Prendere coscienza di riflessi incondizionati che abbiamo sempre avuto ha aperto porte sorprendenti. L’ASMR è ora un nostro pensiero fisso, ed è ormai prassi quotidiana lavorare, quando possibile, con le cuffiette sintonizzate sui video youtube di DIANADEWASMR. Sì, solo su quelli di Diana Dew, che è italiana ma che fa principalmente video in inglese, perché è con Diana che, su di noi, i “tingles” prendono forma in modo completo. Abbiamo provato altri nomi, naturalmente solo femminili, ma niente da fare, è solo Diana Dew che ci aziona il pulsante start.
La particolarità di Miss Dew era quella di non mostrare mai il viso, atteggiamento che non ha condizionato la piacevolezza dei suoi video. A parte il fatto che noi facciamo quasi sempre solo un uso “audio” del suo materiale, la parte video rimaneva comunque sempre affascinante: il movimento delle mani che sapientemente accompagna quei suoni deliziosi e il dolce sussurrare è comunque un bel vedere.
Per motivi personali DD si era assentata dal suo canale youtube per qualche settimana poi, una volta tornata, ha ricominciato a produrre video…
Poco dopo, all’improvviso, senza tante anticipazioni, pubblica un clip col titolo “♋ OMG Diana has a face? ♋ Hands relaxation soft spoken ramble about ABC ASMR reportage”. Ehi, ci diciamo, Diana mostra la faccia…Finalmente smascherata! Beh, non è del tutto vero. La signorina Rugiada usa quasi lo stesso trucchetto usato da KISS nel 1980:
Insomma, sì, ci mette la faccia, ma lo fa indossando una maschera.
Resta ad ogni modo un qualcosa di clamoroso nel mondo ASMR. Diana Dew è una ragazza piacevole sotto tutti i punti di vista, ma ci chiediamo se ci mancherà il non avere il visual del suo viso mentre ascoltiamo il suo eloquio suadente e quasi inaudibile. Un po’ come vedere, all’inizio degli anni ottanta, i primi video musicali basati su delle storie. Avranno anche avuto molto successo, in alcuni (pochi) casi saranno stati anche ben fatti, ma hanno anche spento o comunque condizionato l’immaginazione.
In giro lungo gli Stonecity citylimits per lavoro. Capatina all’edicola di Marchino a Maranello: è arrivato CLASSIC ROCK UK con la BAD COMPANY in copertina.
In ufficio, discuto di lavoro con Kerla; suonano contemporaneamente il campanello e il telefono. Rispondo a quest’ultimo, mentre Kerla scende a ritirare qualcosa portato dal corriere. Al telefono con un fornitore che mi chiede se siamo interessati ad un corso d’aggiornamento di Indesign, Kerla appoggia il pacchetto alla scrivania e bibsbiglia: “Tirelli, è arrivata la droga“.
Finisco la telefonata. Apro il pacchetto …. è arrivato il cofanetto dei LITTLE FEAT. Con cura lo ripongo vicino a CLASSIC ROCK. Guardo fuori, è spuntato il sole. Mi sento bene.
Quarta puntata. Quattro pagine in più rispetto ai precedenti tre numeri, entrata in scena di DOMENICO GIARDINI di Torino che diventerà poi un caro amico e che mi avrebbe aiutato parecchio con la grafica (i cui miglioramenti si vedono già da questo numero: cover e logo).
Come sempre sopra le righe, cito TEN YEARS GONE… uno dei miei chiodi fissi da sempre, entro in contatto con il povero HOWARD MYLETT, fan ed autore di libri sui LZ di fama internazionale, LUKE BARR della fanzine inglese HOT LED inizia ad occuparsi delle news. In quei mesi si dava per certo la reunion dei LZ e la notizia scombussolò un bel po’ noi fan.
Testi con traduzioni del primo album dei FIRM (oggi sembra una sciocchezza ma allora era una prelibatezza molto apprezzata), posterino centrale di JP con la doubleneck backstage nel 1972. La recensione di MEAN BUSINESS dei FIRM, in quei giorni appena uscito, potrebbe essere un prologo di quello che sarebbe poi stato il blog. Approccio a tratti stucchevole e adrenalinitico, ma il Tim Tirelli state of mind è già tutto lì.
