SEASONS OF WITHER BLUES

3 Mag

Viaggio per il breve tratto di pianura che percorro abitualmente per andare e tornare da Brian, giorni festivi e sabati si susseguono in questo questo periodo di piena primavera. Rollo sulla blues mobile, mi ascolto DUANE ALLMAN,  BLUES FROM THE LAUREL CANYON di JOHN MAYALL, SONNY BOY WILLIAMSON con Page e Auger…

Ripensando alle mie cose mi soffermo su una email che il mio amico BILL McCUE di NYC mi ha inviato l’altro giorno:

How are you, my dear friend? I’m a little worried about you. Please let me know.” Subito ho pensato ad un email spam partita dal suo computer, ma dopo avergli chiesto conferma mi scrive “Yes – hello, caro mio. Just checking in. You seem very sad in your recent posts and emails. Hope everything is ok. I worry about you.”

Billy, dai miei post su facebook e dai commenti che faccio sul forum del LZClub che dirige, pensa che io sia triste.

Gli rispondo che sì, sono sotto pressione…fare il badante di mio padre, la crisi  che attanaglia ormai da più di quattro anni l’economia globale e dunque anche il distretto  in cui lavoro, l’insicurezza che la parola futuro ci regala ogni volta che la pronunciamo , la disastrosa situazione politica italiana, l’Inter che non va…ma poi, aggiungo anche che  I’m getting older and I becoming a bitter man…very sad, but it’s true.

Sì, diventando vecchio mi accorgo che mi sto trasformando in uno di quegli uomini di una (in)certa età amareggiati e rabbiosi. I miei post su facebook sono pieni di giudizi sommari su avversari politici, calcistici, religiosi. Anzi oramai non ho più avversari, ma nemici. Se sei emiliano, di sinistra, tifi Inter e ti piacciono i Led Zeppelin, le serie tv Homeland e il Trono Di Spade bene, altrimenti sei fuori.

Bel modo di ragionare, Tim Tirelli! Proprio tu che nella vita hai intrapreso percorsi di studio coraggiosi (5 anni di piscoterapia non sono uno scherzo), che hai scelto sentieri che  gli altri non prendono (cit. No Quarter) , che ti dichiari illuminato e consapevole…bell’ometto miserello che sei diventato. Tu che una volta hai cassato dai tuoi amici di facebook il compagno della tua miglior amica perché aveva pubblicato un clip di youtube intitolato “ODIO L’INTER” e un amico di rock solo perché aveva scritto che forse CARLO GIULIANI quel giorno avrebbe fatto bene a starsene a casetta sua, per poi ritornare mentalmente sulla cosa spesso e sentire di avere sbagliato, tu che riesci a tollerare il fatto che uno dei tuoi mentori su facebook si sia iscritto al gruppo INTERISTA PEZZO DI MERDA, tu che dopotutto sai stare ad ascoltare, che sai consolare, tu che non credi ai miracoli ma li sai fare (cit. De Gregori)…guarda come ti sei ridotto.

Ripiegato su te stesso come un inquisitore del blues qualunque, incapace di elaborare e quindi di dissolvere rabbia, frustrazioni, angosce e dolori.

Ripiegato su te stesso a piangerti addosso

La groupie e Tim Tirelli, l’inquisitore spossato del blues

Ma così fai la fine del giudice di IN PRIGIONE IN PRIGIONE, bel patachèn…

Immerso in questi pensieri faccio ritorno verso il posto in riva al mondo, arrivo, spengo la macchina, lascio lo stereo acceso con CSNY e vado a naufragare nel countryside…

TT drifting in the countryside... - foto di LST

TT drifting in the countryside… – foto di LST

Costeggio fossi, contemplo pioppi, calpesto piscialetti. Circumnavigo la piccola tenuta Ganassi, con gli occhi seguo le evoluzioni di Palmiro che rincorre farfalle, per poi andare a riposarsi sotto a un frassino poco dopo …

Palmiro si riposa sotto un frassino - foto di TT

Palmiro si riposa sotto un frassino – foto di TT

Piano piano ritorno in me, seguo il sorriso luminoso della groupie, salgo le scale, pranzo. Un doppio Southern Comfort, gli Allman al Fillmore East, la primavera che arriva in netto contrasto con le  stagioni dell’appassimento che regolano il tempo atmosferico della mia anima. Mi chiedo se troverò mai pace…

Non siamo i soli a disquisire sull’accidia musicale di JIMMY PAGE

2 Mag

http://www.stuff.co.nz/entertainment/blogs/blog-on-the-tracks/8607098/The-homily-of-Jimmy-Page

(Grazie a Bill McCue & Tommy Gamard)

JP in metropolitana a NY - foto di Ross Halfin

JP in metropolitana a NY – foto di Ross Halfin

WHITESNAKE “Made In Japan” (2013 Frontiers Records) – TT

2 Mag

Whitesnake---Made-In-Japan

Avevo pensato di soprassedere e di non parlare di questo  inutile disco live, non volevo passare sempre per quello che bastona le uscite degli Whitesnake, ma poi mi son detto: è il mio blog, gli Whitesnake sono stati un gruppo che ho amato molto, non devo farmi condizionare da un paio di commenti un po’ acidi nei miei confronti, commenti ricevuti in passato quando ho recensito uno degli ultimi due (bruttissimi ) album da studio del gruppo di Coverdale.

