Giovedì 4 febbraio, attraverso quello spicchio di campagna che sta tra le fabbriche di Stonecity e quelle di Mutina in questo soleggiato e tiepido giovedì pomeriggio. E’ davvero una bella giornata, ma mi chiedo se si possa chiamare così visto che in pratica non piove e non nevica da tre mesi. Leggo i pensieri di certe amiche, le sento felici che l’inverno sia così mite e avaro d’acqua, ma io scuoto la testa, penso alla nostra terra, alle riserve d’acqua, al fatto che il pianeta ha la febbre.
Mi sto recando, per lavoro, nel nuovo ufficio del commercialista e benché Mutina la conosca più o meno come le mie tasche non azzecco la svolta per quel desolation row che è via Cantelli. Non posso nemmeno svoltare alla successiva, Joseph Greens Boulevard viene a buttarsi sulla Emily Road sotto forma di senso unico in quel punto. Svolto così in St John Wood e parcheggio poco più avanti. Non mi dispiace, parcheggiare lontano dai posti dove devo andare sta diventando un piacevole stratagemma per farmi qualche passeggiata a passo sostenuto. Non sono tipo d’andare in palestra (an s’è mai vest Johnny Winter fèr chi lavor lè… non si è mai visto Gianni Inverno fare di quei lavori lì) e la lunga sgambata della domenica mattina non è sufficiente per restare in forma.
Suono, salgo, mi accomodo. Questioni lavorative con chi ci segue e poi due chiacchiere con il titolare e la sua socia. Riscendo, passeggio, salgo in macchina.
Faccio tappa alla House of the Rising Sun (down), la struttura dove risiede Brian. Il vecchio è di nuovo ammalato. Una ricaduta dopo una prima influenza. Questa volta sento il dottore parlare di colecisti. Entro nella stanza in penombra. L’altro ospite (59 anni) dorme, la tv è accesa. Brian sta farfugliando qualcosa, sembra stia parlando con qualcuno, e a quel qualcuno dice “Veh che c’è mia figlia Tim”. Sorrido, immagino che con una sola frase abbia pensato contemporaneamente a me e a mia sorella, cerco di gestire le emozioni, ma anche oggi ho subito una strana sensazione, la sento la nera mietitrice dietro la porta. E’ una sensazione che ho da qualche giorno. Non è solo questione di febbre, di bronchite o chissà cosa, Brian è provato, è sofferente nel suo quasi lucido delirio, si sta spegnendo, lo vedo. Lunedì mi aveva riconosciuto, avevamo parlato, cercando di capirci e di far allineare gli alfabeti diversi che in quel momento usavamo. Gli avevo chiesto se mi voleva bene e lui mi aveva risposto in dialetto reggiano “non hai nemmeno da pensarci , te ne voglio tanto” e al momento di salutarci mi aveva detto “Ciao Piròn”. Mentre uscivo ero cosciente che quel “ciao Piròn” me lo sarei ricordato a lungo.
Martedì e mercoledì passa da lui mia sorella, anche lei sente che c’è qualcosa che non va, mi confida le sue paure.
Oggi Brian parla, faccio finta di capirlo, annuisco. In alcuni momenti fa quello sguardo tipico di quando raccontava fatti di una certa importanza con un po’ di ironia, porta spesso la mano alla bocca come se volesse bere qualcosa. Gli do un po’ d’ acqua. La mano sotto la sua testa, con cautela lo sollevo e lui beve. Gli chiedo se mi riconosce, gli dico, nel mio miscuglio di dialetto modenese-reggiano “sono tuo figlio” e lui di rimando “al so!” (lo so). Sto lì con lui 15/20 minuti, poi gli dico che devo tornare a lavorare, lui dice qualcosa sulla importanza del lavoro e poi torna ad inseguire i suoi fantasmi. Gli do un bacio, lo saluto, vorrei che mi dicesse ciao anche oggi, ma non lo fa. Allora gli do la mano, lui risponde al saluto. Prima di uscire lo guardo un’ultima volta.
