E’ il compleanno della groupie, festeggiamo al Lime Theater di Regium Lepidi. Finalmente un nuovo spazio per concerti in città. Il teatro è stato ricavato da uno dei padiglioni della Fiera, il tutto è un po’ spartano ma niente male. Al momento 1600 posti, in futuro si parla di 2500. Speriamo che Regium e (Mutina) torni ad essere tappa dei tour di artisti e di gruppi. Siamo nelle tribunette. In platea c’è anche mia sorella.
Sono qui per una serata di musica non occidentale, niente Blues, niente Rock, niente capitalismo…per una volta distante dai suoni che di solito mi riempiono le orecchie. Entrano i coristi e i musicisti. Il colpo d’occhio non è niente male. Si parte con l’inno italiano (molti spettatori si alzano in piedi), quindi l’inno russo e a seguire BELLA CIAO (con intermezzo strumentale di BANDIERA ROSSA). Uh, cominciamo bene mi dico. Seguono brani di musica russa, conditi da balletti davvero straordinari. Il livello è alto, gran coro, bella orchestra, ballerini bravissimi
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Son lì che godo di queste arie che parlano di cosacchi, di viburno rosso, di notti moscovite, dell’epopea della grande madre Russia quando verso metà spettacolo il livello della proposta scade miseramente: prima con insulso motivo danzereccio occidentale con tanto di basi e con i “militari” russi che iniziano a fare i simpatici, poi E DIMMI CHE NON VUOI MORIRE, il brano di Curreri, Ferri, Vasco Rossi che Patty Ptravo cantò qualche anno fa, che di per sé è una bella canzone ma che in questo contesto risulta piuttosto ridicolo.
Poco dopo i cinque suonatori di balalaika si spostano sul fronte del palco, iniziano con un pezzo classico poi franano su SMOKE ON THE WATER…mamma mia mi dico. Chiudono con BACK IN USSR che a dir la verità ci sta, ma speravo che il varietà non appartenesse alla serata. Molti tra il pubblico applaudono convinti. Sono io quello con dei tarli nella mente.
Questo è uno dei problemi della globalizzazione, di tutto un po’…in qualsiasi campo. Io sono venuto per venire catapultato negli Urali del Dottor Zivago, nella piazza Rossa, a Leningrado…non per ricordare Patty Pravo o le sconcezze musicali ballabili dei tempi moderni. Volete fare un omaggio all’Italia? Bene, allora inserite VERDI, PUCCINI, MORRICONE. Volete fare un omaggio alla cultura occidentale? Va bene, allora suonate qualcosa di AARON COPLAND o di giganti simili.
La serata era partita benissimo, ma alla fine esco col capo chino. Mi risolve la serata un commento che capto per caso: una ragazza (da cui non ti saresti mai aspettato un commento del genere) rimpiange il non aver trovato l’INTERNAZIONALE in scaletta.
THE EQUINOX LIVE AT BOTTEGA DEI BRIGANTI, MONTECAVOLO 16/11/2016
Gli EQUINOX tornano alla BOTTEGA DEI BRIGANTI, è la terza volta quest’anno. I gestori e il pubblico del locali evidentemente ci amano, così inizio a pensare che la BOTTEGA per noi è quello che il LOS ANGELES FORUM fu per i LZ. Suonare di mercoledì sera è una faccenda che terrorizza, il pomeriggio di ferie, fare tutto di corsa, l’indomani mattina andare a lavorare, ma alla fin fine gli operai del Rock sono abituati a questi strapazzi. Caricare la AOR mobile sembra una mission impossible… 4 chitarre, un piano elettrico, due amplificatori, un mandolino, una spia, reggichitarre, seggiolini, una pedaliera basso, tre valige di cavi ed effetti, una pedaliera per chitarra. La vita è dura.
The Equinox – Bottega dei briganti 16/11/2016 – Photo Saura T
The Equinox – Bottega dei briganti 16/11/2016 – Photo Saura T
Il palco del locale è piccolo, ma in qualche modo riusciamo a dividere gli spazi.
The Equinox – Bottega dei briganti 16/11/2016 – Photo TT
Stasera riportiamo in auge il set acustico, dopo 9 lunghi anni di assenza dalla nostra scaletta.
The Equinox – Bottega dei briganti 16/11/2016 – Photo TT
POL ha mal di gola, stasera ha il blues della raucedine. E’ disperato. Federica, la sua groupie, cerca di consolarlo, ma il Brad Delp di Correggio è nervoso e stizzito. Cerchiamo di stabilizzarlo, dopotutto PLANT si fece tutto il tour del 1975, da gennaio a marzo, in quelle condizioni. Io gli do il mio aiuto psicologico (so quanto sia dura una cosa del genere per un cantante), SAURA gli fa da crocerossina e LELE gli tira due madonne. Con l’aiuto di acqua calda con aceto e due o tre bicchierini di bourbon POL si rimette in sesto e alla fine porta a casa la serata meglio di quanto ci si aspettasse.
Arrivano gli amici. Mario mi chiede se faremo TANGERINE, il cuoco (americano) chiede NO QUARTER… sono anni che vorrei farla, speriamo che SAURA si decida ad imparare la parte di piano.
Stasera partiamo con THE SONG REMAINS THE SAME, segue BLACK DOG. Al riff di HEARTBREAKER partono le prima urla. Ah, il piombo zeppelin non tradisce mai. Dopo DAZED AND CONFUSED Riff corre sotto al palco a dirmi “ Stefano, che spettacolo!” Quando Riff mi chiama Stefano significa che c’è dell’energia cosmica da qualche parte. Grazie Roberto! MMHOP, SIBLY, RAMBLE ON precedono I’M GONNA CRAWL, per quanto ci si sforzi di proporre qualche brano per intenditori è indubbio che quest’ultima riscuote sempre poco successo. Peccato, secondo noi rimane un gran pezzo, dove tra l’altro PAGE suona uno dei suoi assoli migliori.
The Equinox – Bottega dei briganti 16/11/2016 – Photo TT
Ci mettiamo a sedere, THE BATTLE OF EVERMORE e GOING TO CALIFORNIA. Guardo Saura tutta concentrata sul mandolino. Che polistrumentista! Rimango seduto e parto con l’arpeggio di BIGLY (Babe I’m Gonna Leave You insomma), la gente inizia ad urlare. BIGLY è un pezzo difficile da rendere dal vivo, se lo fai con una chitarra acustica poi perdi il senso nelle sezioni Rock, se lo fai con una chitarra elettrica perdi il senso dell’arpeggio suggestivo sulla acustica. Io uso una DANELECTRO, che è elettrica sì, ma particolare. Da quando abbiamo il pezzo in scaletta, è la nostra versione migliore. E’ la prima volt che sono soddisfatto. L’applauso è di quelli che non ti scordi.
BIGLY – The Equinox – Bottega dei briganti 16/11/2016 – Photo Riff Gilioli
Mi rimetto in piedi è il momento di ACHILLES LAST STAND. E’ la prima volta che la suoniamo dal vivo. Ci siamo trovati in sala prove solo due volte prima di questo concerto, probabilmente è un azzardo, il pezzo non è ancora digerito del tutto, LELE la suona guardando lo schema che ha attaccato di fianco alla batteria. Difficile per SAURA rendere il giro di basso che fece JONES con il suo BECVAR 8 corde. Ha arricchito il suono col compressore e il risultato alla fine è dignitoso. Ho studiato l’assolo di ACHILLES per la prima volta in queste ultime settimane e sono rimasto sbalordito dal fatto che PAGE riesce ancora a sorprendermi, e questo dopo quasi quarant’anni di amore ininterrotto. L’assolo nella versione in studio mi piace davvero moltissimo. Che gran chitarrista che era. Prendo in mano la doppiomanico, it’s STAIRWAY TO HEAVEN time. La gente applaude, il pezzo vola via tranquillo. Dall’assolo sino al finale sento che il gruppo è in sintonia, rocchiamo e rolliamo con la grazia del Dark Lord sopra di noi. WHOLE LOTTA LOVE, COMMUNICATION BREAKDOWN, ROCK AND ROLL. Ancora piombo Zeppelin per un pubblico appassionato. Durante la presentazione del gruppo che faccio in mezzo a CB introduco la nostra bassista-tastierista con le solite frasi: “la Valentino Rossi del Rock And Roll, la reggiana dagli occhi di ghiaccio la nostra superfiGa SAURA TERENZIANI!”. Segue Boato! E quando scrivo boato, intendo boato!
Ci chiedono il bis. THE OCEAN.
Mi sembra che sia stato un buon concerto. POL se la è cavata bene nonostante i gravi problemi alla voce. LELE una volta di più mi ha impressionato, quando lascia libera la bestia, il batterista elegantemente hard rock che c’è in lui, il gruppo vola ad alta quota. Se Lele fosse un professionista, se fosse nato in Britannia negli anni giusti sarebbe oggi un batterista alla pari dei grandi che veneriamo oggi. Il discorso non vale solo per lui, conosco altri musicisti talentuosi che se cresciuti in una altra epoca e in altro paese sarebbero diventati musicisti Rock famosi, ma stasera rivolgo principalmente a lui questo pensiero.
Dopo il concerto la gentilezza e l’entusiasmo degli amici ci riempie il cuore. La Simonetta- che non ci aveva mi visti – mi viene incontro e dice “Sei fantastico!”e lo fa con una semplicità, con un candore che mi emoziona. Naturalmente non è vero, è la doppio manico che contribuisce alla suggestione, quando la alzo per la fanfara di STAIRWAY etc etc, però è bello – nel nostri piccolo – suscitare reazioni così positive.
