Parafrasando una frasetta presente sul terzo album di un gruppo a me molto caro, per i resoconti blues (musicali e non) presenti su questo blog devo dar credito alla piccola e derelitta casetta posta in riva al mondo, nel bel mezzo dell’Emilia, che chiamo Domus Saurea. E’ la casetta in cui vivo da 11 anni e benché nel mio cuore avrà sempre un posto speciale, è una casetta costruita – diversi decenni fa e con enormi sacrifici – in modo assai spartano, senza nessuna concessione alla comodità, tenendo presenti più le visioni proletarie di chi la fece edificare piuttosto che una qualsivoglia logica architettonica. Stanze piccole, spazi ristretti, minute piastrelle rettangolari dai colori improbabili e tutta una serie di caratteristiche dai tratti essenziali. E’ una casetta molto blues, forse è per questo che – per quanto mi piacerebbe avere le possibilità di renderla più user friendly – dopotutto mi ci trovo bene.
Quando poi gli spigoli della casetta in questione danno un po’ da fare ecco che – nel mio spirito – me la ridisegno e ridipingo secondo la mia visione delle cose. Prendiamo ad esempio ieri, a casa solo decido di farmi un bagno nella vasca e subito decompongo le asprezze del bagnetto della Domus e viro verso i sentieri che portano ai castelli che mi costruisco nella maruga. Il bagno si trasforma in una bathroom esoterica, grazie anche al Moët & Chandon che mi sono versato.
La realtà è diversa, nella vasca non c’è altri che un uomo magro con il blues, ma se noi esseri umani abbiamo sviluppato la capacità di vedere oltre e di inventarci – nei nostri pensieri – orizzonti alternativi ci sarà un perché.
Lascio così libero l’istinto e in men che non si dica mi riscopro meditabondo, assorto come sempre nei miei blues perenni.
La fine de La Repubblica
La Repubblica, quotidiano prestigioso e libero (checché ne dicano populisti e sovranisti) passa, insieme al gruppo Gedi, nelle mani di Elkann e Agnelli. Per quanto mi riguarda finisce l’epoca de La Repubblica. Cambiato immediatamente il direttore (Carlo Verdelli – scaricato con rudezza) con un moderato tendente a destra che snaturerà il cuore del giornale visto anche il tipo di editore (uno di quelli con atteggiamento molto “da padrone”). La Repubblica era da decenni il mio quotidiano di riferimento e lasciarlo mi costa tanto, ma non posso fare altrimenti. Oggi diventa uno dei troppi media in mano al gruppo Exor, gruppo che non voglio per nulla aiutare con i miei spiccioli. Abbandono anche l’Espresso, Huff Post e Radio Capital.
Nella vita tutto cambia, sono un uomo di una (in)certa età e lo so bene, ma è chiaro che un cambiamento del genere mi mette addosso una bella malinconia. Trovo riparo nel rafforzare il mio rapporto con Il Manifesto e nell’approcciarmi a Open (il quotidiano online di Mentana) e – udite udite – a Il Fatto Quotidiano. Sarà che ormai da tempo sono un seguace di Andrea Scanzi, ma lo trovo una delle poche pagine da leggere oggi in Italia. De Benedetti – arrabbiato con i suoi figli per la vendita appunto di La Repubblica agli Elkann – pensa di partire con una nuova avventura editoriale, un quotidiano che faccia concorrenza a la Repubblica e che si chiamerà Domani, quotidiano che – alla sua morte – passerà alla Fondazione omonima, al grido di “basta eredi!”. Partenza in autunno, su carta e sul web, vedremo un po’.
Rileggo una gran bella intervista a Galimberti che, con la sua consueta spumeggiante lucidità, analizza i tempi che stiamo vivendo con estrema accuratezza.
Il blues riguardo il futuro continua a tormentare. Già non bastava trovarsi all’improvviso uomini di una incerta età, già non era sufficiente essere stati costretti a cambiare lavoro ad una età veneranda, ecco che ci si mette anche il Covid19 a rendere il futuro economico nerissimo (per quasi) tutti. Il primo pensiero va alle vittime, e a chi ha perso genitori, congiunti, amici senza aver avuto nemmeno l’opportunità di star loro accanto sino alla fine e di salutarli prima dell’ultimo viaggio, è facile immaginare lo sgomento, ma è chiaro che non è possibile trascurare gli effetti che tutto questo avrà sull’economia. Certo, occorre cercare di evitare di deprimersi per faccende di cui non si ha il controllo, ma è chiaro che siamo e saremo tantissimi a fare le spese di questa pandemia.
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Electric Phase
La fase 2 mi fa paura, non ho una gran fiducia negli italiani; è chiaro che riaprire fabbriche, esercizi, musei e eventi è di vitale importanza, ma sapremo essere responsabili? Sapremo inoltre uscire dalla fase 1 indenni? Riusciremo a trovare forza e motivazioni per ributtarci negli ingranaggi del capitalismo?
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I’Ve Been Nominated To Pick My 10 favourite Albums …
Su facebook anni fa scoppiò la moda di pubblicare le copertine dei 10 album preferiti di ognuno di noi, credo che al tempo fosse una cosa carina a cui tutti partecipammo, ma oggi è diventata una cosa insopportabile. Recentemente sono stato nominato più volte, ma mi sono rifiutato di aderire. Poi, un conto è pubblicare il visual dei 10 album e bona lè (come diciamo a Modena), ma c’è chi non si ferma a 10, e non riuscendo a distinguere quanta differenza faccia uno zero in più o in meno, si mette ad inquinare la propria bacheca, e quindi facebook, con centinaia di copertine di album, tra l’altro al 99% insignificanti. I peggiori credo siano i metallari, che sono quelli che più di tutti non riescono a capire la differenza tra capitoli importanti della la musica rock e capitoli importanti della propria vita. Ogni titolo è un capolavoro, ogni disco è fondamentale, la prosa che rigurgitano è fagocitata da iperbole. Non sono mica solo loro, intendiamoci, anche quelli legati al punk e alla new wave non scherzano. Se ne stessero sui loro blog a farsi le seghe (come faccio io) e a differenziare ogni brezza in una nuova corrente, invece che sfogare le loro manie di protagonismo sui social, perché anche lì un po’ di bon ton sarebbe necessario, almeno dopo averli frequentati e digeriti per tanti anni e capito come le cose dovrebbero andare e come ci si dovrebbe rapportare con queste piazze digitali.
Parlando di Zappa con Liso
Non potendo frequentare gli amici, rimango in contatto con loro tramite whatsapp, duo, messenger o email. Cerchiamo di evitare per quanto possibile l’argomento Covid19. Biccio mi scrive per dirmi che Willin’ dei LF è un pezzo “struggente e meraviglioso“, Pike mi informa – con l’ironia consueta che usiamo quando leggiamo di certe nuove uscite – che sta per essere pubblicata “una imperdibile antologia sestupla di Snowy White” (session man inglese che collaborò con qualche grosso nome), con Riff poi parlo di bootleg dei LZ, e con Liso parlo di Frank Zappa. Liso è uno che giunto a questi anni fatica più del dovuto a restare confinato dentro al recinto del Rock, tra i miei amici e quello che forse sperimenta di più. Saputo che mi stavo ascoltando Zappa In New York, mi scrive che sono giorni che non ascolta altro che Frank. Mi confessa che si è scaricato almeno 10 versioni di Black Napkins e che quando la sente “è sulla luna”. Entrambi conveniamo che Zappa non ha in dono il tocco e il senso fluente dei grandi chitarristi, ma quello che suona è spesso divino. Lui, la sua Gibson SG, quell’atteggiamento cazzuto e arguto e il computo totale del suo talento. Mica roba per mammolette.
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Addio a Florian Schneider e Little Richard
Negli ultimi giorni se ne sono andati due grandi della musica, Florian Schneider dei Kraftwerk e il Re del Rock And Roll Little Richard. Li ricordiamo con gratitudine.
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Sul Piatto della Domus
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Still Alive And Lowell
Nonostante cerchi distrarmi con altra musica, sono tuttora dentro la bolla Little Feat. Non passa giorno che non metta su un loro disco, un loro cd.
Ci sono cose così straordinarie che mi è difficile staccarmi da loro e da Lowell George in particolare. Quando parte Roll Um Easy ad esempio, come è possibile evitare di sentire il proprio animo versasi liquido dal balcone?
Il mio amico Athos mi scrive che “c’è quella frase degli angeli di Houston che mi ammazza tutte le volte”, Athos è un grande amante del genere (oltre che asso della chitarra slide) e degli Stati Uniti, io che invece ho rapporto conflittuale con gli States e forse sono un tipo più inquieto di lui mi perdo proprio dell’incipit …Whoa I am just a vagabond, a drifter on the run, the eloquent profanity, it rolls right off my tongue … sono solo un vagabondo, un naufrago in fuga, bestemmie eloquenti mi scivolano dalla lingua …
Il testo sgorga dall’america che mi affascina, quella poetica, innamorata e mascolinamente sensibile, ce ne sono poche di canzoni così belle e complete e sessualmente spiritose … suona quella concertina, sii tentatrice e piccola sono senza difese … cantando in armonia, all’unisono, dolce armonia, devo issare la bandiera e batterò il tuo tamburo …
Concertina
Roll Um Easy (Lowell George)
Whoa I am just a vagabond, a drifter on the run the eloquent profanity, it rolls right off my tongue And I have dined in palaces, drunk wine with kings and queens But darlin’, oh darlin’, you’re the best thing I ever seen Won’t you roll me easy, oh slow and easy Take my independence, with no apprehension, no tension You’re a walkin’, talkin’ paradise, sweet paradise I’ve been across this country, from Denver to the ocean And I never met girls that could sing so sweet like the angels that live in Houston Singing roll me easy, so slow and easy Play that concertina be a temptress And baby I’m defenseless Singing harmony, in unison, sweet harmony Gotta hoist the flag and I’ll beat your drum
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Lowell
Searching for Juanita
e così, immerso in questo continuo fiume musicale dei Little Feat, mi metto alla ricerca della mia Juanita, chissà se esiste …
“I said Juanita, my sweet Jaunita, what are you up to? My Juanita I said Jaunita, my sweet taquita*, what are you up to? My Juanita”
*Pussy in Spanish slang meaning “little taco”
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Fat Man In The Bathtub (Lowell George)
Spotcheck Billy got down on his hands and knees He said “Hey momma, hey let me check your oil all right?” She said “No, no honey, not tonight Comeback Monday, comeback Tuesday, then I might.” I said Juanita, my sweet Jaunita, what are you up to? My Juanita I said Jaunita, my sweet taquita, what are you up to? My Juanita Don’t want nobody who won’t dive for dimes Don’t want no speedballs ‘cause I might die tryin Throw me a line, throw me a line ‘Cause there’s a fat man in the bathtub with the blues I hear you moan, I hear you moan, I hear you moan Billy got so sad, dejected, put on his hat and start to run Runnin’ down the street yellin’ at the top of his lungs All I want in this life of mine is some good clean fun All I want in this life and time is some hit and run I said Juanita, my sweet Jaunita, what are you up to? My Jaunita I said Jaunita, my sweet taquito, what are you up to? My Juanita Put my money in your meter baby so it won’t run down But you caught me in the squeeze play on the cheesy side of town Throw me a dime, throw me a line ‘Cause there’s a fat man in the bathtub with the blues I hear you moan, I hear you moan, I hear you moan
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Avvertenze: i termini inglesi usati vanno letti in senso ironico. Non siamo puristi, ma per questo blog l’italiano e le altre lingue romanze continuano ad essere le più belle del mondo. Grazie. Merci. Gracias. Obrigado. Mulțumesc.
Vivi con la pollastrella da 11 anni, la conosci da quasi 17, puoi dunque dire di sapere con chi hai a che fare, eppure ancora rimani colpito da certe sfumature della sua personalità. Tu, che sei tre uomini diversi come i lettori di questo blog sanno (Tim è il filtro tra il più riflessivo Stefano e l’impulsivo preda della furia iconoclasta Ittod), inizi a pensare che anche Polly sia tre donne diverse, sebbene i confini tra un paio di loro siano più sfumati, diciamo tra Saura e Ittodda (ma sì, chiamiamo quest’ultima così, visto anche che In Through The Out Door, l’album dei LZ, è forse l’album – insieme a Physical Graffiti – che preferisce in assoluto).
Come sappiamo è una donna un po’ particolare: poche storie, pochi vezzi da femmina, poco spazio per il nonsense. Di primo impatto non ha atteggiamenti da femmina alfa, pare riservata, raramente sopra le righe, ponderata, ma la sua risolutezza, la sua concretezza emiliana e la sua determinazione mi fanno sospettare che sotto sotto sia una capobranco mica da ridere.
A volte non è semplice avere una compagna così, una che aveva – sino a non troppo tempo fa – un 250 Suzuki e una Yamaha 600 e che il sabato andava a correre in pista a Misano mentre la tua passione per le moto (da cross) si è fermata ai sedici anni sostituita da quella (totalizzante) per il Rock
Saura in pista a Misano 2
una che quando si organizzano le ferie occorre scegliere una località vicina ad un kartodromo in modo che possa sfogare il suo impulso (e talento) per la velocità e mentre lei corre in pista surclassando tutti i maschietti tu te ne stai sulle gradinate insieme alle fighe dei maschietti appena nominati cercando di non dar peso alla situazione.