Esco con un fardello pesante sull’animo. C’è il sole, ho la scusa per infilarmi i Ray Ban. Mi butto sulla tangenziale, il terzo di JONI MITCHELL nel lettore cd della blues mobile, sono verso la fine al disco per una sequenza mica da ridere: YELLOW BIG TAXI…
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WOODSTOCK, con l’intro che mi ricorda ovviamente il pezzo BAD COMPANY dell’ omonima band…
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e la bellissima THE CIRCLE GAME che ogni volta mi fa venire in mente GOING TO CALIFORNIA.
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Arrivo in ufficio, poi esco, arrivo nel posto in riva al mondo, il solito susseguirsi di eventi di un giorno feriale. La doccia, la cena e poi mi riguardo su MY SKY l’ultima puntata registrata di LILYHAMMER. Lei è con me sul divano, sorridiamo, LITTLE STEVEN è divertente, ma il mio pensiero corre spesso a Brian. C’è qualcosa che non va. Sono preoccupato. Vado a letto, leggo qualche pagina di UN GIOCO QUIETO di GREG ILES, il primo capitolo della saga di PENN CAGE e poi, a fatica, mi addormento. Nel buio della notte squilla il telefono, mi alzo dal letto immediatamente, corro verso il cellulare, guardo l’ora, sono le 4 e 10, so già cosa mi aspetta. Mi sorella mi avvisa che hanno appena chiamato dalla struttura, Brian è morto. Mia sorella accenna un comprensibile singhiozzo, la riprendo subito, come a dire, non è il tempo delle lacrime questo, prima organizziamoci e affrontiamo l’urgenza. La mia autodisciplina a volte mi fa paura. Mi siedo un attimo sul letto, sento lei che da dietro mi abbraccia. Faccio il punto della situazione e decido le prime mosse. Mentre mi vesto e poi mentre preparo la colazione i primi singhiozzi e le prime lacrime. Alle sei siamo alla struttura. L’infermiera ci racconta come è successo. Brian se ne è andato, più o meno tranquillamente, nel sonno verso le 4. Lo accompagnano giù nella camera ardente della struttura, arriva il fondatore della casa protetta, Don Sergio, per una prima benedizione e una parola di conforto. Chiamo la funeral home Terracielo, arrivano immediatamente. Inizio ad avvisare i parenti. La Terracielo funeral home è una casa funeraria all’avanguardia, di impostazione americana. Le camere ardenti sono chiamate sale e sono composte da un salottino (riscaldato) con divani e poltroncine e una stanza refrigerata dove viene messa la salma. Il complesso è molto bello, bagni pulitissimi, bar, ristorante, cappella per le funzioni cristiane, sale per le funzioni di diverse religioni, credo o convinzioni. Con loro definiamo tutte le cose da fare. Porteremo Brian a San Martino in Rio, dove riposa mia madre. Il problema è che non ci sono più tombini liberi, ne stanno costruendo 260 nuovi ma prima di alcuni mesi non saranno pronti. Rimango basito, ma verrò a sapere che parecchi altri cimiteri hanno le stesse problematiche. Decidiamo così di cremare i resti di mia madre in modo che nel loculo ci sarà spazio per entrambi. E’ davvero strano dover prendere decisioni di quel genere in un momento in cui non hai ancora elaborato la dipartita di tuo padre.

Brian
Mi fiondo quindi a San Martino, devo firmare delle carte per dare l’autorizzazione alla cosa. Terminate le pratiche decido di andare insieme a lei a fare una seconda colazione, siamo affamati. Il bar è di fianco alla chiesa, quella dove Brian e mia madre si sono sposati. Sospiro. Al pomeriggio torno a Modena, Brian è nella “Sala delle Stelle”, sala che cromaticamente vira al blu. Entro nella stanza dove lo hanno preparato, subito non mi sembra nemmeno lui. Mi metto a piangere. Inizia ad arrivare qualche zia e qualche cugina. Verso le 19 si torna a casa. Al momento sono occupate due delle dieci sale. Sono sveglio dalle 4, sento tutta la stanchezza fisica e spirituale mentre mi corico nel letto, spero solo di riuscire a dormire.