Riff mi dice che si è commosso durante la parte finale, assolo e sezione Rock di STAIRWAY TO HEAVEN. “Mi sono venute le lacrime agli occhi” e se lo dice Riff superfan anche lui da quarant’anni (vide la band a Knebworth nel 79) capisco che abbiamo fatto un discreto lavoro.Leo, cantante e chitarrista della zona, mi dice “Quando ho visto la DANELECTRO pensavo mi avresti fatto KASHMIR in accordatura aperta…”
Valerio, il titolare del locale, si complimenta con me in tre momenti diversi, e già ci prenota per una data in primavera. Quando il titolare di un locale è soddisfatto anche tu sei soddisfatto. Smontiamo, carichiamo e compilo il borderò della SIAE. Saluto e mi metto in moto. Prima di uscire un tipo mi dice. “Bravo Tirelli!”. Non lo conosco, ma lo abbraccio e lo saluto con affetto. E’ da poco passata l’una, fa un freddo cane, sono ancora preda del turbinio del concerto, salgo sulla AOR mobile e parto. La Tucson ha la possibilità di riscaldare i sedili. Da qualche settimana a questa parte non riesco più a farne a meno. Il tepore mi avvolge mentre con Saura attraverso la notte reggiana. Non ancora sazi ci spariamo NO QUARTER versione studio…la notte nera, il piano sintetizzato di JONES, l’assolo pieno di mistero di PAGE, il testo evocativo…che brividi ragazzi. Arriviamo alla Domus Saurea dopo mezz’ora. Scarichiamo, portiamo l’ambaradam in soffitta, una doccia calda, un thè e a letto. Sono le due passate…domattina sarà dura alzarsi per andare al lavoro, ma adesso mi sento a posto, ho avuto la mia distrazione, mi sono sbarazzato di me stesso, sono sereno…chiudo gli occhi…New York, goodnight.
MICK RALPHS BLUES
Venti giorni fa ho visto la BAD COMPANY a GLASGOW, era il 25 ottobre, pochi giorni dopo, MICK RALPHS, il chitarrista, ha avuto un ictus. A parte che sì, ho appena fatto in tempo a vederli e a vederlo, la cosa mi ha intristito molto. Credo di essere il fan italiano numero uno di MICK RALPHS, comprenderete tutto il mio dispiacere.
Si sono susseguiti alcuni comunicati stampa.
Questo il primo:
Following the Bad Company UK tour that wound up last Saturday at London’s 02 Arena the family and representatives of the band’s co-founder, guitarist and songwriter Mick Ralphs are sad to announce that Mick has suffered a stroke. Mick is receiving excellent medical care and is recovering in hospital, although all his public engagements are necessarily on hold, pending his improvement. Everyone is wishing Mick a speedy recovery, and further news will be announced at the appropriate time.
Questi i più recenti:
Really good news, and it seems a slight improvement.Mick has been moved from the intensive care, to his own room. A huge thanks to Ben Ralphs, who not only is at Mick’s bedside, but also running his own business, dealing with Mick’s affairs, and keeping us all informed.
Mick update. Mick is progressing with his recovery, and has now started to get back some feeling down his left side, but its going to be a slow process. He is comfortable, and receiving the best treatment.
Mick update. I saw Mick today. He was sleeping peacefully, after having his phisio, which he started this week. His drop has gone, and he is off Oxygen. The feeling to his left side, is continuing to come back very slowly, and he was looking better. A huge amount of praise goes to his two sons, Ben and Jim, who is his constant care companions, and are both fiercely protective of Mick, but have asked me to thank all the well wishers, for there cards, and words of support.
Le cose sembrano dunque migliorare. Mick ha 72 anni, spero possa tornare ad avere una vita dignitosa. Da altri canali ho saputo che SIMON KIRKE (batterista della BAD COMPANY è riuscito a parlargli. SIMON è molto, molto dispiaciuto.
Mick Ralphs
Spero con tutto il cuore che il vecchio MICK riesca a superare questa faccenda.
DONALD TRUMP
Questo signore è diventato presidente degli Stati Uniti. Roba da non credere. Uno disdegnato persino dallo stesso Partito Repubblicano, uno che parla delle donne in maniera disdicevole, uno che usa una sacco di violenza nelle parole, uno che sa solo parlare alla pancia dell’elettorato meno illuminato, un miliardario che ha avuto imbarazzanti problemi finanziari (sei bancarotte), una guerrafondaio, reazionario, razzista. Ecco, questo è il nuovo presidente della nazione più importante al mondo. La CLINTON non era certo un modello di simpatia, tanto meno era distante dalle sinergie che oggi tutti dicono di odiare (se uno usa ancora le parole “poteri forti”, giuro che gli tolgo il saluto), probabilmente non sarebbe riuscita ad unire il popolo degli Stati Uniti, ma eleggere questo mi pare sia stata una pazzia.
Nel mio mondo ideale il presidente degli Stati Uniti sarebbe BERNIE SANDERS o ELIZABETH WARREN ma la realtà si sa è ben diversa e occorre farci i conti. Cerco di farmi forza usando il metodo della moglie di FRANCESCO PICCOLO, lo scrittore (e sceneggiatore). Nel libro IL DESIDERIO DI ESSERE COME TUTTI, la chiama Chesaràmai, perché è così che la moglie affronta la vita, cercando di non drammatizzare sempre e comunque. Una leggera superficialità che potrebbe rendere meno pesanti le vite come le nostre, prigioniere della idealizzazione.
Segnalo la copertina del Manifesto, davvero riuscita.
F.C. INTERNAZIONALE
Frank De Boer è stato esonerato. L’INTER dopo aver battuto la Juve non è più riuscita a dare continuità ai risultati. Qualche bella partita, belle azioni, ma poca sostanza. Figure barbine con squadre che avremmo dovuto battere 3 a 0, sicurezza psicologica inesistente, musi lunghi dei giocatori e soprattutto di noi tifosi. Se non altro il nostro nuovo proprietario JINDONG ZHANG ha capito che prendere in mano la situazione personalmente era ed è necessario adesso. Via l’amministratore delegato voluto da Thohir, ridimensionamento dello stesso Thohir, dirigenza sotto il controllo cinese. E arrivo di STEFANO PIOLI, il nuovo mister, il quale dovrà dare un po’ di serenità, di tranquillità e buon senso a tutta la squadra. Per come son fatto io, avrei forse scelto MARCELINO, ma amici e cuori nerazzurri illustri come BEPPE RIVA, mi assicurano che Pioli è la scelta più saggia. Lo spero tanto. In più Mr Pioli si chiama come me, è emiliano e da piccolo era un convinto tifoso nerazzurro. E allora avanti Mister, domenica c’è Milan-INTER, sarebbe davvero tanto bello se…
PALMIR
In mezzo a tutti questi blues c’è Palmir, il diavoletto nero della Tasmania che vive con noi, il gatto blues che ama l’Aor, il gatto che quando è In A Sentimental Mood diventa il rimedio a tutti i blues di questo mondo. La sveglia della groupie suona alle 6,20, alle 6,50 è fuori dalla porta diretta al lavoro, la mia sveglia suona una mezzoretta dopo e, in quei trenta minuti che intercorrono tra l’uscita di Saura e lo squillo della sveglia, Palmir con la sua zampina apre la porta della camera, salta sul letto, mi sale sul petto, fa la pastella, si adagia accanto a me, infila il suo muso sotto al mio mento. E così, con le sue fusa rumorose in sottofondo, ce ne stiamo al sicuro, protetti l’uno dall’altro in quella estasi da amicizia che solo due mammiferi di specie diverse posso ricreare. You are my best friend, Palmir (tu e il sedile riscaldato della Tucson).
Sono uscito felice dal concerto di PJ Harvey (il primo per me) in mezzo ad un pubblico complessivamente soddisfatto ma in cui risuonavano molte frasi come “certo, non ha mai preso la chitarra”, “peccato pochi pezzi vecchi…”. Eh si, perché dopo 20 anni PJ Harvey ha deciso di mollare la chitarra e il suo mondo fatto di blues e punk rock e dedicarsi, almeno negli ultimi due dischi “Let England Shake” e “Six Hope Demolition Project”, a delle ballate più tradizionali per raccontare la sua visione del mondo con un certosino lavoro sui testi. L’ultimo disco racconta le sue esperienze di viaggio tra Kosovo, Afghanistan, Stati Uniti, una serie di fotografie su miseria rurale e metropolitana, sulle devastazioni operate da guerra politica ed economia sui poveri e gli indifesi della terra. Questo è quanto. Il live che propone dalla scorsa primavera ha la sobrietà e l’eleganza più dello spettacolo teatrale che della performance rock (e sarebbe stato sicuramente più godibile seduti in teatro): scena spoglia, luci al minimo indispensabile, band di 9 elementi: due percussionisti, con due grancasse da banda, rullanti e poco più, 2 fiati, chitarre, basso, tastiere. Tra i nomi dei musicisti, John Parish, Mick Harvey, Alain Johannes ed Enrico Gabrielli.
La scaletta varia pochissimo da concerto a concerto, credo proprio perché non è stata pensata come set ma come spettacolo, uno spettacolo minimale: a parte i cambi di strumenti da parte dei musicisti è “tutto fermo”, tutti stanno dove devono stare, concentrati sulla musica da suonare.
La serata è iniziata con i 10 i musicisti, vestiti di nero, presentarsi in fila indiana sulla scena come una funeral marching band al ritmo di una marcetta, dopo di che, prese le posizioni sul palco siamo lentamente scivolati nel mondo sonoro dei primi due dischi. Siamo rimasti tutti lì (un pubblico dai 30 anni in su), in silenzio per la maggior parte dei brani, a goderci l’intensità dei brani, la bravura dei musicisti e un audio impeccabile. Tutto ciò A PARTE gli immancabili e per me incomprensibili fenomeni che trascorrono i concerti dando le spalle al palco e chiacchierando incessantemente, spesso di altri concerti (ma chi li scioglie la sera? Perché fanno così? Hanno i biglietti omaggio? O adorano dilapidare euro per chiacchierare in posti affollati e caldi? Mah).
E PJ, come dire, è diventata “una signora”; tiene tutti incollati senza ricorrere a stratagemmi, mosse e mossettine, concentrata e precisa nel canto e completamente immersa in questa veste di cantastorie dei mali della nostra società. Da come scrivo temo passi il racconto di un concerto serioso e palloso, ma le risate che il pubblico ha strappato a PJ quando ha dedicato ad Enrico Gabrielli un’ovazione maggiore che agli altri sono il segno che lì sul palco non c’era nessuno che se la menava, o chi “sa come vanno le cose e ve lo sta dicendo”, ma chi ha deciso di non giocarsi le solite carte sicure e allestire a quello che considera essere lo spettacolo migliore per quei contenuti. E si è visto bene quando nella seconda parte sono spuntati i brani del passato, pochi, selezionati da To Bring You My Love e White Chalk per lo più, e che hanno ricevuto adeguato arrangiamento per la band che li eseguiva, compresa una tiratissima 50ft Queenie.
