BIG STAR di Paolo Barone

20 Set

Il nostro Polbi alle prese con un’altra storia di outsider, di quei beautiful loser di cui il Rock è fonte, purtroppo, inesauribile.

Torino, prima meta’ degli anni ’70, nel Golf Club, grande ed elegantissima proprieta’ della famiglia Agnelli, e’ in corso una festa. Ci sono molti invitati, perlopiu’ industriali, banchieri, gente che muove i soldi e le leve del mondo. Ma anche artisti, uomini di cultura, politici di livello internazionale.

C’e’ anche un giovane manager americano, David Bell,  che in quel periodo sta collaborando alla Fiat. In quei giorni di fine estate e’ venuto a trovarlo suo fratello Chris, che sta passando un brutto periodo di depressione. E’ un musicista e sembra non trovare un minimo di equilibrio esistenziale, cosi il fratello ha deciso di stargli vicino per un po’, offrendogli anche l’opportunita’ di una vacanza in Europa e magari la possibilita’ di incidere qualcosa in Francia o in Inghilterra. Senza forzature e impegni pressanti, giusto per vedere di tirarlo fuori dal vortice di negativita’ che lo stava ingoiando a casa, a Memphis nel Tenessee. Fra gli invitati si sparge presto la voce che tra loro c’e’ un musicista americano, uno bravo che sembra abbia anche inciso un disco, come non chiedergli di suonare qualcosa. Lui non se la sente, non vuole, non e’ a suo agio, ma loro insistono, gli mettono una chitarra in mano, solo una canzone che sara’ mai. Sperano di aver trovato il giullare che possa animare la serata. Chris Bell alla fine si convince e suona un pezzo che ha scritto per la sua band i Big Star.

Chris Bell

Chris Bell

Ma nel giro di pochi secondi tutti si stancano di lui e tornano al loro chiacchiericcio, non degnandolo piu’ nenche di uno sguardo, no, decisamente non era il buffone di corte che speravano. In un analoga circostanza qualcuno sarebbe andato via sbattendo la chitarra al muro, De Andre’ si sarebbe ubriacato e avrebbe partorito Amico Fragile, ma lui non fa niente di tutto questo. Semplicemente ricambia la scortesia cantando People’s Parties di Joni Mitchell.

Peccato soltanto che lo fa in inglese e nessuno capisce il senso e l’ironia della cosa. O almeno, quasi nessuno. Un ragazzo giovanissimo, figlio di un diplomatico presente alla festa ha visto e sentito, e la cosa gli ha suscitato un diluvio di emozioni contrastanti, al punto che lascia tutto e tutti per andarsene via da solo, non volendo piu’ rimanere in quella rozza compagnia. Il giorno dopo trovera’ il modo di incontrare Chris e suo fratello, ricevendone il primo disco dei Big Star in regalo e stabilendo una relazione emotiva che in qualche modo dura tuttora.

Ma perche’, per parlare dei Big Star ho scelto di partire da qui, da questo piccolo episodio della vita di uno dei membri fondatori del gruppo?

Per tanti motivi, ma soprattutto perche’ mi sembra che condensi nello spazio di una serata il destino di una delle piu’ straordinarie band di sempre: Essere ignorata praticamente da tutti, e colpire nel profondo il cuore e la sensibilita’ di pochi, di qualcuno, tanto da cambiargli in qualche modo la vita. E rimanere per sempre con lui.

Parte subito strana la storia dei Big Star.

big star

big star

Alex Chilton, Jody Stephens, Andy Hummell e Chris Bell sono quattro ragazzi di Memphis accomunati dalla stessa passione per il rock inglese di fine anni sessanta. Un po’ anomalo trovare un gruppo innamorato del Beat anglosassone nella citta’ che e’ come la patria del Rock & Roll e del Soul Americano….Ma tant’e’, e questa sara’ la molla che mettera’ insieme i nostri quattro, ancora molto giovani ed indecisi se diventare studenti normali ed integrati della classe media che suonano per puro passatempo, o tentare l’avventura e dedicarsi alla musica a tempo pieno. A dire il vero Alex un esperienza come musicista professionista alle spalle gia’ la poteva vantare. Era stato parte dei Box Tops, una specie di boy band americana anni sessanta, e aveva anche avuto il suo momento di celebrita’ mandando un singolo in cima alle classifiche. Ma non era pane per i suoi denti, non tanto e non solo artisticamente, ma soprattutto per come la gestione della band era affidata ad un manager dispotico e al controllo assoluto della casa discografica. Cose che non andavano bene per il suo carattere sensibile, ribelle e indipendente. Mentre sembrava andare benissimo questa nuova esperienza, in particolare il rapporto artistico con Bell, che li porto’ in breve tempo a scrivere una manciata di brani, lavorando con lo stile di Lennon/McCartney dove uno andava ad integrare le composizioni dell’altro in un continuo scambio creativo in maniera assolutamente naturale.

Grazie anche al prezioso contributo di produttori, tecnici e manager, i ragazzi riuscirono ad ottenere un abbondante disponibilita’ di tempo presso i prestigiosi studi della Ardent a Memphis con John Fry alla consolle, tirando fuori due cose: Un primo disco fenomenale e un nome per la band, rubandolo a una piccola catena cittadina di supermercati, Big Star.

Big Star - il primo album

Big Star – il primo album

Un nome impegnativo da portare certo, ma efficace e di grande impatto nella grafica della loro prima splendida copertina.

I brani del disco, da subito, dalle primissime note e parole, segnavano una differenza sostanziale con la roba che girava in America in quel periodo. E’ una musica molto particolare quella che i Big Star incidono nei solchi del loro primo album. Una cosa forte, che tocca le corde dell’anima, che parla di sogni desideri e nostalgia, suonata con gran classe e decisione. Gli intrecci di voci e  chitarre, il ritmo di basso e batteria, sono messi insieme con un gusto tutto personale, creando atmosfere e colori inediti e delicati. Molto emotive e mai, nenche per un istante, scontate sono le loro canzoni. Che ti viene da chiederti come abbiano fatto, come abbia fatto Alex Chilton a poco piu’ di vent’anni a scrivere un pezzo come Thirteen che parla di amore adolescenziale con le parole che escono direttamente dal cuore di un tredicenne, ma con la poesia che solo un adulto puo’ avere. Come hanno fatto a fare un disco cosi bello? E come ha fatto il mondo ad ignorarlo totalmente?!?

