
(John Bonham circa 1978)
Finalmente la pubblicazione ufficiale del visual di LIVE IN PARIS, live registrato a Parigi tra novembre e dicembre del 1979. Il tour è quello storico di BREAKFAST IN AMERICA, uno dei dischi rock (in senso lato) più belli mai usciti, e il filmato non delude. Il gruppo in gran forma, canzoni bellissime, palco e luci fine settanta e dunque quell’atmosfera giusta che fa tanto bene al cuore. RICK DAVIS e ROGER HODGSON che si lanciano in una sfida entusiasmante a suon di pezzi memorabili e JOHN HELLIWELL lì in mezzo a tenere alto il morale. Very nice. Bluray da avere.
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12 pagine dedicate ai LZ, contenenti nuove interviste a JONES, PAGE e PLANT. Jones probabilmente dice le cose più interessanti perché risponde senza tanti filtri. Page gigioneggia sui soliti temi inchiodato come è all’altare che celebra i LZ, non riesce mai a scartare, quando poi risponde con il solito fare astratto sul nuovo materiale da solista che pensa di fare uscire prima o poi (quanti anni sono che ne parla, 15?), viene voglia di sbadigliare. Plant non va meglio, sempre gli stessi temi: i LZ sì però no-devo sentirmi libero di fare altre cose-e sciocchezze di queste tipo… Io comincio a provare fastidio, probabilmente dovrei evitare di comprare queste riviste quando ci sono loro in copertina.
Molto bella invece l’intervista a Pete Townsend dove il chitarrista degli Who tocca argomenti personali molto delicati.
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Mi scrive Picca: ” Hai visto Mick Taylor all’O2 con gli Stones in Midnight Rambler? Il Dark Lord a confronto sembra Steve Vai”
Crowley onnipotente, noi che non siamo teneri con Jimmy Poige, forse dovremmo essere più magnanimi col Dark Lord stesso. Guardate un po’ Mick Taylo, a tratti è davvero imbarazzante: sovrappeso, con movenze, postura e atteggiamento che con una rock star non c’entrano nulla… incespica sulla sei corde con una disinvoltura che mi fa rabbrividire. Io che ho ancora fanciullescamente in testa CRUSADE, non me ne capacito.
Che sia l’O2 a trasformare i Guitar Gods in chitarristini qualunque? O forse non è il vero Mick Taylor quello sul palco con i Rolling? Possibile che sia morto anche lui? E quello chi è? Un’altro Leopold?
Ho già scritto più volte come siano gustose le email che Polbi mi invia da Detroit, il problema è che poi non posso fare a meno di chiedergli il permesso di pubblicarle sul blog. Polbi subito rifiuta, a volte i suoi sono solo sfoghi, di quelli che fa uno con un amico, ma poi per cortesia cede. Io credo che un blog debba seguire l’istinto, se è l’istinto di persone illuminate, perché è senza tanti filtri che i contenuti gustosi saltano fuori. Ecco quindi una nuova puntata delle “LEZIONI AMERICANE” del nostro Paolino Barone.
POLBI 1°: Eccomi qui, che come sempre dopo un mesetto di america vengo preso da una crisi di rifiuto e la vengo a raccontare a te….dai poche righe di
pazienza che poi mi passa. Il midwest americano e’ un posto terribile, brutto di una bruttezza irrimediabile, definitiva e tragica.

