The crazy world of Tim Tirelli’s enlightened men of blues: CORSO DI PREPARAZIONE ALLA MORTE

28 Set

L’altra mattina mi chiama Ronnie, gli parlo con piacere, è una dozzina di settimane che non ci sentiamo, forse di più. Il lavoro, la donna che vive in un’altra città, il duro mestiere di sopravvivere…tutte cose che ci portano ad attraccare a porti diversi durante le tempeste. Con Ronnie oltre a parlare di fighe e dei “migliori dischi di tutti i tempi”, finiamo spesso a filosofeggiare sul senso blues della vita, o almeno della nostra vita. Entrambi uomini di una (in)certa età, ci lasciamo scivolare lungo la discesa ardita della contemplazione del futuro, sulle incertezze a cui andiamo incontro, sui cocci dei cento sogni infranti su cui siamo costretti a camminare, sulla percezione del senso del limite (come diceva Julia) che poi è il succo della crisi di mezza età. Insomma, le solite esuberanti tristezze di cui noi uomini di blues siam soliti discorrere mentre ci beviamo un southern comfort o un caffè corretto sambuca.

Ad un certo punto mi dice “Sai, per cercare di dominare l’ansia relativa a quel che sarà ho partecipato ad un corso di preparazione alla morte”

Di quello che ci siamo detti da quel momento in poi non ricordo nulla, rammento solo di aver pensato “Ma che cazzo di amici fighissimi ho?” Perché no, voglio dire, non è che partecipiamo a questi corsi o che ci fiondiamo in analisi introspettive su questi temi per diletto o strane manie, no, cazzo, è che l’uomo di blues affronta, cerca di capire, vuole sapere. Pur non amandola, l’uomo di blues, non teme la morte falciatrice…

074646591826

PS: Ronnie numero uno!

BLACK CROWES – TORNADO OF SOULS (SINGING) ALL’ALCATRAZ (Milano luglio 2013) – di Lorenzo Stefani

27 Set

Lorenzo Stefani ci racconta le sue impressioni del concerto di quest’estate a Milano dei suoi (e nostri) prediletti BLACK CROWES.

Di solito vado a vedere uno-due concerti all’anno, quindi cerco di scegliere qualcosa che mi dia motivazione: il programma dei concerti dell’estate 2013 mi lasciava un po’ perplesso, nulla che mi spingesse  davvero a sobbarcarmi il costo e la fatica di subappaltare la gestione delle figlie e trascinare Laura (mia moglie) a vedere qualcuno che lei a malapena sconosce… sino a che mi sono reso conto che il cartellone dei “10 Giorni Suonati” di Vigevano includeva i Black Crowes.

Seguo questo gruppo di Atlanta da tanti anni, via via ho comprato la maggior parte dei loro album e la qualità del loro suono, la continuità e la coerenza della loro produzione mi hanno sempre appassionato ed – a tratti – entusiasmato.

Che io  ricordi è stato uno dei primi gruppi che, oltre a rispolverare sonorità del tutto seventies, hanno anche ritirato fuori tutti gli strumenti, l’abbigliamento e le movenze dell’epoca d’oro del rock. Però non in modo furbesco o artificioso, davano proprio l’impressione di crederci a fondo, di essere completamente calati nel loro ruolo di messaggeri del rock vintage, fuori dal tempo e dalle mode del momento, che è poi quello vero e che piace a me.

Black Crowes SF 1991  - photo by Clayton Call

Black Crowes SF 1991 – photo by Clayton Call

A quell’epoca, non si capisce bene perché, vennero imbarcati nel caravanserraglio del Monsters of Rock e passarono pure da Modena insieme a Metallica e AC/DC; non li andai a vedere principalmente perché il biglietto costava troppo  per le mie tasche, qualche amico che aveva partecipato al montaggio dell’immane palco ed aveva seguito il soundcheck raccontò che il tastierista puzzava di alcool lontano un miglio, ma comunque avevano ben poco a che spartire con le star del metal in cartellone (“In molti, e non ultimi tanti sapientoni della stampa specializzata, cascano nel tranello di considerarli i nuovi esponenti di una corrente metallara, confondendoli con roba come Scorpions o, peggio, Europe. Loro, fricchettoni fino al midollo, non battono ciglio e quando nel 1991 vengono invitati al festival Monsters of rock accanto a Metallica e Pantera sembrano prendere tutti per i fondelli con una strepitosa versione di Rainy day women 12&35 di Bob Dylan intrisa di boogie. Le radici della band sono altrove, sembrano dire” – Gabriele Gatto http://www.rootshighway.it/folklore/crowes_mono.htm; RAINY DAY WOMEN 12&35: http://www.youtube.com/watch?v=Je2tnlOlW_Q).

La location originaria per il mio concerto dell’estate 2013 era il Castello di Vigevano, tutti mi avevano detto che è un gran posto, ma scomodo da raggiungere e funestato da zanzare. Poi però tutta la manifestazione è stata ripensata ed i vari concerti ridistribuiti in diversi locali, pare per ridurre I costi di organizzazione dovuti alla necessità di montare, smontare o adattare freneticamente il palco del Castello, o qualche esigenza di questo genere.

Sta di fatto che ero un po’ preoccupato all’idea di infilarmi dentro l’Alcatraz all’inizio di luglio, temevo una sauna disgustosa e mi sembrava un peccato non poter vivere l’evento all’aperto e in una cornice suggestiva come da programma iniziale. Ma me ne sono fatto una ragione, ho preso un letto gonfiabile per la baby sitter – per consentirle di rimanere a casa con la prole – ho detto e ridetto a Laura di essere puntuale per poter partire alle 18 al più tardi perché non volevo perdere neppure una nota, e mi sono fiondato a Milano. Questa faccenda della tensione sulla fase iniziale del concerto merita un mimima spiegazione: un po’ come quando si va al cinema e si perde l’inizio del film, mi dà un fastidio tremendo perdere la parte iniziale dello show, fosse solo una canzone. Un evento  rock è qualcosa di coeso, con una sua logica ed un suo mood che cogli bene se sei lì prima che la magia cominci a fluire dal palco. Agli ultimi due concerti prima di quello del Corvi Neri mi era capitato esattamente così (ossia di perdere la prima canzone), quindi ero un po’ agitato perché temevo la regola del non c’é due senza tre.

Arriviamo invece all’Alcatraz alle 20:15, c’é l’aria condizionata, si sta benissimo: tempo di prendere una birretta a stomaco vuoto (mai riuscito a cenare prima di un concerto), di dare un’occhiata al palco, molto semplice, e le luci si abbassano, il pubblico è numeroso, molto attento e carico, salgono gli applausi e parte la batteria: un battito secco e inconfondibile, è JEALOUS AGAIN, il primo grande successo.

Ed eccoli, tutti i Corvacci schierati: Chris Robinson, leader carismatico indiscusso, a piedi nudi, figura sciamanica fuori del tempo, assomiglia un po’ al Gesù di Nazareth di Zeffirelli. La sua voce mi sembrava un po’ da cornacchia, le prime volte che la ascoltavo, mi dava fastidio ma insieme mi piaceva (un po’ le sensazioni che Page dice tuttora di provare quando canta Plant, fatte tutte le debite differenze). Ora mi piace e basta, nel tempo si è evoluta mantenendo grande estensione e potenza intatte ma guadagnando calore ed espressività.  Il modo di muoversi di Chris, che sembra trasportato da una danza magica, in trance, ha portato qualcuno a parlare, con immagine che trovo azzeccata, di “movenze da spettatore di un festival degli anni ’60” (Paolo Panzeri/Gianni Sibilla, in http://www.rockol.it/news-514689/concerti-black-crowes-recensione-live-milano).

Chris Robinson

Chris Robinson

Il fratello, Rich Robinson è un po’ appesantito, coi capelli raccolti ricorda vagamente Russel Crowe. Concentrato, impeccabile, ma di una serietà eccessiva, mai un mezzo sorriso durante l’intero arco del concerto: al limite della scontrosità, mi ha ricordato un po’ Blackmore (ma è sempre stato così fin dagli anni ’80: tutto concentrato sul suo strumento, non concede nulla allo spettacolo). Nel corso del concerto sfoggia, tra l’altro, oltre ad una Fender Telecaster, una bella chitarra con finitura madreperlacea, non sono un intenditore ma da quanto ho visto su http://www.vintageguitar.com/3449/rich-robinson potrebbe trattarsi di una James Trussart Steelphonic.  Comunque non deve essere un tipino facile da suonarci insieme e ancor meno da dividerci i guadagni: probabilmente è per il suo carattere ombroso che i due fratelli sono arrivati allo scioglimento del gruppo, qualche anno fa, anche se ora sono ripartiti con bello slancio.

Rich Robinson

Rich Robinson

Sezione ritmica: alla batteria c’é (e più o meno c’é sempre stato, a parte un intervallo dal 2001 al 2005) Mr. Steve Gorman:  suona con una Ludwig minimalista, Bonzowise (il filo sottile che collega Crowes e Zeppelin esiste anche negli strumenti, basta cercarlo). Gesticola poco, si limita all’essenziale e rifugge dal gesto “atletico”. Per intenderci, molto diverso dall’enfasi di certi drummer come – che so – Tommy Aldridge. Al basso si presenta Sven Pipien, con un phisique du role da perfetto rocker anni ‘70, un fossile vivente ed in ottime condizioni di conservazione (per quanto ne posso capire, mi sembra faccia il suo lavoro brillantemente).

