Negli ultimi tempi, grazie al blog, sto ricevendo qualche attenzione da management e uffici stampa di artisti italiani; è una cosa questa che da un po’ accade nel mondo della comunicazione, il cercare via diverse rispetto ai soliti canali mainstream per parlare di una artista, un prodotto, un’idea.Questo funziona principalmente se i blog a cui ci si appoggia hanno una personalità decisa, se non si svendono, se rimangono credibili. Inizio dunque a ricevere qualche accredito per andare a vedere concerti e cd da recensire. Il problema ora è: riuscirò a restare schietto e sincero, imperativo di questo blog? Ci provo. Anche perché è una cosa che mi serve per uscire dal cancelli del nostro misero pezzo di terra, ed esplorare territori che siamo soliti battere di meno.
SYNDONE, gruppo di Torino (visto il nome…) formato dal tastierista Nik Comoglio, il vocalist Riccardo Ruggeri e il vibrafonista Francesco Pinetti; l’ensemble, attivo da 25 anni, si presenta oggi col nuovo capitolo, il quinto della loro discografia, ODYSSEAS, concept album basato sul tema del viaggio (anche interiore), l’ atavico bisogno dell’uomo. Alla batteria uno special guest di livello internazionale: Marco Minnemann (Steven Wilson, Adrian Belew); altro collaboratore d’eccezione il fluatista John Hackett (Steve Hackett). Oltre a questi, parecchi altri musicisti collaborano suonando basso, chitarra, archi, fiati,
La prima cosa a colpirmi è il cantato in italiano, finalmente! Poi la credibilità musicale del gruppo. Non sono un grande amante del prog moderno, o forse pensavo di non esserlo visto che ODYSSEAS mi piace proprio tanto. Prog contemporaneo dunque, ma anche omaggi alla tradizione del genere, fiotti di jazz-rock acceso, incantevoli momenti piano-voce o chitarra-voce.
Partire con INVOCAZIONE ALLA MUSA, è una precisa dichiarazione d’intenti: territori lontani dal 4/4, strumentale tra prog/jazz rock e accenti mediterranei (che forse solo io sento), come però lo è anche IL TEMPO CHE NON HO, quadretto dipinto sulla chitarra classica, dolce e delicato ma al contempo preda di un riflesso tenebrose, soprattutto verso il finale quando entra la band. Ecco, con una certa forzatura potremmo dire che nei primi due pezzi si caratterizza l’animo della band. Complesse architetture d’insieme intervallate ad interludi delicati e meditabondi.
Tra i primi due brani e gli ultimi due che esaminerò più avanti, ci sono, tra gli altri, FOCUS (la Carrozza di Hans degli anni duemila), PENELOPE, intro arabeggiante, piano e voce con enfasi lirica mercuryana, CIRCE, forgiata là dove prog e jazz rock si fondono e ADE col cantato basato su modulazione più moderne intercalato da passaggi strumentali complesse.
Verso la fine la mia preferita:VENTO AVVERSO… il respiro maestoso degli archi, la pura bellezza del pianoforte, il cantato immacolato, il testo profondo e adatto a uomini di blues come noi, il moog che apre gli orizzonti e poi il lento stemperarsi nel bel vibrafono di Pinetti.
Chiude DAIMONES, profonda e lineare, col moog ancora in evidenza. Bellissima.
Speldida la copertina, riproduce A ORIENTE di Lorenzo Alessandri. Ottima la confezione digipack.
Davanti a Comoglio, Ruggeri e Pinetti, mi tolgo il cappello. Questo è un gran album.
A volte mi sorprendo a soppesare la groupie mentre la vedo affrontare le sue attività quotidiane, è così reggiana che sembra quasi faccia parte di una etnia diversa. L’altro giorno, in dla basòra, eravamo dietro casa per una outdoor acoustic session. La guardavo tutta concentrata suonare il mandolino immersa in quella situazione bucolica e mi sembrava ci fossero interferenze spazio temporali atte a proiettarci verso altre latitudini. Cominciai così a pensare a come la campagna reggiana in cui vive (e vivo) sia una posto a parte, sia l’Emilia dell’Emilia, sia abitata da un gruppo etnico che si distingue dall’emiliano standard, una sorta di Cajuns…d’altra parte dal 1700 in poi, la nostra terra fece parte del Regno di Francia, cordone ombelicale cementato poi con l’età napoleonica poco più tardi.
La groupie è una Cajun Girl? (foto di TT)
Chissà, magari le terre al margine di nord est di Regium Lepidi hanno qualcosa in comune con la Lower Lousiana, dove i discendenti degli Acadians controllano una porzione dello stato americano in questione.
Se ripenso ad un certo pezzo dei LITTLE FEAT tutto sembra combaciare: il forte senso si appartenenza, il dialetto apertamente stretto con marcate componenti francofone, la musica popolare, la cucina. Cazzo, ci mancava solo che la groupie fosse una CAJUN GIRL…
Serious blue eyes, so pale and so shy Look closer ‘cause she’s got that look in her eye Red hair that sails on a soft southern breeze Fingers that fly on accordion keys
You ain’t seen nothin’, ‘till you’ve seen my cajun girl She’s really somethin’, my sweet singing cajun girl
Cook cajun, speak creole, and lay on the spice Her fancy so free on these Saturday nights She sings and she plays at the parish hall dance Big city chanteuses just don’t stand a chance
You ain’t seen nothin’, ‘till you’ve seen my cajun girl She’s really somethin’, my sweet singing cajun girl
Might find my dream, just West of New Orleans If you pole up the bayou St. John The way twin fiddles play And she squeezes on her squeeze-box until dawn All night they carry on
Tell long leg Lucille I must send my regrets It’s nothin’ she’s done, it’s just someone I met With innocent heart, true talent so rare She bloom on the bayou, this flower so fair
You ain’t seen nothin’, ‘till you’ve seen my cajun girl She’s really somethin’, my sweet singing cajun girl You ain’t seen nothin’, ‘till you’ve seen my cajun girl
Might find my dream, just West of New Orleans If you pole up the bayou St. John The way twin fiddles play And she squeezes on her squeeze-box until dawn All night they carry on
SECOND MOVEMENT
Il vecchio Brian ogni giorno perde qualcosa; è ancora aggrappato alla vita e a quelle due sicurezze che ha, è ancora con noi, ma ogni giorno equivale alla discesa di un gradino verso l’abisso. L’estate scorsa pensavo che a quest’ora il protocollo Brian sarebbe già stato archiviato, invece è già aprile e ancora siamo impantanati nella sua gestione. Da un certo punto di vista è una cosa positiva, per lui perché ancora gode della libertà, per noi perché essendo già oltre le nostre forze sapremo che abbiamo fatto davvero tutto il possibile per tenerlo il più a lungo con noi. Domenica l’ho portato a Ninentyland, c’era il mercato di Forte dei Marmi, un mercato dunque gestito solo da ambulanti italiani (per lo più toscani) che proponeva merce davvero niente male (tenendo conto che di mercato si tratta). Un breve sgambata col mio vecchio tra le stradine del centro, nei pressi dell’abbazia di Thelema.
