Nuovo cofanetto per l’etichetta Magic Bus, ennesima ristampa di concerti dei LZ tratti da registrazioni live già disponibili da decenni nel circolo degli appassionati. L’etichetta rispolvera il titolo oroginale di un vecchio bootleg, Alpha e Omega, dalla A alla Zeta insomma, difatti il box set in questione contiene il concerto più antico dei LZ ad essere disponibile su nastro (Spokane 30/12/19768) e gli ultimi due concerti del 1977 ad Oakland, dunque il primo (30/12/1968) e l’ultimo (24/7/1977) in terra americana.
I concerti sono proposti nella migliore qualità possibile (ricordiamo che sono tratti da registrazioni audience) e tratti da più fonti per garantire la completezza del concerto. Mi dicono (scrivo questo perché io ho la versione tratta dal download) che all’interno del cofanetto è presente un bel booklet con note e foto molto interessanti.
Second To The Last: Oakland 1977 1st Day (Magic Bus MB-04 A/B/C)
The Day On The Green, Oakland-Alameda County Coliseum, Oakland, CA – July 23, 1977
Disc 1 (68:08) Introduction, The Song Remains The Same, The Rover Intro / Sick Again, Nobody’s Fault But Mine, Over The Hills And Far Away, Since I’ve Been Loving You, No Quarter
Disc 2 (60:56) Ten Years Gone, The Battle Of Evermore, Going To California, Black Country Woman / Bron-Yr-Stomp, Trampled Underfoot, White Summer / Black Mountain Side, Kashmir
Disc 3 (44:47) Guitar Solo, Achilles Last Stand, Stairway To Heaven, Whole Lotta Love, Rock And Roll, Black Dog
Eccoli qui i LZ al DAY ON THE GREEN, concerti eventi organizzati da Bill Graham all’Alameda County Coliseum di Oakland. Concerti tenuti al pomeriggio, gruppi spalla Judas Priest e i Derringer. La qualità audio è scarsa, ma ascoltato in cuffia con la giusta propensione e passione per i LZ, il concerto si ascolta. Siamo nel 1977, per di più nel pomeriggio, chiaro che il gruppo ha qualche sbavatura, ma dalla registrazione audience quel che si percepisce è un sound potente, grosso, greve, pesante. TSRTS e SICK AGAIN tramortiscono, JOHN BONHAM nel 1977 era davvero una furia umana. Robert Plant saluta il pubblico con un”Good Afternoon” convinto. Anche al terzo pezzo non si può non notare Bonham: feroce, efficace, superbo. SIBLY si ascolta quasi con piacere, il pezzo come sappiamo lascia respirare la musica e l’ascolto ne giova, il fruscio disturba un po’ ma, tenendo conto della qualità non eccelsa della registrazione, il risultato non è niente male. NO QUARTER elettrizza il pubblico, sebbene sia un pezzo da atmosfera serale e notturna. Nel mezzo dell’assolo di Jones la fonte cambia, il fruscio sparisce e la qualità migliora almeno per qualche minuto.
TEN YEARS GONE è la mia canzone dei LZ preferita, peccato che il gruppo non sia quasi mai riuscito a presentarla dal vivo in maniera professionale. Jones alla chitarra acustica e alla pedaliera basso, Page con la Telecaster con B-Bender non sempre in controllo (come succede du solito nel periodo 1975-80). Fino al minuto 3:50 tutto bene, al momento dell’inizio dell’assolo di chitarra panico, Page si dimentica quel che deve suonare, Jones e Bonham per qualche secondo vanno nel pallone poi per fortuna i tre tornano in sintonia. Segue il set acustico, si inizia con THE BATTLE OF EVERMORE … ma non c’era proprio alternativa al controcanto di Jones? Mi sembra che Bonham cantasse assai meglio. GOING TO CALIFORNIA riceve una accoglienza calorosa, scontato…gioca in casa. Due strofette di BLACK COUNTRY WOMAN (con un super Bonham) e quindi BRON-YR-STOMP. TRAMPLED UNDERFOOT e quindi gli esercizietti di Page in accordatura aperta prima di KASHMIR.
Il solito delirio di effettistica prima di ACHILLES LAST STAND, visto il “buracchione” e la qualità audio difficile dire se la versione è buona o meno. Solita apoteosi una volta che Page comincia l’arpeggio di Stairway To Heaven. Come di consueto si termina con il medley WHOLE LOTTA LOVE-ROCK AND ROLL e quindi BLACK DOG come bis. Concerto dunque in media con lo standard del 1977, Plant con qualche problema alla voce, Page distratto da certe sostanze, ma gruppo avvolto nell’adorazione dei fan americani.
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A Fighting Finish: Oakland 1977 2nd Day
The Day On The Green, Oakland-Alameda County Coliseum, Oakland, CA – July 23, 1977
Disc 1 Introduction, The Song Remains The Same, The Rover Intro / Sick Again, Nobody’s Fault But Mine, Over The Hills And Far Away, Since I’ve Been Loving You, No Quarter
Disc 2 Ten Years Gone, The Battle Of Evermore, Going To California, Mystery Train, Black Country Woman / Bron-Yr-Stomp, Trampled Underfoot, White Summer / Black Mountain Side, Kashmir
Disc 3 Guitar Solo, Achilles Last Stand, Stairway To Heaven, Whole Lotta Love, Rock And Roll, Outodruction
Ultima concerto in terra d’America. Un paio di giorni dopo – a New Orleans -Plant avrebbe ricevuto la notizia della morte improvvisa del figlio Karac. Mesto ritorno in Inghilterra per Plant e Bonham, mentre Jones, Page rimasero in America. Il tour avrebbe dovuto continuare con le seguenti date:
30 July 1977 – New Orleans, Louisiana – Louisiana Superdome /2 August 1977 – Chicago, Illinois – Chicago Stadium / 3 August 1977 – Chicago, Illinois – Chicago Stadium / 6 August 1977 – Orchard Park, New York -Rich Stadium / 8 August 1977 – Buffalo, New York – Buffalo Memorial Auditorium / 9 August 1977 – Pittsburgh, Pennsylvania – Pittsburgh Civic Arena / 10 August 1977 – Pittsburgh, Pennsylvania – Pittsburgh Civic Arena /13 August 1977 – Philadelphia, Pennsylvania – John F. Kennedy Stadium.
La qualità audio è migliore rispetto a quella della sera precedente, la performance però non sembra seguire la stessa equazione. Il gruppo appare svogliato. Il tutto è dovuto forse anche all’incidente avvenuto il giorno prima tra il management dei LZ e gli uomini di Bill Graham. Uno di questi diede uno scappellotto al figlio di Peter Grant perché il ragazzino voleva una targhetta col nome Led Zeppelin posto su di una roulotte nel backstage. Bonham se ne accorse e corse a vendicare Grant junior. Quando lo venne a sapere, Peter Grant organizzò una ulteriore spedizione punitiva. Lui, John Bindom e Richard Cole picchiarono a sangue il responsabile. Per questo furono arrestati (insieme a Bonham). L’episodio è una delle pagine nere della storia dei Led Zeppelin. Troppa droga, troppo successo, troppi soldi, troppo potere. C’è da dire che i rapporti con Graham erano tesi già da alcuni anni, bastò un nonnulla per fare esplodere il tutto.
Struttura del concerto molto simile a quella della sera precedente. Unica novità l’improvvisazione (nel set acustico) di MISTERY TRAIN e la mancanza di Black Dog alla fine. Termina con questo concerto la avventura americana dei LZ.
Sounds Of The Underground: Spokane 1968 (Magic Bus MB-04 G)
John F. Kennedy Memorial Pavilion, GonzagaUniversity, Spokane, Washington – December 30, 1968
Disc 7 (56:53) The Train Kept A Rollin’, I Can’t Quit You Baby, As Long As I Have You / Fresh Garbage / Mockingbird, Dazed And Confused, White Summer, How Many More Times / The Hunter, Past’s Delight
Eccola qui la testimonianza live più remota del gruppo. Benché all’epoca avessero già fatto un tour in Scandinavia, alcune date in UK, e qualche data in USA questo è il nastro più vecchio che è giunto sino a noi. La qualità audio iniziale è terribile ma dopo i primi minuti la qualità migliora. Questa masterizzazione della Magic Bus sembra funzionare, è più godibile di quelle apparse sino ad ora. In queste primissime date i Led Zeppelin facevano da gruppo spalla ai Vanilla Fudge, non avevano dunque ancora quel minimo di equipaggiamento atto a permettergli tutta la potenza di fuoco di cui disponevano nel loro animo, lo si sente particolarmente nel suono della chitarra, piuttosto pulito e forse non all’altezza del volere di Page stesso. Il primo album doveva ancora uscire, il tour era iniziato solo qualche giorno prima (il 26 dicembre 1968 a Denver), ma l’idea del furore che avrebbe ammantato l’america era già percepibile. Train Kept A Rollin’ è quasi inascoltabile, il suono è troppo distorto, ma già dal secondo pezzo la qualità cambia e, se ascoltata in cuffia, diventa una registrazione senza troppi problemi. In Can’t Quit You Baby si intuisce che razza di gruppo fossero i LZ già nel 1968. Bonham è straordinario e questo a soli vent’anni. Jimmy accorda la chitarra, Plant saluta il pubblico: “Thank you very much. Good evening from Led Zeppelin. Um, you won’t believe this but, um, I don’t think either ourselves or the equipment is quite used to the temperature of the, uh. It’s taken about three hours of, um, gas stoves over the equipment before we could get it together. Let’s see whether we can keep things going. There’s a thing , can you hear that echo? Thing by Garnet Mimms, of all people, called ‘As Long As I Have You.'”
As Long As I Have You all’epoca era davvero interessante conteneva anche Fresh Garbage e accenni ad altre canzoni, parecchia sperimentazione e coraggio. Jimmy Page era conosciuto in USA per essere stato il chitarrista degli Yardbirds, Dazed And Confused (I’m Confused) faceva parte del repertorio dei Gallinacci, ma con Bonham, Jones e Plant è un’altra cosa. Superba, drammatica, potente. Segue una bella versione di White Summer.
Plant interviene sulle prime note di How Many More Times: “Jimmy Page. Jimmy Page there. At this point, um, although it’s not the end of the show completely, I’d like to introduce the group to you. On bass, John Paul Jones. On drums, John Bonham. Jimmy Page, lead guitar. And myself, Robert Plant.” Il biondo di Birminghamaddirittura accenna al testo originale del pezzo da cui trasse ispirazione per questo (How Many More Years, di Howlin’ Wolf). Il brano si sviluppa nella sua forma abituale del periodo e diventa contenitore per improvvisazioni riuscite e convincenti. Bell’assolo di Page (gran tocco), poi di nuovo l’archetto di violino (come in Dazed And Confused). Impressiona anche la voce di Plant. Che potenza, che spessore, che estensione.
Di nuovo Plant: “Thank you very much. Thank you, uh, seems we, uh. When we feel that we wanna get warmed up promptly, ya know, I mean, we’re the first act on, no bones about it, but, we think we’re warming up a bit more now. We gonna feature, uh, John Bonham on percussion. John Bonham on drums. This is one, uh, for all the women back over the sea far away, waiting for their men to return from the plain(?). Uh, I don’t know what they call it over here. I’ve been told it’s something to do with the twelve in, in England we have a rifle which is a twelve, um, a twelve what? This is, that’s John Bonham there in the middle, who just did that very well behind the drums. This is called ‘Pat’s Delight.'”
Pat’s Delight è il momento dedicato all’assolo di batteria, siparietto molto in voga in quegli anni. Molto divertente sentire Bonham giocare con gran talento con il pedale della gran cassa. Nel seguire il suo assolo mi chiedo cosa potesse pensare il pubblico americano di un batterista così. Non si era visto nulla del genere sino ad allora, forse nemmeno con i Cream e Ginger Baker e i Vanilla Fidge di Carmine Appice. Negli ultimi secondi la qualità torna quella dei minuti iniziali, ma la registrazione è ormai terminati dunque non ha grande importanza.
Phil Collins alle prese con le sue memorie. Missione riuscita. Il libro si legge bene, tutto scorre, l’attenzione rimane sempre alta.
E’ interessante immergersi una volta di più nella Londra degli anni sessanta, capire come era la situazione in quel periodo e come un musicista poteva e riusciva a farsi strada. Divertenti le sue peripezie e curioso come sia diventato il batterista di un gruppo messo in piedi da tre fighetti benestanti incontratisi in una esclusiva scuola privata.
Phil racconta di come gli piacesse far parte dei Genesis dell’era di P. Gabriel, ma io continuo a non esserne certo. Collins non amava certo la musica che oggi chiamiamo prog e a vederlo nei filmati d’epoca le sue espressioni sono inequivocabili. E’ comunque intrigante leggere di quegli anni, avere la conferma di come Tony Banks fosse lontano dall’immagine che noi, negli anni settanta, avevamo di lui, seguire le avventure del gruppo – allora una cult band – in terra americana. Niente cronologie e ricordi particolari, solo le sincere (almeno sembra) impressioni del Collins di allora. Alla trasformazione del gruppo dopo l’addio di Peter Gabriel, con Collins nelle vesti di cantante, è dedicato sufficiente spazio, ma non quanto avrei voluto.
Buona parte del libro è invece dedicata alla fase dei Genesis alle prese con il gran successo degli anni ottanta e alla fortunatissima carriera solista di Collins. Personalmente avrei preferito diversamente ma inaspettatamente ho letto con piacere anche questa lunga parte.
