TITLE: BAD COMPANY, Apollo, Glasgow, Scotland, march 6 1979
LABEL: no label
TYPE: audience
SOUND QUALITY: TTTT+
PERFORMANCE: TTTT+
ARTWORK: self made
BAND MOOD: TTTT
COLLECTION: TTTT
Questo era un bootleg che stranamente mancava alla mia collezione, non che della BAD COMPANY ce ne siano a bizzeffe, ma il meglio di quanto c’è in giro (relativo alla BAD COMPANY originale del periodo live 1974/79) credevo di averlo. E invece, ecco qua che sbuca all’improvviso da una semplice ricerca, questa registrazione audience del concerto del 1979 tenuto in una delle rock venue e città più calde della storia del Rock. Sì, Glasgow è nota per essere una piazza che sa eccitarsi, far festa, lasciarsi andare.
Con certi nomi poi la città dei RANGERS sa esaltarsi, e la BAD COMPANY è uno di questi. Per quanto concerne la qualità audio, trattasi di un’ottima registrazione audience, adatta anche al casual fan. Il tour del 1979 fu l’ultimo della original BAD COMPANY, che da lì a due/tre anni andò a dissolversi in cometa. A quel tempo il mood del gruppo non era certo quello dei primi tre anni, a dispetto del grande successo che l’album DESOLATION ANGELS (Swan Song 1979) ebbe in quel periodo (3° nella classifica USA, ROCK AND ROLL FANTASY al 13° posto nella classifica dei singoli USA, 10° nella classica inglese degli album).
Tuttavia il tour del 1979 può considerarsi assolutamente riuscito: concerti sold out, scaletta interessante, prova d’insieme ottima. Come sappiamo, a parte Rodgers, non è che nel gruppo ci siano musicisti straordinari, ma KIRKE, BURREL e RALPHS assicurano una solidità che non tutti riescono a garantire.
KIRKE poi non sarà BONHAM o COZY POWELL, ma è un gran batterista rock…bel suono, interventi dosati, eleganti e al contempo potenti e risoluti, batteria come si deve (pochi elementi, un solo tom).
BAD COMPANY – Wembley 1979 photo by Addy Nijenboer
SIMON KIRKE – Wembley 1979 photo bt Addy Nijenboer
In questo bootleg non ci sono assoli di chitarra sorprendenti, RALPHS e RODGERS si concedono alla solista con parsimonia, con fraseggi ben strutturati ma tutto sommato semplici, ma il tutto viene compensato come detto poc’anzi con prove caparbie e tenaci.
PAUL RODGERS – Wembley 1979 photo by Addy Nijenboer
Ben cinque pezzi provengono da DESOLATION ANGELS, l’abum che sarebbe uscito in quel marzo, c’è persino SHE BRINGS ME LOVE, ballata semi gospel che certo non è unpezzo di punta. Insieme a questi ovviamente anche alcuni dei classici del gruppo.
MICK RALPHS -Wembley 1979 photo by Addy Nijenboer
Durante tutta la registrazione è impossibile non notare il caldo abbraccio che il pubblico dell’Apollo riserva ai ragazzi, anche dopo BURNIN’ SKY, pezzo d’apertura suonato senza la dovuta sicurezza. Dopo MOVIN’ ON, CANT’GET ENOUGH e FEEL LIKE MAKIN’ LOVE a chiusura del concerto, le grida e gli applausi si trasformano un una sorta di isteria collettiva. Doveva essere davvero una gran cosa suonare per un pubblico così. Ah, cosa avrei dato per vedere la BAD CO in concerto negli anni settanta.
Bel bootleg dunque, ottimo per riscaldarci l’animo in vista del lungo inverno che sta arrivando. BAD CO RULES!
BOZ BURRELL – Wembley 1979 photo by Addy Nijenboer
Per me leggere Zagor (e lo stesso discorso vale per Il Comandante Mark e forse anche per Mr No e Tex) è come ascoltare un vecchio disco di blues nero diciamo degli anni quaranta/cinquanta. Il tutto è permeato da ingenuità genuina, d’approccio naif, da purezza e semplicità d’intenti che il tutto ti arriva al cuore direttamente e senza filtri. Questo è il primo Color Zagor e a seconda di come andrà nelle vendite avrà un seguito oppure no. Una lunga storia di Zagor tutta a colori…io non ho saputo resistere.