Steve Gorman

Steve Gorman

La novità è il secondo chitarrista, Jackie Green: è giovane, con gli occhi a mandorla ed uno strano panama bianco, anche lui serio e compreso nel suo ruolo. Rispetto a Rich Robinson suona più aggressivo, più rock ma con meno “anima”: la differenza si sente piuttosto bene nel corso “duello” chitarristico durante la chilometrica WISER TIME, in cui i due si sfidano a suon di assoli. Mentre Green snocciola note su note come una mitragliatrice, Robinson sembra più preoccupato di cavar fuori suoni dal sentore psichedelico, ed assolutamente non preoccupato di mantenere il passo di Green in termini di velocità pura. Strumentazione: una Gibson SG blu, varie Gibson Les Paul ed altro, compreso un mandolino.

Sven Pipien & Jackie Green

Sven Pipien & Jackie Green

Buon ultimo, Adam Macdougall alle tastiere: molto presente con i suoi suoni – come deve essere nella musica dei Black Crowes spesso accompagnata da Hammond vintage o pianoforte – ma di bassa statura e sepolto dietro una barricata di tastiere, semi invisibile durante tutto il concerto.

Purtroppo niente coriste; d’accordo che i musicisti sono già sei sul palco, ma le coriste hanno sempre aggiunto qualcosa di lussurioso e circense al southern rock dei nostri e un po’ mi mancano. Mi andrebbero benissimo le due donnone sovrappeso che li hanno accompagnati in questa strepitosa Soul Singing eseguita nel 2001 al David Letterman Show (http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=tv5NRHOGrrU#at=120), ma niente da fare.

Progressivamente mi avvicino al palco, e mi trovo di fianco la sagoma imponente e tutto sommato  familiare di Antonio “Rigo” Righetti, ex bassista di Ligabue, che incontro spesso in Piazza Matteotti a Modena al sabato mattina mentre accompagnamo la rispettiva prole alla giostra o a zampettare in bicicletta. Sto per dirgli qualcosa ma, come misteriosamente era apparso in mezzo alla folla, altrettato velocemente sparisce, Me lo sarò sognato. Misteri southern rock.

Il suono delle tastiere da sotto il palco è un po’ fastidioso a causa dell’acustica del locale non eccellente, ma il wall of sound è comunque imponente e travolge il pubblico: la scaletta è ben calibrata, un torrente di eletticità con brevi intervalli acustici, tra cui SHE TALKS TO ANGELS (vedi più avanti la set list interattiva).

In breve: 16 canzoni praticamente senza interruzione, senza respiro, con pochissime parole (quasi nulla) tra una e l’altra: grande professionalità, ma ti aspetteresti di più, come dire…capisci che il gruppo avrebbe nelle corde (vocali e delle chitarre) le 3 ore e passa di concerto di uno Springsteen o degli Zep del’epoca d’oro… la gente se li starebbe ad ascoltare più che volentieri. Pare sia accaduto in altre occasioni, ma non in Italia. Qui lo show era stato enfaticamente presentato come “due ore di rock” e due ore di rock sono state, esattamente dalle 20:30 alle 22:30, ma non un minuto di più.

All’uscita mi sento molto appagato e al banchetto del merchandising acciuffo una maglietta da 15 euro, in bianco e nero, che porto poi intensamente e con orgoglio tutta l’estate, con il risultato che ora si sarà accorciata di 10 centimetri e tra poco andrò in giro come Cristina Aguilera, ossia con la panza (pelosa, nel mio caso) al vento.

Cenetta finale rilassante in ristorantino di quinta (come si dice a Bologna) vicino all’Alcatraz, con inquietanti foto di Formigoni e Tettamanzi ritratti insieme ai titolari, disseminate dappertutto sulle pareti con evidente orgoglio. Formigoni è uno che non si tratta male quanto a ristoranti ma deve essere capitato lì per caso, non è un posto da lui: il mio palato non può comunque valutare con obiettività, data la fame da lupo e lo spirito incline a considerare tutto buono e bello (beh, non quelle foto) grazie alle good vibrations dispensate a piene mani dai corvacci.

BC promo 1990

Al netto di tutto quanto: una delle migliori band in attività, uno dei più esaltanti spettacoli live in circolazione, no doubt. Perché mi piacciono tanto? Probabilmente perché rappresentano il sogno di tutti noi: essere in tutto e per tutto una rockstar anni ’70 vivendo nell’epoca presente, e miracolosamente essere ancora sulla quarantina. E poi è uno di quei gruppi che, se li vedi dal vivo, ti scatta una voglia matta di essere sul palco con loro, tanto sono fluide e naturali le note che escono dai loro strumenti. Ecco, è proprio una band che dà l’impressione di poter suonare (bene) sott’acqua, a testa in giù e magari incatenata, come il mago Houdini.  Deve essere più o meno quello che ha pensato il buon Page quando, scuotendosi di dosso la polvere del suo esilio (dorato), nel 1999 ha voluto calcare di nuovo il palcoscenico ed ha scelto proprio loro, non a caso.

Jimmy Page & Black Crowes

Jimmy Page & Black Crowes

Ho un ricordo personale a questo proposito: per l’appunto nel 2000, in un gigantesco salone dell’aeroporto di Milano Malpensa, mentre aspetto un volo per Chicago, immerso in una folla immensa, all’improvviso avvisto una chioma bionda che riconoscerei tra un milione. Ben più alto della media, con un camicione rosso bordeaux di foggia vagamente indiana, spinge un carrello strapieno di valigie come un qualunque turista un po’ fricchettone, ma è Sua Maestà Mr. Plant in persona, di ritorno dal Pistoia Blues.

Non ci penso due volte, lo saluto, gli dico che l’ho visto due anni prima nel tour Plant-Page (e che mi sono piaciute le canzoni più vecchie, in particolare, BABE, I’M GONNA LEAVE YOU), ed infine – prima di strappargli un autografo in formato A4 che tuttora custodisco in una teca ad umidità controllata – me ne esco con la domanda più ovvia e più idiota che poteva venirmi in mente: “Where’s Jimmy?”. La risposta è secca, chiaramente scocciata e al tempo stesso precisa: “He’s in the States with the Crowes”.

Ripensandoci ora, dopo aver visto l’ultima, efficacissima formazione dei Black Crowes dal vivo ed aver provato quell’irrestitibile voglia di essere sul palco insieme ad un gruppo che suona con la stessa naturalezza con cui i comuni morali respirano, penso che il buon Percy volesse dire, in pratica: “È in America. A spassarsela coi Corvacci. Beato lui”.

Ma un’esclamazione in modenese renderebbe ancora meglio il tono e l’epressione facciale che accompagnarono la storica frase. Più che “Beato lui”, i suoi occhi dicevano: “Ch’a-g végna n’azideint!”, ossia  che gli venga un accidente (a Page che si divertiva alla facciaccia sua) o, forse più probabilmente, “Cat végna n’azideint”, rivolto al molesto fan italiano intento a fargli domande inopportune.

SETLIST INTERATTIVA

(quando non c’erano filmati di Milano disponibili, ho racimolato materiale alternativo privilegiando ovviamente quello tratto dall’ultimo tour

Jealous Again

Su Youtube sembra che nessuno si sia filata questa canzone, la sera di Milano. Rimedio con quella suonata a Memphis http://www.youtube.com/watch?v=xm6n7PbOFLI in maggio e soprattutto con quella di Londra, ripresa professionalmente tre giorni prima dell’esibizione all’Alcatraz (http://www.youtube.com/watch?v=-ABFGfRIrFg).

A Pistoia Blues, il 4 luglio, il brano di apertura è stato STING ME, il suo grande riff mi è mancato un po’ (http://www.youtube.com/watch?v=iSXiCbnZqOs – altra grande rendition del 1992: http://www.youtube.com/watch?v=bawY3kgOdbI).

Thick N’ Thin

Purtroppo nessuno pare aver filmato questa song a Milano: rimedio con questo breve estratto dall’esibizione del 21 giugno 2013 a Bruxelles http://www.youtube.com/watch?v=JI4XUhbODi8

Hotel Illness

Grande armonica, cantato vigoroso (qui siamo a Chicago, 17 aprile 2013: http://www.youtube.com/watch?v=IAOC3IR5ypE)

Black Moon Creeping

http://www.youtube.com/watch?v=IfYohpNao6I

Bad Luck Blue Eyes Goodbye

Amsterdam, 19 giugno 2013: http://www.youtube.com/watch?v=IfYohpNao6I

Medicated Goo (Traffic cover)

Jones Beach, Wantagh NY, 10 agosto 2013: http://www.youtube.com/watch?v=xCIGOvQy1hw

Soul Singing

Qui a Bottle Rock, Napa, CA, 9 maggio 2013: http://www.youtube.com/watch?v=MboJH-JqxG4

Wiser Time

16 minuti e passa a suon di duelli di chitarre e altre amenità: http://www.youtube.com/watch?v=bLJD8mAfLj8

She Talks to Angels

http://www.youtube.com/watch?v=wCIs52LGhWY   http://www.youtube.com/watch?v=24mbAqowHO4

Pistoia, 4 luglio (qualità migliore, molto godibile): http://www.youtube.com/watch?v=B_zFY_6Gx4o

