Quando Tim mi ha chiesto di scrivere due righe su questo libro ci ho messo qualche giorno a trovare il bandolo della matassa per raccontarlo. È stata una lettura intensa che ha smosso tante riflessioni e mi piacerebbe riuscire a riproporvele tutte, nei limiti delle mie capacità. Parto dal fatto che sono convinto che chi ama il “reale” ha bisogno di ascoltare una musica che lo vada a smuovere nel profondo, magari andando a toccare qualcosa di sconosciuto, di pericoloso, di privato, e non si accontenta solo di un innocuo sottofondo di compagnia. Non sono la bellezza formale, la complessità armonica o la precisione nell’esecuzione gli ingredienti necessari per ottenere questo effetto, credo capiti a tutti di restare completamente indifferenti a tante “belle voci” o a tanti “begli assoli”.
Delta blues parla (chiaramente) di “quel blues”, quello vero, del Mississippi, descritto molto bene da John Lee Hooker: “because it’s the worst state, you have the blues all right if you’re down in Mississippi”, lo stato che negli anni ’20 e ’30 era il più povero degli Stati Uniti.
Il libro inizia con W. C. Handy, considerato “il padre del blues”, che raccontando di un suo viaggio nel 1903, nella stazione di Tutwiler, Mississippi, scrisse: “Un nero dinoccolato cominciò a pizzicare una chitarra accanto a me mentre dormivo… Mentre suonava, utilizzava la lama di un coltello sulle corde della chitarra, nella maniera resa popolare dai chitarristi Hawaiani… Il cantante ripeteva lo stesso verso tre volte mentre si accompagnava alla chitarra con una delle musiche più strane che avessi mai sentito” (trad. Wikipedia),
W. C. Handy 1892 circa
La fascinazione provata da W. C. Handy nel 1903 continua da più di un secolo, e ad intervalli più o meno regolari il blues riemerge da solo o in altra musica, dandogli vita e senso, e il libro affronta in maniera interessante questa continua ricerca di realtà e verità in un mondo, anche quello musicale, che è diventato via via più artificiale. In parole povere, Robert Johnson è ancora un personaggio “affascinante” eppure è l’antitesi totale dell’artista moderno, nemmeno minimamente paragonabile ad altri eroi rock in quanto a successo, soldi e fama, non solo per un amore nostalgico dei bei tempi andati, ma perché il carattere di verità di quella musica e quelle parole è troppo forte e riesce ancora ad essere credibile.
Durante la lettura dei capitoli, dedicati ai personaggi maggiori di questa storia (Charlie Patton, Son House, Skip James, Robert Johnson, Muddy Waters, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf e B.B. King), il libro si sviluppa su più livelli: uno appunto quello cronologico delle biografie dei grandi, un secondo, in parallelo, quello dedicato ai cantanti “minori”, o più semplicemente quelli che hanno avuto meno occasione di farsi ascoltare, legati ai maggiori in quanto loro ignari maestri, precursori o eredi musicali, in un spostamento nel tempo che descrive anche i cambiamenti sociali che hanno portato a certi cambiamenti musicali (un esempio su tutti, l’introduzione della raccolta meccanica del cotone che spinge una massa di ancor più diseredati a cercare fortuna verso nord, Memphis e Chicago).
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Da come scrive si capisce che Ted Gioia di musica ne sa, ne scrive anche in termini tecnici, e la descrizione di alcuni brani in dettaglio aiuta ad entrare in quel mondo di miseria, paure, leggende e capire anche le differenze e gli sviluppi del genere.
Un altro livello, fondamentale per capire questa storia, è la scelta di raccontare le storie degli antropologi, discografici o dei semplici appassionati che sin dagli inizi si sono dannati a registrare questi disgraziati solitari davanti alle loro catapecchie o portandoli in primitivi studi di registrazione, anche per guadagnarci soldi ovviamente con quei vecchi 78 giri prima, 45 e 33 poi, e che hanno consentito che quella musica, appartenente alla tradizione orale, fosse fermata e potesse autoalimentarsi, prima solo dentro gli Stati Uniti e poi fino a scavalcare l’Oceano Atlantico, sbattere contro l’Inghilterra e farci diventare quello che siamo.
E se è ovviamente fondamentale il lavoro fatto ad inizio ‘900 lo è anche quello fatto poi negli anni ’60, senza il quale non sarebbero stati riscoperti ad esempio personaggi come Son House, ritrovato grazie ad una indagine degna dei migliori romanzi polizieschi.
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Ah, un’altra cosa: non c’è mai retorica, eppure la storia è prepotente e affascina. Il capitolo dedicato a Robert Johnson è pieno di mancate informazioni, poche ce ne sono e poche se ne riportano, ma non è stato riempito da fantasiose e colorite leggende per fare effetto, non si indulge con “il diavolo all’incrocio”, storia peraltro di un altro Johnson, tal Tommy, che la raccontava come sua, ma chissà ovviamente ripresa da chi prima di lui. Piuttosto si cerca di spiegare bene come il blues fosse considerato pericoloso, di quanta superstizione girava intorno e dentro questa musica in quei tempi, in quegli ambienti, e come mai si decidesse di cantare una musica così malata. E di come spesso tanti bluesmen, anche tra i migliori, abbiano voluto allontanarsene, perché quella musica era sofferenza e dolore, reali.
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Un piccolo inciso: durante la lettura mi sono chiesto quante rockstar che si sono crogiolate in sogni di”dannazione” tra dollari mignotte e cocaina sarebbero riuscite a reggere le condizioni vissute da questi cantanti per più di una settimana?
Comunque sia, Ted Gioia non concede niente al sensazionalismo o all’invenzione, è un libro che si propone come rigoroso; Robert Johnson, oggi il simbolo e il re di quella storia, ai suoi tempi era praticamente uno sconosciuto e così viene delineato, per quello che era.
Robert Johnson early 1930s
Tanti gli aneddoti riportati, citando accuratamente le fonti, tanti quelli toccanti, con l’intento di farci capire di come sia accaduto tutto “per davvero”, non gonfiando a posteriori per renderci la storia più accattivante. E diventa talvolta anche comico quando alcuni dei personaggi, raggiunto il successo, inizino loro sì ad inventare, nascondere e mentire, per aggiungere fascino ad una storia che Delta Blues ci rivela essere incredibilmente affascinante per quel che è stata.
Arrivare in fondo a questo libro è stato tutto tranne che una lettura noiosa.
In ultimo, alla fine del libro è organizzata una discografia, composta da canzoni e non album, ricchissima e che apre un universo di ascolti.
La BOTTEGA DEI BRIGANTI a OROLOGIA di MONTECAVOLO (RE) è un bel locale, tra il post atomico e il rustico. Si mangia carne ma l’approvvigionamento arriva da fattorie della zona in cui l’allevamento del bestiame è fatto con una certa etica. E’ bello che ci siano posti attenti a queste cose. Si suona esclusivamente il mercoledì sera, il locale non è enorme e se non c’è il gruppo c’è il posto per altri tre tavoli sul palco, il venerdì, il sabato e la domenica (col locale pieno) sarebbe improponibile.
