Domenica mattina ore 6, lei si alza per dare da mangiare a Palmiro, il gatto nero che vive, mangia e dorme con noi, poi torna a letto e si riaddormenta. Io mi sveglio un po’ più tardi a causa di rumori che sento sempre più distinti. In inverno di solito altre due gatte, degli altri quattro che abbiamo, dormono in casa, magari sono loro che fanno le matte, ma poi elaboro il fatto che ieri sera sono uscite entrambe. Sento del trambusto sul terrazzo (collegato al cortile con una scala). Immagino siano i gatti che si azzuffano come ogni tanto fanno. Cerco di rimettermi a dormire.
Il trambusto continua, e si fa intenso. Palmiro corre verso la porta e subito ritorna da noi sul letto, spaventato. Strano, non si direbbe ma Palmiro è una gatto molto coraggioso ed è sempre il primo ad avventarsi contro gatti forestieri che tentano di avvicinarsi. Preoccupato mi alzo, sono le 6,50. Apro la porta, è buio pesto, sul terrazzo non c’è più nessuno; Raissa, la gatta madre degli altri tre, si intrufola in casa spaventatissima, strano…anche lei è sempre la prima ad accorrere in aiuto dei suoi figli.
Sento nel prato intorno alla casa un gatto che lotta furiosamente contro quello che penso sia un cane. Lancio un paio di urla che però non sortiscono nessun effetto. Sento ringhiare in modo spaventoso, sento le urla disperate di un gatto. Sono ancora imbambolato, in pigiama e ciabatte, non è il caso che scenda nel buio in quelle condizioni ad affrontare quello che penso sia un cane lupo.
Torno dentro, rifletto un momento, mi metto un giubbotto, infilo le Clarks, prendo la mazza da baseball e scendo. Si è sveglia anche lei, prende una torcia e mi segue. Avanziamo insicuri nel cortile, non si vede nulla. Ho i sensi all’erta e la mazza ben stretta tra le mani in caso mi trovassi davanti un cane rabbioso. Ci inoltriamo nel prato, la torcia illumina quel che può, faccio qualche metro verso il punto in cui sentivo ringhiare e miagolare e scorgo qualcosa a terra. E’ il corpo di un gatto. Subito penso sia la più piccola, ma ben presto ci accorgiamo che è Pato, il grosso maschio.

Il gatto Pato – foto TT
Ci avviciniamo, ha ferite sul petto e sullo stomaco, guardiamo meglio, è morto. Mi soffermo sul suo muso. Lei inizia a singhiozzare. La rimprovero all’istante, non mi sento sicuro, dobbiamo stare all’erta, non è il momento per la tristezza. Scruto la campagna, tutto tace. Prendo un sacco, vi infilo Pato e lo adagio su di una vecchia carriola. Il pensiero ora va altre altre due gatte, saranno state attaccate anche loro? Giriamo intorno a casa, ma è ancora buio, non scorgiamo nulla.
Rientriamo. Facciamo colazione mentre la mestizia scende inesorabile. Comicio a sentirmi in colpa, fossi stato più reattivo, coraggioso e pronto forse Pato sarebbe ancora vivo. Il sole sorge verso le otto. Mi vesto e scendo a seppellirlo. Scavo una fossa là sotto i frassini, arriva anche lei a darmi una mano; prendo il corpo di Pato, lo avvolgo con dolcezza in un mio vecchio foulard, lo poso nella terra e lo ricopro con cura.

Il gatto Pato – foto TT
Inizio a sciogliermi e a farmi riflessivo. Cosa può essere stato? Un cane, uhm, difficile, molto più probabile sia stata una volpe, dalle nostre parti ne sono state avvistate parecchie. Vicino a dove abitiamo c’è una grande stalla, in uno dei capannoni delle balle di fieno vi sono parecchie tane. Iniziamo a fare una ricerca in internet riguardante le volpi. Cacciano di solito due dopo il tramonto fino all’alba, tutto coincide. Pato però era un gatto massiccio, con una gran forza, possibile che una volpe sia riuscita a stenderlo in pochissimi minuti? Metterlo nella gabbietta quando si trattava di portarlo dal veterinario era sempre una impresa e ogni volta riflettevo sul suo vigore, sulla sua forza.

Il gatto Pato – foto TT
Torno all’idea di un cane, magari un grosso randagio, penso addirittura ad un lupo, ma qui in pianura non ve ne sono. Ritorno all’ipotesi più probabile, una volpe. Forse più di una. Forse si è avventurata sin sul nostro terrazzo (dove ogni tanto lasciamo del cibo per i gatti), Pato deve averla notata e si è fatto avanti a difendere il suo territorio, deve essere andata così d’altra parte dei quattro gatti che vivono fuori è stato proprio il maschio a morire. Poco dopo si rifanno vedere le due femmine rimanenti. Una si era rifugiata nel fienile che abbiamo dietro casa, l’altra chissà dove. La domenica passa con una cappa di cupezza addosso. Il senso di colpa persiste, non c’ero quando aveva bisogno di me.
Giro per il cortile, mi manca già. Pur essendo una gatto abituato a stare fuori e dunque praticamente selvatico, mi riconosceva come maschio di riferimento. Ogni tanto entrava in casa a mangiare, e quando gli dicevo “giù, Pato, giù” si sdraiava per terra un po’ diffidente e si lasciava accarezzare (addirittura anche sulla pancia). Ogni tanto mi dava qualche morsichetto affettuoso tanto per dirmi “attento Tyrrell, non esagerare”, ma alla fin fine, a volte, si lasciava anche prendere in braccio.

Il gatto Pato – foto TT
In un primo momento avrei voluto trovare quella volpe e dargliene quattro, ma una volta tornata la razionalità capisco che sono discorsi senza senso e vergognosi. La volpe fa la volpe, ed è giusto sia così. D’altra parte i nostri gatti a volte catturano delle lepri e se le mangiano, qual’è la differenza?
Le tragedie del mondo sono altre, non va persa di vista la giusta prospettiva ma nel nostro piccolo universo è indubbio che la perdita di Pato è dolorosa. Chi non vive con animali non può comprendere appieno e giudicherà melense queste frasi, ma per noi che lo abbiamo visto nascere, che lo abbiamo accudito, nutrito, che gli abbiamo lasciato la massima libertà di movimento e che lo vedevamo tornare ogni sera verso casa, la sua perdita è un peso. Eravamo e siamo un nucleo di mammiferi di specie diverse che vivono insieme, certi legami diventano profondi, anche con un gatto “selvatico” come Pato. Pure gli altri gatti stanno vivendo un momento strano, sarà anche suggestione ma paiono spaesati, increduli… lo cercano ma non lo trovano più.
Dovrò abituarmi a non vederlo più in giro, a non ridere più di quella sua espressione attonita, a non baciare più quel suo bel musone, a non sfidare più la sua pazienza per accarezzargli la pancia.
Addio Pato, amico mio, mi mancherai.

Il gatto Pato, giugno 2008 – foto TT




















































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