Whoa Mule

Intermezzo acustico, da WARPAINT (2008): il batterista afferra un bongo e “fa cantare le sue mani”, come direbbe Franz di Cioccio. Anche qui per rendere l’idea di cosa ho visto e sentito mi vedo costretto a pescare da una recente esibizione del medesimo tour: Amsterdam, 20 giugno http://www.youtube.com/watch?feature=endscreen&NR=1&v=bJ11bYvUUh0

Thorn in My Pride

http://www.youtube.com/watch?v=PUI5aYzQLeA (voce strepitosa)

Remedy

Una delle mie canzoni preferite, potente e grintosa, le casse sembrano esplodere tanto sono piene zeppe di suono chitarroso: http://www.youtube.com/watch?v=jTBvF6VabzU

Eccola in versione ancora più sciamancica, in black & white, suonata il 30 luglio negli States:  http://www.youtube.com/watch?v=06tH3LGcEoA#t=21 )

Hard to Handle (Otis Redding cover)

Pistoia, 4 luglio (inclusa “Hush”): http://www.youtube.com/watch?v=f6304fQ9hqg

Parigi, 27 giugno (inclusa “Hush”): http://www.youtube.com/watch?v=n0OsRufYLEc

Hush (Billy Joe Royal cover)

Pistoia, 4 luglio: http://www.youtube.com/watch?v=4BNnGhpnCsM

ENCORE:

No Expectations (The Rolling Stones cover)

http://www.youtube.com/watch?v=VIQcqnH4CgY

Per i miei gusti meglio Jumpin’ Jack Flash, suonata con grande impeto ed allegria pochi giorni prima, il 27 giugno, a Parigi:  http://www.youtube.com/watch?v=97mjxuLsd3Q (immagini e sound di alta qualità, con un tifo d’inferno da parte dei fans: chi ha detto che gli italiani sarebbero il pubblico più “caldo”?)

Movin’ On Down the Line

Una delle canzoni meno riuscite di WARPAINT (soprattutto nel ritornello), a mio personale avviso, e che pertanto avrei evitato di suonare in chiusura di concerto, se fossi stato nella testa della band (qui nella versione suonata a Westbury, NY, il 9 aprile 2009:  http://www.youtube.com/watch?v=OjIJ35qYC5Y; il video è nitidissimo, ottimo suono) . Peccato, perché WARPAINT è un grande disco ed ha segnato una delle tante rinascite del gruppo, se avessero suonato OH JOSEPHINE (http://www.youtube.com/watch?v=onjGCk_3jH0&NR=1&feature=endscreen) sarei stato molto più contento, ancora meglio se avessero fatto GOODBYE DAUGHTERS OF THE REVOLUTION (http://www.youtube.com/watch?v=cGRKkxoh_Q0).

A Pistoia, il 4 luglio, hanno suonato anche GOOD MORNING CAPTAIN che mi è sempre piaciuta, allegra e positiva (http://www.youtube.com/watch?v=VOOoZ5oRix0), e la travolgente TWICE AS HARD, con i suoi splendidi riffoni southern (http://www.youtube.com/watch?v=G7JgieGhlV4).

P.S.(1)

In rete si trovano commenti anche più entusiastici del mio; di seguito alcuni passaggi che mi fa piacere  condividere.

–        “Può un capannone industriale trasformato in discoteca, con travi e tubi di acciaio sul soffitto, sembrare un torrido locale californiano degli anni ’70? Può sembrarlo ed essere credibile seppur a migliaia di miglia dallo Stato dell’oro? La risposta è sì, se c’è la band giusta sul palco. E non c’è band più giusta dei Black Crowes” – (http://mobile.rockol.it/news-514689/concerti-black-crowes-recensione-live-milano – Paolo Panzeri/Gianni Sibilla).

–        “Qualcuno ha detto che il 1973 è stato l’ultimo grande anno del rock, poi basta. Gli anni in cui la musica rock sarebbe morta – the day that music died – sono moltissimi, grazie a Dio però risorge sempre. I Black Crowes come immagine (allampanati hippie dai lunghi capelli che sembrano usciti dalla foto di copertina del live “At Fillmore East” della Allman Brothers Band) e come proposta musicale sono probabilmente ibernati in quel 1973 reso celebre anche da uno dei più bei film sulla musica rock, “Almost famous/Quasi famosi”. Sono una anomalia spazio-musicale. D’altro canto il cantante Chris Robinson è stato anche sposato con l’attrice Kathe Hudson, la protagonista di quel film là. … Chris … è sempre di più una reincarnazione di uno sciamano che mette insieme James Brown e Mick Jagger per le movenze ma anche per quella capacità unica di evocare i sapori del profondo sud degli States, tra R&B, country soul e gospel … una versione spezzacuori di No Expectations, degli Stones del loro periodo migliore … Forse è un caso, ma stasera è il 3 luglio, giorno in cui si ricorda la morte di Brian Jones. Il modo come Chris Robinson la canta con partecipazione straboccante, i dolenti assolo di slide del fratello, tutto concorre a far pensare che a lui sia dedicata … I Corvi sono ancora il miglior spettacolo rock in circolazione. D’altro canto, loro stessi una volta si erano definiti The Most Rock ‘n’ Roll Rock ‘n’ Roll Band in the World. Avevano ragione. Lunga vita ai Corvi Neri” (http://www.ilsussidiario.net/mobile/Musica-e-concerti/2013/7/5/BLACK-CROWES-Il-concerto-di-Milano-The-Most-Rock-n-Roll-Rock-n-Roll-Band-in-the-World-/409063 – Paolo Vites).

–        “Ci sono band di cui ti innamori, ci sono suoni di cui non puoi fare a meno, ci sono atmosfere speciali che parlano alla tua anima. Un concerto dei Black Crowes racchiude un po’ tutto quello che desideri: il buon rock’ n’ roll, il blues, il soul, il romanticismo ed il divertimento … Il gruppo di Atlanta diverte e si diverte, dimostrando ancora una volta di essere una delle migliori live band in circolazione: il prelibato sound mutuato delle radici della musica americana, avvolge la serata in un sensibile clima di sincerità musicale, che parte dal delta del Missisipi ed arriva al rock contemporaneo … Ci sono concerti da ricordare, ci sono sensazioni che rievocherai per sempre, ci sono serate in cui la musica è magia. Ieri sera i Crows erano tutto questo” (http://www.onstageweb.com/recensione-concerto/black-crowes-milano-3-luglio-2013-recensioneThe Black Crowes a Milano, tutto quello che desideri in un solo concerto” – Claudio Morsenchio).

–        “Quelli del sud suonano meglio. Almeno nel rock. Se occorreva una riprova bisognava essere all’Alcatraz di Milano la sera del 3 luglio … quello che si è sentito all’Alcatraz non è cosa che capita di sentire e vedere tutti i giorni, non è la normale amministrazione del rock, anche di quello più famoso che riempie gli stadi o l’ultimo fenomeno del momento e magari bisognerà aspettare altri due o tre anni per assistere ad un concerto così tosto, impetuoso e bello, dove si vive una speciale euforia interiore che non capita sempre, perché una droga la si può comprare ma questa euforia che nasce dentro naturale non è facile provarla, non sempre è a disposizione di sensi e cuore. E’ capitato la sera del 3 luglio, il passato ed il presente che si fondono in una specie di santificazione laica del rock n’roll, dove canzoni che parlano di fratellanza, di pace, di salvazione, di umanità, cantate da un Chris Robinson che con le sue movenze dinoccolate e la sua voce spiritata delira come  un predicatore del soul e del sud, trovano accompagnamento in una band dal sound sporco, febbricitante, urgente ma anche estatico e a tratti visionario . C’è tutto quello che serve per andare in paradiso nella musica dei Black Crowes: le unghiate del British Blues, i riff degli Stones, la potenza dei Led Zeppelin, la sensualità del soul, il ritmo della musica di Memphis, il botta e risposta di due chitarristi favolosi, le jam degli Allman, l’acustica agreste del country-blues, le slide metalliche del Delta, i voli pindarici dei Dead, i sognanti paesaggi pastorali dei  Traffic all’esordio, l’ugola arsa di alcol e negritudine  del primo Rod Stewart, la gagliarda immediatezza dei Faces. Insomma, una enciclopedia del rock derivato dal blues … al posto di Luther Dickinson adesso è Jackie Green, rocker e songwriter californiano con qualche buon disco solista alle spalle, a far compagnia a Rich Robinson con le chitarre. La differenza è sostanziale, con Dickinson erano due chitarristi blues in azione, Dickinson dava una forte impronta roots al sound della band, con Jackie Green l’impasto è più equilibrato, il sound risente di un maggior tasso rocknrollistico, è tagliente, urgente, scavezzacollo, come se avessero messo un Keith Richards in formazione così da controbilanciare il tocco bluesy ed allmaniano della Gibson di Rich Robinson. Anche Green suona la Gibson ma la sua chitarra è sferzante, bruciante e cattiva e la si sente in tutta la sua efficacia quando regala un assolo da brividi, lungo e liberatorio in una incandescente versione di Wiser Time, la migliore mai sentita dal sottoscritto, l’inizio bucolico e “sospeso” con il piano di  Adam McDougall a fare da intro e poi via verso i saliscendi di una ballata ora morbida ora incalzante, che prende la via della jam, si incasina, si apre a tutta una serie di orizzonti, idilliaci prima e sulfurei poi e quando ritorna nelle amene colline della Georgia  mi fa venire in mente il “clima” di Brothers and Sisters degli Allman. E’ stato uno degli highlights di un concerto potente come pochi ma di una potenza lucida, perentoria, illuminante, dove le cantilene esasperanti della messianica voce di Chris Robinson, ripetute come una ipnosi gospel, ad un certo punto si inerpicavano in tesi, ossessivi e nervosi scatti di ritmo,  che come un elicoide si attorcigliavano attorno al refrain di base creando una specie di trance che immancabilmente portava il pubblico eight miles high. Micidiali, estasi e furia, un sound che viene giù dal palco con una compattezza unica, una potenza di fuoco che vede  Chris nel ruolo di sciamano, attorniato da due chitarristi che se la giocano e se la sparano come facevano Keef e Taylor nel tour di Exile dei Rolling Stones ed un sezione ritmica che sposa funky e R&B come si è insegnato nelle università della Stax e dei Muscle Shoals, oltre ad un tastierista che riempie tutti gli spazi lasciati liberi dagli altri con un suono magmatico e fluente” (http://zambosplace.blogspot.fr/2013/07/the-black-crowes-alcatraz-milano-3.html?m=1 – Mauro Zambellini).