Valerio, il titolare, è affabile e disponibile. Lo stimo, perché la BOTTEGA non è esattamente un Rock club, ma lui non organizza solo concerti di musica adatta ad un locale dove si cena, non solo jazz, country o musica non troppo aggressiva quindi, ma anche Rock tipo ROLLING STONES, SANTANA e appunto LED ZEPPELIN.
Ero un po’ preoccupato, la musica dei LZ è per Rock club appunto o per locali con una forte impostazione Rock, ma mi preoccupavo per nulla, la serata è stata un successo, locale strapieno (il mercoledì sera non è una cosa automatica), pubblico caldo e ovazioni durante la presentazione. Nel nostro piccolo universo, un trionfo.
Arriviamo alle 18, con due pallet allunghiamo il palco in modo che Saura abbia lo spazio per il piano e la pedaliera basso. Siamo un po’ costretti, ma ci adattiamo.
Equinox – Bottega dei Briganti – Photo TT
Ceniamo al banco, per un momento mi sembra di essere in una di quelle tavole calde adagiate sulle strade polverose che so, dell’Arizona. Il locale si riempie. Saura porta una ventina di amici, io altri sette/otto. E’ buffo, un musicista non professionista del nostro livello si sente dire in continuazione “ho visto che suonate il giorno tot, ci sono di sicuro”, poi però non si fa mai vivo nessuno, io invece ho alcuni amici che non mi dicono mai nulla ma ogni volta si presentano ai concerti, è per questo che abbraccio con calore Gianluca ed Eleonora, Mario, Sandrino e la Patty. Con noi anche il Riff. Mi cambio, accordo le chitarre, controllo che sia tutto a posto. Il chitarrista delle Canne da Zucchero (Zucchero Fornaciari tribute band) mi chiede se può dare un’occhiata alla pedaliera e alle chitarre. Valerio, il titolare del locale, quando vede la doppio manico ha un soprassalto.
Ore 22: Lele batte il quattro, KASHMIR. Scambio occhiate con Valerio per capire se il volume delle chitarre va bene. Segue BLACK DOG. Con HEARTBREAKER iniziamo a scaldarci. In DAZED AND CONFUSED raggiungiamo quei piccoli momenti magici che chi suona in un gruppo anela sempre. I pianeti si allineano, il “quinto membro” (quell’entità spirituale che avvolge tutta la band) si aggiunge al gruppo e iniziamo a volare. Inteso, tutto in proporzione ad una piccola band di provincia, ma in quel momento di sintonia celestiale ci sentiamo capaci di tutto; catturiamo il senso del Rock, Lele si scatena, e quando Lele si scatena tutto è possibile. Pompiamo a tutto vapore, l’intensità è al culmine, Pol riprende l’aggressività della versione dal vivo, Saura si dimostra la bassista più toga del mondo, io getto la mano e sia quel che sia. Chiudiamo come facevano i LZ al Madison Square Garden nel 1973, chiudo gli occhi un istante e mi sembra davvero di essere là. “Tim Tirelli, electric guitar” dice Pol alla fine del pezzo. Sono ancora tutto un fremito. Quando il gruppo raggiungere lo zenith mi scuoto da capo a piedi.
Equinox Bottega dei Briganti – photo Gianluca Simonini
SAURA si mette al piano. MISTY MOUNTAIN HOP. Segue SINCE I’VE BEEN LOVING YOU. Il pubblico risponde. Bella sensazione. THE SONG REMAINS THE SAME è sempre bella da suonare. Che cazzo di band che ho, Lele e Saura vanno come un treno, Pol canta come Plant nella versione da studio. Arrivano poi GALLOWS POLE e I’M GONNA CRAWL.Ci sforziamo di non essere il solito tributo che suona solo i pezzi conosciuti, siamo fieri di suonare cose come I’M GONNA CRAWL.
In questi ultimi giorni se ne sono andati BOWIE, DALE GRIFFIN dei MOTT e GLENN FREY, così apriamo una parentesi e dedichiamo loro ALL THE YOUNG DUDES (che è anche una scusa per vestire i panni di un altro mio eroe, MICK RALPHS).
Prendo una sedia, mi seggo ed inizio l’arpeggio di BABE I’M GONNA LEAVE YOU…
BIGLY – THE EQUINOX – Montecavolo – Foto Patrizia Ferri
HOW MANY MORE TIMES quindi, a cui segue FOOL IN THE RAIN, altro pezzo che non si sente mica tanto in giro. Ancora una volta osservo Saura che con le mani suona il piano e con i piedi tiene la linea di basso. Che talento ragazzi.
Imbraccio la doubleneck per la canzone della speranza, STAIRWAY TO HEAVEN.
Equinox – Bottega dei Briganti – foto Gianluca Simonini
Siamo alla fine, imbraccio la LES PAUL STANDARD e parto col riff di WHOLE LOTTA LOVE. La gente urla, fa l’headbanging, esplode. Sorrido come sempre tra me e me, uno si fa dei flippi per diversificare un po’, ma poi alla fine la gente vuole il piombo Zeppelin, la gente vuole WHOLE LOTTA LOVE. Chiudiamo col finale live dall’album TSRTS e parto subito con COMMUNICATION BREAKDOWN. Altri scuotimenti di testa. Nel mezzo, dopo l’assolo, ci inseriamo il break funk come facevano i LZ nel tour del 1973 (sì lo so, sono ossessionato con i LZ del 1973) su cui ad un certo punto presento il gruppo: “…il Sandokan della Sacca… la Valentino Rossi del rock and roll (ovazione)… lo stallone reggiano… l’umilmente vostro Tim Tirelli…” ringrazio il gentile pubblico, Valerio e lo staff del locale, do appuntamento al prossimo rock and roll show, benedico tutti nel nome del blues, cito – traducendola – la frasetta dei fiumi e del mare da TEN YEARS GONE e, sospinto dalla bella atmosfera, aggiungo “grazie Montecavolo, ci avete fatto sentire come se fossimo al Madison Square Garden, quindi… New York, good night” a cui il pubblico risponde con un boato così pieno di calore che mi lascia di stucco. E’ il momento migliore della serata. Un po’ di esseri umani capitati chissà perché su questo pianeta che stanno facendo festa sulle coordinate delle buone vibrazioni del passato. Che meraviglia ragazzi.
Lele lancia ROCK AND ROLL e ci incanaliamo lungo i sentieri del tempo solitario. La chiudiamo e facciamo per scendere dal palco, ma c’è ancora voglia di piombo zeppelin e allora vai con THE OCEAN. Il boogie dell’ultima parte del pezzo e poi buonanotte. Guardo il grande orologio sulla parete: è mezzanotte.
Scendo dal palco, abbraccio gli amici che mi vengono a salutare: Stefania e Sal, figure di spicco del Jazz reggiano, Fausto Sacchi, una delle rockstar di Regium Lepidi, etc etc. Riff mi confida di essersi commosso durante SINCE I’VE BEEN LOVING YOU e che I’M GONNA CRAWL e FOOL IN THE RAIN lo hanno fatto sobbalzare. Valerio appare soddisfatto e questo mi tranquillizza. Dopo poco, con nonchalance, ci dice “questo è un tributo di livello, fissiamo un’altra data per maggio”. Al di là del nostro reale valore, questa è una cosa che mi rende assai felice… missione compiuta.