Tim & Brian relaxing in old Nonantola (late march 2014)
THIRD MOVEMENT
Le settimane lavorative seguenti ai weekend che passo per intero con lui sono difficilissime. Arranco, impreco, sbotto. Meno male che in ufficio ogni tanto arriva qualche pacchetto, come ad esempio quelli di Donna. Donna è un’americana che nel 2001 si procurò dal mio contatto statunitense un copia di OH JIMMY n.23, l’ultimo capitolo della mia fanzine. Nell’introduzione, in puro stile Tirelliano, scrissi: ….“non so quanti di voi possano essere interessati alla faccenda, ma mi piace pensare che lì fuori ci sia ancora qualcuno con il gusto per le cose fatte in casa…qualcuno che abbia voglia di passare un’oretta in compagnia di questa fanzine…magari seduto sotto un albero di fico a contemplare questi nostri piccoli scritti come fossero versi di Gozzano…”. Donna, da Sonora, California, mi scrisse proprio per queste parole e da allora si è creata un’amicizia vera, profonda, sincera. Donna non è un ragazzina…. nel 1957, giovanissima, era riuscita ad arrivare nel backstage di un concerto di ELVIS (e c’è la foto a testimoniarlo), ma il suo amore per la musica e per i LED ZEPPELIN fa sì che sia ancora curiosa e attiva. Nel 2004 venne in Italia per turismo, cenammo insieme, e quella sera cementò ancora di più la nostra amicizia, amicizia che travalica la musica rock e i LZ, e che è confronto continuo su tematiche politiche e blues quotidiani. Non passa natale o compleanno senza che mi arrivi un pacco pieno di regali, soprattutto magliette, rock o californiane. Qui sotto l’ultima:
Sonora California T-Shirt
Quando penso a Donna mi vengono sempre in mente le parole di Polbi che disse (quando seppe di questa liaison SAN FRANCISCO-NONANTOLA): ” tu Tim hai una capacità pazzesca di entrare in profondità nella vita delle persone…”, sarà così…d’altra parte Julia mi ha sempre detto che a me interessano gli altri.
CODA
Sempre più spesso mi imbatto nella pubblicità del box set di BRAIN SALAD SURGERY, la versione magnum da 6 dischetti, quella che il mio amico Fil chiama “lo scatolone”, e sempre più spesso m’innervosisco. Non contiene nulla di veramente inedito o nuovo, così sbotto: “no, mi rifiuto, questo non l0 compro! Basta, an sin pol piò! Anzi adesso inizio a vendere tutti i miei box set e deluxe edition, basta, per Page (per dio insomma)!” La groupie mi guarda, sorride, poi se ne va scuotendo la testa.
Il giorno dopo mi fermo in edicola e spendo 27,80 euro per due riviste inglesi…
… poco dopo in ufficio si ferma il corriere e mi consegna la nuova dose ….
Mi tengo in piedi così, con qualche ordine fatto su Amazon, in una girandola di sentimenti: appagamento e frustrazione, gioia e dolore, riempimento e svuotamento.
Ogni volta che mi arriva un pacchetto mi illudo di rivivere l’ emozione di allora, del tardo pomeriggio dei sabati fine settanta in cui rincasavo dopo essere stato al Peecker Sound di Formigine, quando finalmente potevo godermi il mio ultimo acquisto, un disco naturalmente… ma oggi è tutto troppo veloce. Mi ascolto il primo dei 5 dischetti di GOODBYE YELLOW BRICK ROAD ed è già ora di concentrarsi sul nuovo possibile acquisto…
Sono sfinito da questo riflesso bipolare.
AD LIBITUM
Per il resto blueseggio come mio solito. Lavoro, in pausa corro da Brian, sto un paio d’ore con lui, gli faccio colorare dei disegni…paesaggi, bandiere, animali, gli do un bacio e lo saluto. Mi fermo dal commercialista, mi fa accomodare nella sala riunioni, parliamo di lavoro…il mio io blues si libra nell’aria e mi vede mentre espongo con un certo savoir faire, situazioni economiche, dinamiche aziendali, punti di vista personali. Il mio io blues scuote la testa. Esco, lascio viale Reiter e mi dirigo verso viale Amendola. Il traffico è feroce. Mi ascolto, con gran piacere, il concerto del dicembre 1973 di ELTON JOHN a LONDRA. Entro in un secondo studio di commercialisti, consegno dei documenti e mi ributto sullo blue highway che riportano a Stonecity. Cambiando il cd1 con il cd2 m’ imbatto in TENNESSEE di JOHNNY CASH su Radio Capital. E qui assisto ancora una volta all’andare in pena dell’anima di un hard rocker di matrice inglese che, nonostante prenda sempre le distante dal genere “americana” e pensi di non esserne mai preda, si tuffa a testa bassa nel bayou per poi correre controvento lungo le praterie.
Fermo la blues mobile. Poso lo sguardo là oltre le colline, sospiro. Entro nel bar di Leo l’ebreo, ordino un caffè corretto sambuca e un souther comfort. Li bevo uno via l’altro. Pago. Esco. Mi sistemo la giacca. faccio un respiro profondo…sono pronto a tornare in ufficio.
Polbi è un amico carissimo che, sebbene viaggi su autostrade a me lontane (Scilla, Roma, Detroit), sento in pratica ogni giorno; Polbi è anche una colonna di questo blog, e lo è diventato in modo naturale, semplice, logico. Per anni l’ho vissuto come un amico con cui condividere passioni musicali e politiche, sapevo che aveva una mente sopraffina, ma non mi aspettavo che fosse anche uno scrittore di rock di alto livello. Sa raccontare le storie di blues e di rock come pochi, riesce ad avere la visione d’insieme, riesce ancora ad appassionarsi e sorprendersi senza essere frenato da tanti filtri. Io e lui discutiamo spesso sul Rock, la nostra passione ultima, ciò che ci tiene in vita. Abbiamo le nostre belle differenze, bisticciamo, stiamo un giorno senza sentirci, poi ci rinnoviamo l’amore reciproco: lui mette su BURNIN’ SKY della BAD COMPANY io un disco di KRAUT ROCK. Polbi è meno snob di me, meno cagacazzo, più maturo (pur essendo più giovane). Quando parliamo di riviste musicali mi sorprendo sempre della sua capacità di entrare in sintonia con la componente italiana. E’ un po’ che io non ci riesco più. Dopo decenni spesi a comprare e leggere dall’inizio alla fine ogni rivista musicale dello stivale, negli ultimi tre lustri mi sono lasciato attrarre dalle riviste americane ed inglesi prima, poi solo inglesi. Ora nemmeno quelle, o meglio solo quando in copertina ci sono quei dieci nomi a cui sono aggrappato. Il mio è un atteggiamento sconsigliabile, è l’atteggiamento di chi ha perso la speranza, la voglia di scoprire, di lottare, di confrontarsi. Ne sono conscio. E in più sono conscio di essere troppo esigente, con le riviste musicali italiane, con me stesso, con gli esseri umani che mi stanno intorno, con tutto insomma. Anche per questo mi confronto con Polbi. L’altro giorno parlavamo di CLASSIX! Le telefonate intercontinentali Stonecity – Detroit non sono il massimo in questi tempi avari di denari, così il Michigan boy mi dice “ti scrivo qualcosa”. Io ci ho scritto su CLASSIX!, per alcuni anni, Gianni Della Cioppa ha sempre avuto la bontà di volermi con sé, di coinvolgermi, sono quindi affezionato alla rivista, sebbene in passato – su questo blog – abbia parlato in modo un po’ aspro di certi numeri. Non mi faccio problemi quindi a pubblicare questa cosa di Polbi, qui siamo “schietti e sinceri”, sia in tempo di critica sia in tempo di elogio. Poi, le considerazioni di PB sono sempre, e ripeto sempre, da leggere.