Ad un certo punto mi sveglio, è ancora buio fuori ma spero siano almeno le 5 o le 6, speranza vana: è l’1,50 di sabato. Mi alzo, mi faccio una camomilla, cerco di distrarmi. Alle quattro faccio per tornare a letto, Palmiro è nel mio posto, lo sposto, mi infilo sotto il piumone, lui si rigira verso di me, pianta il suo muso umido sotto il mio mento e con le zampe mi abbraccia il collo. E’ un riflesso casuale di un felino, è pura suggestione, ma che Palmir mi abbracci mi fa davvero tanto piacere.
Alle 6 mi alzo definitivamente tanto non riesco a dormire, nel dormiveglia vedo Brian che popola i miei mezzi sogni e le mie visioni.
Sabato mattina si ritorna a Terracielo. Lei è sempre con me, mi tiene sotto controllo. E’ una presenza costante, riservata, attenta; mi fa sentire al sicuro. Il salottino è molto accogliente e rende meno faticosa la cosa. C’è uno schermo che rimanda le foto di Brian che abbiamo scelto, sono tutte foto degli ultimi anni, foto “simpatiche” e oneste: Brian che si mangia un gelatino, Brian al bar che si beve un crodino, Brian che fa il segno del Rock, Brian con la tshirt degli Allman Brothers e di Jimmy Page.
Tra mattina e pomeriggio arrivano amici e parenti a consolarci e a salutare Brian. Io e mi sorella facciamo possibile per essere forti. A volte non è facile. Ci sono momenti in cui devo appartarmi o trovare una scusa per uscire perché non riesco a contenere le lacrime e i singhiozzi. E’ spossante ma molto salutare ripetere a tutti le stesse cose, dare le stesse risposte alle domande che tutti fanno, butti fuori tutto e arrivi a sera che sei in qualche modo più sereno. Osservo la gente che va e che viene. E’ spesso presente anche la mia ex compagna, era molto legata a mio padre e alla mia famiglia. La vedo persino chiacchierare con la mia compagna attuale. Merito del vecchio Brian, senza dubbio.
Un mio cugino, il più vecchio di quelli dalla parte di mia madre, racconta un aneddoto che non sapevo. Siamo nei primissimi anni sessanta, io sono praticamente appena nato, abito insieme ai miei nella vecchia stazione dei treni di Nonantola. Mio cugino era molto, molto legato a mia madre e quando poteva veniva da noi. Un suo vicino di casa era un camionista che faceva la spola tra San Martino e Ferrara, partiva al mattino e tornava la sera. Mio cugino chiedeva un passaggio e l’autista lo lasciava di fronte al viale della stazione a Nonantola per poi riprenderlo alla sera. Mia madre e sua madre si mettevano d’accordo telefonando ai bar più vicini alle loro rispettive abitazioni. Mi cugino aveva otto/nove anni e ci racconta che lo “zio Lino”, Brian appunto, lo faceva sempre divertire. Nella vecchia stazione a piano terra c’era, dice lui, uno stanzone enorme e buio, col soffitto molto alto e un grosso camino. Brian gli diceva “dai che andiamo sotto al mare ad esplorare”, si metteva in testa il suo berretto da autista di corriere e lo portava nello stanzone a giocare ai palombari in esplorazione negli abissi marini; mio padre che cammina piano davanti e mio cugino dietro, con Brian che simulava il rumore del respiratore della bombola ad ossigeno azionando una vecchia pompa manuale da bicicletta. Ah, solo Brian! La giornata è lunga ma le persone che vanno e vengono, i tanti messaggi a cui devo rispondere e le telefonate fan sì che poi alla fine voli via.