Sempre Mauro Zambellini aveva scritto sagge ed ancora attuali parole, recensendo CROWEOLOGY, nel 2010: “Ancora una volta il rock mischiato alle radici della musica americana, al blues, al country, al bluegrass, al folk con un approccio di basso profilo molto diverso da quello che aveva accompagnato i Black Crowes agli esordi, quando addirittura venivano messi in cartellone nelle adunate e nei festival metal.

Il tempo è stato dalla loro parte, i Black Crowes si sono rivelati una potente rock n’roll band e poi, dopo un periodo di silenzio, hanno avuto il coraggio di cambiare e con l’innesto del chitarrista Luther Dickinson al posto di Marc Ford hanno maturato un sound dalle forti implicazioni roots, un sound con tante sfumature, legato alle radici della musica americana senza per questo venir meno a quella verve rock che si sente nel modo in cui compongono le canzoni e le interpretano.

Per certi versi assomigliano ai migliori Stones di fine anni 60/inizio anni 70, a loro dire i punti di riferimenti di questa evoluzione sono stati Beggar’s Banquet ed il terzo album dei Led Zeppelin, quello delle connessioni con il folk, ma il batterista Steve Gorman cita anche Every Picture Tells a Story di Rod Stewart e personalmente ci trovo molto di The Band e di Delaney and Bonnie and Friends oltre agli Allman Brothers più pastorali, quelli per intenderci degli episodi acustici di Eat A Peach … la grandezza di questa band, secondo chi scrive il miglior gruppo rock in senso classico uscito dagli anni novanta, ritornato alla ribalta negli ultimi anni dopo un periodo di stallo e oggi in grado di far rivivere il grande rock degli anni settanta tra liberatorie esplosioni di cruda elettricità, sprazzi di psichedelia e intense ballate calde come un camino d’inverno”.

Chiudo con Massimiliano Spada (Jam – settembre 2013): “Il tempo ha reso saggi i corvi, e non ha minimamente scalfito la loro voglia di rock. É questione di passione. E la passione la riconosci subito, la fiuti già nelle prime note di Jealous Again e ora della fine di Thick N Thin ti ha già impregnato le narici. Sai di essere nel posto giusto, e soprattutto con la band giusta. I Black Crowes vanno diritti al punto; la loro miscela di rock, soul e blues ti investe senza troppi preamboli. É sporca, graffianti e reale, come la stra che li ha portati a Milano. … Chris non è mai stato così in forma, é la perfetta incarnazione del Soul Singing. La sua voce è il perno attorno a cui ruota la musica dei Corvi, e sul palco dell’Alcatraz lo ha dimostrato per l’ennesima volta. Due ora di grande musica … sono una macchina ritmica perfettamente rodata, alla quale ora si è aggiunto il chitarrista e songwriter Jackie Green, cui spetta il compito di riempire il vuoto lasciato da Luther Dickinson. Tralasciando inutili paragoni, Greene sta facendo un ottimo lavoro: il suo guitar playing è essenziale, diretto, decisamente efficace, e  versatile al punto giusto. Jackie sa ingaggiare intensi duelli chitarristici con Rich, ma anche arricchire con il mandolino i momenti acustici (She Talks To Angels, Whoa Mule). Non c’é trucco e non c’é inganno, ciò che sentite corrisponde a ciò che vedete sul palco: sei musicisti dotati di cuore e talento, passione e attributi.

P.S.(2)

Il titolo di questo resoconto deriva da un intreccio di tre diverse canzoni: la splendida TORNARDO dei Black Crowes (THE LOST CROWES, 2006 – http://www.youtube.com/watch?v=tIqscjO3tYg), SOUL SINGING degli stessi Corvi (LIONS, 2001) e TORNADO OF SOULS dei Megadeth (RUST IN PEACE, 1990).

Una domenica allo stadio: SASSUOLO – INTER 0 – 7

24 Set

Era dagli anni novanta che non andavo allo stadio, e in quel tempo andarci significava entrare nel tempio, nella cattedrale, nell’abbazia di Thelema del calcio: San Siro, naturalmente. Con Doc o con Dennis ero solito fare una gita fuori porta a Milano per vedere la beneamata.  Poi più nulla. Nonostante la cavalcata eroica di non troppo tempo fa, dove l’INTER in un lustro vinse 5 scudetti, alcune coppe italia, supercoppe e…ahem… la COPPA DEI CAMPIONI, (e vogliamo tacere del Triplete? Soli in Italia ad averlo raggiunto…), nonostante questo dicevo, causa una situazione personale un po’ traballante, mai mi riuscì di trovare l’energia per una scampagnata del genere.

Oggi, che il SASSUOLO è in A e che gioca nello stadio di REGIUM LEPIDI che ho dietro casa, torno a a vedere una partita di calcio dal vivo. Scelgo biglietti d’un certo tipo, tribuna inferiore, poco sopra alle panchine delle squadre. La giornata è perfetta, una dolce domenica soleggiata di fine settembre, la groupie e suo padre (interista) al mio fianco.

Riassaporo con gioia l’entrata nello stadio, è un’emozione anche solo questo. I posti scelti sono ottimi, mi guardo intorno e appena sopra di noi scorgo quella grande superfiga di BEDY MORATTI, sorella del presidente…

Bedy Moratti – Foto di Saura Terenziani

In breve lo stadio si riempie, più di ventimila persone, l’atmosfera è rilassata… uomini, donne, vecchi, bambini, famiglie… ah, che bello. Buffo vedere da vicino PAVENTI, NEBULONI e ADANI di SKY in posizione, a bordo campo, pronti ad iniziare il lavoro. Ad un tratto un po’ di trambusto dietro di noi: è arrivato il presidente,  l’unico che riconosco, MASSIMO MORATTI. Lo guardo con ammirazione mentre è assaltato da tifosi, giornalisti, fotografi… decide di tornare a seguire la squadra in trasferta dopo un anno e mezzo proprio quando io torno allo stadio… oh Page, adoro questi segni del blues.

Massimo Moratti - Sassuolo-Inter 22-9-13 - foto di Saura Terenziani

Con lui, la moglie MILLY, il presidente del Sassuolo e di Confindustria SQUINZI, GRAZIANO DEL RIO, oggi ministro ed ex sindaco di Regium Lepidi.

Come un bambino osservo incantato le squadre entrare in campo, vedere i miei ragazzi lì poco distante mi elettrizza.

Sassuolo-Inter 22-9-73 - foto di Saura Terenziani

Il mister davanti alla panchina è fighissimo, mi sembra bellissimo anche GIUSEPPE BARESI. Sono nell’empireo dei beati. In tribuna vicino a me due vecchi con logori cuscinetti da stadio con su scritto “Forza Reggiana”, qualche tifosa della domenica del Sassuolo che non sta zitta un momento e tanti, tanti, tanti interisti. Mi sento a casa. Io poi per il SASSUOLO provo simpatia, è la squadra del paese dove lavoro, è una squadra della provincia di Modena che gioca nello stadio di Reggio Emilia, che voglio di più? E poi, avere il Sassuolo in serie A è un bel segnale per tutto il distretto ceramico, un segnale di speranza, senza contare l’aspetto “promozionale”. Il centro commerciale inglobato nello stadio Giglio è pieno… pizzerie, bar, ristoranti, negozi, lavorano a pieno ritmo. Molto bene.

Rimango piacevolmente sorpreso dallo stadio in sé, dopo anni di abbandono e di miserie dovuti al fatto che la REGGIANA è impantanata da 15 anni in serie C, finalmente il Giglio risorge… il manto erboso è uno spettacolo e tutto sembra funzionare bene. Sono orgoglioso dello stadio di una delle mie due città.

La curva dei tifosi del Sassuolo è meravigliosa, gremita in “ogni ordine di posto”, applaude ed incita i proprio ragazzi. Il coro “chi non salta Carpigiano è” fa tenerezza. La curva dei tifosi dell’INTER invece si vede che è oliata bene in ogni meccanismo (anche nei più meschini). Canta, salta, balla, grida all’unisono…

Sassuolo-Inter 22-9-13 - curva intersita - foto di Saura Terenziani

Gli incitamenti alla beneata mi riempiono il cuore, ma quando parte il coro “Juventino pezzo di merda” inizio a storcere il naso. Lo Juventino è il mio avversario, anzi nemico, numero uno, la Juve è l’unica squadra contro cui tifo sempre e comunque, ma questa volgarità così gratuita non mi fa piacere sentendola gridata da una curva intera. “Milan Milan vaffanculo” mi fa sorridere, ma subito dopo con “milanista pezzo di merda” torno ad inquietarmi. Poco dopo parte poi un coro vergognoso contro i napoletani rei di essere (secondo la curva interista) “colerosi, terremotati” e poco propensi ad usare il sapone. Dura solo 20 o 30 secondi, ma me ne vergogno, da interista e da essere umano. Accenno al sorriso quando cantano “Si è già rotto Kakà”, visto il leggero fastidio muscolare che ha già bloccato il milanista, ma la voglia di leggerezza mi è passata.