Riflessione su FAR POST, l’inedito del primo album di ROBERT PLANT, inserito nella colonna sonora del film WHITE NIGHTS. Il brano mi è sempre piaciuto molto. Interessante il referendum dei lettori, non ricordo quante schede mi arrivarono, direi alcune decine.
Ancora recensioni di dischi di artisti al di fuori dalla famiglia LZ; troppo generosa quella relativa a SERIOUS BUSINESS di JOHNNY WINTER, i tre dischi fatti per la ALLIGATOR non vanno al di là del 6, ma siamo in mezzo agli anni ottanta e, sebbene oggi si vivano con nostalgia pure quelli, non è che ci fosse tanto di buono in giro e un disco rock blues seppur mediocre svettava comunque, almeno nelle cime tempestose del mio animo.
Da questo numero propongo solo la cover in JPG, il resto nel PDF. PDF aggiunti anche nei post relativi agli altri tre numeri precedenti. Paolino Lisoni venerdì scorso mi ha detto: “Tim, ottima la riproposizione della fanzine, ma o che fai l’app o il PDF”. Per l’app è ancora troppo presto. :-)
Noi italiani l’abbiamo conosciuta soprattutto con il film di Tarantino, dove lei era l’indimenticabile Jackie Brown. Ma qui in America e’ un icona pop, una star a tutti gli effetti, stiamo parlando di lei, the one and only Pam Grier!
Pamela Grier
Protagonista assoluta di tantissimi film anni ’70, quelli della cosiddetta Blaxploitation, in cui musica soul, vita di strada, azione, sesso e violenza erano gli ingredienti della miscela esplosiva, Pam Grier e’ arrivata a Detroit, sua casa spirituale, per una retrospettiva di tre giorni. L’abbiamo incontrata sabato pomeriggio al Redford Theater, prima e dopo la proiezione di Foxy Brown (1974) forse il suo film piu’ famoso da queste parti. Il pubblico era quello delle grandi occasioni, diviso equamente fra afroamericani e bianchi di varie provenienze, con personaggi di ogni tipo. Dalle facce note del giro rock, agli intellettuali cinefili ma anche da intere famiglie dei ghetti, e del sottoproletariato bianco che qui molto gentilmente chiamano “white trash”.
Fila per gli autografi, magliette, un po’ di merchandising ma niente di che, nulla che faccia pensare alla star commerciale. Pam ancora bella nei suoi sessanta e passa anni, si e’ raccontata a viso aperto. Ha parlato di come fosse ancora piu’ difficile di oggi, per una ragazza nera crescere nel gigantesco ghetto degli Stati Uniti d’America. Ci ha detto di come nel suo vicinato non arrivasse nemmeno l’ambulanza, cosi che il medico locale si faceva aiutare dalla madre di Pam, in cucina, per suture e prime cure d’emergenza. Della forte discriminazione razziale e poi, all’interno delle stesse comunita’, del sessismo soffocante. Per cui una ragazza, specie se afroamericana, non contava praticamente nulla senza un uomo accanto. Contro tutto questo lei ha duramente lottato, sempre, prima nella sua famiglia, nel suo vicinato e poi nel suo ruolo di attrice. “Ho portato la mia voce politica che parlava di sessualita’, liberta’ ed uguaglianza”, senza compromessi, essendo sempre se stessa. “Mai usato una stunt nei miei film, mai accettato censure e compromessi, quella che portavo sullo schermo era una rappresentazione di quella che ero edelle donne con cui avevo passato i miei anni”. Esperta di Karate e Kung Fu, padrona al cento per cento della sua esplosiva carica erotica, la sua figura pubblica ha rappresentato un forte momento di rottura degli schemi, di impatto culturale, ben oltre le sue aspettative. E’ diventata una star, ma e’ rimasta sempre con i piedi e tutto il notevole resto ben piantati per terra, anche dopo essere stata portata da Tarantino in giro per il mondo. E’ stato un piacere incontrarla, e vederla muoversi completamente a suo agio fra la gente di Detroit, che quando la vede sullo schermo spaccare teste, saltare fra le pallottole, e sedurre con la sua bellezza, ancora non si trattiene e si mettono tutti a fare il tifo, a fischiare e chiamarla per nome. Spettacolo nello spettacolo.
Pam Grier
Prima di andare via la salutiamo, e forse conscia di essere amata dai rocker della motorcity ci ha raccontato una piccola storia.