Collins cade più volte nella trappola dell’autocommiserazione, dice di odiare il personaggio Phil Collins, quello degli anni ottanta, perché l’immagine riflessa sul palco non è quella corrispondente alla realtà, cerca di giustificare il fatto relativo ai tre matrimoni ed altrettanti divorzi, tre fallimenti che non avrebbe voluto; lo fa anche raccontando il suo periodo da alcolista, dai 55 anni in poi. E’ tutto molto umano, credo che Phil sia in qualche modo sincero quando si stupisce di queste faccende, ma dalla fin fine c’era lui in quei panni. La trasformazione dei Genesis è avvenuta anche grazie a lui, certo Banks voleva avere successo commerciale, ma Collins ha contribuito in maniera evidente. Io non sto a sindacare, a processare il gruppo per essersi spostato dalla magnifica musica proposta dal 1970 al 1978 alle produzioni commerciali degli anni ottanta, io dico solo che, a parte i singoli, gli album di quel decennio erano brutti. E’ questo che contesto a lui (a Banks e a Rutherford), ma in fondo io non sono nessuno mentre loro, con quegli album brutti, hanno avuto un successo planetario.
PhilCo si autocommisera anche per il fatto che era considerato il cantante da canzoni lente e tristi che parlavano di divorzi e della fine di rapporti sentimentali… beh, Phil, in tutta franchezza, non è così? La formuletta di te che canti al pianoforte una canzone strappalacrime con l’aiuto della batteria elettronica (e quindi della tua vera e propria) l’hai sfruttata mica poco, no? L’unica variante era il tuo pop-rhythm’n’blues di plastica messo nei dischi forse per evitare che chi acquistava i tuoi dischi si buttasse giù da un ponte dopo aver ascoltato tutta quella tristezza. Lo so che sei stato un gigante dal punto di vista del successo, sei uno dei tre soli artisti (insieme a McCartney e Michael Jackson) ad aver venduto più di 100 milioni di dischi sia col gruppo di appartenenza che come solista, alcuni tuoi singoli sono carini, ma la tua rimane musichetta perfetta per il sabato mattina quando si fanno le pulizie di casa, per i supermercati e per gli yuppies che giravano in BMW, suvvia.
Collins infine cerca il compatimento anche per quello che successe al Live Aid, nel luglio del 1985. E’ bene ricordare che in quegli anni PC era dappertutto, tra classifiche, produzioni e collaborazioni aveva una sovraesposizione esagerata, e lui che fece? Suonò nel concerto di Londra, prese il Concorde, volò in America e suonò anche nel concerto di Philadelphia, e adesso pretende che la gente non pensi che fosse andato sopra le righe. Dedica un discreto spazio alla sua performance insieme ai Led Zeppelin, e anche qui cerca di svignarsela, e di addossare le colpe a Robert Plant e a Jimmy Page per le loro prove opache. Io invece credo che la colpa fu sostanzialmente sua. Inizialmente lui e Plant pensarono di fare qualcosa insieme a Clapton, poi pian piano prese corpo la reunion dei Led Zeppelin, e lui che fece? Rifiutò di fare qualche prova. Io mi sorprendo sempre quando leggo queste cose. Voglio dire, siete degli artisti di grandissimo successo, avete grande esperienza, come potete pensare di trovarvi a suonare insieme in un evento di proporzioni enormi, per giunta trasmesso in tutto il mondo, senza prepararvi almeno un po’ ? Già l’avere tanti artisti sul palco renderà il tutto caotico, se ci si presenta anche in maniera improvvisata è la fine.
Ad ogni modo, i LZ – che non suonavano insieme da 5 anni e che a quel punto erano morti e sepolti – vista la impossibilità di fare un minimo di prove con Collins chiamarono Tony Thompson degli Chic (e Paul Martinez per la parte di basso di STH mentre Jones è alle tastiere), si dice fecero una prova di 90 minuti; ormai era comunque troppo tardi per disdire la presenza di Collins ed è così che si ritrovarono sul palco insieme. Il risultato non fu certo un granché, ma sono sicuro che se fossero saliti sul palco senza Collins la cosa sarebbe stata perlomeno dignitosa. Collins ovviamente racconta la sua versione dei fatti, giusta o sbagliata che sia, senza dubbio possiamo dire che perlomeno ha peccato di leggerezza.
Nonostante questo aspetto legato all’autocommiserazione, questa autobiografia è riuscita, Collins si racconta in modo candido, non tralascia gli aspetti più personali e le proprie debolezze. Dopo aver letto questo libro Phil mi è più simpatico, che piaccia o no l’artista c’è sincerità in lui, e credo che chiunque si fosse trovato alle prese con quel successo, con quelle pressioni, in quegli anni, avrebbe commesso degli errori.
Il libro è in inglese, ed è facilmente comprensibile a chi mastica la lingua della Britannia ed è appassionato di musica (Rock).
Nel 1971 BILL GRAHAM decise di chiudere i FILLMORE EAST e WEST, due spazi per concerti leggendari e fondanti per la musica Rock. Li chiuse perché iniziava a vedere che i gruppi, i musicisti e la scena Rock in generale iniziavano a diventare troppo corporate, troppo orientati al business, troppo distanti dallo spirito originario, pensate un po’… stiamo parlando del 1971! Così, per quanto riguarda il FILLMORE EAST, organizzò tre serate di chiusura nel giugno del 1971. Parte degli show fu trasmessa dalla radio WNEW-FM e dunque la registrazione relativa circola da parecchio tempo nel circuito degli appassionati di registrazioni live, in qualità “fm” (dunque compressa e lossy). Da qualche anno è entrata in circolo anche la registrazione “pre-fm”, cioè da fonte precedente alla messa in onda, il master da cui la radio trasmise il programma, di qualità naturalmente migliore della precedente.
Nel 2016 la Echoes (etichetta britannica) ha pubblicato un cofanetto di 4 cd tratto dalla fonte pre-fm. Questo piccolo box set è una di quelle uscite legali ma non esattamente autorizzata, quelle pubblicazioni sempre un po’ borderline dovute a leggi differenti delle varie nazioni sul diritto d’autore. In alcuni paesi d’Europa sembra che le trasmissioni radio di concerti non avvenuti in Europa siano di dominio pubblico. Ad ogni modo, non potevo perdere l’occasione di avere in un cofanetto unico la testimonianza live delle ultime tre notti al Fillmore EAST, non fosse altro per la partecipazione degli EDGAR WINTER’S WHITE TRASH. La qualità audio è buona, ma non bisogna aspettarsi il livello degli album da vivo ufficiali, qui non ci sono nastri multitraccia con cui potere miscelare il tutto a dovere, qui c’è solo il nastro stereo registrato direttamente dal mixer durante i concerti. I livelli degli strumenti non sempre sono corretti, l’audio non è esattamente cristallino ma è tuttavia godibilissimo. Disc: 1
1. Bill Graham Intro – ALBERT KING
2. Knock On Wood
3. Got To Be Some Changes
4. Nothing But The Blues
5. Crosscut Saw
6. Personal Manager
7. Bye Bye Blues 8. Bill Graham Intro – J. GEILS BAND
9. Sno-Cone
10. Wait
11. First I Look At The Purse
12. Whammer Jammer
13. Homework
14. Pack Fair And Square
15. Cruisin’ For A Love
16. Serves You Right To Suffer
17. Hard Drivin’ Man
Disc: 2
1. Bill Graham Intro – EDGAR WINTER’S WHITE TRASH
2. Where Would I Be (Without You)
3. Let’s Get It On
4. Tobacco Road
5. Turn On Your Love Light
6. Bill Graham Intro – MOUNTAIN
7. Never In My Life
8. Theme From An Imaginary Western
9. Roll Over Beethoven
10. Dreams Of Milk And Honey-Swan Theme
Disc: 3
1. Silver Paper
2. Mississippi Queen 3. Bill Graham Intro – THE BEACH BOYS
4. Heroes And Villains
5. Do It Again
6. Cotton Fields
7. Help Me, Rhonda
8. Wouldn’t It Be Nice
9. Your Song
10. Student Demonstration Time
11. Good Vibrations
12. California Girls
13. I Get Around
14. It’s About Time 15. Bill Graham Intro -COUNTRY JOE McDONALD
16. Kiss My Ass
17. Entertainment Is My Business
18. Fixin-To-Die-Rag
19. Rockin’ All Around The World
20. Hold On It’s Coming
Disc: 4 1. Bill Graham Intro – ALLMAN BROTHERS
2. Statesboro Blues
3. Don’t Keep Me Wonderin’
4. Done Somebody Wrong
5. One Way Out
6. In Memory Of Elizabeth Reed
7. Midnight Rider
8. Hot ‘Lanta
9. Whipping Post
10. You Don’t Love Me
ALBERT KING – TTTT
Visto il genere, la qualità audio del primo set è molto buona, il blues di solito è una musica che lascia respirare la musica, condizione necessaria per una fonte come quella in questione. L’unico KING di cui sono fan è FREDDIE, devo dire però che in questa occasione ALBERT KING si esprime molto bene. La versione strumentale di KNOCK ON WOOD non convince appieno, ma già con GOT TO BE SOME CHANGES le cose si mettono a posto. Il gruppo accompagna con il giusto vigore, i fiatai scaldano l’ambiente e la chitarra solista di KING fa il resto. L’andamento di NOTHING BUT THE BLUES non si discosta molto dal pezzo precedente, ma la performance rimane avvincente.
Albert King, Fillmore East june 1971 – foto Getty Images.
Per circa un paio di minuti ALBERT parla e spiega alcune cosette sul blues, ottimo eloquio, gran timbro di voce e bell’atteggiamento, il resto del brano è una improvvisazione strumentale. CROSSCUT SAW non è propriamente un pezzo che amo, è un blues da boscaioli, ma anche in questo caso ALBERT si distingue per un’intenzione davvero ammirevole … quando il blues non è tristezza ma una giocosa scenetta piena di doppi sensi. PERSONAL MANAGER è un blues lento e di maniera mentre BYE BYE BLUES è lo scatenato rhythm’n’blues che chiude l’esibizione di ALBERT KING.
J. GEILS BAND – TTTTT
Il successo vero e proprio per il gruppo arrivò tra il 1978 e 1981, nel 1971 i JGB erano una scatenata band di Boston dedita ad un Rock piuttosto deciso imbevuto di blues e rhythm and blues e con un solo album pubblicato. Uno strumentale eccitante per iniziare e a seguire WAIT e FIRST I LOOK AT THE PURSE. WHAMMER JAMMER è un brillante rock blues veloce creato per far brillare la inconfondibile armonica di MAGIC DICK. Che attacco ragazzi! HOMEWORK di Otis Rush e PACK FAIR AND SQUARE di Big Walter Price sono due scelte sintomatiche, le radici del gruppo sono tutte qui.
J. Geils Band
CRUSIN’ FOR A LOVE è un pezzo scritto da tutta la band ma potrebbe essere una delle qualsiasi cover che il gruppo era solito proporre. Con SERVES YOUR RIGHT TO SUFFER di John Lee Hooker si entra nel blues nero suonato da bianchi più canonico. PETER WOLF ha la giusta propensione nel cantare questo brano. HARD DRIVIN’ MAN chiude a dovere un set spettacolare.
EDGAR WINTER’S WHITE TRASH – TTTTT
La “Spazzatura Bianca” di EDGAR WINTER è uno dei miei gruppi super preferiti. Nel 1971 e 72 furono una band semplicemente F E N O M E N A L E. Batteria, basso, chitarra, tastiera, sezione fiati e due cantanti strabilianti per un misto di hard rock-blues-rhythm’n’blues-funk-soul imputanito. E’ sufficiente sentire come il magnifico JERRY LA CROIX canta WHERE WOULD I BE (WITHOUT YOU) per capire di pasta sono fatti gli EW’S WT. LET’S GET IT ON è un altro orgasmo musicale, testosterone sonoro lasciato libero. Ancora JERRY LA CROIX, assoli di tromba, di chitarra, di armonica, un tripudio di sesso e Rock.
Edgar Winter’s White Trash 1971
Dopo due pezzi originali si procede e si chiude con due cover. TOBACCO ROAD dura quasi 16 minuti, al canto EDGAR stesso, la band e la sezione fiati spingono sui primi due accordi del pezzo – ripetuti più volte… in pratica l’ossatura del pezzo – in modo pazzesco. L’assolo al sax di EDGAR è selvaggio oltre ogni limite. Gli strumenti a tratti vanno e vengono nel soundboard, nemmeno il mixer del FILLMORE EAST riesce a contenere tanta potenza d’animo. Il finale non è consigliato ai deboli di cuore. La versione di TURN ON YOUR LOVE LIGHT (il brano reso celebre da Bobby Bland e quindi dai Blues Brothers) è da strappamutande. Il gruppo porta il pubblico talmente in alto che ben presto ognuno è preda di una sorta di isteria collettiva. Non credo che si sia mai più sentito nulla del genere da un gruppo di bianchi (e di qualche meticcio). Per me tra i tre migliori gruppi americani di quei due anni.
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MOUNTAIN – TTTT½
In quegli anni il livello medio delle performance era molto alto, tutti (o quasi) suonavano bene, e i MOUNTAIN non facevano eccezione. NEVER IN MY LIFE parte subito alla grande col basso di PAPPALARDI in evidenza e con la inconfondibile batteria di CORKY LANG. THEME FROM AN IMAGINARY WESTERN ci porta nell’immaginario dei MOUNTAIN. Prima di ROLL OVER BEETHOVEN c’è un momento solo per LESLIE WEST poi si rocca e si rolla col classico del 1956 di CHUCK BERRY. Gran tocco, gran chitarrista Mr WEST.