Tim & Polbi: when in Rome (foto della groupie)
Personalmente, spesso in controtendenza, sostengo da tempo che in Italia abbiamo un ottima tradizione di giornalismo musicale e delle validissime riviste ogni mese in edicola. Bertoncelli, Fumagalli, Riva, Trombetti, Sorge, Piccinini, Della Cioppa, Castaldo, Bianchi, Zoppo …L’elenco dei giornalisti rock che hanno dato e continuano a dare un contributo spesso di livello culturale superiore e’ lungo. E ancor piu’ da apprezzare se pensiamo alla differenza che puo’ esserci fra fare questo lavoro a Londra o New York con tutte le tue fonti a portata di mano, e farlo nel nostro paese. Certo oggi la rete ha accorciato le distanze, ma la differenza resta c’e’ poco da fare. Ma forse, a pensarci bene, la distanza ci dona quel senso di prospettiva sulle cose, quel distacco necessario a sentirle nella loro essenza.
Basta fare un salto in edicola per rendersi conto di cosa esce da noi. Giusto per citare le prime che mi vengono in mente, Blow Up, Rumore, Alias, Outsider e Classix!
Sfido qualsiasi Mojo o Uncut ad avere il coraggio e la forza di ospitare articoli come quelli che appaiono ogni mese su Blow Up. Approfondimenti pazzeschi di artisti lontanissimi dal “mainstream”, aperture verso suoni e storie underground interessantissime e punti di vista sempre originali e spesso spiazzanti. Una vivacita’ culturale esattamente agli antipodi dell’ennesima cover Zeps/Stones che ci propinano ogni mese le riviste internazionali. Stessa cosa Rumore, con una maggior attenzione per i suoni piu’ duri, un intuito invidiabile nello scoprire band emergenti, e un attitudine piu’ Rock and Roll. Alias esce come allegato al Manifesto ogni sabato. Anche qui le cose che si leggono non sono mai, dico mai, scontate e hanno aperture totali ed avventurose dal rock, al jazz alla musica contemporanea. Di Outsider in questo Blog ne abbiamo gia’ parlato, con la sua singolare proposta editoriale.
Classix! Invece e’ un discorso differente.
A me quella rivista scalda il cuore. Ne sento la passione di chi la fa, la capacita’ di essere vicina ai suoi lettori assecondando i loro gusti di classic rock, ma riuscendo sempre a proporre qualcosa in piu’, non fermandosi al colpo facile. Quando mi trovo a sfogliare un numero di Classix! Ho sempre la bella sensazione di avere fra le mani una fanzine, non una rivista che deve rispondere a logiche di mercato o quant’altro. E mi perdo per giorni, esplorando con le cuffie in testa “ Gli sconosciuti, i dimenticati, gli sfortunati “ dell’hard rock americano messi in fila da Gianni Della Cioppa. Scopro cose pazzesche che mai e poi mai potrei trovare da solo o nelle spesso troppo scontate riviste internazionali. Mi innamoro dei Morgen, provo a recuperare su ebay Population II di Randy Holden del ’69. Oppure una copia in vinile dell’ultimo dei Mammoth Mammoth con una copertina bellissima, segnalato da Lorenzo Becciani nello spazio dedicato alle recensioni delle nuove uscite.
E poi gli articoli speciali. Certo, non c’e’ Nick Kent che intervista Jimmy Page, ma siamo proprio sicuri che sia quello che vogliamo leggere ancora una volta? Non sara’ invece piu’ divertente spararsi 12 (!) pagine di UFO messe insieme con pura passione da Giovanni Loria? Cosi come trovo irresistibili gli spazi dedicati al Prog italiano, affronato senza freddi intellettualismi ma proprio di pancia, con partecipazione vera. Ecco, e’ proprio questa la caratteristica di Classix! che apprezzo di piu’, questo modo di essere, di fottersene dello stile fighetto in voga, e di essere “cool” a modo suo. Amo lo spazio che la rivista dedica ogni volta con Vixen! e i pezzi di Franco Grattarola al mondo del cinema sexy anni ’70 e hai fumetti italiani “minori”: Una rivista patinata se la farebbe sotto anche solo a pensarli degli spazi cosi, ma quando mai! Per fare certe cose ci vuole sensibilita’ e coraggio. Doti che non sono mai mancate a Fuzz Pascoletti e alla sua Classix! che ha sempre saputo seguire e valorizzare il filo rosso elettrico che lega Zora la vampira, la lingua degli Stones e gli Hawkwind, passando per il bar sotto casa. Diciamocelo: Non e’ cosa da poco.
Per un badcompaniano come me, questo special di CLASSIC ROCK UK sarà uno degli highlight del 2014. E chi se lo aspettava? Fantastico! Ha impiegato 26 giorni per arrivare qui a Stonecity dall’Inghilterra, e nel frattempo cercavo di capirne la qualità leggendo brevi commenti su facebook di chi lo aveva già ricevuto o la recensione che appare su Amazon.
Questa non ne tesseva le lodi e alla fine decideva per tre stelle su cinque. Posso capire: le domande fatte ai tre superstiti, RALPHS, RODGERS e KIRKE avrebbero potuto essere un po’ più pungenti, oblique, scomode. Nel tanto reclamizzato divudi relativo al documentario non c’è un spezzone video live (1974/79) che non sia già disponibile come bootleg.
Tutto questo è vero, in più quello che i tre badcompanieri dicono nelle interviste contenute nel divudi a volte è riportato negli articoli del magazine, ma ciò non toglie che sia uno special davvero riuscito.
Prima di tutto occorre rimarcare che quasi tutte le foto (e sono tante) pubblicate io non le avevo mai viste. Seguo la Bad Company da 7 lustri con una fedeltà commovente, non sono esattamente l’ultimo arrivato (pur non avendo la competenza che ho ad esempio sui LZ), eppure ad ogni voltar di pagina sobbalzavo. Quelli di CLASSIC ROCK hanno preferito non approfondire le didascalie a corredo delle immagini con date e luoghi, ci vuole coraggio, perizia e cultura, ma va bene lo stesso, più o meno l’anno lo si intuisce.
Paul Rodgers
Le interviste sono recenti e fatte apposta per questo special. Le più interessanti cono quelle di KIRKE e RALPHS, lo stesso dicasi per gli interventi del divudi. RODGERS sembra meno a suo agio ad andare in profondità e, almeno in video, sembra soffrire un po’ la loquacità di RALPHS (e KIRKE).
Paul Rodgers
Qualcuno avrebbe dovuto almeno chiedere lumi circa la strana apparizione alcuni anni fa del bootleg ufficiale LIVE IN ALBUQUERQUE 1976 (courtesy of the Mick Ralphs’ archives) subito ritirato dal commercio, oppure se sono in programma uscite relative a materiale d’archivio tipo deluxe edition, se avremo mai il piacere di avere un live ufficiale della BAD COMPANY originale, e dunque compreso tra il 1974 e il 1979, sia in versione audio che video.
Boz Burrell
Mick Ralphs
Nel numero in questione si parla ovviamente spesso di PETER GRANT, della SWAN SONG e dei LED ZEPPELIN. Oltre alle tre interviste dei nostri, c’è quella a chi ha curato il documentario, poi ci sono articoli sui sei album della band (1974/82), su Peter Grant, sui FREE, sui MOTT THE HOOPLE. Insomma, una delizia per chi, come me, sa che il destino, la sorte, è un sole che sorge…
Simon Kirke
Ordinato direttamente alla casa editrice è costato più di 15 sterline, tramite Amazon o nelle edicole specializzate italiane scende a 12.