Una volta era a Los Angeles e il produttore del suo film stava andando al Trobadour con altri personaggi famosi fra cui John Lennon. Le chiese di andare, ma lei in un primo momento rifiuto’, non sentendosi a suo agio in una compagnia esclusivamente maschile. Ma lui insisteva, e poi…insomma, si ritrova al tavolo con Lennon in piena crisi matrimoniale con Yoko. Lui conosce a memoria tutti i suoi film, e lei lo consola fra un bicchiere e l’altro, dicendogli che forse e’ il caso di tornare da Yoko a NYC. A un certo punto Pam si mette a cantare qualche parola di “can’t stand the rain” e John si unisce a lei, cosi che in pochi minuti tutto il locale ammutolisce e si mette a sentire Lennon che canta…Arriva pero’ il momento del gruppo che quella sera doveva suonare nel locale, e faticosamente si cerca di spostare l’attenzione della gente verso il palco. Loro se ne stanno buoni per un po’, ma poi complice anche il tasso alcolico, John le dice “hey Pam questi sonofottutamente noiosi!” E si rimette a cantare “can’t stand the rain” questa volta coinvolgendo tutto il pubblico presente…finche’ la situazione diventa del tutto fuori controllo, arriva la polizia e si porta via Lennon, Pam e qualche altro loro amico. “La mia cena con John e’ finita alla stazione di polizia di L.A. lo dicevo io che era meglio se non uscivo che sarei finita nei guai!”
Andiamo via, mentre lei si sposta nel ristorante di fianco al cinema per una cena con tutti i fan che vogliono seguirla.
Come dice il film “Foxy, you are a whole lotta of a woman!”
Lo sapete che sono un po’ ossessionato dalla semantica, dall’etimologia e dalla onomastica in genere; spesso qui sul blog vi tocca sopportare il mio girovagare tra il significato dei nomi e delle parole, così eccoci qui alla seconda puntata di questa rubrichetta dove tentiamo di tradurre – nel modo più accurato possibile e foneticamente sensato – i nomi e i cognomi dei nostri musicisti preferiti. Continuiamo dunque con …RICCARDINO LAGONERO dei VIOLA INTENSO e degli ARCOBALENO.
PURPLE: in Italia il porpora (dal latino “purpura”) è un rosso cupo e non un viola, ma spesso viene usato impropriamente traducendolo dalla parola inglese “purple”. Sebbene “purple” sia il nome del pigmento estratto dal murice e si riferisse originariamente al color porpora, in inglese contemporaneo ha un significato differente, che corrispondente all’uso comune in italiano di “viola”[1]. Il termine inglese “violet”, invece, indica il colore spettrale violetto corrispondente a un lunghezza d’onda di circa 380-450 nm[2]. In particolare gli anglosassoni chiamano in termini tecnici “Royal purple” questo tipo di viola, usato da Re e Principi, che foderavano di velluto di seta viola le loro corone dorate, e anche portato solennemente dai Vescovi anglicani, come pure dall’Arcivescovo Primate di Canterbury, essendo il viola simbolo del potere, temporale o spirituale. Mentre definiscono “Tyrian purple” il vero rosso porpora. Nonostante il diverso uso dei termini, non è raro trovare traduzioni erronee dell’inglese “purple” come “porpora”, specialmente per riferirsi a tonalità specifiche di “purple” che in italiano sarebbero più opportunamente identificate come tonalità di viola.D’altronde il color porpora viene raramente identificato in inglese con la parola comune “purple”. Ad esempio il titolo del film francese di Mathieu Kassovitz “I fiumi di porpora” (titolo originale “Les rivières pourpres”) è stato tradotto come “the Crimson Rivers”, cioè letteralmente “I fiumi cremisi“, colore ben più vicino al rosso porpora di “purple”. (da Wikipedia)
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DEEP: agg. 14 (of a colour) cupo, forte, intenso. (dahttp://dizionari.corriere.it/dizionario_inglese/Inglese/D/deep.shtml
Estate 1979, gli STRANGERS, o meglio THE STRANGERS, si stanno preparando a fare un concerto. I FORESTIERI (ma allora pensavamo significasse STRANIERI) siamo io, Biccio, Marcel e Mariomarchi. In quello che era il bel cortile interno dell’ abbazia di Nonantola ci si appresta a vivere uno dei guizzi dell’estate nonantolana di quell’anno. Stand gastronomici e intrattenimento musicale. Stasera tocca a noi, uno dei nostri primi concerti seri. Concerti seri, diavolo, probabilmente no, ma lo viviamo con molta partecipazione emotiva, sicuri che sarà il primo passo verso un avvenire di sicuro successo. Il repertorio di basava su DE GREGORI, BENNATO, VENDITTI (dai loro album periodo 1977/78), SAMBA PA TI di SANTANA, SGUARDO VERSO IL CIELO delle Orme e chissà cos’altro. Oggi preferisco non immaginare come suonassi il pezzo di SANTANA o come cantassi SGUARDO VERSO IL CIELO, di sicuro però so che ero determinatissimo nel cantare una versione punk rock de TU GRILLO PARLANTE di EDOARDO BENNATO.