Mountain al Fillmore East
DREAMS OF MILK AND HONEY-SWAN THEME è il contenitore per le improvvisazioni già apparso sul lato B dell’album del 1971 FLOWERS OF EVIL. Che i MOUNTAIN siano nati con il template dei CREAM in testa qui è molto evidente. Erano davvero un gran gruppo in quei primi due anni (1970-71), perdersi nell’ascolto di questa improvvisazione è sempre un’emozione. Gli anni settanta, ah! Lo spazio dedicato ai MOUNTAIN si chiude con SILVER PAPER e MISSISSIPPI QUEEN, entrambi dal loro primo album CLIMBING (1970).
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THE BEACH BOYS – TTTT
Niente male i BEACH BOYS negli anni settanta. Dopo HEROES AND VILLAINS, il rock and roll di DO IT AGAIN e il “country” di COTTON FIELDS. R’n’R e country trattati alla maniera dei BB, of course. Sulle stesse coordinate HELP ME RHONDA. WOULDN’T IT BE NICE non è riuscitissima. OUR SONG (Elton John) sembra un po’ pretenziosa. STUDENT DEMONSTRATION TIME è un rock blues quasi improvvisato. GOOD VIBRATIONS e CALIFORNIA GIRLS, i due grandi successi, dal vivo perdono un po’ di quella coralità che le rende sublimi nelle versioni da studio. I GET AROUND ha un po’ lo stesso problema. IT’S ABOUT TIME chiude il set dei BEACH BOYS.
Beach Boys Fillmore East 1971
COUNTRY JOE McDONALD – TTTTT
L’atteggiamento di Country Joe è sicuro e determinato, sono sufficienti la sua voce e la sua chitarra per infiammare la platea. Sono canzoni di protesta che in quegli anni non faticano a ricevere approvazione ma Joe è davvero un maestro nell’esibirsi. KISS MY ASS e ENTERTAINMENT IS MY BUSINESS scaldano il pubblico e FIXIN-TO-DIE-RAG lo trascina verso l’isteria. Grandissimo Country Joe. Seguono e chiudono ROCKIN’ ALL AROUND THE WORLD e HOLD ON IT’S COMING.
Country Joe McDonald.
ALLMAN BROTHERS – TTTTT
Gli ALLMAN sono forse il gruppo che nell’immaginario collettivo più sono riconducibili al Fillmore East, “…the finest contemporary music...” dice Bill Graham nella presentazione, non è troppo distante dal vero. Nel 1971 gli ALLMAN erano semplicemente meravigliosi. Questo set è lo stesso presente nel bonus disc della deluxe edition di EAT A PEACH e nel cofanetto FILLMORE EAST RECORDING, ma riascoltarlo ancora una volta è un imperativo. Cos’altro aggiungere a STATESBORO BLUES, Un pezzo di musica che descrive la nostra stessa essenza? In DON’T KEEP ME WONDERING l’attacco della voce di GREGG, la slide di DONE SOMEBODY WRONG, il cristallizzarsi del suono del gruppo in ONE WAY OUT. Il viaggio nelle profondità cosmiche di IN MEMORY OF ELIZABETH REED, il Rock di MIDNIGHT RIDER, le meraviglie chitarristiche di DICKEY BETTS e DUANE ALLMAN in HOT’LANTA, il blues stravolto e dilatato di WHIPPING POST, ed infine l’irresistibile YOU DON’T LOVE ME con momenti strabilianti lasciati alle chitarre.
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Bel cofanetto dunque, per chi si vuole immergersi per qualche oretta nel groove senza tempo del 1971. Long Live The Fillmore.
L’EMPRESS VALLEY ha pubblicato recentemente le due date all’Alexandra Palace del dicembre 1972. Niente di particolare, registrazioni in circolazione da moltissimi anni, se non che si tratta di versioni ben fatte e intelligentemente assemblate. La registrazioni per entrambi i concerti sono audience, dunque si tratta di materiale For Zeppelin Fans Only.
Il tour britannico del 1972/73 fu il più lungo tenuto dalla band nella perfida Albione, ed è interessante notare come certi brani raggiungano in questo contesto la loro forma più conosciuta; questo tour infatti sarà il template per il tour americano del 1973. L’Alexandra Palace non aveva un grande acustica, il suono quindi è confuso, in più era un posto piuttosto freddo e la band risentì non poco della gelida atmosfera, tuttavia sono due ottimi concerti.
La masterizzazione fatta dalla Empress Valley sembra ben fatta, il tutto pare miscelato a dovere. La confezione sembra carina (scrivo sembra perché ho la versione tratta dal download); curioso che per il box set abbiano scelto una pagina di un articolo preso da una rivista italiana.
Alexandria Palace, London, England – December 22, 1972
Disc 1 (53:11) Announcements, Rock And Roll, Over The Hills And Far Away, Black Dog, Misty Mountain Hop, Since I’ve Been Loving You, Dancing Days, Bron-YR-Stomp, The Song Remains The Same, The Rain Song
Disc 2 (66:09) Dazed And Confused, Stairway To Heaven, Whole Lotta Love
Disc 3 (21:54) Immigrant Song, Heartbreaker, Mellotron Solo, Thank You
L’Empress Valley per la prima data ha usato quasi esclusivamente la source 1, che è una registrazione audience niente male. La source 2 (quella del famoso bootleg RIOT HOUSE), di qualità superiore, è presentata per intero sul bonus cd allegato alla seconda data. Il gruppo parte bene, la transizione tra MM HOP e SIBLY è quella nota del film TSRTS (NY 1973), ma era già stata proposta nel tour giapponese di ottobre 1972. Bello l’assolo di PAGE, che da qualche mese aveva iniziato ad espandere ed arricchire il suo chitarrismo con quell’uso meraviglioso della scala minore. DANCIN’ DAYS nel 1972 era presentata spesso, pezzo particolare e per questo rinfrescante, una deep cut insomma. BRON-YR-AUR STOMP è l’unico momento acustico del tour. I brani di HOUSES OF THE HOLY tipo TSRTS e THE RAIN SONG sono presentati come parecchi mesi d’anticipo rispetto alla data d’uscita dell’album (maggio 1973) ma risultano già convincenti.
DAZED AND CONFUSED dura 29 minuti, ed ormai ha la veste definitiva, c’è pure già la sezione SAN FRANCISC, 29 minuti di stregoneria chitarristica, a quel tempo nessuno, nessuno, in campo Rock, era al livello di PAGE. STAIRWAY risplende nel buio e nel freddo dell’Alexandra Palace, sarà anche un pezzo ascoltato fin troppe volte, ma sentirlo dal vivo nel periodo 1971-1973 è sempre, sempre, una emozione fortissima. Bello scoprire come PAGE cerchi, al minuto 7,48, nuovi fraseggi sulle corde basse. Il pubblico si guadagna la razione di piombo Zeppelin con WHOLE LOTTA LOVE. 26 minuti di hard rock, di improvvisazioni e di pruriti rock and roll. Prima dell’iconico assolo c’è il tempo per EVERYBODY NEEDS SOMEBODY, dopodiché la BOOGIE CHILLUM bonanza ha inizio, e ben presto si trasforma in BOOGIE MAMA, l’irresistibile momento rock and roll caro a tutti noi fan del dirigibile di piombo. Io ogni volta che lo sento inizio a fremere. La leggera e dinamica potenza dei LED ZEPPELIN è davvero qualcosa di sublime. Seguono LET’S HAVE A PARTY, HEARTBREAK HOTEL,I CAN’T QUIT YOU BABY. I LED ZEPPELIN a questo punto della loro carriera sono invincibili.
Segue IMMIGRANT SONG, e mi chiedo come facesse PLANT a cantare un pezzo come questo alla fine di un concerto impegnativo come di solito erano quelli del gruppo; sebbene fu in questo periodo che si intravidero i primi problemi vocali, all’epoca ROBERT PLANT era stupefacente. HEARTBREAKER (gran assolo di PAGE) e THANK YOU (con tanto di intro di 3 minuti di JONES al Mellotron) chiudono il concerto. Trionfo.
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Alexandria Palace, London, England – December 23, 1972
Disc 1 (55:06) Rock And Roll, Over The Hills And Far Away, Black Dog, Misty Mountain Hop, Since I’ve Been Loving You, Dancing Days, Bron-YR-Stomp, The Song Remains The Same, The Rain Song
Disc 2 (75:29) Dazed And Confused, Stairway To Heaven (stopped), Stairway To Heaven, Whole Lotta Love, Heartbreaker
Anche per la seconda data la qualità audio della registrazione audience non è niente male. Una volta che ci si abitua alla dimensione bootleg il concerto scorre bene, ancora meglio se ascoltato in cuffia. Il freddo della sala concerti è presente ovviamente anche nella seconda serata, per i primi due pezzi i ragazzi soffrono la temperatura, PLANT ha qualche incertezza, ma una volta passati i primi minuti l’anima Zeppelin si ricompone. ROCK AND ROLL, OTHAFA, BLACK DOG fungono da apripista, con MM HOP si è già perfettamente in volo. In SIBLY dal minuto 5,25 JOHN PAUL JONES curiosamente passa all’organo. DANCING DAYS, TSRTS e THE RAIN SONG, essendo pezzi che all’epoca devono ancora essere pubblicati, sono accolti nel silenzio quasi assoluto. Il pubblico torna attivo per DAZED AND CONFUSED, durante la quale PAGE continua a provare nuove soluzione in attesa di arrivare alla formula definitiva del tour europeo e americano del 1973.
STAIRWAY TO HEAVEN viene interrotta dopo circa 30 secondi, PLANT chiede a tutti di darsi una calmata. La band quindi riparte dall’inizio. In WHOLE LOTTA LOVE dopo il secondo ritornello si lanciano in THE CRUNGE a cui segue una sezione funk rock improvvisata degna di nota. Il medley rock and roll blues è simile a quello della serata precedente. HEARTBREAKER chiude un altro concerto riuscitissimo.
Bonus Source first released on “Riot House” vinyl album Alexandria Palace, London, England – December 22, 1972
Bonus Disc (59:00) Stairway To Heaven, Whole Lotta Love, Immigrant Song, Heartbreaker, Mellotron Solo, Thank You
Il bonus disc è relativo alla source 2 del concerto della prima sera, per quanto riguarda la performance vale quanto scritto per gli ultimi 5 pezzi, se non che la qualità audio è un deciso passo avanti. E’ sempre una registrazione audience, ma di qualità ottima. Ci si gusta ancor di più i LED ZEPPELIN post solstizio d’inverno di 44 anni fa.
Uscito nel novembre scorso, questo doppio cd contiene quelle che sono reclamizzate come the complete BBC session. In verità esiste anche la versione cofanetto a sei cd, con tre dischetti dedicati alle interviste (sempre relative alla BBC) e un dischetto di pezzi live 1973-1986, ma ho preferito concentrarmi sulla edizione essenziale dato che inizio ad averne abbastanza di materiale bonus e zavorra, chiaro però che per i fan dei QUEEN in senso stretto e per i completisti la versione a sei cd risulterà comunque appaetibile.
La confezione digipack è dignitosa, il booklet non è niente di speciale, l’artwork in sé è piuttosto misero ma il digipack fa sempre presa su di me.
A differenza dei veri fan dei QUEEN non vado pazzo per i primi anni e i primi tre album, prediligo i QUEEN più maturi, quelli che vanno dal 1975 al 1981 (da A NIGHT AT THE OPERA sino al live di Montreal), tuttavia è difficile non lasciarsi irretire dalla purezza, dalla energia e dall’atteggiamento determinato dei primi anni.
SESSION 1 – 5 FEBBRAIO 1973
MY FAIRY KING mette in mostra le complessità dei primi QUEEN, è un gran bel pezzo del primo Freddie, il quale ci lascia dare un’occhiata ad un pezzetto del proprio mondo incantato. Tra l’altro è la canzone da cui il cantante prenderà spunto per tramutare il suo cognome da Bulsara a MERCURY. Bella versione.
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Segue KEEP YOURSELF ALIVE, compatta come al solito e quindi una delle mie superfavorite: DOING ALL RIGHT, scritta da MAY e STAFFEL al tempo degli SMILE (e anche la loro prima versione del 1969 mi scalda sempre il cuore). L’esibizione presa dalle BBC sessions mi è sempre piaciuta tantissimo. Gran pezzo.
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LIAR con la sua sublime potenza chiude la prima seduta di registrazione.
SESSION 2 – 25 LUGLIO 1973
SEE WHAT A FOOL I’VE BEEN mi colpì sin dalla prima volta che la sentii, credo sul bootleg A RAPSODHY IN RED. Se c’è una cosa che i QUEEN non sono è essere un gruppo di derivazione blues ma MAY, essendo chitarrista cresciuto negli anni del blues revival inglese, qualche imprinting se lo porta dietro. In realtà il pezzo è costruito intorno a THAT’S HOW I FEEL di BROWNIE McGHEE, ma resta comunque un episodio di grande spessore: blues nero filtrato attraverso la cultura musicale bianca europea. Peccato che MAY abbia avuto modo di fare delle sovraincisioni, un assolo con meno enfasi ed effetti sarebbe stato perfetto.
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Il problema che ho in generale con le BBC sessions è che certi pezzi si ripetono spesso (basta pensare a quelle dei LZ) anche a pochi mesi di distanza, qui è il caso di KEEP YOURSELF ALIVE e LIAR.
SON AND DAUGHTER discende direttamente da LED ZEP, BLACK SABBATH e DEEP PURPLE, dal primo hard rock inglese più nobile; chiara anche l’influenza di JIMI HENDRIX.