Ci sono tre gradi sottozero, la bluesmobile ha il tetto imbiancato mentre la carichiamo. Una saluto a tutti e si torna. Alle due di notte siamo alla Domus Saurea, gli operai del Rock riscaricano tutto e, sbuffando e bestemmiando allegramente, riportano tutto l’armamentario in casa. Un thé, una doccia, uno scambio di impressioni e poi a letto. Sono quasi le tre, domattina al lavoro, sarà durissima, ma per stanotte sono a posto… socchiudo gli occhi mentre sento il brusio dei 20.000 del Madison… buonanotte Nuova York.
In questo inizio anno se ne sono andate alcune figure importanti della musica Rock e su facebook c’è stata un alluvione di commenti. La dipartita di Bowie ha fatto straripare gli alveoli di questo social network, tutti, e intendo tutti, si sono sentiti in dovere di commentare, di piangere, di comunicare al mondo quanto fosse importante questo artista.
Io sono rimasto perplesso circa questo comportamento narcisistico (questa è da tempo la deriva di facebook), perché più che omaggiare con un ultimo saluto un grande artista Rock, nell’ 80% dei casi si tratta di auto promozione.
Capisco che la scomparsa improvvisa (quasi nessuno era al corrente che stesse combattendo da tempo contro il cancro) di un volto noto faccia sempre un certo effetto, ma un minimo di bon ton e di sobrietà non guasterebbe. Tutti si sono scoperti fan di David Bowie. Mi sarebbe piaciuto sapere in quanti sarebbero stati in grado di citare il titolo di una canzone dall’album HEROES che non fosse quella che dà il titolo all’album, di capire quanti di loro sarebbero stati in sintonia con le forti pulsioni dell’artista in questione verso l’uso ossessivo e compulsivo della cocaina, verso Aleister Crowley, verso una certa idea di Gioventù Ariana.
E’ davvero buffo (e spaventoso) quanto la stragrande maggioranza delle persone riesca ad eludere, a sterilizzare, ad ignorare i significati profondi di certi artisti. E’ sufficiente saper canticchiare “we can be heroes just for one day”, aver ballato due volte al ritmo di “Let’s Dance” per dichiararsi fan.
Io capisco gente come la groupie, una che iniziò ad interessarsi di musica da ragazzina, intorno alla metà degli anni ottanta e, non avendo nessuno di maggiore età interessato alla musica che potesse guidarla, si concentrò su quei nomi che più la colpirono: Bowie, i Queen e i Police (tutto sommato niente male, visto gli anni di cui stiamo parlando). Bowie quindi fu uno dei nomi con cui crebbe, dunque il suo dispiacere e i suoi diversi interventi su facebook mi paiono naturali e in qualche modo dovuti, ma in generale l’enfatizzare sempre e comunque la scomparsa di qualsiasi artista che se ne va mi pare ormai un malcostume.
Possibile poi che tutti fossero o siano dei geni? Se lo erano Leonardo da Vinci, Sergej Prokof’ev e Alan Turing, possibile che lo fossero e lo siano anche canzonettari e musicisti Rock? Bowie era un genio o un bravo singer-songwriter con una visione tutta sua?
Altra cosa che mi pare inopportuna è maledire l’anno di merda in corso perché si porta via questi musicisti. Ma è davvero così sorprendente? Per anni, lustri, decenni fanno uso sistematico di droghe, vivono ad altissima velocità, si spendono a più non posso, chiaro che poi devono pagare il conto. A me sembra incredibile che raggiungano i settant’anni. Per tacere di quelli che “le rockstar muoiono giovani (?) e i politici campano fino ai 90 anni, mondo di merda“, e vai di demagogia, avanti così, continuiamo a farci del male.
A me DB arrivò con l’album HEROES, e sebbene fu uno dei primi album che acquistai (quelli dunque che quasi sempre diventano parte del tuo DNA), laggiù nel fine 1977, non mi segnò particolarmente, d’altro canto Bowie per il giovane ed inesperto Tim di allora era quello di STARMAN. Non diventai fan, se non in senso lato. Ritengo che alcuni suoi album, anche del periodo d’oro, non siano poi così belli come vogliono farci credere, e che il Bowie post 1983 non sia granché, al di là di qualche sporadico episodio. Ma naturalmente son cose che non si possono dire, perché poi diventi lo snob che critica quello che piace a tutti, sembra quasi che una volta arrivata la beatificazione gli artisti non si possano toccare.
Ad oggi è STATION TO STATION l’album che amo di più, transizione tra il periodo “Rock” e le sperimentazioni berlinesi in divenire. Album suonato bene ma non in modo impeccabile (ed è questo il bello) da musicisti che avevano il senso di un gruppo, album bianco e metallico dalla produzione di certo condizionata dalla cocaina, album denso di riferimenti religiosi, crowleyani e ossessivi, album che a livello di atmosfera fa il paio con PRESENCE dei LZ.
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Ad ogni modo, per i meno attenti, se ne è andato anche DALE BUFFIN GRIFFIN, batterista dei MOTT THE HOOPLE, a 67 anni, per colpa dell’alzheimer.
Dale Griffin
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Insieme a lui anche GLENN FREY, 67 anni, a causa dell’ artrite reumatoide. Benché mi consideri grande fan degli EAGLES, FREY – seppur uno dei due fondatori – era l’aquilotto che mi piaceva meno. Dispiace ugualmente, ci mancherebbe, ma non era una delle mie figure di riferimento. Anche in questo caso su facebook se ne è fatto un gran parlare e tutti a postare HOTEL CALIFORNIA, brano citato a sproposito, perchè come dice Picca:
“Capisco che la sciatteria è il canone attuale, ma i giornali insistono nell’associare il defunto Glenn Frey a Hotel California, brano principalmente di Don Felder con testo di Don Henley firmato anche da Frey per motivi di ‘opportunità aziendale’. La bazza è ironica: Frey è stato il capo degli Eagles per decenni, si è preso a cazzotti con Felder a più riprese, lo ha silurato impedendogli il rientro nell’ultima reunion e, una volta morto, viene ricordato per un brano di Felder. Life is Hard. Death too.”
COPPA ITALIA: NAPOLI – INTER 0 -2
Siamo al 90esimo, l’Inter conduce per 1 a 0, da un paio di minuti l’arbitro ha espulso un giocatore dei vesuviani per doppia ammonizione. Il quarto uomo espone sul cartellone luminoso il numero dei minuti di recupero: 9, corretto poi in 5. Ciuffy (Mancini insomma) va a protestare col quarto uomo, 5 minuti gli paiono troppi. Sarri, evidentemente incavolato per il risultato lo vede e gli dà del “frocio” e del “finocchio”. Ciuffy sente tutto e va ad affrontarlo. Li dividono.
Adem intanto scatta in contropiede, si fa metà campo da solo e va ad insaccare il 2 a 0.
