LUCA MAGNOLI “Still On Track” (30 Holding – 2013) – TTT½

7 Lug

In questi ultimi hanno ho imparato ad essere meno snob verso gli album auto prodotti o pubblicati per piccole etichette, ogni tanto contengono alcune canzoni davvero carine; è il caso di STILL ON TRACK di Luca Magnoli, musicista di Varese molto attivo come bassista/chitarrista di almeno tre formazioni. Luca ama molto il blues, la psichedelia, il rock classico (Led Zep e Bad Co included) e quel bluesrock suadente e sfigatamente elegante alla JJ Cale (che il demonio lo abbia in gloria!).

Chi fosse interessato a saperne di più: http://www.reverbnation.com/lucamagnoli

STILL ON TRACK, pur appoggiandosi a classiche basi del genere, è un disco tutto sommato obliquo, aggettivo e approccio che ci piacciono parecchio. MAGNOLI suona tutti gli strumenti (persino la batteria nel primo pezzo, il resto è batteria elettronica Roland). LUCA riesce a costruirsi un mondo tutto suo e lo registra in diretta in casa sua tra il bagno e la sala da pranzo su un 4 tracce Roland.

LUCA MAGNOLI - STILL ON TRACK 018

MARY ELLE proviene dalle corde di CHUCK BERRY, CALE da quelle di JJ ovviamente. GREY BLUES ci fa capire che bravo chitarrista sia LUCA. Personalmente non riesco più a sopportare brani blues lenti che non siano dei padri neri (1920-60) o dei padri bianchi del british blues (1964-69), ma questo blues grigio l’ho ascoltato con piacere fino in fondo. I DON’T KNOW WHY credo sia il pezzo di punta e mi piace un sacco. Groove simile alla indimenticabile BURNIN’ SKY della BAD COMPANY, caratterizzato da un approccio di nuovo alla JJ CALE e da un cantato guascone. Qui il file audio:

LUCA MAGNOLI “I Don’t Know Why” 2014

Le cover sono affrontate con un piglio personale ma in dischi come questi preferisco il materiale originale. Bello MILANES BLUES con un pianino non indifferente, gradevole anche il resto tra swing, shuffle e blues appunto. RIP subito ti lascia un po’ di stucco, gli echi di DYLAN sono forti ma poi, una volta prese le misure, il brano si fa ascoltare fino alla fine. Bello la lunga coda strumentale con la solista in evidenza. Chiude TURTLES BLUES, un quadretto acustico e bluesy alla ERIC CLAPTON.

Album senza dubbio piacevole. Bravo Magnoli.

LUCA MAGNOLI - STILL ON TRACK 018

GLENN COOPER “Il Calice Della Vita” (Editrice Nord 2013) – TTT¾

5 Lug

Alla groupie questo libro non è piaciuto per nulla, io invece penso che sia uno dei più bei libri del genere. No, dai, esagero, lo sapete come sono fatto, però l’ho letto con piacere e trovo che la storia sia avvincente, beh perlomeno per me. Parla della ricerca del Santo Graal, qui sotto la sinopsi, e si sviluppa attraverso trame che in questi ultimi lustri hanno usato in molti. Il genere in questione, quello che impasta insieme scienza, religione, tematiche filosofiche, e thriller, mi piace parecchio, tuttavia capisco che sia un filone ormai abusato. Condivido questo amore con l’amico-Jaypee, ma lui mi sa che sia più selettivo di me. Ritornando alla differenza di giudizio con la groupie, non capisco se sia lei diventata un po’ snob (è una lettrice accanita, attenta, capace, esperta) o io di bocca buona, resta il fatto che IL CALICE DELLA VITA mi è piaciuto parecchio. Poi, l’idea che si sviluppa nella parte finale ( un potere che risale all’origine dell’universo, un potere che va oltre la Chiesa, oltre la morte di Cristo, oltre la vita…) mi sembra molto originale (nel bene e nel male). Glenn, hai fatto centro anche questa volta.

Il calice della vita - Glenn Cooper

Dal risvolto della copertina:

Per secoli, regnanti e uomini di fede, eruditi e avventurieri lo hanno cercato. Invano. Nessuno ha scoperto dov’è custodito. E nessuno ha scoperto quale mistero nasconda. Fino a oggi.

Inghilterra, XV secolo. Non è la prigione a gettare Thomas Malory nel più nero sconforto. È la consapevolezza di avere fallito, proprio come tutti coloro che lo hanno preceduto. Ormai ha una sola ragione di vita: proteggere la chiave che dà accesso a un segreto antichissimo. E ha un solo modo per farlo: scrivere un’opera sulle gesta di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda… 
Inghilterra, oggi. Arthur Malory è sconvolto. Prima ha visto il suo migliore amico, Andrew, morire per mano di un assassino, poi è sfuggito per miracolo all’incendio che ha distrutto la sua casa. E tutto ha avuto inizio con una telefonata, quella in cui Andrew gli annunciava di avere novità sensazionali riguardo alla loro grande passione comune: il Graal. Da quel momento, Arthur è diventato il bersaglio di uomini senza scrupoli, determinati a completare una missione iniziata in Palestina, la notte in cui Gesù ha bevuto dal sacro calice, durante l’Ultima Cena. La sua unica possibilità di salvezza è trovare il Graal prima di loro. E, per riuscirci, dovrà rintracciare e seguire una catena d’indizi lasciata dal suo illustre antenato, Thomas Malory. Ma la sfida più grande che attende Arthur è la natura stessa del potere del Graal. Un potere che risale all’origine dell’universo, un potere che va oltre la Chiesa, oltre la morte di Cristo, oltre la vita…

Con questo romanzo ambizioso e audace, Glenn Cooper coinvolge il lettore in un’avventura sorprendente, al confine tra fede e scienza, confermandosi uno degli autori di maggior talento degli ultimi anni.

graal

 

Video: LED ZEPPELIN Los Angeles Forum 24 march1975

2 Lug

Su questo blog ne siamo consci, i LED ZEPPELIN hanno finito di essere tali, ovvero quelli dell’immaginario collettivo, il 29/07/1973, dopo di quella data (l’ultima del tour del 1973), JIMMY PAGE non è più stato lo stesso, e probabilmente anche ROBERT PLANT, però … la fighinaggine non li ha mai abbandonati.

LED ZEPPELIN Los Angeles Forum 24/03/1975

LED ZEPPELIN 3-24-75 b LEZ ZEPPELIN 3-24-75

 

 

 

BLUEGRASS IN MICHIGAN di Paolo Barone

30 Giu

 Il nostro Polbi oggi ci porta in un posto dove l’erba  è blu e le ragazze (non sono tutte così) carine…

Non molto tempo fa un mio amico mi ha invitato ad andare a vedere un concerto di Bluegrass in un locale qui in Michigan.

Il posto si trova in una zona a me molto familiare, quella che qui chiamano “downriver”, una serie di piccoli centri abitati che segue il Detroit river prima e le sponde del lago Erie poi, fino a diluirsi nel confine con l’Ohio. Qualche milione di persone, al novanta per cento working class, messicani e afroamericani nella parte piu’ prossima a Detroit, sempre più bianchi man mano che ci si sposta verso sud, con un alta concentrazione di “white trash”, americani bianchi poveri e generalmente poco istruiti.

Lago Erie

Il paesaggio da quelle parti e’ unico. I centri abitati trasmettono, almeno guardandoli con uno sguardo europeo, un forte senso di smarrimento e desolazione, con le loro infinite casette monofamiliari anonime e piatte, intervallate da zone commerciali che sembrano appena costruite, precarie. Stanno li da più di cinquant’anni, incapaci di assumere una propria identita’, sospese per sempre nel loro anonimo nulla.

Andando verso il lago invece le cose cambiano drasticamente. La natura diventa protagonista: alberi giganteschi, aquile, marmotte, cervi, aironi, uccelli di ogni tipo, pesci, procioni, scoiattoli, e la costa canadese vicinissima a completare la vista. Ma poi, se guardi meglio, alla tua sinistra vedi le ciminiere altissime della centrale a carbone, e la collina della discarica avvolta dai gabbiani. A destra invece, sulla strada che porta a Cleveland, le torri di cemento fumanti della centrale nucleare. Un posto pazzesco, bello e terribile al tempo stesso, capace di mettere sempre in discussione le tue certezze appena conquistate. Ecco, in questa zona, c’e’ il posto che ospita una delle migliori scene Bluegrass degli States. Perche’ qui non sono arrivati a cercare lavoro solo i neri del sud con il loro blues, ma anche un sacco di bianchi dalle montagne e dalle campagne, portandosi a loro volta il proprio bel bagaglio di speranze, sogni, ignoranza, nostalgia e canzoni. Pur non essendo per nulla un appassionato di Bluegrass ho deciso di andare a vedere, anche un po’ coinvolto dall’enorme passione del mio amico per ogni tradizione musicale americana.

