished Story

BAD COMPANY: Boz Burrell / Mick Ralphs / Paul Rodgers / Simon Kirke

NEWS: THE EQUINOX live LA ROTONDA ITALIANA, Reggio Emilia venerdì 10 MARZO 2017 ore 21

2 Mar

THE EQUINOX in concert

Venerdì 10 marzo 2017 ore 21 (!)
LA ROTONDA ITALIANA
Via Gramsci 98
42124 REGGIO EMILIA (zona Mancasale)

locandina-la-rotonda-italiana-2017

Breve riflessione su ZEIT dei TANGERINE DREAM – di Paolo Barone

27 Feb

Io e Polbi, benché spesso ci separi un intero oceano o un intero stivale di terra, siamo sempre in contatto: telefono, messaggeria facebook, sms (whatsapp no perché Barone è uno dei due o tre esseri umani ancora senza smartphone). Ci scambiamo impressioni, timori, riflessioni su questa porca vita, sulla musa par excellence (la musica insomma, lo dice la parola stessa),  sul mistero in cui – in quanto particelle dell’umanità – siamo immersi (di calcio no, al Michigan Boy non interessa purtroppo). Siamo amici insomma, in senso stretto.

Led Zeppelin III, side one, track 2

Led Zeppelin III, side one, track 2

L’altra sera, perso nei miei blues più feroci, ricevo un messaggio dove mi dice che anche lui è rimasto molto colpito dalla scoperta dei sette esoplaneti del sistema TRAPPIST-1

http://www.repubblica.it/scienze/2017/02/23/news/spitzer_il_telescopio_che_ha_scoperto_i_sette_esopianeti-159039871/?ref=HRLV-23

Me lo scrive perché in un mio post a tal proposito, su facebook, mi dicevo allibito nel leggere commenti di amici a cui questa scoperta frega meno di niente. Ci mettiamo a commentare brevemente questa cosa, poi io includo il link a STAIRWAY TO THE STARS dei BLUE ÖYSTER CULT:

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Lui mi risponde con “Io mi perdo a pensare ad oceani sconosciuti persi nel vento delle stelle….Giuro, mi sono ascoltato 20 minuti da Zeit dei Tangerine Dream pensando a questa meravigliosa scoperta. Che roba. Si, apre futuri totalmente diversi.” e poco dopo, mi manda la riflessione che trovate qui sotto. Sì, lo so, è una space oddity questo post, ma io e Polbi oltre ad essere uomini di blues siamo anche due starmen, e quindi…

zeitfront

Per una volta scordatevi tutto. Lasciate perdere la musica, le canzoni, la vita su questo pianeta e partite in un viaggio astrale con Zeit dei Tangerine Dream. Zeit vuol dire Tempo ed e’ il disco, o per meglio dire il “mezzo”, piu’ cosmico che esseriumani abbiano mai fatto. Un immersione totale nelle profondita’ piu’ remote dello spazio profondo, un esperienza ultraterrena.

Prendete una copia in cd per ascoltarlo senza dover fare cambio di astronave fra una facciata e l’altra, e poi magari procuratevi anche il vinile per godervi la splendiada copertina fatta dallo stesso Forese. Ascoltatelo come vi pare, sullo stereo ad alto volume sprofondati nel suono, oppure in macchina o mentre fate le faccende per casa, non ha nessuna importanza il come, sara’ sempre un esperienza pazzesca.

Preparatevi a 70 e passa minuti di paesaggio interstellare, costellazioni oscure e minacciose, lande desolate e tramonti in galassie inesplorate. Zero musica, nessuna melodia, ma i suoni dello spazio profondo registrati con l’ecoscandaglio astronomico dei Tangerine con synth, organi e archi. Nell’equipaggio all’inizio e’ imbarcato anche Florian Fricke dei Popol Vuh con il suo gigantesco Moog preistorico. Ci spalanca le porte di un buco nero nel brano iniziale, e poi sparisce per sempre insieme a un misterioso quartetto d’archi extraterrestre, per lasciarci proseguire da soli con i tre Forese, Baumann e Franke ormai fuori da ogni mappa cosmica.

Nei momenti giusti i piu’ coraggiosi psiconauti hanno affrontato Zeit in un unico lungo viaggio senza soste, ma potete anche fermarvi fra i quattro lunghi brani che lo compongono e riprendere il volo in un altro momento. Potete leggere mentre guardate pianeti giganteschi passarvi accanto dal finestrino, oppure dormire un po’ cullati dalle pulsazioni soniche. O restare incollati ai comandi dell’astronave che ormai viaggia senza controllo, sospinta dal vento delle stelle verso un naufragio omerico.

Potete fare quello che volete con Zeit, tanto e’ un disco che non si riuscira’ mai ad esplorarlo davvero, nemmeno dopo anni. E poi i titoli dei brani: Birth of Liquid Plejades; Nebulous Dawn; Origin of Supernatural Probabilities; Zeit…Non c’e’ un cazzo da fare, questo non e’ un disco ma un universo a se’ che solo Dieter Dierks poteva registrare nel suo leggendario studio di Colonia.

Probabilmente il disco(?) piu’ singolare e misterioso che ho ascoltato e posseduto in tutti questi anni.

