Riascoltato oggi devo dire che ON STAGE mi piace un pochino meno di come lo ricordavo: il modo di allungare i pezzi mi pare meno efficace che in passato, i suoni delle tastiere sono davvero brutti e tutti quei “tappeti” annoiano parecchio. Credo sia un problema mio, ma le tastiere usate in quel modo ormai non le sopporto proprio più. Dall’altra parte abbiamo BLACKMORE, POWELL e DIO in condizione divina, e quindi un heavy rock potente, possente, suonato da dio.
Il secondo cd non è tratto dal concerto di OSAKA del 09/12/1976 (da quel che si sa solo due canzoni di quello show sono sopravvissute) ma da uno dei due concerti del 16/12/1976 tenuti a Tokyo (il secondo, quello serale). Io non capisco come si possano fare di questi errori, non c’è nessuno che prima di mandare in stampa una cosa del genere controlla il tutto? Mah. Ad ogni modo trattasi di un signor bonus disc, con materiale di valore sebbene SIXTEENTH CENTURY SLEEVES, il BLUES, STARSTRUCK e 40 secondi di CATCH THE RAINBOW siano le stesse del CD1.
Lunedì mattina ore 06,30. Sento che la groupie si alza e il mio primo pensiero è quello di chiederle “Fiocca?”. Lei ride e annuisce. Lo si sapeva da un paio di giorni che le condizioni metereologiche di oggi sarebbero state perfette per una copiosa nevicata sul nord Italia, ma meglio assicurarsene. Scendo, cade una neve sottile, la campagna è appena imbiancata.
prima neve alla Domus Saurea – foto di TT
La neve è poca dunque ma non mi preoccupo, la sento arrivare.
Lunedì ore 10: dalla grande finestra del mio ufficio a Stonecity osservo la neve cadere. Lo fa in modo costante, determinato, preciso…sarà una bella nevicata. Bello lavorare con in sottofondo un vecchio bootleg dei FIRM mentre lì fuori scende la neve…
Verso la mezza scendo a fare due passi…
Stonecity – Puccini boulevard – foto di TT
Mi sento bene, canto TOGHETER dei FIRM tra me e me e mi godo il momento…
Stonecity con la neve – foto di TT
Verso le 16 io e le mie colleghe decidiamo di partire verso casa, in poche ore son caduti 25/30cm, potrebbe diventare difficile lasciare Stonecity.
Leaving Stonecity (Saint Litte Antony place) – foto di TT
Scendo lentamente verso la bassa senza particolari problemi, le strade non solo malaccio. Alle 17 arrivo nel posto in riva al mondo. Faccio la rotta; mentre son lì con la pala e i moonboot l’atmosfera cambia: la neve perde il fascino che di solito ha a dicembre/inizio gennaio, cala una aria pesante e metallica, dal dolce candore di TOGETHER dei FIRM si passa al fragore silente del mistero dell’universo. Mi sporgo sulla campagna, neve e foschia…
Neve e foschia a Borgo Massenzio – foto di TT
La sera si fa avanti…vado alla macchina, infilo un dischetto nel car stereo, lo faccio partire mentre contemplo i campi imbiancati…entro in un’altra dimensione
Close the door, put out the light. You know they won’t be home tonight. The snow falls hard and don’t you know? The winds of Thor are blowing cold cold cold… They’re wearing steel that’s bright and true They carry news that must get through.
They choose the path where no-one goes.
They hold no quarter.
Walking side by side with death, The devil mocks their every step The snow drives back the foot that’s slow, The dogs of doom are howling more They carry news that must get through, To build a dream for me and you
They choose the path where no-one goes.
They hold no quarter. They ask no quarter. The pain, the pain without quarter. They ask no quarter. The dogs of doom are howling more!
Mi faccio rapire dal momento, dalle suggestioni, sono certo di sentire i cani del destino abbaiare e di vedere il diavolo che scimmiotta i miei passi nella neve…quando poi al minuto 05:08 parte l’assolo di PAGE mi perdo completamente in quell’orizzonte bianco e misterioso…cristo, quanto cazzo erano fighi i LED ZEPPELIN.
Ritorno in me quando la groupie entra in derapata in cortile, la speed queen non si smentisce mai.