Ricordiamo i sei album leggendari della ORIGINAL BAD COMPANY:
Tornare al Corallo dopo 8 anni è un’emozione mica da poco. Dal 1996 al 2006 vi ho suonato praticamente ogni anno, con grande soddisfazione. Sì perché il Corallo è uno dei Rock club più importanti della nostra zona, qui hanno suonato nomi altisonanti. Il locale esiste dal 1951 e dal 1983 “è” la discoteca rock dell’Emilia profonda. Prima di lasciare la domus saurea alla volta di Scandillius, scambio un paio di email con BEPPE RIVA; il maestro – messo al corrente dell’imminente concerto – scrive “Che energia: suoni, scrivi, lavori, ti occupi del padre. Non so come fai ma invidio questa tua carica”. Rifletto su questa cosa mentre mi preparo, cercando di scacciare il senso di affanno e stanchezza che comunque mi pervade, e trovo un’energia insperata grazie alle parole di Beppe. Thank you, master. Arriviamo al Corallo e prima di scaricare mi soffermo un momento davanti alle locandine della CATTIVA.
CATTIVA CO. al Corallo 2014 – Tim Tirelli (foto di Saura T.)
Il portone laterale da cui passiamo con gli strumenti, il Corallo vuoto, il fonico che inizia a sistemare il mixer, Bruno Bocedi – l’organizzatore – che abbraccio con affetto, noi cinque che sistemiamo sul palco il nostro armamentario…profumo di rock and roll.
CATTIVA al Corallo 2014 – soundcheck – Lorenz & Tim: the Gibson twins (foto di Saura T.)
In attesa del soundcheck, mi intrattengo con me stesso nei camerini, suonicchio qualcosa sulla DANELECTRO per scaldare la mano. La bassista preferita mi viene a cercare: “dai tocca a te”.
CATTIVA al Corallo 2014 – Tim Tirelli: backstage warm up (foto di Saura T.)
Cena al K-ROCK cafè, sopra al Corallo. Arrivano gli amici… sempre carino vedere che si ricordano di te e che seguono il gruppo (spero) con passione. Bevo qualche bicchiere di lambrusco a cui allego, a fine pasto, un SOUTHERN COMFORT, tanto per smollarmi un po’. Scendiamo al Corallo, ci cambiamo, facciamo quattro chiacchiere. Bruno ci dice quanto sia cambiato il suo lavoro in questi ultimi anni, quanto sia diversa la realtà musicale, quanto il pubblico del Corallo sia ormai composto in massima parte da giovanissimi che al massimo arrivano fino al rock degli anni 90. Sono al corrente dell’andazzo, cerco di non badarci e di godermi la serata. Non ci sarà il pienone che facemmo nel 2005 e nel 2006, ma alla fine sarò soddisfatto del pubblico, caldo, vivo, a tratti palpitante.
Rispetto al passato si inizia più tardi. Ore 23,40. Tutti fuori si parte.
La CATTIVA al Corallo – 22 marzo 2014 da sx a dx: Lorenz-Lele-Pol-Saura-Tim
Proponiamo una scaletta più compatta, senza fronzoli e quasi senza ballad. HARD ROCK inglese e americano degli anni settanta che non fa prigionieri (o almeno questa è l’intenzione). Come sempre dopo i primi minuti soppeso se sul palco tutto è a posto. Guardo LELE, mi fa un cenno d’assenso …tutto procede bene. Sorrido quando ripenso a lui. E’ uno di quei batteristi che mi fan sognare. Lo guardavo durante il soundcheck suonare, insieme a Saura, THE OCEAN dei LZ. Godevo dello swing, della potenza, dell’eleganza rock che ha, del polso elastico che gli permette di esprimersi in groove che mi fanno partire per viaggi cosmici. La batteria, quando è suonata così, mi fa sognare.
Poso poi gli occhi su SAURA. Non è in forma, raffreddata è dir poco, ma stoica tiene su il gruppo con il suo solito savoir faire bassistico. Prima, nel soundcheck con Lele, godevo anche delle sue linee di basso, della dinamica che riesce ad esprimere. La guardo, tutta concentrata, con la sua cresta bionda e il suo bel FENDER JAZZ.
CATTIVA Corallo 2014 -Saura – Foto di Silvia Lucia Sacchetti
Sulla corsia di destra del palco osservo LORENZ, impeccabile come sempre nel suo stile… sembra in procinto di entrare al RAINBOW GRILL & BAR insieme ai LA GUNS. Avrà qualche problema: nel bel mezzo dell’assolo di SWEET EMOTION una delle due testate del MARSHALL lo molla. In attesa che risolva la situazione noi chiudiamo il pezzo degli AERO senza di lui e quindi eseguiamo IMMIGRANT SONG a quattro.
CATTIVA Corallo 2014 -Lorenz – foto di Silvia Lucia Sacchetti
Gorgheggia lì in mezzo il DAVID BYRON de noantri; continuo a sorprendermi della voce che riesce a tirar fuori POL …
CATTIVA al Corallo 2014 – foto di Maya Corradini
Il SOUTHERN COMFORT fa sì che io segua l’onda della musica senza fatica, ed è bellissimo lasciarsi trasportare in modo così semplice e naturale.
CATTIVA al Corallo 2014 – Lele Morselli (foto di Maya Corradini)
CATTIVA al Corallo 2014 – Saura e Tim (foto di Maya Corradini)
Il pubblico applaude, risponde, è attento, questa è una cosa che ci carica sempre…
CATTIVA al Corallo 2014 (Foto di Maya Corradini)
CATTIVA COMPAGNIA al Corallo 2014 – Pol Morogi e Saura (foto di Saura Corradini)
Durante l’assolo di LET THERE BE ROCK, LORENZ come sempre scende tra il pubblico. Non lo vediamo più, non capiamo quando dovremo cambiare accordo così, una occhiata a LELE, una rullata e noi dal LA passiamo al SI e LORENZ si adegui:-) Presento la band…il Corsaro Nero della Sacca (Lele), The Girl From Gavassa (Saura), Il Brad Delp di Correggio (Pol), il Rick Derringer di Vignola e, direttamente dalle paludi di Nonantola, Tim Tirelli. Ringrazio, saluto, e aggiungo “ricordate: Destiny Is A Rising Sun”. Chissà se qualcuno ha colto… Infine, “Scandiano goodnite”
CATTIVA CO al Corallo 2014 – Lorenz e Pol (foto di maya Corradini)
Beh, non proprio goodnight, visto che torniamo sul palco per un ultimo uno-due: WHOLE LOTTALOVE ed HEARTBREAKER. I pezzi dei LZ sono sempre accolti con molto calore e questo it’s a gas. Quindi camerini, baci e abbracci con chi ci è venuto a vedere, il riporre le chitarre nelle custodie e, sotto una pioggia fredda e dura, il ricaricae tutto in macchina. Saura si accascia sul sedile febbricitante, io esco da Scandillius e mi immetto sulla statale verso Regium Lepidi. La blues mobile rolla placida attraverso la notte di metallo, il tergicristallo batte il tempo in sintonia col mio cuore, sono le due passate, la coda di luce dei semafori guida la blues mobile verso le profondità imperscutabili del cosmo…adelante adelante, uomo di blues al volante…
CATTIVA COMPAGNIA al Corallo 2014 – Tim Tirelli (foto di Maya Corradini)
…Following the light to a distant land Come tomorrow, without yesterday Fade away…
E’ un po’ che seguo con interesse le notizie relative a questo nuovo lettore musicale; l’altra sera ero a cena con Picca e, curiosi, ci siamo scambiati le news che avevamo su questo PONO; stamattina Bodhran mi manda il link che riporto qui sotto… non posso dunque che riversare la buona novella sul blog. Noi siamo apertamente contro gli mp3 e la concezione che la musica debba essere ascoltata a bassa definizione. Il grande NEIL YOUNG, con coraggio, ha messo in piedi questa cosa che per dimensioni e concezioni va contro le stolte politiche dei nostri tempi.