Polly at Kartodromo Happy Valley – Romagna agosto 2018 – foto TT
Una che ha ereditato dal nonno Inigo una manualità speciale, essendo così in grado di far praticamente tutto: la marangona, la saldatrice, l’imbianchina, la trapanatrice, la carpentiera, etc etc, mentre tu annaspi – filosofeggiando – nel chiederti il perché della vita cercando di mappare i sentieri delle profondità cosmiche …
Saura marangona – foto TT
Saura all’opera: modalità saldatrice- foto TT
una che ama i LZ alla follia e quando li ascolta mette a tutto volume Custard Pie, The Rover, Trampled Underfoot, Achilles Last Stand, Tea For One e Caroulselambra mica All My love, Thank You e The Rain Song. (Tra l’altro una che va matta per i pezzi più tenebrosi di Death Wish II, colonna sonora del filmetto omonimo composta dal Dark Lord)
Saura the hermit at the Coop – foto TT
Una che (ri)scopre gli Yes un po’ in ritardo e ne diventa fan accanita diventando in breve tempo uno dei punti di riferimento tra fan in Italia e nel mondo, riuscendo ad entrare più volte in contatto con la band stessa …
RW & Saura – Asti 8 july 2015 (Foto Tim T)
Saura e Jon Anderson – after show party – Hammersmith Odeon 19/3/2017 – Photo TT
Una che individuata la moglie di un tuo amico come la compagna ideale per i viaggi, se ne parte almeno una volta l’anno per Londinium, una che quando siete in giro per il mondo si mette in modalità Lady Map (come la chiama il tuo amico Billy Fletcher) e ti guida attraverso che so, L’Avana, Palma di Maiorca, Glasgow e Londra (appunto) come farebbe un madre con un bimbo di 5 anni nel paesello in cui vive.
Subway stroll – Saura plays air guitar – Photo T
Una che – avendo anche un grande talento musicale – diventa il punto focale silenzioso dei tuoi gruppi pur suonando strumenti che raramente sono adatti alla leadership (basso, tastiere, mandolino), una che suonando in un tributo ai LZ pensa bene di fare come John Paul Jones e suonare contemporaneamente tastiere e pedaliera basso nei pezzi dove sono richiesti entrambi gli strumenti. Ci sono lettori che conoscono qualcun altro/a in Italia fare la stessa cosa? Una che ordina una piccola ghironda (l’hurdy gurdy insomma) da costruire, la mette insieme e impara a suonarla in un quarto d’ora …
CC Stones Cafè 17-01-2014 la reggiana dagli occhi di ghiaccio, the girl from Gavassae: SAURA TERENZIANI (foto di Simon Neganti)
Saura: keyboards and pedal bass – The Equinox – RE 10-3-2017
Una capace di tener testa – a volte superandoli – all’anticlericalismo e all’estremismo politico di Ittod, una che guarda la serie TV Vis A Vis e se ne esce con un “Zulema n.1 altroché quella figa di legno di Macarena” (e chi segue la serie in questione sa che razza di demonio sia Zulema),una che legge un’immensità di libri (compresi inaffrontabili saggi sulla questione mediorientale, sulla DDR, su Enrico VIII e su Maria Antonietta) rimanendo scevra da ogni riflesso intellettuale da radical chic, una la cui divisa ufficiale è costituita da felpa, jeans a campana e Adidas, una che non si trucca, che non sfoglia riviste di moda e che non guarda programmi da figa ... a volte ti chiedi con che altra coppia potreste uscire, di cosa potrebbe parlare con la moglie di un tuo amico …
Insomma, per finirla, a volte vivere con lei è come farlo a fianco di una donna guerriera, una amazzone …
poi però ogni tanto tra Saura e Ittodda spunta Maria Saura e ogni volta è una sorpresa.
A parte il fatto che la pollastrella – per mia grandissima fortuna – è anche una cuoca molto brava, nella migliore tradizione emiliana e degna figlia di sua madre Lucia (altre personaggio di questo blog), ci sono momenti – nelle pigre domeniche mattina – in cui si mette a fare un torta, e allora la vedo sotto una luce nuova, come quando la vedo a piangere quando guarda un film dai risvolti sentimentali, oppure quando la sorprendo rivedere per l’ennesima volta i film “Tutti Insieme Appassionatamente” o “Mary Poppins”, ma forse il punto in cui capisco che è Maria Saura quella che ho davanti è il momento in cui la vedo indossare la maglietta di Titti … lei, quella che di solito sfoggia magliette di Valentino Rossi, Led Zeppelin, Jimmy Page, Bad Company, Yes, Rick Wakeman e Bafometto, si mette la maglietta di Titti!
Come direbbe Ittod, “una figa, alla fin fine, rimane sempre una figa“.
La maglietta di Tittti della pollastrella – foto TT
Un paio di giorni fa Beppe e Giancarlo hanno messo online il loro blog e con molto piacere ne do notizia. Il claim della loro nuova avventura è “Riflessioni, passioni, ricordi sulla musica di Beppe Riva e Giancarlo Trombetti“, blog dunque a carattere musicale che non potrà che interessare anche buona parte della nostra comunità. Beppe e Giancarlo ne hanno di cose da raccontare essendo stati due dei più importanti giornalisti musicali italiani, e sono sicuro che lo faranno con la maestria che da sempre li contraddistingue. Sono stati special guest di questo mio blog, io li cito spesso quindi sapete tutti di chi stiamo parlando, non è necessario aggiungere altro. Non mi resta che chiudere come ho fatto nelle due righe che ho scritto per il loro blog: bentornati ragazzi, for those about to blog, I salute you!
Il tour europeo del Led Zeppelin del marzo 1973 è – per quanto riguarda le performance – uno dei picchi del gruppo. Sebbene RP tra la fine del 1972 e gennaio 1973 avesse sofferto di problemi alla voce e non fosse probabilmente più il cantante rock con timbro celestiale ed estensione senza limiti che aveva in mente il pubblico, dal punto di vista strumentale la band viaggiava su livelli stellari. La scaletta era la più ricca sino a quel momento, il mood del gruppo era ancora altissimo, il management al pieno della propria capacità e lucidità e Jimmy Page suonava come il Jimmy Page dell’immaginario collettivo. Copenhagen (02/03/1973, Goteborg (04/03/1973), Stoccolma (06/03/1973), poi due spettacoli cancellati in Svezia e Norvegia e quindi Norimberga (14/03/1973) e appunto Vienna il 16/03/1973. Dopo, altri 11 concerti spesi tra Germania e Francia (dove ne vennero comunque annullati altri due per disordini), quattro settimane di pausa e poi via per l’altrettanto leggendario tour americano speso tra maggio, giugno e luglio.
IL concerto di Vienna si tenne alla Stadthalle, sala indoor da 16.000 posti e fu un successo, questo uno stralcio del resoconto di allora del Melody Maker:
“The historic city of Vienna, normally bulging at the seams with Strauss and grand operas, played host on Friday night to Led Zeppelin at the enormous Wiener Stadthalle. “Introduced as the ‘Rock sensation of the year’, the group took the stage and went straight into a deafening version of ‘Good Times Bad Times’ [sic]. Robert Plant strode around with chest barred and hair flailing, thrusting his pelvic grind at the audience, while Jimmy Page, wearing his Les Paul low-strung, crushed out well amplified chords. ‘Black Dog’ and ‘Misty Mountain Hop’ followed, and both songs included some dynamic drumming from John Bonham, who hammered the skins for all his was worth. “Things quieted down in ‘Bron-Y-Aur Stomp’, their only acoustic number. Page then brought out his double-necked Gibson for ‘The Song Remains the Same’, from the new album and John Paul Jones who it was announced was suffering from a stomach complaint, provided some superb orchestral effects on the mellotron. “The opening bars of ‘Stairway to Heaven’ were greeted with a huge roar, and when the band finally broke into ‘Whole Lotta Love’, that was the cue for a general stampede towards the front of the sage.” — Dave Hopkins [Melody Maker, 1973-03-31]
Wiener Stadthalle
La porzione soundboard di questa registrazione esiste da tempo immemorabile e qualunque fan dei LZ che si rispetti ne gode dunque da moltissime lune, ma da poco è stata resa disponibile nei circuiti internet che si occupano di registrazioni dal vivo non ufficiali la versione forse definitiva, quella creata mettendo insieme nel miglior modo possibile le tre registrazioni audience (prese dal pubblico) e quella soundboard (presa dal mixer).
La produzione (che comprende anche le copertine e le note e le specifiche tecniche) è a cura di Nite Owl production. E’ bene precisare che NiteOwl si è servito dell’ottimo lavoro fatto a suo tempo da Winston Remasters con Danke Vienna.
LED ZEPPELIN – 1973-03-16 – Vienna – NEW 4 SOURCE MATRIX (16bit)
Led Zeppelin – “Vienna Fireworks: Live in Europe 1973”
Recorded Friday evening March 16, 1973 at the Wiener Stadthalle, Vienna, Austria
STEREO MATRIX of 4 recordings synchronized & mixed together in varying levels & combinations: AUD sources 1-3 and SBD (where available).
SONGS: [2:11:25]
01. introduction [0:57]
02. Rock and Roll (Bonham, Jones, Page, Plant) [3:48]
03. Over the Hills and Far Away (Page, Plant) [6:41]
04. Black Dog (Jones, Page, Plant) [6:18]
05. Misty Mountain Hop (Jones, Page, Plant) [4:27]
06. Since I’ve Been Loving You (Jones, Page, Plant) [9:09]
07. Dancing Days (Page, Plant) [5:53]
08. Bron-Y-Aur Stomp (Jones, Page, Plant) [6:26]
09. The Song Remains the Same (Page, Plant) [5:20]
10. The Rain Song (Page, Plant) [9:19]
— [* = board tape available / optional disc division @ 58:19]
11. Dazed and Confused (Page, Holmes) * [28:30] contains:
San Fransisco (Phillips)
Mars, the Bringer of War (Holst)
12. Stairway to Heaven (Page, Plant) * [10:59]
13. Whole Lotta Love (Bonham, Dixon, Jones, Page, Plant) [25:36] contains:
Everybody Needs Somebody to Love (Wexler, Berns, Burke)
Boogie Chillun’ (Besman, Hooker) *
(You’re So Square) Baby I Don’t Care (Leiber, Stoller) *
Let’s Have a Party (Robinson) *
I Can’t Quit You Baby (Dixon) *
14. Heartbreaker (Bonham, Jones, Page, Plant) * [8:01]
Il Robert Plant che parte in Rock and Roll è finalmente altra cosa rispetto a quello con continui problemi alla voce delle settimane e mesi precedenti; anche il gruppo pare in forma sin da subito benché serva sempre un po’ prima di carburare. Over the Hills and Far Away mi è sempre sembrata fuori posto come secondo pezzo della scaletta, ma il gruppo qui la suona bene comunque. Nella parte hard rock RP evita i picchi vocali usati nella versione da studio ma il brano sta in piedi ugualmente. La qualità audio audience (il soundboard è relativo solo al secondo disco) è molto buona, il lavoro fatto da Nite Owl sembra già in queste prime battute ottimo, suono corposo e chiaro. Sul finale scoppia un petardo.
RP: Good evening. Good evening! Steady. Now tonight we must be very careful not to do too many things, because Mr Jones, has, uh, colic. Must be careful. So, all your spiritual feelings must go straight to Mr Jones’ stomach, for a bit of health. Beyond that note. Here is a song about, uh, about a rather oversexed, uh, member of the canine family. This is called ‘Black Dog’.
Robert annuncia dunque che John Paul Jones stasera soffre di coliche, ma a sentirlo suonare non si direbbe proprio.
Black Dog è suonata molto bene, il tocco di Page nel riff è di quelli magici, pieno di dinamica. La voce di Robert è aiutata da un po’ di echo (o delay) mentre Jones e Bonham sono sempre una meraviglia da ascoltare. I giochetti di cassa di Bonham sono fenomenali.
RP: Danke schön. This is, uh, an instrum, a number that features Mr Jones on piano. And he’s having a lot of trouble gettin’ about. This is a song that in England, uh, it’s understandable because wherever you go to enjoy yourself Big Brother is not very far behind. And Big Brother is a term used for the paranoid establishment. And, uh, if it’s ever happened to you, you know what it’s like. But this is what comes of walking through the park with a packet of cigarette papers. What does that man mean? This is called ‘Misty Mountain Hop.’
Misty Mountain Hop è il solito trampolino di lancio per l’ennesima grande versione targata 1973 di Since I’ve Been Loving You. Jimmy Page pare spiritato sin dall’inizio; nelle parti lente e riflessive il feeling è di un candore impressionante, al tempo stesso immacolato e dissoluto. L’interplay tra Robert e Jimmy è un meraviglia. La qualità audio si conferma ottima (tenendo sempre presente che stiamo parlando di una registrazione audience). In cuffia la sensazione è quella di essere presenti al concerto.
RP: Thank you. Danke schön. It’s very nice to be here in Vienna. Very nice. You’ve even got some good groupies. Ha ha, ha ha. Um, this is a song, about, uh, this is a song off the new album which comes out sometime this year. The LP is called Houses of the Holy. We all hope you rush out and, uh, look at a copy. And this is a song about little school girls, and, uh, not too little, mind you, not too little, and, uh, my love for ‘em. Remembering what happened to Jerry Lee Lewis, I think I’ll take it easy. Mr, Mr Bonham there? Two hundred pounds? ‘Dancing Days.’