Perche’ si, e’ cosi che e’ andata, il primo disco dei Big Star, complice anche una disastrosa distribuzione da parte della Stax che lo aveva fatto uscire, non e’ mai andato da nessuna parte. Ma proprio nessuna, nonostante abbia da subito ricevuto delle ottime recensioni, sia sulle riviste che nel giro di critici e musicisti americani ed europei, per il pubblico del rock il disco e’ passato del tutto inosservato. Come se non fosse mai stato fatto. Ora a distanza di tanti anni, nonostante la band non abbia mai raggiunto un vero successo, sembra comunque impossibile che un lavoro del genere sia stato un fiasco di vendite totale. Ma la storia del rock che amiamo e’ fatta anche di questi misteri, e la band rimase tramortita dalla frustrazione del risultato deludente, al punto che Bell, dopo aver messo tutto se stesso nella realizzazione del disco,  scivolo’ in una spirale di crisi esistenziale e lascio’ il gruppo, iniziando un rapporto lungo e devastante con alcol, eroina e tranquillanti. Ai restanti componenti del gruppo non restava altro da fare che unirsi intorno al talento creativo di Alex Chilton e ritentare.

Alex Chilton - Big Star

Alex Chilton – Big Star

Ripartirono da dove avevano lasciato, Ardent Studios in Memphis con John Fry di nuovo alla cabina di regia. Stavolta le composizioni erano tutte di Alex, cosi come le chitarre e gran parte degli arrangiamenti. Radio City, il secondo disco, ne e’ il bellissimo risultato. Pur nella linea creativa del primo, se ne discosta in favore di un suono forse piu’ asciutto, piu’ diretto.

Big Star Radio City

Diciamolo subito: Anche il secondo disco dei Big Star non ebbe il benche’ minimo successo commerciale. Oggi per molti di noi e’ un classico, al pari del precedente e del successivo, ma per la band fu un ulteriore delusione: Zero vendite, pochi concerti, il futuro incerto. E questa volta anche il morale e la psiche di Alex ne risentirono seriamente. E non e’ difficile capirlo, se hai scritto pezzi come September Gurls, Back of a Car o Life is White, e non riesci a mettere insieme il pranzo con la cena.

No, non deve essere facile trovarsi incensati dalla critica ma senza il benche’ minimo riscontro di pubblico. Sicuramente non lo fu per Andy Hummell che a disco appena uscito decise di lasciare la band, per non farci piu’ ritorno nemmeno dopo tanti anni di distanza dai fatti in questione. Alex e Jody andarono ancora una volta in giro per qualche show promozionale, ma nonostante la qualita’ dei concerti, documentata anche da un paio di registrazioni live uscite di recente, nulla di particolare accadde, e si ritrovarono di nuovo in studio di registrazione.

Questa volta le cose sarebbero andate in un altra direzione. la band di fatto era diventata un duo in cui Alex Chilton era l’unico motore propulsivo in tutto e per tutto, e ora che non aveva piu’ nulla da perdere, non voleva nemmeno avere piu’ vincoli artistici ne’ filtri di qualsiasi tipo. John Fry questa volta rimase molto in disparte, limitandosi di fatto ad assecondare il flusso della coscienza creativa e tormentata di Chilton, affiancato e supportato dal produttore J. Dickinson. Ne venne fuori un disco straordinario, per molti il vertice creativo della breve storia dei Big Star.

Big Star 3rd

Big Star 3rd

Dentro ci si poteva trovare di tutto, senza una vera unita’ di insieme se non come unico filo conduttore i tormenti e i sussulti dell’anima del suo autore. Ci sono cover, come Femme fatale dei Velvet Underground, brani sperimentali, sonorita’ pop, invocazioni religiose, disincanto e tensione. E poi Blue Moon, che con la sua dolcezza sembra venire da un altro pianeta per calmarci dopo gli alti e bassi della vita, a darci ancora una finestra di speranza.

E’ un percorso difficile e bello al tempo stesso quello che ci propone il terzo disco dei Big Star. Cosi singolare che all’epoca nessuno volle pubblicarlo e rimase negli scaffali per annni, senza nemmeno un titolo definitivo o una copertina certa. Ancora una volta sembra impossibile che un disco di tale portata abbia subito un simile trattamento, specialmente se pensiamo che negli anni settanta il mondo della discografia era molto disponibile a rischiare. Eppure ando’ cosi, e per la band fu la fine. In molti sensi. Hummell aveva lasciato il mondo della musica per sempre, Stephens suonava un po’ qua e un po’ la’ senza particolare convinzione, Chris Bell era sprofondato nella depressione e nella dipendenza farmacologica, riuscendo a registrare una manciata di canzoni bellissime che resteranno pero’ inedite per molti anni, per poi morire in uno strano incidente stradale nel ’78. Alex Chilton, nauseato,  aveva preso progressivamente le distanze dal mondo della musica di massa, e si era dato da fare nell’underground, fra le altre cose producendo il debutto, per certi versi epocale, dei Cramps. Poi di fatto aveva lasciato perdere del tutto ogni ambizione artistica, e si era messo a fare il lavapiatti e il giardiniere a New Orleans. I dischi dei Big Star erano stati anche ristampati, compreso il terzo inedito con il titolo incerto di Third/Sister Lovers, ma, oltre all’interesse di un ristrettissimo gruppo di addetti ai lavori, ancora una volta non successe niente.

