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“ Local Custom – Downriver Revival “ di Paolo Barone

18 Dic

Senza i dispacci blues che ci manda Polbi da Detroit questo blog non sarebbe lo stesso. Altra storia di outsider che cercano di sopravvivere. Giù il cappello per il nostro Michigan boy.

“ La vita Caterina lo sai, non e’ comoda per nessuno…” su questo non ci sono proprio dubbi. Lo e’ anche per le rockstar, figuriamoci per i poveri cristi come noi. Quello che invece cambia sempre, e’ come noi reagiamo ai disagi del vivere di tutti i giorni, e come lo fa ciascuno di noi nel suo personale percorso esistenziale. Le storie di epici naufragi umani sono sempre affascinanti, c’e’ poco da fare e’ molto piu’ interessante una grandiosa sconfitta che un banale trionfo, ci racconta molte piu’ cose e ci aiuta ad affrontare le nostre piccole e grandi battaglie quotidiane.

Ma non sempre le storie che vale la pena ricordare sono piene solo di dolore e disperazione. Sicuramente non lo e’ quella che ci racconta “ Local Custom – Downriver Revival “ uno dei dischi piu’ interessanti che mi sono capitati fra le mani negli ultimi anni.

Local Custom - Downriver Revival

E’ una raccolta di registrazioni fatte in uno studio casalingo da un simpaticissimo signore afroamericano, tale Felton Williams.

Arrivato ad Ecorse-Michigan, nel 1941 in cerca di un lavoro nell’industria automobilistica e senza un soldo in tasca, la storia di mr. Williams potrebbe essere uguale a quella di altri milioni di proletari americani nelle sue stesse condizioni. Sfruttamento, sogni infranti, condizioni di vita misere, nostalgia del sud e via di questo (pesante) passo… E invece no. Felton Williams non era e non e’ tipo da buttarsi giu’. A lui il lavoro in fabbrica piaceva, si appassionava a tutto quello che poteva imparare di elettricita’ ed elettronica. Leggeva libri, frequentava corsi in fabbrica, avanzava di carriera e si dava da fare come un matto. E quando i suoi colleghi, un miscuglio di classe operaia proveniente da ogni angolo del globo, finito il turno andavano a bere i propri affanni in un bar, lui andava da Dio, che lo aspettava ogni santo giorno alla Church of the Living God. Non aveva e non ha mai messo piede in un night club il signor Williams, in chiesa aveva tutto quello di cui aveva bisogno per essere felice: Dio, i suoi amici, e la musica. Perche’ nel frattempo aveva imparato, e bene, a suonare la pedal steel guitar, e ci provava un gusto pazzesco a farlo in chiesa ogni volta che poteva. Ando‘ avanti cosi per anni, contento e felice, e poi un giorno decise di fare un passo avanti in questa sua piccola missione, che lui non era tipo da stare fermo nelle cose. Mise insieme la passione per la musica con quella per l’elettronica e si costrui’, pezzo per pezzo con le sue mani, uno studio di registrazione casalingo, un piccolo gioiello di tecnica e cuore. L’idea di base era semplicissima: Il suo studio sarebbe stato aperto a chiunque nel vicinato avesse voglia e bisogno di registrare qualcosa. Soul, Blues, Pop, R & B, Rock and Roll, Jazz, e soprattutto Gospel e musica religiosa, la porta dello studio Double U Sound era aperta a tutti. Dal 1967 al 1981 Felton Williams ha registrato ogni anima in pena che veniva a bussare alla sua porta, senza chiedere un dollaro in cambio, ma con un accordo: Se il materiale registrato gli piaceva avrebbe prodotto un disco, e se mai fosse arrivato qualche guadagno si sarebbe equamente diviso fra lui e l’artista.

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Mise in piedi ben quattro etichette, Revival, Compose, Cass e Solid Rock stampando un certo quantitativo di dischi che….non andarono mai da nessuna parte. Ora grazie al lavoro degli appassionati che gestiscono la piccola label Numero Group di Chicago, una selezione di queste registrazioni e’ finalmente di nuovo disponibile, e c’e’ da saltare sulla sedia ad ascoltare alcune di queste cose. Pur essendo tutti pezzi artigianalmente ben fatti, non possiamo certo aspettarci il suono professionale e pulito della Atlantic, della Motown o della Chess Records, questo in fin dei conti e’ materiale che arriva da uno studio casalingo interamente autocostruito. Ma non e’ questo il punto. Quello che esce dalle casse dello stereo e ci fa emozionare sono le voci, i suoni, le emozioni che questi artisti assolutamente sconosciuti avevano riversato nelle registrazioni. Ci credevano con tutto il cuore questi poveri cristi, cantavano di paradiso e fede con il cuore in gola e con l’inferno che gli correva dietro, si sente, eccome se si sente, in queste voci femminili bellissime e incontenibili. In questi Gospel che urlano aiuto, in queste chitarre slide che cantano del Signore che non ci lascera’ mai soli in questa disperazione, in questa vita da spingere al buio. C’e’ disperazione si, ma c’e’ anche speranza e c’e’ tanta umanita’ soprattutto, sono loro ma potremmo essere noi, tutti noi insieme che cerchiamo una luce, una mano che ci sostenga, una ragione superiore per andare avanti.

La raccolta “Local Custom: Downriver Revival”, ci propone 24 brani principali, piu’ una serie di altre cose nel secondo cd/dvd. Impossibile e forse anche inutile elencare tutti i brani e gli artisti, e logicamente non ogni cosa e’ dello stesso livello. Ma una menzione particolare la meritano almeno Shirley Ann Lee e Calvin Cooke. Il secondo e’ un piccolo mago della Pedal Steel, e dopo un lungo periodo passato a suonare nella chiesa della sua congregazione si e’ finalmente deciso ad intraprendere il mestiere di musicista a tempo pieno. Non e’ diventato una star, ma e’ l’unico degli artisti passati nello studio Double U Sound ad aver avuto una carriera solida e riconosciuta. Sentirlo suonare e vederlo all’opera nel dvd e’ un occasione da non perdere.

Shirley Ann Lee invece e’ un discorso a parte. Ha passato tutta la vita a cantare Gospel, in maniera del tutto originale, lontanissima dal sound classico del genere. Una voce unica, che ti vibra dentro. Ha girato chiese e congregazioni in lungo e in largo per anni, per poi fermarsi in Ohio, anziana e contenta, dove ancora canta e suona alla Curch of the Living God. Le uniche sue registrazioni disponibili sono quelle fatte anni fa con Felton Williams, e quando i tipi della Numero Group sono andati a trovarla per incontrarla e parlarle del loro progetto, hanno dovuto farle ascoltare le sue stesse canzoni nel lettore cd della macchina. Lei a casa non ha nulla per riprodurre musica, ma in compenso ha ancora una piccolo organo nel patio con il quale spesso si accompagna.

Tutto questo, cosi come lo studio casalingo di Williams, e’ visibile nel dvd che accompagna questa confezione. Un prezioso piccolo documentario amatoriale, che completa il lavoro fatto con il cd musicale.

Non sono vite facili quelle che questa storia ci racconta, sicuramente non agiate e spesso attraversate da pesanti sconfitte e disillusioni. Eppure a vederli oggi i protagonisti di questa storia, nelle loro piccole case dignitose, con i loro sorrisi e gli occhi sereni, sentiamo che in loro non c’e’ dolore. Forse qualche rimpianto, ma nemmeno troppi. E’ una sensazione di vitalita’ serena quella che ci trasmettono. La difficolta’ di vivere, i dubbi, i tormenti dei peccatori, se li e’ portati via la musica strada facendo.

Paolo Barone ©2014

BLACK CITIZEN BLUES di Paolo Barone

1 Dic

Da Detroit Polbi ci manda una delle sue storie, questa volta piena di disperazione, di vessazione, di insopportabile arroganza, una storia dove i diritti dell’uomo nero sono terribilmente calpestati, una storia americana, insomma.

Detroit, novembre 2014.

Il mio amico Bill e’ una persona che sa fare un po’ di tutto, e sbarca il lunario aiutando tutti noi del vicinato con le mille piccole incombenze di queste case americane costruite negli anni ’20 e bisognose di continue manutenzioni. E’ un quarantenne afroamericano, sposato con una donna bianca e con tre figli. Parliamo di quello che e’ successo a Ferguson, della difficolta’ di essere parte di una coppia mista e di tante altre cose. A un certo punto Bill mi dice che purtroppo non puo’ votare. Non puo’ farlo da molti anni ormai. Sono sorpreso, e gli chiedo se ha voglia di dirmi qualcosa di piu’. E cosi mi racconta questa incredibile storia. Tutto inizio’ sedici anni fa, quando venne al mondo la sua prima figlia, nata prematuramente e bisognosa quindi di un periodo di supporto medico in una struttura ospedaliera. “Era cosi piccolina che entrava nel palmo della mia mano…” Bill e la sua compagna andarono a trovarla giorno per giorno, per mesi, fin quando un giorno finalmente poterono tornare tutt’e tre a casa. Ma insieme alla bimba c’era anche un foglio di carta dell’ospedale. Diceva che Bill doveva pagare le spese di questo lungo ricovero, ben settantacinquemila dollari, e doveva farlo subito. Ovviamente non aveva una cifra del genere e nemmeno poteva recuperarla in alcun modo, al tempo viveva con la sua compagna a casa dei genitori di lei e lavorava come e quando poteva.