Intervistato da quelli di Rai sport subito dopo la partita Ciuffy riporta fedelmente quanto successo. E’ scosso e molto arrabbiato.
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Sarri che chiede scusa in diretta TV dicendo che “sono cosa di campo e che tutto deve chiudersi lì”.
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Seguono polemiche: chi dice che Mancini ha ragione e che è ora che anche il mondo del calcio si adegui alla società civile (?) lasciando perdere offese di stampo razzista ed omofobo, chi invece pensa che Mancini sia una donnicciola e che ha fatto tutto di proposito per far squalificare Sarri ed approfittarne.
Io mi chiedo, ma approfittarne di cosa? Sarri è stato squalificato due turni in Coppa Italia, mica in campionato. Secondo me Mancini ha fatto bene, ha allenato in Inghilterra, da questo punto di vista paese più avanzato del nostro visto che lì omofobia e razzismo si combattono davvero, è ora di cercare di fare qualcosa anche qui in Italia. Che Sarri abbia detto “sono cose di campo” per me è vergognoso.
Naturalmente le critiche a Mancini sono state tantissime, anche perché sembra che pure lui 15 anni fa abbia usato lo stesso insulto per colpire un giornalista. Mancini nega, ma se anche fosse vero cosa cambia? In 15 anni uno può cambiare comportamento, no? In 15 anni la società si evolve e certe offese sono ancora più impronunciabili che in passato. Ci potrà pur essere una differenza tra il Mancini 35enne e quello 50enne o no? Sarri ha 57 anni, possibile che a quell’età, con la posizione che occupa, nel 2016 si lasci scappare ancora delle offese di quel tipo?
Offendere Mancini per la sua decisione di rendere pubblica questa cosa è davvero segno di inciviltà, e farlo perché l’allenatore di una squadra avversaria che magari odi lo è ancora di più. Non è vero che tanto non cambia nulla, se solo facessimo tutti un piccolo passo in avanti …
Tornando alla musica, quando scompaiono musicisti di quel calibro si è portati a riascoltare i loro vecchi dischi e una volta di più si tende a valutare l’impatto che certi LP hanno avuto sulla nostra vita.
I grandi album Rock hanno la capacità di farti fare dei viaggi che tu nemmeno ti aspetti, di farti vivere avventure così lontane e diverse dal tuo quotidiano, di aprirti la mente e il cuore su orizzonti che non sono i tuoi. Prendi DESPERADO degli Eagles, album che ti fa rivivere l’epopea dei fuorilegge americani; lo infili nel cd player della blues mobile e già con la prima canzone ti sembra di essere uno della banda DOOLIN-DALTON.
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I grandi album poi sono tali anche perché è nelle tracce minori che trovano la completezza, la quadratura del cerchio. Senti qui il grande BERNIE LEADON con TWENTY-ONE e BITTER CREEK, senti che canyon ti fa attraversare…
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L’outlaw blues arriva con RANDY MEISNER: CERTAIN KIND OF FOOL …
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e con SATURDAY NIGHT cantata da DON HENLEY…
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poi ecco le due primedonne, DON HENLEY e GLENN FREY, TEQUILA SUNRISE e DESPERADO con quella “You better let somebody love you (let somebody love you) You better let somebody love you before it’s too late” che ti spezza il cuore ogni volta che la senti…
Il nostro Polbi ha fatto due chiacchiere con un personaggio cardine della Detroit Rock City: Stirling Silver. Storielle imperdibili per chi vive di Rock.
A volte mi appare piu’ chiaro che mai il fatto che la musica rock sia effettivamentel’espressione di una comunita’. Musicisti & pubblico, fotografi, roadies, discografici, promoter, Dj’s, groupies, alchimisti psicochimici, grafici devianti, proprietari di club, un elenco se vogliamo infinito di personaggi che ovunque nel mondo fanno esistere questa comunita’ che chiamiamo rock. Siamo gente piena di passione, che spende un mare di energie e risorse di ogni tipo, spesso vivendo storie che meritano di essere raccontate.
A Detroit c’e’ Stirling.
Alto, elegante, sofisticato. Un uomo di cultura nel mondo del rock and roll. Lo vedi sul palco che introduce le band, ai tavoli riservati dei grandi eventi, nei bar rock della citta’ vecchia, o indaffaratissimo dietro le quinte di una manifestazione artistica. Era da molto che ci volevo parlare, da quando avevo letto alcune sue riflessioni nel libro Detroit Rock City. Mi aveva colpito lo spessore dei suoi interventi, la sua capacita’ di un punto di vista alto nella descrizione della storia di questa strana citta’ e della sua musica.
Lo conosco da molti anni, e sapevo bene la stima di cui ha sempre goduto da queste parti, ma non avevo mai avuto modo di parlarci veramente. L’altro giorno pero’ ci sono finalmente riuscito, complice forse l’atmosfera rallentata natalizia, andandolo a trovare a casa sua nell’Indian Village, una delle zone piu’ affascinanti e antiche della citta’.
Stirling vive in una casa straordinaria, circondato dai frammenti di una vita rock, come in una mostra in costante aggiornamento. Non si puo’ entrare senza restare a bocca aperta: Foto di lui che festeggia con Rod Stewart,
Stirling & i Faces
che ride insieme a Ray Davis, con i New York Dolls o che guarda nell’obiettivo insieme a Tod Rundgren del quale sembra il fratello gemello piu fico.
Stirling & Todd Rundgren
Poster e dischi autografati da mezzo mondo, Jim Morrison, gli Who, Talking Heads, Iggy, Bowie. Sui mobili foto di fidanzate bellissime, bobine con interviste a Neil Young per Rolling Stone, cd appena usciti di band underground locali, la piu’ straordinaria collezione di biglietti di concerti che abbia visto in vita mia,
oggetti d’arte, tanti libri e una valanga di dischi ovunque.
“ Per me tutto e’ iniziato quando ero un ragazzino. Sono andato a un concerto alla Cobo Arena : Arthur Brown, James Cotton, The Doors. E’ stata come una rivelazione, un esplosione mentale, e tutto e’ cambiato per sempre! Ecco, questo e’ il piccolo volantino che pubblicizzava il concerto, dietro ci sono le firme dei Doors…Ma io un autografo di Morrison lo avevo gia’. Me lo aveva dato…mia nonna! Aveva condiviso con la band un breve volo di linea, e sapendo che mi piaceva la musica rock ando’ direttamente da Jim a chiedere il favore di fare un autografo per suo nipote. Lui fu gentilissimo, e mia nonna felice di portarmi questo ‘piccolo’ regalo. Lo incontrai ancora Morrison, insieme a Manzarek, un anno dopo in Canada al Live Peace in Toronto. Avevo detto ai miei che sarei andato a dormire da un mio amico, invece ce ne andammo al concerto in Canada! Ricordo Chuck Berry e Little Richard suonare a pochi metri da me. Poi trovai il modo di infilarmi il piu’ possibile vicino al backstage, e mi passarono accanto John Lennon e Yoko Ono. Diedero a me ed altri ragazzi che eravamo li questa foto di loro a Parigi. La sera stessa li vedemmo suonare con Clapton nella Plastic Ono Band. E io mi feci autografare il retro della foto da Morrison e Manzarek mentre stavano per salire sul palco…chissa’ oggi quanto puo’ valere!”