Fra la fine degli anni ottanta e i primi novanta, qualcosa pero’ inizio’ a prendere la giusta direzione…I dischi avevano continuato a passare di mano fra gli appassionati, e gira gira qualche voce importante aveva iniziato a citarli come fonte di ispirazione. I R.E.M., Jeff Buckley, alcune riviste internazionali, nuove band underground, le canzoni dimenticate dei Big Star arrivarono per la prima volta a toccare un livello di fama, se pur certamente non di massa, importante e in continua crescita. I dischi vennero ristampati in cd, e la cosa si espanse ulteriormente. Finche’ un bel giorno milioni di spettatori televisivi americani del telefilm That ‘70s Show, si trovarono a sentire canzoni come September Gurls e Thitrteen come colonna sonora della loro trasmissione preferita. E, per un attimo, fu un vero successo. L’interesse nei confronti della band raggiunse un livello senza precedenti, convincendo Alex Chilton e Jody Stephens a rimettere in piedi il progetto con dei nuovi musicisti aggiunti. Usci addirittura un nuovo disco, logicamente lontano dallo splendore dei tre originali, ma soprattutto la band si mise a fare tour americani ed europei con una certa frequenza e con finalmente un buon riscontro di pubblico. Un inatteso ritorno molto bello, ma le vecchie ferite specialmente per Chilton non si erano chiuse definitivamente.

Mai avuto un carattere facile il nostro, ulteriormente inasprito col passare degli anni e le delusioni della vita, Alex ha rifiutato per anni di parlare pubblicamente dei Big Star. Anche quando era in tour con la band riformata, non ha mai piu’ voluto rilasciare interviste sull’argomento, e le poche volte che lo ha fatto e’ stato sempre con un carico di amarezza e risentimento. Il dolore del fallimento e della perdita di Chris Bell sono stati per lui insuperabili, ed e’ con una nota di profonda tristezza che abbiamo appreso della sua morte per complicazioni cardiache nel 2010. Seguita da pochi mesi dalla scomparsa di Andy Hummell, e di fatto calando cosi definitivamente il sipario sui destini di questa strana band.

Ho chiesto in giro ad amici comuni che negli anni hanno avuto occasione di conoscere e lavorare con Alex Chilton, e il ritratto che ne viene fuori unendo i loro ricordi e’ quello di una persona buona e positiva. Sorprendentemente allegro, concentrato sul presente qualunque esso fosse e totalmente indisponibile a qualsiasi accenno all’esperienza dei Big Star. Come se non ci fossero mai stati. Tutti hanno conservato un ricordo in qualche modo riconoscente nei suoi confronti, e sembra che abbia fatto sempre il possibile per aiutare i musicisti che incontrava nel suo cammino artistico e professionale. Poi pero’a un certo punto semplicemente spariva, e non era piu’ possibile ricontattarlo. Tutte le persone con cui ho parlato mi hanno confermato questa cosa, come un incapacita’ o una volonta’ precisa di non mantenere una relazione umana oltre il tempo dell’esperienza condivisa. Senza un litigio, senza un motivo particolare, Alex Chilton usciva dalla vita delle persone con cui ho parlato prima di scrivere queste note, senza ritornare mai piu’, ma lasciando a tutti un qualcosa in dono, un momento di umanita’ che  rimane per sempre impresso nei loro ricordi piu’ cari.

Ho la sensazione che si parlera’ ancora molto dei Big Star, della loro storia e della loro musica. Un documentario e’ stato realizzato da poco e a giorni verra’ distribuito in DVD. Sulle riviste per un motivo o per un altro il loro nome salta fuori sempre piu’ spesso. Ogni giorno qualcuno, garzie anche alla disponibilita’ di materiale in rete, li scopre e si innamora della loro musica. Credo che tutto questo andra’ avanti a lungo, chissa’ forse per sempre. I loro dischi sono tutti di facilissima reperibilita’ in qualsiasi formato, cosi come il bellissimo disco solista di Chris Bell “I am the Cosmos” ed esiste anche un cofanetto ricco di inediti, versioni alternative, live e quant’altro.

Sono sicuro che la fiammella dei Big Star non si spegnera’ mai, ma anche al tempo stesso che rimarra’ sempre una cosa per pochi.

Se con queste righe sono riuscito ad incuriosire qualcuno che non li ha mai ascoltati, o magari ho fatto venir voglia a qualcun’altro di riascoltarli dopo un bel po’ di tempo….Beh…allora, come dire… Ne sarei proprio felice.

Paolo Barone ©2013

Uno per la vigna (The Autumn Song)

19 Set

Quando ero piccolo l’autunno cominciava in modo univoco il 23 settembre, da un po’ di tempo si tende invece a farlo iniziare invece il 21…è un errore, l’estate è la stagione più duratura e bisogna considerare l’orbita terrestre, quindi l’equinozio d’autunno cade un paio di giorni dopo il 21, il 23 settembre appunto…questa superficialità che sento in tivù, mi infastidisce sempre. Nel mio animo ad ogni modo l’autunno sboccia il giorno in cui inizia la vendemmia, quando col cuore gonfio di nostalgia rimembro i mesi di settembre passati dal nonno a vendemmiare, in quel periodo magico che si sviluppava tra la fine dei sessanta e l’inizio dei settanta. Ho scritto più volte qui sul blog che ho un rapporto carnale con la vite, d’altra parte il mio cognome è avvinghiato a questa pianta meravigliosa, essendo “l’allevamento a tirelle” un metodo di coltivazione che vedeva la vite “maritata ad un tutore vivo su cui si reggeva  (soprattutto all’olmo)”. Ricordo mio nonno Ettore, padre di Brian, gridare ad uno dei suoi figli “Dai, finès cla tirella.”

Mattina: lascio il posto in riva al mondo, percorro la stradina “lunga e tortuosa”, mi accorgo che Ronzoni gira per l’aia di casa sua con pantaloni e giacca blu da lavoro, un cappello di paglia in testa, volto lo sguardo e nella vigna di fronte cavagni per terra, un carro, gente che vendemmia: è iniziato quello che Brian chiama “avtunno”, con la vu.