MARTIN MYSTERE n.328 agosto/settembre 2013 “Protocollo Leviathan” (Sergio Bonelli Editore – Euro 5,00) – TTTT
Profondità marini, leviatani, poteri della mente, forze oscure. E via, altri 5 euro che se ne vanno.
STORIE DI ALTROVE n.16 ottobre 2013 “Il Vampiro Che Fece La Rivoluzione” (Sergio Bonelli Editore – Euro 5,20) – TTT½
Soggetto: Carlo Recagno / Sceneggiatura: Carlo Recagno/ Disegni: Alfredo Orlandi/ Copertina: Giancarlo Alessandrini-Alessandro Muscillo
Dal sito della Bonelli:
Parigi, anno 1792. Sono in atto i terribili sconvolgimenti che porranno fine all’ancien régime. Il generale Lafayette è caduto in disgrazia presso l’Assemblea Nazionale dopo i fatti di sangue del Campo di Marte, e teme che presto i Giacobini lo dichiareranno un traditore e chiederanno il suo arresto. Il generale si rivolge quindi al suo vecchio amico George Washington affinché lo aiuti a lasciare il Paese. Il primo presidente dei neonati Stati Uniti d’America invia subito in Francia Jean-Louis Bientot e Amanda Janosz, ovvero la squadra di “Altrove”, poiché Lafayette sa dove potrebbe trovarsi un’antica reliquia che, se cadesse in mani sbagliate, potrebbe stravolgere le sorti dell’intera Europa. Ma sulle tracce del manufatto non si muovono soltanto gli agenti della mysteriosa base… Dalla Transilvania è arrivato anche un sinistro personaggio: il principe delle tenebre, Vlad l’Impalatore, l’immortale conte Dracula!
Niente male, magari non riuscito al 100%, ma niente male davvero. La rivoluzione francese (a noi cara), Geaorge Washington, Vlad Tepes e le squadre speciali di Altrove.
Qualche giorno fa, ero da poco tornato a Detroit, e’ venuto a trovarmi un mio caro amico uno dei pochi veri che ho da queste parti. Dopo un po’ che parliamo mi dice, “Ehi lo sai che la band italiana Goblin suonera’ qui a Pontiac il 12…Io vado, se vuoi andiamo insieme..“.Non ci potevo credere, i Goblin di Roma in tour da queste parti??? Certo che ci sarei andato, fosse solo per la curiosita’ di un evento cosi strano.
Cosi, il giorno dopo mi sono messo in rete a cercare informazioni su questa cosa. Scopro che si, sono in tour con i tre membri fondatori originali Simonetti, Guarini e Morante, e che suoneranno alla Crofoot Ballroom a Pontiac, una bel locale rock molto noto in zona. Non solo, ma essendo questo il loro primo tour in assoluto negli States, il concerto e’ considerato un evento, si consiglia di prendere i biglietti (25 dollari) in prevendita e volendo e’ disponibile anche un pacchetto speciale a 70 dollari con poster autografato del concerto, accesso al soundcheck e qualche minuto con la band. Cose da pazzi. Prendo il mio da venticinque, e mi chiedo quanta gente andra’ a vedere questo show…Mah, misteri della musica….Intanto con il passare dei giorni scopro che molte persone di mia conoscenza conoscono i Goblin, probabilmente anche molto meglio di me, e che saranno al concerto, nonostante la stessa sera ci sara’ in citta’ anche Lee Renaldo dei Sonic Youth. Indago un po’, magari sono segretamente tutti fans del prog italiano, invece niente, non hanno idea di PFM, Banco e compagnia bella, mai sentiti nemmeno nominare. I Goblin invece si, altroche’! Come se non bastasse, il settimanale che si occupa di musica e spettacolo nell’area metropolitana di Detroit, Metrotimes, segnala il live della band romana come l’evento imperdibile della settimana, presentandoli come di gran lunga la band italiana piu’ famosa negli States, quasi al pari degli onnipresenti Lacuna Coil.