Io capisco che per questi grandi gruppi di seconda fascia del passato ormai non rimanga che fare concerti, di album da studio ormai nessuno sente più l’esigenza, difficilmente si riesce a pubblicare qualcosa che valga la pena di esser ascoltato, e in ogni caso le vendite sarebbero scarsissime. E allora ecco l’ennesimo tour e l’ennesima testimonianza su cd e in bluray.

Capisco anche il problema che ha gente come David Coverdale… ne ho discusso in passato con Picca: se anche per ipotesi ci si rendesse conto che a sessantanni e più forse varrebbe la pena smussare certe asperità metal e un po’ cafonesche, evitare i registri alti, confezionare con più eleganza e intelligenza i successi del passato, magari riportando a galla lo spirito musicale originario del gruppo , non è detto che il pubblico accetterebbe tutto ciò. Il ventenne, il trentenne di oggi che va ad un concerto degli WHITESNAKE, ha negli occhi la versione MTV del gruppo, il Coverdale biondo, i chitarristi funamboli, il metal tout court che ammanta pezzi veloci, ballad e il blues based hard rock dei primi anni.

Lo capisco, ma non lo condivido. In formazione non c’è un musicista personale, un anima che riesca ad emozionare, sono tutti bravi session men metal che eseguono le loro parti senza errori ma che non dicono nulla. Il niente assoluto. Il sound dell’album poi mi pare piuttosto lofi. C’è lo spazio per la “Resa dei conti della sei corde” e per l’assolo di batteria… cose così anacronistiche da essere imbarazzanti. Magari se ti chiami EDDIE VAN HALEN un certo senso questi spazi possono ancora averlo, ma gli assoli di Doug Aldrich e Reb Beach e del batterista (insopportabile) Briian Tichy dovrebbero esserci risparmiati.

La voce di Coverdale sembra essere andata in modo definitivo. Quando cerca l’acuto il risultato è assai triste, nelle parti lente tipo gli inizi di LOVE AIN’T NO STRANGER e FOREVERMORE il  timbro riesce ancora a dare qualche brivido, ma si capisce che è una voce più fragile e debole. Un vero peccato. La scaletta non è nulla di particolarmente eccitante, su 12 pezzi solo sei classici, suonati in modo ridondante,  poi due assoli e quattro pezzi più recenti per nulla convincenti. Coverdale ce la sta mettendo tutta per spezzarmi il cuore.

PS: come se non bastasse tutto questo, il bonus disc audio contiene il soundcheck del tour giapponese del 2011. Il soundcheck? Siamo così mal ridotti che adesso ci mettiamo a pubblicare i soundcheck su uscite ufficiali! Mamma mia.  E poi vogliono farmi credere che il rock non è morto.

La prima volta: LED ZEPPELIN “The Song Remains The Same”…il film

29 Apr

TSRTS Poster

Picca (come leggerete più sotto) ipotizza fosse il 1977, io credo invece fosse il 1978 (giugno) perché la compagnia di ragazzi amanti della musica rock che ero solito lambire, diceva che mentre andavano a Modena a vedere il film per la prima volta non c’era nessuno per strada, perché stava giocando l’Italia ai mondiali (Argentina ’78). Comunque sia, la prima volta me la persi. Il mio debutto avvenne in un cinemino un po’ sfigato di Castelfranco Emilia nel novembre del 1978. Era un sabato sera, c’era nebbia, ed io Massimo e Lencio ci facemmo accompagnare dal padre di Massimo, nessuno di noi aveva la patente. Mi par di ricordare che Massimo lo avesse già visto, ma era comunque eccitatissimo.

Cinemino di seconda fascia, buio, umidità, odore di muffa, poltroncine scomode, impianto audio scarsino. Chiacchiere in libertà con Massimo e Lencio, poi le flebili luci che si spengono, il fascio di polvere d’oro che va dal proiettore allo schermo… lo spioncino di una cancello che si apre, gangster che si apprestano a colpire….riconosco PETER GRANT e forse RICHARD COLE…mitra che sparano, teste che cadono in modo buffissimo, poi JOHN BONHAM sul trattore, PLANT vicino ad un ruscello con la famiglia, JONES che racconta favole alle figlie, PAGE con gli occhi rossi a bordo del laghetto della sua villa di PLUMPTON mentre suona la ghironda. Poi ecco New York, il gruppo in macchina, il Madison Square Garden; l’eccitato brusio della folle e flash… ecco i LED ZEPPELIN dal vivo. Cazzo. Ripresi da dietro, poi dal davanti. Pubblico in delirio sin da subito, specchi dietro al palco. JIMMY PAGE fighissimo col vestitino con stelle, lustrini, spalline, ROBERT PLANT che incarna a petto scoperto il prototipo del cantante hard rock un po’ hippie, BONHAM e JONES lì dietro.

 

Wow, che inizio. Che botta di vita, di rock sgargiante e  colorato. Rimasi immerso per due ore in quel mondo che finalmente toccavo quasi con mano. Il rock mi entrava in circolo, la vibrazione misteriosa dei LED ZEPPELIN mi attraversava da capo a piedi…rapito, godevo di quella musica che ritenevo (e ritengo) sublime.