Il posto si chiama Eagle Club. Mi spiegano che locali come questo prendono il nome di un animale qualsiasi (eagle, moose, elk…) e si organizzano come una specie di centro associativo per i propri iscritti. In realta’, una scusa per ritrovarsi fra facce conosciute e bere alcolici a un prezzo inferiore rispetto a un normale bar.

hve-main

Prendo la Highway 75, esco a Flat Rock e dopo aver attraversato il piccolo centro cittadino imbocco la lunghissima Telegraph Road che si perde nel buio della notte del Michigan. Qualche stazione di servizio, poche case isolate che ti mettono i brividi a vederle, tanti alberi, e poi, proprio davanti a un autodromo semi abbandonato, l’insegna illuminata dell’ Eagle Club. Il parcheggio e’ discretamente pieno, arriva qualche nota da dentro, per il resto tutto e’ avvolto da un silenzio assoluto.

Il locale e’ di una essenzialita’ disarmante. Una grande sala piena di tavoli enormi e sedie, un bar nell’angolo, una specie di cucina, una macchina di popcorn, luci al neon e un piccolissimo palco in fondo al salone.

Eagles' Club Fklat Rock Detroit

Una cinquantina di persone sedute ai tavoli in ordine sparso che bevono e mangiano hot dogs, mentre sul palco una band suona musica country. Saluto il mio amico, prendo anche io la mia brava birra rigorosamente in lattina e mi seggo a uno dei tavoloni. Praticamente subito arriva un signore sulla sessantina ad offrirmi dei biglietti per una piccola lotteria, a fine serata verra’ estratto il vincitore di un cesto con qualche bottiglia di liquore. Mi adeguo e compro il mio biglietto, ma poi continuo a guardarlo mentre passa di tavolo in tavolo. Ha una di quelle facce che sembra di conoscere da sempre, come se ci avessero accompagnato ovunque per tutta la vita. Baffi, occhiali, camicia a quadretti, procede serio e metodico, con ordine e precisione. La band sul palco attacca Tungled up in Blue di Dylan, unico brano non tradizionale di bluegrass-country in tutta la serata, e catturano la mia attenzione. Strumenti acustici, basso, banjo, chitarra, mandolino e voce, suonano veramente bene. Hanno tutti una certa eta’ tranne uno, che suona chitarra e mandolino e avra’ non piu’ di sedici o diciassette anni. Jesse Manns e’ un ragazzo corpulento, figlio di Mitch,un famoso musicista locale che suonera’ poi durante la serata in un altra band, e da queste parti e’ una celebrita’. Lo conoscono tutti e pare che abbia iniziato a frequentare la scena musicale del posto fin da bambino dimostrando subito un talento prodigioso, da parte mia non stento a crederlo visto cosa tira fuori da chitarra e mandolino come se fosse la cosa piu’ naturale del mondo. A poco a poco la situazione comincia a piacermi, e pur sentendomi un pesce totalmente fuori dall’acqua, inizio a godermi la musica e l’atmosfera dell’Eagle Club. Se non fosse per qualche schermo di telefonino, potrei essere finito in una bolla temporale, sospeso fra fine anni cinquanta e primi sessanta non oltre. Viene da pensare che per questa fetta di america tutto quello che e’ successo in questi ultimi 50 anni non abbia significato poi molto. Sembra siano rimasti ancorati a un idea di vita semplice, che possa tenerli al riparo dalla devastante complessita’ del nostro tempo, come se tutto il loro mondo alla fine si risolvesse in quelle birre in lattina, in quello stare li a sentire quelle canzoni con il biglietto della lotteria in mano.

Le band si alternano sul palco, e ora c’e’ una signora con i capelli tirati su, in perfetto stile post bellico, che canta con un tono molto melodioso e sicuro. Banjo e violino la fanno da padroni, e per la prima volta mi soffermo sui testi delle canzoni. Nonostante sia qui da molti anni ormai, devo concentrarmi per prendere il senso delle parole in un contesto come questo. Ascolto, e rimango sorpreso. La signora non sta cantando parole di amore e vita lieve come pensavo, tutt’altro: E’ una storia di sangue, un omicidio, galera e rimorso. Non me lo aspettavo, ora presto piu’ attenzione e mi rendo conto che i testi sono spesso storie di sofferenza ed emarginazione. Il lato oscuro di quest’ america profonda viene a galla, l’america della solitudine, dei sogni spezzati e delle armi sotto il cuscino. Una vena di psicosi e paura che attraversa questo paese, appena sotto lo strato protettivo di “ in god we trust ”,bandiere e buona educazione. Nel frattempo la musica resta sempre molto intensa, qualcuno si mette anche a ballare, e mi accorgo che sono i brani con i testi piu’ duri e inquietanti a riscuotere gli applausi, a fare cantare la gente sulle sedie. Mentre suonano qualche pezzo di Johnny Cash, mi viene da pensare a come queste musiche abbiano partecipato alla nascita del Rock and Roll, a come il blues dei neri e dei bianchi si sia incontrato strada facendo. Mi torna in mente Hank Williams, la sua musica e la sua storia maledetta, mi vola un pensiero al “nostro” Graham Parsons, e mi sento sempre piu’ coinvolto dal suono di questi banjo, di queste chitarre.

Per ultima sul palco sale la band di Roy Cobb. Mi dicono che sia una vera e propria leggenda vivente nel mondo del Bluegrass. Ha piu’ o meno novant’anni, suona e canta per un oretta con decisione e passione, e’ di casa all”Eagle Club e tutti lo applaudono con calore. Fa un certo effetto sentirlo cantare, e pensare a quante cose ha potuto vedere e sentire in questa sua lunga vita per la musica. I musicisti che invecchiano sul palco assumono un valore tutto speciale, la iniziamo a sentire sul serio anche noi nel nostro mondo Rock questa particolare sensazione. Canta “come vorrei che fosse ancora il millenovecentoquaranta, nel mio Tennessee…”

Ce ne andiamo, mentre la serata prosegue oltre l’una del mattino.

Il tempo del mondo scorre veloce, ma non all’Eagle Club di Flat Rock, Michigan.

ROLLING STONES, Roma, Circo Massimo, 22 june 2014

28 Giu

Introduction

I Rolling Stones… difficile prescindere da loro, per quanti milioni di esseri umani sono stati un esempio, una luce guida, uno stile di vita? Per me certamente sì, le figure di Mick e Keith sono state il template per i sogni di rock and roll miei e di Tommy ai tempi dei MIDNIGHT RAMBLERS (inizio anni ottanta… il nome era tutto un programma) prima e della CATTIVA COMPAGNIA originale (1988-1993) poi. Quegli album,  quelle canzoni, quel senso di fighinaggine Rock. Quel rimanere completamente estasiati davanti a quei quadretti musicali nascosti tra gli angoli più in ombra dei loro album: MOONLIGHT MILE, COMING DOWN AGAIN, WINTER e poi ancora NO EXPECTATIONS, MEMORY MOTEL e le ballate sbilenche cantate da KEITH RICHARDS. I Rolling che ho vissuto in diretta sono quelli di LOVE YOU LIVE (il disco dal vivo col miglior titolo di sempre), SOME GIRLS, EMOTIONAL RESCUE, TATTO YOU, i Rolling che ho visto dal vivo sono quelli di SAN SIRO 2003, nel 1982 ero a militare e quelli fine anni ottanta/anni novanta chissà perché me li sono persi. A San Siro c’era anche Picca, non ha lo stesso ricordo che ho io… a me piacquero davvero tanto e per molto tempo pensai che era quello il miglior concerto a cui avevo mai  assistito (dal punto di vista spettacolare, di visual insomma, lo è tutt’ora). In questi ultimi anni il mio rapporto con loro si è sfilacciato, non riesco più ad accettare certe inadeguatezze strumentali, non riesco più a credere a quel vecchio adagio che vuole CHARLIE WATTS grandissimo batterista rock, non riesco a non infastidirmi davanti al chitarrsimo di RON WOOD. KEITH RICHARDS è un caso a parte, lui è il Rock, riff efficaci e riconoscibili, songwriting (in partnership con JAGGER) stellare, physique du role perfetto. Certo, chitarristicamente particolare”(diciamo così) , non un musicista dal talento naturale, ma di tutto rispetto fino a che è restato concentrato sulla chitarra, diciamo primi anni settanta, fino a quando utilizzava con buona frequenza la GIBSON LES PAUL. Dopo è stato risucchiato dalla facilità del suonare sulla TELECASTER con accordatura aperta sempre e comunque, quella che ti consente di non sfigurare quasi mai, di fare il KEITH RICHARDS.