La sera la passo senza SKY, segnale assente. Con la groupie allora ci guardiamo YESSONGS, altra musica con cui sconfinare in altre galassie…
Scambio poi messaggi (sms/facebook/email) con chi ama la neve come me (tipo Graziella BBQueen e Lalàlli), mi bevo una tisana-di quelle-diJaypee calda, mi ascolto qualcosa d’altro, leggo, aspetto la mezzanotte. Mi infilo nel letto contento. La neve è una delle mie dimensioni ideali.
Martedì, in moonboot, riparto per il lavoro. Prima di lasciare la stradina lunga e tortuosa del posto in riva a mondo, mi fermo a contemplare le vigne che sonnecchiano sotto la neve…
le vigne che sonnecchiano lungo la stradina lunga e tortuosa del posto in riva al mondo – foto di TT
Le strade sono pulite, ai loro bordi un buon argine di neve, mi sparo un bootleg dei BOSTON del 1976…
Sotto la neve Stonecity sembra una superfiga, a maggior ragione al ritmo degli AEROSMITH a Boston nel 1978…
Stonecity superfiga sotto la neve – foto di TT
Prima di salire in ufficio mi fermo cinque minuti in macchina, voglio concludere alla grande questa prima parte di mattina…infilo il cd, chiudo gli occhi…mi sembra di vederli i miei eroi lì sotto alla neve…
Quelli come noi, che spesso si trovano a viaggiare nel cosmo, per diletto o per necessita’ esistenziale che sia, sanno che lassu’ fra stelle galassie e buchi neri, la musica rock e’ di casa. Infinita la lista di chi ha frequentato, per un po’ o per sempre, lo spazio profondo. Gia’ negli anni ’50 non erano in pochi i rockers persi fra le stelle seguendo la scia della Jimmi Haskell Orchestra e qualcuno diceva che gente come Elvis e Roy Orbison venisse proprio da li’.
Poi nei ’60 i viaggi astrali si fecero via via piu’ frequenti da e per il nostro pianeta. Fino alle esperienze di Jimi Hendrix, che confesso’ di essere un extraterrestre o dei Pink Floyd, prima avventurieri dei domini astronomici e poi traghettatori del turismo di massa interstellare, manco fossero una compagnia di crociere. Mr. Bowie al suo esordio si perse fra strane stelle con il maggiore Tom, per poi tornare fra noi con un fantastico gruppo di ragni marziani, mentre i Rolling Stones non si sentirono molto a loro agio a duemila anni luce da casa e chiesero a Brian Jones di riportarli a Londra il prima possibile.
Anche da noi qualcuno come Finardi aspettava un passaggio da un alieno, dopo aver visto che le porte del cosmo stavano effettivamente su in Germania. Qualcun altro invece partiva come un cammelliere seguendo la carovana del navigatore astrale Tim Buckley, ma poi sentiva la nostalgia di Napoli e tornava sulla terra scoprendo che siamo tutti figli delle stelle.
Certo, i tedeschi in questo senso erano proprio imbattibili. Sia che si trattasse dei Corrieri Cosmici, o dei mappatori dell’iperspazio come Tangerine Dream o Klause Schulze, i teutonici son quelli che si son spinti piu’ in la’ di tutti, fino alle regioni piu’ estreme ed inesplorate delle galassie. Anche dalla California sono partiti viaggi stellari niente male, soprattutto da San Francisco, che per un po’ e’ stata una sorta di Cape Canaveral lisergica: le avventure dei Quicksilver Messanger Service e la scoperta della Dark Star dei Grateful Dead rimarranno sempre nei nostri cuori di giovani esploratori galattici. Qualcuno ha visitato lo spazio per poco tempo preso dall’entusiasmo della gioventu’, come i primi UFO, riportati con i piedi per terra dal pragmatico Shenker, altri ci sono rimasti piu’ a lungo, l’elenco potrebbe essere infinito. Ma se in tanti hanno contribuito alla nostra colonna sonora cosmica, un solo gruppo ha attraversato e continua dopo tanti anni ad attraversare le stelle a bordo di una nave pirata: gli Hawkwind di capitan Dave Brock.