Si può stare ore a discutere giorni se è meglio questa PJ Harvey o la PJ di 20 anni fa, io trovo musicalmente interessanti entrambe. Certo che una bella “schitarrata” mi avrebbe fatto piacere, figuriamoci, ma mi chiedo innanzitutto se lei, a 47 anni, ha ancora voglia di atteggiarsi sul palco irriverente come quando ne aveva 20 o 30. E se è più giusto che a decidere cosa e come isuonare sia lei e non io (o altro pubblico). Di sicuro giù il cappello a chi non ha paura di scrollarsi di dosso l’abito (che non fa il monaco) e decide di sterzare in maniera così decisa, mantenendo integro lo stile e alto il livello della musica.
Sono le quattro del mattino, suona la sveglia, mi alzo senza troppi problemi, sono in fustinella, sto per correre a Malpensa a prendere l’aereo e volare a Glasgow per vedere la mia BAD COMPANY. Lo hanno chiamato UK SWAN SONG TOUR, è tutto un po’ sibillino, sarà davvero l’ultima tournée? Sarà comunque l’ultimo tour di MICK RALPHS, il chitarrista non più troppo voglioso di andare on the road? E’ un omaggio alla SWAN SONG, l’etichetta (dei LED ZEPPELIN) per cui incidevano? Non importa, non ho mai visto il gruppo dal vivo, non posso rischiare, devo andare. Alle cinque saliamo in macchina, Saura è gasatissima, quasi quanto me.
E’ un piacere lasciarsi trasportare dalle acque calme dell’autostrada di prima mattina, soprattutto se hai come obbiettivo un evento così importante per la tua vita. Una breve sosta in Autogrill, mentre aspetto Saura guardo la piazzola alla luce dei lampioni e incredulo mi dico “ma davvero sto andando in Scozia a vedere la BAD COMPANY?”
A1 prima di Milano – foto di TT
Pur scosso da fremiti che non mi aspettavo di provare, rimango razionale. So che più che il concerto vado a vedere PAUL, SIMON e MICK, “eroi” della mia adolescenza. So che non mi devo aspettare granché, MICK ha 72 anni e non ha più tanta voglia di fare sacrifici sulla chitarra, PAUL e SIMON 67, da quando si sono rimessi insieme nel 2008 (a dire il vero ci fu anche la breve parentesi del 1999) i tour che hanno messo in piedi (con o senza MICK RALPHS) sono sempre stati simili, concerti di 75 minuti dove vengono proposti quasi esclusivamente i greatest hits e dove PAUL RODGERS spesso è parso il leader indiscusso relegando KIRKE e RALPHS a ruoli di comprimari. Non devo aspettarmi troppo mi dico, ma sento già le farfalle nello stomaco, e sono ancora in Italia.
Lasciamo la macchina al Ciao Parking e in navetta raggiungiamo l’areoporto. Abbiamo solo un paio di trolley, solo bagaglio a mano dunque così passiamo velocemente i controlli, mangiamo qualcosa e ci incamminiamo verso il gate. Sbrighiamo le solite formalità, attendiamo qualche altro minuto e poi ci imbarchiamo.
Malpensa blues – photo di Saura T
Il decollo mi dà sempre da fare, soffro di vertigini, così come sempre mi aggrappo a Saura, penso a MICK RALPHS e recito i testi dei FIRM. Arrivati all’altezza voluta mi rilasso, cerco di dormicchiare ma non ci riesco. Ma davvero sto andando a vedere la Bad Company?
Alle 11,30 ora della Scotia, atterriamo. Prima di raggiungere l’hotel decidiamo di mangiare qualcosa all’areoporto, e qui sbatto il muso contro il muro del linguaggio usato dai nativi. “Goodmorning Madam, we’d like to eat something… fish and chips for two, a lemonade and a coke”, la signora mi risponde in un inglese che definire duro è dir poco. Le chiedo scusa più volte, poi rinuncio a capirla, e cerco di cavarmela con il linguaggio dei segni. Mi viene in mente il mio amico Billy Fletcher, scozzese purosange, quando mi diceva che ogni volta che va a Londra quello che gli chiedono sovente è “Are you German?”.
Usciamo dall’aeroporto. Ci avviciniamo alla navetta che porta in centro. A tu per tu con il bigliettaio: “We have to go to Buchanan Station. Two tickets please” e prego il sommo poeta di essere stato chiaro e che non mi chiedano nulla. In risposta ottengo suoni gutturali. Non chiedo al tipo di ripetermi gentilmente e più lentamente quel che ha detto, gli allungo semplicemente una banconota da 20 sterline. Me ne da 7 di resto. Ora, io l’inglese non lo parlo quasi mai, non sono allenato, fatico a formulare in maniera fluida frasi complicate, ma tutto sommato lo conosco abbastanza bene, leggo libri in inglese, leggo riviste in inglese, scrivo in inglese, a volte traduco articoli di questo blog in inglese, ma qui in Scotia fatico più di quanto immaginassi.
Dalla stazione dei bus all’hotel sono venti minuti a piedi che facciamo volentieri per immergerci nel quotidiano della città. In hotel non ci chiedono nemmeno i documenti, va bene che abbiamo pagato al momento della prenotazione, ma un minimo di controllo… ma Glasgow è un po’ più selvaggia rispetto a Londra, così cerco di entrare il prima possibile nel groove della città. L’hotel fa parte della catena Ibis, lo stesso che usammo in giugno durante il soggiorno londinese. Un tre stelle semplice e qui al nord più spartano. Naturalmente niente bidè.
Una doccia, una paio d’ore di sonno e siamo di nuovo in cammino. Abbiamo appuntamento alle 18 al ristorante LA FIORENTINA con Billy e Alison Fletcher due miei vecchi amici, entrambi appassionati di Rock e di football. Con Billy siamo in contatto dal 1985, l’anno in cui iniziai la fanzine. Ci siamo visti nel 2000 nella mia home town in occasione del concerto dei PRIORY OF BRION (featuring the Golden God) e a Roma nel 2004. Sono dunque 12 anni che non vedo the mighty, come lo chiamo io, Billy Fletcher. Percorriamo la distanza a piedi, in una città sconosciuta e non sbagliamo nulla. Saura deve avere il chip del navigatore nel cervello. Billy la ribattezzerà Lady Map.
Riabbracciare vecchi amici è sempre molto bello. Sono le 18, per noi è l’ora della merenda non della cena, ma come detto cerchiamo di andare a ritmo con la città. Il cameriere è italiano, viene dalla Sardegna. E’ giovane, educatissimo, e molto professionale. Io e Saura prendiamo un semplice risotto con i funghi, Billy e Alison un primo e quindi un piatto con spaghetti e cotolette. Alla fine Billy ordina un cappuccino. Mi guarda come per scusarsi “Aye, I know bro’ that in Italy it’s a breakfast thing, but hey, I’m a Scotsman afterall” e si mette a ridere. Portano il conto, capisco che vogliono offrire loro “No Billy, facciamo alla romana dai… c’mon let’s do the roman way…” ma Billy insiste dicendomi che quando venne a Modena andammo a cena e offrii io e che non devo rompere le palle. E’ piacevole parlare con i miei amici, ma non sopporto il mio inglese parlato. Vorrei avere una pronuncia meno provinciale, rispettabile, invece so che parlo con la misera cadenza di un turista italiano. Povero me.
L’Hydro, il posto dove si tiene il concerto, è poco distante, una breve passeggiata e ci siamo. Tutto è ordinato, la situazione vivibile, niente stress. Saura compra una maglietta del merchandising ufficiale, io il tour program. Ci sono molti addetti a cui chiedere. Quella a cui ci rivolgiamo parla una lingua che non riconosco. Una maschera ci accompagna ai posti assegnati. Siamo in una ottima posizione, 10/12 file dal palco. Non c’è il tutto esaurito, l’Hydro tiene 12000 posti, quantifico un pubblico di circa 8000 unità, ma grazie a tendoni neri che coprono alcune file dei piani più alti il colpo d’occhio è notevole. Si stanno già esibendo i RSO, Richie Sambora e Orianthi, la sua compagna. Benché di discendenza polacca, l’ex chitarrista di Bon Jovi sembra Sylvester Stallone del primo ROCKY ma con 3 decenni in più. Canottiera, cappellino e quell’aria da italiano del sud. Benché un po’ scettico all’inizio, devo dire che il suo concerto mi è piaciuto. Un gruppo con due chitarre (lui ed Orianthi… e che chitarre!), un basso, una tastiera, una batteria. Niente diavolerie moderne, niente basi. Alcuni pezzi dei BON JOVI, alcuni brani dai suoi album solisti e (ma non ne sono certo) da quelli di Orianthi. Entrambi vestono delle belle chitarre: Les Paul e Stratocaster per Richie, PRS per Orianthi. Concerto davvero piacevole.
RSO – Sambora & Orianthi Glasgow 2016 – foto TT
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Quindici minuti per il cambio palco e poco dopo le 21 entra la BAD COMPANY. Non mi sembra vero…eccoli lì HOWARD LEESE (l’altro chitarrista ed ex membro degli HEART), TODD RONNING (ex membro del gruppo di PAUL RODGERS), SIMON KIRKE, MICK RALPHS e PAUL RODGERS.
BAD COMPANY UK TOUR 2016 – Howard Leese, Mick Ralphs, Paul Rodgers, Simon Kirke and Todd Ronning.
SIMON batte il quattro e mentre il gruppo attacca LIVE FOR THE MUSIC partono getti di fumo. Per un momento traballo, sono in balia di una emozione fortissima che mi porta quasi fino alle lacrime. Sono venuto fin qui per questo preciso istante, per provare questo fiotto di sentimenti che mi attraversano come un fiume in piena attraversa una pianura. Cinque secondi pieni di quel trasporto che senti poche volte nella vita, giusto quando t’innamori follemente di qualcuno, quando la tua squadra dopo 45 anni vince la Champions League, quando ti senti titanico dinnanzi al futuro e ti sembra di risolvere il mistero della vita.
LIVE FOR THE MUSIC
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Segue GONE GONE GONE, canzone di BOZ BURRELL, il bassista originale del gruppo scomparso nel 2006, dopo di che è gia il momento per uno dei grandi successi del gruppo.
FEEL LIKE MAKIN’ LOVE
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Per il quarto pezzo RODGERS si mette al pianoforte… ELECTRICLAND. Sono contento che il gruppo insista già da alcuni anni su questo brano, una deep cut densa e profonda e tratta dall’ultimo album della formazione originale, ROUGH DIAMONDS del 1982. Versione impeccabile, come impeccabile appare BURNIN’ SKY subito dopo.