Le versioni live di Dancing Days sono sempre divertenti; John Bonham sembra spassarsela sempre un sacco.
RP: Thank you very much. Very nice to be, uh, walking towards the mic stand. This is our number where we show our age and we have to sit down a little bit. You’ll have to shut up up there! Sshh, sshh. I don’t know what you’re sayin’, but it’s, uh, contrary to the state regulations. Actually, this is a clean up tour for us, as opposed to a mop up. Shut up! Here is a song that was written in the, in the mountains in, in, in Wales, where there is no electricity, no running water, no chicks. Actually, I tell a lie, and plenty of sheep. Ha, ha, ha. It is a song about a little dog who I know very well. …. This is a song called ‘Bron-Yr-Aur.’ Ooops. This is a song with a Welsh title. It’s a song I enjoy singing in foreign parts ‘cuz it reminds me of the good times that I have with my dog. That’s a, now for those pople who can’t speak English, this is called ‘Bron-Yr-Aur Stomp.’ And you can all help us with the aid of your dolies(?). I know. We must wait for Mr Jones who has a bad tummy. Bless you. Now don’t do that, nicht gut. You’ve got it. It’s just the rhythm.
Bron-Y-Aur Stomp (including a bit of That’s The Way) come sempre vede John Bonham alla seconda voce. Solito irresistibile quadretto danzereccio campagnolo.
RP: Another, um, this song is, uh, for a couple in Moulin Rouge. And Mr. Bonham’s delight at the Moulin Rouge tonight. Far out. Ha ha. This is called ‘The Song Remains the Same.’
Con The Song Remains the Same la vaporiera LZ si getta tra le acque agitate del fiume a tutta velocità per poi attraccare in insenature tranquille grazie alla bellezza assoluta di The Rain Song. Da segnalare l’assolo di Page sulla 12 corde durante TSRTS, spettacolare!
RP: John Paul Jones played the mellotron with a bad stomach.
RP: Here is, uh, a song that comes from a long long long time ago. When we were all nineteen. You never did, you schmuck. Wait, stop, go home. On you, the Scotsman. You’d have to be a Scotsman to do that. Anyway, here’s one from a long time ago.
Dazed And Confused è la consueta tormenta elettrica costruita su fasi diverse a loro volta ispirate dalle differenti missioni umane: l’esplorazione del cosmo, degli inferi, del mistero della vita. Che un gruppo Rock sapesse suonare, improvvisare e restare compatto in quel modo è ancora oggi per me un evento inspiegabile. Poco dopo il minuto 5:00 inizia la transizione tra registrazione audience e registrazione soundboard, la qualità audio migliora sensibilmente ma vale pena ribadire ancora che anche la registrazione audience ha comunque il suo perché. Il solito accenno a There Was A Time di James Brown e poi è già tempo di San Francisco. I quattro musicisti si allineano sull’arpeggio di MI minore e DO di Page, Plant vi canta sopra l’immancabile If You’Re Going To San Francisco di Scott McKenzie, quindi tutti insieme vanno a quietarsi per poi perdersi nel mare dell’inquietudine della violin bow section. Page si mette il vestito da negromante, illusionista e stregone e ipnotizza il pubblico con i suoni che fuoriescono dalla sua Les Paul trattata con l’archetto di violino. Abbiamo descritto questo momento tante volte, ma l’effetto che ha sulla nostre psiche non ci permette di esimerci dal magnificare il talento pittorico di Page nel mettere su tela i suoni dell’infinito. Subito dopo, breve botta e risposta da Page e Bonham e via che si parte per la sgroppata a rotta di collo lungo i sentirei dell’improvvisazione più alta. Dopo l’ultima strofa, la chiusura è di nuovo un portento di improvvisazione … mai sentito un gruppo Rock a questo livello. 27 minuti di meraviglia sonora.
RP: (Happiness is a warm gun.) That was an old song called ‘Dazed and Confused.’ And now we’d like to. John Paul Jones’ stomach … This song is for you, Dalia, wherever you are. Oh, there she is.
Stairway To Heaven è piena si sentimento ed è il ritratto perfetto della bellezza musicale. Ognuno ha le sue preferenze ma è indubbio che le versione del tour del 1973 di certi pezzi sono da considerarsi definitive (penso in particolare a STH, SIBLY, NO Q e WLL).
RP: Danke schön. This is a song for people who like to boogie a little bit. In fact, it’s the most basic thing that anybody can possibly do. In fact, we should all be doing it tonight. Ha ha, ha, ha, ha.
Dopo STH torna il piombo Zeppelin. Whole Lotta Love (Ain’t It Funky Now/Sing A Simple Song/Cat’s Squirrel, Boogie Chillum, Boogie Mama, Baby I Don’t Care, Let’s Have A Party, I Can’t Quit You Baby, Lemon Song) si riempie di riferimenti e di divertissement. Si parte, dopo le prime strofe, con accenni strumentali a Ain’t It Funky Now di James Brown, a Sing A Simple Song di Sly & The Family Stone e a Cat’s Squirrell dei Cream. Dopo l’assolo e la terza strofa ci si butta in Boogie Chillum di John Lee Hooker e quindi nella sempre travolgente Boogie Mama, per me – nella versione del live ufficiale del 1973 (1976) TSRTS – uno dei punti più alti del gruppo. Seguono (You Are So Square) Baby I Don’t Care, successo di Elvis scritto nel 1957 da Leiber & Stoller, e Let’s Have A Party anch’essa del 1957 e cantata da Elvis e scritta da Jessie Mae Robinson. Si chiude il siparietto con I Can’t Quit You Baby e The Lemon Song, un lungo unico blues dove i ragazzi provano a smontare i confini delle 12 battute e a riscrivere – da bianchi – la musica dei neri che li ha formati.
RP: Thank you very much and goodnight. That’s, that’s enough. Good.
L’improvvisazione prima di Heartbreaker è da sempre fonte di gioia per i fan; trattasi di 60 secondi scarsi di hard rock funk improvvisato, Jones e Bonham che accontentano Page seguendolo in uno dei suoi riff meravigliosamente strampalati creati sul momento. Nell’assolo centrale Page cerca di parlare al pubblico con la chitarra prima di iniziare la famigliare scarica di note. Sentirlo suonare in maniera così potente, sicura (e sporca) è una delle belle cose della vita. Bourrée, il pezzetto Ragtime e infine la ripartenza con tutto il gruppo. Plant canta la strofa finale un po’ a fatica, è attento a non esagerare, nelle sue condizioni essere arrivato a fine concerto in maniera ben più che dignitosa è tanto, meglio non cadere proprio alla fine.
RP: Thank you very much, Vienna. And goodnight. Thank you very much. It’s been a very nice night
Già, a a very nice night, un gran bella serata quella passata a Vienna 47 anni fa. Gran concerto e gran bella versione di questa registrazione live.
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MATRIX NOTES:
The general aim was to provide the whole concert in as consistent and upgraded a listening experience as could be stitched together from the various recordings which are all incomplete. While there are always some downsides to matrixing analog recordings that have been manually synchronized, it is hoped that the benefits, such as the improved stereo dimension, of the results outweigh those deficiencies. Further lesser quality audience sources than those described below also exist but were not used.
AUD source #1: The master was reportedly a TDK SA 90 cassette, which matches the 45 + 45 minutes which are extant and captured tracks 2-8 & 12 and parts of 1, 9, 11, 13. Winston Remaster used for the first part (which is unmatrixed on that version). Best of the audience recordings overall, recorded close to the stage towards one side. The guitar is somewhat buried here.
AUD source #2: A lower/medium quality cassette recording at a greater distance to the stage, used only to patch missing AUD sections of tracks 1 & 9-11 (and the encore break before 14).
AUD source #3: Captured most of the concert except for the introduction and notably two gaps in DAC. The master reported to have been recorded with Sony mics to Uher Report reel-to-reel. Close to the quality of AUD.1 but with a different sound balance (guitar is prominent, vocals somewhat buried) and recorded towards the other side of the stage. Matrixing with AUD.1 thus allows reproducing the occasional stereo panning effects of the house mix (which are not present on the SBD): guitar break in Bron-Y-Aur Stomp, bow solo in DAC, Theremin in WLL.
SBD source: Apparently a 60 minute cassette which contains most of tracks 11-14. However, several minutes of 11/DAC & 13/WLL are missing, as the tape was not flipped immediately when the side or reel A ran out. There was probably another cassette on which the first hour of the concert was recorded (or copied), including the beginning of DAC, with the engineer likely missing some two minutes of the song between the cassettes, after the first one stopped and until recording resumed on a fresh tape. The reason why only the second cassette is available (for this and also certain other dates) is perhaps that someone in or with the band wanted a listening copy of just the songs with improvisation. The mix that was recorded is not exactly the same as what was played over the PA, as some of the delay/reverb effects (particularly on the vocals), as well as the panning, heard on the audience recordings are not present.
Track by track breakdown: tr.01: AUD.2+1. AUD.2 contains half a minute more of the pre-show compared to AUD.1, none of which is on AUD.3. 02-08: AUD.1+3. SBD not available for the first part of the show but AUD.1 & 3 run practically without breaks until the end of BYAS. 09: AUD.1/2+3. AUD.1 has breaks during the intro and its side A completely cuts out @ 1:30 into TSRTS; the taper evidently did not flip the tape and resume recording until well into DAC which gap has here been patched with AUD.2. 10: AUD.2+3. AUD.1 thus does not exist for The Rain Song; the lower quality tape of AUD.2 used to substitute. 11: AUD.2/1+3. AUD.1 continues recording @ 5:00 while AUD.3 cuts out around 6:45 for one minute. Both gaps in DAC have been patched by matrixing with AUD.2, except for the section between roughly 2:50 and 4:00 where that tape itself has a discontinuity. 11: SBD & AUD.1+3. SBD cuts in about 15 seconds after AUD.1, i.e., around 5:15 into DAC from which point on it is the main source for the matrix but augmented with AUD.1 & 3 – and some patching from AUD.2 – as far as they are available. 12: SBD & AUD.1+3. AUD.3 has short cuts in the introduction; SBD cuts out after STH ends as the tape side ran out. 13: AUD.1+3 / SBD & AUD.1+3. Side B of the AUD.1 cassette runs out around 10:15 into WLL but SBD continued recording 4 minutes before that. 13-14: SBD & AUD.3. The segment containing the last 13 minutes of WLL and nearly all of Heartbreaker is therefore a matrix of SBD and AUD.3 since AUD.1 was no longer recording. The encore break is largely cut on both sources between the songs: AUD.3 misses about 2:20 of atmosphere while SBD loses only 1:30 and has the first notes of Heartbreaker intact. For the sake of completeness the missing part has again been patched from AUD.2 although the change in sound is noticeable.
ACKNOWLEDGMENTS: Thanks to all the tapers and the persons who made the digital transfers, and Winston Remasters whose version of AUD source 1 has been appropriated. (Indeed the whole of “Danke! Vienna”, which matrixes only the parts where both AUD.1 and SBD are available, was useful for reference. Note that in the notes to that title, AUD.3 is called “Aud Source 2” whereas here it is referred to as AUD.3.)
Artwork included. A Nite Owl production (NO-2020-12).
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(broken) ENGLISH
The LZ European tour of March 1973 is – as far as performances are concerned – one of the group’s peaks. Although RP between the end of 1972 and January 1973 had suffered from voice problems and was probably no longer the rock singer with celestial timbre and limitless extension that the audience had in mind, from an instrumental point of view the band traveled on stellar levels. The songlist was the richest so far, the mood of the group was still very high, the management at full capacity and lucidity and Jimmy Page sounded like the Jimmy Page of the collective imagination. Copenhagen (02/03/1973, Goteborg (04/03/1973), Stockholm (06/03/1973), then two shows canceled in Sweden and Norway and then Nuremberg (14/03/1973) and precisely Vienna on 16. Afterwards, another 11 concerts spent between Germany and France (where two more were canceled due to riots), a four-week break and then off to the equally legendary American tour spent between May, June and July.
The Vienna concert was held at the Stadthalle, 16,000-seat indoor hall and it was a success, an excerpt from the Melody maker’s account of the time:
“The historic city of Vienna, normally bulging at the seams with Strauss and grand operas, played host on Friday night to Led Zeppelin at the enormous Wiener Stadthalle. “Introduced as the ‘Rock sensation of the year’, the group took the stage and went straight into a deafening version of ‘Good Times Bad Times’ [sic]. Robert Plant strode around with chest barred and hair flailing, thrusting his pelvic grind at the audience, while Jimmy Page, wearing his Les Paul low-strung, crushed out well amplified chords. ‘Black Dog’ and ‘Misty Mountain Hop’ followed, and both songs included some dynamic drumming from John Bonham, who hammered the skins for all his was worth. “Things quieted down in ‘Bron-Y-Aur Stomp’, their only acoustic number. Page then brought out his double-necked Gibson for ‘The Song Remains the Same’, from the new album and John Paul Jones who it was announced was suffering from a stomach complaint, provided some superb orchestral effects on the mellotron. “The opening bars of ‘Stairway to Heaven’ were greeted with a huge roar, and when the band finally broke into ‘Whole Lotta Love’, that was the cue for a general stampede towards the front of the sage.” — Dave Hopkins [Melody Maker, 1973-03-31]
Wiener Stadthalle
The soundboard portion of this recording has existed from time immemorial and any self-respecting LZ fan has therefore enjoyed it for many many moons, but recently the whole recording has been made available, on the internet circuits that deal with unofficial live recordings, in a new version created by putting together the three audience recordings (taken from the audience) and the soundboard (taken from the mixer) in the best possible way.