Hawkwind 1972
Una vera e propria ciurma di pirati piu’ che una band, questo gruppo unico nella storia del rock si forma nei primi anni ’70 nel giro degli squatters e dei fricchettoni piu’ sballati del regno unito. Si son sempre considerati parte della scena libertaria ed antagonista inglese, e non hanno mai smesso di esserlo, suonando quando ne avevano voglia, con o senza guadagno, sia agli inizi che dopo esser diventati famosi. I cambi di formazione sono stati un modo di essere per gli Hawkwind, arrivando a cambiare piu’ volte line up, persino durante lo stesso tour! Dave Brock, da vero capitano pirata ha sempre mantenuto salda la rotta, tirando a bordo dell’astronave corsara personaggi di ogni risma. I quali a loro volta hanno spesso dato un contributo determinante alla creazione del suono e del mondo Hawkwind.
Dave Brock
Nick Turner, con i suoi sax e flauti stralunati e i mille travestimenti, forse piu’ di tutti ha contribuito alla causa, scrivendo anche brani memorabili ed immortali. Cosi’ come Del Dettmar e Dick Mik hanno creato un tappeto sonoro dalla forza d’urto devastante fatto di sintetizzatori e diavolerie elettroniche fuori controllo. Non sono mai stati dei grandi strumentisti gli Hawkwind, e questo secondo me li ha aiutati dal rifugiarsi nei porti del virtuosismo, quando le acque si facevano tempestose. No, loro rimanevano al loro posto cavalcando un onda ritmica possente e primitiva, generata dai tamburi di Simon King, Terry Ollis o anche, per una volta, Ginger Baker. Unici in tutto, hanno avuto per anni uno scrittore di fantascienza, Michael Moorcock, e un musicista poeta Bob Calvert, che hanno creato insieme a Brock e Turner, un piccolo universo letterario che di volta in volta si andava a dispiegare nelle ricchissime copertine dei loro dischi, e nei concerti.
Parliamo di qualcosa di veramente articolato e speciale, tanto da meritarsi il prestigioso premio internazionale Victor Hugo per la fantascienza…E chi lo avrebbe mai detto, di questa comune di pazzi! Parlavamo dei concerti, beh, questo e’ stato e resta un altro punto di forza della band. I loro light show sono sempre stati molto suggestivi ed originali, anche quando le spese si facevano sostenute e gli incassi scarseggiavano, gli Hawkwind hanno sempre allestito dei concerti di grande impatto visivo. E poi come non ricordare Stacia, una giunonica ballerina che si esibiva nuda o con strepitosi costumi spaziali durante i loro live, diventando un po’ simbolo della band, fino ad essere rappresentata sulla copertina di Space Ritual, doppio live, sicuramente il loro disco piu’ famoso. Un giorno li vide suonare dal vivo da qualche parte in Europa, ne rimase affascinata, si tolse tutti i vestiti e si mise a ballare, e cosi rimase con la band per un bel po’ degli anni a venire.
Stacia – Hawkwind
Possiamo immaginare le reazioni del pubblico di casa nostra, quando nel ’72 si presentarono al festival pop di Villa Pamphili a Roma. Da noi andavano forte i Genesis di Gabriel e Tony Banks ( a dire il vero anche i meno accomodanti Van Der Graaf…), e questa ciurma di sballati gli esplose in piena faccia con le tette di Stacia e l’attacco sonico della band…Che avrei dato per esserci! Tanto per completare il quadro, in quel periodo faceva parte del collettivo anche Lemmy che prendera’ poi il nome dei suoi Motorhead proprio da una canzone scritta per la band.
Nella loro lunghissima carriera gli Hawkwind hanno suonato nei posti piu’ impensabili. Raduni di ravers e travellers, importanti festival rock, teatri, arene, a Stonehenge, all’isola di Wight (gratis, fuori dall’area del famosissimo festival), case occupate, piazze, centri sociali e comuni di mezzo mondo. Qualche anno fa, tentarono addirittura di affittare una nave per andare a suonare al circolo polare artico durante l’aurora boreale! Un attitudine questa di suonare un po’ ovunque, sostenuta dal capitano Brock, che prima di formare la band, si guadagnava da vivere facendo il musicista di strada. Nel corso degli anni questa combriccola di matti ha raccolto intorno a se un esercito di fan, un po’ come i Grateful Dead, che si identificano molto con la band, animano siti internet, creano piccolissime label.
A seguito del recente buraccione (durato un paio di giorni) del blog a proposito degli indimenticabili autori di EPITAPH (i Camaleonti appunto), mi son preso la Rhino Collection, un digipack economico con cui trastullarmi (qualcosa del grande Tonino Cripezzi bisogna pur averlo).