Poco dopo stacco su un break chitarristico di PAGE (non sapevo ancora che in origine era il link che collegava MISTY MOUNTAIN HOP al pezzo che preferisco in assoluto), note che fluttuano nello spazio del MADISON SQUARE GARDEN e che sembrano incepparsi mentre si sciolgono sull’entrata di BONHAM e di JONES alla pedaliera basso. SINCE I’VE BEEN LOVING YOU nell’arrangiamento del 1973 mi colpì subito. Da quel momento diventò il mio pezzo musicale favorito. Le note della chitarra, la tensione creata dal gruppo, il sentimento che ci mette PLANT…che spettacolo. Ho ancora i brividi.

 

L’incredibile lavoro sulla 12 corde del pezzo che dava il titolo al film e la sequenza medioevale di PLANT sulle dolci note di RAIN SONG.

Avrei ripetuto quell’esperienza altre 12 volte in cinemini di periferia che inserivano il film nel cartellone del giovedì sera dedicato ai film musicali. Peregrinando tra le province di Ferrara, Modena e Reggio, ci facevamo accompagnare dai genitori di qualcuno, anche con neve e ghiaccio sulle strade, e ogni volta si ripeteva il rito. Cinema strapieni, atteggiamenti da concerto rock, applausi, il perdersi liberamente su quell’aria sonora, la sensazione di far parte di una setta di fortunati.

NO QUARTER, con quelle ombre che lasciavano intravedere mondi misteriosi che l’assolo di JP poi ti faceva vivere veramente…DAZED and CONFUSED con ancora un PAGE sensazionale (per 26 minuti e più), con quell’archetto di violino che sfregava direttamente sulle nostre giovani anime…STAIRWAY TO HEAVEN con ricami aggiuntivi, con quelle frasette live di ROBERT PLANT, con quel magnifico assolo…BOOGIE MAMA, l’intermezzo blues e boogie di WHOLE LOTTA LOVE che mi sembrava una delle cose più irresistibili che avessi mai ascoltato.

Infine i ragazzi che salgono la scaletta che li porta all’aereo, lo “Starship”, con la sua bella scritta LED ZEPPELIN e la versione da studio di STH che funge da sottofondo ai titoli di coda.

Poi arrivarono le VHS, i videoregistratori, i divudi e i bluray, e la nuova discutibile versione con edit diversi dagli originali e con qualche pezzo in più. TSRTS lì a portata di mano, che tiri fuori solo quando i ragazzi vengono a trovarti e insieme a RIFF insceniamo la scenetta per far vedere per l’ennesima volta il film a JAYPEE.

Ma quando ti capita di rivederlo per caso, ti metti lì davanti allo schermo incapace di fare altro.

Per me TSRTS è il più bel live della storia della musica rock. No contest.

 

TSRTS Cover

TSRTS LP back

TSRTS – La prima volta di Paolo Barone:

La notizia che il film dei Led Zeppelin sarebbe stato proiettato per un solo giorno in un cinema di Roma creo’ un gran fermento. Se ne parlava ormai da giorni, complice anche il Messaggero, quotidiano della capitale, che aveva dato l’annuncio nelle sue pagine dedicate a spettacoli e cultura. Tutti, ma dico tutti, stavano facendo piani per andare: Hippies, metallari, rockers di varia natura. Persino qualche punk e i duri dell’Autonomia stavano organizzando macchine, motorini e carovane. Io e i miei amici decidemmo di andare in autobus. Si trattava di un percorso lungo, avremmo praticamente attraversato la citta’, quasi da un capo all’altro, ma la cosa certo non ci scoraggiava, anzi, per loro questo ed altro. Il fatto e’ che i Led Zeppelin si erano ormai sciolti, non esisteva altro  modo quindi per poterli vedere dal vivo e, come tutti sanno, pur avendo un gran seguito nel nostro paese, avevano suonato una sola travagliatissima volta a Milano, nel ’71 notte dei tempi per noi. E cosi, dopo lunga e trepidante attesa arrivo’ finalmente il gran giorno. Il lungo viaggio in autobus, con un paio di cambi di linea ando’ via veloce e giunti alla fermata prossima al cinema ci rendemmo subito conto che qualcosa di straordinario stava accadendo. Da tutte le strade, una folla festosa di persone arrivava verso il cinema. Come a un vero e proprio concerto rock. C’era chi si cercava, chi spingeva, chi raccontava di aver gia’ visto parte del film, chi addirittura diceva di averli visti dal vivo a Zurigo o in qualche altro posto. E tutti cercavano in un modo o nell’altro di entrare nel cinema, dove con decisione saggia e molto romana, ormai i gestori non andavano piu’ tanto per il sottile, si prendevano i soldi del biglietto, e lasciavano che dentro e fuori del cinema la gente si auto organizzasse come meglio credeva.  Io e i miei, complice l’entusiasmo e un po’ di incoscienza, riuscimmo a sgattaiolare veloci in una selva di gambe, braccia, capelli e corpi, urlando i nostri nomi per non perderci nei vortici umani. E poi, superata un ultima tenda, il buio, e i Led Zeppelin sullo schermo! Cazzo, erano proprio loro…