Ma come facevi ad avvicinare tutti questi musicisti famosissimi, gli chiedo.
“ Vedi, per un ragazzo che aveva il mio aspetto e un po’ di educazione, non era certo un problema a quel tempo. In un modo o nell’altro ho incontrato tutti quelli che mi interssava incontrare, senza particolari problemi. Come gli Who, che vennero qui alla Grande Ballroom a suonare la prima mondiale di Tommy. Noi conoscevamo solo un paio di canzoni, il disco non era ancora uscito, ma vedere Keith Moon e Pete che mulinava il braccio sulla chitarra era uno spettacolo entusiasmante in ogni caso! Sono le firme di loro quattro al completo fatte quella sera, che ora vedi su questa fotografia. “
Mentre parliamo ogni tanto Stirling va a cambiare disco, passa dagli amati Mott the Hoople live a Johnny Guitar Watson, e poi, sorprendendomi, mette su il primo degli Allman Brothers…
” Le prime note del loro primo disco per me sono una chiamata alle armi! “
mi dice con l’entusiasmo di un ragazzo, mentre suona una chitarra immaginaria seguendo la canzone…
” Li ho visti diverse volte, e ci tenevo molto ad incontrare Duane. Vennero all’ East Town Theater, e come tutti alloggiarono all’Holiday Inn, a due passi dal teatro. Un alberghetto senza pretese, ospitava spesso piu’ band nello stesso momento. Entrarvi non era difficile, bastava un po’ di tatto e cortesia, e le feste andavano avanti tutta la notte da un piano all’altro. Quella volta guardai dentro una camera con la porta semi chiusa. C’era Duane Allman steso sul letto, con tutti i vestiti e gli stivali addosso, da solo, con una tv in bianco e nero accesa. Gli chiesi se potevo entrare, e lui mi disse di si senza nemmeno chiedere chi fossi. Parlammo un po’, io seduto sul bordo del letto, lui sempre sdraiato. Poi vidi una grossa scatola con tantissimi dischi dentro, che Duane si portava in tour. Fra questi ne trovai uno di un bluesman di Detroit, One String Sam, e rimasi sorpreso, non era roba molto nota in giro o facile da reperire. Ne parlai con lui, e poi mi resi conto che voleva restare un po’ da solo. Il resto della band faceva casino nelle stanze del piano inferiore, e io cosi come ero arrivato me ne andai, con un semplice ciao, lasciandolo con la porta socchiusa.”
L’East Town Theater era un posto leggendario in citta’, ha ospitato buona parte della storia del rock, e dopo un lungo abbandono e’ stato demolito proprio pochi giorni fa.
“Ma a quel tempo avevo anche iniziato a lavorare in un negozio di dischi, assumendo un ruolo sempre piu’ attivo nella scena rock della motorcity. Praticamente ormai avevo libero accesso ad ogni backstage, ed iniziai a stabilire dei rapporti amichevoli con alcuni dei musicisti in tour da queste parti, oltre che con le band locali. Mi trovai molto con Rod Stewart e i Faces, come vedi nelle foto che ho qui sul muro, erano delle persone meravigliose. Si creo’ un rapporto di vera amicizia con loro e con Johnny Winter. Era uno dei ragazzi piu’ sinceri e veri che abbia conosciuto, ogni volta che veniva a Detroit lo andavo a vedere. Ho molti cari ricordi con lui, come quella volta che venne a pranzo a casa dei miei, e tutto il vicinato rimase incantato a vedere questo albino tutto vestito psichedelico…Era una visione aliena credimi, anche per la Detroit di quei tempi. Ricordo una sera tardi a casa di miei amici, con lui seduto su un amplificatore che suonava la sua meravigliosa chitarra e noi seduti a terra a sentirlo. Passai molto tempo sia con lui che con suo fratello Edgar.”
I ricordi arrivano veloci, pur essendo Stirling una persona molto legata al presente.
“ Pensa che una volta all’East Town ci fu un principio di incendio durante il concerto di Taj Mahal. Tutti corsero fuori, lui compreso, ci saranno state improvvisamente piu’ di mille persone per strada! Io pero’ uscii passando dal backstage e vidi la chitarra di Taj, quella della copertina del primo disco, con una bottiglia di JB di fianco. Presi al volo tutt’e due, e una volta fuori lo trovai e gliele diedi. Un po’ interdetto mi ringrazio’, poi mentre stavo per andare via mi sentii chiamare ‘Hey son!’ era lui che apriva la bottiglia e mi offriva un sorso dal tappo svitato. Me ne diede due, e bevemmo insieme festeggiando sul posto lo scampato pericolo!”
Stirling & l’uomo che non vuol essere menzionato
Negli anni successivi la presenza di Stirling si fa sempre piu’ importante per Detroit, organizza concerti, aiuta le band emergenti, e viaggia anche molto.
“ Passai dei lunghi periodi a New York, e strinsi un forte legame con i New York Dolls, allora semi sconosciuti. Li ho visti suonare tantissimo in quei mesi, e David Johansen mi fece un bell’autografo su questa mia foto scrivendo con il rossetto! Ed e’ proprio con Arthur Kane, il loro altissimo bassista che incontrai a NYC i Led Zeppelin per la seconda volta…Pensa, li ho incontrati due volte e non li ho mai visti suonare dal vivo! La prima volta avevano suonato a Detroit alla Cobo Hall. Non ero riuscito ad andare al concerto ma ci tenevo ad incontrarli, andai quindi all’albergo dove stavano, downtown. C’era un enorme tavolo circolare nei pressi del bar, e io mi presentai direttamente a Page e Plant che sedevano vicini. Dissi a Page che lo avevo apprezzato moltissimo anche nella sua era Yardbirds, e che consideravo i due pezzi registrati con Beck pura magia elettrica. Forse avevo trovato un canale di comunicazione speciale, o forse semplice reciproca simpatia, ma passammo molto tempo a parlare sia con lui che con Robert. Venne fuori che avrebbero chiuso il tour a New York negli stessi giorni in cui sarei stato li per i Dolls. Come fosse la cosa piu’ normale del mondo mi dissero che mi avrebbero messo nella loro lista per tutte le sere al Madison Square Garden e per poter poi andare a trovarli al Drake Hotel! Passarono un po’ di giorni, partii con la mia macchina e la sera del concerto ero a NYC ospite di Arthur Kane. Decisi di portarlo con me, ma per prepararci, fra vestiti capelli e tutto, ci mettemmo una vita e…il concerto era finito! Ma, si, poco male, li avrei visti il giorno dopo e mi aspettava il party al Drake! Ci presentammo alla reception dell’albergo, io tutto compito e formale “ Buonasera, sono Stirling Silver da Detroit, sono atteso dai Led Zeppelin, e il signore e’ con me…” Arthur era truccatissimo, in completa tenuta New York Dolls, e con le zeppe ai piedi sara’ stato alto almeno due metri! Ci accompagnarono al party e fummo ricevuti da un Plant particolarmente felice e su di giri. Era con una ragazza bellissima in vertiginosa minigonna, e mi disse di stringermi sul divano con loro mentre lui mi preparava un whiskey con ghiaccio…Kane era intimidito, e spalmo’ i suoi due metri di glam sul muro di fianco alla porta per restarci praticamente tutta la sera…Io non bevo superalcolici, ma come puoi dire di no a Robert Plant che ti prepara un drink?! Il posto era strapieno di gente e fumo, era luglio faceva un caldo pazzesco, e una ragazza mi chiese se la aiutavo ad aprire una finestra. Mentre ce ne stavamo a guardare le luci della citta’, mi resi conto che in qualche modo la conoscevo. Era Linda Blair, star dell’Esorcista, invitata al party dall Atlantic. Intanto io continuavo a bere e Plant mi disse di andare con lui che voleva farmi vedere una cosa. Entrammo in una stanza e c’era Bonham con un paio di persone, intente a fare non so cosa, ma per nulla presi dal clima della festa. Robert mi fece vedere un ritaglio della recensione dello show di Detroit uscita sul Detroit Free Press. Chissa’ perche’ ne era orgogliosissimo…Poi passammo in un altra stanza, e trovai Page con dei ragazzi che avevano portato un intero appendiabiti pieno di vestiti da scegliere…Tutti erano felici, continuavano a darmi da bere, ricordo Jimmy pagare i vestiti tirando fuori mazzi di banconote dalla tasca dei pantaloni…e poi… non ricordo piu’ nulla! Mi risvegliai il pomeriggio del giorno dopo a casa di Kane, totalmente fuori uso per i due giorni successivi!”