Arriva il pacchetto, prendo il cd, mi soffermo sulla foto della cover e mi chiedo: ma come si fa a mettere quella foto in copertina? La foto sarà del 1984 circa, c’è quello in giacca e cravatta, quei due dietro il divano vestiti da giovani (secondo la orribile moda del periodo) e Tonino seduto sul divano con dei pantaloni blu da pelle d’oca (e calzino amaranto). Guardate poi la stoffa del divano, le tende, la palma che si scorge dietro…ma dico io, come si fa a usare una foto così brutta per una copertina?
Guardo nei credits: la foto viene dagli archivi della CGD. Cioè, la CGD ha nei suoi archivi delle foto così? Poi ci si domanda perché in Italia siamo messi come siamo messi. Guardo meglio: l’artwork è opera di uno studio grafico, dal cui sito si intuisce che è specializzato in realizzazioni musicali. Uno studio grafico, addirittura; pensavo che il progetto fosse stato creato da Gigino, il figlio dodicenne del portiere della CGD.
Mettere una foto dei CAMALEONTI scattata nel loro periodo d’oro no? Versione fine sessanta o inizio settanta, anche perché i pezzi di questa compilation vanno dal 1968 al ’76.
‘azzo c’entra una foto degli anni ottanta, peraltro bruttissima? I visual, come le parole, sono importanti, cazzo.
Più di quattro anni di crisi economica continua, di speranze di ripresa che appassiscono, meno soldi in tasca, poche possibilità, timore del futuro, sentimenti di incertezza, inadeguatezza, insicurezza. Si vive più a lungo, ma la società è cambiata, il sol dell’avvenire che negli anni settanta sembrava dietro l’angolo chissà mai se sorgerà. Paure ancestrali del forestiero e dello straniero ormai radicati sulla tua terra. L’Italia che sembra affondare, il senso dello stato ormai inesistente, il concetto “la comunità prima di tutto” ormai sparito, tutti aggrappati al proprio pianerottolo. Il senso di giustizia, le pari opportunità, la dignità da garantire a tutti…concetti ormai svaniti. Dalla tua pianura guardi a sud e ti vien voglia di bestemmiare…sì, umanesimo ‘sto cazzo! Guardi a nord e ti vien voglia di vomitare…sì efficienza ‘sto cazzo!
Il malaffare come modus vivendi, il soldo come unico scopo. Intendiamoci, avere soldi e possibilità è un traguardo valido per tutti, ma il contesto deve essere diverso…onestà prima di tutto, poi fratellanza, uguaglianza, tolleranza. Volgi allora lo sguardo alla caput mundi, la città a cui senti appartenere, ma se sposti le tendine dai viali di pini marittimi in una bella domenica mattina di maggio, la vedi meglio la tua città e non puoi fare a meno di notare che sembra una cagna in mezzo ai maiali.
Ci si mettono poi gli anni che passano veloci, le mamme che imbiancano e poi spariscono, i padri che scivolano verso l’oblio, i sogni che crollano, gli amori che finiscono e i patti che il demonio non ha mantenuto. Aggiungi poi che dopo lo Special One il diluvio e sei a posto.
Cosa fa allora un uomo di blues perso nella Regium Mutina county?
Va su Amazon e spende quel po’ di euro risparmiati in un kit di sopravvivenza:
O là.
Ecco che con il kit la vita si fa meno faticosa. Al mattino lo infili, insieme ad una manciata di bootleg degli EMERSON LAKE & PALMER, nella borsa e ti senti meglio. Lo tieni lì sul seggiolino e sai che puoi provvedere alla bisogna in qualsiasi momento. Le nubi si fanno meno scure, il traffico meno intenso, il broncio meno pronunciato, le groupie ancor più gnocche. Ah che meraviglia.
Grazie alle deluxe edition in fondo la vita è bella.