Tutte ‘ste casette del cazzo, tutte uguali nella loro diversità apparente, nel loro mediocre benessere dai piedi di vetro, che tristezza…e poi i parcheggi, i centri commerciali, le freeway…hai presente il vuoto che ti comunicano i nostri outlet, quella sensazione di smarrimento interiore? Beh, qui e’ tutto così. Tutto tristemente semi nuovo, anonimo, senza anima. Tutti col culo incollato alle macchine che vanno, vanno, vanno, da un parcheggio all’altro, da un meganegozio all’altro. Una tragedia totale, una noia mortale. Poi si stupiscono che sono pieni di serial killer, alcolismo e suicidi di massa…
Dico io, ma lo vedete come cavolo vivete?!? No, non lo vedono e non lo sanno, non sanno nulla, pensano che tutto il mondo sia così, o aspiri ad esserlo! Bigotti, religiosi di una
religiosità infantile, superficiale e stupida. Come disse il mitico MARIO SOLDATI “ una nostra puttana e’ mille volte più religiosa di una bigotta americana”
Tutti che fan finta di credere in qualcosa, la patria (bandiere ad ogni angolo che a me fanno venire l’orticaria) la famiglia, la costituzione, l’inno, i nostri ragazzi….Che disastro,
…mangiano cibo orribile ad orari assurdi in quantità impossibili, bevendo ettolitri di tutto tranne che acqua. Si gonfiano di un obesità per noi scandalosa, da circo, e continuano a trascinarsi come elefanti marini tragici tra un fast food e un altro.
Razzisti, odiano la cultura, gli intellettuali, i libri. Passano ore a guardare New York nei loro smisurati televisori con trecento e passa canali e un cazzo di buono da vedere. Madonna ragazzi che paese di merda…menomale che c’e’ il rock and roll altrimenti ero un uomo finito….Ok, m’e’ passata, mi sento meglio, ora sono apposto per un altro mesetto….
Grazie della pazienza!!!
M è a suonare in un club con una band di amici, io a casa con Cook (il cane ndtim) causa raffreddore americano (dieci volte più potente del nostro).
(Chicago)
A proposito a Chicago ho preso Mojo di dicembre con LZ in copertina e lunghe interviste su CLEBRATION DAY…Mi ha trasmesso una vaga sensazione di disagio e tristezza, specialmente Plant, ma anche gli altri. E’ la prima volta credo, che i LZ mi trasmettono questo tipo di sensazioni. Qui praticamente si vive immersi nel culto nazional popolare del dirigibile, la cosa credimi alla lunga stanca, domani sera JASON BONHAM suona con la sua Experience a cinque minuti da casa mia, costa pure poco, ma non mi viene proprio voglia di andare. Ho invece visto LEZ ZEPPELIN, queste fiche più o meno lesbiche che siano e mi sono (sorpresa!) divertito da matti. Mi son sembrate molto credibili e divertenti, si prendono sul serio ma sono anche strapiene di ironia come e’ giusto che sia. Tutto esaurito, pubblico in delirio, audio perfetto…insomma finalmente uno può permettersi di vedere Page/plant come due belle gnocche, scusa se e’ poco, dopo una vita a cantare come i tifosi della roma ” semo tutti froci dei lezzeppelin!!! ” e’ stata un esperienza in qualche modo liberatoria!
Il contrario di quello che traspare dalle pagine di Mojo. Mi viene da pensare che in fin dei conti questi ex ragazzi prima del dirigibile non avevano praticamente fatto nulla di rilevante e dopo il dirigibile ancora meno. Si, Page in studio….ma fosse stato tutto li’ sarebbe finito come Big Jim, che e’ morto un mesetto fa e non se lo ricorda quasi nessuno. Ok, Yardbirds: un gruppo fantastico che ha dato il meglio con Beck, ha fatto cose buone con Clapton e un disco ai limiti della decenza con Page. No, secondo me i nostri hanno fatto tutto in meno di 10 anni e passato il resto della vita a perdere tempo.
D’altronde, e’ un po’ il destino di tutti i grandi gruppi. Pero’ almeno non ricevono quel tipo di pressione per reunion e cazzate varie, la cosa e’ meno pesante. Con i LZ secondo me si e’ persa la misura. Vabbe’ dai, ste fesserie le vado dicendo da anni, divento ripetitivo e pedante!
Adoro leggere le avventure di Brian, non mi stanco di dirtelo.
Ok, passo e chiudo.
Domenica passata a fare il badante a Brian. Il vecchio mi accompagna a Ninetytland a votare per le primarie, mi obbedisce quando gli ordino di fare certe cose, mi guarda quando gli preparo da mangiare. E mi benedice più di una volta solo per il fatto di essere lì. Una domenica da lui è lunghissima. Mi tocca guardare RaiMovie (Brian non ha Sky), fare la lavatrice, cercare di dormire senza riuscirci, provare a leggere, rispondere alle sue domande che ormai sono sempre le stesse. A volto sbotto, è difficile non perdere la pazienza anche se la sua fragilità mi fa andare l’anima in pena.