Gli orizzonti di Stirling pero’ erano destinati ad aprirsi oltre gli States e i backstage.
“Sono stato molte volte in Europa, girando in treno e in macchina. Ho visto il festival di Cannes, ero appassionato di cinema europeo, Bunnuel e Fellini su tutti. Ho girato la costa azzurra, Londra, le grandi capitali. Una volta sono capitato a Berlino proprio mentre Iggy e Bowie lavoravano in studio insieme. Uno registrava Low, l’altro Lust for Life e collaboravano spesso. Iggy era mio amico, e David lo avevo incontrato molte volte a Detroit, Cleveland e New York. Li sono andati a trovare in studio, c’era un atmosfera particolarissima. Ho amato la Berlino di quel tempo, drammatica e al tempo stesso piena di vita e creativita’. Le devo molto, mi ha cambiato e ha influenzato profondamente il mio stile personale.”
A fine settanta Stirling ha anche registrato un 45 giri,
Stirling & i Faces
ma poi nel corso degli anni ottanta ha dedicato molto di se alla scena dei club gay di Detroit. Sia per un senso di profonda solidarieta’ con chi in quegli anni dichiarava i propri diritti di persona libera, sia per la grande spinta libertaria e creativa che si esprimeva in quella scena. E cosi avanti negli anni, sempre fiancheggiando e ispirando i movimenti controculturali del momento. Uno dei suoi contributi piu’ importanti sara’ poi verso la fine degli anni novanta, nel momento di arrivo delle nuove band Detroitiane. Demolition Doll Rods, Detroit Cobras, Paybacks, Sights sono band che lui ha amato, e tantissimi altri hanno un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Ha organizzato, messo in contatto, supportato e incoraggiato sempre gli artisti in cui credeva, fino in alcuni casi ad agire da vero e proprio manager, cosa che ancora fa con Audra Kubat.
“Chi vive il Rock and Roll o muore giovane o non invecchia mai veramente. Lo spirito sara’ sempre quello di un ragazzo. Ho avuto delle fidanzate straordinarie, ma non ho mai messo su famiglia. Non ho mai voluto quel tipo di responsabilita’, anche dal punto di vista economico, che spesso per andare avanti ti costringe a fare un lavoro e una vita che non senti tue. Ho sempre lasciato che la mia passione per la musica fosse la mia vera compagna, e non mi ha mai deluso. E poi la mia famiglia e’ la’ fuori, nelle strade di Detroit. Ho centinaia di figli, tutti gli artisti che ho visto nascere e crescere li sento come tali!”
Stirling & Cat Power
Dovrei andare via, si e’ fatto tardi ormai, ma non riesco, continuo a guardare dentro decine di scatoloni piene di dischi sparsi per casa. Ci sono cose da far perdere la testa ad ogni collezionista, prime edizioni mai aperte, centinaia di album rari, spesso in piu’ copie immacolate.
“ Ho appena comprato l’intera collezione di dischi di un mio amico che faceva il manager per la Sire Records. Aveva bisogno di una mano, e ora ho tutti questi dischi in condizioni perfette…hanno un valore commerciale enorme, ma per ora non ho intenzione di vendere nulla, nemmeno le copie multiple. E poi ho anche una grande collezione di musica classica, la ascolto molto quando ho bisogno di concentrazione, e’ una mia seconda passione.”
Stirling & Juliette Lewis (RD7)
Prima di uscire gli chiedo se ha mai pensato di lasciare Detroit.
“ Me lo hanno chiesto piu’ volte e me lo sono chiesto ancheio. Ma la risposta e’ no. Qui sono io, e’ la mia citta’ e ho una liberta’ che non potrei mai avere da altre parti. Pensa ho incontrato tutti i sindaci degli ultimi venti e passa anni, alcuni mi chiamavano per nome! Amo la neve e amo Detroit, questo posto ha un anima fortissima e ancora tante cose da dire.”
Colpa dei nostalgici che guardano solo al passato, colpa della mediocrità delle nuove uscite, colpa della pigrizia intellettuale, colpa dei discografici che cercano di raccattare gli ultimi soldi ricattando i vecchi appassionati con nuove confezioni di album usciti decenni fa, colpa di internet, colpa del download selvaggio, colpa del castamasso della cesira, colpa d’Alfredo …
Intervista apparsa poco più di un paio di mesi fa, chissà quanto veritiera ma interessante per il candore che sembra dimostrare Miss Maddox (alia Mattix)
Inizio anni duemila, grazie a GIANNI DELLA CIOPPA comincio a scrivere su di una nuova rivista musicale, CLASSIX!, guidata da FRANCESCO PASCOLETTI. Questo il mio articolo su JOHNNY & EDGAR WINTER apparso sul n.2 dell’anno 2003.
Domenica mattina ore 6, lei si alza per dare da mangiare a Palmiro, il gatto nero che vive, mangia e dorme con noi, poi torna a letto e si riaddormenta. Io mi sveglio un po’ più tardi a causa di rumori che sento sempre più distinti. In inverno di solito altre due gatte, degli altri quattro che abbiamo, dormono in casa, magari sono loro che fanno le matte, ma poi elaboro il fatto che ieri sera sono uscite entrambe. Sento del trambusto sul terrazzo (collegato al cortile con una scala). Immagino siano i gatti che si azzuffano come ogni tanto fanno. Cerco di rimettermi a dormire.