Goblin vintage
Finalmente arriva la sera del concerto e io e i miei amici andiamo a Pontiac, praticamente un quartiere nella zona nord di Detroit metro. La serata e’ stranamente molto calda, sembra ancora estate, e’ sabato sera e le strade sono piene di gente. Troviamo a malapena un parcheggio, strano perche’ da queste parti ci sono piu posti auto che abitanti, e ci infiliamo dentro la Crofoot Ballroom. Rimango subito stupito: La sala e’ strapiena! Tantissima gente di ogni eta’ e tipo, ma con una netta maggioranza di magliette e abbigliamento metal. La band di supporto ha appena finito di suonare, l’atmosfera e’ carica di energia, sono tutti su di giri. Come si possa conciliare tutto questo con i lunghi e lenti brani strumentali delle colonne sonore dei Goblin, per me e’ un mistero, ma ormai mi comincio ad abituare alle sorprese. C’e’ un banco con magliette 25 dollars, poster numerati 50 dollars, vinili, cd, dvd, e poster alternativi. Tutto molto bello, vinili e magliette vengono venduti a ritmo continuo, io come sempre resisto per pentirmene il giorno dopo. Ma in fin dei conti non sono mai stato un fan di questa band. Da piccolo la loro musica, perlomeno quei due pezzi che conosciamo tutti, mi spaventava da morire e i film di Dario Argento mi attraevano tantissimo ma non li potevo proprio vedere, pena mesi di incubi e notti in bianco. Poi per una serie di circostanze ho avuto modo di conoscere Dario, la ex moglie e attrice di alcuni film Daria Nicolodi, e sua figlia Asia e’ una mia carissima amica, con la quale spesso trascorro serate intere a condividere le nostre insane passioni musicali. Ma i film rimangono per me un tabu’, anche oggi non riesco a guardarli. Pero’ mi rendo conto che sono parte della mia storia, della cultura collettiva del nostro paese. Sono parte di noi, lo e’ la colonna sonora di Profondo Rosso cosi come la musica di Ennio Morricone, i film di Toto’ e i sogni di Fellini. Ma cosa c’entra tutto questo con gli americani, con tutta questa gente che e’ venuta qui stasera? Mi ritrovo perso in queste ed altre mie cosmiche riflessioni quando si spengono le luci e sul palco arriva una ballerina che inizia a danzare nel cono di un riflettore rosso porpora. Arrivano i Goblin, attaccano a suonare ed e’ un ovazione.
Goblin in Detroit 12 ottobre 2013 – foto di Paolo Barone
Il loro approccio live e’ molto rock, niente brani lenti, l’audio in sala e’ di una qualita’ e potenza strabilianti, come e’ normale da queste parti, e ti senti fisicamente investito dall’onda sonora che e’ un piacere. Il pubblico conosce tutti i pezzi, io qualcuno, durante i brani legati alle colonne sonore proiettano su un grande schermo dietro il palco montaggi dei film in questione. l’effetto e’ molto suggestivo e altrettanto sanguinolento…L’atmosfera pero’ non ha proprio nulla di inquietante o misterioso, anzi, direi che e’ proprio gioiosa. Loro a sessanta e passa anni di eta’ sono al loro primo tour americano, e l’entusiasmo e’ talmente palese da essere quasi imbarazzante. Specialmente il chitarrista, sembra una versione prog di Maurizio Solieri, con tutto il contorno poprock cafone che mi fa venire i brividi, non proprio di paura…Ma il pubblico in sala apprezza e ricambia, mentre io, forse unico Italiano in sala, un po’ arrossisco….Per non dire di quando Simonetti, prima del bis, attacca Jump dei Van Halen con la tastiera…Mah!
Goblin – Claudio Simonetti – foto di Paolo Barone
Vabbe,’ lasciamo perdere… Qualche caduta di stile, dettata forse dal troppo entusiasmo,e’ in questo contesto inevitabile. Ma pensiamo al resto del concerto…Che e’ stato molto intenso, una cavalcata dark prog veramente notevole, al punto che anche i miei amici che sono soliti frequentare tutt’altre sonorita’, alla fine si spellavano le mani. Per non dire il resto del pubblico, totalmente in delirio con tanto di ripetute invasioni di palco! Il finale e’ veramente impressionante, Suspiria, Dawn of the Dead, Profondo Rosso, Phenomena, Zaratozom si abbattono su di noi una dopo l’altra, mentre sullo schermo e’ un orgia di sangue e paura.
Loro parlano in Inglese con il pubblico, ringraziano per aver avuto 45 anni di pazienza prima di un tour da queste parti, scherzano palesemente emozionati e felici, scattano foto fra di loro e alla gente che balla e spinge sotto il palco. Alla fine, dopo quasi due ore, se ne vanno con il locale invaso di luce rossa, mentre il pubblico li chiama uno ad uno per nome, specialmente Claudio Simonetti.