Sempre controproducente fare queste considerazioni, perché poi si scatenano quelli che pensano di sapere e di aver capito tutto, quelli che ti dicono che allora non capisci il rock, ma questo è un blog così, obliquo, blues (nel senso lato) e quindi non possiamo esimerci dall’analisi introspettiva anche riguardo al rock. Sì perché poi non è che a me piacciano solo  i musicisti che “sanno suonare” (qualsiasi cosa significhi), anzi tutt’altro… spesso quelli che san suonare (o credono di saperlo fare) li trovo insopportabili e fastidiosi… mi piacciono ad esempio i MOTT THE HOOPLE e la BAD COMPANY… tolto PAUL RODGERS non è che gli altri siano proprio dei musicisti incredibili, però mi piace come portano a casa il pezzo, come lo confezionano con cura, come riescano a sembrare professionisti seppur abbiano limiti. I Rolling spesso sfiorano il dilettantismo puro, incappano in pasticci a volte incredibili, incredibili sì, per musicisti che da 50 anni suonano insieme sbagliare ancora i finali è un po’ troppo, entrate di batteria fuori tempo, assoli di chitarra (quelli di RW) spesso ridicoli e da band di parrocchia… tutto questo  andrebbe bene per una band che suona alla festa dell’amicizia di Villa Bagno, non per chi si esibisce al Circo Massimo davanti a più di 70.000 persone che hanno pagato 80 euro ciascuna.

Rolling Stones Circo Massimo Roma Locandina 22-06-2014

Ma i Rolling godono di una immunità musicale totale, senza riserve. Il mio caro amico L (bona fide rocker, musicista di ottimo livello) ad esempio era al concerto, gli chiedo un parere a caldo… gli sono piaciuti un sacco e non è d’accordo con il mio punto di vista… eppure lo stesso L era stato deciso nel criticare (con santa ragione) la performance di PAGE nella reunion del 2007… era evidente la cosa, soprattutto per i musicisti, ma allora perché non si adopera lo stesso metro per i RS? Forse perché nell’immaginario collettivo i LZ (e JP in particolare) sono una band di virtuosi, mentre i RS sono sempre stati una band di simpatici disgraziati? Mah, mi interrogo spesso su questa cosa, ci perdo il sonno.

Sì perché poi leggo la (banale) recensione del concerto su Repubblica e mi chiedo se abbiamo visto lo stesso show:

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2014/06/22/news/stones-89724010/?ref=HREC1-29#gallery-slider=89764650

… sì perché poi leggo commenti su facebook del tipo “Sono stati eccezionali. Tutto il resto è solo rosicata”. Rosicata? Ma perché? Io amo i ROLLING, son contento dei loro trionfi, ma non sono stati eccezionali (almeno non tutti i membri), divertenti semmai, ecco questo sì. Io le orecchie le ho, il cervello anche, se fanno qualche figura barbina lo sento, se decine di migliaia di persone si riversano a vedere una banda di settantenni che suona pezzi scritti in giovinezza, beh qualche domanda sullo stato di salute del Rock me la faccio.

Bene, ho detto la mia. Ora posso concentrarmi sul vero motivo di questo post: LA MIA ADORAZIONE INCONDIZIONATA A MICK JAGGER. Tra un mese compirà 71 anni (71) ed è ancora in una forma S P E T T A C O L A R E. Vederlo, fighissimo, correre (in senso stretto) per il palco, cantare (quasi sempre) bene, intrattenere come mai nessun altro, reggere lo spettacolo da solo è semplicemente favoloso. Sì, e piantiamola una buona volta, è JAGGER che tiene su il baraccone. A parte RICHARDS, dietro di lui ci potrebbe essere chiunque altro,  qualsiasi altro batterista e la gente ballerebbe comunque. JAGGER, il pathos rock di RICHARDS e quelle canzoni. Ripenso ad un numero di qualche anno fa di CLASSIC ROCK MAGAZINE UK dedicato ai front men del Rock: primo posto della classifica Bon Scott, tra i primi 5 anche Robert Plant, nessuna menzione per MICK JAGGER. Sono ancora qui – allibito – a chiedermi il perché.

Se c’è un dio su questa terra, si chiama MICK JAGGER.

Going down to Rome

Non fosse stato per la groupie comunque, non sarei andato a vederli a Roma, in un prato. Alla mia età è uno sport estremo a cui non voglio più partecipare, ma lei non li aveva mai visti, e questo potrebbe essere davvero l’ultimo tour, così mi convinco e l’accompagno, spinto anche dal fatto che un giorno a ROMA, città che amo molto, non può che farmi bene di questi tempi.

Domenica 22 giugno, di prima mattina alla stazione MEDIOPADANA dell’altavelocità di Regium Lepidi, praticamente dietro casa. Sono ancora assonnato …

Tim - waiting on a train. Stazione Mediopadana AV (foto della groupie)

Tim – waiting on a train. Stazione Mediopadana AV (foto della groupie)

Dopo 55 minuti siamo a Firenze, in due ore e mezza alla stazione Tiburtina. ITALO TRENO mi piace, l’alta velocità è una gran comodità, certo è anche uno sfregio che attraversa l’Italia. Abbiamo una stanza prenotata all’ARGILETO Residenze, 20 metri dal viale dei Fori Imperiali. Un’ottima scelta questa, courtesy of the groupie. Pranziamo in un ristorantino nei paraggi, un giretto tra i fori…

A day at the forum with the groupie (foto di TT)

A day at the forum with the groupie (foto di TT)

poi cala inesorabile l’abbiocco, ci ritiriamo nei nostri (splendidi) appartamenti. Entriamo al Circo Massimo vero le 17, la situazione è già sul complicato andante, i cellulari non funzionano ma ad un certo punto incontriamo, per una di quelle coincidenza fortuite che poi sono i segni del blues, Lakerla (la mia socia) e Salvo, mangiamo qualcosa, sfidiamo l’afrore di piscio dei bagni chimici, e ci prepariamo a raggiungere una posizione che non sia lontano 200 metri dal palco …

TT: feed the blues (foto di ST)

TT: feed the blues (foto di ST)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di TT)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di TT)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di Saura Terenziani)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di Saura Terenziani)

Verso le 20 inizia JOHN MAYER, un’ora di pop rock dai lievi contorni blues noiosetto e francamente inutile poi, verso le 21,45 entrano gli STONES.

Rolling Stones Circo Massimo Roma scaletta 22-06-2014

Si parte con  JUMPING JACK FLASH e per quanto mi riguarda l’inizio non poteva essere peggiore. Da classico del Rock bello, duro, corposo, da alcuni anni JJF è diventato, grazie alla fragile frasetta di chitarra di RON WOOD, un jingle per bambini (per intenderci dal minuto 03:04 del clip qui sotto)…

… son già lì che già scuoto la testa quando parte LET’S SPEND THE NIGHT TOGETHER, e mi viene la pelle d’oca, gli STONES, finalmente! Sentimento rafforzato da (una sgangherata) IT’S ONLY ROCK AND ROLL e da TUMBLING DICE, il “mio”pezzo”,  con uno dei pochi assoli decenti di RW di stasera…

Senza tanti clamori sbuca poi MICK TAYLOR, MICK TAYLOR cazzo! Imbolsito, senza più le scintille tra le mani, ma pur sempre anni luce dal suo sostituto. JAGGER è incredibile, ho già scritto tutto nella introduzione, ma rimango a bocca aperto, che magnifico rock and roller, che superbo intrattenitore. Mi godo pure CHUCK LEAVELL e BOBBY KEYS, due figure importanti per chi ama il Rock e i ROLLING. Mi infiammo per HONKY TONK WOMEN, sì certo ormai forse non se ne può più, ma è stata una forza trainante della mia crescita.