L’audio del cinema era fantastico, una potenza niente male sparata da grosse casse tipo quelle dei concerti posizionate ai lati dello schermo, non c’e’ che dire, avevano fatto le cose alla grande per l’occasione. Eravamo assolutamente affascinati, confusi, non sapevamo dove guardare o dove andarci a piazzare. lo schermo proiettava un caleidoscopio di immagini e suoni, mentre nel cinema succedeva di tutto. Gente ovunque, in piedi, seduta, sdraiata, accampata, chi ballava, chi cantava, chi chiamava i musicisti sullo schermo come se potessero sentirli davvero…Chi beveva, chi fumava, chi rollava canne colossali…insomma era come se fossimo tutti ad un concerto e non nella sala di un cinema! Il film veniva proiettato quattro volte quel giorno, dal primo pomeriggio a notte inoltrata, il che contribuiva a creare una situazione ulteriormente dinamica: C’erano sempre gruppi di persone che entravano, uscivano, rientravano, si spostavano, insomma, per una volta il concetto di visione cinematografica fu completamente stravolto per diventare altro, non era un film, non era un concerto, non era una festa, ma era tutte queste cose allo stesso tempo, mentre il cinema era diventato una zona temporaneamente autonoma dal resto della citta’ e dalle sue regole.  Forse per una volta i Led Zeppelin erano riusciti a catalizzare un esperienza multimediale e interattiva, come Andy Warhol aveva sempre cercato di fare. Io da parte mia, ero al settimo cielo, perso in questa esperienza totalizzante…

Ce ne tornammo a casa con gli ultimi bus, attraversando la citta’ ignara e silenziosa. Era l’inverno 1981-82 e  The Song Remains The Same sarebbe riaffiorato negli anni a venire in mille ricordi e suggestioni. Mi sarei ritrovato innumerevoli volte immerso nell’atmosfera del film, magari mentre meno me lo sarei aspettato: attraversando campagne assolate, guardando rovine, fermandomi sulla riva dell’acqua. Passando in macchina i ponti di NYC nel sole del primo mattino dopo una notte passata insonne a guidare, o solo con me stesso frugando a casaccio nei cassetti della memoria. (Paolo Barone ©2012)

TSRTS Page

TSRTS – La prima volta di Stefano Piccagliani:

Modena, Cinema Olimpia. The Song Remains the Same. Un pomeriggio come tanti (cos’era Tim? Il ’77?) che diventò un pomeriggio unico. Incomprensibili sequenze di gangster nella campagna inglese. Colpi di mitra. Un lupo mannaro. Mi piacevano le cose incomprensibili da ragazzino. Ti costringevano a pensare. Quando cazzo inizia il concerto?

I ragazzi della band scendono da un aereo. Ridacchiano. Appuntarsi sul taccuino: anche io un giorno scenderò dal mio aereo ridacchiando.Limousine. Bron Y Aur, bucolica e antichissima, a sottolineare lo skyline di Manhattan. Mistero.

Luci spente, brusio di folla tesa, flash. Una voce rude vomita un ‘awright…let’s go!’. Rock ‘n Roll. Ecco: l’impatto dell’immagine di Plant, Jones, Bonham e Page ripresi da dietro all’attacco di RnR con il pubblico che si squaglia di eccitazione sullo sfondo rimarrà con me per sempre, si incastonerà nella mia incredula corteccia celebrale, nel mio petto palpitante, nella mia miserabile zona genitale. Il Big Bang insomma.

Le ragazze sono prevedibilmente dalla parte del Golden God e dei suoi riccioli da eroe epico e del suo per nulla miserabile pacco dono, ma noi maschietti ci innamoriamo subito (anche carnalmente, si può dire una buona volta?) del fascino di Jimmy Page e della sua virilità tutta carismatica, magrissimo, glabro ed efebico, con quelle mani prodigiose e bellissime su cui si concentrano i nostri occhi pieni di musica.

Le canzoni si susseguono alle meravigliose  sequenze fantastiche: Plant romantico uscito da Tolkien, Jimmy tenebroso e terribile, Jonesy gotico da film Hammer e Bonzo coi suoi home movies che ci ricorda che in fondo it’s life and life only, come diceva Dylan.

Di lì a poco arriverà il cinismo nichilista punk  coi suoi teppistelli a scaracchiare sulle vanitose e pretenziose manie di grandezza dei dinosauri del rock. Missione fallita, a 35 anni di distanza. A proposito di cinismo, Peter Grant ci dà un assaggio, per nulla richiesto e quindi sincero, di cosa sia in realtà un backstage di concerto rock. Scazzi coi promoters, bootleggers da inseguire, t-shirts farlocche, rapine da cassette di sicurezza, poliziotti in balìa di orde di fans. Altro che sequenze fantastiche: TSRTS è un Report sulla vita on the road.

Rain Song è complicata e bellissima. No Quarter fa deliziosamente paura. Since I’ve Been Loving You è l’incrocio deve si incontra il blues tra Clarksdale, Chicago, Memphis e la Boleskine house. Stairway è già un mostro. La doppio manico che si sdoppia. Moby Dick permette un salto al bar per un’ altra razione di pop corn. Whole lotta Love che rivela che i Led Zep forse sono sempre stati un gruppo funky. L’archetto del violino in Dazed and Confused è un sortilegio che riesce ancora oggi: il boato dell’Arena 02 nel 2007 lo testimonia

Entrai al cinema bambino e uscii rocchettaro. Per sempre.