Borgo Massenzio - vendemmia 2013

Borgo Massenzio – vendemmia 2013

Invece di immalinconirmi con musica bluesy, rispolvero uno dei più bei dischi live di sempre quello di BOB SEGER AND THE SILVER BULLET BAND…

Al pomeriggio in  giro tra Mutina e Stonecuty attraverso un forte temporale ascoltando LOREDANA BERTE’ alle prese con la TRAMPLED UNDERFOOT italiana…

e col suo rock…

Capito poi a Nonantola di prima mattina in questo metà settembre, lo studio del mio medico (e amico) John Louis (Gianluigi insomma) si è trasferito in piazza Gramsci, in pieno centro e mentre lo attraverso sento il sole sulla faccia, respiro l’aria fresca, gioco con le ombre tra le mura medievali dell’antico borgo; prima di tornare in ufficio mi fermo a Mutina da Brian, lo porto a prendere un caffè. Ci raggiunge anche mia sorella…mi chiedo se mai ci ritroveremo ancora tutti e tre insieme in un caffè a metà mattina in settembre. Brian si mangia la svedese e mi chiede quanti anni ho, sparo la cifra altissima a cui sono arrivato e mi dice “per me te t’è un zuvnèn” (per me sei un giovanottino)…c’è tanta tenerezza in quel zuvnèn, usato al posto di zuvnòt (giovanotto). Ah, caro vecchio Brian.

Al pomeriggio per lavoro mi fermo da Raffa allo studio fotografico di Scandilius….sembra indaffarato sugli scatti dei nostri clienti comuni…

S.E. -  Scandilius

Raffa - S.E. Scandilius

Raffa – S.E. Scandilius

mi avvicino, e scopro che invece sta contemplando le (belle) foto contenute nel suo recente libro…everybody has a dream…

Raffa contempla le foto del suo libro - foto di TT

Raffa contempla le foto del suo libro – foto di TT

Insieme alla groupie la sera vago per le FESTE DELL’UNITA’ di Regium Lepidi e di Mutina; come sempre finiamo negli stand dedicati alle librerie… notiamo sempre più che gli scaffali sono invasi da un sacco di titoli usciti dopo il successo di gente come DAN BROWN e GLENN COOPER …

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Forse dovrei cercare anche io di darmi al thriller storico e scrivere la TRILOGIA MEFISTOFELICA NONANTOLANA : L’ABBAZIA DEL MISTERO, SANGUE NELLA PIEVE, I TEMPLARI NERI DELLA CHIESA DI SANTA FILOMENA, e dopo il successo pubblicare il seguito: I GUARDIANI DELLA TORRE DELL’OROLOGIO

La cripta dell'abbazia di NNT

La cripta dell’abbazia di NNT

Templari nell'abbazia di NNT

Templari nell’abbazia di NNT

La Pieve di San Michele Arcangelo di Nonantola

La Pieve di San Michele Arcangelo di Nonantola

Chiesa di Santa Maria Fuori Le Mura alias Chiesa di Santa Filomena a Nonantola

Chiesa di Santa Maria Fuori Le Mura alias Chiesa di Santa Filomena a Nonantola

Chiesa di Santa Maria Fuori Le Mura alias Chiesa di Santa Filomena a Nonantola

Chiesa di Santa Maria Fuori Le Mura alias Chiesa di Santa Filomena a Nonantola

Torre dell'orologio di NNT

Torre dell’orologio di NNT

Nel mio girovagare avanti e indietro mi immergo completamente negli umori dell’autunno, l’aria della mattina si fa frizzante e io la taglio mentre nella blues mobile attraverso la Via Emilia ed osservo la vita che scorre…sullo sfondo della terra arata di fresco che assume quel colore che sta tra il marrone scuro e il grigiastro, il negro attende l’autobus alla fermata mentre parla la telefono, la donna di mezza età fa footing avviluppata da una tuta improbabile e con un passo che la fa assomigliare ad una papera ancora intorpidita dal sonno, l’autista del nordest europeo in zoccoli e con il portafogli assicurato ai jeans da una catenella chiede informazioni stradali al gestore di un distributore…la blues mobile rolla tranquilla sullo stradone Herberia-Stonecity mentre la BANDA MUSICALE DI MANISCALCO FOLLATORE (la MARSHALL TUCKER BAND insomma) lì nel car stereo canta il proprio amore per una certa VIRGINIA…

mentre cerca di spingere lontano i miei blues….

Quando poi parte il flauto di CAN’T YOU SEE il mondo parte per un’orbita tutta sua, e io mi ritrovo a galleggiare sopra ad aria sonora di incredibile potenza emotiva. La MARSHALL mi trasporta verso abissi di tristezza per poi farmi risalire verso vette altissime…sconquassato, obnubilato, confuso ma tutto sommato felice, mi ritrovo sotto l’ufficio e spegnere la musica in quel momento è una violenza inaudita che pratico a me stesso. Ma devo lavorare e così lascio che TOY CALDWELL suoni solo nei miei pensieri.

La sera ritornando verso Borgo Massenzio, ascolto STREET LEGAL di BOB DYLAN…

…e ancora mi lascio suggestionare dall’atmosfera settembrina, i raggi del sole ormai al tramonto danno alla domus saurea quel riflesso speciale, quel velo di malinconica beatitudine che avvolge tutto in una sorta di candore autunnale… l’aria non sa più d’estate, l’uva è pronta per essere raccolta e un altro anno si avvia alla fine…

Domus Saurea in settembre - foto di TT

Domus Saurea in settembre – foto di TT

Domus Saurea in Settembre - foto di TT

Domus Saurea in Settembre – foto di TT

Me ne salgo in casa e, dopo cena, capisco che forse anche Palmiro sente l’arrivo dell’autunno, viene ad accoccolarsi accanto a me, quasi ne sentisse i primi spifferi…

Palmiro & Tim (foto della groupie)

Palmiro & Tim (foto della groupie)

Settembre, la vendemmia, i colori della campagna che si infiammano prima di spegnersi, il crepuscolo, il cambio di stagione…il mood giusto per l’uomo di blues.

TT - one for the vine  - sett 2013

TT – one for the vine – settembre 2013

Barney Hoskyns ” LED ZEPPELIN – The Oral History Of The World’s Greatest Rock Band” – (Wiley 2012 – Euro 24,60) – TTTTT

16 Set

The Oral History Of the World's greatest rock band - LED ZEPPELIN barney Hoskins

Come sapete sono refrattario alle nuove uscite quando si tratta di libri sui LED ZEPPELIN, le trovo quasi sempre noiose, ripetitive, afflitte dalla sindrome del giornalismo pigro o peggio ancora da quello deferente.