Orsù dunque, tutti con Neil! Tiriamo fuori un po’ di coraggio, buttiamo nel cesso ipod e lettori mp3, ripuliamo i nostri computer da quei pericolosissimi file a bassa definizione, spendiamo 300 dollari e torniamo a godere come si deve della musica, la nostra vera ed unica padrona. LET THE MUSIC BE YOUR MASTER!
Picca mi segnala questa interessante intervista a CHRISTOPHER CROSS, dove c’è una curiosa storiella che vede protagonista i LZ e Jimmy Page, che riporto qui sotto insieme a link. Si parla inopltre di DEEP PURPLE e DAVID LEE ROTH.
GM: You also opened for Led Zeppelin early in their career.
CC: I had a band called Flash. We were like Brian Wilson meets Frank Zappa. It was an attempt at complicated pop. I’m a big fan of Frank’s as well as Brian Wilson. Frank covered “Ride like the Wind” at one of his shows and asked me to sing, but I couldn’t make it. I do have a tape of it. In those days, they would have two acts and a local band playing 30 minutes before those bands went on. So the main acts on the bill were Led Zeppelin and Jethro Tull. Joe Miller was sort of managing us at the time and gave us the opportunity to open about seven shows for Tull and Zeppelin. It was really cool. We weren’t very good. The second day we were on the tour, Jimmy (Page) and Robert (Plant) came up to me and Jimmy said, “How do you kids follow us around? Do your parents have money or something?” They didn’t realize we were on the show. I said, “We have a band, and we’re opening for you.” And so the next night we’re playing and I look over, and there’s Page and Plant, standing in the wings watching us. They were only there for a short time; I almost sh*t my pants when I saw them watching us. As the next week or 10 days went on, I spent a little time with the guys in Zeppelin; they were all very nice. I got to watch them play over that period, and they were just unbelievable. I’d sit and watch them at sound check, too. (John) Bonham would show up and play for 45 minutes by himself, and it was crazy. Jimmy would come up and be warming up and wailin,’ and it was pretty fantastic. Back when my band opened for Zeppelin, they were using these rare Hiwatt amplifiers; no one had them beside Page and (Pete) Townshend. I said to Jimmy, “These amplifiers are really cool, and I’ve seen them in magazines but nobody really carries them over here.” He said, “Yeah, they’re made by this guy, and right now he only makes them for Pete and I.” I told him, “It’s my dream to have one of those amps! He said, “Well, give some money to my roadie, Clive, and we’ll send you one.” So I gave Clive $700, which was a lot of money back then. Everybody said that I’d never see my money again. A month or two later, I came home from school, and there were these boxes in my living room. It was a 4-by-12 cabinet and a Hiwatt head, and they shipped it to me. So not only was I the coolest guy in town with a Hiwatt amp, but I’d gotten it from Jimmy Page. Years later, I came up and played with The Beach Boys at a huge July Fourth show in Philadelphia in 1985, and Jimmy Page was a special guest on that show; he also played with The Beach Boys that day. I grabbed him at the show and introduced myself, and then he knew me as Christopher Cross. He was very nice. I said, “Let me tell you this story,” and he had no recollection of the story, but he said, “You know what I love about this story, man? It sounds like I was really nice to you, and I haven’t always been the nicest guy.”
Ci sono delle immagini, delle sensazioni visive, che ci restano impresse per moltissimo tempo, fino a diventare una parte indelebile della nostra memoria.
Non piu che adolescente, passavo ore a sfogliare un libro “Enciclopedia Rock” edito in Italia dai Fratelli Fabbri, sognando di artisti e band che non avevo modo di ascoltare, se non creandomi una mia personale fantasia sonora. Fra le tantissime foto del libro mi colpiva particolarmente una in bianco e nero di Arthur Brown, appeso a una croce sul palco durante un concerto. Era una cosa molto forte ed e’ rimasta con me per tutto questo tempo, ben prima che scoprissi i suoi dischi.
Mi viene in mente questa cosa, mentre aspetto senza dubbio emozionato in uno studio di registrazione a Detroit di poterlo incontrare. Siamo stati chiamati da Victor Peraino, tastierista dei Kingdom Come e suo amico da tantissimi anni. Stanno terminando delle registrazioni e questa mattina hanno deciso di prendersela comoda e lasciare un po’ di spazio per una lunga chiacchierata.
“Arthur e’ nell’altra stanza che sta provando delle cose al computer, ha detto se ti va di venire a dare un occhiata…” mi dice Victor nel farmi strada verso un grande salone. Entriamo, seduto sul divano davanti al computer c’e’ Arthur Brown, con degli elettrodi attaccati alla fronte, un sorriso esplosivo e gli occhi di un ragazzo.
Arthur Brown & Victor Peraino Detroit 2014 – foto di Andrew Jukes
“ …Sto provando questa cosa, si chiama Brainbox, recepisce le onde cerebrali e le immette nel computer trasformandole in musica…ecco…questo suono che state ascoltando adesso e’ generato dai miei pensieri attuali, e’ la musica che crea la percezione del nostro incontro. E’ una macchina straordinaria, e per me e’ la realizzazione di un sogno. Dopo tutti questi anni, la vita mi ha fatto riunire con Victor, mio compagno di esplorazioni soniche elettroniche, e insieme stiamo cercando di mettere a fuoco questo strano giocattolo e le sue infinite possibilita’. Negli anni settanta avevamo immaginato di creare musica con le emozioni, senza dover necessariamente saper suonare uno strumento. Avremmo voluto avere un macchinario che connettesse noi e il pubblico in una gigantesca e bellissima jam session collettiva. A dire il vero avevamo anche pensato di invitare il Papa in questo esperimento!”
Arthur Brown & Victor Peraino Detroit 2014 foto di Andrew Jukes .
…mi racconta tutto d’un fiato, per poi esplodere con occhi e voce in una delle sue risate irresistibili, la prima di una lunga serie durante il nostro tempo trascorso insieme. Il tempo. E’ proprio un fattore relativo c’e’ poco da fare. Ci sono persone che non perdono mai l’entusiasmo, che hanno un modo tutto speciale di attraversare gli anni della vita, e Arthur e’ senza dubbio un esempio vivente di questa cosa. Avra’ affronato migliaia di interviste nella sua lunghissima carriera, eppure me lo trovo davanti impaziente di parlare, di raccontarsi, per niente stanco dopo una notte passata a registrare nuovi brani con Victor Peraino e Skid Marx (Flirt, Johnny Thunder, Circus Boy).