Some people say I’m no good
laying in my bed all day
but when the night times comes I’m ready to rock
and roll my troubles away
I don’t care if the sun don’t shine
I know I’m gonna see it trough
I don’t care what nobody says
I’m tell you what I’m gonna do
I’m gonna live for the music give it everything you got live for the music you know you’re gonna find a lot to ease your mind
now you may say I’m a mean mistreater say I never treat you right but sooner or later I’m gonna get to ya , baby I don’t wanna fuss and fight hey baby gimme good lovin do it to me all night long any old thing gonna make me happy long as I can sing my song
I’m gonna live for the music give it everything you got live for the music you know you’re gonna find a lot to ease your mind
Hey, give it everything, give it everything Give it everything you got Give it everything, give it everything Give it everything that you got
Get out on the floor Dance and dance some more Come on, come on, come on baby Come on, come on, come on baby Yeah, yeah
Io odio gli armadi. Se per armadi si intendono quei muri colorati ed impiallacciati che possono contenere una vita. Facilmente. Li odio perché sono brutti, perché occupano uno spazio eccessivo, a mio parere ingiustificato, li odio perché sono comodi, ma a modo loro. Li apri e scorrono, sono pieni di cassetti, cassettini, ganci speciali, appendiabiti di ogni genere: possono davvero contenere di tutto. E più sono utili, meno mi piacciono. Preferisco gli armadi d’un tempo, quelli che non prevedevano più di un paio di cassetti e spesso neppure quelli, perché non c’era un gran ché da porvi all’interno. Erano piccoli, in legno robusto, con una stecca di traverso dove appendere l’abito o due che riuscivi a possedere e che ti sarebbero comunque bastati per ogni occasione. Erano intagliati talvolta rozzamente, con qualche fronzolo fatto a mano all’esterno: erano bellissimi. In casa mia ci sono solo quelli. Già, ma dove la piazzi tutta la tua roba, i diecimila vestiti di Barbara, le cose che sai che non ti stanno e non ti staranno mai più ma che non butti via perché “non si sa mai” oppure perché sei comunque convinto che prima o poi ti verrà il coraggio di fare quella dieta speciale che ti farà buttar giù venti chili mangiando quanto vuoi e quello che vuoi? Non lo so, da qualche parte la metterò.
Già, perché a pensarci bene la vita è un armadio. E la vita di un musicofilo – avevamo deciso di chiamarci così, no? – è esattamente un armadio, un armadio con troppi cassetti. Ed ho appena specificato che io, i cassetti, proprio non li sopporto. Anche se mi rendo perfettamente conto di quanto siano utili e pratici. E così tento un parallelo azzardato, tra uno di noi che si trova a dover riporre un paio di sacchi di vestiti, ed un altro di noi che ha deciso di spiegare a qualcun altro che-magari-proprio-non-ne-ha-necessità le meraviglie di un disco, di un gruppo musicale. Ecco, è lì, in quel preciso momento, che i cassetti tornano comodi. Perché dato che resto convinto che scrivere di musica sia come “ballare di architettura” – nel pisano direbbero: “Sta come il culo alle quarant’ore!” ed un giorno ve lo tradurrò – i cassettini, le definizioni, i generi musicali, paiono fatti apposta per tagliar corto sulle spiegazioni, ma solo su quelle. Per favorire la digestione direbbe qualcun altro.
M’è accaduto un milione di volte, in questa vita, di leggere le acrobatiche descrizioni di certi scrivani che danzavano sul filo del rasoio per tentare di portare il lettore a vedere l’oggetto del disquisire con i loro occhi di esperti. Mezzo milione di volte senza andarci neppure vicino. Noooo…non per colpa loro, tutti bravisssssimi…ma perché ogni orecchio è semplicemente diverso dall’altro, così come ogni umore, ogni vita, ogni speranza. E l’ascolto della medesima cosa non sarà quasi mai identico a quello del vicino; a meno che non si tratti di un vicino che non possiede alcun giudizio personale ed attende che qualcuno glielo serva su di un piatto ben cotto e confezionato. Ma qui si va a finire in un terreno minato, dove nessuno ammetterà mai niente e dove i pentiti ed i delatori non esistono. Ed ecco che, tornando allo scritto che ci stava spiegando come suona un disco o un artista, tornano comodissimi i cassetti, gli armadi multifunzione, i gancetti per cravatte e cintole. Non c’è bisogno di saper scrivere e descrivere, di aiutare a chiudere gli occhi e favorire l’immaginazione: basta un cassetto, o due. Pratico e veloce e chissenefrega.