E’ di queste cose che si nutrono i sogni. Dopo 35 anni, mi devo ancora svegliare. (Stefano Piccagoliani ©2012)

TSRTS Jimmy Page archetto

TSRTS – La prima volta di Giancarlo Trombetti: 

” Ricordo che quando ero ragazzotto le cose, tutto, da noi, arrivava con un colpevole ritardo. I dischi, se non te li beccavi di importazione e non erano distribuiti da quel magico nome che fu Ricordi – che massacrava le copertine per risparmiare ma almeno ti distribuiva oltre la metà del cibo degli Dei – i dischi, dicevo,  li potevi avere quando l’artista pubblicava il successivo o era già morto, i libri se non te li cercavi in qualche rara illuminata libreria li saltavi a piè pari ed i film…mah…quelli di cartellone andavano alla stagione successiva, mentre quelli, pochi, di non primario cartellone o peggio ancora musicali, non li vedevi mai. Internet, ovviamente, non esisteva, i giornali, quelli veri, erano rarissimi e costosi (ho da poco ritrovato alcuni Melody Maker del 1972 e costavano 500 lire quando un 33 ne costava 2700/3000 !), radio e tv erano fonti inattendibili al 90%. Uccellini amari, amarissimi. Così, quando nel 1976 un probabilmente avvinazzato gestore di sale cinematografiche locali propose ben tre film “musicali” in rapida sequenza, mi parve di essere stato catapultato nella San Francisco dei bei tempi dell’uragano di Haight-Ashbury. Verso il dicembre di quell’anno, credo proprio di non sbagliare, vidi per la prima volta “Woodstock, The Movie”, unendo finalmente le immagini al sonoro che mi accompagnava da quando la mia prima, vera fidanzata me ne aveva regalato il triplo album, vidi “Live at Pompei” dei Pink Floyd restandone abbagliato per semplicità e fascino e vidi per la prima volta i miei Led Zeppelin al Madison Square Garden. Devo ammettere che sentir pronunciare quelle mitologiche tre parole finali da Plant (“New York…goodnight…”) mi aveva sempre sconvolto nei miei sogni giovanili : per quanto banali ed inevitabili quelle parole, a mio parere poter dare la buonanotte alla Città “che non dorme mai” era un sogno che non si sarebbe mai realizzato per il 99,9% dei bipedi umani e dunque, meravigliosamente affascinante ma…non ero lì per quello in quella settimana dispendiosissima per le mie finanze: ero lì per vedere Plant muoversi, per vedere Bonham contorcersi sulla batteria, per capire se Paul Jones si commuovesse su quelle linee di basso e per veder prendere vita alle foto di Page con quella chitarra a doppio manico in mano.

Anche senza sonoro, credo, avrei comunque goduto come un riccio. Ma il sonoro c’era. Scadente e mono, distorto e privo di dinamica – ricordo che quelle casse messe ai lati del palco in Woodstock erano riuscite a far meglio delle scatole ai piedi di Hendrix in quanto a distorsione, un paio di giorni prima – ma non solo non c’era di meglio, ai tempi, ma comuque sarebbe servito a poco: nella mia testa avrei potuto suonarmi da solo tutta la colonna sonora senza ascoltarla. Ricordo che mi feci due palle alle immagini di Page e delle sue pippe esoteriche, alla passione per i veicoli di Bonham e alle scalate di vario genere e compresi più tardi come potesse essere realistica la leggenda di Ahmet Ertegun addormentato alla premiere del film; non sapevo ancora tutta la storia dei filmati mancanti e dei momenti di vuoto di immagini riempiti per forza di cose. Ricordo che non mi esaltai – come mi accade talvolta ancor oggi, devo ammetterlo – a vedere “Since I’ve been loving you”, trovandola ancor oggi un esempio scolastico di blues  ( i Led Zep hanno fatto con la decodificazione del blues un milione di volte meglio in altri casi) e ricordo che mi annoiai profondamente all’eccesso di esibizionismo di Page durante “Dazed and confused” che resta, però, uno dei miei pezzi favoriti. Il resto fu pura esaltazione. Non mi sarei mai più domandato, come non me lo domando ancor oggi a dispetto delle splendide teorie di Tim sulla sostituzione di Pagey, se quella fosse la migliore delle esecuzioni possibili: per sarebbe restata “l’esecuzione” ancora per un po’, l’immagine della più grande band di rock blues, l’icona di chi era riuscito a farsi definire come il prototipo di heavy metal band, il Martello degli Dei, avendo propinato blues, folk e suoni acustici a piene mani a giornalisti e seguaci “esperti”  che altro non vogliono che sentir definire qualcuno in qualche modo. Poco importa quale. Spettacolare, anche per questo.”  (Giancarlo Trombetti ©2012)

TSRTS band

CARLO VERDONE UNO DI NOI

28 Apr

Il mio caro amico PIERLUIGI FRACASSO (Pigi, insomma) di Roma mi manda un link assai gustoso:

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/1-verdone-si-toglie-la-maschera-di-attore-comico-e-mostra-la-sua-anima-54880.htm

Sposiamo in toto il pensiero di VERDONE, soprattutto per questa frasetta:

” Prendiamo atto di questa tua palese invidia competitiva e ti lasciamo, dopo aver ascoltato le ennesime cover di “Old Sock” e del mediocre “Back Home” al tuo pubblico. Che sembra ora essere quello dello Sporting Club di Montecarlo dai 70 in su”.