Goblin – Detroit 12 ottobre 2013
Io torno a casa con le orecchie che ronzano, il suono delle tastiere ficcato in testa, e la sensazione di aver visto un concerto speciale, al di la’ della musica, uno di quelli che ricordero’ negli anni. Sono sempre piu’ convinto che il contributo piu’ importante dato dal nostro paese alla cultura poprock sia nelle colonne sonore e nei film. Questo tour trionfale dei Goblin negli Stati Uniti rende questa cosa secondo me ancora piu’ palese. Direi che ne possiamo, per una volta, essere contenti.
Questo è il libro a carattere musicale più illuminante che io abbia mai letto. La biografia di AHMET ERTEGUN, il fondatore dell’etichetta discografica ATLANTIC RECORDS non è solo il resoconto accurato della vita straordinaria di un uomo, ma anche (o forse soprattutto) uno spaccato sull’evolversi della musica americana e quindi del rock in generale.
Leggendolo ho capito molte cose, o meglio, ho collocato nei posti giusti le nozioni che avevo a proposito della musica nera e del rock. Greenfield racconta in maniera superba le varie fasi della vita di ERTEGUN, e attraverso di essa il nascere e il fiorire della cultura e del costume americani, del business legato alle case discografiche, e della società in genere.
Occorre aggiungere che questa biografia mi ha toccato nel profondo anche perché la ATLANTIC, in quanto casa discografica dei LED ZEPPELIN, è sempre stata la mia label preferita, ma è indubbio che sia stata probabilmente l’etichetta discografica più importante di sempre. RAY CHARLES, RUTH BROWN e tutti quegli artisti neri che forgiarono la musica che diventerà poi rock and roll. E inoltre tutta l’epopea rock, dai BUFFALO SPRINGFIELD ai CSN&Y, dai CREAM AI LED ZEPPELIN, dagli YES agli ELP, fino ai ROLLING STONES (per citare solo i primi artisti, a noi più cari, che ci vengono in mente).
sì, dai va beh, questa l’ho messa per farvi sorridere…la conoscete la mia ossessione per LB, no?
JERRY WEXLER poi , uno dei soci di ERTEGUN, fu quello che se ne venne fuori con il termine RHYTHM AND BLUES, se ci pensate mica una robetta da poco.
Visto che siamo su questo blog notoriamente LED ZEPPELIN-oriented, aggiungo che l’argomento LZ non è trattato con particolari riguardi come magari ci si poteva aspettare, solo sette le paginette a proposito, con una imprecisione grossolana.
Ahmet Ertegun & Jimmy Page
Ahmet Ertegun & Robert Plant
Al di là di questo, il libro è da leggere assolutamente. AHMET ha fatto una vita da rockstar, con una eleganza e una intelligenza che probabilmente nessuna rockstar ha mai avuto.
Ahmet Ertegun & Mick Jagger
Il libro è in inglese, ed un inglese un po’ sofisticato e ricco , lontano dalla prosa semplice e facile delle autobiografie tipiche dei musicisti rock…a volte bisogna tornare sulla stessa frase un paio di volte per capirla appieno, ma è una lettura molto piacevole, che arricchisce, al di là della storia in sé. Credo che i libri musicali di questa portata andrebbero letti nella lingua originale, per coglierne le sfumature esatte, visto che troppo spesso le traduzioni in italiano sono fatte frettolosamente e da gente non preparata sull’argomento. Capisco tuttavia che ci sia molta gente non pronta ad affrontare un libro tutto in inglese… è un peccato però.
Il nostro amico DONATO ZOPPO ha appena pubblicato per l’ARCANA questo volume sui KING CRIMSON. Sembra succulento. Ne riparleremo.
KING CRIMSON
Islands. Testi commentati
Arcana TXT
pp. 380
22,00 euro
Le beibe beibe a gambe spalancate care ai Led Zeppelin, i pruriti e gli sberleffi di casa Zappa, i diavolacci su di giri a zonzo con i Black Sabbath, i mattoni in caduta sui Pink Floyd, le strade di tuono per raggiungere Springsteen: i King Crimson sono davvero lontani.
Uomini schizoidi, divinità marine, risvegli di principi e isole lontane, lingue di allodola, grandi ingannatori e incubi rossi, chiacchiere da elefante, nevrotiche e uomini modello, dinosauri, luci in costruzione e curve pericolose. Altro che musica leggera. Qui ci sono anomalie dentro altre anomalie, una matrioska rock tutta da smontare.