La giornata volge al termine verso le 20, quando è ora di metterlo a letto e tornare a Borgo Massenzio. Lui è sul divano, sembra un po’ assente, io ho in braccio la Epiphone 335 rossa che mi ha regalato Riff…
Sto suonando qualche riff e qualche licks in attesa arrivi il momento di andare. Sono concentrato sulla chitarra, suono il riff di GUESS I’LL GO AWAY di Johnny Winter e subito dopo qualche svisata sulla pentatonica minore di LA…e all’improvviso sento Brian dire qualcosa:
“T’è propria brev a sunèr chi lavòr lè.” (Sei proprio bravo a suonare quelle cose lì).
Mi volto e mi accorgo che Brian è intento a guardarmi ed ad ascoltarmi….sul divano in tuta, con quella rassegnata malinconia che hanno i vecchi, pur con la nebbia nella maruga è concentrato a vedere quel che fa suo figlio sulla chitarra…mi commuovo…anche a Brian piace il blues.
Dal punto di vista della logistica non sono proprio messo benissimo: residenza a Ninetyland, domicilio a Borgo Massenzio, lavoro a Stonecity, vecchio padre da accudire a Mutina. Giro avanti e indietro per questi 4 punti cardinali personali, e mentre giro…di sera, di notte, di mattina presto, di pomeriggio… ascolto musica, rifletto, faccio congetture e blueseggio all’infinito.
Prendiamo ad esempio l’altro giorno, esco dall’ufficio a Stonecity nel tardo pomeriggio per recarmi dal medico a Ninetyland. La blues mobile rolla in modo stabile sulla freeway Stonecity-Mutina, nello stereo UNA CITTA’ PER CANTARE di RON, altro album comprato in diretta. Lo vidi anche in concerto, Rosalino, al vecchio palasport di Mutina proprio in quell’anno, il 1980.
Insomma son lì in macchina con l’animo un po’ in pena e parte IO TI CERCHERO’, musica di RON parole di DALLA. In pochi minuti scende il melancholy blues e in modo delicato prende possesso dell’ anima mentre dentro alla testolina scende una nebbia soffusa…
…ecco ascolto quella canzoncina, ne canticchio parte del testo, mi commuovo, non so nemmeno perché…
tu non vivi lontano
nello spazio profondo
ma tu sei una donna
come tante nel mondo
non c’è niente di strano
ma rimane il mistero
di una notte diversa
ma diversa davvero
ed è per questo,
per questo, per questo
che ci stiamo cercando
Poi arrivo a Ninentyland, parcheggio la blues mobile sotto ad un lampione, entro nella sala d’aspetto del medico. Il dottore è un amico con cui ho fatto elementari e medie. Anche la segretaria era una di quelle ragazzine con cui giocavo da piccolo e ora guardala lì, una donna adulta di una certa età che con estrema pazienza porta avanti il suo lavoro. Mentre aspetto sfoglio l’ultimo numero di SUONO, hanno pubblicato uno degli articoli su DETROIT che Polbi ha scritto per il blog. Mi scappa da ridere quando mi accorgo che hanno lasciato la frase “sarà che come dici tu Tim siamo uomini di blues…”...immagino il lettore ignaro che si chiede “ma chi cavolo è questo Tim?”.
Contemplo la gente da sala d’aspetto, tutti vestiti senza far caso all’abbinamento dei colori…scarpe nere, pantaloni marroni, maglionazzo verdastro, calzino corto blu! Il calzino corto no, porca madosca, blu poi …schiacciato tra il nero delle scarpe e il marrone delle braghe. Una signora sulla settantina ha i pantaloni della tuta da ginnastica con le scarpe col tacco. Mah. Invece di aspettare le solite due ore, dopo mezzora tocca a me. Non male. Giangi (il dottore) mi ascolta paziente, mi prescrive quello che deve, qualche medicina, qualche esame…abbiamo la stessa età…dobbiamo rassegnarci al fatto che il corpo cambia e che quando tocchi certe vette piccoli fastidi prima o dopo arrivano.