Questo invece di Barney Hoskins mi ha sorpreso: a parte brevi note che consentono al lettore di mettere a fuoco le varie tappe della vita del gruppo, il libro narra la saga dei LED ZEPPELIN attraverso le dichiarazione dei co-protagonisti e delle comparse. In un lasso di tempo di qualche anno, Hoskins ha “interrogato”, segretarie, mogli di batteristi di gruppi della Swan Song, road manager, figlie di manager, mogli di manager, tecnici della ditta che curava l’impianto nei concerti del gruppo, giornalisti, musicisti, artisti, groupie, press officer, publicist, A& R personel, ingegneri del suono e, per una volta, la gente che ha avuto a che fare in modo concreto con i LZ inizia a parlare senza tanti peli sulla lingua, senza essere impaurita dalle ritorsioni psicologiche e spirituali che JIMMY PAGE potrebbe mettere in atto. Sì, la cosa bella è questa, alcuni non hanno più paura di quel che potrà pensare JIMMY PAGE, l’età avanza e nessuno è più preoccupato se JP toglierà il saluto a qualcuno… se una vecchia rockstar, per quanto ancora leggendaria, terrà il broncio.

LZ Fort Worth 1977

Questi libri che trattano la cosa senza prostituzione intellettuale, che vanno a scavare dove bisogna scavare, che cercano la verità in modo razionale, sono però anche quei libri che ci spingono nella twilight zone dei sogni infranti, che spengono le stelle che riempivano i nostri sogni, che imbrigliano i venti che soffiavano nelle nostre vele. Sono quei libri che di colpo ci fanno diventare adulti, che spazzano via i castelli che da ragazzini ci eravamo costruiti.

Lo sapevamo già, ma leggerlo fa comunque male: dopo il 1973 i LZ diventarono un qualcosa di tenebroso, di poco raccomandabile, di terribile, soprattutto negli ultimi 5 anni. Il marciume indotto dalle droghe pesanti si insinuò nell’animo di Grant, di Cole, di Bonham stesso e di Page, schiavo dell’edonismo e dell’accidia. Scontri di potere tra PETER GRANT e STEVE WEISS il temibile avvocato dei LZ, con aderenze note a tutti nella mafia newyorkese, vessazioni di qualsiasi tipo contro chiunque osasse anche guardare negli occhi la banda della Swan Song. Il solo ROBERT PLANT sembra essere stato in grado di non lasciarsi imbrigliare da logiche perverse, di elaborare pensieri e filosofie di vita da essere umano niente male, aiutato forse anche dai drammi che hanno costellato la sua vita. Anche JONES appare staccato dalla parte più oscura, ma il suo essere neutrale ed introverso lo fanno apparire quasi indifferente agli avvenimenti.

Ma in fondo la saga dei LED ZEPPELIN è affascinante anche per questo, un viaggio intrapreso con spirito gioioso sotto un sole splendente e caldo che via via diviene irto di ostacoli, di drammi, di patemi, di tragedie, mentre il potere e la ricchezza crescono a dismisura.

LZ Munich 5-7-80

LZ Munich 5-7-80

Un gran libro, per chi vuole approfondire (soffrendo).

La versione recensita è quella hardcover in limgua originale, ed è un inglese che si legge facilmente…non è che la maggior parte degli intervistati siano esattamente intellettuali.

Alcuni di voi, Tom in particolare, qui nel blog sostengono che l’importante è la musica, che è quella che alla fine conta…e allora via i cattivi pensieri, via le nostre analisi introspettive, e vai con il nostro sfavillante, appagante, pulsante, roboante, totalizzante rock dei LED ZEPPELIN.

JASMINE RODGERS in Italia: Domenica 15 settembre dalle ore 18.00 J Bar – Gervasuti Foundation Fondamenta Sant’Ana (Via Garibaldi) Castello 995 Venezia

13 Set
Jasmine Rodgers

Jasmine Rodgers

JASMINE RODGERS, figlia del nostro amatissimo PAUL, sarà a Venezia questa domenica. Per chi vive in Veneto o per chi ne ha la possibilità potrebbe essere interessante andare a vederla.

Qui sotto il comunicato stampa:

La popolare formazione romana, tra le più apprezzate in Italia nel campo dell’ukulele, arriva alla Gervasuti Foundation con una straordinaria special guest: la figlia del leggendario Paul Rodgers per la sua unica data italiana. Appuntamento domenica 15 settembre
A qualcuno piace l’ukulele: Uku Band e Jasmine Rodgers a Venezia!Gervasuti Foundation Music
è lieta di offrire

SOME LIKE IT HOT UKULELE

Uku Band & Jasmine Rodgers
in concerto

Domenica 15 settembre
dalle ore 18.00
J Bar – Gervasuti Foundation
Fondamenta Sant’Ana (Via Garibaldi) Castello 995
Venezia

“Tutti dovrebbero avere e suonare un ukulele: è uno strumento che non puoi suonare senza ridere!”. La migliore presentazione dell’ukulele arriva da uno dei suoi più grandi amatori, il compianto George Harrison. A questo piccolo, simpatico e popolare strumento hawaiano – ma di origine portoghese – la Gervasuti Foundation dedica uno spettacolo straordinario: Some Like It hot Ukulele – una serata con Uku Band e special guest Jasmine Rodgers! E’ una delle inconfondibili intuizioni del ‘master of taste’ Michele Gervasuti, come sempre ideatore lungimirante degli eventi musicali offerti a Venezia dalla Gervasuti Foundation, definita dall’autorevole ArtTribune “il posto più sofisticato di Venezia”.Il concerto di domenica 15 settembre avrà come protagonista la Uku Band: il quartetto romano nel giro di un anno dalla sua costituzione è diventato un’autentica autorità in materia, affidando ai diversi tipi di ukulele un repertorio scoppiettante e umoristico, con rivisitazioni di classici rock, pop, hard e reggae. D’altronde questo cordofono a 4 o 6 corde si presta benissimo a una rielaborazione di evergreen: i concerti della Uku Band sono un omaggio allo strumento ma anche una dimostrazione di maestria ed eclettismo.
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Il gran colpo è la partecipazione straordinaria di Jasmine Rodgers, alla sua unica data italiana proprio in compagnia della Uku Band. Figlia del celebre Paul Rodgers (una delle grandi voci del rock: basta citare Free, Bad Company, The Firm e Queen…), componente dell’alternative band dei Bôa, autrice sensibile e carismatica, Jasmine si è esibita a Venezia nel 2011 alla Biennale: amica e sostenitrice della Gervasuti Foundation, Jasmine è anche un’apprezzata suonatrice di ukulele. Quale migliore occasione per sentirla insieme alla migliore band italiana del genere? E non dimenticate il dress code: in puro stile A qualcuno piace caldo…
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Gervasuti Foundation: www.gervasutifoundation.com

Ufficio stampa Synpress44: www.synpress44.com

CLASSIC ROCK UK N.188 (team rock september 2013 – Euro 11)

11 Set

Numero interessante, visto che per una volta parla di nomi – relativi al Rock degli anni settanta – che non appaiono poi così spesso sulle pagine delle riviste. Gli articoli sono ben fatti sebbene siano lontani dall’ essere approfondimenti particolari.