Il momento di KEITH RICHARDS parte con YOU GOT THE SILVER, uno sferragliamento di chitarra slide che dalla mia posizione mi pare incredibile (nell’accezione negativa). Risentirla su youtube non sembra così terribile; entra poi la batteria (dal minuto minuto 04:10 in questo videoclip) e sembra arrivato il momento del dilettante. Mah. La groupie mi guarda ridendo…

Di nuovo MICK TAYLOR per MIDNIGHT RAMBLER, penso a Tommy e ai nostri vent’anni… e poi MISS YOU, che a me piace sempre un casino… ricasco nella nostalgia e ripenso all’estate del 1978, io e Biccio in giro in motorino, e le 100 lire infilate nel juke box della baracchina del parco per ascoltare i pezzi che sarebbero diventati la colonna sonora della nostra adolescenza, tra cui appunto MISS YOU…

Finale con GIMME SHELTER, START ME UP, SYMPHATY, BROWN SUGAR. Di SYMPHATY FOR THE DEVIL mi rimangono in mente due cose: il volume altissimo della chitarra di KEITH durante l’accordo di SI (“pleased to meet you”) e alcuni suoi pasticci notevoli durante il secondo assolo.

YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT è suonata con l’aiuto di un coro (italiano), non tutto sembra funzionare a dovere, ma il pezzo è “il pezzo”, silenzio (ma anche qui, l’assolo di RON WOOD è inascoltabile). La groupie si emoziona. Di SATISFACTION avrei fatto anche a meno, ma non gli altri 69,999 che sono lì insieme a me.

Non eccezionali dunque, ma certamente divertenti… e vorrei anche vedere, con quelle facce e quelle canzoni.

Rolling Stones Circo Massimo Roma KEITH RICHARDS 22-06-2014

Rolling Stones Circo Massimo Roma KEITH RICHARDS 22-06-2014

Rolling Stones Circo Massimo Roma MICK JAGGER 22-06-2014

Rolling Stones Circo Massimo Roma MICK JAGGER 22-06-2014

Il popolo del Rock scema lentamente, stanco e tutto sommato soddisfatto. Noi ci siamo in mezzo, sospesi in una serata romana perfetta, calda ma sospinta da una brezza che è una benedizione. Costeggiare l’Anfiteatro Flavio (sì, va beh, il Colosseo) illuminato mi ripaga della stanchezza dovuta alle ore passate in piedi.

Roma, Anfiteatro Flavio, 22-6-2014 after the Stones (foto di Saura Terenziani)

Roma, Anfiteatro Flavio, 22-6-2014 after the Stones (foto di Saura Terenziani)

Una pasta in uno dei tanti bar aperti, un ultimo giretto e quindi in camera, una doccia ristoratrice e ROMA good night.

Risvegliarmi nella mia città preferita è sempre un’emozione, mi affaccio alla finestra e respiro le vibrazioni romane: i viali costeggiati dai pini marittimi, il groove più elastico rispetto alle mie città, gli echi dei vagiti provenienti dalla culla in cui l’umanità si è plasmata.

Rome from the window (foto di TT)

Rome from the window (foto di TT)

Check out e colazione in un grazioso bistrot in via Madonna dei Monti…

Bistrot in via Madonna dei Monti, Roma (foto di TT)

Bistrot in via Madonna dei Monti, Roma (foto di TT)

Via Madonna dei Monti (particolare) (foto di TT)

Via Madonna dei Monti (particolare) (foto di TT)

Metropolitana e quindi stazione Tiburtina, bella ed “europea”…

Stazione Tiburtina Roma (foto di TT)

Stazione Tiburtina Roma (foto di TT)

Mezzora passata sulle comode poltrone di Casa Italo e poi saliamo sul treno. Sfrecciare tra il dolcissimo declivio dei colli laziali è un balsamo per l’animo, il viaggiare ti scuote dal torpore dei blues quotidiani. Mi infilo le cuffiette… seleziono l’album SLOWHAND,  poi metto in random… BILLY JOEL, JOHNNY WINTER, ELTON JOHN… socchiudo gli occhi, baby I’m movin’ on.

Regium Lepidi, la blues mobile è lì che mi aspetta nel parcheggio, pronta, calda, bollente… le entro dentro. Pranziamo al cinegiappo, mi bevo una Sapporo gelata, guardo la maglietta della groupie…

Cinegiappo time (foto di TT)

Cinegiappo time (foto di TT)

Non so perché ma mi viene di provare una delle pose crowleyane…

TTCrowleyng away (foto della groupie)

TT Crowleyng away (foto della groupie)

Non succede nulla, Succubus non si materializza, meglio pagare il conto e andare alla domus saurea. Prima di correre da Brian vorrei dare un’occhiata all’email e al blog, ma PALMIRO non è di questo avviso… c’è lui al computer, sta preparando un post per il suo mini blog…

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Va beh, lascio la groupie a disfare gli zaini, Brian arrivo.

PEARL JAM, Milano, San Siro, 20 june 2014 di Bodhran

24 Giu

Non sono mai riuscito ad entrare nel mondo del grunge, alle mie orecchie pare un miscuglio di ritagli dell’hard rock classico degli anni settanta unito ad un modo di cantare strascicato che non sono mai riuscito a digerire. Ne riconosco però l’aspetto contenutistico, l’onestà intellettuale, la bona fide musicale. Certo, qualcosa mi piace, certi battiti d’ali dei PJ, dei SOUNDGAREDEN, degli ALICE IN CHAINS, MOTHER LOVE BONE e, di conseguenza, TEMPLE OF THE DOG, troppo poco però per ritenermi anche solo conoscitore del genere. Mi incuriosisce molto il sentimento da comunità che lega i fan dei PEARL JAM ad esempio, mi piace l’atteggiamento di VEDDER e compagni, magari preferisco cose più sgargianti, ma l’ossatura della musica Rock sta in sentimenti di questo tenore. Nel piccolo mondo del nostro blog abbiamo MASSIMO BONELLI (label manager extraordinaire) e BODHRAN che amano molto i PJ e proprio quest’ultimo è stato l’altra sera a vederli a San Siro (la culla del calcio), ecco dunque qualche breve riflessione a riguardo.

 

PJItaly2014

È andata così, lunedì mattina arrivo al lavoro e mando due righe a Timvenerdì sera ero a San Siro a vedere i Pearl Jam. Ne sono uscito con la rafforzata consapevolezza che il rock and roll non è morto e non morirà”. Risposta immediata del nostro: “Okay. Mi piacerebbe scrivessi qualcosa … anche solo brevi riflessioni per il Blog.  Io sono a Roma…ieri sera Rolling Stones”.

E se il commander-in-chief chiama, le truppe devono rispondere.

La breve premessa è che questo è un racconto “di parte”, tutta l’infornata musicale americana a cavallo tra ’80 e ’90 è stata per me una reale boccata d’ossigeno, dopo quel periodo  di cotonature losangeline, improbabili abbigliamenti, improbabili atteggiamenti e  suoni che non riuscivo a digerire in alcun modo.

Finalmente si potevano riascoltare delle band che a fine concerto “puzzavano di sudore”, che sul palco non recitavano la parte di una certa idea platonica di rocker. E così, come un live dei Soundgarden in un piccolo club a Roma fu una vera e propria epifania, ricordo di aver ascoltato “Alive” dall’album di esordio e di aver comprato il disco l’immediato giorno dopo.

Quella scena poi è stata al solito inglobata dal business, al solito qualcuno ha pagato troppo caro il successo, altri sono spariti, i Pearl Jam in un modo o in un altro son riusciti a trovare un equilibrio e arrivare ad oggi mantenendo la loro integrità.

Passati 25 anni sono sul prato di San Siro, spalti gremiti (il calcio proprio non mi interessa, ma capisco che correre dietro ad un pallone tra quelle 4 mura di tifosi sia un’esperienza), palco semplice, due schermi, luci che si riveleranno molto eleganti ma senza nessun “effetto speciale” e poi la musica, tanta, tanta musica.

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Luca Nassini

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Luca Nassini

Il concerto è stato preceduto dall’ingresso di Eddie Vedder prima della partita dell’Italia per una versione in solitaria di Porch. Sconfitta calcistica subito dimenticata alle 20,40 quando inizia il concerto.