In attesa dell’arrivo del concerto, uno dei nostri amici, leggermente più grande di noi, si occupa di mettere su dei dischi e di far aleggiare sulla festa i motivi di successo di quegli anni. Parte un’intro alla Chuck Berry seguita da uno di quei ritmi rock and roll/boogie che mi fanno impazzire, seguono pezzi dall’andamento avvolgente, tristi ma sensuali e in quel caldo giugno è quello che ci vuole per l’animo già bluesy di Team Teerally. Corro dal mio amico Daniele, mi faccio dare l’ellepi e in un secondo rimango sedotto dalle cosce di LINDA RONSTADT. Ho diciotto anni, il testosterone è probabilmente al suo zenit, la voglia rock – seppur acerba- violentissima, la cazzuttaggine anche. Go Timmy go.
Domenica di febbraio, quasi trentacinque anni dopo. Mi sveglio, sono un po’ in fase imbambitura: venerdì sera allo STONES CAFE’ a vedere PICCA & GLI ARTERIOSCLEROCKERS con ritorno alle due di notte, sabato mattina sveglia alle sette e corsa da Brian per la solita mattina prefestiva di badantaggio, sabato sera cena con amici della groupie. Stamattina Palmiro che alle sei ci sveglia perché vuole mangiare. Ore nove: mi alzo. C’è il sole, primo riflesso della giornata: mettere su un cd. Mi viene in mente LIVING IN THE USA di LINDA RONSTADT, chissà perché. L’aria sonora mi avvolge, preparo le spremute, il caffè, i pasticcini. La mente rivolta a quelle 10 canzoni. Tornano a galla sensazioni, odori, speranze dell’epoca che fu. Il disco batte dentro di me, prende il controllo del mio corpo. Vado in sala, apro lo sportello dei liquori, mi verso due dita di SOUTHERN COMFORT e lo butto giù tutto d’un fiato, come farebbe JOSEY WALES o uno della banda DOOLIN DALTON. La groupie sgrana gli occhi, è ancora metà mattina, poi sorride sorniona: “sei proprio guarito con lo stomaco”. Già, ieri ho festeggiato un anno senza patemi da dispepsia funzionale, dopo un lustro davvero, davvero difficile. Nulla cosmico onnipotente, grazie.
LINDA RONSTADT, cantante americana di musica popolare. Di discendenza tedesca-inglese-olandese-messicana, la sua fu una delle famiglie di pionieri più importanti dell’Arizona. A quattordici anni mette in piedi il suo primo trio folk, a diciotto si trasferisce in California e lì inizia la sua ascesa. Con il secondo album del 1970 sfiora la TOP 100 americana (parlo della classifica THE BILLBOARD 200, quella generale, quella che conta davvero). Col quarto DON’T CRY NOW arriva al 45° posto, con HEART LIKE A WHEEL del 1974 arriva al 1° posto. Nel 1976 è al 3° posto, nel 1977 torna al 1°, nello stesso anno esce un Greatest Hits che arriva alla sesta posizione. Nel 1978 con LIVING IN THE USA riguadagna la vetta. Trionfo.