The production (which also includes the covers and the notes and the technical specifications) is by Nite Owl production. It is good to point out that NiteOwl has made use of the excellent work done at the time by Winston Remasters with Danke Vienna.
LED ZEPPELIN – 1973-03-16 – Vienna – NEW 4 SOURCE MATRIX (16bit)
Led Zeppelin – “Vienna Fireworks: Live in Europe 1973”
Recorded Friday evening March 16, 1973 at the Wiener Stadthalle, Vienna, Austria
STEREO MATRIX of 4 recordings synchronized & mixed together in varying levels & combinations: AUD sources 1-3 and SBD (where available).
SONGS: [2:11:25]
01. introduction [0:57]
02. Rock and Roll (Bonham, Jones, Page, Plant) [3:48]
03. Over the Hills and Far Away (Page, Plant) [6:41]
04. Black Dog (Jones, Page, Plant) [6:18]
05. Misty Mountain Hop (Jones, Page, Plant) [4:27]
06. Since I’ve Been Loving You (Jones, Page, Plant) [9:09]
07. Dancing Days (Page, Plant) [5:53]
08. Bron-Y-Aur Stomp (Jones, Page, Plant) [6:26]
09. The Song Remains the Same (Page, Plant) [5:20]
10. The Rain Song (Page, Plant) [9:19]
— [* = board tape available / optional disc division @ 58:19]
11. Dazed and Confused (Page, Holmes) * [28:30] contains:
San Fransisco (Phillips)
Mars, the Bringer of War (Holst)
12. Stairway to Heaven (Page, Plant) * [10:59]
13. Whole Lotta Love (Bonham, Dixon, Jones, Page, Plant) [25:36] contains:
Everybody Needs Somebody to Love (Wexler, Berns, Burke)
Boogie Chillun’ (Besman, Hooker) *
(You’re So Square) Baby I Don’t Care (Leiber, Stoller) *
Let’s Have a Party (Robinson) *
I Can’t Quit You Baby (Dixon) *
14. Heartbreaker (Bonham, Jones, Page, Plant) * [8:01]
The Robert Plant that starts in Rock and Roll is finally something else than the one with constant problems with the voice of the previous weeks and months; the group seems to be in shape right from the start although it always serves a little before fueling. Over the Hills and Far Away always seemed to me out of place as the second piece of the setlist, but the group here does it well anyway. In the hard rock part RP avoids the vocal peaks used in the studio version but the song is still standing. The audio audience quality (the soundboard is relative only to the second disc) is very good, the work done by Nite Owl seems already in these first few bars excellent, full-bodied and clear sound. At the end of the song a firecracker breaks out.
RP: Good evening. Good evening! Steady. Now tonight we must be very careful not to do too many things, because Mr Jones, has, uh, colic. Must be careful. So, all your spiritual feelings must go straight to Mr Jones’ stomach, for a bit of health. Beyond that note. Here is a song about, uh, about a rather oversexed, uh, member of the canine family. This is called ‘Black Dog’.
Robert therefore announces that John Paul Jones suffers from colic tonight, but hearing him play you’d say he is in perfect shape.
Black Dog is played very well, the touch of Page in the riff is magical, full of dynamics. Robert’s voice is helped by a little echo (or delay) while Jones and Bonham are always a marvel to listen to. Bonham’s bass drum tricks are phenomenal.
RP: Danke schön. This is, uh, an instrum, a number that features Mr Jones on piano. And he’s having a lot of trouble gettin’ about. This is a song that in England, uh, it’s understandable because wherever you go to enjoy yourself Big Brother is not very far behind. And Big Brother is a term used for the paranoid establishment. And, uh, if it’s ever happened to you, you know what it’s like. But this is what comes of walking through the park with a packet of cigarette papers. What does that man mean? This is called ‘Misty Mountain Hop.’
Misty Mountain Hop is the usual springboard for yet another great 1973 version of Since I’ve Been Loving You. Jimmy Page seems spirited from the beginning; in the slow and reflective parts the feeling is of an impressive candor, at the same time immaculate and dissolute. The interplay between Robert and Jimmy is a marvel. The audio quality is confirmed to be excellent (always keeping in mind that we are talking about an audience recording). With the headphones the feeling is that of being present at the concert.
RP: Thank you. Danke schön. It’s very nice to be here in Vienna. Very nice. You’ve even got some good groupies. Ha ha, ha ha. Um, this is a song, about, uh, this is a song off the new album which comes out sometime this year. The LP is called Houses of the Holy. We all hope you rush out and, uh, look at a copy. And this is a song about little school girls, and, uh, not too little, mind you, not too little, and, uh, my love for ‘em. Remembering what happened to Jerry Lee Lewis, I think I’ll take it easy. Mr, Mr Bonham there? Two hundred pounds? ‘Dancing Days.’
Live versions of Dancing Days are always fun; John Bonham always seems to be having a great time.
RP: Thank you very much. Very nice to be, uh, walking towards the mic stand. This is our number where we show our age and we have to sit down a little bit. You’ll have to shut up up there! Sshh, sshh. I don’t know what you’re sayin’, but it’s, uh, contrary to the state regulations. Actually, this is a clean up tour for us, as opposed to a mop up. Shut up! Here is a song that was written in the, in the mountains in, in, in Wales, where there is no electricity, no running water, no chicks. Actually, I tell a lie, and plenty of sheep. Ha, ha, ha. It is a song about a little dog who I know very well. …. This is a song called ‘Bron-Yr-Aur.’ Ooops. This is a song with a Welsh title. It’s a song I enjoy singing in foreign parts ‘cuz it reminds me of the good times that I have with my dog. That’s a, now for those pople who can’t speak English, this is called ‘Bron-Yr-Aur Stomp.’ And you can all help us with the aid of your dolies(?). I know. We must wait for Mr Jones who has a bad tummy. Bless you. Now don’t do that, nicht gut. You’ve got it. It’s just the rhythm.
Bron-Y-Aur Stomp (including a bit of That’s The Way) as usual features John Bonham on backing vocals. Usual irresistible rural dance picture.
RP: Another, um, this song is, uh, for a couple in Moulin Rouge. And Mr. Bonham’s delight at the Moulin Rouge tonight. Far out. Ha ha. This is called ‘The Song Remains the Same.’
With The Song Remains the Same, the LZ steamboat flows into the troubled waters of the river at full speed and then moors in quiet coves thanks to the absolute beauty of The Rain Song. Noteworthy is Page’s solo on the 12 strings during TSRTS, spectacular!
RP: John Paul Jones played the mellotron with a bad stomach.
RP: Here is, uh, a song that comes from a long long long time ago. When we were all nineteen. You never did, you schmuck. Wait, stop, go home. On you, the Scotsman. You’d have to be a Scotsman to do that. Anyway, here’s one from a long time ago.
Dazed And Confused is the usual electric blizzard built on different phases which in turn are inspired by different human missions: the exploration of the cosmos, the underworld, the mystery of life. That a rock band could play, improvise and remain compact in that way is still an inexplicable event for me even today. Shortly after minute 5:00 the transition between audience recording and soundboard recording begins, the audio quality improves significantly but it is worth reiterating that the audience recording also has its charm. The usual hint of James Brown‘s There Was A Time and then it’s already San Francisco time. The four musicians line up on the arpeggio of E minor and C by Page, Plant sings over it the inevitable If You’Re Going To San Francisco by Scott McKenzie, then all together they go to quiet down and then get lost in the sea of restlessness of the violin bow section. Page puts on his necromancer, illusionist and sorcerer outfit and hypnotizes the audience with the sounds that come out of his electric Les Paul treated with the violin bow. We have described this moment many times, but the effect it has on our psyche does not allow us to exempt ourselves from magnifying Page’s pictorial talent in putting the sounds of infinity on canvas. Immediately afterwards, a short call and response from Page and Bonham and off we go for the ride along the paths of the highest improvisation. After the last verse, the closure is once again a portent of improvisation … never heard a Rock group at this level. 27 minutes of sonic wonder.
RP: (Happiness is a warm gun.) That was an old song called ‘Dazed and Confused.’ And now we’d like to. John Paul Jones’ stomach … This song is for you, Dalia, wherever you are. Oh, there she is.
Stairway To Heaven is full of feeling and is the perfect portrait of musical beauty. Everyone has their preferences but there is no doubt that the 1973 tour version of certain pieces are to be considered definitive (I think in particular of STH, SIBLY, NO Q and WLL).
RP: Danke schön. This is a song for people who like to boogie a little bit. In fact, it’s the most basic thing that anybody can possibly do. In fact, we should all be doing it tonight. Ha ha, ha, ha, ha.
After STH the lead Zeppelin returns. Whole Lotta Love (Ain’t It Funky Now / Sing A Simple Song / Cat’s Squirrel, Boogie Chillum, Boogie Mama, Baby I Don’t Care, Let’s Have A Party, I Can’t Quit You Baby, Lemon Song) fills up of references and divertissement. It starts, after the first verses, with instrumental hints to James Brown’s Ain’t It Funky Now, to Sly & The Family Stone‘s Sing A Simple Song and to Cream‘s Cat’s Squirrell. After the solo and the third verse they throw themselves in John Lee Hooker‘s Boogie Chillum and then in the always overwhelming Boogie Mama, for me – the version of the official live of 1973 (1976) TSRTS – one of the highest points of the group.Then (You Are So Square) Baby I Don’t Care, an Elvis hit written in 1957 by Leiber & Stoller, Let’s Have A Party also from 1957 and sung by Elvis and written by Jessie Mae Robinson and I Can’t Quit You Baby and The Lemon Song, a long single blues where the boys try to dismantle the boundaries of the 12 bars and rewrite – as whites – the music of the blacks who formed them.
RP: Thank you very much and goodnight. That’s, that’s enough. Good.
The improvisation before Heartbreaker has always been a source of joy for fans; it is a matter of 60 seconds of improvised hard rock funk, Jones and Bonham content Page by following one of his wonderfully bizarre riffs created on the spot. In the central solo Page tries to speak to the public on guitar before starting the familiar burst of notes. Hearing him play so powerfully, lively (and dirty) is one of the good things in life. Bourrée, the Ragtime piece and finally the restart with the whole group. Plant struggles a bit in the last verse, he is careful not to overdo it, in his condition having arrived at the end of the concert in a way more than dignified is so much, better to not fall right at the end.
RP: Thank you very much, Vienna. And goodnight. Thank you very much. It’s been a very nice night
Yes, a very nice night indeed the one in Vienna i 47 years ago. Great concert and great version of this live recording.
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MATRIX NOTES:
The general aim was to provide the whole concert in as consistent and upgraded a listening experience as could be stitched together from the various recordings which are all incomplete. While there are always some downsides to matrixing analog recordings that have been manually synchronized, it is hoped that the benefits, such as the improved stereo dimension, of the results outweigh those deficiencies. Further lesser quality audience sources than those described below also exist but were not used.
AUD source #1: The master was reportedly a TDK SA 90 cassette, which matches the 45 + 45 minutes which are extant and captured tracks 2-8 & 12 and parts of 1, 9, 11, 13. Winston Remaster used for the first part (which is unmatrixed on that version). Best of the audience recordings overall, recorded close to the stage towards one side. The guitar is somewhat buried here.
AUD source #2: A lower/medium quality cassette recording at a greater distance to the stage, used only to patch missing AUD sections of tracks 1 & 9-11 (and the encore break before 14).
AUD source #3: Captured most of the concert except for the introduction and notably two gaps in DAC. The master reported to have been recorded with Sony mics to Uher Report reel-to-reel. Close to the quality of AUD.1 but with a different sound balance (guitar is prominent, vocals somewhat buried) and recorded towards the other side of the stage. Matrixing with AUD.1 thus allows reproducing the occasional stereo panning effects of the house mix (which are not present on the SBD): guitar break in Bron-Y-Aur Stomp, bow solo in DAC, Theremin in WLL.
SBD source: Apparently a 60 minute cassette which contains most of tracks 11-14. However, several minutes of 11/DAC & 13/WLL are missing, as the tape was not flipped immediately when the side or reel A ran out. There was probably another cassette on which the first hour of the concert was recorded (or copied), including the beginning of DAC, with the engineer likely missing some two minutes of the song between the cassettes, after the first one stopped and until recording resumed on a fresh tape. The reason why only the second cassette is available (for this and also certain other dates) is perhaps that someone in or with the band wanted a listening copy of just the songs with improvisation. The mix that was recorded is not exactly the same as what was played over the PA, as some of the delay/reverb effects (particularly on the vocals), as well as the panning, heard on the audience recordings are not present.