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Pier Luigi Balzarini

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Pier Luigi Balzarini

Al solito la domanda era “con cosa inizieranno?”, la scaletta da anni varia tantissimo da data a data, stavolta  è partenza morbida per i primi 4 brani, l’audio non è eccellente, per una mezz’ora buona stiamo in tensione, poi per fortuna al mixer sbrogliano la matassa e aprono il gas.

Sul palco nessuno si è risparmiato, a partire da un Vedder claudicante ma in grado di tenere botta anche nei momenti più tirati. Hanno percorso tutti gli album, accompagnati dal pubblico che di pezzi ne canta a squarciagola parecchi, questa cosa da una parte non mi piace, ma dall’altra ai live dei PJ si respira un’aria di comunità e alla fine non la avverto patetica come in altri casi (l’ho detto, questo è un racconto di parte). Che sia reale o meno questo fare tutt’uno tra palco e platea forse è uno degli elementi che ha salvato i PJ negli anni.

C’è stato quindi il tempo per celebrare l’anniversario di “fidanzamento” di Eddie Vedder, come ci ha raccontato avvenuto proprio a Milano, cantare buon compleanno alla moglie di Matt Cameron (batterista originario dei Soundgarden, che è stato un orologio atomico insieme al basso di Jeff Ament, e continua ad essere uno dei batteristi più interessanti degli ultimi 20 anni, almeno nel mio personalissimo cartellino).

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Streetspirit73

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Streetspirit73

Nota per il blog, tra i brani suonati anche Given to Fly, spudorato omaggio a Going to California degli Zep.

Pubblico spettacolare anche nei momenti più rabbiosi, più tirati, senza doversi preoccupare di salvare la buccia tra poghi non richiesti, questo succedeva tot anni fa.

Il primo dei due classici bis è stato di 9 pezzi (nove, alla faccia dell’encore!), e poi il secondo breve ma intenso, hanno dovuto tagliare tre brani dalla scaletta causa coprifuoco di San Siro: “Alive” e “Rockin’ in the Free World” in uno stadio esultante completamente illuminato, una visione spettacolare.

Hanno salutato alle 23,45: 3 ore di fuoco di fila ininterrotto per 34 pezzi. Per un attimo mi sono fatto rabbia nel non aver preso il biglietto anche per la seconda data italiana a Trieste, ma tant’è, in questo caso davvero chi si accontenta gode.

Pensando agli Stones due giorni dopo a Roma posso solo dire “It’s only rock ‘n’ roll, but I like it”.

Setlist:
Release
Nothingman
Sirens
Black
Go
Do the Evolution
Corduroy
Lightning Bolt
Mind Your Manners
Pilate
Untitled
MFC
Given to Fly
Who You Are
Sad
Even Flow
Swallowed Whole
Setting Forth (Eddie Vedder song)
Not for You
Why Go
Rearviewmirror

Encore 1:
Yellow Moon
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Thin Air
Just Breathe
Daughter (con citazioni di W.M.A., Let it Go, It´s OK)
Jeremy
Better Man
Spin the Black Circle
Lukin
Porch

Encore 2:
Alive
Rockin’ in the Free World (Neil Young cover)
Yellow Ledbetter

 

LED ZEPPELIN I Super Deluxe Editon (Swan Song 2014 – 96 euro)

17 Giu

 (BROKEN) ENGLISH VERSION BELOW

LED ZEPPELIN I-II-III super deluxe edition

Ricevere i nuovi box set dei LZ è stata una emozione, pur con qualche angolo spiegazzato, ma sono confezioni pesanti e tutto sommato delicate, temo sia fisiologico riceverle con qualche ammaccatura se si sceglie la spedizione per corriere. Due LP, due CD, corposo ed elegante libro, cartellina-copia del primo press kit, cartoncino con riprodotta la cover e il numero della tua copia (su una tiratura di 30.000 … e qui il termine limited edition va a farsi benedire), nonché il codice per scaricare gratuitamente la versione digitale ad alta definizione.

LED ZEPPELIN I super deluxe edition (photo Tim Tirelli)

LED ZEPPELIN I super deluxe edition (photo Tim Tirelli)

La confezione è grande e nel mio caso non è possibile sistemarla nello scaffale dei vinili, così devo adattarmi e riporla nell’armadio vetrinetta che ho in sala…

LED ZEPPELIN I super deluxe edition negli scaffali (photo Tim Tirelli)

LED ZEPPELIN I super deluxe edition negli scaffali (photo Tim Tirelli)

ORIGINAL ALBUM – LZ FAN: TTTTT

ORIGINAL ALBUM – CASUAL FAN: TTTTT

BONUS DISC – LZ FANTT½

BONUS DISC – CASUAL FAN: TTTT

PACKAGING: TTTTT

 

Disc 1: Original album (released as Atlantic 588171 (U.K.)/SD-8216 (U.S.), 1969)

  1. Good Times Bad Times
  2. Babe I’m Gonna Leave You
  3. You Shook Me
  4. Dazed and Confused
  5. Your Time is Gonna Come
  6. Black Mountain Side
  7. Communication Breakdown
  8. I Can’t Quit You Baby
  9. How Many More Times

Queste nuove superdeluxe edition sono anche un’occasione per riascoltarsi i dischi originali, e farlo col nuovo remaster di JOHN DAVIS è una piccola nuova esperienza. Credo che gli album dei LED ZEPPELIN non si siano mai sentiti così bene, e stiamo parlando di remaster mica di remix. Tutto sembra più chiaro, la musica respira meglio …  mammia mia che bravo questo DAVIS. LED ZEPPELIN I, che disco … registrato alla fine del 1968, uscito nel gennaio del 1969, suona ancora fresco e palpitante, e non è la solita frasetta scontata che si legge dappertutto, in questo caso è proprio vero. Registrato in un periodo di tempo compreso tra le 30 e le 36 ore, da quattro giovani musicisti (due di 20 anni, une di 22, uno di 24), l’album definisce l’hard rock nella sua forma più pura, quella che proviene dal blues e che si lascia trasportare da suggestioni acustiche.

Gennaio 1969 dunque, i CREAM si sono già sciolti, erano un gran gruppo ma votato più alle improvvisazioni che alla composizione e il continuo detestarsi dei tre membri del celeberrimo trio non avrebbe permesso nessun volo pindarico compositivo; la JIMI HENDRIX EXPERIENCE è un qualcosa di memorabile, ma è ormai alla fine dell’avventura, HENDRIX non sopporta più REDDING, musicista tra l’altro non eccelso, e il nero di Seattle sceglierà di versarsi liquido in progetti mai a fuoco. Il JEFF BECK GROUP è la band di riferimento del momento, l’album TRUTH è 15° nelle classiche Usa, PAGE lo utilizzerà se non come template, come termometro per verificare la temperatura della musica Rock. BECK è come PAGE, provengono dallo stesso background, hanno lo stesse idee, sono stati membri degli YARDBIRDS, si vogliono un gran bene, ma BECK è scostante, non è un compositore, e ha un gruppo su cui sa di non poter contare per quanto riguarda scrittura, arrangiamenti, visione.

I FREE sono una band interessante, ma sono giovanissimi (tra i 16 e i 20 anni), il loro primo album esce nel dicembre del 1968, è un po’ acerbo seppur di gran sostanza.

I BLACK SABBATH al momento sono ancora una bislacca blues band, mentre i DEEP PURPLE sono impegnati a fare il verso ai VANILLA FUDGE. Entrambi saranno così colpiti dal gruppo di PAGE da imporre un brusca sterzata alla loro direzione: 13 mesi dopo i BS faranno uscire il loro primo album di rock durissimo, i DP faranno lo stesso 15 mesi dopo con IN ROCK, siamo nel 1970 e i LZ, dopo due album di hard rock, avranno già voltato pagina.

LZ I è la fioritura definitiva del movimento blues inglese degli anni sessanta, i colori  sono ancor più accesi del previsto grazie a riflessi acustici che provengono dalla tradizione della musica popolare. I primi momenti dell’album per tutti sono racchiusi in quel gioco di gran cassa di JOHN HENRY BONHAM, il batterista che sin da quei primi battiti diventerà leggendario. Già dal secondo pezzo, BIGLY, PAGE lascia intendere che il gruppo sarà qualcosa di diverso. Il delicato e commovente arpeggio di chitarra acustica, la disperata dolcezza del cantato contrapposti alla furia delle parti ritmate. Eccola qui, sin da subito, la formuletta del shade & light tanto cara a PAGE, le dinamiche tight but loose che faranno la fortuna dei LZ. L’arpeggio di chitarra è sempre al limite, in diverse occasioni JP è sul punto di precipitare, ma non lo fa mai, anzi prende spunto dalle sbavature per cercare nuove soluzioni e comunque ha il coraggio e l’intelligenza di lasciare parti di chitarra magari non precise pur di non togliere nulla alla magia del momento catturata su nastro.