L’album è pieno di canzoni bellissime ed è suonato da musicisti bravissimi, tra cui il grande WADDY WATCHEL. BACK IN THE USA (esce anche come singolo piazzondosi al 16° posto) è naturalmente quella di CHUCK BERRY e la porto del cuore perché, come scritto, per me fu il primo assaggio della RONSTADT…
JUST ONE LOOK (come singolo nel 1979 arriva alla 44esima posizione) …deliziosa e leggera …
ALISON è quella di ELVIS COSTELLO, ed è, lo sappiamo, un gioiellino. COSTELLO criticò la versione, troppo country-americaneggiante, ma poi se non altro confessò che gradì molto il sacco di soldi che gli arrivarono grazie ai diritti …
WHITE RHYTHM &B LUES del grande JOHN DAVID SOUTHER è la mia preferita. E’ questa la canzone per l’uomo (e la donna) di blues. Risentirla oggi, quando la vita è ormai segnata, quando il più è stato fatto, quando non c’è più tanto tempo per cambiare la strada su cui sei, non può che trasformare i sospiri in pianto …
I don’t want you to hold me tight Till you’re mine to hold And I don’t even want you to stay all night Just until the moon turns cold
All I need is black roses White rhythm and blues And somebody who cares when you lose Black roses, white rhythm and blues
You say that somebody really loves you You’d find her if you just knew how But honey, everyone in the whole wide world Is probably asleep by now
And they’re dreaming of Black roses, white rhythm and blues And somebody who cares when you lose Black roses, white rhythm and blues
Close your eyes Sleep away all your blues I’ve done everything but lie Now I don’t know what else I can do
Ah, the night time sighs and I hear myself But the words just stick in my throat Would you think that somebody like me Might hurt much more than it shows
Just send me black roses White rhythm and blues And somebody who cares when you lose Black roses, white rhythm and blues Black roses, white rhythm and blues
ALL THAT YOU DREAM è dei LITTLE FEAT ed è, sebbene non ci sia lo zampino del mai troppo compianto LOWELL GOERGE, anch’essa splendida. Musica americana at its best.
Altra cover altro successo: OOH BABY BABY, di Smokey Robinson, arriva al 7 posto della classifica americana sempre nel 1979 …
MOHAMMED’S RADIO è l’ennesimo momento da brividi, altro istante di intensità altissima della musica americana, scritta, anche qui, dal mai troppo compianto WARREN ZEVON. Tra l’altro è il pezzo da cui il nostro amato IVAN GRAZIANI prese, diciamo così, l’ispirazione per la sua PASQUA …
WHEN I GROW TOO OLD TO DREAM, BLOWING AWAY e LOVE ME TENDER (il successo di Elvis) sono – a mio parere – gli unici episodi di livello standard. Troppo dolciastri, ma sette canzoni sfavillanti su dieci sono una bella media.
Linda volò alta sulle classifiche fino al 1990, poi divenne semplicemente leggenda. Gli anni duemila l’hanno vista prendere posizioni politiche scomode (per l’America), supportando il lavoro del regista MICHAEL MOORE e definendo l’allora presidente GEORGE W BUSH un cretino, lottando contro l’omofobia, sostenendo l’agricoltura e l’economia sostenibile. Una superfiga quindi, sotto ogni punto di vista. Nel 2013 rivelò di soffrire del morbo di Parkinson.
Terza puntata. Entro in contatto con i primi fan inglesi come LUKE BARR, giovanissima (allora) ledhead responsabile della fanzine HOT LED e con LUCIANO VITI, uno dei fotografi musicali italiani più bravi e noti, il nostro ROSS HALFIN insomma, anche lui amante dei LZ e del rock 1967/77. Malgrado il livello non certo professionale di OH JIMMY e del Tim ragazzo, Luciano mi sta ad ascoltare, mi racconta aneddoti, mi telefona. Ora ho perso i contatti, ma non smetterò mai di ringraziarlo abbastanza. Le voci della possibile reunion post LIVE AID allora erano vivide, giustificate, veritiere; peccato che dopo un paio di prove ad inizio 1986 Plant. come suo solito, si tirò indietro. Il fido FRANCO ROMAGNOSI recensisce uno dei bootleg più famosi del gruppo “Dal Vivo Sulla Collina Dei Mirtilli – Los Angeles Forum 4 settembre 1970” e io inizio a trasformare OH JIMMY in quello che poi sarebbe diventato il blog: uno spazio dedicato ai LZ& RELATED, dove però si parla anche del rock più o meno affine. Ecco le prime timide recensioni di roba uscita più o meno in quel periodo…AEROSMITH, ALCATRAZZ, MICK RALPHS, AC/DC.