SESSION 3 – 3 DICEEMBRE 1973
Di nuovo hard rock, stavolta scritto da MERCURY, ORGE BATTLE è meno ripulita e più diretta rispetto alla futura versione da studio. MODERN TIMES ROCK AND ROLL è tipica del primo TAYLOR, un sorta di punk rock ante litteram vestito di glam. Ancora MERCURY alle prese con l’heavy rock in GREAT KING RAT. Chiude la session una nuova proposta di SON AND DAUGHTER.
SESSION 4 – 15 APRILE 1974
A MODERN TIMES ROCK AND ROLL dell’aprile del 1974 segue il quadretto mercuriano di NEVERMORE e infine WHITE QUEEN, l’idea della donna perfetta di MAY.
SESSION 5 – 4 NOVEMBRE 1974
NOW I’M HERE di MAY è uno dei superclassici rock del gruppo e qui è esposto molto bene. STONE COLD CRAZY è davvero tiratissima e FLICK OF THE WRIST la segue con convinzione, non sono pezzi che amo ma è comunque una esperienza ascoltarli qui nelle BBC Sessions, perchè lo senti tutto l’impeto magico del gruppo di quegli anni. Chiude la quarta seduta TENEMENT FUNSTER, uno dei pezzi un po’ bislacchi di TAYLOR.
SESSION 6 – 14 NOVEMBRE 1977
Questa è ovviamente la mia session preferita, NEWS OF THE WORLD è uno dei due album dei Queen con cui sono cresciuto (l’altro è A DAY ATHE RACES). WE WILL ROCK YOU versione classica è seguita dalla versione veloce che qui nelle BBC sessions mi piace un bel po’.
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Ammiro JOHN DEACON, sia come bassista che come autore. SPREAD YOUR WINGS è un gioiellino. Che gran pezzo! Questa trasposizione è simile a quella ufficiale apparsa su NEWS OF THE WORLD, certo però più diretta e carica con un grande assolo finale di BRIAN MAY. Uno spettacolo. Che gruppo!
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Non fosse per l’amore spropositato e un po’ inspiegabile che ho per SOMEBODY TO LOVE, IT’S LATE sarebbe certamente la mia canzone dei Queen preferita. Ho una predilezione per i pezzi di BRIAN MAY e questo li supera tutti. Qui negli studi della BBC la batteria di TAYLOR ha un suono che mi piace un sacco. Peccato il pezzo sia interrotto a metà per lasciare spazio ai vocalizzi pieni di effetti di MERCURY, vocalizzi che non ho mai sopportato granché.
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Si chiude con un altro masterpiece, MY MELANCHOLY BLUES…finale perfetto, con un assolo bluesy e obliquo di MAY. Trionfo.
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Mi fanno scappar da ridere i puristi del Rock, quelli che il lignaggio lo riconoscono unicamente se si tratta di Rock americano e di gruppi da intellettuali tipo King Crimson…i QUEEN sono criticabili per certe mosse da centurioni fatte negli anni ottanta, ma ciò non toglie che per diversi anni, nei settanta, sono stati un gruppo rock entusiasmante. CD consigliato. Rock save the Queen.
Sono le quattro del mattino, suona la sveglia, mi alzo senza troppi problemi, sono in fustinella, sto per correre a Malpensa a prendere l’aereo e volare a Glasgow per vedere la mia BAD COMPANY. Lo hanno chiamato UK SWAN SONG TOUR, è tutto un po’ sibillino, sarà davvero l’ultima tournée? Sarà comunque l’ultimo tour di MICK RALPHS, il chitarrista non più troppo voglioso di andare on the road? E’ un omaggio alla SWAN SONG, l’etichetta (dei LED ZEPPELIN) per cui incidevano? Non importa, non ho mai visto il gruppo dal vivo, non posso rischiare, devo andare. Alle cinque saliamo in macchina, Saura è gasatissima, quasi quanto me.
E’ un piacere lasciarsi trasportare dalle acque calme dell’autostrada di prima mattina, soprattutto se hai come obbiettivo un evento così importante per la tua vita. Una breve sosta in Autogrill, mentre aspetto Saura guardo la piazzola alla luce dei lampioni e incredulo mi dico “ma davvero sto andando in Scozia a vedere la BAD COMPANY?”
A1 prima di Milano – foto di TT
Pur scosso da fremiti che non mi aspettavo di provare, rimango razionale. So che più che il concerto vado a vedere PAUL, SIMON e MICK, “eroi” della mia adolescenza. So che non mi devo aspettare granché, MICK ha 72 anni e non ha più tanta voglia di fare sacrifici sulla chitarra, PAUL e SIMON 67, da quando si sono rimessi insieme nel 2008 (a dire il vero ci fu anche la breve parentesi del 1999) i tour che hanno messo in piedi (con o senza MICK RALPHS) sono sempre stati simili, concerti di 75 minuti dove vengono proposti quasi esclusivamente i greatest hits e dove PAUL RODGERS spesso è parso il leader indiscusso relegando KIRKE e RALPHS a ruoli di comprimari. Non devo aspettarmi troppo mi dico, ma sento già le farfalle nello stomaco, e sono ancora in Italia.
Lasciamo la macchina al Ciao Parking e in navetta raggiungiamo l’areoporto. Abbiamo solo un paio di trolley, solo bagaglio a mano dunque così passiamo velocemente i controlli, mangiamo qualcosa e ci incamminiamo verso il gate. Sbrighiamo le solite formalità, attendiamo qualche altro minuto e poi ci imbarchiamo.
Malpensa blues – photo di Saura T
Il decollo mi dà sempre da fare, soffro di vertigini, così come sempre mi aggrappo a Saura, penso a MICK RALPHS e recito i testi dei FIRM. Arrivati all’altezza voluta mi rilasso, cerco di dormicchiare ma non ci riesco. Ma davvero sto andando a vedere la Bad Company?
Alle 11,30 ora della Scotia, atterriamo. Prima di raggiungere l’hotel decidiamo di mangiare qualcosa all’areoporto, e qui sbatto il muso contro il muro del linguaggio usato dai nativi. “Goodmorning Madam, we’d like to eat something… fish and chips for two, a lemonade and a coke”, la signora mi risponde in un inglese che definire duro è dir poco. Le chiedo scusa più volte, poi rinuncio a capirla, e cerco di cavarmela con il linguaggio dei segni. Mi viene in mente il mio amico Billy Fletcher, scozzese purosange, quando mi diceva che ogni volta che va a Londra quello che gli chiedono sovente è “Are you German?”.
Usciamo dall’aeroporto. Ci avviciniamo alla navetta che porta in centro. A tu per tu con il bigliettaio: “We have to go to Buchanan Station. Two tickets please” e prego il sommo poeta di essere stato chiaro e che non mi chiedano nulla. In risposta ottengo suoni gutturali. Non chiedo al tipo di ripetermi gentilmente e più lentamente quel che ha detto, gli allungo semplicemente una banconota da 20 sterline. Me ne da 7 di resto. Ora, io l’inglese non lo parlo quasi mai, non sono allenato, fatico a formulare in maniera fluida frasi complicate, ma tutto sommato lo conosco abbastanza bene, leggo libri in inglese, leggo riviste in inglese, scrivo in inglese, a volte traduco articoli di questo blog in inglese, ma qui in Scotia fatico più di quanto immaginassi.
Dalla stazione dei bus all’hotel sono venti minuti a piedi che facciamo volentieri per immergerci nel quotidiano della città. In hotel non ci chiedono nemmeno i documenti, va bene che abbiamo pagato al momento della prenotazione, ma un minimo di controllo… ma Glasgow è un po’ più selvaggia rispetto a Londra, così cerco di entrare il prima possibile nel groove della città. L’hotel fa parte della catena Ibis, lo stesso che usammo in giugno durante il soggiorno londinese. Un tre stelle semplice e qui al nord più spartano. Naturalmente niente bidè.
Una doccia, una paio d’ore di sonno e siamo di nuovo in cammino. Abbiamo appuntamento alle 18 al ristorante LA FIORENTINA con Billy e Alison Fletcher due miei vecchi amici, entrambi appassionati di Rock e di football. Con Billy siamo in contatto dal 1985, l’anno in cui iniziai la fanzine. Ci siamo visti nel 2000 nella mia home town in occasione del concerto dei PRIORY OF BRION (featuring the Golden God) e a Roma nel 2004. Sono dunque 12 anni che non vedo the mighty, come lo chiamo io, Billy Fletcher. Percorriamo la distanza a piedi, in una città sconosciuta e non sbagliamo nulla. Saura deve avere il chip del navigatore nel cervello. Billy la ribattezzerà Lady Map.
Riabbracciare vecchi amici è sempre molto bello. Sono le 18, per noi è l’ora della merenda non della cena, ma come detto cerchiamo di andare a ritmo con la città. Il cameriere è italiano, viene dalla Sardegna. E’ giovane, educatissimo, e molto professionale. Io e Saura prendiamo un semplice risotto con i funghi, Billy e Alison un primo e quindi un piatto con spaghetti e cotolette. Alla fine Billy ordina un cappuccino. Mi guarda come per scusarsi “Aye, I know bro’ that in Italy it’s a breakfast thing, but hey, I’m a Scotsman afterall” e si mette a ridere. Portano il conto, capisco che vogliono offrire loro “No Billy, facciamo alla romana dai… c’mon let’s do the roman way…” ma Billy insiste dicendomi che quando venne a Modena andammo a cena e offrii io e che non devo rompere le palle. E’ piacevole parlare con i miei amici, ma non sopporto il mio inglese parlato. Vorrei avere una pronuncia meno provinciale, rispettabile, invece so che parlo con la misera cadenza di un turista italiano. Povero me.
L’Hydro, il posto dove si tiene il concerto, è poco distante, una breve passeggiata e ci siamo. Tutto è ordinato, la situazione vivibile, niente stress. Saura compra una maglietta del merchandising ufficiale, io il tour program. Ci sono molti addetti a cui chiedere. Quella a cui ci rivolgiamo parla una lingua che non riconosco. Una maschera ci accompagna ai posti assegnati. Siamo in una ottima posizione, 10/12 file dal palco. Non c’è il tutto esaurito, l’Hydro tiene 12000 posti, quantifico un pubblico di circa 8000 unità, ma grazie a tendoni neri che coprono alcune file dei piani più alti il colpo d’occhio è notevole. Si stanno già esibendo i RSO, Richie Sambora e Orianthi, la sua compagna. Benché di discendenza polacca, l’ex chitarrista di Bon Jovi sembra Sylvester Stallone del primo ROCKY ma con 3 decenni in più. Canottiera, cappellino e quell’aria da italiano del sud. Benché un po’ scettico all’inizio, devo dire che il suo concerto mi è piaciuto. Un gruppo con due chitarre (lui ed Orianthi… e che chitarre!), un basso, una tastiera, una batteria. Niente diavolerie moderne, niente basi. Alcuni pezzi dei BON JOVI, alcuni brani dai suoi album solisti e (ma non ne sono certo) da quelli di Orianthi. Entrambi vestono delle belle chitarre: Les Paul e Stratocaster per Richie, PRS per Orianthi. Concerto davvero piacevole.
RSO – Sambora & Orianthi Glasgow 2016 – foto TT
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Quindici minuti per il cambio palco e poco dopo le 21 entra la BAD COMPANY. Non mi sembra vero…eccoli lì HOWARD LEESE (l’altro chitarrista ed ex membro degli HEART), TODD RONNING (ex membro del gruppo di PAUL RODGERS), SIMON KIRKE, MICK RALPHS e PAUL RODGERS.
BAD COMPANY UK TOUR 2016 – Howard Leese, Mick Ralphs, Paul Rodgers, Simon Kirke and Todd Ronning.
SIMON batte il quattro e mentre il gruppo attacca LIVE FOR THE MUSIC partono getti di fumo. Per un momento traballo, sono in balia di una emozione fortissima che mi porta quasi fino alle lacrime. Sono venuto fin qui per questo preciso istante, per provare questo fiotto di sentimenti che mi attraversano come un fiume in piena attraversa una pianura. Cinque secondi pieni di quel trasporto che senti poche volte nella vita, giusto quando t’innamori follemente di qualcuno, quando la tua squadra dopo 45 anni vince la Champions League, quando ti senti titanico dinnanzi al futuro e ti sembra di risolvere il mistero della vita.
LIVE FOR THE MUSIC
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Segue GONE GONE GONE, canzone di BOZ BURRELL, il bassista originale del gruppo scomparso nel 2006, dopo di che è gia il momento per uno dei grandi successi del gruppo.
FEEL LIKE MAKIN’ LOVE
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Per il quarto pezzo RODGERS si mette al pianoforte… ELECTRICLAND. Sono contento che il gruppo insista già da alcuni anni su questo brano, una deep cut densa e profonda e tratta dall’ultimo album della formazione originale, ROUGH DIAMONDS del 1982. Versione impeccabile, come impeccabile appare BURNIN’ SKY subito dopo.
Il gruppo è in forma, le canzoni che compongono il repertorio della BAD COMPANY non sono complicatissime, ma ad ogni modo serve una certa coerenza musicale nonché un livello di passione elevato per renderle bene e i ragazzi riescono pienamente nell’impresa. PAUL è un intrattenitore consumato e cantante Rock sublime, SIMON è una sicurezza e MICK si muove sulla chitarra più di quanto sperassi. Il pubblico mi sorprende. Non ci sono giovani, in gran parte trattasi di persone che erano adolescenti o giovani negli anni settanta, ma la partecipazione è forte e decisa. La gente a fatica riesce a stare seduta.