“ Per me la vita e’ cominciata subito in modo strano: Sotto una pioggia di bombe tedesche, durante la seconda guerra mondiale! La mia famiglia era proprietaria di un bel Hotel in riva al mare nello Yorkshire, e un giorno e’ stato ridotto in briciole dalla Luftwaffe. Intorno a me tutto era distruzione. Ma i miei erano delle persone speciali, e un giorno mio padre venne da me e mi presento’ un uomo. Mi disse che ci avrebbe insegnato un sistema per affrontare i momenti piu difficili, come fare a fermare il ritmo dei pensieri e quietare la mente. Era la prima volta che qualcuno mi parlava, se pur in maniera rudimentale, di meditazione, una cosa che sarebbe rimasta con me per tutta lavita.”
Dopo essersi laureato in filosofia, Brown venne investito dalla voglia di musica e dal bisogno irrefrenabile di esprimere se stesso. Mise in piedi in qualche modo una band che faceva le solite cover r’n’b’, e si trasferi a Parigi, nella zona di Pigalle, con un ingaggio di fianco a un locale gestito dalla mafia francese.
“ I ragazzi venivano a sentire noi, e la fila per il nostro show era sempre piu’ lunga rispetto allo strip club della porta a fianco. I mafiosi che lo gestivano non gradirono molto questa cosa, disturbava i clienti, e ci misero poco a farmi capire che era ora di levare le tende e tornarmene a Londra. Inizialmente la mia idea era quella di aprire un locale multimediale, un posto con musica, arte, danza, teatro. Mi resi conto pero’ che ci volevano troppi soldi, pensai quindi di portare questi elementi all’interno di una nuova band.”
Arthur al giorno d’oggi e’ citato da gente come Alice Cooper, Bowie e Gene Simmons, come la piu’ grande fonte di ispirazione, quello che per primo ha portato costumi, trucco, elementi oscuri e teatrali nel rock.
Arthur Brown
Gli chiedo quale sia la molla che lo abbia a sua volta ispirato in questa direzione.
“ Ah! Bella domanda….In realta’ e’ stato un insieme di cose. Prima di tutto gli sciamani delle danze tribali africane. Sacerdoti e maestri di cerimonie, ballavano per ore con costumi bizzarri e il viso truccato. Poi sicuramente la tradizione teatrale inglese, che basti pensare a Shakespeare, e’ da sempre piena di riferimenti gotici e spettacolari. l’idea delle fiamme in testa invece mi venne proprio a Parigi. Stavo in una pensioncina di Pigalle dove le prostitute della zona spesso davano delle feste scatenate. Un giorno mi sveglio e davanti alla mia porta trovo una corona di candele, residuo di uno di questi party. La provo e trovandola senza dubbio spettacolare ho deciso di perfezionarla nel famoso casco. Anche se bisogna sempre starci attenti, il fuoco e’ un elemento instabile… Direi anche di essere stato ispirato da Elvis, per come cantava e ballava…John Lee Hooker, Muddy Waters…ma piu’ di tutti mi colpi’ il modo di cantare di Nina Simone. La sua cover di “ I put a Spell on you “ la ascoltai ottanta volte di seguito, del tutto ipnotizzato. Tutti noi cantanti eravamo completamente catturati da Nina Simone, non sapevamo nemmeno se fosse maschio o femmina in principio, ma la voce…quella voce…incredibile…” e quindi…” Tornai a Londra e andai a stare in una specie di comune ospitata da una signora fantastica che accogliva ogni tipo di artista della nascente Swingin’ London. Un giorno sapendo che stavo cercando di mettere insieme un gruppo, mi disse che sua figlia stava uscendo con un pianista, un tastierista molto bravo, e mi suggeri’ di dargli una chance. Lo ascoltai e rimasi totalmente fulminato! E’ cosi che incontrai Vincent Crane e tutto cambio’.”
Sono passati molti anni ormai da quando Crane ha lasciato questo pianeta. Una delle figure piu’ sottovalutate della storia del rock, ha scritto alcune delle pagine piu’ intense della musica inglese a cavallo fra sessanta e settanta, prima a fianco di Brown, e poi con gli Atomic Rooster. Il suo modo di suonare l’Hammond e il piano e’ stato personalissimo e differente dai suoi piu famosi contemporanei come Brian Auger, John Lord e Keith Emerson. Vincent Crane aveva un tocco diverso, uno stile tutto suo, per quanto potente e deciso, sempre in qualche modo velato di tristezza, di una nota drammatica. Ne parlo con Arthur e i ricordi si affacciano al presente, creando una sensazione di semplice continuita’
“ Vincent era un musicista incredibile, un talento immenso. Era anche la persona piu’ dolce del mondo, per lo meno quando stava bene…all’epoca certe cose non si sapevano, e il suo disturbo bipolare non lo si capiva per quello che era veramente. Oggi sarebbe stato trattato diversamente, queste cose si sa come affrontarle con le giuste terapie. E’ una vergona che sia morto suicida, e una vergona doppia che lo abbia fatto senza ricevere il giusto riconoscimento che oggi sicuramente avrebbe avuto la sua figura di fantastico musicista.”
Vincent Crane
Trovarono Drachen Theaker con un classico annuncio su Melody Maker, e con lui alla batteria il nostro trio di spilungoni era pronto, debutto al Marquee nell’ autunno del 1966.
Tastiere, batteria e voce. Nessuna chitarra, nessuna canzoncina pop, ma il suono cupo dell’organo e il cantante truccato con una corona di fiamme sulla testa. Il Crazy World of Arthur Brown era arrivato. E tutti se ne accorsero velocemente. Brian Jones e Mick Jagger, David Bowie, Elton John, Hendrix, tutti in fila nel backstage, e Pete Townshend si offri’ per procurare un buon contratto discografico. Rimasero amici lui e Pete, tanto che Arthur Brown fu coinvolto nella produzione di Tommy, dove interpetrava il sacerdote psichedlico della chiesa di Marylin Monroe, insieme ad Eric Clapton.
“ Abbiamo suonato tantissimo, in giro per tutti i locali della Londra psichedelica. Eravamo sempre noi, i Pink Floyd, Soft Machine, Fleetwood Mac, la Experience…un periodo entusiasmante…poi siamo andati in tour in America ed e’ stato un successo bellissimo. Solo che, come era di moda all’epoca, in piu’ occasioni ci siamo ritrovati che qualcuno aveva spruzzato di acido i nostri drink. La cosa puo’ sembrare divertente, ma in realta’ ebbe degli effetti collaterali non proprio piacevoli. Drachen, il batterista, in piu’ di un occasione si metteva a lanciare in giro pezzi della batteria durante i concerti! E, insomma, non e’ che fosse Keith Moon che i roadie rimettevano tutto a posto per lui in un attimo…no, alle volte dovevo intrattenere il pubblico anche per venti minuti mentre la situazione tornava in qualche modo sotto controllo. E poi l’effetto di queste involontarie esperienze psichedeliche fu veramente devastante per Vincent Crane, che ormai iniziava a manifestare segni di grave instabilita’ psichica.”
Esistono tante testimonianze in video del Crazy World, dalle esecuzioni del loro classico hit “Fire” con tanto di casco fiammeggiante, fino ad altro materiale meno noto ma sempre spettacolare. In particolare esiste una versione di “Nightmare” presa dal film The Committee del ’67, che rende particolarmente bene l’atmosfera evocata dalla band al finire degli anni sessanta.