Se il progressive rappresenta una grande “deviazione” nella storia popular, i King Crimson – che del prog sono stati gli artefici e tuttora la massima incarnazione – sono una cellula impazzita a dir poco sorprendente. Hanno inventato un genere, se ne sono distaccati senza abbracciare i suoi opposti, hanno un padre-padrone-fondatore-demiurgo senza il quale non esisterebbero, ma i testi delle varie incarnazioni del Re Cremisi sono opera di personalità esterne come Peter Sinfield e Richard Palmer-James, o di un alter ego conflittuale e pacifico come Adrian Belew.
Un gruppo/progetto che cammina tra esoterismo e humour, letterature e surrealtà, razionalismo e follia, allegorie e clare loqui. Un’isola nel mare magno del rock, una piccola unità collettiva dove si parla con il vento e si attende il ritorno di me, Neal e Jack.
Domenica piovosa, le fusa di Palmiro sul divano, la biografia di AHMET ERTEGUN e Sky. Me ne sto al calduccio, anche per cercare di lenire i dolorosi football blues di ieri sera. Mi riguardo il film CASSANDRA CROSSING in HD…amo le atmosfere anni settanta, il colore dei film di quegli anni, certe ingenuità così naturali, e ANN TURKEL, una delle attrici, mi colpi già dalla prima volta in cui vidi il film, negli anni settanta appunto. Imberbe ragazzino, fantasticavo sulle sue gambe. Riguardandolo sorrido nel riascoltare la canzone che lei canta accompagnata dai suoi amici hippie nello scompartimento del treno. Niente da fare, non mi scosto nemmeno un centimetro dagli anni settanta.
Grigio e umido sabato autunnale. Io e Lakerla di primissima mattina siamo già in giro. Ci mandiamo sms per confortarci a vicenda. Mentre attraverso la campagna, penso che solo un sabato fa era piena estate, e che in centro a Mutina per un mini sinodo insieme a Picca, Jaypee e Lorenzo Stevens, sotto la Ghirlandina in piazza Grande, dopo un pranzo a base di e tortelli di zucca e bollito, si stava da Page.
TRES HOMBRES: da Sx a DX: JayPee, Tim, Picca – Foto di Lorenzo Stevens
Invece oggi il cambio di stagione si inizia a sentire e a vedere. Entro da Brian che, in pigiama, esordisce con:“Tim è arrivato l’avtunno”. Lo lavo, lo preparo e usciamo. Restiamo a Mutina, troppo cotto per andare a Ninetyland. Caffè e paste al bar di Chen il cinese, spesa e chiacchiere lì al centro commerciale New Tower. Brian si ferma a parlare con gente che non riconosce più. Un vecchio di 85 anni, che vengo a sapere Brian conosce da almeno 40 anni, e che si tiene in forma spazzando la corte interna del New Tower, mi dice che lo fa per tenersi in forma, altrimenti se si adagia sulla poltrona a guardare la TV “per me l’è finida”. Con la stessa nonchalance mi informa che ha perso sua moglie due mesi fa.
Stiamo parlando davanti al negozio MEDITERRANEO – ARTICOLI ORIENTALI gestito da un nordafricano di mezza età che viene ad aggregarsi. Mi sorride, attento ad essere gentile, cercando in maniera discreta di sentirsi parte del gruppo. Cerco, per quanto possibile, di tenere i discorsi di Brian incanalati su terreni comprensibili, Khalid (non conosco il suo nome ma lo chiamo così) se ne accorge, ma mi fa cenno che capisce e che non devo preoccuparmi. Il vecchio modenese parla di politica e del cavaliere nero caduto – sembra – finalmente in disgrazia. Commento e alla fine mi scappa, in modenese stretto, un “Mo’ dio canta an s’pol menga”. Khalid, ride. In quel momento mi è sembrato uno di noi, intendo dire…uno perfettamente integrato. Mantiene sempre un atteggiamento sempre un po’ reverenziale che la dice lunga su meccanismi vecchi di secoli, ma Khalid ormai è un modenese.