Track by track breakdown: tr.01: AUD.2+1. AUD.2 contains half a minute more of the pre-show compared to AUD.1, none of which is on AUD.3. 02-08: AUD.1+3. SBD not available for the first part of the show but AUD.1 & 3 run practically without breaks until the end of BYAS. 09: AUD.1/2+3. AUD.1 has breaks during the intro and its side A completely cuts out @ 1:30 into TSRTS; the taper evidently did not flip the tape and resume recording until well into DAC which gap has here been patched with AUD.2. 10: AUD.2+3. AUD.1 thus does not exist for The Rain Song; the lower quality tape of AUD.2 used to substitute. 11: AUD.2/1+3. AUD.1 continues recording @ 5:00 while AUD.3 cuts out around 6:45 for one minute. Both gaps in DAC have been patched by matrixing with AUD.2, except for the section between roughly 2:50 and 4:00 where that tape itself has a discontinuity. 11: SBD & AUD.1+3. SBD cuts in about 15 seconds after AUD.1, i.e., around 5:15 into DAC from which point on it is the main source for the matrix but augmented with AUD.1 & 3 – and some patching from AUD.2 – as far as they are available. 12: SBD & AUD.1+3. AUD.3 has short cuts in the introduction; SBD cuts out after STH ends as the tape side ran out. 13: AUD.1+3 / SBD & AUD.1+3. Side B of the AUD.1 cassette runs out around 10:15 into WLL but SBD continued recording 4 minutes before that. 13-14: SBD & AUD.3. The segment containing the last 13 minutes of WLL and nearly all of Heartbreaker is therefore a matrix of SBD and AUD.3 since AUD.1 was no longer recording. The encore break is largely cut on both sources between the songs: AUD.3 misses about 2:20 of atmosphere while SBD loses only 1:30 and has the first notes of Heartbreaker intact. For the sake of completeness the missing part has again been patched from AUD.2 although the change in sound is noticeable.
ACKNOWLEDGMENTS: Thanks to all the tapers and the persons who made the digital transfers, and Winston Remasters whose version of AUD source 1 has been appropriated. (Indeed the whole of “Danke! Vienna”, which matrixes only the parts where both AUD.1 and SBD are available, was useful for reference. Note that in the notes to that title, AUD.3 is called “Aud Source 2” whereas here it is referred to as AUD.3.)
Artwork included. A Nite Owl production (NO-2020-12).
Questa è una di quelle biografie fatte benissimo, come solo certi americani sanno fare. Gordon è uno che sa quel che scrive e lo fa bene, con giudizio e maestria. Il libro naturalmente è in inglese, ma chi mastica questa lingua e il blues non avrà grossi problemi a tradurre per il suo animo la vita e i tempi di McKinley Morganfield (Muddy Waters insomma). Il piccolo Morganfield chiamato da sua nonna Muddy in modo da esorcizzare l’influsso del fiume Mississippi (la parola Waters verrà poi aggiunta un volta che Muddy arrivò a Chicago), il giovane McKinley che si fa un nome come cantante e chitarrista nei dintorni della piantagione in cui lavora tanto da attivare l’attenzione di Alan Lomax e arrivare alla sua prima registrazione per la Library Of Congress statunitense. La titubanza nello spostarsi a Chicago, il grande salto e finalmente il successo con la Aristocrat/Chess Records.
Muddy Waters 1942
I suoi vari matrimoni, l’interminabile fila di amanti, la frenesia sessuale vissuta come una sorta di liberazione e rivincita dalla sua condizione di lavoratore nero nelle piantagioni del Mississippi, gli innumerevoli figli, l’analfabetismo, la vita spericolata da blues star e soprattutto il suo blues, unico per atteggiamento e spavalderia, che lo porterà a diventare – almeno per chi scrive – uno dei due nomi principali (l’altro è ovviamente Robert Leroy Johnson) della musica in questione.
Biografia dunque basilare per l’importanza del soggetto e della musica di cui si scrive.
Son Sims & Muddy Waters primi anni quaranta
NB: consiglio di non perdere quello che succede dal minuto 17:00 video in poi nel video di Newport 1960 qui sotto.
Io ancora mi sorprendo dell’incantesimo che la musica, e la musica Rock in particolare, continua ad avere sulla mia vita, di come l’impeto del Rock pervada ogni fibra del mio essere. Ricordo benissimo quando, più o meno 10 anni fa, Julia mi diceva quanto fossi maturo e illuminato e come sapessi vedere le cose nella più ampia prospettiva, questo mi lusingava benché la vivessi senza particolari meriti bensì come la condizione standard della mia maruga, eppure oggi mi sento così immaturo quando constato il fatto che sono un’uomo di una (in)certa età che – come una adolescente – ancora cita i testi delle canzoni (Rock e Blues) e si immedesima nei suoi musicisti (chitarristi in particolar modo) preferiti e passa delle fasi di quasi autismo (chiedo scusa se qualcuno troverà inopportuno l’uso di questo termine) musicale. Adesso sono nel “buraccione” (come direbbe Riff) Little Feat.
Little Feat 1975
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I Little Feat mi arrivarono nella seconda metà degli anni settanta, qualcuno mi aveva registrato su una cassetta (mi par di ricordare fosse una Basf verde C90 o C120) il live Waiting For Columbus; allora non ero in grado di percepire tutta la loro grandezza, le sfumature della loro musica, il blend del loro Rock, l’irresistibile raffinatezza ritmica … a quel tempo le mie band americane preferite erano Johnny Winter And, Aerosmith, Van Halen, Edgar Winter’s White Trash, Eagles e ancora Allman Brothers, Heart, Cheap Trick e tra i nomi della nuova ondata Ramones, Devo e Television. Con la maturità arrivarono i mezzi per assorbire musiche più articolate o più rarefatte ma pur sempre pulsanti e maledettamente eccitanti. E’ così che i Little Feat si insinuarono nel mio animo, quasi senza che me accorgessi presero possesso del mio DNA e malgrado continuassi ad essere percepito dagli altri come un Hard Rock boy e parlassi poco o nulla di quanto mi stesse capitando, diventai un fan (silenzioso, appunto) dei Little Feat. E anche vero che, a parte la musica e le sensazioni, c’era poco da parlare, nessuno dei miei amici di allora aveva dischi dei LF (tutti erano presi dal Rock Inglese e ancora mi chiedo chi è che mi passò quella benedetta cassetta) e in più il gruppo si sciolse nel 1979 e dopo poco Lowell George, cantante-chitarrista-compositore principale nonché leader, morì di una attacco di cuore causato dall’uso di cocaina in una stanza d’albergo a Arlington, Virginia. Era il 29 giugno 1979, Lowell aveva 34 anni. Il gruppo aveva avuto un discreto successo, ma di fatto rimase sempre una cult band, durissima trovare in Italia articoli su di loro. Ricordo quello relativo alla morte di Lowell (forse su Il Mucchio Selvaggio) e pochissimo altro. Ancora non conoscevo Pike (Stefano Piccagliani insomma), altro modenese innamorato del gruppo (e – by the way – dei LZ), che poi diventerà amico stretto, blues brother, special guest di questo blog e mille altre cose.
Ad ogni modo mi sorprende di essere ancora qui – dopo tutti questi anni – a scatenarmi al ritmo irresistibile di Dixie Chicken e Fat Man In A Bathtube
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o a struggermi e piangere nel seguire il mirabile quadretto pieno di malinconica speranza di Willin’, manifesto di ogni uomo di blues che si rispetti.
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Facile comunque citare i tre pezzi simbolo dei Little Feat e di Lowell George, tre pezzi diventati esempi mirabolanti di musica americana, anzi tre pezzi che sono essi stessi la musica americana, ma quello che mi avvince a loro è rappresentato anche dai brani più obliqui, le back roads del loro repertorio tipo Lafayette Railroad o Day Or Night
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ma è tutto il loro catalogo 1970-1979 a stregarmi, e in queste settimane non faccio altro che ascoltarlo. Il loro Blues, il loro country, il loro Rock, il loro New Orleans feel, persino il loro Jazz Rock (deriva che andava poco a genio a Lowell).
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Amo quasi tutti i membri della formazione più conosciuta: Bill Payne (piano), Sam Clayton (percussioni), Richie Hayward (batteria), Kenny Gradney (basso) ma ovviamente è Lowell George a catturare il mio cuore. Già il nome è molto blues, Lowell … deriva dal francese e sarebbe un diminutivo della parola Lupo. Lupetto dunque.
E’ uno dei miei songwriter preferiti, uno dei miei cantanti preferiti (sì, va bene, Robert Plant, Paul Rodgers, Jerry Lacroix etc etc …sarò anche suggestionato dall’infatuazione del momento, ma che voce che aveva Lupetto Giorgio!), uno dei miei chitarristi slide preferiti (sì, va bene, Duane Allman, Ry Cooder etc etc … ma anche qui che razza di asso di slide guitar che era Lowell!) e una delle mie rockstar preferite (sì, va bene, Jimmy Page, Keith Emerson, Keith Richards … ma quell’atteggiamento e quella faccia tra il malinconico, l’incazzato, il pensoso e il I don’t give a fuck è una qualcosa di speciale.
Ora, è facile per il tipo di uomo che sono o che sono stato immedesimarsi in chitarristi il cui fisico possa in qualche modo sovrapporsi al mio … Jimmy Page, Johnny Winter …
Jimmy Page 1977
Johnny Winter “Johnny Winter (Columbia) 1969
ma Lowell George, ragazzotto californiano bene in carne che ha flirtato spesso con la bulimia, ha una costituzione fisica molto diversa dalla mia …
Lowell George
Lowell George
eppure eccomi qui così perso under his spell che venerdì mattina appena entrato in ufficio ho detto ad un mio collega:
Da lunedì tornerò a lavorare in azienda e mi chiedo se saprò riabituarmi alla cosa.
Dopo un mese e passa di telelavoro, vissuto in tuta (e scarpe) da ginnastica (Adidas ovviamente) nella pace della campagna, con il mondo costretto a fermare i suoi ritmi infernali, riuscirò a rientrare nel meccanismo?
Ci si lamentava tanto di essere confinati nel proprio domicilio, di non potere più avere la libertà di andare dove cavolo ci pareva, ma adesso che lo spirito si è abituato e modellato alla nuova condizione, chi è più idoneo a ributtarsi nella mischia? Certo, la “fase 2” non è ancora iniziata ma il confine sembra sempre più vicino.
Dopo un mese passato così, tra strade deserte, automobili sparite, attività industriali chiuse e la dissolvenza degli umani, i 40 metri sul livello del mare di Borgo Massenzio sembrano gli 8091 metri dell’Annapurna tanto l’aria è frizzante, lo skyline di questa campagna proletaria dove vivo mi appare ora simile a quella della Uinta National Forest dello Utah.
Uinta National Forest – UTAH
La fauna che mi par qui di vedere sembra composta da castori, aquile e orsi, i vicini prendono le sembianze di membri della tribù dei Crow,
Il capo dei Crow in Jeremiah Johnson 1972
la pollastrella ha ormai la fisionomia di Swan, la moglie nativa americana di Jeremiah Johnson
Delle Bolton as “Swan” – Jeremiah Johnson 1972 –
e quando mi guardo allo specchio più che l’uomo di blues miserello che sono vedo, appunto, Jeremiah Johnson.
Robert Redford in – Jeremiah Johnson – 1972
Come ci lascia andare alla suggestione eh? Basta un mese di stop alla vita modello capitalismo selvaggio e si ritorna alla natura, agli uccellini che cinguettano come non facevano da tempo all’interno delle città, all’erba che ricresce tra le fughe dei ciottoli delle piazze, ai lupi che si aggirano nei dintorni di piccole frazioni (a due passi due dalla Domus Saurea)
ai cervi che passeggiano indisturbati per comuni reggiani tipo Albinea.
E dopo tutto questo, rituffarsi nel vortice lavorativo e nel quotidiano logorio della vita moderna appare senza dubbio problematico; è come se Jeremiah Johnson dopo aver finalmente fatto pace con i Crow fosse dovuto tornare al trambusto (e siamo circa a meta del 1800!) della pianura e lasciare la sua indole da Mountain Man.
Gli uomini di blues tuttavia sanno sfidare le asprezze della vita e affronterò dunque anche questa, sempre che in questo fine settimana non mi venga voglia di riempire lo zaino con carne secca e borracce d’acqua, prendere con me il fucile e le trappole, caricare tutto sul mulo, salire a cavallo e andarmi a dissolvere in appennino.
Mi sale l’irrequietezza, che a dire il vero è la condizione standard del mio essere (si sa, sono un uomo di blues) ma che di questi tempi, vissuti confinati in casa con ancora meno aspettative del solito riguardo il futuro, diventa quel velo di crepe nere da indossare di cui ogni tanto parlo. Ho più tempo per pensare, per coniugare in prima persona il verbo struggersi, per giocare insomma con la mente e i suoi tarli. La percezione del limite di cui parlavo al tempo in cui frequentavo Julia si fa più intensa, tutto diventa relativo, l’insoddisfazione per quello che ho combinato nella vita (cioè nulla) diventa sempre più ingombrante e ho la netta sensazione – per usare una frase che ho scritto ieri a qualcuno – che la mia vita assomigli ad un continente sempre meno solido che va sgranarsi in piccole isole lacerate dal vento.
La pollastrella coglie al volo le mie paturnie e così, dall’unica uscita settimanale per la spesa, torna con un ovetto di pasqua che mi rinfranca (per un paio di minuto) lo spirito.
Inter egg – photo TT
Ma la pasqua è anche fonte di altra insofferenza, perché anche quest’anno ricevo parecchi messaggi d’auguri, a sfondo religioso o dalla grafica kitsch, e invece di essere grato alla gente che si prende la briga di farmi sapere che mi pensa mi chiedo se chi mi invia tali cose abbia la minima consapevolezza di chi io sia; già, perché il senzadio che sono tende ad innervosirsi quando l’aspetto religioso inonda il quotidiano. In questo periodo i tre uomini che sono (lo ricordo per i meno attenti: Stefano/Tim/Ittod) sono in perenne combutta, Tim riesce a stento a gestire il più riflessivo e formale Stefano e l’impulsivo preda della furia iconoclasta Ittod, ed è quest’ultimo che in queste ore tende a sopraffare gli altri due. E’ facile immaginare in che modo reagisca Ittod quando riceve le immagini di coniglietti, di ovetti colorati e del figlio di vostro signore che risorge … corre a sacramentare in aperta campagna per poi mettere su certi bootleg per tentare di contenere il furore trasgressivo.