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Provo’ a farlo presente all’amministrazione dell’ospedale ma non sentirono ragioni. Poco dopo fu convocato ufficialmente in un aula di tribunale, dove un giudice zelante gli disse che non solo doveva pagare subito il suo debito, ma che il suo comportamento irresponsabile lo metteva a rischio di essere condannato per non aver supportato le esigenze di sua figlia! Gli davano un paio di mesi di tempo, durante i quali il debito aumentava degli interessi, e poi sarebbe dovuto tornare in tribunale per essere sottoposto a un nuovo giudizio. Disperato, Bill tento’ qualsiasi strada per rimediare almeno parte dei soldi che l’ospedale esigeva. Ma non ci fu nulla da fare, e nella sua seconda convocazione in tribunale venne condannato sia per non aver pagato il conto ospedaliero che per aver negato il “Child Support” a sua figlia. Effetto della condanna, Bill non poteva piu’ avere un lavoro regolare senza che la busta paga venisse direttamente consegnata all’amministrazione dell’ospedale. Ammesso poi che lo potesse trovare un lavoro, avendo una condanna penale in corso. Il passaporto era sospeso, cosi come il diritto di voto. Non solo. Da allora Bill deve trascorrere due mesi in prigione piu’ o meno ogni anno e mezzo. Per sempre, o perlomeno finche’ non paga il debito, diventato ormai di proporzioni mostruose. “ Mi vengono a prendere senza preavviso. Bussano alla porta e io devo mollare tutto e seguirli in galera. Mi mettono le manette ai polsi davanti ai miei figli, mi sbattono in macchina a sirene spiegate e io sparisco per un paio di mesi. In prigione non posso portare assolutamente nulla di personale, nemmeno un giornale, un libro o un calzino. Mi spogliano di tutto, mi danno la divisa arancione e gli unici contatti che riesco ad avere con il mondo esterno sono tramite delle brevi e costosissime telefonate con mia moglie e qualche sua visita. I miei figli preferisco non vederli, non voglio che vengano in questo posto orribile…”

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Come se non bastasse, la situazione puo’ aggravarsi in qualsiasi momento se Bill viene sorpreso a commettere qualsiasi illegalita’, fosse anche solo una multa. Ecco che il mio amico, colpevole di aver avuto una bimba nata prematuramente, non e’ piu’ un cittadino libero. Non puo’ lavorare se non in nero, non puo’ votare, non puo’ lasciare il paese, viene periodicamente incarcerato, e la situazione puo’ peggiorare da un momento all’altro a discrezione del giudice di turno. Da quindici anni a questa parte, Bill non e’ un cittadino americano a tutti gli effetti, ma un esempio vivente di una nuova categoria sociale, uno schiavo del nostro tempo, nato nel paese piu’ ricco del mondo.

Gli chiedo se pensa che il colore della sua pelle abbia un ruolo in tutto questo. “ Are you fuckin’ kidding?! stai scherzando vero?! “ Mi risponde. “Certo che si! Fossi stato bianco una mediazione, una qualche soluzione che almeno mi evitasse la galera si sarebbe trovata, poco ma sicuro.” Si, e’ vero per Bill ed e’ vero anche per il ragazzo di Ferguson, che se fosse stato bianco non sarebbe stato fucilato sul posto per aver rubato una scatola di sigari.

(Paolo Barone ©2014)

YARDBIRDS “Club Il Giardino – Lugagnano di Sona (Verona)” 24 ottobre 2014 – di Mike Bravo

30 Ott

Ho chiesto al nostro Mike Bravo di scrive due righe circa il concerto degli YARDBIRDS della settimana scorsa a Verona. Eccole qui.

L’amore per i led zeppelin mi ha inevitabilmente portato negli anni settanta a conoscere gli Yardbirds; quando lo scorso settembre sul blog di Tim apprendo che saranno a Verona, prenoto 2 biglietti, così venerdi’ 24 ottobre io e mia moglie siamo a Lugagnano, un paesino nei pressi di Verona.

E’ pomeriggio ed il Club Il Giardino è aperto. Entrando abbiamo fortuna di incontrare subito il mitico Jim Mc Carthy,  il fondatore di Yardbirds, Renaissance ed Illusion, con lui il grande Top Topham che è rientrato dopo decenni per riempire il vuoto lasciato da Chris Dreja, ritiratosi per problemi di salute nel 2013. L’emozione è grandissima.

Un vecchio fan come me non può  chiedere di più che incontrare la leggenda in persona.

Top Topham, Jim McCarthy, Mike Bravo - Italy october 2014

Top Topham, Jim McCarthy, Mike Bravo – Italy october 2014

I 2 Yardbirds sono molto cordiali e disponibili. del resto il club è molto ospitale e ti senti in un piccolo tempio del rock.

Alle 22 siamo in seconda fila per il gruppo che apre le danze, i Black Mama; quando entrano gli Yardbirds il locale è stracolmo.

La chitarra solista é Ben King, nel gruppo dal 2005, al basso David Smale con Andy Mitchell  voce ed armonica ( entrati nel 2009 ). Seconda chitarra Anthony Top Topham ( il primo chitarrista del gruppo che lascio’ il posto a Clapton per colpa dei genitori ). Al centro del palco e del sound uno stupefacente Jim Mc Carthy alla batteria.

Il suono è duro e snocciola senza pieta’ pietre miliari che neanche ti aspetti come Puzzles, Happenings e Dazed and Confused. Il giovane chitarrista Ben King non si risparmia negli assolo ed il gran finale con For your love e Dazed and confused è un ponte tra primi yardbirds e gli ultimi, psichedelici e distorti.

Da sottolineare la prova di Jim Mc Carthy che, ad oltre settant’anni, ha diretto col suo drumming tutto il gruppo partecipando anche ai cori; Top Topham si è  ritagliato il suo spazio prodotto in due assoli.

Il concerto è finito, un ovazione saluta i cinque, siamo tutti in piedi.

Mentre ci dirigiamo all’hotel mia moglie mi chiede maliziosamente  “ Ti piacciono piu’ gli Yardbirds o i Led Zeppelin ?”

Ed io imitando la voce del padrino   “ PER ME UNA COSA SOLA SONO! “.

Yardbirds 2014

Yardbirds 2014

AUTUMN IN DETROIT di Paolo Barone

29 Ott

Polbi mi scrive un’email, una delle sue, una delle nostre, una che sa di autunno e nostalgia di non si sa bene cosa; non posso non pubblicarla sul blog, questi siamo noi.

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Carissimo…sono immerso in questo bellissimo (e stranamente caldo!) autunno Detroitiano, e’ una sera come tante altre e ho voglia di fare due chiacchiere con te.

Detroit Autumn (Nathaniel Haselton-Willis)

Detroit Autumn (Nathaniel Haselton-Willis)

Allora. I miei amici sono andati a questo piccolo festival blues organizzato dalla Fat Possum Records. Non so se hai mai seguito le sorti di questa etichetta discografica. Nei novanta avevano un buon catalogo punk blues, Blues Expolsion su tutti, affiancato da una serie di produzioni blues piu’ tradizionali fra cui R.L. Burnside e tipini poco raccomandabili come lui. Ora quella scena si e’ un po’ spenta. o per meglio dire e’ tornata nell’underground totale, e la Fat Possum si occupa di Rock piu’ in senso generale. Ma, a quanto pare, la passione Blues non e’ passata, ed ecco che hanno organizzato questo festival a…Clarksdale! Quanto mi pesa non essere riuscito ad andare….Si sono fatti in macchina tutta la strada da Detroit con sosta a Nashville e annessi negozi di dischi e bar. Poi, arrivati al festival, si sono sistemati in una ex piantagione di cotone in  alloggi originali, ristrutturati tipo ostello. Che figata…mah! Come sempre in queste cose, il pubblico era all’80% costituito da bianchi. Stessa cosa i musicisti sul palco. Triste ma inesorabile realta’, la comunita’ afroamericana non ha piu’ quasi nessun legame con il Blues. Ne abbiamo gia’ parlato di questa cosa, c’e’ poco da fare. Ma almeno questa volta a quanto mi dicono qualche vecchio bluesman c’era davvero, e mi riferiscono ancora abbastanza poco addomesticabile! Stare tre giorni in quei luoghi deve essere stata un esperienza molto particolare.

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Io nel frattempo ho avuto la mia piccolissima Blues Experience a Chicago.

Conosco quella citta’ abbastanza bene ormai, ma non abbastanza da girare in macchina senza navigatore. Alle volte queste macchinette sbagliano qualcosa e noi ci ritroviamo nel posto sbagliato. Ebbene, ad un certo punto mi sono reso conto di essere finito nel ghetto, nella parte sudvest della metropoli. Ed ecco che tutte le cose che avevo sentito raccontare sul Blues di Chicago, dei suoi quartieri neri, di questo mondo a parte, me le sono ritrovate intorno a me in un istante, semplicemente girando all’incrocio sbagliato. Noi veniamo da Detroit, e nessun altro disastro americano ci potra’ mai veramente impressionare, pero’ quello che mi ha colpito e’ la quantita’ di persone che popolano questa zona cosi difficile e povera. Nella motorcity e’ come girare in un immenso relitto, qui invece e’ tutto ancora vivo e a modo suo vitale. Mi sono consultato per telefono con dei miei amici, e ho capito che per un italiano bianchetto come me era meglio alzare i tacchi alla svelta, senza tentare ingenue esplorazioni urbane…eppure ti assicuro che ho percepito piu’ il senso della cosa in questa mezz’ora di giri in macchina, che in un pomeriggio passato alla Chess Records.