Paolo Barone©2017

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Andare a Genova a (ri)vedere il film THE SONG REMAINS THE SAME

24 Feb

Cosa mi porti ad andare a Genova un martedì pomeriggio per vedere il film dei Led Zeppelin THE SONG REMAINS THE SAME proprio non so. Certo, mi incontrerò con alcun fan assai noti del nord Italia, il cinema lo gestisce uno di loro, magari risentirò il brivido che provavo laggiù fine anni settanta/inizio ottanta le volte che era in cartellone nei cineforum e lo andavo a vedere in qualche cinema di provincia, ma credo ci sia qualcosa in più. Temo sia il mio bisogno di distrazioni, di costruirmi il mio misero sogno on the road, di non rassegnarmi all’avanzare dell’età e di passare le serate davanti a Sky.

E’ con questo umore un po’ sghembo che salgo sulla mildly blues mobile direzione Genova insieme alla groupie. Ad oltre metà percorso, sull’autostrada della Cisa, ci fermiamo in un autogrill;  ci sono pullman di tifosi napoletani – scortati dalla polizia –  che vanno a Madrid per la partita di Champions League. L’autogrill è imballato, la determinazione (chiamiamola così) dei partenopei è evidente. Il flusso per entrare nella toilette degli uomini è costante. Gente in ciabatte, canne esibite senza nessun timore, voci alte, saluti e abbracci in un idioma molto lontano dal mio. Poco rispetto per gli altri avventori. Far la fila alla cassa non se ne parla nemmeno. Meglio salire in macchina e trovare un altro posto per pisciare.

Entrare a Genova è un sport estremo. Strade strette, palazzi costruiti uno sull’altro, il poco spazio a disposizione tutto occupato. Non deve essere facile spostarsi in una città del genere. Arriviamo in zona Cinema dei Cappuccini, non ci sono parcheggi liberi, trovo un buco per pura fortuna. Parcheggio a pagamento. 25 centesimi ogni sei minuti. Alla faccia! Infilo 5 euro di monete e mi incammino verso il cinema. Il posto è molto carino, accogliente, elegantemente blues.

https://www.cinemacappuccini.com

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Amduscia mi accoglie con un abbraccio. Sono ormai alcuni anni che siamo in contatto, finalmente ci si incontra di persona. Do un’occhiata alla esposizione di bootleg dei LZ relativi al tour americano del 1973. Amduscia è un collezionista, si vede. Le confezioni sono una meraviglia.

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Poco dopo arrivano anche i milanesi: Dadgad, Alberto LG, Alber M. Alberto LG ormai lo conosco bene, è uno dei collezionisti italiani di memorabilia più rinomati. E’ la prima volta che incontro dal vivo Dadgad, una istituzione mondiale nel giro del mondo Zeppelin. Mi presentano anche l’altro Alberto. Curioso, siamo tutti fan dei LZ e Interisti sfegatati.

Trovare un posto dove cenare non è semplice, è San Valentino, ma alla fine riusciamo ad imbucarci in un ristorante lì vicino.  Sussurro alla groupie: “Povera te,  ti faccio passare la sera di San Valentino insieme a delle Led-Head a guardare The Song Remains The Same”.

Chiedo ai ragazzi quale è il loro concerto preferito dei LZ. Per Dadgad è la sera del 27/4/69 al Fillmore West, per Alberto LG una data del tour estivo americano del 1972, per Alberto M lo show alla Royal Albert Hall del 9/1/70. Io rimango fedele al L.A. Forum 3/6/1973.

Di nuovo al cinema. Incredibilmente la sala si riempie. Sono basito. Quasi 150 persone che un martedì sera di febbraio, nella giorno di San Valentino, vengono a vedere un vecchio “polpettone” (così lo recensì Renzo Arbore) relativo a tre concerti del 1973 dei LZ a New York.

Pensavo di annoiarmi, e invece…quante volte avrò visto il film? Almeno 13 nei cinema 35/40 anni fa, e altre decine grazie alla VHS, al DVD, al blu ray, eppure non tolgo mai gli occhi dallo schermo. La mente corre al tempo passato, quando questo film era tutto quello che avevamo, quando andare a vederlo al cinema era come andare ad un concerto, con i pubblico che applaudiva qualche passaggio particolare o alla fine dei brani.

TSRTS al Cinema Cappuccini - Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

TSRTS al Cinema Cappuccini – Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

Per un momento raggiungo l’estasi. Succede in DAZED AND CONFUSED, un paio di minuti di quelle improvvisazioni furibonde di Page dopo la sezione con l’archetto di violino mi catapultano nelle profondità siderali. Mi sorprendo di questa cosa e me ne compiaccio: che dopo 40 anni di amore io riesca a provare brividi così intensi è una cosa sublime. Che razza di chitarrista era Jimmy Page! Allora non ce ne era davvero per nessuno. La capacità di improvvisare in quel modo era davvero unica.

TSRTS al Cinema Cappuccini - Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

TSRTS al Cinema Cappuccini – Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

Termina il film e il pubblico applaude. Incredibile. Non si tratta dei ragazzini di 40 anni fa, ma di adulti di 40/50/60 anni, eppure il battimani sgorga spontaneo. Mentre passano i titoli di coda con la versione da studio di STH in sottofondo e le immagini dei quattro che salgono sul loro Boeing personale,  chiamo la groupie all’ordine, meglio andare, ci aspettano un sacco di km; lei non ne vuole sapere, vuole godersi il tutto fine all’ultimo. Lo schermo si spegne, le luci si accendono, ora possiamo andare.

Abbraccio i ragazzi. It’s been great. Genoa, goodnight!