Il gruppo è in forma, le canzoni che compongono il repertorio della BAD COMPANY non sono complicatissime, ma ad ogni modo serve una certa coerenza musicale nonché un livello di passione elevato per renderle bene e i ragazzi riescono pienamente nell’impresa. PAUL è un intrattenitore consumato e cantante Rock sublime, SIMON è una sicurezza e MICK si muove sulla chitarra più di quanto sperassi. Il pubblico mi sorprende. Non ci sono giovani, in gran parte trattasi di persone che erano adolescenti o giovani negli anni settanta, ma la partecipazione è forte e decisa. La gente a fatica riesce a stare seduta.
RODGERS torna al piano per RUN WITH THE PACK e Saura parte per la stratosfera, è uno dei suoi pezzi preferiti. La vedo ballare, dimenarsi, cantare, gridare… guardala lì, prima di conoscermi non sapeva nemmeno chi fosse la BAD COMPANY ed ora pare impazzita. Mi perdo ad osservare MICK RALPHS. Chissà perché mi piace così tanto, forse il motivo risiede nel fatto che come chitarrista mi sento simile a lui, forse sono le sue canzoni ad intrigarmi, o forse il fatto che con la sua semplicità è riuscito a ritagliarsi un posto di tutto rispetto nel mondo del rock and roll prima con i MOTT THE HOOPLE poi con la BAD COMPANY appunto. Guardalo lì, con la sua camicia hawaiana, con qualche chilo di troppo, non troppo tonico né dinamico eppure per me ancora punto di riferimento. Dio, quanto voglio bene a quest’uomo. Proprio mentre finisco il pensiero Saura mi dice nell’orecchio “io a Mick Ralphs voglio bene!”. Sono fortunato ad averla al mio fianco.
MIck Ralphs Glagow 2016 – foto T
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READY FOR LOVE è un pezzo di RALPHS apparso sull’album del 1972 dei MOTT THE HOOPLE e riproposto sul primo della BAD COMPANY in maniera superba grazie al cantato di PAUL RODGERS. L’intro di MICK mi pare un po’ incerta ma poi il chitarrista regala un assolo niente male… bel suono, bell’attacco, classic MICK RALPHS. Grande partecipazione del pubblico. Saura di nuovo carichissima, e anche io mi ritrovo commosso.
READY FOR LOVE
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PAUL e MICK imbracciano le acustiche, è il momento di CRAZY CIRCLE un bel pezzettino tratto da DESOLATION ANGELS del 1979… finalmente qualcosa di fresco in scaletta. Segue TROUBLESHOOTER, un nuovo brano. PAUL ancora sulla acustica. Un mid tempo in stile BAD COMPANY che dopo alcuni ascolti si rivela meno scontato e banale del previsto. Significa che il gruppo ha un nuovo album in programma?
Si torna ai classici con MOVIN’ ON. Pubblico scatenato, MICK con una Telecaster in accordatura aperta di do. Pochi istanti prima dell’assolo vedo che fatica a prendere dal taschino della camicia il guitar slide bottle neck …
MOVIN’ ON
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A dire la verità io di SHOOTING STAR farei anche a meno, ma è ormai diventato un rito farla cantare al pubblico e sebbene possa sembrare tutto un po’ forzato alla fine vieni coinvolto anche tu. Sugli schermi passano le facce di alcuni musicisti Rock morti in giovane età tra cui, naturalmente, PAUL KOSSOFF e JOHN BONHAM.
Bad Company Glasgow 2016 – photo TT
SHOOTING STAR
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Subito dopo irrompe CAN’T GET ENOUGH e nonostante sia anche questo un pezzo ascoltato tante volte e abbia un po’ stancato mi sorprendo di come mi accenda. Segue ROCK AND ROLL FANTASY, il singolo del 1979 e quindi la band lascia il palco.
Il gruppo ritorna con BAD COMPANY sul cui ritornello tornano i getti di fumo…
Bad Company Glasgow 2016 – photo TT
Bella versione e buon assolo di MICK.
BAD COMPANY
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Il gruppo saluta e dopo poco ritorna con SEAGULL suonata con tutta la band. Questo è l’unico appunto che faccio, di questo pezzo non se ne può più. E’ retorico, fuori tempo e noioso. Il gabbiano che vola libero nel cielo… dai PAUL, non sarebbe il caso di smetterla? Si sarebbe potuto chiudere con decine di altri pezzi assai più efficaci. Il gruppo esce definitivamente di scena e a parte questo ultimo discutibile bis la parola giusta è trionfo.
Alison, Tim, Billy after the show – photo Saura T.
Non ho visto chissà che concerti io, nella seconda metà degli anni settanta gli artisti stranieri evitavano l’Italia dopo aver visto quel che successe a LOU REED a Roma e a SANTANA a Milano (le prime avvisaglie si ebbero naturalmente nel 1971 col concerto dei LED ZEPPELIN al Vigorelli ), gli autoriduttori pensavano che la musica dovesse essere gratuita così creavano grossi casini durante i concerti (vedi anche il processo del 1976 al Palalido a DE GREGORI). Negli anni ottanta avevo già capito che i concerti Rock a cui avrei voluto partecipare si erano già svolti in America qualche anno prima, così il mio interesse scemò e di conseguenza mi persi alcuni dei grandi nomi che, in formazione rimaneggiata o alle prese con materiale e album non certo memorabili, arrivarono fino alle sponde della mia città.
Come fu diversa l’adolescenza di certi miei amici miei coetanei, come me fan sia dei LZ che della BC. Billy ad esempio nel 1979 vide sia la BAD COMPANY (in marzo all’Apollo Theatre di Glasgow) che i LED ZEPPELIN (le due date di Knebworth). Bill di New York fece lo stesso, entrambe le volte al Madison Square Garden, nel 1977 si vide una delle sei date dei LED ZEPPELIN e nel 1979 si vide la BAD COMPANY. Ah.
Detto questo è pur vero che qualche spettacolo degno di nota l’ho visto anche io nel lontano e nel recente passato, quindi forse esagero nel dire che questo è stato il più bel concerto della mia vita, ma non posso fare altro. Non ho mai provato nulla di simile, nemmeno a vedere i nomi a me più cari.
Billy, Alison e Saura sono concordi. Per i Fletchers è stato un concerto superbo (sebbene troppo corto), per Saura sono stati i soldi meglio spesi in assoluto. La devo tenere a freno, è già lì che proclama “BAD COMPANY miglior gruppo di tutti i tempi” e per una che è una fan scatenata di YES / RICK WAKEMAN / WHO e LED ZEPPELIN non è poco dire una cosa del genere.
Salutiamo Billy e Alison e ci addentriamo nel cuore di GLASGOW per tornare in albergo. Non riesco ad addormentarmi subito, mi devo leggere tutto il tour program che ho preso.
Bad Company UK 2016 tour program – photo TT
Mercoledì mattina mi sveglio in forma, la consapevolezza di aver visto la BAD COMPANY mi riempie di energia. Facciamo colazione da Costa, ci godiamo il centro città, facciamo un salto alla cattedrale e all’università.
The Cathedral – photo TT
Subway stroll – Saura plays “Live For the Music” on air guitar – photo TT
Nella mattina il tempo passa più volte da soleggiato, nuvoloso, piovoso, ventoso…siamo in Scotia dopotutto. Pranziamo da Pret a Mangèr dopo di che ci ritiriamo in albergo. Nel tardo pomeriggio usciamo di nuovo diretti a IBROX, il leggendario stadio dei RANGERS GLASGOW, la squadra del cuore del mio amico Billy che anche io tifo. Prendiamo la subway. Ibrox mi appare in tutta la sua maestosità…
Ibrox- Photo TT
Prima dell’incontro Billy porta me e Saura a bere qualcosa nel locale del cuore dei tifosi dei Rangers, la Louden Tavern. La atmosfera è fantastica, qui si respira ancora l’aria del football più romantico e poetico. Al collo ho la sciarpa dei RANGERS a cui ho legato quella dell’INTER. Mi sento uno di loro. WE ARE THE PEOPLE!
Tim-Saura-Billy at the Lounden Tavern pre-match daze
Prima di entrare allo stadio Billy ci presenta alcuni dei suoi amici tifosi. Inizio a capire il duro accento scozzese. Alcuni accennano a qualche parola in italiano e con estrema semplicità citano i nomi di alcuni giocatori ella prima grande INTER. Dio che bello, viva il football! Entrare ad Ibrox è una bella esperienza e ne assaporo ogni momento.
Tim & Billy Ibrox 26 oct 2016 – photo Saura
I Rangers oggi giocano contro il St. Johnstone. Finisce 1 a 1. Al momento i “nasi blu” sono un work in progress, è una partita dignitosa ma un po’ lontana dalle glorie passate. Ogni tanto chiedo a Billy se la palla è uscita in calcio d’angolo “Corner Billy?” gli chiedo e lui “Aye, Co’na’!”. Quando entra il centrattacco n. 9 gli chiedo “Kenny Miller Billy?” e lui “Aye, Keni Milla’”. Rido di gusto. Mi piace sentir parlare Billy Fletcher. Il Mick di Mick Ralphs diventa una sorta di “Meck”.
Il calcio scozzese è più puro, pratico e onesto rispetto al nostro; nessun giocatore si fa il segno della croce mentre entra in campo, se qualcuno subisce un fallo si alza subito dopo senza fare la sceneggiata come se gli avessero rotto una gamba, quando segnano un goal esultano ma senza invocare la gloria onnipotente di vostro signore.
Salutiamo Billy, ci diamo appuntamento il prossimo anno a San Siro e ritorniamo all’albergo, prima però una pizza veloce da Bella Italia. L’organizzazione scozzesa circa l’uscita dei tifosi da uno stadio è meravigliosa. Poliziotti e poliziotte a cavallo ci scortano sino alla metropolitana. Ci fanno stare in fila sul marciapiede e ci fanno entrare nella subway un po’ alla volta. In 20 minuti siamo in carrozza…e stiamo parlando di migliaia di persone.
Ho visto la BAD COMPANY, ho visto i RANGERS…posso addormentarmi sereno.