Ormai il gruppo aveva un album alle spalle e un singolo entambi numero uno nelle classifiche Inglesi, numero due in U.S.A. e suonatissimi dalle radio Americane. I tour si succedevano con band del calibro di Airplane, Doors, Experience, Chuck Berry, Byrds. Purtroppo pero’ qualcosa non andava nel verso giusto. Crane aveva dovuto sospendere i tour e ricoverarsi in ospedale psichiatrico, mentre Theaker aveva preferito restare al sole della California e suonare la batteria nei Love. E i rapporti fra i due si erano definitivamente deteriorati, uno insofferente delle psicosi dell’altro.
“ Vincent con il suo modo di fare tutto middle class londinese mi diceva, In tutte le band del mondo, il batterista mette giu’ un ritmo, e il tastierista costruisce solo e melodie. In questa fottutissima band, io metto giu’ un ritmo, mentre quell idiota si scatena!”
Arthur decise di non forzare la mano e aspettare che Vincent fosse in grado di riprendere l’attivita’ dopo un periodo di riposo psicofisico. E in quei giorni, dopo qualche audizione, alla batteria arrivo’ un giovane inusuale talento: Carl Palmer.
“ Quando era con noi Carl, pur essendo un batterista straordinario, era ancora un ragazzo diciassettenne, molto diverso dal serio professionista che sarebbe diventato di li’ a poco. Veniva dalla band di Chris Farlowe dove si suonava un r’n’b’ molto tradizionale. Con noi inizio’ ad espandere il suo drumming in maniera decisamente piu’ libera. Si divertiva tantissimo Palmer, ricordo che alle volte vedendo una ragazza particolarmente attraente si presentava da lei tutto serio e diceva Hey! Pagherei anche solo per sentirti scorreggiare! Ah! Ah! Ah! Carl…Era solo un ragazzo, ma stava gia’ cambiando, giorno per giorno…” la band a quel punto funzionava bene, suonava in grandi festival, si prospettava un secondo album. Durante un soggiorno a New York, Arthur e Crane decisero anche di tentare un progetto diverso. Una fusione con la Experience di Hendrix, una cosa pensata alla grande, con un grosso elemento di spettacolarita’ live. Si parlava di schermi giganti, nastri pre registrati, una vera esperienza multimediale, vecchio pallino di Arthur Brown sin dai tempi di Parigi.
Ma poi non se ne fece nulla, e sia la Experience che il Crazy World giunsero alla fine dei rispettivi percorsi. Vincent Crane e Carl Palmer andarono a fondare i potentissimi Atomic Rooster, lasciando Arthur Brown senza band.
Quello che sembrava un evolversi delle cose disastroso prese invece una piega completamente diversa. Brown di fatto non si era mai sentito a suo agio nel mondo del rock mainstream, per quanto questo concetto potesse essere applicato nei primi anni settanta, e la chiusura dell’esperienza con il Crazy World apri’ le porte alla parte forse piu musicalmente interessante della sua carriera, sicuramente la piu’ avventurosa: Kingdom Come. Un ensemble mutevole, incentrato intorno alla figura di Arthur e del chitarrista Andy Dalby, ma nel quale al tempo stesso tutti i musicisti coinvolti godevano della massima liberta’ artistica. La musica lasciava le ormai rassicuranti sponde del rock classico made in England, per spostarsi con il vento del cambiamento verso un mix inedito di teatro,space rock e progressive.
Gli spettacoli dal vivo si facevano ancora piu’ imprevedibili, spesso in situazioni di assoluta anarchia, come nella loro storica esibizione al neonato festival di Glastonbury, che oggi youtube ci rende disponibile con tutto il fascino di quegli anni lontani. Arthur Brown non aveva certo remore a spingere sull’accelleratore, e se questo comportava un po’ di disagio nel pubblico…Ben venga.
Ne sanno qualcosa gli spettatori del Palermo Pop ’70.
Durante il concerto si mise a saltare sul pianoforte completamente nudo…Un po’ troppo per un povero padre di famiglia palermitano che aveva accompagnato le figlie a vedere Duke Ellington e Bobby Solo, altri ospiti del festival. E cosi arrivarono quattro genadrmi con i pennacchi e con le armi, portandosi via il povero Arthur per ben quattro (!) giorni di galera con l’accusa di oltraggio al pubblico pudore.
Ancora oggi lui non ne parla troppo volentieri di questa tragicomica esperienza.
“ Si, in Sicilia ho passato un guaio per quel concerto…Invece una volta in Francia e’ andata diversamente. Il manager del tour era il leggendario Giorgio Gomelsky, e durante un numero io salto sul palco e mi tolgo di colpo tutti i vestiti restando completamente nudo sotto i riflettori. Di fianco a Giorgio una signora piuttosto anziana al vedere questa cosa ha un momento di vero smarrimento…Giorgio, da perfetto gentelman, le chiede: Madame, si sente bene?! E lei gli fa, non molto ragazzo, non molto…ma penso di potercela fare non ti preoccupare…in fondo e’ il secondo uomo nudo che vedo in vita mia, oltre mio marito! Gli anni con le varie formazioni del Kingdom Come sono stati veramente qualcosa di incredibile. Totale liberta’ creativa, sperimentazione sonora ed esistenziale. Basti pensare a come e’ nata la collaborazione con Victor Peraino. Arrivo’ con dei comuni amici nel backstage al festival di Reading. Ci siamo messi a parlare di tastiere, mellotron e sintetizzatori. Poi arriva il momento di andare in scena e il nostro tastierista non si presenta al concerto…Mi ricordo allora di quel ragazzo americano, Victor, con cui avevo parlato un ora prima nei camerini. Lo chiamo e gli dico dai, sali sul palco, questo e’ un synth VCS3, connetti i cavi e tira fuori qualcosa non ti preoccupare! Andra’ alla grande! Non solo ando’ benissimo, ma resto’ con noi per molto tempo e registrammo insieme Journey il nostro disco piu’ sperimentale. Sostenuto dal ritmo delle drum machine, fu realizzato nel ’73 quando queste cose erano veramente avanti nel tempo. Ma ogni cosa ha il suo momento, e ormai ero arrivato a un punto morto. Non mi sentivo piu’ di continuare a suonare musica con una band, avevo bisogno di fare altro. Volevo andare in India, trovare una specie di guru, approfondire il mio percorso spirituale. Trovai una comunita’ in Inghilterra che meditava e sperimentava uno stile di vita differente. Mi ricordo che arrivai li vestito come un monaco francescano, e rimasi assolutamente sorpreso quando mi presentarono il maestro spirituale, sembrava Clark Gable! Ma rimasi con loro per un lungo periodo, e in fin dei conti trovai le risposte alle domande che stavo cercando.”
Ovviamente l’allontanamento dalle scene e dal mondo della musica non fu definitivo e Arthur torno’ a piu’ riprese a cantare in un microfono e a produrre dischi. Uno dei progetti piu’ interessanti fu con Klaus Schulze. Fecero inseme una composizione per tastiere e voce chiamata Dune. “ Klaus era tanto bravo, ricco di talento, quanto fuori di testa. Ogni mattina si svegliava e faceva colazione bevendo champagne e succo di pesca. Poi passava a mangiare un piccolissimo muffin, sepolto in una montagna di panna, una cosa sproporzionata! Klaus Schulze e’ un musicista unico, avventuroso. Sono stato molto fortunato a lavorare con lui.”