RODGERS torna al piano per RUN WITH THE PACK e Saura parte per la stratosfera, è uno dei suoi pezzi preferiti. La vedo ballare, dimenarsi, cantare, gridare… guardala lì, prima di conoscermi non sapeva nemmeno chi fosse la BAD COMPANY ed ora pare impazzita. Mi perdo ad osservare MICK RALPHS. Chissà perché mi piace così tanto, forse il motivo risiede nel fatto che come chitarrista mi sento simile a lui, forse sono le sue canzoni ad intrigarmi, o forse il fatto che con la sua semplicità è riuscito a ritagliarsi un posto di tutto rispetto nel mondo del rock and roll prima con i MOTT THE HOOPLE poi con la BAD COMPANY appunto. Guardalo lì, con la sua camicia hawaiana, con qualche chilo di troppo, non troppo tonico né dinamico eppure per me ancora punto di riferimento. Dio, quanto voglio bene a quest’uomo. Proprio mentre finisco il pensiero Saura mi dice nell’orecchio “io a Mick Ralphs voglio bene!”. Sono fortunato ad averla al mio fianco.
MIck Ralphs Glagow 2016 – foto T
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READY FOR LOVE è un pezzo di RALPHS apparso sull’album del 1972 dei MOTT THE HOOPLE e riproposto sul primo della BAD COMPANY in maniera superba grazie al cantato di PAUL RODGERS. L’intro di MICK mi pare un po’ incerta ma poi il chitarrista regala un assolo niente male… bel suono, bell’attacco, classic MICK RALPHS. Grande partecipazione del pubblico. Saura di nuovo carichissima, e anche io mi ritrovo commosso.
READY FOR LOVE
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PAUL e MICK imbracciano le acustiche, è il momento di CRAZY CIRCLE un bel pezzettino tratto da DESOLATION ANGELS del 1979… finalmente qualcosa di fresco in scaletta. Segue TROUBLESHOOTER, un nuovo brano. PAUL ancora sulla acustica. Un mid tempo in stile BAD COMPANY che dopo alcuni ascolti si rivela meno scontato e banale del previsto. Significa che il gruppo ha un nuovo album in programma?
Si torna ai classici con MOVIN’ ON. Pubblico scatenato, MICK con una Telecaster in accordatura aperta di do. Pochi istanti prima dell’assolo vedo che fatica a prendere dal taschino della camicia il guitar slide bottle neck …
MOVIN’ ON
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A dire la verità io di SHOOTING STAR farei anche a meno, ma è ormai diventato un rito farla cantare al pubblico e sebbene possa sembrare tutto un po’ forzato alla fine vieni coinvolto anche tu. Sugli schermi passano le facce di alcuni musicisti Rock morti in giovane età tra cui, naturalmente, PAUL KOSSOFF e JOHN BONHAM.
Bad Company Glasgow 2016 – photo TT
SHOOTING STAR
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Subito dopo irrompe CAN’T GET ENOUGH e nonostante sia anche questo un pezzo ascoltato tante volte e abbia un po’ stancato mi sorprendo di come mi accenda. Segue ROCK AND ROLL FANTASY, il singolo del 1979 e quindi la band lascia il palco.
Il gruppo ritorna con BAD COMPANY sul cui ritornello tornano i getti di fumo…
Bad Company Glasgow 2016 – photo TT
Bella versione e buon assolo di MICK.
BAD COMPANY
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Il gruppo saluta e dopo poco ritorna con SEAGULL suonata con tutta la band. Questo è l’unico appunto che faccio, di questo pezzo non se ne può più. E’ retorico, fuori tempo e noioso. Il gabbiano che vola libero nel cielo… dai PAUL, non sarebbe il caso di smetterla? Si sarebbe potuto chiudere con decine di altri pezzi assai più efficaci. Il gruppo esce definitivamente di scena e a parte questo ultimo discutibile bis la parola giusta è trionfo.
Alison, Tim, Billy after the show – photo Saura T.
Non ho visto chissà che concerti io, nella seconda metà degli anni settanta gli artisti stranieri evitavano l’Italia dopo aver visto quel che successe a LOU REED a Roma e a SANTANA a Milano (le prime avvisaglie si ebbero naturalmente nel 1971 col concerto dei LED ZEPPELIN al Vigorelli ), gli autoriduttori pensavano che la musica dovesse essere gratuita così creavano grossi casini durante i concerti (vedi anche il processo del 1976 al Palalido a DE GREGORI). Negli anni ottanta avevo già capito che i concerti Rock a cui avrei voluto partecipare si erano già svolti in America qualche anno prima, così il mio interesse scemò e di conseguenza mi persi alcuni dei grandi nomi che, in formazione rimaneggiata o alle prese con materiale e album non certo memorabili, arrivarono fino alle sponde della mia città.
Come fu diversa l’adolescenza di certi miei amici miei coetanei, come me fan sia dei LZ che della BC. Billy ad esempio nel 1979 vide sia la BAD COMPANY (in marzo all’Apollo Theatre di Glasgow) che i LED ZEPPELIN (le due date di Knebworth). Bill di New York fece lo stesso, entrambe le volte al Madison Square Garden, nel 1977 si vide una delle sei date dei LED ZEPPELIN e nel 1979 si vide la BAD COMPANY. Ah.
Detto questo è pur vero che qualche spettacolo degno di nota l’ho visto anche io nel lontano e nel recente passato, quindi forse esagero nel dire che questo è stato il più bel concerto della mia vita, ma non posso fare altro. Non ho mai provato nulla di simile, nemmeno a vedere i nomi a me più cari.
Billy, Alison e Saura sono concordi. Per i Fletchers è stato un concerto superbo (sebbene troppo corto), per Saura sono stati i soldi meglio spesi in assoluto. La devo tenere a freno, è già lì che proclama “BAD COMPANY miglior gruppo di tutti i tempi” e per una che è una fan scatenata di YES / RICK WAKEMAN / WHO e LED ZEPPELIN non è poco dire una cosa del genere.
Salutiamo Billy e Alison e ci addentriamo nel cuore di GLASGOW per tornare in albergo. Non riesco ad addormentarmi subito, mi devo leggere tutto il tour program che ho preso.
Bad Company UK 2016 tour program – photo TT
Mercoledì mattina mi sveglio in forma, la consapevolezza di aver visto la BAD COMPANY mi riempie di energia. Facciamo colazione da Costa, ci godiamo il centro città, facciamo un salto alla cattedrale e all’università.
The Cathedral – photo TT
Subway stroll – Saura plays “Live For the Music” on air guitar – photo TT
Nella mattina il tempo passa più volte da soleggiato, nuvoloso, piovoso, ventoso…siamo in Scotia dopotutto. Pranziamo da Pret a Mangèr dopo di che ci ritiriamo in albergo. Nel tardo pomeriggio usciamo di nuovo diretti a IBROX, il leggendario stadio dei RANGERS GLASGOW, la squadra del cuore del mio amico Billy che anche io tifo. Prendiamo la subway. Ibrox mi appare in tutta la sua maestosità…
Ibrox- Photo TT
Prima dell’incontro Billy porta me e Saura a bere qualcosa nel locale del cuore dei tifosi dei Rangers, la Louden Tavern. La atmosfera è fantastica, qui si respira ancora l’aria del football più romantico e poetico. Al collo ho la sciarpa dei RANGERS a cui ho legato quella dell’INTER. Mi sento uno di loro. WE ARE THE PEOPLE!
Tim-Saura-Billy at the Lounden Tavern pre-match daze
Prima di entrare allo stadio Billy ci presenta alcuni dei suoi amici tifosi. Inizio a capire il duro accento scozzese. Alcuni accennano a qualche parola in italiano e con estrema semplicità citano i nomi di alcuni giocatori ella prima grande INTER. Dio che bello, viva il football! Entrare ad Ibrox è una bella esperienza e ne assaporo ogni momento.
Tim & Billy Ibrox 26 oct 2016 – photo Saura
I Rangers oggi giocano contro il St. Johnstone. Finisce 1 a 1. Al momento i “nasi blu” sono un work in progress, è una partita dignitosa ma un po’ lontana dalle glorie passate. Ogni tanto chiedo a Billy se la palla è uscita in calcio d’angolo “Corner Billy?” gli chiedo e lui “Aye, Co’na’!”. Quando entra il centrattacco n. 9 gli chiedo “Kenny Miller Billy?” e lui “Aye, Keni Milla’”. Rido di gusto. Mi piace sentir parlare Billy Fletcher. Il Mick di Mick Ralphs diventa una sorta di “Meck”.
Il calcio scozzese è più puro, pratico e onesto rispetto al nostro; nessun giocatore si fa il segno della croce mentre entra in campo, se qualcuno subisce un fallo si alza subito dopo senza fare la sceneggiata come se gli avessero rotto una gamba, quando segnano un goal esultano ma senza invocare la gloria onnipotente di vostro signore.
Salutiamo Billy, ci diamo appuntamento il prossimo anno a San Siro e ritorniamo all’albergo, prima però una pizza veloce da Bella Italia. L’organizzazione scozzesa circa l’uscita dei tifosi da uno stadio è meravigliosa. Poliziotti e poliziotte a cavallo ci scortano sino alla metropolitana. Ci fanno stare in fila sul marciapiede e ci fanno entrare nella subway un po’ alla volta. In 20 minuti siamo in carrozza…e stiamo parlando di migliaia di persone.
Ho visto la BAD COMPANY, ho visto i RANGERS…posso addormentarmi sereno.
La mattina di nuovo colazione da COSTA nel centro della città quindi una passeggiata fino alla stazione degli autobus. Alle 10 siamo all’areoporto. Compro il Guardian e qualche cosa da smangiucchiare in volo. Al gate della Easy Jet invece di esserci scritto Imbarco in italiano c’è scritto “Embargo”…penso a Cuba.
Di nuovo in tensione per il decollo, poi rilassamento in alta quota e di nuovo sotto stress per l’atterraggio. In autostrada, mentre torniamo verso Regium Lepidi guardo la groupie e sorrido, che razza di coppia che siamo, nel nostro piccolo …sempre on the road, d’altra parte “we live for the music give it everything we got…”.
(broken) ENGLISH
It is four o’clock in the morning, the alarm clock rings, I get up without too much trouble, I’m excited, I’m going to go to Malpensa to take the plane and fly to Glasgow to see “my” BAD COMPANY. They called it the UK SWAN SONG TOUR 2016, it’s all a bit ‘cryptic, it will really be the last tour? Will this be the last tour of MICK RALPHS, the guitarist not too eager to go on the road? Is it a tribute to the SWAN SONG, the record label? No matter, I have never seen the band live, I can not risk it, I have to go. At five o’clock we climb into the car, Saura is animated, almost as much as me.
It ‘a pleasure to be carried away by motorway calm water early in the morning, especially if you have an important event as a goal for your life. A short stop in Autogrill (motorway café), while I wait Saura I look at the lamplight and in disbelief I say to myself ” I’m really going to Scotland to see the BAD COMPANY?”
Although shaken by tremors I did not expect me to feel, I remain rational. I know that more than a concert I go to see PAUL, SIMON and MICK, “heroes” of my adolescence. I know I better have no too much expectations, MICK is 72 years old and no longer he has the desire to parctice on the guitar, PAUL and SIMON are 67, since they got back together in 2008 (actually there was even a brief period of 1999 ) the tours that they have set up (with or without MICK RALPHS) have always been similar, they were 75 minute shows where they offered almost exclusively the greatest hits package and where PAUL RODGERS often seemed to be the undisputed leader relegating KIRKE and RALPHS to roles of supporting actors . I repeat to myself to keep myself calm, but I can feel the butterflies in the stomach, and I am still in Italy.
We leave the car at Ciao Parking and then reach the airport. We only have a couple of trolley, hand luggage only, therefore we pass quickly the checks; we eat something and we move towards the gate. The usual formalities, the wait of a few more minutes and then we board.
Takeoff always puts me in a stress mood, the fear of heights is one of my blues, so as always I cling to Saura, I think of MICK RALPHS and I recite the lyrics of the FIRM. When we arrive at the desired height I relax, I try to doze, but I can not. ” I’m really going to see Bad Company?”
At 11.30 Scotia time, we land. Before reaching the hotel we decide to eat something at the airport, and here I slam my nose against the wall of the language used by the natives. “Goodmorning Madam, we’d like to eat something … fish and chips for two, a lemonade and coke”, the lady replied to me in a English that define hard is an understatement. I apologize several times, then I give up to understand it, and I try to get by with sign language. I remind what my scottish friend Billy Fletcher told me once… every time he goes down to London they often ask him “Are you German?”.
We leave the airport. We approach the shuttle to go the city center. Face to face with the conductor: “We have to go to Buchanan Station. Two tickets please” and I pray the great poet (well, Dante) my english was good enough so he won’t ask me anything. In response I get guttural sounds. I do not ask him to kindly repeat gently and slowly what he said, I just give him a banknote of 20 pounds. He gives me back 7 pounds. Now, I seldom speak English, I’m not trained, I struggle to formulate fluidly complicated sentences, but all in all I know it well enough, I read English books, I read magazines in English, I write in English, sometimes I translate articles of this blog in English, but here in Scotia I struggle more than I imagined.
From the bus station to the hotel is a twenty minute walk we do willingly to immerse ourselves in the town vibe. At the hotel they do not even ask for papers, I know that we have already payed for our stay but… so I guess Glasgow is a little ‘wilder than London.The hotel is one of the Ibis chain, the same as we used in june during our stay in London. A three-star hotel very basic and simple and here in the north more spartan. Of course there’s no bidet in the bathroom.