Amduscia, SlimTim, Dadgad, Alberto LG - Cinema cappuccini Genova 14/2/2017 (foto saura T)

Amduscia, SlimTim, Dadgad, Alberto LG – Cinema cappuccini Genova 14/2/2017 (foto saura T)

In autostrada, la groupie si appisola. Io  penso alla dose di autodisciplina che ci vuole per affrontare un’ avventura del genere. Constato ancora una volta che la mia forza di volontà è ancora tanta, malgrado qualche scricchiolio. Forzare un po’ la mano serve per tenere l’animo in tiro, per capire di essere ancora in grado di compiere qualche piccola pazzia, per far si che Forever Young non sia soltanto una canzone.

Arriviamo alla Domus Saurea verso le 2. Prima di addormentarmi leggo qualche pagina del libro che ho iniziato qualche sera fa; dopo poco mi sovviene un pensiero, guardo la copertina e penso: dunque, mi sono appena fatto 470 km in giornata per andare a vedere il film The Song Remains The Same, sono le quasi le 3, domattina devo essere in ufficio presto e sono qui a leggere la nuova biografia (di 700 pagine) in inglese (!) di Jimmy Page, scritta da Martin Power! Domani, dopo il lavoro, meglio che mi iscriva ad un centro di zeppelinisti anonimi. Come diceva il mio amico Tommy, incapace di interrompere la visione del film in questione, “non riesco a staccarmi, ma cosa c’è lì dentro, la droga?”.

 

Blue note blues: gli effetti che certe canzoni hanno sugli uomini di blues di una (in)certa età – di GC

23 Feb

Il nostro GC riflette sugli effetti che certi canzoni, certi testi, certi assolo hanno su di noi, e mentre lo fa non può che riconoscere che as time goes by il nostro animo tende spesso sempre più alla tenerezza. Sì, questo un il blog per l’uomo di blues, avevate qualche dubbio?

 

Con una frase tanto scontata quanto banale, potrei dire che… “il rock and roll mi ha salvato la vita”. Una passione bruciante, un deliquio giovanile, trasformato negli anni in una parvenza di lavoro professionale. Un modo come un altro di vivere. Un lavoro improvvisato, che non ha avuto maestri, che mi sono inventato da solo, con tanta faccia tosta e una notevole dose di culo. Perché le sliding doors, i casi della vita, esistono. Sono quelli che fanno sì che uno studente universitario abbia la possibilità di lavorare in strutture dove solo i qualificati, o i raccomandati, riescono ad arrivare. Ed io non ero, non sono, né l’uno, né l’altro. Un uomo fortunato, un abile truffatore, un mestierante astuto in mezzo a una pletora di capre ignoranti, cascate lì per velleità o desiderio di fama. O presunzione, millantatori sfacciati dalla doppia vita : una reale ed una cui aggrapparsi per credere di essere ciò che non si sarà mai. E in mezzo alle capre, anche un pollo può fare la sua figura. Non importa esattamente quale sia l’ambiente, non è di questo che vorrei parlare. Penso solo, molto spesso, che fine avrei fatto se non avessi amato quelle note, se non mi fossi inventato un modo di sopravvivere…chissà. Ma neppure questo è importante. Vorrei riflettere d’altro. Come se davvero fossi da solo, come sono davvero in questo momento.

alone

Non sto effettivamente scrivendo, sto solo cercando di fissare i miei pensieri su uno schermo con la speranza di capire cosa mi stia succedendo, per realizzare se sia l’unico ad avere certe…reazioni. Forse mi accade perché parlo sempre meno. Anche di musica. Perché trovo sempre più superfluo scriverne. Perché non ho contraddittorio o perché ho sempre avuto difficoltà a esprimere i miei sentimenti, qualunque essi fossero. O perché con il tempo le reazioni cambiano, si raffinano, diventano come piccoli bisturi che sezionano i tuoi pensieri, specialmente quando provi a raccontarli, a voce, a qualcuno. Chiunque esso sia. La verità è che mi riesce sempre più arduo, raccontare anche i miei più banali perché al mio interlocutore. Non riesco più a dire quel che provo senza scivolare, perdere equilibrio, senza trovarmi un nodo alla gola che imbarazza me e chi mi ascolta.

C’è stato un tempo in cui mi succedeva quando ero solo. Ascoltavo un brano che amavo in modo particolare e ad occhi chiusi, muovendo le mani, inventando assolo immaginari con le mie mani, sentivo letteralmente alzarsi i peli delle braccia, un brivido lungo la schiena, una frazione di secondo mi scuoteva mentre davanti agli occhi mi passavano dozzine di frame, di frasi dette e dimenticate, di episodi quasi non vissuti. Ma reali. Ma ero solo, potevo. Certamente, mi domandavo se quei micro-orgasmi acustici fossero comuni ad altri, se tanti, come me, vivessero certe sonorità come una esperienza letteralmente fisica. E per assecondarmi mi dicevo sempre di sì. Sono sempre stato rassicurante con me stesso. Era sempre e solo il potere della Musica.

potere-della-musica

Adesso, però, l’asticella si è alzata. Posso solo dire che non mi accada sempre, ma la frequenza con cui mi trovo a combattere con il Mostro Cattivo che mi vuole veder balbettare è sempre più ravvicinata. No, non riesco più a spiegare, a raccontare, a descrivere certe cose senza trovarmi a lottare con un groppo alla gola. La voce si spezza, tossisco per camuffare, sento le lacrime negli occhi, sono costretto a evitare le parole che sarebbero adatte e a ricorrere invece a futili banalità, asciocche perifrasi per descrivere quello che, al contrario, vorrei far risaltare. Quello che per me, merita di essere compreso, assimilato in tutta la sua bellezza. Mi commuovo, insomma. Vengo assalito da una avvolgente nostalgia, dalla paura di esprimermi, fatico ad andare avanti…come descrive Gaber nel suo “L’anarchico”… “A un certo punto ho sentito una sporca dolcezza, una schifosa pietà prendermi alla nuca e anche alle gambe”…ma mentre lui, l’Anarchico, sviene, io resto in piedi, con il mio imbarazzo.