E’ facile fare i risentiti quando toccano la tua band preferita, ma questo va al di là, quello che non sopportiamo è la “prostitusione intellectuale” (cit.José…sigh), VERDONE  ha esposto il tutto molto bene.

Noi che non siamo saggi, eleganti e prudenti non possiamo altro che – dopo averlo fatto con quella mezza sega di Jack Bruce – dire a manolenta “Eric, ma vaffanculo, va”, ci basta vedere la copertina del tuo ultimo album per capire cosa sei diventato…

oldsock

PS: CARLO…WE LOVE YOU.

Carlo Verdone e i LED ZEPPELIN

Intervallo: SYMPHATY FOR THE DEVIL

28 Apr

photo courtesy of the Picca Collection

MICK JAGGER

RECORD STORE DAY E ALTRE FACCENDE di Paolo Barone

26 Apr

Dal nostro inviato a Chicago e Detroit, un po’ di considerazioni interessanti…

Carissimo Tim, ti scrivo di ritorno da Chicago dove ho passato un intero week end. E’ sempre un piacere stare nella windy city, temperatura a parte, del tipo che venerdi notte ha nevicato, ho detto tutto.

Chicago

Chicago

Sabato 20 e’ stato il Record Store Day, e ho potuto partecipare anche io a questa bellissima festa internazionale. In citta’ ci sono piu’ di venti negozi di dischi indipendenti, e per l’occasione sono stati aperti ininterrottamente dalle nove di mattina alle dieci e passa di sera, ospitando le esibizioni live di oltre cinquanta band ed artisti locali. Io ho passato un po’ di tempo a Reckless Records, un negozio storico che gia’ conoscevo, e l’ho trovato letteralmente preso d’assalto. Ci si muoveva a fatica fra gli scaffali che ospitano ormai un buon 70% di dischi vecchi e nuovi in vinile ed un restante 30% di cd e dvd in lenta ma inesorabile riduzione. Per completare i festeggiamenti, la pizzeria di fronte offriva tranci di american pizza e caffe’ gratis per chiunque partecipasse all’evento, e stiamo parlando di centinaia di persone, di ogni eta’ e tipologia sociale. Una cosa impressionante, facevamo tutti allegramente la fila per vedere di rimediare qualche disco, felici e sorridenti per essere cosi tanti, per una volta accomunati dalla passione per la musica oltre i generi e i gusti personali. Io ho provato a scorrere la lista delle uscite speciali che sono state stampate per l’occasione, in vendita solo nei negozi di dischi indipendenti in quantita’ limitate. C’era di tutto: dai tuoi ELP con un edizione picture cd dei primi cinque album in cofanetto, agli Stones in vinile, passando per decine e decine di band…Ma quando ho passato le mie richieste al bancone mi hanno detto che era praticamente andato tutto esaurito nelle prime tre ore di apertura! E cosi mi sono preso un vecchio vinile degli Hawkwind, The Xenon Codex, con una copertina apribile bellissima, e il nuovo Black Angels.

Reckless Records Chicago

Reckless Records Chicago

Nel frattempo una band Metal aveva iniziato il suo live set, rendendo la situazione ancora piu’ caotica e divertente. Da quanto mi hanno detto alcuni amici la cosa e’ andata bene anche a Roma e a Londra, dove alcuni dei live sono stati cosi partecipati da rendere necessario lo spostamento in strada di strumenti e musicisti.

Insomma, per quanto ora vogliano mandarci tutti a sentire la musica su internet e negli Iphone, sembra che un numeroso zoccolo duro di appassionati stia facendo sempre piu’ proseliti, pero’ mica male questa cosa…Il Record Store Day non e’ stato solo una festa, ma anche un occasione di rilfessione sui meccanismi del consumo di musica al giorno d’oggi. Sia per quanto riguarda il diverso rapporto che si viene a creare fra ascoltatore e musica, quando la stessa e’ veicolata da un supporto materiale, cd o vinile che sia, o quando passa dal computer in quella che molti chiamano musica liquida. Sia per quanto riguarda la grandissima distribuzione online, amazon in testa, che se da una parte offre a prezzi vantaggiosi un catalogo praticamente infinito anche a chi abita su un isola deserta, allo stesso tempo falcidia migliaia di posti di lavoro. Soprattutto fra le piccolissime realta’ culturali come i negozi di dischi e le librerie indipendenti, che erano (e sono) non dei semplici negozi, ma dei punti di incontro e produzione di cultura e socialita’ di primaria importanza. Per non parlare delle condizioni di lavoro imposte a chi ci deve recapitare dischi e libri a tempi record e costi ridotti. Per quanto mi riguarda, la cosa merita anche piu’ di una riflessione, e da un po’ di tempo a questa parte ho deciso di comprare su amazon solo quando, per un motivo o per un altro, l’opzione negozio non sia ragionevolmente praticabile.