Entriamo al Conad, non prima di aver salutato la zingare seduta per terra all’entrata. La guardo negli occhi, si vede che non è abituata alla cosa. Mi sorride ma con un punto interrogativo gigante che le si accende sul viso. Facciamo la spesa. Usciamo, lascio qualche spicciolo alla zingara. Magari è una vittima del racket delle elemosine, ma non riesco ad evitare quel piccolo gesto. Mi viene in mente una frase che ho sentito tante volte: “ste atenti ca ghè di singànai in giro!” (state attenti che ci sono degli zingari in giro).
Ci fermiamo all’edicola della LITTLE CROSS…La GAZZA dello sport, la REPUBBLICA, il MANIFESTO. Nel lunotto della blues mobile bagnato di gocce di pioggia Brian scrive “W TE”. Il TE è riferito a me.
Che tenero che è diventato Brian. Lo osservo, dietro il velo dell’alzheimer credo di scorgere il giovane Brian…
Il vecchio Brian – foto di TT
Il giovane Brian (1958 circa)
Torno verso Borgo Massenzio. Ancora preda di un STEVE VAI kick, mi godo ad alto volume EAT ‘EM AND SMILE e SKYSPCRAPER di DAVID LEE ROTH, due magnifici album di big hard rock americano. L’approccio alla take no prisoners (seppur scanzonato) del primo, gli accenti progressive del secondo… spettacolo…
Arrivo alla domus saurea, osservo lo squarcio prodotto dai due boscaioli (i genitori della groupie). Scuoto la testa.
Domus Saurea, l’opera dei boscaioli.
Pranzo. Bistecca e birra media. Caffè, doppio southern comfort. Crollo sul letto. Mi alzo alle 18, subito dopo aver sognato che stavo per morire e che stavo scrivendo una lettera d’addio agli illuminati del blues. Avevo appena iniziato quella a Picca. Zabaione, frutta. Sullo stereo READY AN’ WILLING degli WHITESNAKE.
Rising with the morning sun I turn to greet the dawn, Knowing I must face another day Sleepless night behind me, Just a memory of pain, My heart has always been a cross to bear
Mi accingo a guardare INTER-ROMA.
Just another saturday for the ordinary bluesman…
Tim Tirelli, ordinary bluesman (foto di repertorio)
Steve Vai lo seguo dal 1984. Ero abbonato a GUITAR PLAYER, rivista americana che in quegli anni allegava un 45 giri in vinile “flessibile” dedicato soprattutto ai nuovi talenti chitarristici. In uno dei numeri di quell’anno c’era ATTITUDE SONG di STEVE VAI.
Ascoltandolo in fonoteca a Nonantola insieme a GIANNI NICOLINI (famoso chitarrista jazz modenese), arrivammo alla conclusione che in quei tre minuti e passa c’era davvero qualcosa di nuovo, chitarristicamente parlando. A quel punto STEVE aveva già suonato qualche anno con FRANK ZAPPA e pubblicato FLEXABLE, il suo primo album. Lo vidi poi nella parte del chitarrista del diavolo in CROSSROADS/MISSISSIPPI ADVENTURE (figura perfetta vista la sua data di nascita: 6/6/60), quindi nella band di DAVID LEE ROTH per tre anni sfavillanti ed infine negli WHITESNAKE dove suonò in SLIP OF THE TONGUE. Lo vidi dal vivo nella tour relativo a quest’ultimo album, al MONSTERS OF ROCK di Bologna nel 1990, dove tra l’altro insieme al maestro BEPPE RIVA e a GIANNI DELLA CIOPPA, bazzicavo il backstage.
Nel 1989 VAI pubblicò PASSION AND WARFARE, il suo disco solista più di successo, che conteneva la ormai leggendaria FOR THE LOVE OF GOD…
Quello fu il punto più album del mio interesse per lui. Gli anni novanta, duemila e dieci mi videro lontano da tutto il movimento dei guitar-hero, tuttavia continuavo a gettare un orecchio alle cose di JOE SATRIANI e di STEVE VAI appunto. VAI venne anche un paio di volte al VOX di Nonantola, ma snobbai la cosa. Non è stato così per il concerto dell’altra sera.