Led Zeppelin Abscence – photo TT
Tim cerca così di tornare al comando, con l’aiuto di sua sorella che si limita a scrivergli “Buona festa Timone” e Ivan Graziani.
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Ma la primavera del mio scontento, tanto per citare John Steinbeck, continua, ci si mette anche la pizza (ordinata alla nostra pizzeria locale preferita) che arriva fredda e sottosopra. E’ vero, io e la pollastrella viviamo nel posto in riva al mondo, in una stradina stretta stretta con la numerazione sballata (prima della Domus Sarua col numero civico 1 ci sono due case, costruite in un secondo momento, che hanno la numerazione 1/1 e 1/3) però se nella ordinazione scrivo indicazioni molto dettagliate, non puoi impiegare un quarto d’ora per fare 900 metri con Stefano al telefono che ti segue metro per metro. Capisco che consegnare pizze a domicilio sia una cosa nuova per una pizzeria di livello come la vostra, però … così finisco per mangiare una Regina alta – che di solito è uno spettacolo – che sembra una pasta tiramolla che solo la Weiss media (tiepida) riesce a fare scivolare lungo l’esofago.
Cerco riparo nell’ultimo numero di Ken Parker nella versione riproposta da La Repubblica-L’Espresso 2020 …
Ken Parker – edizione La Repubblica-L’Espresso 2020
e provo a distrarmi concentrandomi su una foto dei LZ a Preston il 30 gennaio 1973. Chissà cosa avrei provato io avessi avuto la possibilità di essere lì. Già dal 1970 il gruppo in America era abituato a riempire arene indoor da 20.000 posti come il Madison Square Garden (addirittura due volte lo stesso giorno come accade quel settembre) e il Los Angeles Forum, eppure in Europa nel 1973 ancora saliva su palchi più adatti ai gruppi di Tim Tirelli che a loro.
Led Zeppelin – Preston, UK, 30/01/1973
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Il turbamento persiste, salgo in soffitta, tiro fuori dalla custodia la mia Les Paul numero 1, rispolvero un vecchio amplificatore a malapena funzionante, attacco il distorsore e mi lancio nelle mie fantasie, accennando riff del Dark Lord, di Johnny Winter e di Mick Ralphs.
TT’s number 1 Les Paul – foto TT
Nel tardo pomeriggio decido di fare due passi nelle campagne desolate dietro alla Domus. Come sempre sono ossessionato dalla mia visione blues dei paesaggi, delle costruzioni e manufatti umani. Vecchie pompe in disuso, steccati di eternit usurato, chiuse arrugginite incastonate su fossi mentre il sole filtra tra vecchi pioppi e splende nella pigra ora del meriggio sulla stradina che riporta alla Domus.
Borgo Massenzio desolate waste – photo TT
Borgo Massenzio desolate waste – photo TT
Borgo Massenzio desolate waste – photo TT
Borgo Massenzio desolate waste – photo TT
Borgo Massenzio desolate waste – photo TT
Deciso a stancarmi il più possibile nell’intento di sbarazzarmi di me stesso, inizio anche a tagliare i cespuglietti d’erba ribelli che il trattorino non riesce a radere. Smetto poco dopo, non si è mai visto Johnny Winter far quei lavori qui!
tagliando i cespuglietti d’erba ribelli – Domus Saurea aprile 2020 – foto Saura T
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Rientro in casa, una doccia e un Southern Comfort spero mi diano un po’ di pace.
blowin’ the blues away – photo TT
Guardo fuori dalla finestra la luce aranciata del pomeriggio e so che a questo punto solo una cosa può sistemarmi l’animo … già, solo con il lato 3 di Physical Graffiti a manetta lo spirito inizia ad essere meno tenebroso. Sono solo in casa, apro le finestre, l’aria prende a circolare tra le stanze, la brezza tiepida della primavera pomeridiana profuma di vita, alzo il volume e lascio che la musica inondi il mio animo e le campagne circostanti.
Domus Saurea open windows – foto TT
Domus Saurea open windows – foto TT
E poi uno si chiede, ma come mai sei così fissato con i Led Zeppelin? Non è una fissazione, è semplicemente l’ancora che mi tiene al riparo nella baia quando il mare è in tempesta, è il fuoco che mi scalda quando arriva l’inverno glaciale sull’anima, è l’acqua che spegne la mia autocombustione naturale, è la torcia che mi guida tra le tenebre sino a casa , è la vita che pulsa nel petto, è la bussola che evita il vagabondare senza meta tra i sentieri dove gli altri non vanno, e la risposta ai quesiti ancestrali, è la forza che fa andare avanti quando raggiungi l’età della paura, è la neve che attutisce il frastuono, è la potente onda oceanica che trasporta in altre dimensioni, è il mio modo di pregare, ovvero quietarmi e confidare nel mistero dell’esistenza, è infine la consapevolezza che, malgrado a volte il loro corso possa cambiare, i fiumi sempre raggiungono il mare …
Sopravvivere, ecco cosa si cerca di fare di questi tempi, sopravvivere al futuro che appare più tenebroso che mai, con la salute che pare alla mercé – oltre che del proprio DNA – di questo nemico inavvertibile chiamato covid19, con la situazione lavorativa e quindi il futuro economico che sembra sotto la cappa di cieli cupi e neri come la pece.
photo Lanah Nel
Possono aiutare i due passi fatti lungo la stradina campagnola chiusa in cui si abita; non s’incontra nessuno se non qualche riccio che curioso annusa la primavera, qualche lepre che furtiva s’invola nelle vigne non appena ci si avvicina e il gattino nero che come ogni giorno – accoccolato sul pratino dinnanzi la casa di un vicino – osserva il suo piccolo mondo.
Possono aiutare vecchi cofanetti Chess di Muddy Waters, dove anche pezzi meno noti come Evans Shuffle riescono a dare quella carica necessaria per rimettersi in moto, d’altra parte lo diceva anche Johnny Cash … get rhythm when you got the blues.
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Non è consigliabile stare troppo attaccati alle TV generaliste … la Rai è inondata da programmi a carattere religioso, sembra più la tivù di stato del vaticano che quella di una Repubblica che dovrebbe essere laica e scevra da certi condizionamenti e superstizioni, e le altre tivù commerciali hanno già fatto sufficienti danni negli ultimi quarant’anni per regalargli altro tempo.
La protezione civile snocciola ogni giorno cifre inquietanti, il governo cerca di fare del suo meglio mentre le opposizioni si rivelano ancora un volta quello che sono. Il Presidente della Repubblica Mattarella, come spesso capita, sembra il più lucido, al contempo istituzionale ed empatico, luce guida di un paese in affanno ma che comunque prova a dare il meglio di sé in una situazione difficilissima. Non mancano le pecche tipiche di noi italiani, ma non si può non notare una maturità per certi versi inaspettata da parte di un grossa fetta della popolazione.
Sì perché non è poi che nelle altri parti d’Europa e del mondo stiano facendo granché meglio … basti pensare alle parole e ai comportamenti del premier inglese, del presidente americano, del presidente brasiliano e di altri leader sparsi qua e là. L’Europa poi è a un bivio, se il nord si intestardisce sulle algide ed egoistiche posizioni su cui si sta arroccando, sarà la fine di quel progetto (non del tutto riuscito) che faticosamente si è cercato di tenere in piedi dal 2002 (se non proprio dalla sua nascita, il 1957).
E’ bene provare ad essere cittadini coscienziosi, anche se a volte si ha l’impulso di ritirarsi e andare a dissolversi in una valle innevata e magari giocare a fare Jeremiah Johnson.
photo Albert Laurence
Ma poi si torna sulla terra, come si può pensare di tenere testa a Corvo Rosso con le proprie Adidas (o Puma), i propri fularini (foulard) e con l’abbonamento a Netflix di cui sembra non si riesca più fare a meno?
Così, non resta altro che bardarsi come meglio si può e uscire (per la prima volta in 20gg) a fare la spesa.
Tim pronto per la spesa – Marzo 2020 – foto Saura T.
Nessuna macchina in giro per le stradine di campagna, qualche veicolo per le strade della città, poca gente al centro commerciale. Il parcheggio al coperto poco illuminato, a parte il supermercato tutti gli altri negozi chiusi, gli avventori in fila distanziati un paio di metri gli uni dagli altri per entrare (5 alla volta). Atmosfera da The Walking Dead. E chi l’avrebbe detto che si sarebbe vissuto un periodo come questo?
Centro Commerciale Ariosto – Regium Lepidi – Marzo 2020 – foto TT
Come ogni donna e uomo di blues che si rispetti si cerca dunque di passare il tempo come meglio si può: facendo un poco di esercizio fisico, leggendo, ascoltando LP, mettendo le mani sul manico della Les Paul, guardando serie TV e scrivendo i nostri writes of springtime alla luce aranciata del pomeriggio.
La luce aranciata del pomeriggio – Domus Saurea marzo 2020 – foto TT
I woke up this morning, feeling round for my shoes Know ‘bout ‘at I got these, old walking blues Woke up this morning, feeling round for my shoes But you know ‘bout ‘at I, got these old walking blues
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SERIE TV: The Outsider (HBO 2020) / The English Game (Netflix 2020)
Quest’oggi ne segnaliamo un paio:
The Outsider è tratta da un libro di Stephen King, ed è una serie fatta bene. Mistero, horror e spavento.
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The English Game pare un po’ retorica, ma parla degli inizi del Football – là in Britannia sul finire dell’epoca vittoriana – e dunque l’abbiamo guardata con piacere
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In casa a guardar film e a cercare di lenire i blues
Sky, Netflix, Prime Video, Disney Plus (sì, la pollastrella ha voluto anche questo, per la bazza legata a Star Wars), Tim Vision, Raiplay … ce ne sono di posti dove stanare il film giusto, ma in quei giorni in cui tra le decine di film a disposizione non se ne riesce a trovare nemmeno uno che faccia al caso proprio (esattamente come quando si rimane imbambolati davanti alle centinaia di LP, CD o musicassette senza sapere che titolo scegliere) ecco che si rispolvera IL film, quello in cui i tre uomini diversi che siamo si fondono, si completano e si trasformano nell’uomo che vorremmo essere.
Guardare IL film – Domus Saurea marzo 2020 – foto TT
Jeremiah Johnson
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Perché Tony Banks ha quasi sempre evitato di suonare dal vivo l’introduzione di Firth Of Fifth
Gli uomini di blues ogni tanto si domandano perché Tony Banks, il fighetto da scuola privata Charterhouse School che voleva pezzi del suo gruppo in classifica, fosse così restio a suonare dal vivo l’introduzione di Firth Of Fifth, bellissimo pezzo contenuto nell’album dei Genesis Selling England By The Pound. Ad un certo punto – diciamo più o meno dal 1976 – le performance dal vivo del brano persero la famosa intro di piano e iniziarono di colpo col cantato di Collins (che fu di Gabriel). Il fatto è che Tony Banks, musicista che faceva parte di una delle 3/4 più grandi band di prog rock del mondo, dal punto di visto tecnico era un gradino (forse due o tre) sotto Keith Emerson o Rick Wakeman, i veri assi della tastiera. Pur suonando l’intro col clavinet e piano elettrico l’esecuzione non è mai stata cristallina, bensì un po’ scolastica e pasticciata e dunque meglio tagliarla e riproporla solamente nel mezzo del pezzo con l’aiuto del suono pompato delle tastiere.
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Niente di male, il Rock per fortuna non è una scienza esatta, Tony Banks e i Genesis (1970-1977) ci piacciono da morire, ma in questi giorni sospesi e passati a casa per noi uomini di blues diventa quasi naturale cercare il pelo nell’uovo. E poi, visto che non siamo teneri con il Dark Lord e con i LZ post 1973, giusto esserlo anche con gli altri musicisti/gruppi.
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Tiny Tim: born performer (as Jeff Wilson says)
Ritroviamo certe nostre foto che pubblichiamo su FB. Il nostro amico dell’Ohio Jeff Wilson le commenta con un “born performer” … e niente, ci ha fatto molto ridere.