La partita… che dire, dopo venti minuti siamo 3 a 0… per i primi goal scatto in piedi come una molla, ma poi assisto un po’ intristito alla debacle del Sassuolo. Nel secondo tempo, dopo sette mesi rientra in campo MILITO, e sono felice di essere lì ad assistere al ritorno del “prinsipe”.

Milito Entra in campo

La curva intona, sull’aria di WHEN THE SAINTS GO MARCHIN’ IN, “…Diego Milito facci un goal, è la Nord che te lo chiede, Diego Milito facci un goal”, ho la pelle d’oca e quando Dieghito risponde all’appello segnando, mi commuovo fino alle lacrime.  Che effetto che mi fa l’INTER quando vince, ragazzi… come l’assolo di JIMMY POIGE in SIBLY versione live 73 dal minuto 00:50 al minuto 01:03… brividi, tremori, giramenti di testa, palpitazioni, stelle negli occhi, rintocchi di campane,  pipì che scappa…

La partita finisce 0 a 7 per noi. Sassuolo a tratti inesistente, il solo SCHELOTTO a cercare di combattere, in quel suo modo sghembo ma viscerale. Sarà l’unico a fine partita che si metterà a piangere per la frustrazione, consolato poi dai giocatori dell’INTER…

Fino alla fine io e la groupie abbiamo sperato che proprio lui, Ezequiel, facesse il goal della bandiera. Per noi, da domenica, SCHELOTTO idolo assoluto.

Rincuorare Schelotto

Rincuorare Schelotto

Spiace per il Sassuolo, ma tutto sommato è stata una gran bella domenica. Certo, non si può giudicare l’INTER da una gara come questa, ma se ripenso a due anni  fa, quando la squadra lasciò 6 punti al NOVARA, il SASSUOLO odierno di quel campionato, beh non posso che rilevare lo stato di buona salute dei ragazzi: contro una squadra materasso, un team serio vince di goleada, e questo abbiamo fatto.

(Tutte le foto di Saura Terenziani)

BIG STAR di Paolo Barone

20 Set

Il nostro Polbi alle prese con un’altra storia di outsider, di quei beautiful loser di cui il Rock è fonte, purtroppo, inesauribile.

Torino, prima meta’ degli anni ’70, nel Golf Club, grande ed elegantissima proprieta’ della famiglia Agnelli, e’ in corso una festa. Ci sono molti invitati, perlopiu’ industriali, banchieri, gente che muove i soldi e le leve del mondo. Ma anche artisti, uomini di cultura, politici di livello internazionale.

C’e’ anche un giovane manager americano, David Bell,  che in quel periodo sta collaborando alla Fiat. In quei giorni di fine estate e’ venuto a trovarlo suo fratello Chris, che sta passando un brutto periodo di depressione. E’ un musicista e sembra non trovare un minimo di equilibrio esistenziale, cosi il fratello ha deciso di stargli vicino per un po’, offrendogli anche l’opportunita’ di una vacanza in Europa e magari la possibilita’ di incidere qualcosa in Francia o in Inghilterra. Senza forzature e impegni pressanti, giusto per vedere di tirarlo fuori dal vortice di negativita’ che lo stava ingoiando a casa, a Memphis nel Tenessee. Fra gli invitati si sparge presto la voce che tra loro c’e’ un musicista americano, uno bravo che sembra abbia anche inciso un disco, come non chiedergli di suonare qualcosa. Lui non se la sente, non vuole, non e’ a suo agio, ma loro insistono, gli mettono una chitarra in mano, solo una canzone che sara’ mai. Sperano di aver trovato il giullare che possa animare la serata. Chris Bell alla fine si convince e suona un pezzo che ha scritto per la sua band i Big Star.

Chris Bell

Chris Bell

Ma nel giro di pochi secondi tutti si stancano di lui e tornano al loro chiacchiericcio, non degnandolo piu’ nenche di uno sguardo, no, decisamente non era il buffone di corte che speravano. In un analoga circostanza qualcuno sarebbe andato via sbattendo la chitarra al muro, De Andre’ si sarebbe ubriacato e avrebbe partorito Amico Fragile, ma lui non fa niente di tutto questo. Semplicemente ricambia la scortesia cantando People’s Parties di Joni Mitchell.

Peccato soltanto che lo fa in inglese e nessuno capisce il senso e l’ironia della cosa. O almeno, quasi nessuno. Un ragazzo giovanissimo, figlio di un diplomatico presente alla festa ha visto e sentito, e la cosa gli ha suscitato un diluvio di emozioni contrastanti, al punto che lascia tutto e tutti per andarsene via da solo, non volendo piu’ rimanere in quella rozza compagnia. Il giorno dopo trovera’ il modo di incontrare Chris e suo fratello, ricevendone il primo disco dei Big Star in regalo e stabilendo una relazione emotiva che in qualche modo dura tuttora.

Ma perche’, per parlare dei Big Star ho scelto di partire da qui, da questo piccolo episodio della vita di uno dei membri fondatori del gruppo?

Per tanti motivi, ma soprattutto perche’ mi sembra che condensi nello spazio di una serata il destino di una delle piu’ straordinarie band di sempre: Essere ignorata praticamente da tutti, e colpire nel profondo il cuore e la sensibilita’ di pochi, di qualcuno, tanto da cambiargli in qualche modo la vita. E rimanere per sempre con lui.

Parte subito strana la storia dei Big Star.

big star

big star

Alex Chilton, Jody Stephens, Andy Hummell e Chris Bell sono quattro ragazzi di Memphis accomunati dalla stessa passione per il rock inglese di fine anni sessanta. Un po’ anomalo trovare un gruppo innamorato del Beat anglosassone nella citta’ che e’ come la patria del Rock & Roll e del Soul Americano….Ma tant’e’, e questa sara’ la molla che mettera’ insieme i nostri quattro, ancora molto giovani ed indecisi se diventare studenti normali ed integrati della classe media che suonano per puro passatempo, o tentare l’avventura e dedicarsi alla musica a tempo pieno. A dire il vero Alex un esperienza come musicista professionista alle spalle gia’ la poteva vantare. Era stato parte dei Box Tops, una specie di boy band americana anni sessanta, e aveva anche avuto il suo momento di celebrita’ mandando un singolo in cima alle classifiche. Ma non era pane per i suoi denti, non tanto e non solo artisticamente, ma soprattutto per come la gestione della band era affidata ad un manager dispotico e al controllo assoluto della casa discografica. Cose che non andavano bene per il suo carattere sensibile, ribelle e indipendente. Mentre sembrava andare benissimo questa nuova esperienza, in particolare il rapporto artistico con Bell, che li porto’ in breve tempo a scrivere una manciata di brani, lavorando con lo stile di Lennon/McCartney dove uno andava ad integrare le composizioni dell’altro in un continuo scambio creativo in maniera assolutamente naturale.

Grazie anche al prezioso contributo di produttori, tecnici e manager, i ragazzi riuscirono ad ottenere un abbondante disponibilita’ di tempo presso i prestigiosi studi della Ardent a Memphis con John Fry alla consolle, tirando fuori due cose: Un primo disco fenomenale e un nome per la band, rubandolo a una piccola catena cittadina di supermercati, Big Star.

Big Star - il primo album

Big Star – il primo album

Un nome impegnativo da portare certo, ma efficace e di grande impatto nella grafica della loro prima splendida copertina.

I brani del disco, da subito, dalle primissime note e parole, segnavano una differenza sostanziale con la roba che girava in America in quel periodo. E’ una musica molto particolare quella che i Big Star incidono nei solchi del loro primo album. Una cosa forte, che tocca le corde dell’anima, che parla di sogni desideri e nostalgia, suonata con gran classe e decisione. Gli intrecci di voci e  chitarre, il ritmo di basso e batteria, sono messi insieme con un gusto tutto personale, creando atmosfere e colori inediti e delicati. Molto emotive e mai, nenche per un istante, scontate sono le loro canzoni. Che ti viene da chiederti come abbiano fatto, come abbia fatto Alex Chilton a poco piu’ di vent’anni a scrivere un pezzo come Thirteen che parla di amore adolescenziale con le parole che escono direttamente dal cuore di un tredicenne, ma con la poesia che solo un adulto puo’ avere. Come hanno fatto a fare un disco cosi bello? E come ha fatto il mondo ad ignorarlo totalmente?!?

Perche’ si, e’ cosi che e’ andata, il primo disco dei Big Star, complice anche una disastrosa distribuzione da parte della Stax che lo aveva fatto uscire, non e’ mai andato da nessuna parte. Ma proprio nessuna, nonostante abbia da subito ricevuto delle ottime recensioni, sia sulle riviste che nel giro di critici e musicisti americani ed europei, per il pubblico del rock il disco e’ passato del tutto inosservato. Come se non fosse mai stato fatto. Ora a distanza di tanti anni, nonostante la band non abbia mai raggiunto un vero successo, sembra comunque impossibile che un lavoro del genere sia stato un fiasco di vendite totale. Ma la storia del rock che amiamo e’ fatta anche di questi misteri, e la band rimase tramortita dalla frustrazione del risultato deludente, al punto che Bell, dopo aver messo tutto se stesso nella realizzazione del disco,  scivolo’ in una spirale di crisi esistenziale e lascio’ il gruppo, iniziando un rapporto lungo e devastante con alcol, eroina e tranquillanti. Ai restanti componenti del gruppo non restava altro da fare che unirsi intorno al talento creativo di Alex Chilton e ritentare.