Ognuno ha il suo modo di fare le condoglianze, ma ognuna fa certamente molto piacere, le testimonianze di affetto rendono il tutto meno difficile. Qualcuno arriva a dire la solite cose che si dicono in questi momenti: “Se doveva soffrire, forse è meglio così”. Capisco che non sia automatico comprendere le varie sfumature, uno che soffre di alzheimer in forma grave da qualche anno e che è ospite di una struttura deve per forza essere su di una sedia a rotelle e passare la giornata avulso dalla realtà fissando il muro. Per alcuni è davvero così, l’ho visto con i miei occhi, ma fortunatamente non era il caso di Brian. Con lui era ancora possibile avere un rapporto, seppur confuso ogni volta mi riconosceva, a volte era anche in grado di fare ironia sulla sua condizione (“Brian, ma cosa c’è dentro alla tua testa?” “Mah, ormai non c’è più niente”) (Brian sai quanti anni hai?” “Uhmmm, 20? 50?” “No, ne hai molti di più papà, ne hai 86” “Beh mo’, allora son vecchio!), quindi posso tranquillamente dire che Brian me lo sarei tenuto volentieri per altri anni anche perchè, in generale, come mi ha scritto il padre di un mio caro amico in un telegramma “Quando se ne vanno è sempre troppo presto”. Non mi posso lamentare, 86 anni sono una discreta cifra, ma ne avrei voluti altri.
Domenica mi addormento alle due del mattino, quando vado a letto, mentre mi stendo, allungo un braccio e sfioro con la mano Palmiro che dorme lì da qualche parte, lui si gira e mi prende la mano tra le sue zampe. Ancora, è un riflesso casuale, è pura suggestione, ma che Palmir mi tenga la mano mi fa davvero tanto piacere. Alle 6.30 sono già sveglio. Non andrò alla Funeral Home stamattina, va mia sorella, così faccio colazione e cerco di stendermi sul divano con NAT GEO WILD canale 409 in sottofondo, stratagemma che uso per cercare di addormentarmi. Non riesco. Cerco di tenermi occupato, sistemo l’armadio e i conti di casa. Poi quasi senza accorgermene accendo il Marshall che ho in casa, attacco la Les Paul e provo a suonare qualcosa. Mi tengo lontano dai giri in minore, non voglio cadere sul banale, così abbozzo un giretto di SOL, SIm, FA, DO, ripeto gli accordi due e tre volte e poi parto con una improvvisazione morbida color pastello, intreccio la pentatonica minore con la maggiore, aggiungo la scala minore e qualche sghiribizzo delle scale modali. Ne fuoriesce una solista malinconica ma non troppo triste col selettore posizionato sul pick up al manico che dà al tutto la timbrica giusta. Battezzo all’istante questa cosuccia “Blues per Brian”. Mi metto a piangere di nuovo. Ripongo la chitarra ed elaboro il fatto che è la mia GIBSON LES PAUL CUSTON, quella che comprai all’indomani della scomparsa di mia madre (la chitarra infatti si chiama Mara). Tipiche considerazioni blues di Tim Tirelli. L’Inter pareggia 3 a 3 con l’ultima in classifica, nemmeno una gioia nel momento in cui ne ho più bisogno. Torno a Terracielo. E’ vero, quattro giorni di presenza alla funeral home sono tanti, per questione tecniche abbiamo dovuto organizzare il funerale solo per lunedì pomeriggio, ma d’altra parte bisogna dire che così si ha il modo di salutare con calma tutti gli amici e i parenti che vengono a fare una visita e lo stesso Brian.