Titoli ancora costruiti con i trasferelli, grafica poverissima (ma è vero quello che scrivo nell’introduzione: altre fanzine in giro a quei tempi erano ben peggio da questo punto di vista), spunti grafici a base di stelline, note musicali, soli, auguri di natale con alberelli e fiocchi di neve. Ah!
La groupie, che di solito si sveglia a ridosso dell’alba, prima di partire viene a svegliarmi “Buongiorno Tyrrell, dai tirati su che devi andare da quel cliente”. Mi dà un bacio e poi esce da casa. E’ un po’ che quando ho appuntamenti o riunioni di prima mattina richiedo a lei il servizio sveglia, perché in questi ultimi mesi a fatica riesco a sentire la sveglia. Sono in uno stato di cottura permanente, più psicologica che fisica, così uscire dal letto è un po’ come uscire dal caldo ventre materno…ci manca solo che un’ostetrica mi dia uno schiaffo per farmi piangere e siamo a posto.
Mentre mi preparo controllo il cellulino …. Salvo mi ha mandato un messaggio “Since I’ve Been Loving You dei GREAT WHITE è … non ho parole!”, immagino che il Sicily boy intenda dire che gli piace moltissimo. Vado di fronte agli scaffali, lettera G, tiro fuori il loro live tributo ai LZ, metto su SIBLY…
Fine febbraio, piove, tanto per cambiare. L’anno scorso eravamo a ridosso di forti nevicate, ma ora c’è questa pioggia neutra, insignificante, sfibrata. In garage mi accorgo di non avere la chiave della blues mobile. Tiro la prima madonna. Torno in casa a cercarla. Diretto come ogni dannata mattina a Stonecity, su Radio Capital, Lateral di Luca Bottura. Le country road che a tratti percorro a volte nascondono delle insidie: da Bath (Bagno, insomma) verso Little Court (Corticella, insomma) sto per attraversare un incrocio solitario, lì vicino una macchina ferma, all’interno una coppia di anziani che evidentemente sta cercando la via giusta per andare da Toschi a comprare una coppa (l’insaccato). Improvvisamente Gisto inserisce la retromarcia e viene nella mia direzione mentre sto passando. Con una manovra degna della groupie versione speed-queen riesco a evitarlo con una brusca sterzata, poco più avanti suono il clacson, mi fermo, apro lo sportello e gli urlo “Ma sei cretino, porcamadosca”. Gisto fa l’incazzato, lo vedo agitarsi all’interno della macchina, scendo e faccio per andargli incontro. Gisto si attacca al clacson e parte (nella direzione sbagliata). Ritorno in me. Guardo l’orologio, ore 8,35, e ho già tirato due madonne. Ho bisogno di musica; rendo ovattata l’atmosfera all’interno della blues mobile con gli Steely Dan (in versione SHM-CD of course, alla faccia di Piccus che dice che non c’è differenza con i CD fatti con materiale standard), mentre fuori, sullo stradone Herberia-Stonecity, camion e furgoni s’ inseguono diretti alle grandi fabbriche.
Ripenso a un paio di cose che ho letto di recente sul diario di ROSS HALFIN:
“Oliver Halfin told me I should hear The Winery Dogs, so he played it. I thought it was rubbish, tired old stuff with people who just overplay and can’t write songs”, beh sarà contento il mio amico Lorenzino Stevens che dei WINERY DOGS è un fan…
“Johnny and Edgar Winter (TOGETHER Live 1975 ndTim) is from 1976 and is appalling – they sound like a wedding band…”, ecco qui sono meno contento io. Il live TOGETHER dei fratelli WINTER è schifoso? Davvero sembrano una band da matrimonio? Ora, trattasi di esibizioni del 1975, fatte alla fine di un paio di concerti di JOHNNY WINTER, dove l’EDGAR WINTER GROUP era l’opening act, con tutte e due le band sul palco a suonare insieme qualche vecchio standard amato dai fratelli albini.
Non è semplice in quel contesto, poco più che una improvvisazione tra musicisti dello stesso giro, mettere su vinile esibizioni perfette, ma…gruppo da matrimoni? Sono io ad essere così accecato dall’amore che ho per fratelli INVERNO da non sentire l’aspetto “matrimoniale” della faccenda? Picca, Lorenz, Jaypee, Giancarlo… è così?