Alle 20,30 sono nella mia dolce, cara, amorevole home town. Prima di infilarmi nel VOX, faccio un giro per il centro insieme alla groupie, ed è bello sentirle dire: “Che carina che è Nonantola!” Probabilmente non è vero, ma far due passi per via Roma (the heart of the city) con l’Abbazia che appare pian piano al di sopra delle vecchie case del centro, di sera, coi lampioni accesi, ha il suo fascino…
Nonantola – the heart of the city – foto di Saura Terenziani
L’ abbazia di Nonantola – foto di Saura Terenziani
E mentre passeggio sotto ai portici, il mio pensiero non può che tornare all’autunno di 7 lustri fa quando, ragazzino, insieme a Biccio giravo instancabilmente per le stesse stradine fantasticando sulla vita e sul futuro. Ah.
VOX: a sedere su due poltroncine di pelle a parlare amabilmente con la groupie fin verso le 21. Dopo pochi minuti, le luci si abbassano, ci incamminiamo verso il palco, raggiungiamo senza fatica un buona posizione (il Vox è mezzo pieno, o, come dice la groupie, mezzo vuoto). E così eccolo qui, STEVE VAI.
STEVA VAI al Vox di Nonantola (MO) – 2 ottobre 2013 (foto di Saura Terenziani)
Oltre alla sua (incredibile) abilità chitarristica, noto con piacere che ha un riflesso incondizionato che dimostra quanto da ragazzino abbia amato i LED ZEPPELIN: i pantaloni richiamano il “dragon suit” di JIMMY PAGE del 1975, spesso si lancia nel JIMMY PAGE WALK (minuto 0:08/0:11, 1:11/1:16, 2:35/2:43 e soprattutto 3:12/3:12 di ROCK AND ROLL 1973), e in pose comunque relative al modo di PAGE di star sul palco nel film TSRTS.
La band che lo accompagna ha una sezione ritmica di quelle che non mi interessano, musicisti dotati che però non mi smuovono, che non mi danno praticamente nulla, e anzi, spesso mi infastidiscono. Il batterista non suona quasi mai “chiuso”, è costantemente sui piatti, soprattutto sui crash che hanno un suono orribile. Pure il ride che dovrebbe essere più dolce, ha il suono di una lingua barbara anziché di una romanza.Per non parlare poi di una sorta di piatto china, che non riesco a vedere, ma che suona appunto come il china cymbal, una delle cose che detesto maggiormente nell’universo. Aggiungiamoci l’uso smodato del doppio pedale, una batteria davvero brutta, pantaloni da basket. tatuaggi etc etc. Il bassista ha un basso arancione sei corde e porta pantaloni militari. Dave Weiner, l’altro chitarrista, invece mi piace. Umile e bravissimo, mette la sua tecnica superba al servizio del gruppo, senza la pretesa di dover dimostrare nulla. Molto carino il suo intermezzo acustico.
Dave Weiner
Di VAI in generale colpisce il, seppur sottinteso, controllo totale dello strumento. Mi chiedo come si possa andare oltre quello che fa lui. Si può anche non amare completamente il suo lavoro (specialmente sui pezzi duri), ma è difficile non rimanere a bocca aperta nel vedere come utilizza la whammy bar, o quanto va veloce o che razza di intonazione (sulla chitarra) abbia…cose che noi umani non riusciremmo mai ad ottenere. Tutto questo mentre, in qualche modo, riesce spesso a travalicare il modus operandi da guitar-hero ed entrare nel mondo della musica vera e propria.
In un paio di momenti, quelli più lenti, mi sciolgo e divento tutt’uno con il liquido musicale che galleggia nell’aria…
…TENDER SURRENDER, dal sapore hendrixiano…
WHISPERING A PRAYER, lenta coinvolgente, piena i spiritualità…
Brividi.
Nel mezzo di questi due strumentali lenti, la groupie filma WEEPING CHINA DOLL…
Verso le 23, dopo due ore di concerto inizia il set acustico… io avrei iniziato i bis. Comincio infatti ad annoiarmi un po’. Accompagno la groupie al bar per una lemonsoda (o meglio due dita di lemonsoda e dieci di ghiaccio… 4 euro), controllo sul cellulino i risultati della Champions League.
STEVE VAI al Vox di Nonantola (MO) – foto di Saura Terenziani.
Finito il set acustico, l’assolo di batteria e di basso, arriva sul palco PREDATOR…
Un STEVE VAI dal futuro atterra al vox…è tempo di THE ULTRA ZONE.