In serata sono andato a vedere i Temples. Una band di giovanissimi inglesi, molto presa dal sound anni sessanta, piacevole e direi con una marcia in piu’. Guarda caso anche loro escono con la Fat Possum…

Per il resto, complice il clima di Halloween, che in Italia e’ ridicolo ma qui e’ bellissimo, mi sto ascoltando i dischi dei Pentagram. Sono proprio belli, specialmente le due collezioni di pezzi dei primi anni settanta (Last Daze Here) e Relentless.

Sono una band che ha sempre goduto di un discreto seguito in ambito hard & heavy, anche da noi, tanto che qualcuno aveva anche tentato di organizzare un tour nel nostro paese. Ma per quello che ricordo, la cosa e’ finita a schifio a causa della follia tossicodipendente di Bobby Liebling il cantante e leader del gruppo.

Un paio di anni fa, un fan lo ha ripescato nel buco nero della cantina dei genitori, in cui era naufragato a cinquanta e passa anni senza quasi nessuna possibilita’ di salvarsi. Invece, con santa pazienza, lo hanno rimesso in piedi, ne hanno cavato un bel documentario (Last Days Here, lo si trova anche su youtube, vale senz’altro la pena di essere visto) e a quanto pare e’ piu’ in forma che mai! Che strana cosa questa…Roky Erickson, Anvil, Rodriguez,ora i Pentagram. A quanto pare nel nostro mondo del rock una seconda possibilita’ esiste veramente, “Rock and Roll Never Forgets…” se non ci lasci le penne strada facendo ovviamente.

Per il resto, la mia situazione esistenziale rimane pressoche’ la stessa. Aumenta il mio stress latente, aumenta la mia preoccupazione.

Detroit in autunno

Detroit in autunno

MUOIO?! di Paolo Barone

13 Ott

L’altra sera Polbi mi scrive un’ email; una riflessione tra due amici che si confrontano spesso su esperienze profonde. Gli rispondo che mi piacerebbe pubblicarla sul blog, lui nicchia, ma a chi potrà interessare questa cosa, mi chiede. Io gli faccio presente che il payoff di questo spazio web è “Blog Per L’uomo Di Blues”, dunque l’articolino sarebbe perfetto. Qui sondiamo le vibrazioni dell’animo, ne valutiamo la frequenza in relazione alla rotazione dell’asse terreste, ne studiamo l’intensità. Credo che chiunque frequenti questo blog abbia fatto pensieri del genere, più di una volta, io stesso ho raccontato su queste pagine quando – lo scorso anno – la groupie mi portò in tutta fretta al pronto soccorso. Lei che guidava veloce come Emerson Fittipaldi, io col muso fuori dal finestrino certo che fosse arrivato il mio momento. Poi, i primi controlli, la visita e il referto che parlava chiaro, crisi d’ansia e pressione alta. Mentre riscrivo queste cose a Polbi, commetto un errore, invece di pressione scrivo passione.  Polbi sottolinea:”Non so se hai visto, ma mi hai scritto “crisi d’ansia e passione alta” forse volevi dire “pressione” ma passione credo sia più appropriato!”. Già, vecchio Michigan Boy, è più appropriato. Vogliamo poi parlare di tutte le volte che ho parlato del “demone delle notti senza sonno”? Quello che non ti fa dormine, quello che governa le maree nere del blues, quello che manda i suoi spiritelli azzurri a portarti il batticuore, a potarti il respiro, ad inondarti di presagi di morte? Ma noi non fuggiamo, stoici e sbruffoni, noi stiamo ad affrontarlo, possiamo piegarci, ma non ci spezziamo. “Esile come un giunco, forte come una quercia”, mi disse una volta un amico…”come Keith Richards”, aggiunse poi la Betta.

Ladies and Chesterfields, please welcome from Detroit, Michigan, Mr “In My Time Of Dying” himself …  Paul Baron.

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L’altro giorno mi sveglio alle cinque di mattina con un dolore acutissimo, lancinante, dietro le scapole che si estende al braccio destro. Cosi forte che comincio a sudare freddo, mi alzo, mi muovo ma non passa. Mi spavento e mi inparanoio, il dolore al braccio…mi stesse venendo un infarto…..porca troia… mi contorco…cazzo sono in questa stramaledetta America del cazzo, manco posso fare una corsa in un ospedale pubblico… mi cacciano via, mi riducono sul lastrico, non so cosa fare…panico, mi afferro alla spalliera del letto….e tutto svanisce!

Rimango complessivamente molto provato, ma il dolore acuto passa completamente, cosi come era arrivato. Mi resta un intorpidimento della mano destra (che ancora un po’ dura) e tanta paura. Vado su internet a vedere i sintomi delle patologie cardiache, e non trovo conferma, ma in fin dei conti nemmeno smentita…comincio a sentire sintomi che non ho, e allora decido di mettermi ancora un po’ a letto.

Mi risveglio dopo un paio d’ore di sogni intensissimi e tragici. Mi sa che sto un po’ esagerando con lo stress ultimamente…Mi alzo definitivamente e chiamo il mio amico Marco, medico anestesista. Mi tranquillizza, vedrai che e’ solo una contrazione muscolare, non mi devo preoccupare nonostante la gravita’ del dolore e la sua misteriosa repentina scomparsa. Mah!

Resto perplesso ad ascoltare timorosamente ogni segnale in arrivo dal mio corpo per il resto del giorno, sempre confuso fra sintomi veri e suggestione.

Mentre sono preso da tutto questo mi viene pero’ da fare una riflessione. Dovessi anche morire, per quanto mi ripugna l’idea di poterlo fare a 46 anni, in fin dei conti…dai….ci potrei pure stare. Ho fatto un sacco di cose, piu’ di tante persone che conosco. Ho amato tanto, sono stato amato altrettanto, ho visto un sacco di posti, fuori e sott’acqua. Ho goduto di persone, musica, libri, cibo, tramonti, onde, temporali, autunni e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Non sono certo stato a casa ad aspettare, non ho vissuto proprio come avrei voluto, ma quasi. Probabilmente mi sono troppo perso in mille rivoli, potevo concentrarmi di piu’ su alcune cose, ma che ci vuoi fare si vede che non ne sono capace.

Ho amici meravigliosi che non ho mai perso. Ne ho fatte di cotte e di crude, certo spero di poterne fare molte di piu’ ancora nei (minimo) 50 anni a venire, ma…..Insomma, se fosse il mio momento di andare, potrei pure starci…O no?!

Non lascio figli, non lascio disastri da sanare, ho pochi rimpianti e un po’ di (forse troppi) inevitabili rimorsi. Ho dato delle indicazioni a mia sorella Mariateresa giusto un mesetto fa, qualcosa l’ho anche lasciata scritta, posso stare tranquillo.

Mi piacerebbe tanto che il Diving, la cosa che ho fatto veramente in questa vita, possa andare avanti anche senza di me, e sono quasi sicuro che lo farebbe.

Vorrei anche che i dischi e i libri che ho messo insieme, non vengano dispersi inutilmente. Un po’ li lascerei a chi amo e agli amici (dovrei fare un elenco? se no come si stabilisce chi si e chi no? questa e’ una cosa a cui non avevo mai pensato realmente!), il resto che siano venduti a gente appassionata come me.

Vorrei essere sepolto o cremato? Funzione religiosa per me che non appartengo a nessuna fede? E poi, sepolto dove? Che fare delle ceneri? No, niente, di queste cose non me ne fotte niente. Le decide chi resta, a me in fondo non cambia nulla.

Certo, avrei una discreta paura di morire, e zero curiosita’ di vedere quello che c’e’ dopo, per me puo’ tranquillamente aspettare. Ma se dovessi andare, mi farei forte delle parole del mio amico Jarno, sciamano psichedelico, che mi dice che e’ tutto a posto, morire e’ un passaggio come lo e’ stato nascere, si va solo da un altra parte a fare altre cose e la vita che abbiamo vissuto svanira’ velocemente come un sogno al risveglio.

In qualche modo la giornata passa, sopravvivo, e mi viene voglia di fissare queste riflessioni, di non lasciarle andar via senza pensarci. Di condividerle con qualche amico e magari esorcizzare la paura al tempo stesso. Qualche volta sott’acqua mi sono ritrovato in situazioni in cui potevo tranquillamente lasciarci le pinne, ma sono stato troppo occupato a venirne fuori e le considerazioni che ne scaturivano erano solo di carattere tecnico. Stavolta invece mi sono ritrovato a pensare alla morte da un punto di vista molto personale, molto “umano”.

Potendo, mi piacerebbe morire come Tiziano Terzani, preparandomi culturalmente e “spiritualmente” per tempo a questa cosa. Invece mi sa che come diceva Gaber “…anche l’avventuriero piu’ spinto, muore dove gli puo’ capitare, e nemmeno troppo convinto!”, figuriamoci io.

Indago ancora un po’, e credo di capire che il dolore e’ stato causato da una banalissima contrazione del muscolo trapezio. Forse dovuta a un piccolo lavoro di verniciatura, per me che sono negato in queste cose un impresa titanica. Mi incollo bombole, motori fuoribordo, zavorre di piombo…salto sul gommone con diversi chili di attrezzatura addosso, carico e scarico di tutto senza alcun problema, poi due orette con un pennello in mano e penso di morire. Mah… E mia sorella nemmeno si ricordava delle mie solenni e delicate “indicazioni in caso di morte”! Ma vedi tu, altro che pronto!