Amazon de

Ti dicevo dei Black Angels. Oltre ad aver preso l’ultimo album, li ho anche visti live qui a  Detroit. E sono rimasto sorpreso. Il posto era praticamente sold out, eta’ media sotto i trenta, entusiasmo di band e pubblico alle stelle. Loro dal vivo hanno un impatto molto potente, con il loro rock psichedelico, classico ma al tempo stesso (finalmente!) anche molto personale. E poi avevano un light show bellissimo, che avvolgeva il palco e la stessa sala in maniera veramente spettacolare. Li avevo iniziati a seguire un paio di anni fa, complice il pezzo Enter Song e le recensioni delle riviste Italiane, ritrovarli ora in questo stato di forma e maturazione mi ha dato veramente una bella sensazione. Pensa che non sono riuscito a prendere il disco al concerto per la fila pazzesca di ragazzi al banco di vendita. Nel frattempo i nostri sono anche fra i promotori dell’ Austin Psych Festival che si svolgera’ in Texas a fine aprile. Ci sono in cartellone alcune delle band piu’ interessanti in giro in questo momento, peccato non poterci andare, ma quella puo’ essere una buona lista per partire con future esplorazioni. Niente da fare, non mi stanco mai di cercare…

Presto partiremo per NYC,  quando arrivo da quelle parti in genere il mio umore si sintonizza su frequenze positive, seguendo l’energia della citta’.

Sono felice che ti sia piaciuto Anvil, secondo me e’ un documento rock di assoluto valore e vedo che ha toccato anche le tue corde. Non poteva essere diversamente.

Paolo Barone©2013

Intervallo: fratelli di blues

24 Apr

Photo courtesy of the Picca collection

Jon Belushi, Muddy Waters, Johnny Winter, dan Aykroyd

John Belushi, Muddy Waters, Johnny Winter, Dan Aykroyd

ANVIL – THE STORY OF ANVIL di Sacha Gervasi (2008 – Feltrinelli 2013) – TTTTT

23 Apr

Anvil

Era qualche anno che Polbi mi diceva “Tim devi vedere il film sugli Anvil”. Dentro di me mi dicevo “Insomma, che sarà mai, gli Anvil non sono esattamente il mio gruppo preferito, l’Heavy Metal non è precisamente la musica cui faccio riferimento… eppure, se lo dice Polbi… “.

Poi, un giorno, Polbi mi manda tramite Amazon il divudi, “gentile il mio amico Polbino” penso, ma il divudi è in lingua inglese, senza sottotitoli… difficile da affrontare. Qualche settimana fa, nella cassetta della posta dell’ufficio trovo la versione della Feltrinelli: il divudi sottotitolato finalmente in italiano, accompagnato da un libro di Marco Denti. Gentile omaggio del Michigan boy.

L’altra sera lo metto su e man mano che mi addentro nel documentario, mi trovo coinvolto completamente. Sì perché questa storia travalica l’heavy metal, questa è la storia blues che tutti sentiamo di attraversare, un inno alla testardaggine, alla determinazione, alla voglia di rimanere attaccati a un sogno che, seppur infranto, nel nostro animo si è fatto concreto. L’affrontare a schiena dritta il tramonto malinconico delle nostre esistenze, il trovare la dignità in situazioni che di dignitoso hanno davvero poco. Un rollare e ondeggiare tra le pieghe della disperazione e del sentimento di chi non si è mai trovato al posto giusto al momento giusto.

Film bellissimo. Da vedere.

PS: Michigan boy, I love you.

MARILLION! MARILLION! di Paolo Barone

21 Apr

Polbi mi manda questa sua riflessione; la pubblico volentieri perché, come spesso capita con lui, contiene ragionamenti mica da ridere. Li ricordo anche io quei primissimi anni ottanta, quando ad un certo punto arrivarono i MARILLION. Ebbero da subito un seguito rilevante anche qui in Italia. Nel 1983/84 a Milano nacque PAPERLATE, una fanzine sul progressive da cui poco dopo prese  vita REAL TO READ, uno spin off dedicato interamente ai MARILLION. Io rimasi colpito dalla cosa: che in piena era new wave/post punk nascesse una pubblicazione – seppur amatoriale – dedicata al progressive era una faccenda sorprendente! Rimasi poi disorientato nel vedere la veloce ascesa dei MARILLION. Guardavo le loro foto live con FISH che replicava pari pari il visual dei GENESIS 1972/73 e mi chiedevo come fosse possibile che il gruppo fosse preso sul serio. Eppure, passati i pruriti Gabrieliani, FISH  e il gruppo riuscirono a ritagliarsi uno spazio più personale, tanto che – sebbene con un front man diverso – i ragazzi sono in giro ancora oggi. Vi lascio allo scritto di Polbi.

Nei primi anni ’80, in piena new wave, arrivarono i Marillion.

Marillion 1982

Marillion 1982

marillion misplaced childhood

Ricordo che restammo tutti sorpresi dallo stile di questa band. Non suonavano cover in senso stretto, ma riproponevano il sound dei Genesis era Gabriel al cento per cento. Questa cosa, all’epoca inaudita, infastidi’ diverse persone, me incluso, ma al tempo stesso riusci’ a trovare un buon seguito di pubblico fra i giovani nostalgici del prog, che con i suoni a loro contemporanei si sentivano proprio a disagio. Anche in ambito piu’ “underground” arrivava in quel periodo la riscoperta dello stile garage psichedelico anni ’60, con tanto di vestiti vecchio stile (ancora non si usava la parola vintage) e tutto quanto. Faceva un certo effetto vedere ragazzi con la cresta, metallari borchiati, darkettoni con il rossetto nero e… tipi vestiti come Syd Barrett ai tempi dell’UFO!

A me invece, questa cosa di suonare ispirandosi in maniera cosi totale, spudorata, all’opera di altre band mi sembrava un tradimento dello spirito del rock.