A shower, a couple of hours of sleep and we’re back on the road. We have a rendez vous at 18 (6 pm) at the restaurant LA FIORENTINA with Billy and Alison Fletcher, two old friends of mine, both fans of Rock music and football. I have been in touch with Billy since 1985, the year I started the Oh Jimmy fanzine. We met in 2000 in my home town for the concert of the PRIORY OF BRION (featuring the Golden God) and in Rome in 2004. So it’s 12 years since I saw the mighty, as I call him, Billy Fletcher. We are walking in a foreign city and we never get lost. Saura has to have the navigation chip in the brain. Billy will call her “Lady Map”.
To be reunited with old friends is always very nice. It 6 pm, for us it is time for snack not dinner, but as mentioned we try to get aligned with the pace of the city. The waiter is Italian, he comes from Sardinia. He’s young, polite and very professional. Me and Saura eat a simple risotto with mushrooms, Billy and Alison a first plate, then a plate with spaghetti and cutlets. After the dinner eventually Billy orders a cappuccino. He looks at me apologetically, “Aye, I know bro ‘that in Italy it’s a breakfast thing, but hey, I’m a Scotsman afterall” and laughs. We then ask for the bill, I understand that they want to buy us the dinner “No Billy, … c’mon let’s do the roman way …” as we say in italy meaning evenly but Billy insists telling me that when he came to Modena we went to dinner and I did buy them the dinner so I have to shut up. Anyway it is nice to talk with my friends, but I can not stand my spoken English. I would like to have a ruling less provincial english, a respectable one, however I know that I speak with the paltry rate of an Italian tourist. Poor me.
The Hydro, the place where the concert is held, it is not far away, a short walk and there we are. Everything is orderly, livable situation, no stress. Saura buy one of the official merchandise t-shirt, I buy the tour program. There are many employees you can ask for help. The language used by one of then I do not recognize. A usher takes us to our seats. We are in a great position, 10/12 rows from the stage. it’s not a sold out, the Hydro holds 12,000 seats, I quantifie an audience of about 8,000, but thanks to blacks tents that cover some of the higher seats the glance is remarkable. RSO, Richie Sambora and Orianthi, his partner, is already on stage. Although of Polish descent, the former guitarist of Bon Jovi appears like Sylvester Stallone in the movie ROCKY. Undershirt vest, cap and that look of a southern Italian. Although a bit ‘skeptical at first, I must say that I enjoyed the concert. A group with two guitars (him and Orianthi), bass, keyboards, and drums. Some BON JOVI songs, some songs from Richie solo albums, and (but I’m not sure) some frome Orianthi records. They both dress beautiful guitars: Les Paul and Stratocaster for Richie, PRS for Orianthi. Really nice concert.
Fifteen minutes for the gear change and at 9,15 BAD COMPANY walk on stage. It almost seems not true to me… here they are Howard Leese (the other guitarist and former member of the HEART), Todd Ronning (former member of PAUL RODGERS group), SIMON KIRKE, MICK RALPHS and PAUL RODGERS.
SIMON beats four and while the group attacks LIVE FOR THE MUSIC some smoke jets erupt from the front of the stage. For a moment I stagger, I am at the mercy of a very strong emotion that brings me almost to tears. I came here exactly for this very moment, to feel this flood of feelings that run through me like an impetuous river through a plain. Five seconds full of that transport you feel a few times in life, right when you fall madly in love with someone, when your football team won the Champions League after 45 years…
GONE GONE GONE, a song by BOZ BURRELL, the original bassist of the group deceased in 2006, after which it is already time for one of the great hit of the group, FEEL LIKE MAKING LOVE.
For the fourth piece RODGERS is on piano … ELECTRICLAND. I’m glad the group insists with this song, a deep cut from the last album of the original line up, ROUGH DIAMONDS (1982). Flawless version, as flawless appears BURNIN’ SKY soon after.
The group is in very good form, the songs that make up the repertoire of BAD COMPANY are not complicated, but either way it takes a certain musical coherence and a high level of passion to make them work well. PAUL is a consummate entertainer and sublime Rock singer, SIMON drives the band with skills and MICK plays the guitar better than I expected. The audience surprises me. There are no youngsters, only man and women (many women) who were teenagers or so in the seventies, but they are a hot and wild. They barely can stand on their seats.
RODGERS is back on the piano for RUN WITH THE PACK and Saura sets off for the stratosphere, RWTP is one of her favorite songs. I see her dancing, wiggling, sing and shout … look at her, before we met she did not even know who BAD COMPANY was and now she seems crazy about the band. I get lost observing MICK RALPHS. For some reason I love him so much, perhaps the reason is that as a guitarist I guess I’m a lot like him, maybe there are his songs to intrigue me, or maybe it is the fact that with his simplicity he has managed to carve out a respectable place in the world rock and roll before with MOTT THE HOOPLE then with BAD COMPANY precisely. Look at him there, with his Hawaiian shirt, with a few extra pounds, not too tonic or dynamic yet for me still the reference point. Goodness, how I love this man. Even as I finish the thought Saura whispers in my ear “I love Mick Ralphs!”. I’m lucky to have her by my side.
READY FOR LOVE is a RALPHS song appeared on the 1972 album of Mott the Hoople and repurposed superbly thanks to the vocals PAUL RODGERS on the first BAD COMPANY record. The intro of MICK seems a bit uncertain but then the guitarist gives us a pretty good solo … nice sound, nice attitude, classic MICK RALPHS. The audience appreciate so much. Saura again is over the top, and I find myself deeply moved.
PAUL and MICK shoulder the acoustic guitars, it’s time for CRAZY CIRCLE, quite a lovely little track taken from the DESOLATION ANGELS (1979) album … finally something fresh in the set list. TROUBLESHOOTER is a new song. PAUL still on a acoustic guitar. A mid tempo in the BAD COMPANY style, after a few plays it proves less obvious and banal than expected. Does it means that the group has a new album planned?
We return to the classic hits with MOVIN ‘ON. The crowd goes wild, MICK wears a Telecaster in C open tuning . Just moments before the solo I see that he struggles to pull out the slide guitar bottle neck from his shirt pocket.
To tell the truth I could pass on SHOOTING STAR, but it has now become a ritual for the singalong pantomime, and although it may seem all a bit forced in the end you come also involved. On the screens they shows pictures of some Rock musicians who died at a young age including, of course, PAUL KOSSOFF and JOHN BONHAM.
Immediately after CAN’T GET ENOUGH bursts and despite being a piece heard too many times it surely turns everybody on. ROCK AND ROLL FANTASY, the single of 1979, closes the set and then the band leave the stage.
The group returns for the first encore with BAD COMPANY , more smoke jets …beautiful version and good guitar solo courtesy of MICK.
The group soon returns with SEAGULL played with the help of the whole band. This is the only moment of the show a bit lame. I can’t stand the song SEAGULL anymore, it’s rhetoric, out of time and tedious. The seagull flying free in the sky … c’mon PAUL, is not time to remove it from the set list?
The group finally comes out of the scene and apart from this last controversial number, the right word is triumph.
I have not seen too much important concerts , in the second half of the seventies the international artists shunned Italy after seeing what happened to LOU REED in Rome and to SANTANA in Milano (the first signs of the troubles came of course in 1971 with LED ZEPPELIN at the Vigorelli), the “autoriduttori” thought that music should be free, so they created big troubles during the concerts. In the eighties I had already realized that the rock concerts that I wanted to attend had already taken place in America a few years earlier, so my interest waned and as a result I missed some of the big names that came to the shores of my city and my country.
How different was the adolescence of some of my friends my age, like me fan of both LZ and BC. Billy F., for example, in 1979 saw both the BAD COMPANY (in March at the Apollo Theatre in Glasgow) and LED ZEPPELIN (the two dates of Knebworth). Bill McQ from New York did the same, both times at Madison Square Garden, in 1977 he saw one of six dates of LED ZEPPELIN and in 1979 he saw the BAD COMPANY. Ah.
That said it is true that I saw some show noteworthy in the distant and recent past, so maybe I exaggerate in saying that this was the best concert of my life, but I can’t help. Billy, Alison and Saura agree. For the Fletchers it was a superb concert (although too short), for Saura it has been the money better spent ever. I have to keep her calm, she is already proclaming “BAD COMPANY best group ever”, and for someone who is a huge fan of YES / RICK WAKEMAN / WHO and LED ZEPPELIN is such a thing to say.
We bid goodnight to Billy and Alison, and we head to the heart of GLASGOW back to the hotel. I can not sleep now, I have to read the whole tour program that I bought.
I wake up wednesday morning in fine form, the awareness of having seen BAD COMPANY fills me with energy. We have breakfast at Costa’s, we enjoy the city center, the town’s cathedral and the university. The weather keeps on changing: sunny, cloudy, rainy, windy … we are in Scotia after all. Lunch at Pret a Manger after which we retreat to the hotel. Late in the afternoon we go back on the road direct to IBROX, the legendary stadium of RANGERS GLASGOW, the favorite team of my friend Billy. I’m a supporter too. We take the subway. Ibrox appears in all its majesty …
Before the game we meet Billy, he takes me and Saura to the Louden Tavern, THE pub of the Rangers fans. The atmosphere is fantastic, here you can still breathe the air of the most romantic and poetic football. I wear a scarf of RANGERS that I tied with the INTER one. I feel one of them. WE ARE THE PEOPLE!
Before entering the stadium Billy introduce us to some of his friends. I begin to understand the hard Scottish accent. Someome mention a few words in Italian and the names of some players of the first great INTER era. Goodness, how nice, long live football! To enter at Ibrox is a beautiful experience and I savor every moment.
The Rangers tonight play against St. Johnstone. It ends 1-1. At the moment the “Blue noses” are a work in progress, it is a good enough game but a little far from past glories. Every so often I ask Billy if the ball went out, “Corner Billy?” I ask him and he replies “Aye, Co’na ‘!”. When the forward n. 9 enters on the pitch I ask him “Kenny Miller Billy?” and he replies “Aye, Keni Milla ”. I laugh. I like to hear Billy Fletcher’s scotsman accent. The Mick of Mick Ralphs becomes a sort of “Meck“.
Scottish football is more pure, practical and honest than ours; no player makes the sign of the cross as the enter the field, if someone is fouled gets up soon after without making the skit as if he had broken his leg, when they score a goal they do not invoke the almighty glory of the lord.
It’s time to say goodby to my friend Billy, I hug him tight: “See you in San Siro next spring Billy boy!” and we return to the hotel. Just a quick pizza at Bella Italia then we are in our bedroom. The scottish organization about the output of the fans from a stadium is wonderful. Policemen and policewomen on horseback escorted us up to the subway. They make us stand in line on the sidewalk and make us enter into the subway little by little. In 20 minutes we are on a coach. Amazing.
I saw BAD COMPANY, I saw RANGERS … I can sleep peaceful.
It’s morning again, we leave the hotel, we have breakfast at COSTA’s in the city center and then we walk to the bus station. At 10 we are at the airport. I buy the Guardian and something to nibble on the flight. At the gate of the Easy Jet instead of there being written “IMBARCO” (Boarding in Italian) there is “Embargo” … I think about Cuba.
Back in tension for the take-off, then relaxation at high altitude and again under stress for the landing. On the highway, while we return to Regium Lepidi I watch Saura and I smile, what a crazy couple we are, in our small world … we are always on the road, on the other hand “we live for the music …give it everything we got … “.
Che genere fa John Errington, JOHN MILES insomma? Rock sinfonico? Hard Rock inglese? White soul? Pop rock? Per me rimane un artista Rock, sebbene nel corso della sua carriera abbia toccato un po’ tutti i generi citati. Questo nuovo cofanetto contiene i suoi quattro album da studio del periodo d’oro (1976-79) e la registrazione mai pubblicata ufficialmente prima di un concerto registrato per la BBC nel 1978.
Il cofanetto esce per la CAROLINE, etichetta del gruppo UNIVERSAL, che a sua volta è proprietario della Decca. La qualità audio è nettamente migliorata rispetto alle ristampe della Lemon Records uscite nel 2008. In particolare, le ristampe di allora di ZARAGON e di MMPH furono fatte utilizzando del vynil transfer nemmeno perfetti, compromettendo la qualità audio. Per questo cofanetto sono stati finalmente usati i nastri originali, tuttavia MMPH contiene – seppur in maniera leggerissima – le imperfezioni dovute alle registrazioni originali (qualche click di troppo fu lasciato sulle piste registrate).
CD 1 [‘Rebel’ – 1976]: TTTTT
01. Music
02. Everybody Wants Some More
03. Highfly
04. You Have It All
05. Rebel
06. When You Lose Someone So Young
07. Lady Of My Life
08. Pull The Damn Thing Down
09. Music {Reprise}
10. Jose * Bonus Track *
11. You Make It So Hard * Bonus Track *
12. There’s A Man Behind The Guitar * Bonus Track *
13. Putting My New Song Together * Bonus Track *
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Il primo album è quello realmente importante, quello che contiene MUSIC, il brano (sublime) con cui è identificato MILES. HIGHFLY, PULL THE DAMN THING DOWN, PUTTING MY NEW SONG TOGETHER…grande passione, grandi canzoni. Tra le bonus track sono pubblicate per la prima volta JOSE e YOU MAKE IT SO HARD tratte dal singolo del 1971, singolo uscito quando l’etichetta discografica non sapeva bene cosa fare di Miles. Trattasi di due canzonette pop che già allora dovevano apparire retrò … retrogusto inglese fine anni sessanta, roba da passare in televisione. Niente di speciale dunque, ma curiosità gradite per i fan del biondo della contea di Durham. L’album fu prodotto da ALAN PARSONS (con cui JM ebbe una proficua collaborazione nel corso degli anni).