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Tutti li amiamo, ma nessuno di noi ascolta più i Doors – di Paolo Barone

29 Set

Da tanto tempo ormai mi gira in testa questa cosa (ok, me ne girano anche milioni di altre, ma questa e’ un altra cosa…)…I Doors non li ascolta piu nessuno.

Li amiamo tutti, li abbiamo ascoltati tutti, ma poi…chi di noi li ascolta ancora?

Ma perche’ dico io?!?

Ci siamo letti “Nessuno uscira’ vivo da qui”, ci siamo fatti prendere dal mito Morrison, abbiamo ragionato e indagato. Non so voi, ma io mi sono sempre chiesto come fosse stato possibile che un cittadino americano famoso e ricco come lui, potesse morire praticamente da solo, a 27 anni, a Parigi, senza che nessuno abbia aperto una vera e propria inchiesta. O che ci sia stato un riconoscimento da parte della famiglia. Mah, una storia strana e affascinante dalla quale tutti piu o meno siamo stati intrigati. E come non esserlo con un personaggio come Jim, icona eterna del ribelle rock, del poeta psichedelico, sciamano magnetico come nessun altro.

Io (e vorrei sapere quanti di voi) ho fatto a sedici anni il mio bravo pellegrinaggio alla tomba del Pere La Chaise, ritrovandomi poi innamorato di quella magica citta’ per il resto della mia vita. Ho abitato a pochi passi dalla casa in rue de Beautreillis dove Morrison e’ morto, ho vagato pensando a lui su e giu per il lungo Senna.

Insomma, ho amato e amo lui e i Doors. Quello che rappresentano, che sono stati, il loro approccio oscuro e poetico al rock. Amo tutto di loro, ma non sento mai la loro musica. Passo e ripasso nei miei dischi continuamente, mi fermo sempre da qualche parte, per il tempo di un brano o per un mese di ascolti monotematici, a seconda del caso, ma dai Doors non mi fermo mai. Allora chiedo in giro, ne parlo con i miei amici, faccio un mini sondaggio, e il risultato e’ inequivocabile: I Doors li amiamo tutti ma non li sente piu nessuno! Eppure hanno fatto dischi formidabili, scritto canzoni bellissime, influenzato molte bend a venire, hanno tutte le carte in regola per essere il mito che sono…ma non mi viene mai voglia di mettere su un loro disco.

Non so bene perche’ ma questa cosa mi da da pensare. E’ come la prova del fatto che nel rock, per come lo sento e lo vivo io, la musica non e’ la cosa piu importante. Per lo meno non da sola. Conta certo, ma conta forse di piu l’insieme, il contesto, la storia i personaggi, e tutto quello che evocano e si portano appresso. E tutto quello che ci costruiamo noi sopra. Sara’ forse per questo che ho letto libri e articoli sui Doors molto di piu’ di quanto abbia ascoltato la loro musica?

Pochi giorni fa parlavo di quanto fosse bello il pezzo che Lester Bangs aveva scritto su Astral Weeks di Van Morrison. Senza dubbio molto piu’ bello del dico stesso, al punto che secondo me e’ piu’ emozionante leggerne il “racconto” che ne tira fuori Bangs che ascoltare la musica di quell’album.

Sara’ cosi anche per i Doors? E per quanti altri?!

Paolo Barone © 2014

Aiuto! Non mi piace più la musica! (The Pike Boy Blues) di Picca

26 Set

Il Pike Boy, il nostro Pike Boy, esagero…il mio Pike Boy. Quante volte ci siamo confessati quello che scrive qui sotto, certo …  malinconie di uomini di blues ormai al tramonto, ma se non altro oneste e sincere. Io come lui, ammetto e accetto senza tante storie, i fiotti di de-energia che ci spingono verso questi pensieri, anche io come lui ricompro dischi della mia gioventù solo per risentire il flebile eco dell’energia cosmica provata al primo ascolto . Ladies & Gentlemen, please welcome from Mutina, Emilia Romagna, Polydor recording artist, Steven Pike …

Ascolto l’ultimo Tom Petty dopo averlo acquistato. Alla fine del disco abbozzo una prima recensione: ‘Disco di merda’. Previsioni sul futuro del cd: ‘Non lo ascolterò mai più’. Chiuso. Stop. Kaputt. Dovendo salvare qualcosa direi un assolo di Campbell in una canzone che non ricordo. Il cd finisce in una pila sulla libreria e, nella mia cosmogonia rock, muore. Dopo un paio di giorni metto nel lettore Let Me Up (I’ve Had Enough) sempre di Petty, a detta di molti (compreso Tom)  un disco di merda. Ahhh quanti ricordi, che bei suoni, che batterista capace (l’attuale Steve Ferrone mi fa cagare), che belle aperture melodiche (attacco di nostalgia dolorosa)…Tra Hypnotic Eye e Let Me Up c’è una sola differenza artistica: all’uscita di Let Me Up avevo 23 anni, mi tirava il pisello, cazzeggiavo allegramente con gli amici, mi divertivo e Let Me Up, assieme a tanti altri dischi belli o brutti, ha sottolineato quel periodo . All’uscita di Hypnotic eye (l’altro ieri) non mi tira più il pisello, cazzeggiare mi distrugge fisicamente e non mi diverto mai, anzi, ho soltanto preoccupazioni.

Tom petty let me Up

Cerco di individuare l’ultimo disco che ha vagamente inciso sulla mia vita e realizzo che è uscito nel 1991.  23 anni fa. Quindi sono 23 anni che ascolto cocciutamente musica in senso sostanzialmente nostalgico e retroattivo, ovvero nel tentativo di ricreare un’ atmosfera piacevole depositatasi tra le pieghe della mia poltiglia grigia o del mio scroto raggrinzito quando i Tempi erano godibili. Ad averlo saputo a 27 anni (1991) mi sarei sparato e mi chiedo cosa diavolo mi trattenga dallo spararmi in questo preciso momento (massì…i figli, le responsabilità eccetera). Poi mi rendo conto che, in compagnia di tanti altri miei coetanei, ho trascorso gli ultimi 23 anni a ricomprare sempre lo stesso disco, sotto forma di remaster o box set o deluxe o immersion (guarda caso il box Remasters degli Zep è del 90, l’industria ha captato il disagio generazionale di tutta una classe e annusato il business…). Quindi comprare ed ascoltare musica è diventato un mero esercizio di ‘riattivazione di neurotrasmettitori di godimento’ che sono disattivati ti più o meno dal 1991. Dopo: un cazzo.

Rock Is Dead

Quando perciò qualcuno mi chiede cosa pensi di un lavoro artistico o di una intera discografia di un artista post-1991, nella mia cabèza scattano due diversi tipi di risposta, una  distaccata o il più possibile oggettiva, da critico che recensisce ma non è emotivamente coinvolto (Jack White? Uhm…derivativo, interessante, bei suoni, non m’acchiappa ma meglio comunque di Miley Cyrus) e una personale, emotiva e, purtroppo, spesso scaturita da rancorosa cattiveria nei confronti di chi è giovane (Jack White? Ma che due palle, che vada a cagare lui e tutti ‘sti giornali che lo mettono in copertina! Non mi piace un cazzo, cazzo ci fa Jimmy Page con lui in un film? Valà Jack White, ne deve mangiare di crostini…vado a casa ad ascoltarmi la 75ma ristampa di Fillmore East degli Allman, altro che Jack White di merda). Oggettivamente non posso recensire Jack White che conosco poco, ma soggettivamente immagino che Jack White abbia poche chance di entrare nelle mie grazie a meno che io non riesca, in qualche modo, a legarlo a qualcosa di personalmente piacevole, una missione, direi, ormai impossibile.

jimmypage-jack white

Esce un CSN&Y 3 cd live 1974? Non mi piace, non lo ascolto. Sono sempre i miei adorati CSN&Y ma in questo momento non ho 17 anni quindi sento solo 4 sfigati arrochiti che stonano e non vanno a tempo.

CSNY 1974

A questo punto mi rimane il continuo e indefesso revival auditivo, il milionesimo ascolto di Led Zep III, il miliardesimo di Deja Vu, il fantastiliardesimo di Revolver eccetera, tra l’altro dischi precedenti ai ‘miei anni’, ai quali mi sono affezionato per quella che io chiamo ‘nostalgia di un tempo che non ho vissuto’, nostalgia presa in prestito dai più grandi. Il problema è che, passando il maledetto tempo, le nostalgie scatenate dal reiterato e ossessivo ascolto di suddetti dischi da piacevoli si sono tramutate in dolorosissime, con picchi pericolosi di disperazione (ormai piango anche ascoltando i Jackson 5). Ascoltare la musica è diventato un bel problema, cazzi miei. E che ora scatti il dibattito.

Stefano Piccagliani ©2014

Dark Lord benedici questo tuo discepolo che si è perso

Dark Lord benedici questo tuo discepolo che si è perso

VICTOR PERAINO (Kingdome Come) INTERVIEW di Paolo Barone

1 Ago

Italian / English 

Detroit Michigan vuol dire ritmo, rumore e musica. E’ il suono delle catene di montaggio che da sempre sfornano le automobili, e’ la musica della Motown, il rock grezzo ad alta tensione degli MC5, il ruggito degli Stooges, la pulsazione della Techno.