Risalgo in macchina, abbandono con un po’ di tristezza Ninetyland. Mi costa lasciare il mio paesino, mi manca e sono sicuro che anche io gli manco. Il pezzo successivo è NUVOLE. Divento sentimentale, mi sento un po’ spaurito, avrei bisogno di appoggiarmi al petto di una mother mary, di una amica, di una groupie oppure trovarmi con Biccio sul fronte del porto a contemplare il mare di notte con un Southern Comfort nel bicchiere. Oppure, oppure… trovarmi là, come sempre là, al Richfield Coliseum di Cleveland…
Nuvole per tutti quelli che han bisogno di sognare
di provare a immaginare che, che cambierà
ancora un giorno e cambierà
che qualche volta il vento può fare uscire il sole
ancora un po’ e poi vedrai che cambierà.
Ascolto IO TI CERCHERO’ e NUVOLE più volte, mentre immagino di prendere il volo con la blues mobile, e con il volo finalmente quietare l’animo, i pensieri…penso a dove sono gli amici, a cosa stanno facendo…Polbi al di là dell’Atlantico, Picca e Liso al di là del Secchia, Jaypee sul Little Bird Bridge, e via via tutti gli altri…poi la blues mobile atterra di nuovo, segue una delle tante blue highways (courtesy of William Least heat-Moon) che son solito percorrere e mi porta docilmente fino al posto in riva al mondo. Parcheggio la macchina in garage, mi carico un sacco di pellet sulle spalle, salgo le scale esterne ed entro nella domus saurea.
Il mattino dopo mi sveglio di buon ora, devo essere da Brian alle 07,30, stamattina devo portarlo a fare il vaccino antinfluenzale. Mi soppeso l’anima, è ancora in modalità blues, ma è un blues diverso, meno sdolcinato di quello di ieri. Riparto, rifaccio le mie blue higways, ma stamani a farmi compagnia è LOU REED, quello che piace a me, quello del concerto del 21 dicembre 1973 all’Howard Stein Academy Of Music di New York, concerto spalmato su due dischi dal vivo imprescindibili: ROCK AND ROLL ANIMAL (1974) e LIVE (1975).
(L’Academy Of Music di New York)
Il tempo è grigiastro, gli alberi hanno ormai perso le foglie, la campagna si prepara all’inverno e io lì in mezzo a questa triste atmosfera agreste che mi ascolto musica metallica proveniente dalla parte più tenebrosa e selvaggia del cuore di New York City. Per alcuni mesi la band di LOU REED di fine 1973 è stata una delle migliori hard rock and roll band in circolazione. DICK WAGNER e STEVE HUNTER alle chitarre formarono una di quelle coppie chitarristiche che ancora oggi venero con fervore mistico. Quell’INTRO che apre l’album ROCK AND ROLL ANIMAL che va poi a sfociare in SWEET JANE è uno dei momenti di massima goduria per il rock chitarristico…
In sala d’aspetto dalla dottoressa di Brian in Verdi Avenue sono in compagnia di anziani, tutti lì per il vaccino. Tocca a noi, entriamo, la dottoressa infila l’ago nel braccio di Brian, lui non fa una piega ma una volta finito vorrebbe restare a parlare , così mi tocca spingerlo fuori dall’ambulatorio con forza. Ci fermiamo in un bar, due svedesi e due caffè macchiati. Brian attacca discorso con tutti, mentre io do una occhiata alla Gazza. Lo riaccompagno a casa, lo sistemo e lo tranquillizzo per la mattina. Scendo e mi butto di nuovo sulla freeway Mutina-Stonecity. Tolgo R’N’R ANIMAL e inserisco LIVE.