Tim centurione romano – secondo da sinistra
When I was a cosmonaut – Blond Boy Tim, first row, third from right
Sul piatto della Domus
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May the Dark Lord watch over you
L’emergenza continua, donne e uomini di blues che vi arenate ogni tanto su questo blog, continuate a prestare la massima attenzione. Tenente alta la guardia, non perdete il sorriso e la fiducia nel futuro. Ne usciremo. Sino ad allora restiamo concentrati. Che il Dark Lord ci protegga.
ll Jazz-Rock mi arriva immediatamente dopo aver scoperto il Rock, nella seconda metà degli anni settanta. Gli amici un po’ più grandi e più esperti guardavano già oltre: d’accordo i Led Zeppelin, i Genesis, gli Emerson Lake & Palmer e il resto, ma c’erano altri musicisti brillantissimi e tecnicamente dotati da seguire, musicisti dediti ad una musica strumentale più articolata; sì perché che il Rock fosse già bello di per sé lo avevamo capito, ma se i membri dei gruppi che amavamo sapevano anche suonare molto bene, si godeva ancor di più grazie alle loro magie virtuosistiche (sempre che non sfociassero nel tecnicismo fine a se steso). E’ così che i più maturi di noi cominciarono a viaggiare in quegli spazi e comprare gli album dei grandi gruppi di jazz-rock o dei loro membri. Return To Forever, Weather Report, Al Di Meola, Brand X e via dicendo. Io ero troppo preso dall’incantesimo del Rock in senso stretto per godere appieno di quei nuovi orizzonti, ma lo stare a contatto con quel sound e quelle sperimentazioni musicali mi avrebbe comunque segnato. Il mio primo acquisto di quel genere fu Love Devotion Surrender (1973) di Carlos Santana e John McLaughlin registrato insieme alle loro rispettive band: Santana e Mahavishnu Orchestra. I primi ascolti furono difficili, le svisate avevano l’approccio rock ma la musica possedeva l’ampio respiro della sperimentazione musicale del jazz. Ero già un fan di Carlos (il primo chitarrista che ho amato) ma non ero ancora arrivato all’album Caravanserai (1972) e al suo periodo jazz-rock, faticai dunque ad immergermi in quel magma ribollente di musica straordinaria, magma che ad ogni modo finì per diventare disco d’oro in America (14esima posizione della classifica), incredibile se ci pensa oggi. L’altro disco del genere che comprai fu quello che allora era l’ultimo della Mahavishnu Orchestra, Inner Worlds del 1976. Sebbene quei due album solo saltuariamente apparirono sul mio giradischi, gli amici continuarono ad ascoltare quella musica fino a che essa finì nel mio DNA.
Il gruppo che forse incarnò meglio quell’epoca straordinaria fu la Mahavishnu Orchestra appunto. Tutto ebbe più o meno inizio con le registrazioni dell’album Bitches Brew (1970) di Miles Davis, disco rivelazione di jazz con pulsioni rock (sempre che sia il caso di usare questo termine in quel contesto), i musicisti coinvolti in quel progetto nel breve volgere di un paio d’anni iniziarono a formare gruppi che diventarono leggendari in quel campo. Uno di questi come detto fu la Mahavishnu Orchestra, gruppo che ora posso considerare una magnifica ossessione per me , gruppo che considero uno dei picchi più alti di quella attività umana che chiamiamo musica.
La Mahavishnu che più (mi) interessa la si può sostanzialmente dividere in due fasi: quella del 1971-1973 e quella del 1974-76. Due formazioni diverse e due approcci differenti per una manciata di album straordinari. Nell’estate del 1971 John McLaughlin’ (significato del nome: Giovanni dello Scandinavo … McLaughlin è la trascrizione irlandese di son of Lochlann, il nome Lochlann – appartenuto a un re vichingo – significa letteralmente terra dei laghi/fiordi) forma il gruppo, una settimana di prove e via al primo concerto: gruppo spalla di John Lee Hooker (riuscite a immaginarlo?). Dopo un paio di settimane di warm up live il gruppo entra in studio per la prima volta per quelli che saranno 5 anni di musica per cuori forti, per intelletti curiosi e disposti a tutto, per comprendere che in questo caso l’evoluzione umana ha funzionato, avendo trasformato 5 mammiferi discendenti dalle scimmie in creature capaci di definire il suono universale.
John McLaughlin Mahavishnu Orchestra
THE INNER MOUNTING FLAME – 1971 – TTTT
1. Meeting Of The Spirits (6:52)
2. Dawn (5:10)
3. Noonward Race (6:28)
4. A Lotus On Irish Streams (5:39)
5. Vital Transformation (6:16)
6. The Dance Of Maya (7:17)
7. You Know, You Know (5:07)
8. Awakening (3:32)
John McLaughlin – guitar
Rick Laird – bass
Billy Cobham – drums, percussion
Jan Hammer – keyboards, organ
Jerry Goodman – violin
Registrato in agosto, l’album viene pubblicato nel novembre del 1971 dalla Columbia, raggiunge in USA l’11esimo posto nella classifica dei Jazz Album e l’89esimo posto nella classifica generale, risultato quest’ultimo sorprendente per un gruppo del genere. Meeting Of The Spirits mette sul banco sin da subito il carattere del gruppo: magnifica musica strumentale sostenuta dalle capacità tecniche dei singoli musicisti; ad intensi momenti elettrici si contrappongono spazi più lenti e riflessivi. Il piano di Hammer (musicista cecoslovacco nato a Praga nel 1948) e il violino di Goodman si interfacciano con la maestosa chitarra del leader e la superba sezione ritmica. Dawn è uno di quei brani che sospinge verso le profondità cosmiche che tanto tiro in ballo. Il piano di Jan, il basso di Laird, il tempo tenuto in maniera ineccepibile da Cobham e la chitarra stratosferica di McLaughlin … una meraviglia. Il tempo poi si fa più sostenuto con l’ingresso del violino di Goodman. L’alba di un progetto musicale di lignaggio sopraffino.
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Noonward Race parte con la chitarra a mille accompagnata dalla batteria. Nella corsa si rincorrono poi gli altri strumenti col violino su tutti. A Lotus On Irish Streams cambia radicalmente l’atmosfera, acquarello acustico adattissimo a descrivere il fior di loto che scorre su ruscelli irlandesi. Vital Transformation ti fa capire che razza di musicisti ci fossero nella Mahavishnu. Jeff Beck su tutti deve moltissimo a questo gruppo e a McLaughlin che qui si lancia in una delle tempeste elettriche che lasciano letteralmente senza fiato. La chitarra solista affronta qualsiasi impervio sentiero le si para davanti, io vi trovo un nesso con le lunghe improvvisazioni di Page con i LZ di Dazed And Confused. L’approccio rock di McLaughlin è sensazionale. The Dance Of Maya gioca su tempi difficili da tenere, brano piuttosto ostico che ad un certo punto la butta sul blues. Cobham secondo me esagera con l’uso del China Cymbal, ma sarà forse perché personalmente lo trovo un accessorio ritmico fastidioso. You Know, You Know l’ho vista fare due anni fa da Jeff Beck e le emozioni mi hanno riempito il cuore. Chissà cosa deve essere stato sentirla e vederla suonare dalla MO ai tempi di cui parliamo. Il mirabile pianino di Hammer, chitarra e violino in sottofondo e la sezione ritmica che fa esattamente quello che deve fare in un pezzo del genere. Il tocco di Cobham è divino.
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Di nuovo in balia di tornado elettrici con Awakening. Alla faccia del risveglio! Di nuovo un approccio rock cazzutissimo da parte di McLaughlin. La Mahavishnu nella sua versione più schizoide.
Gran album di debutto.
BIRDS OF FIRE – 1973 – TTT½
1. Birds of Fire (5:41)
2. Miles Beyond (Miles Davis) (4:39)
3. Celestial Terrestrial Commuters (2:53)
4. Sapphire Bullets of Pure Love (0:22)
5. Thousand Island Park (3:19)
6. Hope (1:55)
7. One Word (9:54)
8. Sanctuary (5:01)
9. Open Country Joy (3:52)
10. Resolution (2:08)
John McLaughlin – guitars
Rick Laird – bass
Billy Cobham – drums, percussion
Jan Hammer – keyboards, Moog synthesizer, Fender Rhodes
Jerry Goodman – violin
Birds of fire è confezionato in studio nell’estate del 1972 e pubblicato nel gennaio del 1973. Raggiunge incredibilmente la 15esima posizione In USA e la 20esima in UK delle classifiche generali. Sarà l’ultimo album da studio della prima formazione, (il terzo album sarà infatti pubblicato solo nel 1999). Solo in quegli anni poteva accadere una cosa del genere. Trovo quest’album forse meno riuscito del precedente e in generale di tutti quelli usciti nel periodo d’oro; anche qui McLaughlin unico compositore. Il pezzo Birds of Fire è costruito su riff e passaggi che violino e chitarra suonano all’unisono. MilesBeyond parte con un gran bel lavoro al di Jan Hammer al piano (che a tratti ricorda Hendrix), su cui poi si intersecano cupi passaggi più duri. Molto bello l’intermezzo tra piano e basso.
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Celestial Terrestrial Commuters è tipico jazz rock di quegli anni, Sapphire Bullets of Pure Love è un inutile sketch di 30 secondi mentre Thousand Island Park è un bel quadretto dipinto col piano, il basso e una splendida chitarra acustica. Hope è una maestosa digressione su tempi dispari a cui seguono i nove febbrili minuti di One Word pieni di spunti e idee. Riuscito lo spazio lasciato a Rick Laird e al suo basso. Sanctuary è un velo di crepe nere da indossare , una tetra melodia di volta in volta tratteggiata da violino, tastiere e chitarra.
Sentimenti più solari ritornano con Open Country Joy a cui anche la nostra PFM deve qualcosa.
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Resolution è edificato su un crescendo ostinato e continuo e chiude l’album in maniera piuttosto interlocutoria. Album che come detto – a dispetto del grande successo – personalmente trovo quasi incompiuto.
THE LOST TRIDENT SESSIONS 1973 (pubblicato nel 1999) – TTTTT
1. Dream (11:06)
2. Trilogy (9:30)
3. Sister Andrea (6:43)
4. I Wonder (3:07)
5. Stepping Stone (3:09)
6. John’s Song (5:54)
Disco che si trova anche all’interno di The Complete Columbia Albums Collection
John McLaughlin – guitar, production
Jan Hammer – electric piano, synthesizer, production
Billy Cobham – drums, production
Jerry Goodman – electric violin, viola, violow (custom viola with cello strings), production
Rick Laird – bass, production
Negli ultimi giorno del giugno 1973 il gruppo si trova in studio per registrare il terzo album da studio. Le sedute di registrazione sono tenute ai Trident Studios di Londra, da un punto musicale tutto è eccellente ma dal punto di vista personale sono giorni pesanti, i membri del gruppo non si parlano più, ci sono tensioni nei rapporti, Hammer e Goodmansi rendono pubbliche le loro frustrazioni dovute al modo in cui John McLaughlin esprime la leadership. Il gruppo si dissolve.
Trident Studios – foto d’epoca
In una intervista del 1977 McLaughlin dichiarò: “c’è un album da studio che non è mai stato pubblicato e che è molto buono ma al tempo la band correva un po’ troppo ed era incapace di vedere le cose in modo chiaro. Tutti erano nervosi, non so il perché. Quando mi dissero come si sentivano, rispettai la cosa e non chiesi loro di spiegarmi il perché, così facemmo uscire l’album live, che è buono ma non allo stesso livello. Un giorno spero che il disco da studio verrà pubblicato. E’ un gran buon album.”
Nel 1998 un produttore della Columbia – mentre cercava materiale per i remaster dei due album precedenti – si imbatté in alcuni nastri che si rivelarono essere il mix stereo dell’album inedito del 1973. Il disco fu pubblicato nel settembre del 1999.
Questo è il mio disco preferito della Mahavishnu. Ascoltare le versioni in studio dei pezzi che conoscevo solo in formato live fu un gran momento per me.
Dream (John McLaughlin) apre l’album con atmosfere – manco a dirlo – sognanti: chitarra acustica, piano, basso, lievi pennellate ritmiche, violino … il pezzo poi si allinea alle forme classiche del Jazz-Rock con una prova d’insieme dei musicisti notevolissima.
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Trilogy (John McLaughlin) è uno degli episodi che preferisco della Mahavishnu, è diviso in tre parti: The Sunlit Path, La Mere de la Mer, Tomorrow’s Story Not the Same ; il disegno iniziale della chitarra mi spinge ogni volta verso le autostrade cosmiche. Lo trovo di una bellezza definitiva. L’arpeggio iniziale poi viene rivoltato come un calzino. Intorno al minuto 5, il ritmo cambia radicalmente, il gruppo prova una feroce incursione in territori sconosciuti prima di ritornare a valle portato da correnti più quiete.
In Sister Andrea (Jan Hammer) la chitarra sperimenta mentre il gruppo jazzrockeggia da par suo. Nella parte finale ampio spazio per Hammer. Approccio sempre molto rock. Avvenente l’inizio di I Wonder (Jerry Goodman), un bell’arpeggio in minore su cui McLaughlin fa cose sublimi. L’aver aperto il songwriting anche agli altri rende il tutto più salutare. Sul finale anche Hammer ci dà dentro alla grande.
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Stepping Tones (Rick Laird) è un pezzo da bassisti, tempi dispari per paesaggi musicali disegnati con gusto surreale. John’s Song #2 (John McLaughlin) conclude il disco con soluzioni sperimentali. Brano quasi senza fondamenta, il talento dei musicisti veleggia verso luoghi privi di strade e nomi, in un intreccio di esaltazioni musicali.
Album dunque di grande spessore, per quanto mi riguarda indispensabile per le notti in cui si decide di ascoltare il mormorio delle stelle.
BETWEEN NOTHINGNESS & ETERNITY – 1973 – TTTT
1. Trilogy Medley (12:01)
… The Sunlit Path
… La Mere De La Mer
… Tomorrow’s Story Not The Same
2. Sister Andrea (8:22)
3. Dream (21:24)
John McLaughlin – guitar
Jan Hammer – keyboards
Jerry Goodman – violin
Rick Laird – bass
Billy Cobham – percussion
Un disco dal vivo di Jazz Rock che contiene materiale inedito e che arriva al 41esimo posto della Top200 di Billboard. Davvero, solo nel 1973 poteva accadere una cosa del genere. Registrato il 18/08/1973 allo Schaefer Music Festival tenuto al Central Park di New York il disco – come detto – contiene tre dei pezzi registrati in studio due mesi prima e non pubblicato.