Alex Chilton - Big Star

Alex Chilton – Big Star

Ripartirono da dove avevano lasciato, Ardent Studios in Memphis con John Fry di nuovo alla cabina di regia. Stavolta le composizioni erano tutte di Alex, cosi come le chitarre e gran parte degli arrangiamenti. Radio City, il secondo disco, ne e’ il bellissimo risultato. Pur nella linea creativa del primo, se ne discosta in favore di un suono forse piu’ asciutto, piu’ diretto.

Big Star Radio City

Diciamolo subito: Anche il secondo disco dei Big Star non ebbe il benche’ minimo successo commerciale. Oggi per molti di noi e’ un classico, al pari del precedente e del successivo, ma per la band fu un ulteriore delusione: Zero vendite, pochi concerti, il futuro incerto. E questa volta anche il morale e la psiche di Alex ne risentirono seriamente. E non e’ difficile capirlo, se hai scritto pezzi come September Gurls, Back of a Car o Life is White, e non riesci a mettere insieme il pranzo con la cena.

No, non deve essere facile trovarsi incensati dalla critica ma senza il benche’ minimo riscontro di pubblico. Sicuramente non lo fu per Andy Hummell che a disco appena uscito decise di lasciare la band, per non farci piu’ ritorno nemmeno dopo tanti anni di distanza dai fatti in questione. Alex e Jody andarono ancora una volta in giro per qualche show promozionale, ma nonostante la qualita’ dei concerti, documentata anche da un paio di registrazioni live uscite di recente, nulla di particolare accadde, e si ritrovarono di nuovo in studio di registrazione.

Questa volta le cose sarebbero andate in un altra direzione. la band di fatto era diventata un duo in cui Alex Chilton era l’unico motore propulsivo in tutto e per tutto, e ora che non aveva piu’ nulla da perdere, non voleva nemmeno avere piu’ vincoli artistici ne’ filtri di qualsiasi tipo. John Fry questa volta rimase molto in disparte, limitandosi di fatto ad assecondare il flusso della coscienza creativa e tormentata di Chilton, affiancato e supportato dal produttore J. Dickinson. Ne venne fuori un disco straordinario, per molti il vertice creativo della breve storia dei Big Star.

Big Star 3rd

Big Star 3rd

Dentro ci si poteva trovare di tutto, senza una vera unita’ di insieme se non come unico filo conduttore i tormenti e i sussulti dell’anima del suo autore. Ci sono cover, come Femme fatale dei Velvet Underground, brani sperimentali, sonorita’ pop, invocazioni religiose, disincanto e tensione. E poi Blue Moon, che con la sua dolcezza sembra venire da un altro pianeta per calmarci dopo gli alti e bassi della vita, a darci ancora una finestra di speranza.

E’ un percorso difficile e bello al tempo stesso quello che ci propone il terzo disco dei Big Star. Cosi singolare che all’epoca nessuno volle pubblicarlo e rimase negli scaffali per annni, senza nemmeno un titolo definitivo o una copertina certa. Ancora una volta sembra impossibile che un disco di tale portata abbia subito un simile trattamento, specialmente se pensiamo che negli anni settanta il mondo della discografia era molto disponibile a rischiare. Eppure ando’ cosi, e per la band fu la fine. In molti sensi. Hummell aveva lasciato il mondo della musica per sempre, Stephens suonava un po’ qua e un po’ la’ senza particolare convinzione, Chris Bell era sprofondato nella depressione e nella dipendenza farmacologica, riuscendo a registrare una manciata di canzoni bellissime che resteranno pero’ inedite per molti anni, per poi morire in uno strano incidente stradale nel ’78. Alex Chilton, nauseato,  aveva preso progressivamente le distanze dal mondo della musica di massa, e si era dato da fare nell’underground, fra le altre cose producendo il debutto, per certi versi epocale, dei Cramps. Poi di fatto aveva lasciato perdere del tutto ogni ambizione artistica, e si era messo a fare il lavapiatti e il giardiniere a New Orleans. I dischi dei Big Star erano stati anche ristampati, compreso il terzo inedito con il titolo incerto di Third/Sister Lovers, ma, oltre all’interesse di un ristrettissimo gruppo di addetti ai lavori, ancora una volta non successe niente.

Fra la fine degli anni ottanta e i primi novanta, qualcosa pero’ inizio’ a prendere la giusta direzione…I dischi avevano continuato a passare di mano fra gli appassionati, e gira gira qualche voce importante aveva iniziato a citarli come fonte di ispirazione. I R.E.M., Jeff Buckley, alcune riviste internazionali, nuove band underground, le canzoni dimenticate dei Big Star arrivarono per la prima volta a toccare un livello di fama, se pur certamente non di massa, importante e in continua crescita. I dischi vennero ristampati in cd, e la cosa si espanse ulteriormente. Finche’ un bel giorno milioni di spettatori televisivi americani del telefilm That ‘70s Show, si trovarono a sentire canzoni come September Gurls e Thitrteen come colonna sonora della loro trasmissione preferita. E, per un attimo, fu un vero successo. L’interesse nei confronti della band raggiunse un livello senza precedenti, convincendo Alex Chilton e Jody Stephens a rimettere in piedi il progetto con dei nuovi musicisti aggiunti. Usci addirittura un nuovo disco, logicamente lontano dallo splendore dei tre originali, ma soprattutto la band si mise a fare tour americani ed europei con una certa frequenza e con finalmente un buon riscontro di pubblico. Un inatteso ritorno molto bello, ma le vecchie ferite specialmente per Chilton non si erano chiuse definitivamente.

Mai avuto un carattere facile il nostro, ulteriormente inasprito col passare degli anni e le delusioni della vita, Alex ha rifiutato per anni di parlare pubblicamente dei Big Star. Anche quando era in tour con la band riformata, non ha mai piu’ voluto rilasciare interviste sull’argomento, e le poche volte che lo ha fatto e’ stato sempre con un carico di amarezza e risentimento. Il dolore del fallimento e della perdita di Chris Bell sono stati per lui insuperabili, ed e’ con una nota di profonda tristezza che abbiamo appreso della sua morte per complicazioni cardiache nel 2010. Seguita da pochi mesi dalla scomparsa di Andy Hummell, e di fatto calando cosi definitivamente il sipario sui destini di questa strana band.

Ho chiesto in giro ad amici comuni che negli anni hanno avuto occasione di conoscere e lavorare con Alex Chilton, e il ritratto che ne viene fuori unendo i loro ricordi e’ quello di una persona buona e positiva. Sorprendentemente allegro, concentrato sul presente qualunque esso fosse e totalmente indisponibile a qualsiasi accenno all’esperienza dei Big Star. Come se non ci fossero mai stati. Tutti hanno conservato un ricordo in qualche modo riconoscente nei suoi confronti, e sembra che abbia fatto sempre il possibile per aiutare i musicisti che incontrava nel suo cammino artistico e professionale. Poi pero’a un certo punto semplicemente spariva, e non era piu’ possibile ricontattarlo. Tutte le persone con cui ho parlato mi hanno confermato questa cosa, come un incapacita’ o una volonta’ precisa di non mantenere una relazione umana oltre il tempo dell’esperienza condivisa. Senza un litigio, senza un motivo particolare, Alex Chilton usciva dalla vita delle persone con cui ho parlato prima di scrivere queste note, senza ritornare mai piu’, ma lasciando a tutti un qualcosa in dono, un momento di umanita’ che  rimane per sempre impresso nei loro ricordi piu’ cari.

Ho la sensazione che si parlera’ ancora molto dei Big Star, della loro storia e della loro musica. Un documentario e’ stato realizzato da poco e a giorni verra’ distribuito in DVD. Sulle riviste per un motivo o per un altro il loro nome salta fuori sempre piu’ spesso. Ogni giorno qualcuno, garzie anche alla disponibilita’ di materiale in rete, li scopre e si innamora della loro musica. Credo che tutto questo andra’ avanti a lungo, chissa’ forse per sempre. I loro dischi sono tutti di facilissima reperibilita’ in qualsiasi formato, cosi come il bellissimo disco solista di Chris Bell “I am the Cosmos” ed esiste anche un cofanetto ricco di inediti, versioni alternative, live e quant’altro.

Sono sicuro che la fiammella dei Big Star non si spegnera’ mai, ma anche al tempo stesso che rimarra’ sempre una cosa per pochi.

Se con queste righe sono riuscito ad incuriosire qualcuno che non li ha mai ascoltati, o magari ho fatto venir voglia a qualcun’altro di riascoltarli dopo un bel po’ di tempo….Beh…allora, come dire… Ne sarei proprio felice.