Di nuovo il blues che mi accompagna, questo è più discreto, silenzioso, apatico. Quel senso di insoddisfazione con cui bisogna fare i conti, che magari è prerogativa della condizione umana, così mi adeguo, mi piego ad essa e continuo ad ascoltarmi LOU REED…
Massimo Avellone, chitarrista dei FLOWER STONE, ci racconta la sua esperienza con JON LORD.
Nel febbraio del 2011 apprendiamo che Jon Lord, fondatore e organista dei Deep Purple, è disposto a fare alcune tappe del suo tour europeo in Italia; gli organizzatori ci chiedono se vogliamo essere la sua band in esclusiva per le date italiane. è inutile dire che, sebbene il patto fra noi FlowerStone preveda di suonare (dal 1991) esclusivamente musica dei Led Zeppelin o di nostra composizione, interrompiamo tutto ciò a cui stiamo lavorando per buttarci a capofitto in questo evento.
Sappiamo che ci aspetta un duro lavoro perchè, oltre a brani dei dp sui quali siamo cresciuti, la scaletta prevede cose molto impegnative, soprattutto (ma non solo) “Concerto for Group and Orchestra”, opera per orchestra sinfonica e rock-band composta da Jon ed eseguita per la prima volta nel ’69 dai Deep Purple e la London Symphony orchestra. Con noi vengono scritturati Anna Phoebe, Kasia Laska ed i 90 elementi dell’orchestra “Franco Ferrara” diretta dal Maestro Carmelo Caruso. Gli allestimenti audio-luci sono affidati ad AVL Produzioni (BB. King, AC-DC, Womad, San Remo e troppo altro), che conosciamo benissimo perchè da anni è il nostro service di fiducia. Il concerto sarà al teatro Golden di Palermo.
Per due mesi lavoriamo parecchio. Il Direttore deve far suonare insieme quasi 100 musicisti tra i quali noi quattro, che suoniamo in un altro modo ma essendo amplificati abbiamo lo stesso volume di tutti gli altri insieme; ancora oggi quest’opera è considerata rivoluzionaria. Qualche giorno prima dell’arrivo di Jon sembra finalmente tutto a posto, le ultime prove serviranno a definire maniacalmente i parecchi passaggi obbligati.
L’INCONTRO CON JON LORD
Appuntamento la mattina del 26 aprile 2011 in teatro alle 9.00. L’arrivo di Jon Lord è previsto per le 9.30; io arrivo in teatro alle 9,45, terrorizzato all’idea di essere l’ultimo ad entrare in sala. Corro giù per le scale con la chitarra e mi affaccio in platea: sul palco i miei compagni FlowerStone, la cantante polacca Kasia Laska (da anni al seguito di Jon), i 90 dell’Orchestra Sinfonica “Ferrara” e i tecnici di AVL, ma per fortuna all’organo Hammond non c’è ancora nessuno. Jon sta per arrivare per il primo dei tre giorni di prove. La mia attrezzatura è montata dal giorno prima, salgo sul palco e saluto tutti, accordo la chitarra e scambio due chiacchiere con i miei compagni di avventura. Siamo tutti un pò tesi, nonostante molti vantino collaborazioni internazionali di altissimo livello. Alcuni ripassano le parti più difficili, personalmente curo con i fonici gli ultimi dettagli del mio suono. E’ inutile negarlo: Jon Lord ci ha sempre messo soggezione, fin da ragazzini, quando imparavamo a suonare sui vinili dei DP.
Appena jon entra in sala tutti lo accogliamo con un applauso entusiasta, e lui si presenta con una grazia ed un’umiltà disarmanti. Nessuno di noi si aspetta che quell’uomo, nei tre giorni seguenti, si dedicherà a noi quanto noi a lui.
Mi stringe la mano sorridendomi e dice: “è un vero piacere”; rispondo, abbastanza imbambolato, “è l’onore più grande della mia vita”, poi cominciamo a suonare.
La scaletta dello spettacolo sarà la seguente: primo tempo “Concerto for Group and Orchestra”, secondo tempo “Pictures of Home”, “Bouree”, “Sun will shine again”, “Pictured within”, “Telemann”, “Wait a while”, “Perfect Strangers”, “Soldier of Fortune” e “Child in Time”, in ordine.