Il guaio è quando di cassetti se ne usano quattro o cinque insieme. Ecco, lì, la visione si confonde e tutto diventa complicato, invece di chiarirsi. Perché se in un impeto dialettico, un prodotto ti viene descritto – non scherzo, lo giuro! – come un “bellissimo esempio di Hard Dark Progressivo Occulto”, scusatemi, ma io non ci capisco più un cazzo. Maledetti cassetti. Così vado e frugo dentro ad ognuno per capire….dunque “hard”, per me erano hard gli Zeppelin, i Purple, i Cream…
Deep Purple
già, ma gli Zeppelin di “LZ II” o del terzo? No, quelli non sono hard, sono più folk e acustici…vabbè…diciamo che grosso modo ci dovremmo essere. “Dark”…e qui scivoliamo ancor più in basso. Dark potrebbero essere i Cure o i Sabbath…no, quelli li definivano heavy metal, qualcuno Doom…che fare? Ricorrere alla ben poco affidabile Wikipedia? Figurati! Alla voce “dark” propone otto cassettini con una dozzina di sottogeneri…Con ”Progressive” mi sento più sicuro: i Genesis, E.L. & P., i Crimson, i Tull, gli Yes…
Genesis
già, ma c’è anche il cassettino del Progressive Metal e se vai a leggere trovi che “High Tide hanno tracciato le basi del progressive metal, fondendo elementi di progenitori come Cream, Blue Cheer e Jeff Beck Group”…metal i Cream e Jeff Beck? A questo punto rinuncio persino a individuare le fonti dell’”Occulto”. Per me occulta resta una messa nera, il sacrificio di un animale a scopo rituale, il posto dove ho messo le chiavi del lucchetto della bicicletta che non trovo più da due anni.
Chiudo gli occhi e mi immagino, ci provo, un gruppo rock figlio della fusione di Deep Purple, Cure, King Crimson e del mio mazzo di chiavi. Sinceramente non so se mi piacerebbe. Ci rinuncio. Non li ascolterò mai, neppure a gratis su Youtube. E maledico la necessità di trovare uno spazio per tutto. Ecco perché inizio ad odiare chi prova a convincermi di qualcosa che solo io potrò capire. Lo so, è un po’ come ammettere una sconfitta: non essere riusciti a sdoganare il nostro modo di scrivere dalla necessità di doverlo per forza di cose inquadrare in qualche modo e di essere diventati schiavi di etichette che poi, a ben guardare, non definiscono proprio niente e non aiutano nessuno. Al massimo scorciano di una ventina di righe ogni recensione.
Trombetti’s lost keyring
E mi ricordo dei bei tempi in cui i cassettini erano due o tre, anche se i gruppi erano già migliaia, e stava al tuo buonsenso riuscire a catalogarli nella tua personale teca mentale che non condividevi con nessuno se non con chi aveva acquistato il medesimo disco. Anche se nell’altra casa stava accanto a tutt’altra merce…Bei tempi! Quando psichedelia era una immensa fascia che andava dai Floyd all’altra parte dell’oceano, in quella Costa Ovest che non avresti mai visto com’era veramente ma di cui eri certo di aver capito tutto. O quasi, o niente, ma che importava? Tanto, l’unica definizione che davvero ti era piaciuta era quella tra musica buona e quella cattiva. E quella buona era esattamente corrispondente a quella che ascoltavi tu.
Oggi pomeriggio, in giro per Mutina per lavoro. Me ne stavo tranquillo nella blues mobile ascoltando GUGLIELMO IL GROSSO PIANDELBOSCO * quando d’improvviso ho iniziato ad essere sbalzato dentro e fuori ad uno spazio temporale. A Mutina del 2013 si sovrapponeva la PINE BLUFF dell’ARKANSAS di 80/100 anni prima.
La skyline di Viale Ciro Menotti si trasformava nella County Court House di PINE BLUFF …
La skyline di Viale Ciro Menotti – gennaio 2013 – foto di TT
Jefferson County (Arkansas) nel 1921
Va bene che il blues (quello vero) è potentissimo, ma non mi aspettavo un lavoro del genere. Un gran bagliore e ritorno a MUTINA. Mi butto sulla tangenziale e flash, ecco che mi infilo in un’altro cunicolo spazio-temporale: la tangenziale diventa una country road del tempo del blues…
Bretella Mutina-Stonecity – foto di TT
Strada al tempo del blues
Ma porca di quella puttana, che cazzo di potenza il blues di BIG BILL BROONZY!