Il trambusto continua, e si fa intenso. Palmiro corre verso la porta e subito ritorna da noi sul letto, spaventato. Strano, non si direbbe ma Palmiro è una gatto molto coraggioso ed è sempre il primo ad avventarsi contro gatti forestieri che tentano di avvicinarsi. Preoccupato mi alzo, sono le 6,50. Apro la porta, è buio pesto, sul terrazzo non c’è più nessuno; Raissa, la gatta madre degli altri tre, si intrufola in casa spaventatissima, strano…anche lei è sempre la prima ad accorrere in aiuto dei suoi figli.
Sento nel prato intorno alla casa un gatto che lotta furiosamente contro quello che penso sia un cane. Lancio un paio di urla che però non sortiscono nessun effetto. Sento ringhiare in modo spaventoso, sento le urla disperate di un gatto. Sono ancora imbambolato, in pigiama e ciabatte, non è il caso che scenda nel buio in quelle condizioni ad affrontare quello che penso sia un cane lupo.
Torno dentro, rifletto un momento, mi metto un giubbotto, infilo le Clarks, prendo la mazza da baseball e scendo. Si è sveglia anche lei, prende una torcia e mi segue. Avanziamo insicuri nel cortile, non si vede nulla. Ho i sensi all’erta e la mazza ben stretta tra le mani in caso mi trovassi davanti un cane rabbioso. Ci inoltriamo nel prato, la torcia illumina quel che può, faccio qualche metro verso il punto in cui sentivo ringhiare e miagolare e scorgo qualcosa a terra. E’ il corpo di un gatto. Subito penso sia la più piccola, ma ben presto ci accorgiamo che è Pato, il grosso maschio.
Il gatto Pato – foto TT
Ci avviciniamo, ha ferite sul petto e sullo stomaco, guardiamo meglio, è morto. Mi soffermo sul suo muso. Lei inizia a singhiozzare. La rimprovero all’istante, non mi sento sicuro, dobbiamo stare all’erta, non è il momento per la tristezza. Scruto la campagna, tutto tace. Prendo un sacco, vi infilo Pato e lo adagio su di una vecchia carriola. Il pensiero ora va altre altre due gatte, saranno state attaccate anche loro? Giriamo intorno a casa, ma è ancora buio, non scorgiamo nulla.
Rientriamo. Facciamo colazione mentre la mestizia scende inesorabile. Comicio a sentirmi in colpa, fossi stato più reattivo, coraggioso e pronto forse Pato sarebbe ancora vivo. Il sole sorge verso le otto. Mi vesto e scendo a seppellirlo. Scavo una fossa là sotto i frassini, arriva anche lei a darmi una mano; prendo il corpo di Pato, lo avvolgo con dolcezza in un mio vecchio foulard, lo poso nella terra e lo ricopro con cura.
Il gatto Pato – foto TT
Inizio a sciogliermi e a farmi riflessivo. Cosa può essere stato? Un cane, uhm, difficile, molto più probabile sia stata una volpe, dalle nostre parti ne sono state avvistate parecchie. Vicino a dove abitiamo c’è una grande stalla, in uno dei capannoni delle balle di fieno vi sono parecchie tane. Iniziamo a fare una ricerca in internet riguardante le volpi. Cacciano di solito due dopo il tramonto fino all’alba, tutto coincide. Pato però era un gatto massiccio, con una gran forza, possibile che una volpe sia riuscita a stenderlo in pochissimi minuti? Metterlo nella gabbietta quando si trattava di portarlo dal veterinario era sempre una impresa e ogni volta riflettevo sul suo vigore, sulla sua forza.
Il gatto Pato – foto TT
Torno all’idea di un cane, magari un grosso randagio, penso addirittura ad un lupo, ma qui in pianura non ve ne sono. Ritorno all’ipotesi più probabile, una volpe. Forse più di una. Forse si è avventurata sin sul nostro terrazzo (dove ogni tanto lasciamo del cibo per i gatti), Pato deve averla notata e si è fatto avanti a difendere il suo territorio, deve essere andata così d’altra parte dei quattro gatti che vivono fuori è stato proprio il maschio a morire. Poco dopo si rifanno vedere le due femmine rimanenti. Una si era rifugiata nel fienile che abbiamo dietro casa, l’altra chissà dove. La domenica passa con una cappa di cupezza addosso. Il senso di colpa persiste, non c’ero quando aveva bisogno di me.
Giro per il cortile, mi manca già. Pur essendo una gatto abituato a stare fuori e dunque praticamente selvatico, mi riconosceva come maschio di riferimento. Ogni tanto entrava in casa a mangiare, e quando gli dicevo “giù, Pato, giù” si sdraiava per terra un po’ diffidente e si lasciava accarezzare (addirittura anche sulla pancia). Ogni tanto mi dava qualche morsichetto affettuoso tanto per dirmi “attento Tyrrell, non esagerare”, ma alla fin fine, a volte, si lasciava anche prendere in braccio.
Il gatto Pato – foto TT
In un primo momento avrei voluto trovare quella volpe e dargliene quattro, ma una volta tornata la razionalità capisco che sono discorsi senza senso e vergognosi. La volpe fa la volpe, ed è giusto sia così. D’altra parte i nostri gatti a volte catturano delle lepri e se le mangiano, qual’è la differenza?
Le tragedie del mondo sono altre, non va persa di vista la giusta prospettiva ma nel nostro piccolo universo è indubbio che la perdita di Pato è dolorosa. Chi non vive con animali non può comprendere appieno e giudicherà melense queste frasi, ma per noi che lo abbiamo visto nascere, che lo abbiamo accudito, nutrito, che gli abbiamo lasciato la massima libertà di movimento e che lo vedevamo tornare ogni sera verso casa, la sua perdita è un peso. Eravamo e siamo un nucleo di mammiferi di specie diverse che vivono insieme, certi legami diventano profondi, anche con un gatto “selvatico” come Pato. Pure gli altri gatti stanno vivendo un momento strano, sarà anche suggestione ma paiono spaesati, increduli… lo cercano ma non lo trovano più.
Dovrò abituarmi a non vederlo più in giro, a non ridere più di quella sua espressione attonita, a non baciare più quel suo bel musone, a non sfidare più la sua pazienza per accarezzargli la pancia.
In questi ultimi giorni ho letto un paio di interviste niente male: una a Max Stefani (rilasciata il 21/12/2015) e una a Riccardo Bertoncelli. Max mi è piaciuto quando gli è stato chiesto di citare qualche gruppo o artista sopravvalutato, ha tirato fuori nomi senza tante storie. Bello vedere qualcuno a cui non frega nulla di essere politicamente corretto, citare nomi di gruppi “intoccabili”e spazzare via cliché consolidati da decenni. (Chi fosse interessato la può trovare sul profilo facebook di Stèfani).