Consiglio l’edizione tratta dal mini cofanetto The Complete Columbia Albums Collection, il disco infatti beneficia di un nuovo mix (più chiaro dell’originale) ed inoltre ci sono pezzetti di musica in più rispetto alla versione precedente. I pezzi qui presenti sono resi in maniera più estesa: Trilogy passa dai 9 ai 12 minuti, Sister Andrea dai 6 ai 9 e Dream addirittura da 11 a 21.
Bisognerebbe mettersi di buona voglia, con la predisposizione d’animo giusta e in cuffia per godere del trasporto e dell’esaltazione mistica dei musicisti in quel contesto live. Performance da descrivere solo con iperbole.
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Unreleased Tracks from
BETWEEN NOTHINGNESS & ETERNITY – 1973 (pubblicato nel 2011) – TTTT
The Complete Columbia Albums Collection
Hope (1:47)
Awakening (14:08)
You Know, You Know (7:12)
One Word (18:30)
Stepping Tones (2:01)
Vital Transformation (6:16)
The Dance of Maya (14:04)
John McLaughlin – guitar
Jan Hammer – keyboards
Jerry Goodman – violin
Rick Laird – bass
Billy Cobham – percussion
Nel cofanetto The Complete Columbia Albums Collection vi è praticamente tutto quanto relativo alla prima formazione, i primi due album studio, il disco dal vivo e due bonus disc. Uno contiene appunto l’album da studio del 1973 pubblicato per la prima volta nel 1999 e il seguito del live di cui abbiamo appena parlato. Si tratta di materiale aggiuntivo è tratto sempre dalle due sere del 17 e 18 agosto 1973 al Central Park di New York. Le prove dei musicisti sono dunque dell’altissimo livello appena descritto. Hope funge da introduzione mentre Awakening saltella tra spunti di furia elettrica e spazi lasciati ai musicisti. Quello di Jan Hammer ha in sottofondo lo stesso effetto usato dagli ELP per Karn Evil 9. L’assolo in solitaria di McLaughlin scuce e ricuce l’animo in un gran sobbalzare d’emozioni. You Know, You Know a mio avviso è troppo veloce e isterica, un pezzo del genere non beneficia di una manipolazione del genere. Sono 18 i minuti per One Word; ampi spazi psichedelici per il basso Rick Laird e groove funk per una prova di gruppo nuovamente stellare. One Word contiene anche un grande assolo di batteria di Billy Cobham. Stepping Tones dura appena due minuti prima che venga fagocitata da Vital Transformation. Chitarra, violino e tastiere battibeccano velocissimamente mentre basso e batteria tengono una base infernale. Il siparietto blues contenuto all’interno di The Dance Of Maya, è piuttosto divertente. I confini del genere cambiano continuamente. E’ un blues stralunato e pieno di tecnicismi eppure vitale, bollente e carnale. Mclaughlin alla chitarra è un vero portento. Che spettacolo!
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APOCALYPSE – 1974 – TTTT
1. Power Of Love (4:13)
2. Vision Is A Naked Sword (14:18)
3. Smile Of The Beyond (8:00)
4. Wings Of Karma (6:06)
5. Hymn To Him (19:19)
John McLaughlin – guitars, vocal composer
Gayle Moran – keyboards, vocals
Jean-Luc Ponty – electric violin, electric baritone violin
Ralphe Armstrong – bass guitar, vocals
Narada Michael Walden – drums, percussion, vocals
with
Michael Tilson Thomas – conductor, piano
Michael Gibbs – orchestration
Marsha Westbrook – viola
George Martin – producer
Carol Shive – violin, vocals
Philip Hirschi – cello, vocals
Geoff Emerick – engineer
Nel 1974 la Mahavishnu Orchestra cambia faccia, solo McLaughling rimane, entrano nella scuderia quattro nuovi ottimi musicisti con i quali viene registrato in marzo il nuovo album, poi pubblicato in aprile. Il gruppo è aiutato dalla London Symphony Orchestra, connubio curioso ma che comunque porta il disco alla posizione 43 della classifica USA. Altro risultato memorabile (per un album di Jazz Rock). Il songwriting è di nuovo appannaggio del solo McLaughlin.
La nuova Mahavishnu sembra da subito più riflessiva, in Power Of Love gli archi della London Symphony Orchestra cullano la chitarra acustica, in Vision Is A Naked Sword la LSO si fa tenebrosa e interagisce in maniera a tratti scomoda con il gruppo, certo è che quando la band parte è un gran godimento starla ad ascoltare. A metà pezzo sorge un gioco di chitarra riuscito su cui le sirene del violino lanciano il proprio grido. A sorpresa in Smile Of The Beyond debutta il cantato su un disco della MO, la tastierista Gaule Moran gorgheggia infatti sui paesaggi musicali creati dalla LSO. A metà brano La Mahavishnu sostituisce la LSO; il basso di Armstrong resta sempre in bella evidenza.
Di nuovo la LSO nell’inizio di Wings Of Karma, il gruppo entra dopo due minuti ed il Jazz Rock torna prepotente. La chitarra di John McLaughlin, il violino di Jean-Luc Ponty! La batteria di Narada Michael Walden è a tratti irritante, China cymbal e crash a go go, quando forse sarebbero stato meglio evitare. Hymn To Him dura più di 19 minuti, inizio delizioso, sviluppo sognante, chitarra e atmosfera che talvolta richiamano il Santana dell’epoca (intorno al minuto 4:30). Poi lo spirito di McLaughlin prende il sopravvento e l’improvvisazione diventa molto Mahavishnu. Dopo 8 minuti circa il mood del pezzo cambia di nuovo, groove medio da Jazz Rock, con il piano e il basso in evidenza. Lungo assolo di Ponty
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VISIONS OF THE EMERALD BEYOND – 1975 – TTTTT
1. Eternity’s Breath Part 1 (3:10)
2. Eternity’s Breath Part 2 (4:48)
3. Lila’s Dance (5:34)
4. Can’t Stand Your Funk (2:09)
5. Pastoral (3:41)
6. Faith (2:00)
7. Cosmic Strut (3:28)
8. If I Could See (1:18)
9. Be Happy (3:31)
10. Earth Ship (3:42)
11. Pegasus (1:48)
12. Opus 1 (0:15)
13. On The Way Home To Earth (4:34)
John McLaughlin – guitars, vocals
Jean-Luc Ponty – violin, vocals, electric violin, baritone violin
Narada Michael Walden – percussion, drums, vocals, clavinet
Gayle Moran – keyboards, vocals
with
Carol Shive – 2nd violin, vocals
Russell Tubbs – alto and soprano sax
Philip Hirschi – cello
Bob Knapp – flute, trumpet, flugelhorn, vocals, wind
Steve Kindler – 1st violin
VOTEB è registato in dieci giorni agli Electric Lady Studios di New York nel dicembre del 1974, e pubblicato due mesi più tardi. 68esimo post nella classifica generale degli USA. Bella copertina. Le composizioni sono tutte di McLaughlin tranne una.
Eternity’s Breath Part 1 contiene il riff con cui si identifica questo disco. E’ uno dei più bei riff della musica Rock.
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Eternity’s Breath Part 2 io lo intendo come lo sviluppo della canzone. Cantato su ritmica rock e grandissimo assolo di McLaughlin. Il famoso riff ritorna verso la fine.
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Con un inizio così fulminante diviso in due brillantissime parti l’album non può che diventare uno dei miei due preferiti. Lila’s Dance è un capolavoro, giro di chitarra su tempi dispari che va a trasformarsi in un blues interplanetario. McLaughlin stratosferico. Che brano, che pezzo, che musica!
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Can’t Stand Your Funk è un episodio di quel funk imputanito che tanto mi piace.
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Pastoral ha il cinguettio degli uccellini in sottofondo mentre gli strumenti dei musicisti dipingono uno dei quadretti acustici che amo tanto: violino, chitarra acustica, contrabbasso. Musica di livello elevato.
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Faith dura solo due minuti ma è un altro gran momento. Arpeggio spaziale di chitarra poi sei corde in libertà per un viaggio interstellare nel Jazz Rock. Cosmic Strut (Walden) potrebbe benissimo essere la colonna sonora di un telefilm americano degli anni settanta (tipo Starsky e Hutch): funk jazzato con un pizzico di Stevie Wonder. In If I Could See Gayle Moran torna a cantare, brano di poco più di un minuto che funge da introduzione a Be Happy, brano assai movimentato. In Earth Ship la quiete sembra tornare, il canto di Gayle e il flauto galleggiano su basi musicali suggestive. Pegasus e Opus 1 sono brevi intermezzi dedicati al suono di sottofondo dell’universo prima della chiusura del disco affidata a On The Way Home To Earth. Quest’ultimo si affida a linguaggi extraterrestri intarsiati su una texture musicale squisitamente Rock (in senso lato naturalmente). Un finale da brivido.
Disco capolavoro dunque … mettiamola così, se c’è un album della Mahavishnu da avere questo è quello giusto. Con questo capitolo si chiude la grande era della Mahavishnu Orchestra, ciò che seguirà saranno episodi più che dignitosi ma lontani dai picchi dei primi 5 anni.
INNER WORLDS – 1976 – TTT½
1. All in the Family (6:01)
2. Miles Out (6:44)
3. In My Life (3:22)
4. Gita (4:28)
5. Morning Calls (1:23)
6. The Way of the Pilgrim (5:15)
7. River of My Heart (3:41)
8. Planetary Citizen (2:14)
9. Lotus Feet (4:24)
10. Inner Worlds Pts. 1 & 2 (6:33)
Più che un disco della Mahavishnu sembra un album solista di McLaughlin, il cui nome è aggiunto in copertina e come se non bastasse è il solo ad essere ritratto nell’artwork del disco. Senza Ponty e Moran, le registrazioni vengono realizzate con l’aiuto d tastierista Stu Goldberg. L’album arriva al 118 posto della TOP 200 americana, la fase calante del gruppo è ormai cominciata
All In The Family (McLaughlin) si apre con una bella ritmica, su cui si interfacciano tastiere e chitarra sintetizzatore. Bel pezzo che mi ricorda – nell’uso dell’organo – gli ELP.
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Miles Out (McLaughlin) è un bell’esercizietto funk(y) stralunato e sperimentale su cui si innesta il potente Jazz Rock di marca McLaughlin. In My Life (McLaughlin/Walden) è un brano cantato (da Narada Michael Walden) che sa di mediterraneo dal testo inzuppato della retorica religiosa in cui il gruppo – McLaughlin in primis – era intrappolato.
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In Gita (McLaughlin) di nuovo chitarra sintetizzatore e spruzzi di quel pop jazz a cui non sono legato. Morning Calls (McLaughlin/Walden) è una melodia che sa di Irlanda e di Scozia creata con la chitarra sintetizzatore, The Way of the Pilgrim (Walden) è un pezzo arioso e niente male, Jazz Rock accessibile.
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River of My Heart (Kanchan Cynthia Anderson, Narada Michael Walden) è una canzoncina pop jazz per piano, basso e voce cantata da Walden, Planetary Citizen (Ralphe Armstrong) episodio ritmato cantato da Armstrong, molto black e non particolarmente interessante. Qui McLaughlin sembra aver perso la strada. Lotus Feet (Mclaughlin) trip a base di moog, chitarra synth e percussioni. Inner Worlds Pts. 1 & 2 (McLaughlin) delirio di sintetizzatori, sequencer e diavolerie elettroniche che al tempo dovevano essere sembrate molto cool.
Album dunque non riuscitissimo, un po’ confuso e frammentato. Ben più che sufficiente ma nulla più.
MAHAVISHNU – 1984 /ADVENTURE IN RADIOLAND 1987 / THE BEST OF MAHAVISHNU ORCHESTRA 1980 / THE COMPLETE COLUMBIA
ALBUMS COLLECTION 2011
Negli anni ottanta Mclaughlin rispolvera il nome Mahavishnu Orchestra e fa uscire due album fortemente influenzati dai suoni sintetici di quel decenni, in più il chitarrista si mette ad usare il Synclavier synthesiser system, una sorta di music workstation basata sul sintetizzatore digitale e relativo campionatore. Nell’album del 1984 c’è di nuovo Cobham alla batteria ma poco altro che possa ricordare la vecchia Mahavishnu. I due dischi offrono qualche spunto dignitoso al passo coi tempi (gli anni ottanta), ma per chi scrive sono due capitoli secondari, se non addirittura superflui. Da segnalare l’uscita nel 1980 di un Best Of, francamente poco indicativo (la Mahavishnu non è un gruppo da best of). Altro discorso invece per The Complete Columbia Album Collection, bel mini cofanetto di cui abbiamo parlato più volte nel corso dell’articolo.
Per quei due o tre che hanno avuto il coraggio di arrivare sino alla fine, concludo ribadendo l’importanza di avere in casa almeno un paio degli album del gruppo, da ascoltare nei momenti in cui l’inquietudine musicale sì fa più forte e non si sa più a che santi (i nostri intendo, quelli che hanno nomi come Sonny Boy, Robert Leroy, Lowell Thomas o James Patrick) votarsi, quando si ha voglia di abbandonare i sentieri di solito battuti e svoltare su strade che gli altri non prendono mai.
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