YOU SHOOK ME è un blues greve, ostinato, che non lascia prigionieri, credo che sino ad allora non si fosse mai ascoltato un blues così pesante. Probabilmente troppo sovraccarico (era necessario il piano sull’assolo d’organo?) e lungo (assolo di armonica, di organo, di chitarra). DAZED AND CONFUSED proviene dritta dritta dal periodo YARDBIRDS, il riff di JACK HOLMES trasformato in quella che diventerà (dal vivo) la più ardita improvvisazione di chitarra di sempre.  YOUR TIME IS GONNA COME: ancora oggi, gente come Massimo Bonelli (nostro amico e label manager extraordinaire) identifica i LZ con questo pezzo, con quell’apertura d’organo, al contempo delicata e aspra. Cosa c’entra un pezzo così in un album di heavy blues? Questi sono i LZ, baby, diversi da tutti gli altri. BLACK MOUNTAIN SIDE deriva da BLACK WATER SIDE, il traditional reso celebre in quegli anni dal grande BERT JANSCH, COMMUNICATION BREAKDOWN è forse il primo esempio di HARD ROCK suonato a ritmo molto sostenuto, I CAN’T QUIT YOU BABY è un altro blues di Wille Dixon reso alla LZ. Chiude HOW MANY MORE TIMES un riff trascinante su cui imbastire tanti riferimenti blues.

L’album naturalmente non è impeccabile, PLANT è ancora immaturo, tende ad urlare non appena Jimmy allenta la briglia, i testi che canta sono un miscuglio di frasette blues rubate alla prosa blues di dominio universale, PAGE lascia forse qualche imperfezione chitarristica di troppo, ma quello che rimane alla fine è una sensazione di purezza e d’intenti senza pari, è la certezza di aver assistito alla cristallizzazione del big bang dell’hard rock, è lo destabilizzante stupore che ossimori arditi siano possibili, che l’immacolata dissolutezza della musica sia cosa concreta. Gennaio 1969, una nuova era si è aperta per la musica rock.

LED ZEPPELIN 1969

LED ZEPPELIN 1969

LED ZEPPELIN I super deluxe edition

Disc 2: Live @ The Olympia, Paris – 10/10/1969 (previously unreleased)

  1. Good Times Bad Times/Communication Breakdown
  2. I Can’t Quit You Baby
  3. Heartbreaker
  4. Dazed and Confused
  5. White Summer/Black Mountain Side
  6. You Shook Me
  7. Moby Dick
  8. How Many More Times

Il companion disc per un casual fan rappresenta una ghiotta occasione per ascoltare un concerto dei LZ del 1969, per il fan vero e proprio del gruppo invece è un’occasione sprecata. Il concerto dell’Olympia di Parigi è disponibile su bootleg da alcuni anni, in qualità praticamente simile a quella riproposta in questo box set. Certo, nel bootleg manca MOBY DICK, ma dall’altra parte non è che questa mancanza da sola ne giustificasse la pubblicazione ufficiale.

Come ho già fatto capire su OUTSIDER, non sono particolarmente legato a questa registrazione, non è un serata memorabile, PLANT a volte è fuori controllo e dunque fastidioso, la chitarra di PAGE è in sottofondo, ma ascoltata a buon volume con la giusta concentrazione sa comunque darti buone vibrazioni … i LED ZEPPELIN del 1969  riescono  quasi sempre ad irretire.

Buona COMMUNICATION BREAKDOWN, molto buona ICQYB. HEARTBREAKER ha la parte iniziale dell’assolo tagliata dato il fastidioso effetto indomabile sulla chitarra, così, dopo la brevissima parte iniziale, si passa subito alla seconda parte suonata insieme al gruppo. Mah. In linea coi tempi DAZED, sicure e dritte al punto WHITE SUMMER/BMS e YOU SHOOK ME.

MOBY DICK è strana, i primi momenti hanno solo basso e batteria con feedback della chitarra in sottofondo poi, una volta che PAGE si unisce al pezzo, si parte dal secondo giro, quello che prevede gli stacchi con gli assoli di chitarra.

HMMT ha il medley completamente tagliato, evidentemente Page ha preferito non dover pagare i diritti agli autori delle cover allora inserite nel pezzo, quindi niente SMOKESTACK LIGHTNING, BECKS BOLERO, OVER UNDER SIDEWAYS DOWN, THE HUNTER, BLUES IMPROVISATION, THE LEMON SONG, BOOGIE CHILLUN, HIDEAWAY, THINK YOU NEED A SHOT (THE NEEDLE). Alcune di queste sono solo accenni, brevi (e oscuri) riferimenti. E’ un peccato perchè ad esempio THE LEMON SONG (che musicalmente non è quella del secondo album) ha un gran bel giro blues. BOOGIE CHILLEN era ancora nella fase embrionale, ben lontana dalla irresistibile versione degli anni a venire (intendo la sezione comunemente chiamata BOOGIE MAMA che c’è ad esempio su TSRTS nel medley di WHOLE LOTTA LOVE).

Buono quindi per il casual fan questo concerto, per le teste-di-piombo ci vuole ben altro.

Credo che, almeno per queste prime uscite, ci si debba soffermare più sulla qualità dell’articolo che sulle sorprese del materiale bonus, più sull’emozione di avere nuove uscite ufficiali dei LZ in mano, più dal commuoversi nel vedere i primi tre dischi dei LED ZEPPELIN nelle top ten (quelle vere, non quelle farlocche) americane ed inglesi.

Jimmy Page - Olympia 1969

Jimmy Page – Olympia 1969

 (BROKEN) ENGLISH VERSION 

LED ZEP I – original album

It was a thrill to receive the new LZ box sets , though with some crumpled corner, but they are heavy packs and delicate items, I fear it’s physiological to receive them with some dents if you choose the shipment by courier. Two LPs, two CDs, full-bodied and elegant book, folder with the copy of the first press kit, a print of the artwork with the number of your copy (on a print run of 30,000 … and hence the term limited edition goes to hell) , as well as the code to download the digital version in high definition.

The packaging is big and in my case it is not possible to place it on the shelf of vinyl, so I have to adapt and put it in the glass cupboard of the living room

This new editions also provides an opportunity for a new listening of the original discs, and to do it with the new remaster of JOHN DAVIS is a new experience. I think the LED ZEPPELIN album never sounded so clear and so good, and we’re talking remaster not remix. Everything seems clearer, the music breathes in a better way … mamma mia, JOHN DAVIS is a real master!  LED ZEPPELIN I, what an album  … recorded at the end of 1968, released in January 1969, it still sounds fresh and vibrant, and it’s not the usual obvious phrase you read everywhere, in this case it’s true. Recorded over a period of time between 30 and 36 hours by four young musicians (two  20 years old, one 22, the other 24), the album defines the hard rock in its purest form, the one that comes from the blues and that is carried by acoustic influences.

January 1969, therefore, the CREAM do not exist anymore, they were a great group but more voted to improvisations than compositions and the continuous hate among  the three members of the famous trio would not allow any flight of fancy composition; The JIMI HENDRIX EXPERIENCE is something memorable, but it is now at the end of the adventure, HENDRIX  does not stand REDDING anymore, and the black cat from Seattle chooses to pour himself liquid into projects never in focus. The JEFF BECK GROUP is the reference band of the moment, the album TRUTH is 15th in the USA chart. PAGE  uses it, if not  as a template, at least as a thermometer to check the temperature of the rock music. BECK is like PAGE, he comes from the same background, the pair have the same ideas, they have been members of The Yardbirds, the two guitarists love each other, but BECK is unfriendly, not a composer, and has a group of which he knows he can not count as relates to writing. arrangements, vision.

The FREE is an interesting band , but they are young (between 16 and 20 years old), their first album was released in December of 1968, it  is a bit ‘sour albeit it has substance.

The BLACKS SABBATH are currently still a weird blues band, while DEEP PURPLE are struggling to be something more than a VANILLA FUDGE inspired band. Both will be so impressed by the group of JIMMY PAGE to impose a sharp turn to their direction: 13 months after the BS will release their first album full of hard rock, the DP will do the same after 15 months with IN ROCK, we are in 1970 now and LZ, after two hard rock albums, have already turned the page.