Lunedì di primo mattino mi aspetta un compito gravoso, devo essere presente per la estumulazione e la esumazione di mia madre. Alle 4,30 sono già sveglio. Non mi meraviglio. Preparo la colazione. Alle 8,20 sono al cimitero. Lei è con me. Gli addetti del comune tolgono la bara dal loculo e la portano alla camera mortuaria. L’addetto di Terracielo mi spiega la cosa, il modo è professionale ma il suo forte accento reggiano rende l’argomento meno ostico. Ad un certo punto chiede se vogliamo guardare prima che si faccia l’operazione e si prepari il tutto nella nuova bara di cellulosa per la cremazione. Mi gira la testa, mi allontano di qualche metro, lei si assicura che io stia bene e poi mi dice ” io vado, voglio vederla la Mara”. Guardo questa donna, questa amazzone, questa valchiria che ho per compagna… che carattere, che forza, che spirito. Torna e mi dice che è contenta di averlo fatto. Vado anche io, do solo un’occhiata. La cosa è meno scabrosa di ciò che possa sembrare. Sembra ancora che riposi. In qualche modo sono contento di aver rivisto mia madre dopo 24 anni e so che quell’immagine non scalfirà il dolce ricordo che ho di lei, che è solo la rappresentazione del cerchio della vita. Mi sono chiesto se siano cose queste da scrivere in un blog, ma credo che questo sia, se non altro, un blog che non ha paura di affrontare le prove difficili a cui un uomo nella propria vita deve essere pronto, eventualmente, ad andare incontro.
Se fino adesso quest’ultima pagina della vita di Brian era iniziata tutto sommato a velocità ridotta, da questo momento prende una velocità imprevista. Torno a casa, mi preparo e torno al Terracielo per l’ultima oretta nella sala dove è Brian e quindi per il funerale. Arrivano gli amici, lo zoccolo duro degli illuminati del Blues è lì con me, arrivano amici di mio padre, parenti e conoscenti. Venerdì le sale occupate erano due, domenica erano dieci e dieci sono i funerali. Tutto è organizzato al minuto e tutto si consuma velocemente. Siamo i primi del pomeriggio ad usufruire della grande cappella interna. Prima della messa parte l’AVE MARIA di Schubert e io non riesco a trattenermi, mi metto a singhiozzare come un bimbo. Lei e mia sorella mi accarezzano. Penso al ricordino che ho fatto fare anche per mia madre vista la cremazione, la frasetta che ho fatto scrivere è “Ave Maria, piena di grazia”… ai più sembrerà l’incipit della preghiera, ma per me è il saluto a mia madre, che di nome faceva Maria ed era sì, piena di grazia.
Mi ricompongo. Il prete inizia il sermone che devo dire mi è anche piaciuto, semplice, diretto, senza troppa enfasi, tipico dell’Emilia. Mentre il prete parla sul grande schermo passano le foto del vecchio Brian, mi verrebbe da ridere nel vederlo fare il segno del Rock lì in chiesa se non fosse che sto affogando tra le lacrime.
Nemmeno mezz’ora e tutto termina. Mentre la bara esce parte WISH YOU WERE HERE, ma io sono così preso che non me ne accorgo nemmeno. Giusto il tempo di uscire dalla cappella che è già il turno di qualcun altro. Saluto e ringrazio tutti quelli che sono venuti, vorrei trattenermi un po’ ma il carro funebre (davvero bellissimo) è già pronto. Alle 16 siamo a San Martino, dove ci aspettano i parenti e amici e procediamo alla sepoltura. Ci tratteniamo per più di un’ora e poi ce ne andiamo.
Una volta a casa scatta il riflesso incondizionato di fare una doccia e di mettere a lavare tutti i vestiti usati in questi ultimi quattro giorni, quasi a voler togliere anche dalle fibre le particelle di tristezza.
Martedì sono già al lavoro, ho alcune cose inderogabili da fare; è stranissimo passare da un periodo di quattro giorni dove, tuo malgrado, sei al centro dell’attenzione e tutto gira intorno al ricordo di tuo padre, alla quotidianità che riprende come se nulla fosse. Forse sarebbe stato meglio prendersi qualche giorno in più per elaborare il lutto, ma, oltre alle incombenze lavorative, ricordo quello che disse una mia amica che tornò a lavorare poco dopo la morte del padre: “non voglio fare della morte un mito.”