 

La prima volta fu alcuni anni fa, quando, ascoltando “Wish you were here” e sentendola descrivere come la canzone della mancanza, tentai di spiegare che, per me, era invece il brano del disastro esistenziale, del fallimento assoluto, della rovina psicologica, del racconto di chi non aveva saputo dire le parole giuste e le cercava quando era ormai troppo tardi. E ricordo perfettamente che la mia emozione venne scambiata per uno specifico ricordo personale. Comodo, ma forse non era proprio così.

Mi accadde ancora, e ancora, con testi e musiche più disparate… Mina, Dylan, Young. Cento altri. Ricordo ancora che un giorno, qualche anno fa, attraversando il cimitero dove riposano i miei, capitai per caso davanti alla tomba di un poeta e chansonnier locale, uno bravo. Non mi angosciano i cimiteri, anzi, a volte, quando ho tempo, li attraverso, cercando qualche amico, qualche volto che ho incontrato negli anni. Ma quando lessi l’iscrizione sulla lapide, una frase checon mio padre avevo ascoltato cento volte, in viaggio in auto, scappai via per non perdere l’equilibrio. Ma c’è di peggio. Pochi giorni or sono, traducendo per caso la introduzione di “Got to give it up” dei Lizzy fui costretto a chiudermi in bagno, per pochi secondi, prima di tornare a raccontare che, sì, quella canzone era l’ammissione della resa, la speranza di una sopravvivenza che non ci sarebbe stata, la sfida alla propria guerra personale. Persa. Avevo somatizzato una battaglia non mia.

Ma è durissimo. E difficile sapere di potersi trovare, in un attimo, con quel rospo in gola che ti assale e ti lascia lucidissimo, ma altrettanto debole. Indifeso e trasparente. Come se in quel momento i ricordi e le memorie di una vita, senza manifestarsi, decidessero, tutte insieme, di venir fuori lasciandoti nudo come un verme davanti al giudizio altrui. No, non riesco più, in certi giorni, ad ascoltare l’assolo di Watermelon e spiegarne l’essenza del contenuto a chi ho davanti,

o ad affrontare quello di Confortably Numb; non ce la faccio a sentire Page che schiaccia il pedale o ascoltare Rory che dipinge il suo bar vuoto, con la chitarra. Sono diventato… “un caruso debole”, come direbbe un mio amico siciliano e non è sempre possibile mostrarsi per ciò che si è. O si è divenuti.

Cerco di giustificarmi, di dare una spiegazione razionale a tutto questo. La razionalità è sempre nemica delle emozioni. E mi dico che è il trascorrere del tempo, l’invecchiare, che ci fa venire a galla quei ricordi che non aspettano altro di aggredirti non appena mostri il fianco. Ma in questi ultimi tempi mi accorgo di emozionarmi anche per…un film, una frase, una fotografia, un oggetto che riemerge da un cassetto, un brandello di vita che, chissà perché e chissà come, sbuca dalla fossa del nulla dei ricordi e ti si aggrappa alla gola.

Mi sforzo di capire perché, ad esempio, parlando con una amica del rapporto che legava Dylan alla Baez e poi alla moglie Sara, scivolo sul testo di “Diamonds and rust” e mi blocco, non riesco a spiegare come e perché per me quei ricordi della Baez siano la cristallizzazione del dolore assoluto, della perdita della persona più amata, quella per cui “moriresti lì ed in quel momento”…semplicemente ricordando una passeggiata al freddo. Così deglutisco e faccio uno sforzo immane per non chiudere gli occhi, pieni di lacrime che mi sembrano sempre più incomprensibili.

O forse no. Forse sono scampoli di vita che chissà come e perché si sono legati a note, parole emozioni aliene e che sono divenute, per qualche scherzo inconsapevole del destino, elementi scatenanti di ricordi che credevi di aver rimosso : la musica come archivio subliminale della tua stessa vita. Forse è solo perché ti rendi conto che ti sta volando via sotto il sedere anche se ti senti ancora un ragazzino. Così scelgo di non provare più a commentare quello che ascolto, di non spiegare più a nessun estraneo il come ed il perché di una storia che per me ha avuto, ed ha sempre più, un ruolo importante in quel mosaico casuale che è la mia esistenza. Tengo tutto per me, nascondo, fingo di dimenticare, mi sforzo di non riflettere. Ed esattamente come “l’Anarchico” di Gaber gioco con la mia finta cattiveria, divenuta infine una tenera pietà, truffando ancora una volta me stesso. Ed ancor più precisamente, proprio come il personaggio di “If you see her say hello” di Dylan, rivivo il mio passato, attraverso la musica, avendone nel cuore ogni immagine, che è volata via troppo velocemente. Ha ragione il Bob : “Non mi sono mai abituato, ho solo imparato a nasconderlo… al tempo stesso sono troppo sensibile o sto diventando tenero”…ecco…un’altra canzone di cui sarà bene non trovarmi mai a parlare in pubblico… Cercherò di convivere con questa piccola maledizione, con questa schifosa tenerezza che sta diventando la mia compagna di ogni giorno e, lo giuro, ascolterò e farò ascoltare ai miei ospiti occasionali solo dozzinali ritmiche, toste e prive di qualsiasi appiglio alla vita che purtroppo ci rende così stupidamente trasparenti e aggredibili con il suo profumo di nostalgia irripetibile. Continuerò a commuovermi da solo, davanti a quella inevitabile consapevolezza della semplicità delle nostre vite che la stupidità della gioventù mi aveva nascosto. Senza sapere se tutto questo accada anche ad altri. Non importa. O forse sì.