CLASSIC ROCK MAGAZINE  188 sett 2013  044

Quello che ci interessa di più:

1 pagina sulla dipartita di JJ CALE e poi 4 pagine su BOB SEGER…

3 sugli AEROSMITH, 3 sulla j.GEILS BAND,

4 sulla JAMES GANG di JOE WALSH,

1 sui CACTUS

1 su ROY HARPER

Tra le recensioni MICHAEL MONROE, TEDESCHI-TRUCKS BAND, box set dei CLASH, Brothers And Sister deluxe edition degli ALLMAN, BLACKFOOT reissues.

Nel cd allegato l’unico cosa che mi ha colpito è il tempo di FOOL IN THE RAIN dei LZ che il batterista dei THE WALKING PAPERS usa nel pezzo THE WHOLE WORLD’S WATCHING:

CR MAG 188 sett 2013  043

Numero niente male.

La meticolosità dei LED ZEPPELIN riguardo ARGO di Ben Affleck

10 Set

Vengo a conoscenza della cosa soltanto oggi, ma è così sintomatica riguardo il “quality control” dei LZ che la condivido con voi.

ARGO è un film di successo del 2012 di e con BEN AFFLECK, tratto da una storia vera. In una scena del film un attore ad un certo punto appoggia la puntina di un giradischi su di un LP e parte WHEN THE LEVEE BREAKS dei LED ZEPPELIN. AFFLECK, grandissimo fan del gruppo, implorò il gruppo a lasciargli usare il pezzo in questione. I LZ diedero l’okay, a patto che rigirassero la scena affinché la puntina fosse posizionata sul punto esatto dove inizia WTLB sul disco (il IV dei LZ) nella realtà, e non all’inizio o in una posizione a caso.

Qui sotto il link all’articolo e al clip preso da youtube.

Riporto anche la dichiarazione d’amore di AFFLECK rilasciata al Los Angeles Times: “ Per me gli Zeppelin sono la più grande band di rock and roll. La gente di solito cita i BEATLES o i ROLLING STONES…no, sono i LZ. Così, non solo abbiamo dovuto pagare per l’utilizzo della canzone, ma anche per rigirare la scena. Comunque non puoi non apprezzare questa attenzione per io dettagli.”

http://www.hollywood.com/news/brief/45528537/ben-affleck-had-to-change-argo-to-use-led-zeppelin-song?page=all

THE BLUES magazine n. 8 (august 2013 – Team Rock – Euro 13,90)

10 Set

13 euro e 90 non sono pochi, il cd allegato non mi dice nulla e tutta la parte dedicata a nomi più o meno nuovi sembra non interessarmi. Sì, me lo chiedo anche io cosa continuo a comprare queste riviste costosissime…ma quando vedi MUDDY WATERS in copertina (per di più affiancato dal nome di JOHNNY WINTER) come fai a lasciare la rivista nello scaffale?

Tre pagine dedicate alla storia della canzone MILK COW BLUES, riempite con una certa dovizia di particolari ed approfondimenti. Peccato si siano fermati alle versioni di KOKOMO ARNOLDS, ROBERT JOHNSON, ELVIS e KINKS. Per me è importante anche quella del 1977 degli AEROSMITH (da DRAW THE LINE), ma so che una cosa personale…

The Blues magazine issue 8 2013 muddy waters

Nove invece le pagine dedicate a McKINLEY MORGANFIELD e alla sua rinascita nella seconda metà anni settanta grazie ai tre album prodotti da JOHNNY WINTER. Nessuna rivelazione particolare, ma un buon articolo corredato da belle foto.

Altre pagine dedicate a HOUND DOG TAYLOR e alla ALLIGATOR RECORDS, a BOBBY BLUE BLAND, BARBARA LYNN, THE RIDES (Stephen Stills/KW Shepherd, Barry Goldberg).

       

 

 

Loredana Bertè live al Festival Dell’Unità, Reggio Emilia, Campovolo 6 settembre 2013 – TTTTT

8 Set

Festa dell’Unità provinciale di Reggio Emilia, Campo Volo, arena spettacoli, biglietto 10 euro: il ritorno di quella gran figa di LOREDANA BERTE’. Finalmente FestaReggio si decide a chiamare un/un’artista che non sia estratta a caso dall’insopportabile rock alternativo italiano e vivappage un/un’artista che non prenda le distanze dalle colorazioni politiche dell’organizzatore (vedi le dichiarazioni del rapper Moreno) (chiii???).

Ero molto curioso, e con me lo era la groupie: non posso dire di essere sempre stato un fan della BERTE’, ma pur nei momenti di massima Rockitudine, di esasperata ortodossia Rock, LOREDANA BERTE’ mi è sempre piaciuta. Quella musica che stava tra facile ascolto, canzone d’autore e strizzate d’occhio al Rock, quella sua verve sempre un po’ sopra le righe, la sua voce sincera e decisamente vicina alle corde che cantavano la mia musica, quell’aria sempre un po’ disperata di chi vive le la vita con tutta se stessa… beh non potevano che irretire facilmente un’ometto di blues come me.