Nel pomeriggio arriva anche Anna Phoebe (Jethro Tull, Aerosmith e molto altro), impressionante violinista anglo-tedesca dal suono particolarissimo. Essendo il più vicino a Jon ed Anna e parlando un buon inglese faccio anche da tramite fra lui e gli altri musicisti, come Andrea Marchello, il nostro bassista, anche lui lì vicino; Jon è subito entusiasta del suono d’insieme, dice di amare la potenza “italiana” dell’orchestra diretta dal Maestro Carmelo Caruso; addirittura durante “Bourèe” mi dice sorpreso: “è la prima volta che un Direttore capisce il tempo di questo brano”. Come inizio non c’è male. siamo tutti affascinati da questo pezzo di storia che dolcemente ci prende per mano e ci guida nell’esecuzione, rendendo tutto più facile. le prove filano via senza intoppi, le poche volte che qualcosa non funziona bastano poche sue “dritte” per passare avanti. L’indomani, durante la conferenza stampa, un incauto giornalista gli chiede come mai continui a suonare e comporre alle soglie dei settant’anni; sorridendo ironicamente jon risponde: “music is energy…”, e aggiunge che proprio la musica lo tiene vivo… Come sempre, finita la conferenza firma decine di autografi su decine di vecchi lp dei Deep Purple, ogni volta con grande affetto e gratitudine verso chi gli porge la reliquia da firmare.
In quei giorni nulla ci fa pensare che stia male. La furiosa gestualità sull’Hammond è quella di sempre, magari non lo sbatte sul palco come qualche anno fa, ma è pur vero che stiamo suonando un’opera di musica classica e alcuni brani Deep Purple riarrangiati per gruppo e orchestra, quindi il contesto è meno irruento. Mi sorprende moltissimo scoprire che non vuole sentire il suo organo dai monitor per ascoltare meglio gli altri musicisti, e credo di aver detto tutto sull’altruismo e la sensibilità musicale di questo artista gigantesco. Proviamo fino alla mattina del 28; il pomeriggio liberi, appuntamento in teatro alle 18.00 per finire il sound-check, lo spettacolo comincia alle 21.30.
IL CONCERTO
In teatro c’è il pienone. Il pubblico è sincero e ci accoglie con grande calore, ma appena entra Jon è il panico.
“Concerto for Group and Orchestra” occupa l’intero primo tempo, quasi un’ora. Appena iniziamo mi accorgo che nel mio suono c’è qualcosa che non va; non potendo armeggiare con i cavi durante lo spettacolo, a rischio di rumori osceni, continuo per tutto il primo tempo; ho saputo solo dopo che un orchestrale, entrando, aveva inciampato sulla mia pedaliera. Va comunque tutto bene, ma per il primo tempo sono costretto a tenere un volume un pò basso. L’opera si divide in tre movimenti ed è di grande impatto, il pubblico è entusiasta. Alla fine del primo tempo Jon esce dal palco accompagnato da un tifo da stadio.
Nel backstage si dice molto soddisfatto, poi si chiude in camerino; io sono costretto a rientrare sul palco cinque minuti prima per sostituire i cavi danneggiati, quindi è sembrato che stessimo rientrando tutti; c’è stato un forte applauso che si è spento a poco a poco, mi sono sentito un idiota. Rientrano tutti seguiti da Jon, e adesso siamo in un contesto che ci calza molto meglio. Suoneremo gli originali di Jon “Sun will shine again”, “Pictured within” e “Wait a while” (nelle quali io non suono perchè la chitarra non è prevista), “The Telemann Experiment”, “Bouree”, e “Pictures of home”, “Perfect strangers”, “Soldier of fortune” e “Child in time” dei Deep Purple. Se devo dirlo in due parole il primo tempo è quello che ci ha insegnato di più, ma nel secondo si suonano i Deep Purple con Jon Lord. Jon diventa una specie di animale selvatico, adesso suona Il Rock. Rientriamo molto aggressivi, partiamo con grande energia e finiamo allo stesso modo. Adesso Jon interagisce molto più con noi, pur continuando a seguire anche l’orchestra con grande sensibilità. Si scalda molto, gli assolo durano parecchio e il linguaggio musicale è quello di sempre; l’uomo ha quasi 70 anni, ma le dita eseguono fedelmente le creazioni di uno spirito giovane e passionale. Verso il pubblico ha un atteggiamento meraviglioso, fra un pezzo e l’altro parla tantissimo, con uno humour ed un’eleganza, una disponibilità, che sono certo la gente senta come una grande carica affettiva.