GC©2017

The Lunatics: storie, bizzarrie e fasi lunari dei PINK FLOYD di Paolo Barone

20 Feb

Una riflessione del nostro Polbi sul lavoro dei THE LUNATICS a proposito dei PINK FLOYD.

Tutti i paesaggi pongono la stessa domanda con lo stesso sussurro: Io sto guardando te – tu ti riconosci in me? ( Laurence Durrell)

Ho incontrato i Lunatics per la prima volta a Roma, all’Auditorium della Conciliazione, in una serata che loro e Guido Bellachioma avevano organizzato per celebrare Atom Heart Mother. Ero rimasto molto colpito dalla mostra che avevano allestito nel salone dell’Auditorium e in particolar modo ancora ricordo una copia originale del poster di 14th Hours Technicolor Dream, una meraviglia che non avevo visto mai, nemmeno nella esibizione ufficiale dei Pink Floyd a Parigi. Scambiai poche parole complimentandomi con loro e acquistai il loro primo libro, Storie e Segreti.

The Lunatics Pink Floyd Storie e Segreti

The Lunatics Pink Floyd Storie e Segreti

Leggerlo fu una sorpresa,  per certi versi il libro piu’ interessante che avessi mai letto sulla Band. Ricchissimo di approfondimenti sulle molte vicende Italiane dei Pink Floyd, ma anche in grado di seguire una cronologia fatta di piccole scoperte e storie poco note, il tutto corredato da foto e interviste mai banali, capaci a loro volta di aprire altrettante strade e riflessioni nel mondo Floydiano. Insomma, un inaspettato capolavoro, che per quanto ne so e’ anche il frutto di un anomalia nel panorama dell’editoria Rock. Non mi viene in mente nessun lavoro collettivo portato avanti da un gruppo di appassionati, che abbia prodotto risultati di questo livello e spessore.

Non un classico fanclub, ma un piccolo gruppo di collezionisti, esperti e studiosi del Fluido Rosa i Lunatics sono Nino Gatti, Stefano Girolami, Danilo Steffanina, Stefano Tarquini e Riccardo Verani. Ormai una vera autorita’ internazionale nel campo, hanno realizzato molte mostre, convegni, interviste, trasmissioni radio e concerti, ma soprattutto hanno pubblicato per Giunti tre volumi fondamentali. Lo splendido Storie e Segreti di cui sopra, Il Fiume Infinito – un analisi accurata di ogni brano prodotto dai Pink Floyd dalla nascita ad oggi, e ora il loro ultimo lavoro: Pink Floyd a Pompei – Una Storia fuori dal Tempo.

The Lunatics Pink Floyd A Pompei

E’ un libro riuscitissimo che ogni appassionato di musica Rock e/o Arte contemporanea dovrebbe leggere.

Perche’ il film Pink Floyd at Pompeii e’ a tutti gli effetti uno splendido lavoro di arte contemporanea piu’ di ogni altra cosa. Pensato, realizzato e fortemente voluto dal regista Adrian Maben, si colloca molto piu’ logicamente fra le opere di Christo o le pellicole piu’ anomale di Herzog che nell’ambito dei film Rock.

I Lunatics riescono a raccontare insieme allo stesso Maben di quest’opera senza tempo, attraverso quasi duecento pagine che ci accompagnano nei momenti piu’ famosi e negli angoli piu’ nascosti e affascinanti di questa storia. Si viaggia nel tempo, il principale protagonista di questo lavoro, e ci si sposta fra Italia, Francia, Inghilterra, Germania e Stati Uniti, seguendo le avventurose vicende di questa pellicola che pur essendo un opera di Maben, non sarebbe mai potuta nascere senza il determinante contributo di moltissime persone sparse per il mondo. Il libro ce le racconta in prima persona, con interviste e schede biografiche, ci racconta delle loro storie e di come Live at Pompeii abbia attraversato e cambiato le loro vite professionali e umane.

Un opera in continuo mutamento ed evoluzione Live at Pompeii, che per ammissione dello stesso Maben non sappiamo ancora se abbia raggiunto uno stato definitivo con il Director’s Cut, o se verra’ ancora ritoccata nel prossimo futuro, rivendicando da parte del regista il diritto di ogni artista a tornare a lavorare sulle sue cose, in ogni modo e tutte le volte che ne senta il bisogno.

Ma questa oltre che una vicenda di umani e’ anche e molto una storia di un luogo sospeso nel tempo, Pompei. “ Tutti i paesaggi pongono la stessa domanda con lo stesso sussurro ‘ io sto guardando te – tu ti riconosci in me?’ .