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CD 2 [‘Stranger In The City’ – 1976]: TTTTT
01. Stranger In The City
02. Slow Down
03. Stand Up And Give Me A Reason
04. Time
05. Manhattan Skyline
06. Glamour Boy
07. Do It Anyway
08. Remember Yesterday
09. Music Man
10. House On The Hill * Bonus Track *
11. Remember Yesterday [Single Version] * Bonus Track *
12. Stand Up {And Give Me A Reason} [Single Version] * Bonus Track *
13. Slow Down [Single Version] * Bonus Track *
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Secondo album, secondo successo (anche in termini di qualità musicale). L’album segue un tour di sei settimane in USA a far da spalla a Elton John, Aerosmith e Peter Frampton, e nei testi e nei temi trattati l’America fa capolino. Il bel pop rock di STAND UP AND GIVE ME THE REASON e MANHATTAN SKYLINE, l’hard rock funk (ai confini del disco-rock) irresistibile di SLOW DOWN, le due malinconiche romanticherie di TIME e REMEMBER YESTERDAY…(ma potrei citare ogni titolo contenuto in questo disco).
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CD 3 [‘Zaragon’ – 1978] – TTTT
01. Overture
02. Borderline
03. I Have Never Been In Love Before
04. No Hard Feelings
05. Plain Jane
06. Nice Man Jack
i.) Kensington Gardens
ii.) Mitre Square
iii.) Harley Street
07. Zaragon
08. Nice Man Jack [Single Version] * Bonus Track *
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Dopo due album di successo (in UK) Miles firma con la Arista per il mercato americano. L’investimento però non paga. Zaragon in termini di vendite non decolla, (appena) fuori dalla Top200 in Usa, fuori dalla Top40 in UK. Ottimi piazzamenti però in Scandinavia. L’album non è immediato, in pratica non contiene singoli e per un artista come Miles è un problema. Il disco però è di buon livello, ed è il più prog della intera discografia di JM. Due pezzi di più di 8 minuti, OVERTURE e PLAIN JANE (in entrambi echi dei GENESIS di WIND & WUTHERING), una mini suite di 7 e passa minuti intitolata NICE MAN JACK (dove si narra di Jack lo squartatore) tutta incentrata sull’hard rock, il momento per il romanticume (NO HARD FEELING) e altre cosette interessanti come I HAVE NEVER BEEN IN LOVE BEFORE e ZARAGON. Questo terzo episodio della discografia di JM ha il respiro del concept album.
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CD 4 [‘More Miles Per Hour’ – 1979]: TTTT1/2
01. Satisfied
02. It’s Not Called Angel
03. Bad Blood
04. Fella In The Cellar
05. Can’t Keep A Good Man Down
06. Oh Dear!
07. C’est La Vie
08. We All Fall Down
09. Sweet Lorraine * Bonus Track *
10. Don’t Give Me Your Sympathy * Bonus Track *
11. If You Don’t Need Lovin’ * Bonus Track *
12. Cant Keep A Good Man Down [Single Version] * Bonus Track *
13. Oh Dear! [Single Version] * Bonus Track *
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MORE MILES PER HOUR è un album che personalmente amo molto, ALAN PARSONS torna alla produzione, l’Hard Rock/Pop Rock di Miles torna a brillare e il mood giusto sembra essere ristabilito. L’album tuttavia rimane fuori dalla TOP40 britannica, in America non viene nemmeno pubblicato, solo la Scandinavia sembra accordare un po’ di successo al disco. In Usa uscirà nel 1980 col titolo SYMPATHY e conterrà 5 pezzi tratti dalla versione inglese e quattro nuovi brani scritti per l’occasione. Di queste nuove canzoni solo due (le solite) sono incluse nelle bonus track, le rimanenti (Where Would I be Without You’ or ‘Do it All Again) sembra non siano state incluse per problemi di diritti, dopotutto appartengono alla Arista e non alla Decca. Stando alla logica SWEET LORRAINE sarebbe dovuta essere messa tra il materiale bonus di REBEL visto che fa parte di quel periodo, ma d’altra parte occorre ricordare che fu scelta come lato B del singolo di CAN’T KEEP A GOOD MAN DOWN. Nella ristampa del 2008 furono usate le single-version di OH DEAR e CAN’T KEEP THE GOOD MAN DOWN, in questa finalmente sono state inserite le originali album-version.
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CD 5 [‘BBC In Concert’ – March 1978]: TTTT
01. Nice Man Jack
02. Music Man
03. Plain Jane
04. Overture
05. Zaragon
06. No Hard Feelings
07. Stand Up {And Give Me A Reason}
08. Stranger In The City
09. Borderline
10. Slow Down
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Mostrato in TV per la volta nel 1978 dalla BBC col titolo originale SIGHT & SOUND IN CONCERT, il concerto viene finalemnte pubblicato ufficialmente nel formato cd audio (sì, esiste anche il video relativo). E’ il tour del terzo album dunque parecchie sono le canzoni tratte da ZARAGON, mancano diversi classici, ma d’altra parte sono contenuti nell’altro cd pubblicato dalla BBC nel 1992 e relativo ai tour del 1976 e 1977. Ottima esibizione, c’è classe e si vede. Sarebbe bello se prima o poi facessero uscire anche il DVD.
Aggiungo che i concerti di JOHN MILES registrati per la BBC furono quattro: uno del 1976 (della durata di soli 30 minuti), uno del 1977, uno del 1978 e uno del 1979. Come scritto poca fa quello del 1977 e due pezzi di quello del 1976 sono stati pubblicati nel 1992 in un cd intitolato IN CONCERT. Per questo cofanetto ci si è domandati quale pubblicare tra quelli del 1978 e quello del 1979 e si è finito per allegare quello del tour di ZARAGON perché apparentemente era il più richiesto dai fan. Nella mia testolina adesso gira l’idea di un cofanetto riguardante the complete BBC concerts, chissà che un giorno i miei desideri non si avverino.
E’ un cofanetto dunque molto appetibile questo, per 26 euro ci si porta a casa gli album da studio più belli ed importanti di JOHN MILES con la qualità audio finalmente all’altezza, ed un live inedito del 1978. Il booklet è di 20 pagine e non è niente male, se le note fossero state scritte da Stephen Carson (massimo esperto di JM) sarebbe stato perfetto. Da sottolineare che sulle etichette dei dischetti sono stampate delle foto tratte dagli artwork originali. Gradevole sorpresa.
Non starò ad annoiarvi con le solite frasette usate ormai da tutti gli scribacchini musicali… artista sottovalutato, album che avrebbero meritato maggior fortuna, gemme di incomparabili bellezza…JOHN MILES è uno dei miei artisti cult, dunque non sono esattamente lucido quando ne parlo, certo si tratta di album suonati con classe, di musica ben scritta e di un musicista (voce, chitarra, tastiere) di pari livello dei grandi artisti inglesi usciti da quella generazione.
MAX STEFANI scrive, il giorno dopo il concerto degli WHO a BOLOGNA e dopo aver letto evidentemente commenti entusiastici, questa considerazione su FB:
“io li ho visti negli anni sessanta, settanta e anche primi anni ottanta. bei concerti anche se niente di cui strapparsi i capelli. ma se così è stato vuol dire che o a settanta anni si suona meglio che a venti/trenta (senza dimenticare che sono solo 2 su 4) o che avete voluto vedere di più di quello che avete visto. come succede d’altra parte anche con springsteen.”
Da quando seguo Stefani con più attenzione su facebook, mi accorgo di essere spesso in sintonia con lui e, malgrado io abbia cambiato idea negli ultimi anni circa l’andare a vedere i vecchi gruppi, conservo sempre un atteggiamento un po’ disincantato.
E’ con questo spirito che mi butto sulla Bazzanese in modo di arrivare al palasport evitando di prendere l’autostrada, ancora scottato dalle tre e più ore di fila in occasione del concerto di McCartney alcuni anni fa. Alle 18,30 entro nel parcheggio (10 euro) e mi godo l’atmosfera pre concerto. Mi guardo in giro: tutti hanno indosso una maglietta degli WHO, solo io e qualche altro disperato indossiamo quella dei LED ZEPPELIN. Incontro diversi amici con cui scambio qualche battuta.
L’Unipol Arena è un bel palasport, uno dei più capienti d’Europa (più di 15.000 posti, c’è chi dice 19.000), peccato che i seggiolini siano stretti e poco comodi. Nulla a che vedere con quelli della O2 Arena di Londra. Ho uno di quei biglietti da 92 euro, sono sulle tribune a sinistra guardando il palco, biglietto acquistato (senza avere la possibilità di scelta del posto) nel quarto d’ora iniziale del primo giorno di vendita, parecchi mesi fa. Il mio amico Frank, che ha comprato tre biglietti due giorni prima del concerto, è nel settore sotto al mio e ha dunque posti migliori. Misteri della mai limpida vendita biglietti in Italia.
Il palasport è pieno per metà quando alle 20 entra il gruppo di supporto, gli SLYDIGS. Quattro (+ un session man) giovinastri britannici che provengono dalle parti di Manchester. La loro proposta (anche visiva) è un brit pop rock sull’onda di quello degli OASIS. Tra le loro canzoni scorgo riferimenti plateali a ARE YOU GONNA GO MY WAY di Kravitz e SYMPATHY FOR THE DEVIL dei Rolling. E’ tutto un “fucking” di qua e un “fucking” di qua, ci tengono a darsi un aria da inglesacci del nord. Ricevono una buona risposta del pubblico. Io rimango impassibile, per incantare me non è sufficiente sculettare a ritmo di un grigio brit pop, provenire dalla perfida Albione e calarsi nella parte … i ragazzi non hanno i pezzi.
Verso le 21 l’Unipol Arena è piena. Qualche posto vuoto sulle tribune qua è la, ma il colpo d’occhio è impressionante.
Poco dopo arrivano gli WHO. Senza tanto clamore, si presentano sul palco in maniera semplice e disinvolta. Un’entrata non ad effetto. Curiosa questa cosa. Qualche parola. PETE sembra di buon umore. Gli accordi di I CAN’T EXPLAIN… si dia inzio alle danze.
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Seguono the SEEKER e WHO ARE YOU. Mi vedo sorpreso, la verve del gruppo è notevole, quello che sento davvero buono. Malgrado siano accompagnati da session men, riescono a dare credibilità alla musica Rock che mettono in scena. Scatto una foto…eccoli qui dunque gli WHO. L’emozione sale, PETE TOWNSHEND e ROGER DALTREY non sono esattamente figure di secondo piano della musica che più amo.
The WHO, Bologna 17-9-2016 foto Tim Tirelli
WHO ARE YOU
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THE KIDS ARE ALRIGHT, I CAN SEE FOR MILES… che bello risentire questi pezzi dal vivo avvolto da una energia che temevo non mi arrivasse. Il pubblico della Unipol Arena è tutto per loro. Pete dice qualcosa in Italiano, capiamo che intende qualcosa che sta per “let’s go crazy” ma evidentemente sbaglia accento e pronuncia e nessuno capisce la frase esatta. Parte MY GENERATION ed è buffo vederla suonata da due settantenni, ma l’ossimoro diventa un divertente siparietto tutto sommato credibile.
MY GENERATION
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Sì, sì, TOMMY certo, QUADROPHENIA certo, ma vogliamo parlare di WHO’S NEXT? Potrebbero suonarlo per intero e tramortirci con canzoni Rock di una bellezza inarrivabile. Quando PETE inizia l’arpeggio di BEHIND BLUE EYES, un brivido intenso mi irretisce.
BEHIND BLUE EYES
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Nel introdurre BARGAIN, sempre dallo stesso magnifico album, TOWNSHEND cita la data del 1972, è un errore, l’anno d’uscita è il 1971, mi verrebbe da correggere PETE, e in quell’istante capisco quanto rompicoglioni siamo diventati noi appassionati, sempre attenti a date, dati, formazioni e minuzie del genere.
Più o meno a metà concerto mi sovviene una prima impressione, completamente positiva. DALTREY non ha più una gran voce, ma pensavo peggio. Regge l’urto del Rock degli WHO e si disimpegna con astuzia ed esperienza. Mi tolgo il cappello davanti a lui. TOWNSHEND stasera è un gran trascinatore e il suo lavoro sulla chitarra mi piace proprio. Probabilmente non è quello del 1976, eppure suona tutto con classe, convinzione e buona tecnica. Rimane un fuoriclasse e restare ad ammiralo è una cosa naturale. Alla seconda chitarra c’è il fratello di PETE, sbriga il lavoro in maniera diligente.
05:15
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Dopo 05:15 e THE SEEKER arriva lo strumentale THE ROCK con DALTREY che nella presentazione usa parole di affetto e di stima nei confronti del suo partner musicale. Bella prova.
Ogni tanto, mentre guardo questi due giganti sul palco, mi dico ” cosa cazzo mi sto perdendo…se solo Jimmy Page non fosse vittima dell’accidia e prigioniero della sua torre d’avorio, quanto sarebbe bello divertirsi nel rivederlo sul palco”. A fine concerto sarà un pensiero che anche i miei amici Lollo e Frank mi confesseranno di aver fatto. Non che io sia a favore di una reunion dei LZ, sarei molto più interessato ad un tour della Jimmy Page Band, però ammetto che rivederli insieme su di un palco mi darebbe una gran gioia. Spengo queste considerazioni e ritorno agli WHO.
LOVE, REIGN O’ER ME mi commuove, chi è – tra le anime blues – che non si è sentito almeno una volta come Jimmy? Rain on me…rain on me…grazie WHO.
EMINENCE FRONT (il brano del 1982 tratto da IT’S HARD) e AMAZING JOURNEY sono il preludio al finale: PETE canta THE ACID QUEEN, quindi parte con l’ introduzione di PINBALL WIZARD e alla fine ci invita ad abbandonarci a SEE ME FEEL ME.