(Jon Lord con alla chitarra Massimo Avellone)
Le esecuzioni che personalmente mi sono piaciute di più sono “Pictures of home” e “Perfect strangers”, ma soprattutto “Child in time” versione Made in Japan! qui tutto suona veramente Deep Purple. Jon è molto carico, il suono dell’Hammond diventa quello del ’72. Le sue improvvisazioni sono irruente, si scatena, anche la mimica è cambiata, adesso sta facendo un’altra cosa. L’ultimo pezzo è Child in Time, e alle prime tre note di organo il teatro esplode. il fatto che sia la versione ” Made in Japan ” ci rende molto felici. Negli altri brani gli assolo li avevo improvvisati, mentre in ” Child in Time ” non avevo scelta: sparare quello di Blackmore. Da quando eravamo ragazzini quella versione di Child in Time ci ha folgorato e insegnato a suonare, e comunque secondo me quell’album è il migliore che i Deep Purple abbiano mai fatto. I chiaro-scuri dell’Hammond sono quelli, passa repentinamente dal suono dolcissimo del tema per poi ruggire nelle parti pesanti. Faccio l’assolo originale e arrivo quasi alla fine, poi non essendo Blackmore ritengo opportuno chiudere un pò in anticipo e Jon riprende la “parola”. La chiusura del brano, e quindi del concerto, dà il via ad una standing ovation di un quarto d’ora, durante la quale Jon ci presenta uno ad uno (quelli della band, i solisti ed il Maestro Caruso, gli orchestrali erano 90) e si intrattiene per una decina di minuti per ringraziare ed esprimere il calore che ha sentito dal pubblico. credo che tutti i presenti, compreso Jon, vivano questi ultimi momenti come un addio reciproco e commosso.
Pubblico e musicisti perchè, pur non conoscendo la sua malattia, sanno che certamente non trascorreranno più una serata con lui; Jon perchè sa che fra 2 settimane inizierà un duro ciclo di cure dall’esito molto incerto. Morirà dopo un anno e mezzo, senza aver più suonato su un palco. Detto adesso che lui non c’è più sembra retorico, ma è stata la più umana delle star, vere o presunte, che abbia conosciuto personalmente. Mentre il pubblico continua ad applaudire usciamo dal palco, e appena dietro le quinte Jon mi dice: “peccato tu non abbia fatto altri 20/30 sec di assolo in Child in Time, era…” e stringe il pugno allargando le narici in un gesto di euforìa. Credendo di avere capito male gli chiedo: “ti è piaciuto il mio solo?” e lui dice:”sì,sì, dovevi farlo durare di più!”. Rimango 10 min frastornato: ho qualche buona collaborazione alle spalle, tipo glenn hughes nel 2007, generalmente ho avuto buoni consensi, ma questo me lo sta dando un dio. Subito inizia la “processione” di musicisti, giornalisti etc con i dischi Deep Purple da “consacrare”: nessuno va via senza autografo. Appena restiamo in pochi gli dico: “Jon, adesso tocca a me”, e gli spiego che per me quello è un giorno particolare, perchè oltre ad avere suonato con lui è anche il mio compleanno. Gli porgo il vinile d’epoca “Deep Purple in Concert” e lui ci scrive a pennarello indelebile:
“Happy birthday, Massimo Jon Lord”
poi, già che l’avevo in mano, mi ha autografato anche “In Rock”. Questi due dischi non vedranno mai più la luce, potrebbe rovinarli. Poi jon saluta e ringrazia tutti e si ritira nel suo camerino.