Alle 9 in punto sono dal cliente, poco dopo in ufficio davanti a un thé caldo. Alle 13 dovrò essere al Policlinico di Mutina a far rinnovare una carta medica per Brian, poi mi fermerò da lui e infine di nuovo qui in ufficio. Sono già stanco. Guardo fuori dalla finestra, grigiume… si ferma il furgone di un corriere, ho una scossa d’eccitazione, che sia uno dei pacchetti che Amazon UK (avevo scritto “OK”…sintomatico…) mi deve consegnare? Macché, il corriere suono nella palazzina di fronte. Vado sul mio account di Amazon UK a riguardarmi gli ordini fatti:
Con la scusa di raggruppare gli articoli in una unica spedizione per risparmiare sulle spese di trasporto, ho capito che fino a marzo non mi arriverà nulla. Guardo fuori, febbraio continua a piovere da un cielo cinereo, mi bevo un Southern Comfort e mi metto a lavorare. Vita blues.
Pausa pranzo. In tangenziale sud a Mutina. JEFF BECK spara SO WHAT, risvolti metallici e industriali che ben si adattano al mood generale di oggi e al tempo atmosferico…
Al monumento al grappolo d’uva che capeggia al centro di una delle grandi rotonde sulla tangenziale volto a sinistra, mi infilo sulla Vignolese diretto al Policlinico. Osservo vecchie ville padronali, palazzine affacciate sulla strada, distributori chiusi. Piove. JEFF BECK incornicia i quadretti che vedo dal mio parabrezza con JB’S BLUES…
Passo davanti a dove abitava LAURA, il cuore rallenta, maledico il caso, il destino, il fato, dio, il demonio, chissacché o chissacchì. In un fiotto di religiosa laicità mi chiedo se la sua anima è lì che aleggia da qualche parte o se si è inabissata nelle profondità siderali dell’universo.
Fermo ad un semaforo mi cade l’occhio su un manifesto che pubblicizza il “piano solo tour 2014”. di Giovanni Allevi, quel simpaticone che “Beethoven è una mezza sega”. Mi vien voglia di fermarmi e di pisciare sul poster. Entro al Policlinico, ingresso 1 corridoio A. Una infermiera amministrativa mi consegna il rinnovo della “Scheda Prescrizione Per Pazienti Ambulatoriali Esterni” per la terapia anticoagulante di Brian. Mi rimetto in macchina. Sulla via Emilia, fermo ad un altro semaforo guardo la Ghirlandina in lontananza, JEFF BECK mi scioglie l’anima con uno dei suoi pezzi languidi…
Mutina in February (Foto di TT 2014)
Svolto in Ciro Menotti, passo non lontano da Picca, mi piacerebbe chiamarlo e offrirgli chessò (sì, lo so, oggi sono in fissa col raddoppiamento fonosintattico) un CYNAR, un PETRUS, un AMARO BENEDETTINO, ma Brian mi aspetta, sono già in ritardo… un salto veloce in un caffè per far svagare cinque minuti il mio vecchio e poi riparto per l’ufficio. Giornata dunque loffia, poco interessante, giornata in cui anche i blues sembrano “inculenti” ma poi, d’un tratto alle 15,15 RADIO CAPITAL trasmette TARKUS degli EMERSON LAKE AND PALMER… la giornata inizia a svoltare. Poco dopo mi arriva un messaggio da VALERIA del management di LOREDANA BERTE’: m’ invita a vedere il concerto di LOREDANA a BOLOGNA il 3 marzo al Teatro Europauditorium. Ecco, che una del management di un’artista affermata si preoccupi di invitare un uomo di blues che ha un blog miserello dove si parla di musica sì, ma fuori dai binari canonici dei media musicali italiani, lo trovo molto, molto positivo. In Italia, c’è ancora speranza.