Paolo Barone ©2013

Uno per la vigna (The Autumn Song)

19 Set

Quando ero piccolo l’autunno cominciava in modo univoco il 23 settembre, da un po’ di tempo si tende invece a farlo iniziare invece il 21…è un errore, l’estate è la stagione più duratura e bisogna considerare l’orbita terrestre, quindi l’equinozio d’autunno cade un paio di giorni dopo il 21, il 23 settembre appunto…questa superficialità che sento in tivù, mi infastidisce sempre. Nel mio animo ad ogni modo l’autunno sboccia il giorno in cui inizia la vendemmia, quando col cuore gonfio di nostalgia rimembro i mesi di settembre passati dal nonno a vendemmiare, in quel periodo magico che si sviluppava tra la fine dei sessanta e l’inizio dei settanta. Ho scritto più volte qui sul blog che ho un rapporto carnale con la vite, d’altra parte il mio cognome è avvinghiato a questa pianta meravigliosa, essendo “l’allevamento a tirelle” un metodo di coltivazione che vedeva la vite “maritata ad un tutore vivo su cui si reggeva  (soprattutto all’olmo)”. Ricordo mio nonno Ettore, padre di Brian, gridare ad uno dei suoi figli “Dai, finès cla tirella.”

Mattina: lascio il posto in riva al mondo, percorro la stradina “lunga e tortuosa”, mi accorgo che Ronzoni gira per l’aia di casa sua con pantaloni e giacca blu da lavoro, un cappello di paglia in testa, volto lo sguardo e nella vigna di fronte cavagni per terra, un carro, gente che vendemmia: è iniziato quello che Brian chiama “avtunno”, con la vu.

Borgo Massenzio - vendemmia 2013

Borgo Massenzio – vendemmia 2013

Invece di immalinconirmi con musica bluesy, rispolvero uno dei più bei dischi live di sempre quello di BOB SEGER AND THE SILVER BULLET BAND…

Al pomeriggio in  giro tra Mutina e Stonecuty attraverso un forte temporale ascoltando LOREDANA BERTE’ alle prese con la TRAMPLED UNDERFOOT italiana…

e col suo rock…

Capito poi a Nonantola di prima mattina in questo metà settembre, lo studio del mio medico (e amico) John Louis (Gianluigi insomma) si è trasferito in piazza Gramsci, in pieno centro e mentre lo attraverso sento il sole sulla faccia, respiro l’aria fresca, gioco con le ombre tra le mura medievali dell’antico borgo; prima di tornare in ufficio mi fermo a Mutina da Brian, lo porto a prendere un caffè. Ci raggiunge anche mia sorella…mi chiedo se mai ci ritroveremo ancora tutti e tre insieme in un caffè a metà mattina in settembre. Brian si mangia la svedese e mi chiede quanti anni ho, sparo la cifra altissima a cui sono arrivato e mi dice “per me te t’è un zuvnèn” (per me sei un giovanottino)…c’è tanta tenerezza in quel zuvnèn, usato al posto di zuvnòt (giovanotto). Ah, caro vecchio Brian.

Al pomeriggio per lavoro mi fermo da Raffa allo studio fotografico di Scandilius….sembra indaffarato sugli scatti dei nostri clienti comuni…

S.E. -  Scandilius

Raffa - S.E. Scandilius

Raffa – S.E. Scandilius

mi avvicino, e scopro che invece sta contemplando le (belle) foto contenute nel suo recente libro…everybody has a dream…

Raffa contempla le foto del suo libro - foto di TT

Raffa contempla le foto del suo libro – foto di TT

Insieme alla groupie la sera vago per le FESTE DELL’UNITA’ di Regium Lepidi e di Mutina; come sempre finiamo negli stand dedicati alle librerie… notiamo sempre più che gli scaffali sono invasi da un sacco di titoli usciti dopo il successo di gente come DAN BROWN e GLENN COOPER …

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Forse dovrei cercare anche io di darmi al thriller storico e scrivere la TRILOGIA MEFISTOFELICA NONANTOLANA : L’ABBAZIA DEL MISTERO, SANGUE NELLA PIEVE, I TEMPLARI NERI DELLA CHIESA DI SANTA FILOMENA, e dopo il successo pubblicare il seguito: I GUARDIANI DELLA TORRE DELL’OROLOGIO

La cripta dell'abbazia di NNT

La cripta dell’abbazia di NNT

Templari nell'abbazia di NNT

Templari nell’abbazia di NNT

La Pieve di San Michele Arcangelo di Nonantola

La Pieve di San Michele Arcangelo di Nonantola

Chiesa di Santa Maria Fuori Le Mura alias Chiesa di Santa Filomena a Nonantola

Chiesa di Santa Maria Fuori Le Mura alias Chiesa di Santa Filomena a Nonantola

Chiesa di Santa Maria Fuori Le Mura alias Chiesa di Santa Filomena a Nonantola

Chiesa di Santa Maria Fuori Le Mura alias Chiesa di Santa Filomena a Nonantola

Torre dell'orologio di NNT

Torre dell’orologio di NNT

Nel mio girovagare avanti e indietro mi immergo completamente negli umori dell’autunno, l’aria della mattina si fa frizzante e io la taglio mentre nella blues mobile attraverso la Via Emilia ed osservo la vita che scorre…sullo sfondo della terra arata di fresco che assume quel colore che sta tra il marrone scuro e il grigiastro, il negro attende l’autobus alla fermata mentre parla la telefono, la donna di mezza età fa footing avviluppata da una tuta improbabile e con un passo che la fa assomigliare ad una papera ancora intorpidita dal sonno, l’autista del nordest europeo in zoccoli e con il portafogli assicurato ai jeans da una catenella chiede informazioni stradali al gestore di un distributore…la blues mobile rolla tranquilla sullo stradone Herberia-Stonecity mentre la BANDA MUSICALE DI MANISCALCO FOLLATORE (la MARSHALL TUCKER BAND insomma) lì nel car stereo canta il proprio amore per una certa VIRGINIA…

mentre cerca di spingere lontano i miei blues….

Quando poi parte il flauto di CAN’T YOU SEE il mondo parte per un’orbita tutta sua, e io mi ritrovo a galleggiare sopra ad aria sonora di incredibile potenza emotiva. La MARSHALL mi trasporta verso abissi di tristezza per poi farmi risalire verso vette altissime…sconquassato, obnubilato, confuso ma tutto sommato felice, mi ritrovo sotto l’ufficio e spegnere la musica in quel momento è una violenza inaudita che pratico a me stesso. Ma devo lavorare e così lascio che TOY CALDWELL suoni solo nei miei pensieri.

La sera ritornando verso Borgo Massenzio, ascolto STREET LEGAL di BOB DYLAN…

…e ancora mi lascio suggestionare dall’atmosfera settembrina, i raggi del sole ormai al tramonto danno alla domus saurea quel riflesso speciale, quel velo di malinconica beatitudine che avvolge tutto in una sorta di candore autunnale… l’aria non sa più d’estate, l’uva è pronta per essere raccolta e un altro anno si avvia alla fine…

Domus Saurea in settembre - foto di TT

Domus Saurea in settembre – foto di TT

Domus Saurea in Settembre - foto di TT

Domus Saurea in Settembre – foto di TT

Me ne salgo in casa e, dopo cena, capisco che forse anche Palmiro sente l’arrivo dell’autunno, viene ad accoccolarsi accanto a me, quasi ne sentisse i primi spifferi…

Palmiro & Tim (foto della groupie)

Palmiro & Tim (foto della groupie)

Settembre, la vendemmia, i colori della campagna che si infiammano prima di spegnersi, il crepuscolo, il cambio di stagione…il mood giusto per l’uomo di blues.

TT - one for the vine  - sett 2013

TT – one for the vine – settembre 2013

Barney Hoskyns ” LED ZEPPELIN – The Oral History Of The World’s Greatest Rock Band” – (Wiley 2012 – Euro 24,60) – TTTTT

16 Set

The Oral History Of the World's greatest rock band - LED ZEPPELIN barney Hoskins

Come sapete sono refrattario alle nuove uscite quando si tratta di libri sui LED ZEPPELIN, le trovo quasi sempre noiose, ripetitive, afflitte dalla sindrome del giornalismo pigro o peggio ancora da quello deferente.

Questo invece di Barney Hoskins mi ha sorpreso: a parte brevi note che consentono al lettore di mettere a fuoco le varie tappe della vita del gruppo, il libro narra la saga dei LED ZEPPELIN attraverso le dichiarazione dei co-protagonisti e delle comparse. In un lasso di tempo di qualche anno, Hoskins ha “interrogato”, segretarie, mogli di batteristi di gruppi della Swan Song, road manager, figlie di manager, mogli di manager, tecnici della ditta che curava l’impianto nei concerti del gruppo, giornalisti, musicisti, artisti, groupie, press officer, publicist, A& R personel, ingegneri del suono e, per una volta, la gente che ha avuto a che fare in modo concreto con i LZ inizia a parlare senza tanti peli sulla lingua, senza essere impaurita dalle ritorsioni psicologiche e spirituali che JIMMY PAGE potrebbe mettere in atto. Sì, la cosa bella è questa, alcuni non hanno più paura di quel che potrà pensare JIMMY PAGE, l’età avanza e nessuno è più preoccupato se JP toglierà il saluto a qualcuno… se una vecchia rockstar, per quanto ancora leggendaria, terrà il broncio.

LZ Fort Worth 1977

Questi libri che trattano la cosa senza prostituzione intellettuale, che vanno a scavare dove bisogna scavare, che cercano la verità in modo razionale, sono però anche quei libri che ci spingono nella twilight zone dei sogni infranti, che spengono le stelle che riempivano i nostri sogni, che imbrigliano i venti che soffiavano nelle nostre vele. Sono quei libri che di colpo ci fanno diventare adulti, che spazzano via i castelli che da ragazzini ci eravamo costruiti.