Loredana Bertè

E ora eccola lì, sul palco, minigonna cortissima, un po’ in carne, un po’ trasformata, 63enne d’assalto. La band è pronta, ma lei è indaffarata a cercare qualcosa in una borsa  che ha davanti alla batteria, ci mostra il di dietro senza troppe riverenze. Inizia a cantare e dopo un po’ va da tecnico del mixer di palco a dire che c’è qualcosa che non va. Mi piace questo atteggiamento, questi modi semplici e diretti. La voce mi pare che regga bene, anche se risentirla oggi sui clip di youtube, senza il pathos della situazione live e di un impianto come si deve, sembra meno ” a fuoco”.

Ma vengo al punto senza più giraci intorno: il concerto mi è piaciuto un sacco, LOREDANA BERTE’ è una bomba. Professionale ma senza essere finta, pronta a rischiare, a “buttare” la voce, a pescare nel torbido. Si ha la sensazione che possa succedere di tutto (un po’ come quando vedi giocare l’ex campione nerazzurro MARIO BALOTELLI), ed è questa la sensazione di cui abbiamo bisogno. La band parte un po’ fredda ma poi entra in circolo e porta a casa una prova convincente… dal modo di suonare e dagli strumenti che hanno non è esattamente my cup of tea, ma alla fine supera le aspettative ( e certi arrangiamenti non sono male).

LOREDANA non porta in giro solo il greatest hits, come fanno tante, troppe vecchie glorie (come purtroppo la mia original BAD COMPANY)… certo, i successi ci sono, ma sono equilibrati da canzoni poco conosciute o più recenti. Questo mi piace. Sicuro, mi scaldo soprattutto nelle cose che mi sono famigliari e che mi piacciono (FOLLE CITTA’, JAZZ, TRASLOCANDO, IN ALTO MARE,NON SONO UNA SIGNORA, DEDICATO, versione IVANO FOSSATI 1979), ma ho ascoltato con attenzione anche le cose che non conoscevo. LOREDANA poi ha finito il concerto con COMANDANTE CHE, e in più di un’occasione ha toccato e cantato temi di protesta sociale. Tipetta scomoda la BERTE’.

Special Guest AIDA COOPER che apre il concerto con SIMPLY THE BEST di TINA TURNER , che circa a metà permette a LOREDANA di respirare cantando DONNE di MIA MARTINI e che dove occorre raddoppia la voce di LOREDANA. Buona presenza di pubblico, piuttosto caldo e pronto a lasciare i propri posti a sedere per andare sotto al palco. Incontriamo anche SUTUS, anche lui entusiasta.

FOLLE CITTA’ col riff discendente simile a quello di KASHMIR e con l’arrangiamento rock delle chitarre davvero niente male…

Per me è stato un bel concerto rock, e solo Page sa quanto ne avevo bisogno. Grazie LOREDANA.

SATANISMO: Tiziano Ferro come i Led Zeppelin

5 Set

Picca mi manda questo link commentando: “allego prova di continuità di certi retroscena”

http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/tiziano_ferro_satanismo_satana/notizie/322076.shtml

Vacca boia, anche il satanismo non è più quello di una volta!

satanismo baphomet

Il sinodo di fine estate degli illuminati del blues, la fiera di Bagnolo In Piano e la modenesità perduta

5 Set

Il dramma si compie gli ultimi istanti del sinodo: è da poco passata l’una di notte, mi accingo a salutare l’ultimo confratello… El Pique, the Pike Boy, Stivanèin Piccagliàn, (Picca insomma) ringraziandolo per il dono recatomi (Il live THE SONG REMAINS THE SAME su CD versione non rimasterizzata, il TSRTS vero insomma, che inspiegabilmente non avevo in CD):

TIM: “Va beh dai, alòra as sintòm” (Allora ci sentiamo)

PICCA “Tim, mo dio canta, te tee un nunantlàn, t’en po brisa parlèr acsè, te’m per un arsàn” (Tim, god sings, sei un nonantolano, non puoì mica parlare così, mi sembri un reggiano”)

In un secondo elaboro il fatto: mi sto reggianizzando. Aiuto!

Avrei dovuto usare “Sintàm” e non “Sintòm”.

Modenese di nascita, ma reggiano di origine (genitori e tutti i parenti), il mio dialetto fino a poco manteneva comunque l’accento di Modena, sebbene usassi diversi termini propriamente reggiani tipo sarabìga (zanzara); le prime vocali di pollo, bolla, rosso le pronuncio ben chiuse, alla modenese, e non aperte come fanno quei finocchietti dei reggiani. Ora però la mia modenesità vacilla, mi scappano dei “fa gninto” invece dei “fa gninta”, dei “at salòt” (come uno Zucchero qualunque da Roncocesi), dei “sintòm/andòm/a fòm”. Dall’altra sera sì aperta ufficialmente la crisi dell’identità dialettale, e ora vago disperato chiedendomi chi sono e da dove vengo. E dire che la serata si era svolta in  maniera impeccabile. Malgrado alcuni confratelli mancassero, alcuni con giustificazione (Liso, Jaypee, Sutus), alcuni senza e per questo declassati al grado di Roadies del blues (Athos e March), lo spirito volava alto tra le menti tormentate dei fratelli di blues. Ritrovo alla Festa dell’Unità provinciale di Regium Lepidi, cena al ristorante ADRIATICO, caffè corretto offerto da Riff, capatina alla bancarella dei cd e degli LP, salto in libreria e assemblea in uno stand deserto dopo uno dei soliti incontri politici.

Illuminati del blues 31-8-2013: da sx a dx: Biccio, Picca, Mixi, Tim, Riff, Francesco, Lorenzo Stevens

Illuminati del blues 31-8-2013: da sx a dx: Biccio, Picca, Mixi, Tim, Riff, Francesco, Lorenzo Stevens

Si erano toccati temi importanti quali “l’impatto dell’immigrazione sulle nostre città” e dell’incredulità nel vedere che nessuno della sinistra (area politica di cui più o meno facciamo parte quasi tutti) ponga la questione, lasciando che le sole lega e destra dialoghino con le pance degli italiani. Senza perdere la tenerezza e i valori universali insiti nell’uomo occorre trovare (o almeno provare) qualche soluzione: i modenesi ormai non frequentano più Modena, i reggiani fanno lo stesso con Reggio. Le minoranze etniche che si spartiscono i luoghi di aggregazione cittadini poi si odiano a morte. Io nostri sindaci, pur essendo buoni diavoli, non possono continuare a parlare in termini trionfalistici del successo dell’integrazione nelle nostre città. Zio can, mo dove?