The LZ I is the flowering of the British blues movement of the sixties, the colors are even brighter than expected due to acoustic reflections that come from the tradition of popular music. The first moments of the album are all enclosed in that big bass drum trick of JOHN HENRY BONHAM, the drummer that ever since those first few beats  will become legendary. Already in the second piece, BIGLY, PAGE suggests that the group will be something different. The delicate and poignant acoustic guitar arpeggio, the sweetness of the vocals as opposed to the desperate fury of rhythmic parts. Here it is, right now, the formua of shade & light so dear to PAGE, the dynamics of the  “tight but loose” attitude that will make the fortune of  LZ. The guitar arpeggio is always on the edge, on several occasions JP is about to fall, but he never does, indeed he seems inspired by those smears to  search for new solutions and however  he has the courage and the intelligence to leave guitar parts maybe not precise so as not to detract from the magic of the moment captured on tape.

YOU SHOOK ME is a heavy blues, obstinate, that  takes no prisoners, I believe that until then you had never heard a blues so heavy. Probably too much overhead (it was necessary that piano during the organ solo?) and long (harmonica solo, organ solo, guitar solo). DAZED AND CONFUSED comes straight from the Yardbirds period, the JACK HOLMES’riff is transformed into what will become (live) the most daring guitar improvisation ever. YOUR TIME IS GONNA : even today, people like Massimo Bonelli (our friend and Italian big label manager extraordinaire) identifies the LZ with this piece, with that opening organ at the same time gentle and harsh. What the hell a piece like this is  doing in an album of heavy blues? These are the LZ, baby, different from all the others!  BLACK MOUNTAIN SIDE comes from BLACK WATER SIDE, the traditional made famous in those years by the great BERT JANSCH, COMMUNICATION BREAKDOWN is perhaps the first example of a HARD ROCK played a very fast pace, I CAN’T QUIT YOU BABY is another blues  by Wille Dixon played in LZ style. HOW MANY MORE TIMES closes the album, a compelling riff on which to baste many blues references.

The album is of course not flawless, PLANT is still immature, it tends to scream as soon as Jimmy slacks the rein, the lyrics are a mixture of blues sentences  stolen from the prose of the universal public domain, PAGE leaves maybe some imperfect guitar  parts too, but what remains at the end is a feeling of unparalleled purity of intent, it is the certainty of having witnessed the crystallization of the big bang of hard rock, it is the destabilizing astonishment that oxymorons are possible, that the immaculate debauchery of rock music is a concrete thing. January 1969,  a new era is now open for rock music..

LED ZEP I – companion disc

The companion disc for a casual fan is a good opportunity to listen to a concert of LZ in 1969, for the real fans of the group instead is a wasted opportunity. The concert at the Olympia in Paris is available on bootleg for several years, in almost similar audio quality to the one proposed in this box set. Sure, the bootleg is missing MOBY DICK, but on the other hand it is not that that alone would justify an official release.

As I have already written on the OUTSIDER magazine, I’m not particularly keen on this recording, it is not a memorable evening, PLANT is sometimes out of control and therefore annoying, the guitar is in the background, but if you pump the volume and  listen to it with the right concentration it give you good vibes anyway…THE 1969 LED ZEPPELIN never let you down.

COMMUNICATION BREAKDOWN is good, ICQYB is very good. HEARTBREAKER has the first part of the solo cut, given the annoying effect on the guitar, so after the  brief initial part it will immediately switch to the second part of the solo played with the group. Uhm.  In line with the times DAZED, safe and straight to the point WHITE SUMMER / BMS and YOU SHOOK ME.

MOBY DICK is odd, the first bit is just bass and drums with feedback of the guitar in the background and then, once PAGE joins the piece, they start from the second instrumental verse, that on with the lead guitar breaks.

HMMT has completely cut the medley, Page evidently preferred not having to pay royalties to the authors of the covers then inserted into the piece, so no Smokestack Lightning, BECKS BOLERO, OVER UNDER SIDEWAYS DOWN, THE HUNTER, BLUES IMPROVISATION, THE LEMON SONG, Boogie Chillun , HIDEAWAY, THINK YOU NEED A SHOT (THE NEEDLE). Some of these are only hints, short (and obscure) references. It ‘a shame, because for example THE LEMON SONG (musically it is not the one of the second album) has a great bluesy guitar part. BOOGIE CHILLEN was still in its infancy, far from the compelling version in the years to come (I mean the section commonly called BOOGIE MAMA that there is in TSRTS during the Whole Lotta Love medley).

This concert is then good for the casual fan, for the ledheard  it is more than just this.

I believe that, at least for these first releases, we should dwell more on the quality of the article and not on  the surprises of the bonus material,  more on the emotions you have when official new  LZ official releases are available, more on the fact that you are moved by seeing the first three albums of LED ZEPPELIN in the top ten (the real ones, not those phony) of the UK and USA charts.

 

Tim’s songs: “PRIMA CHE IL BLUES MI PORTI VIA” (Tirelli – Togni 1989)

14 Giu

Tarda primavera del 1989, io e Tommy Togni siamo un’ affiatata coppia di autori di canzoni. Abbiamo lasciato da un po’ il lavoro e ci dedichiamo anima e corpo al songwrting e allo sviluppo della CATTIVA COMPAGNIA, il nostro gruppo. Una sera Tom è a casa mia, siamo in sala, le finestre aperte sulla tiepida sera primaverile. Ho la chitarra acustica in mano: voglio fargli sentire un paio di riff che mi sono venuti. Nel giro di venti minuti abbiamo due canzoni abbozzate, nel giro di altri quaranta le definiamo. Una è AVRO’ LA LUNA, l’altra PRIMA CHE IL BLUES MI PORTI VIA, un bluesetto melodico che nasce da un specie di arpeggio/riff sul SOL7+. All’epoca Tom era il mio soul brother e lo tormentavo con i gruppi che mi facevano impazzire: LZ, BAD COMPANY, FREE … qualcosa gli doveva essere penetrato nell’animo perché PRIMA CHE IL BLUES MI PORTI VIA ha un indubbio FREE feel. Quel lento respirare della musica, quella melanconica tensione sono frutto della lezione imparata dal gruppo di PAUL RODGERS e PAUL KOSSOFF. Tommy poi, argutamente, nel ritornello decide di lasciare che il testo segua il suo corso. The original CATTIVA COMPAGNIA durò fino al 1993, poi ognuno prese strade diverse, che a volte si ricongiunsero, a volte si persero. Questa, ad ogni modo, è PRIMA CHE IL BLUES eseguita dalla CATTIVA versione 1999:

PRIMA CHE IL BLUES MI PORTI VIA

(words&music Stefano Tirelli-Carlo Alberto Togni – Siae 1989)

 ◊

performed by CATTIVA COMPAGNIA

Tim Tirelli – guitar/lead guitar ◊ Fausto Sacchi – vocals ◊ John Paul Cappi – bass ◊ Mixi Croci – drums ◊ Mel Previte – additional guitar

produced by Mel Previte

 recorded at Centro Musica Studio (Modena ) by Davide Viviani & Studio Vida by Fabio Ferraboschi

  Mixed at Studio Vida (Rubiera RE) by Fabio Ferraboschi & Mel Previte

mastering  Studio Esagono (Rubiera RE) by Fabio Ferraboschi

  ◊

PRIMA  CHE  IL  BLUES  MI PORTI  VIA 

Ho svuotato le mie tasche di sogni, tabacco e chewing gum e mi è rimasto solamente sai un po’ di blues.

 E anche in una notte chiara, chiara come eri tu, sono facile all’istinto baby, non come lo eri tu.

   E non dirmi che mi ami no, sarebbe un’altra tua bugia, anche perché amare me, ti guiderebbe alla follia.

 

Dovrei smettere di farmi, incastrare dalla vita, che tutti i giorni ricomincia ma, ma poi sembra già finita.

 E il profumo del denaro che fiutavi da lontano, sono solo un ragazzo baby, che si prende piano piano.