Seguendo il senso di questa frase di Lawrence Durrell, catturata in un appunto del regista Adrian Maben nella sua casa nel cuore di Parigi, i Lunatics ci aiutano a vedere come Pompei stessa oltre ad essere la naturale protagonista del film, abbia accolto i suoni dei Pink Floyd e ne sia stata poi a sua volta in parte cambiata, e proiettata in una dimensione differente che ancora oggi risuona nelle pietre del suo anfiteatro.

C’e’ molto amore in queste pagine, e lo si percepisce in ogni frase. Non ci sono elenchi noiosi, schede tecniche e riflessioni distaccate. E’ un lavoro emotivo dall’inizio alla fine, e forse questo oltre al gigantesco lavoro di ricerca e’ il suo vero punto di forza.

Ci si riconosce in questo libro, forse diventato un paesaggio anche lui; si segue un percorso con dei passaggi e delle sensazioni nostre, e ci si ritrova davanti a molte suggestioni che tutti abbiamo provato vedendo questo film, visitando Pompei, o anche soltanto, a volte, ascoltando il silenzio, il suono del vento in qualche posto particolare.

E’ bello leggerlo e poi guardare il Dvd che avevamo a casa, con uno sguardo ora inevitabilmente diverso.

I Lunatics hanno un sito internet thelunatics.it e una pagina Facebook molto attiva.

I loro libri pubblicati da Giunti sono facilmente reperibili in tutte le librerie e su Amazon.

NB: mercoledì sera 22 febbraio 2017 i LUNATICS saranno ospiti del nostro amico DONATO ZOPPO su RADIO CITTA’ BENEVENTO. Qui sotto il link con i dettagli.

http://www.donatozoppo.it/news/rock-city-nights-n-27-wednesday-rock-on-air-mer-222/

 

The Lunatics Pink Floyd Il Fiume Infinito

The Lunatics Pink Floyd Il Fiume Infinito

RICK WAKEMAN Udine, Teatro Nuovo, 9 febbraio 2017

17 Feb

Rick Wakeman cala in Italia anche quest’anno e Saura naturalmente scalpita. Le date sono due, Trento e Udine, un mercoledì e un giovedì. Per Trento si organizza con una amica, tutto si svolge bene, incontra Rick “solo” nel dopo concerto quando il gigante di Perivale si ferma con i fan e poi torna a casa. Giovedì mattina si alza con comodo e mi chiama. Io sono in ufficio indaffarato. Cerco di convincerla di non andare anche a Udine.

“Insomma” le dico “lo abbiamo già visto più volte in versione Piano Solo, lo hai già visto in Inghilterra con la band, lo abbiamo visto alla O2 Arena di Londra con l’orchestra, lo hai visto ieri…accontentati”

Questa è una scenetta che si svolge ormai da mesi, so che la groupie non molla l’osso così gioco la carta del senso di colpa:

“Senti, sono due anni che io in primavera vorrei farmi una settimanina in un posto esotico, l’anno scorso nisba perchè in giugno siamo andati a Londra a vedere Wakeman, quest’anno idem perché in marzo andremo all’Hammersmith Odeon a vedere Anderson, Rabin e Wakeman e ora vuoi che si vada in giornata a Udine per rivedere Rick…non ti sembra di esagerare?”

Ma sono gli ultimi anni, sono musicisti di una certa età, avremo tempo per andare in Costa Rica…, e poi posso andare a Udine anche da sola”

“Primo: da sola non ti lascio andare, secondo: dimentichi che sono un uomo di una (in)certa età anche io. Vorrei farmi qualche giretto finché sono più o meno in forma e giovane (ehm…)…e poi dai, Udine in giornata è una pazzia, è una sfacchinata, si tornerebbe tardissimo, domattina dovrò essere in ufficio… “

“Sì lo so, però tu faresti lo stesso per Jimmy Page…”

Silenzio.

Ho una socia comprensiva, mi prendo il pomeriggio. Esco dall’ufficio di corsa, dopo circa un’ ora arrivo alla Domus Saurea, una doccia, una pasta e via, direzione Udine. La Sigismonda (la mildly blues mobile insomma) rolla placida sulla A1 e quindi sulla Bologna – Padova. Poi la Milano – Venezia e quindi sempre più su. Una volta lasciato il Veneto il paesaggio sa di Deserto dei Tartari o comunque di Mitteleuropa. Poco dopo le 18,30 siamo a Udine, guardo il contachilometri parziale: 336.

Ci aggiriamo nei pressi del Teatro Nuovo, c’è una sibiola* mica da ridere così ci rifugiamo in biglietteria. Siamo in contatto con Claudio, il promoter, da lì a poco dovrebbero arrivare. Nel frattempo si materializza anche Umberto, un nostro amico bolognese super fan degli Yes. Sta passando un periodo difficile, lo abbraccio con affetto.

Verso le 19,30 attraversiamo l’entrata riservata agli artisti insieme a Claudio, Paolo e Paolo, lo staff italiano di RW. Vediamo di sfuggita Rick che si fionda sul palco a provare il piano a coda che userà stasera. Torna dopo pochissimi minuti, d’altra parte ha un piano anche nel camerino per esercitarsi. Claudio chiede a Rick se si ricorda di noi, e il biondo di Perivale è così gentile da esclamare “Sure!”. Non so se sia vero, certo ci ha già visto diverse volte, siamo già stati back stage insieme a lui però, chissà. Lo lasciamo in pace nel suo camerino; Rick si esercita al piano mentre io Claudio e Paolo (il dottore di Rick) chiacchieriamo amabilmente.