Terminano dunque qui le avventure del vecchio Brian, storielle che incredibilmente hanno conquistato parecchi lettori di questo blog. Ne ho parlato alla mia maniera, con la scusa di parlare delle inezie della mia personale quotidianità ho cercato di affrontare un argomento non esattamente facile, quello della vecchiaia, della gestione di un vecchio ai giorni nostri e, specificatamente, dell’alzheimer. Ho cercato di essere sobrio, ma so di non esserci riuscito, sono italiano e sentimentale, sono portato al melodramma e all’enfasi, spero di non aver indugiato troppo nella retorica. In questi giorni alcuni mi hanno detto o scritto cose del tipo ” gli ultimi anni di Brian sono stati un po’ il tuo capolavoro”. Lo hanno fatto in diversi sottolineando e ripetendo più volte il concetto. Li ho ringraziati, capisco il loro punto di vista, ma mi sono sentito in imbarazzo. Sono stato davvero così bravo? Non credo. Come dice mia sorella “alla fine pensi sempre che avresti potuto fare qualcosa di più”.
Già, avrei potuto restare da lui un po’ più a lungo il sabato mattina, invece di starci a volte solo 40 minuti per poi andare a fare le mie cose, avrei potuto allungare le mie pause pranzo e passare più tempo con lui, i sensi di colpa ci sono, ma sono solo un uomo, anche io evidentemente faccio quello che posso.
Ho avuto negli anni un rapporto burrascoso con Brian, non starò certo a scrivere che è stato il miglior padre che uno potesse desiderare, perché non è così, ha fatto del suo meglio secondo le sue possibilità, forse non meritava un figlio così esigente e rompicoglioni. Gli ultimi anni sono stati però quelli in cui il nostro rapporto si è finalmente risolto. Ho fatto fatica ad accettare la sua malattia. Ricordo ancora le prime avvisaglie… Brian che non riesce ad infilare la spina del televisore in una riduzione particolare, Brian che fatica a memorizzare la funzione di accensione, spegnimento e cambio canale nel telecomando della TV e io che lo incalzo incazzato. Mi dolgo di certi miei comportamenti, di certe bacchettate, di certe urla ma per un figlio è davvero arduo venire a patti con la menomazione cognitiva o fisica di un genitore, si vorrebbe che fossero sempre un punto di riferimento per noi. Mi sento male se penso a quanto stronzo sono stato certe volte, facile prendersela con i più deboli, con un vecchio affetto da demenza senile. Spero che mi abbia perdonato e che nonostante tutto abbia capito quanto bene gli ho voluto. Cerco di convincermi che sia così, perché negli ultimissimi anni quando gli chiedevo chi fossi (per vedere se capiva che ero suo figlio), non ricordando sempre esattamente il mio nome o che grado di parentela avevamo, mi descriveva con le prime parole o i primi concetti che gli venivano in mente: “sei il mio capo”, “sei il generale“, “sei il dirigente” fino al dolcissimo “sei quello che mi protegge“.
Chissà che ingorghi di traffico nei suoi pensieri quando mi confidava, in dialetto reggiano, “Tim, an capès più gninto… Tim, non capisco più niente“, eppure era sempre sorridente e sempre felice di stare in mezzo alla gente. Nonostante l’alzheimer riconosceva ancora il suo soprannome senza problemi. Già, Brian, mutuato da un fumetto che nella seconda metà degli anni settanta pubblicavano su L’INTREPIDO o su IL MONELLO, BRIAN DEI GHIACCI appunto (le storie di uno scienziato che si era ritirato a vivere al Polo). Una sera di un freddo inverno mio padre tornò a casa dal lavoro con la sua giacca di pelle col grande bavero tirato su e disse qualcosa – con la sua solita enfasi – circa il freddo e il gelo che c’era per strada, da lì scattò il BRIAN DEI GHIACCI.