STEVA VAI al Vox di Nonantola (MO) – foto di Saura Terenziani
Io ne avrei già abbastanza, ma voglio aspettare FOR THE LOVE OF GOD che puntualmente arriva alla fine per concludere il rituale nel modo giusto. Serata piacevole, e a tratti sorprendente, meglio di quanto mi aspettassi. Ultimo appunto: concerto troppo lungo. VAI comunque è un buon intrattenitore, a volte buffo, ironico e mai sopra le righe. Suona per il piacere di farlo, lo vedi, lo senti. In alcuni momenti capisci che si perde dentro ad una spiritualità tutta sua, ed bellissimo starlo a guardare e a sentire. Bravo Steve.
Steve Vai al Vox di Nonantola (MO) – foto di Saura Terenziani
Scaletta “Story of Light Tour 2013″:
Intro
Racing the World
Velorum
Band Introductions
Building the Church
Tender Surrender
Gravity Storm
Dave Weiner Solo (Acoustic Guitar)
Weeping China Doll
Answers
The Animal
Whispering a Prayer
The Audience Is Listening
Michael Aaron Solo (Keyboard)Rescue Me or Bury Me (Vai song)
Sisters
Treasure Island (with The Beast)
Salamanders in the Sun
Pusa Road
Jeremy Colson Solo (Drums)
The Ultra Zone
Frank
Build Me a Song
For the Love of God
PS: ogni volta che mi capita di guardare un spezzone di TSRTS rimango – anche a distanza di 35 anni – rapito, senza nessuna possibilità di staccarmi. Questo film crea dipendenza. Come diceva Tommy Togni …“ma cosa c’è lì dentro, la droga?”.
Secondo me siamo all’isterismo collettivo, uno non può più nemmeno permettersi un piccola sbavatura dal politicamente corretto che viene messo in croce su tutto il globo in 10 minuti. Sono basito.
Guido Barilla rilascia una intervista a RADIO24 dove in modo quasi innocente e sincero dice che le per gli spot pubblicitari la azienda preferisce appoggiarsi alla famiglia tradizionale. Aggiunge poi quel banalissimo concetto universale (usando altre parole) dell’ognuno è libero di fare ciò che vuole fino a che non compromette la libertà degli altri.
Là, da quel momento si è scatenato un andirivieni disordinato e rumoroso di giudizi moralistici e insopportabili. Sono veramente schifato.
Allora cosa dovrebbe dire uno di questi suscettibili paladini del politicamente corretto (soprattutto di sinistra) che legge queste blog, che detto per inciso è assolutamente contro l’omofobia? Si perché qui uso spesso la parola “finocchietti”, pur scherzando, per descrivere tutti quelli che non sono veri uomini come JOHNNY WINTER o FRANK MARINO (e i gusti sessuali naturalmente non c’entrano).
Chiedo scusa a potenziali lettori omosessuali del blog, sono uno stupidino, così come quando uso “fighe” al posto di donne, e “negri” al posto di neri. Ma il blog lo voglio così, senza troppi filtri, un po’ sopra le righe proprio perché il politically correct tra noi di sinistra ha veramente rotto le palle.
Fighe
Negri
L’omosessualità è una faccenda delicata, ci sono ancora paesi retrogradi che la considerano reato, ci sono ancora tante, troppe persone che si rapportano ad essa esibendo un rifiuto così violento da far venire il voltastomaco.
L’ipotesi sul perché della omosessualità che più sento credibile è questa descritta una volta da Piero Angela nel 2005:
“Come mai l’omosessualità permane e riappare di generazione in generazione se la storia dell’evoluzione è tutta orientata a selezionare individui che hanno maggiori probabilità di riprodursi? Non c’è risposta per ora…una delle ipotesi è che gli individui omosessuali si riproducano, almeno parzialmente, attraverso i fratelli (con cui hanno mediamente un 50% di geni in comune) e che la natura abbia affidato loro un ruolo di supporto per il gruppo: è quella che viene definita “kin selection”, la selezione che favorisce i consanguinei. Ma anche questa è solo un’ipotesi”.
Nascono omosessuali Ii 4-5% dei maschi e il 2-4% delle femmine. A loro va tutto il mio rispetto, lo stesso che ho per tutti gli esseri umani (tranne quelli che ascoltano musica di merda, che votano PDL e che si iscrivono al gruppo “interista pezzo di merda”*), a loro va tutta la mia solidarietà per le ferite spiritali e fisiche che questa società immatura infligge loro, però non inneschiamo reazioni a catena prodotte, appunto, dall’isteria.
Io continuerò a comprare le buonissime PIPETTE della BARILLA.
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