La mattina di nuovo colazione da COSTA nel centro della città quindi una passeggiata fino alla stazione degli autobus. Alle 10 siamo all’areoporto. Compro il Guardian e qualche cosa da smangiucchiare in volo. Al gate della Easy Jet invece di esserci scritto Imbarco in italiano c’è scritto “Embargo”…penso a Cuba.
Di nuovo in tensione per il decollo, poi rilassamento in alta quota e di nuovo sotto stress per l’atterraggio. In autostrada, mentre torniamo verso Regium Lepidi guardo la groupie e sorrido, che razza di coppia che siamo, nel nostro piccolo …sempre on the road, d’altra parte “we live for the music give it everything we got…”.
(broken) ENGLISH
It is four o’clock in the morning, the alarm clock rings, I get up without too much trouble, I’m excited, I’m going to go to Malpensa to take the plane and fly to Glasgow to see “my” BAD COMPANY. They called it the UK SWAN SONG TOUR 2016, it’s all a bit ‘cryptic, it will really be the last tour? Will this be the last tour of MICK RALPHS, the guitarist not too eager to go on the road? Is it a tribute to the SWAN SONG, the record label? No matter, I have never seen the band live, I can not risk it, I have to go. At five o’clock we climb into the car, Saura is animated, almost as much as me.
It ‘a pleasure to be carried away by motorway calm water early in the morning, especially if you have an important event as a goal for your life. A short stop in Autogrill (motorway café), while I wait Saura I look at the lamplight and in disbelief I say to myself ” I’m really going to Scotland to see the BAD COMPANY?”
Although shaken by tremors I did not expect me to feel, I remain rational. I know that more than a concert I go to see PAUL, SIMON and MICK, “heroes” of my adolescence. I know I better have no too much expectations, MICK is 72 years old and no longer he has the desire to parctice on the guitar, PAUL and SIMON are 67, since they got back together in 2008 (actually there was even a brief period of 1999 ) the tours that they have set up (with or without MICK RALPHS) have always been similar, they were 75 minute shows where they offered almost exclusively the greatest hits package and where PAUL RODGERS often seemed to be the undisputed leader relegating KIRKE and RALPHS to roles of supporting actors . I repeat to myself to keep myself calm, but I can feel the butterflies in the stomach, and I am still in Italy.
We leave the car at Ciao Parking and then reach the airport. We only have a couple of trolley, hand luggage only, therefore we pass quickly the checks; we eat something and we move towards the gate. The usual formalities, the wait of a few more minutes and then we board.
Takeoff always puts me in a stress mood, the fear of heights is one of my blues, so as always I cling to Saura, I think of MICK RALPHS and I recite the lyrics of the FIRM. When we arrive at the desired height I relax, I try to doze, but I can not. ” I’m really going to see Bad Company?”
At 11.30 Scotia time, we land. Before reaching the hotel we decide to eat something at the airport, and here I slam my nose against the wall of the language used by the natives. “Goodmorning Madam, we’d like to eat something … fish and chips for two, a lemonade and coke”, the lady replied to me in a English that define hard is an understatement. I apologize several times, then I give up to understand it, and I try to get by with sign language. I remind what my scottish friend Billy Fletcher told me once… every time he goes down to London they often ask him “Are you German?”.
We leave the airport. We approach the shuttle to go the city center. Face to face with the conductor: “We have to go to Buchanan Station. Two tickets please” and I pray the great poet (well, Dante) my english was good enough so he won’t ask me anything. In response I get guttural sounds. I do not ask him to kindly repeat gently and slowly what he said, I just give him a banknote of 20 pounds. He gives me back 7 pounds. Now, I seldom speak English, I’m not trained, I struggle to formulate fluidly complicated sentences, but all in all I know it well enough, I read English books, I read magazines in English, I write in English, sometimes I translate articles of this blog in English, but here in Scotia I struggle more than I imagined.
From the bus station to the hotel is a twenty minute walk we do willingly to immerse ourselves in the town vibe. At the hotel they do not even ask for papers, I know that we have already payed for our stay but… so I guess Glasgow is a little ‘wilder than London.The hotel is one of the Ibis chain, the same as we used in june during our stay in London. A three-star hotel very basic and simple and here in the north more spartan. Of course there’s no bidet in the bathroom.
A shower, a couple of hours of sleep and we’re back on the road. We have a rendez vous at 18 (6 pm) at the restaurant LA FIORENTINA with Billy and Alison Fletcher, two old friends of mine, both fans of Rock music and football. I have been in touch with Billy since 1985, the year I started the Oh Jimmy fanzine. We met in 2000 in my home town for the concert of the PRIORY OF BRION (featuring the Golden God) and in Rome in 2004. So it’s 12 years since I saw the mighty, as I call him, Billy Fletcher. We are walking in a foreign city and we never get lost. Saura has to have the navigation chip in the brain. Billy will call her “Lady Map”.
To be reunited with old friends is always very nice. It 6 pm, for us it is time for snack not dinner, but as mentioned we try to get aligned with the pace of the city. The waiter is Italian, he comes from Sardinia. He’s young, polite and very professional. Me and Saura eat a simple risotto with mushrooms, Billy and Alison a first plate, then a plate with spaghetti and cutlets. After the dinner eventually Billy orders a cappuccino. He looks at me apologetically, “Aye, I know bro ‘that in Italy it’s a breakfast thing, but hey, I’m a Scotsman afterall” and laughs. We then ask for the bill, I understand that they want to buy us the dinner “No Billy, … c’mon let’s do the roman way …” as we say in italy meaning evenly but Billy insists telling me that when he came to Modena we went to dinner and I did buy them the dinner so I have to shut up. Anyway it is nice to talk with my friends, but I can not stand my spoken English. I would like to have a ruling less provincial english, a respectable one, however I know that I speak with the paltry rate of an Italian tourist. Poor me.
The Hydro, the place where the concert is held, it is not far away, a short walk and there we are. Everything is orderly, livable situation, no stress. Saura buy one of the official merchandise t-shirt, I buy the tour program. There are many employees you can ask for help. The language used by one of then I do not recognize. A usher takes us to our seats. We are in a great position, 10/12 rows from the stage. it’s not a sold out, the Hydro holds 12,000 seats, I quantifie an audience of about 8,000, but thanks to blacks tents that cover some of the higher seats the glance is remarkable. RSO, Richie Sambora and Orianthi, his partner, is already on stage. Although of Polish descent, the former guitarist of Bon Jovi appears like Sylvester Stallone in the movie ROCKY. Undershirt vest, cap and that look of a southern Italian. Although a bit ‘skeptical at first, I must say that I enjoyed the concert. A group with two guitars (him and Orianthi), bass, keyboards, and drums. Some BON JOVI songs, some songs from Richie solo albums, and (but I’m not sure) some frome Orianthi records. They both dress beautiful guitars: Les Paul and Stratocaster for Richie, PRS for Orianthi. Really nice concert.
Fifteen minutes for the gear change and at 9,15 BAD COMPANY walk on stage. It almost seems not true to me… here they are Howard Leese (the other guitarist and former member of the HEART), Todd Ronning (former member of PAUL RODGERS group), SIMON KIRKE, MICK RALPHS and PAUL RODGERS.
SIMON beats four and while the group attacks LIVE FOR THE MUSIC some smoke jets erupt from the front of the stage. For a moment I stagger, I am at the mercy of a very strong emotion that brings me almost to tears. I came here exactly for this very moment, to feel this flood of feelings that run through me like an impetuous river through a plain. Five seconds full of that transport you feel a few times in life, right when you fall madly in love with someone, when your football team won the Champions League after 45 years…
GONE GONE GONE, a song by BOZ BURRELL, the original bassist of the group deceased in 2006, after which it is already time for one of the great hit of the group, FEEL LIKE MAKING LOVE.
For the fourth piece RODGERS is on piano … ELECTRICLAND. I’m glad the group insists with this song, a deep cut from the last album of the original line up, ROUGH DIAMONDS (1982). Flawless version, as flawless appears BURNIN’ SKY soon after.
The group is in very good form, the songs that make up the repertoire of BAD COMPANY are not complicated, but either way it takes a certain musical coherence and a high level of passion to make them work well. PAUL is a consummate entertainer and sublime Rock singer, SIMON drives the band with skills and MICK plays the guitar better than I expected. The audience surprises me. There are no youngsters, only man and women (many women) who were teenagers or so in the seventies, but they are a hot and wild. They barely can stand on their seats.
RODGERS is back on the piano for RUN WITH THE PACK and Saura sets off for the stratosphere, RWTP is one of her favorite songs. I see her dancing, wiggling, sing and shout … look at her, before we met she did not even know who BAD COMPANY was and now she seems crazy about the band. I get lost observing MICK RALPHS. For some reason I love him so much, perhaps the reason is that as a guitarist I guess I’m a lot like him, maybe there are his songs to intrigue me, or maybe it is the fact that with his simplicity he has managed to carve out a respectable place in the world rock and roll before with MOTT THE HOOPLE then with BAD COMPANY precisely. Look at him there, with his Hawaiian shirt, with a few extra pounds, not too tonic or dynamic yet for me still the reference point. Goodness, how I love this man. Even as I finish the thought Saura whispers in my ear “I love Mick Ralphs!”. I’m lucky to have her by my side.
READY FOR LOVE is a RALPHS song appeared on the 1972 album of Mott the Hoople and repurposed superbly thanks to the vocals PAUL RODGERS on the first BAD COMPANY record. The intro of MICK seems a bit uncertain but then the guitarist gives us a pretty good solo … nice sound, nice attitude, classic MICK RALPHS. The audience appreciate so much. Saura again is over the top, and I find myself deeply moved.
PAUL and MICK shoulder the acoustic guitars, it’s time for CRAZY CIRCLE, quite a lovely little track taken from the DESOLATION ANGELS (1979) album … finally something fresh in the set list. TROUBLESHOOTER is a new song. PAUL still on a acoustic guitar. A mid tempo in the BAD COMPANY style, after a few plays it proves less obvious and banal than expected. Does it means that the group has a new album planned?
We return to the classic hits with MOVIN ‘ON. The crowd goes wild, MICK wears a Telecaster in C open tuning . Just moments before the solo I see that he struggles to pull out the slide guitar bottle neck from his shirt pocket.
To tell the truth I could pass on SHOOTING STAR, but it has now become a ritual for the singalong pantomime, and although it may seem all a bit forced in the end you come also involved. On the screens they shows pictures of some Rock musicians who died at a young age including, of course, PAUL KOSSOFF and JOHN BONHAM.