A volte mi chiedo se l’alzheimer non sia un escamotage del cervello per lenire in certi individui l’angoscia della consapevolezza del diventare vecchi. Chissà. Spero solo che questi ultimi anni si sia accorto del bene che gli abbiamo voluto, e che si sia sentito accudito e protetto.
Faccio un po’ di conti, è almeno dal 2009 che ho iniziato ad seguirlo con più attenzione fino alla totale gestione dei quattro anni che vanno dal 2011 al 2014 con totale annullamento della mia vita privata. Poi gli ultimi 14 mesi nella struttura di cui era ospite. Oggi delle lunghe giornate passate a fargli da badante mi restano più che altro i bei ricordi. I nostri sabati mattina a far colazione al bar di Nonantola,
le domeniche pomeriggio sul divano a vedere un film su Rai 5 o ad ascoltare un concerto di musica classica, cosa che aveva iniziato a piacergli un sacco, lui che colora disegni che stampavo da internet. Mi mancheranno le sue mani nelle mie, mi teneva forte, quasi fossi un appiglio che gli impediva di scivolare verso l’abisso e mi mancherà lui, per come era.
In questi ultimi 14 mesi in cui è stato ospite della struttura la mia vita ha subito un miglioramento drastico, era un piacere andare a trovarlo anche se a volte dovevo farlo di fretta in pausa pranzo. Adesso mi chiedo cosa farò al sabato mattina, avrò senza dubbio maggior tempo per me stesso, ma non era tempo per me stesso anche andare a trovare il mio vecchio? E una sensazione molto strana, negli ultimi sei sette anni hai dovuto gestire tuo padre in toto e adesso d’improvviso non hai più quella responsabilità, quell’onere e quell’onore. Ci si sente spaesati. E sradicati: non avere più nessun genitore ti costringe a fare i conti con te stesso, ora sei davvero tu l’adulto.
Pieno di questi pensieri strambi contemplo il cielo, non sono religioso, non credo nell’al di là, non sono nemmeno sicuro che esista l’al di qua, ma forse quando lasciamo questo pianeta la nostra scintilla di energia inizia a girare per le misteriose profondità dell’universo. Chissà se la sua ha raggiunto quella di mia madre, guardo il cielo e lo spero.
Buon viaggio papà, ovunque tu sia diretto.
Lino Tirelli – Villa Bagno (RE) 30/11/1929 – Modena 5/2/2016
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Confesso che, nel passato, come milioni di italiani possessori di un televisore, avevo seguito il Festival nel suo periodo meno discriminatorio sui generi musicali, quando si fondeva la voce di Lucio Dalla con i suoni rock degli Yardbirds, o quella di Bobby Solo con le armonie dei New Christy Minstrels, Tony Dallara con Ben E. King, Ricchi e Poveri con Jose Feliciano, Fausto Leali con Wilson Pickett, Ricky Maiocchi con la musa rock Marianne Faithfull, Mino Reitano con gli Hollies di Graham Nash, Caterina Caselli con il beat di Sonny & Cher e quella di Lara Saint Paul con l’immortale Luois Armstrong. Con il tempo il festival è divenuto più classista, separando gli artisti emergenti dai big e questi ultimi dalle superstar nazionali ed internazionali.La prima volta che ci andai, alla fine degli anni settanta, come discografico, non certo come cantante, fu un trauma, ma non per la qualità della musica. Mi ricordo che avevo parcheggiato la macchina, a fianco di molte altre, in un sotterraneo di fronte all’albergo dove alloggiavo. Il giorno in cui andai a riprenderla, le altre auto non c’erano più e la mia era circondata e sommersa da cassette di fiori. Era il luogo destinato al mercato della merce più preziosa di Sanremo. La lasciai li. La stessa notte, rientrando ovviamente a piedi verso l’albergo, chiacchierando con un paio di colleghi, e quindi distratto, attraversai letteralmente un vetro antivento esterno ad un bar, cadendo sopra ad un milione di microscopici frammenti. Questo fu il mio primo Festival, da dimenticare, come fu dimenticato Mino Vergnaghi, il vincitore.