Leggere Bertoncelli è interessante, ti mette alla prova, ti fa confrontare con te stesso. Spinto dalle sue parole ho provato a dare un’occhiata a qualche blog prettamente musicale pubblicato sulla rete italica, alcuni dei quali premiati come migliori blog musicali italiani. Ho tentato, ma non ce la faccio, non riesco ad andare oltre i due o tre articolini. Una noia assoluta. Sarò io che sono arrivato al capolinea, lo so, ne ho discusso recentemente anche con Paolo Lisoni, ma leggere quella roba è un fastidio per me. Quei giornalisti che usano verbi tipo “sciorinare”, quei compitini perfetti che parlano di soggetti perfetti per l’intellighenzia Rock nostrana, quell’essere trasversale tanto da far capire che si può scrivere sempre e comunque di qualsiasi corrente del Rock, di qualsiasi gruppo e di essere credibili (cosa che invece capita a pochissimi).
Mi chiedo a cosa sia dovuta questa mia repulsione che arriva come un onda su qualsiasi tipo di blog musicale che io cerchi di affrontare…quelli che “i Dead, Tom Petty e il castamasso della Cesira”, quelli che il metal, quelli che il punk Rock inglese, quelli che il prog, quelli che il jazz, quelli che il blues… Possibile che sia davvero io a non sopportare (quasi) più nulla di scritto a proposito del Rock e della musica? Ci sarà di sicuro qualcuno che penserà la stessa cosa delle frasette sghembe che scrivo a proposito dei soliti quattro artisti su questo blog miserello, e allora? Sono snob a tal punto da non gradire nulla scritto da altri? No, cazzo, mi emoziono quando leggo le considerazioni musicali di qualche bel delinquente del rock and roll che conosco e di cui non faccio il nome, ma allora cos’è? C’è una sorta di idiosincrasia verso il 95% di quello che leggo, in Italia, a proposito del Rock. Sono io ad essere alla frutta, lo è il Rock o semplicemente mi sto trasformando in un vecchio brontolone?
Smetto di scervellarmi, passo ad altro, ad esempio alle due compilation di registrazioni casalinghe di MICK RALPHS pubblicate gli anni scorsi dalla Angel Air. Basta guardare le cover dei cd per capire il livello, ma che ci volete fare, I love this man.
Un paio di settimane fa sono stato a pranzo da mia zia, si parlava della stirpe Tirelli, saltano fuori alcune foto, una del padre della madre di Brian, mio bisnonno quindi. Tal Luigi Brini, nato nel 1880 e morto a 25 anni di peritonite o qualcosa del genere. Suo padre (o suo nonno) doveva essere austriaco, o perlomeno così vuole la storia della famiglia. Avevo forse visto la foto in passato, ma solo oggi la imprimo nel mio dna. La invio a mia sorella. Risposta “quanto gli assomigli!” Gli assomiglio? Ma dove? Guardo meglio e, sotto al primo strato superficiale, mi vedo. Stessi occhi e sopracciglia. Quello sguardo blues, quell’intenzione sveviana, kafkiana, (crowleyana?) … non c’è dubbio: sono suo bisnipote.
Faccio vedere la foto a Brian e dice “sei te, Stefano”; certo, un vecchio con l’alzheimer non è propriamente attendibile, ma dopo tutto è mio padre e quando risponde di getto senza a pensare spesso ci prende. Faccio vedere la foto alla groupie e mi dice “sì, vieni da lì”. Ho sempre pensato di essere una sintesi dei Tirelli e degli Imovilli e invece eccola qua la mia Brini legacy.
Luigi Brini, bisnonno – Foto Fantuzzi RE
Luigi Brini, bisnonno 1880-1905 – Foto Fantuzzi RE
JOHN PAUL JONES compie 70 anni, la cosa mi inquieta. PAGE ne fa 72, ho ormai elaborato che le mie figure di riferimento ormai sono dei vecchi con o senza fascine di arbusti sulla schiena, ma che anche JONESY abbia raggiunto the big 7 fa impressione.
Continuo ad essere impelagato con le serie Tivù di SKY. La V stagione di HOMELAND (serie di cui ormai anche PICCA è prigioniero), la III di THE AMERICANS, la II di FARGO e LILYHAMMER. Mi sono dato a quest’ultima da poco, ho scaricato le prime due stagioni su Sky on demand e mi sono messo a guardarla. Mi divertono le storielle del mafioso LITTLE STEVEN, crude e strambe con una vena comedy. L’ironia sul welfare e sull’atteggiamento politicamente corretto norvegese è uno spasso, quasi tutti i personaggi autoctoni paiono sciocchi e con deviazioni varie. Adesso ne è arrivata un’altra, FORTITUDE, anch’essa ambientata nell’estremo nord. Questa è una tendenza che si sta allargando a macchia d’olio. FARGO, LILYHAMMER, FORTITUDE, film tipo HEADHUNTERS (tratto dal romanzo di Jo Nesbø), IN ORDINE DI SPARIZIONE… comune denominatore i ghiacci, siano quelli del Minnesota, della Scandinaviar o beyond.
Sarà un caso ma dal cofanetto di BERNSTEIN pesco il cd riservato a EDVARD GRIEG…
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Mi trastullo anche col box set dell’ ALAN PARSONS PROJECT. Da giovane lo snobbavo, lo consideravo easylistening, ma ora da uomo di blues di una incerta età, con i confini dell’essere esigente più sfumati, mi godo questo Rock sinfonico leggerino con piacere, se poi alla voce c’è JOHN MILES ancora meglio…
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Lo stereo della blues mobile passa ASHES & DUSTdi Warren Hayens, una piacevole sorpresa per me che non sono mai riuscito ad apprezzare del tutto questo chitarrista.
Gli ultimi arrivi, grazie al gift voucher di amazon che un caro amico sempre troppo generoso mi ha fatto per natale, sono: il bluray e il cd QUEEN – A Night At The Oden (la leggendaria performance al teatro coperto del quartiere martellaio di Londinium della vigilia di natale del 1975), i due cd di MICK RALPHS di cui sopra, l’album DERRINGER BOGERT & APPICE e la deluxe edition dell’album dei GRT (S.HOWE & S. HACKETT). QUEEN a parte, devo avere qualche disfunzione musicale anche perché a questi nomi assai discutibili per la stragrande maggioranza dei critici Rock italiani, aggiungo l’ultimo soundboard, arrivato via wetransfer dal nostro uomo a Helsinki, dei FIRM, il gruppo di PAUL RODGERS con LEOPOLD alla chitarra…
L’INTER torna a vincere, a fatica, in casa dell’EMPOLI e mantiene la prima posizione in classifica. Rimango perplesso benché ancora fiducioso.
Pago multe (180 euro e tre punti in meno sulla patente per aver viaggiato ai 72 kmh sulla circonvallazione di Stonecity), osservo quel po’ di neve scendere sulla pianura, guardo CARLO VERDONE (sul suo profilo FB) fare gli auguri a suo cognato mimando FOUR STICKS dei LZ versione ROLLINS BAND, mi chiedo se sia il caso di comprare un registratore multitraccia 24 piste della TASCAM, favoleggio l’acquisto di una LES PAUL STANDARD cherry sunburst (o sunburst), mi interrogo sul mio futuro, insomma blueseggio come al solito. Happy new year Tim Tirelli.
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