Come quasi tutti i musicisti della sua generazione, Arthur Brown passo’ l’era glaciale degli anni ottanta in ibernazione artistica. Non rimase fermo a guardarsi intorno pero’: Si dedico’ ad altre cose, approfondi’ le sue ricerche spirituali, consegui’ una seconda laurea negli States, e fece una serie di lavori lontani dal mondo dello spettacolo.
Un po’ alla volta la voglia di palco ritorno’ pressante, e anche aiutato dai vecchi compari della londra underground Hawkwind, Brown riprese la sua strada. Da quel momento in poi, con diverse band e progetti, il mito del “ God of hellfire “ e’ andato crescendo, riscoperto da nuove generazioni di appassionati e soprattutto in questi ultimi anni e’ stato un continuo di tour, festival e collaborazioni.
Il tempo passa, e mi rendo conto che per lui questo e’ l’ultimo giorno di registrazioni prima di tornare in Inghilterra. In linea con la ritrovata creativita’ di questi ultimi anni, stanno per uscire un nuovo disco e del materiale di archivio inedito, oltre al nuovo disco dei Kingdom Come con Victor Peraino. Prima di andar via vuole farci sentire qualcosa del materiale appena completato. La sua voce suona potente e carica di pathos piu’ che mai, siamo tutti visibilmente sorpresi da quello che sentiamo. Vorrei dirglielo, fargli i complimenti, ma lui e’ gia’ oltre. Mi parla della Brainbox e di come vorra’ cercare di usarla a maggio dal vivo, di altri mille progetti ancora in fase embrionale…
Ci salutiamo con un abbraccio, e mi lascia con il suono della sua risata e la luce del suo sguardo da ragazzo. E una sensazione contagiosa di grande serenita’. Quella di chi ha attraversato e attraversa la vita rimanendo se stesso, tenendo in qualche modo la rotta verso quello che veramente vuole e che veramente e’.
A furia di stare con Tyrrell mi sa che sto diventando un gatto blues.
A volte ripenso alla casa dove sono nato, là a CADELBOSCO SOPRA. Ricordo mia madre e miei fratelli, giorni felici da gattino che non capiva niente, poi d’improvviso il ritrovarsi perso e solo in un sottopasso, qualcuno che mi soccorre, mi porta al gattile e poi due umani che mi vengono a raccogliere. Ditemi se non è un inizio blues. Allora quando sono in quei momenti ho bisogno di un po’ di AOR suadente e triste che mi faccia vivere in toto il fiotto di nostalgia.
Ci sono certi umani che diventano matti per noi gatti, io devo ancora capire come mai, ma ad ogni modo ne approfitto, sono così instupiditi che riusciamo a prendere controllo della loro mente. A me qualche volta riesce, con Tyrrell ad esempio: lo fisso negli occhi, li socchiudo, lui si avvicina, faccio prrrr prrr, alzo la coda, gli do una leccata sul naso, lui inizia ad avere quella faccia da citrullo…
Tyrrell & Palmir (foto della Terry)
lo rifisso negli occhi, lui diventa una sorta di stoccafisso che io posso comandare a piacere. Allora lo guido davanti agli scaffali di CD, alla lettera F, lui ha un riflesso involontario e si avvicina ai dischetti dei FREE ma io inverto la rotta, F come FOREIGNER, DOUBLE VISION, BACK WHERE I BELONG …perché come detto anche io ho qualche nostalgia…
Ma è solo un istante, devo dire che sono piuttosto fortunato, vivo in campagna, sono libero di correre veloce come il vento tra prati di margherite, di arrampicarmi sui frassini, di cacciare le talpe, i fagiani, le lepri. Poi quando son stanco rientro in casa, una buona cenetta, un po’ di acqua oligominerale, una goccia di SOUTHERN COMFORT e duro da grattare mi sdraio su TYRRELL che è ancora imbaciuchito e in mio potere. Dopotutto, la mia vita da gatto blues non è male.
Tyrrell e il gatto Palmiro sotto i fumi del Sothern Comfort
Quante volte l’abbiamo pensato? Come sarebbe stato quell’album se al posto di quel pezzo ci fosse stato quella outtake fighissima? Se ad esempio, per rimaneree nel nostro mondo da teste di piombo, HEY HEY WHAT CAN I DO avesse chiuso LZIII invece di HATS OFF TO(ROY) HARPER, se il pezzo HOUSES OF THE HOLY avesse preso il posto di THE CRUNGE sull’album omonimo, ma soprattutto se DARLENE e WEARING AND TEARING fossero state preferite a SOUTH BOUND SAUREZ e HOT DOG nella songlist di ITTOD. L’ultimo album da studio dei LZ sarebbe stato davvero assai più dignitoso. Devo far presente che comunque è un album che amo moltissimo, che è stato l’unico album storico dei LZ che ho vissuto in diretta e che perciò riverso su di esso tutto il mio affetto giovanile, ma per la storia del rock e il casual fan non è che sia poi ‘sto capolavoro. Eppure, provate a sostituire SBS e HD con D e WAT e come per magia, tutto si fa più coerente, meno sfilacciato, più coeso.
Ancora non capisco come abbiano potuto scegliere SBS e HD; d’accordo, era un periodo di confusione e di transizione, JONES e PLANT si erano trovati ad avere un potere che mai avevano sognato, ma SBS e HD sono due outtakes (seppur ottime) e non pezzi con la dignità da album (dei LZ). Per la verità anche DARLENE ha il respiro dell’outtakes, testo praticamente inesistente buttato lì giusto per finire il pezzo, esecuzione dell’assolo di chitarra non esattamente a fuoco (benché interessante e gradevolissimo), ma la performance è piena di vigore (seppur decadente) e di uno spirito boogie irresistibile che be si sposa con la copertina dell’album (ma d’altra parte anche SOUTH BOUND SUAREZ ha lo stesso sapore, quel misto di assenzio, rum e Southern Comfort), copertina che richiama alla mente New Orleans o quantomeno il sud degli States.
WEARING AND TEARING poi avrebbe rappresentato molto bene i LZ, seppur un po’ dimessi, nell’atto dell’attraversare il momento d’oro del punk inglese e il momento di transizione per la musica rock in quegli anni tribolati. E’ un rock durissimo, dai contenuti e dai ricami un po’ distanti dall’hard rock classico, scaltro e scarno e comunque ricco di buoni spunti musicali.
Come vedete dalla copertina qui sopra mi sono divertito a ridisegnare l’album, spinto dalle nuove deluxe edition di prossima uscita e dai confronti con Luca nei commenti dei post dedicati ad esse. Luca preferirebbe OZONE BABY rispetto a FOOL IN THE RAIN…ho provato pure quella combinazione, ma non mi convinceva appieno così, dopo un consulto con Picca, sono tornato all’idea iniziale. OZONE BABY mi piace parecchio, ma ha anch’essa la silhouette dell’outtake. Bel pezzo ma non memorabile, assolo di Page non del tutto convincente nell’esecuzione.
Ascoltando in macchina il cd in versione revisited mi diverto come un matto e finalmente godo di ITTOD in modo completo e definitivo. Certo che però la quinta bonus track mi mette scompiglio: è solo una isolated drum track, ma è relativa ad un pezzo mai sentito delle session di ITTOD appunto. Così cerco di immaginarmi il pezzo seguendo il drumming di JOHN HENRY BONHAM. Speriamo che il DARK LORD la inserisca nel companion disc dell’ottavo disco da studio.
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