Detroit e’ fatta di asfalto, miseria e canzoni. Detroit e’ la Rock City americana.

Girando nei suoi locali di notte, fra band punk rock e stelle underground abbiamo incontrato un personaggio particolare, che sembrava uscito da un racconto.

Ci siamo messi a parlare per caso e dopo un po’, incuriosito da questi Italiani in giro nella Motorcity,   si presenta: Sono Victor Peraino, tastierista dei Kingdom Come di Arthur Brown. Restiamo molto sorpresi da questo incontro apparentemente fuori contesto. Cosa ci fa a Detroit, in una serata come questa? Certo, conosciamo i suoi dischi, ma lo immaginavamo Inglese, europeo al cento per cento, invece e’ qui, in questa citta’ strana che e’ nato e cresciuto. La nostra reciproca curiosita’ aumenta dopo le prime battute, ci scambiamo i numeri di telefono e decidiamo di chiamarci nei prossimi giorni.

La sua chiamata arriva la settimana dopo, accompagnata da una grossa sorpresa. Arthur Brown e’ con lui, e stanno ultimando delle registrazioni per il prossimo disco in uscita per l’etichetta italiana Black Widow… Se vogliamo, possiamo raggiungerli in studio l’indomani verso ora di pranzo per una lunga chiacchierata…

Inutile dire che il giorno dopo arriviamo all’indirizzo dello studio puntuali, increduli e un po’ emozionati…

“ Il mio e’ un cognome italiano, Peraino, la mia famiglia viene dalla Sicilia e io pur essendo stato in Italia diverse volte, da quelle parti ancora non ci sono passato… Sono cresciuto qui a Detroit e ho iniziato a suonare molto presto, alla fine degli anni sessanta non ancora maggiorenne. In quel periodo le band suonavano in locali non troppo grandi, spesso ex sale da ballo o piccoli teatri, che venivano trasformati in club pazzeschi, posti dove tutto poteva succedere…A San Francisco e New York c’erano i famosissimi Fillmore, qui era la Grande Ballroom. Un mio amico era il “MC” di quel posto fantastico, quello che saliva sul palco con il microfono ad introdurre le band… Io avevo diciassette anni soltanto e lui mi chiese se volevo entrare in un gruppo che stava formando, avevano bisogno di un batterista. Senza pensarci troppo dissi di si, e tutto e’ iniziato cosi… Una band praticamente nata dentro la Grande Ballroom, con i fratelli Rasmussen alla chitarra e basso, ci chiamavamo Up, e suonavamo garage rock un po’ ingenuo ma pieno di energia. Aprivamo le serate supportando band famose, abbiamo suonato innumerevoli volte con gli MC5 e altrettante con gli Stooges, i Frost e tanti altri. Tanto per dirne una, abbiamo suonato anche con i Cream! Pensa che una volta Dennis Thompson, il batterista degli MC5, mi chiese di aiutarlo alle percussioni per un concerto speciale. Dovevano suonare insieme alla Jimi Hendrix Experience…E quella fu la prima volta che incontrai Jimi, facemmo subito amicizia nei camerini…”

La prima?! Perché lo hai incontrato ancora?

“ Sì. Avevo deciso di chiudere la mia esperienza con gli Up, e muovermi in una differente direzione artistica, non piu’ necessariamente legata a quel tipo di suoni. Nel frattempo ero a New York con amici e amiche, erano i giorni del festival di Woodstock e avevamo pensato all’ultimo momento di andarci. Arrivati in zona ci rendiamo conto che le strade erano tutte bloccate, tranne una stradina sterrata, probabilmente usata dai trattori. Mi metto a guidare molto lentamente su questo sentiero, e dopo un po’ vediamo come in un miraggio apparire le luci del palco…Continuiamo increduli, fino a ritrovarci nell’area backstage, dove finiva questa sterrata. Avevamo veramente un look da rockstar e la security all’epoca non era certo come oggi, ci siamo quindi messi a girare nell’area artisti senza problemi, quando vedo Hendrix andare verso un camper. Gli vado incontro, gli ricordo del concerto insieme a Detroit, e lui si ferma a fumare e parlare con noi per un po’. Poi mi dice di seguirlo che di li a poco avrebbe dovuto suonare, e cosi mi sono goduto a pochi metri da lui la sua storica esibizione a Woodstock!”

Ora si unisce a noi anche Arthur Brown, in perfetta forma e con gli occhi luminosi di entusiasmo. E’ una leggenda vivente, ha attraversato da protagonista tutta la storia del rock, e ce lo ritroviamo davanti, felice di questa inaspettata opportunita’ di condividere con noi e Victor alcuni ricordi dei loro momenti insieme.

A questo punto mi viene spontanea la domanda: Ma tu ragazzo di Detroit, come ci sei finito nella band di Arthur Brown?! Come vi siete incontrati!?

“ E’ stato tutto un concatenarsi di piccoli eventi, che passo dopo passo ci hanno portato ad incontrarci…Uno di quei percorsi strani, un po’ magici, che la vita alle volte ti presenta e tu lo segui cosi, un po’ per istinto, senza sapere bene perche’. Io avevo chiuso con la batteria e con un certo tipo di rock. Band come Moody Blues, King Crimson e Genesis mi avevano spinto verso una ricerca sonora piu’ complessa, volevo suonare le tastiere ed elaborare un esperienza diversa. Per farlo avevo bisogno di un Mellotron, ma qui negli States all’epoca era molto costoso. Mi resi conto che era piu’ conveniente andare in Inghilterra alla fabbrica, farmene fare uno, passare qualche settimana in Europa e riportarlo indietro, piuttosto che comprarlo qui in Michigan…Il mio manager mi diede un paio di contatti a Londra di persone da cui poter stare e cosi sono partito. Tutto ando’ benissimo, e mentre aspettavo che mi facessero il mio Mellotron, presi un furgone Volkswagen e me ne andai in giro per l’Europa. Dopo aver attraversato la Germania e buona parte dell’Italia arrivai a Roma. Qui incontrai una ragazza bellissima e passammo insieme diversi giorni. Il posto all’epoca in cui si radunavano tutti gli hippies di passaggio nella capitale era la scalinata di Piazza di Spagna …

Piazza di Spagna anni sessanta di Victor Peraino

Piazza di Spagna anni sessanta di Victor Peraino

… un pomeriggio mentre ero li che suonavo il flauto incontrai per puro caso alcuni dei tipi che mi avevano ospitato a Londra. Ricordo che una di loro era la fidanzata di Mike Oldfield, e che avevano intenzione di tornare in Inghilterra il giorno dopo. Dovevo andare anche io, quindi offrii un passaggio volentieri. Durante il viaggio mi dissero che una volta a Londra sarebbero andati al festival di Reading con Arthur Brown, e che se la cosa mi interessava mi sarei potuto unire a loro…E cosi, come per incanto, dopo un paio di giorni mi ritrovo nei camerini del festival a parlare con Arthur di musica e sintetizzatori, come fossimo vecchi amici. Arriva il momento del concerto e il loro tastierista non si presenta…all’ultimo minuto Arthur si volta e mi dice di salire sul palco con loro e tirare fuori qualche suono dal loro synth VCS3…”

Arthur & Victor VCS3

Arthur & Victor VCS3

Ma come, senza averti mai visto prima, senza prove, senza sapere i loro pezzi, cosi al volo?! A questo punto interviene Arthur con una risata esplosiva “ Ahahah!! Si, e’ andata proprio cosi, vista la situazione ho pensato meglio provare con lui che senza tastiere, e infatti se l’e’ cavata alla grande, e’ stato un concerto bellissimo e l’inizio di una lunga amicizia umana e artistica!” E’ molto bello vederli insieme oggi, a ricordare questi momenti e raccontarceli a noi.

“ Prima di salire sul palco, non avendo idea che questa cosa sarebbe successa, mi ero fumato una canna enorme, e provate a pensare come mi sentivo pochi minuti dopo, improvvisamente sul palco del festival di Reading, decine di migliaia di persone e io davanti a un VCS3 che non avevo mai visto in vita mia, a connettere cavi e sperimentare suoni con una band che non avevo mai sentito prima! Follia pura…Ma mi trovai molto bene in quella follia, cosi che entrai nella band seduta stante, e caricato a bordo il Mellotron andammo in tour e poi in studio. Era la realizzazione del mio sogno artistico, non avrei potuto sperare di essere in nessun altro gruppo che L’Arthur Brown Kingdom Come di quel periodo.”

Insieme registrarono un disco incredibile, capolavoro di psichedelia, progressive e space rock: Journey. Probabilmente il primo album ad essere interamente sostenuto dai ritmi della drum machine, e’ un susseguirsi di brani molto itensi. la voce di Brown e la chitarra di Andy Derby viaggiano nelle pulsazioni elettroniche e nelle tastiere visionarie di Victor Peraino, un disco che ancora oggi non ha perso un grammo della sua spiazzante originalita’.