Immediately after CAN’T GET ENOUGH bursts and despite being a piece heard too many times it surely turns everybody on. ROCK AND ROLL FANTASY, the single of 1979, closes the set and then the band leave the stage.
The group returns for the first encore with BAD COMPANY , more smoke jets …beautiful version and good guitar solo courtesy of MICK.
The group soon returns with SEAGULL played with the help of the whole band. This is the only moment of the show a bit lame. I can’t stand the song SEAGULL anymore, it’s rhetoric, out of time and tedious. The seagull flying free in the sky … c’mon PAUL, is not time to remove it from the set list?
The group finally comes out of the scene and apart from this last controversial number, the right word is triumph.
I have not seen too much important concerts , in the second half of the seventies the international artists shunned Italy after seeing what happened to LOU REED in Rome and to SANTANA in Milano (the first signs of the troubles came of course in 1971 with LED ZEPPELIN at the Vigorelli), the “autoriduttori” thought that music should be free, so they created big troubles during the concerts. In the eighties I had already realized that the rock concerts that I wanted to attend had already taken place in America a few years earlier, so my interest waned and as a result I missed some of the big names that came to the shores of my city and my country.
How different was the adolescence of some of my friends my age, like me fan of both LZ and BC. Billy F., for example, in 1979 saw both the BAD COMPANY (in March at the Apollo Theatre in Glasgow) and LED ZEPPELIN (the two dates of Knebworth). Bill McQ from New York did the same, both times at Madison Square Garden, in 1977 he saw one of six dates of LED ZEPPELIN and in 1979 he saw the BAD COMPANY. Ah.
That said it is true that I saw some show noteworthy in the distant and recent past, so maybe I exaggerate in saying that this was the best concert of my life, but I can’t help. Billy, Alison and Saura agree. For the Fletchers it was a superb concert (although too short), for Saura it has been the money better spent ever. I have to keep her calm, she is already proclaming “BAD COMPANY best group ever”, and for someone who is a huge fan of YES / RICK WAKEMAN / WHO and LED ZEPPELIN is such a thing to say.
We bid goodnight to Billy and Alison, and we head to the heart of GLASGOW back to the hotel. I can not sleep now, I have to read the whole tour program that I bought.
I wake up wednesday morning in fine form, the awareness of having seen BAD COMPANY fills me with energy. We have breakfast at Costa’s, we enjoy the city center, the town’s cathedral and the university. The weather keeps on changing: sunny, cloudy, rainy, windy … we are in Scotia after all. Lunch at Pret a Manger after which we retreat to the hotel. Late in the afternoon we go back on the road direct to IBROX, the legendary stadium of RANGERS GLASGOW, the favorite team of my friend Billy. I’m a supporter too. We take the subway. Ibrox appears in all its majesty …
Before the game we meet Billy, he takes me and Saura to the Louden Tavern, THE pub of the Rangers fans. The atmosphere is fantastic, here you can still breathe the air of the most romantic and poetic football. I wear a scarf of RANGERS that I tied with the INTER one. I feel one of them. WE ARE THE PEOPLE!
Before entering the stadium Billy introduce us to some of his friends. I begin to understand the hard Scottish accent. Someome mention a few words in Italian and the names of some players of the first great INTER era. Goodness, how nice, long live football! To enter at Ibrox is a beautiful experience and I savor every moment.
The Rangers tonight play against St. Johnstone. It ends 1-1. At the moment the “Blue noses” are a work in progress, it is a good enough game but a little far from past glories. Every so often I ask Billy if the ball went out, “Corner Billy?” I ask him and he replies “Aye, Co’na ‘!”. When the forward n. 9 enters on the pitch I ask him “Kenny Miller Billy?” and he replies “Aye, Keni Milla ”. I laugh. I like to hear Billy Fletcher’s scotsman accent. The Mick of Mick Ralphs becomes a sort of “Meck“.
Scottish football is more pure, practical and honest than ours; no player makes the sign of the cross as the enter the field, if someone is fouled gets up soon after without making the skit as if he had broken his leg, when they score a goal they do not invoke the almighty glory of the lord.
It’s time to say goodby to my friend Billy, I hug him tight: “See you in San Siro next spring Billy boy!” and we return to the hotel. Just a quick pizza at Bella Italia then we are in our bedroom. The scottish organization about the output of the fans from a stadium is wonderful. Policemen and policewomen on horseback escorted us up to the subway. They make us stand in line on the sidewalk and make us enter into the subway little by little. In 20 minutes we are on a coach. Amazing.
I saw BAD COMPANY, I saw RANGERS … I can sleep peaceful.
It’s morning again, we leave the hotel, we have breakfast at COSTA’s in the city center and then we walk to the bus station. At 10 we are at the airport. I buy the Guardian and something to nibble on the flight. At the gate of the Easy Jet instead of there being written “IMBARCO” (Boarding in Italian) there is “Embargo” … I think about Cuba.
Back in tension for the take-off, then relaxation at high altitude and again under stress for the landing. On the highway, while we return to Regium Lepidi I watch Saura and I smile, what a crazy couple we are, in our small world … we are always on the road, on the other hand “we live for the music …give it everything we got … “.
Ad inizio blog, nella prima parte del 2011, pubblicai qualche mio breve racconto, poi smisi. Oggi ho deciso di riprendere.
Perché mi trovi a camminare di sera sotto la pioggia battente non so spiegarmelo con esattezza. Probabile che, dopo essere tornato ad abitare nel borgo natio, avessi bisogno di riappropriarmi dei posti della mia giovinezza. Camminare mi è utile, mi sostiene l’animo quando sento che sto per precipitare e mi aiuta a sistemare i neri pensieri che franano sulle stradine della mente. Perché farlo in una fredda sera di fine ottobre, dove sul paese piomba un’ombra funerea e sul mio cammino trovo solo foglie morte e pozzanghere, rimane tuttavia un mistero.
Indosso un lungo impermeabile e un cappello a falde larghe trovati nelle vecchie cose di mio padre. Il passo è sostenuto. Via dei Prati porta fuori paese, verso il bosco. Un amico mi ha parlato della locanda che hanno aperto dove decenni fa c’era un mulino ad acqua. Ogni tanto volgo lo sguardo a destra e a sinistra, al di là del bavero intravedo case che un tempo furono di vecchi amici. Là abitava Fabrizio, lì abitavano Gabriele e Gian Luca, quella, dietro le cancellate bianche, è la villa della contessa, nel cui boschetto le maestre elementari ci portavano a volte in visita. Stringo le spalle, è vita passata, non voglio rimanere impigliato di nuovo negli arbusti della nostalgia.
Proseguo con fare risoluto. E’ passata ben più di mezz’ora da quando sono partito. Tra la cortina della pioggia intravedo la locanda. E’ adagiata su di una altura sulla riva del canale, poco prima del pentacolo di strade che portano nel bosco o in campagne sperdute, quelle che da sempre considero la twilight zone dei territori in cui sono nato.
Do una veloce occhiata all’edificio, sembra abbiano fatto un ottimo lavoro con la ristrutturazione. Il sapore del passato e delle semplici architetture retrò è ancora presente e ben si sposa con quello che chiamano urban style, il tutto non stride con l’ambiente rurale.
Sotto lo scroscio dell’acqua e della luce gialla dei lampioncini del portone do un’ultima occhiata in giro ed entro. Mi tolgo impermeabile e cappello, sono fradici, li appendo nel vano che precede l’entrata vera e propria.
Il locale è a forma di L, sul lato lungo il bancone del bar e i tavoli, nel lato corto divani, tavolini e tutto quanto può servire per rilassarsi dopo aver cenato. Domina il legno, direi rovere, scuro. Luci indirette, rilassanti, buon odore.
Sulla destra, due tavoli occupati da altrettante coppie. Al banco un paio ragazzi intenti a guardare lo schermo della TV. In sottofondo Chris Rea.
Il gestore del locale mi si avvicina, al di là del banco:
“Buonasera. Serataccia eh?”
Gli dico che mi manda un amico comune, lui annuisce, faccio per presentarmi ma non ho il tempo di pronunciare il mio nome, mi riconosce, lo vedo scavare con convinzione là nella memory lane e mettere a fuoco.
“Certo, sei Rinaldi. Abbiamo fatto le medie negli stessi anni, tu eri in terza io in prima, direi”. Un paio di minuti per allacciare le stringhe delle nostre vite sono sufficienti. Siamo conoscenti, non amici, nonostante ciò capto immediatamente la giusta sintonia.
“Devi cenare?” dice allungandomi il menù.
“Sì. Prima mi dai da bere qualcosa? Posso mettermi là?” e indico la parte sinistra del locale.
“Certo fai pure, tanto stasera mi sa che non arrivi più nessuno visto il tempo”
Sorseggio una sambuca, mi avvicino alle vetrate. Il canale scorre veloce a pochi metri e poco più sotto si stende l’abitato de Le Casine, piccola frazione del paese. La pioggia continua a cadere.
Poco dopo il cuoco mi porta al tavolo la bistecca che ho ordinato. Da un po’ di anni cerco di mangiare poca carne, ma stasera è una di quelle sere in cui una bistecca e una Weiss mi ci vogliono.
Mangio lentamente; il tepore del locale, la birra che freme nel lungo bicchiere di vetro, l’ampio spazio a disposizione smussano gli angoli del mio essere.
Entrano due donne. Maledicono, ridendo, il tempo. Mi domando perché non siano restate a casa. Ordinano qualcosa e si mettono al banco.
Termino la cena, mi alzo e vado verso il giradischi che sta tra i divani e le vetrate. Ci sono alcune cuffie wireless. Scorro gli lp che sono riposti con cura nello scaffale. Incappo nel primo dei BLACK SABBATH. Lo prendo in mano. La copertina mi ha sempre attratto.
Il Mapledurham Watermill in secondo piano e la donna misteriosa che mette paura lì’ davanti, rendono perfettamente l’atmosfera dalla musica registrata tra le pieghe di quel vinile.