   E non dirmi che mi ami no, perché sarebbe una bugia, almeno aspetta quando, prima che il blues mi porti   

 ◊

Tim & Tom ai tempi della Cattiva - Live in Frassinoro (MO) agosto 1992

Tim & Tom ai tempi della Cattiva – Live in Frassinoro (MO) agosto 1992

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Centro Musica Studio (MO):  Tim (mentre registra l'assolo di Prima Che il Blues), Jaypee e Mel

Centro Musica Studio (MO): Tim (mentre registra l’assolo di Prima Che il Blues), Jaypee e Mel

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Studio Daze - Fausto allo Vida Stdio tra una take e l'altra (autunno 1999)  - (Foto di TT)

Studio Daze – Fausto allo Vida Stdio tra una take e l’altra (autunno 1999) – (Foto di TT)

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CATTIVA COMPAGNIA photosession autunno 1999

CATTIVA COMPAGNIA photosession autunno 1999 – da sx a dx: John Paul Cappi, Mixi Croci, Fausto Sacchi, Tim Tirelli

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OUTSIDER n.13 LED ZEP cover (giugno 2014 – € 7)

13 Giu

Eccolo qui, dunque, OUTSIDER di giugno con i LZ in cover. Il titolo scelto da Stefani per la copertina appunto e per il suo articolo è FROM YARDBIRDS TO LED ZEPPELIN, esplicativo e pertinente visto che il nocciolo della questione è rappresentato dalle nuove uscite dei primi tre dischi dei LZ, ma certamente poco stimolante. L’articolo relativo è lungo 22 pagine, e si snoda attraverso la storia dell’arrivo del rock in Inghilterra (e in Europa) e quindi della genesi degli YARDBIRDS prima e dei LED ZEPPELIN poi. Il pezzo è costruito anche usando dichiarazioni degli attori protagonisti e non, espediente questo non originalissimo; di solito è un metodo che non mi incanta ma evidentemente Max sa il fatto suo perchè riesce a tenerci incollati alle sue pagine sino alla fine. Interessanti le riproposizioni di tre recensioni dell’epoca tratte da (quella merda di) ROLLING STONE, MELODY MAKER e ROCK&FOLK.

In copertina una bella foto di Jorgen Angel, il fotografo che immortalò il gruppo alla sua primissima uscita, il sette settembre del 1968 a GLADSAXE, appena fuori COPENHAGEN. Capisco che si sia dovuto scegliere uno degli scatti meglio riusciti per di più con taglio verticale, ma mettere in copertina i LZ senza JIMMY PAGE in un numero che parli dei primissimi anni del gruppo, mi pare scelta quantomeno bizzarra.

LZ Gladsaxe 7/9/68 - photo JORGEN ANGEL

LZ Gladsaxe 7/9/68 – photo JORGEN ANGEL

Outsider n,13 giugno

Ci sono poi undici pagine scritte da GIANCARLINO TROMBETTI; come già accennato qui sul blog, (soprattutto) l’ouverture dell’articolo è scoppiettante e divertente. Giancarlo lo intitola IL MARTELLO DEGLI DEI; essendo la frasetta contenuta in IMMIGRANT SONG (dal terzo album) naturalmente ci sta, ma in senso lato andrebbe usata per descrivere il gruppo nel periodo centrale/finale, come d’altra fece PAGE al tempo esprimendo il concetto a proposito di quello che voleva: THE POWER, THE GLORY AND THE HAMMER OF THE GOD. Al di là di tutto comunque è un titolo che non avrei adoperato, perché ormai davvero trito, abusato e scontato.

All’interno vengono riportate due recensioni italiane di allora, tratte da CIAO 2001. Qualcosa però non funziona:  quella di LZ I parla del II, quella di LZ II parla del III. Le recensioni sono di ENZO CAFFARELLI e sono un esempio di pessimo giornalismo musicale. Pur tenendo conto che magari allora si era più giovani, ingenui ed inesperti e che i mezzi erano quelli che erano (ma non dimentichiamo che CIAO 2001 era il più venduto) CAFFARELLI scrive dei due dischi senza in realtà dire niente. Sembra quasi che non li avesse ascoltati (possibile) o che lo avesse fatto distrattamente mentre, appoggiato al davanzale di una finestra, stesse fumando una MS guardando il culo di qualche signorina. Non cita nessun titolo, l’unica volta che lo fa arriva a scrivere che SINCE I’VE BEEN LOVING YOU è un blues nello stile di BB KING. Ora, vi sembra che SIBLY sia un blues nello stile del blues-cabaret di BB KING? Poi ci si chiede perché in Italia il Rock non è mai stato preso/fatto/scritto sul serio.

In ultimo, due paginette e mezzo del sottoscritto relative alle recensioni (scritte ai primi di maggio) dei bonus disc di queste nuove ristampe dei primi tre album dei LZ.

Oltre alla LED ZEPPELIN stuff, un artico di TROMBETTI sui ROXY MUSIC, tra le recensioni di nuove uscite CHRIS ROBINSON BROTHEROOD e NEIL YOUNG/JACK WHITE, nella rubrica Oldies But Goldies LINDA RONSTADT, FRANK ZAPPA e ELP (BSS box set), nel reparto video CLASH e JONI MITCHELL.

 

KEITH EMERSON “Changing States” (1995 – Cherry Red records remaster 2014) – TTTT

12 Giu

Siamo più o meno nel 1989, c’è già sentore di una reunion degli ELP ma il momento non è ancora quello giusto. EMERSON riceve una telefonata da un produtture californiano, PATRICK LEONARD, il quale lo invita nel suo studio su richiesta di KEVIN GILBERT, giovane prodigio con cui LEONARD collabora da un po’. GILBERT è uno strabiliante polistrumentista, cantante, songwriter, compositore, produttore. Morirà a 29 anni di una morte particolare, un sorta di gioco erotico, l’autoerotic asphyvxiaton. Peccato, avrebbe dovuto/potuto essere lui a sostituire nel 1996 PHIL COLLINS nei GENESIS.

Ad ogni modo, in quel tempo produce, registra e mixa le session di KEITH EMERSON, suonando basso, batteria, chitarra, tuba e dirigendo il coro. Buona parte di quelle registrazioni serviranno a template per BLACK MOON, l’abum che i riformati ELP fanno uscire nel 1992.

Nel 1995, quelle session escono come CHANGING STATES, disco solista di EMERSON, ripubblicato quest’anno dalla Cherry Records / Esoteric Recordings.

Keith Emerson - Changing States   008

I tre pezzi cantati non mi convincono, mentre il resto fa di questo un album di spessore. L’intro/riff di SHELTER FROM THE RAIN proviene da IT’S YOUR THING di BOOKER T AND THE MGS. Curioso come questo pezzo abbia influenzato musicisti nati intorno al 1944 (ricordiamo che questo riff veniva usato anche dai LZ nel medley della versione live di COMMUNICATION BREAKDOWN e che lo stesso PAGE lo ha usato come ispirazione per JAM SANDWICH)

http://grooveshark.com/#!/s/It+s+Your+Thing/2EmLUP?src=5

ANOTHER FRONTIER è il piccolo capolavoro di quest’album. Una cavalcata emersoniana che in BLACK MOON diventerà appunto CHANGING STATES.

BALLADE è un delicato quadretto pastello, il dolce e malinconico piano di KEITH sfiorato appena dalla chitarra classica di KEVIN GILBERT. Momento magnifico. Diventerà CLOSE TO HOME su BLACK MOON.

FILE AUDIO: KEITH EMERSON “Ballade”

Keith Emerson - Changing States   009

SUMMERTIME è la versione strumentale dell’evergreen di GERSHWIN; jazzy e meccanica, pare poco ispirata. Molto meglio la rilettura di THE CHURCH (colonna sonora del fim di DARIO ARGENTO), cattedrale sonora inondata da fiotti tastieristici di lignaggio altissimo.

INTERLUDE si spiega da solo, breve battito d’ali di EMERSON al piano.  MONTAGUES AND CAPULETS è una rilettura di SERGEJ PROKOFIEV alla maniera di KEITH EMERSON: maestosa, epica, sublime. In BLACK MOON diventerà ROMEO AND JULIET.

FILE AUDIO: KEITH EMERSON “Montagues and Capulets”

Keith Emerson - Changing States   010

Chiude il disco ABBADON’S BOLERO (da TRILOGY del 1972) con in evidenza la LONDON PHILARMONIC ORCHESTRA condotta da JOHN MAYER. Uno spettacolo.

FILE AUDIO: KEITH EMERSON & THE LONDON PHILARMONIC ORCHESTRA “Abbadon Bolero”

Bell’album dunque, un must per i fan di EMERSON (e  non solo).