Victor Peraino

Victor Peraino

Continuano insieme Arthur e Victor sull’onda dei ricordi…

“ Il tour di Journey fu un esperienza fortissima. Abbiamo suonato in tanti posti e in situazioni diversissime. Pensa che per un po’ abbiamo avuto come support i Queen! Non li conosceva ancora nessuno e il loro manager non riusciva a trovare una label interessata alla loro proprosta…E poi trovavamo sempre situazioni, persone strane, inusuali. Ricordo una volta che al concerto si presento’ un tipo con una quantita’ infinita di LSD gratuita per tutti. Band, pubblico, personale del locale, eravamo tutti totalmente in acido nello stesso momento! A fine show arriva da noi una tipa del tutto stravolta e ci dice Ragazzi! Mentre suonavate ho visto Dio!! E noi, esausti e alterati a nostra volta, le diciamo si, si certo, ok…Ma lei va verso un lavandino, infila la testa sotto l’acqua e poi torna di corsa da noi con i capelli tutti bagnati e gocciolanti, ci si piazza davanti e dice Ci credete adesso!?!? Si, certo, ci crediamo, come no, stai tranquilla…Ma si vede che non avevamo la faccia abbastanza convinta, non sembravamo abbastanza credenti, e lei di punto in bianco si toglie di dosso tutti i vestiti, e si mette a uralre Ho visto Dio! Ora vi scopo a tutti quanti siete e vediamo se finalmente mi credete!!! Ahahah! Erano giorni strani quelli del tour di Journey…”

Adesso e’ Arthur Brown a parlare. “ Avremmo potuto andare avanti, era veramente un piacere suonare con quella formazione. Ma io ero in un periodo di crisi personale, avevo bisogno di ritirarmi per un po’ dalle scene, e seguire un mio percorso spirituale. Eravamo sul Lago di Ginevra e presi la decisione che una volta finiti i concerti ancora da fare, avrei di fatto sciolto la band.”

Kingdom Come Full band L.A

Kingdom Come Full band L.A

Erano finiti i giorni dell’ Arthur Brown Kingdom Come, una delle esperienze piu’ interessanti della scena prog underground inglese. Ma non era certo finita per Victor, il quale prese tastiere e bagagli torno’ nella sua Detroit. Aveva scoperto tante cose in quel periodo…” Mi piaceva tantissimo stare sul palco e creare una certa teatralita’, uno spettacolo che fosse anche visivo, con costumi trucchi e tutto il resto…Mi piacevano i suoni del prog europeo, mi piaceva la ricerca, la sperimentazione, l’apertura mentale che avevo trovato da quelle parti…Decisi allora di portare qui in America alcuni dei musicisti Inglesi che avevo incontrato, e registrare un disco con il mio nome. Ma per problemi di visto di ingresso dei musicisti la cosa stava per sfumare…Poi pero’ decidemmo di tentare il passaggio di confine dal Canada, in modo da aggirare i controlli alla frontiera! La cosa riusci, e registrammo No Man’s Land, a nome del Victor Peraino’s Kingdom Come. In quel disco, ristampato poi dalla Italiana Black Widow, oltre a suonare tutte le tastiere cantavo anche, cosa che ho continuato a fare da allora in poi.”

E’ un disco particolare No man’s Land, con al suo interno diversi gioielli nascosti del progressive anni settanta. Dominano le tastiere, ma in un modo diverso dal solito, meno legate ai virtuosismi classicheggianti dei contemporanei, volte piu’ a creare un suono di atmosfera, un ambientazione per ogni brano, con la voce di Peraino che arriva perfetta in questo contesto. Un disco molto interessante con una copertina bellissima, di quelle che non si dimenticano e che ti fanno viaggiare con la fantasia.

Sono passati molti anni da allora, e sia Victor che Arthur Brown hanno attraversato differenti momenti nelle loro carriere e nei loro percorsi esistenziali ed artistici.

Ma il destino li ha portati ancora ad unire le rispettive sensibilita’, inaspettatamente, come sempre capita nelle cose piu’ belle, quelle che accadono senza forzature, senza essere costruite a tavolino da nessuno.

“ Ci siamo ritrovati dopo tanto, tantissimo tempo, e come se fosse la cosa piu naturale del mondo abbiamo iniziato a comporre, a suonare insieme in studio e live. Io sono andato in Inghilterra e mi sono unito ai concerti di Arthur, lui e’ venuto a Detroit e abbiamo registrato diverso materiale…Abbiamo ricominciato a sperimentare, a provare suoni strani, vecchi synth, computer, esoterismi e antichi rituali spazio temporali, e ora…Stiamo continuando a farlo divertendoci da matti!”

Li lasciamo alle loro cose, hanno altro materiale da registrare, alcuni dei pezzi andranno nel nuovo album, il titolo e’ “Journey in Time”. Esattamente quello che hanno fatto insieme a noi Victor Peraino e Arthur Brown.

Victor Peraino Preforming Los Angeles

Victor Peraino Preforming Los Angeles

 

 ENGLISH:

Detroit Michigan means rythm, noise and music. It’s the sound of the working class at the assembly lines that every day create new automobiles, it’s Motown music, it’s raw high energy rock and roll of MC5 and The Stooges, it’ the endeless pulse of Techno.

Detroit is made of asphalt, poverty and songs. Detroit is the Rock City.

Wandering around in clubs, with punk rock bands and underground stars, we met a very special guy, somebody that seems as if he is coming out of a novel.

We start talking, and after a while he introduces himself: I am Victor Peraino, keyboard player of Kingdom Come and the legendary Arthur Brown. We are so surprised.. What is he doing in Detroit on a night like this? Sure, we know his records, and we tought he was british, one hundred percent european, but no, he is a Detroiter born and raised in the Motor city. Our curiosity grows while we talk to each other, and so we decide to exchange our phone numbers and keep in touch.

His call arrives in the next week, with a big surprise. Arthur Brown is with him, they are working on some recordings for a new album, coming out on the Italian label Black Widow…If we want we can meet each other at the studio the next day.

So, here we are, in time, excited and a little bit nervous…

“ Mine is an Italian name, Peraino, my family is from Sicily and i have been in Italy more than once…I grew up in Detroit and started playing music immediately, at the end of the sixties when I was a teen ager. At that time bands used to play in clubs not too big, often old dancing ballrooms or theaters, transformed into amazing venues where everything and anything could happen all the time. In San Francisco and New York there was the famous Fillmore, here in Detroit there  was the Grande Ballroom. A friend of mine was the “MC” in that crazy place…I was only seventeen and he asked me if i wanted to join a band that he was putting togheter because they needed a drummer. I said yes without hesitation, and everything started…a band born in the Grande Ballroom, with the Rasmussen brothers on guitar and bass, we were called UP. We played our version of garage rock. We were often opening for very big names, many times sharing the bill with Stooges and MC5, Frost and many others. We even opened for Cream one night! Then one day Dennis Thompson,the drummer of the MC5, asked me if i wanted to play percussion on stage with him at a very special show at the Masonic Temple with Jimi Hendrix Experience. That was the first time i met Jimi, and we became friends in the dressing room.”

First time? Did you met him again?

“ Yes. I ended my experience with UP, and i felt the desire to move in a different direction, no longer connected with that kind of sound. In the meantime i was in New York with some friends, the Woodstock festival was happening at that time and we all decided to go at the very last minute. Once we arrived there we figured out that all roads were packed with endless lines of cars. So we found a little dirt road, maybe used by farmers with their tractors. I started driving along this tiny road very slowly, and after a while the lights of the stage appeared in front of us like in a dream. I kept going and we all ended up in the backstage area. Security was nothing like it is today, and we looked like a band, so nobody bothered us and we wandered in the artist’s area when, all of a sudden, i saw Hendrix…i went to him and he remeber very well our meeting in Detroit, so we were  togheter backstage smoking and talking, when he realized it’s time to go on stage. So i was right there, on the side of the stage during his legendary show in Woodstock.”

Now Arthur Brown joins our conversation, in perfect shape with a sparkle of enthusiasm in his eyes. He is a living legend, a major figure all through the history of rock music, happy to share with us and Victor memories of their time togheter.

 I can’t help  to ask : How you, a Detroit kid, ended up in Arthur Brown’s band?!

“ it’s been a chain of events, that step by step brought us togheter…One of the strange and magical paths that life sometimes gives to you…and all you can do is follow, trusting your inuition without really knowing why…

Victor & Gtr L.A. 1984

Victor & Gtr L.A. 1984

I was tired of playing drums. I was inspired by new bands like Moody Blues, King Crimson, Genesis, wishing to go in a different direction. I wanted to play keyboards and start a new musical experience. To do that, i really needed to buy a Mellotron.  I found out it was more expensive to import one in the States than going to England myself, and having one made for me over there. My manager gave me some contacts with the right people and off i went. Everything turned out great, and while i was waiting to have my Mellotron made, i rented a Volkswagen van and drove through Germany, and all the way to Rome Italy.  I met a beautiful girl there, and we had a great time in the city. At the time the place where all Hippies, musicians and strange people from all over the world were meeting each other was Piazza di Spagna. One day, while i was there playing flute sitting on the steps of the big ancient stairs, i saw some of the people that let me stay in their place in London. One of them was Mike Oldfield’s girlfriend and they were getting ready to go back to England. So i offered them a ride, and on the way home they asked me if i wanted to join them in the next days, going to the Reading festival with Arthur Brown’s Kingdom Come band. And so, like in a dream, i found myself backstage at the Reading festival talking with Arthur about music and syntesizers like old friends! When the time came to go on stage, their keyboard players didn’t show up! At the very last moment Arthur came to me and asked me to join the band, “just go on stage and make some noise with our brand new synth VCS3!”…Without even knowing their songs or any chance to practice what so ever! “

Now  Arthur is talking with a big laughter…“ Ahahaha!! Yeah, this is exactly how happened! I thought, better to try with this guy than no keybords…And that was a great choice…a great show and the beginning of a very long personal and artistic realtionship!”