Successivamente, andai al Festival per anni ed anni, al seguito di decine e decine di artisti: esordienti, famosi, molto famosi e superstar internazionali. Ne ho vinti alcuni, ho sofferto per tutti. Ho trascorso intere notti in bianco a fare da psicologo ai drammi artistici, ho fatto l’autista, ho dato consigli da stilista, altri da parrucchiere, altri da arrangiatore ed altri ancora, per fortuna, da ingegnoso e creativo uomo marketing. Ho visto cantanti felici ed altri disperati: ho accompagnato sul palco Loredana Bertè incinta di fantasia, ho tolto il chewingum dalle labbra di Patty Pravo e dalle scarpe di Alessandro Bono, ho aggiustato la cravatta al collo taurino di Fausto Leali, ho fatto da medico per la Oxa, da calmante per Bobby Solo, da pescivendolo per la paranza di Silvestri, da bodyguard ad Alice, da consulente matrimoniale per Di Cataldo e divorzista per Alexia. Ogni loro angoscia era un mio problema ma, come diceva un celebre filosofo napoletano: “ze sciò mast go-on”.
C’ero quando, in eurovisione, a Patsy Kensit degli Eight Wonder, cadde la spallina facendo bella mostra di un seno, anzi, del suo breve successo fui regista. Era una moderna groupie diventata cantante. Durante un trasferimento in macchina, scendendo con lei, dalla mischia mi arrivò un pugno in faccia. L’invidia è una brutta bestia. Il suo trasloco più famoso fu dall’appartamento di Jim Kerr dei Simple Minds a quello di Liam Gallagher degli Oasis.
A proposito di pugni, più inquietante fu la volta che il quindicenne Luis Miguel, miliardaria baby star della musica latina e, più tardi, compagno di Mariah Carey per un paio d’anni, venne a Sanremo in gara con il brano “Noi ragazzi di oggi”. Lo raggiunsi in camerino poco prima dell’esibizione e mi si presentò una scena allarmante: il road manager lo teneva fermo bloccandogli le braccia mentre il padre-manager lo colpiva con pugni nello stomaco. Accortosi del mio imbarazzo, il padre mi disse:”Lo sto eccitando, sul palco sarà un leone”. Dato che il brano era scritto da Toto Cutugno, arrivò secondo.
Con i Duran Duran, il fanatismo popolare era tale che rischiai di lasciarci la pelle sotto le transenne d’ingresso al Teatro, travolto dalla folla. L’attesa del loro arrivo, mobilitò migliaia di fan che arrivarono alla spicciolata facendo accampamento intorno all’albergo. Vestiti tutti di nero si moltiplicavano come gli uccelli di Hitchcock.Simon Le Bon non volle perdere l’occasione di flirtare con una celebre deejay e così, in piena notte, ruzzolò dalle scale dell’hotel, presentandosi sul palco, il giorno dopo, con la gamba ingessata. Posseggo ancora il certificato medico del biondo wild boy.
L’anno successivo, dopo il mio divorzio dalla Emi, i Duran Duran mi videro al seguito dei loro rivali Spandau Ballet e, amichevolmente, mi minacciarono.
Si irritò solamente quando ebbe il sospetto che, durante le prove, quello che volteggiva poco distante da lei, fosse un pipistrello. Avrei voluto dirle che era un drone mascherato, ma non esistevano ancora. La calmai assicurandola che sarei stato al suo fianco per difenderla. Quando eravamo nel suo camerino, si presentò, per salutarla, il più importante, attempato e storico discografico francese. Era accompagnato da una giovanissima fanciulla. Gli chiesi se voleva far entrare anche sua nipote e lui, offeso, mi rispose che era sua moglie (la settima).

































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