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Poi Rick si affaccia nel camerino dove siamo noi e iniziamo a conversare. Finisco anche stavolta a parlare di calcio. Rick è un appassionato, lo si capisce da come ne parla. Il Brentford (che milita in Championship, la serie B inglese) è la sua squadra del cuore, insieme al Manchester City. Parliamo delle sue due squadre, della mia (la beneamata insomma), di Mancini, Conte, De Boer, Guardiola. Mi piace parlare di football col vecchio Rick. Gli chiedo se posso scattargli una foto insieme a Saura, lui sa che è una sua fan scatenata e accetta di buon grado.

Saura e Rick - Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Saura e Rick – Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Saura ha in mano un vecchio libro su RW, lui lo prende e, prima di autografarlo (“to Saura, lots of love, RW”), riguarda divertito certe foto. Una lo ritrae in mutande al pianoforte e dice “10 minuti dopo questo scatto fui arrestato, allora ero davvero un bad boy”. Poi ci racconta di quando fu arrestato a Leningrado nel 1982 e aggiunge “sono fortunato ad esserne uscito.”

Poi ci scattiamo una foto insieme. Lo ringrazio molto per la sua disponibilità. E’ una cosa che mi colpisce ogni volta, non delude mai nessuno, è sempre (sempre!) pronto ad accontentare i fan.

Tim & Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Tim & Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Sono ormai le 21. Qualcuno viene ad avvisare che tra 5 minuti si va in scena. Rick ci saluta “meglio che vada a lavorare adesso!”. Io e Saura prendiamo i nostri posti nel teatro. Ci sono più di 400 persone, il colpo d’occhio non è niente male. Questa è la quarta volta che vedo il suo spettacolo Piano Solo, pensavo di annoiarmi, ed invece me lo godo tutto.

Ci sono momenti in cui la sua performance è strabiliante. Il medley di 3 delle 6 mogli, il medley di Re Artu’ e Viaggio Al Centro Della Terra contengono momenti pianistici di una bellezza, di un virtuosismo, di un fascino incredibili. Mentre lo guardo suonare nel silenzio assoluto del teatro, elaboro il fatto che Wakeman è il musicista più bravo che io abbia mai visto dal vivo. Sono un Emersoniano, non è facile arrivare a questa conclusione, ma il talento pianistico di Rick mi tocca profondamente. Mi piace perché mette il suo virtuosismo al servizio della musica, non se la tira, non fa scena, ma – ripeto – suona come non ho mai visto suonare nessuno.

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Lo show dura poco più di un’ora e mezza. Wakeman riceve applausi fortissimi. Alla fine la standing ovation esplode in modo naturale. Che musicista ragazzi. Ci riversiamo nel foyer, alcune decine di fan rimangono ad aspettarlo. Poco dopo si presenta. Ha un momento per tutti. Che rockstar disponibile e paziente che è!

Mentre ci dirigiamo all’uscita gli dico: “Complimenti Rick, hai suonato magnificamente. Non lo dico tanto per dire né per compiacerti, ma sei stato bravissimo”.“Grazie, sei molto gentile. Sai una cosa? Sto diventando vecchio. Dopo i concerti sono stanchissimo”.

Andiamo a mangiare qualcosa in un ristorante lì vicino. Con Claudio ci scambiamo storielle Rock, è sempre molto interessante confrontarsi con lui.

Essere a cena con RW fa sempre effetto. Non è la prima volta,  però – per quanto lui sia affabile, disponibile e gentile – quando elabori il fatto ti viene da scuotere la testa e dire “ma pensa un po’!

Paolo e Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Paolo e Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Usciamo dal ristorante. Salutiamo tutti, per ultimo Rick. “Arrivederci Rick, ci vediamo all’Hammersmith Odeon, tra poco più di un mese”.

Verrete anche là? Siete pazzi. Vedremo di prenderci cura di voi. Ci vediamo presto allora”.

Usciamo da Udine e iniziamo la rotta sulle autostrade. Sulla Padova-Bologna do il cambio a Saura. Lei si adagia sul sedile (riscaldato) e si appisola. La guardo dormire beata. Un’altra serata memorabile passata insieme a RW. E’ una fan fortunata, poter seguire (e in qualche modo frequentare) la sua rockstar preferita con questa frequenza non è da tutti. Io ne so qualcosa.

Arrivati alla Domus Saura, una doccia, un thè, qualche coccola a Palmiro. Ci infiliamo sotto le coperte; sono 4,30. Tra 3 ore la sveglia. Va beh, che importa, d’altra parte come dice Pike, is just anothe Tale From Massenzatic Oceans.

 

* (in reggiano-modenese: vento freddo)

 

GLENN COOPER “Il Segno della Croce” (2016 Editrice Nord) – TTT½

13 Feb

Ho parlato spesso di Cooper sul blog sull’onda dell’entusiasmo dei suoi primi tre libri anche se, a dire il vero, man mano che si aggiungevano nuovi romanzi l’ardore per questo autore si spegneva lentamente.

IL SEGNO DELLA CROCE si sviluppa attraverso i soliti canoni di Cooper: religione, storia, archeologia, scienza avviluppate a suspence e tensione, il genere thriller insomma. Mi ero accostato al libro con qualche preconcetto, ma ora che lo ho finito devo dire che si legge volentieri. Nulla di incredibile, ma il proprio tempo lo si può impiegare in modo assai peggiore.