Big Bill Broonzy
Continuo ad andare con la mia blues mobile, guardo alla sinistra, alla destra, ci sono dentro fino al collo, nel blues. GUGLIELMO IL GROSSO continua a cantare, mi fermo, cerco di raccapezzarmi, guardo la cartina…
Il delta del blues
Ma cazzo! Tiro fuori il cellulare, cerco di telefonare ai miei confratelli di Mutina ma i nomi sulla rubrica sono cambiati…MODENA STEVEN PIKES…deve essere Picca, PAUL PATRICK Guitar BETTS sarà Paolino Lisoni, ATHOS RY COOPER …uhm Marchino Bottazzi, JOHN PAUL CAPPI…Cristianino Cappi. ..tiro fuori la foto dal portafoglio che mi son fatto coi ragazzi, cambiata anche questa…
Da sx a dx: in piedi Athos, Modena Steven, Paulie Betts, a sedere Nonantola Slim, John Paul
Ho bisogno di bere; entro in un locale…
Ma che succede? Esco, mi guardo in giro,ma dove sono capitato?
BIg BILL BROONZY continua a suonare…
Risalgo in macchina, chiudo gli occhi, li riapro, guardo fuori dal finestrino…
Poi il CD finisce, lo estraggo dal car stereo…flash…mi ritrovo sulla via Emilia in direzione Borgo Massenzio, sono le 19,30.
Ancora scosso metto la macchina in garage. Prendo il mano il CD di BIG BILL BROONZY, lo guardo… domattina provo ad inserire THREE DAYS AFTER… i Led al Los Angeles Forum nel giugno del 1973, hai visto mai…
*Tradurre un cognome come BROONZY non è semplice, tra l’altro BIG BILL si faceva chiamare anche BROMZIE; ad ogni modo il suo cognome era BRADLEY dall’inglese antico BRAD (BROAD) e LEAH ovvero “woodland clearing”, radura in un terreno bosco. Per rispettare una certa metrica e quindi per scorrevolezza fonetica, l’ho tradotto con PIAN DEL BOSCO.
Ieri mattina mentre davo un’occhiata a facebook mi saltava all’occhio un post di MAX STEFANI, l’ex direttore del MUCCHIO SELVAGGIO ed ora co-direttore di SUONO. Max riporta le cifre di vendita dei giornali musicali italiani. Pur sapendo della durissima crisi che questo tipo di riviste (ma non solo) sta affrontando, mi sono sorpreso: i numeri sono davvero esigui. Trovando comunque la cosa interessante, contatto Max, ricevo l’ok alla pubblicazione, pubblico il post. Thank You, Mr Stevens.
Adesso che non sono più dentro le posso anche dire.
Di solito le cifre di vendita dei giornali sono tabù. Gli editori se le tengono ben segrete perchè di solito le raddoppiano o triplicano per trovare pubblicità, buoni rapporti con le case discografiche, tenere caldi i lettori etc. Che mi pare anche normale. Nel commercio lo fanno tutti…
Nel mio libro “Wild Thing” ho detto chiaramente quello che ha venduto il Mucchio nel corso del tempo, ma ecco le vendite attuali in edicola in tutto il territorio nazionale delle principali testate.
XL – 25/50mila – a seconda della tiratura che varia da 60mila a 130mila.
Rolling Stone – 20mila
Ultimo Buscadero – 7mila
Suono – 4mila
Mucchio – 4mila
Rumore – 4mila
Jam – 3600
Blow Up – 3200
Rockerilla – 1500
Stupiti? Così poche? Commenti?
Il Mio “Mucchio” negli anni ottanta arrivò anche a 30mila (3mila copie vendute solo a Milano), “Rockstar” addirittura a 80 e “2001” nella prima metà anni settanta addirittura intorno alle 100mila a settimana.
La cosa che più stupisce sono le vendite del Buscadero. Più del doppio di Blow Up! E qui bisogna fare i complimenti al proprietario Paolo Carù. Oltre a essere riuscito a far passare un bollettino come un giornale, guadagna da una parte e dall’altra. Il mensile tira il negozio e viceversa. E riesce anche a non pagare chi ci collabora, già appagato di avere la possibilità di scrivere su un giornale che esce in edicola. Chapeau. (Max Stefani 2013)
Ho da poco finito di leggere un libro molto interessante: Bootleg the secret history of the other record industry di Clinton Heylin. L’autore ha fatto un grosso lavoro di ricerca storica sui Bootleg, dai tempi delle prime registrazioni fino all’era del cd. Ha intervistato tantissime persone coinvolte nella produzione e nel collezionismo, artisti, giornalisti e avvocati. Ne viene fuori un quadro interessante con uno sviluppo riguardante America, Asia e Europa.