Mi è spiaciuto che l’arrangiamento di “soldier of fortune” sia stato reso quasi del tutto orchestrale; io amo quel brano proprio per la sua semplicità e dolcezza. “Pictures of home” e “Perfect strangers” mi sono piaciute molto, ma suonare “Child in time” in quel contesto è stata un’emozione unica. Comincio ad essere vecchietto (classe ’68), e non avrei immaginato, in tutti questi anni e fino a che non ce l’hanno proposto, che mi sarebbe capitato questo. La mia era semplice passione, ho imparato suonando sugli LP, da solo nella mia stanzetta, e come tutti i musicisti della mia generazione ho consumato parecchi lp e puntine a forza di riascoltare solo le parti di assolo. Il musicista che ha davvero il maggior merito della buona riuscita è Fabrizio Forte, eccezionale organista e filologo di Jon Lord, che ha fatto le parti di Jon, coordinando tutti gli altri, per i due mesi di prove, con una conoscenza talmente profonda ed una tale perfezione esecutiva da metterci in condizione di arrivare all’ora X praticamente come se avessimo provato per due mesi con Jon. Altro personaggio che ha sorpreso per maturità musicale è stato Andrea Marchello, che si trova ad avere in curriculum una cosa del genere a 26 anni! Ho sempre detto che il campione si vede entro i 20-25 anni; credo di poterlo definire tale (ovviamente escludo me stesso, quel giorno quarantatreenne, dalla categoria “campioni”). Il Leone ci ha lasciato qualche mese fa. Milioni di musicisti e appassionati in tutto il mondo gli devono parecchio, magari senza aver mai ascoltato nulla di suo, perchè è uno dei veri “padri” della musica moderna. E credo che in tutto il mondo si continuerà ad ascoltarlo e studiarlo per decenni o forse più al pari di Albinoni, mozart o puccini, con tutto il rispetto.
Qui trovate il servizio RAI sul concerto:
e qui il nostro sito: http://www.flowerstone.it/ . La Warner Bros. ci ha chiuso l’audio di “No Quarter”, ma c’è il solo di “Stairway to Heaven”.
(Massimo Avellone ©2012)
Ieri sera ho accompagnato la groupie al cinema in occasione della proiezione (per un giorno solo) di LIVE IN BUDAPEST 1986 dei QUEEN in versione rimasterizzata e HD. Questi eventi speciali stanno diventando un po’ troppi per i miei gusti, ( il 27 ci sarà HENDRIX a WOODSTOCK) e trovo fastidioso dover pagare 13 euro (12+1) invece dei soliti 8.
La performance è sui livelli standard del 1986, quindi molto buona e a tratti spettacolare. Noioso come sempre l’assolo di BRIAN MAY, ma il resto fila via bene. Durante RADIO GAGA anche gli spettatori al cinema hanno iniziato a battere le mani seguendo il disegno reso celebre dal video clip del 1984. Il più esagitato alzava le braccia più degli altri ma non riusciva ad andare a tempo. Un povero babi.
Il concerto meriterebbe anche 4 stelle, ma il fatto che la versione restaurata è esattamente quella della vecchia VHS lascia un po’ di amaro in bocca, ci si aspettava qualche bonus footage in più. Così ci sono i soliti incredibili tagli a TIE YOUR MOTHER DOWN e CRAZY LITTLE THING CALLED LOVE. A discolpa dei QUEEN occorre precisare che sembra che il resto del filmati inutilizzati sia stato gettato dal governo ungherese all’epoca. C’è da dire che è disponibile il box set con il bluray o DVD del concerto e i due CD audio con il concerto finalmente completo.
Il film è in HD, ma io non me sono accorto, o meglio…non c’è poi tutta questa differenza, almeno sul grande schermo. Certo, è un filmato del 1986 girato in Ungheria e non può competere con le produzioni recenti a cui siamo abituati.
I miei QUEEN sono altri, lo sapete, (a quando l’uscita ufficiale di HOUSTON 1977?), ma rivedere un loro concerto, anche se del 1986, al cinema non è davvero niente male.
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