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Come ho scritto più volte parlando di romanzi e di thriller non sono snob, non disdegno affatto questo genere di libri, se la lettura è scorrevole, il soggetto gradevole e l’ambientazione dignitosa me li leggo volentieri.
Il SEGNO DELLA CROCE gira intorno ai deliri di onnipotenza di nazisti odierni ossessionati dal potere che reliquie inerenti a Gesù Cristo (la lancia che ne trafisse il costato, le spine della corona, i chiodi della crocefissione) riescono a scatenare. Come spesso capita nei libri di GC si va a spasso in più epoche, ma tutto risulta chiaro e lineare. Un po’ scontata l’attrazione tra i due protagonisti, un po’ frettolose e forse non troppo realistiche certe situazioni di lotta, ma tutto sommato niente male.

SINOSSI:

Intorno a loro, si apre l’infinito deserto di ghiaccio e vento dell’Antartide. Dopo ore di faticoso cammino, il gruppo di uomini raggiunge il punto segnato sulla mappa. E lo individuano: l’ingresso di una caverna scavata decenni prima da chi li ha preceduti in quel continente disabitato. Quando entrano, in religioso silenzio, si trovano davanti un museo ideato per conservare reperti che il mondo crede perduti per sempre. Ma quegli uomini sono arrivati lì per due oggetti soltanto. E adesso li stringono tra le mani. Ne manca ancora uno, poi l’alba di una nuova era sorgerà sul mondo.

In un piccolo paese dell’Abruzzo, un giovane sacerdote si alza dal letto. Il dolore è lancinante. La fasciatura intorno ai polsi è intrisa di sangue. Con cautela, il prete scioglie le bende. Le sue suppliche non sono state esaudite, le piaghe sono ancora aperte. Il sacerdote chiude gli occhi e inizia a pregare. Prega che gli sia risparmiata quella sofferenza. Che gli sia data la forza di superare quella prova. E che nessuno venga mai a conoscenza del suo segreto.

Una ricerca iniziata quasi 2000 anni fa e giunta solo oggi a compimento. Un’ossessione sopravvissuta alla guerra che segnerà il destino di tutti noi. Una storia la cui parola «fine» sarà scritta col sangue…

Questo romanzo è un invito. Un invito a vivere un’avventura appassionante, ricca di mistero e svolte inaspettate. Ma anche un invito a esplorare l’indistinta linea di confine che separa Storia, religione e scienza, un territorio ambiguo e affascinante che Glenn Cooper ci ha fatto conoscere – e amare – fin dai tempi del suo fortunatissimo esordio narrativo, La Biblioteca dei Morti.

NEWS: Paul Rodgers 2017 UK Tour / Yardbirds live album / Addio a Ritchie Yorke / LZ bootleg Sonic Boom della EVSD

8 Feb

PAUL RODGERS

Rodgers in maggio sarà di nuovo in tour nel Regno Unito. Secondo me esagera un po’, ha terminato in ottobre dello scorso anno la tournée britannica della Bad Company ed ora è di nuovo lì. Saranno date dedicate ai FREE, non avrò con sé la solita band, tutta gente “nuova” tra cui il chitarrista della Deborah Bonham Band. Deborah naturalmente è la “sorella di”. Special guest la stessa Deborah e la figlia di Paul.

Per un momento ho pensato di andarlo a vedere alla Royal Alber Hall, ma tra i biglietti carissimi e il fatto che già in marzo dovrò tornare a Londra per un altro concerto, ho pensato di soprassedere.

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YARDBIRDS

In estate uscirà qualcosa di nuovo (cioè di vecchio) degli Yardbirds, quelli con Page. Si tratta del famoso LIVE YARDBIRDS all’Anderson Theatre del 30 marzo 1968. Finalmente qualcuno ( e potete già immaginare chi) lo sta rimasterizzando. Saranno tolti fortunatamente gli applausi posticci presenti nella versione uscita la prima volta nel 1971 (e poi ritirata dal mercato su pressione di Page). Se faranno un bel lavoro, non sarà affatto male avere finalmente quel concerto in buona qualità, benchè agli sgoccioli della loro storia il gruppo roccava e rollava a meraviglia all’epoca. Tra l’altro potremo così zittire quelli che ancora ce la menano con la faccenda del primo album del Jeff Beck Group. Qui siamo nel marzo del 1968, e l’idea Led Zeppelin c’era già tutta.

Ad accompagnare il live ci sarà materiale di vario genere, ma al momento è top secret. C’è altro ancora in uscita che in un modo o nell’altro riguarda Page, ma anche in questo caso  non posso dire nulla.

Yardbirds 1968

Yardbirds 1968

LED ZEPPELIN BOOTLEG “SONIC BOOM”

La Empress Valley Supreme Discs ha appena pubblicato il bootleg SONIC BOOM, Hampton 9 settembre 1971, stereo soundboard. Vedremo prossimamente se la nuova versione sarà migliore di quelle che hanno circolato sino ad oggi. Piu avanti la recensione.

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ADDIO A RITCHIE YORKE

Se ne è andato il giornalista musicale australiano Ritchie Yorke. Nel 1976 scrisse il libro The Led Zeppelin Biography. Il nome di Yorke, tra i fan dei LZ è della mia generazione, è uno di quelli con cui siamo cresciuti.

http://www.couriermail.com.au/entertainment/confidential/ritchie-yorke-brisbane-music-writer-dies-at-73/news-story/13b3a52f04b9a5cb4475f3b9bf01c731

Ritchie Yorke LZ biography

Ritchie Yorke LZ biography

Ritchie Yorke LZ biography

Ritchie Yorke LZ biography