Marillion - Live - Bournemouth - 27.03.1983

Marillion – Live – Bournemouth – 27.03.1983

Pensavo, pensavamo, che la nostra musica fosse qualcosa sempre in divenire, da creare e scoprire ogni giorno, in maniera avventurosa ed imprevedibile. Certo, anche a me la New Wave imperante non mi entusiasmava piu’ di tanto, e stesso dicasi per il Metal o il Punk Hard Core. Anzi, la maggior parte del tempo la passavo fra i vinili degli anni ’70, non avendo ancora maturato una sensibilita’ di ascolto che mi permettesse di apprezzare le produzioni dei sessanta o il blues e il rock and roll delle radici. Al tempo stesso pero’, mi accorgevo che una generazione di musicisti rock stava cercando di trovare nuove strade, spesso in maniera coraggiosa, un po’ pasticciona, ma estremamente personale. Cure, Tuxedo Moon, Wall of Voodoo, Soft Cell, i primi Metallica, persino gli allora non famosi U2, i Black Flag, il tenebroso Metal europeo…C’era un gran fermento in quegli anni.

Cosa c’entrava risuonare la musica dei Genesis e dei Pretty Things?!? Che senso aveva?!? Poi, un po’ alla volta, iniziarono a fiorire le reunion. Non ne sono sicuro, la memoria potrebbe ingannarmi, ma la prima che ricordo fu quella dei Deep Purple. Tornarono insieme con la formazione dei tempi d’oro, sfornando un buon disco e un tour molto seguito. Da quel momento in poi, il rock del passato ha iniziato a viaggiare in una corsia parallela al presente, sia con le riunioni di band storiche piu’ o meno importanti, che con la riedizione di vecchi dischi in nuovi formati. Questa cosa alle volte  ha preso delle pieghe inaspettate e divertenti: abbiamo scoperto gemme sonore sepolte negli archivi, qualcuno si e’ visto finalmente riconoscere il giusto posto nella storia del rock, e ci siamo anche goduti qualche bel ritorno di musicisti un po’ in la’ con gli anni ma in splendida forma.

Deep Purple 1984

Deep Purple 1984

Il rock contemporaneo pero’, ha iniziato una lenta ed inesorabile resa. Ancora nei novanta, spalancati dalla forza d’urto dei Nirvana e dei Jane’s Addiction, si e’ cercato, pubblico e musicisti, di esplorare strade nuove. Magari portandosi appresso le mappe della storia, ma solo come punto di partenza per entrare in territori alieni. Lo Stoner, il Punk Blues, Il Crossover sono solo alcuni dei tanti percorsi del rock in quegli anni. E poi? Poi, un passo alla volta…hanno vinto i Marillion. O almeno, a me sembra. Da un po’ di tempo a questa parte, le migliori cose che abbiamo ascoltato sono totalmente riprese dai suoni del passato. Tanto per dire, tutta la scena neo hard rock scandinava, il nuovo Soul o le band punk rock americane…tutte cose piacevoli per carita’,magari ci passo anche del tempo, mi compro i dischi, mi diverto, vado ai concerti, leggo gli articoli…ma una voce mi continua a sussurrare nelle orecchie “Marillion! Marillion!”…possibile che debba finire cosi?! Che non ci sia piu’ una musica che abbia voglia di stupire, di mettere in discussione le mie/nostre certezze, che sia una sfida, un gesto di rottura. Un taglio nella tela, uno scatto in avanti…possibile che noi pubblico e voi musicisti, insieme, non vogliamo piu’ rischiare?!? Cosa e’ successo in questi ultimi anni? Eppure vedo le sale prove, i concerti, i negozi di dischi, i social network, sono tutti pieni di ragazzi fra i venti e i trentacinque anni…Possibile che non gli venga voglia di creare il loro suono, il loro specifico ritmo generazionale?! Stiamo parlando di migliaia e migliaia di band sparse per il mondo… Giro, mi muovo, cerco come un ossesso su youtube, sulle riviste, nei club….niente, non riesco a trovare nulla di veramente valido che non suoni come una riedizione del passato! Forse e’ ora che mi rassegni e impari a godermi le giovani band, che suonano, anche in maniera molto coinvolgente, come un mix di Sabbath, Airplane e Free, senza dare troppo retta alla vocina che continua a ripetere…”Marillion! Marillion!”

Paolo Barone©2013

P.S. Queste riflessioni mi girano in mente ormai da un po’ di tempo, e so perfettamente di non essere il solo. Ultimamente pero’ una cosa mi ha stimolato ad andare un po’ piu’ a fondo in questo senso: ho ascoltato un intervista fatta agli Area dopo un loro concerto ai tempi di “Maledetti”. Il pubblico li aveva pesantemente contestati perche’ si aspettava Settembre Nero e tutte le altre canzoni, mentre loro si erano presentati sul palco con due jazzisti e si erano lasciati andare alle sperimentazioni piu’ estreme. Bene, intervistati appena scesi dal palco, gli Area dicevano che era ora che il pubblico mettesse in discussione il proprio modo di sentire la musica e i musicisti stessi. I fischi andavano bene, no problem, loro li avevano messi in conto, facevano parte del gioco, non per questo avrebbero cambiato direzione. Il tutto facendosi delle grandi risate.