Un certo spazio viene anche dato alle produzioni Italiane, a quanto pare discretamente famose nel mondo e agevolate da alcune nostre lacune legislative in materia, con parecchie interviste a chi nel nostro paese ha prodotto e distribuito dischi di materiale inedito e live non ufficiale. Ovviamente il libro si addentra nei meandri del copyright e delle sue diverse interpretazioni ed evoluzioni, nel tempo e nei diversi paesi. Cosi’ come si cerca una volta per tutte di far chiarezza fra le produzioni Bootleg e il mercato delle copie pirata, spesso stupidamente equiparati. Ci sono mille storie divertenti e sorprendenti su come i concerti venivano registrati, su come si realizzavano le copertine, su quali criteri guidavano la scelta del materiale da pubblicare, sulla rete delle etichette storiche e tante tante altre cose. Non ultimo di come alle volte la mafia ha tentato di entrare nel giro pensando che ci fossero chissa’ quali affari da fare, confondendo anche lei i Bootleg con la pura e semplice pirateria!
Si racconta anche delle reazioni degli artisti, alcuni (pochi) come Patti Smith che hanno sempre amato e supportato la cosa, passando per chi come gli Stones non ha mai esplicitamente incoraggiato, ma sempre tollerato (e collezionato), fino alle reazioni piu’ infastidite di Dylan o addirittura procedendo per vie legali come Springsteen. O anche come i Grateful Dead, che aiutavano i fan a registrare i concerti per scambiarli gratuitamente, invitando pero’ a stare alla larga da chi cercava di farne un business. Il libro sottolinea, giustamente, come l’industria discografica si sia quasi sempre disinteressata alla vera valenza storica, culturale ed artistica delle registrazioni, pensando solo a fare cassa con quello che aveva sottomano. In particolare infischiandosene totalmente di preservare nastri originali, archivi e quant’altro, per poi spesso dover ricorrere all’aiuto dei tanto odiati e demonizzati Bootleggers, che mossi in primo luogo da una vera passione, hanno sempre conservato e preservato i loro tesori dall’attacco del tempo e delle mode.
Clamoroso in questo senso, scoprire cosa e’ avvenuto nel disastroso passaggio dal vinile al cd, e di come l’industria discografica si sia mossa senza il minimo rispetto per la musica, gli artisti e i fans che avrebbero sborsato i denari. Insomma, una lettura veramente interessante e consigliata per chi legge in inglese con la speranza che magari qualcuno decida di tradurre una versione in Italiano, magari aggiornandola al tempo presente. Perche’ per motivi temporali ( il libro e’ stato pubblicato nel 1995 ) manca completamente il mondo dei Bootleg su internet. Cosa che oggi logicamente non puo’ piu’ essere ignorata. Heylin chiude il libro con un utile glossario, e una personale lista dei top cento Bootlegs.
Come spesso accade dopo la lettura di un buon libro, si fanno delle scoperte, si trovano delle risposte e…si aprono tante nuove domande….
Cosa e’ il mondo dei Bootleg oggi? Come e’ stato trasformato da internet? E’ ancora un mondo di appassionati o e’ anche un business? E l’aspetto grafico, oggi e’ cambiato?
Mille domande che vorrei girare a Tim e a tutti gli appassionati di Bootlegs che bazzicano il Blog….Infondo l’industria discografica segreta ci ha regalato tante emozioni, forse vale la pena parlarne un po’!
Mi chiama il RIFF: “Tim, dai un’occhiata a RS, lo so che non ti piace, ma ci sono due foto dei LZ a Milano nel 1971 che non ho mai visto.”
Lo sapete, RS non mi è mai piaciuto, sia quello americano che quello italiano, quando posso ne parlo male, ma di Riff mi fido e così ho comprato l’ultimo numero. Incredibile: all’interno due foto dei LZ (Bonham e Plant e Bonham) che non avevo mai visto, due scatti che ritraggono i due black country men all’arrivo a Linate nel luglio del 1971.
Del resto del giornale non so che dirvi, non ho letto nulla, nemmeno l’intervista “esclusiva” a Page. Niente che mi interessi, ma quelle due foto…vacca ec lavòr!
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