Il finale è un po’ scontato, ma i due pezzi non perdono nulla del loro valore, della loro freschezza, della loro bellezza…
BABA O’ RILEY
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WON’T GET FOOLED AGAIN
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E’ un trionfo. In WON’T GET FOOLED AGAIN, PETE si lancia nella famosa scivolata sulle ginocchia, scivolata che gli riesce perfettamente. Vedere un 71enne fare uno sgobbo di quel tipo genera una sorta di isteria, un incantesimo: tutti i 15.000 in quel preciso istante sono convinti che il Rock sia vivo e che lo sarà per sempre. (Due sere dopo, però, a Milano, la scivolata di PETE sulle ginocchia sarà rovinosa e comica, segno che il Rock, forse, se non è morto, è vicino alla fine).
Il pubblico tributa al gruppo una serie di ovazioni a cui neppure gente scafata come loro rimane indifferente. I due sono palesemente colpiti dalla quantità e qualità di affetto, amore e riconoscenza. Ci mettono un po’ prima di lasciare il palco. Durante la presentazione del gruppo impressiona il coro “Pino Pino Pino” intonato più volte, Pino Palladino è un vero eroe da queste parti. Io rimango un po’ perplesso. Sicuramente è bassista di gran talento ma rimane essenzialmente un session man: versatile, impeccabile, preparato, però un po’ ingessato, inamidato. Nel corso della sua carriera ha suonato con grossi nomi del Rock (tra l’altro, visto che siamo su questo blog, citiamo il fatto che Paul Rodgers e Jimmy Page avevano pensato a lui per i FIRM ma Palladino declinò, per poi far parte alcune anni dopo dei THE LAW di Kenny Jones e Paul Rodgers), ma anche con altri discutibili.
ZAK STARKEY è un batterista giusto per il gruppo attuale. Non mi ha impressionato come credevo, ma è al posto giusto. JOHN COREY alle tastiere mi è piaciuto molto. Anch’egli è in pratica un session man (non scordiamo il suo lavori con Eagles e Don Henley), ma possiede un tocco da membro fondante di gruppo rock. Certi suoi passaggi pianistici mi hanno toccato l’animo.
Un ultimo saluto e i musicisti escono dal palco. Nessun bis. Meglio così. Un gruppo con questa integrità e con questi contenuti non ha bisogno di assoggettarsi a certe manfrine.
La notte fuori dal palasport è fresca, le facce degli amici sorridenti. Siamo tutti convinti che sia stato un gran concerto Rock, persino io, pensate un po’. Lascio che l’ingorgo fuori dal parcheggio si sfilacci e poi mi lascio trasportare dalla placida corrente della Via Emilia verso i miei territori.
Il giorno dopo sui social e sugli spazi musicali affini è tutto un fiorire di Rock di qua, Rock di là, Rock di su, Rock di giù.
Malgrado qualche eminenza grigia scriva, a proposito del concerto di Bologna, che “se vi dicono che il rock e morto…è una balla…è morto per i deboli per quelli che non sognano più per i pavidi per i comodi per quelli che non ci credono e non ci hanno mai creduto” io non sono mica convinto. Quasi quasi penso che il Rock sia morto proprio perché ieri sera ho visto un gran concerto Rock. Sì perché è stato un gran concerto Rock tenuto da settantenni (e comunque si potrebbe pure discutere sull’uso di tre, tre, tastieristi e, se non ho inteso male, ogni tanto di alcune basi, escluse quelle arcinote di Baba O’Riley e Won’t get Fooled Again), perché il giovane gruppo di supporto non ha mostrato nessuna arma convincente contro il mito, perché il Rock (quello vero) come impatto sociale e culturale al giorno d’oggi è ad un livello prossimo allo zero. Riesce ancora a far parlare di sé grazie a questo tipo di concerti, ma temo che quando i grandi nomi chiuderanno il sipario, il Rock, quello vero, rimarrà solo un ricordo nella mente degli appassionati.
Poi, sì, certo, il Rock resiste nella vita di tutti i giorni in gente come noi, nelle pieghe musicali dei gruppetti di cui facciamo parte, nella rappresentazione che mettiamo in scena nei pochi posti in cui riusciamo ad esibirci, ma sarà sempre più un fenomeno di nicchia. E se proprio mi lascio andare alla malinconica razionalità il Rock lo si può trovare – tranne rarissime eccezioni – fino al 1979 o addirittura solo fino ai primissimi anni settanta. Ma è meglio non pensarci. Per stasera W il Rock, ovunque esso sia, W gli WHO.
Scaletta:
1.I Can’t Explain
2.The Seeker
3.Who Are You
4.The Kids Are Alright
5.I Can See For Miles
6.My generation
7.Behind Blue Eyes
8.Bargain
9.Join Together
10.You Better You Bet
11.5:15
12.I’m One
13.The Rock
14.Love, Reign O’er Me
15.Eminence Front
16.Amazing Journey
17.The Acid Queen
18.Pinball Wizard
19.See Me, Feel Me
20.Baba O’Riley
21.Won’t Get Fooled Again
Ho aspettato a comprare questo cofanetto che i prezzi scendessero, e ora che lo ho in mano rifletto sul fatto che sono passati quattro anni dall’uscita. La sensazione è che sia uscito non più di un anno fa. Quattro anni…mamma mia, come fischia il tempo!
I primi album contengo canzoni voce/chitarra e per quanto affascinante lo stile devo dire che preferisco gli album della maturità, dove canzone d’autore canadese/californiana, jazz, rock e pop si mischiano che è una meraviglia e il tutto arricchito dall’apporto di una band.
SONG TO A SEAGULL (1968 – TTT½) e CLOUDS (1969 – TTT½) aprono la strada a LADIES OF THE CANYON (1970 – TTTTT), l’album di BIG YELLOW TAXI, WOODSTOCK e THE CIRCLE GAME
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Arriva poi BLUE (1971 – TTTTT) album che entra nella top 20 di Billboard (15esimo posto) e che segue la fine della storia d’amore con Graham Nash. Album riflessivo con cui Joni affronta le sue malinconie relative al passato, a sua figlia, ai trambusti dell’animo. E’ l’album di ALL I WANT e CALIFORNIA.
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FOR THE ROSES (1972 – TTTT) è un album di transizione (tra due album di successo) come si usa (stancamente) dire, riflessivo e meno immediato dei precedenti. Si misurano gli effetti dell’essere una cantante di successo e della vita on the road in maniera disincantata; i brani si fanno ancor più profondi e meno immediati. L’album arriva a sfiorare la Top 10, ma non vende come i due precedenti. COLD BLUE STEEL AND SWEET FIRE, FOR THE ROSES e il singolo (bellissimo) YOU TURN ME ON, I AM A RADIO (con Graham Nash all’Harmonica) le mie preferite, a cui si aggiunge ovviamente ” BLONDE IN THE BLEACHERS, la sarcastica e distaccata analisi circa la vita da musicista Rock, suonata con l’aiuto di una band.
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Top class, niente di più, niente di meno, ecco cos’è COURT AND SPARK (1974 – TTTTT). Registrato con musicisti jazz di prim’ordine di Los Angeles, l’album è di una bellezza disarmante. Jazz e Pop d’autore si cercano, si uniscono, si completano in modo stupefacente e insieme risultano efficacissimi. Le chitarre acustiche pigre e raffinate di FREE MAN IN PARIS, PEOPLE’S PARTIES, JUST LIKE THIS TRAIN, gli spazi aperti di DOWN TO YOU ricca di arrangiamenti superbi, il rock and roll di RAISED on ROBBERY. N.2 nella classifica USA, n.1 in Canada.
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Stufa del mondo del pop e del rock, consapevole di essere ormai una trentenne, Joni trova conforto nel Jazz e THE HISSING OF SUMMER LAWNS (1975 – TTTT) ne è il risultato. Ottimo album che arriva nella Top 5 Usa.
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HEJIRA (1975 – TTTTT) è l’album che vede l’avvento al basso fretless di Jaco Pastorius ed è naturalmente anche l’album di COYOTE. Rarefatte malinconie incorniciate in una musica senza confini. Purezza, coscienza di sé, riflessi del mondo. AMELIA, FURY SINGS THE BLUES, HEJIRA, BLUE MOTEL ROOM.
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DON JUAN’S RECKLESS DAUGHTER (1977 – TTTT) è un’arrendersi tra le avvolgenti spire del Jazz. Album doppio, coraggioso e sempre di gran livello.
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MINGUS (1979 – TTT) fu registrato in collaborazione con CHARLES MINGUS, il famoso contrabbassista jazz. Lo ricordo bene il disco in questione, quando uscì se ne fece un gran parlare sui giornali. Mi par di ricordare i miei occhi spalancati la prima volta che lo ascoltai, da adolescente, laggiù ai confini con la mia summer of love, l’estate del 1979. Rammento che GOD MUST BE A BOOGIE MAN divenne un concetto stabile nella mia testolina. L’album comunque è meno riuscito e meno bello di quel che si tende a pensare. Sempre interessante, ma meno efficacie.
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La purezza della musica di JONI MITCHELL è paragonabile solo a certe fredde e mattine di inizio primavera, col cielo terso e le montagne che si stagliano all’orizzonte, siano esse i Monti Appalachi o i nostri appennini. Questo è un cofanetto da avere.
Cartello di tutto rispetto quello di FESTAREGGIO quest’anno. Questa sera è la volta di ERIC BURDON, cantante degli ANIMALS. La band che lo accompagna pur chiamandosi come lo storico gruppo d’appartenenza è costituito da giovani musicisti americani:
L’arena concerti è piuttosto gremita, il pubblico è assai eterogeneo: Diversi settantenni, molti uomini di una (in)certa età come il sottoscritto, giovani donne, ragazzine, fastidiosi biker sfatti di spinelli alla ricerca di un sussulto hippie, spaventosi umani tatuati da testa a piedi, coppie di 50enni pseudo dandy col ciuffo ingrigito ma dal taglio moderno, stivale corto da motociclista, calze lunghe, pantalone, corto, maglietta nera.
Io e la groupie ci ritroviamo con Francesco, con FrappèFreddo Manfredi e con gli altri appassionati di Bologna.
Entra la band sulle note di quel che mi sembra “Hit me with your rhythm stick” di Ian Dury. Arriva ERIC BURDON e il tutto si trasforma in SPILL THE WINE. Eccolo dunque qui il vecchio ERIC, che a 75 anni è ancora in giro a suonare.
Mi piace quello che sento, ma sia Eric che il gruppo paiono un po’ freddi. Passano SEE SEE RIDER, WHEN I WAS YOUNG, MONTEREY e DON’T BRING ME DOWN e l’atmosfera inizia a cambiare. ERIC si toglie la giacca di pelle, rimane con una maglietta scura un po’ “slanata”. E’ vestito in modo un po’ sciatto. Mi sorprendo sempre quando musicisti di quella fama vanno in giro vestiti come lo zio Fedele quando lavora dietro casa (come in questo caso) o come quando va a trovare i parenti (come Mick Ralphs ad esempio).
Arriva l’ assistente e gli infila una sciarpa al collo, la “guazza” reggiana non è il massimo per un ultra settantenne. Eric ci guarda con autoironia e poi inizia il vero show.
Eric Burdon, Reggio Emilia 31-8-2016 – foto TT
IN THE PINES di Huddie William Ledbetter (LEADBELLY insomma) inizia a farci capire cosa abbiamo davanti. Di voce BURDON non ne ha più tanta, ma l’atteggiamento è quello del campione. Il vero blues arriva a Regium Lepidi: tenebre tra i pini, ululati d’angoscia dati dalla condizione umana, venti freddi che soffiano. Un trionfo.
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BO DIDDLEY SPECIAL (per quanto io non abbia nessuna simpatia per il soggetto del canzone) è forse il momento migliore della serata. Gran prova di gruppo. Un groove e un andamento come non si sentiva da tempo in queste campagne. E’ qui che salta fuori tutta la classe di BURDON, capitano di una band che lo segue con devozione. Quello che ERIC ci propone stasera è gran rhythm and blues bianco, ma non quello da fighetti dagli occhi azzurri, bensì quello imputanito, quello da centri sociali del dopolavoro per tranvieri nel nord est dell’Inghilterra.
Segue MAMA TOLD ME NOT TO COME di RANDY NEWMAN , altra scelta mica da ridere.
Eric Burdon, Reggio Emilia 31-8-2016 – foto TT
DON’T LET ME BE MISUNDERSTOOD è uno di quei pezzi che mi sono sempre piaciuti un sacco, più che l’originale di NINA SIMONE, le cover che sono venute dopo; anche stasera me lo godo appieno.
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Il bassista (e musical director) imbraccia la acustica per la introduzione di HOUSE OF THE RISING SUN, è il tripudio.
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Il primo bis è composta da SINNER’S PLEASE e WE’VE GOTTA GET OUT OF THIS PLACE, il secondo da HOLD ON I’M COMING, il classicissimo di SAM & DAVE.
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Il gruppo saluta e se ne va. Sembra che BURDON sia in qualche modo sorpreso dal calore del pubblico, sembra che pensi “ma guarda un po’, sono qui in una pianura del nord Italia e questa gente mi acclama, ma cosa cazzo ho creato?”
Ad ogni modo, missione compiuta per ERIC: 80 minuti di spettacolo riuscito e credibile e sprazzi di ottimo Rock. Un plauso alla band: gruppo funzionale ed efficace.
Di nuovo un grazie agli organizzatori della Festa Dell’Unità per aver portato tra le vigne e i campi di malghetti reggiani il vecchio leone di Newcastle Upon Tyne.
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