It’ beautiful to see them togheter today, sharing their memories with us.

“ Right before going on stage, not knowing what was happening, i smoked a big fat joint made of hashish mixed with weed…Try to imagine how i felt, on stage with all the lights , and this VCS3 that i not only saw or played before, connecting cables and moving a kind of joystick to create strange loud sounds, with a band i never met before! That was pure craziness…But in some way i felt very good in that craziness and i joined the band on the spot. I had my brand new Mellotron, went on the bus and on tour with them. That was a dream for me, i couldn’t hope to be in a better band than Kingdon Come at that time: Theatrical, experimental, melodic and powerful all at the same time. Just perfect.

Arthur & Victior in London 2012

Arthur & Victior in London 2012

They recorded an amazing album, a strange mix of psychedelia, progressive and space rock: “ Journey “. One of the first, if not the first, rock album based on the beat of a drum machine, a collection of very intense tracks. Brown’s voice and the magic guitar of Andy Dalby traveled through the electronic beats and the visionary keyboards of Victor Peraino, a record still very strong and unique today, after all these years.

“ The tour of Journey was such a strong experience for all of us. We played in many places and in very different situations. For a while our opening band was Queen! Nobody knew them at the time, and their manger was ready to drop them, because there weren’t any label interested in their music…Every night was a different and strange situation. We did one gig and this guy came with a lot of free LSD for everybody in the place. Band, crowd, people working at the venue, everybody was tripping at the same time! As soon as the show ended, this girl came in the dressing room and shouted “ Guys! While you were playing i saw god!! “ We were exausted and still tripping out of our mind, so we told her, yeah, sure, ok…And then she ran to the sink, put her head under the water and then ran back to us, with her hair dripping wet yelled “ I saw god,do you belive me now!?! “ Yeah, we belive you, take it easy, it’s ok…Maybe our faces were not enough like belivers, and so all of a sudden, she took all her clothes off, jumped on a chair and screamed on top of her lungs “ I am going to fuck each and everyone of you!!! I saw god, do you belive me now?!?!? “ That tour was a crazy time man! “

Now is Arthur speaking. “ We could go on, it was really a pleasure to play with the Journey line up. But i was going through a time of personal changes, i needed to go on my own spiritual path for a while. We were near the Ginevra Lake when i decided that i want to brake up the band.”

The days of Arthur Brown Kingdom Come were over, and so was one of the most exciting band of the british progressive underground scene.

Of course it was not over for Victor. He packed the keyboards and  his dreams and came back to Detroit. By then he understood a few important things. “ I love to be on stage and put togheter a show not only about music, but also something to be seen, to be experienced with all your senses, with make up, coustumes, lights and more. I love the european progressive sound, the feeling of exploring different musical landscapes, i love the open mind attitude that i found over there in europe. So i decided to bring  to Detroit some of the musicians i met in England, and make a record in my name. We had a very hard time bringing them across the border because of some visa issues. But i didn’t give up, and we managed to bring them across the border through Canada.  In some way…Everything went fine, and we recorded “ No Man’s Land “ by Victor Peraino’s Kingdom Come. In that record, now avalabile on Black Widow, other than just play keyboards, i started singing.”

It’s a very special album No Man’s Land, with many golden nuggets of seventies prog rock. A very keyboards driven work, with a special feeling, different from one track to the next, with the beautiful voice of Peraino, perfect in this place.

A very interesting record with a wonderful cover, the kind that you can’t forget and makes you travel with your fantasy.

It’s been a long time, and both Victor and Arthur Brown had been going through different stages of their musical careers and personal lives. But somehow, someway, life crossed their paths again, in a very natural and easy way, like it was meant to be. That’s the way magic is.

“ We met each other again after a very long time, and like it was the most natural thing to do, we started playing and writing music togheter again.  I went in England a couple of times and joined Arthur during some special shows, he came back to Detroit and we recorded some new stuff… And here we are, experimenting again, discovering new sounds, computers, esoteric things,ancient rituals of space and time…and we are having a great time! “

It’s time for us to go. they are working with Skid Marx on some new songs, the new album is out and it’s called “ Journey in Time “ . Like the one we took, with Victor Peraino and Arthur Brown.

Journey in Time is out now on Black Widow Records. Victor Peraino’s Kingdom Come will play live at the Token Lounge, Westland MI Saturday 8/9-

CSNY “CSNY 1974” (Rhino 2014)

24 Lug

Questo cofanetto me lo sono ascoltato tutto d’un fiato, un cd via l’altro, godendo di questa musica sopraffina e beandomi nell’ascoltare il magico salmodiare, al contempo tenebroso e solare,  dei CSNY e del loro Rock contenutistico. Essendo un casual fan ho chiesto a Picca, gran fan e conoscitore del gruppo, di scrivere una considerazione su questo nuovo box set. Venti minuti dopo il Pike boy mi manda le sue impressioni che riporto qui sotto. Un Piccagliani lucido, dritto al punto, a tratti cinico, ma come spesso capita, irresistibile.

CSNY 1974

Non posso competere con lui in quanto a conoscenza di CSNY, ma un commento posso azzardarlo anche io. A me il cofanetto piace, parecchio; al di là dello splendido booklet mi piace il concept in sè: i CSNY ripresi con onestà nel 1974 in piena fase orizzonti perduti. Esecuzioni un po’ sghembe, sbavature, l’innaturale mood dei concerti da stadio, ma anche personaggi di altissima levatura , canzoni di una bellezza commovente, echi di una contro cultura che seppur svanita, rimane uno dei momenti più alti dell’umanità. Con o senza Y, il gruppo pubblicò tre album fondamentali (il primo, Deja Vu e quello del ’77) e i membri di questa strana compagnia come solisti regalarono al mondo altri dischi di valore assoluto: i dieci da studio di Neil Young del periodo 1969/79, quello della YOUNG/STILLS BAND, quelli dei MANASSAS, un paio di STEPHEN STILLS e quello del 1971 di CROSBY. Cofanetto imperdibile anche per il casual fan.Non aggiungo altro, lascio la parola al Pike boy.

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CSNY 1974 di Picca

I dischi dal vivo non dovrebbero, a parer mio, mai derivare da concerti negli stadi. Problemi di monitors, distanza emotiva dal pubblico, necessità di favorire l’aspetto scenico a sfavore della qualità e della precisione: queste le controindicazioni. Figuriamoci quando in ballo ci sono i 4 cavalieri dell’apocalisse californiana, della cosiddetta ‘avocado mafia’ losangelena, i quattro evangelisti del sound di Laurel Canyon tutto intimità acustica, jam fricchettona, armonia vocale e accordatura aperta…
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I motivi del tour? ? La grana’, rispose Stills all’ epoca. I motivi del cofanetto CSN&Y live 1974? Beh, come si sa tutto quello che invecchia acquista valore, almeno nel mondo dell’ affamato appassionato di rock ‘vintagerrimo’ il quale è ben disposto a perdonare imprecisioni e svacco strumentale e vocale per godersi un live dei 4 dell’ Ave Maria dell’ hippie dream di un eone fa. Del resto avevamo riempito per anni gli scaffali delle nostre camerette con bootlegs carissimi e orripilanti che hanno fatto la fortuna di Caru’ & company e adesso abbiamo un cofanettone (3CD! + 1 DVD! Con un booklet meraviglioso!) nel quale produrci in un’ immersion di ciò che fu 40 anni fa. Nell’estate del ’74 i raga non avevano un disco in società da promuovere e le rispettive carriere soliste cominciavano a mostrare segni di notevole cedimento. Stills aveva sciolto i fantastici Manassas (pare a seguito di una cospirazione ordita da Geffen/Ertegun per riportarlo in CSN&Y), Crosby & Nash vivacchiavano di rendita e Neil Young era nel bel mezzo di una delle sue tipiche destrutturazioni (o ristrutturazioni, secondo diverso parere) della sua carriera che lo aveva portato dal rassicurante successo di Harvest al precipizio commerciale del live Time Fades Away.
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Eppure il tour fu un successo micidiale, forse perchè si trattò del primo ‘revival tour’ della Woodstock Generation che già nei primi edonistici seventies aveva abbandonato il sogno peace&love ma non aveva ancora esaurito la scorta di maria. Il disco è quello che è, pieno di alti e (numerosi) bassi, con Stills, all’epoca vero e proprio aspirapolvere umano di peruviana, che strasuona e stracanta con l’ evidente preoccupazione di intrattenere folle distanti, Crosby già un po’ intontito dagli stravizi, Nash che come sempre gioca la carta dell’ unico con la testa a posto anche un po’ per controbilanciare il minor talento compositivo e Neil Young che se ne sbatte di tutto il baraccone, propone quasi soltanto canzoni (all’epoca) nuove o inedite, non muta il suo atteggiamento di performer pur trovandosi in enormi arene e ne esce come l’unico che valga davvero la pena di ascoltare. Preciso, lucido, intonato.
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I musicisti di accompagnamento testimoniano che la spontaneità dei primi tempi si era già trasformata in cinica gestione politica dell’affare, con Russ Kunkel (bravissimo ma inadatto) batterista voluto da C&N, Joe Lala (inutile) percussionista imposto da Stills e Tim Drummond al basso indicato da Neil (pare) soltanto per rompere i coglioni a SS così riequilibrando l’assetto delle alleanze in campo. Il tour incassò bilioni ma alla fine i 4 portarono a casa solo briciole, tutto scialacquato in manie da rock stars e indicibili sprechi. Indicare le canzoni migliori del cofano è facile: sono quelle di Neil Young. Nelle altre tracce ci sono ups & downs di cui sopra, Stills che massacra Love The One You’re With ma sublima Word Game, Crosby che senza la giusta confezione sonora vaga alla cieca in Carry Me e Long Time Gone e Nash che prende sempre 6 meno con le sue marcette country/british invasion ma che ha il merito di ‘staccare’ ogni tanto dalla confusa intensità generale  inducendo l’ascoltatore a fischiettare un fatuo ma grazioso motivetto.
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Per gli amanti della soap-opera CSN&Y un documento comunque imperdibile. Per tutti gli altri: fatevi fare la bobina da un amico che ce l’ha.
(Stefano Piccagliani © 2014)

 

 

 

 

BLUEGRASS IN MICHIGAN di Paolo Barone

30 Giu

 Il nostro Polbi oggi ci porta in un posto dove l’erba  è blu e le ragazze (non sono tutte così) carine…

Non molto tempo fa un mio amico mi ha invitato ad andare a vedere un concerto di Bluegrass in un locale qui in Michigan.