A gentile richiesta ecco il numero due. So che mi ripeto, ma devo vincere una sensazione di imbarazzo mica da poco per continuare a pubblicare queste cose sul blog…un po’ scritto con l’accento anziché con l’apostrofo, ringraziamenti sopra le righe a David Coverdale, lettere aperte a Robert Plant, photoshop fatti con la biro con JP che dice “Oh Jimmy is really good”…ma cosa mi passava per la maruga in quegli anni? Mah! Sfogliando le pagine del mio passato ripenso all’assemblaggio dello stesso, curvo su di una macchina da scrivere, alle prese con i trasferelli, l’aiuto di mio padre (il vecchio Brian insomma) e di mia madre nel fascicolare le pagine stampate nella tipografia di un amico per poi poterle confezionarle con i punti metallici, ah che tempi. Ad ogni modo, intervista ai FIRM, spazio bootleg a cura del fido Frank Romagnosi, articolo generico di Jimmy, considerazioni su Pistoia 84, LZ al Live Aid, il libro Hammer Of the Gods, Picca che comprava le copie nel negozio di Fangareggi 2 in centro a Mutina di fianco al Duomo…il tutto 29 anni fa. A quel punto la fanza era una questione ancora prettamente italiana, nelle prossime puntate vedremo come pian piano, grazie ad essa, entrai in contatto con una serie di fan che mi permisero di entrare nel giro mondiale di fan dei LZ dando un respiro internazionale (nell’ambito di cui stiamo parlando), se non alla fanzine, al mio nome … affacciarmi su altri orizzonti fu davvero entusiasmante, e divertente.
Questo terzo compleanno del blog arriva in un momento in cui mi pare di essere più in affanno che in passato. I soliti blues che non descrivo nemmeno più fan sì che io trascuri il blog, che riponga nei cassetti della mente ogni idea che mi viene, che tenda a posticipare ogni fiotto di pensiero che lo riguardi. Vorrei fare di più, vorrei scrivere con più attenzione, affrontare i temi trattati più in profondità, easminare argomenti più interessanti, ma in questo momento non mi è possibile.
Happy Anniversary!
You registered on WordPress.com 3 years ago!
Thanks for flying with us. Keep up the good blogging!
Un po’ me ne dispiaccio, ma poi mi dico che se dovessi aspettare di avere il tempo a disposizione che desidero, la vena creativa più brillante, gli argomenti più stimolanti, finirei per non fare nulla. Così, nel bene e nel male, porto avanti questa bella avventura, queste storielle raccontate sotto voce nel confessionale del blues, questo confronto con la bella comunità che si è creata intorno a questo “diario tenuto sulla rete” dello smilzo di Nonantola … Nonantolaslim … Magister Timotheus … Steven Tyrrell … insomma io, Tim Tirelli.
Confessionale del blues
Non posso non ringraziare ancora una volta tutti voi che composti restate in ginocchio sui banchi di questa cripta blues, di questa cattedrale dello spirito laico, di questa voragine da cui ci divertiamo a guardare negli occhi l’abisso, di tutti voi che, insieme al vostro magister, in fila indiana, scendete la scala che porta prima agli inferi e poi al paradiso (quello profano of course).
La Cripta della Abbazia di Nonantola
Un giorno ci incontreremo sugli spalti del Los Angeles Forum, del Madison Square Garden, del Budokan o anche solo su quelli della domus saurea e allora porteremo in trionfo la coppa della lega dei campioni del blues e intoneremo tutti insieme i versi sacri:
Mystery surrounds me, and I wonder where I’m going There’s a cloud above me and it seems to hide the way I’m going straight ahead, ‘cos it’s the only way I know I wanna leave the past, and leave just for today
Head upon the highway, just as fast as I could go I rode through the night, and halfway through the day I had no direction I didn’t even want to know where I was going The only thing I knew, was that I had to get away
Sweep those blues outside the door You won’t need them anymore I’m coming to you I must have been a fool before Now all I want All I want All I want is you
So roll away your loneliness You have sent your last S.O.S. Turn you heart on put your mind at rest ‘Cause all I want All I want All I want is you
I’m on flight 1 1 2 The airport’s straight ahead Runway lights in blue and red Now the seatbelt sign’s aglow I’m nearly home, nearly home
So throw throw those long sad books away Times and crimes of yesterday Tonight I’m gonna love you Till the break of day ‘Cause all I want All I want All I want is you
Uomini e donne di blues del TT blog, eye thank yew!
We want to teach you one thing. Take your right hand, and put it in the air, right hand. Right hand, you fool. Cup the hand like that. Take it to your nose, and go. And then, Eye thank yew. After three. One, two, three. Eye thank yew. Good evening.
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