Lo sapevamo già, ma leggerlo fa comunque male: dopo il 1973 i LZ diventarono un qualcosa di tenebroso, di poco raccomandabile, di terribile, soprattutto negli ultimi 5 anni. Il marciume indotto dalle droghe pesanti si insinuò nell’animo di Grant, di Cole, di Bonham stesso e di Page, schiavo dell’edonismo e dell’accidia. Scontri di potere tra PETER GRANT e STEVE WEISS il temibile avvocato dei LZ, con aderenze note a tutti nella mafia newyorkese, vessazioni di qualsiasi tipo contro chiunque osasse anche guardare negli occhi la banda della Swan Song. Il solo ROBERT PLANT sembra essere stato in grado di non lasciarsi imbrigliare da logiche perverse, di elaborare pensieri e filosofie di vita da essere umano niente male, aiutato forse anche dai drammi che hanno costellato la sua vita. Anche JONES appare staccato dalla parte più oscura, ma il suo essere neutrale ed introverso lo fanno apparire quasi indifferente agli avvenimenti.

Ma in fondo la saga dei LED ZEPPELIN è affascinante anche per questo, un viaggio intrapreso con spirito gioioso sotto un sole splendente e caldo che via via diviene irto di ostacoli, di drammi, di patemi, di tragedie, mentre il potere e la ricchezza crescono a dismisura.

LZ Munich 5-7-80

LZ Munich 5-7-80

Un gran libro, per chi vuole approfondire (soffrendo).

La versione recensita è quella hardcover in limgua originale, ed è un inglese che si legge facilmente…non è che la maggior parte degli intervistati siano esattamente intellettuali.

Alcuni di voi, Tom in particolare, qui nel blog sostengono che l’importante è la musica, che è quella che alla fine conta…e allora via i cattivi pensieri, via le nostre analisi introspettive, e vai con il nostro sfavillante, appagante, pulsante, roboante, totalizzante rock dei LED ZEPPELIN.

JASMINE RODGERS in Italia: Domenica 15 settembre dalle ore 18.00 J Bar – Gervasuti Foundation Fondamenta Sant’Ana (Via Garibaldi) Castello 995 Venezia

13 Set
Jasmine Rodgers

Jasmine Rodgers

JASMINE RODGERS, figlia del nostro amatissimo PAUL, sarà a Venezia questa domenica. Per chi vive in Veneto o per chi ne ha la possibilità potrebbe essere interessante andare a vederla.

Qui sotto il comunicato stampa:

La popolare formazione romana, tra le più apprezzate in Italia nel campo dell’ukulele, arriva alla Gervasuti Foundation con una straordinaria special guest: la figlia del leggendario Paul Rodgers per la sua unica data italiana. Appuntamento domenica 15 settembre
A qualcuno piace l’ukulele: Uku Band e Jasmine Rodgers a Venezia!Gervasuti Foundation Music
è lieta di offrire

SOME LIKE IT HOT UKULELE

Uku Band & Jasmine Rodgers
in concerto

Domenica 15 settembre
dalle ore 18.00
J Bar – Gervasuti Foundation
Fondamenta Sant’Ana (Via Garibaldi) Castello 995
Venezia

“Tutti dovrebbero avere e suonare un ukulele: è uno strumento che non puoi suonare senza ridere!”. La migliore presentazione dell’ukulele arriva da uno dei suoi più grandi amatori, il compianto George Harrison. A questo piccolo, simpatico e popolare strumento hawaiano – ma di origine portoghese – la Gervasuti Foundation dedica uno spettacolo straordinario: Some Like It hot Ukulele – una serata con Uku Band e special guest Jasmine Rodgers! E’ una delle inconfondibili intuizioni del ‘master of taste’ Michele Gervasuti, come sempre ideatore lungimirante degli eventi musicali offerti a Venezia dalla Gervasuti Foundation, definita dall’autorevole ArtTribune “il posto più sofisticato di Venezia”.Il concerto di domenica 15 settembre avrà come protagonista la Uku Band: il quartetto romano nel giro di un anno dalla sua costituzione è diventato un’autentica autorità in materia, affidando ai diversi tipi di ukulele un repertorio scoppiettante e umoristico, con rivisitazioni di classici rock, pop, hard e reggae. D’altronde questo cordofono a 4 o 6 corde si presta benissimo a una rielaborazione di evergreen: i concerti della Uku Band sono un omaggio allo strumento ma anche una dimostrazione di maestria ed eclettismo.
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Il gran colpo è la partecipazione straordinaria di Jasmine Rodgers, alla sua unica data italiana proprio in compagnia della Uku Band. Figlia del celebre Paul Rodgers (una delle grandi voci del rock: basta citare Free, Bad Company, The Firm e Queen…), componente dell’alternative band dei Bôa, autrice sensibile e carismatica, Jasmine si è esibita a Venezia nel 2011 alla Biennale: amica e sostenitrice della Gervasuti Foundation, Jasmine è anche un’apprezzata suonatrice di ukulele. Quale migliore occasione per sentirla insieme alla migliore band italiana del genere? E non dimenticate il dress code: in puro stile A qualcuno piace caldo…
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Gervasuti Foundation: www.gervasutifoundation.com

Ufficio stampa Synpress44: www.synpress44.com

CLASSIC ROCK UK N.188 (team rock september 2013 – Euro 11)

11 Set

Numero interessante, visto che per una volta parla di nomi – relativi al Rock degli anni settanta – che non appaiono poi così spesso sulle pagine delle riviste. Gli articoli sono ben fatti sebbene siano lontani dall’ essere approfondimenti particolari.

CLASSIC ROCK MAGAZINE  188 sett 2013  044

Quello che ci interessa di più:

1 pagina sulla dipartita di JJ CALE e poi 4 pagine su BOB SEGER…

3 sugli AEROSMITH, 3 sulla j.GEILS BAND,

4 sulla JAMES GANG di JOE WALSH,

1 sui CACTUS

1 su ROY HARPER

Tra le recensioni MICHAEL MONROE, TEDESCHI-TRUCKS BAND, box set dei CLASH, Brothers And Sister deluxe edition degli ALLMAN, BLACKFOOT reissues.

Nel cd allegato l’unico cosa che mi ha colpito è il tempo di FOOL IN THE RAIN dei LZ che il batterista dei THE WALKING PAPERS usa nel pezzo THE WHOLE WORLD’S WATCHING:

CR MAG 188 sett 2013  043

Numero niente male.

La meticolosità dei LED ZEPPELIN riguardo ARGO di Ben Affleck

10 Set

Vengo a conoscenza della cosa soltanto oggi, ma è così sintomatica riguardo il “quality control” dei LZ che la condivido con voi.

ARGO è un film di successo del 2012 di e con BEN AFFLECK, tratto da una storia vera. In una scena del film un attore ad un certo punto appoggia la puntina di un giradischi su di un LP e parte WHEN THE LEVEE BREAKS dei LED ZEPPELIN. AFFLECK, grandissimo fan del gruppo, implorò il gruppo a lasciargli usare il pezzo in questione. I LZ diedero l’okay, a patto che rigirassero la scena affinché la puntina fosse posizionata sul punto esatto dove inizia WTLB sul disco (il IV dei LZ) nella realtà, e non all’inizio o in una posizione a caso.

Qui sotto il link all’articolo e al clip preso da youtube.

Riporto anche la dichiarazione d’amore di AFFLECK rilasciata al Los Angeles Times: “ Per me gli Zeppelin sono la più grande band di rock and roll. La gente di solito cita i BEATLES o i ROLLING STONES…no, sono i LZ. Così, non solo abbiamo dovuto pagare per l’utilizzo della canzone, ma anche per rigirare la scena. Comunque non puoi non apprezzare questa attenzione per io dettagli.”

http://www.hollywood.com/news/brief/45528537/ben-affleck-had-to-change-argo-to-use-led-zeppelin-song?page=all

THE BLUES magazine n. 8 (august 2013 – Team Rock – Euro 13,90)

10 Set

13 euro e 90 non sono pochi, il cd allegato non mi dice nulla e tutta la parte dedicata a nomi più o meno nuovi sembra non interessarmi. Sì, me lo chiedo anche io cosa continuo a comprare queste riviste costosissime…ma quando vedi MUDDY WATERS in copertina (per di più affiancato dal nome di JOHNNY WINTER) come fai a lasciare la rivista nello scaffale?

Tre pagine dedicate alla storia della canzone MILK COW BLUES, riempite con una certa dovizia di particolari ed approfondimenti. Peccato si siano fermati alle versioni di KOKOMO ARNOLDS, ROBERT JOHNSON, ELVIS e KINKS. Per me è importante anche quella del 1977 degli AEROSMITH (da DRAW THE LINE), ma so che una cosa personale…

The Blues magazine issue 8 2013 muddy waters

Nove invece le pagine dedicate a McKINLEY MORGANFIELD e alla sua rinascita nella seconda metà anni settanta grazie ai tre album prodotti da JOHNNY WINTER. Nessuna rivelazione particolare, ma un buon articolo corredato da belle foto.

Altre pagine dedicate a HOUND DOG TAYLOR e alla ALLIGATOR RECORDS, a BOBBY BLUE BLAND, BARBARA LYNN, THE RIDES (Stephen Stills/KW Shepherd, Barry Goldberg).