Con un cenno chiedo a Roberto il permesso di ascoltarlo. Mi infilo le cuffie. Di nuovo la pioggia. Pochi attimi e rifletto sulla sincronicità, la pioggia che batte sui tetti e tra i solchi del vinile, i vecchi mulini ad acqua sulla copertina e sotto ai miei piedi. Rintocchi di campane e quel riff di chitarra così cupo giocato su intervalli musicali considerati demoniaci, Satana che compare nelle parole cantate, mi avvicino alle vetrate e controllo se davvero Old Scratch, come lo chiama il mio amico Bill, non stia arrivando da dietro la curva del canale. Il pezzo Black Sabbath è per davvero uno delle composizioni più inquietanti del vecchio Rock.
Quando parte The Wizard torno a riflettere su quanto il primo album di questo gruppo inglese mi faccia comprendere la grande libertà di espressione lasciata agli artisti in quegli anni, qui in particolare a quelli della scena britannica. Gli arrangiamenti e le parti ritmiche sono grezze, ma l’accezione da dare al termine è quella più positiva e non quella figurata. Sono intelaiature di base, spartane, non rifinite adeguatamente o trattate ma proprio per questo dense di un fascino particolare.
In Behind The Wall Of Sleep ci ho sempre sentito i Free di Moonshine e anche questa volta questo succede. Ho lo sguardo fisso sulla copertina del disco che tengo tra le mani come facevo da ragazzo, quando passavo i sabati sera a contemplare l’artwork degli lp appena comprati. Mi avvicino al banco, chiedo qualcosa da bere. Una delle due donne ha un piede appoggiato ad una traversa dello sgabello, il cappottino blu e la gonna lasciano intravedere lunghe gambe fasciate da collant neri. La donna mi scruta e poi torna a parlare con la sua amica.
Di nuovo sul divano. Di nuovo i Black Sabbath. NIB. Lucifero alle prese con problemi amorosi. Ancora costruzioni ritmico-melodiche essenziali e dirette. Non sono mai riuscito ad ascoltare il rifacimento di Evil Woman dei Crow senza pensare a Black Night dei Deep Purple. Torno a guardare le gambe della donna sullo sgabello mentre sorseggio il Southern Comfort. Alzo lo sguardo, sta bevendo. Ha quel tipo di bocca che mette agli uomini idee strane. Mi viene in mente una oscura bonus track di due musicisti inglesi… Whiskey From The Glass.
L’inizio di Sleeping Village mi riporta sulle verdi colline dei Free, poi rotolo giù trascinato dalla Gibson SG del chitarrista. Warning è una canzone degli Aysley Dunbar Retalation che il gruppo scelse per chiudere l’album. Dieci minuti di foschi ricami metallici spezzati dal tumulto elettrico del chitarrista. Davvero, quanta libertà avevano i musicisti allora.
Ripongo l’ellepì e le cuffie. Mi risiedo sul divano. Guardo il grande orologio che sta tra le due vetrate. Nemmeno le 23. Il tepore del locale è gradevole ma sento l’umidità nelle ossa, che poi è solo un modo di dire, una suggestione. Mi riavvicino al bancone e chiedo a Roberto se mi prepara qualcosa. Sono venuto a piedi forse anche per questo, per poter bere un bicchiere di più. Controllo il cellulare e torno sul divano. Mi sarebbe davvero piaciuto, anni fa, avere un locale così a disposizione. Venire a cena con gli amici e quindi sostare nell’area relax tra dischi, liquori e vista sulle campagne.
“Ecco qui la tua China calda” mi dice la donna che avevo guardato più volte. “Come ti è venuto in mente di ordinarla? Non ricordavo nemmeno più che esistesse”. “Non lo so nemmeno io” rispondo “un riflesso della mia infanzia. Andavamo al mare in settembre, alcune serate erano fresche e mia madre, quando ci sedevamo ai tavolini all’esterno di un bar, ordinava spesso una China calda. Visto il tempo che c’è stasera mi è sembrata appropriata.”
“Posso assaggiarla? Uhm, buona, però non sembra un liquore da uomo” mi dice.
“Non sarai mica una di quelle che pensano che solo chi beve un Macallan 12 anni double cask è un vero uomo eh? No perché io bevo Southern Comfort che è un, anzi è il bourbon fruttato di New Orleans. Ti dirò di più, se devo scegliere tra una Ceres e una Corona, scelgo la bionda messicana. E’ un problema?”
Mi guarda con gli occhi spalancati e ride. “Ma lo sai che sei un bel tipo? E comunque io ti conosco. Sono la sorella della Lea. Mi chiamo Milva, come la cantante. Non so se ti ricordi, mia sorella era nella tua compagnia, andavate al cinema d’essai a San Matteo della Decima. Io vi guardavo quando la venivate a prendere, mi sarebbe sempre piaciuto venire con voi. Avevo una simpatia per te.”
“Cosa sta succedendo?” mi chiedo, fino ad un minuto fa non conoscevo questa donna ed ora…
Sono stupito del frizzante scambio di battute, dello scorrere fluido delle parole, della confidenza che si è instaurata in un attimo, immagino che quel pochino di alcol che abbiamo entrambi in circolo abbia facilitato la cosa.
Cerco in fretta nella memoria. Ricordo che in inverno andavamo a Decima al cineforum a vedere film soprattutto musicali. Mi sembra fossimo in due o tre macchine, rammento Lea ma non la ragazzina che questa donna doveva essere allora. Parliamo un po’, riannodo le stringhe sciolte dei ricordi, riaffiora la mia giovinezza. Sembra proprio che sia chi dice di essere. Non ero io quello della compagnia che attirava le donne, ma ne avevo sempre qualcuna intorno attirata in qualche modo dal mio essere uomo di blues. Possibile che avessi fatto colpo anche su di una ragazzina che immagino fosse molto carina?
Mi guardo intorno. Le due coppie al tavolo sono ancora al loro posto, i ragazzi ora sono quattro e stanno guardando un programma sportivo alla TV e l’amica della donna che è seduta qui accanto a me è china sul cellulare.
Milva deve avere bevuto uno Spritz di troppo, sembra ben disposta più del dovuto nei miei confronti. Se anche fosse vero il fatto che da giovinetta avesse avuto una simpatia per me, mi pare incredibile che sia così candida con me dopo nemmeno un quarto d’ora dalle presentazioni. Sebbene me la meni parecchio circa una mia presunta (e francamente noiosa) etica, sono un uomo ed essendo tale è meglio che cerchi di pensare ai Black Sabbath per scacciare certi pensieri. Milva ha la primavera sulle labbra e un delizioso profumo fruttato, me ne sono accorto quando con la scusa di una risata mi si è avvicinata al viso. La pioggia, il calduccio del locale, il Rock ed ora questa donna piuttosto attraente e un po’ brilla qui di fianco. Finisco la mia China, mangio anche la fettina di limone. Le guardo le gambe avvolte in quelle belle calze scure, la prendo per un braccio e le faccio “Dai, andiamo”. Ci dirigiamo al bancone, pago la cena e i miei e i suoi drink. La riconsegno alla sua amica.
“Sono tornato ad abitare in paese, Milva. Sono certo che ci saranno altre occasioni per rivederci. Ciao”.
Due parole con Roberto e sono fuori. La pioggia continua a scendere seppur in maniera meno pesante. Dal bosco escono spesse le tenebre. Mi stringo tutto intorno a me. Ho ancora un po’ di liquore in circolo, i blues se ne stanno raggomitolati negli angolini dell’animo. Scuoto la testa, penso alle gambe di Milva. Mi rimetto in cammino.
Che ci fa la Bignardi su timtirelli.com, si chiederà il (non più) giovane lettore di questo blog, e la risposta è sempre quella: la colpa è del blues. Un’amica mi regalò questo libro quasi tre anni fa, mi scrisse anche una lettera a corredo…oltre alle tante affinità che ci accomunavano (e in parte dividevano) eravamo alle prese con vicende famigliari dolorose, lei aveva da poco perso entrambi i genitori, io stavo gestendo la parte finale della vita di mio padre, vedovo ormai da più di vent’anni. Riposi il libro sul comò, sapevo che non era il momento giusto.
L’ ho ripreso in mano l’altro giorno, dopo quasi nove mesi che il vecchio Brian mi e ci ha lasciato (sì, perché grazie alla splendida comunità nata intorno a questo blog miserello, involontariamente Brian era diventato un punto di riferimento per questo spazio) in modo da essere più pronto ad affrontare certe tematiche e approfondire l’argomento.
Qualcuno mi ha tacciato di essere troppo serioso qui sopra, probabilmente ha ragione, ma come dico sempre questo dopotutto è un “blog per l’uomo di blues” e qui non ci si tira indietro quando c’è da fissare l’abisso dritto negli occhi.
Il libro (uscito in origine nel 2009) parla della perdita della madre della Bignardi, l’autrice lo fa in maniera decisa, razionale e al contempo umana e dolce. Se c’è un po’ di enfasi è solo quella dovuta allo struggersi di un essere umano che perde la propria madre, dunque è enfasi necessaria. Il resto è un modo salutare per cercare di venire a patti con un evento maledettamente totalizzante per ognuno di noi. Non è affatto un libro triste, parla della tristezza ma non è intriso.
Nel raccontare questa perdita tuttavia, il libro prende la sua strada principale che è quella di narrare la storia, gli usi e i costumi di una famiglia nel corso degli anni e dei secoli. La Bignardi lo fa benissimo, la storia diventa avvincente ed è lo spaccato, una sorta di saga, di una famiglia emiliano romagnola a passeggio nei decenni della storia recente. Sarà perché io e l’autrice abbiamo la stessa età, proveniamo dalla stessa terra, abbiamo passato le estati ai Lidi Ferraresi o perché la domenica andavamo dai nonni in campagna e ad un certo punto ci siamo staccati dall’area politica della famiglia per trovare una nostra via, ma io ho trovato questo libro piacevolissimo. E ora guardo la Bignardi sotto una luce diversa.
Sinossi:
La sopravvivenza dei figli ai genitori è vista in tutte le tradizioni come un fatto naturale. A maggior ragione quando la scomparsa del genitore non lascia un piccolo orfano ma un orfano adulto. Eppure il dolore dell’orfano adulto non è meno intenso. L’opera di Daria Bignardi scava in questo dolore, lo analizza, lo racconta. La morte della madre è, insieme, il momento della sofferenza e quello del confronto con la prima vita altrui con la quale si è venuti a contatto – e quindi con la propria stessa vita: l’infanzia dei ricordi, l’adolescenza dei contrasti, la giovinezza delle fughe, l’irreale maturità. La morte di una madre ci fa sentire parte di una storia di famiglia, di un mondo, di una genealogia, addirittura di un periodo storico. E di un racconto: il racconto di queste pagine nelle quali sarà, per chiunque, pur nell’assoluta singolarità della voce narrante, facilissimo riconoscersi.