Il posto si trova in una zona a me molto familiare, quella che qui chiamano “downriver”, una serie di piccoli centri abitati che segue il Detroit river prima e le sponde del lago Erie poi, fino a diluirsi nel confine con l’Ohio. Qualche milione di persone, al novanta per cento working class, messicani e afroamericani nella parte piu’ prossima a Detroit, sempre più bianchi man mano che ci si sposta verso sud, con un alta concentrazione di “white trash”, americani bianchi poveri e generalmente poco istruiti.

Lago Erie

Il paesaggio da quelle parti e’ unico. I centri abitati trasmettono, almeno guardandoli con uno sguardo europeo, un forte senso di smarrimento e desolazione, con le loro infinite casette monofamiliari anonime e piatte, intervallate da zone commerciali che sembrano appena costruite, precarie. Stanno li da più di cinquant’anni, incapaci di assumere una propria identita’, sospese per sempre nel loro anonimo nulla.

Andando verso il lago invece le cose cambiano drasticamente. La natura diventa protagonista: alberi giganteschi, aquile, marmotte, cervi, aironi, uccelli di ogni tipo, pesci, procioni, scoiattoli, e la costa canadese vicinissima a completare la vista. Ma poi, se guardi meglio, alla tua sinistra vedi le ciminiere altissime della centrale a carbone, e la collina della discarica avvolta dai gabbiani. A destra invece, sulla strada che porta a Cleveland, le torri di cemento fumanti della centrale nucleare. Un posto pazzesco, bello e terribile al tempo stesso, capace di mettere sempre in discussione le tue certezze appena conquistate. Ecco, in questa zona, c’e’ il posto che ospita una delle migliori scene Bluegrass degli States. Perche’ qui non sono arrivati a cercare lavoro solo i neri del sud con il loro blues, ma anche un sacco di bianchi dalle montagne e dalle campagne, portandosi a loro volta il proprio bel bagaglio di speranze, sogni, ignoranza, nostalgia e canzoni. Pur non essendo per nulla un appassionato di Bluegrass ho deciso di andare a vedere, anche un po’ coinvolto dall’enorme passione del mio amico per ogni tradizione musicale americana.

Il posto si chiama Eagle Club. Mi spiegano che locali come questo prendono il nome di un animale qualsiasi (eagle, moose, elk…) e si organizzano come una specie di centro associativo per i propri iscritti. In realta’, una scusa per ritrovarsi fra facce conosciute e bere alcolici a un prezzo inferiore rispetto a un normale bar.

hve-main

Prendo la Highway 75, esco a Flat Rock e dopo aver attraversato il piccolo centro cittadino imbocco la lunghissima Telegraph Road che si perde nel buio della notte del Michigan. Qualche stazione di servizio, poche case isolate che ti mettono i brividi a vederle, tanti alberi, e poi, proprio davanti a un autodromo semi abbandonato, l’insegna illuminata dell’ Eagle Club. Il parcheggio e’ discretamente pieno, arriva qualche nota da dentro, per il resto tutto e’ avvolto da un silenzio assoluto.

Il locale e’ di una essenzialita’ disarmante. Una grande sala piena di tavoli enormi e sedie, un bar nell’angolo, una specie di cucina, una macchina di popcorn, luci al neon e un piccolissimo palco in fondo al salone.

Eagles' Club Fklat Rock Detroit

Una cinquantina di persone sedute ai tavoli in ordine sparso che bevono e mangiano hot dogs, mentre sul palco una band suona musica country. Saluto il mio amico, prendo anche io la mia brava birra rigorosamente in lattina e mi seggo a uno dei tavoloni. Praticamente subito arriva un signore sulla sessantina ad offrirmi dei biglietti per una piccola lotteria, a fine serata verra’ estratto il vincitore di un cesto con qualche bottiglia di liquore. Mi adeguo e compro il mio biglietto, ma poi continuo a guardarlo mentre passa di tavolo in tavolo. Ha una di quelle facce che sembra di conoscere da sempre, come se ci avessero accompagnato ovunque per tutta la vita. Baffi, occhiali, camicia a quadretti, procede serio e metodico, con ordine e precisione. La band sul palco attacca Tungled up in Blue di Dylan, unico brano non tradizionale di bluegrass-country in tutta la serata, e catturano la mia attenzione. Strumenti acustici, basso, banjo, chitarra, mandolino e voce, suonano veramente bene. Hanno tutti una certa eta’ tranne uno, che suona chitarra e mandolino e avra’ non piu’ di sedici o diciassette anni. Jesse Manns e’ un ragazzo corpulento, figlio di Mitch,un famoso musicista locale che suonera’ poi durante la serata in un altra band, e da queste parti e’ una celebrita’. Lo conoscono tutti e pare che abbia iniziato a frequentare la scena musicale del posto fin da bambino dimostrando subito un talento prodigioso, da parte mia non stento a crederlo visto cosa tira fuori da chitarra e mandolino come se fosse la cosa piu’ naturale del mondo. A poco a poco la situazione comincia a piacermi, e pur sentendomi un pesce totalmente fuori dall’acqua, inizio a godermi la musica e l’atmosfera dell’Eagle Club. Se non fosse per qualche schermo di telefonino, potrei essere finito in una bolla temporale, sospeso fra fine anni cinquanta e primi sessanta non oltre. Viene da pensare che per questa fetta di america tutto quello che e’ successo in questi ultimi 50 anni non abbia significato poi molto. Sembra siano rimasti ancorati a un idea di vita semplice, che possa tenerli al riparo dalla devastante complessita’ del nostro tempo, come se tutto il loro mondo alla fine si risolvesse in quelle birre in lattina, in quello stare li a sentire quelle canzoni con il biglietto della lotteria in mano.

Le band si alternano sul palco, e ora c’e’ una signora con i capelli tirati su, in perfetto stile post bellico, che canta con un tono molto melodioso e sicuro. Banjo e violino la fanno da padroni, e per la prima volta mi soffermo sui testi delle canzoni. Nonostante sia qui da molti anni ormai, devo concentrarmi per prendere il senso delle parole in un contesto come questo. Ascolto, e rimango sorpreso. La signora non sta cantando parole di amore e vita lieve come pensavo, tutt’altro: E’ una storia di sangue, un omicidio, galera e rimorso. Non me lo aspettavo, ora presto piu’ attenzione e mi rendo conto che i testi sono spesso storie di sofferenza ed emarginazione. Il lato oscuro di quest’ america profonda viene a galla, l’america della solitudine, dei sogni spezzati e delle armi sotto il cuscino. Una vena di psicosi e paura che attraversa questo paese, appena sotto lo strato protettivo di “ in god we trust ”,bandiere e buona educazione. Nel frattempo la musica resta sempre molto intensa, qualcuno si mette anche a ballare, e mi accorgo che sono i brani con i testi piu’ duri e inquietanti a riscuotere gli applausi, a fare cantare la gente sulle sedie. Mentre suonano qualche pezzo di Johnny Cash, mi viene da pensare a come queste musiche abbiano partecipato alla nascita del Rock and Roll, a come il blues dei neri e dei bianchi si sia incontrato strada facendo. Mi torna in mente Hank Williams, la sua musica e la sua storia maledetta, mi vola un pensiero al “nostro” Graham Parsons, e mi sento sempre piu’ coinvolto dal suono di questi banjo, di queste chitarre.

Per ultima sul palco sale la band di Roy Cobb. Mi dicono che sia una vera e propria leggenda vivente nel mondo del Bluegrass. Ha piu’ o meno novant’anni, suona e canta per un oretta con decisione e passione, e’ di casa all”Eagle Club e tutti lo applaudono con calore. Fa un certo effetto sentirlo cantare, e pensare a quante cose ha potuto vedere e sentire in questa sua lunga vita per la musica. I musicisti che invecchiano sul palco assumono un valore tutto speciale, la iniziamo a sentire sul serio anche noi nel nostro mondo Rock questa particolare sensazione. Canta “come vorrei che fosse ancora il millenovecentoquaranta, nel mio Tennessee…”

Ce ne andiamo, mentre la serata prosegue oltre l’una del mattino.

Il tempo del mondo scorre veloce, ma non all’Eagle Club di Flat Rock, Michigan.