La inesauribile verve di Picca aveva reso comunque la discussione piacevolissima e divertente. In my book, the Pike is the fucking number one.

Un’ultima nota, molto positiva: la Festa provinciale dell’Unità di Reggio Emilia sabato sera era imballata di gente. La fila per entrare al ristorante Adriatico era di parecchi metri fino alle 22,30 passate. Suonava Max Gazzè, quindi non si può nemmeno dire che si fosse riempita perché che so, suonavano i Pink Floyd, Zucchero, Vasco o Liga. Che una sera ogni tanto la gente rinunci a star davanti alle televisioni è un buon segno.

Lunedì sera accompagno la groupie a Flumen Baniolus: c’è la fiera del paese che prevede una sfilata di moda a cui partecipa Lapatty sorella della groupie, o meglio i capi del suo negozio di intimo. Alcune modelle sfileranno al ritmo di un cd che ha preparato la groupie, così andiamo a vedere l’effetto che fa. La cosa che mi sorprende maggiormente è l’aria dimessa della fiera. Non riesco a crederci: BAGNOLO è un paese di circa 10.000 abitanti e chiamano fiera sei bancarelle sei appoggiate sulla via principale. Più che in Emilia sembra di essere a Sarajevo durante i black out dovuti alla guerra di Bosnia. E dire che davanti al palco dove si svolge la sfilata la gente è accorsa numerosa, c’è un’evidente voglia di star fuori, di aggregazione; ma bastava voltare lo sguardo per accorgerrsi che si trattava di una delle fiere più lofi che io avessi mai visto. Al confronto la country fair di luglio a Nonantola sembra il Festival di Knebworth del 1979 (la serata del 4 agosto) …

In attesa che arrivi il turno della sfilata della sorella della groupie, faccio un giro per Bagnolo: davanti ad un bar con uno spazio all’aperto si esibisce un gruppo musicale, trattasi di gente di una certa età alle prese con una qualcosa di indefinibile. Scarsa tecnica, terrore del palco, nessuno in grado di comunicare qualcosa. Un ragazza (probabilmente la moglie) si avvicina al palco e scatta una foto al tastierista cantante. Una tristezza infinita. Dico alla groupie: “Se dovessi finire così ti autorizzo a sparami un colpo in testa”.

Tra una sfilata e l’altra un paio di conduttori cercano di riempire i tempi morti improvvisando chiacchierate in dialetto reggiano stretto. Presentano poi un tributo a SETTE SPOSE PER SETTE FRATELLI, ed è qui che va in scena l’incredibile: un gruppo di anziani entra sul palco sulle musiche del celebre film/musical, vestiti in stile country ma anni ottanta, iniziano a muoversi goffamente cercando di portare a casa qualche passo di danza accettabile, senza riuscirci. Sono basito. Mi chiedo che ci faccio lì, il gap nel mio confronto interno tra Modena e Reggio aumenta.

Anziani in ordine sparso che s'imbalzano sulle note di SETTE SPOSE PER SETTE FRATELLI - foto di Saurit

Anziani in ordine sparso che s’imbalzano sulle note di SETTE SPOSE PER SETTE FRATELLI – foto di Saurit

Finalmente la sfilata de Lapatty: sulle note di WUTHERING HEIGHTS entrano le prime modelle e via via tutte le altre muovendosi timidamente sulle musiche scelte dalla groupie: ELO, GERRY RAFFERTY, ALAN PARSON. Quando parte CARPET OF THE SUN dei RENAISSANCE guardo la groupie sorridere sorniona e compiaciuta, e mi chiedo se qualcuno lì intorno sa chi cazzo erano i RENAISSANCE. Chiusura sulle note di ROCKET MAN di ELTON JOHN. Gli unici 15 minuti di buona musica sono quelli offerti dalle sorelle TERENCESON. Brave ragazze.

Sfilata del negozio "Momenti"

Sfilata del negozio “Momenti”

In macchina, tornando a tarda sera vero Borgo Massenzio, io e la groupie non riusciamo a trovare una stazione che trasmetta musica decente. Oltre alle immondezze musicali trasmesse dalle radio commerciali, anche le stazioni più serie non trasmettono nulla di buono…solo quel pseudo rock moderno che piace a chi non piace la musica. Sfiniti ci appoggiamo su RADIO CAPITAL che passa un pezzo dei METALLICA. Arrivati in cortile spengo la macchina, devo pulirmi le orecchie da quel pattume sonoro…inserisco THE SOUTHERN HARMONY dei BLACK CROWES…parte l’intro di THORN IN MY PRIDE…quelle chitarre e quell’organo mi riportano l’equilibrio…la groupie si mette a suonare l’air bass, io faccio finta di essere RICH ROBINSON, mentre la notte scende profonda sulla campagna nera…

Al mattino ho ancora l’animo non sistemato, me ne accorgo dai cd da sentire in macchina che scelgo: CLASH e RAMONES. WHITE RIOT mi veste bene stamattina ma ascoltare i CLASH col batterista lofi è difficile, così opto per quelli col grande TOPPER HEADON…I FOUGHT THE LAW e così sia.

La sera sono al GRANDEMILIA, e abituato come sono a fare la spesa all’ARIOSTO di Reggio, mi pare di essere su di un altro pianeta: Modena I love you. Mentre torno alla domus saurea sono prigioniero della contrapposizione MO-RE. Il richiamo delle radici contro il senso d’appartenenza alla terra su cui sono nato. Bel dubbio amletico.

Stamattina, in giro per Stonecity con ancora quelle nubi nel cervello, mi rivolto nei pensieri; poi d’un tratto mi chiedo perché mi faccio di questi problemi…e capisco tutto: mi infilo i Ray Ban, spingo i FOREGNEIR nel car stereo, alzo il volume e – dopo aver comprato l’ultimo CLASSIC ROCK UK e il suo spin off BLUES (con MUDDY WATERS in copertina) – rollo lungo le freeway del distretto ceramico che è un piacere. Oh yeah, baby!