Nuova riproposizione di una registrazione già apparsa più volte in passato. Tutto il concerto di MONTREUX 70 è in formato audience, registrato dal pubblico dunque ma la qualità è notevole e godibile. Solo quattro pezzi sono presi da quel po’ di soundboard disponibile. Se già in possesso di un bootleg precedente, penso possiate anche soprassedere (di vera novità qui c’è solo qualche minuto di soundboard in più), altrimenti, se siete fan dei LZ, questo è un bel bootleg da avere .
TITLE: Led Zeppelin ““The Great Beast 666″
LABEL: Empress Valley Supreme Discs
TYPE: Audience + Soundboard
SOUND QUALITY: TTTT
PERFORMANCE: TTTT
ARTWORK: TTTT
BAND MOOD: TTTT½
COLLECTION ZEP FAN: TTTT
COLLECTION CASUAL FAN: TTTT
A quei tempi i LED ZEPPELIN aprivano con WE ‘RE GONNA GROOVE, brano di BEN E. KING intitolato in origine GROOVIN’ (e rifatto nel 1964 in Britannia dai MANFRED MANN), e la versione proposta aveva sempre un qualcosa di termonucleare. Che attacco che avevano, quanto testosterone, che carica. Segue I CAN’T QUIT YOU BABY in formato simile a quella della Royal Albert Hall del 9/1/1970 (quella inserita su CODA e nel DVD del 2003). Scariche elettriche, ritmiche al limite dell’espansione da big bang e quel senso hard rock blues che solo i LED ZEPPELIN…
Seguono 16 minuti di DAZED AND CONFUSED e poi arriva HEARTBREAKER, presentata con il riff iniziale di RICE PUDDING di JEFF BECK e con Page che già aveva iniziato a dilatare l’assolo. Che dire, i LZ dell’immaginario collettivo!
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Arabeschi chitarristici in WHITE SUMMER e BLACK MOUNTAIN SIDE e poi, con otto mesi in anticipo rispetto alla pubblicazione, SIBLY. Non ancora definita del tutto ma sempre superba.
Introduzione d’organo per THANK YOU e quindi WHAT IS, MOBY DICK, e HOW MANY MORE TIMES che all’epoca conteneva BOOGIE CHILLUM/BOOGIE MAMA e il medley rock and roll. WHOLE LOTTA LOVE e COMMUNICATION BREAKDOWN chiudono il concerto.
Il CD3 contiene 4 pezzi sounboard, il che sta a significare che da qualche parte l’intero concerto registrato dal mixer esiste. Pezzi in qualità soundboard erano comparsi anche in passato ma se non ricordo male la qualità era meno definita.
In pratica anche questo nuovo titolo usa le fonti audience e soundboard già disponibili da anni nel giro dei dei collezionisti di bootleg, la vera differenza sta nei 10 minuti scarsi di soundboard in più (la fine di WLL e tutta COMMUNICATION BREAKDOWN).
Il CD4 è pressoché identico al CD2. La descrizione della cover parla di SBD+AUD e dunque unosuppone che gli ultimi 4 pezzi siano matrix, ovvero masterizzati miscelando le fonti audience e soundboard insieme. Non ho fatto comparazioni di sorta, ma ad un primo ascolto, se ci sono differenze col disco 2 sono davvero minime.
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Led Zeppelin
March 7th, 1970
Montreux Jazz Festival
Montreux, Switzerland
Montreux Casino
The Great Beast 666 (Standard edition)
Label: EVSD 946-948 + bonus
CD 1 (AUD):
01. Introduction by Claude Knobs
02. We’re Gonna Groove
03. I Can’t Quit You Baby
04. Dazed And Confused
05. Heartbreaker
06. White Summer/Black Mountain Side
07. Since I’ve Been Loving You
CD 2 (AUD):
01. Organ solo
02. Thank You
03. What Is And What Should Never Be
04. Moby Dick
05. How Many More Times
06. Whole Lotta Love
07. Communication Breakdown
CD 3 (STEREO SB):
01. Moby Dick
02. How Many More Times
03. Whole Lotta Love
04. Communication Breakdown
CD 4 (AUD + SB) Bonus disc
01. Organ solo
02. Thank You
03. What Is And What Should Never Be
04. Moby Dick
05. How Many More Times
06. Whole Lotta Love
07. Communication Breakdown
Il concerto dei LZ tenutosi al Forum di Inglewood, Los Angeles, come scritto più volte qui sopra, è il mio concerto preferito in assoluto. Lo ascoltai per la prima volta nel settembre 1979 quando un mio amico trovò il bootleg relativo, il famoso THREE DAYS AFTER, al Peecker Sound di Formigine, allora il più grande negozio di dischi della mia zona.
Il doppio lp non era completo (e conteneva se ben ricordo anche BRON-Y-AUR dal concerto del 4/9/70, l’altrettanto famoso BLUEBERRY HILL) ma che gasamento che ci venne nell’ascoltare i LZ con l’umore al massimo nella loro città di adozione. La fonte della registrazione era audience e non era affatto male e catturava su nastro la stupefacente (in tutti i sensi) atmosfera che si respirò quella notte.
Jimmy Page, LA Forum 3 june 1973
Ora, tra le varie versioni che possiedo, c’è anche quella del concerto completo a cura di Winston Remaster, che però, come si sa da sempre, non è di facile ascolto visto le continue “fluttuazioni” del nastro. Il mio Santo Gral, l’Holy Grail come diciamo nel giro degli studiosi e amanti dei bootleg, è rappresentato dalla registrazione soundboard di questo concerto. E’ probabile che esista e che sia ben nascosta negli archivi di Jimmy Page. In attesa che prima o poi trovi la maniera di giungere a noi fan, ho trovato pochi giorni fa un paio di audio clip su Youtube, caricati il mese scorso, derivanti dalla cassetta master di chi registrò il concerto 43 anni fa. Mi sembra dunque ci sia un miglioramento rispetto a quanto tutti quanti possediamo. In ogni caso è una buona occasione per riascoltare i Led Zeppelin nella loro sala concerti ideale, con il morale alle stelle, suonare con gioia e felicità la loro musica divina.
LZ LA Forum 3 june 1973
Se mai inventeranno la macchina del tempo, vorrò farmi trasportare proprio in quella meravigliosa domenica di giugno, a Inglewood, sud ovest di Los Angeles, dentro al Forum. Il rito supremo del Rock ebbe luogo proprio lì in quella serata di festa.
Ho il cuore pesante nell’annunciare che all’inizio del mese, il nostro lettore ed amico Alcadoc se ne è andato. L’ ho saputo alcuni giorni fa tramite facebook, quando Andrea, un suo amico, ha postato la notizia sull’account di Alessandro. La notizia mi ha percosso da capo a piedi. Ci eravamo sentiti sulla chat di FB pochi giorni prima, avevamo parlato di musica, di altri amici del blog (Polbi e Picca), mi aveva anche chiesto il mio numero di cellulare. Speravo trovasse il momento giusto per chiamarmi, mi avrebbe fatto tanto piacere sentirlo.
Alex capitò qui sul blog pochi mesi dopo l’apertura, nel 2011. Entrammo in contatto quasi subito. Capii immediatamente che era un tipo piuttosto riservato ma, visto che era della mia città, cercai di invitarlo alle cene che organizzavo con gli illuminati del blues, intuii però in fretta che con Alessandro occorreva andare per gradi. Continuammo comunque a sentirci ogni tanto via email e appunto tramite facebook.
L’avatar che aveva Alex
Alex era un grandissimo appassionato di musica, un intenditore sopraffino, con una cultura vastissima. Aveva gusti eterogenei…Lucio Dalla, Bruce Springsteen, Van Morrison, i Led Zeppelin, gli AC/DC, Van Halen, Miles Davis, Hall & Oates e altri mille nomi. Tifava inoltre Inter, cosa che ci legò ancor di più. Sarei diventato volentieri suo amico intimo.
Quella di uscire di scena per Alessandro è stata una scelta… non giudico e non permetto a nessuno di farlo, nemmeno giustifico o comprendo, prendo semplicemente e tristemente atto della cosa. Avevo letto sul giornale locale la notizia, ma chi si sarebbe immaginato che si trattasse di un mio amico? Vorrei tanto mi avesse fatto quella telefonata.
Alex si dilettava a cantare, mi par di ricordare che una volta mi disse che quando ci saremmo visti avrei dovuto portare la chitarra perché gli sarebbe piaciuto cantare PEOPLE GET READY insieme a me. A pensarci oggi nulla mi sembra più appropriato…il pezzo di Curtis Mayfield è una sorta di gospel, una freedom song, con riferimenti religiosi chiari, la possibilità di prendere un treno per sfuggire alla schiavitù e arrivare a nord, alla terra promessa dove è possibile trovare speranza e pace.
Spero tu la abbia trovata Alex. Ci mancherai.
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Chi volesse leggere alcuni dei suoi commenti li può trovare a corredo di questi articoli:
Quarto volume della collana cartonati di Tex, collana che si pone l’obbiettivo di raccontare la nascita e i contorni del personaggio Tex. Ho dovuto prenderlo, la strabiliante copertina non mi ha lasciato scelta; già i paesaggi nevosi mi attraggono, quando poi sono disegnati e colorati così bene diventa un piacevole imperativo acquistare l’articolo in questione. Di Giulio De Vita e Gianfranco Manfredi chi è appassionato di fumetti sa già tutto, ad ogni modo alla fine di questo bel romanzo a fumetti c’è una pagina in cui vengono riassunte le principali tappe artistiche dei due.
In Sfida Nel Montana Tex ha 20 anni e cerca di raggiungere un far post per dare una mano ad un amico in difficoltà. La storia si sviluppa bene e i disegni e i colori (a cura di Matteo Vattani) sono così belli che tolgono il fiato. E’ una di quelle storie che chiamo da avventura del grande nord in omaggio allo sceneggiato televisivo degli anni settanta che tanto mi incantò. Montagne innevate, il Canada a due passi, il massacro di un villaggio indiano a scopo di lucro, Tex che cerca di far prevalere la giustizia. Più western di così…
L’unico neo è che il cattivo ha il mio cognome :-)
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